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  • Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    corte-lambruschini-uffici-siaeUna città non è il luogo dove abitano tante persone, ma è il posto dove una comunità organizzata  ha deciso di mettere casa. Questa distinzione è molto importante se vogliamo provare a spiegare (rapidamente) in che modo Genova ha assunto l’aspetto che ora  conosciamo, e per raccontare, come faremo nelle prossime puntate di questa panoramica, la storia di alcuni quartieri e di alcune parti della città.

    Nel giro di una sessantina d’anni Genova è infatti passata, nell’opinione comune degli italiani, dall’immagine di elegante città ricca di storia e monumenti a ingrigita metropoli dalle periferie indefinite e inquinate, per poi tornare ad essere, nell’ultimo decennio, una meta turistica di viaggiatori curiosi e spesso stupiti.

    Non è successo per caso

    Nel dopoguerra una Genova stremata, che usciva da cinque anni di bombardamenti costanti a causa sia della presenza strategica del porto sia delle numerose industrie essenziali per la produzione bellica, aveva necessità di ricostruire un patrimonio abitativo distrutto. Si calcola che almeno 11.000 case fossero state abbattute o gravemente danneggiate durante gli attacchi: le strade erano un cumulo di macerie, edifici storici ed ospedali apparivano in gran parte compromessi e solo in città si contavano oltre 50.000 persone senza più una casa abitabile.

    Anche dal punto di vista lavorativo il capoluogo era in gravissima difficoltà poiché né le industrie né i cantieri navali riuscivano a mantenere i ritmi produttivi e gli organici del periodo bellico, così che i militari di ritorno dal fronte si ritrovavano spesso senza lavoro e con la casa distrutta.


    Il Governo italiano per porre rimedio  a questo dramma comune a tutto il paese varò nel 1950 i “Piani di Ricostruzione” proprio per facilitare le licenze edilizie e la stesura dei vari Piani Regolatori, che a Genova fu emanato nel 1959.

    Il Piano teoricamente voleva dare una sorta di continuità ai municipi che erano stati riuniti nella Grande Genova nel 1926, migliorando le vie di collegamento e razionalizzando i servizi di zona: in realtà per 15 anni fu inteso come un vero lasciapassare, in nome del progresso e della rinascita.

    La manodopera in eccesso venne rapidamente assorbita dai cantieri edilizi che in breve occuparono tutto lo spazio sino al margine dei boschi che circondavano la città, e nel giro di pochi anni anche le zone verdi furono inglobate nell’area urbana.

    [quote]Fu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo.[/quote]


    prestito genova cementoFu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo. Una sorta di  “urban sprawl”  al sapore di pesto, ma che comunque si manifestò attraverso consumo di suolo, lottizzazione selvaggia,  progettazioni dissennate e dispersione urbana.

    In realtà nel momento di maggiore espansione Genova raggiunse al massimo circa 800.000 abitanti, e finalmente nel 1976 (ma diventerà legge solo nel 1980) venne emanato un nuovo Piano Regolatore, che pose un limite ridimensionando le pretese espansive, sia sociali che economiche, quindi anche edilizie, di Genova. Ma ormai il danno era stato fatto.  Mentre la città cresceva in termini di metri cubi si perdevano  migliaia di posti di lavoro nell’industria: era solo l’inizio, ma ancora non lo si sapeva.

    Al termine degli anni ’70 il patrimonio residenziale si calcolò aumentato del 77% rispetto al dopoguerra, con insediamenti in gran parte nelle zone collinari: Sampierdarena, Lagaccio, Oregina, San Teodoro, Quezzi, Borgoratti e Sestri Ponente. In molti casi l’autostrada in costruzione passava di fianco ai caseggiati, spesso di edilizia popolare, ma questo apparentemente non rappresentava un problema per i nuovi residenti.

    L’impulso a costruire andò comunque avanti ancora nel decennio successivo, quando sorsero i quartieri più “residenziali” dedicati ad una classe media che stava rapidamente crescendo, ed acquistava gli appartamenti ancora in fase di progettazione. Voltri, Pegli, Quarto, S.Eusebio avrebbero dovuto essere quartieri autosufficienti dotati di servizi ed arredo urbano di qualità.

    I Centri direzionali in città si moltiplicarono, oltre a Piccapietra che fu la prima (sulle macerie dell’antico quartiere) ecco il Centro dei Liguri (quartieri Molo e Portoria) e poi San Benigno, nell’area della Lanterna, Corte Lambruschini a Brignole, costruita praticamente in riva al Bisagno, dove prima era il vecchio mercato dei fiori. Un totale di 800.000 metri cubi di acciaio, cemento e vetro di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno, poiché il declino era ormai sotto gli occhi di tutti.

    Molti profeti, pochi padri e nessun colpevole

    Gli effetti di una cementificazione così rapida ed estesa non tardarono purtroppo a farsi sentire, dall’alluvione che dal 1970 ciclicamente si ripropone, e di cui abbiamo più volte diffusamente parlato (ma non è argomento tale da essere esaurito una volta per tutte, purtroppo) ad un’emergenza ambientale divenuta continua. Emergenza che adesso ha molti profeti, pochi padri e nessun colpevole, pur essendo chiaro a tutti che un territorio così fragile e complesso avrebbe dovuto essere trattato con maggiore cautela ed attenzione; solo in questo modo, forse, si sarebbero evitati gran parte degli episodi drammatici che tutti ricordiamo.

    [quote]Il risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa.[/quote]

    bassa-valbisagno-marassi-via-montaldo-burlandoIl risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa. Il quartiere di Begato, le costruzioni a ridosso dei Forti, il palazzo nel letto del torrente Chiaravagna o la palazzina in cemento armato in Via Sottoripa accanto alle facciate rinascimentali e medievali sono solo alcuni esempi, da completare a piacere.

    In realtà, saldandosi con quanto preesistente (poco), e grazie all’attaccamento tipicamente ligure alla proprietà, molti quartieri costruiti negli anni dello scempio hanno mostrato caratteristiche ed unicità proprie, e fra i residenti, comunque fossero capitati lì, si è andato creando un senso di appartenenza che sembra essere peculiare rispetto ad analoghi agglomerati di altre zone d’Italia. In effetti molti urbanisti, parlando di Genova, la vedono come una città composta da molti paesi con la periferia al centro, che rimane decisamente diverso da qualsiasi altro; né salotto buono né covo di delinquenza, o forse sì ma con molto altro ancora.

    Una città comunque indefinibile, come molte volte è già stato detto, ma con la caratteristica di muoversi e cambiare apparendo sempre immobile; immobilità che sembra essere la critica più frequentemente mossa al nostro capoluogo.

    Genova è cambiata

    Invece “a poco a poco e poi improvvisamente” anche Genova cambia,  e all’inizio degli anni ’90 con 200mila abitanti in meno rispetto al 1970 e con le aziende siderurgiche ormai decimate, con la cantieristica in crisi profonda ed il ridimensionamento inevitabile dell’indotto, si trova a doversi reinventare un ruolo e un’identità. Dimostrando uno spirito combattivo ed intraprendente che mal si sposa con la filosofia del “maniman” riesce ad organizzare l’Expo del 1992, il G8 nel 2001 e ad essere Capitale della Cultura nel 2004.

    Certamente non si trattò di una passeggiata: fra convegni, progetti, accordi e disaccordi furono anni pieni di polemiche ma anche di creatività ed entusiasmo, sempre mescolato con il nostro solito, inguaribile mugugno. Al netto di aspettative eccessive e progetti lasciati a metà molto resta ancora da fare, molte buone proposte sono rimaste lettera morta ma ci furono anche geniali intuizioni e risultati di cui la città continua tuttora a beneficiare.

    IMG-20180129-WA0000Risanare il centro storico, ridipingere le facciate di Sottoripa: sembrava banale dirlo ma costò molto, in termini sia di denaro sia di perdita di attività, poiché molti piccoli operatori furono allontanati per aprire i cantieri e alla fine non tornarono più nel medesimo luogo.

    Anche riportare il mare alla città, cosa che può apparire ovvia a chi abbia meno di trent’anni, fu invece una delle conquiste più ardue dati i non sempre facili rapporti fra Autorità Portuale ed Enti locali, tanto che inizialmente consentirono solo l’apertura ad orari stabiliti; oggi sembra impossibile pensare Genova senza l’Area Expo.

    Sempre nel 1992 si inaugura il rinnovato teatro Carlo Felice e si apre l’Acquario con il timore, a pochi giorni dall’evento, che non arrivino in tempo tutti i pesci o che manchino attrezzature e servizi; ad oggi sono fiori all’occhiello della città, insieme al Museo del Mare e della Navigazione inaugurato nel 2004.

    I Palazzi dei Rolli e una consistente parte del Centro Storico diventano, nel 2006, Patrimonio Unesco mentre i turisti in città continuano ad aumentare pur non diventando mai le folle scomposte e ciabattone di altre mete storiche, e gli stessi genovesi sono tornati a passeggiare nei vicoli e al Porto Antico come nelle stampe di fine ottocento.  

    Nel frattempo nelle aree dismesse ex industriali sono nati centri commerciali, come a Campi o a Bolzaneto o spazi di attrazione e shopping center, come alla Fiumara. In alcuni casi hanno disatteso quelli che erano i progetti sulla carta, rimanendo poli puramente economici; in altri, come in ValBisagno, la costruzione o il recupero di infrastrutture sportive e sociali hanno invece fatto da collante ad insediamenti altrimenti sparsi.

    Certo sono aumentati quelli che gli urbanisti chiamano “i luoghi del rifiuto”, cioè quelle parti di città che gli abitanti non riescono a vivere e che non si inseriscono nei programmi di sviluppo. Aree industriali dismesse e degradate, quartieri abitati in gran parte da immigrati che diventano off limits per etnie differenti, costruzioni di edilizia popolare abbandonate e parti di terreni fra le lottizzazioni: sono questi i luoghi dove nasce e cresce l’isolamento, dove si sviluppa la criminalità per bande o dove, semplicemente, si ammucchiano detriti.

    I Genovesi cambiano?

    La sfida del futuro si giocherà qui: dare vita a queste parti del territorio potrebbe, nei prossimi anni, fare davvero la differenza: non solo Blueprint, stadio sul mare o funicolari ma periferie attraenti, vivibili, partecipate.

    [quote]Ma non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.[/quote]

     

    Lavatrici di PràMa non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.  A dicembre, presentando la nuova “Agenzia per la Famiglia” ha parzialmente corretto l’impegno, limitandolo  a “40-50mila abitanti in più da qui a fine mandato”. Ovviamente agendo sul fronte del lavoro, quindi difendendo i posti di lavoro che già ci sono (i lavoratori Ericsson sono quindi al sicuro?) ed attirando nuovi investimenti, in che modo però non lo ha spiegato.

    Anzi, spulciando il programma elettorale vediamo quantificati in 30.000 i posti di lavoro in più, 15.000 i nuovi alberi che sarebbero stati messi a dimora nelle aree verdi, 15 i chilometri di pista ciclabile (dalla Lanterna a Capolungo) con l’aggiunta della Valletta dello Sport al Lagaccio e l’inevitabile lucidatura delle strade.

    Il paesaggio  genovese reggerebbe? Forse, chissà. Per ora è Inevitabile chiedersi dove abiterebbero, questi 40, 50, 100mila genovesi in più: dovrebbe forse ripartire l’edilizia con il consumo di suolo? Neanche questo è stato spiegato dal Sindaco, che ovviamente conoscerà benissimo gli errori sciagurati del passato e non vorrà, speriamo, replicarli. Forse il Sindaco pensa  a riempire le numerose case che risultano essere vuote (le statistiche dicono il 21,98%) ma prima sarebbe interessante capirne le ragioni, sia delle case vuote, sia del bisogno di annunciare sempre numeri sensazionali come se solo su questo a Genova  si giocasse la partita elettorale.

    Certo che immaginare una città capace di assorbire in pochi anni un tale aumento di abitanti riesce difficile, soprattutto pensando ai quartieri che abbiamo appena raccontato, alle difficoltà di chi tutti i giorni deve inventarsi un parcheggio, oppure farsi posto su un autobus sgangherato o su di un treno affollato.

