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  • La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    L’altro giorno, girovagando su youtube, mi è capitato di pescare un dibattito in cui venivano discussi temi economici di più stretta attualità. I due invitati si scambiavano giudizi di questo tenore:

    «Oggi il PIL non restituisce una buona misura di cosa succede alla nostra società e alla nostra economia».

     «Di cosa abbiamo bisogno quindi? Di un mondo in cui ogni paese non punti a commerciare in surplus [puntare tutto sulle esportazioni, n.d.r.]; cosa che i tedeschi ritengono sia possibile, mentre il resto di noi ha questo problema di non riuscire a farselo andare bene [ironico, n.d.r.]».

     «Ci sono un mucchio di ragioni per non avere un ritorno generale al protezionismo […]; ma la giusta idea a cui rapportarsi è quella di una società decente con una forte rete di protezione».

     «La teoria standard è che con il libero mercato i paesi nel loro insieme vadano a stare meglio, perché i paesi vincitori compensano i paesi perdenti. Peccato che [in realtà] non lo facciano mai».

     «Gli avvocati della globalizzazione, mentre parlano delle meraviglie della globalizzazione, allo stesso tempo dicono che per competere devi rimuovere ogni rete di protezione sociale: e in questo senso fanno male doppiamente alle classi medie e basse».

     «La Germania sta facendo relativamente bene in questa crisi; non – io penso – così bene come credono loro, ma hanno fatto relativamente bene. [Anche se] quando l’euro andrà in pezzi, allora scopriranno di avere qualche problema. Ma quello che è stato davvero incredibile è guardare i conservatori del nostro paese assumere la Germania come un’icona: “Loro hanno l’austerità!”. Cosa che in realtà non hanno affatto. Perché allora la Germania è stata in grado di esportare così bene? Pagano salari molto alti […]; hanno uno stato sociale molto esteso […]; hanno un’educazione tecnica molto buona, con una collaborazione molto stretta tra il sistema educativo e l’industria; uno stato forte […]; e la forza lavoro ha la sua rappresentanza nei consigli d’amministrazione».

     «C’è questo fatalismo: “è l’economia globale”, “non c’è niente che si possa fare”, “è una cosa estrema”, “non si può avere quel tipo di società relativamente equa e quella giustizia sociale che forse erano possibili tempo addietro, quando il resto del mondo era in rovina”. Sento queste cose tutto il tempo. Ma date un’occhiata a certi paesi: quelli scandinavi sono riusciti a mantenere un alto livello di distribuzione [sociale] dei benefici derivanti da un’alta crescita economia e da un’alta produttività. Quindi, non è inevitabile essere dove siamo adesso. […] Sono scelte. Sono scelte che riguardano il modo in cui gestiamo i mercati. Perché la ridistribuzione dei guadagni del mercato non è qualcosa di garantito da Dio: c’è una logica da usare per influenzarla. E ha anche a che fare con quello che si fa dopo: se si garantisce una copertura sanitaria universale, se si garantisce un supporto decente, se si assicura un sistema educativo con solide basi a tutti, e non solo alle persone a cui capita di vivere nel quartiere giusto».

     «L’idea che si deve tenere una tassazione bassa sui guadagni alti, per via delle straordinarie ricadute, semplicemente non è giusta: non è supportata dalla teoria né dai fatti. Un’alta tassazione sui grandi guadagni sarebbe invece perfettamente ragionevole».

     «[L’America] aveva un deficit negli anni prima della crisi. E gente come me pensava non fosse una buona idea. Perché? Perché George Bush voleva tagliare le tasse a chi aveva entrate alte e portare avanti un paio di guerre che non avevano fondamento. E questo non aveva niente a che vedere con gli stimoli all’economia che possono venire dallo Stato».

     «Date un’occhiata a chi è nei guai in termini di debito. Viene fuori che sono SOLO i paesi che non hanno più una loro propria moneta».

     «E’ semplicemente una correlazione grossolana quella per cui i paesi con alto debito finiscano per avere una bassa crescita. Se cominciate a osservare la cosa, scoprite che è esattamente l’opposto: sono i paesi che hanno scarsa crescita a finire per avere un debito alto».

     «[…] Abbattere, tagliare le spesa, mentre le entrate fiscali diminuiscono: abbiamo già fatto questo esperimento. Il Fondo Monetario Internazionale ha forzato questa sperimentazione su un bel numero di altri paesi, e la Banca Centrale Europea lo sta facendo sulla Grecia. E abbiamo scoperto due cose a riguardo: 1. i paesi sono andati in depressione, 2. il deficit non va giù come ogni volta si spera. E tutte le volte si dice: “Ops, questa si che è una sorpresa!”. Io invece sono sorpreso che ci sia chi si sorprende!».

     «Una delle dottrine standard dei liberisti è: salari più flessibili, niente sindacati e l’economia andrà meglio. Eppure i paesi che hanno sindacati forti e migliori protezioni per il lavoro hanno fatto meglio in termini di risposta alla crisi».

     

    Volete sapere chi raccontava queste serie di evidenti panzane? Chi metteva in discussione la vulgata del nostro tecnicissimo e competentissimo governo? Quale gruppo di ingenui grillini? Oppure quali pericolosi no global dei centri sociali?

    Il primo fan di Casaleggio è Paul Krugman, professore a Princeton, editorialista del New York Times e premio nobel per l’economia nel 2008; l’altro inguaribile stalinista è Joseph Stiglitz, professore alla Columbia, ex-vice presidente e capo economista della Banca Mondiale, e premio nobel per l’economia nel 2001. La conferenza (in inglese) la trovate qui.

    Ora, vorrei che le implicazioni fossero assolutamente chiare. Queste cose in Italia, semplicemente, non vengono dette. O se vengono dette, c’è sempre qualche persona davvero intelligente che alza il sopracciglio o accenna a un sorrisetto di scherno. Eppure negli Stati Uniti (che non sono la Corea del Nord) certe cose le possono dire tranquillamente i più grandi economisti, senza per questo rovinarsi la carriera. Vogliamo ammettere quindi, una volta per tutte, che la nostra informazione è completamente appiattita sul pensiero unico del governo non perché sia l’unica opzione possibile, ma perché evidentemente bisogna convincere la gente che sia così?

    Ma le parole di Krugman e Stiglitz dimostrano anche un’altra cosa: che la sinistra italiana ha divorziato dal suo storico ruolo riformista non perché – come ci hanno sempre raccontato – il pensiero di sinistra non fosse più realisticamente sostenibile, ma per la precisa scelta di privilegiare il rapporto con il potere industriale e finanziario a scapito della difesa di lavoratori, sindacati e pubblici servizi. Vogliamo perciò smettere, una volta per tutte, di definire queste forze politiche “di sinistra” visto che nella pratica sono “diversamente di destra”?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Archeologi al lavoro a MontessoroChi era presente? Quando? Perché si trovava lì? Quali testimonianze si hanno a disposizione? Queste non sono le domande di un detective sulla scena del delitto, bensì di un archeologo… «Un libro di introduzione all’archeologia che studiai all’università paragonava la nostra professione a quella di Sherlock Holmes…» afferma Giovanni Battista Parodi, dottorato in Archeologia Medievale all’Università di Siena, ma residente in Valle Scrivia e direttore di uno scavo di oltre ottocento metri quadrati a Montessoro, paesino sulle alture dell’entroterra ligure a venti minuti di strada da Isola del Cantone. Siamo andati sul posto ad incontrare il direttore per un’intervista.

