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  • Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Mare e degrado
    Foto di Roberto Manzoli

    Genova continua a perdere i pezzi. Non stiamo parlando di bilanci, infrastrutture, palazzi o più chiacchierate situazioni politiche ma di persone, cittadini, abitanti. Quelli, cioè, che se vengono a mancare in maniera consistente rischiano di far perdere senso a qualsiasi altro progetto di sviluppo della città. Negli ultimi 50 anni (nel 1965, momento di massima espansione, risiedevano a Genova 848.121 persone) si sono persi oltre 250 mila abitanti. Secondo i dati pubblicati dall’ultimo annuario statistico del Comune, che fa riferimento esclusivamente ai residenti in città registrati all’anagrafe a fine 2013, a Genova risiedono 596.958 persone. Ma il dato che più fa riflettere e che le emigrazioni hanno superato le immigrazioni e se questa emorragia di cittadini dovesse ripetersi regolarmente anche nei prossimi anni, inutile dire che la città dovrebbe rivedere e ricalibrare buona parte dei suoi piani per il futuro.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    «Prendendo come punto di riferimento il censimento generale del 1971 – spiega il direttore del Centro Studi Medì, Andrea Torre – è come se a Genova fosse stato tolto l’equivalente abitativo dell’intera città di Padova. Un dato ancor più clamoroso se si considera che all’inizio degli anni ’70 gli stranieri si potevano contare sulla punta della dita. Nel 2013, invece, gli stranieri residenti ammontano a 57.358: Significa che, al netto degli stranieri, in poco più di 40 anni la popolazione genovese è calata di 275 mila unità, ovvero l’insieme degli abitanti di Rimini e Sassari».

    Veduta della città dalla Madonna del Monte
    Foto di Daniele Orlandi

    
A testimoniare l’inesorabile diminuzione della popolazione locale è, come detto, l’emigrazione che nel 2013 ha segnato un saldo negativo di 1754 persone (nel 2012, invece, ci si era attestati su aumento di 1641 individui): 13.812 sono i cittadini che hanno lasciato la città mentre solo 12.058 i nuovi residenti (solo 4588 provengono dall’estero mentre i restanti 7470 arrivano da altre città italiane). Si tratta del dato più negativo degli ultimi dieci anni anche se non è la prima volta che compare il segno meno, già visto nel biennio 2006-2007. Numeri resi ancora più gravi dal movimento naturale della popolazione, il bilancio vivi/morti, che ha fatto registrare la perdita record di 4 mila unità.
    Se fino a qualche anno fa erano gli stranieri a tenere su la baracca, l’immigrazione dall’estero è radicalmente rallentata. Anche quest’anno, in cui si è fatto un gran parlare di sbarchi a livello nazionale, il numero di stranieri arrivati nel nostro Paese è comunque molto inferiore a quanto accadeva prima della crisi economica. «Checché se ne dica in tv – commenta il professor Giuliano Carlini, sociologo delle relazioni interculturali già docente all’ex facoltà di scienze politiche dell’università di Genova e membro della Consulta regionale per l’integrazione dei cittadini stranieri immigrati – i flussi sulla nostra Regione sono andati calando negli anni, alcuni addirittura si sono fermati da tempo».
    Rispetto al 2012, il saldo ingresso/uscita stranieri all’anagrafe genovese ha fatto registrare solo un +95 per un totale di 57.358 persone (erano 44.379 nel censimento del 2011, mentre solo 15.567 nel 2001), pari al 9,6% di tutta la popolazione residente. Di questi nuovi cittadini genovesi, circa un terzo proviene dall’Ecuador con 17271 rappresentati, seguito a lunga distanza da Albania (6321), Romania (4996) e Marocco (4505).

    Questa mobilità assai limitata e concentrata soprattutto nell’arco di età tra i 25 e i 34 anni (3335 gli immigrati calcolati nell’ultimo anno all’interno di questa fascia) è confermata anche dal flusso dell’emigrazioni: delle 13812 persone che si sono cancellate dall’anagrafe genovese nel corso del 2013, ben 9365 l’hanno fatto per spostarsi in un’altra città italiana e, in particolare, 7593 al Nord, di cui 5120 in Liguria compresi 4370 all’interno della Provincia di Genova. Sono 4447, invece, gli italiani prima residenti a Genova che hanno spostato la propria residenza all’estero. Anche in fatto di uscite, l’arco di età più coinvolto è quello dai 25 ai 34 anni (3305 persone), seguito da 35-44 anni (2808 persone) e 45-54 anni (2012 persone). Buona parte delle emigrazioni, dunque, non consiste in rimpatri ma solo in fisiologici movimenti dettati da dinamiche di ricerca del lavoro o di migliori opportunità abitative.

    Più difficile fare una riflessione stretta sul comportamento dei genovesi di nascita ma, d’altronde, come afferma lo stesso professor Carlini «le ricerche si orientano non tanto su ciò che sarebbe utile sapere ma su ciò che è più opportuno dal punto di vista politico».
    Tutti questi dati, infatti, non vanno certo presi per oro colato ma solo come testimonianza di una tendenza. In realtà, le persone che si sono spostate all’estero sono decisamente di più perché non è detto che chi ha lasciato Genova abbia già spostato altrove la propria residenza. Come sicuramente di più sono i nuovi abitanti arrivati in città nel corso del 2013. Va tenuto presente, infatti, che nel momento in cui gli stranieri “scompaiono” dalle statistiche non è detto che abbiano effettivamente abbandonato il Comune, la Regione o il Paese: molte persone al momento del rinnovo del permesso di soggiorno non possono documentare la propria posizione lavorativa, magari perché in nero, e vengono così cancellate dall’anagrafe anche se di fatto non si sono allontanate da Genova con il proprio nucleo familiare. A questi numeri vanno infine aggiunti i clandestini e gli immigrati irregolari.
    «Se uno si ferma a leggere i giornali – dice Carlini – continua a cogliere la sensazione errata di essere circondato da centinaia di migliaia di immigrati. Ma ci accorgeremo concretamente della tendenza alla diminuzione dei flussi. Ad esempio, sul mercato del lavoro: il cittadino medio se ne accorgerà solo quando i media glielo diranno, quando le forze politiche la smetteranno di speculare sulla cosiddetta “invasione degli stranieri”».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    economia-soldi-D3La borsa firmata, il motorino, i mobili nuovi come quelli della vicina. Il dentista, il funerale della nonna, la facciata del palazzo da rifare. I motivi che portano le persone ad indebitarsi sono i più disparati, e non necessariamente ricorrere ad un finanziamento ha delle valenze negative, questo è ovvio. In Liguria, dove secondo tradizione gli abitanti sono persone morigerate e poco disposte a fare il passo più lungo della gamba, in realtà si ricorre all’indebitamento in maniera piuttosto massiccia, come in ogni altra parte d’Italia. Secondo una ricerca della CGIA di Mestre (Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato), che mantiene un ufficio studi molto attivo in materia economica, ogni famiglia italiana è esposta in media per 19.251 euro, esclusi i finanziamenti alle imprese o agli artigiani. Ma mentre le province lombarde hanno un indebitamento medio di 27.544 euro, in Liguria siamo ad una media di 16.468, che va dai 14.568 di Imperia (la più virtuosa) ai 17.280 di Genova, la città maggiormente indebitata. In questo dato sono compresi anche i mutui per l’acquisto della casa ma, visti gli andamenti del mercato immobiliare, specialmente nella nostra provincia, è difficile immaginare che l’aumento tendenziale dei prestiti (+34,9% dal 2007 ad oggi) dipenda da questa ragione.

