Anno: 2014

  • Lanterna: apertura sino a dicembre grazie all’accordo con i Giovani Urbanisti. E il futuro?

    Lanterna: apertura sino a dicembre grazie all’accordo con i Giovani Urbanisti. E il futuro?

    Lanterna, di Daniele OrlandiAvviso ai naviganti: la Lanterna non chiuderà i battenti, i genovesi potranno dormire sonni tranquilli. Lo comunica il Comune di Genova, che lo scorso 30 giugno ha firmato un protocollo d’intesa con Provincia e Municipio Centro Ovest per la gestione del complesso di Lanterna, parco, passeggiata e museo (qui la nostra visita, l’approfondimento e le foto).
    Il protocollo, con
    durata semestrale, è attivo dal primo luglio e resterà in vigore fino al 31 dicembre. Tutte le operazioni sono state coordinate dall’assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune (soggetto capofila), che ha seguito la stesura dell’accordo e ha fatto sì che continuassero ad essere garantite le consuete visite annualmente svolte da circa 8 mila persone. 

    Dal 2004 al 30 giugno 2014 il complesso è stato amministrato esclusivamente dalla Provincia, concessionaria della proprietà demaniale. Da ora in poi, invece, i soggetti interessati nella gestione saranno tre e cercheranno non solo di salvaguardare questo luogo dal grande valore simbolico e affettivo, ma anche di dare slancio alle potenzialità turistiche del sito.

    Questo sarà possibile anche grazie alla collaborazione dell’associazione Giovani Urbanisti – Fondazione Labò (un gruppo composto da una decina di architetti e da un antropologo urbano), che si è assunta il compito di gestire il sito a titolo volontario, garantendo l’apertura e la fruizione turistica, svolgendo il servizio di bigliettazione e di prenotazione e occupandosi della pulizia. La Provincia, invece, da parte sua si farà carico della manutenzione ordinaria e straordinaria del complesso e dell’illuminazione del Museo e della Passeggiata, mentre il Comune si occuperà della promozione delle strutture e delle iniziative attraverso canali istituzionali come sito web, pagina facebook, newsletter e ufficio stampa (tutti e tre i soggetti saranno liberi di programmare manifestazioni ed eventi di carattere sociale e culturale). Esce di scena, dunque, la Fondazione Muvita, partecipata al 100% dalla Provincia, che gestiva il complesso.

    Qualche informazione pratica: con la nuova gestione, gli orari di apertura del museo e della Lanterna vanno dalle 14.30 alle 18.30 il sabato, la domenica e nei giorni festivi; per la passeggiata, ogni giorno dalle 8 alle 20 per tutta l’estate. Inoltre, per uniformare il sito alle altre strutture museali cittadine e per farlo entrare in rete, il prezzo del biglietto, dai 6 euro precedenti, è stato abbassato a 5 euro per l’intero e 4 per il ridotto. I proventi saranno devoluti alla Fondazione Labò, a supporto dell’attività svolta.

    Chi sono i Giovani Urbanisti che gestiranno il simbolo di Genova? Un gruppo di giovani laureati esperti delle dinamiche cittadine: si occupano di progettazione sugli insediamenti umani e ricerca delle problematiche con speciale riferimento ad aspetti urbanistici, storici, sociali e culturali. «Come urbanisti, ma soprattutto come genovesi, siamo molto contenti che ci sia stata data questa splendida opportunità – commenta il Dott. Andrea De Caro, presidente – Affronteremo i prossimi mesi con grande entusiasmo, ma soprattutto con la volontà di rilanciare, per quanto possibile, il nostro simbolo. Le precedenti azioni di volontariato nella risistemazione e pulizia di alcune aree ed elementi del Complesso Monumentale degli scorsi giorni, infatti, avevano come obiettivo primario quello di attirare l’attenzione e di sensibilizzare la città verso il proprio simbolo, che sebbene venga utilizzato per rappresentare Genova ovunque, troppo spesso viene messo in secondo piano, mentre dovrebbe essere il biglietto da visita per la città. Per tale ragione, piuttosto che vederla chiudere e cadere nel dimenticatoio, appresa la notizia, ci siamo proposti per “adottarla”. Allo scadere dei sei mesi certo non ci tireremo indietro, purtroppo ad oggi non è possibile fare previsioni precise, ma per la Lanterna ci saremo sempre».

    Gennaio 2015: il futuro della Lanterna

    I giovani volontari, dunque, non si tireranno indietro. Questi sei mesi saranno un banco di prova importante non solo per loro ma per tutti i soggetti coinvolti. Perché se è vero che ad oggi questa soluzione mette d’accordo tutti, di certo non si può affermare che si tratti di quella definitiva: tra sei mesi potrebbe ricrearsi una situazione analoga a quella che ha portato ad un passo dalla chiusura. Sarà importante, soprattutto, la collaborazione fra i volontari e il Comune, in quanto gestione e promozione – due facce imprescindibili della stessa medaglia – saranno di fatto attività svolte da due figure diverse.

    In questo il Comune, nella persona dell’assessore Sibilla,  assicura che l’obiettivo di Tursi è proseguire nella direzione della continuità e dell’assunzione di responsabilità, anche allo scadere dell’accordo. «Abbiamo recepito il grido d’aiuto della Provincia che non più in grado di sostenere economicamente Muvita. Abbiamo messo tutti i soggetti interessati attorno a un tavolo per stipulare il protocollo, mettendo in campo competenze, grande spirito d’iniziativa e tutte le nostre conoscenze. Il Comune è capofila, e si assume la responsabilità ultima del progetto: in questi primi 6 mesi non avremo costi diretti di gestione e sfrutteremo questo tempo per promuovere e mettere in rete il sito, e soprattutto per capire come si possa gestire al meglio in futuro. Ci sarà continuità: stiamo stringendo una convenzione specifica per regolare l’operativo e c’è volontà da parte del Comune di valorizzare il complesso».

    In Consiglio comunale, proprio il 1 luglio primo giorno della nuova gestione, Vittoria Musso, del gruppo consiliare Lista Musso, ha attaccato duramente la politica del Comune riguardo al simbolo della città. «L’atteggiamento del Comune negli anni passati mi ha fatta inorridire, non si è mai occupato né di seguire la gestione, né di promuovere la Lanterna. È aperta dal ’96 ma la possibilità di raggiungerla e visitarla era poco divulgata. Ora si deve pensare in un altro modo e si deve cercare una continuità che vada oltre il 31 dicembre: l’impegno economico per la gestione del complesso si aggira attorno ai 50 mila euro all’anno, non è eccessivo per il Comune, e se lo fosse si potrebbero trovare anche sponsor esterni». 

     Elettra Antognetti

  • Voltri: il punto su Spiaggia dei Bambini, nuova piazza per il quartiere e piastra sanitaria

    Voltri: il punto su Spiaggia dei Bambini, nuova piazza per il quartiere e piastra sanitaria

    Una persona sulla spiaggia di VoltriI bambini voltresi, e non solo, possono tornare a sorridere: tra pochi giorni avranno nuovamente la loro spiaggia, la “Spiaggia dei Bambini”, appunto. Colpita da una forte mareggiata a fine dicembre 2013, questa zona del litorale ponentino è stata fino a oggi sostanzialmente inaccessibile: colpa del più classico dei rimpalli tra istituzioni, in questo caso tra Comune e Autorità portuale. Un’impasse che ha rischiato di privare i genovesi di un servizio molto prezioso.
    Il progetto, nato nel 2004 attraverso un servizio di volontariato sostenuto dal circolo Arciragazzi Prometeo e dalla rete LET Ponente e abbracciato dal Municipio, consente a gruppi estivi che hanno a disposizione un bagnino di usare gratuitamente servizi igienici, spogliatoi, giochi e ombrelloni sulla spiaggia; ai gruppi che non hanno il bagnino, invece, viene direttamente fornita la professionalità a un costo medio di 0,75 Euro al giorno a bambino. In questo modo la spiaggia rimane libera ma viene “invasa” da decine di bambini: lo scorso anno la presenza media quotidiana è stata di circa 80 persone che hanno consentito di valorizzare il litorale pubblico, senza svenderlo o sfruttando speculativamente ogni centimetro della balneabilità cittadina. Il progetto può appoggiarsi anche su una palazzina dedicata, costruita durante i lavori della passeggiata a mare di Voltri, la cui gestione costa all’amministrazione circa 500 euro l’anno più le utenze.