    «Si tratta – prosegue Parodi – del primo scavo in estensione dell’Appennino Ligure di età romana imperiale tardo-antica. Abbiamo scoperto un sito rurale, verosimilmente una fattoria, abitato in fasi alterne tra il I secolo a.C. e il VI secolo d.C. Sorgeva lungo la fittissima rete di mulattiere che collegavano Genova alla Pianura Padana, anche se è probabile che il centro sul quale tutta questa zona gravitava fosse in realtà quello di Libarna (nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia, ndr), distante circa venti chilometri.»

    Quali elementi di interesse storico sono emersi?
    «E’ uno scavo molto rilevante dal punto di vista archeologico in quanto permetterà di avere un quadro completo con ipotesi cronologiche e socio-economiche inedite su questo periodo e questa zona. L’archeologia medievale ligure è infatti una materia relativamente giovane, in quanto nel passato l’interesse era più che altro rivolto alla parte artistico-monumentale e la ricerca privilegiava le classi sociali più alte e agiate. Anche per questa ragione gli scavi relativi al periodo tardo-antico (IV-V secolo d.C.) e alto-medievale (VI-VIII secolo) sono stati sempre molto ridotti. Mi sembra comunque giusto sottolineare che il quadro che ci siamo fatti è ancora provvisorio, in quanto lo scavo, che è iniziato nell’estate del 2009 e finirà quest’anno, è tuttora in evoluzione. La planimetria del sito è comunque stata  identificata nella sua completezza e i dati raccolti saranno analizzati in seguito con un’analisi dei materiali e dei reperti venuti alla luce. Tra essi, abbiamo ceramica da fuoco, anfore e piatti da mensa e altri oggetti particolari, per esempio un colino in bronzo. Dal punto di vista edilizio, i tetti erano in tegole mentre le case avevano pianta quadrangolare, presentando poche finestre al fine di mantenere quanto più possibile il calore. I muri eretti tra V e VI secolo, tra l’altro, non sono lavori banali, ma opera di muratori specializzati. Lo studio dei semi rinvenuti indicherà invece i tipi di cereali presenti, così come le ossa animali che abbiamo trovato riveleranno quali bestie venivano allevate dal nucleo famigliare – nel IV e V secolo forse i nuclei erano due – che abitava il sito».

    Ma chi erano gli abitanti del sito e come mai si trovavano lì?
    «Probabilmente si trattava di contadini che tuttavia non finalizzavano la loro attività alla vendita di prodotti agricoli e si dedicavano anche alla pastorizia e all’allevamento. E’ anche probabile che usassero il bosco per ottenere legname. Mi tocca purtroppo ripetermi dicendo che dovremo comunque aspettare la fine dello scavo e dell’analisi dei dati per avere un quadro più chiaro. Sicuramente, l’obiettivo è proprio quello di illuminare alcuni punti oscuri riguardo alla storia della Valle Scrivia. Riguardo ai documenti scritti abbiamo infatti un buco nero di circa seicento anni che arriva fino al 1200».

     

     

     

     

     

     

     

    Non è solo ciò che lo scavo sta facendo emergere, ma la storia stessa di come è nato a essere affascinante…
    «Stavo iniziando a scrivere la tesi di Dottorato sull’archeologia medievale della Valle Scrivia e i dati che avevo a disposizione erano ridotti, per usare un eufemismo. Proprio in quel periodo, un contadino di Montessoro aveva trovato delle tegole in questa zona, facendo partire una segnalazione. Venutone a conoscenza, chiesi subito l’autorizzazione a fare un piccolo saggio per vedere se potesse emergere qualcosa di interessante. Il campo che mi si presentava davanti era di ben milleduecento metri quadrati e i tentativi che avevo a disposizione erano limitati. Bisogna tra l’altro considerare che il sito, nei pressi del Castello Spinola del XIV secolo, era stato spianato e raso al suolo nel XVIII secolo. Individuai un punto preciso e decisi di scavare lì. Non avrei potuto davvero scegliere un punto migliore, in quanto scoprii l’intersezione di tre edifici che abbiamo poi portato alla luce! A quel punto ho subito contattato la Cattedra di Archeologia Medievale all’Università di Torino, che ha immediatamente mostrato grande interesse. Il sito offre infatti la possibilità di avere dei dati sulla zona appenninica ligure-piemontese e far svolgere degli stage agli studenti di Torino al fine di accumulare crediti formativi.»

    Proprio il concetto di condivisione è fondamentale nell’archeologia, giusto?
    «Non per fare i soliti vuoti discorsi retorici, ma non è davvero possibile fare uno scavo di questo genere da soli. Le circostanze e gli studi a priori mi hanno portato a individuare questo sito, ma non sarei arrivato da nessuna parte senza il lavoro di gruppo con gli altri responsabili dello scavo, tutti laureati e dottorati, Daniela De Conca, Valeria Fravega, Marco Ippolito, Alessandro Panetta e Paolo De Vingo, quest’ultimo proveniente dall’Università di Torino e Direttore scientifico dei lavori. L’aiuto dei ragazzi in stage – circa quindici – dell’Università di Torino è altrettanto importante. Fare l’archeologo è un mestiere duro, anche dal punto di vista fisico e c’è bisogno del lavoro di tutti. Questa, oltre ovviamente agli aspetti più strettamente legati alla ricerca, è la parte di questo lavoro che più ho imparato ad apprezzare.»

    Quali sono gli scenari futuri che si apriranno in seguito a questo scavo?
    «Come dicevo in precedenza, si aprirà un quadro storico, economico e sociale più definito, che verrà sintetizzato nella pubblicazione di un volume con il cappello accademico dell’Università di Torino. Rimarranno comunque tante cose da capire, perché l’archeologia offre tanti elementi per ragionare, ma lascia sempre anche dei punti oscuri. Come già accennato, dal punto di vista archeologico e documentario esiste davvero pochissimo sulla Valle Scrivia dell’età tardo-imperiale e medievale, ma questo non significa che l’area fosse stata spopolata, per quanto sicuramente la popolazione dell’Alto Medioevo si fosse contratta. Per esempio, abbiamo dei castelli risalenti al XII e XIII secolo, ma in molte parti d’Italia ne abbiamo di precedenti. Sarebbe interessante scavare per trovare altri castelli, perché attraverso di essi possiamo capire gli insediamenti circostanti. Vale la pena inoltre approfondire ciò che riguarda la cristianizzazione della zona, altro punto molto oscuro.»

    In quale modo l’archeologia è una disciplina arricchente a livello personale?
    «Sicuramente, il fascino dell’archeologia va aldilà dell’aspetto di ricerca finalizzata a una pubblicazione accademica. L’archeologia permette di sviluppare la capacità logica e un atteggiamento mentale aperto, dato che un errore che un archeologo deve assolutamente evitare è quello di fissarsi su preconcetti sempre suscettibili a essere smentiti da successive scoperte. Inoltre, per quanto mi riguarda, il bello di scavare nelle zone dove sono nato è quello di scoprire la storia della mia terra e capire meglio le mie origini. Tra l’altro, il modello che uno scavo di questo tipo riesce a creare non è ristretto a un’area geograficamente circoscritta, come magari si potrebbe pensare. A dimostrazione di ciò, un docente dell’università spagnola di Vitoria ha mostrato grande interesse per il nostro sito, trovando delle analogie con lavori che la sua équipe sta svolgendo nella sua zona. In questo modo, il nostro lavoro ha una portata locale e internazionale allo stesso tempo.»

    Un punto di riferimento da imitare tra gli archeologi italiani?
    «Sicuramente il Professor Tiziano Mannoni, mancato purtroppo due anni fa, una figura fondamentale nell’archeologia medievale italiana. Insegnava alla Facoltà di Architettura a Genova. Oltre alle sue notevoli competenze e alla sua grande esperienza, ti sapeva coinvolgere con il suo modo di fare accogliente e umano. Per me e per molti miei colleghi è senz’altro un modello da imitare.»

