Prende il via domani a Palazzo Ducale la rassegna “Luoghi comuni, sette lezioni di filosofia su questioni che ci riguardano”.
Un ciclo di lezioni tenute da esperti del settore per riflettere sui termini che vengono utilizzati giornalmente nel dibattito pubblico . Un tentativo per capirne il significato profondo, il perché vengono utilizzati da tutti e quale impatto hanno nell’orecchio dell’ascoltatore.
Il primo appuntamento è fissato per l’11 ottobre per discutere della parola e del termine “Vita” insieme a Stefano Rodotà, professore didiritto civile all’Università “La Sapienza” di Roma che si è occupato da sempre di diritti individuali e sistema politico, concentrando la sua attenzione su libertà e diritti fondamentali soprattutto in rapporto alle innovazioni dell’informatica e della biomedicina.
Il secondo incontro è il 20 ottobre con Alberto Quadrio Curzio, professore universitario autore di pubblicazioni sui temi di teoria economica delle risorse scarse, distribuzione del reddito, istruzione, sviluppo economico, che approfondisce la questione “solidarietà”.
Si prosegue il 10 novembre con Remo Bodei , studioso delle passioni, dei modelli etici e dell’identità collettiva, che spiega la sua visione del termine “bellezza”.
Il 17 novembre è la volta del tema “felicità”, con il relatore Salvatore Natoli, uno dei protagonisti del dibattito filosofico e culturale contemporaneo.
Il 24 novembre Michelangelo Bovero tratta il discusso tema del potere, mentre il primo dicembre la professoressa Elisabetta Galeotti parla al pubblico del concetto “giustizia”. Per concludere, il 6 dicembreNicla Vassallo, professore all’Università di Genova, con il tema della sessualità.
Tutti gli incontri iniziano alle 1745 e sono a entrata gratuita.
Sommersi dalle notizie mai troppo chiare circa quel che sta accadendo o è già accaduto aldilà del Mediterraneo, abbiamo discusso di questo tumultuoso periodo storico con Antonio Gibelli, professore di Storia Contemporanea dell’Università di Genova.
Le primavere arabe sono state assai brevi… a distanza di pochi mesi qual è il bilancio di queste esperienze dal punto di vista storico e quale lezione consegnano a noi occidentali?
C’è stato un momento iniziale di grande speranza mentre oggi il panorama è decisamente più cupo: nei paesi che sono riusciti a liberarsi dagli autocrati, come Egitto e Tunisia, in Siria dove il regime continua la sua opera di repressione del dissenso, per non parlare della Libia che attende ancora un’evoluzione positiva. Comprensibilmente si sono nutrite troppe speranze nei movimenti che si sono intravisti. Il motivo risiede nella loro novità: per la prima volta abbiamo visto le masse arabe muoversi con forza guidate da un’idea laica di libertà. Non c’è dubbio che vi sia stata distrazione e pigrizia nelle analisi delle società arabe del nuovo millennio.
Gli anni 2000 sono stati dominati dall’appiattimento totale sotto lo spettro confuso del terrorismo integralista di matrice islamica. Colpevolmente non si è capita la complessità di questi popoli, in particolare delle nuove generazioni cresciute con un estremo bisogno di libertà alimentato dal cortocircuito col mondo occidentale e grazie al fondamentale apporto dei nuovi mezzi di comunicazione. A distanza di alcuni mesi però queste forze non sembrano sufficienti a spazzare via il vecchio sistema e incontrano numerose difficoltà nella costruzione di un nuovo modello di coesione sociale.
Dopo molto tempo è stata rispolverata la parola rivoluzione… è un termine appropriato per descrivere i sommovimenti che stanno attraversando la sponda a sud del Mediterraneo e il vicino oriente?
Parlerei più correttamente di un germe rivoluzionario, di un’avvisaglia di rivoluzione che ha portato comunque alla rottura traumatica con i vecchi schemi. Sono eventi che hanno lasciato una traccia significativa e di cui in futuro si parlerà nei libri di storia.