    A lungo rimasto a rischio per questa stagione, tra pochi giorni il servizio potrà invece tornare operativo, come ha confermato in Consiglio comunale l’assessore Valeria Garotta, rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere di Lista Doria, Pierclaudio Brasesco: «La spiaggia cosiddetta dei bambini – ha annunciato Garotta – è stata resa agibile e nelle prossime ore verranno rimosse le transenne che ne precludevano l’accesso». L’intervento, tuttavia, non è stato effettuato dal Comune. «Tutto il litorale di Voltri, eccezion fatta per Vesima – ha spiegato l’assessore – è di proprietà del Demanio e di competenza di Autorità portuale. Tuttavia, avevamo concordato con Autorità portuale i lavori di rimozione della barra alla foce del torrente Leira e il riposizionamento all’interno della spiaggia: un intervento che però ha subito e subirà ulteriori ritardi per la necessità di analisi approfondite da parte di Arpal». Da qui le lungaggini che hanno impedito finora l’accesso anche alla spiaggia dei bambini: «Ma – conclude Garotta – con un intervento contingente di riposizionamento della sabbia, almeno questo spazio è nuovamente agibile. Nel frattempo, Autorità portuale ultimerà entro la prossima settimana il rimodellamento dei massi a protezione della passeggiata».

    La spiaggia di VoltriSoddisfatto il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente: «Dopo una lunga, difficile e faticosissima vertenza, i lavori sono cominciati da una settimana dopo che la situazione era sostanzialmente immobile dal 27 dicembre scorso. Abbiamo assistito a una sorta di lungo scambio di convenevoli tra Comune e Autorità portuale – commenta sarcasticamente il presidente – che ci ha visto “lievemente” alterati. A noi, infatti, interessava poco il soggetto competente ma volevamo solo che venisse garantito l’intervento di ripristino e messa in sicurezza della spiaggia per consentire ai bambini meno fortunati di tutta la città, non solo del ponente, di poter godere di un po’ tranquillità sulla spiaggia. Ci tenevamo particolarmente perché quello dei laboratori educativi territoriali è davvero un bel progetto».

    Avvenente coglie anche l’occasione per lanciare un chiaro messaggio a Comune e Autorità portuale: «A questo punto – tuona il presidente del Municipio – chiediamo che ci sia un chiarimento ufficiale, magari tramite legge regionale, che stabilisca in maniera chiara e inequivocabile a chi spettano gli interventi di riprofilatura e ripascimento delle spiagge del ponente che rientrano nell’ambito portuale (territorio che si estende da Punta Vagno ai Molini di Crevari): non può continuare a esserci questo rimpallo di responsabilità. Non siamo più disponibili a vivere un’esperienza come questa il prossimo anno».

    Piazza Caduti Partigiani Voltresi

    piazza VOLTRI 00Dallo stesso angolo di Ponente cittadino arriva un’altra notizia positiva: si tratta del quasi definitivo via libera ai lavori di riqualificazione degli attigui Giardini Caduti partigiani voltresi, secondo il progetto presentato dal Laboratorio Zerozoone ormai diversi anni fa (qui l’approfondimento). Anche in questo caso, lo scopo è offrire ai più piccoli uno spazio pubblico attivo, vivo e multifunzionale. Ancora il presidente Avvenente: «Se San Carlo Borromeo, protettore di Voltri, ci dà una mano forse entro la metà di luglio potrebbero finalmente partire i primi lavori».

    Si parla di un importo di 115 mila euro, finanziato principalmente dal Municipio e per 40 mila euro da fondi regionali, per cui è già stato assegnato l’appalto con apposito bando. «Il progetto complessivo – prosegue Avvenente – costa più della cifra che abbiamo attualmente a disposizione ma ci siamo raccomandati che qualsiasi intervento fatto sia in grado di soddisfare le esigenze degli abitanti e la fruibilità dei bambini fin da subito». Tradotto: i lavori procederanno in maniera modulare ma terminato il primo lotto i giardini dovranno già essere fruibili nella loro parte ristrutturata. «Quando poi avremo altri soldi a disposizione, potremo fare tutte le rifiniture andando ad abbellire ulteriormente quest’area prospiciente la passeggiata».

    Ex Coproma: piastra sanitaria a Voltri

    Voltri, ex CopromaSembra quasi incredibile ma all’orizzonte potrebbe intravedersi una terza notizia, sempre a sfondo pubblico, positiva per questo angolo di delegazione ponentina. Potrebbero partire in tempi mediamente brevi, infatti, i lavori di realizzazione della nuova piastra sanitaria all’interno dell’edificio ex Coproma: a fine gennaio, la Regione aveva annunciato lo stanziamento di 2 milioni di euro di fondi Fas per i lavori di riqualificazione a cui si sarebbero aggiunti altri 500 mila euro da parte di Asl. Da allora se n’è saputo più poco o nulla. «Ci avevamo messo il cuore sopra sul fatto che i lavori potessero partire in un lasso ragionevole di tempo – ammette il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – ma non è stato possibile per la cronica carenza di risorse delle istituzioni locali per cui anche la Regione ha dovuto fare i conti con i tagli all’edilizia sanitaria».

    Ma il progetto, benché ridimensionato rispetto alla proposta risalente ormai a qualche anno fa, non è tramontata del tutto, anche se la prima transenna deve ancora essere messa: «Il vicepresidente Montaldo – racconta Avvenente – circa un anno fa ci aveva comunicato che la Regione avrebbe avuto le risorse limitatamente alla ristrutturazione del piano terreno. Nel piano superiore, invece, dovrebbero trovare collocazione le nuove sedi della Croce Rossa provinciale e regionale. Con queste conferme definitive potrebbe finalmente partire la ristrutturazione mettendo insieme un intervento di carattere pubblico, che prevede l’implementazione della piastra ambulatoriale di via Camozzini in funzione da tre anni nel vecchio ospedale restaurato, e un intervento privato sempre in ambito sanitario».

  • Fiera di Genova, il Comune ha due anni di tempo per vendere le aree. La discussione a Tursi

    Fiera di Genova, il Comune ha due anni di tempo per vendere le aree. La discussione a Tursi

    vista su corso aurelio saffiSi sposterà in Consiglio comunale, presumibilmente nella seduta di martedì 8 luglio, la discussione sul futuro delle aree della Fiera di Genova non più necessarie alle attività fieristiche (qui l’approfondimento). Questa è la decisione che hanno preso ieri all’unanimità le Commissioni Bilancio, Territorio e Sviluppo economico riunite congiuntamente per la terza seduta sul tema.
    Ma la situazione non è assolutamente risolta. Il passaggio in aula è stato votato solo per poter ampliare la discussione e dare la possibilità a tutti i gruppi politici di presentare i propri emendamenti. E a giudicare dalle premesse non saranno pochi.

    La questione più calda è sempre la porzione di area che potrebbe essere destinata ad attività commerciali e alimentari. La delibera, che non rappresenta l’autorizzazione a una variazione del Puc ma dà solo mandato al sindaco ad avviare un tavolo tra Comune, Regione e Autorità portuale che dovrà condurre alla stipula di un accordo di programma con cui giungere al bando di vendita delle aree e quindi alle eventuali richieste di varianti urbanistiche, fissa come noto il limite a 15 mila metri quadrati per le attività commerciali, di cui massimo 2500 per il settore alimentare. L’abbassamento di queste quote, come ha più volte avuto modo di sottolineare il vicesindaco Bernini, rappresenterebbe il famoso quid che potrebbe essere la discriminante decisiva per la scelta dell’offerta d’acquisto vincente. Va, inoltre, considerato che in sede di conferenza dei servizi la stessa Autorità portuale potrebbe richiedere la disponibilità di alcune aree: di conseguenza, l’assetto complessivo è ancora ben lungi dall’essere definitivo.