    La consapevolezza della nostra storia ci ricorda che gli obiettivi si possono raggiungere anche quando assomigliano ai sogni, e ci è utile per valutare i progetti di quello che potrà essere Genova domani: ma per gli incubi abbiamo già dato.

    Bruna Taravello

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    Fonti:
    L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni sessanta, di Bruno Giontoni – Ed. Ideaxs 2017
    La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova , di Andrea Vergano – Ed. Gangemi 2015
    Progetti di paesaggio per i luoghi rifiutati, a cura di Annalisa Calcagno Maniglio – Ed. Gangemi 2010
    Genova e il suo urban sprawl, di Rinaldo Luccardini  – Ed Sagep 2008
    Conferenza strategica 1997 – Comune di Genova 
    La biografia progettuale della città,  di Luca Salvetti – www.urbanisticainformazioni.it 
    La Republica, articoli vari

     

     

  • Pra’, cantieri Por fermi per “liquidazione”, conclusione (forse) a fine agosto. I retroscena di un “pasticcio” annunciato

    Pra’, cantieri Por fermi per “liquidazione”, conclusione (forse) a fine agosto. I retroscena di un “pasticcio” annunciato

    lavori-cantiereLo scorso febbraio l’allora assessore ai lavori pubblici e non ancora candidato sindaco Gianni Crivello indicava come data-obiettivo per la conclusione dei lavori dei P.o.r. di Pra’ il 31 marzo, e si diceva fiducioso del fatto che la scadenza sarebbe stata rispettata. Oggi, a estate ormai avviata, alcuni cantieri continuano a puntellare l’Aurelia in questa zona del ponente genovese. Tra l’ottimismo di allora e i ritardi di oggi c’è stato il crac di Unieco, la cooperativa di Reggio Emilia che aveva vinto il bando pubblico per il lotto A dei lavori, quelli che interessano l’area dal ponte del rio S. Pietro a Via Taggia. Un tonfo da 600 milioni di euro che scendono a 90 se si considerano solo le perdite nette e che ha coinvolto i 340 dipendenti e posto più di un interrogativo sulla tenuta del modello economico rappresentato dalle cooperative, un tempo fiore all’occhiello della “rossa” Emilia. L’avvio della procedura per la liquidazione coatta è stato annunciato ai dipendenti dal cda di Unieco lo scorso 29 marzo, proprio nel momento in cui – secondo l’ultima previsione del Comune di Genova – si sarebbe dovuta porre l’ultima pietra sui lavori di riqualificazione di Pra’.

    La Unieco vinse il bando per l’assegnamento dei lavori indetto dal Comune di Genova nell’ottobre del 2014, battendo la concorrenza di altre 16 aziende, un bando da 3,9 milioni di euro. Possibile che, allora, non vi fossero segnali di quello che sarebbe successo negli anni successivi? «Assolutamente no – afferma Claudio Chiarotti, nella scorsa legislatura consigliere municipale con delega ai P.o.r. e neoeletto presidente del Municipio 7 Ponenteanzi, visto che il bando del Comune di Genova aveva come priorità la qualità dei materiali usati per gli interventi, Unieco ha vinto con un ribasso d’asta molto basso, mentre altre aziende che avevano promesso gli stessi lavori a prezzi inferiori finirono in riserva. Tutti i partecipanti alla gara avevano le carte in regola per partecipare, a maggior ragione chi ha vinto. Non c’era nulla che potesse far pensare a un default del genere».

    Riassegnazione e subappalti

    I primi segnali che qualcosa non andasse nella direzione giusta, però, arrivarono il 30 gennaio 2017, quando Unieco si dichiarò inadempiente e interruppe i lavori. Al Comune di Genova venne però garantita la possibilità da parte della cooperativa di chiudere i cantieri aperti e le parti si accordarono per una tempistica di fine lavori che però, come abbiamo visto, non verrà mai rispettata. «A quel punto si aprirono due questioni – ricorda Chiarotti – l’assegnazione dei lavori a una nuova azienda e quella con Unieco, che vuole farsi rimborsare ancora alcuni lavori dal Comune». Per quel che riguarda la prima delle due partite, i lavori sono stati affidati alla seconda classificata al bando del 2014, la Cos.In. s.r.l.: «l’avvocatura del Comune stabilì che il modo migliore era risentire i partecipanti alla gara per verificarne la disponibilità a finire i lavori – spiega Chiarotti – subito si catapultarono tutti, poi quando hanno capito che i lavori sono quasi finiti e quindi non c’è un grosso margine d’impresa su questo lotto, ha risposto sostanzialmente solo la seconda classificata, che ha accettato di concludere. Attualmente sono al lavoro da circa un mesetto».

    parco-dapelo-praTutto finito, dunque? Non proprio, perché, trovata una nuova azienda che ha accettato di farsi carico dei lavori, i problemi ora vengono dai subappalti, che riguardano soprattutto la parte impiantistica. Le ditte subappaltatrici («con cui il Comune non ha alcun rapporto visto che si interfacciano solo con l’azienda che vince l’appalto», chiarisce Chiarotti) non erano infatti state pagate da Unieco, e ora chiedono il pagamento degli arretrati prima di lanciarsi in nuovi lavori «L’idea – rivela Chiarotti – sarebbe sostanzialmente quella di affidare i lavori alle stesse ditte subappaltatrici che c’erano prima per risparmiare tempo, fermo restando che l’azienda che ha vinto l’appalto è libera di assegnare i subappalti a chi ritiene. I subappaltatori attuali stanno però (giustamente) chiedendo il pagamento del lavoro svolto finora e il problema grosso è che nessuno può oggi garantire questo pagamento. Nel caso non si riuscisse a convincerli a continuare coi lavori, bisognerà trovare dei subappaltatori nuovi, con conseguente aumento delle tempistiche». Azzardato, dunque, a questo punto fare previsioni sulla fine dei lavori. Per questo, il neo presidente del Municipio di Ponente predica cautela: «Se tutto va bene dovremmo chiudere a fine agosto, ma non è per niente detto, proprio a causa dei problemi con i subappaltatori».

    La vertenza con Unieco

    Se possibile ancora più complessa da portare in porto la partita aperta con Unieco. In questo momento è in corso una vertenza legale tra il Comune di Genova e la cooperativa, rappresentata da un commissario liquidatore, con Tursi che chiede il pagamento di una penale di circa 320 mila euro e Unieco che invece reclama il pagamento del lavoro svolto «anche su lavori che in realtà negli ultimi mesi non hanno fatto – sottolinea Chiarotti – come la manutenzione del verde, che spettava per due anni alla vincitrice del bando».

    «Il Comune – conclude il presidente – ha sicuramente il coltello dalla parte del manico sia dal punto di vista degli argomenti sia da quello economico e giuridico. Il commissario liquidatore fa il suo mestiere, che è quello di tirare più acqua possibile al mulino della cooperativa, hanno poco spazio ma si giocano le carte che hanno. Certo, questo può allungare ulteriormente le tempistiche per la chiusura dei cantieri».

     

    Luca Lottero

  • Scolmatore, arriva il via libera per la progettazione definitiva. Gara vinta dalla Rocksoil spa, dell’ex ministro Lunardi

    Scolmatore, arriva il via libera per la progettazione definitiva. Gara vinta dalla Rocksoil spa, dell’ex ministro Lunardi

    scolmatore-fereggiano07Via libera alla progettazione esecutiva dello scolmatore del Bisagno a Genova. Ad annunciarlo questa mattina il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, che è anche commissario di straordinario di governo contro il dissesto idrogeologico per la Liguria, a margine dell’inaugurazione della nuova “Sala News 24” della Protezione civile regionale. «Una buona notizia per la sicurezza strutturale dei liguri– commenta il governatore- Invitalia, su mandato della struttura commissariale che mi onoro di presiedere, ha dato il via libera alla progettazione esecutiva dello scolmatore del Bisagno. Il progetto sarà completato, ci auguriamo, entro fine anno dopodiché potrà aprire il cantiere. Questa, ovviamente, è una delle grandi soluzioni strutturali che dovranno mettere in sicurezza una parte importante della città di Genova».
    La gara è stata aggiudicata al gruppo facente riferimento all’azienda Rocksoil s.p.a. fondata dall’ex ministro delle Infrastrutture e trasporti del governo Berlusconi, Pietro Lunardi. L’importo complessivo è di 3.792,114,51 oltre oneri previdenziali ed iva, con un ribasso d’asta del 61,8%. La gara riguardava anche l’opzione per la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione delle opere. In particolare, la fase progettuale avrà un costo di 1.492.921,53 euro mentre la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza di 2.299.192,98 euro. La realizzazione dell’opera è già finanziata da Italia Sicura con 165 milioni di euro.
    Escludendo ricorsi, il contratto tra con il raggruppamento di imprese vincente dovrebbe essere stipulato entro il mese di luglio. Per arrivare all’approvazione della progettazione esecutiva e all’avvio delle procedure di gara per l’affidamento dei lavori bisognerà attendere i 100 giorni a disposizione dei progettisti per l’elaborazione nonché i tempi per acquisire il parere obbligatorio del Consiglio superiore dei lavori pubblici e per la procedura di Valutazione di impatto ambientale regionale. «Ci auguriamo che i progettisti lavorino al meglio garantendo la sicurezza dei cittadini e anche la sensibilità dei molti interferiti che ci saranno rispetto a questo grande cantiere– conclude l’assessore regionale alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone- è l’opera più importante di difesa del suolo che verrà realizzata in tutto il territorio della Liguria: credo che sia un’opera fondamentale per la sicurezza di tutti».
  • Consiglio comunale, passa il bilancio ma delibera su Amiu ancora in sospeso. Domani nuova (e ultima) seduta in Sala Rossa

    Consiglio comunale, passa il bilancio ma delibera su Amiu ancora in sospeso. Domani nuova (e ultima) seduta in Sala Rossa

    consiglio-comunaleLa discussione in Sala Rossa scorre rapidamente, e arriva alla approvazione del documento di bilancio con poche sorprese: l’aula vota l’approvazione con con 17 voti a favore: Pd, Sel, Lista Doria, Malatesta (Gruppo Misto); 14 contrari: Anzalone (Gruppo Misto), Pdl, M5s, Fds, Lista Musso-Direzione Italia, Udc, Lega Nord e 8 astenuti: Salemi (Gruppo Misto), Percorso Comune, Effetto Genova. L’attesa discussione sulla delibera Amiu viene nuovamente rimandata, su scelta della conferenza capigruppo: l’appuntamento è per domani mattina.

    Gli schieramenti politici hanno in qualche modo seguito il percorso fin qui fatto, senza sorprese di sorte: da un lato la maggioranza ha difeso il documento, ricordando come i conti siano rimasti in ordine, nonostante una congiuntura particolarmente tragica dal punto di vista economico che ha colpita la città. In aula si cita la crisi di Banca Carige, i continui tagli di Roma e la congiuntura economica nazionale; a fronte di questo, però si sono tenuti i «numeri in ordine – ha spiegato Simone Farelloportando a termine un ciclo che non ha messo in difficoltà la città». Dure lo opposizioni: Enrico Musso addirittura parla di «un bilancio pieno di “cazzo” di marchette – tra lo stupore dell’aula – e quindi voterò no a questo “cazzo” di bilancio». Anche la Lega denuncia una gestione fallimentare della città, mentre il Guido Grillo ricorda come troppe volte l’aula non è stata ascoltata come si doveva. Tra gli astenuti Effetto Genova che fa sapere, attraverso un post su Facebook pubblicato in diretta, le preoccupazioni di «andare in gestione provvisoria che comporta la non possibilità di assumere spese se non obbligatorie, mettendo quindi a rischio risorse per le manutenzioni, le risorse ad esempio per il funzionamento del Carlo Felice, le risorse per i servizi alla persona tranne gli interventi legati al Tribunale o di tutela e così via...».