    Daniele Canepa

     

  • Disimparare l’arte: presentazione del libro di Serena Giordano

    Disimparare l’arte: presentazione del libro di Serena Giordano

    Arte messicanaGiovedì 29 marzo 2012 alle 17.00 la Sala Conferenze dell’Accademia Ligustica di Belle Arti ospita la presentazione del libro Disimparare l’arte. Manuale di antididattica di Serena Giordano. Nata a Milano e residente da molti anni a Genova, l’autrice si occupa di produzione artistica e arti applicate e dal 1999 è docente di Arti visive presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova.

    Insieme all’autrice intervengono Matteo Fochessati (curatore Wolfsoniana), Taina Rajanti (research manager Department of Art, Università di Pori, Finlandia) e Cesare Viel (artista e docente dell’Accademia di Belle Arti).

    Questo l’abstract del libro:

    Perché di fronte alle “immortali” opere d’arte del passato il pubblico comune nutre sentimenti di deferenza? E perché in quello stesso pubblico gli “incomprensibili” capolavori contemporanei suscitano invece diffidenza? Dalla prima infanzia all’età adulta, lo spettatore si sente sempre giudicato dall’arte: a partire dalla scuola, che utilizza l’espressione creativa come indicatore dello sviluppo cognitivo o persino morale del bambino, per giungere al museo, in cui bambini e adulti sono spesso vittime di un’ossessione per l’assistenza e la cura. Analizzando le cause del difficile rapporto tra pubblico e prodotto artistico, l’autrice discute le tendenze più in voga nella didattica dell’arte e suggerisce una via alternativa alla pedagogia corrente, che avvilisce spesso la voglia di informarsi, di sapere e, perché no, di fare arte.

     

  • Scaricare video e musica non è reato: incontro con l’avv. Elena Bassoli

    Scaricare video e musica non è reato: incontro con l’avv. Elena Bassoli

    È recente la notizia della chiusura da parte dell’FBI di Megaupload (Megavideo), un evento che ha spiazzato il popolo del web e che ha nuovamente gettato ombre sulla legge per il diritto d’autore per quanto riguarda i files multimediali condivisi in rete. In quell’occasione ci eravamo promessi di tornare sull’argomento per approfondire con un esperto quella che è l’attuale legislazione in materia. Abbiamo contattato l’avvocato Elena Bassoli, specializzata in diritto dell’informatica e nuove tecnologie, docente presso l’Università di Genova, l’Università del Piemonte Orientale e l’Università Statale di Milano e presso il Ministero dell’Interno e il Ministero di Giustizia in Computer Crimes e Privacy. Partendo dall’abc, proviamo a capire meglio le leggi attualmente in vigore.

    Condividere e scaricare musica e video in rete è illegale? Partendo da questo presupposto sarebbero da considerarsi illegali miliardi di video su youtube (tranne quelli pubblicati dalle etichette discografiche) e di conseguenza si compierebbe reato anche postando uno di questi video su facebook ai propri “amici”?

    In realtà diverse sentenze della Cassazione hanno decretato che quando l’utilizzo di file multimediali in rete sia per uso personale, non costituisce reato. E ciò sulla base della lettera della legge 633/1941 sul diritto d’autore che a seguito di diverse modifiche succedutesi nel corso degli ultimi anni l’hanno resa la norma cardine in materia di diritti su opere multimediali.
    È vero che le recenti vicende della chiusura, ad opera dell’FBI, di Megaupload (Megavideo) da cui era possibile vedere film sul proprio divano di casa, hanno inficiato questa visione, ma occorre considerare che ciò è avvenuto sulla base della legislazione americana, e non europea, con problemi di giurisdizione ancora non del tutto risolti.

    In definitiva, per ora, in Italia, non è reato scaricare da Internet musica, film o programmi tutelati dal diritto d’autore. Purché non venga fatto «per scopo di lucro», cioè le opere non siano destinate alla rivendita, ma solo per fruizione personale. È anche vero tuttavia che sempre la Corte di Cassazione ha stabilito che è illegale diffondere online link per vedere partite di calcio trasmesse da Sky anche se su emittenti straniere che hanno pagato i diritti alla stessa società televisiva e hanno, poi, anche senza volerlo, resa disponibili la diretta di tali incontri di calcio sul web. Il discorso di Facebook si pone un po’ a metà strada, perché lo scopo sarebbe di mera condivisione per scopo personale. Basti pensare che in Svizzera si è notato che la condivisione di link favorisce e incrementa la vendita di dischi (e non solo in Svizzera).

    Esistono programmi in rete facilmente scaricabili con cui è possibile estrarre la traccia mp3 dai video youtube. Sono programmi illegali? Se io estraggo la traccia mp3 dal video pubblicato su youtube dall’etichetta discografica (che quindi ha il diritto di farlo), ma poi questa traccia non la condivido limitandomi ad ascoltarla privatamente sono punibile dalla legge?

    Teoricamente, sulla base della sentenza della Suprema Corte sopra richiamata, no. È un po’ come quando trent’anni fa si registravano su nastro magnetico le canzoni dalla radio, per poi riascoltarsele sul walkman.

    La maggior parte delle persone che caricano e scaricano contenuti multimediali sul web ignorano i contenuti della legge… Ad oggi quali sono stati i provvedimenti messi in atto dallo Stato italiano per regolamentare la condivisione sul web di files coperti dal diritto d’autore?

    Sicuramente la sottoscrizione di l’ACTA da parte dell’Italia (come già fatto da molit Paesi europei per compiacere le major americane) non mi sembra personalmente una via percorribile senza rischiare di mettere in crisi lo stesso spirito di condivisione connaturato a Internet.

    In conclusione, quali sono secondo lei i principali vuoti legislativi in materia sui quali sarebbe urgente intervenire?

    A mio avviso la rete non andrebbe regolamentata perché è un immenso oceano di informazioni ai quali chiunque dovrebbe avere il diritto di attingere, per la libera circolazione e fruizione di idee e cultura. Ma il diritto d’autore esiste, comunque e va rispettato quando via sia uno scopo di lucro. È tuttavia molto pericoloso prevedere disposizioni normative che prevedano, in nome della tutela degli interessi delle major discografiche e cinematografiche (soprattutto d’oltreoceano), la possibilità di oscurare (o censurare) interi siti web o portali, come avvenuto per Megavideo, ove assieme al materiale che violava diritto d’autore sono stati cancellati anche dati del tutto legittimi inseriti da utenti che utilizzavano la piattaforma con funzione di data recovery.

     

    Gabriele Serpe

  • Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Guardi sconfortato il “salvagente” naturale che ballonzola sui tuoi fianchi ad ogni passo e che, per consolarti, qualcuno chiama le maniglie dell’amore o quell’odioso accumulo di adipe che aggetta, come un balcone senza fiori, dal tuo corpo e ti impedisce di vedere dove metti i piedi od ancora spii, con malcelata indifferenza, l’impeccabile silhouette degli archetipi taglia “slim” con un senso di colpa degno dei più lacrimevoli coccodrilli? Coraggio, è in arrivo una buona notizia che, se non toglie un etto alla tua figura effetto balena, allontana da te il fio della colpa.

    Uno studio della Washington University School of Medicine, pubblicato sul Journal of Lipid Research, ha stabilito la nostra incolpevole tendenza alla golosità, liberandoci dal girone infernale in cui il nostro sommo padre Dante ci ha relegato. Secondo questo rigoroso studio scientifico, alcuni di noi (direi tanti, il 20%) avrebbero una variante ipoattiva di un “molesto” gene che ci fa alzare dal desco, insoddisfatti, anche dopo un pasto pantagruelico.