    Il dibattito è molto vivo all’interno della stessa maggioranza, tanto che al momento la delibera proposta dal Comune rischierebbe seriamente di non avere i voti sufficienti per l’approvazione. Forti i dubbi delle sinistre a cui si aggiungono quelli di alcuni consiglieri del Pd (Villa, Malatesta, Russo e Vassallo i nomi circolati finora) che non voterebbero l’attuale stesura della delibera. Ecco allora arrivare la proposta di modifica che, con tutta probabilità, ridurrà ulteriormente l’area alimentare a 1500 metri quadrati. A dire il vero, si sta facendo largo anche l’idea di eliminazione totale dei vincoli dalla delibera: una strada però alquanto rischiosa perché lascerebbe campo libero alla speculazione commerciale, rischiando di produrre risultati esattamente opposti alla volontà di ostacolare la realizzazione di una Fiumara bis.

    Chi sa se la Giunta accetterà queste modifiche? Come già raccontato, infatti, di mezzo c’è un accordo preliminare di vendita tra Comune e Spim che fissa proprio questi valori. Ma anche se il vicesindaco Bernini desse il via libera all’emendamento, sarà sufficiente a far cambiare idea alla maggioranza dubbiosa? Quella che ci aspetta sarà sicuramente una settimana di trattative serrate anche perché, come sostiene il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile, «non può esistere un’opzione zero che porti al fallimento di Fiera. Bisogna trovare un modo per non trasformare l’area in una Fiumara 2 e lasciarsi piuttosto ispirare dal Porto Antico. Andiamo verso il fiorire di emendamenti e credo che la strada sia rappresentata da una riduzione quantomeno della superficie da dedicare all’alimentare e da una esplicitazione più precisa delle funzioni che dovranno avere le altre aree».

    Il segretario del Pd mette sul piatto anche un’altra questione da non sottovalutare, ovvero la sostanziale morte naturale del progetto di Ponte Parodi (qui l’approfondimento) per cui sarebbero previsti almeno altri 20 mila metri quadrati a destinazione commerciale (in attesa del futuro dell’Hennebique): «Magari non direttamente nella delibera ma attraverso un ordine del giorno collegato – ha detto ieri Terrile – credo sia fondamentale una presa di posizione pubblica da parte dell’Amministrazione che introduca alla conclusione del percorso per Ponte Parodi e dica che l’area commerciale non sarà più prevista in quella sede ma nei terreni ex fiera».

    Di sicuro arriverà anche un emendamento, promosso soprattutto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lista Musso, che tenterà di vincolare la stipula dell’accordo di programma tra Comune, Regione e Autorità Portuale a un concorso di idee che suggerisca l’aspetto futuro dell’area anche dal punto di vista urbanistico-architettonico. Sul tema, tuttavia, il vicesindaco Bernini ha preannunciato che la risposta potrebbe essere negativa non tanto per il merito quanto per una questione di tempi: il Comune deve, infatti, chiudere la vendita delle aree entro due anni per non doversi accollare in toto il costo delle aree che ammonta a oltre 18 milioni di euro. Una situazione che, malauguratamente, potrebbe proporsi anche qualora il bando di gara andasse deserto, come spesso è accaduto nel recente passato per spazi di città molto ampi e difficili da gestire.

    Insomma, tanta carne al fuoco che cuocerà lentamente questa settimana prima di essere servita sul piatto martedì prossimo, probabilmente con un’altra gustosissima portata relativa alle linee di indirizzo per il nuovo piano industriale di Amiu.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Amiu, ad D'Alema e presidente CastagnaLuglio è il mese decisivo per capire le future prospettive della gestione dei rifiuti a Genova. Sullo sfondo resta il caso Scarpino e, dunque, la necessità di superare il conferimento in discarica della frazione organica – causa principale degli sversamenti di percolato all’origine dell’emergenza – tramite un contestuale potenziamento della raccolta differenziata. Per attuarlo, confermano dall’Azienda Municipalizzata Igiene Urbana di Genova, si prevede la realizzazione di un biodigestore anaerobico, destinato al trattamento della parte umida per produrre energia e compost, e l’adeguamento degli attuali depositi temporanei, Campi in Val Polcevera e Volpara in Val Bisagno, per trasformarli in impianti di separazione secco-umido, prima che i rifiuti indifferenziati prendano la via di Scarpino, come peraltro impone la Legge. Inoltre,  parte oggi (1 luglio) la raccolta spinta dell’organico che coinvolge inizialmente tutti gli utenti che, per ragioni professionali (quindi esercizi commerciali, ditte, ecc.), ne producono grandi quantità, passando dagli attuali 750 a 2100; poi toccherà al resto della città.

    Le linee guida sono pronte da mesi (vedi il nostro approfondimento), si attende la presentazione del piano industriale di Amiu – redatto in sintonia con l’azionista dell’azienda, ovvero il Comune di Genova – ed il recepimento delle indicazioni del piano all’interno di una delibera di indirizzo che approderà in Consiglio comunale probabilmente martedì 8 luglio.
    L’obiettivo della Giunta, a dire il vero, era quello di portare la delibera in Aula Rossa entro la seduta di oggi; ma ancora una volta i tempi sono stati disattesi, nonostante la convocazione in fretta e furia di una conferenza stampa nel pomeriggio di ieri in cui l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, avrebbe dovuto illustrare le linee guida che l’Amministrazione vorrebbe fornire alla propria partecipata. Nel primissimo pomeriggio, infatti, la delibera sarebbe dovuta passare al vaglio di una seduta di Giunta straordinaria, ma la convocazione dei giornalisti immediatamente dopo l’approvazione ha fatto salire su tutte le furie molti consiglieri (riuniti a Palazzo Tursi nella Commissione che discuteva il futuro delle aree di Fiera di Genova), che hanno “minacciato” di presenziare alla conferenza stampa. Così, puntualmente, pochi minuti dopo questa presa di posizione, ecco arrivare la revoca della convocazione dei giornalisti. Tra oggi e domani verrà convocata una nuova Giunta straordinaria, chissà se poi toccherà nuovamente ai giornalisti o si aspetterà formalmente un confronto (in Commissione o direttamente in Consiglio comunale) con i consiglieri.

    Il centro Amiu di Bolzaneto e la localizzazione dei nuovi impianti

    Scarpino«La questione Scarpino, le indagini della magistratura, e la situazione emergenziale venutasi a creare con lo sversamento del percolato – spiega Enrico Pignone, consigliere comunale della Lista Doria, conoscitore delle tematiche connesse alla gestione dei rifiuti in virtù della sua precedente esperienza nell’associazione Amici del Chiaravagna – ci impongono di fare particolare attenzione, nella stesura delle indicazioni, tenendo conto dell’improcrastinabile messa in sicurezza e chiusura definitiva di Scarpino 1, dunque ipotizzando una modalità di raccolta differenziata (RD) potenziata secondo la quale i rifiuti umidi non dovranno mai più finire in discarica. Per quanto riguarda la tecnologia dei nuovi impianti previsti, in primis del biodigestore anaerobico, parliamo di impianti a freddo».
    Secondo Pignone «Innanzittutto sarà importante trovare una sostenibilità economica, ad esempio recuperando l’energia prodotta dal biodigestore, e coprendo così, almeno parzialmente, i costi del servizio svolto da Amiu. Se vogliamo riorganizzare il sistema in maniera opportuna, seguendo la filiera dell’economia circolare, prima dobbiamo raggiungere una riduzione dei rifiuti alla fonte. Insomma, occorrono politiche connesse al contenimento dei rifiuti, non possiamo continuare a comportarci come avviene oggi».
    Nel prossimo futuro il servizio dovrà svilupparsi in funzione di un’idea ben precisa «Noi ci stiamo proponendo di aumentare la RD in funzione del recupero di materia, quindi bisogna stimolare la creazione di una filiera industriale per il trattamento e la trasformazione dei rifiuti ai fini del loro recupero e riuso, ovvero la vendita sottolinea il consigliere comunale della Lista Doria – In tal senso è necessario stabilire un rapporto con l’imprenditoria interessata al settore. I privati ci sono, ora dobbiamo mettere in piedi un’organizzazione adeguata per le diverse filiere».
    Magari partendo dal lungimirante esempio del centro Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) – inaugurato nel marzo 2013 – per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, capace di separare e trattare imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak.