Gli Usa stanno portando avanti una politica di disimpegno dal Nord africa e dal Mediterraneo… le potenze europee saranno in grado di sostenere la responsabilità lasciata dagli Usa?
Un certo pessimismo è ragionevole perché l’Europa in diverse circostanze, vedi il recente caso Libia, ha mancato di presentarsi come una forza omogenea e coerente. Gli stati che compongono la U.E. sono ancora mossi primariamente da logiche di tipo nazionale. Sembra difficile che l’Europa e l’Italia riescano o comunque siano intenzionati a giocare un ruolo decisivo sullo scenario mediterraneo.
Il fenomeno degli “Indignati” manifestatosi dapprima in Spagna, poi in Grecia, oggi sembra affiorare anche in Italia… ma se le rivolte a sud del Mediterraneo hanno ben chiaro il nemico da abbattere, in Europa quali sono i nemici e gli obiettivi da raggiungere? L’Europa e tutto il mondo occidentale stanno vivendo una fortissima crisi economico/sociale. Ad essa si contrappone l’intenso sviluppo che interessa aree come la Cina e l’India. Questa situazione si riflette sullo stato d’animo dei giovani: oggi un giovane cinese o indiano ha un carico incredibile di energia e di speranza perché intravede un futuro straordinario per il suo paese e si sente protagonista in prima persona. In Italia invece il massimo che può fare un trentenne culturalmente preparato è pensare di fuggire all’estero. Quindi il nemico che abbiamo di fronte non è attivo, bensì si tratta dell’assenza di futuro, di una visione positiva del futuro.
Molte sono le cose che accomunano il popolo italiano e quello greco.. il forte malumore per una politica al più basso valore assoluto, per la corruzione dilagante… la bassa fiducia nella politica e nei suoi esponenti è quello che accomuna gli “Indignati” europei?
In Italia si è creato un gap tremendo fra l’esistenza quotidiana dei cittadini e la rappresentazione della politica. Da oltre dieci anni siamo governati da una classe dirigente che si è mossa intorno al nostro autocrate con l’unico scopo di salvaguardarlo dai processi. Una fase che possiamo definire di dispotismo dolce moderno. Gli indignati sono il sintomo evidente di una malattia acuta che affligge il nostro paese.
Con gli “Indignati” nasce anche un nuovo modo di manifestare il dissenso… è evidente la volontà dei cittadini di riprendersi lo spazio pubblico e una dimensione collettiva.. quali scenari si aprono per la democrazia? Si va verso la direzione di una democrazia partecipata?O si tratta di fenomeni temporanei che svaniranno col passare di questo momento storico?
Indubbiamente assistiamo a fermenti che mirano alla riappropriazione dello spazio collettivo. La società civile manifesta sintomi di vitalità che potrebbero divenire la struttura portante di una democrazia partecipata e più ricca. Ma bisogna fare attenzione: se non si riesce a sbloccare la situazione politica odierna, se non si attua un profondo cambiamento della classe dirigente, non esiste la garanzia che questi movimenti possano durare nel tempo. In tutte le esperienze sociali che generano tensioni o queste si spengono oppure producono cambiamenti. Se perdurano e non si registra un’evoluzione non si può escludere che le tensioni prendano una piega violenta. Ma i nuovi mezzi di comunicazione e la potenza della rete rappresentano dei formidabili ammortizzatori della violenza.
In italia per ultimo c’è il caso Parma. Il Comune ha un debito creato nel corso degli anni di 630 milioni di euro.. gli “Indignati” emiliani chiedono le dimissioni della giunta e si radunano da settimane sotto il municipio… quanto è importante il controllo dal basso dei cittadini? Quanto è importante la partecipazione per sconfiggere il malgoverno? Quali scenari si aprono in Italia per questi movimenti apartitici e apolitici?