    Come ogni prodotto genico, la proteina trascritta, chiamata CD36, delegata a metabolizzare i grassi, essendo presente in quantità insufficiente, non permetterebbe ai recettori gustativi di raggiungere quel grado di “soddisfazione” tale da impedire un’ulteriore richiesta di cibo. Come insegna l’anatomia, l’organo del gusto è sito nell’apparato buccale, in particolar modo sulla lingua, dove organuli sensoriali, presenti nelle papille gustative, hanno il compito di farci percepire sapori come il dolce, il salato, l’amaro o l’acido.

    A questi 4 capisaldi, il giapponese Kikunae Ikeda, già dal 1908, aveva aggiunto un 5 gusto, l’umami, che si coglie mangiando cibi ricchi di proteine grazie alla presenza di composti simili al glutammato monosodico (eccipiente prevalente nel dado da brodo).

    I ricercatori di questo curioso lavoro, avrebbero scoperto, adesso, la presenza di un ulteriore recettore capace di individuare il “fat”. La mancanza di un apporto di lipidi sufficiente, o ritenuto tale da un sistema anomalo, stimola la richiesta compensatoria di altri alimenti che, paradossalmente, innescano il cosiddetto meccanismo di feedback e cioè: più cibo introduciamo, più viene inibita la produzione della proteina incriminata, più i recettori percepiscono la mancanza di grassi, più diventiamo famelici, innescando un diabolico circolo vizioso che ci conduce inevitabilmente alla condizione di obesi.

    L’esperimento, che ha portato a queste conclusioni, è stato condotto su 21 volontari, con indice di massa corporea Bmi (Body Mass Index) uguale o maggiore a 30, tutti valori rientranti nel “sovrappeso”,  a cui è stato chiesto di assaggiare liquidi diversi e valutarne il sapore. E’ emerso che la presenza di acido oleico e linoleico propri dell’olio di oliva o i “flavour” dei latte, anche in concentrazioni molto basse, vengono avvertite in modo molto dissimile proprio in funzione della “bontà” del sistema deputato al metabolismo di queste sostanze. In base alla variante genica della proteina CD36, infatti, che si identifica in tre classi definite “iperattiva”, “pigra” e intermedia, si è potuto accertare che la percezione del “grasso” era 8 volte superiore negli individui con un dinamismo enzimatico iperfunzionante rispetto ad uno con scarsa attività.

    Aver chiarito questo aspetto dell’alimentazione, è un indubbio aiuto ai medici nutrizionisti per la gestione dell’obesità ma, soprattutto, è un incentivo per le industrie di generi commestibili ad indirizzarsi alla realizzazione di prodotti dedicati. L’obiettivo sarebbe quello di “Ingannare” l’organismo in modo di soddisfare la “voglia” senza incrementare l’apporto calorico in modo analogo, ad esempio, alla strategia operata dal dolcificante nei confronti dello zucchero. In attesa di alzarci dalla tavola sazi e felici, non ci rimane, per ora, che una sana e salutare dieta e tanto benefico esercizio fisico.

    Adriana Morando

  • Mangiare troppo invecchia il cervello: la medicina cerca soluzioni

    Mangiare troppo invecchia il cervello: la medicina cerca soluzioni

    Mangiare troppo invecchia il cervello. Questo è l’ultimo allarme che ci arriva dal mondo della medicina. Secondo una ricerca, pubblicata sulla rivista “PNAS”, dal team dell’Università Cattolica di Roma, coordinato da Giovambattista Pani in collaborazione con Claudio Grassi, una iperalimentazione inibirebbe una proteina, nome scientifico Creb1, deputata a mantenere dinamiche le sinapsi neuronali, centri strategici per il passaggio delle “informazioni” chimiche dal cervello–periferia o dalla periferia-cervello che servono a mantenere l’efficienza dell’intero organismo.

    Con l’avanzare dell’età, questa proteina va incontro ad una diminuzione fisiologica che innesca un processo progressivo di senescenza delle capacità cerebrali, non ultima quella della memoria, e che rende la nostra “centrale operativa” più esposta alle malattie tipiche della terza età quali demenza senile ed Alzheimer.

    Creb1 agisce modulando l’espressione di altri geni tra cui quelli delle molecole della longevità, le sirtuine e, a sua volta, può essere modulata da fattori di crescita chiamati neurotrofine, da alcuni farmaci e, persino, da caffè e tè ma ridurre, con una dieta parca, di circa il 30% l’apporto calorico, sembra il metodo più immediato ed efficace per attivarla e ripristinare il corretto funzionamento delle sinapsi.

    I risultati, emersi da sperimentazioni su topi, dimostrano, infatti, che animali sottoposti a restrizione calorica hanno migliori performance cognitive, sono meno aggressivi e non sviluppano, se non tardivamente, alterazioni simili a quelle della malattia di Alzheimer.

    L’azione di questo prezioso meccanismo si estrinseca, in modo particolare, sull’area prefrontale, dove risiedono le funzioni legate alla memoria, area che è soggetta, coll’avanzare dell’età, ad una diminuzione di peso e volume quantizzabile in un calo di circa il 15% in un ottuagenario.

    Nessun allarme per i buongustai nostrani: le industrie farmaceutiche sono già in moto alla ricerca di medicine in grado di sortire lo stesso effetto senza privarci del piacere della tavola, piacere a cui ci “sottopone” la nostra variegata cucina italiana, specialmente, in questo periodo dell’anno. Il fine, oltre a quello di fornire uno strumento per un benessere generale, è di migliorare malattie quali quelle legate a disordini metabolici come obesità e diabete.

    A tal proposito, in un articolo del luglio scorso, pubblicato su Nature, si individuava nella guanfacina uno dei composti più promettenti per ‘ringiovanire i neuroni‘, un farmaco approvato per il trattamento dell’ipertensione negli adulti e i deficit prefrontali nei bambini. Ma il cammino è ancora lungo: non ci rimane che moderare i pranzi pantagruelici in agguato tra Natale e Capodanno non senza rivolgere lo stesso consiglio alla nostra vetusta classe politica che ogni giorno ci dimostra come l’immunità parlamentale non si applichi alle funzioni fisiologiche delle loro menti “eccelse”.

    Adriana Morando

  • Incontro con Massimo Scalia, il fondatore di Legambiente

    Incontro con Massimo Scalia, il fondatore di Legambiente

    Massimo ScaliaStorico fondatore di Legambiente e del movimento antinucleare che porto’ all’abrogazione dell’utilizzo di energia nucleare in Italia, docente all’Universita’ La Sapienza di Roma, e’ stato fra i primi parlamentari eletti delle liste Verdi negli anni ottanta. Massimo Scalia e’ un’indiscussa autorita’ in campo ambientale e scientifico e non solo a livello nazionale…

    “Energia rinnovabile: niente piu’ bollette da pagare”: uno slogan fuorviante o una realta’ possibile da immaginare?
    Beh piu’ che fuorviante, direi utopistico. Il pianeta e’ finalmente proiettato verso il rinnovabile e la progressione e’ buona se si pensa al tetto del 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili che auspica di raggiungere la Commissione Europea nel 2020, ma immaginare nel medio termine l’autoproduzione energetica della singola famiglia, perche’ solo questo porterebbe a non “pagare piu’ bollette”, e’ impossibile, soprattutto in un contesto urbano. Al momento e’ bene pensare che per continuare a crescere e puntare al decollo dell’energia pulita sono indispensabili investimenti da parte di Stato e imprenditori, e magari fra dieci anni risparmieremo tutti qualcosa anche sulle famose bollette.