    La localizzazione dei nuovi impianti è l’aspetto più delicato dell’intera faccenda. «Prima si prevedeva di realizzarli a Scarpino, oggi dopo tutto quello che è accaduto, investire milioni di euro su quell’area mi sembra decisamente improbabile – spiega Pignone – Stiamo ipotizzando, dunque, di poter usufruire delle aree industriali che l’Ilva di Cornigliano non intende più utilizzare. Spazi che ovviamente interessano a molteplici soggetti. Se il Comune riuscisse a costituire, a Cornigliano, una sorta di polo unico, comprendente il biodigestore ed altri impianti di separazione e trattamento dei rifiuti, sarebbe un buon risultato. Considera che il centro di Bolzaneto in via Sardorella è ubicato presso un capannone in affitto. L’obiettivo è abbattere, per quanto possibile, i costi».
    L’adeguamento dei siti di Volpara e Campi, invece «Rappresenta la risposta all’emergenza legata alla frazione umida – continua Pignone – Si tratta di impianti, non invasivi dal punto di vista ambientale, che separeranno immediatamente la parte organica da quella secca. In Val Bisagno tale progetto ha già suscitato la contrarietà di comitati e cittadini, una reazione comprensibile visto che le persone non si fidano più di una classe politica che per anni ha fatto promesse senza mai mantenerle. Io penso che, se davvero vogliamo essere credibili, nell’arco di quest’anno dobbiamo avviare la realizzazione degli impianti e mettere in pratica una RD efficace, fin da subito, non possiamo perdere altro tempo».
    Biodigestore, impianti di separazione secco-umido, impianti di trattamento, coinvolgimento dei privati per la parte economica «La chiusura del ciclo a freddo vuol dire questo. Per Genova, seguire tale schema, significa diventare una delle prime città, a livello europeo, ad accogliere la filosofia di “rifiuti zero”».

    Il biodigestore

    raccolta-rifiutiLa realizzazione del biodigestore è probabilmente il tassello principale del progetto complessivo. «In termini economici la spesa sarebbe di qualche milione di euro, cifra comunque ridicola rispetto alle centinaia di milioni necessari per costruire un inceneritore – afferma l’esponente della Lista Doria in consiglio comunale – La Regione ci deve mettere una quota. Ma dovremo trovare altre risorse, ad esempio bussando alla Cassa Depositi e Prestiti che prevede una parte di finanziamenti espressamente dedicati a simili impianti. Insomma, le condizioni economiche per immaginare l’intervento ci sono. Io non mi scandalizzerei se Amiu, in questo processo, fosse affiancata da un partner finanziario. Attenzione, però, sto parlando di un partner esclusivamente economico, non industriale, perché sennò si instaurerebbero delle logiche di mercato distanti dalla mission dell’azienda municipalizzata».
    Enrico Pignone conclude lanciando una proposta a prima vista provocatoria ma sicuramente innovativa. «Il Comune potrebbe emettere dei bond comunali (nel linguaggio economico e finanziario obbligazione, nda) tramite i quali i cittadini genovesi avrebbero l’opportunità di acquistare il nuovo biodigestore, impianto che in qualche misura, attraverso la produzione di energia e compost, consentirà una rendita economica. Sarebbe una scelta dei singoli che condividono la filosofia alla base della futura gestione dei rifiuti. Proporre una cosa del genere in Italia sembra fantascienza ma in altri Paesi non è così. Io penso che almeno una parte della copertura economica dell’impianto sarebbe reperibile in questo modo».

    Da rifiuto a risorsa: la produzione di biometano

    Era Superba ha chiesto un parere al prof. Federico Valerio, chimico ambientale da sempre impegnato sul tema della gestione dei rifiuti in città. «Io le posso dire qual è, secondo l’associazione dei Medici per l’Ambiente (Isde), la tecnologia migliore per il trattamento dell’umido. Per una città delle dimensioni di Genova il biodigestore anaerobico può essere una buona soluzione, a patto che sussistano due condizioni in grado di rendere davvero efficiente l’intero processo. La prima è che il digestato, ovvero la parte che resta dopo il trattamento biologico (con l’uso di battere anaerobi), sia sottoposto a trattamento aerobico per migliorare le caratteristiche del compost che, a quel punto, potrà essere immesso sul mercato. Stiamo facendo pressioni su Amiu affinché tenga conto di tale condizione. La seconda è che il nuovo impianto venga utilizzato anche per produrre una particolare forma di metano chiamato biometano (per distinguerlo dal metano fossile). Un biodigestore da circa 50 mila tonnellate, come quello previsto a Genova, potrebbe produrre biometano per coprire il consumo domestico per cucina e acqua calda di tutti i genovesi. Non mi sembra un aspetto per nulla trascurabile. I vantaggi della messa in rete del biometano sono molteplici: si può immagazzinare nei periodi di minor consumo, la sua produzione è costante tutto l’anno, è una fonte di energia rinnovabile e la materia prima, gli scarti organici, è una produzione nazionale».
    La frazione umida destinata al biodigestore «Dovrà essere di ottima qualità – continua Valerio – Per questo motivo sarebbe opportuno sviluppare una raccolta porta a porta, come gli ambientalisti sostengono da anni. Amiu a luglio dovrebbe partire con la raccolta spinta dell’umido prodotto dagli esercizi commerciali, ma poi occorrerà estenderla a tutti i cittadini. Comunque bisogna puntare sulla riduzione di rifiuti alla fonte. Fondamentale è la comunicazione ai cittadini, Amiu dovrebbe impegnarsi di più in questa direzione.».

    Per quanto riguarda l’impiantistica di separazione secco/umido «Dovrebbe riguardare soltanto la parte rimasta non differenziata, si presume un 10-20% di umido – afferma Valerio – I nuovi impianti permetteranno di non conferire l’umido in discarica e, vista la situazione di Scarpino dovuta al percolato, sappiamo quanto ciò sia importante. Inoltre, in prospettiva futura consentiranno il recupero anche di altri materiali. Come avviene nel centro di Bolzaneto in via Sardorella. Dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica l’Unione Europea. Io propongo di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
    Anche per il prof. Valerio la soluzione più logica sarebbe quella di realizzare un polo unico nelle aree Ilva di Cornigliano, dove presumibilmente troverà ubicazione il biodigestore. «L’insieme di questi interventi rappresenta un passo avanti notevole – conclude Valerio – L’Europa si muove verso la filosofia “rifiuti zero”, verso l’economia circolare che finalmente l’Amiu del presidente Marco Castagna sta promuovendo. Genova oggi è al bivio. Scarpino ormai è insostenibile. Fortunatamente, però, non avere preso decisioni scellerate in passato, mi riferisco alla realizzazione dell’inceneritore, adesso ci offre l’opportunità di imboccare finalmente la strada giusta».

     

    Matteo Quadrone

  • San Desiderio, molto di più che una squadra di calcio. La favola sportiva e la raccolta fondi

    San Desiderio, molto di più che una squadra di calcio. La favola sportiva e la raccolta fondi

    san-desiderioIl quartiere genovese di San Desiderio vive da ormai 15 anni una favola sportiva unica nel suo genere, a Genova e probabilmente anche in Italia. Una società dilettantistica che può contare su una vera e propria tifoseria organizzata che è allo stesso tempo proprietaria e amministratrice del club. Era Superba non si occupa di sport, ma questa storia va ben oltre la cronaca sportiva e merita senza dubbio di essere raccontata. Qualche settimana fa è arrivato il grande salto nel Campionato regionale di Promozione con il successo sul campo e la grande festa dei tifosi giallo blu, una rincorsa durata un’intera stagione, una vittoria inaspettata e quindi ancora più goduta, ma che significa anche maggiori sforzi economici per l’iscrizione alla prossima stagione sportiva. Da qui l’idea di organizzare una campagna di crowdfunding fra gli abitanti del quartiere (e non solo) per permettere alla società di disputare il campionato regionale 2014/2015. 

