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  • Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    “I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull’alienazione. Basta guardare l’arte, l’architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo”

    (J.G.Ballard, Regno a venire)

    Tra le tante mutazioni urbanistiche genovesi degli ultimi anni, il 2020 appena concluso passerà alla storia cittadina non solo per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sulle macerie di Ponte Morandi ma anche, seppur con meno clamore, per l’inizio dell’abbattimento della Diga di Begato, divenuta un simbolo della peggiore architettura e urbanistica del secondo Novecento genovese e italiano. Per comprendere il significato storico di questo luogo e il suo monito per il presente ed il futuro, è opportuno allargare gli orizzonti spaziali, temporali e mentali oltre gli angusti confini cittadini e del dibattito puramente specialistico.

    Due eventi ed un architetto hanno segnato indelebilmente la storia e l’immaginario urbani dell’ultimo quarto del XX secolo. Il 15 luglio 1972 i tre edifici centrali dell’enorme complesso residenziale di Pruitt-Igoe, alla periferia di Saint-Louis, vennero fatti saltare in aria con la dinamite dalle autorità comunali su richiesta esplicita e unanime degli abitanti. Costruiti appena diciassette anni prima per ospitare la popolazione immigrata dalle campagne intorno alla grande città del Missouri, questi formicai urbani concepiti dall’architetto Minoru Yamasaki sul modello della “città radiosa” di Le Corbusier avevano letteralmente fatto infuriare i suoi abitanti, divenendo in poco tempo un ricettacolo di degrado, alienazione e violenza. La demolizione di quel complesso fu eclatante e divenne rapidamente il simbolo del fallimento di un modello urbano che imperversava dalla fine della seconda guerra mondiale. Come ricorda Tom Wolfe, fu “un avvenimento storico per due motivi. Uno: per la prima volta, nella storia cinquantennale degli alloggi operai, si chiedeva un parere ai clienti. Due: la vox populi. La vox populi attaccò subito a intonare in coro: “Blow it… up! Blow it… up! Fatelo saltare in aria! Buttatelo giù!” (T.Wolfe, Architetti maledetti, Bompiani 1997, p.78). Caso vuole che proprio nel momento in cui quei tre blocchi venivano fatto brillare con la dinamite (molto materiale informativo si trova in rete sulla storia e sulla demolizione di Pruitt-Igoe, materiale all’interno del quale spicca ancora per capacità evocativa un bel capitolo del poema visivo Koyaanisqatsy di Godfrey Reggio), Yamasaki stesse portando a termine il secondo grande progetto della sua carriera, le Twin Towers, cuore del World Trade Center di New York, all’epoca i due grattacieli più alti del mondo. Inaugurati il 4 aprile 1973, essi, come noto, vennero abbattuti l’11 settembre 2001: un altro crollo, non voluto in questo caso dall’esasperazione degli abitanti, ma programmato da un commando di terroristi islamici che scelse quei grattacieli per il loro valore simbolico di summa del potere dell’Occidente (il capo attentatore Mohammed Atta era tra l’altro un architetto, laureatosi in Germania con una tesi contro la modernizzazione occidentale della sua città, Aleppo). Solo diciassette anni visse il complesso di Pruitt-Igoe, solo ventotto le Twin Towers; difficile trovare un architetto del XX secolo divenuto più celebre di Yamasaki per il fallimento e la sfortuna delle sue creazioni.

    Casermoni popolari modellati sul modello della casa per abitare di Le Corbusier e grattacieli in acciaio e vetro come simboli del potere sono due architetture archetipiche del capitalismo del Novecento e diffusesi in tutti gli angoli del globo. Anche Genova, nel suo piccolo e con i suoi tempi dilatati, ha il suo Yamasaki locale e una storia che riflette questi cambiamenti epocali. Anche Genova ha infatti un sede locale della World Trade Centers Association (l’Associazione mondiale dedicata alla promozione e alla facilitazione del commercio mondiale), il World Trade Center Genoa, un grattacielo di 25 piani alto 102 metri costruito negli anni Ottanta nella zona di San Benigno dall’architetto Piero Gambacciani. Anche Genova ha la sua Pruitt-Igoe, la Diga di Begato, costruita anch’essa negli anni Ottanta come parte di un più ampio progetto urbanistico e oggi in via di demolizione, ancorché non con la dinamite, ma smontata pezzo per pezzo. L’architetto progettista di Begato è sempre Piero Gambacciani. Lo stesso architetto per due luoghi simbolo della Genova contemporanea e lo stesso destino nel secondo caso sono due similitudini cariche di significato in quanto specchio di trasformazioni internazionali epocali, ma le date non sono un dettaglio. Se Pruitt-Igoe segnò uno spartiacque all’interno della modernità funzionalista già nel 1972, la costruzione di Begato a distanza di un decennio ne fa infatti un fallimento decisamente fuori tempo massimo.

    Piero Gambacciani era nato a Prato nel 1923. Il padre Tullio era un anarchico e morì giovane lasciando la famiglia in difficoltà. Il giovane Piero si iscrisse alla Facoltà di Architettura a Firenze nel 1941, sotto il magistero dell’architetto razionalista Giovanni Michelucci. L’8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mussolini ed il 25 aprile 1945, a Novara, si ritrovò davanti ad un plotone di esecuzione di partigiani. Fucilato e creduto morto, fu portato in ospedale da un prete e sopravvisse, ma con una condanna a morte sulla testa; il fratello, che invece era un ufficiale dell’esercito di Liberazione, lo prelevò dal carcere, sottraendolo a possibili vendette e riportandolo in Toscana. Ripresi gli studi e laureatosi nel 1948, Gambacciani giunse a Genova al seguito di Michelucci, e da allora non lasciò più la città, morendovi nel 2008. A Genova Gambacciani raggiunse nel corso degli anni una posizione professionale di gran rilievo, realizzando, oltre ad una una serie di edifici privati, numerose opere di grande impatto architettonico e urbanistico per la città, in un lungo arco di tempo che va dal grattacielo della SIP di Brignole costruito negli anni Sessanta per finire con il complesso residenziale-turistico di Ponte Morosini e Ponte Calvi nell’area del Porto Antico realizzato negli anni Novanta. Prosecutore della lezione corbusiana del genovese Daneri, Gambacciani ha notevolmente contribuito a definire l’identità urbana di fine Novecento di Genova nel segno della modernità tardofunzionalista che celebra se stessa sulle macerie dell’eredità storica della città. In questo senso, oltre a Begato e al WTC che ne fanno lo Yamasaki genovese, va ricordata almeno Corte Lambruschini. Fino al 1982 lì, nel cuore del quartiere di Borgo Pila, sorgeva, unico caso a Genova, un caseggiato ottocentesco a corte; più che un enorme palazzo era un piccolo quartiere a sé che, all’interno di un vasto perimetro di abitazioni popolari e operaie, racchiudeva la grande corte, sede di un mercato interno. Nel 1982 venne decisa la sua demolizione e, sulle sue macerie, Gambacciani vi costruì il nuovo centro direzionale in acciaio e vetro culminante nelle due torri principali, alte cento metri e suddivise in venti piani, che incombono all’angolo di Corso Buenos Aires.

    Ma torniamo alla storia di Begato. La costruzione della Diga avvenne a compimento di un progetto urbanistico ben più articolato e complesso che merita di essere brevemente ricordato. Questo progetto – nominato ufficialmente quartiere Diamante, dal nome del forte che sovrasta la vallata, mentre Begato è il nome storico della località e della frazione di paese che sorge a qualche chilometro di distanza – parte da lontano. Nel 1965 la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto di insediare sui rilievi collinari che circondavano le alture comprese tra la Valpolcevera e il centro di Genova una popolazione di circa 70.000 persone. Era il momento del massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la quale, secondo progettisti e statistici, avrebbe presto superato il milione di abitanti (alcuni di essi vaneggiavano addirittura cinque milioni), e quel progetto prevedeva di urbanizzare tutte le colline genovesi fino al limite rappresentato dalla cinta dei forti.

    [quote]i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere[/quote]

    Quel sogno di “progresso” durò poco, colpito e affondato dalla crisi industriale dei primi anni Settanta; conseguentemente la popolazione di Genova si stabilizzò prima di cominciare a decrescere costantemente fino ad oggi, rendendo obsoleta quella idea di urbanizzazione massiva. Così il Piano Regolatore Generale del 1976 limitò l’applicazione di quel progetto a poche aree, la principale delle quali fu proprio Begato, che fino a quel momento era stata una collina boscosa della Valpolcevera punteggiate di case contadine con annessi orti, che storicamente vantava una produzione di pregio di prodotti della campagna (cfr E.Poleggi, P.Cevini, Genova, Laterza 1981, p. 211) e che era stata per lungo tempo un luogo di villeggiatura. L’insediamento della nuova zona 167 di Begato – anche Scampia a Napoli è noto come il quartiere 167, figlio della stessa legge – avrebbe dovuto dare alloggio a 21.000 persone, il quaranta per cento della popolazione della Valpolcevera di allora. La realizzazione dell’area fu rapida; nel 1980 gran parte degli edifici erano completati. Il modello era quello solito della “città radiosa” formulato da Le Corbusier; grandi unità di abitazione modulari, teoricamente dotate di negozi e servizi interni e immerse in spazi verdi, con strade che servissero da collegamento sia interno che con il resto della città. La realtà si mostrò da subito ben diversa dalle tavole intrise di ottimismo del progetto: gli edifici, realizzati con “sistemi edilizi industrializzati e prefabbricati” a basso costo, si dimostrarono di pessima qualità; i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere. Insomma, detto in parole povere, Begato è diventata la variante collinare, caratteristica della particolare orografia genovese, di uno degli infiniti, anonimi, ghetti-dormitorio che si posso vedere ai margini di qualsiasi territorio urbano dell’Occidente, dalle banlieues francesi alle nuove periferie che, da nord a sud – Rozzal Melara a Trieste, il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, i casi più celebri a cui la Begato ha avuto “l’onore” di essere stata accostata –, hanno riempito le nostre città di megastrutture allucinate in uno scenario distopico. “Sono quartieri per molti versi cresciuti in parallelo, edificati a distanza di qualche anno, ultime espressioni dell’edilizia pubblica tra anni Settanta e Ottanta. Si tratta di modelli insediativi completamente avulsi dal tessuto urbano, di un’urbanistica collinare fuori scala e fuori luogo, nata in un’epoca in cui la città aveva disperata fame di case e poco denaro da spendere, realizzazioni già anacronistiche e tristemente superate rispetto ai modelli dell’edilizia popolare europea coeva. Quartieri segnati da numerose debolezze, che si manifestano non solo nel livello di reddito e nella composizione demografica dei residenti, ma sono evidenti anche sul piano territoriale e infrastrutturale. Zone ‘amorfe’ della città che hanno a lungo funzionato come strumento di confinamento sociale” (A.Petrillo, La periferia elevata a potenza? Il caso del CEP a Genova, in Indagine sulle periferie, “Limes”, n°4, 2016, pp. 81-82). D’altronde che un quartiere concepito così, a distanza di dieci anni dal fallimento proclamato da Pruitt-Igoe e nel contesto specifico di Genova, fosse un’idea funesta in partenza fu evidente già da subito a più di un addetto ai lavori. Nel 1983, nel corso di un Congresso che si tenne in città, Bruno Gabrielli affermava: “A me sembra incredibile che si mandi avanti una iniziativa del tipo appunto di Begato, senza valutare minimamente quali possano essere le conseguenze a livello urbanistico, a livello sociale, a livello economico” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi 2015, p. 103).

    A coronamento del piano di Begato arrivò da ultima la costruzione della famigerata Diga. Le due imponenti costruzioni, comunemente denominate “Dighe Rossa e Bianca” per il colore dei rivestimenti, proprio come una diga idrica tagliavano la vallata da Est a Ovest, dando la possibilità, grazie ad alcune passerelle pedonali sospese a mezz’aria e colleganti i due blocchi, di passare da un versante all’altro senza mai uscire dall’edificio. Inutile sottolineare come il complesso ebbe un forte impatto ambientale e paesaggistico, ostruendo completamente l’orizzonte.

    Lo scopo iniziale della Diga doveva essere quello di ospitare per un periodo limitato di tempo un alto numero di famiglie per lo più sfrattate dal centro storico. Pochi anni prima era stata completata la scellerata distruzione del quartiere di via Madre di Dio e si scelse di spostare gli sfollati in questi casermoni posti all’interno della Valpolcevera, lontani e isolati dai caruggi e dal centro in cui erano abituati a vivere. Costituiti da oltre 500 alloggi, i due complessi della Diga hanno ospitato oltre 1200 persone (rimasti poco meno di 800 al momento della demolizione), il corrispettivo degli abitanti di un piccolo comune concentrati all’interno di un unico edificio. A dispetto delle intenzioni dichiarate e col passare degli anni, la Diga è rimasta a tutti gli effetti una residenza stabile per la maggior parte delle persone lì deportate, mentre solo una minima percentuale di esse ha trovato una sistemazione diversa. A fianco dei primi abitanti la titolarità a vedersi assegnato un alloggio nella Diga – con canoni di affitto bassissimi – è stata per decenni riservata alle liste che danno diritto ad una casa popolare: persone e nuclei famigliari con difficoltà socio-economiche e altri tipi di indigenza. Questa concentrazione di disagio sociale unita al fallimento da subito evidente del modello architettonico-urbanistico ha rapidamente trasformato Begato intera e la Diga in particolare in un vero e proprio ghetto. E’ facile fare una breve ricerca in rete o sui giornali per trovare molte descrizioni e testimonianze delle condizioni di vita vissute dai suoi abitanti. Mutatis mutandis esse riecheggiano la descrizione fatta da Tom Wolfe a proposito di Pruitt-Igoe parlando di una situazione vissuta quasi mezzo secolo prima: “Questi campagnoli inurbati provenivano da zone assai poco densamente popolate … dove raramente si saliva a più di tre metri sul livello del mare ammenoché non ci si arrampicasse su un albero: ed eccoli alloggiati in casermoni di 14 piani, a Pruitt-Igoe. A ciascun piano c’erano ballatoi coperti, in obbedienza al concetto di Corbu delle “strade per aria”. Siccome non v’era nell’agglomerato, alcun altro luogo ove peccare in pubblico, tutto ciò che d’ordinario sarebbe avvenuto nelle bettole, nei bordelli, nei caffè, nelle sale da biliardo, al lunapark, all’emporio, nei campi di granturco, nei pagliai, nelle stalle o nei granai, aveva luogo in quelle “strade per aria”. In confronto a quei boulevards di Corbu, la Gin Lane (o Vico dei Beoni) di Hogarth sarebbe sembrata una strada tranquilla” (T.Wolfe, op.cit., p.78).

    Come a Pruitt-Igoe, gli abitanti della Diga sono stati costretti a districarsi all’improvviso tra ascensori, ballatoi, scale interne prive di luce naturale e spazi labirintici, percepiti rapidamente come luoghi alienanti e insicuri. Si è subito imposta ad essi la sensazione di vivere asserragliati. Di conseguenza i pianerottoli sono stati rapidamente chiusi con inferriate, isolando così i singoli appartamenti, e gli spazi comuni dei ballatoi sono stati divisi verticalmente, per limitare la circolazione di figure estranee. Molti appartamenti vuoti sono stati occupati ma non attraverso forme di lotta organizzata di “diritto alla casa”, come in altre città e situazioni (per esempio alle Vele di Scampia), ma quasi sempre in una logica di marginalità e disperazione. Nel frattempo i box, mai terminati, sono divenuti una “zona franca” per ogni sorta di attività illecita. All’esterno l’assenza di negozi e botteghe, bar e qualsivoglia luogo di cultura e socialità ha alimentato lo stesso senso di insicurezza e gli spazi pubblici, le piazze e i presunti luoghi di aggregazione sono stati ben presto divorati dall’incuria e dal degrado. E’ lo stesso scenario che era già stato vissuto dagli abitanti di Pruitt-Igoe, al punto che proprio l’analisi di quel clamoroso fallimento spinse – nel 1973, appena un anno dopo la distruzione di Pruitt-Igoe stessa – Oscar Newman, allora professore alla Washington University di Saint Louis, a scrivere il saggio Defensible Space. Crime and Prevention Through Urban Design, divenuto subito un classico della microsicurezza urbana, la risposta tecnica ad una visione securitaria dell’ambiente metropolitano. Osservando come gli spazi pubblici di Pruitt-Igoe fossero divenuti oggetti di abbandono e, conseguentemente, ricettacoli di un alto tasso di criminalità, Newman ne fece un caso studio per proporre soluzioni “riparatorie” che andavano dal design deterrente alla promozione di attività di sorveglianza informale da parte degli abitanti. La teoria dello “spazio difendibile” di Newman – che ha ottenuto grande successo nei piani dei dipartimenti di urbanistica e nelle retoriche politiche sulla sicurezza imperanti da decenni – aveva come sottotesto il principio che la tutela della sicurezza degli abitanti di luoghi anonimi e marginali debba passare non per la messa in discussione radicale dell’idea di città alla loro base, ma per pratiche concrete di sopravvivenza in un territorio ostile, pratiche fondate sul sospetto e sulla diffidenza che, di fatto, implicano la rinuncia definitiva alla dimensione sociale e pubblica della città e l’abitudine a considerare strade e piazze come territori naturalmente pericolosi da cui difendersi.

     

    Alcuni storici dell’architettura locali, ammiratori del funzionalismo di Gambacciani, lamentano come la sua fama sia rimasta ancorata alla dimensione cittadina genovese. Questa constatazione si potrebbe spiegare con il semplice fatto che egli si è mostrato un epigono limitatosi a declinare localmente una tendenza internazionale, facendolo, soprattutto a Begato, particolarmente male e fuori tempo massimo. Ma per comprendere il significato più profondo di ciò che hanno rappresentato Begato e tutti i ghetti realizzati ben oltre la dead line rappresentata dall’abbattimento di Pruitt-Igoe, occorre andare alla radice della sua idea architettonica e urbanistica, alla sua matrice ideologica e pragmatica primigenia, ovvero all’opera e al pensiero di Le Corbusier.

    Negli ultimi anni in Francia sono uscite diverse monografie che hanno ricostruito i legami profondi di Le Corbusier con l’estrema destra francese degli anni Venti e Trenta, sia in campo culturale che politico, legami spintisi fino all’ammirazione esplicita per Hitler e al collaborazionismo attivo con il regime di Vichy, e per altro ben occultati da Le Corbusier stesso nel secondo dopoguerra e trascurati dalla critica per decenni. Sarebbe facile fare un parallelismo con la militanza fascista del giovane Gambacciani, ma non è questo il punto interessante della questione che ci interessa.

    Ciò che emerge di più interessante da questi saggi è il riduzionismo freddo e totalitario del suo pensiero. L’uomo, diceva Le Corbusier, è come un’ape costruttrice di cellule geometriche, o come una formica, «con delle abitudini precise, un comportamento unanime» (citato in X. Jarcy de, Le Corbusier, un fascisme français, Albin Michel 2015, p. 175). La vita dell’uomo moderno si riduce a quattro bisogni fondamentali: lavorare, riposare, abitare, circolare, e la città contemporanea deve rispondere nel modo più funzionale ad essi. La risposta architettonico-urbanistica naturale al loro soddisfacimento è la standardizzazione: in primis la standardizzazione della casa, una “macchina per abitare” che va organizzata nelle “unità di abitazione”, concepite ognuna come una piccola città verticale racchiusa in un unico edificio, capace di ospitare 1500 persone; contemporaneamente la standardizzazione della città, una macchina ortogonale, fredda e impersonale, votata al puro funzionamento della produzione economica; infine – e come conseguenza delle prime due – la standardizzazione della vita dei suoi abitanti, organizzati come masse laboriose e disciplinate che, come negli alveari e nei formicai, devono seguire percorsi obbligati e sempre uguali a se stessi. La fabbrica fordista, la catena di montaggio, “l’organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor erano un modello assoluto di efficienza utilitaristica per Le Corbusier e per l’urbanistica funzionalista di quegli anni; lo erano ovviamente per il capitalismo, ma lo erano anche per i regimi totalitari. Questi ultimi non ressero, il capitalismo sì e si sarebbe aggiornato ed evoluto.

    [quote]Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.[/quote]

    Il capitalismo ha infatti fatto tesoro se non del modello integrale di città ideale di Le Corbusier, sicuramente del suo spirito ordinatore, modulando l’organizzazione urbana della vita sociale in funzione delle proprie esigenze economiche. Di radere completamente al suolo interi centri storici per sostituirli con griglie di grattacieli destinati ai luoghi del potere e dell’amministrazione – la soluzione pensata da Le Corbusier per tutti i centri urbani – se la sono sentita in pochi, anche se la tendenza a conservarli è stata dettata quasi unicamente dalle ragioni del profitto incarnate dal turismo e dalla gentrification; oppure lo si è fatto solo parzialmente, come avvenuto in modo clamoroso a Genova a Piccapietra e nel quartiere di via Madre di Dio. Di ammassare i poveri nei ghetti di periferia modellati sul principio delle “città radiose” nessuno si è fatto invece scrupolo. Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «la gerarchia è la legge del mondo organizzato nella natura come tra gli uomini» (Le Corbusier, Arte decorativa e design, Laterza 1973, p. 16) e che fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.

    Le Corbusier amava definirsi un tecnico che risolve problemi e non un politico: «Tenevo molto a non uscire dal piano tecnico. Sono un architetto, non sono disposto a fare della politica. Che ciascuno nel proprio campo, secondo la più rigorosa specializzazione, conduca la propria soluzione alle estreme conseguenze» (Le Corbusier, Urbanistica, Il Saggiatore 2017, p. 290). Questa presunta neutralità è il tratto fondamentale del pensiero totalitario; in una vita sociale organizzata dall’alto in modo così capillare, gerarchica e razionale, dove nessuno può mettere in discussione l’ordine generale (ovvero fare politica), ognuno deve limitarsi a svolgere il proprio compito come un tecnico. La categoria fondamentale del pensiero di Le Corbusier non era dunque il nazifascismo – tant’è vero che egli si rivolse con altrettanto entusiasmo anche a Stalin – ma il totalitarismo economico-produttivista, l’ordine razionale e l’efficienza di un mondo industriale, tecnico e utilitarista: “una visione fredda del mondo”, per dirla con Marc Perelman, della quale le forme urbane delle “città radiose” sorte tutte uguali ai quattro angoli del globo, da Pruitt-Igoe fino a Begato (passando per le periferie delle città del socialismo reale, non a caso perfettamente speculari a quelli dell’Occidente capitalistico), hanno rappresentato una manifestazione tanto orribile nei risultati quanto coerente negli scopi. «L’opera-sistema di Le Corbusier è fermamente associata ad una visualizzazione totalitaria della vita, ad una compulsione ripetitiva dell’idea di macchina (umana, architettonica, urbana), all’inquietante progetto di un urbanismo della rarefazione visiva, al freddo allineamento di blocchi di edifici e unidimensionali. […] Poiché Le Corbusier non fu solo lo specchio della società dei suoi tempi, egli certamente fu l’espressione vivente e dunque pericolosa di quei tempi, l’individuo-soggetto, ma soprattutto il soggetto-progetto che ha cristallizzato nella propria persona il cupo divenire della città, l’anticipatore che ha proiettato, con un saper fare sicuramente inedito, un’esistenza sottomessa ad un behemoth urbano mostruoso» (M.Perelman, Une froide visione du monde, Michalon 2015, pp. 70-71).