    In mattinata è stata approvato il riconoscimento della legittimità del debito fuori bilancio in merito all’esecuzione della sentenza n.641/2016 emanata dal TAR Liguria a seguito del ricorso con richiesta di risarcimento del danno promosso dalla Fondazione Contubernio D’Albertis per le sordomute; il riconoscimento del debito fuori bilancio dei Bagni Marina Genovese; e infine approvato anche il protocollo d’intesa tra Rete Ferroviaria Italiana S.p.A., Regione Liguria e Comune di Genova in ordine all’acquisizione, da parte di RFI, dell’edificio sito in via Ferri 10, destinato alla demolizione in vista dei lavori del Nodo Ferroviario. Una demolizione richiesta dagli abitanti stessi, preoccupati per la stabilità dell’edificio, in vista della già stabilità demolizione dell’adiacente caserma dei Carabinieri. Ogni nucleo familiare, oltre a ricevere una locazione alternativa, avrà un indennizzo di 40mila euro.

    Il ciclo amministrativo, quindi, si avvia ad una chiusura naturale, senza il paventato ricorso al commissario prefettizio. Ancora incerta invece la sorte di Amiu, ancora appesa al destino della delibera di aggregazione con Iren.

     

  • Regione Liguria e Demanio accordo per valorizzazione immobili. Dieci sono a Genova, tra cui Ex Magistero, San Raffaele e Ex Saiwetta

    Regione Liguria e Demanio accordo per valorizzazione immobili. Dieci sono a Genova, tra cui Ex Magistero, San Raffaele e Ex Saiwetta

    opiemme-buriddaVia libera dallo Stato alla riqualificazione di 45 immobili pubblici in tutta la Liguria. È il frutto dell’accordo firmato dal direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi, e dal presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti. Ville, ex caserme e case cantoniere dal valore complessivo stimato di circa 135 milioni di euro e che sarà nel tempo incrementato attraverso un percorso di valorizzazione, razionalizzazione e dismissione, anche con operazioni di finanza immobiliare. «Un accordo importante perché esprime un concetto di fondo – afferma Reggi – non importa chi è il proprietario, siamo in presenza di immobili pubblici che vanno valorizzato assieme che partono dalla regolarizzazione urbanistica e catastale. Un lavoro che possono fare solo enti pubblici e solo dopo coinvolgere i privati per l’acquisto e la valorizzazione. Siamo in presenza di beni di grande valore di cui però non è chiaro l’assetto proprietario, per cui il primo lavoro è fare chiarezza in questo senso». Per il governatore Toti, «quello pubblico è un gigantesco patrimonio spesso di grandissimo pregio e altrettanto spesso poco valorizzato e in alcuni casi sottoutilizzato. L’accordo di oggi, oltre a essere un buon segnale di collaborazione istituzionale, va nella direzione giusta, quella di utilizzare una serie di edifici di grande pregio, spesso non adeguatamente valorizzati che sono solamente un costo per l’erario pubblico senza alcun beneficio. La valorizzazione è una delle azioni concrete per dare sviluppo alla nostra terra che ha moltissimi oggetti di pregio».

    I dieci immobili di Genova

    Nell’elenco figurano anche beni di proprietà della Città metropolitana, del Comune di Genova dell’Università di Genova. Tra questi figurano l’ex San Raffaele, (valorizzato per 4,48 milioni), l’ex Magistero, attuale sede del laboratorio Buridda (4,2 milioni), l’ex Saiwetta (2,3 mln), Villa Podestà a Pra’ (1 milione), l’Accademia Marina Mercantile di via Oderico (1 milione), la Caserma dei Vvf di Chiavari (1,1 mln), la Villa Speroni di Recco (2 mln), l’impianto sportivo di Ronco Scrivia (5oo mila euro), Villa Carmagnola di Santa Margherita Ligure (di proprieta dell’Università di Genova, valorizzata per 413mila euro).

    Il sindaco di Genova e della Città Metropolitana, Marco Doria, sottolinea che «Dopo la caserma Gavoglio, i forti e la Casa del Soldato di Sturla, continua il lavoro di valorizzazione dei beni demaniali che a Genova conosciamo e stiamo facendo da tempo». Tutti i dati e le informazioni degli immobili saranno raccolti in un database realizzato dalla Regione per promuovere progetti di sviluppo immobiliare sia per iniziative complesse come i waterfront sia per il recupero di beni minori situati in contesti periferici.
    Con la firma dell’accordo, viene costituito un tavolo tecnico operativo nel quale l’Agenzia del Demanio si impegna a individuare ulteriori beni da valorizzare, mentre la Regione si occuperà di promuovere e coordinare i lavori del tavolo tecnico, coinvolgendo gli enti pubblici facenti parte del settore regionale allargato, facilitando il reperimento della documentazione e delle risorse finanziarie. «Si tratta di un’intesa strategica nazionale con una richiesta da parte dell’Agenzia del Demanio alle Regioni di censire gli immobili sul territorio e valorizzarli – spiegato l’assessore regionale al Demanio, Marco Scajolaalcune volte le realtà hanno bisogno di interventi di riqualificazione, altre volte di promozione per far conoscere quel patrimonio come si deve. Da qui la nostra adesione convinta, collaborando con tutte le realtà e i territori per la valorizzazione del patrimonio pubblico ligure, stabilendo criteri che evitino qualsiasi tipo di speculazione».
    Una valorizzazione che sicuramente è necessaria per i tanti manufatti che fanno parte del patrimonio collettivo; sulla carta, quindi, una buona notizia: la prova dei fatti sarà verificare la reale ricaduta per i territori e le comunità di questa operazione, che deve sapere mettere in salvo i beni di tutti da speculazioni, svendite e “privatizzazioni” selvagge.
  • Università, 300 posti letto in ex Clinica Chirurgica. Demanio concede edificio a Regione Liguria, 90 migranti da “ricollocare”

    Università, 300 posti letto in ex Clinica Chirurgica. Demanio concede edificio a Regione Liguria, 90 migranti da “ricollocare”

    universitaL’ex Clinica chirurgica di San Martino si trasformerà in una nuova residenza universitaria con oltre 300 posti letto, in grado di completare il soddisfacimento del fabbisogno degli studenti dell’ateneo genovese, che ogni anno inoltrano circa 1.500 richieste. E’ questo il risultato dell’accordo firmato questa mattina tra l’Agenzia nazionale del Demanio e il Comune di Genova, proprietario dell’edifico, l’Università, precedente destinataria d’uso, e la Regione Liguria, nuova beneficiaria degli spazi attraverso l’agenzia Alfa. L’edificio sarà concesso per 19 anni gratuitamente dallo Stato all’ente di piazza De Ferrari, che potrà partecipare al bando del ministero dell’Istruzione per ottenere il finanziamento di 12 milioni di euro necessario alla riqualificazione.
    Oltre all’ottenimento dei fondi, altro problema riguarda il futuro dei circa 90 migranti che al momento vengono ospitati nella struttura, anche se la prefettura ha già fatto sapere che verranno collocati altrove. Al Comune toccherà, invece, cercare un’altra soluzione per accogliere i senza fissa dimora nelle fredde notti di inverno, che negli ultimi anni trovavano riparo proprio nell’ex clinica. «Questo è un accordo che riguarda quattro enti che stabiliscono di trasformare l’immobile in residenze universitarie – afferma l’assessore regionale all’Istruzione e Formazione, Ilaria Cavo – il problema dei migranti sarà gestito dalla prefettura con opportune intese da prendere con il Demanio. Per quanto ci riguarda, con questa intesa realizzeremo, su due lotti, i 300 posti letto che mancano per coprire il fabbisogno annuale degli studenti, grazie a un’operazione coerente con quella parte di territorio».
    Il protocollo ridefinisce l’assetto giuridico dell’immobile con la rinuncia, da parte dell’Università, all’attuale diritto d’uso, ad eccezione dell’Aula magna, e la concessione alla Regione in comodato d’uso gratuito. L’edificio, di proprietà dell’Agenzia del Demanio e del Comune di Genova era stato consegnato in uso all’Università nel 1947 e dismesso negli ultimi anni, con il trasferimento di tutte le attività universitarie all’interno della cinta ospedaliera.
  • Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

    Sampierdarena ha il suo “Blueprint”. Ecco i cinque punti per il rilancio della città nella città, tra sicurezza e qualità della vita

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    Sicurezza, infrastrutture, riqualificazione urbana, gestione dell’ambiente e valorizzazione culturale. Questi i cinque punti per la rinascita di Sampiedarena, la città nella città che da troppo tempo aspetta di essere “ricordata” dalla politica, sempre presente in campagna elettorale, ma poco nella quotidianità.
    Ne abbiamo parlato con Gianfranco Augusti, rappresentate delle “Officine Sampierdarenesi”, l’associazione che da anni lavora per il rilancio del quartiere che, per prima cosa, ci ha assicurato che le risposte verbali dei candidati alla carica di sindaco di Genova, alle “Officine” non basteranno: dovranno mettere nero su bianco le loro risposte attraverso un questionario che sarà distribuito durante gli incontri, poi, una volta eletto il primo cittadino, subito al lavoro per mettere in atto il “progetto cura” per il quartiere di ponente.
    Lo hanno definito il “Blue Print di Sampierdarena”, ma se non dovesse bastare, c’è chi pensa addirittura a un referendum per diventare un comune autonomo. In sintesi, le Officine non hanno intenzione di perdere tempo prezioso per riqualificare e valorizzare il quartiere ostaggio di degrado che invece avrebbe molto da offrire: «Se il prossimo ciclo amministrativo sarà come quello che si sta per concludere – spiega Gianfranco Angusti il quartiere è destinato a morire».
    Altro che grido d’allarme, c’è molto di più. Dati alla mano, circa il cinquanta per cento delle saracinesche si è abbassato, i problemi di sicurezza abbondano e il disagio sociale che ne consegue è ormai noto a tutti, tant’è vero che si è stilata una vera e propria mappa dei punti più caldi: nella zona di via Sampierdarena, via Pietro Chiesa e dintorni c’è il problema dei cosiddetti “circoli culturali” e della promiscuità tra prostitute e residenti, che si sta estendendo alla vicina via Buranello. In piazza Settembrini, piazza Montano e vie limitrofe, c’è il problema dei minimarket e dei bivacchi. E però con le parole si fa poco: «Abbiamo già incontrato Gianni Crivello, candidato per la coalizione di Centrosinistra, e assessore uscente della giunta Doria e Arcangelo Merella, candidato con la sua lista Ge9si – prosegue Angusti – nelle prossime ore incontreremo Luca Pirondini (M5S), poi sarà la volta di Marco Bucci per il Centrodestra e Paolo Putti della lista Chiamami Genova. A ciascuno di loro abbiamo presentato e presenteremo il nostro dossier con i cinque punti chiave per il rilancio di Sampierdarena“.
    via cantoreNon a caso il primo punto del programma delle Officine è proprio la sicurezza, protagonista assente della vita di quartiere: affare assai delicato, da trattare però con convinzione, esigendo il rispetto delle ordinanze sulla vendita di alcol e la limitazione delle nuove aperture di sale slot. Le infrastrutture avranno un ruolo fondamentale per il volto del ponente genovese che si appresta a cambiare, tra strada a mare, nodo ferroviario e porto. Servirà un monitoraggio serrato per evitare disagi anche gravi ai residenti, sia in fase di cantiere che a opere concluse. Il terzo punto del documento sarà centrale per il quartiere perché riguarda la riqualificazione urbana, legata con un filo rosso al rilancio dei negozi di vicinato. Valorizzare questo tipo di commercio e far sì che le saracinesche si alzino di nuovo sarà un obbiettivo base per il quartiere e per questo, sotto la lente di ingrandimento c’è il “bando periferie”, ovvero quei ventiquattro milioni di euro che serviranno per palazzo della Fortezza, piazza Tre Ponti, mercato, centro civico Buranello, mercato ovovaicolo del Campasso, ex biblioteca, Magazzini del sale ed ex deposito rimozioni di via San Pier d’Arena.
    Seguono a ruota la gestione dell’ambiente e del ciclo dei rifiuti e la valorizzazione culturale. Proprio quest’ultimo punto è particolarmente importante per le Officine, perché riguarda il teatro Modena, la Lanterna di Genova e il polo scolastico.«Basta interventi spot – dice ancora Angusti – questi cinque punti devono essere parte di un progetto globale che preveda innanzi tutto l’immediata bonifica della zona sotto tutti gli aspetti».
    I candidati alla carica di sindaco di Genova sono avvisati: subito dopo l’11 giugno si ritroveranno i sampierdarenesi a bussare alle porte di Tursi per esortare il prescelto a mantenere quanto promesso in campagna elettorale. Come a dire che immaginando i fasti del passato, che osservarne il rapido declino, si avrà la possibilità di gettare le basi di un quartiere tutto nuovo, con un cuore pulsante fatto di commercio, industria e vivibilità. «Se si rivelerà necessario non esiteremo a tornare in strada e a mettere in campo anche iniziative clamorose – conclude Angusti – questo luogo ha un’anima che dev’essere ritrovata, ma deve brillare di una luce diversa, evoluta. Ecco la Sampierdarena che vogliamo e che ci meritiamo».
    Nina Genta
  • Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    pra-spiaggia-passeggiata-fasciaPra’, un’estate qualsiasi di metà anni ’60. Alcuni giovani si tuffano da quello che tutti conoscono come lo “scoglio dell’oca” mentre, poco lontano, turisti torinesi e milanesi affittano lettini e sdraio in uno dei tanti stabilimenti balneari della spiaggia, che comincia dall’edificio della vecchia ferrovia e si stende tra il confine con Pegli e il fiume Cerusa, a Voltri. «Li chiamavamo “i bagnanti” – ricorda Aldo Pastorino, residente a Pra’ dal 1958 – ed era un momento sempre molto animato per il nostro quartiere. Qui l’estate iniziava presto e finiva il più tardi possibile, ogni sera c’erano persone per strada fino a mezzanotte e anche oltre. C’erano moltissime gelaterie e alberghi di ogni prezzo e tipo, alcuni dei quali già a metà giugno esponevano il cartello “esaurito”».