Se si procede nella direzione del controllo dal basso è possibile che in futuro si realizzi una vera democrazia partecipata. Oggi si pensa che il potere decisionale proveniente dall’alto non debba essere ostacolato dalle richieste particolari dei cittadini. Come nel caso della protesta anti Tav. Ma spesso e fortunatamente l’opposizione delle comunità locali è stata fondamentale per impedire la realizzazione di opere inutili come ad esempio il famigerato ponte di Messina.
La Corte dei Conti sul finire di maggio, presentando il rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, ha lanciato l’ultimo allarme: “L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di circa 46 miliardi ogni anno per raggiungere gli obiettivi indicati dall’Unione Europea”.
E ha aggiunto: “La fine della recessione economica non comporta il ritorno a una gestione ordinaria del bilancio pubblico”, bensì secondo la magistratura contabile occorre uno sforzo “paragonabile a quanto si dovette fare alla metà degli anni ’90 per poter essere ammessi nella moneta unica fin dal suo avvio”. Il debito pubblico rappresenta un problema endemico del nostro paese e il rapporto debito/Pil si avvia nel 2011 a toccare il 120%.
Abbiamo chiesto al professor Marco Doria, docente di Storia economica presso la facoltà di Economia dell’ateneo genovese, di chiarirci alcuni snodi fondamentali per comprendere come l’Italia nel corso degli anni ha affrontato la questione.
Quali sono i motivi dell’origine del debito italiano a partire dagli anni ’70?
“Sicuramente c’è stato un aumento della spesa pubblica, in particolare della spesa sociale, sulla scia delle rivendicazioni che un vasto movimento d’opinione aveva portato avanti negli anni immediatamente precedenti. I cittadini reclamano maggiori prestazioni da parte dello stato, in particolare per quanto riguarda la scolarizzazione, il sistema pensionistico e il Servizio Sanitario Nazionale.
Ma la spesa aumentava anche in altri paesi europei come Francia e Germania. Inoltre in rapporto al Pil la percentuale di spesa italiana risultava inferiore rispetto alla media europea. Qual è dunque la peculiarità dell’Italia?
Mentre negli altri paesi, a fronte dell’aumento della spesa pubblica, si aumentava contestualmente anche la pressione fiscale, in Italia ciò è avvenuto solo negli anni ’90. E adesso è inevitabile che la pressione fiscale si mantenga alta anche per gli anni a venire.
Altro che riduzione delle tasse come diversi esponenti politici ripetono ciclicamente… Ma come si è sviluppato l’andamento del debito nella nostra storia recente?
Nel 1980, secondo i dati ufficiali della Banca d’Italia, il debito pubblico italiano era al 57.7% del Pil, in linea con la media europea. Nel 1992 il Trattato di Maastricht stabilisce dei parametri in cui contenere il debito. La soglia fissata è il 60% del debito sul Pil.
Quando comincia a salire vertiginosamente?
Appena dieci anni dopo, nel 1990, il debito pubblico arriva al 98.5% del Pil. E nel 1994 raggiunge il 124.3%.
Quali sono le cause?
Il debito in continua salita è il risultato di bilanci che anno dopo anno presentano un deficit. I disavanzi di bilancio iniziano già negli anni ’70. Ma dal 1980 al 1994, possiamo parlare di un quindicennio devastante.
In seguito che cosa accade?
Dal 1995 al 2001 registriamo una discesa di 14 punti percentuali. Il debito nel 2001 scende infatti al 109.8% del Pil. Ma a partire dal 2001 il debito ricomincia a salire e oggi si aggira intorno al 120%.