     

    L’organizzazione totalitaria delle forme di vita dell’uomo all’interno della città alveare è dunque la cifra urbana del Novecento inventata da Le Corbusier e pedissequamente ripresa da mille suoi seguaci, tra cui Gambacciani. In uno degli altri suoi progetti della metà degli anni Ottanta, modellando il nuovo quartiere di Quarto Alto secondo gli stessi schemi architettonici e urbanistici di una ennesima piccola “città radiosa” – e, non a caso, molti dei “profughi” della Diga di Begato vengono oggi ricollocati proprio a Quarto Alto -, Gambacciani ha definito il grattacielo più alto del complesso “il supercondominio” (citato in A.Vergano, op.cit., p.119). Non so se Gambacciani avesse letto e conoscesse Il condominio scritto da Ballard nel 1975 e volesse così fare del citazionismo autoironico. Non lo credo, visto che quel romanzo è una denuncia spietata della psicopatologia indotta dalle forme della macchina per abitare corbusiana, ancorché in una versione “borghese”, e che quasi tutti gli altri suoi romanzi dagli anni Settanta in poi sono incentrati sulla descrizione di una cupa distopia sociale incentrata sui non-luoghi caratteristici del tardocapitalismo. Nel suo ultimo grande romanzo prima di morire, Regno a venire, Ballard è arrivato a definire il consumismo indotto dai grandi centri commerciali come una nuova forma di totalitarismo, la cui veridicità profetica l’abbiamo potuta verificare recentemente osservando le code che si sono create fuori dai grandi centri commerciali nel periodo del lockdown e delle restrizioni, quando, non potendo muoversi liberamente o andare fare delle scampagnate, le masse delle metropoli si sono accalcate alle loro porte: “La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfati solo dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva… Questa è una nuova forma di totalitarismo che opera nei pressi dei registratori di cassa” (J.G.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli 2006, p.114).

     

    “Nel quadro delle campagne di politica sociale di questi ultimi anni, per rimediare alla crisi degli alloggi, prosegue febbrilmente la costruzione di topaie. Di fronte all’ingegnosità dei nostri ministri e dei nostri architetti urbanisti non si può che restare ammirati. Per evitare ogni disarmonia, costoro hanno messo a punto alcune topaie tipo, i cui progetti vengono impiegati ai quattro angoli della Francia. Il cemento armato è il loro materiale preferito. Questo materiale, che si presta alle forme più elastiche, viene adoperato soltanto per fare case quadrate. Il più bel risultato del genere sembra essere la “Città Radiosa” del generale Corbusier, benché le realizzazioni del brillante Perret gli contendano la palma. Nelle loro opere si sviluppa uno stile che fissa le norme del pensiero e della civiltà occidentale del ventesimo secolo e mezzo. E’ lo stile “caserma” e la casa del 1950 è una scatola. Lo scenario determina i gesti: noi costruiremo case appassionanti” (Internazionale lettrista, Costruzione di topaie, “Potlatch” n.3, 6 luglio 1954). Questo scrivevano i più radicali nemici del progetto politico di Le Corbusier – l’Internazionale lettrista è il gruppo parigino di Guy Debord antecedente alla creazione dell’Internazionale situazionista – un anno prima che Yamasaki completasse il complesso di Pruitt-Igoe e trenta prima che Gambacciani, ignorando quella lezione storica, ripetesse lo stesso modello a Begato. Per i situazionisti, lo stile di vita che si incarnava nelle città ristrutturate secondo il dettato funzionalista corbusiano era il campo sul quale il dominio totalitario del capitalismo moderno – quello che Debord avrebbe definito “la società dello spettacolo” – si espandeva in modo subdolo e pervasivo, aggiornandosi ai bisogni imposti dalla ristrutturazione della società dei consumi degli anni Cinquanta, la stessa che si sarebbe evoluta nella distopia descritta da Ballard. D’altronde, vedendo sorgere alla periferia di Parigi le banlieues, già nel 1961, i situazionisti furono facili profeti delle sommosse che le avrebbero attraversate decenni dopo: “Se i nazisti avessero conosciuto gli urbanisti di oggi, avrebbero trasformato i campi di concentramento in case popolari… i privilegiati delle città dormitorio non potranno che distruggere” (R.Vaneigem, Commenti contro l’urbanistica, “Internationale situationniste”, n°6, 1961, pp. 33-37, Nautilus 1994). L’Italia non è la Francia, Genova non è Parigi, Begato non è Sarcelles; la composizione sociale delle banlieues ne fa un caso unico nel contesto europeo. Begato non è mai stata caratterizzata da rivolte e oggi viene smantellata sommessamente, senza la volontà popolare espressa attraverso assemblee pubbliche né l’atto spettacolare della dinamite di Pruitt-Igoe.

    Neanche il WTC di San Benigno, ben difficilmente e per fortuna, sarà bersaglio di attacchi terroristici come il suo fratello maggiore di New York. Egli rimane lì dov’è, una gelida lastra di vetro e acciaio sulla spianata che ha livellato il colle di San Benigno che per secoli divideva Genova dal ponente cittadino. Su questa piana il WTC è giocoforza diventato il vicino e il contraltare postmoderno della Lanterna di Genova che da novecento anni guida la navigazione al largo delle coste liguri del Mediterraneo. A questo proposito è buffo e significativo il fatto che Hitler fosse convinto che il Reich nazista sarebbe stato millenario e che, a fronte di questo delirio, Le Corbusier nel 1933 scrivesse alla madre che “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa. […] Questa è la fine dei discorsi da tribuna o da assemblea, dell’eloquenza e della sterilità parlamentare. La rivoluzione si farà nel senso dell’ordine» (cit. in M.Perelman, op.cit., p. 39). Quel regno millenario durò fortunatamente soltanto dodici anni, meno ancora di Pruitt-Igoe e delle Twin Towers. E’ facile immaginare che anche le forme e lo spirito dell’architettura genovese di Gambacciani non si avvicineranno minimamente alla vita della ben più gloriosa Lanterna. Lo smantellamento di Begato dopo meno di quarant’anni di esistenza s’inserisce in questo processo; e sarebbe bello che esso fosse l’alba di una presa di coscienza collettiva del voler farla finita per sempre con questa “visione fredda del mondo” incarnata dall’urbanistica totalitaria degli architetti del Novecento e del volerne ricostruire uno nuovo, di mondo, popolato di case davvero “appassionanti”.

     

    Eppure le forme di vita imposte dalle “città radiose” di Le Corbusier, da Pruitt-Igoe a Begato, al di là delle loro vetuste forme architettoniche, sembrano incarnare una profezia nefasta proprio alla luce di quanto abbiamo vissuto in questo 2020: il distanziamento sociale, la vita quotidiana reclusa in cellule abitative segregate dal mondo esterno, il tramonto della vita sociale e pubblica surrogata dalla realtà virtuale, la mobilità esterna ridotta al lavoro e agli spostamenti per necessità. Tutto ciò che era stato pensato da Le Corbusier come struttura della vita ridotta ad ingranaggio di una megamacchina produttiva lo abbiamo sperimentato in prima persona con l’emergenza della pandemia. Il problema è che molti di coloro che, stando ai vertici del comando economico planetario, hanno il potere di decidere delle nostre vite non esitano a predire che questo modello, opportunamente edulcorato, dovrebbe essere in qualche modo mantenuto anche una volta sconfitto il virus e cessata l’emergenza. Secondo i loro piani lo stato di eccezione temporanea dettato dalla pandemia potrebbe diventare preludio di una rivoluzione permanente. Per i capi del World Economic Forum la pandemia dovrebbe infatti essere esplicitamente l’opportunità da non perdere per il grande reset (cfr. K. Schwab, T.Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020), l’avvio di quella quarta rivoluzione industriale (K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019) che, grazie alle mirabolanti conquiste dell’era digitale, dovrebbe rendere strutturali alcune di queste sperimentazioni. In questa visione di futuro prossimo, il trionfo della virtualità, lo smart working e la didattica a distanza, l’innovazione tecnologico-digitale, le prospettive transumaniste e cyborg che arrivano a mettere in discussione persino il significato stesso di “essere umano”, si innestano su una organizzazione sociale nella quale il distanziamento, la separazione netta tra la “libertà” interna alle mura domestiche e limiti sempre più necessari alla vita sociale e pubblica, sistemi pervasivi di sorveglianza che aggiornano tecnologicamente la teoria dello spazio difendibile di Newman, dovrebbero diventare la norma, aggiornando in senso autoritario il tardocapitalismo alle crisi (ambientali, economiche e sociali) da esso stesso provocato. Meno libertà, più sicurezza; di questo i capi dell’economia mondiale parleranno al prossimo incontro del World Economic Forum di Davos. L’obiettivo esplicito di questa operazione è rendere l’Occidente liberale competitivo con la Cina, la potenza economica più forte al mondo ed un modello di autoritarismo statale capitalistico che, se fosse ancora vivo, Le Corbusier apprezzerebbe sicuramente molto, sia da un punto di vista politico-sociale che urbanistico. Non a caso una delle immagini più forti e simboliche di questo 2020, l’inizio della rivoluzione indotta dalla pandemia, è racchiusa nel video impressionante degli abitanti di Wuhan costretti dal lockdown a stare chiusi negli enormi “supercondomini” di quella megalopoli-alveare di undici milioni di abitanti che cantano all’unisono dalle finestre delle proprie cellule abitative per farsi coraggio. Una visione che sembrava tratta da un mix distopico di Metropolis di Fritz Lang e un romanzo di Ballard e che si è invece rivelata la profezia di una trasformazione globale forse appena agli esordi.

    In questo scenario la “visione fredda del mondo” non si incarnerebbe più, forse, nelle forme obsolete e ostili di Pruitt-Igoe e Begato ma potrebbe propagarsi come un virus silenzioso degno di quello de Il demone sotto la pelle di Cronenberg, coltivato proprio nelle viscere di una macchina per abitare corbusiana (significativamente ribattezzata L’arca di Noè) e da lì pronto a propagarsi per il mondo. Quel film del 1975, concepito come una distopia ballardiana (il film è dello stesso anno de Il condominio) sulle relazioni tra una certa architettura moderna e l’avvertito pericoloso disfacimento della società occidentale, assume oggi i connotati di una metafora ancora più densa di significato. Là, nella finzione cinematografica del 1975, l’isolamento salvifico dalla crisi della civiltà su quella sorta di arca allegorica che era la “città radiosa” si trasformava, proprio grazie ad un virus, nella creazione di un nuovo modo di essere figlio dell’ambiente insostenibile in cui veniva generato. Qua, nella realtà presente, un virus nato e propagatosi per l’invadenza dell’uomo urbanizzato nei confronti degli equilibri di un ecosistema pianeta che abbiamo trasformato in una specie di supercondominio-alveare ci costringe a rimettere in discussione l’idea che si possa continuare a concepire la nostra vita come funzione della megamacchina economica e produttiva.

    Di ben altre dighe avremo bisogno in quel caso, ma, nel frattempo, visto che il futuro resta ancora una incognita e la storia una pagina da scrivere collettivamente, limitiamoci, dal nostro piccolo punto di vista locale, a rivolgere uno sguardo benevolo che le luci della Lanterna possano idealmente ricongiungersi con quelle provenienti dalle colline di Begato non più ostruite da una colata di cemento, esclusione ed alienazione.

    Leonardo Lippolis

  • Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Oggi, grazie all’idroelettrico, una parte importante della produzione elettrica nazionale è rinnovabile: nel 2016 si stimava il 15,3%. Tuttavia, più del 70% della potenza installata è costituita da impianti maestosi e in esercizio da prima degli anni Settanta. Ne deriva quindi un complesso di strutture troppo vecchio per stare al passo coi tempi in termini di adeguamento tecnologico e, soprattutto, sostenibile. Al contrario, invece, le numerose installazioni degli ultimi anni sono riconducibili al mini-elettrico con risultati non rilevanti in termini di produzione.

    In futuro, il potenziale idroelettrico incorrerà in una decisa trasformazione a causa dei cambiamenti climatici. Si stima che per effetto delle variazioni delle precipitazioni annue – in diminuzione rispetto al passato – oltre che della maggiore evaporazione, il deflusso delle acque e, di riflesso, la produzione di energia elettrica nei prossimi anni calerà fino al 10%. Infatti, alla continua e inesorabile riduzione dei ghiacciai segue la scomparsa dell’acqua che deriva dalla loro fusione perciò, in un contesto così instabile, è bene rivedere lo sfruttamento dell’acqua allo scopo di produrre energia idroelettrica.

    La proposta: invasi lungo i fiumi liguri, ma aumenterebbero il dissesto idrogeologico

    Come un film visto e rivisto, durante le forti ondate di maltempo, assistiamo alle stesse temute scene: piogge battenti che mettono in ginocchio intere comunità, a causa della cattiva manutenzione e pulizia dei torrenti che, puntuali, esondano e spazzano via tutto ciò che incontrano. Le conseguenze sono paesi che rimangono isolati, senza corrente elettrica e in grande difficoltà per giorni interi, oltre che danni materiali incalcolabili. L’emergenza climatica non è vicina, ma è già in atto, ed è ora che la classe politica stabilisca un piano d’azione rapido, efficace e soprattutto sostenibile. La recente proposta di del governatore Toti di installare degli invasi lungo i fiumi della Liguria per ‘disinnescarli’ e contenere le piene, non è passata inosservata e ben presto è arrivata la bocciatura da parte dell’associazione ambientalista Legambiente.

    Mentre il governatore ligure pensa a emulare il cosiddetto ‘Modello Trentino’ tramite la creazione di mini-invasi lungo i torrenti della regione, c’è chi gli ricorda che le valli della Liguria a livello morfologico sono altamente diverse da quelle del Trentino. Inoltre, i nostri torrenti hanno un flusso molto variabile e per nulla costante – dipendente sostanzialmente dalle stagioni – e un mini impianto idroelettrico installato su un corso d’acqua per gran parte dell’anno secco equivale a mettere a rischio interi ecosistemi per produrre quantità di energia estremamente basse. Nel dossier sull’idroelettrico stilato da Legambiente nel 2018, emerge che nel 2014 oltre duemila impianti idroelettrici di potenza inferiore a 1MW hanno prodotto soltanto il due per mille dell’energia complessivamente consumata. Dallo studio ne deriva, poi, che costruire invasi – tramite il versamento di ingenti quantità di cemento – per ‘salvaguardare’ il territorio ligure innescherebbe un deterioramento del suolo, con conseguente incremento del dissesto idrogeologico.

    La ‘protesta dei pesci’

    L’obiettivo è di tutto rispetto: rendere meni pericolosi i torrenti e scongiurare le piene distruttive durante le ondate di maltempo come quella degli scorsi mesi che ha colpito l’estremo Ponente. I mini-invasi si pagherebbero da soli grazie alla creazione di energia elettrica e, in secondo luogo, conterrebbero l’acqua dei torrenti evitando inondazioni. Ma ci si è domandati come funzionano queste installazioni e se il gioco vale la candela? La questione del mini-elettrico in Liguria non è nuova: il Rio Carne, che score nell’imperiese, per anni è stato oggetto di battaglie, in quanto un progetto voleva la costruzione di una mini centrale idroelettrica lungo il suo corso che avrebbe però avuto un impatto negativo sull’ecosistema circostante. Il piano è stato stracciato soltanto grazie alla presenza di un ponte che ne ha impedito la realizzazione altrimenti la situazione, con tutta probabilità, sarebbe ancora irrisolta. Ma, nonostante i precedenti, il governatore ligure sembra intenzionato a riprendere in mano la tematica, anche se i tempi di realizzazione si ipotizzano superiori ad almeno un lustro.

    In controtendenza con le dichiarazioni di Toti, solamente qualche mese fa, decine di associazioni ambientaliste protestavano contro tutti i progetti idroelettrici che mettono a rischio i corsi d’acqua e di conseguenza la fauna ittica che vive al loro interno. Si tratta della ‘protesta dei pesci’, nata per denunciare il furbesco modus operandi delle regioni che aggirano la Direttiva Quadro Acque, mettendo a rischio i corsi d’acqua naturali con progetti micro-idroelettrici totalmente incompatibili con la tutela del suolo e delle acque. La Direttiva Europea, infatti, punta a prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, a migliorarne lo stato e ad assicurarne un suo utilizzo sostenibile. Quest’ultima stabiliva il 2015 come scadenza entro la quale tutte le acque europee dovevano risultare in buone condizioni, dove per ‘buono stato’ si intende la presenza una pressione antropica ridotta. L’obiettivo, purtroppo, non è stato centrato e probabilmente non lo sarà finché la legislazione in merito non sarà più severa e meno superficiale.

    Mini-idroelettrico: i pericoli della sua applicazione

    Centrale Idroelettrica di Isoverde - foto di Aquae Giorgio TemporelliI piccoli impianti di sfruttamento delle acque a fini energetici apportano un contributo irrisorio al settore delle energie rinnovabili, ma l’impatto ambientale che ne deriva è devastante. Mentre l’attuale Decreto Rinnovabili FER 1 incentiva l’installazione di mini-centrali, ciò che andrebbe incentivata è la tutela di quei tratti fluviali ancora naturali delle nostre montagne e non la loro continua manipolazione. Per quanto gli impianti siano di dimensioni ridotte, questi finiscono per eliminare sentieri, territori per il pascolo, abbattere alberi e minacciare la sopravvivenza di specie rare di animali. Se nel secolo scorso quest’attenzione alla salvaguardia del paesaggio passava in secondo piano, all’interno di un’attività che offriva in cambio una grande domanda di manodopera locale unita ad un necessario presidio del territorio, oggi questi presupposti sono venuti meno per via della crescente automazione e dello sviluppo di sistemi di controllo da remoto. Senza contare la presa di coscienza rispetto alla crisi climatica che stiamo vivendo. È quindi alla luce del sole, ormai da anni, la consapevolezza che non vale la pena rovinare i nostri fiumi per una produzione così esigua di energia.

    Sempre più ecosistemi sono ormai artificializzati – basti pensare che dal 2009 a questa parte sono sbucati oltre 3 mila nuovi impianti – e, complice il fatto di trattarsi di opere realizzate in luoghi perlopiù isolati, le trasgressioni alle normative vengono spesso non sanzionate. I dati non mentono: questi piccoli impianti costruiti lungo i torrenti sono inutili, producono poca energia, rovinano interi ecosistemi e arricchiscono solo i privati. In generale, ogni intervento di invaso comporta delle modifiche peggiorative sull’ambiente e di conseguenza sul patrimonio storico-culturale. L’impatto, in ogni caso negativo per il territorio, comporta lo sconvolgimento dell’ambiente naturale che viene brutalmente urbanizzato, mutamenti del microclima e dell’ecosistema. Insomma, mentre l’effetto di queste infrastrutture non sarebbe affatto irrilevante, non solo il gioco non vale la candela ma aumenterebbe il rischio di dissesto idrogeologico. In Liguria permane un problema di sicurezza ambientale che da tempo avrebbe dovuto essere affrontato, ma la risposta non sembra certo essere quella proposta dal governatore.

    Ecco come sfuggire alle normative sul V.I.A.

    Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad una spasmodica proliferazione di mini-centrali idroelettriche e al conseguente impatto negativo sull’habitat della flora e fauna. La manipolazione dei paesaggi naturali si ripercuote poi sul turismo, a causa della costruzione di opere di cementificazione e di strutture accessorie che rendono meno appetibili le destinazioni per i turisti. Come detto in precedenza, le attuali normative incentivano la loro propagazione e il business non accenna a smarrire il suo appeal, anche perché all’imprenditore che realizza una mini-centrale viene concessa persino la ‘pubblica utilità’ che comporta un ventaglio di vantaggi fra cui la possibilità di espropriare i proprietari dei terreni su cui si andrà a costruire.

    Emergono poi delle contraddizioni di non poco conto in materia sul V.I.A (Valutazione Impatto Ambientale): in Liguria le mini-centrali elettriche – ossia quelle di potenza installata inferiore ai 100 KWh – non richiedono tale valutazione. Perciò, se un soggetto vuole realizzare un’installazione di potenza 400 KWh, può decidere con tutta convenienza di costruirne quattro di potenza 100 Kwh, sfuggendo così senza troppa difficoltà a quanto stabilito dalle normative sulla valutazione dell’impatto ambientale.

    Mini-centrali e speculazione privata

    Foto: Free Rivers ItaliaI nostri fiumi già sono provati dagli effetti della crisi climatica in atto e dunque da lunghi mesi di siccità, le installazioni di micro-idroelettrico provocano un ulteriore danno alle acque, le quali perdono la loro capacità di auto-depurarsi, di far crescere la vita al loro interno e si deteriorano, con il conseguente mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dalle normative europee. È il cane che si morde la coda. Le mini-centrali idroelettriche funzionano in maniera ottimale se la portata d’acqua è costante tutto l’anno, ma se questa è variabile, per alcuni mesi le centrali rimangono necessariamente inattive, quindi con capitale investito immobilizzato. Si è notato come, prevalentemente, questi impianti vengano installati in aree montane gestite da piccoli comuni, dove è più difficile trovare strutture adeguate a verificare e ad approfondire in modo efficiente una documentazione progettuale e come spesso gli abitanti siano rimasti all’oscuro di progetti di questo genere.

    La superficialità con la quale vengono approvati i progetti di mini-elettrico – senza minimamente considerare le conseguenze paesaggistiche o la presenza di specie protette – la dice lunga sul posto che ricopre la tutela della natura nella scala delle priorità. Occorre riscrivere le regole di tutela ambientale e di corretta gestione di questi impianti, regole che dovrebbero essere innovative e chiare, unite ad un sistema sanzionatorio rapido ed efficiente. Alla scadenza delle concessioni, servono gare per assegnarle con procedure regionali che stabiliscano criteri chiari di garanzia per le entrate pubbliche, eliminando lo squilibrio esistente in favore dei privati. Legambiente propone normative che prevedano la presenza di una commissione d’inchiesta in caso di contestazione e che sia obbligatoria la pubblicizzazione – fin dalle prime fasi – di un eventuale nuovo progetto per la costruzione di una mini-centrale.

    Conclusioni e sfide future

    E’ ai grandi impianti esistenti, e ormai parecchio datati, che bisogna guardare con attenzione in modo tale da mantenere, ma migliorare, la produzione idroelettrica dei prossimi anni. Secondo gli ambientalisti per l’installazione di altre centrali idroelettriche dovranno essere contemplate solo le reti già artificiali come acquedotti e fognature, siccome difficilmente sarà possibile individuare nuovi bacini con caratteristiche idonee alla costruzione. Nei grandi impianti le questioni più rilevanti riguardano l’elevata età – in media maggiore di 65 anni, mentre alcuni raggiungono quasi il secolo – e la conseguente assenza di adeguamento tecnologico e di manutenzione, spesso derivanti dai mancati rinnovi delle concessioni. Tale stallo si ripercuote sia sulla potenzialità produttiva, di cui se ne perde un 30% e sia sulla salubrità dell’ambiente, poiché la mancata messa a gara delle concessioni impedisce anche il compimento delle procedure di V.I.A.

    Il ri-affidamento delle concessioni scadute con gara potrebbe essere finalmente l’occasione per rendere trasparente la gestione degli impianti e per evitare all’Italia, nuovamente, una messa in mora dalla Commissione Europea per il Mercato Interno come nel 2013. Paradossalmente, la ripetuta emissione di proroghe delle concessioni ormai scadute, ritarda le procedure di gara per la ri-assegnazione e non giova affatto alla produzione: dopo decenni di attività gli impianti e gli invasi necessitano di ingenti investimenti per essere rinnovati, per aumentarne l’efficienza e la sicurezza. Tali investimenti però per essere programmati e concretizzati, richiedono delle garanzie di redditività che sono possibili soltanto con adeguati tempi di ritorno e che sono bloccati in assenza di concessioni regolarmente rinnovate.

    Paola Alemanno

     

     

     

     

  • Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Il coronavirus non ha colpito con uguale intensità i quartieri genovesi. Lo ha accertato la recente instaurazione di zone rosse nei quartieri di Certosa, Rivarolo, Cornigliano in parte di Sampierdarena e sul 95% del centro storico, e poi la definizione delle zone di “coprifuoco”, dove dalle 21 della sera di giovedì 22 ottobre entreranno in vigore regole più stringenti per il contenimento del contagio.