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    Purtroppo la diminuzione drastica del reddito pro capite in Liguria (-2,9%, maglia nera secondo l’Istat) è probabilmente una delle cause, e forse la principale, del massiccio ricorso al credito; in ogni caso, trovare i canali attraverso cui ottenerlo non è un grande problema, e spesso è lo stesso venditore che propone di rateizzare un acquisto tramite finanziarie convenzionate. Una volta si ironizzava molto su chi pagava la crociera a rate, oppure comprava un abito da sposa con una sfilza di cambiali più lunghe del matrimonio stesso. Oggi per che cosa si fanno debiti in Liguria, e a Genova in particolare? Vediamo di capire qualcosa di più con l’aiuto di Luca (nome di fantasia) che segue il credito al consumo presso un primario istituto bancario ligure. «Se dobbiamo fare una “hit parade” delle motivazioni per cui si chiede un prestito, a Genova sicuramente al primo posto c’è l’auto nuova, ed era così anche prima dell’emergenza alluvione. In generale per comprare l’auto non ci si sente particolarmente in colpa ad indebitarsi, anche se talvolta vengono richieste durate tali che, si può ipotizzare, il cliente avrà sostituito la vettura ben prima di aver finito il debito! Durante quel periodo, qualsiasi altra necessità finanziaria abbia, si trova con l’accesso al credito probabilmente bloccato». Eh sì, perché una persona non si potrebbe in teoria indebitare per una percentuale troppo elevata rispetto al reddito totale… «Che poi esistano finanziarie che ti offrono qualunque tipo di pagamento pur di prendersi il cliente, questo non significa che sia opportuno farlo.Tenete presente che, con due sole rate arretrate, si entra nel registro Crif che cataloga tutti i “cattivi pagatori” che restano tali per parecchi mesi anche dopo aver onorato il proprio debito, ed in ogni caso non sono certo agevolati nel futuro ricorso al credito».

    Ovviamente non è sempre la voglia di strafare che porta ad indebitarsi. Chiunque, per una serie di motivi, si può trovare a corto di liquidi. Per fortuna ci sono i pensionati, che nella nostra regione stanno diventando la vera stampella alla crisi. Molte famiglie vanno avanti grazie all’impegno quotidiano dei “nonni” e non solo in termini di aiuto pratico, ma anche e soprattutto economico. «Non sa quante richieste abbiamo che sono state accolte proprio grazie alla “seconda firma” del pensionato di turno!». Casi, purtroppo sempre più numerosi, in cui chi chiede il finanziamento è già impegnato con altre rate, e ovviamente non si può superare una certa percentuale del reddito totale, di solito intorno al 30%. E chi non riesce ad avere questa seconda firma? «Si può ricorrere alla cessione del quinto (in pratica viene liquidata una somma in base allo stipendio annuale e su quella si trattiene una rata non superiore al quinto dello stipendio direttamente in busta paga o dall’Inps, ndr), ma se anche questa strada è già stata percorsa, il soggetto dovrebbe cercare il più possibile di evitare la spesa, in caso contrario è molto facile che si ricorra a canali “paralleli” che quasi automaticamente significano cadere nelle mani degli strozzini, che anche qui a Genova hanno purtroppo un buon giro d’affari».

    Per proteggere ed aiutare le persone cadute in questo genere di trappole, o che sono comunque a rischio usura, è nata a Genova nel 1996 la Fondazione Santa Maria del Soccorso per iniziativa dell’allora arcivescovo di Genova, il Cardinale Tettamanzi. Finanziata da enti pubblici (Sezioni Antiusura del Ministero dell’Interno e del Dipartimento del Tesoro) e privati, si avvale del lavoro di una cinquantina di volontari.

    Ma l’orizzonte del credito non è fisso, si muove sempre, ed ecco comparire il Social Lending di Smartika (ed esiste anche Prestiamoci): in pratica si tratta dei prestiti diretti fra privati, dove chi ha del denaro da investire lo mette a disposizione guadagnando un interesse superiore a quello che si vedrebbe riconoscere dalla propria banca, mentre chi ne ha bisogno ottiene un prestito a condizioni nominalmente inferiori (non sempre sostanzialmente) e soprattutto una valutazione del merito, si dice, meno severa.

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Centro Storico, spazi verdi e giardini pubblici cercasi. Da Strada Nuova ai Babilonia

    Centro Storico, spazi verdi e giardini pubblici cercasi. Da Strada Nuova ai Babilonia

    giardini-babilonia-7Il centro storico di Genova, nella sua innegabile bellezza, soffre di una eccessiva densità di costruzioni e della carenza di giardini pubblici godibili. Le aree presenti sono spesso frammentate, di piccole dimensioni ed incastonate in mezzo ai palazzi, oltre che in molti casi soggette a scarsa manutenzione, quando non ignorate e chiuse alla cittadinanza.
    Vogliamo raccontare in quest’articolo due progetti diversissimi fra loro, a partire da chi li ha promossi e messi in atto, che però hanno in comune se non altro, almeno nelle intenzioni dei protagonisti, il fine di restituire alla città vecchia preziosi spazi pubblici: i giardini di Strada Nuova e le zone di verde fra la Facoltà di Architettura e piazza di Santa Maria in Passione, cuore della collina di Castello, una parte delle quali conosciuta come “Giardini di Babilonia”.