Evidentemente dietro a questi dati si nascondono anche delle responsabilità politiche…
A partire dal 1995 e fino al 2001 si registra una riduzione del debito pubblico, grazie a delle politiche finanziarie che consentono un maggiore saldo primario. Vale a dire quando le entrate correnti superano le spese correnti al netto del pagamento degli interessi sul debito. Di conseguenza si sono potute accantonare le risorse per contenere il debito pubblico. Dal 2001 sino ad oggi registriamo una nuova inversione di tendenza, ma non c’è solo una responsabilità di governo. È una fase in cui i tassi di crescita dell’economia di molti paesi avanzati sono stati inferiori. L’errore del nostro paese è stato però far finta di non vedere la crisi, scansare il problema e infine accorgersene quando ormai era troppo tardi.
Una lunga intervista con il parlamentare genovese Enrico Musso, candidato sindaco per il Pdl alle scorse elezioni amministrative.
Che rapporto ha con Genova?
Genova è la città nella quale sono nato, in cui ho abitato, trascorrendo periodi anche abbastanza lunghi e significativi fuori. Ma la mia città era sempre Genova anche quando ero a Parigi, a Cambridge, anche adesso che sto a Roma. E questa è una cosa che la vita la segna. Si è visto anche quando tre anni fa in modo assolutamente inaspettato un insieme di partiti mi ha chiesto di rappresentarli facendo il candidato sindaco nella mia città. Questo ha segnato profondamente la mia vita e ha limitato le attività che con molta passione stavo svolgendo. Nel momento in cui accetti una cosa del genere, naturalmente le scadenze scompaiono dal tuo orizzonte, ed è abbastanza doloroso. In tutto questo, il fatto che fosse per Genova è stato decisivo.
Lei ha un’attività intensa, e spazia tra la docenza universitaria, la ricerca scientifica, e anche l’attività concertistica (è organista, nda). Se dovesse descrivere Enrico Musso, come lo descriverebbe?
Intanto sfumerei un attimo sull’attività intensa, perché da quando sono parlamentare sono in aspettativa all’università perché c’è il divieto di cumulare queste due funzioni. Detto questo, evidentemente l’aver fatto molte cose cercando di farle non dico bene, ma al meglio delle mie possibilità, rappresenta l’indice di una certa curiosità. In molte delle cose che ho cercato di fare, certamente nell’università e nella politica, ho cercato di dedicare il mio tempo ad un’attività che fosse utile ad un certo numero di persone. Nello stesso spirito ho accettato di fare il candidato sindaco e poi il parlamentare, addirittura sospendendo. L’attività di parlamentare consente di essere utili a molte più persone; certamente con un apporto personale molto più limitato.
Che ruolo ha la musica nella Sua vita?
Le mie qualità da musicista sono assolutamente trascurabili e quindi il ruolo è quello amatoriale. Ha avuto effetti molto positivi per me, perché ti mette direttamente in comunicazione con un’idea di bellezza, che in fondo è quello a cui tutti tendiamo e rispetto a cui la nostra vita diventa troppo tortuosa. Quando hai la fortuna o la possibilità di metterti a suonare allora riprende la presa diretta con la bellezza. Mi sono specializzato sul periodo barocco, e in particolare sulla musica organistica di Bach e dei suoi predecessori. Questa musica ha la caratteristica di stabilire un ordine sulla realtà dei suoni; può quindi aiutarti a stabilire un ordine sulla realtà delle cose che ti circondano, ossia una certa geometria nella lettura delle sensazioni che ti hai intorno, persino nella politica; ti aiuta a leggere l’intorno in un modo più ordinato e anche essenziale. In una fuga di Bach non c’è una nota fuori posto. E invece in politica ci sono tante note fuori posto, ma ci si rende conto più facilmente di quali sono.
D – Ho letto una Sua dichiarazione sul Pdl, in cui Lei afferma “Basta zoccole e scandali”. Allargando l’obiettivo, e guardando alla nostra società, quanto pensa che la società sia specchio della politica e quanto la politica sia specchio della società?