    Ma che la pandemia abbia diviso i territori e le città di tutto il mondo è un fatto ormai accertato. In ogni città, metropoli o megalopoli ci sono confini invisibili, ma netti e chiari, tra i quartieri che reggono meglio l’urto e quelli che invece pagano un prezzo salato in termini di contagi e vite umane. E i confini possono diventare fossati nei centri abitati caratterizzati da disuguaglianze più marcate. Tutte le ricerche e le analisi condotte negli ultimi mesi arrivano infatti alla conclusione che chi vive in quartieri poveri e socialmente disagiati ha più probabilità di ammalarsi e di morire di covid 19.

    Un fenomeno globale

    Prendiamo il caso di New York City, una delle città colpite più duramente dalla pandemia. Lì la diffusione della malattia e la distribuzione tra i diversi quartieri è mappata con precisione chirurgica e i numeri diffusi con una trasparenza ben maggiore rispetto a quella a cui siamo abituati. Nel momento in cui scriviamo questo articolo (sera del 21 ottobre 2020) «Molti dei quartieri con il numero più alto di casi pro capite – scrive il New York Times  – sono aree con reddito mediano più basso e famiglie più numerose della media. Tra le zone più colpite ci sono comunità del South Bronx, nord e sudest del Queens e la gran parte di Staten Island. Se l’età è un fattore molto legato alla fatalità del covid-19, anche quartieri con alte concentrazioni di afroamericani e latinoamericani, così come quelli con residenti dal basso reddito, soffrono i più alti tassi di morti da covid 19».

    Anche analisi e ricerche effettuate su città come Birmingham (Regno Unito), Mumbai (India), Nairobi (Kenya), Milwaukee (Stati Uniti), Montreal (Canada), Londra (Regno Unito) e Barcellona (Spagna) mostrano la stessa tendenza. Si tratta di città e contesti molto diversi tra loro, ma le aree più colpite dalla pandemia hanno caratteristiche ricorrenti: nuclei familiari numerosi che condividono spazi abitativi ridotti, presenza di lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa come fattorini, addetti alle pulizie, conducenti di mezzi pubblici, infermieri, badanti. O alti livelli di disoccupazione, povertà e disagio sociale in genere. Tutti fattori che anche in tempi normali portano a condizioni di salute peggiori, alla presenza di un numero più elevato che altrove di malattie croniche, che come ormai sappiamo spianano la strada al contagio e al Covid 19, che ha conseguenze più serie – persino fatali – più facilmente sui soggetti con patologie pregresse.

    Zone sempre rosse

    Paragonare le zone rosse genovesi con quelle di New York e delle altre città citate può essere azzardato. Troppo diversi i contesti, forse troppo piccola e “compatta” Genova per poter distinguere in modo netto i quartieri interni. Tant’è, in un quadro di emergenza sanitaria generale, le autorità hanno ritenuto di alzare ulteriormente il livello di guardia in un numero limitato di aree cittadine. In assenza di dati pubblici più precisi sulla distribuzione del contagio tra i quartieri (a parte qualche occasionale report dell’agenzia sanitaria regionale Alisa, il più recente dei quali risale a inizio mese) questa grave decisione amministrativa è al momento l’indicatore più chiaro delle disuguaglianze territoriali interne alla città di Genova di fronte alla pandemia. Decisione che ha interessato territori dove si ritrovano alcune delle caratteristiche che rendono i quartieri più fragili dal punto di vista sanitario.

    Nel centro storico si concentrano alcune delle caratteristiche che ormai sappiamo contribuire alla diffusione del contagio: densità abitativa elevata ma anche appartamenti sovraffollati e talvolta occupati da più di un nucleo familiare, disoccupazione e povertà diffusa. Genova sotto molti aspetti ribalta il classico rapporto centro-periferie, con quest’ultime in molti casi più vivibili di un centro storico in molte sue aree degradato, povero, socialmente in difficoltà. E fragile davanti a un fenomeno come il coronavirus, che penetra più a fondo tra le pieghe del disagio.

    Periferie in senso lato sono però Certosa, Rivarolo, Cornigliano e Sampierdarena, le altre aree rosse forse non a caso tutte e tre nella parte occidentale della città o in Val Polcevera, aree dal passato industriale e negli anni gravate di più servitù di altre. Aree che si trascinano dietro annose questioni sociali e che in tempi più recenti hanno visto suonare diversi campanelli d’allarme dal punto di vista sanitario. Nel 2016, il consigliere regionale Gianni Pastorino segnalava un aumento della mortalità femminile del 30% in Val Polcevera. Il dato era stato fornito dal dottor Valerio Gennaro dei Medici per l’Ambiente, che negli ultimi anni si è dedicato allo studio dei tassi di mortalità nei vari quartieri genovesi. Il metodo utilizzato dall’associazione consente nel calcolare la differenza tra il numero di morti attese per cause naturali nei diversi quartieri e quelle che invece effettivamente si registrano. Secondo i risultati più recenti dell’associazione, ad avere più morti del previsto sono in genere proprio i quartieri ponentini e quelli della Val Polcevera, in particolare aree come Pra’ e Cornigliano, quest’ultima confinante o prossima alle attuali zone rosse.

    Chi paga?

    “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia” diceva il premier Giuseppe Conte all’inizio del lockdown di marzo, ma sembra che in quel tutti qualcuno debba e abbia rinunciato a qualcosa più di altri. A partire dalla salute e proseguendo dalla possibilità di accedere ad una vita sana e dignitosa, e in un ambiente urbano salubre. Questi pochi mesi tra la prima e la seconda ondata, già messa in conto e largamente attesa da tutta la comunità scientifica, hanno però dato l’impressione che nonostante queste evidenze, non ci sia stato un cambio di prospettiva o un intenzione di cesura con il passato. Niente è stato fatto per potenziare il servizio di trasporto pubblico mentre l’assistenza socio sanitaria alle persone in difficoltà è ancora saldamente incardinata nel centralismo delle strutture sanitarie, con tutti i problemi di accessibilità che si porta dietro. Le tutele per i lavoratori non hanno segnato svolte e l’istruzione pubblica non è stata messa in sicurezza, lasciando alla “facoltà di connessione” il discrimine per l’accesso al sapere.

    Ma non solo: nelle scelte ambientali e urbanistiche sono stati riproposti gli schemi di un passato responsabile delle criticità di oggi: lo si evince dalla vicenda dei depositi chimici di Multedo, che con buona probabilità saranno spostati nella solita Val Polcevera, mentre per il centro storico si sta aspettando il progetto di riqualificazione dell’amministrazione comunale e che, secondo le prime anticipazioni, sembra essere incardinato sui parametri del “benessere commerciale” più che del benessere di chi ci abita. Se ci abiterà ancora. E chi oggi è in zona rossa, lo sarà anche domani, ovunque essa sia.

     

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    Quando le chiediamo di commentare la recente vendita dell’ex mercato del pesce di Piazza Cavour da parte del Comune di Genova, Marina Montolivo Poletti mette subito in chiaro una cosa: «Sono molto arrabbiata». Architetta che negli anni ha combattuto diverse battaglie contro alcune evoluzioni urbanistiche della città (vincendo alcune, come quella contro la costruzione di un parcheggio all’Acquasola e perdendone altre come quella contro la realizzazione della Fiumara a Sampierdarena) oggi considera la vendita dell’ex mercato ittico l’ennesimo anello della lunga catena di errori e orrori urbanistici che hanno investito Genova – a suo parere – negli ultimi 30 anni, senza apparente soluzione di continuità tra le giunte di centrosinistra e, più recentemente, quelle di centrodestra. «Questa vendita – dice infatti ai nostri microfoni – è l’ennesima prova della totale incapacità di programmazione urbanistica di questa città».

    Ieri mercato del pesce, domani chissà

    Lo scorso giugno il Comune di Genova ha venduto l’immobile di Piazza Cavour a Pix Development S.r.l., società di investimento, sviluppo e gestione immobiliare con sede legale a Roma e attiva soprattutto nel centro Italia. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, il portfolio del sito web della società è in fase di aggiornamento, ma tra i settori di competenza lo stesso sito cita il retail (commercio), gli hotel e le residenze di lusso. Non è ancora chiaro con quali intenzioni la società abbia acquistato l’ex mercato del pesce, ma lo scorso 18 giugno l’amministratore unico della società Paolo Cavini diceva al Secolo XIX che l’idea sarebbe quella di un “mix di funzioni” a cominciare da quelle ricettive e commerciali. Dunque alberghi e supermercati. A più di un mese da quelle parole abbiamo chiesto all’assessore ai lavori pubblici del Comune di Genova eventuali novità, ma l’assessore ci ha risposto che, al momento, novità non ce ne sono. Nemmeno il PUC (Piano Urbanistico Comunale) dà molti indizi al proposito, dal momento che per l’edificio prevede una possibile riconversione in “residenza, strutture ricettive, servizi d’uso pubblico e servizi privati, uffici, connettivo urbano escluse sale gioco parcheggi, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita”. Quasi tutto, insomma.

    «Mi chiedo chi avrà voglia di andare ad abitare in quella zona – si chiede Montolivo – sporca, costantemente intasata dal traffico e quindi con l’aria irrespirabile. O chi avrà voglia di andare fare la spesa in quel groviglio di macchine dove non puoi neanche fermarti un secondo». Una zona brutta e intasata, ma strategica, almeno a volerlo vedere: «L’edificio, oltre a essere interessantissimo dal punto di vista architettonico – commenta infatti l’architetta – si trova nel punto di congiunzione tra il progetto della passeggiata di Renzo Piano e il Porto Antico. Un’attrazione di tipo culturale come un museo di arte moderna avrebbe attratto il turismo dell’acquario, l’unico di una certa consistenza e continuità del centro storico. Ad oggi il turismo del centro non esce dal porto antico, non arriva neanche in Piazza Banchi. Servono attrazioni in grado di allargare e indirizzare in modo virtuoso i flussi di turisti».

    Da qui la provocazione, ma fino a un certo punto: «Perché piuttosto non abbiamo venduto villa Croce, struttura nata residenziale? – propone Montolivo – dalla vendita di quell’immobile, che ad oggi rappresenta un debito per la città, si sarebbero ricavati 10 milioni di euro e 6 begli appartamenti. Invece abbiamo venduto l’ex mercato del pesce (che sembra fatto apposta per ospitare un museo come quello di arte moderna di Villa Croce) per un tozzo di pane».

    Dal 2016 – anno in cui ha smesso di ospitare il mercato ittico – si sono rincorse varie ipotesi sull’utilizzo della struttura, ampia 1300 metri quadrati e realizzata negli anni 30. Si è pensato di farne un museo di auto d’epoca o un centro per l’impiego, una palestra, un parcheggio e persino una moschea. Una precedente asta da 1 milione e 700 mila euro è andata deserta. Alla fine Tursi è riuscito a vendere la struttura per 1 milione e 500 mila euro, facendo anche cadere il vincolo dell’obbligo di presentazione di un progetto dettagliato sull’uso della struttura. «Praticamente come un bell’appartamento» commenta con amarezza Montolivo dopo averci raccontato il grande valore potenziale dell’edificio.

    “Come la droga per un tossico all’ultimo stadio”

    Se dopo aver ipotizzato tutto e il contrario di tutto alla fine nella struttura dell’ex mercato del pesce si dovesse installare un supermercato, non sarebbe una scelta troppo fantasiosa. Su queste pagine abbiamo infatti già raccontato come Genova si sia da tempo convertita al credo della grande distribuzione: «La scelta meno intelligente dal punto di vista economico – commenta lapidaria Montolivo – perché è già provato in tutti i modi che le grandi strutture commerciali, come i complessi residenziali, non portano pil. Ma chi ha amministrato Genova negli ultimi 30 anni sembra capire solo la lingua dei centri commerciali, basti vedere a cosa è diventata la Val Polcevera».

    O la zona dove oggi svetta la Fiumara di Sampierdarena. Nel corso della nostra intervista, Montolivo ne parla come una delle grandi battaglie della sua carriera: «C’erano fior di proposte per fare dell’area un district park, cioè una zona di assemblamento delle merci del porto – ricorda – un tipo di attività pulita, che avrebbe previsto solo la realizzazione di capannoni bassi, ma indispensabile per il porto, e che avrebbe generato molti posti di lavoro e benefici per tutto l’indotto circostante. Intorno si potevano ipotizzare attività per rendere l’area appetibile, come una fascia di rispetto o un expo permanente delle merci che arrivano dall’Africa o dall’oriente, sul modello della fiera di Milano, dove vanno a comprare gli stessi commercianti genovesi. Queste sono le scelte che risanano davvero i quartieri e le periferie».

    Le cose, però, sono andate diversamente «È inutile poi lamentarsi e dire che a Genova manca un retroporto – sottolinea ironicamente Montolivo – se nelle ex aree industriali vengono costruiti centri commerciali e abitazioni. Siamo una città in profonda crisi economica, ma continuano a costruire centri commerciali per indurci a comprare una maglietta in più. È come dare la droga a un tossico all’ultimo stadio».

    «Serve una vera visione strategica del territorio – conclude – che immagini un futuro per questa città decidendo su cosa investire. Anche l’area del porto antico è stata gestita senza alcuna visione strategica, assembrando attività incongrue, poco attrattive e complessivamente mal gestite (basta pensare al museo Luzzati). Di fatto, un’ area di questa importanza e vocazione turistica, risulta null’altro che la passeggiata degli abitanti del centro storico per espletare i bisogni dei cani».

    Luca Lottero

  • Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Il “modello Genova”, cioè l’insieme di normative d’emergenza, deroghe alle normali procedure ed eccezioni di vario tipo che hanno consentito una rapida ricostruzione del Ponte Morandi, piace a tutti o quasi. Di sicuro piace al leader della Lega Matteo Salvini, che propone – come è successo appunto per la ricostruzione del Morandi – “poteri speciali ai sindaci in deroga ai cavilli del Codice degli appalti, ricorsi, contro-ricorsi, inutile burocrazia”. Piace anche a Matteo Renzi, che vorrebbe “un commissario straordinario per ogni grande opera” e al viceministro dei trasporti del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancellieri, che qualche mese fa, a nome del suo partito, proponeva una legge speciale per lo sblocco delle infrastrutture ispirata proprio al modello Genova. A differenza dei due mattei Cancellieri aveva voluto sottolineare che, nel piano del M5s, “Non ci saranno deroghe al Codice Antimafia o Anticorruzione, né spartizioni politiche per le nomine dei commissari”.

    Eppure è proprio pensando alla legalità che un’associazione contro la mafia e sensibile al tema della corruzione come Libera esprime più di una riserva sulla trasformazione del modello Genova da procedura d’emergenza a nuova normalità per la gestione dei lavori pubblici. «Non è possibile, ed è anzi un pericoloso azzardo – spiega a Era Superba Stefano Busi, referente di Libera per la Liguria – ipotizzare che un modello decisionale emergenziale legato a un singolo, chiaro e ben identificabile progetto (peraltro già esistente e ben definito, realizzato e seguito gratis dal progettista) possa essere esteso a dimensioni più ampie senza che vi siano malversazioni e corruttele, è semplicemente irrealistico». Sulla non replicabilità del modello Genova si è espressa anche la ministra dei trasporti Paola De Micheli del Partito Democratico, l’unica, tra le principali forze politiche di maggioranza e opposizione, del tutto schierata su una linea cauta.

    È ormai da diversi mesi che l’espressione “modello Genova” è diventata sinonimo di efficienza, velocità, capacità finalmente di fare le opere in un Paese soffocato da procedure e burocrazia. Ora, davanti a un’economia in gran parte da ricostruire dalle macerie della pandemia di Covid-19 e una ventilata ipotesi di riforma del codice degli appalti, l’idea che sia giusto sbarazzarsi di quanti più regolamenti e controlli per favorire la ripresa sembra attrarre molti decisori politici. Inclusi, naturalmente, quelli locali, che del modello hanno fatto motivo d’orgoglio. Giovanni Toti, che punta forte sul tema delle infrastrutture per farsi rieleggere a settembre, è stato esplicito: “Via codice degli appalti, via gare europee, via controlli paesaggistici, via certificati antimafia, via tutto – diceva lo scorso 7 aprile  – Almeno per due anni. Ci sono gruppi affidabili e lavori da fare: io dico ‘partano subito’. Serve un modello di ricostruzione post bellico”.

    La posizione del presidente ligure aveva fatto saltare sulla sedia diverse associazioni, tra cui la stessa Libera, e anche la Cgil, che definì l’idea di Toti “agghiacciante”. L’idea non è solo slogan approssimativo di una politica in campagna elettorale permanente, ma si fa spazio anche nel linguaggio più asettico dei tecnici che nelle scorse settimane hanno redatto il piano Colao, per cui per riformare gli appalti pubblici è necessario un riequilibrio tra “l’asse della legalità” e “l’asse dell’efficienza”. Stefano Busi, però, rifiuta questa contrapposizione: «Non esiste una contrapposizione tra “efficienza” e “legalità”, ed anzi la corretta applicazione delle norme esistenti agevolerebbe l’efficienza del sistema – dice – Per fare un esempio, il codice degli appalti prevede degli strumenti che già consentono di snellire in caso di urgenza».

    L’eccezionalità del modello Genova

    Tra il 14 agosto 2018, giorno in cui 43 persone perdono la vita nel crollo del Ponte Morandi, e il 28 aprile 2020, quando viene issata la diciannovesima e ultima campata del nuovo Viadotto Polcevera, sono passati 623 giorni, poco più di un anno e otto mesi. Meno di due anni saranno passati quando il viadotto verrà inaugurato quest’estate, staremo a vedere se con una grande festa in diretta televisiva come avrebbero voluto amministratori locali e costruttori, se con un ricordo più sobrio e istituzionale ricordo come chiesto dall’associazione dei parenti delle vittime e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella o se con una soluzione di compromesso, come la doppia cerimonia ipotizzata dal sindaco Bucci.

    Si tratta in ogni caso di tempi molto rapidi per gli standard dell’Italia, dove, secondo i dati raccolti dal Dipartimento per la Coesione territoriale nel 2018, un’opera pubblica impiega in media 4,4 anni per essere realizzata. e in Liguria, in particolare, tra l’apertura e la chiusura di un cantiere passano in media 5,2 anni. Tempi dunque ben al di sopra alla media nazionale, e persino in peggioramento rispetto a quanto rilevato dal precedente rapporto, datato 2014 , quando per la Liguria si calcolava un tempo medio di realizzazione delle opere di 5 anni netti (a livello nazionale, invece, tra il 2014 e il 2020 il tempo per realizzare un’opera pubblica è sceso, da 4,5 a 4,4).

    A rendere possibile una ricostruzione del Ponte Morandi in tempi tanto più rapidi di quelli consueti è stato il decreto legge 109 del 2018 (chiamato più comunemente “decreto Genova”), che stabiliva la nomina di un Commissario straordinario a cui veniva concesso di operare “in deroga ad ogni disposizione di legge extrapenale, fatto salvo il rispetto dei vincoli inderogabili derivanti all’appartenenza all’Unione europea”. Nel ruolo di Commissario straordinario sarebbe stato scelto il Sindaco di Genova Marco Bucci, che grazie alle disposizioni del decreto ha potuto forzare al massimo tutte le normali procedure di assegnazione dei lavori, affidando per direttissima i lavori al consorzio Per Genova, nato per l’occasione con la partecipazione di Fincantieri e Salini Impregilo. La grande partecipazione emotiva e la consapevolezza dell’emergenza ha fatto inoltre sì che nessuno mettesse i bastoni tra le ruote al processo, a cominciare dai possibili costruttori alternativi, che hanno rinunciato a qualsiasi tipo di ricorso per non rallentare i tempi.

    «Bisogna inoltre considerare – aggiunge Busi – che la ricostruzione del Ponte è stata ed è costantemente sotto i riflettori dei media, non solo nazionali, e dell’opinione pubblica: altro elemento che, accanto alla presenza comunque garantita dei controlli antimafia, ha consentito di scongiurare i tentativi di infiltrazione da parte di imprese collegate ad ambienti criminali (tentativi che, comunque, ci sono stati). Inoltre il budget era oggettivamente limitato, se comparato alla globalità delle opere pubbliche italiane». 

    Veloci ad ogni costo?

    Tra gli addetti ai lavori c’è chi non teme che una riforma del codice degli appalti in direzione del “modello Genova” possa effettivamente generare rischi di corruzione. In un recente numero della rivista dell’ordine degli ingegneri della Liguria, il presidente dell’ordine di Genova Maurizio Michelini, per esempio, ha definito il modello Genova semplicemente “consentire alle persone di lavorare bene”. “Ma se per farlo – ha aggiunto Michelini – occorrono un Commissario straordinario e una legge speciale di deroga, allora vuol dire che siamo messi proprio male. Il ‘decreto Genova’ non è un ‘liberi tutti’, come alcuni erroneamente pensano, perché non consente di derogare alle leggi penali – come quelle di tutela di preminenti interessi tipo salute, ambiente, sicurezza delle costruzioni, paesaggio, beni culturali, antimafia, ecc. – né di agire al di fuori del quadro normativo sovraordinato di matrice europea, internazionale e costituzionale. Consente, invece, di ‘uccidere’ la burocrazia inutile, di interpretare e applicare le norme secondo buon senso e di seguire le migliori prassi internazionali senza rischiare di finire sotto processo e con i lavori bloccati” .

    Epperò, nel corso della nostra intervista, Busi lascia intendere che secondo lui è proprio a una sorta di “liberi tutti” che molti alfieri del modello Genova sembrano ammiccare. Anche lui sostiene la necessità di una razionalizzazione delle norme («Occorre trasparenza integrale di ogni spesa e di ogni acquisto pubblico, senza opacità di alcun genere. – ci dice – Altro punto importante, l’immissione di competenze professionali tecniche nella Pubblica Amministrazione, elemento fondamentale per consentire agli enti pubblici di gestire al meglio gli appalti») ma rispetto a Michelini o ai politici che spesso sembrano usare il modello Genova come un’arma elettorale, ha un’idea diversa su quali siano le vere radici delle inefficienze e delle lentezze italiane. «Detta in una battuta: è proprio la presenza delle organizzazioni mafiose e dei sistemi corruttivi a causare questa lentezza, e non l’insieme di norme che tentano di contrastare quei sistemi – sintetizza – È innegabile che l’architettura di norme e procedure presenti nel nostro Paese sia complessa e, a volte, di difficile comprensione, ma non va certo dimenticato che quel sistema così complesso (complesso non certo per la presenza delle norme antimafia e anticorruzione) è reso tale dall’incapacità del decisore pubblico di porvi rimedio».

     Per non parlare poi di quando la lentezza è autoindotta, e diventa giustificazione di situazioni di emergenza e di conseguente deroga ai regolamenti. «A volte – conclude infatti Busi – si ha l’impressione che alcuni bizantinismi siano funzionali a poter affermare la necessità di derogare a tutte le norme, anche a quelle che bizantine non sono. E La storia del nostro Paese, anche quella recente, ha più volte dimostrato che “deroga” ed “emergenza” sono spesso state le parole d’ordine per aumentare i costi, arricchire amministratori corrotti, ingrassare imprenditori collusi e gruppi criminali, anche mafiosi».

     

    Luca Lottero

  • Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    “Continua l’assurda politica di chiusura dei vicoli da parte dell’Amministrazione Comunale di Genova con sinistri cancelli di ferro. Non si passa più. La strada pubblica diventa uno spazio privato. Per entrare nella “Zona” – che è demanio pubblico – si deve avere la chiave. Gli amici degli auto-galeotti devono aspettare che vengano ad aprirgli la strada! La motivazione di questo delirio non ha niente di pubblico: i cancelli servono per allontanare i tossicodipendenti, ed aumentare il prezzo degli appartamenti. Domanda: ma hanno smesso di drogarsi costoro? Ovviamente no, si sono solo spostati. Dobbiamo aspettarci altre chiusure di strade? Perché per questa zona si possono tener fuori gli “odiati” tossici e per altri quartieri no? Se non ci sono figli e figliastri, con questo metodo avremo una bella città blindata, come nel terrificante film “La zona”. È stato creato un ghetto, che rende impossibile un’attività sociale”. Questo è quanto denunciava l’Osservatorio del Centro Storico nel 2009: oggi in centro storico ci sono più cancelli di 11 anni fa, e quali sono stati i risultati?