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    I Giardini di Strada Nuova

    palazzo-tursi-D3Avevamo già toccato in passato la questione relativa all’apertura dei giardini di Strada Nuova, un ottimo investimento in termini di offerta turistica e vivibilità del centro storico che si ritroverebbe finalmente con uno spazio verde di grande pregio a pochi passi dalle abitazioni. L’ostacolo principale sono i probemi di sicurezza e i conseguenti costi di adeguamento per la parte dei giardini di competenza del Comune con accesso da Palazzo Tursi, mentre l’altra parte, quella adiacente a Palazzo Bianco, è esclusivamente a beneficio del polo museale, in quanto giardini “storici” e di pertinenza dei Musei di Strada Nuova.
    Tuttavia, all’interno del Programma Operativo Regionale, sono stati attribuiti dei fondi alla Provincia di Genova per un intervento su “Giardini e Musei di Strada Nuova”, ed il Comune è stato indicato come soggetto attuatore dei lavori. Abbiamo chiesto quindi aggiornamenti all’assessore Cultura e Turismo Carla Sibilla, nello specifico, se almeno parte di questi fondi sono stati indirizzati all’apertura pubblica dei giardini. I fondi a disposizione superano il milione di euro, per la realizzazione di un intervento che coinvolge Tursi, Palazzo Bianco e la porzione dei giardini di Strada Nuova compresa fra i due palazzi. «I lavori sono attualmente in corso – ci spiega l’assessore – ed abbiamo l’obiettivo di inaugurare l’opera entro fine maggio, in occasione delle giornate dei Rolli». L’intervento consiste nella messa in sicurezza dell’area e nell’installazione di un camminamento vetrato che collegherà Palazzo Bianco a Tursi, permettendo ai visitatori di fruire di alcune parti del giardino. Dunque rimarrebbe fuori dal progetto la parte est dei giardini (quella compresa fra Tursi e Palazzo N.Lomellino in direzione Fontane Marose), e soprattutto, nell’ottica della massima fruibilità possibile, genovesi e abitanti del centro storico non è ancora chiaro se avranno la possibilità di godere liberamente come spazio pubblico dei giardini rinnovati, oppure solo in veste di visitatori del polo museale. In quest’ultimo caso, si tratterebbe senza dubbio di un’occasione sprecata.

    I Giardini Babilonia

    giardini-babilonia-4Una storia radicalmente diversa, nelle premesse così come nelle modalità con cui è nata e si è sviluppata, è quella dei Giardini di Babilonia. Si tratta di uno spazio verde aperto spontaneamente da un gruppo di studenti della Facoltà di Architettura alla fine del novembre 2011: «Volevamo smuovere le coscienze assopite degli studenti di Architettura – raccontano – solo quando abbiamo effettivamente messo piede e iniziato a vivere il giardino, ci siamo accorti che si trattava di uno spazio “di frontiera”, che rispondeva effettivamente alle esigenze della nostra generazione, ma che intercettava anche i bisogni di altri».
    Da questa prima esperienza improntata allo spontaneismo è nato in qualche mese il “Progetto Conviviale”, un lungo, interessante ed ambizioso documento nel quale sono messe nero su bianco le possibilità di recupero e messa a valore di un’area più vasta, comprendente anche il complesso in rovina di Santa Maria in Passione, ad oggi ancora lontano dalla concreta attuazione. «Attualmente lo spazio dei Babilonia è collegato agli orari accademici – continuano – quindi chiuso alla sera e nel weekend. Ma il progetto approvato dall’Università nel 2013, che dovrebbe essere realizzato in questi mesi, permetterà invece di riaprire la viabilità della scalinata esterna ad Architettura ed il passaggio alle aree verdi in comodato al Comune». L’orizzontalità e l’autogestione sembrano dunque essere le direttrici del lavoro e della vita ai Giardini di Babilonia, ma che rapporti ha questo progetto con le istituzioni?
    «Dopo un primo dialogo legato all’approvazione del Progetto Conviviale, i rapporti si sono di fatto interrotti. L’Università non ci riconosce in quanto non siamo formalizzati in associazione, il Municipio probabilmente aspetta che i lavori siano terminati. Noi non abbiamo mai cercato né rifiutato il dialogo con le istituzioni, semplicemente viviamo la quotidianità della maggioranza dei cittadini: disinteresse. Fino a che non si risolve la questione dell’accessibilità, la nostra esperienza è fortemente limitata. Una volta che sarà aperto nel weekend, sarà semplicemente l’unico parco pubblico del centro storico, potrà essere animato da mostre, mercati, feste di compleanno».

    Il percorso dei Giardini di Babilonia nasce dunque dalla necessità di luoghi di socialità pubblici e vivibili.
    Su queste pagine e su Era Superba #56 vi avevamo già raccontato il progetto “Down Town Plastic”, l’esperienza in corso ai Giardini di Plastica (Giardini Baltimora) per il rilancio di un’area frutto di sciagurate politiche del passato che hanno cancellato il quartiere medievale di Madre di Dio già ferito dai bombardamenti bellici. Grazie all’impegno dei cittadini e alla sinergia creatasi fin qui con le istituzioni, i “giardini urbani” di Piazza Dante (ma facilmente accessibili da Ravecca e Sarzano) provano a rialzare la testa.
    Ennesima conferma di quanto quella dei giardini ad uso pubblico sia un’esigenza fortissima per il nostro centro storico.

     

    Carlo Ramoino

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    agricolturaPer fare il quadro generale delle normative che regolamenteranno nei prossimi anni l’accesso alla terra e il suo utilizzo, dobbiamo avventurarci fra le pieghe non semplici del nuovo Piano Urbanistico. Le aree entro i confini genovesi che il Puc (Piano Urbanistico Comunale) definisce “agricole” o di “protezione ambientale” si estendono per circa 13 mila ettari. Zone in cui solo gli agricoltori possono fare interventi edilizi e che corrispondo ad una parte preponderante del territorio comunale.  Tuttavia, se si escludono le aree dedicate alla pastorizia e alla silvicoltura, nelle aree di protezione ambientale è in realtà molto difficile introdurre un’attività agricola in grado di mantenere una famiglia. Ecco, allora, comparire nel Puc le aree propriamente definite “agricole”«Si tratta delle zone – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – in cui abbiamo già verificato l’esistenza di un’attività di questo genere o che, sulla base di un’analisi georeferenziata, vi si possono prestare per qualità del terreno, esposizione, tipo di pendio, estensione. In questa seconda categoria è permessa attività residenziale solo ai contadini professionali, a quelli cioè che rispecchiano le caratteristiche previste dalla classificazione regionale».