    E mentre il mondo sembra essersi definitivamente orientato verso l’energia prodotta grazie a fonti rinnovabili, in Italia si è parlato di energia nucleare…
    Il comportamento del nostro paese in tema di energia e’ assurdo. Gli ammiccamenti al nucleare altro non sono che chiaro sintomo di arretratezza. Prendiamo ad esempio Francia e Germania, due paesi che in passato tanto hanno puntato sul nucleare… Oggi, a differenza nostra, sono in piena corsa per raggiungere gli obiettivi del 2020. Non partecipare a questa sana competizione significa porre irrimediabilmente l’Italia in ritardo rispetto all’Europa e a buona parte del mondo. Il nucleare e’ in declino cronico da anni, per comprenderlo e’ sufficiente pensare agli enormi capitali da investire per la costruzione di una centrale. Capitali che inizieranno a fruttare non prima di dodici anni dopo, tempo minimo necessario per l’entrata in funzione della stessa. Io credo che nessun imprenditore in questo momento farebbe una follia simile.

    L’Italia, dunque, raggiungera’ l’obiettivo europeo nel 2020?
    Allo stato attuale no. Il governo Berlusconi aveva dichiarato di puntare addirittura al 25% di consumo di energia proveniente da fonti rinnovabili, ma si gioca sul dico e non dico e sui facili fraintendimenti, come sempre accade dalle nostre parti. Il 25% di energia rinnovabile di cui hanno parlato governo ed organi di stampa, si riferisce esclusivamente all’esigua fetta di torta attualmente occupata dall’energia elettrica. Mi spiego meglio: l’energia elettrica copre solo 1/5 dei consumi totali di un paese e i termini europei parlano del 20% sull’intera torta. Con un banale calcolo matematico e’ semplice rendersi conto che il 20% “all’italiana” altro non e’ che un ridicolo 5% per i termini stabiliti dalla nuova politica energetica europea.

    Quali sono le regole imprescindibili che ognuno di noi dovrebbe quotidianamente seguire per ridurre i consumi e permettere un giorno il pieno sostentamento con l’energia pulita?
    Come qualunque altro tipo di rivoluzione, anche quella energetica per verificarsi ha bisogno innanzitutto di mettere radici nella testa e nella coscienza della gente. E oggi questo e’ un obiettivo ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Per arrivare solo che a immaginare la totalita’ dei consumi sostenuta da energia proveniente da fonti rinnovabili bisognera’ aspettare decenni, soprattutto se pensiamo che ce ne sono voluti ben ottanta al petrolio prima di stabilirsi come fonte principale. Ad ogni modo l’attesa sara’ inutile senza l’impegno quotidiano di ognuno di noi per guadagnare di anno in anno importanti percentuali. Le buone norme da rispettare le conoscono tutti e vanno dal circondarsi di elettrodomestici a basso consumo, alle luci accese, sino agli stand by dei televisori… Io credo, tuttavia, che sia piu’ una questione di cultura e coscienza personale, indipendentemente da decaloghi e manuali da rispettare.

    I Paesi in via di sviluppo rischiano di commettere i nostri stessi errori per quanto riguarda l’utilizzo sconsiderato di combustibili fossili?
    Se cosi’ fosse il pianeta rischierebbe il collasso e il problema dei cambiamenti climatici diventerebbe ingestibile. Per fortuna, pero’, le cose non vanno in quella direzione. Paesi come Cina ed India, ad esempio, danno contributi fondamentali. Ci sono Paesi arabi di gran lunga meglio attrezzati di noi per quando riguarda energia solare e pannelli fotovoltaici, i deserti sono immensi recipienti di energia. Insomma, non e’ assolutamente detto che i Paesi in via di sviluppo debbano commettere i nostri stessi errori, anzi…

    Gabriele Serpe

  • Corsi di musica per studenti: la proposta dell’Università

    Corsi di musica per studenti: la proposta dell’Università

    corso musicaStudenti, insegnanti, ricercatori, dottorandi, personale ATA: tutti coloro che a vario titolo gravitano intorno all’Università di Genova hanno la possibilità di aderire a una nuova iniziativa promossa dal Centro di Ricerca Musicos.

    Si tratta di due laboratori musicali aperti a tutte le persone di cui sopra, così strutturati:

    1) laboratorio corale e strumentale Mnemosyne Ensemble: il gruppo è nato nel 2009 ed è composto soprattutto da studenti universitari, che si ispirano alla mitologia greca (Mnemosyne è la Musa della Memoria) per un lavoro di ricerca sulla musica come memoria, ovvero sull’intepretare e riproporre motivi che fanno parte della memoria storica della musica. Si tratta dunque di un team di musicisti specializzato nella musica antica.

    2) laboratorio orchestrale Unigeo: nato nel 2010, la partecipazione a questo gruppo richiede conoscenze di teoria musicale di base e solfeggio, oltre a una conoscenza interpretativa minima del proprio strumento.

    Per tutte le informazioni si può contattare il direttore del Centro Enrico Ravina all’indirizzo enrico.ravina@unige.it o al numero 010 3532848.

    Marta Traverso

  • Commercio fra Genova e Nord Africa, dipende dalla democrazia

    Commercio fra Genova e Nord Africa, dipende dalla democrazia

    “La crisi globale e il commercio internazionale”, un convegno organizzato dalla Camera di Commercio e dall’Istituto di Economia Internazionale nel Palazzo della Borsa Valori di Genova. Il convegno ha messo a fuoco la situazione economico-politica in Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Tunisia, anche a seguito delle rivolte avvenute negli ultimi mesi. L’Istituto di Economia ha messo a punto un Osservatorio per analizzare la situazione economica del Nord Africa.

    “Mai come in questo momento – ha commentato Paolo Odone presidente della Camera di Commercio – appare utile analizzare con strumenti scientifici i processi in corso sull’altra sponda del Mediterraneo, che era e continua ad essere l’orizzonte principale delle imprese genovesi e liguri”.

    Amedeo Amato, direttore dell‘Istituto di Economia Internazionale ha dichiarato: “La situazione economica nei paesi oggetto dell’Osservatorio dipende dall’esito che avranno i processi di trasformazione politica in corso, in particolare in Egitto e Tunisia. Se tali processi avranno un esito democratico, abbiamo motivo di ritenere che già nel 2012 ci sia la ripresa con un rapido ritorno agli indicatori economici positivi che caratterizzavano il periodo precedente alle rivolte. Difficile, invece, prevedere sviluppi positivi se il processo di transizione in corso porterà a regimi autocratici o fondamentalisti”.

    Ha proseguito i lavori, coordinati da Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera ed esperto di Medio Oriente e Mediterraneo, Pejman Abdolomohammadi, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici presso l’Università di Genova, illustrando le ricadute delle rivolte in Nord Africa sui rapporti con l’Occidente e poi l’economista Giorgio Basevi, genovese di nascita e formazione, con una carriera accademica fra gli USA, l’Europa e l’Italia, che ha tenuto una lectio magistralis su “La crisi dell’Unione Europea: alcune urgenti riforme istituzionali” in cui, partendo dalla crisi greca e dalla manipolazione delle statistiche ufficiali avvenuta per mascherarla, ha analizzato il ruolo dei governi europei nell’attuale crisi europea identificando possibili scenari di uscita dalla crisi: un nuovo ruolo della BCE come prestatore di ultima istanza e l’istituzione di un’Agenzia Europea del Debito Pubblico.

     

  • Università di Genova: tasse troppo alte?