    Per i più giovani, immaginare la Pra’ descritta da Aldo richiede un grosso lavoro di immaginazione. Quel mondo, oggi, sopravvive solo nella toponomastica: la rotonda “Scoglio dell’Oca”, collocata proprio nella stessa area dell’antica roccia, o la passeggiata “Spiaggia di Pra’”. Una volontà di recuperare il legame con il passato emersa proprio con i recenti lavori di riqualificazione del quartiere – i famosi Por – che hanno rivoluzionato la viabilità locale e colorato di verde lo spazio tra la strada e la ferrovia. «Questa nuova realtà è apprezzata pra-scoglio-oca-rotondadai cittadini» riconosce Aldo poco prima, però, di usare una parola che si sente spesso collegata alla recente storia locale: risarcimento. Pur generalmente apprezzate, è così che sono percepite le recenti modifiche al quartiere, soprattutto da chi ricorda gli anni in cui a Pra’ si poteva fare il bagno in mare. Se immaginiamo la storia degli ultimi decenni della delegazione come una parabola, infatti, la discesa inizia con l’inizio dei lavori per la costruzione del Vte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per raggiungere il punto più basso tra gli anni ’90 e i primi 2000un periodo in cui l’inquinamento qui era qualcosa di insopportabile» spiega Aldo). Quelli più recenti sarebbero, invece, anni di relativa risalita. «Certo, si è sofferto abbastanza nel perdere la spiaggia – prosegue Aldo – ma ora come si può vedere c’è un compenso. La passeggiata, per esempio, che arriva fino a Pegli, è bella e alberata, ha una pista ciclabile ed è molto frequentata da persone di tutte le età, soprattutto nelle serate estive».

    Il porto, tra promesse di occupazione mancate e la fine del mondo balneare praese

    pra-fascia-rispettoRecentemente, abbiamo trattato su queste pagine la riconquista della balneabilità su due punti del litorale di Pegli e di quella (avvenuta ormai qualche anno fa) sull’intera tratto di mare su cui affaccia Voltri. Secondo il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenente, questi risultati sono la prova della possibile convivenza tra spiagge e porto. A Pra’, tuttavia, la spiaggia nemmeno più esiste, e quella che era la sua identità pre-porto non sarà mai più recuperata. «In passato, Pegli, Pra’ e Voltri erano tre delegazioni ognuna con la propria identità – racconta Aldo, che presiede il consorzio di Santa Limbania, un’associazione per la promozione del territorio tra Liguria e Basso Piemonte – Pegli aveva una vocazione turistica oggi perduta, che risale all’800 e Villa Lomellini (l’attuale Hotel Mediterranee) ne è una testimonianza. Alla stazione di Pegli sono scesi i granduchi russi. Il clima mite (dovuto ai monti che la proteggono dai venti freddi) lo rendevano un luogo di villeggiatura. Pra’, dal canto suo, era un borgo di pescatori, mentre Voltri aveva una vocazione industriale».

    pra-scoglio-oca-02Molti praesi si arrabbiano quando il porto di ponente viene chiamato “porto di Voltri”. Nonostante il nome originario Vte stesse proprio per “Voltri Terminal Europe” (oggi il nome ufficiale è Psa Voltri Pra’, dal nome dell’azienda di Singapore che l’ha acquistato nel 1998) è infatti sulla delegazione praese che esso ha fatto sentire con maggior intensità dal punto di vista ambientale. Non è dunque in genere per orgoglio che i praesi vogliono che il nome del porto sia legato a quello del proprio quartiere, ma per la volontà di veder riconosciuto il sacrificio collettivo di una comunità, perché non ci siano dubbi su chi sia stato a pagare il prezzo più alto, in una parte della città dove risuonano forte i “campanili”, anche se ieri forse più di oggi.

    Lo sviluppo economico e una crescita dei posti di lavoro era la promessa offerta in cambio della rinuncia alle proprie spiagge. Ma, secondo Aldo, non sarebbe andata così: «Da un certo punto di vista – racconta infatti – il Vte è stata una delusione. I cittadini si aspettavano un aumento del tasso d’occupazione locale, che in realtà è stato inferiore rispetto a quanto si ventilava. Certo, il porto è molto esteso e attrezzato ma con l’automazione si riducono di molto i posti di lavoro». D’altro canto, a Pra’ non ci sono più alberghi: «L’ultimo – prova a ricordare Aldo – ha chiuso l’anno scorso».

    Luca Lottero

  • Rocca dei Corvi, il memoriale “ostaggio” dei cantieri del Terzo Valico. Cociv: «Sarà meglio di prima». La storia dell’eccidio e della partigiana Graziella Giuffrida

    Rocca dei Corvi, il memoriale “ostaggio” dei cantieri del Terzo Valico. Cociv: «Sarà meglio di prima». La storia dell’eccidio e della partigiana Graziella Giuffrida

    Foto a cura di Cociv
    Foto a cura di Cociv

    Il 25 marzo 2017 si è svolta l’annuale commemorazione dei martiri di Rocca dei Corvi, poco sopra Trasta; tuttavia, negli ultimi anni, il ‘cippo’ commemorativo non è facilmente accessibile a causa dei cantieri del Terzo Valico che rendono molto complesso l’accesso al memoriale senza attraversare il cantiere.

    Il santuario infatti si trova “circondato” da questo cantiere e, dal 2016, l’accesso al santuario è precluso, come ci racconta Davide Ghiglione, consigliere municipale del municipio V Valpolcevera e membro dei comitati No Tav: «Noi avevamo denunciato già cinque anni fa il pericolo che il santuario potesse essere spostato o rimosso e infatti dal 2016 non è più possibile accedere al cippo tramite il sentiero principale a causa dei lavori per il Terzo Valico. Adesso per passare è necessario transitare dentro al cantiere».

    «Anche durante la manifestazione di quest’anno – continua il consigliere municipale – è stato necessario percorrere questa strada. Esiste un percorso alternativo che permette di raggiungere il memoriale ma obbliga a passare da monte ed è un tratto di strada molto impervio e difficilmente percorribile soprattutto per le persone anziane che ancora partecipano a queste manifestazioni».

    Secca la risposta di COCIV, il consorzio di aziende che ha in appalto la realizzazione del Terzo Valico, attraverso la risposta del loro ufficio stampa: «Il Cippo dei Partigiani Rocca dei Corvi si trova in stretta adiacenza all’area di cantiere COL2 FEGINO e non è interessato dai Lavori del Terzo Valico che sono stati sviluppati in maniera tale da evitarne la ricollocazione in altra sede e, quindi, di preservare la storicità del sito. Attualmente il memoriale si presenta in condizioni migliori rispetto quelle ante operam dei lavori Terzo Valico, dal momento che sono stati effettuati sistematicamente da Cociv interventi di manutenzione e ripristino dei sentieri, anche a seguito degli eventi alluvionali occorsi in questi anni nonché di miglioramento dell’area di accesso».

    rocca-dei-corvi-02I dubbi principali riguardano tuttavia il destino di questo memoriale nel momento in cui i cantieri termineranno la loro attività; su questo il Cociv assicura che «al termine delle attività di cantiere, la viabilità di accesso verrà mantenuta in forma definitiva con le stesse condizioni già presenti oggi (strada asfaltata a due corsie)».

    Ad oggi, le tempistiche del cantiere non sono chiare, viste le recenti difficoltà derivanti le inchieste della magistratura e la gestione dello smarino di alcuni scavi, che anni interessato montagne amiantifere. Le rassicurazioni di Cociv sul mantenimento del Santuario di Rocca dei Corvi fanno ben sperare, ma Era Superba continuerà a presidiare la vicenda, per verificare che alle parole seguano i fatti. Nel frattempo ripercorriamo la storia di quelle tragiche vicende legate alla Resistenza, per preservarne la memoria.

    La storia

    L’eccidio di Rocca dei Corvi è stato uno degli ultimi perpetrati in Valpolcevera da parte delle forze nazi-fasciste e ha una particolarità: si tratta dell’unico eccidio avvenuto in città dove, tra gli assassinati, era presente anche una donna, Graziella Giuffrida.

    Il massacro infatti venne commesso tra il 23 e il 24 marzo 1945, esattamente un mese prima della Liberazione di Genova. Durante questo periodo, a causa del progressivo avanzamento delle truppe alleate verso il Nord Italia, s’intensificò anche l’attività partigiana e, di conseguenza, anche le forze nazi-fasciste aumentarono la pressione sulla popolazione per ridurre le possibilità di un’escalation rivoluzionaria che sarebbe comunque avvenuta un mese dopo, il 24 aprile, quando la popolazione di Genova insorse contro gli occupanti e liberò la città prima dell’arrivo delle forze alleate.

    Nei giorni della Liberazione della città in località Barabini di Teglia, vennero ritrovate alcune fosse ricoperte di terra presso una capanna il via Rocca dei Corvi e, al loro interno, vennero ritrovati cinque corpi. Ci vollero tre giorni per identificare i corpi a causa delle torture subite da questi giovani nella villetta di Via Rocca dei Corvi. In questo casolare protetto da filo spinato venivano condotti i partigiani catturati durante controlli o azioni di polizia e, in queste costruzioni, i prigionieri venivano torturati e uccisi e infine sepolti in fosse comuni. I cinque corpi ritrovati in quell’occasione vennero collegati ai partigiani scomparsi Daniele Cotella, Sebastiano Macciò, Andrea Savoldelli, Giancarlo Valle e Graziella Giuffrida.

    Daniele Cotella, 43 anni, fu catturato perché ospitò un altro partigiano, Savoldelli, inseguito dai tedeschi. Torturato venne ritrovato in una delle fosse a Rocca dei Corvi.

    Sebastiano Macciò, 23 anni, riuscì a fuggire durante la perquisizione della propria casa. Saputo che la madre e poi lo zio erano stati arrestati per rappresaglia Macciò si consegnò ai tedeschi che lo torturarono orrendamente prima di ucciderlo.

    Andrea Savoldelli, 48 anni, venne fermato da una pattuglia di tedeschi a tarda sera per un controllo. Colto dal panico tentò la fuga e si rifugiò in casa del partigiano Cotella e lì si fece arrestare con l’amico di fronte alla minaccia nazista di infierire sulla famiglia. Anch’egli fu torturato, ucciso e gettato in una fossa alla Rocca dei Corvi.