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareFin qui, dunque, sembrerebbe esserci poco margine di manovra per chi si dà all’agricoltura solo per passione o, stretto dalla morsa della crisi e della disoccupazione, vorrebbe improvvisarsi contadino per provvedere autonomamente al proprio sostentamento alimentare.
    Per venire incontro a chi ha riscoperto un’innata passione per la vita nei campi, troviamo le aree di “presidio ambientale”, piccoli polmoni incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città. «Con queste aree – continua nella sua illustrazione il vicesindaco nonché assessore all’Urbanistica – proviamo a rispondere alla nuova tendenza di andare a vivere in campagna per essere circondati dal verde e avere a disposizione un piccolo terreno, orto, vigna, in cui realizzare una produzione agricola propria. Si tratta di zone cuscinetto, in cui l’attività edilizia sempre legata a quella agricola è fortemente limitata». Non si tratta di un’invenzione del nuovo Piano urbanistico perché questi spazi erano già previsti nel Piano regolatore di Sansa e, seppure con maglie più larghe, anche in quello licenziato dalla giunta Vincenzi. Tali presidi ambientali saranno di due tipologie, a seconda delle concessioni edilizie previste. La prima categoria, più “permissiva”, consentirà di realizzare in ogni terreno anche l’0,01% di abitativo: ciò significa che per costruire una casa di 100 metri quadrati, sarà necessario avere terre almeno per 10 mila mq. Più restrittiva, invece, la seconda categoria: qui l’abitativo concesso scende allo 0,005%, ossia ogni 50 mila metri quadrati di terreno è possibile realizzare una casa di 100 metri quadrati. E per arrivare a 200 mq di costruzioni edilizie si dovrà possedere una certificazione di avvenuto abbattimento di altri fabbricati.

    Ma finiscono veramente qui le possibilità di intervento edilizio nelle aree verdi, più o meno protette? No, non siamo stati di colpo catapultati nel magico mondo di Oz. Resiste, ad esempio, la norma che consente di ricostruire rustici diroccati e che può dare il via libera a piccole speculazioni edilizie. «Chi recupera vecchi rustici con la logica della ricostruzione storica del manufatto – illustra il vicesindaco – ha la possibilità di costruire l’equivalente in termine volumetrico in un nuovo edificio in area limitrofa». In altre parole: nel tuo terreno c’è un fienile diroccato? Se lo ricostruisci, ridando al paesaggio il suo aspetto originario, potrai ampliare la tua casa degli stessi volumi che hai restaurato.

    Coltivare a Genova: il nuovo regolamento degli orti urbani

    orto-urbanoCi concentriamo ora sugli spazi verdi pubblici che cercano di farsi largo tra asfalto e cemento: gli orti urbani, ovvero quegli appezzamenti di terreno che si insidiano nei sempre troppo pochi spazi verdi nel cuore della città e che possono essere assegnati in concessione ad alcuni cittadini per la realizzazione di piccole coltivazioni. Con picchi particolarmente consistenti nei Municipi Medio Ponente, Ponente e Valpolcevera, Genova ha superato la quota di 310 orti urbani ed è in fase di approvazione il nuovo regolamento cittadino che dovrebbe consentire, da un lato di ampliare questi spazi a disposizione nei vari Municipi, dall’altro di renderli accessibili a una fetta più larga della popolazione.  La regia di questi spazi e dei relativi bandi per l’assegnazione resterebbe sempre in mano ai Municipi, ma il Comune tiene a sottolineare la strategicità dell’orto urbano nella visione cittadina del Verde: con il nuovo regolamento, i Municipi avranno la possibilità di assegnare gli spazi a fasce più ampie della popolazione, senza dimenticare il valore di progetti sperimentali come gli orti didattici o gli orti innovativi. La richiesta dell’utilizzo di orti urbani pubblici è, infatti, in continua crescita.
    È tuttavia importante sottolineare che gli appezzamenti disponibili nei 9 Municipi non sono sufficienti a soddisfare una domanda sempre più crescente grazie un ritrovato amore per la natura e un senso di attaccamento al territorio dovuto anche alla tenaglia della crisi economica che ci massacra da anni. «Quando si è pensato di creare queste realtà – ricorda l’assessore ai Lavori Pubblici Gianni Crivello – ci si era rivolti soprattutto alla terza età e ai pensionati. Ora il target è radicalmente cambiato. Per questo motivo, con il nuovo regolamento, cercheremo di coinvolgere fette più ampie delle cittadinanza, abbassando i limiti di età e puntando a categorie sociali particolarmente disagiate come potrebbe essere quella dei cassintegrati».
    Più spazio sembra esserci anche per i giovani, soprattutto under 30. Nel nuovo regolamento, per l’assegnazione dei terreni ad uso orto urbano, in risposta ai bandi lanciati dai Municipi, i richiedenti devono essere in possesso di domicilio nel Comune di Genova, non disporre nel territorio comunale di fondi di proprietà o appartenenti a familiari conviventi destinati alla coltivazione, provvedere personalmente alla coltivazione dell’appezzamento assegnato, non aver avuto condanne penali per reati contro l’ambiente. Le graduatorie per l’assegnazione vengono predisposte tenendo presente una serie di criteri di priorità come reddito, età del richiedente favorendo le fasce superiori ai 65 anni e inferiori ai 30, eventuale situazione di disabilità del richiedente o di persona appartenente nucleo famigliare, residenza nel Municipio in cui si trova l’orto urbano, numero di componenti il nucleo familiare.
    Il passo successivo deve neccessariamente essere quello di moltiplicare le terre a disposizione, puntando forte su spazi come la Valletta Carbonara, le pendici della collina degli Erzelli, Ca’ di Ventura in Valbisagno, alcuni spazi a Teglia che potrebbero essere resi disponibili in seguito a nuove operazioni edilizie e relativi oneri di urbanizzazione. Ma non si tratta di una questione che può essere risolta solo attraverso la pianificazione urbanistica e le norme di carattere generale inserite nel nuovo Puc.