    Università di Genova: tasse troppo alte?

    tasse universitàPremessa: nel 1997 è stato promulgato un Dpr (Decreto del Presidente della Repubblica) secondo cui le Università non possono far pagare ai propri studenti tasse superiori al 20% del Ffo (Fondo di Finanziamento Ordinario), ossia il contributo che ricevono ogni anno dallo Stato.

    Un’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore ha mostrato come in Italia esistano ben 33 atenei fuori legge, che fanno dunque pagare tasse eccedenti alla percentuale di cui sopra. Fra queste c’è anche l’Università di Genova, che per la precisione si colloca al 28° posto.

    La media delle tasse pagate ogni anno dagli studenti genovesi è infatti 1.136 €, ossia il 21,1% in più rispetto ai 39,48 milioni di € che lo Stato ogni anno destina al nostro ateneo.

    Una faccenda a cui nessuno ha dato troppa importanza in questi anni, finché la scorsa settimana il Tar della Lombardia ha condannato l’Università di Pavia a risarcire gli studenti che avevano pagato tasse troppo alte. Che sia l’inizio di una serie di ricorsi a catena?

    Marta Traverso

     

     

  • Fonti non rinnovabili, Robert Laughlin ha la soluzione: l’agricoltura

    Fonti non rinnovabili, Robert Laughlin ha la soluzione: l’agricoltura

    Robert Laughlin, premio Nobel per la fisica e docente all’università di Stanford in California, è l’autore di “Powering the Future” (Basic Books, 2011), un saggio che affronta la questione dell’esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili.

    Tra sessantanni  le riserve di petrolio dell’Arabia Saudita inizieranno a “scricchiolare”, e nell’arco di due secoli il petrolio non sarà più estraibile. Per il fisico statunitense la soluzione esiste già: “[…] dovremo continuare a fabbricarci qualcosa che assomigli a petrolio, benzina e cherosene, perché né l’idrogeno né l’atomo né il solare potranno completamente sostituirsi all’efficienza di questi carburanti… Li produrremo sinteticamente grazie all’agricoltura. Ma non sottraendo raccolti alla stessa agricoltura che alimenta gli esseri umani; bensì coltivando oceani e deserti“.

    Il saggio di Laughlin si sofferma anche sull’impossibilità di immaginare un futuro esclusivamente sorretto dalle energie rinnovabili: “[…] non è ipotizzabile un futuro con aeroplani a batteria, ci sono delle leggi della fisica che lo impediscono. Così come non è pensabile l’aereo da trasporto a cellule solari, sempre in virtù delle medesime leggi. E l’idrogeno non è affatto più sicuro del cherosene come si sente spesso dire. In quanto al nucleare, il suo ruolo nell’equazione energetica del futuro sarà quello di un calmiere dei prezzi: qualora i costi di tutte le altre energie dovessero salire a livelli socialmente e politicamente inaccettabili, allora le opinioni pubbliche accetteranno di fare ricorso in parte al nucleare.”

    Per il professore l’unica via possibile è la coltivazione e la produzione di combustibili in campo agricolo: “Solo coltivando gli oceani e i deserti ci riusciremo. La tecnologia esiste già, è quella della sintesi sperimentata dalla Germania al Sudafrica, molto simile anche a quella che la Shell e altre compagnie usano per la conversione del gas naturale. Consentirà di produrre con l’agricoltura carburanti di sintesi con la stessa densità, efficienza energetica e sicurezza di quelli che oggi deriviamo dal petrolio. Ci saranno problemi politici da risolvere, come la sovranità sulle acque extraterritoriali e il ruolo delle correnti. Ma la vita continuerà, grazie all’agricoltura…”

  • Facoltà di Scienze della Felicità: come imparare ad essere felice

    Facoltà di Scienze della Felicità: come imparare ad essere felice

    Oristano, Horse Country ArboreaHo deciso: mi iscrivo all’università! La mia adesione incondizionata è legata all’intento, quanto meno singolare, di imparare ad essere felice. In Sardegna, nasce “Aristan”, Facoltà di Scienze della Felicità, corso di laurea in teorie e tecniche di “salvezza dell’umanità”.

    E’ tutto pronto: un campus universitario di 42 ettari, nell’area dell’Horse Country di Arborea (Oristano), corredato di spazi verdi, piste ciclabili, cavalli, aula magna di 7000 posti, biblioteca etc; ci sono 40 illustri docenti tra i quali lo scienziato Gianluigi Gessa, il critico d’arte Vittorio Sgarbi, gli scrittori Francesco Abate, Michela Murgia e Barbara Alberti, il filosofo Giulio Giorello, il giornalista Giorgio Pisano, il cabarettista Benitu Urgu, il leader del Movimento pastori sardi Felice Floris e, perfino, un cantante, Diablo, al secolo Alessandro Spedicati, voce dei SikitikisLa.

    Non mancano le materie di studio, originali ed inconsuete, che rispondono al nome di Francoecicciologia, Infantologia, Poesia, Amore, Tex Willer, Libertà, Divertentismo, Adescamento, Ars amatoria, Coscienza comparata, Paura, Follia; presenti, anche, i primi 100 entusiastici iscritti; a coordinare tutto ciò il preside Massimo Deiana, capo della facoltà di Giurisprudenza di Cagliari; manca solo “Lei“, di cui hanno scritto classici greci e latini, filosofi e poeti, Lei che, negli Stati Uniti, è un valore esplicitamente sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza: la felicità.

    In un mondo che sembra aver perduto la dimensione uomo a vantaggio del solo dio denaro, in un mondo in cui la stessa natura sembra ribellarsi scatenando l’ira incontrollabile dei suoi elementi, ritrovare un sorriso, la gioia, la serenità sembra quasi una chimera irraggiungibile e, allora, ben venga una scuola con tanto di certificato che ci aiuti a riacquistare la smarrita via.

    Al di là della facile ironia, esistono studi scientifici, come quello pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, condotto dall’University College di Londra e firmato da Andrew Steptoe e Jane Wardle, in cui viene dimostrato che la felicità riduce fino al 35% la percentuale di rischio di morte .

    Il problema è come raggiungerla, celata nei meandri più reconditi dell’area sensitiva del nostro cervello, e dotata di natura bizzarra come ci viene rivelato dai ricercatori della Cornell University, in Usa. “Il buon umore si alza presto al mattino e va a letto tardi la sera. Ma durante il giorno è piuttosto sfuggente, lasciando il posto ai cattivi pensieri”, questa è la conclusione a cui si è giunti analizzando “i cinguettii” che persone di tutto il mondo si scambiano su Twitter. Dunque, dal “bisogno di ammortizzare i fastidi e i dolori della vita”, come spiega Giorgio Pisano, nasce questo ambizioso progetto in terra sarda e, se non sarà felicità, sarà almeno uno “scudo stellare” contro il male di vivere di tal Eugenio Montale.

    Adriana Morando

  • Trasfusione di sangue artificiale: la nuova frontiera della medicina

    Trasfusione di sangue artificiale: la nuova frontiera della medicina

    Sangue artificialeOgni giorno, la medicina ci stupisce con piccoli miracoli che rappresentano le tappe essenziali per un traguardo ambizioso. Un esperimento di marca francese, portato a termine dall’equipe di Luc Douay della Université Pierre et Marie Curie di Parigi e pubblicato dalla rivista scientifica “Blood”, apre la strada alle trasfusioni di sangue artificiale.

    Il sangue umano viene prodotto all’interno delle ossa lunghe, a partire da cellule staminali pluripotenti (CD34+ HSC) in grado, attraverso tappe successive, regolate da fattori di crescita, di trasformarsi in eritrociti (globuli rossi), deputati a rifornire l’intero organismo dell’ossigeno necessario per i processi metabolici.