    Giancarlo Valle “il genovese”, 19 anni, faceva parte di una formazione partigiana piemontese e si trovava a casa perché malato. I tedeschi saputo della loro presenza lo arrestarono e dopo averlo torturato lo uccisero.

    graziella-giuffridaGraziella Giuffrida, catanese di 21 anni, che si era trasferita a Genova per  fare la maestra, dove si unì come volontaria alle squadre di Azione partigiana. Ma un incontro ravvicinato con un gruppo di soldati tedeschi le costò la vita: fu arrestata, infatti, sul tram da militari nazisti i quali, dopo averla pesantemente importunata, si accorsero che era in possesso di una pistola. Condotta nella sede del comando di Fegino fu sottoposta a tortura e violentata prima di essere uccisa e gettata in una delle fosse di Via Rocca dei Corvi.

    Gianluca Pedemonte

     

     

     

  • Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    bernabò-brea-01«Il giorno in cui ci assegnarono le case eravamo tutti qui, nel  giardino più largo, sotto i pini. Aspettavamo di sentire quale casa ci sarebbe toccata, dove avremmo abitato, ma non era difficile essere contenti, erano tutte simili e tutte molto belle. Molto di più di quello che ci saremmo potuti permettere, e molto di più di quanto avevamo mai sognato».

    La storia del quartiere Bernabò Brea, spesso citato sui testi di architettura e sempre ricordato quando si parla della difficile sintesi tra edilizia popolare e welfare abitativo, potrebbe partire da qui, dalle parole commosse che questo anziano mi disse la prima volta che vidi le palazzine basse, adagiate in una conca verde e tranquilla, davvero  inaspettata in una città come Genova. Ma come si arrivò a quella mattina ai giardini?

    Il contesto storico

    bernabò-brea-02Nel dopoguerra Genova si trovò di fronte al problema di dover ricostruire quanto crollato sotto i bombardamenti sia aerei che navali, poiché la perdita del patrimonio edilizio nel territorio del  Comune era calcolata intorno al 23%. Ovviamente  era una condizione comune a quasi tutte le altre città italiane, e per questo nel 1945 il Parlamento approvò il decreto legge n. 154 contenente le norme per i Piani di Ricostruzione, strumento agile e prezioso che incentivò i Comuni ad utilizzare i finanziamenti messi a disposizione dotandosi di propri piani ad hoc. A Genova partecipò al concorso di idee fra gli altri l’architetto Luigi Carlo Daneri, che poi progettò e realizzo’ il quartiere Ina-Casa Bernabò Brea.

    Contemporaneamente all’emergenza abitativa, il dopoguerra poneva l’enorme problema della disoccupazione. Migliaia di uomini, tolta la divisa, faticavano a guadagnare qualcosa, poiché l’industri bellica si era fermata e molta parte degli stabilimenti industriali erano stati danneggiati nei bombardamenti. L’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Amintore Fanfani vide nel settore dell’edilizia il volano capace, assorbendo molta parte della manodopera non qualificata, di far ripartire il circolo virtuoso della produzione. Fu così emanata la Legge n. 43, che attraverso il lancio nazionale del piano Ina – Casa si proponeva di diminuire la disoccupazione costruendo nuove case per i lavoratori ed attraverso l’indotto dell’edilizia di sostenere il rilancio della produzione  che avrebbe creato altro lavoro.

    A quel punto era evidente che in nessuna città ricostruire  poteva significare solo ristrutturazione di quanto era crollato, meno che mai a Genova dove il dibattito su di un nuovo modello di sviluppo urbano si intrecciava con quello riguardante il recupero del centro storico. Qui moltissime erano le abitazioni completamente fatiscenti e pericolanti ma nonostante questo numerose famiglie  si ammassavano in case prive di servizi igienici e spesso anche dell’acqua. Le ipotesi in ballo a questo riguardo erano divise fra chi proponeva la distruzione, chi il diradamento, e chi invece il risanamento: la diatriba fu poi risolta con le trasformazioni, anche traumatiche, delle aree di Via Madre di Dio e di Piccapietra.  Era evidente che non si potevano comunque abbattere delle case senza costruirne di nuove, ed il Comune già nel periodo fra le due guerre aveva approvato insediamenti, anche di edilizia popolare, sulle alture della città. Questo portò a rendere urbane molte zone collinari alle spalle di Genova, mentre le preesistenti costruzioni rurali venivano abbattute o si ritrovavano circondate da enormi palazzi che ne soffocavano ogni bellezza.

    Molte speculazioni edilizie sia private che pubbliche si trovarono la strada spianata e le lottizzazioni continuarono almeno fino agli anni ’80, quando circa il 55% delle abitazioni genovesi poterono considerarsi “periferiche”. Ina-Casa ebbe invece il merito di perseguire un disegno più organico ed anche particolarmente innovativo e personalizzato, specialmente nel primo periodo, dal 1949 al 1956.

    Questo progetto si affiancò a quelli precedenti e seguenti di ricostruzione, e godendo di un percorso in un certo modo privilegiato ricoprì un ruolo che si potrebbe definire pionieristico – o quantomeno innovativo – di ripensare la città. Infatti i quartieri nati grazie a Ina-Casa dovevano, e lo fecero in molti felici casi, sorgere con l’idea di identificarsi nel concetto di comunità, ispirandosi a moderni standard abitativi che avrebbero anche dovuto avere effetti sulla costruzione in generale  delle periferie che invece in quegli stessi anni ebbero un’espansione  disordinata del tutto estranea a questo progetto.

    Architettura di rispetto: Bernabò Brea

    bernabò-brea-03In poco tempo a Genova  intorno al Piano si accese l’interesse degli addetti ai lavori, e per il quartiere di Bernabò Brea il bando fu assegnato all’architetto Luigi Carlo Daneri, che insieme Giulio Zappa e Luciano Grossi Bianchi presentò un progetto decisamente innovativo. Daneri era, all’epoca, ordinario alla Facoltà di ingegneria, e privilegiava un approccio all’architettura che fosse rispettoso del paesaggio ligure e delle sue linee; come progettista della Chiesa di San Marcellino e di Piazza Rossetti a Genova, della Casa del soldato a Sturla e di molte altre opere aveva ricevuto riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Il progetto Bernabò Brea, molto particolareggiato, era stato tracciato da Daneri stesso non in pianta ma sul territorio, rispettando la piantumazione della valletta,  con le palazzine che seguivano le naturali curve orografiche ad eccezione di una costruzione più lunga, detta edificio-ponte, che prevedeva un percorso pensile per le attività commerciali. La zona pur essendo del tutto staccata da altri insediamenti non era isolata quindi, seguendo le indicazioni della legge, i costi per gli allacciamenti ai servizi essenziali – acqua gas e luce- non si presentavano eccessivi così come le strade confinanti,  Via Isonzo e Via Sturla, erano scorrevoli e servite dai mezzi pubblici in modo da agevolare il tragitto dei lavoratori verso le unità produttive.

    Fu chiamata architettura di rispetto, e tale fu, con le costruzioni basse ma non a schiera, alte dai tre ai cinque piani al massimo, mentre solo un edificio svettava sullo sfondo con i suoi nove piani, movimentando la linea dell’intero complesso. Le soluzioni architettoniche erano diversificate nei diversi lotti, alcune più riuscite altre meno fruibili ma in ogni caso mai fini a sé stesse, poiché in tutte vi era questa ricerca dello “stare bene”, del fare comunità anche e soprattutto partendo dal singolo nucleo per arrivare all’intero quartiere. Tutto questo possiamo vederlo ancora oggi, osservando alcuni particolari come le scale direttamente all’aperto su cui si aprono le porte dei singoli appartamenti, i loggiati, i balconi luminosi esposti al sole, a cercare proprio l’ambiente della piazzetta di paese.

    Effetto “leva” di questo progetto fu quello di alzare di molto il valore dei terreni adiacenti alla maggior parte delle realizzazioni, in quanto si trovavano ad avere già disponibili i servizi essenziali per edificare; altro  effetto fu quello di non riuscire, nei sette anni successivi alla prima parte del progetto, a reperire terreni  alle medesime condizioni. I complessi di Forte Quezzi e di Mura Angeli, infatti, ebbero certamente dei meriti ma scatenarono molte più critiche che applausi: Bernabò Brea rimase un’isola felice.

    Le colline

    brenabò-brea-04Nel 1956 Genova emanò il piano regolatore nel quale l’unica preoccupazione, a detta di molti autori, fu quella di ottenere consensi intorno al progetto. E se l’espansione a macchia d’olio delle periferie di città come Torino Milano o Roma fu  evitata, qui si risalirono sempre più i margini di colline e torrenti con le conseguenze che paghiamo tuttora. A quel tempo però l’aver evitato un allargamento chilometrico spropositato sembrò quasi un successo, solo in seguito ci si rese conto che l’aver progettato in pianta anziché in sezione, accettando di innalzare le costruzioni in modo da stipare più famiglie possibili nello stesso palazzo, aveva di fatto minato sia la qualità della vita di chi vi abitava sia la tenuta stessa del territorio.

    Dall’estero il progetto Ina Casa risvegliò molto interesse, portato ad esempio di soluzione felice fra le diverse esigenze dell’architettura e del welfare abitativo. L’Italia fu così per una stagione pioniera dell’edilizia popolare, per aver ideato uno strumento agile, efficace, veloce nelle realizzazione. In Italia nel primo ciclo, terminato nel 1955, era stato assorbito il 20% della manodopera disponibile, e oltre 147mila alloggi erano stati consegnati  a prezzi accessibili. Di questi, era previsto che un 50% fosse a riscatto, mentre la restante parte era data in locazione. In ogni caso l’esperimento Bernabò Brea rimane uno dei più efficaci fra quanti furono in quegli anni, e nei successivi, edificati.

    Una testimonianza

    Molti sono i testimoni di quella stagione e dalle loro esperienze si evince la qualità politica di certe scelte, prima ancora che urbanistica. Un passato che sembra lontano anni luce. Ecco la storia di Paolo, arrivato in Bernabò Brea nel 1956, a tre anni. La madre gli ha sempre raccontato che quella mattina tutte le famiglie assegnatarie si ritrovarono nei giardini (confermando il racconto dell’anziano riferito all’inizio) e, semplicemente, scelsero la casa in cui avrebbero preferito vivere. «Mia madre voleva una casa con il poggiolo, ne indicò uno, ma era già stato assegnato, allora un altro, ma aveva meno vani di quanti gliene servivano, alla fine lasciò scegliere all’impiegato».

    I ricordi di Paolo non sono, ovviamente, di quel giorno, perché era troppo piccolo, ma molte cose gli sono state tramandate: «le case furono assegnate tutte insieme, aspettarono di completare il complesso per darle. Gli alberi c’erano già, e anche i giardini, curati quotidianamente da un incaricato del comune. I giardini pubblici non erano come adesso, ma c’erano tre piscine, avevano forme diverse, arrotondate e irregolari: in una l’acqua ci arrivava fino al collo, a noi più piccoli».

    Immagini che arrivano da una città che forse non riusciamo neanche più ad immaginare: «non c’erano auto qui, nessuno ne aveva una; le cose iniziarono a cambiare un po’ alla fine degli anni ’60. Sopra al quartiere c’era una vecchia villa, abbandonata (ora c’è una palazzina residenziale, ndr) e un altra era dove adesso c’è la Residenza per anziani. Al posto della Scuola Collodi ora abbandonata c’era una fattoria, con tutti gli animali e persino un asino. La buttarono giù per costruire la scuola moderna, prefabbricata, e adesso è tutto abbandonato lì dentro». Noi ragazzini eravamo tantissimi, facevamo gruppo, era bello vivere qui. Ricordo mia madre che aveva i bollettini da pagare con l’affitto sempre pronti nel cassetto della credenza; i primi tempi era un vero e proprio affitto, dopo lo tramutarono in riscatto, così sia noi che molti altri diventammo proprietari senza grossi sforzi».

    Chiedo a Paolo se, guardando il progetto, ricorda che tutto quello indicato fosse realizzato e mi dice che si, in effetti c’erano dei negozi sotto i portici, un lattaio, un materassaio, forse poco altro. Però sicuramente per parecchi anni ci fu il Circolo Ricreativo, l’ambulatorio, un ufficio informazioni perché le persone non si sentissero abbandonate. Solo la piccola unità destinata alle persone sole lui non ha memoria che sia mai stata realizzata, «ma chissà – aggiunge – se da ragazzi avremmo notato questa cosa. Noi andavamo negli orti, mangiavamo la frutta, i fichi, le pere. Erano di tutti».