    Nel corso degli anni, in maniera del tutto illegittima, vicoli, piazzette e giardini del cuore della città sono stati chiusi con conseguenti non poche polemiche e proteste. La chiusura avveniva con provvedimenti in teoria provvisori ma che in pratica sono diventati definitivi e le ‘zone morte’, sbarrate con delle cancellate, sarebbero circa una quarantina. La procedura era sempre la stessa, spiegavano gli animatori dell’Osservatorio anni fa: “Qualche vicolo viene lasciato nel degrado, la strada non viene riparata per anni, il vicolo diventa sgradevole, a volte mal frequentato. A questo punto il Comune “accontenta” i cittadini che chiedono “sicurezza” e mette i cancelli, regalando lo spazio pubblico a pochi e garantendosi voti di scambio. Chiudere le strade equivale a violare il diritto civico e costituzionale di transitare e di vivere liberamente nelle strade pubbliche. I vicoli vanno aggiustati, ripuliti e illuminati, non chiusi”.

    Cancelli contro il degrado: davvero non esiste soluzione migliore di questa?

    In risposta all’allarme degrado nel centro storico, residenti e commercianti nel corso degli anni hanno chiesto – e ottenuto – il via all’installazione di cancellate per ‘proteggere’ alcuni dei vicoli più malfamati della città vecchia. In sostanza, secondo le ordinanze, quando cala il sole numerosi vicoli del centro storico dovrebbero blindarsi, per poi riaprire la mattina seguente. Alcune cancellate sono ‘finte’, non necessitano cioè di alcuna chiave e rappresentano semplicemente un deterrente per chi è habitué a infilarsi nei vicoli per spacciare o consumare droghe, bere, mangiare o bivaccare sugli scalini in prossimità dei portoni. Altre, dotate di chiave e lucchetto, sottraggono letteralmente angoli di suolo pubblico e possono rappresentare un ostacolo in caso di soccorso urgente degli inquilini dei palazzi interessati. Molte di queste gabbie con il tempo sono diventate dei depositi di merce varia, utilizzate dai negozianti per accatastare qualunque tipo di cosa, mentre altre dei parcheggi abusivi per moto.

    Il trend delle cancellate è iniziato intorno agli anni Ottanta, per poi intensificarsi dal 2008 al 2013. Il fenomeno ha visto sempre più vicoli e piazzette ‘ingabbiati’ per tentare di eliminare fisicamente presenze indesiderate come clochard e tossicodipendenti. L’Osservatorio del Centro Storico è stata la prima associazione a insorgere contro questi furti di pezzi di città: tramite un blog l’Osservatorio si è occupato per anni di informare i cittadini con articoli, fotografie e mappe in merito a quanto stava succedendo nel quartiere. Il rosicchiamento illegittimo di luoghi pubblici, avvenuto ‘in via provvisoria’, persiste da quasi mezzo secolo. “Tutti gli anni facevamo il giro dei cancelli chiusi – ci racconta Roberto Faure, avvocato ed ex attivista dell’Osservatorio. Organizzavamo un gruppo di persone che andava a visitare, come una specie di funerale, tutti i vicoli e le piazze chiuse. Poi non ne abbiamo più fatti perché abbiamo perso le speranze”.

    Al fine di contrastare le varie forme di degrado per gran parte dei residenti e dei commercianti del centro storico la realizzazione delle inferriate è stata la soluzione migliore. La chiusura ha spesso rappresentato un’amara vittoria per coloro che si sono battuti per ottenerla: da una parte c’era la consapevolezza che chiudere un vicolo fosse un peccato mortale e che vivere in gabbia non era ciò che desideravano, dall’altra parte però non avrebbero avuto scelta. Sono stati ‘costretti’, a seguito di   operazioni di pulizia, di sorveglianza e di allontanamento che hanno portato solo esiti parziali e circoscritti nel tempo. Gli interventi effettuati, palesemente inefficienti, oltre a incoraggiare la blindatura di una città che si spaccia per turistica, non hanno eliminato affatto il problema del degrado ma al massimo l’hanno spostato e aggravato. La chiusura tramite cancellate non può essere l’unica soluzione: la più semplice e immediata forse, ma non di certo l’unica. È il paradosso di una città che punta sul turismo ma che possiede angoli off-limits a chi non possiede la chiave d’accesso.

    Il contraddittorio caso di Piazzetta dell’Amico

    Nel novembre del 2013 la Direzione Urbanistica del Comune di Genova chiariva in merito alla cancellata la cui installazione è stata voluta da un commerciante di Piazzetta dell’Amico: “Come da accordi intercorsi la cancellata dovrà essere posata esclusivamente nelle ore notturne (ore 23) e smontata al mattino (ore 7) non dovrà quindi essere presente durante tutto l’arco della giornata compresi i giorni festivi e nelle date di chiusura dell’esercizio commerciale. Il mancato rispetto di tale prescrizione prevede la rimozione della stessa”. Bene, a distanza di sette anni la cancellata si trova ancora lì, in un via vai di gente e vigilanti che sembrano aver accettato la ‘gabbia’ come se quello fosse sempre stato il suo posto. Le proteste ‘anti-cancelli’ ci sono state, fino a un certo punto, e poi, stanchi, ci si è arresi. “La soluzione? Emigrare, andare in un altro paese. Qua non c’è nessuna speranza”, ha sbottato Faure, ex attivista dell’Osservatorio.

    A due passi dal Porto Antico e dall’Acquario – l’attrazione principe della città che porta milioni di visitatori ogni anno – troviamo una città blindata da cancelli arrugginiti, a cui manca soltanto il filo spinato. Una vera e propria fregatura se ci mettiamo nei panni di un turista in visita ai celebri ‘caruggi di Genova’, che si trova costretto a fare dietrofront in continuazione. Quella dei cancelli non è una soluzione che ha adottato unicamente il Comune di Genova, poiché di esempi simili ne possiamo trovare a bizzeffe in tutta Italia. Milano, Roma, Ferrara, Rimini e molte altre città italiane si sono viste ‘costrette’ a piantare delle cancellate per limitare il degrado urbano. Eppure, pare assurdo che questa sia l’unica soluzione attuabile. Forse si dovrebbe ragionare un modus operandi diverso, mirato ad estirpare il problema, se il problema esiste, alla radice e non a metterci una pezza e spostarlo un po’ più in la in modo che diventi il tormento di qualche altro quartiere. 

    La nascita di A.Ma per la vivibilità della Maddalena

    Nel 2012 nasce A.Ma – Associazione abitanti Maddalena – con lo scopo di ragionare insieme una serie di regole condivise per la vivibilità degli spazi pubblici del quartiere. Un movimento dal basso che punta alla concretizzazione di idee in azioni che possano migliorare davvero la qualità della vita. Secondo A.Ma la privatizzazione dei vicoli per ragioni di ordine pubblico non può essere la soluzione, quanto piuttosto produrre cultura, organizzare eventi, ritrovi e momenti di condivisione per riqualificare quei quartieri ad alto tasso di criticità. Se l’intero centro storico si impegnasse in questa direzione, invece di chiedere l’installazione di ferrame, forse la vivibilità sarebbe maggiore. La chiusura non è certo la risposta, anzi una contraddizione, nel momento in cui la città si fa portatrice di una sempre più vasta dimensione turistica.

    “Tendenzialmente siamo per la libera circolazione – ci ha spiegato Luca Curtaz, segretario A.Ma e consigliere Municipio centro-est. Crediamo che i cancelli non siano la soluzione adatta. A nostro avviso, è sempre l’ultima spiaggia chiudere dei vicoli con i cancelli. In alcune zone è arrivata forte questa richiesta dai residenti e l’Amministrazione – sia l’attuale e sia quelle precedenti – ha cercato di assecondare istanze di questo tipo. È chiaro che chiudere con i cancelli risolve un aspetto più diretto, a livello di frequentazione, ma mette in moto tutta un’altra serie di problemi: ad esempio Amiu non passa, o fa molti meno passaggi”. Gli attivisti di A.Ma nel 2014 hanno studiato il primo bicibox della città, convinti che un andirivieni di grandi e piccini in sella avrebbe creato un flusso positivo per il quartiere: “In vico Fasciuole abbiamo creato un bicibox condiviso. Il fatto che ci sia un luogo dove tutti i giorni decine di persone vanno a prendere la bici e la riportano per le loro attività, crea un viavai favorevole. Quello che pensiamo è che se i luoghi vengono attraversati e vissuti non ci sia bisogno di chiuderli con dei cancelli”.

    Ancora oggi ci sono richieste da parte di condomini per chiudere alcuni vicoli per le solite questioni riguardanti lo spaccio e il degrado, anche se al momento non sono deliberate altre chiusure. Nel corso degli anni ciò che è rimasto una costante e, anzi, ha visto un peggioramento è la pulizia dei vicoli stessi: “Oggi quello che si nota è che aumentata la carenza di igiene. Le spazzature a mano son sempre più rare e i vicoli più piccoli in cui i mezzi non passano sono in condizioni igienico-sanitarie precarie. Gli Ecopunti di nuova generazione hanno arginato un problema – quello degli spazi utilizzati per svariati motivi di illegalità – ma ne hanno fatto sorgere un altro. I cosiddetti ‘invisibili’ non hanno il badge per accedervi, dunque succede spesso che davanti agli Ecopunti ci siano montagne di spazzatura e questo genera di nuovo sporco e degrado”.

    Il post Covid e i cancelli ‘anti-fuga’ per i pusher

    L’11 maggio 2020 in un post su Facebook la presidente A.Ma Marzia Giorgi ha comunicato: “La situazione in via della Maddalena è al limite del vivibile e il pericolo per i commercianti e abitanti è reale. La nostra speranza è che la giunta comunale di adoperi a risolvere questo problema di sicurezza pubblica anche esponendosi in prima persona con chi ha la competenza in questo ambito. La Maddalena non è all’anno zero, molte cose sono state fatte e appena possibile torneremo ad animare il quartiere con iniziative perché noi continuiamo a credere in questo luogo e qui vogliamo restare a vivere”. Con l’emergenza legata al Covid-19 la situazione nel centro storico è peggiorata e oggi il trend delle cancellate potrebbe subire una nuova impennata. La presenza di strade deserte, secondo i residenti, ha incentivato pusher e malviventi a prenderne il controllo. Quei quartieri che di lotte ne hanno combattute parecchie per ottenere la maggior vivibilità possibile per le famiglie del luogo, sono rapidamente regrediti al punto di partenza.

    Com’è immaginabile, la pandemia ha lasciato un segno soprattutto sui più fragili, fomentando una solitudine che ha portato a una richiesta maggiore di droghe rispetto a prima. La Maddalena è di nuovo zona di spaccio a cielo aperto e si parla – ancora – di cancelli, ma questa  Di nuovo cancelli, di nuovo chiusure. Abbiamo chiesto ad A.Ma se questa fosse una soluzione attuabile: “Assolutamente no. Sono proposte demagogiche, elettorali. Chi ha partorito quest’idea dovrebbe chiudere tutti i vicoli di Genova e sappiamo già cosa vuol dire vivere con cancellate tutte intorno alle nostre case. Sanno benissimo chi sono i pusher, cosa fanno e dove. Se volessero, potrebbero agire ben prima. Esiste un sistema di videosorveglianza con cui, se fosse utilizzato come dicono di voler fare, potrebbero avere un controllo ‘in diretta’ su quello che avviene senza il bisogno di dover chiudere i vicoli con dei cancelli”, ci ha risposto Curtaz.

    “Quel tipo di attività repressiva che va a colpire solo gli spacciatori non serve a niente – ha aggiunto. Arrestati quelli – a patto che succeda e che vengano condannati – ce ne sono molti altri pronti a sostituirli, perché dietro a quelle persone c’è un’organizzazione che trova sempre manodopera per azioni d’illegalità. Primo non vogliamo chiuderci dentro e secondo sono altri gli strumenti per contrastare l’illegalità. Ad esempio, meditare azioni che vadano a colpire i vertici, perché continuando ad arrestare i piccoli spacciatori non si smuoverà mai niente. Ci vorrebbe la volontà politica e istituzionale di proiettare delle risorse economiche di un certo livello per elevare la quantità e la qualità delle indagini, andando così a scardinare le organizzazioni criminali. Lo soluzione è colpire i vertici, che alla fine sono sempre gli stessi. Storicamente, chi muove le fila dello spaccio e della prostituzione nel centro storico di Genova, sono famiglie italiane. Il controllo continua ad essere nelle loro mani”.

    Conclusioni

    Creare istintivamente delle ‘protezioni’ alla propria ‘zona personale’ non risolverà alcun problema, ma lo sposterà di qualche metro. L’idea della cancellate a difesa del decoro urbano è un’illusione. I cittadini si sentono al sicuro, dietro ai cancelli, ma si tratta di una sicurezza fittizia che svanisce nel momento stesso in cui si mette il piede fuori da quel confine. Il degrado va combattuto diversamente, promuovendo occasioni di incontro, coinvolgendo le persone e non confinandole, e alimentando uno spirito di comunità. Il problema va senz’altro affrontato alla radice: un migliore sistema di controllo non può bastare, però. Ad un grande flusso di persone che attraversa le strade andrà proposta una vasta gamma di servizi per consentire di diluire questi flussi. Dunque servono attrezzature, panchine, aree verdi e aree coperte in cui rifocillarsi, ad esempio. E, non per ultimo, la riqualificazione degli spazi fatiscenti con pulizia, arredo urbano, operazioni di restauro e recupero di locali dismessi da tempo. Il centro storico deve respirare, e per farlo i cancelli devono essere aperti.

    Paola Alemmano

     

  • Nel piano Colao spunta la proroga delle concessioni autostradali, tra deroghe e affidamenti diretti

    Nel piano Colao spunta la proroga delle concessioni autostradali, tra deroghe e affidamenti diretti

    C’è anche la possibilità di una proroga delle concessioni autostradali, tra le Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022” proposte dalla task force di esperti nominata dal governo e guidata dall’ex manager di Vodafone Vittorio Colao. Una proroga che – si legge al punto 24 del documento consegnato alla presidenza del Consiglio – dovrebbe essere “limitata” e legata a piani di investimento per il miglioramento e la messa in sicurezza delle infrastrutture e in linea con il Green Deal europeo. Ma la proposta, nonostante tutti questi paletti, potrebbe dividere i partiti che sostengono il governo Conte. Perché dal 14 agosto 2018, giorno del crollo del Ponte Morandi, il tema delle concessioni autostradali è diventato macigno incandescente.

    Il Movimento Cinque Stelle, al governo con la Lega prima e con il Partito democratico poi, da allora ha fatto della revoca della maxi-concessione ad Autostrade per l’Italia un punto quasi identitario, ma gli alleati che si sono succeduti a settembre dell’anno scorso hanno mantenuto un atteggiamento più prudente. Con il cambio di maggioranza Paola De Micheli (Pd) ha sostituito al Ministero dei trasporti Danilo Toninelli (M5s) e ha inaugurato una linea meno netta sull’argomento, promettendo che la decisione finale (senza specificare quale) sarebbe stata “nell’interesse pubblico” e sostenendo che chi parlava di revoca della concessione lo faceva a titolo personale, quindi non rappresentava la linea ufficiale del governo.

    E se da un lato il decreto Milleproroghe dello scorso febbraio cancellava la maxi sanzione che il governo avrebbe dovuto pagare ad Autostrade per l’Italia per la revoca anticipata della concessione (facendo quindi pensare che il governo preparasse lo strappo con Aspi) , dall’altro nei mesi successivi è andata avanti una trattativa tra il Ministero dei trasporti e i vertici di Atlantia , che per mantenere la concessione si sono impegnati per un piano dal valore complessivo di 2,9 miliardi tra riduzione delle tariffe e investimenti, e a ridurre la propria partecipazione in Autostrade per l’Italia fino a una quota inferiore al 50% delle quote (al tempo stesso chiedendo al governo un prestito per far fronte al crollo degli incassi dovuto al lockdown).

    La proposta avanzata da Colao si inserisce quindi in un contesto in cui, sul tema delle concessioni autostradali, le due principali forze di governo sembrano seguire agende diverse, come testimoniato più di recente dalle scintille interne allo stesso Ministero dei trasporti. Non è escluso che una parte del governo (Pd e soprattutto Italia Viva di Renzi, schierata apertamente contro la revoca) possa appoggiare la proposta degli esperti, mentre un’altra (il M5s) si ritrovi nella posizione paradossale di contrastare una proposta avanzata da un tecnico nominato da un presidente del Consiglio che è sua stessa espressione. In mezzo il premier Conte, che se da un lato ha rilanciato gli interventi su vecchie e nuove infrastrutture come traino di una ripresa economica, dall’altro ha detto chiaramente che le proposte di Atlantia non bastano, ribadendo la linea dura del governo. Fino a prova contraria.

    Il piano Colao, ad oggi, è un elenco di proposte in sei capitoli (Imprese e lavoro; Infrastrutture e ambiente; Turismo, arte e cultura; Pubblica Amministrazione; Istruzione, ricerca e competenze; Individui e famiglie) elaborato negli ultimi due mesi da un gruppo di esperti nominato dal governo con il compito di supportare l’esecutivo nell’elaborazione di piani per superare la crisi. La proposta su autostrade si inserisce nel capitolo “Infrastrutture e ambiente” e mira a semplificare le procedure e a garantire gli investimenti fondamentali anche dove le concessioni sono scadute o prossime alla scadenza e il ritorno economico per gli operatori incerto. Seguendo lo stesso criterio, quello della semplificazione e dell’efficienza, il piano Colao cita espressamente il “modello Ponte di Genova” come via maestra, proponendo nel breve periodo l’affidamento diretto e senza gara d’appalto per le opere ritenute più urgenti e nel lungo un ripensamento complessivo del codice degli appalti (punto 23). Meno regole e meno concorrenza. Ora sta al governo decidere quanto del piano adottare. E se far passare il rilancio dell’Italia (anche) dalla proroga delle concessioni autostradali.

    Luca Lottero

  • Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    La partenza a singhiozzo della nuova corsia ciclabile in Corso Italia (causa pioggia e dubbi sulla sicurezza) ci dice che servirà ben più di qualche striscia di vernice per cambiare il modo in cui le persone si muovono in città. Dice bene il sindaco Marco Bucci, quando dice che i genovesi dovranno cambiare mentalità. Ma ci vorrà anche molto altro.

    Nei prossimi mesi, forse anni, la convivenza con il Covid-19 ci costringerà a limitare i posti sui mezzi di trasporto pubblico per garantire il distanziamento sociale. È plausibile inoltre che molti, specialmente nei primi tempi, sceglieranno di evitare bus e treni per paura di contagiarsi. Se la bicicletta non diventerà davvero un’alternativa alle automobili per gli spostamenti quotidiani per una buona fetta di popolazione, c’è il rischio che città congestionate come Genova si trasformino definitivamente in inferni di traffico, parcheggi e smog.

    Per questo, in queste settimane, diverse città europee stanno mettendo su in fretta e furia modifiche urbanistiche (a volte piuttosto audaci, anche se spesso provvisorie) per stimolare l’uso di biciclette e monopattini, cercando di tradurre precipitosamente in pratica una serie di concetti come mobilità dolce o sostenibile di cui negli ultimi anni si è spesso parlato spesso in modo un po’ teorico.

    Più bici e monopattini, meno auto e moto: una tendenza europea

    Il Comune di Milano, per esempio, ha in programma di realizzare entro settembre 23 chilometri di nuovi percorsi ciclabili, e altri 12 entro la fine del 2020. Piani per la mobilità d’emergenza (quindi, almeno per il momento, provvisori) sono stati pensati in diverse altre città italiane più o meno estese come Torino, Roma, Firenze, Rimini e altre, forse stimolate dalle misure del decreto rilancio. Il decreto, infatti, pur non prevedendo fondi per i Comuni per la realizzazione di piste ciclabili, sul tema introduce un bonus fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette per chi vive in aree metropolitane e soprattutto modifiche al Codice della Strada che introducono il concetto di “corsia ciclabile” (cioè uno spazio riservato alle bici ma non separato fisicamente dalle corsie per le auto) e di “casa avanzata”, cioè una linea d’arresto ai semafori più avanzata per bici e monopattini . E una “corsia ciclabile” – cioè uno spazio per le bici separato solo dalla vernice dalle corsie delle auto – è anche la nuova corsia di Corso Italia, come i prossimi interventi in programma. Per le “piste” vere e proprie dovremo aspettare.

    Ma la realizzazione di piani urbanistici d’emergenza è una tendenza che va oltre i confini italiani. A Bruxelles, per esempio, si sta sottraendo molto spazio alle automobili in ampie vie del centro abituate a essere costantemente congestionate dal traffico e insomma diverse città europee si stanno muovendo verso la mobilità dolce e stanno incoraggiando i propri cittadini a lasciare il più possibile l’automobile in garage.

    I tentativi di Genova si inseriscono dunque in una tendenza piuttosto estesa. Un’ulteriore difficoltà per il capoluogo ligure sarà superare i limiti di una conformazione poco spaziosa e pianeggiante che la rende una città meno ospitale di altre per le biciclette. Del resto anche la città portuale Marsiglia, a cui Genova è spesso paragonata per caratteristiche, sta affrontando difficoltà simili. La corsia ciclabile tra Piazza De Ferraris e Boccadasse dovrebbe essere – almeno nelle intenzioni dell’assessore alla mobilità Matteo Campora – solo il primo passo di un progetto complessivo di mobilità dolce che dovrebbe arrivare fino a Sampierdarena a ovest e toccare la Val Bisagno e la Val Polcevera a nord, passando per quartieri come Marassi e Staglieno.

    Un’iniziativa pensata già da tempo, resa più urgente dalla pandemia e in questi giorni spinta anche mediaticamente da #genovaciclabile, una petizione rivolta al sindaco Bucci e all’assessore Campora che chiede la realizzazione in tempi rapidi di progetti di mobilità alternativa, che nel momento in cui scriviamo questo articolo conta 8.418 firme e un gruppo Facebook di 7.482 membri, che ogni giorno si scambiano articoli e idee sulla mobilità sostenibile e seguono appassionatamente i lavori in corso a Genova.

    Segno che il tema è sentito e che una domanda di mobilità sostenibile esiste anche a Genova. Genova, del resto, avrebbe avuto bisogno di un ripensamento radicale della propria mobilità da ben prima che il coronavirus sconvolgesse le nostre esistenze.

    Una città congestionata

    Genova è tra le città più congestionate del Paese tradizionalmente con il più alto rapporto tra automobili e abitanti d’Europa. Secondo i dati raccolti dalla multinazionale Tom Tom basandosi sul segnale gps di auto e cellulari, nel 2019 Genova è stata la sesta città italiana per “livello di congestione” (dietro a Roma, Palermo, Napoli, Messina e Milano) e la 128ᵃ a livello globale. L’anno scorso il livello di congestione del capoluogo ligure era del 30%, in calo rispetto al 31% del 2018. Significa che a Genova un automobilista impiega in media il 30% in più del tempo a percorrere un certo tratto di strada rispetto al tempo che impiegherebbe senza traffico. Una percentuale che sale al 53% per l’ora di punta mattutina e al 54% per quella serale, quando si impiegano in media 46 minuti a compiere un viaggio che ne richiederebbe 30. Valori risultato di una media di una serie che va dalla congestione del 9% del 15 agosto (il giorno con meno traffico) al 69% del 22 novembre, il giorno invece con più code e ingorghi. Sempre secondo i dati di Tom Tom, nel 2019 in media ogni genovese ha passato nel traffico 121 ore, cioè cinque giorni e un’ora.