    Seguendo i modelli biologici, i ricercatori francesi hanno prelevato cellule CD34+ HSC dal midollo osseo di un volontario, le hanno messe in coltura, stimolate a crescere, a differenziarsi ed, infine, trasfuse nello stesso donatore. Questi globuli rossi “artificiali” sono risultati perfettamente funzionanti in termini di contenuti in enzimi, di idoneità della loro emoglobina a fissare l’ossigeno, di validità di espressione dei vari gruppi sanguigni, di capacità di sopravvivenza.

    Lo testimonia il fatto che, dopo 5 giorni, il 94% degli eritrociti erano presenti in circolo e, dopo 26 giorni, ne persisteva ancora un numero compreso tra il 41 e il 63%, seguendo una curva di decrescita paragonabile a quella fisiologica.

    Analoghi tentativi erano stati condotti, nel 2008, dal team di Robert Lanza della Advanced Cell Technology (Usa), partendo da cellule embrionali e da cellule staminali della cute senza però testarne l’efficacia in vivo. La limitazione dell’esperimento sta nella quantità di sangue ottenuto, pari a 2 ml, a fronte di una quota minima necessaria di circa 200 volte superiore, corrispondente a una coltura cellulare di 400 litri.

    I vantaggi di una simile tecnica, che si pensa possa essere ottimizzata nell’arco di 10 anni, risulta però evidente: un “autotrasfusione” eliminerebbe rischi di contagio da sangue infetto e, in generale, ci sarebbe più facilità a reperire gruppi sanguigni rari, più efficienza nel superare le incompatibilità che si creano in caso di politrasfusioni come quelle occorrenti in patologie quali talassemia o emofilia e, non ultima, una risorsa inesauribile di sangue di gruppo “zero negativo”, il così detto “donatore universale“, colmando, in modo definitivo, quello che è il divario attuale tra la domanda e l’offerta di questo prezioso elemento.

    Resta il problema che, dopo catastrofi naturali o in luoghi remoti, sia difficile ricorrere a sangue fresco il quale necessita di particolari cautele per il trasporto. E’ una ricerca di cui si occupa Chris Cooper della University of Essex a Colchester, Regno Unito, tesa ad elaborare sostituti artificiali e, in particolare, alla creazione di una emoglobina meno tossica di quella esistente in formula chimicamente alterata: un’ altra sfida scritta nel futuro.

    Adriana Morando

  • Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    PortoHo incontrato Giuseppe Marcenaro un pomeriggio nella sua casa in salita Santa Brigida. Dalle finestre della sua abitazione è possibile scorgere il profilo della città, i tetti che si sfiorano e il labirinto dei vicoli, arrivando con lo sguardo fino al mare.

    Curatore di mostre in Italia e all’estero (dedicate fra l’altro a Sthendal; Montale; Genova nel Novecento; Viaggio in Italia; Russia e Urss), giornalista, scrittore, chiamato ad insegnare in diverse università anche straniere, il professor Marcenaro ha scritto molto su Genova ma paradossalmente la nostra città sembra non considerarlo a sufficenza.

    Sono un esule in patria. La mia collaborazione con Il Secolo XIX è l’unico rapporto che mantengo con Genova”. Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata seduti nel suo studio circondati dalla sua immensa biblioteca. Lettore accanito Marcenaro ha raccolto tutte le citazioni su Genova e sulla Liguria trovate nelle sue letture. Queste testimonianze di illustri viaggiatori transitati per la nostra regione sono raccolte nel suo libro Viaggio in Liguria (Sagep, 1992).

    Il più recente Genova e le sue storie (Bruno Mondadori, 2004) nasce invece dall’esigenza di costruire un’immagine letteraria alla nostra città. “Un libro su Genova come Dublineers di Joyce sarebbe straordinario”. Secondo lui Genova è un libro mancato. “Tutte le grandi città hanno il loro libro, Milano ha I Promessi sposi, Roma ha Gli indifferenti e molti altri, a Genova c’è stato il tentativo di Remigio Zena con La bocca del lupo, un libro di buona qualità, poi nessuno si è più cimentato in questa impresa. La prima edizione di Genova e le sue storie è del 2004, è uscito in occasione delle celebrazioni per Genova capitale europea della cultura. L’editore mi aveva chiamato chiedendomi di realizzare una guida su Genova”.

    In realtà è una guida non convenzionale, con intento polemico, il cui scopo è divertire, un tour che esplora le caratteristiche di Genova e dei suoi abitanti, ne mette in luce difetti e vizi antichi, attraverso testimonianze storiche e letterarie che forniscono molteplici spunti di riflessione.“Quello che mi interessa principalmente è indagare il carattere dei genovesi”. Con il professore abbiamo approfondito alcuni temi particolarmente significativi per la realtà odierna. .

    Marcenaro dedica un capitolo allo storico cardinale, Giuseppe Siri, “Figura emblematica di genovese” e all’impronta indelebile che ha lasciato sulla città e sulle coscienze dei cittadini con il suo conservatorismo inflessibile.

    La tendenza all’immobilismo, tipica delle strutture sociali che hanno dominato Genova, ha forgiato il carattere degli abitanti, sin dal 1628, quando Giulio Cesare Vacchero, colui che aveva cospirato contro la Repubblica, fu punito duramente, decapitato e il suo palazzo raso al suolo. ”Guai a chi osasse mettere a repentaglio l’equilibrio del governo cittadino”.

    Nei secoli la vecchia oligarchia si è trasformata, ma non è tramontata. “Si è autoriprodotta nei vari gruppi che impongono un potere di posizione, dando luogo a tanti monolitici piccoli soviet, somiglianti in maniera sorprendente agli antichi alberghi in cui si consorziavano le famiglie nobili e che hanno fatto scuola, diffondendo un sistema di protezione e privilegio chiuso, caparbio e ostinato, per conservare i diritti di casta… I borghesi del soldo si considerano gli eredi naturali delle passate grandezze. La ‘nobiltà operaia’ dell’ industria, della cantieristica – un tempo nella Stalingrado d’Italia (Sampierdarena) e nella Piccola Russia (Sestri Ponente) – e la corporazione dei portuali, appartenenti ormai a un giurassico genovese, orgogliosi del monopolio di una verità, hanno diffuso la convinzione che il bene collettivo – posto interessi – può venire soltanto dai circuiti chiusi”. Non c’è posto per chi è diverso e non allineato.

    Genova è davvero come la fortezza Bastiani di Dino Buzzati”. Siamo circondati da mura, e non si tratta solo della nostra storica cinta muraria ma di barriere mentali difficili da abbattere.

    Giuseppe MarcenaroNel 2004 quando scrivevo questo libro ero convinto che la città avesse ancora una possibilità di rilancio”. Un risveglio che può avvenire solo attraverso i tanto odiati forestieri, la nuova massa di turisti che muove verso Genova attratta da tesori sconosciuti e nascosti per anni, che oggi ritrovano la luce. “Attualmente non sono più convinto che Genova possa rialzarsi. Viviamo un momento di eclissi. E’ una questione di mentalità e non di appartenenza politica. Le amministrazioni cittadine, di qualunque colore siano, in questi anni hanno dimostrato spesso la medesima chiusura mentale. Oggi si è fatta la scelta di privilegiare la promozione di una cultura popolare facilmente accessibile. L’esempio tipico è la notte bianca. Ma a cosa servono le notti bianche se poi da tempo non si organizzano mostre importanti a Palazzo Ducale? Genova non sa più pensare in grande, non sa osare, è questo il problema. Oggi è passato il concetto che Genova è la città di De Andrè. Ma Genova non è solo De Andrè. Genova è anche la città di Eugenio Montale, un premio Nobel per la Letteratura, attualmente quasi dimenticato. Durante i miei viaggi, la passione per lapidi e targhe mi porta sempre alla ricerca di queste testimonianze storiche. Nel 2004 avevo proposto di installare qualche lapide anche nella nostra città per mostrare ai tanti turisti stranieri che famosi loro connazionali erano passati di qua. Mi sarebbe piaciuto che nell’atrio della stazione Principe fosse ricordato che lì era arrivato Arthur Rimbaud. Anche perché l’ultima città che il poeta vide fu proprio Genova e da qui partì per l’Africa abbandonando la poesia e dedicandosi al commercio. Oppure in via Balbi ricordare la testimonianza di Sthendal che la definì una delle più belle strade del mondo. Questa idea è caduta nel vuoto. Il discorso fondamentale è che non sappiamo venderci, non sappiamo promuovere la città”.