R – Io ho detto quella frase su Facebook, che ha un linguaggio fra scritto e parlato. La frase esatta diceva “Vorrei un partito serio dove non ci siano scandali e zoccole”. Io facevo riferimento al partito che rappresenta oggi “casa mia”, quindi voglio prima di tutto che casa mia sia un posto pulito. Ma il punto non è il Pdl: la sensazione è che in qualche modo i partiti rappresentino i difetti della società; gli eletti, nei loro difetti, sembrano evocare i difetti degli elettori. L’Italia è il paese della raccomandazione, per esempio, così tanto che è addirittura stata un po’ sdoganata, un po’ assolta: oggi, se una persona mi chiede, come professore, di dare una mano al figlio o al figlio dell’amico non ha la sensazione di fare qualcosa di dannoso per la società, e invece sì, perché cominciamo a stabilire un sistema di regole deviate per cui vince non quello che ha più merito ma quello che ha più conoscenze. Tutto questo si trasferisce poi nel lavoro e poi nella politica, e tutto il paese viene permeato dal sistema della raccomandazione. Io faccio fatica a definirmi di destra, ma se ci sono delle parole chiave di una destra moderna queste dovrebbero essere: una società basata di nuovo sull’individuo, sul merito, sulle capacità individuali, su un sistema di regole rispettate e condivise.
Marco Topini
Intervista integrale disponibile sul canale video di EraSuperba
Dr. Burton-Chellew, Lei è stato citato da Repubblica per uno studio che dimostra come si perdano degli amici quando si entra in una relazione sentimentale. Tuttavia sono sicuro che molti, leggendo l’articolo, avranno pensato che si tratti di un argomento di ricerca un po’ sciocco e frivolo: alcuni si chiederanno come mai i ricercatori di Oxford sprechino il loro tempo per trarre conclusioni così inutili…
Prima di tutto, devo dire che sono sorpreso della quantità di riscontri che questo lavoro ha ricevuto. Tuttavia credo che l’estesa copertura mediatica riveli come questo sia un argomento di interesse per molte persone in tutto il mondo e dunque non sia “sciocco” né “frivolo”. Aggiungo che è una reazione comune nei confronti dei risultati della biologia evolutiva il dire che si tratti di “conclusioni ovvie” e “inutili”; ma ciò è dovuto in parte al fatto che tali risultati sono in consonanza con le vera vita della gente e che le spiegazioni sono ingannevolmente semplici. Per esempio, se il nostro risultato fosse stato che le persone coinvolte nelle relazioni sentimentali hanno lo stesso numero di amici, o anche di più, allora sono certo che molta gente avrebbe commentato che un simile risultato era ovvio. Se tu chiedessi a 100 persone di predire il risultato, non sarei sorpreso se un terzo prevedesse un aumento, un terzo una sostanziale equità e un terzo invece una diminuzione. Il risultato della ricerca proverà dunque l’ovvio a quel terzo di persone a cui capiti di essere nel giusto.
Lei quindi è uno “studioso” di relazioni sentimentali…?
Beh, si e no. Questo era solo un piccolo studio nella mia carriera; e ogni studio fornisce le risposte a una parte di un puzzle. Molti studi messi insieme nel corso del tempo servono a fornire un corpo di prove a sostegno di particolari teorie. Per questo nel frattempo ho tralasciato quella ricerca e ora sono concentrato sull’economia comportamentale: ma potrei ritornarci sopra un giorno. Se non lo farò, allora magari qualcun altro continuerà la mia ricerca.
Ci spieghi allora il fine scientifico di questi studi.