    «San Desiderio è un quartiere che mi viene più facile definire paese, a Sande si ferma la strada sotto il Monte Fasce, la passione resta imprigionata nell’Alta Valle Sturla – esordisce così il presidente e primo tifoso del San Desiderio Silvio Frangioni – Qui la gente cresce, parte ma poi torna. Il Sande è elemento di unione per molte generazioni, sopratutto per i ragazzi nati negli anni 80 e 90. Abbiamo rifondato la squadra nel 1999 dopo 18 anni di assenza, il vecchio San Desiderio aveva intrapreso un percorso importante culminato con la promozione in Serie D nei primi anni ’80, ma per farlo si era dovuto fondere prima con il Quarto e poi con il Rapallo Ruentes. Noi, oggi, siamo riusciti ad approdare in un Campionato regionale come la Promozione senza fonderci con nessuno, ma facendo tutto con le nostre forze, e puntando molto sui valori che forse solo in un paese possono essere così tangibili e reali».

    Una campagna crowdfunding (qui il link) per sostenere l’iscrizione alla promozione e un video per promuovere l’iniziativa. I primi giorni di raccolta sembranoessere partiti con il piede giusto… «I costi in Promozione raddopiano rispetto alla prima categoria; con alcuni amici abbiamo avuto l’idea di provare questa iniziativa 2.0 e dopo tanta fatica e sudore versato siamo riusciti a produrre un video che a nostro parere rappresenta davvero l’essenza giallo blu».

    san-desiderio-2Una grande sfida, insomma, quella che Frangioni e i suoi vogliono vincere. Quella del San Desiderio è una tradizione ben consolidata. «Ormai sono 15 anni che abbiamo un seguito importante che ci ha accompagnato in tutta la provincia. Lo zoccolo duro è composto da qualche decina di persone che di anno in anno aumenta in maniera importante. Io faccio il presidente da due anni e sono il primo tifoso della squadra, in Consiglio con me abbiamo tanti miei coetanei che hanno vissuto il Sande dall’inizio e due anni fa quando sono terminate le Presidenze “foreste” si sono impegnati con me per non far sparire il San Desiderio; all’inizio sono stato eletto Presidente Pro-Tempore, ma poi non essendo subentrato nessuno… sono andato avanti sino ad oggi! E tutto sommato siamo andati oltre le più rosee aspettative mettendo a segno due promozioni di fila…»

    Anche i giocatori partecipano attivamente a questa favola di calcio, rinunciando al compenso. Come avete convinto il gruppo di calciatori a sposare la vostra causa senza puntare sul compenso economico? «Quest’anno solo tre ragazzi prendevano un rimborso, un gesto simbolico per alcuni dei giocatori più rappresentativi. La piazza di Sande ci permette di avere con noi dei giocatori che da altre parti potrebbero sicuramente riuscire ad ottenere dei compensi. I tifosi e l’aria che si respira a San Desiderio sono speciali, speriamo di continuare a respirare quest’aria ancora per tanti anni. Servirà la dedizione e la collaborazione di tutti. Forza Sande!».

  • L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    Euphorbia-1La pianta di cui parliamo questa settimana appartiene alla famiglia delle Euphorbaceae ed è assai comune lungo le coste e nelle aree dal clima mediterraneo, in particolare dell’Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia. Il nome trarrebbe origine dal medico Euphorbus che avrebbe utilizzato il succo lattiginoso e biancastro, proveniente dai rami della pianta, nella preparazione delle sue pozioni. A seconda della specie, vi sono tipologie legnose o erbacee, tutte diverse tra loro ma accomunate dalla tipologia della fioritura. La caratteristica principale della pianta consiste proprio nei caratteristici fiori che si formano in tarda primavera o inizio estate e che ricoprono la parte terminale dei rami. Il loro colore è estremamente raro e quasi unico in Natura, sono infatti di un giallo verde accesso, acido, inusuale e quasi fosforescente sotto il sole. Alcune specie presentano caratteristiche campanelle dal cuore marrone brunastro, anch’esse estremamente inusuali.

    Euphorbia characiasL’ Euphorbia è frugalissima, spontanea nell’area mediterranea, non richiede nessuna particolare tecnica colturale: né specifiche concimazioni, né potature e neppure di essere annaffiata. Essa è poi soggetta al fenomeno dell’“estivazione”: la pianta, per sopravvivere alla estrema calura estiva, lascia infatti che tutte le foglie (lanceolate e di un bel verde brillante) cadano e rimane completamente spoglia. La traspirazione dell’Euphorbia viene così ridotta al minimo e le esigenze idriche sono quasi azzerate. La pianta butterà, alle prime piogge e nella successiva primavera, nuove foglie e nuovi fiori, tornando rigogliosissima come se nulla fosse accaduto.

    Euphorbia-4

    Una ulteriore particolarità dell’essenza consiste nelle modalità di diffusione dei suoi semi. Questi ultimi vengono infatti letteralmente gettati, per effetto dell’esplosione -sotto il cocente sole estivo- dei baccelli che li contengono, lontano dalla pianta madre.
    Perfetto è l’utilizzo di questa pianta, specie di quella arbustiva, nei bordi misti di essenze mediterranee. L’Euphorbia presenta infatti una struttura articolata di rami, foglie e fiori dalle colorazioni particolari che completano gli insiemi di piante dalle chiome grigiastre (ad es: Westringia, Ulivo,…) o verdi scuro (ad es. Mirto). Nelle estati più torride quando l’arbusto perde le foglie, l’insieme dei rami rimane comunque molto particolare, di un suggestivo rosso brunastro. Il risultato è il migliore, specie se la pianta viene collocata lungo la costa a strapiombo sul mare, che traspare attraverso lo scheletro contorto dei rami.

    In realtà, tanto l’Euphorbia è diffusa in natura tanto poco lo è in parchi e giardini. Meriterebbe invece maggiore attenzione, da un lato per la fioritura che è assai particolare e dall’aspetto orientaleggiante, e, dall’altro, per le limitatissime esigenze idriche, da tenere sempre in maggiore considerazione nel futuro impianto del verde.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La beffa dei contatori del gas (parte prima): io ti blocco e tu mi paghi lo stesso

    La beffa dei contatori del gas (parte prima): io ti blocco e tu mi paghi lo stesso

    Contatore del GasQuesta settimana dobbiamo tornare a parlare di contatori del gas. Abbiamo più volte ricordato la differenza tra venditori (di gas piuttosto che di energia elettrica) e distributori. In questo paese anomalo, dove i distributori cambiano come gira il vento e, di fatto, dettano legge, il consumatore utente si trova a stipulare i contratti con i venditori.

    Così, ogni qualvolta nasca una problematica, ecco scattare un simpaticissimo scaricabarili tra distributore e venditore. Analizziamo un caso segnalato da una lettrice.

    La signora Calogera mi contatta perché nel 2007 Iren Mercato le piomba il contatore; mi porta idonea documentazione a supporto. Ciò nonostante, nel 2014 le arrivano delle bollette arretrate dal 2007 ad oggi.
    Pazzesco, voi direte.
    Pazzesco, vi rispondo io.

    Innanzitutto, ricordiamo la prescrizione di cui all’art. 2948 del codice civile (cinque anni), per cui una parte delle somme richieste sicuramente non s’hanno da pagare. In secondo luogo – e qui sta il nocciolo della questione – la signora ha fatto reclamo e, udite udite, la risposta è stata: il distributore ha piombato il gas, ma poi vi è stata una richiesta di riallaccio via mail, quindi la somma richiesta è da pagare.

    Ora, con un contatore a tutt’oggi piombato, la cosa è impossibile. Ma il distributore dice così.E allora come risolvere?

    Semplicemente con un esposto alla Magistratura competente e con un’azione civile volta non solo a richiedere l’infondatezza delle richieste, ma pure il risarcimento del danno causato alla signora. Ricordiamo che la signora Calogera aveva un rapporto contrattuale con Iren Mercato e non con il distributore (in questo caso Genova Reti Gas); quindi tirare in ballo il distributore per discolparsi, mi sembra una tattica a dir poco irragionevole.