    La Banca della Terra

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteLa Banca della Terra è un espediente attraverso cui la Regione Liguria sta cercando di aumentare la superficie destinata all’agricoltura recuperando aree agricole e forestali abbandonate, incolte o sottoutilizzate, il cui stato di degrado rappresenta, tra l’altro, un grande fattore di rischio per l’integrità del territorio. Più nel dettaglio, si tratta di una banca dati nella quale i proprietari mettono a disposizione i propri terreni a chiunque li voglia acquistare o affittare. La Regione funziona da tramite e facilitatore e, nell’ultimo anno, ha investito 800 mila euro come contributi all’acquisto di nuovi terreni da parte di operatori agricoli.
    «Partiamo da tanti terreni pubblici – spiega l’assessore regionale all’Agricoltura, Giovanni Barbagallo – grazie ad esempio alla collaborazione del Comune di Genova che metterà a disposizione una serie di terre non strategiche per funzioni comunali. Ma iniziano ad arrivare segnalazioni di terreni di privati: particolarmente interessanti sono i terreni abbandonati e dismessi perché non più utili alle aziende o perché pericolosi per l’incolumità delle stesse o del patrimonio pubblico». La banca regionale della terra, dunque, da un lato aiuta a livello finanziario gli operatori agricoli a iniziare o ampliare (il 70% delle aziende vitivinicole e vinicole regionali ha a disposizione meno un di ettaro di terreno) la propria attività, dall’altro aumenta la superficie utile agricola perché vincola le terre vendute o concesse a questa finalità. La Conferenza regionale dell’agricoltura, infatti, ha individuato tra i problemi più gravi proprio la diminuzione della superficie utile agricola che si è ridotta al 10% del territorio ligure: negli ultimi 60 anni abbiamo perso da Imperia a La Spezia l’80% di terreno agricolo mentre abbiamo assistito all’aumento della boscosità a monte (i terreni boschivi negli ultimi 120 anni sono aumentati del 60% a causa dell’imboschimento selvaggio di prati, pascoli e terrazzamenti abbandonati) e delle infrastrutture e del cemento a valle. «Abbiamo già fatto due bandi (a giugno e ottobre 2014, NdR) – dice con soddisfazione l’assessore – per cui sono giunte in Regione circa 130 domande per l’assegnazione di contributi agli imprenditori agricoli per l’acquisto di nuovi terreni».
    Ma l’aspetto indubbiamente più interessante della Banca delle Terra, lato domanda, è che per accedervi non è necessario essere registrati come contadini professionali ma si aprono le porte a molti giovani disoccupati e inoccupati e a chiunque volesse sporcarsi le mani e tornare a sudare un po’ sulla terra. Per accedere ai finanziamenti regionali, tuttavia, è necessario costituirsi azienda agricola.

    Sembrerebbe ancora una volta tutto perfetto, se non fosse che spesso a mancare sia proprio la disponibilità della terra da coltivare. «Se è vero che non ci sono masse plaudenti di persone che vogliono andare a lavorare faticosamente in campagna – ammette Barbagallo – è altrettanto vero che spesso gli interlocutori saltano fuori ma a mancare è la materia prima. È evidente come siano strategici in questo senso le intenzioni dei vari enti locali e dei relativi piani regolatori. Ovviamente ci devono essere delle scelte urbanistiche di programmazione ma non basta vincolare un terreno per far sì che diventi agricolo: bisogna coltivarlo e presidiarlo costantemente e per questo servono degli incentivi che, però, non mancano grazie ai 313 milioni del PSR. Ovvio che se gli enti locali iniziano a mettere a disposizione i propri terreni, cominciamo ad andare nella giusta direzione».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Illustrazione di Valentina Sciutti
    Illustrazione di Valentina Sciutti

    Intervistare Tonino Conte è una di quelle cose che hanno a che vedere con l’emozione. L’emozione davanti al sipario che si alza, davanti alle luci che si spengono, davanti alla magia del teatro che non si può né creare né distruggere ma soltanto trasformare.
    Il 29 maggio prossimo Palazzo Ducale inaugurerà Due volte quaranta, una mostra che nasce per festeggiare gli ottant’anni di Tonino, un artista eclettico, visionario e popolare nel senso più ricco e bello del termine. E proprio guardando a questi ottant’anni dedicati all’arte e al teatro, abbiamo cucito con Tonino Conte una conversazione ad ampio spettro, tenendoci in equilibrio tra temi, passioni e pensieri diversi, certi che questa delicata entropia all’insegna della curiosità per il personaggio e per l’uomo potesse essere la chiave per tratteggiare al meglio un artista a tutto tondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Ivano Fossati scrive “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”. E parlando di prospettive e punti di vista, com’è Genova vista da Tonino Conte?
    Ho una sincera amicizia per Ivano Fossati, è stato uno dei primi musicisti con cui ho collaborato, io ero agli inizi come regista e lui era un giovanissimo brillante compositore già conosciuto in campo musicale, ma molto sensibile al teatro. Però questa volta non sono del tutto d’accordo con lui. C’è una Genova di pietra scavata nelle montagne e nei caruggi, una Genova da dove non vedi spesso il sole, ma che era – ed è tornata ad essere – brulicante di vita, di relazioni, con la particolare atmosfera e i profumi che ne sono l’essenza. Una città che però qualche volta dà un po’ l’idea di essere pigra, quasi “senz’anima”.

    Lei un giorno ha detto che per essere un buon regista non si devono mai svestire i panni dello spettatore. Quali spettacoli hanno segnato il suo modo di fare teatro?
    Quando dicevo questo intendevo che non amo un teatro fatto solo per se stessi, rinchiuso in un’idea “autistica”, guardandosi l’ombelico. Il teatro è comunicazione, anche se parte – spesso – da “un moto dell’anima” dell’artista, sia esso autore o regista.
    Gli spettacoli che mi hanno profondamente colpito sono soprattutto quelli di Aldo Trionfo: assistere a una serata della Borsa d’Arlecchino – dove ero stato scritturato all’inizio come “spettatore” perché si rischiava di non tenere la rappresentazione per mancanza di pubblico – mi fece capire come il teatro non fosse soltanto uno stanco rito ripetitivo a beneficio di un pubblico abitudinario, ma un’esperienza coinvolgente, ironica, originale, e insieme profonda.
    E poi mi ha molto colpito la visione de La Classe Morta di Tadeusz Kantor a cui ebbi la fortuna di assistere al suo debutto in Italia, a Firenze negli anni ’70, al Rondò di Bacco, dove lo spettacolo era stato invitato da Andres Neumann: quei grigi manichini umani, quei banchi dove si aggiravano allievi invecchiati ma sempre prigionieri di una vuota ripetizione, con il regista che li “comandava” dall’esterno con gesti e sguardo imperiosi rappresentavano in modo misterioso e completo l’unione tra la morte e la risata, tra l’ironia e il dolore. Ancora adesso il segreto del teatro “vivo” ha una sua verità in questo binomio.