Nella fattispecie il lavoro era parte di un più vasto corpo di lavori che servono ad approfondire i costi e i benefici di ogni relazione, di come la gente si senta a riguardo, di quanto sia cooperativa e verso chi lo sia. L’idea che ogni relazione comporti dei costi è contestata da alcuni ricercatori e richiede test empirici. In senso lato, stiamo comprendendo sempre meglio come gli individui non siano degli isolati “produttori di decisioni” che agiscono razionalmente,ma siano radicati piuttosto all’interno di contesti sociali, che cercano di modificare e dai quali, a loro volta, sono modificati. Ciò ha delle ripercussioni in molti aspetti della nostra vita, da quella individuale su su fino a quella sociale: il diffondersi di malattie, i comportamenti come il fumo o l’obesità, i network economici e i contesti decisionali. Da un punto di vista ancora più generale, analizziamo gli esseri umani all’interno di un contesto evolutivo e li compariamo e li mettiamo a confronto con altri animali sociali come i nostri cugini primati. Per entrare nel dettaglio, questo lavoro stava verificando l’ipotesi che le persone, in situazioni che sottraggono tempo alla loro vita sociale, possano avere minori relazioni strette in grado di fornire loro aiuto. Lo studio si proponeva di osservare la gente nei processi educativi o nelle relazioni sentimentali, come due tra le molte possibili forme di limitazione del tempo a nostra disposizione. Abbiamo comprovato la sussistenza di costi sociali in entrambi i casi, ma i media si sono interessati solo al caso delle relazioni sentimentali. Questo lavoro analizzava anche il ruolo dei famigliari all’interno del contesto sociale su cui gli individui possono contare in caso di bisogno e abbiamo scoperto che le persone che avevano più fratelli e sorelle non per questo avevano più membri nel loro “contesto di supporto”, dimostrando così che non è la disponibilità concreta di relazioni percorribili a determinare la grandezza del nostro gruppo sociale di riferimento. Questa classificazione dei famigliari era anche in accordo con la teoria della Fitness Inclusiva (più comunemente conosciuta come “Selezione Parentale”), che è una teoria cheha avuto un vasto successo e una larga influenza dalla biologia evolutiva alla zoologia. Personalmente penso che valga sempre la pena conoscere meglio la natura umana, per meglio capire noi stessi, le nostre azioni e i nostri sentimenti. Inoltre comprendendo gli altri diventiamo forse anche più tolleranti nei loro confronti. Le persone che ora conoscono questo lavoro possono essere potenzialmente più attente a non sviluppare sentimenti di risentimento nei confronti degli amici del loro nuovo partner, capendo che questi hanno già un’ inclinazione naturale, in qualche caso, a comportarsi così. Le persone che costruiscono una nuova relazione, dal canto loro, possono stare potenzialmente più attente a non dare i loro amici per scontati e ad assumere comportamenti atti a mantenere queste relazioni. E ciò mi sembra evidentemente utile.
Ma qual’è esattamente il suo ramo di studi? Di cosa si occupa? Antropologia evolutiva o come la vogliamo chiamare?
E’ meglio fare una descrizione del mio lavoro piuttosto che ragionare per nomi di istituto o di dipartimento. Io sono un biologo evolutivo specializzato in “evoluzione sociale”. Ciò significa che uso la teoria evolutiva per predire il comportamento e le decisioni degli organismi sociali. Attualmente mi occupo degli esseri umani, ma in precedenza mi occupavo delle vespe parassite. La mia carriera è cominciata all’Istituto di Biologia Evolutiva dell’università di Edimburgo dove ho completato un rigoroso corso di studi sulla teoria evolutiva per il mio dottorato. Quindi mi sono spostato all’Istituto di Antropologia Cognitiva ed Evolutiva (ICEA) di Oxford, anche se ora lavoro al dipartimento di Zoologia. Questi nomi riflettono la storia delle differenti divisioni filosofiche, dei differenti modi di suddividere il mondo. Storicamente Oxford suddivide la biologia in zoologia, scienze delle piante e antropologia, anche se questo non è un modo molto moderno di vedere il mondo; ragion per cui a Edimburgo si usa una ripartizione diversa. Ovviamente, usando la vecchia divisione, i miei interessi spaziano dalla zoologia all’antropologia.