    Perché non fare ricorso all’A.E.E.G.. ovvero all’Authority? Perché in questo paese le Authority non stanno mai dalla parte dell’utente/consumatore sottomesso, deriso, calpestato, odiato, per dirla con una celebre canzone di Rino Gaetano.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Villa del Principe, gioiello nel cuore di Genova: dimora privata, parco e museo, la nostra visita

    Villa del Principe, gioiello nel cuore di Genova: dimora privata, parco e museo, la nostra visita

    villa-del-principe-salone-dei-giganti-2L’ultimo appuntamento della stagione con #EraOnTheRoad (i sopralluoghi in diretta Twitter tornano a settembre ndr), ci ha portato in una location di eccezione, circondati dai saloni affrescati e dal vasto giardino all’italiana, una loggia risalente al ‘500 nel cuore della nascente Città Metropolitana di Genova, a pochi passi dalla stazione ferroviaria che prende il suo nome e dalla Stazione Marittima. Palazzo del Principe, un gioiello edificato tra il 1528 e 1533 da Andrea Doria, che resta tutt’oggi privato ma coniuga a questa natura quella di museo pubblico, aperto alla cittadinanza e ai visitatori. Fiore all’occhiello delle bellezze genovesi, in una posizione potenzialmente favorevole per richiamare grandi flussi di turisti, in realtà non supera i 10-12 mila visitatori all’anno.

    Siamo andati a visitare le stanze e il giardino, accompagnati da Roberto Bianchi, responsabile della didattica.

    La Villa del Principe e il parco

    villa-del-principe-facciata-sudSi tratta della dimora nobiliare più importante di Genova, la prima costruita secondo la moda della Roma e della Firenze del tempo: era il 1528 quando Andrea Doria, ammiraglio della flotta papale e personaggio controverso, commissionava il complesso a un team di valenti architetti, artisti ed esperti, tra cui Perin Del Vaga, allievo di Raffaello. Doria, i genovesi lo sanno, aveva un temperamento particolare: era un “principe” nel senso più machiavellico del termine, un uomo la cui fama è stata più volte compromessa nel corso dei secoli (per il suo avvicinamento al papato prima e alla monarchia spagnola poi), ma che di recente sembra essere stata riabilitata grazie a studi e libri che raccontano la sua storia. Di lui oggi a Genova resta davvero molto: in primis, proprio questa Villa, da lui voluta per celebrare il suo status di ‘self-made man’, il rango prestigioso acquisito grazie al suo pragmatismo e alla sua ambizione. Rimasto orfano piccolissimo (a soli 12 anni), Andrea Doria è un uomo che oggi diremmo “si è fatto da solo”, prima lavorando come mercenario al servizio del papa, che all’epoca aveva un folto entourage genovese; poi con il cursus honorum al servizio dei principi della penisola. L’inizio della sfortuna dell’Italia coincide con l’inizio della sua fortuna: nel 1494 si converte a mercenario in mare, dotato di flotte di galee messe al servizio prima della Repubblica di Genova, poi del migliore offerente. Così entra in contatto con la Francia prima, e poi – dal Sacco di Roma del 1527 – con il re di Spagna Carlo V, costringendo anche l’oligarchia genovese a spostarsi verso un’alleanza spagnola.

    Proprio Carlo V sarà il primo ospite della Villa: è stata ultimata nel 1533, in soli 5 anni, proprio per accogliere il sovrano spagnolo, in visita in città.

    La dimora nobiliare

    Il Palazzo, aperto dal 1995 al pubblico, è articolato in 20 stanze al piano nobile (unico edificato da Doria, con aggiunte del suo successore Giovanni Andrea I), distribuite in due appartamenti completamente simmetrici, riservati uno agli uomini, l’altro alle donne, in stile francese e con il Salone di rappresentanza, per gli ospiti, e le sale private, alle quali si accedeva solo su invito del padrone di casa. Qui, la storia di una delle famiglie più prestigiose di Genova è raccontata mediante ricorso alla rappresentazione della storia romana repubblicana e alla mitologia classica (in particolare le “Metamorfosi” di Ovidio).

    Nel primo salone di rappresentanza, quello dell’ala maschile, troviamo subito gli arazzi originali collezionati dal Doria (originariamente 200), in filo d’oro e d’argento, gli affreschi ai soffitti (che mostrano simbolicamente la caduta dei giganti, i nemici dei Doria), gli ornamenti pregiati e d’epoca; i ritratti di famiglia con il cane, simbolo di fedeltà alla corona spagnola. Proseguendo, il famoso ritratto di Andrea Doria/Poseidone, re del mare con le sue flotte; il busto di Augusto che, come Doria a Genova, è stato un pacificatore dei popoli dell’Impero Romano; i busti dei papi in bronzo e gli arazzi dei mesi dell’anno con le rispettive divinità eponime. Tra tutti, gli arazzi sono di particolare interesse: 40 mq di estensione, sono gli unici presenti all’interno di una reggia in un contesto repubblicano.

    Nella parte femminile, invece, oltre a nuovi arazzi provenienti dalle Fiandre e Bruxelles con le scene della battaglia di Lepanto (cui lo stesso Giovanni Andrea I ha partecipato, suggellando definitivamente la vicinanza alla corona spagnola), una serie di ritratti delle matrone di famiglia, attraversando i secoli di storia.

    Il parco

    Risanato dal 1999 per volere dei proprietari, il parco prima versava nel degrado ed era utilizzato per il cineforum estivo Nettuno. In seguito, sono stati fatti i primi scavi e gli studi sui documenti d’epoca per la scelta delle piante da coltivare e della vegetazione, rigorosamente in linea con lo stile dell’epoca. Oggi qui ci sono dodici sculture in vetro di Murano dell’artista contemporanea Ria Lussi, commissionate dalla famiglia e realizzate appositamente per questo giardino: rappresentano i volti di dodici imperatori romani, in una versione sui generis, con tanto di pannelli solari per la creazione di un meccanismo rotante. Le installazioni, inserite il 30 maggio, resteranno visitabili fino a settembre. Il giardino, ricordiamo, è aperto alla cittadinanza e visitabile gratuitamente, in orario di apertura del museo.

    Museo e residenza, tra pubblico e privato: i visitatori

    Il museo è aperto dal 1995, e il prossimo anno festeggerà i suoi primi 20 anni: una proposta culturale abbastanza recente, e soprattutto sui generis. Infatti, la Villa mantiene il duplice status di dimora privata, tutt’ora utilizzata dai proprietari, e di museo pubblico. Difficile conciliare oggi le due anime (diversamente da quanto accade ad esempio a Villa Croce, anche se si tratta di modelli di gestione diversi ndr), ma è proprio questo che rende l’esperienza particolare, unica. Si pensi che ogni anno, per qualche settimana, alcune stanze vengono chiuse al pubblico perché vi soggiornano i legittimi proprietari, che sono anche i finanziatori e gli unici che hanno effettivo potere decisionale circa le misure di promozione del complesso, le mostre permanenti, le iniziative.

    Il museo oggi dà grandi soddisfazioni alla città, ci racconta il dott. Bianchi, ma non è stato facile allestirlo così come lo vediamo oggi: «Gli oggetti che vediamo oggi e che fanno l’arredamento della Villa sono stati portati a Genova da Roma, dove erano stati trasferiti dopo che la famiglia Doria si imparentò con i Pamphilj, nobili della capitale, e decise di abbandonare il capoluogo ligure. Oggi questo è uno dei pochi esempi di dimora storica allestita e vissuta dai principi, che è casa e museo».

    Non mancano nemmeno le personalità illustri a completare la storia di questo luogo: «Negli anni qui sono arrivati anche molti personaggi famosi grazie ai Doria. Imperatori, papi, nobili, ma soprattutto artisti: uno su tutti Caravaggio, cui Doria voleva commissionare lavori, ma che pare non si sia fermato più di qualche settimana perché la città ligure per lui non era abbastanza attraente paragonata alla Capitale. Qui hanno soggiornato anche Napoleone e Giuseppe Verdi prese in affitto alcune stanze dopo che la famiglia già si era trasferita a Roma: qui compose parti dell’Otello e del Falstaff».