    Ma Tonino Conte non è solo teatro e l’eclettismo è una parte centrale del suo essere artista. Si è misurato con la letteratura e, soprattutto, con le arti visive. E parlando di arti visive il pensiero corre inevitabilmente a Emanuele Luzzati.

    ubu-re-conte-luzzatiInsieme avete creato grandi momenti di teatro e un nuovo modo di approcciare la scena. Ci racconta qualcosa del vostro lavorare insieme?
    Ubu Re di Jarry, il mio primo spettacolo, è nato con scene e costumi di Luzzati. Insieme abbiamo fondato il Teatro della Tosse. Tanta concomitanza di vita e di lavoro non ci ha spinti alla sindrome di Bouvard e Pécuchet, nel senso che non siamo diventati dei “fissati” del nostro mestiere, avevamo caratteri molto diversi e interessi a volte divergenti. Tutto ciò ci ha consentito una collaborazione “leggera”, quasi svagata, fatta di poche parole e di molte libertà.
    Quasi trent’anni dopo ritornammo a Jarry con Ubu Incatenato prodotto per la stagione ‘95/96 al Teatro della Tosse. Nacquero decine di tavole di straordinario vigore espressivo, popolate di donne con tre seni e cosce abnormi, di uomini senza faccia e due cappelli, magrezze spettrali e grassezze oscene. Manipolando il monumento scoprii che il piedone poteva diventare carrozza, il grosso sedere tavola da imbandire, gambe e braccia divani. Togliendo tutti i pezzi di cui era composto il monumento, l’intelaiatura di ferro che lo sosteneva era la prigione più teatrale che ci possa immaginare. Tra i due “Ubu” di cui ho parlato c’erano stati almeno un centinaio di altri spettacoli, così come molte altri sono venuti dopo, saltando da Shakespeare ai burattini, dalle opere liriche alle ombre cinesi, dai grandi spettacoli estivi all’aperto alle sperimentazioni in quella sorta di moderna cantina che è l’Agorà del Teatro della Tosse. Nella maggioranza dei casi siamo stati così astuti da evitare la trappola della routine, cercando di risolvere in modi sempre diversi lo stesso problema: inventare un bello spettacolo.

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #58

  • Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    terzo-valico-cantiere-2015-2Il finanziamento del terzo lotto costruttivo del Terzo Valico Genova–Alessandria, per 607 milioni di euro, è stato definito il 9 gennaio scorso, con la sottoscrizione dell’atto siglato dal consorzio COCIV (General Contractor incaricato della progettazione e della realizzazione dell’opera, oggi composto da gruppo Salini Impregilo con il 64%, Società Italiana Condotte d’Acqua con il 31%, CIV con il 5%), e da RFI (Rete Ferroviaria Italiana). I relativi interventi – che comprendono il proseguimento dei lavori della Galleria di valico (già iniziati con il finanziamento del secondo lotto) e la realizzazione dell’intera galleria di Serravalle – verranno avviati entro il 30 giugno 2015. Il valore complessivo dell’opera Terzo Valico è di 6.200 milioni di euro, ed è suddiviso in 6 Lotti Costruttivi, si svilupperà per 53 km, di cui 37 km in galleria, coinvolgendo 12 comuni delle province di Genova e di Alessandria.

    Sicurezza del territorio, questa la parola d’ordine che tiene in apprensione le popolazioni delle valli Verde e Polcevera. Le poche informazioni che si leggono sugli organi di stampa in merito ai grandi cantieri della zona non aiutano a creare le condizioni per un clima disteso fra costruttori ed abitanti. Ma aldilà delle opinioni personali sulla bontà della grande opera ferroviaria, rimane il dato di fatto che buona parte delle osservazioni, delle testimonianze e dei dubbi ancora oggi rimangono aperti, senza risposte certe. Ogni accusa viene rispedita al mittente da Cociv.  A destare preoccupazione fra abitanti e attivisti è il pesante impatto ambientale connesso all’apertura di cantieri in aree densamente popolate, con inevitabili rischi per la salute: dall‘inquinamento acustico a quello atmosferico conseguente alla dispersione nell’aria di polveri inquinanti, dalla movimentazione di terre di scavo (“smarino”) potenzialmente pericolose alla regimentazione delle acque e relativi sistemi di scarico.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Abbiamo visitato le zone di cantiere e ascoltato le osservazioni di abitanti e attivisti del Movimento No Tav, successivamente abbiamo interpellato direttamente Cociv per provare a chiarire i punti più critici. Siamo andati a vedere da vicino come procedono i lavori in Val Polcevera e Val Verde, soprattutto nelle zone di Fegino-Trasta, Maglietto, e Cravasco. Il “Cantiere Fegino” in via Castel Morrone è il più importante nell’area di Genova perchè consente l’attivazione degli scavi sia della galleria di Campasso sia della trincea di raccordo con le linee esistenti. Poco distante, in prossimità della fine di via Trasta direzione monte e del primo tratto di via Adda, confluisce la nuova viabilità che porta ai cantieri per la realizzazione degli imbocchi Campasso Nord e Valico Sud. Nel “Cantiere Polcevera” a San Quirico in via Tecci, dove sarà scavata la finestra Polcevera (galleria di servizio rispetto al tunnel principale), allo stato attuale  sono partite le attività di cantierizzazione dei piazzali, come nel “Cantiere Cravasco” (comune di Campomorone), dove sono al via anche le attività di scavo della finestra Cravasco (altra galleria di servizio). Infine, è ormai quasi completato il “Campo base Trasta” in via Polonio, con l’ultimazione di alloggi, mensa, uffici, e lavori di finitura della pavimentazione stradale, mentre il “Campo base Cravasco”, in realtà ubicato in località Maglietto (comune di Campomorone) è tuttora interessato dalla cantierizzazione.