    Il parere tecnico

    Abbiamo chiesto un parere qualificato sulla realizzazione di Bernabò Brea ad un addetto ai lavori, l’architetto e urbanista Andrea Vergano, autore del libro “La Costruzione delle Periferie” uscito  per l’Editore Gangemi nel 2015. In questo libro, che si legge come un romanzo, vengono raccontati gli intrecci tra politiche urbanistiche e ricerca del consenso attraverso il tema abitativo, ed ovviamente si parla anche della realizzazione di Bernabò Brea.

    Questo progetto è stato molto celebrato, sia in Italia che all’estero: lei è dello stesso parere?
    «Bernabò Brea è stato un intervento urbanistico che ha goduto fin da subito di buona fama, un modello pubblicato e lodato sulle riviste di settore. Questo forse perchè è stato realizzato così come era nel progetto. O forse perché si è inserito con misura nel paesaggio del parco preesistente, o forse ancora perché è stata scelta accuratamente la posizione, separata ma non isolata dal contesto urbano».

    Secondo il suo parere di urbanista, questo progetto ha retto bene il passare degli anni o invece sarebbe da modificare, da rendere più “moderno”?
    «Questo progetto rappresenta ciò che di buono l’architettura e l’urbanistica moderna hanno saputo produrre in termini di qualità dell’abitare. Un documento-monumento da conservare così come si conservano le parti della città storica: in quanto moderno, testimonia il passato».

    Scusi?
    «Noi ci portiamo dietro una concezione di urbanistica che in realtà si potrebbe dire conclusa con gli anni ’80: in realtà questa non esiste più, ora servono spazi e servizi dove prima c’erano insediamenti industriali e case»

    Secondo lei un’esperienza del genere sarebbe ripetibile ai giorni nostri, a parte i cronici problemi finanziari che ovviamente incontrerebbe
    «Questo progetto, e allargando il discorso tutto il piano Ina-Casa, era perfettamente adeguato a quella società e a quelle esigenze: allora si parlava sempre e solo di crescita, c’era la crescita demografica, la crescita produttiva, la crescita salariale. Costruire agglomerati di case necessari ai numerosi lavoratori che arrivavano nelle città, che via via dovevano soddisfare bisogni, dal cibo alla casa alla macchina. Quel modello ormai si è esaurito. Adesso, ed è un adesso che dura da almeno vent’anni, l’esigenza non è più costruire, poiché non c’è più la crescita, l’espansione: adesso la domanda è di controllo e mitigazione dei rischi ambientali, di attenzione all’ambiente. Non dobbiamo costruire, dobbiamo ricostruire, riusare, riqualificare. Partendo proprio dalla periferia».

    Il quartiere Bernabò Brea, quindi, è al contempo “reperto” di una stagione politica e sociale del passato ed “esempio” di quello che si può fare quando si mettono a sistema esigenze, territorio e “visione”, parola tanto in voga in questi giorni. Oggi le necessità e le urgenze sono sicuramente cambiate, come anche il contesto e le prospettive: ancora una volta, però, la differenza può essere fatta dalla “qualità” della politica, chiamata a interpretare le richieste della collettività, presente e futura.

    Bruna Taravello

  • I Parchi di Nervi tornano a vivere. Completati gli interventi dopo la tempesta, selezionate le “idee” per la valorizzazione

    I Parchi di Nervi tornano a vivere. Completati gli interventi dopo la tempesta, selezionate le “idee” per la valorizzazione

    parchi-nerviIn anticipo di una settimana rispetto ai tempi prefissati riaprono da oggi i Parchi di Villa Serra e Villa Grimaldi, dopo i lavori di messa in sicurezza a seguito degli eventi meteo del 14 ottobre dello scorso anno.

    L’inaugurazione questa mattina presso la Galleria d’arte moderna di Nervi, uno dei musei civici che si trovano all’interno dei parchi. Alla cerimonia erano presenti l’assessore all’ambiente del Comune di Genova Italo Porcile e l’assessore del Municipio Levante Michele Raffaelli. Un saluto è stato portato anche dall’assessore alla protezione civile e manutenzioni del Comune di Genova Giovanni Crivello. Insieme alle autorità tanti cittadini e le associazioni che si occupano della salvaguardia e valorizzazione degli storici parchi.

    I danni causati dalla tempesta di vento sono stati ingenti: 196 gli alberi caduti o danneggiati irrimediabilmente, ulteriori 15 alberi abbattuti per motivi di sicurezza, circa 13mila metri quadrati di superfici erbose danneggiate. E poi danni a recinzioni, panchine, cestini porta-rifiuti e agli impianti di illuminazione ed irrigazione.

    Il vento ha anche causato il crollo di una porzione del muro di contenimento di via Serra-Gropallo e ha danneggiato alcuni manufatti come la passerella su ferrovia lato Ponente, il tetto della “palestrina di Ponente” e del gazebo rustico di Parco Gropallo.

    Il parco di Villa Gropallo necessita ancora di alcuni ultimi interventi, in particolare nella ringhiera verso la ferrovia (lavori in corso da parte di RFI) e di attecchimento dei prati: da mercoledì 5 aprile si è resa necessaria la sua temporanea chiusura, soprattutto per consentire la corretta crescita del manto erboso, ma potrebbe essere riaperto a maggio o comunque entro la fine dell’anno scolastico.

    Restano ancora chiuse le aree oltre la ferrovia in Villa Grimaldi e la parte meridionale di Villa Serra, dove mancano importanti recinzioni di separazione dalla ferrovia di cui RFI dovrebbe completare il ripristino entro maggio. In queste aree continuerà la regolare manutenzione del verde per una riapertura completa auspicabile in autunno (RFI ha avviato i controlli sul cavalcavia danneggiato).

    Gli accessi attualmente fruibili sono quelli di Villa Serra e Villa Grimaldi e l’accesso dalla passeggiata Anita Garibaldi in Villa Serra.

    I lavori eseguiti

    In sei mesi di chiusura sono stati eseguiti da ASTer importanti interventi di messa in sicurezza e ripristino, con stanziamenti inizialmente di 208mila euro (per lavori urgenti di messa in sicurezza) e di successivi 291mila euro (per ulteriori interventi di messa in sicurezza e per il ripristino della funzionalità di opere essenziali).

    Il primo intervento è stato quello di taglio e recupero dei 141 alberi caduti su strade, ferrovia e vialetti. Oltre agli alberi caduti erano rimasti 54 alberi irrimediabilmente danneggiati, da tagliare e rimuovere. Gli alberi residui sono stati oggetto di specifici controlli (310 verifiche), tra i quali valutazioni di stabilità visive e con prove strumentali, che hanno evidenziato ulteriori 15 alberi pericolosi che sono stati eliminati. Sono stati eseguiti oltre 200 interventi di potatura per messa in sicurezza ed eliminazione di rami danneggiati e ceppaie ribaltate; altri interventi hanno provveduto alla riforma di piante che hanno perso parte della chioma. utto il materiale legnoso (oltre 1000 t) è stato raccolto, cippato e inviato a utilizzo come biomassa. I prati sono stati ripuliti e in parte riseminati, alcuni sono ancora recintati al fine di garantire un buon attecchimento. Sono stati ripristinati molti impianti irrigui e riparate e messe in sicurezza panchine e cestoni portarifiuti danneggiati. Tutti gli impianti elettrici di illuminazione sono stati isolati (messi a terra) e sono quindi in sicurezza.

    A febbraio ASTER, in collaborazione con gli studenti dell’Istituto Agrario Marsano, ha messo a dimora nell’area sottostante l’ex campo da tennis una nuova collezione di Ibiscus; anche nelle aiuole della sottostante passeggiata Anita Garibaldi sono stati effettuati, tra febbraio e marzo, interventi di messa a dimora di piante succulente affidate poi alla manutenzione di un esercizio commerciale del quartiere resosi disponibile.

    La bellezza del Roseto, che grazie ai lavori di restauro ultimati nel 2015 ha visto quasi raddoppiare la sua estensione, sarà messa in particolare luce da una giornata di visite guidate condotte da personale specializzato di Aster come evento collaterale alla “Notte dei Musei”, nel pomeriggio di sabato 20 maggio.

    I lavori in corso

    parchi-nervo-02Sono ancora in corso importanti interventi sugli impianti di irrigazione: si sono verificati danni nei tubi interrati e le perdite vengono verificate aprendo i diversi settori. L’impianto dovrebbe tornare a pieno regime nel corso del prossimo mese. Tutte le fontanelle potabili hanno un collegamento dedicato all’acquedotto e sono comunque funzionanti. Verranno riparati alcuni tratti di pavimentazione danneggiata; a breve inizieranno i lavori di riparazione del tetto della palestrina di Villa Grimaldi, che si prevede vengano completati entro maggio/giugno. Si sta inoltre procedendo con la valutazione dell’intervento sul muro di contenimento di Via Serra Gropallo, in parte crollato ma anche danneggiato in più punti: entro agosto è previsto l’inizio dei lavori di ripristino.

    RFI sta programmando il ripristino del ponticello sopra la ferrovia nella zona a Ponente del Parco Grimaldi e prevede il suo completamento entro giugno.  Entro l’estate dovrebbero terminare anche i lavori di manutenzione e adeguamento igienico dei locali della caffetteria GAM, nel Parco Serra, per la quale sarà pubblicato, a maggio, un bando di affidamento per il servizio di caffetteria dei Parchi, con la volontà di proporre ai visitatori accoglienza e offerta di cibo di qualità in sintonia con gli aspetti culturali evocati dalle collezioni d’arte dei Musei di Nervi e dal contesto paesaggistico dei Parchi, in sinergia con le attività degli stessi Musei; l’aggiudicazione del servizio è prevista entro agosto.

    A fine marzo è stato infine approvato dalla Giunta il progetto definitivo per “Interventi di completamento e perfezionamento della riqualificazione dei parchi di Nervi, opera “Colombiana” per un importo complessivo di oltre 242 mila euro; non appena approvato il Bilancio si potrà procedere con l’approvazione del progetto esecutivo e quindi con nuovi lavori da terminare entro dicembre 2017. Gli interventi previsti sono il recupero del manufatto “ex voliera”, la manutenzione delle recinzioni dell’ex campo tennis, l’impermeabilizzazione della vasca ovale di Villa Serra e la manutenzione delle cancellate in ferro.

    Non all’interno dei parchi, ma comunque sempre in zona Passeggiata, è l’intervento in corso di manutenzione alla copertura del “Castelluccio”, anch’essa danneggiata dal vento, che sarà ultimato entro fine aprile. E’ poi in corso, con scadenza il prossimo 21 aprile, la gara per la fornitura e posa di 300 metri di ringhiera per la passeggiata Anita Garibaldi, alla quale sono stati destinati circa 170 mila euro.

    Tra le tante manifestazioni di “affetto” nei confronti dei Parchi di Nervi vi sono state, oltre che contributi in denaro per l’acquisto di nuovi alberi, anche offerte di aiuto pratico come quello della scuola Marsano e la donazione di fotografie che fanno parte di un lavoro personale svolto da un fotografo professionista poco prima che si abbattesse la tempesta di vento. Verranno presto individuati gli spazi per realizzare una mostra che possa far “rivivere” l’esperienza della visita in un luogo la cui fisionomia non esisterà più nella forma che era stata possibile documentare nelle fotografie. Il lavoro è piaciuto molto anche ad un illustre editore genovese che si è manifestato interessato e disponibile a valutare l’eventuale pubblicazione di un libro/catalogo da accompagnare alla mostra.

    Il progetto di restauro

    La previsione di spese necessarie per il solo restauro della componente paesaggistica e vegetazionale dei Parchi è di circa 500 mila euro: nel marzo 2017 sono state definite le linee guida per la progettazione dei Parchi, presentate poi nello stesso mese alla Consulta del Verde. Seguirà, entro questo mese, la pubblicazione del bando per l’affidamento del progetto di restauro.