    Un livello di traffico che influisce sulla qualità dell’aria. Nel 2018, secondo il rapporto “Mal d’Aria” 2019 di Legambiente, Genova è stata la prima città italiana per superamento dei livelli d’ozono, con 103 giorni di esposizione a inquinamento “grave” contro il limite di 25 giorni. Un dato ridimensionato nell’edizione 2020 del rapporto, per cui nel 2019 Genova ha superato il livello di polveri sottili e ozono “solo” 43 giorni . Secondo la classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore, nel 2019 Genova si è piazzata al 31° posto tra le città italiane per qualità dell’aria ma al 106° posto su 107 per incidenti stradali, con 9,4 morti e feriti ogni mille abitanti (dove la posizione più bassa in classifica indica un numero maggiore di incidenti).

    Ma come è noto non tutto l’inquinamento da motori a combustione arriva dal traffico privato: il porto merci e passeggeri, collocato nel centro geografico della città contribuisce enormemente ad aumentare i livelli di inquinamento: parlare di sostenibilità di Genova, quindi, significa progettare un piano della mobilità di lungo periodo, non “obbligato” dall’emergenza di turno, e, inoltre non può e non deve prescindere dal convitato di pietra che è il nostro porto, e che tutti i giorni, dalle sue banchine avvelena un po’ tutti noi, ciclisti compresi.

     

    Luca Lottero

     

     

  • La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    StoppaniIl deterioramento dei suoli è uno dei grattacapi più seri che la società deve – e ha urgente bisogno – di affrontare. L’eccessiva pressione demografica, l’utilizzo di tecniche agricole per niente sostenibili e l’inquinamento causato dagli scarti delle lavorazioni industriali, hanno messo i terreni di fronte ad un progressivo degrado. Per farsi un’idea, basti pensare che negli ultimi 50 anni la produzione agricola è cresciuta del 150%. Oggi l’agricoltura, oltre ad essere intensiva, dipende da fertilizzanti chimici sintetici e da pesticidi che contribuiscono ad avvelenare il suolo e l’acqua. Secondo l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) i due terzi del suolo in Italia presenterebbero problemi di degradazione. Quest’ultimi sarebbero più accentuati dove l’attività dell’uomo si fa più intensa, non soltanto nei siti dedicati alla produttività ma anche in prossimità di aree urbanistiche costruite senza tenere conto del successivo impatto ambientale, specialmente sul suolo. Le conseguenze per il terreno sono drammatiche: perdita di fertilità e della capacità produttiva, compattazione causata dai pesanti mezzi agricoli con conseguente perdita di permeabilità e capacità di filtraggio, contaminazione da inquinamento e uso eccessivo di fertilizzanti, sterilità, erosione che può dare vita a frane, impermeabilizzazione che impedisce lo stoccaggio dell’acqua e la regolamentazione della temperatura.

    Un aiuto dalla canapa, la pianta ‘mangia-veleni’

    Filiere produttive gestite in modo sconsiderato hanno prodotto dei veri e propri disastri ambientali e oggi occorre escogitare una soluzione per rimediare al danno. Tramite una pratica sostenibile come quella della ‘fitodepurazione’ si potrebbe dare il via ad una nuova e ambiziosa green economy. Alcune tipologie di piante – dette fitomediatrici o fitodepuranti – hanno infatti la capacità di depurare i terreni, le acque e l’aria, stoccando gli inquinanti al loro interno, principalmente delle foglie e nelle radici. La tecnica si chiama fitoestrazione: i metalli inglobati dalla pianta vengono estratti e recuperati. Tra i migliori ‘mangiatori di veleni’ si configura la canapa, in grado di togliere dai terreni metalli pesanti come piombo, cromo, rame, cadmio e altri. Da qui al possibilità di ri-estrarli e ri-utilizzarli nell’industria. La stessa canapa può essere utilizzata nuovamente in settori come la bioedilizia, come biomassa nelle filiere bioenergetiche o, ancora, in campo tessile. Si chiuderebbe così un cerchio ‘green’ molto importante e positivo da ogni punto di vista che gioverebbe alla salute dell’ambiente e dell’uomo.

    Le fitotecnologie si basano sul principio di ‘utilizzare la natura per disinquinare la natura’ e rappresentano una serie di tecniche di bonifica alternative che sfruttano la capacità intrinseca degli organismi viventi di ‘risucchiare’ i veleni dalla terra. Il fitorimedio è alquanto competitivo per diverse ragioni. Si tratta di una tecnica silenziosa, esteticamente gradevole ed ecologica, che non faticherebbe quindi a trovare consenso nell’opinione pubblica. I costi sono contenuti, la manutenzione richiesta è minima e prevede l’utilizzo di pratiche e macchinari di comune uso agricolo. In più, una parte degli interventi richiesti prevedono attività di natura colturale e dunque si evidenzia anche l’aspetto sociale, in termini di occupazione. È un approccio pratico sia dal punto di vista economico che da quello tecnico, ideale per processi di bonifica eco-sostenibili ma anche per prevenire la diffusione della contaminazione con la restituzione di aree al settore agricolo o anche al verde pubblico/privato.

    Disastri ambientali e bonifiche interminabili: i casi Stoppani e Iplom

    Tra i 41 siti italiani ad alto rischio sanitario, considerati dall’ISPRA come ‘siti di interesse nazionale’ troviamo tre siti liguri fra cui l’area intorno all’ex Stoppani, ubicata in provincia di Genova. L’azienda – che produceva composti di cromo esavalente – è stata chiusa nel 2003 e nel suo sottosuolo sono state rilevate massicce concentrazioni della sostanza cancerogena che dava lavoro a oltre 400 persone. Lo stato di emergenza è attivo nell’area dal 2006 e, dopo quasi 20 anni dalla chiusura dei battenti, i lavori di bonifica sarebbero fermi al 90%. Tra gli interventi di bonifica attuati in tutti questi anni, c’è anche la costruzione di una barriera fisica per delimitare il sito e impedire sversamenti pericolosi nel torrente Lerone. Tale barriera nel 2017 trasudava inequivocabilmente materiale nocivo, segno che i lavori fatti avevano messo una pezza al problema senza di fatto risolverlo. Milioni di euro sono stati spesi e gigantesche quantità di rifiuti tossici sono stati versati nella discarica di Molinetto. Oggi la bonifica continua, mentre l’obiettivo finale dovrebbe essere un’area verde da restituire ai cittadini, forse tra 4 o 5 decenni.

    Anche il quartiere di Fegino nel 2016 è stato protagonista di una grave contaminazione ambientale per via dell’incuria di alcuni dirigenti dell’oleodotto Iplom di Busalla. Il 17 aprile di quell’anno un tubo malandato di proprietà della società è esploso e grandi quantità di petrolio si sono rovesciate nel rio Pianego, successivamente nel Fegino, poi nel torrente Polcevera e, infine, in mare. Le prime operazioni di tamponamento sono state svolte di notte, quindi inizialmente fu difficile capire l’entità del danno ma circa 600 mila litri di greggio avevano avvelenato l’area.

    L’azienda ha impiegato milioni di euro per i lavori di messa di sicurezza e per la bonifica del territorio, ma per altri tre anni le acque sotterranee del Fegino e del Pianego dovranno subire dei controlli.  Soltanto che a distanza di anni i residenti di Fegino affermano di sentire ancora odore di idrocarburi, in particolare quando piove e sospettano che questo miasma giunga dal fiume. E se avessimo optato per una più moderna metodologia di bonifica, compatibile con la sicurezza dell’ambiente e dell’uomo? Stando ai dati delle sperimentazioni delle tecniche di fitodepurazione, avremmo potuto recuperare le aree liguri contaminate da tempo, con costi inferiori e senza peggiorare i già gravi danni ecologici. Soltanto a Genova e provincia sono decine le aziende che potrebbero innescare un disastro ambientale nel caso in cui accadesse un incidente di qualsiasi tipo. Tra le più a rischio troviamo Iplom di Busalla, Sigemi di San Quirico, A-Esse Spa di Carasco, il deposito del porto Petrolio di Multedo, la Superba di Multedo di Pegli, Silomar di ponte Etiopia, Petrolig ed Eni Porto in porto e il deposito Iplom di Fegino.

    Acna: la bomba ecologica ligure dopo 20 anni di bonifiche fallimentari

    Attualmente i siti oggetto di bonifica o messa in sicurezza permanente – soltanto nel comune di Genova – sono 88, in tutta la regione Liguria 250, mentre i siti con analisi di rischio approvata sono invece 92. Dunque le aree da ripulire e riqualificare sono parecchie, come anche i problemi per la salute (dell’uomo e dell’ecosistema) se le sostanze tossiche non verranno rimosse presto e in maniera sostenibile. Particolarmente critica sarebbe l’area di Cencio ­– piccolo comune in provincia di Savona – dove si trova l’Acna, ex ‘fabbrica di veleni’ che ha lasciato in eredità oltre 500 mila metri quadrati di area contaminata. L’azienda, che trattava coloranti e affini, per quasi un secolo ha versato tonnellate di sostanze tossiche nelle acque della Bormida, le stesse acque che venivano prelevate per abbeverare animali e bagnare orti. La contaminazione della Val Bormida è sempre stata sotto gli occhi di tutti ma l’Acna dava lavoro a migliaia di persone e la lotta alla chiusura è stata lunga, oltre a costare moltissimo. La fabbrica è chiusa dal 1999 ma la bonifica non è ancora stata conclusa, mentre tonnellate di scorie chimiche ancora presenti fanno del sito una vera e propria bomba ecologica. Non sono bastati gli anni di negligenza in cui i residenti della Val Bormida si sono visti avvelenare ogni cosa intorno a loro, perché a questo si aggiunge un ventennio di bonifiche fallimentari e alquanto misteriose.

    Foto Eni.com

    L’area contiene ancora cumuli di rifiuti tossici e le acque sotterranee del sito presentano concentrazioni di contaminanti oltre ogni limite di legge, difficile quindi pensare che la zona verrà recuperata per un qualsiasi impiego futuro. Il risultato è uno degli episodi più gravi nella storia del nostro paese: una contaminazione su larga scala fra la Liguria e il Piemonte, un’eredità che ha messo e mette tutt’ora a repentaglio la salute di tutti i residenti, con una moria per casi di cancro nella zona difficile da digerire. Il rischio ambientale è ancora altissimo: tonnellate di rifiuti tossici accatastati a mo’ di montagna attendono di essere messi in sicurezza e minacciano nuovamente l’area – già fortemente martoriata – in caso di alluvione. Una tecnica ecologica come quella della fitodepurazione dei suoli potrebbe configurarsi come un’opportunità per bonificare l’intera zona, con costi che in confronto a quelli a cui siamo avvezzi sarebbero bazzecole e il raggiungimento di un risultato ottimale in tempi più contenuti. Siamo così abituati a bonifiche ventennali – gravose ed inefficienti – che pare quasi normale, ma così non è. Che cosa si aspetta, dunque, per attuare un risanamento sostenibile di tutti quei territori che egoisticamente sono stati avvelenati? Probabilmente troppe mani sono attaccate ai progetti di bonifica tradizionali, quelli impattanti, infiniti, il cui risultato non è quello auspicato. Un giro di soldi enorme che va ad impinguare organizzazioni e a devastare terre che di devastazione ne hanno vista fin troppa.

    Le bonifiche che inquinano

    Attualmente, le bonifiche dei siti inquinati si affidano a metodologie di vecchia concezione che implicano l’utilizzo di grandi quantità di mezzi e risorse, soprattutto energetiche. Il risultato è spesso peggiore della situazione preesistente la bonifica. Grandi mezzi dissodano la terra contaminata e la caricano su camion che la trasportano in centri di bonifica appositi. Qui la terra viene sottoposta a trattamenti chimici per limitare il grado di pericolosità delle sostanze nocive in essa contenute. Tale procedimento non elimina quindi gli elementi di tossicità, ma li degrada per renderli meno pericolosi. Le operazioni di bonifica che si svolgono oggi hanno come obiettivo primario raggiungere – in base alla normativa vigente – un dato livello di concentrazione di inquinanti, mentre si fa scarsa attenzione alle conseguenze delle tecnologie usate sulla qualità del suolo. Inoltre, il dissodamento e il trasporto da un luogo ad un altro di questo terreno inquinato, genera nubi di polveri velenose che si diffondono nell’ambiente.

    Le attuali bonifiche richiedono l’investimento di un massiccio capitale economico, oltre che un eccesso di risorse, e non fanno altro che procurare un nuovo e diverso danno all’ambiente, a volte superiore a quello che si intendeva eliminare. La bonifica sostenibile è, invece, quella che combina una o più tecnologie in modo che il beneficio complessivo per la salute umana e quella dell’ambiente sia reso massimo attraverso un uso limitato di risorse. È la migliore soluzione da ogni punto di vista: economico, sociale e ambientale, ma non solo. Si definisce sostenibile quella bonifica che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere le stesse possibilità di soddisfazione per le generazioni future.

    Biomassa come volano economico e freni al fitorimedio

    A rendere concorrenziali i progetti di bonifica eco-sostenibili basati sulle fitotecnologie è anche la possibilità di valorizzare la biomassa. Quest’ultima è un prodotto organico derivante dalla fotosintesi e utilizzato per generale energia, ma non solo. La normativa relativa alla valorizzazione delle biomasse provenienti da impianti di fitorimedio è lacunosa, tuttavia queste potrebbero essere destinate – oltre alla generazione di energia tramite combustione diretta nelle centrali elettriche – alla produzione di biocarburante, biometano, materiali da costruzione e bioplastiche. Essendo la biomassa contaminata andranno selezionate le filiere di destinazione adeguate a garantire il rispetto della qualità dell’ambiente e della salute umana sia durante il processo di trasformazione che durante l’utilizzo.

    Quest’approccio ‘green’ del fitorimedio, purtroppo, deve affrontare ostacoli di varia origine. In primis, la tecnica deve superare la resistenza di un mercato che tende a preferire soluzioni tradizionali, o per meglio dire ‘vecchie’. Dal punto di vista economico, scarseggiano incentivi diretti e indiretti ad adottare soluzioni innovative e con un più basso impatto ambientale, mentre dal punto di vista sociale è necessaria la definizione di una metodologia in grado di sottolineare in maniera trasparente ed efficiente i pro e i contro delle diverse alternative di approccio. Infine, normativamente parlando, manca nel quadro italiano un iter amministrativo e approvativo più fluido per quanto concerne la formulazione di progetti di bonifica controcorrenti come questo. Tuttavia, l’approccio ha un potenziale enorme, soprattutto se si pensa a tutte quelle aree del nostro paese che meriterebbero di essere portate a nuova vita tramite riqualificazione, come le ex discariche o le ex industrie. Certo è che la scelta delle ditte per le bonifiche dovrà essere più che accurata, altrimenti il disastro sarà doppio, a causa delle ecomafie che potrebbero fiutare il business: chi in passato ha distrutto e ci ha guadagnato, ora potrebbe tentare di guadagnare risanando o fingendo di farlo.

    Modello Taranto

    Foto di Mafe de Baggis (wikipedia) 2007

    Il primo esempio di bonifica tramite semina di canapa è riconducibile al disastro di Chernobyl, quando nel 1998 una società americana avviò un progetto di fitorisanamento per la messa in sicurezza della zona circostante, contaminata da agenti tossici e materiale radioattivo. I risultati furono positivi e il modello fu replicato in altre parti del mondo. Al momento nel nostro paese il progetto più importante di bonifica tramite semina di canapa è stato avviato a Taranto nel 2014, dove si è sperimentata per la prima volta la tecnica della fitodepurazione nella Masseria Carmine, quella che era un’efficiente realtà agricola e agroalimentare vicino all’ex Ilva. La famiglia Fornaro nel 2008 fu costretta ad abbattere 600 ovini a causa degli alti livelli di diossina e PCB riscontrati negli alimenti di produzione propria e a convertire l’azienda in masseria per cavalli. I terreni, infatti, non possono più essere utilizzati per attività colturali o zootecniche per via del disastro ambientale causato dall’acciaieria: qui vige ancora il divieto di pascolo entro un raggio di 20 km. L’obiettivo dell’intervento è recuperare i terreni agricoli circostanti l’impianto siderurgico, altamente inquinati, attraverso una semina di canapa nel 2014 ed una nel 2016. Ora si attende quella definitiva, l’ultima speranza di trasformare un inenarrabile disastro in risorsa locale.

    Conclusioni

    Mentre in nazioni come gli Usa il fitorimedio è applicato sin dagli anni ’90, dove il suo impiego ha riguardato oltre 200 aree, nel nostro paese questa tecnologia ha trovato impieghi soltanto sperimentali e non ha ancora raggiunto un livello paragonabile alle ‘vecchie’ e impattanti tecniche di bonifica, seppure con varie sperimentazioni in Puglia, in Campania, in Sardegna e in Veneto. Alle base dell’applicazione di queste tecnologie dovrebbe esserci la presa di coscienza del valore del suolo e la volontà di preservarlo. Il futuro si dovrà necessariamente orientare verso soluzioni che permettano di ottenere un suolo funzionale e che, allo stesso tempo, non lo considerino come rifiuto da trattare ma come risorsa da proteggere. Anche se una direttiva europea comune sul suolo è ancora di lontana approvazione, il fitorimedio rappresenta una reale pratica di conservazione di questo capitale, decisamente preferibile alle tecniche distruttive utilizzate fin’ora.

    Paola Alemanno

  • Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    I dati sulle multe alle persone che non rispettano i limiti agli spostamenti dovuti all’emergenza coronavirus ci restituiscono l’immagine di un Paese che sta, in larghissima parte, rispettando le regole. Lo scorso sabato 4 aprile, raccontato come una giornata di sanzioni record, su 229mila e 104 persone fermate dalle forze dell’ordine, le multe sono state 9.284 .

    Significa che a sgarrare è stato poco più del 4% delle persone fermate, cioè lo 0,015% della popolazione italiana. A leggere le cronache di questi giorni, però, sembrerebbe che sparsi per il territorio nazionale ci siano diversi focolai di ribellione alle regole e al buon senso dove i cittadini, mossi forse da un superbo senso di invulnerabilità o dal gusto per la sfida all’autorità fine a sé stessa, escono volutamente di casa senza reale necessità, generando assembramenti non necessari e moltiplicando i rischi di contagio con grave rischio per la collettività.

    È il caso, per esempio, del Quadrilatero di Bologna o del quartiere Spaccanapoli, a Napoli . Anche Nel suo piccolo, anche Genova ha il suo focolaio di insubordinazione, situato in Via Sestri, cuore pulsante della delegazione di Sestri Ponente. Quartiere ribelle al punto da meritarsi il doppio rimprovero del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, una prima volta lo scorso 13 marzo  e poi, di nuovo, il 2 aprile. Il secondo rimprovero presidenziale è stato accompagnato da una foto, dove nella parte superiore compare il fermo immagine di un servizio televisivo che ritrae una Via Sestri apparentemente piena di gente e una inferiore con alcuni medici del San Martino, a suggerire che la passeggiata impenitente avviene a sfregio di chi rischia la vita tra le corsie degli ospedali. Ma proprio su quel fermo immagine, in realtà, sono cominciati ben presto a circolare dei dubbi, per via dello schiacciamento prodotto dalla prospettiva ottenuta con un teleobiettivo.

    Inganni ottici a parte, sono le caratteristiche del quartiere a rendere difficile immaginare un abbandono totale della via. A Sestri Ponente vivono quasi 45mila abitanti e in Via Sestri ci sono numerosi supermercati, negozi di alimentari e farmacie. Negozi che non possono chiudere nemmeno in tempo di quarantena, perché vendono beni essenziali. È dunque lecito pensare che chi in questi giorni va in Via Sestri lo faccia per un valido motivo. A meno che non si voglia credere che gli abitanti di Sestri per qualche ragione si divertano a sfidare regolamenti e buon senso, in controtendenza rispetto al resto della popolazione nazionale.

    L’uomo che morde il cane

    Forse è proprio questa la ragione per cui Via Sestri è diventata un caso. Visto che il cane che morde l’uomo non è una notizia ma lo è l’uomo che morde il cane, il racconto dell’eccezione alla regola, del cittadino che sgarra, sta diventando un format nel racconto che si sta facendo di questi giorni. Un format che mantiene alta l’attenzione su alcuni aspetti, tralasciandone altri, creando una narrativa legata alla contrapposizione, al conflitto, tra persone. In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico: un format, questo, che però, oltre a rischiare di dare un’idea distorta dei problemi alla base di questa situazione rischia anche di far passare, come sta succedendo, senza troppe cerimonie, limitazioni inedite delle nostre libertà individuali e collettive. 

    [quote]In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico[/quote]

    Una modalità di gestione della situazione che ha “contagiato” anche altri soggetti, che titolarmente dovrebbero avere un ruolo differente. E’ il caso dell’ospedale Policlinico San Martino, niente meno che l’ospedale-università più importante della Liguria e rifermento scientifico nazionale: in questi giorni la direzione ha optato per una comunicazione molto aggressiva nei confronti dei comportamenti considerati dannosi, riproponendo quel format in chiave più social, dichiaratamente finalizzato a sensibilizzare la fascia più giovane della popolazione. Esempi sono due pubblicazioni divenute virali non per il contenuto ma per la polemica che hanno suscitato: il primo con la foto di una paziente estubata, accompagnata dalla dicitura “State a casa! Altrimenti l’unica corsa che farete sarà in rianimazione”, riferendosi al format del podista-untore, e il secondo, dove il frame di un famoso e virale meme è accompagnato dall’ammonimento “Fossimo in voi, noi medici, infermieri e oss, staremmo a casa, e non in prima linea, per voi, qui al San Martino”.

    Una comunicazione, quindi, che colpevolizza determinati comportamenti il cui peso sull’attuale situazione è quanto meno incerto: non passa giorno senza che arrivino percentuali di persone che si spostano, confronti, trend, seguiti da paternali e minacce di nuovi provvedimenti, senza avere invece informazioni esaustive sulla diffusione reale del virus, che essendo per l’80% asintomatica, nessuno ha con certezza. E l’incertezza non crea nessun format di successo, ma responsabilità politiche.

    Compito straordinario

    Secondo altre letture l’esasperazione dei (pochi) casi di ribellione alle regole contro il covid-19 farebbe comodo a tanti. A chi vuole scaricare sul popolo bue le responsabilità della crisi da un lato e a sindaci e amministratori locali con manie da sceriffo dall’altro, che proverebbero a stimolare la richiesta di una gestione poliziesca del territorio giustificandola con la presunta irresponsabilità della gente. Puntando magari a rendere ordinarie le misure straordinarie che si stanno rendendo necessarie in queste settimane. Se così fosse, finita l’emergenza il giornalismo avrà compiti ben più urgenti e scomodi della caccia all’assembramento selvaggio.

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    La retorica dovrebbe essere un ponte, una strada, ma in genere è una muraglia, un ostacolo.
    (Jorge Louis Borges)

    La zona urbana della Valpolcevera coinvolta dal crollo di Ponte Morandi ha una storia paradigmatica delle trasformazioni economiche di Genova. Come testimonia il nome stesso, fino alla fine dell’Ottocento, Campi era una zona agricola, punteggiata di orti e frutteti, nonché dalle residenze estive di famiglie patrizie genovesi. Nel 1898, per implementare gli stabilimenti di Sampierdarena e Cornigliano, venne aperta una grande officina siderurgica dell’Ansaldo, motore dello sviluppo economico cittadino al punto da far diventare Genova uno dei vertici del triangolo industriale italiano. Da allora le fabbriche a Campi si sono diffuse a macchia d’olio, facendo della bassa Val Polcevera, insieme al resto della valle e a tutto il ponente cittadino, uno dei poli produttivi della città. Questo processo ha reso Genova, morfologicamente priva di spazi e fragile, una metropoli industriale che, nelle fantasie dei progettisti degli anni Cinquanta e Sessanta, avrebbe dovuto superare il milione di abitanti. Nel 1967, per supplire alle rinnovate esigenze di questo spazio urbano congestionato, venne costruito il Ponte Morandi, un’infrastruttura salutata come un capolavoro ingegneristico e simbolo di uno sviluppo che si credeva infinito. Le cose andarono diversamente; il boom industriale cessò poco dopo, e con esso quello economico e demografico. A Campi, come in altri poli cittadini, le fabbriche vennero chiuse e i capannoni convertiti dalle grandi catene internazionali del commercio e della logistica. Negli ultimi trent’anni Campi è stata un’area destinata a far viaggiare, accatastare e vendere le merci, o da attraversare velocemente per raggiungere l’alta Valpolcevera, periferia sacrificata da decenni di sfruttamento produttivo.