    Villa del Principe – racconta il giovane, preparatissimo ed appassionato Dott. Roberto Bianchi – è un complesso noto in tutto il mondo: tanti i visitatori stranieri informati ed entusiasti, meno i genovesi. In totale, in questi anni le presenze si sono attestate attorno a cifre che vanno dai 10 ai 12 mila visitatori, in linea con il trend di incremento generale del polo museale civico genovese (qui l’approfondimento).
    L’attività del museo si rivolge soprattutto alle scuole e alla didattica, per educare ed informare i bambini, i piccoli genovesi del futuro, ed invogliarli – chissà – a tornare. Le scuole sono prevalentemente elementari, per laboratori in giardino, e medie-superiori, per laboratori all’interno, dedicati allo studio della storia attraverso gli arazzi e i dipinti.
    Tutto, come già detto, è proprietà privata, e i proprietari si occupano di elargire fondi per eventi e mostre temporanee, e tutto ruota attorno alla loro volontà gestionale.

    Naturalmente il museo è escluso dalla rete dei musei civici, e cammina con le sue gambe. Il dialogo c’è, sia con Tursi che con i singoli musei, dice Bianchi, ma soprattutto a titolo privato, di conoscenze personali; una cooperazione vera e propria, invece, manca.

    Perché non sfruttare la posizione favorevole, vicina a terminal traghetti e stazione di Piazza Principe, per attirare nuovi flussi? Ne gioverebbe l’intera città. «Vero, ma sembra una prospettiva lontana. Dovrebbe essere il Comune ad accordarsi con Costa e MSC per far confluire turisti. Ad oggi collaboriamo sia con il Galata Museo del Mare che con la Commenda di Pré, con cui c’è forte connessione per quanto riguarda i temi legati al mare e al parco. Ancora, il Palazzo della Meridiana, anch’esso privato, con cui ci sono convenzioni e collaborazioni in merito alla didattica».

     

    Elettra Antognetti

  • M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    renzi-risataNon si mette bene per il M5S. L’idea di incontrare Renzi per discutere della legge elettorale poteva anche essere buona, perché bisognava scrollarsi di dosso l’etichetta di partito che dice solo no. Il problema è che discutere presuppone l’idea di scendere a patti: e la creatura di Grillo ha qualche difficoltà intrinseca a fare compromessi.

    Come avevo scritto addirittura a novembre 2012: Avere un rigido ricambio, spersonalizzare la politica e chiedere coerenza rispetto ad un programma proposto sono tutte cose giuste e desiderabili; e tuttavia non escludono una certa sfera di autonomia per un dato gruppo dirigente, per quanto serrato il controllo e per quanto ristretto il mandato“.

    Il M5S, invece, per sposare l’assurda idea di democrazia telematica teorizzata da Casaleggio, dapprima, in sede di sviluppo delle iniziative politiche, si è vincolato a un processo buono nelle intenzioni, ma lento e farraginoso (come testimonia il lungo parto della legge elettorale proporzionale, arrivata in colpevole ritardo); poi, in sede di discussione con le altre forze politiche, ha limitato fortemente l’azione dei suoi rappresentanti – cosa che, l’altro giorno, ha messo Renzi in una posizione fin troppo comoda.

    Il premier, infatti, presentatosi a sorpresa all’incontro, ha avuto buon gioco nell’inchiodare gli interlocutori su due punti in particolare: il mantra della “governabilità” e le 5 domande per proseguire la “strada del dialogo”. E in questo modo ha potuto chiudere in attacco. Ciò non significa certo che abbia vinto la partita: ma si può ben dire che Renzi abbia chiuso il primo tempo in vantaggio.

    Quello che avrebbero dovuto fare Di Maio & co. era proprio cercare di spostare la palla sul campo del premier, mettendolo nella posizione di dover rifiutare una richiesta di collaborazione. Perché ovviamente che l’accordo non ci sarà mai è cosa nota. Non se lo può permettere Renzi, che sarebbe costretto a mettere in discussione l’intesa col centro-destra; né se lo può permettere Grillo, che dovrebbe rinnegare completamente tutto quello che aveva cercato di essere fino all’altro giorno. La manfrina dell’incontro in streaming serve ovviamente ad una cosa sola: scaricare sul rivale la responsabilità del mancato accordo. Renzi deve dimostrare che i 5 stelle dicono solo no; i quali, a loro volta, devono dimostrare che Renzi è un piccolo dittatore simile a Berlusconi.

    Su questa battaglia, come era logico, il premier sta avendo la meglio. La mossa di lasciare gli interlocutori con delle domande a cui rispondere è stata azzeccata, perché comporta aver avuto il privilegio di porre delle condizioni: ora i 5 stelle possono rispondere, rischiando così di fare delle concessioni a Renzi (e di venire meno, di fatto, alle loro idee); oppure si possono rifiutare, dando però ragione, in questo modo, a chi li accusa di fare solo protesta. Esattamente la posizione scomoda nella quale avrebbero dovuto infilare il premier.

    Se questo scivolone si può spiegare con la poca scaltrezza e l’inesperienza, diverso è il discorso per l’altro punto su cui il premier ha costruito il suo attacco. Quando Renzi asseriva che bisogna assicurare la governabilità, si doveva evitare di annuire o acconsentire, ma occorreva rispondere pacatamente come il ragionier Fantozzi. Bisognava cioè ricordare a Renzi che l’Italia ha avuto moltissima “governabilità” dal 1928 al 1943: ma le cose non sono andate bene lo stesso.

    Il fatto è che, avendo detto no di principio ad ogni alleanza, avendo escluso a priori la possibilità che un gruppo dirigente abbia l’autonomia per fare accordi e concessioni, i 5 stelle non possono difendere agevolmente il valore di un sistema proporzionale rispetto ad uno maggioritario senza rischiare di contraddirsi da soli. Esattamente il lato debole su cui Renzi ha potuto colpire.

    C’è ancora tempo per rimediare agli errori; e ci si può ancora liberare da questi condizionamenti ideologici. Ma, in attesa di vedere come andrà a finire, bisogna ammettere che le premesse non sono affatto buone.

     

    Andrea Giannini

  • Fiera di Genova, il futuro delle aree che tornano al Comune fra uso commerciale e nuovo waterfront

    Fiera di Genova, il futuro delle aree che tornano al Comune fra uso commerciale e nuovo waterfront

    fiera-genova-kennedy-DISecondo stop in Commissione per la delibera che dovrebbe stabilire le nuove linee di indirizzo per il riassetto delle aree alla Fiera del Mare e dare mandato al sindaco di redigere con Autorità portuale e Regione Liguria un accordo di programma sui cambiamenti di destinazione d’uso del waterfront cittadino di Levante.
    Dopo le accese discussioni della passata settimana (qui l’approfondimento) soprattutto sulla previsione di 15 mila metri quadrati (per avere un’idea circa metà Palasport) destinati ad attività commerciali di cui 2500 ad attività alimentari, il vicesindaco Bernini si era preso l’impegno di scrivere nuovamente la delibera per poter recepire i desiderata di alcuni gruppi consiliari e dei rappresentati di categoria.

    Fiera di Genova >> divisione delle aree dopo le cessioni al Comune

    Il nuovo documento è stato così approvato dalla Giunta nella tardissima mattinata di ieri e presentato in fretta e furia alla Commissione riunita alle 14.30. Un iter che non è certo stato accolto di buon occhio dai Consiglieri che hanno fin da subito manifestato l’intenzione di bloccare la discussione e riprenderla nei prossimi giorni solo dopo gli opportuni approfondimenti. Con tutta probabilità, dunque, la Commissione si riunirà nuovamente lunedì prossimo ma i tempi potrebbero essere ancora una volta troppo stretti per arrivare il giorno dopo all’esame definitivo del Consiglio, come si sarebbe augurato il vicesindaco Bernini. L’aggiornamento della discussione, comunque, non ha tolto la possibilità già ieri pomeriggio di iniziare un primo confronto sugli aspetti macroscopici di questa seconda stesura.