    terzo-valico-cantiere-2015Proprio la costruzione di quest’ultimo, avrebbe peggiorato la già precaria condizione delle strade a causa dell’intenso passaggio di mezzi pesanti, passaggio non previsto almeno in tale misura. «Nel cantiere dovrebbero allestire solo il campo base – raccontano i residenti – in realtà in questi mesi al Maglietto stanno conferendo gran parte dello “smarino” proveniente dallo scavo della galleria di Cravasco. Cosa che riteniamo assolutamente illegittima visto che non compare in alcun progetto. Il transito dei mezzi ha aumentato la criticità di una zona già fragile, inoltre lo sbancamento di terra ha già provocato una piccola frana». I residenti ricordano ancora come nel primo lotto dei lavori fossero compresi gli interventi di adeguamento e miglioramento della viabilità esistente, tra cui il previsto l’allargamento della via di ingresso al campo base e di altri due tornanti attigui, eppure nulla di tutto ciò è finora stato realizzato. «Gli unici lavori avviati sono gli scavi delle gallerie, e le demolizioni di abitazioni alle Ferriere (Comune di Ceranesi) e a Pontedecimo, questo è il loro modo di rendere l’opera irreversibile. Approntando gli scavi, anche per brevi tratti, quando saranno esauriti i finanziamenti comunque nessuno avrà il coraggio di dire l’opera non si conclude, nell’attesa di risorse economiche che magari salteranno fuori dopo qualche anno».

    In merito alla gestione delle terre di scavo, il consigliere di opposizione nel Comune di Campomorone, Valentina Armirotti, aggiunge «Stanno facendo come per la costruzione del campo base, poi divenuto deposito di materiali, della Biacca a Bolzaneto (qui l’approfondimento). Lo smarino passa da un cantiere all’altro, Cociv assicura che le terre di scavo non sono pericolose, ma a noi non risulta alcun controllo su di esse da parte di soggetto esterni».
    I siti attualmente utilizzati per il conferimento dello smarino «Sono quelli autorizzati dal Piano di Utilizzo approvato dal Ministero dell’Ambiente – risponde il COCIV In particolare, per lo scavo di Cravasco il materiale viene inviato, come previsto dal progetto definitivo e dal Piano di Utilizzo approvato, alla ex cava Cementir Vallemme (Voltaggio)».

    In località Cravasco criticità principale è rappresentata dal rischio di impatto con le falde acquifere, in una zona riccha di sorgenti. «Quando ho percorso la galleria – spiega Valentina Armirotti consigliere del Comune di Campomorone – che allora raggiungeva una lunghezza di 150 metri (mentre oggi sarebbe arrivata a quota 300 metri, nda), erano presenti due perdite, una dinanzi all’altra. Poi hanno posizionato delle pompe per intercettare le fuoriuscite. Acqua comunque ne usano tantissima: per abbattere le polveri, lavare i mezzi, ecc. Dopo la prima alluvione di ottobre 2014 in galleria proprio non si poteva entrare, l’acqua fuoriusciva da tutte le parti. Francamente non sono a conoscenza di quante falde siano state intercettate. Il problema è che neanche il Cociv lo sa, e purtroppo neppure il Comune di Campomorone. Infatti, non esiste una mappatura aggiornata delle falde acquifere. Questa è una responsabilità anche dell’amministrazione locale. Comunque, il Cociv non ha approntato alcuno studio a riguardo».
    Il general contractor risponde così alle accuse «Per quanto riguarda Cravasco esisteva un’indicazione del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) sull’eventuale impatto dello scavo in galleria sulle falde. Sono stati eseguiti i dovuti accertamenti, ed i risultati sono stati inviati al Ministero. Il programma di cantierizzazione, approvato dal Ministero, prevede tutte le necessarie opere di regimentazione delle acque, e la realizzazione viene, di prassi, fatta contestualmente all’apertura del cantiere». Ricostruzione contestata dal movimento No Tav che sottolinea «Il cantiere è tuttora in fase di allestimento. A luglio-agosto 2014 hanno cominciato lo scavo, e soltanto da un mese (novembre 2014, nda) si sono preoccupati di regimentare le acque di scarico e di servizio per le lavorazioni. Liquidi che dovrebbero subire un processo di depurazione e successivamente, una volta ripuliti, finire nel sottostante torrente Verde. Fino ad un mese fa le acque uscivano dall’area di cantiere, attraversavano la strada, si incanalavano a lato della carreggiata, e poi lungo un tombino defluivano nel fiume. Adesso, invece, vengono raccolte da un’apposita tubatura che le indirizza nel torrente. Ultimamente, però, abbiamo visto che il corso d’acqua rilascia un limo strano, pesante, che potrebbe consistere in residui dei lavaggi di cantiere. Domenica 21 dicembre il torrente era di un colore bianco ed emanava un forte odore, di conseguenza qualcuno ha avvisato l’Arpal. I tecnici dell’agenzia regionale hanno eseguito i prelievi nel pozzetto fiscale del cantiere. Ma non si sono recati a fare prelievi nel fiume, perchè a dir loro mancavano le condizioni di sicurezza. Secondo noi si è persa un’occasione per controllare l’impatto ambientale dell’opera».

    Secondo il Cociv «I controlli vengono effettuati in tutti i cantieri in via prioritaria da Arpal Liguria. I dati delle attività richieste da soggetti esterni (Osservatorio, Arpal, ecc.) sono di proprietà di tali enti, pertanto devono essere richiesti a loro».