    Il bando di idee

    In attesa del progetto complessivo di restauro è stata nel frattempo bandita una “Call for ideas”: sono stati individuati 7 progetti che, rispondendo al concorso di idee, hanno proposto azioni di promozione e valorizzazione del tessuto ambientale, culturale e sociale dei Parchi di Nervi.

    • Progetto “Anacleto” presentato dall’Associazione Culturale Ugo: una proposta gestionale complessa secondo filoni di attività estese all’intero comprensorio dei parchi.
    • Progetto “Maramao” presentato dall’Associazione Storie di Barche, che prevede attività didattico-divulgative e laboratorio di falegnameria/carpenteria legato alla tradizione marinara.
    • Progetto “Planetario: l’universo in una stanza” presentato dall’Associazione Antikyitheria: proposta di installazione di un planetario e svolgimento di relative attività didattico-divulgative.
    • Progetto “Rivalutazione turistica e didattica dei Parchi di Nervi” presentato dall’Associazione Dafne, che propone attività didattiche, animazione e visite guidate.
    • Progetto “Contact Improvisation” presentato dall’Associazione Once: proposta diworkshop e performance legata ad attività di un particolare tipo di danza libera
    • Progetto “Cultura del Paesaggio e Coscienza di luogo” presentato dall’Associazione Memorie & Progetti: proposta di attività culturali legate alla lettura del territorio ed alla promozione del paesaggio tradizionale.
    • Progetto “Raccolta di idee” presentato del Comitato Genitori della I C dell’Istituto Comprensivo di Quarto: proposta di installazioni con finalità ludico-creative per bambini.
  • Blueprint, la “Competition” finisce nei fondi di Palazzo Rosso. Doria: «Sfruttare i 28,5 mln del Governo entro fine anno»

    Blueprint, la “Competition” finisce nei fondi di Palazzo Rosso. Doria: «Sfruttare i 28,5 mln del Governo entro fine anno»

    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano
    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano

    Il Blueprint finisce nei fondi di Palazzo di Rosso. Dopo il concorso internazionale di idee che si era concluso a febbraio senza designare alcun vincitore, il grande progetto di riqualificazione del waterfront di Genova e, in particolare, delle aree ex proprietà di Fiera, prosegue la fase di stallo in attesa della concretizzazione degli interessi di investitori privati. Come promesso dal sindaco Marco Doria, il Comune ha organizzato un’esposizione di tutti i 76 progetti che hanno partecipato al contest: ci sono anche quelli scartati dal concorso perché non rispondenti a requisiti di anonimato, presentati in rigoroso ordine alfabetico e senza distinguere neppure i primi 10 della graduatoria che hanno ricevuto 12.000 euro ciascuno, con 443 persone coinvolte oltre ai collaboratori che non compaiono tra i firmatari dei progetti.

    Approfondimento: Spim a rischio default dopo il flop della “Competition”

    «Non ci sono santi – dice il primo cittadino all’inaugurazione dell’esposizione – la Fiera di Genova non avrebbe più avuto bisogno di questi spazi, che sono centralissimi: non possono restare un vuoto urbano e queste 76 proposte danno altrettante idee per ritrasformalo in un pezzo di città». L’obiettivo è dare vita a «una ricucitura degli spazi urbani urbani in un quartiere che non potrà più essere fieritistico ma ha enormi potenzialità – ribadisce Doria, come riportato dalla agenzia Dire – è un progetto che deve esserci a prescindere dal colore del prossimo ciclo amministrativo». Ma la mostra a Palazzo Rosso rischia di essere l’ultimo atto di questo ciclo amministrativo, ormai in scadenza, che riguarda il Blueprint. Anche se Doria assicura che gli uffici nel frattempo non stanno con le mani in mano. «Il Comune ha il dovere di iniziare a mettere a frutto i 28,5 milioni concessi dal governo attraverso il ‘Patto per Genova’ (13,5 milioni) e il ministero dei Beni culturali (15 milioni)», ricorda il sindaco. Tra i primi interventi, la bonifica dell’area dall’amianto e l’abbattimento del palazzo ex Nira, la riqualificazione della Batteria Stella vincolata dalla Sovrintendenza, l’abbassamento della sopraelevata nel tratto terminale, la realizzazione del nuovo canale vicino al percorso pedonale che dovrà collegare l’area della Foce a quella del Porto antico, passando all’interno delle zone portuali. Tutti interventi che dovrebbero partire entro la fine dell’anno, nuova amministrazione permettendo, a cui spetterà anche la partita più complicata, ovvero la ricerca di risorse private per riqualificare l’area.
    «Le risorse private – spiega Doria – sarebbero servite a prescindere dall’esito del concorso e, anzi, questa situazione senza nessun vincitore ma con 76 idee potrebbe lasciare più spazio agli investitori potenziali. Abbiamo già una serie di contatti ma dobbiamo aspettare proposte formali». Non proprio della stessa idea l’assessore comunale al Patrimonio, Emanuele Piazza: «Un vincitore avrebbe dato più entusiasmo e un percorso più ordinato».
    Intanto, l’amministrazione sta studiando come poter gestire le aree in maniera più uniforme rispetto all’attuale, con la proprietà suddivisa tra Spim (immobiliare in house dell’amministrazione comunale) che sta già pagando le rete del mutuo per gli spazi acquistati da Palazzo Tursi, e il Comune stesso (padiglione Jean Nouvel, palazzo ex Nira e rispettive aree pertinenziali). «Stiamo ragionando su un nuovo soggetto giuridico che raduni tutte le aree – spiega il presidente e amministratore delegato, Stefano Franciolini – per gestire il compendio immobiliare con un approccio più ordinato. Sarà una società pubblica, magari una società di trasformazione urbana, strumento poco utilizzato in Italia»
  • Sturla, presentato il piano di Valorizzazione per la Casa del Soldato: nel 2022 l’apertura. Nel progetto anche un ascensore pubblico

    Sturla, presentato il piano di Valorizzazione per la Casa del Soldato: nel 2022 l’apertura. Nel progetto anche un ascensore pubblico

    casa-soldato-sturla-03Presentato in commissione consiliare il Piano di Valorizzazione dedicato alla struttura conosciuta come Casa del Soldato di Sturla. Il documento, che servirà per perfezionare il passaggio a titolo non oneroso da Demanio a Comune, prevede una serie di ristrutturazioni dell’edificio e dei suoi spazi, con diversi adeguamenti necessari per poter diventare Casa di Quartiere. I lavori dovrebbero concludersi nel 2022, terminati i quali si procederà con l’assegnazione di alcuni spazi.

    Il programma di valorizzazione prevede l’utilizzazione delle immobile con destinazione a spazi pubblici ed ad uso collettivo integrandolo nel tessuto sociale ed urbanistico del quartiere con un ruolo di aggregazione riconoscibile a livello locale oltre che di sviluppo culturale a livello cittadino, in quanto esempio di architettura razionalista unico nel suo genere. Il programma di valorizzazione prevede la destinazione degli immobili a Casa di Quartiere, nella quale possono essere individuate destinazioni quali attività di formazione, coworking e servizi connessi akla realizzazione di un polo informativo documentario dedicato l’architettura razionalista ed in particolare al l’opera dell’architetto Luigi Carlo Daneri, dalla cui matita nacque l’edifico.

    Il programma contempla inoltre che gli spazi esterni della palazzina possono costituire sede di un impianto di collegamento non solo fra le sue diverse quote ma anche fra le parti del quartiere a monte della Aurelia e quelle che si sviluppano verso mare: un ascensore pubblico, di gestione comunale, che possa collegare piazza Sturla con via Chighizola.

    Gli interventi e il progetto

    casa-soldato-sturla-01Il Comune di Genova interverrà con opere di messa in sicurezza: impermeabilizzazione e rifacimento alla copertura piana, restauro e sostituzione di tutti gli infissi di facilmente di tutti gli impianti avvalendosi di sistemi di contenimento del risparmio energetico, restauro delle facciate e opere edili finalizzate adeguamento degli spazi interni opere di coloritura interna realizzazione nuovo impianto di collegamento verticale esterno e sistemazione degli spazi esterni per quanto concerne l’impianto di collegamento verticale esterno visto la sua funzione collettiva cognitiva livello cittadino e se dovrà essere gestito con le stesse modalità di questa tipologia di impianto incarico alla pubblica amministrazione

    Il progetto propone ripristino degli ambienti originali della Casa del Soldato, attraverso la demolizione di alcuni tramezzi, l’inserimento di una “sala caffè” ovvero un punto di incontro e di socializzazione. Stando al documento il piano porticato potrà tornare ad essere, come nella sua originale vocazione, un punto di ritrovo e di aggregazione per gli abitanti del quartiere; in una parte del primo livello sottostrada sono previste attività ludiche e di socializzazione riservate la fascia più giovane di cittadini; nella restante parte del piano si sono ipotizzate aule da destinare alla formazione e al co-working. Il locale sala polivalente, la palestra, potrà essere usato come spazio dove organizzare eventi sia pubblici che privati.

    La prima fase delle opere di messa in sicurezza e di recupero del manufatto sarà completata tra l’anno 2017 e il 2018 e prevede le prime opere di messa in sicurezza del bene. La seconda fase prevista tra il 2019 e il 2020 prevede l’impermeabilizzazione e rifacimento della copertura restavo la sostituzione di tutti gli infissi e rifacimento di tutti gli impianti. La terza fase, prevista per il 2020/2021, prevede restauro delle facciate la realizzazione di opere edili finalizzata l’adeguamento degli spazi interni e la messa a norma dei locali e il rifacimento dei servizi igienici oltre alle opere di coloritura interna. La quarta fase, prevista tra il 2021 e il 2022, prevede la realizzazione del nuovo impianto di collegamento verticale esterno e la sistemazione degli spazi esterni. Solo successivamente si potrà passare alla fase di affidamento dell’edificio: la regia sarà del Municipio competente.

    La perizia del Comune

    casa-soldato-sturla-02Secondo la perizia fatta dal Comune di Genova, l’immobile si presenta in discreto stato di conservazione generale; gli elementi che compongono la struttura, pilastri, traversi solai e tamponamenti, si presentano in buone condizioni di conservazione, privi di fessurazioni o di altre evidenti deformazioni. All’interno dell’immobile si rilevano alcune zone interessate da infiltrazioni d’acqua conseguenti alle forti piogge e la mancanza di tenuta degli infissi, che allo stato attuale appaiono fortemente degradati. L’intonaco esterno si presenta in discreto stato di conservazione e apparentemente coeso a supporto murario; si evidenziano invece fenomeni di dilavamento dovuti sia al malfunzionamento dei pluviali che ha l’assenza di cornicioni e sporgenze dalla copertura in grado di preservare le facciate dall’esposizione diretta e fenomeni atmosferici. Il giardino a cui si accede attraverso un cancello di via Chighizola allo stato attuale si presenta incolta e priva di alberatura ad alto fusto di particolare pregio

    La genesi del progetto

    L’idea di valorizzare la palazzina razionalista di Sturla per arrivare a realizzare un casa di quartiere, è nata da alcuni comitati operanti sul territorio in condivisione con Municipio IX Levante, e poi accolta favorevolmente dall’amministrazione civica. Questa strada rappresenta il riconoscimento di un ruolo che la costruzione ha assunto fin dall’origine, cioè come luogo di ritrovo di una comunità, sulla scorta di quanto erano state le case del popolo, viziato, come è noto, dall’utilizzazione al fine di propaganda e controllo del regime fascista.

    La Palazzina si colloca in una posizione strategica all’interno del quartiere che ad oggi lamenta la mancanza di uno spazio pubblico destinato alla socializzazione e all’aggregazione. La continuità con il, centro parrocchiale da un lato e la prossimità col borgo di Vernazzola dall’alto rendono l’edificio un elemento di cerniera in grado di offrire locali per attività associative non profit e un punto di ritrovo per tutti gli abitanti del quartiere.