    I quartieri residenziali che insistono su questa zona sono stati socialmente disgregati da queste trasformazioni e sopravvivevano come aree economicamente e socialmente depauperizzate già da decenni. Non è un caso che le case in via Porro o al Campasso avessero tra i più bassi valori commerciali dell’intera città già ben prima della tragedia del 14 agosto 2018.

    “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” è il progetto vincitore del concorso internazionale, indetto dal Comune di Genova e dal Consiglio nazionale Architetti PPC, per il masterplan dell’area attorno al nuovo viadotto che sostituirà Ponte Morandi, viadotto disegnato da Renzo Piano e in via di costruzione ed ultimazione ad opera di Fincantieri e Impregilo-Salini. Il progetto, elaborato dalla Stefano Boeri Architetti in collaborazione con gli studi Metrogramma e Inside Outside, occupa l’area dell’ex parco ferroviario del Campasso, quella che sottende il viadotto, e copre una zona urbana corrispondente ai quartieri di Campi e del Campasso stesso. Suo nucleo centrale è il Cerchio Rosso, una pista circolare sopraelevata, pedonale e ciclabile, lunga un chilometro e mezzo che dovrebbe fare da collante tra i due versanti collinari della valle e da raccordo per i vari spazi sottostanti, culminante in una Torre del Vento alta 120 metri e produttrice di energia eolica. Sotto e attorno ad esso si dovrebbero sviluppare gli altri elementi del progetto: il Parco botanico del Polcevera, una serie di attività espositive e ricreative (un Parco dell’acqua, un Fun Park, tre giardini del Mediterraneo, delle Esposizioni e del Polcevera), l’installazione “Genova nel bosco”, un Parco dello sport con vari campi sportivi e palestre, la riconversione di una vasta rete di edifici e capannoni ad uso commerciale e produttivo ed una nuova stazione ferroviaria.

    La retorica del passato e del futuro

    Il progetto elaborato da Boeri è molto ambizioso nel proporsi come spazio pubblico ed ecologico che riqualifichi una zona difficile e, contemporaneamente, come nuovo luogo simbolico della città, memoria del suo passato industriale e omaggio alle vittime del crollo di Ponte Morandi. Evocando “infrastrutture per una mobilità sostenibile ed edifici intelligenti per la ricerca e la produzione”, esso si pone “l’obiettivo di capovolgere l’immagine attuale della valle del Polcevera, da luogo complesso e tragicamente disastrato a territorio dell’innovazione sostenibile per il rilancio di Genova stessa”.

    Il primo elemento del progetto che salta all’occhio è il tentativo di mobilitare l’orgoglio cittadino attraverso un richiamo romanticizzato all’immaginario dei suoi abitanti:

    La Torre del Vento e il Cerchio Rosso, il Parco del Polcevera e la sua varietà vitale cromatica e botanica, sono il saluto di Genova ai passanti del futuro. Il saluto al mondo da parte di una città di infrastrutture e parchi verticali, di camalli e nobildonne, di cantanti e ingegneri navali. Una Città Superba seppure affranta da una struggente Malinconia; bellissima seppur nell’asprezza delle sue irriducibili contraddizioni. Una Città di acciaio e mare, scolpita dal vento e dalle tragedie, ma sempre capace di rialzare la testa”.

    Al di là del buffo accostamento di camalli e nobildonne, cantanti e infrastrutture, ciò che lascia più perplessi in questa operazione di immagine è il voler far convivere l’inconciliabile, ovvero la natura con ciò che da sempre l’ha negata e distrutta, l’industria, il verde e il mare con l’acciaio e il cemento, l’ecologia con la produzione:

    “Il Cerchio Rosso, il Parco e le nuove Architetture attraverseranno e legheranno tra loro un territorio rigenerato composto di diversi suoli, colori e nature. Un nuovo ambiente caratterizzato da un’altissima biodiversità di specie viventi si tesserà con l’urbanizzato esistente, fatto di ferro e asfalto. Il Parco del Ponte, in questo modo, diventerà un sistema urbano allargato e radicato nel territorio e alternerà nuovi paesaggi resilienti, sistemi interstiziali, e dispositivi di connessione e energetici”.

    Il progetto vorrebbe dunque sposare l’acciaio e l’asfalto che hanno reso moderna la città con “i colori ed i profumi caratteristici della mediterraneità di cui Genova è simbolo nel mondo”, celebrando questo improbabile matrimonio proprio in una delle zone più martoriate dal cosiddetto “progresso” industriale.

    La retorica è nata nel V secolo avanti Cristo in Magna Grecia come arte del discorso e della capacità di persuadere l’uditorio ed è divenuta una delle arti più nobili del mondo classico. Cicerone affermava che un buon oratore deve saper docere, ovvero dare le informazioni sul fatto oggetto del discorso, delectare, ovvero esporre gli argomenti con vivacità evitando l’effetto noia, e movere, ovvero mobilitare i sentimenti dell’uditorio per coinvolgerlo e far sì che esso aderisca alle tesi esposte. Fin dalle origini, i fini della retorica prescindevano da un giudizio etico: “La retorica”, fa dire Platone a Socrate, “a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all’ingiusto” (Platone, Gorgia). Come tale la retorica si è evoluta nel corso dei secoli ed è a tutt’oggi una disciplina assai viva. Nel corso del Novecento i suoi principi sono stati assorbiti nella teoria generale della comunicazione, in particolare della cosiddetta comunicazione persuasiva, e sono stati abbondantemente utilizzati di volta in volta dalla propaganda politica e dalla pubblicità commerciale.

    La maggior parte dei grandi progetti d’architettura contemporanei si fondano su un immaginario progressista, ecologico, sostenibile, smart, in linea con quanto l’epoca richiede. Come sostiene il sociologo urbano Garnier:

    “Per rispondere alle critiche contro il carattere troppo tecnicista della smart city, si parla anche di “città inclusiva” (ovvero, includere gli esclusi dai presunti benefici della mondializzazione capitalista), di “città frugale” (ridurre non il consumo e la produzione, ma lo spreco),”città giusta” (lottare conto le diseguaglianze spaziali, sociali e ambientali), “città sostenibile” (tenere in conto gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, tra cui la diminuzione dell’impatto ecologico), “città verde” (preservare o introdurre la natura in un contesto artificiale) o “città resiliente” (affrontare con successo qualunque forma di vulnerabilità, in particolare quella legata al cambiamento climatico). Tra tutte queste, però, la più apprezzata continua ad essere la “città intelligente” (smart city), poiché materializza e simboleggia l’ingresso glorioso dell’urbanismo nella cosiddetta economia della conoscenza” (J-P. Garnier, Smart City. La “città radiosa” nell’era digitale, Nautilus 2018, pp. 11-12).

    Nel caso del progetto di Boeri e associati, che rientra appieno in questa descrizione, le contraddizioni reali che soggiaciono alla sua retorica risultano particolarmente stridenti.

    Il progetto s’incastra in un’area urbana iper sfruttata e congestionata, limitandosi ad occuparne gli interstizi senza prevedere una vera e profonda ristrutturazione fisica. Nel dettaglio, dalle tavole del progetto si può constatare come, sul versante ovest, il Parco dell’acqua, il Fun Park, il Giardino del Mediterraneo e quello delle Esposizioni sarebbero tutti compressi tra Corso Perrone, il Gasometro riconvertito in parcheggio multipiano, i capannoni dell’Ansaldo, un altro enorme parcheggio e tutto l’insieme insistente sotto il nuovo viadotto dell’autostrada. Allo stesso tempo, il Parco e le altre zone ricreative previste si innesterebbero su una striscia di territorio molto stretta, ritagliata tra le numerose vie a rapido scorrimento che servono a collegare la fascia a mare con l’interno valpolceverasco (Corso Perrone, Via Perlasca, Via 30 Giugno, Via Fillak) e la linea ferroviaria. A valle del Parco la destinazione d’uso dell’area rimarrebbe quella dei capannoni dell’area commerciale, a monte quella industriale dell’Ansaldo.

    Il progetto di Boeri incarna un immaginario urbanistico preciso che ha come referente naturale quella middle class benestante, istruita e salutista che nel tempo libero va in bicicletta, fa jogging o legge un libro in parchi urbani verdi e ariosi, ma questo non è né il caso geografico dell’area in questione né tantomeno il corpo sociale degli abitanti delle aree di Campi e Campasso. Gli indicatori sociali che individuano situazioni urbane di difficoltà – alta percentuale di famiglie composte di anziani soli, concentrazione di immigrati in difficoltà, tassi di scolarizzazione e disoccupazione, indice di povertà – riscontrano valori molto alti nelle aree di Campi e del Campasso, facendone uno tra i quartieri più depressi della città.

    “Trasformando l’area in un insieme attivo e diversificato, il paesaggio in pendenza creerà punti di vista sorprendenti e condizioni interessanti invitando le persone a divertirsi e a farne esperienza in molti modi ogni giorno. Utilizzato per la ricreazione, l’istruzione, lo sport, la meditazione o come luogo di incontro sociale e culturale, il parco, da est-ovest, collegherà persone di entrambi i lati del Torrente e attirerà tutti coloro che provengono da Genova, e non solo”.

    Potrà un parco incastrato sotto l’autostrada, tra la ferrovia, quattro strade trafficate ed enormi aree commerciali, industriali e logistiche, modificare davvero la mentalità, la socialità e la vita quotidiana degli abitanti di quest’area?

    La storia dell’architettura e dell’urbanistica è tristemente costellata di progetti che, avendo applicato un modello teorico sganciato dalla realtà dei luoghi concreti – ovvero non integrato da processi sociali, educativi e culturali che sanassero in modo incisivo situazioni incancrenite di abbandono e marginalizzazione urbani – si sono rivelati dei fallimenti quando non dei veri e propri boomerang, ovvero spazi ben presto muti che hanno finito per alimentare quel senso di tristezza e abbandono che avrebbero voluto combattere.

    Inoltre, suscita più di una perplessità l’ipotesi che il resto della popolazione cittadina che ama godersi il verde e gli spazi aperti – in una città che possiede uno dei più grandi parchi urbani d’Italia (il Parco delle Mura, 617 ettari di colline e natura a ridosso del centrocittà), l’infinità di crêuze che s’inerpicano in collina nel silenzio, i numerosi parchi disseminati in molti quartieri o i lunghi tratti di costa e di mare accessibili – prenderà la macchina per andare a respirare un po’ di aria buona, “a riempirsi i polmoni”, sotto il ponte dell’autostrada a Campi. La presentazione del progetto, simile a quella di un’agenzia immobiliare, sembra voler presentare una facciata linda e invitante dietro alla quale si nasconde un appartamento non così diverso da quello abitato dai condomini precedenti.

    Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi

    In questo immaginario di propaganda la prevista trasformazione di Via Fillak in Boulevard Fillak risulta emblematica. I boulevards furono aperti da Haussmann nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento come parte di un intervento urbanistico, economico e politico di un certo tipo. Prescindendo un giudizio di merito su quell’operazione, i boulevards erano il cuore fisico e simbolico di quella che Napoleone III voleva essere la prima metropoli del nuovo Occidente capitalista, la “capitale del XIX secolo” come la definì Walter Benjamin. I boulevards furono il risultato della demolizione fisica di un tessuto sociale popolare funzionale a costruire una Parigi borghese e turistica, fatta di ristoranti, locali, grandi magazzini, snodo di una ristrutturazione imposta dalle nuove necessità del capitalismo avanzato. Ma qui siamo a Campi nel 2020, in una delle mille periferie abbandonate da quello stesso capitalismo a distanza di oltre un secolo e mezzo di tempo. La demolizione di via Porro, imposta dal crollo del Ponte, non farà di via Fillak un boulevard. La gentrificazione che sottende la retorica dei nuovi boulevards postmoderni e che viene implicitamente evocata dal progetto è un fenomeno urbano contemporaneo che insiste sui centri storici o sui quartieri a ridosso di essi, mai sulle sue periferie post-industriali, assediate dai capannoni commerciali, dal traffico e dagli hub della logistica. Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi, e non il boulevard di una capitale del XXI secolo che Genova non sarà mai, nonostante la retorica dei camalli e delle nobildonne genovesi. 

    La retorica sociale

     “Il tessuto urbano in cui si inserisce il progetto prevalentemente residenziale presenta una mancanza di luoghi pubblici per le attività della comunità. La ricostruzione viene quindi intesa tanto dal punto di vista architettonico quanto da quello sociale. L’obbiettivo infatti è quello di ricostruire un sistema urbano coeso, socialmente attivo e vivace, innovativo tanto da rivitalizzare non solo il quadrante stesso ma diventando attrattore per le zone limitrofe. A partire dalle richieste del bando pertanto, il programma funzionale all’interno del quartiere viene definito attraverso una serie di poli attrattori che spaziano dal mercato alla residenza fino ad arrivare a piccole realtà sportive, ricettive e commerciali mirate all’integrazione e alla generazione di un attrattività rispetto agli utenti delle fasce limitrofe”.

    Se la presentazione del progetto è incentrata sulla volontà di ricostruire un tessuto sociale e pubblico, i dati concreti relativi alle architetture da costruire o convertire parlano di una realtà ben diversa: gli spazi previsti da dedicare alla cultura sono il 6 % (5 830 mq), al settore residenziale-ricettivo il 5,8% (5 612 mq), allo sport il il 9,4% (9 095 mq), mentre al commercio sarà destinato il 36,2% (35 172 mq) e a quello produttivo il 42,6% (41 368 mq). Il benessere e la qualità della vita degli abitanti promessi continueranno dunque a dipendere soprattutto dalla produzione e dal commercio, gli stessi ai quali da decenni quella parte di città è stata sacrificata.

    In alcuni passaggi del progetto si legge in modo esplicito la gerarchia delle priorità stabilite: “I capannoni industriali esistenti vengono riconfigurati mantenendo le stesse funzioni, come l’incubatore d’imprese BIC, e inserendo funzioni produttive innovative (dalle nuove startup ambientali alla dislocazione di dipartimenti dell’IIT), anche ripensando la mobilità pedonale e carrabile di questa porzione di valle”.

    Nello specifico, solleva particolari dubbi l’opportunità di inserire 35000 mq di funzioni commerciali in un’area già satura per la presenza dei vari Ikea, Leroy Merlin, Decathlon, Euronics ecc. e, poche centinaia di metri più a valle, dell’ex area industriale Ansaldo recuperata da decenni a principale centro commerciale di Genova, la Fiumara. A fronte di una necessità non reale in un’area già congestionata di attività di questo tipo, il pericolo è che questi nuovi spazi rimangano vuoti, aumentando quella mancanza di vita che inficerebbe la fruibilità dell’intero progetto da parte della popolazione. Più in generale, non si comprende come il previsto e augurabile “sistema urbano coevo, socialmente attivo e vivace” potrebbe svilupparsi se l’80 per cento dell’area del progetto dovrebbe essere dedicato all’estrazione di profitto, quando la storia urbana capitalistica degli ultimi 150 anni dimostra che laddove si innesca il ciclo produttivo-consumistico le comunità umane e le forme di vita sociali vengono irrimediabilmente erose e degradate.

    La rinnovata polis evocata nel progetto sembra dunque sovrascrivere e coprire con una blanda verniciata di verde, sostenibilità e cultura l’ulteriore rafforzamento della metropoli produttiva. Ma come potrebbe essere diversamente, quando nessuno mette in discussione – e la gestione dell’emergenza attuale dettata dalla pandemia del coronavirus ne è la dimostrazione più clamorosa – la dittatura del profitto e del PIL? Il capitalismo continua ad essere una religione, come diceva Walter Benjamin già nel 1921, e gli architetti continuano a concepirsi come dei tecnici e non dei politici, come insegnava Le Corbusier negli stessi anni.

    La retorica ecologica

    Elemento centrale del progetto è il Parco botanico del Polcevera, “un nuovo paesaggio che raccoglie la varietà delle piante e delle essenze del Mediterraneo”, che dovrebbe misurare 13 ettari e ospitare 2895 alberi. Per presentarlo Boeri fa appello al pezzo forte della sua poetica architettonica recente, il tema del bosco:

    “Radici, tronco, rami, foglie. Stare in un bosco è come stare in una pinacoteca, tutto quel colore stimola l’immaginazione. Un albero col suo silenzio ci racconta il trascorrere del tempo con la stessa forza di un dipinto. Sta a noi leggerne la storia. Ogni radice, nervatura del tronco, ramo, foglia sono particolari che diventano metafore, simboli del nostro vivere. Ogni dettaglio ha racconti da narrare come una lancia di Uccello, una stele di Poussin, una schiena di Friedrich. Ogni pianta ha la sua personalità: incanta e stupisce, tranquillizza o inquieta, a seconda della forma, dei colori, della luce che la irradia. Di fronte alle sue fronde chiudiamo gli occhi, respiriamo a pieni polmoni e cerchiamo di assimilarne intensamente il profumo. Ogni persona si può identificare in un albero per atteggiamento, costituzione, ideale; ma nessuno potrà mai esserne padrone. Potrà solo, a sua volta, voler essere albero”.

    innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico

    Tralasciando l’effetto un po’ stridente di immaginare che un pur bel albero ombreggiato dal sovrastante viadotto autostradale potrà evocare la ricerca del dettaglio di un quadro di Paolo Uccello, Poussin o Friedrich, è l’intera impostazione di Boeri sulla funzionalità ecologica dei suoi boschi urbani che suscita molte perplessità, come dimostrano le numerose critiche rivoltegli, a partire dalla natura classista e spettacolare del celebre Bosco Verticale costruito nel Quartiere Isola di Milano. Scrive al proposito Fabrizio Bellomo:

    “Questa forestazione urbana mi suona un po’ come la vernice utilizzata da certi street artist, la quale sarebbe capace di assorbire l’inquinamento e migliorare così l’aria circostante, bah… Va ribadito (e ha senso farlo!): questa teoria relativa al “…combatte(re) efficacemente il cambiamento climatico…” attraverso la piantumazione di alberi sui balconi di grandi grattacieli di cemento armato rimane un’abile operazione comunicativa. La forestazione di cui si parla altro non è che un escamotage di tipo visivo con cui rivestire grandi cubature di cemento, attraverso delle altrettanto grandi fioriere – sempre in cemento – le quali andranno a contenere gli alberelli rigorosamente selezionati dal paesaggista di turno.Tale genere di forestazione – solo per usare le stesse parole, poiché in realtà si tratta più di un pattern, di un rivestimento appunto –, finisce così per generare una patina di verde verticale che non farà altro che produrre (per la comunità) dei soli paesaggi, fotografabili e condivisibili, paesaggi dunque pregni di un alto livello di likeability. Piacenti e ruffiani. Il Bosco Verticale (già quello milanese) genera sicuramente un paesaggio ma non genera per questo anche un ambiente (pubblico). Per spiegarsi meglio: il paesaggio generato dal Bosco Verticale viene disatteso dall’ambiente cittadino che ci circonda mentre usufruiamo della veduta di questa struttura: asfalto e palazzi. Questa è un’architettura dissociata – e forse in un’epoca in cui la dissociazione fra quello che si è e quello che si fa è diventato un paradigma fondamentale per la sopravvivenza – vi è anche la motivazione dell’enorme successo di questi edifici”.(F.Bellomo, Le foreste sono orizzontali , https://www.artribune.com/arti-visive/2019/11/boeri-bosco-verticale-tirana-editoriale-fabrizio-bellomo/).

    Le contraddizioni verticali del grattacielo ecologico milanese sono le stesse, riprodotte su un piano orizzontale, del Parco del Polcevera; innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico.

    L’evocazione da parte di Boeri del sentimento romantico della natura, riscontrabile nel riferimento specifico a Friedrich, è particolarmente significativa. In un bel capitolo del suo libro L’arte del viaggiare, Alain de Botton, recatosi nel Lake District sulle orme del grande poeta romantico Wordsworth, ci ricorda come quest’ultimo, nel suo amore sconfinato per la natura inglese ancora per larghi tratti incontaminata della prima metà del 1800, notasse come città e natura fossero incompatibili: “Parte del suo biasimo era rivolto contro l’inquinamento, la congestione, la miseria e la bruttezza delle città, ma provvedimenti antitraffico e sgombro degli slum non sarebbero valsi a revocare la bocciatura di Wordsworth. A preoccuparlo non era tanto la salute degli abitanti, quanto l’effetto della vita urbana sulla loro anima” (A. De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002, p. 138). La natura, diceva Wordsworth, è un cosmo, un sistema complesso che ha tanto da dare e insegnare agli uomini ma solo quando conserva la sua integrità e autonomia; essa, al contrario del conciliarci con l’asfalto e il cemento, ci dovrebbe indurre “a cercare nella vita e nel prossimo ‘quanto vi è desiderabile e buono’. Essa era una ‘immagine della giusta ragione’ capace di correggere gli impulsi sviati della vita urbana” (ivi, p. 146).

    La retorica della memoria

    Nel cuore del Parco del Polcevera verrà realizzata un’istallazione concepita dall’artista Luca Vitone, “Genova nel Bosco”, che prevede la piantumazione di 43 piante di specie diverse in memoria delle vittime della tragedia del Ponte Morandi, “a perenne ricordo del dolore e delle debolezze degli uomini” e come simbolo “dell’indomita forza di una città”. Spiega Vitone stesso:

    “Ogni albero sarà dedicato a un personaggio ligure di ogni epoca dell’ambito culturale, da Montale a Pivano, da Germi a Villaggio, da Strozzi a Scanavino, da Alberti al Coppedé. Personalità nate nella regione o che nella regione hanno trovato linfa per la propria crescita, figure che con la propria immaginazione hanno contribuito a esportare nel mondo l’immagine di Genova e della Liguria. Ogni nome dell’autore sarà celato dal suo anagramma che darà il titolo alla pianta e sarà cura del visitatore, come in ogni gioco enigmistico, scoprire la persona a cui l’albero è dedicato. Un percorso libero che ognuno potrà intraprendere all’interno del Bosco e dove troverà diverse sedute caratterizzate da un disegno particolare a forma di ruota o di croce su cui potrà sedersi, leggere e riposarsi all’ombra delle fronde. La curiosità del visitatore sarà soddisfatta da delle schede botanico‐simbolico‐biografiche che per ogni albero/autore ne racconterà affinità, accostamenti e relazioni. Queste informazioni, con la relativa soluzione dell’anagramma, saranno disponibili con un’applicazione pensata apposta per il progetto”.

    Ponte Morandi, così com’era e così come sarà nella sua nuova veste, è una necessità, l’infrastruttura di un sistema economico-politico – il capitalismo industriale – che ha portato benessere materiale ad alcune generazioni, ma che ha rappresentato anche un abbrutimento nocivo della qualità della vita quotidiana collettiva e che, come è sempre più evidente, sta portando il pianeta al collasso. Proprio la morfologia e la storia recente di Genova – dal crollo di via Digione nel 1969 a quello di Ponte Morandi, passando per le numerose alluvioni (di cui il Polcevera è stato spesso un pericoloso protagonista) che hanno provocato morti e disastri – dimostrano come la natura e i suoi fragili equilibri non siano più compatibili con un certo modello produttivo.

    A fronte di tutto ciò, il voler celebrare il passato della grandezza industriale della città ricordando le vittime del collasso di uno dei suoi simboli con degli alberi non suona un po’ stonato? E non suona stonato anche il voler insistere nel celebrare il passato della città come un tutto indistinto, associando al crollo di Ponte Morandi poeti e letterati, quasi a voler santificare il modello di progresso produttivista come il migliore dei mondi possibili, anche quando i suddetti esponenti dell’arte e della cultura evocati nulla centravano con esso o addirittura palesemente lo criticavano (basti pensare alle biografie e ai contenuti artistici di un Pietro Germi e di un Emilio Scanavino)?