    Spostandoci via Inferiore Rocca dei Corvi, troviamo una porzione di cantiere in cui verrà installato un impianto di betonaggio che alimenterà i lavori del cantiere “Fegino”. Al termine dell’opera tale spazio rimarrà a servizio di RFI come area di triage con piazzola di atterraggio elicotteri. Curiosamente la strada, che prima della cantierizzazione conduceva direttamente in aperta campagna, è stata chiusa in occasione del deragliamento del treno Freccia Bianca, avvenuto sulla linea Milano-Genova il 9 ottobre 2014, proprio nelle immediate vicinanze di un’altra porzione di cantiere, quella di via Rocca dei Corvi (a neppure un kilometro di distanza in linea d’aria da via Inferiore Rocca dei Corvi).
    Come spiega un abitante «Prima almeno avevamo l’opportunità di accedere ai nostri terreni (in parte espropriati). Superato il voltino (in fondo alla via Inferiore Rocca Dei Corvi) sembrava di entrare in un altro mondo, c’erano soltanto boschi. La frana è venuta giù dal ponte dei martiri di via Rocca dei Corvi. Dopo la frana gli operai del Cociv hanno messo in sicurezza il tutto. Lavorando due giorni e due notti come formiche. In precedenza non avevamo mai visto così tanto movimento. Evidentemente sussiste una loro responsabilità relativa sia allo smottamento che ha causato il deragliamento del Freccia Bianca, sia ai ripetuti allagamenti di via Inferiore Rocca dei Corvi, che ormai si verificano puntualmente da quando, nel settembre 2014, hanno disboscato anche la parte a valle dell’attuale linea ferroviaria».
    Per quanto riguarda l’episodio del 9 ottobre il Cociv sottolinea «Ricordiamo è in corso un’indagine della Procura della Repubblica di Genova. Il deviamento del treno, comunque, non è avvenuto nell’area del cantiere».

    In merito ai ripetuti allagamenti, invece, la causa potrebbe essere da ricercare nell’eventuale deviazione di qualche rivo sotteraneo, evento plausibile considerando la numerosa presenza di rogge e rivi tombinati nell’area di Fegino-Trasta. Anche in questo caso il Cociv, chiamato in causa, nega con fermezza qualsiasi responsabilità.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaPartendo dal momento di massima visibilità che ha avuto la Maddalena nei mesi scorsi in seguito all’iniziativa #lamafianonè (che consiste in un semplice autoscatto con i negozianti o con i prodotti acquistati da diffondere sui social network tramite l’hashtag #lamafianonè terminando la frase), vogliamo fare il punto della situazione di un quartiere che da anni si racconta e agisce con dignità e coesione. Abbiamo percorso i caruggi e parlato con chi nel cuore della città vive e ha attività commerciali. Un racconto che si è arricchito ad ogni nuovo incontro, i cittadini del sestriere sono come tanti piccoli pezzi di un unico puzzle.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «L’iniziativa è prima di tutto un’operazione pubblica, di apertura, l’affermazione della volontà di un’auto-formazione collettiva del quartiere sul tema, per contrastare le mafie bisogna partire da una consapevolezza collettiva – ci racconta Silvia Melloni di ARCI Genova– l’idea è stata quella di partire dal “basso”, dagli esercizi commerciali, di fare qualcosa in senso positivo e così è nata #mafianonè». I genovesi più attenti sanno che la Maddalena è da ormai diversi anni un quartiere molto attivo, forse il luogo di maggior fermento della nostra sopita città grazie al lavoro quotidiano di associazioni e cittadini. Da anni tra questi caruggi esistono più percorsi che vanno nella stessa direzione e di pari passo. L’iniziativa di cui sopra con hashtag e selfie ha unito ad oggi un gruppo numeroso (più di 30) di esercizi commerciali e, oltre ai volti della politica che si sono “esposti”, è stato firmato un disciplinare, un codice etico sul rispetto dei diritti di chi lavora nel quartiere per il contrasto alle mafie.

    «La cosa positiva che sta succedendo in queste settimane è che abbiamo trovato il modo giusto di mettere in luce un tema importante e delicato – sottolinea Andrea Piccardo titolare di Mielaus e vice presidente del CIV – è la risposta pubblica di un movimento cittadino che già esisteva e che ha incontrato il sostegno delle istituzioni, che conoscevano già il problema e che insieme hanno deciso di metterci la faccia. Non vanno però confusi i due piani, quello sociale e quello istituzionale, uno di sollecitazione, l’altro politico che dovrebbe agire istituzionalmente».

    La mafia alla Maddalena

    In questo racconto non vogliamo fare gli investigatori, ma un po’ di segnali chiari li abbiamo raccolti. Oltre a questi ci sono delle verità giudiziarie, delle sentenze definitive che testimoniano la presenza di 97 beni confiscati alla mafia ovviamente non solo alla Maddalena ma in tutta la città di Genova. La sentenza Canfarotta (confisca definitiva, in virtù della normativa antimafia di beni alla singola famiglia da decenni attiva a Genova ndr), ad essi legata, è la prima in Liguria a confermare con le sue condanne la presenza della mafia nella nostra regione. Tuttavia quella dei beni confiscati in Liguria è una situazione ancora in via di definizione (qui l’approfondimento).

    Le attività in cui sono coinvolte le famiglie mafiose presenti alla Maddalena, mirano a mantenere lo status quo attuale. Ovvero un sistema ben radicato che buona parte degli abitanti conoscono, un sistema che lavora quotidianamente per rimanere in piedi e soprattutto nel silenzio più assoluto. In alcuni casi, se è loro tornaconto, aiutano economicamente attività commerciali in difficoltà. «Qui c’è l’interesse a mantenere lo status quo, l’economia va benissimo e non c’è interesse a far troppo casino. È presente una “direzione” che se ne sta dietro le quinte – raccontano dal Manena Hostel – ad esempio, non ha interesse a venire qui al Manena e minacciarci e sta anche qui la difficoltà di fare percepire la complessità della realtà che esiste, del sistema e del suo funzionamento».

    È innegabile che le istituzioni siano al corrente della presenza ormai radicata della criminalità organizzata. Tutte le persone con cui abbiamo parlato raccontano le istituzioni come presenti e l’averci messo la faccia con l’iniziativa #lamafianonè diventa automaticamente ossigeno per il quartiere; ma il motore è sempre la gente della Maddalena, le istituzioni rispondo a richieste che partono dal basso e che finiscono per “tirare per la giacchetta” i politici, che hanno risposto, hanno capito e aderito. È iniziato un percorso che non può che proseguire sulla strada tracciata. «È chiaro che ci dovranno essere azioni future – racconta Daniela Vallarino presidente del Civ – noi abbiamo cercato di sensibilizzare la città sul fatto che esiste alla Maddalena, e non solo, un insediamento mafioso da decine e decine di anni. È un fenomeno molto antico. Non è una situazione con cui è possibile convivere, ha un peso molto grande. Sono costi sociali che poi si tramutano in degrado sociale perché la criminalità che è sul territorio non è sganciata da questa fenomenologia, anzi a volte è supporto o braccio e manovalanza di chi dirige i fili».

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero #58 di Era Superba