     

  • Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    «benedicta-028Guarda queste rovine, cittadino d’Italia, sono il dono della tirannide straniera e domestica». Un invito e al contempo, oggi, un monito. Con queste parole sono accolti al Sacrario della Benedicta coloro i quali, con intenzione o per caso, raggiungono uno dei posti simbolo della Resistenza, genovese e non solo. Tutto attorno muri spezzati, rovine, macerie: un fermo immagine che testimonia il massacro sofferto da decine di giovani trucidati dalle truppe nazifasciste nel 1944. Un tricolore scolorito e a brandelli sovrasta tristemente l’area; se si percorrono pochi metri, un altro scempio prende la scena: ecco lo scheletro di cemento del Centro di Documentazione, figlio mai nato di un cantiere aperto da quasi undici anni, oggi in stato di abbandono. Una storia da un milione di euro.

    A pochi giorni dalla consueta commemorazione, che cade il 9 di aprile, abbiamo documentato lo stato dei lavori, provando a ricostruire l’iter burocratico di questo “mostro”, la cui incompiutezza stona con la sacralità del luogo e della storia che avrebbe dovuto presidiare.

    Incastonato tra le montagne dell’Apennino Ligure, all’interno del parco naturale delle Capanne di Marcarolo, sorge il Sacrario della ‘Benedicta’, dedicato a 147 patrioti antifascisti che, in questo antico convento trasformato in cascinale, persero la vita combattendo per la libertà. Un luogo divenuto da subito “sacro” per i cittadini del genovesato, intriso del sangue dei suoi figli: solo nel 1999 viene deciso un processo di valorizzazione e recupero del sito archeologico costituito dai ruderi della struttura fatta brillare dai nazifascisti, articolato in lotti finanziati dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Alessandria, la quale ne ha gestito la progettazione e la realizzazione, in stretta collaborazione con l’Associazione “Memoria della Benedicta”.

    Al termine di questi lavori, che hanno rinnovato i luoghi della strage rendendoli accessibili al pubblico, preservandoli da ulteriori deperimenti, nel 2006 Regione Piemonte autorizza con una legge regionale la spesa complessiva di 750.000 euro per la realizzazione di un centro di documentazionenel quale conservare e valorizzare le testimonianze e il materiale d’archivio relativi alla guerra e alla resistenza nell’Appennino Ligure-Piemontese” come riporta la suddetta legge; ad oggi, nonostante i fondi stanziati, di questo centro ci sono poche tracce. Il prossimo 9 aprile si terrà l’annuale commemorazione per i martiri e, anche per quest’anno, i lavori non saranno conclusi in tempo.

    «Il centro di documentazione è avviato da molti anni – racconta Gian Pietro Armano, Presidente dell’associazione “Memoria della Benedicta” ma a causa di una serie di difficoltà finanziarie e di altro genere i lavori sono stati sospesi. La prima delle due ditte a cui erano stati assegnati i lavori è fallita, mentre la seconda ha avuto dei problemi e così la Regione ha bloccato i lavori. Adesso la Regione Piemonte e la Provincia di Alessandria, che hanno a carico la costruzione del centro, pare abbiano risolto queste difficoltà e quanto prima riprenderanno le operazioni per ultimare il centro. Noi dell’associazione Memoria della Benedicta dovremmo gestire il centro e speriamo che entro un mese gli operai tornino a costruire».

    La situazione però non è chiara in quanto i 750.000 euro stanziati dalla Regione, e integrati con altri 250.000 durante gli anni successivi, sono una cifra “importante”: «In fase di costruzione ci sono stati degli interventi che non erano previsti dal progetto iniziale – prosegue Don Armano – Per esempio per dare solidità alle fondamenta si è dovuto fare un lavoro di palificazione per evitare che fosse danneggiato quello che resta della cascina Benedicta, inoltre sono emersi altri problemi e questo ha fatto lievitare i costi. Adesso la Regione ha stanziato un ulteriore finanziamento e la Provincia coprirà la parte mancante per poter arrivare alla realizzazione finale di quest’opera. Noi speriamo che il prossimo anno sia finito tutto».

    Una speranza che sicuramente è di tutti, anche se le condizioni del cantiere non fanno ben sperare, a partire dalle recinzioni, interrotte in più punti; spariti i cartelli con la gerenza del cantiere, obbligatori per legge, all’esterno sono sparsi accumuli di macerie e materiale da lavori, i locali interni sono in balia delle infiltrazioni e degli allagamenti, alcuni sono interamente occupati da detriti e spazzatura di vario genere; la ruggine e i muschi regnano sovrani; all’esterno le istallazioni artistiche dedicate ai fatti storici sono abbandonate a loro stesse, aggiungendo una nota tetra ad uno scenario desolante. Uno “spettacolo” decisamente poco edificante, che stride con l’atmosfera senza dubbio mistica dell’intera area, che comprende inoltre il muro delle esecuzioni e le fosse comuni dove furono sepolti i cadaveri dei partigiani.

     

    La Storia

    Il santuario della Benedicta è indissolubilmente legato alla città di Genova; in questo luogo era stata posta l’intendenza della 3° Brigata d’assalto Garibaldi “Liguria” e molti dei ragazzi che vennero assassinati e deportati provenivano dalle valli del genovesato e dai quartieri della città. Sfogliando l’elenco dei caduti è facile trovare nomi di giovani provenienti da alcuni dei quartieri come Sampierdarena, Rivarolo, Pegli e Pontedecimo e proprio da qui, nelle ore successive all’eccidio, partirono a piedi molti volontari per raggiungere la Benedicta, recuperare i corpi e dargli degna sepoltura. «Da Pontedecimo partirono in molti per recuperare i corpi – racconta Don Armano – la Croce Verde, ad esempio, fu molto attiva durante questo episodio. Tuttavia anche dalla parte di Alessandria ci furono dei volontari che salirono fino alla Benedicta dopo l’eccidio per ‘igienizzare’ la situazione. Si correva il rischio, infatti, che la decomposizione dei cadaveri gettati nelle fosse dai nazi-fascisti inquinasse il torrente che porta l’acqua ai laghi artificiali del Gorzente, invasi che approvvigionano la città di Genova.

    Durante la primavera del 1944 le forze partigiane presenti in questa zona contavano circa mille uomini: per questo motivo i tedeschi optarono per un rastrellamento massiccio, mirante a distruggere tutte le formazioni attestate intorno alla Benedicta, al fine di assicurarsi un passaggio per una eventuale ritirata in caso di sbarco alleato. Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani: i giovani antifascisti, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare, non riuscirono a rompere l’accerchiamento. In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani mentre altri caddero in combattimento. Alcune decine finite nelle maglie dei rastrellamenti, in qualità di renitenti alla leva obbligatoria predisposta dalla Repubblica Sociale furono tradotti alla Casa dello Studente, dove furono imprigionati e torturati; molti di loro saranno poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino, mentre altri 400 furono arrestati con l’inganno di un amnistia e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen). Durante il viaggio 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.

    Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla resistenza, non riuscì tuttavia a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano, dopo aver avviato una riflessione sugli errori compiuti, riuscì a riprendere vigore e incominciare l’inesorabile riscossa.

    Rispetto

    Una lapide, eretta dove furono ritrovate le fosse comuni che accolsero i corpi senza vita dei fucilati così recita: «Qui il 7 aprile 1944 caddero trucidati e vennero nascosti giovani partigiani da fascisti d’Italia e nazisti di Germania, fecero loro scavare la fossa poi li uccisero a gruppi di cinque. Volevano un’Italia migliore». Sarebbe necessario maggiore rispetto per questi luoghi, custodi di una memoria che deve essere presidiata, affinché i sacrifici del passato possano essere conosciuti e onorati degnamente.

    Gianluca Pedemonte
    Nicola Giordanella

     

  • Ex Ospedale di Quarto, approvato il Piano Urbanistico Operativo. Ora si aspettano gli investimenti privati

    Ex Ospedale di Quarto, approvato il Piano Urbanistico Operativo. Ora si aspettano gli investimenti privati

    Manicomio di QuartoLa Giunta comunale ha approvato questa mattina, su proposta dell’assessore all’urbanistica Stefano Bernini uno dei due Progetti Urbanistici Operativi (PUO) dell’area dell’ex Ospedale psichiatrico di Quarto. Si tratta del PUO di Cassa Depositi e Prestiti Immobiliare Spa, uno dei due enti proprietari degli spazi, precisamente del “Nuovo Istituto”. Presto la Giunta adotterà anche il Progetto Urbanistico Operativo redatto da ARTE, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e da Asl 3 che detengono la restante parte delle superfici (“Vecchio Istituto”).

    Dossier: Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto?

    Il PUO è lo strumento – articolato nelle sue varie componenti naturalistiche e architettoniche – che definisce nel dettaglio le destinazioni d’uso degli immobili, le porzioni da utilizzare per svolgere servizi pubblici, la viabilità interna all’area e gli interventi di recupero delle ampie zone verdi. Si tratta in totale di 47mila metri quadrati (22 appartenenti a Cassa Depositi e Prestiti e 25 ad ARTE), di cui 15mila verranno destinati ad uso pubblico: 10mila per la realizzazione da parte di Asl 3 della Casa della Salute e 5mila per ospitare alcuni servizi sociali e culturali del Comune di Genova.

    Nel precedente disegno – quello antecedente l’Accordo di Programma del 2013 da cui discendono i PUO – veniva proposto l’utilizzo dell’intera area per edilizia privata. È stato il Comune di Genova che, su sollecitazione delle realtà sociali presenti nell’ex Ospedale, ha promosso un tavolo di concertazione con Regione, Asl 3, ARTE, Coordinamento per Quarto e rete di associazioni e cittadini affiancati dal Municipio Levante, ha avviato la riqualificazione dell’intero complesso dell’ex ospedale psichiatrico scongiurandone in tal modo l’integrale privatizzazione.

    «Questa mattina abbiamo posto le basi per la nascita effettiva nell’ex Ospedale di Quarto di un polo pubblico-privato che porterà al recupero di uno storico spazio della città e renderà quella zona del levante cittadino più vivibile – ha detto l’assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Bernini Non si tratta di mere ristrutturazioni immobiliari, bensì della creazione di una vera e propria cittadella aperta al resto del quartiere. Abbiamo previsto infatti una nuova viabilità interna che dialoga con i flussi veicolari esterni concorrendo alla decongestione del traffico, abbiamo immaginato la presenza di attività commerciali, di parcheggi destinati ai servizi che vi sorgeranno – primo fra tutti le Casa della Salute –, di spazi per la realizzazione di attività culturali. Con l’approvazione del Piano Urbanistico operativo – ha concluso l’assessore Bernini – ci sono ora la struttura normativa e i criteri puntuali per rendere appetibile e conveniente – anche per i privati – investire in un’area dal futuro segnato in senso positivo. Ora sta alla progettualità dei singoli dare gambe a questo futuro».

    L’ex ospedale di quarto

    Il complesso immobiliare dell’ex Ospedale Psichiatrico di Quarto nel levante di Genova è l’insieme degli edifici monumentali neoclassici, organizzato su pianta quadrata, simmetricamente suddivisa in nove parti anch’esse quadrate. Il criterio è quello del castrum romano dove i due percorsi trasversali, e quelli longitudinali sono rigorosamente ortogonali tra loro.

    La costruzione risale al 1892, anno durante il quale fu indetto l’appalto per un grande manicomio a Quarto. Negli anni ‘30 si compie il definitivo assestamento di Quarto: il 28 ottobre 1933 ha luogo l’inaugurazione delle nuove strutture che portano, a duplicare la superficie e la capienza dell’OP. La vita nell’ospedale psichiatrico è continuata fino al secondo dopoguerra secondo i modelli sanitari consolidati, anzi connotandosi sempre più come luogo di emarginazione sociale.

    Basaglia e Slavich avviarono la prima esperienza anti-istituzionale nella cura dei malati di mente dando inizio a una riflessione socio-politica sulla trasformazione dell’ospedale psichiatrico e di ulteriori esperienze alternative e di rinnovamento nel trattamento della follia. All’interno dell’area trovano spazio il Museo delle Forme Inconsapevoli e il Laboratorio di Architettura.

    Dopo la “chiusura del manicomio” il complesso continua ad ospitare usi sanitari, fra cui uffici ed ambulatori della locale ASL, oltre al mantenimento delle funzioni di accoglienza e cura dei malati psichiatrici.