    Quali sono “il dolore e le debolezze degli uomini” che dovrebbero essere ricordati? Le quarantatré persone inghiottite da quella voragine del 14 agosto 2018 sono morte per le responsabilità precise di un sistema economico-politico. Identificarle con altrettanti personaggi celebri che dimostrerebbero la nobiltà di Genova, la quale a sua volta si sovrapporrebbe al simbolo del vecchio Ponte Morandi, le disincarna e ne sfrutta l’orribile fine per celebrare un presunto spirito del progresso di cui esse sarebbero state vittime in un senso quasi hegeliano (“tutto il reale è razionale, tutto il razionale è reale”). In questo senso “Genova nel bosco” appare un’operazione triplamente subdola di spersonalizzazione di chi è scomparso quel giorno, assoluzione morale dei responsabili della tragedia, depoliticizzazione di un sistema. Operazione non soltanto retorica in questo caso, ma di sfacciata propaganda funzionale a suggellare nell’immaginario collettivo l’idea che quella tragedia sia stata un destino soggettivo e non una precisa colpa di chi gestiva quel tratto autostradale e quel viadotto, traendone lauti profitti e senza curarne la sicurezza.

    Un sobria targa come quelle che sono sempre state utilizzate per ricordare i nomi delle vittime delle guerre, o ancora meglio una colonna infame come quella murata in piazza Sarzano dagli ex abitanti della zona di Via Madre di Dio dopo il suo abbattimento per ricordare le responsabilità politiche di un disastro urbano o sociale conclamato, parrebbero soluzioni più degne e appropriate per ricordare le vittime del crollo di Ponte Morandi, senza anagrammi, giochi enigmistici e presunte suggestioni bucoliche. 

    La retorica della neolingua

    “Un Cerchio di acciaio, Rosso. Un anello che abbraccia – passando sotto il nuovo Ponte – un territorio di ferro, acqua, cemento e asfalto. Il Cerchio Rosso di acciaio, memoria di una potente tradizione di altoforni, gru, carroponti, corre attorno ai luoghi più vicini alla tragedia del 14 agosto 2018. Li abbraccia senza separarli dal loro contesto, ma anzi legandoli tra loro”.

    Elemento centrale, cuore simbolico e raccordo materiale dell’intero progetto, è il Cerchio Rosso, progettato in prima persona da Stefano Boeri con l’intento di legare “concettualmente e fisicamente le diversità di un quartiere che ha sempre tenuto insieme industria, infrastrutture e case”. La storia, come già detto, è oltremodo ricca di progetti urbanistici nati con le più roboanti dichiarazioni e intenzioni progressiste e rivelatesi dei fallimenti sociali e ambientali. A Genova è fin banale citare i Giardini Baltimora – più noti come Giardini di Plastica – costruiti sulle sopra citate macerie della zona di Via Madre di Dio.

    L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti

    Ma un altro esempio sovviene alla mente pensando ai percorsi sopraelevati del Cerchio Rosso: il quartiere periferico di Thameshead, nella zona sud-est di Londra, costruito alla fine degli anni Sessanta, contemporaneamente a Ponte Morandi e figlio dello stesso positivismo economico-sociale, per affrontare la carenza di alloggi della capitale britannica. Salutato come un progetto di avanguardia per il suo design sperimentale e brutalista (lo stesso dei palazzi dei Giardini di Plastica), Thameshead venne caratterizzato da un insieme di terrazze e da una fitta rete passerelle costruiti attorno a un sistema di laghi e canali. L’entusiasmo iniziale si scontrò con la realtà dei fatti e Thameshead divenne rapidamente un agglomerato insicuro e degradato, al punto che già nel 1971 Stanley Kubrick lo scelse per girarci alcune delle scene più celebri di Arancia Meccanica.

    Una popolazione che non trovò risposte nel progetto degli architetti trasformò quello spazio in una zona insicura e degradata, tanto che ben presto le passerelle vennero chiuse. Se la scommessa architettonica del Cerchio Rosso si rivelasse un azzardo non è difficile immaginare un destino simile. Una comunità la fanno i cittadini quando si sentono protagonisti attivi del cambiamento e quando un progetto risponde con realismo e intelligenza alle loro esigenze. In questo senso “Il Parco del Polcevera” lo vivranno davvero gli abitanti del quartiere per “fare sport, giocare, raccogliere fiori e frutti, usufruire di aree dedicate sia agli animali sia agli aspetti ludici, educativi e di socializzazione”, come auspicato, o diventerà l’ennesima terra di nessuno per i novelli drughi della società occidentale post-coronavirus, opportunamente e ulteriormente distanziati socialmente?

    Quale che sarà lo sviluppo reale di questo progetto, ci sono motivi per pensare che l’immagine progressista di rilancio della Valpolcevera incontrerà delle difficoltà concrete a realizzarsi. L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti.

    Una caratteristica fondamentale di questa propaganda è l’utilizzo abbondante, da parte di Boeri e associati, della neolingua tipica degli architetti contemporanei. Abbiamo visto come la cornice linguistica e ideologica generale del progetto si materializzi nell’affastellamento stridente che associa il passato industriale di Genova ai colori e ai sapori del Mediterraneo, la gloria trecentesca della Superba di Petrarca agli esiti catastrofici della speculazione edilizia e di infrastrutture obsolescenti come Ponte Morandi. Allo stesso tempo il linguaggio tecnico che descrive gli interventi concreti del progetto stesso sembra volersi legittimare alla comunità internazionale degli architetti d’avanguardia più che rivolgersi agli abitanti di Campi e del Campasso. Al di là dell’abuso snobistico di termini inglesi per esporre concetti che avrebbero un loro semplice equivalente italiano – shared surfaces, smart mobility, mixite funzionali, sheds, wayfinders, clusters, strips –, ci sono interi brani della presentazione del progetto che traducono l’impressione di tecnici che pianificano dall’alto la vita quotidiana delle persone comuni:

    “Così come il programma funzionale, anche gli stessi involucri architettonici di progetto vengono ripensati trasversalmente alle fasce del quadrante, con l’obiettivo di sviluppare una semantica condivisa a micro e macro scala, alla base di un’identità comune e riconoscibile per il Quadrante”.

    L’uso di questo linguaggio per una disciplina, l’architettura, che modella la vita quotidiana delle persone, e, nello specifico, per un progetto che modificherà la vita di una popolazione di condizione sociale ed estrazione culturale di un certo tipo, richiama la neolingua, termine inventato da George Orwell nel suo celebre 1984 per definire un linguaggio innovatore che, proponendosi come incomprensibile per i sudditi, proibisce loro ogni pensiero critico nei confronti dell’autorità costituita. Come la neolingua degli architetti contemporanei si inscriva nella tradizione della retorica piegata ai fini della propaganda e della pubblicità ce lo ricordano ancora le parole di Socrate riportate da Platone oltre 2400 anni fa: “Dunque, il retore e la retorica si trovano in questa posizione rispetto a tutte le altre arti: non c’è alcun bisogno che sappia come stiano le cose in sé, ma occorre solo che trovi qualche congegno di persuasione, in modo da dare l’impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno” (Platone, Gorgia).

    Nello specifico la neolingua della smart city, vero e proprio feticcio urbanistico della contemporaneità, ha degli obiettivi chiari all’interno dell’arte della retorica che ne deve promuovere la bontà e l’approvazione pubblica:

    “Per portare a termine una politica urbana che dia la priorità agli interessi privati senza provocare opposizioni popolari, è necessario formattare l’opinione pubblica. Per questo le parole adoperate non sono soltanto descrittive ma anche stimolanti: devono provocare il sostegno e perfino l’entusiasmo della gente. Tuttavia, a differenza della propaganda dei regimi definiti totalitari […], la propaganda della smart city seleziona il proprio vocabolario adoperando la tecnica o, meglio, la tecnologia come referente ultimo o come garante di efficienza e obiettività. Presentato come una seconda natura, l’ambito tecno-scientifico imprime un marchio di ineluttabilità sulle decisioni che si pendono. Ormai non si tratta tanto di governare, quanto di gestire. Motivo per cui ai gestori e ideologi della smart city piace così tanto la parola “governance”, importata – come tante altre – dagli USA e presa dal mondo “apolitico” dell’impresa” (J-P. Garnier, Smart City, cit., p. 11).

    Allo stato attuale, le politiche urbane cittadine indicate dal progetto del Parco del Polcevera non sembrano dunque prefigurare un vero cambiamento di rotta nella gestione dello spazio pubblico e di una strategia di reale coinvolgimento, partecipazione e miglioramento delle condizioni di vita di chi abita aree periferiche come quella della bassa Val Polcevera. Un progetto ridondante di ottimismo, verde, socialità e cultura verrà messo alla dura prova delle contraddizioni e dei limiti che emergono dal contesto reale di quella zona. Cosa si materializzerà nella vita reale dei cittadini di quelle aree, al di là della retorica e della propaganda, lo vedremo all’atto pratico. Speriamo di sbagliarci, perché Genova non ha più spazio per ulteriori buchi neri urbanistici.

     

    Leonardo Lippolis

     

    * tutte le citazioni riportate riguardanti il progetto “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” sono tratte dalle tavole del progetto stesso e dalla sua presentazione da parte del Comune, consultabili entrambe sul sito https://smart.comune.genova.it/contenuti/il-parco-del-polcevera-e-il-cerchio-rosso

  • Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    “La spazzatura è una grande risorsa nel posto sbagliato a cui manca l’immaginazione di qualcuno perché venga riciclata a beneficio di tutti”, ha detto Mark Victor Hansen. La Germania – per citare un esempio di posto ‘giusto’ – ricicla la maggior parte dei rifiuti che produce, una buona parte di quello che resta finisce negli inceneritori che generano energia e soltanto l’1% finisce in discarica. Per dare l’idea, dieci anni fa i tedeschi riciclavano di più di quanto fa oggi la Liguria.

    Perché Genova sembra così sporca e malcurata? Si tratta di inciviltà o di un cattivo sistema di gestione rifiuti? O entrambe le cose? Il degrado del centro storico è da anni un tema parecchio dibattuto eppure – nonostante i servizi offerti da Amiu e le nuove iniziative per incentivare il decoro urbano – la situazione sembra essere sempre la medesima. Mozziconi di sigarette, cartacce, plastica, scie di deiezioni canili. Non solo Genova fa male la raccolta differenziata nel 2018, ma la fa anche peggio del 2017.

    Oggi meno operai che nel 2015

    Per chi abita nel centro storico, gettare la spazzatura è sempre stato un incubo: le famose ex ‘stanzine blu’ sono state sostituite dagli EcoPunti ad accesso controllato, ma la situazione sembra non essere cambiata. Anzi – nonostante lo sporco rappresenti sempre un problema urgente da risolvere – gli spazzini sul territorio non accennano ad aumentare.

    Dai bilanci pubblicati sul sito di Amiu – l’Azienza Multiservizi e d’Igiene Urbana – si evince, infatti, che il numero degli operai nel corso degli anni ha subito un leggero decremento. Se nel 2015 erano 1254, nel 2016 erano 1236, l’anno successivo 1211 e nel 2018 gli spazzini erano 1226 (quasi tutti a tempo indeterminato e con una media d’età di 52 anni). Quindi dal 2015 ad oggi il numero degli operai impiegati nell’organico aziendale è andato man mano a scemare, con un leggero incremento soltanto nel 2018, che comunque resta inferiore al numero degli spazzini che erano impiegati in azienda qualche anno fa. Si registra anche una riduzione sui costi per il personale: si è passati da circa 51 milioni nel 2015 a circa 47 nel 2018.

    Il numero degli operai presenti nell’organico aziendale però, sarebbe ancora inferiore rispetto a quello riportato nei bilanci: “Nei conteggi vengono messi anche circa 30 operai che dipendono sempre da Amiu, ma svolgono dei servizi totalmente diversi come quelli funerari. In questo numero sono compresi anche quelli a tempo determinato presi per il crollo del ponte Morandi. Quindi i numeri, in realtà, sono un po’ al di sotto”, ci racconta una fonte qualificata fonte interna ad Amiu, che aggiunge: “È un problema. La richiesta di decoro è sempre la stessa. Dal crollo del ponte il numero degli operai e dei dipendenti in generale è andato a diminuire. Il calo degli operai si fa sentire. Col decreto Genova hanno assunto quelli che chiamiamo i ‘morandisti’ – che sono 30 – e queste sono state le uniche assunzioni fatte. Nel 2019 sono andati in pensione una settantina di dipendenti in generale. La carenza di personale, soprattutto operativi, è evidente”.

    Secondo questa lettura l’intenzione sarebbe quella di “smantellare l’azienda e far prendere ad Iren tutto il pacchetto. Noi lavoratori abbiamo fatto una lotta abbastanza dura e Iren non è entrata dalla porta, ma è entrata dalla finestra. Ha la concessione alla costruzione dell’impianto di Scarpino e tutte le ditte in appalto che stanno lavorando per Amiu sono ditte che notoriamente lavorano per Iren. Iren ci sta facendo a pezzettini, la situazione è questa”.

    Raccolta differenziata 2018: il contraddittorio caso genovese

    In Liguria i dati sulla raccolta differenziata sono positivi se paragonati a quelli di qualche anno fa. La regione ha registrato un incremento dei dati percentuali nel corso degli anni: se nel 2012 la raccolta differenziata era al 32,02%, nel 2018 è salita al 49,66%. Purtroppo, però, la provincia che registra la percentuale inferiore resta ancora Genova, con un 41,55% nel 2018. Paradossalmente, la raccolta differenziata genovese ha registrato un decremento rispetto al 2017 dove aveva registrato un tasso del 41,63%. Nessun miglioramento per Genova, nessun passo in avanti nel corso di un intero anno, mentre tutte le altre province hanno raggiunto e superato il 45% di raccolta differenziata. L’obiettivo della regione per il 2020 è raggiungere il tasso del 65%, un traguardo che a questo punto pare decisamente utopico per il capoluogo ligure.

    Chiusura di Scarpino e crollo del ponte Morandi: come hanno inciso sulla RD

    Il crollo del ponte Morandi – oltre a portare via 30 mila mq di aree industriali funzionali al servizio di igiene del suolo, alla raccolta e al trasporto di rifiuti – è stato un punto di svolta per Amiu che ha deciso di ripensare urgentemente l’organizzazione logistica e impiantistica. La distruzione che ha lasciato il crollo del ponte della Valpolcevera ha costretto l’azienda a traslocare persone, mezzi e attrezzature in altre sedi (non idonee come le precedenti) e questo ha comportato inevitabilmente un aumento dei costi.

    Dai bilanci di Amiu si comprende come la chiusura della discarica di Scarpino nel 2014 e il crollo del ponte Morandi nel 2018 abbiano segnato la città di Genova, causando un forte incremento dei costi per i servizi. In seguito alla chiusura di Scarpino i costi subirono un drastico aumento (di oltre 29 milioni), salendo a 62 milioni nel 2015. Dopo una sorta di assestamento dei costi per un triennio, nel 2018 hanno registrato un nuovo aumento rispetto all’anno precedente – pari al 10,72% – dovuto principalmente a due voci di spesa: i lavori di bonifica all’area ex Nira e i lavori di igiene urbana. I primi erano inesistenti, dunque sono stati stanziati per la prima volta oltre 3 milioni per bonificare dall’amianto la struttura abbandonata da oltre 20 anni, mentre i secondi hanno subito un aumento di oltre 2 milioni. Il che significa che la gestione delle attività che riguardano smaltimento rifiuti, pulizia spiagge e scogliere, gallerie e sottopassi, aree verdi e wc, diserbo, rimozione carcasse e discariche abusive e lavaggio cassonetti ha richiesto un budget più elevato (basti pensare al maltempo e i danni provocati).

    La nostra fonte ci spiega cosa è andato perduto il 14 agosto 2018 e quali decisioni sono state prese dall’azienda per sopperire alla perdita delle aree sottostanti il Morandi: “Nelle isole ecologiche, per fare un esempio, noi abbiamo dei grandissimi problemi. Sotto il ponte, oltre ai colleghi, abbiamo perso una rimessa, l’isola del riciclo, l’isola ecologica, una serie di uffici. Queste aree sono state perse e mai più recuperate”.

    E continua: “Tutto quel cantiere è stato riportato nella vecchia rimessa, insieme ad altri lavoratori tutti ammassati, abbiamo mezzi parcheggiati in posti privati dove paghiamo per tenere i nostri camion”. L’intento sarebbe quello di avere un “servizio sempre più scadente”.

    Mezzi fatiscenti e turnazioni bizzarre

    Il calo del personale non sarebbe l’unico problema dell’azienda: “Dalla chiusura di Scarpino non abbiamo mai fatto sentire l’emergenza, ma ora iniziamo ad andare pesantemente sotto di organico. A questo si aggiunge anche il problema dello stato dei mezzi: abbiamo camion che hanno 20 anni e che usiamo quasi 24 ore su 24. Di notte, abbiamo 6 o 7 zone scoperte per turno. Spesso mi è capitato di dover aspettare qualcuno che rientrasse col camion per poter fare la mia zona. E questo accade dappertutto. Non c’è più gente e quella che c’è viene dirottata su mille servizi. Poi l’età media dell’azienda è molto alta e non assumendo giovani questo si configura come un problema nel problema”.

    Inoltre, anche la turnazione non sarebbe gestita in relazione alle necessità. Per esempio nel centro storico il numero crescente di esercizi legati alla ristorazione, anche turistica, sta mettendo in crisi la tenuta del servizio: “L’inizio turno è stato spostato dalle 23 alle 19,20, creando problemi con lo svuotamento dei bidoni, che quindi vengono nuovamente riempiti appena svuotati, rimanendo pieni anche per tutto il giorno successivo”. Ma non solo: “Lo spazzamento manuale è stato di fatto ridotto – spiega – ogni operatore oggi ha una zona molto più ampia e deve scegliere, coprendo solo i punti di maggior passaggio. L’impegno della gente che lavora c’è ed è costante, ma più di così non ci riusciamo. Manca personale”.

    EcoPunti per il decoro urbano

    Per unire le esigenze di gestione dei rifiuti nel centro storico con quelle dì decoro del quartiere, Amiu ha allestito quasi 40 EcoPunti. Il centro storico di Genova – oltre ad essere densamente popolato – è una rinomata meta per i turisti di tutto il mondo, perciò necessita di frequenti e particolari lavaggi del suolo. In più, proprio a causa della densità di popolazione nel quartiere, i cassonetti vanno svuotati e puliti ancora più frequentemente. Amiu ha quindi servito il centro storico di piccoli magazzini che ospitano i contenitori della spazzatura, tutti ad accesso controllato e dotati di un sistema di video-sorveglianza e un sistema di anti-intrusione dei ratti. Nel centro storico attualmente gli EcoPunti sono 11, ma – sempre in termini di mantenimento del decoro e costruzione di appositi spazi per togliere i cassonetti della spazzatura dalle zone di pregio della città – queste aree aumenteranno.

    Abbiamo ascoltato due operatrici ecologiche che ci hanno raccontato una situazione sì migliore del passato, ma che mette in luce un sistema ancora poco efficace da alimentare comportamenti non virtuosi da parte dei cittadini, come l’abbandono degli ingombranti: “Gli EcoPunti nuovi funzionano con un badge distribuito ai residenti. Sono tutti video-sorvegliati, ma acquisire le immagini non è facile per via della privacy. Una persona che butta gli ingombranti dentro un EcoPunto chiuso come si fa a trovare? Bisognerebbe risalire, tramite le telecamere, all’orario preciso in cui è stato buttato il mobile, andare a vedere il badge che è passato proprio in quel momento e fare un controllo incrociato che diventa abbastanza difficile. Roba da CIA”.

    Mentre sullo stato dei bidoni e sul cambiamento che hanno notato in seguito all’installazione dei nuovi EcoPunti ci raccontano: “I bidoni non vengono lavati a sufficienza, respiriamo di tutto e d’estate la puzza è insopportabile. Il bunker è effettivamente più pulito all’interno da quando vi si accede con il badge, prima ci trovavamo ogni genere di cose e di situazioni. Il problema è che non tutti hanno la residenza e sono dotati del badge, quindi a volte troviamo cumuli di rumenta davanti all’EcoPunto. Alcuni sono più puliti di altri, dipende dalle zone”.

    La situazione dei rifiuti nel centro storico di Genova potrebbe essere considerata come un’emergenza, emergenza che ha origini lontane e sviluppi recenti: il crollo del Morandi poteva essere un’opportunità per pretendere da parte dello Stato nuove risorse, ma nei fatti il personale continua a diminuire, mentre il servizio diventa sempre meno efficiente, anche visibilmente. Eppure i rifiuti continuano ad essere una potenziale risorsa, che aspetta solo qualcuno o qualcosa che la sappia valorizzare.

    I rifiuti ci sono e sono sempre di più – nel 2018 circa il 49% in più dell’anno precedente – e in qualche maniera bisogna occuparsene. Una loro cattiva gestione diventa un problema per la salute dell’uomo e quella dell’ambiente, perciò occorre al più presto una politica di gestione rifiuti efficace, in grado di dare valore alle risorse al termine della loro vita, destinandole al corretto trattamento e riutilizzo. L’attuale servizio pare inadeguato e il centro storico è letteralmente saturo di spazzatura, decisamente non un bel vedere per i turisti in visita nella Superba e nemmeno un motivo di vanto per gli abitanti. Con l’ultimazione dei lavori per la ricostruzione del ponte della Valpolcevera, che determinerà in un certo senso una rinascita per la città, l’augurio è che si possa mettere un punto di partenza anche per una Genova più ‘green’: più pulita, rispettosa e accogliente.

     

    Paola Alemanno

  • Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Doveva essere l’amministrazione dei cinque milioni per i municipi promessi tre anni fa, in campagna elettorale, dall’allora candidato sindaco Marco Bucci, del decentramento delle sedi Amiu e Amster, con cui i municipi avrebbero dovuto gestire direttamente i lavori pubblici sui rispettivi territori. Dei nove municipi in cui è divisa la città di Genova intesi come nove mini-comuni, con ampia autonomia rispetto all’amministrazione centrale. E delle relative risorse finanziarie garantite dal Comune per rendere tale autonomia effettiva. Invece, in questa prima metà di mandato, proprio dai municipi è arrivata un’opposizione tra le più dure alla giunta comunale. Fino alla bocciatura, nelle scorse settimane, del bilancio previsionale del Comune da parte di cinque parlamentini su nove. Una decisione che avrà poche conseguenze concrete, dal momento che il parere dei municipi su questa materia non è vincolante. Ma che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra la giunta Bucci e le realtà territoriali più vicine ai cittadini.

    Certo, a ribellarsi ai piani di Palazzo Tursi sono stati i municipi governati dal centrosinistra, all’opposizione in consiglio comunale, mentre i quattro retti da maggioranze di centrodestra hanno diligentemente votato a favore. Ma vorrà pur dire qualcosa se, a Levante, il consigliere Tommaso Pinazzi ha votato contro la sua stessa maggioranza giustificando la propria decisione con queste parole, rilasciate in un’intervista a Genova Quotidiana: «Abbiamo parlato in campagna elettorale di decentramento, sparando stanziamenti di X milioni per i municipi, e invece ci viene tolto tutto». O se anche il presidente del municipio 1 centro est Andrea Carratù, in quota Lega, ammette ai nostri microfoni che «Sulla carta, se le cose fossero messe in pratica funzionerebbero. Ma – aggiunge – tra quello che è scritto è la realtà c’è una grossa differenza. È necessario avvicinare la teoria e la pratica».