Per rispondere alla tua domanda l’ICEA è in effetti l’insieme di due dipartimenti (quello dell’antropologia evolutiva e quello della cognitiva) ma è anche un modo di separare questi stessi dalla più comuneantropologia. L’antropologia evolutiva studia come gli umani si evolsero, da quali antenati, dove, quando e su che cosa i nostri comportamenti ancestrali furono simili ai nostri comportamenti moderni. Questioni centrali possono essere: “Quando la monogamia si evolse nella nostra stirpe?”, oppure “Quale era la dimensione tipo dei gruppi dei nostri avi?”, “Quando sviluppammo cervelli così grandi?”, o ancora “Cosa è esattamente un amico?”. Di nuovo, l’amicizia sembra un dato ovvio: eppure allo stato attuale delle cose è molto difficile definirla ed è senza dubbio molto rara negli animali, e pertanto richiede una spiegazione. Gli umani sono spesso spacciati per una specie straordinariamente cooperativa, e siccome la cooperazione è difficile da spiegare in termini darwiniani, ciò pone un problema. Il dipartimento di antropologia cognitiva è più psicologico e meccanicistico e prova a spiegare le inclinazioni processuali che i nostri cervelli hanno ereditato a causa del nostro passato. Una questione su cui lavorano spesso è: perché così tante persone hanno un’inclinazione religiosa? Ma non sono ben informato sul loro lavoro, per cui non posso commentarlo a dovere.
Lei è a conoscenza di come il suo lavoro, così complesso e vario, viene magari un po’ banalizzato dai media all’estero, come ad esempio è successo con la Repubblica in Italia?
No, non ne ero affatto a conoscenza. La Repubblica mi ha scritto un’e-mail e io ho risposto: ho visto l’articolo ma non so leggere l’Italiano. Non ho idea di quante persone l’abbiano letto, né se qualche altro giornale si sia occupato della cosa. Le lenti dei media semplificano e distorcono sempre i resoconti scientifici, anche se ciò è in parte necessario, dato che fanno un “riassunto” degli articoli scientifici. Spero che i lettori interessati siano spinti a cercare oltre, ma sono sicuro che la gente, se legge l’intero articolo (anziché solo il titolo), possa scoprire che la verità è di norma in qualche modo più sottile e complessa. Noi siamo creature complicate con spiegazioni complicate, ma i media hanno bisogno di storie semplici. Allo stesso modo vorrei che la gente potesse credere che gli scienziati sanno di quali ricerche c’è bisogno. Un esempio recente nel Regno Unito è stato quello di un lavoro molto ben fatto dove si metteva in luce come le anatre preferissero la “doccia” al “bagno” e come le docce fossero migliori per la loro salute (o qualcosa del genere). Tuttavia i media criticarono aspramente l’utilità di un tale lavoro, sostenendo che fosse ovvio. Ma non lo era. Anzi, la ricerca ebbe grosse implicazioni finanziarie per l’industria dell’allevamento delle anatre e per il benessere degli animali. I lettori dei nuovi resoconti scientifici dovrebbero realizzare due cose: i media ridurranno all’osso l’articolo scientifico per includere solamente gli elementi dal titolo più accattivante (ed infatti, nel mio caso, gli effetti sulla grandezza del network sociale causati dalle perdita del tempo dedicato all’educazione è stata ignorata dai media);non sono gli scienziati a proporre il loro lavoro all’attenzione dei media o a spacciarlo come un articolo che fa notizia, come poi i media lo presentano. Se le prove vi sembrano poco convincenti e le conclusioni ingiustificate, allora imputate l’esagerazione ai media, prima che agli scienziati.Il lavoro più significativo che ho fatto era sulle vespe parassite, in cui ho verificato teorie chiave sulle vespe selvatiche sul campo. I media non hanno dimostrato alcun interesse in questo pur prezioso lavoro; pertanto, per cortesia, non giudicate uno scienziato dall’attenzione che i media gli riservano: questo non è il modo in cui noi scienziati ci giudichiamo a vicenda.