    Il capitolo dedicato a Piazza Banchi analizza quasi sociologicamente le trasformazioni della città. Passeggiando in questi giorni nei dintorni di Piazza Banchi si percepisce una città alla continua ricerca della propria identità. Per la piazza che fu il centro degli affari della Superba si incrociano turisti, extracomunitari, qualche tossico ciondolante, e sparuti genovesi che si aggirano con occhio vigile, rappresentazione di universi a sé stanti, che si ignorano ma sono costretti a vivere a stretto contatto. L’immagine di via S. Luca, via Orefici, via S. Pietro in Banchi con le loro file di negozi e lo strùscio della gente, contrasta nettamente con il degrado e il colpevole abbandono in cui giàcciono i vicoli adiacenti. Sedute sui gradini, di fronte ai bassi, le prostitute ci osservano nell’attesa di clienti. “E’ il fascino babelico della nostra città”.

    Una città che si interroga sul proprio destino. “Oggi Genova deve decidere da che parte stare. O diventa una città multiculturale oppure decide di chiudersi dentro le proprie mura. Ma una decisione va presa, bisogna trovare una nostra identità. Impariamo a decidere. Qui invece abbiamo la tendenza ad aspettare che gli avvenimenti avvengano, inevitabilmente. Ne è un esempio la questione della moschea. Per me va fatta. Ma bisogna che una decisione venga presa una volta per tutte e smetterla con il continuo tira e molla. Abbiamo il culto del non fare e del non lasciar fare. Questo è il concetto che ci sta portando alla decadenza”.

    Matteo Quadrone

  • La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    decrescitaAlle nostre orecchie “decrescita” suona come una parolaccia. La nostra civiltà è cresciuta sotto la splendida palma del consumo e della crescita economica, e il segno meno è difficile da digerire come indicazione positiva.

    Eppure, già negli anni settanta, il professore rumeno Georgescu-Roegen gettava le basi di un nuovo sistema economico in contrapposizione alla crescita del PIL come indicatore positivo. Egli dimostrò quanto la teoria dei consumi potesse facilmente condurre la società occidentale all’entropia, alla paralisi.

    Nel 1979 i suoi studi vennero pubblicati in Francia attirando l’attenzione degli economisti di tutto il mondo, e si iniziò a parlare di “decrescita” come nuova opportunità, di esaurimento delle risorse non rinnovabili… temi in completo contrasto con il senso comune di quegli anni, che guardava al futuro come a una crescita infinita, fuorviato dall’aumento delle ricchezze e dalla vita comoda.

    Oggi questo senso comune non dico sia mutato, ma senza ombra di dubbio le crepe del sistema sono visibili a chiunque e l’insofferenza generale inizia ad avvertirsi nitidamente. E affermare che il miglioramento delle condizioni di vita deve essere ottenuto senza aumentare il consumo, non è più scomunicante ed eretico.

    Serge Latouche, economista e filosofo francese, è fra i principali sostenitori della decrescita, ma in Italia anche gli studiosi Maurizio Pallante e il genovese Giovanni Siri, in ambiti diversi, si occupano della materia. Lo scopo è quello di dimostrare concretamente l’alternativa al corrente sistema economico: il “nuovo mondo”. Un’economia fondata sull’autolimitazione volontaria dei consumi a favore di un miglioramento della qualità della vita, da non confondersi con la “crescita negativa” della quale sentiamo parlare nei vari talk show politici.

    Un nuovo paradigma sociale quindi, lontano anni luce dal concetto di utopia e basato su alcuni principi portanti: non si può separare la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico, la limitatezza delle risorse contraddice il principio della crescita del PIL, la ricchezza prodotta dagli attuali sistemi economici consiste soltanto in beni e servizi e non tiene conto di altre forme di ricchezza indispensabili per la qualità della vita.

    Letture consigliate: Serge Latouche, “Come si esce dalla società dei consumi” / Giovanni Siri, “La psiche del consumo”

    Gabriele Serpe

     

    Ecco l’intervista di Giorgio Avanzino per Era Superba all’economista Serge Latouche

     

    IL MITO DELLA TORTA

    Siamo dentro alla teologia della crescita e non ne vediamo la stupidità. Dobbiamo ritrovare il senso della misura, restituire il suo significato alla parola lavoro. I tempi sono maturi per un cambiamento radicale del nostro stile di vita…” Serge Latouche

    Nel pieno di una crisi economica, sociale, culturale, della quale si fatica a vedere l’uscita, fra cambiamenti climatici, inquinamento, disoccupazione e peggioramento delle condizioni di lavoro, qual è la soluzione proposta da politici di ogni schieramento, economisti, giornalisti, industriali, sindacati, insomma da tutti? La parola magica: crescita, alias lavorare, produrre e consumare di più, nell’attesa che una tecnologia verde arrivi a salvarci dai suoi effetti collaterali. La via maestra passa per l’obsolescenza programmata di mercati saturi, come l’automobile e la telefonia, per la produzione di nuovi bisogni, per il concetto di povertà relativa, tutto con l’obbiettivo di rilanciare la produzione/consumo.

    Ma la crescita illimitata è auspicabile in un pianeta dalle risorse finite? Lavorare e consumare di più è davvero il fine dell’esistenza? Oggi, finita la sbornia del boom, dentro lo scenario peggiore, la società della crescita senza crescita , il segno meno del Pil, incubo evocato in ogni talk show, iniziamo a chiedercelo.  Per rifiutare il dogma che la crescita è buona, sempre e per tutti bisogna decolonizzare l’immaginario e uscire dalla cultura che la considera una verità rivelata, quasi religiosa: questa è la provocazione della decrescita serena proposta dal professore francese Serge Latouche.

    Nel suo ultimo libro, Latouche sfata il mito della torta che lievita all’infinito producendo più fette per tutti; è ora di chiedersi non quanto la torta della crescita potrà lievitare, ma quale sia la lista degli ingredienti: buoni o tossici?  Ma se l’economia è una religione, chi pratica la decrescita deve essere il suo ateo, e vivere come se non esistesse! Solo sospendendo la fede acritica nella crescita, potremo percepire la tossicità della torta, e non mangiarla più! I movimenti che si ispirano alla decrescita propongono un’autoriduzione volontaria, serena, della produzione e del consumo all’insegna del meno, ma meglio: non abolire il mercato, ma ricondurlo a semplice spazio sociale dello scambio impersonale; ristabilire un equilibrio tra uomo e ambiente; rilocalizzare la produzione di cibo; riscoprire la qualità della vita  La decrescita è una rivoluzione culturale, da non confondere con l’ambigua retorica della crescita verde, un’opulenza frugale che deriva dalla presa di coscienza che l’aumento dei consumi non può essere l’unico nostro orizzonte, a scapito dell’esistenza del nostro stesso pianeta.

    Andrea Macciò