    Il passo di Tursi

    Forse proprio per questo, per avvicinare la teoria alla pratica, lo scorso 11 febbraio, all’indomani della bocciatura e dei malumori espressi sul bilancio, Bucci ha delegato al consigliere comunale Stefano Costa la formulazione di una proposta di riforma del decentramento amministrativo. Costa, per dieci anni consigliere municipale nel Medio Levante, rivendica una sensibilità particolare sul tema, sia per la sua precedente esperienza sia per i suoi studi personali: «Dobbiamo rendere i municipi efficaci ed efficienti – spiega il consigliere di Fratelli d’Italia a Era Superba – cosa che in questo momento in parte non è perché la riforma del decentramento avviata con il ciclo Vincenzi, nel 2007, nello scorso ciclo amministrativo ha subìto un brusco arresto. Ritengo che questa sia un’occasione per rimettere mano a questa partita».

    Nel raccontarci le proprie idee sulla riforma, ancora alle primissime fasi del processo, Costa insiste molto sul tema dell’efficienza, ma non si sbilancia su possibili cifre da destinare ai municipi o sulle funzioni precise da assegnare loro. «Ogni aspetto merita un approfondimento a parte – spiega – puntare tutto il dibattito sulla contrapposizione tra più risorse e meno risorse o più funzioni e meno funzioni sarebbe semplicistico. Io parlerei di funzioni operative reali». Tra queste, Costa si sofferma in particolare sul tema delle manutenzioni ordinarie su cui, dice: «Al momento non c’è stata nessuna sostanziale modifica rispetto a quanto previsto dalla passata amministrazione. Ci sono le manutenzioni ordinarie in parte gestite dagli enti territoriali, che hanno voce in capitolo, ma come accadeva anche prima gli interventi devono essere posti al vaglio dell’assessorato competente. Ritengo – aggiunge – che per le manutenzioni ordinarie, come la buca del marciapiede o la gestione del verde urbano di piccole dimensioni, sia necessario ridurre la filiera amministrativa per garantire maggiore velocità d’intervento».

    Il punto di vista dei municipi “d’opposizione”

    I municipi attualmente retti dal centrosinistra sono i più netti nel denunciare la tendenza accentratrice della giunta Bucci, condotta, dicono, in totale contraddizione rispetto alle promesse di tre anni fa. Claudio Chiarotti, del municipio 7 Ponente, ne fa anche una questione di metodo: «Io sono per la più ampia forma di decentramento, ma se l’amministrazione comunale volesse riaccentrare alcune funzioni avrebbe tutto il diritto di farlo – chiarisce – se così fosse, però, dovrebbe farlo nella sede opportuna, che è il Consiglio comunale. Non si può andare avanti, com’è successo finora, con delibere di giunta o modifiche dei regolamenti imposte dall’alto». A differenza di Costa, che vede una continuità delle amministrazioni Bucci e Doria, Chiarotti vede un sostanziale cambiamento nei rapporti tra i diversi livelli amministrativi: «Il rapporto prima era più costante, pur tra le criticità e gli scontri – sottolinea – il tema è il rispetto del ruolo, anche politico, dei presidenti e dei consigli municipali, che non sono semplici parti dell’amministrazione. Come presidente, voglio partecipare alla discussione sul futuro della città, come municipi dobbiamo poter rendere chiari qual è la nostra visione ai cittadini. Se il Comune vuole tornare indietro è legittimo, ma lo faccia in modo chiaro. Spero che il consigliere Costa, nel suo nuovo ruolo, possa comprendere questa necessità».

    Chi dalla delega a Costa sembra invece non aspettarsi molto è Massimo Ferrante, al secondo mandato da presidente della Bassa Val Bisagno: «in realtà – spiega ai nostri microfoni – avevamo già una consigliera delegata ai rapporti con i municipi, Lilli Lauro. A inizio mandato, con grande entusiasmo, è stato istituito anche un gruppo di lavoro coordinato dalla Commissione 1, guidata dal consigliere Paolo Putti. Ora dopo due anni e mezzo scopriamo di nuovo che bisogna mettere mano al regolamento. Mi sembra l’ennesima sovrapposizione di ruoli e l’ennesima mossa per gettare fumo negli occhi».

    «Inoltre – aggiunge – mettere mano al regolamento sul decentramento può voler dire entrambe le cose, sia proseguire sul percorso del decentramento sia andare verso un accentramento di funzioni sul Comune. Finora gli atti del sindaco e della giunta sono andati chiaramente verso l’accentramento: è stato ridotto il fondo per i municipi, sono stati messi paletti sui patrocini, i municipi hanno sempre meno spazio di manovra, sempre meno personale nelle aree tecniche o negli uffici dell’anagrafe».

    Ferrante, Chiarotti, e gli altri due presidenti di municipio di centrosinistra Romeo e Bianchi sono inoltre firmatari di un ricorso aperto contro l’amministrazione comunale per la decisione del Comune di sottrarre ai municipi la competenza sugli ambiti territoriali sociali (ATS) tramite un atto del segretario generale amministrativo: «Abbiamo contestato il fatto – spiega Ferrante – che questo passaggio sarebbe dovuto avvenire in Consiglio Comunale, l’unico organo preposto a cambiare lo statuto».

    La caduta dei fondi aggiuntivi

    Un parametro forse non esaustivo ma chiaro per capire come sono cambiati i rapporti tra Comune e Municipi sono i fondi che il primo concede ai secondi. Che, rispetto alla giunta Doria, sono innegabilmente diminuiti. Con l’amministrazione Vincenzi, la prima con i municipi nella loro forma attuale, si stabilì un conto capitale annuale per ciascun municipio di 281 mila euro: «Con il primo bilancio – ricorda Chiarotti – l’allora assessore ai lavori pubblici Crivello portò tale cifra a 481 mila, sottraendo risorse alle sue direzioni. Nei due anni successivi li portò addirittura a 681 mila euro». Il problema fu che si trattava di risorse aggiuntive, da confermare di bilancio in bilancio. La giunta Bucci prese la decisione di riportare le risorse per municipio a 281 mila euro, lo stesso livello dell’era Vincenzi.

    Chiarotti elenca alcune delle misure che negli anni scorsi il suo municipio ha potuto adottare grazie ai fondi aggiuntivi messi a disposizione da Tursi: «La regimazione delle acque ai villini – elenca – una strada storica ad alta concentrazione popolare, la ripavimentazione del centro storico della delegazione su Voltri o la sostituzione di una ringhiera sulla passeggiata di Pegli. Con quei fondi il municipio aveva la possibilità di fare scelte anche politiche su dove fosse meglio spendere i soldi. Senza siamo costretti a chiederli alla civica amministrazione che in teoria, vagliando le nostre richieste, potrebbe accordarci anche fondi infiniti ma nei fatti, anche per la scarsità di risorse, può fare ben poco».

    A ottobre del 2017, quando per la prima volta la giunta Bucci non confermò le aggiunte ai fondi per i municipi di 400mila euro decise da Crivello, scatenando già allora diverse polemiche, l’assessore Piciocchi sostenne che l’esperimento della giunta precedente di aumentare i fondi poteva definirsi “fallito” perché “non tutti i municipi avevano gli strumenti per gestire questi fondi”. Al tempo stesso Piciocchi sostenne la necessità di legare il discorso dei fondi per i municipi a una più complessiva riforma del decentramento amministrativo. Da allora sono passati più di due anni.

    Il punto di vista dei consiglieri di centrodestra

    Meno perentorie le posizioni dei presidenti di centrodestra che però non nascondono le criticità dell’assetto attuale: «Le funzioni dei municipi possono anche essere diluite – sostiene Carratù, del municipio del centro est – ma nel caso quelle che rimangono devono essere coerenti rispetto alle risorse economiche a disposizione. Come municipio abbiamo la responsabilità della manutenzione ordinaria su 17 istituti scolastici e sui musei, che in centro storico sono ovviamente molti. I 281 mila euro annuali per svolgere queste funzioni non sono sufficienti. O mi togli gli oneri o mi dai la possibilità di poterli mantenere». Un altro problema che Carratù elenca è quello dei servizi di anagrafe: «il direttore del municipio ha la responsabilità della gestione del personale – spiega – ma nei fatti ci manca il personale e non possiamo né assumere né fare trasferimenti, e la gente se la prende con noi perché la responsabilità è nostra».

    «È importante – rincara la dose Renato Falcidia, del Municipio Centro Ovest – con una riforma del decentramento seria, individuare in modo più chiaro e definito le competenze dei municipi e attribuire ad essi le risorse adeguate per far fronte alle deleghe definite». Falcidia, però, non crede che la giunta Bucci abbia mostrato tendenze accentratrici: «Credo che in alcuni casi su questo tema ci siano state strumentalizzazioni politiche da parte di alcuni municipi – spiega – per esempio l’accentramento dei servizi sociali alla direzione del Matitone non impedisce che il servizio rimanga delocalizzato, come quando era gestito direttamente dai municipi. Si tratta di una scelta amministrativa che non va a incidere sul funzionamento quotidiano del servizio».

    A scontrarsi sembrano essere due visioni della città. Una che vorrebbe dei Municipi investiti di maggiori compiti e dotati di maggiori risorse, nella convinzione che in quanto enti più prossimi ai cittadini siano anche quelli capaci di rispondere meglio alle loro necessità. È il tema del cosiddetto decentramento amministrativo, argomento di discussione non solo a Genova ma anche in altre grandi città come Roma, dove alcuni municipi hanno estensione e popolazione di città medio-grandi e richiedono più poteri all’amministrazione centrale. Dall’altro lato, una visione più accentratrice, favorevole a una maggiore interferenza del Comune negli interventi e dell’amministrazione sul territorio.

    A Genova, almeno a parole, tutte le forze politiche sembravano aver scelto la prima opzione, tra il progetto di “città policentrica” della giunta Doria e l’ampia autonomia promessa ai municipi dal successore Marco Bucci in campagna elettorale e a inizio mandato. Oggi, però, i municipi di centrosinistra accusano il Sindaco di aver in realtà scelto la via accentratrice, e di farlo senza coinvolgere gli organi democraticamente eletti. Anche i municipi di centrodestra che abbiamo intervistato per scrivere questo articolo, però, sostengono che l’assetto attuale vada modificato, in un verso o nell’altro: «Bisogna guardare ai risultati e avere molto senso pratico – conclude infatti Falcidia – se un accentramento delle funzioni porta a migliori risultati, ben venga, altrimenti meglio decentrare ma con compiti e risorse ben definiti. Ad oggi si genera confusione e sovrapposizione tra deleghe».

    Che si pensi che i municipi genovesi facciano troppo o che facciano troppo poco, tutti sembrano d’accordo su un punto: il sistema attuale non funziona.

     

    Luca Lottero

  • Prima che cadano

    Prima che cadano

    Ha un non so che di acido il retrogusto dal sapore elettorale della corsa all’hastag di questi giorni a proposito dell’oramai tormentonico supposto interesse al ponte caduto da parte di innumerevoli rappresentanti della classe dirigente locale e nazionale.

    La levata di scudi “politica” alle sconsiderate parole di Oliviero Toscani ha sollevato un polverone mediatico che come prevedibile offusca ancora il tema esiziale delle responsabilità politiche del fatto in sé, cioè del crollo di uno dei più strategici viadotti del paese.

    Su questo punto, in questi mesi, non abbiamo visto né hastag, né flash mob, ma ci si è limitati solo al modesto dibattito su l’ipotetica revoca delle concessioni, presto diventato territorio di scambio politico, di ricatto tattico, di equilibrismi, di vediamo come va in Emilia Romagna, di calcolo, di trend, di fidelizzazione social.

    Ai ponti bisogna interessarsi prima che cadano; dopo son bravi tutti, compresi i Benetton, per i quali per anni il Morandi è stato solo una voce di spesa di un bilancio da massimizzare, mentre diverse stagioni di politici e amministratori hanno lasciato fare. Le manutenzioni non si inaugurano, e i nastri non si tagliano durante le ispezioni.

    Eppure si poteva fare qualcosa: chi oggi si indigna e già si vanta di aver dato un nuovo ponte a Genova, anche se ancora non c’è, al 14 agosto 2018 era da tre anni alla guida di un ente che partecipa a vario titolo alle riunioni del Provveditorato per i lavori pubblici, durante le quali si è parlato, poco e male, delle condizioni del Morandi. Nessuno ha mai alzato la mano, chiesto spiegazioni: a nessuno interessava, prima.

    Anche la civica amministrazione comunale, presente e passata, non ha mai preteso quella sicurezza per i suoi cittadini della quale dovrebbe essere ultimo e più prossimo garante: eppure le reti per non far cadere i calcinacci sulla testa degli operai Amiu c’erano. Ma a chi interessa un ponte prima della sua caduta, quando si può vendere il fumo delle grandi opere che metteranno tutto a posto?

    Per i genovesi il crollo è stato un improvviso rientro da uno spot lungo decenni su una rinascita post-industriale mai avviata, il calo di quella morfina che non ha fatto sentire i morsi della cancrena che pezzo dopo pezzo si è mangiata il nostro territorio, tra speculazioni dei beni collettivi e visioni socio-politiche provinciali e fallimentari. Un momentaneo stato di veglia doloroso che per molti sembra essere durato anche troppo. A chi interessa dei ponti prima che cadano?

     

    Nicola Giordanella

  • Genova-Milano, biglietto di sola andata. La città si svuota e diventa sobborgo. Davvero

    Genova-Milano, biglietto di sola andata. La città si svuota e diventa sobborgo. Davvero

    Il ministro Peppe Provenzano era seduto a fianco del governatore della Lombardia Attilio Fontana e a pochi metri dal sindaco di Milano Beppe Sala quando, lo scorso 11 novembre, alla festa dell’HuffPost Italia (a Milano!) osò dire che Milano è si un eccellenza e un esempio positivo per tutti ma anche che la città, a differenza di altre volte in passato, “non restituisce quasi nulla” al resto del Paese. Per rafforzare il concetto, Provenzano evocò l’immagine di un fossato che metaforicamente separa il capoluogo lombardo da tutto ciò che lo circonda.

    Per qualche giorno, dopo aver pronunciato quelle parole, il ministro si ritrovò al centro di una polemica politica bipartisan. Da una parte, com’è nelle cose, i presidenti di regione leghisti del nord, molti dei quali impegnati nella lotta politica per l’autonomia regionale, che nemmeno troppo tra le righe di quell’intervento avevano letto la solita tentazione della politica meridionalista di espropriare il ricco e produttivo nord delle proprie risorse a favore del sud povero e stagnante. Dall’altra, e forse ancora più agguerriti, tutto un universo di commentatori liberali e/o progressisti, che della Milano post-expo hanno fatto la propria Mecca, offesi da quello che hanno percepito come un attacco all’egoismo della città.

    Eppure, Provenzano aveva detto una cosa piuttosto ovvia, quasi banale per chiunque abbia un minimo di percezione della nostra realtà nazionale. Dietro a una città pienamente agganciata al treno della modernità c’è tutto un Paese che, invece, in molte altre aree arranca. E questo, per chi di mestiere fa il ministro “per la coesione territoriale”, oltre che per il sud, non può essere uno scenario ideale.

    Vari studi dedicati agli effetti socioeconomici delle “mega città” dimostrano infatti che, alla lunga, divari territoriali troppo accentuati mettono a rischio la tenuta sociale di intere regioni o persino nazioni, oltre a creare problemi molto concreti sia per chi vive nelle aree di emigrazione (calo demografico, invecchiamento della popolazione, fuga di aziende e industrie) sia per le aree, come Milano, di immigrazione (sovraffollamento, esplosione del costo della vita, gentrificazione).

    Succede prima di tutto con le aree rurali o con i piccoli centri che circondano la città. Nel caso di Milano, però, succede anche con le altre (sempre meno) grandi città, fatalmente attratte nell’orbita della capitale economica d’Italia.
    Come Genova.

    Andare per non tornare

    Come ci ha raccontato su queste pagine Guenda Liberato, per molti giovani genovesi, soprattutto quelli con i più alti livelli di istruzione e specializzazione, andare a lavorare a Milano è diventata la nuova normalità. O al limite il trampolino per fare il salto oltre le Alpi e avventurarsi nel vasto mondo per non tornare più indietro, se non per trovare la famiglia a Natale.

    La prima e più visibile conseguenza è che a Milano c’è sempre più gente, e a Genova ce n’è sempre meno. Naturalmente, non tutti i genovesi che emigrano vanno a Milano, e Milano non accoglie solo genovesi. I dati dell’istat (aggiornati a dicembre del 2018 Milano Genova) rendono però l’idea dell’andamento generale.

    A Milano, la popolazione è in crescita da sei anni consecutivi e, al 31 dicembre del 2018, la città contava 1 milione e 378 mila residenti. Questa cifra, quindi, non include chi a Milano vive mantenendo la residenza altrove. La popolazione di Genova, invece, decresce da quattro anni consecutivi, e i 578 mila abitanti di fine 2018 sono la quota più bassa da inizio novecento. (

    Visto che anche a Milano il numero delle morti annuali supera non di poco quello delle nascite (circa 14 mila contro meno di 11 mila, nel 2018) la crescita demografica è legata interamente all’immigrazione.

    Persone, ma anche imprese e attività commerciali. Mentre di Genova abbiamo raccontato spesso il declino commerciale, a Milano nel 2018 il numero di attività è cresciuto dell’1,2% rispetto all’anno precedente, con il 16% di attività gestite da stranieri e l’8% da giovani.

    Non è tutto oro quel che luccica

    Certo, una crescita del genere ha anche degli inconvenienti, per una città dopo tutto estesa solo 180 chilometri quadrati (se ci limitiamo a considerare il Comune) contro i 240 di Genova. A volte si può avere la sensazione che manchi fisicamente lo spazio e quel poco che c’è costa sempre di più. «Dove ho vissuto fino a poco tempo fa – ci racconta Lorenzo, genovese poco più che trentenne da qualche anno ormai emigrato a Milano – pagavo 600 euro al mese per un monolocale a Sesto San Giovanni, utenze escluse». Sesto San Giovanni è un Comune subito a nord di Milano, territorialmente contiguo al capoluogo e raggiunto da una linea di metropolitana, ma comunque fuori dai confini amministrativi della città. In certe zone di Milano, invece, un monolocale può arrivare a costare 900 euro al mese, per un bilocale saliamo fino a 1.250. Nei primi sei mesi del 2019 il costo degli affitti è aumentato del 6,1% rispetto al 2018 (dati Tecnocasa), mentre a Genova il costo degli affitti è in calo.

    Ora Lorenzo ha comprato casa, sempre a Sesto San Giovanni: «Se fossi in affitto pagherei probabilmente circa 800 euro al mese, perché sono vicino alla metro e anche quello influisce tanto sul prezzo», racconta. Con questi prezzi, vivere in centro, per i milanesi autoctoni o d’immigrazione, è diventato sempre più complicato. A influire non è solo l’immigrazione, ma anche altri fattori come il turismo (piuttosto inedito per Milano), ma anche la preferenza dei proprietari per vendere, anziché affittare, approfittando del buon momento del mercato, che riduce l’offerta di affitti e fa ulteriormente lievitare i prezzi.

    I milanesi non vivono a Milano” è una frase che si sente abbastanza facilmente, in città. Alcuni (in genere più avanti con gli anni e con famiglia) perché scelgono di coronare il proprio sogno milanese con macchina grande e villetta fuori mano. Altri, più semplicemente, Milano non se la possono permettere. Anche a Genova abbiamo la possibilità di una locuzione del genere, ma non per una crescita economico-demografica, ma per un trend di sfruttamento immobiliare che arricchisce i possessori di case, spesso multiproprietà. E il centro storico si svuota.

    Un trend globale

    Il Guardian ha recentemente dedicato un articolo al fenomeno delle mega città, intitolato senza giri di parole Come le megacittà europee hanno rubato la ricchezza di un continente. E vorrà pur dire qualcosa se il quotidiano britannico ha scelto proprio Milano come esempio.

    L’articolo si sofferma in particolare sul caso di Melzo, piccolo centro a 20 minuti di treno da Milano, che fino a metà degli anni 80 ospitava una sede della Galbani e oggi è una sorta di città dormitorio sempre più anziana, con i giovani che studiano e vanno a lavorare fuori. Spesso, naturalmente, a Milano.

    Degrado di Villa DonghiRiferendosi alla crescita del capoluogo lombardo, il professore di economia urbana del politecnico Roberto Camagni, interpellato dal Guardian, dice che si aspettava “avrebbe raggiunto un picco” ma che invece “sta ancora andando avanti”. «Il problema – aggiunge – è che questo miracolo di Milano coinvolge solo il milione circa di persone che lo vive direttamente. La città si è liberata dell’hinterland industriale che ha fatto la sua fortuna nel ventesimo secolo. Alla fine questo genera un problema di dignità per gli altri posti».

    Milano fa parte di quella famiglia di città europee come Londra, Parigi, Monaco o Amsterdam che hanno saputo sostituire l’industria con un terziario di alto livello, un fortunato mix di finanza, cultura e servizi che le ha rese delle città spesso più vivibili che in passato, oltre che ricche. Ma il resto dei rispettivi Paesi non ha vissuto la fine dell’industria altrettanto felicemente. «Sono state le grandi città come Milano, non gli stati-nazione, a beneficiare maggiormente della grande ondata di integrazione portata dal mercato unico europeo» spiega Camagni.

    Tutto questo però ha delle conseguenze politiche piuttosto precise, a cui proprio i liberal-progressisti che si sono offesi per le parole di Provenzano dovrebbero essere particolarmente sensibili. Come spiega uno studio del Centre for European Reform, citato nell’articolo del Guardian, un divario tra i territori così marcato sta generando fenomeni di polarizzazione politica che stanno rimodellando lo scenario europeo e non solo. I piccoli centri e le zone rurali sempre più anziani e impoveriti maturano un senso di frustrazione e risentimento verso le “élite” dei grandi centri urbani e diventano serbatoi di voti per forze populiste e nazionaliste.

    L’abbiamo visto succedere ovunque, negli ultimi anni, con una regolarità sorprendente. Negli Stati Uniti, nel 2016, con Hillary Clinton che stravince nelle grandi città ma perde nell’America profonda. Nel referendum sulla Brexit con Londra che vota remain a differenza del resto dell’Inghilterra, nelle presidenziali francesi del 2017 con lo stesso principio applicato alla coppia Macron-Le Pen. Persino, l’anno, in Ungheria, dove la capitale Budapest ha voltato le spalle al premier Viktor Orbàn, che invece domina elettoralmente a livello nazionale. E ancora con appuntamenti elettorali recentissimi e molto diversi tra loro come la sfida nazionale nel Regno Unito tra Johnson e Corbyn e quella regionale in Emilia Romagna tra Bonaccini e Borgonzoni. Esempi se ne potrebbero fare mille altri tra cui, ovviamente, la stessa Lombardia, dove alle ultime elezioni europee la Milano di Beppe Sala è stato quasi l’unico posto dove ha vinto il Pd, mentre nel resto della Regione ha trionfato la Lega di Salvini, che non a caso esprime direttamente il presidente della Regione dal 2013 ed è in maggioranza addirittura dal 1994.

    Se centri vicini come Melzo sentono con maggior intensità la forza della calamita, la forza attrattiva di Milano si fa sentire anche ben oltre i confini della Lombardia. Su Genova in particolare. “Milano è un Dyson” ha scritto Michele Masneri in un ironico ritratto della città stato pubblicato lo scorso novembre sul Foglio perché aspira tutto quello che le sta intorno. I torinesi o chi la raggiunge da altre città lombarde possono permettersi di fare i pendolari, muovendosi (pagando un bel po’) sulle linee ad alta velocità che li collegano al luogo di lavoro. I genovesi, invece, come abbiamo visto, a Milano si trasferiscono direttamente. Almeno fino a quando non avremo il Terzo Valico e Genova potrà diventare finalmente “il più bel sobborgo di Milano”, come promesso dall’attuale sindaco Marco Bucci durante la campagna elettorale di due anni fa. Dopotutto, fu una dichiarazione sin troppo realista. 

     

    Luca Lottero