    Dalla Giunta no a riduzione delle aree commerciali, ma…

    [quote]Escludere del tutto o limitare ulteriormente la parte commerciale – come alcune forze politiche si augurerebbero – potrebbe non far trovare alcuna disponibilità di investimento su un’area di grandi dimensioni e che avrà oneri di urbanizzazione piuttosto complessi[/quote]

    Tutti si aspettavano una riduzione delle aree previste a scopo commerciale e alimentare ma l’espediente adottato dagli uffici è stato più sottile: «Nella delibera – ha spiegato il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – è stata inserita una serie di indicazioni che dovranno orientare i criteri di stesura dell’accordo di programma e del conseguente bando per la vendita dell’area ex Fiera seguendo i suggerimenti raccolti durante le precedenti discussioni». Ecco allora comparire alcuni concetti chiave già visti nella versione preliminare del nuovo Piano Urbanistico Comunale: si parla, infatti, di “Genova futura come città sostenibile” in riferimento alla lotta contro il riscaldamento climatico, alla creazione di spazi verdi anche all’interno del costruito, a sistemi di recupero dell’acqua piovana e alla riduzione dell’inquinamento acustico ed elettromagnetico.
    Non mancano anche parole d’ordine come “costruire sul costruito”, “limitare il consumo di suolo”, “recuperare il rapporto della città con il mare” (ricordate la famosa linea blu?), “privilegiare il traporto pubblico rispetto al trasporto privato, considerando che l’area in questione è tra le più direttamente connesse col sistema autostradale (tramite la sopraelevata e, in prospettiva, il tunnel subportuale) ed è sita in prossimità del sistema ferroviario e del trasporto pubblico locale”.

    Ex Ansaldo Nira

    «Inoltre – prosegue Bernini – vengono esplicitati quali dovranno essere gli elementi premianti che porteranno alla scelta di un’offerta piuttosto che di un’altra: tra questi, figura la diminuzione dell’area commerciale e di quella alimentare i cui limiti esplicitati rappresentano soltanto un massimo non superabile anche a tutela di eventuali operazioni future. Ma escludere del tutto o limitare ulteriormente la parte commerciale – come alcune forze politiche si augurerebbero – potrebbe non far trovare alcuna disponibilità di investimento su un’area di grandi dimensioni e che avrà oneri di urbanizzazione piuttosto complessi (come le strade di collegamento a ponente con il Porto Antico e a levante con la Foce e Punta Vagno, grazie ai nuovi spazi ottenuti da Autorità portuale in seguito allo spostamento dell’Istituto idrografico della marina, ndr)».

    Secondo quanto circolato tra i corridoi di Tursi pare che questi valori (15 mila metri quadrati per il commerciale di cui 2500 per attività alimentari) fossero già presenti in un preaccordo di vendita tra Comune e Spim, la partecipata al 100% dell’amministrazione che gestirà la vendita degli immobili non più funzionali all’attività fieristica, e per questo difficilmente potrebbero essere modificati direttamente per iniziativa della Giunta. Se, dunque, i Consiglieri vorranno limitare le aree convertibili ad attività commerciale e alimentare dovranno fare ricorso a un emendamento (già annunciato da Lista Doria e Pd) da presentare in aula al momento della discussione definitiva sul documento. Emendamento che, stanti gli orientamenti emersi fin qui, non dovrebbe trovare particolari difficoltà ad essere approvato con una maggioranza probabilmente bipartisan.

    «Le offerte che arriveranno – spiega ancora il vicesindaco – dovranno essere coerenti col waterfront delle aree circostanti e dovranno avere una capacità attrattiva non tanto per una domanda locale quanto soprattutto per uno sviluppo turistico. Tengo, inoltre, a precisare ancora una volta che questa delibera non riguarda la variante al piano regolatore ma tutti gli elementi contenuti sono semplicemente indicazioni di lavoro che potranno essere riviste quando avremo in mano il testo dell’accordo di programma stipulato dalla conferenza dei servizi e la proposta di bando di gara europea per la vendita». Ma i Consiglieri vogliono mettere in chiaro alcuni paletti fin dall’inizio perché una volta che l’accordo di programma tornerà, come previsto, in Consiglio comunale per l’approvazione definitiva non sarà semplice intervenire in maniera strutturale per modificare nella sostanza il documento.

    Il nuovo waterfront di levante

    vista su corso aurelio saffiLa nuova stesura della delibera specifica meglio quali siano gli intendimenti dell’amministrazione per completare quel waterfront di levante che oggi si ferma a Calata Gadda e non riesce a sormontare “l’ostacolo” delle Riparazioni navali. Nel documento entrano pertanto specifici riferimenti a percorsi già attivati tra Comune e Autorità portuale, che tuttavia ha disertato la Commissione di ieri nonostante l’invito. Si fa, ad esempio, esplicito riferimento al collegamento con il Porto Antico attraverso “il progetto di Ponte Parodi e le prossime decisioni che dovranno essere assunte in relazione alle funzioni da attribuirsi all’Hennebique […] in quanto componenti di un medesimo sistema urbano, che include il riassetto della viabilità che è opportuno sia direttamente connessa con le diramazioni del nuovo nodo di S. Benigno”. Sulla direttrice opposta, invece, la nuova area dovrà fungere da collegamento con il “waterfront del centro città (Piazzale Kennedy) ed il lungomare di Corso Italia” con annessi e connessi servizi sportivi e balneari, senza dimenticare “la connessione con il sistema monumentale di viale Brigate Partigiane sino alla Stazione Brignole, a nord”.

    La posizione del Municipio

    La Commissione di ieri è stata anche l’occasione per ascoltare il parere del Municipio Medio-Levante, sul cui territorio è ospitata l’area (ex) fieristica: «Avremmo voluto essere coinvolti in modo anticipato – dice il presidente Morgante puntando il dito contro l’ex collega Bernini – dal momento che le nostre perplessità sulla realizzazione di una Fiumara bis erano già state espresse quando si paventava la costruzione nella stessa area del nuovo stadio. Non vorremmo, infatti, che si venisse a creare l’ennesimo non-luogo isolato dal resto del tessuto urbano e che potrebbe creare ulteriori problematiche al commercio di prossimità già in crisi».
    Il parere del Municipio sulla nuova destinazione d’uso della aree ex Fiera è pertanto sostanzialmente negativo, come sottolinea anche l’assessore all’assetto del territorio Gianluca Manetta: «Sebbene sia previsto un aumento di superficie del 30% in occasione di avvenimenti fieristici particolarmente importanti, siamo comunque di fronte alla forte riduzione di potenzialità di un sito che rappresenta un unicum nel territorio cittadino. Il nostro parere è negativo come impostazione di indirizzo e, in particolare, riteniamo che non ci sia grande necessità di nuove aree residenziali a Genova e che sul capitolo commerciale si potrebbe quantomeno introdurre qualche vincolo che rimandi alla vocazione nautica e sportiva dell’area».

    Oltre alla discussione sulle iniziative consiliari che possano obbligare la giunta a rivedere in maniera più stringente i vincoli al settore commerciale e alimentare, nella prossima seduta di Commissione si discuterà anche di una proposta già illustrata dal capogruppo del Pd, Simone Farello, di prevedere nell’operazione di vendita delle aree il mantenimento di una funzione del soggetto pubblico pur all’interno dell’iniziativa imprenditoriale privata per evidenziare la strategicità dell’area per la Genova del futuro.

     

    Simone D’Ambrosio

  • #EraOnTheRoad, Villa del Principe: il sopralluogo in diretta Twitter dalle 14.30

    #EraOnTheRoad, Villa del Principe: il sopralluogo in diretta Twitter dalle 14.30

    villa-principeQuesta settimana #EraOnTheRoad andrà a fare visita ad uno dei complessi storici più importanti della città di Genova, la Villa del Principe, la dimora di Andrea Doria edificata intorno al 1530.

    Nel 1994 sono terminati i lavori di restauro (nel 200 quelli relativi all’area esterna) e la splendida “Versailles” della Repubblica di Genova è stata riaperta al pubblico. Andremo a scoprire i segretie le bellezze artistiche e documenteremo lo stato di conservazione del complesso.

    A partire dalle 14:30 potrete seguire il nostro sopralluogo in diretta Twitter. Come sempre, gli spunti più interessanti saranno poi oggetto di approfondimento in redazione sino alla pubblicazione degli articoli su erasuperba.it.

    Per segnalazioni e domande scrivi a redazione@erasuperba.it

    #EraOnTheRoad, cosa ti sei perso? >> Qui le precedenti puntate

     

  • Villa Croce, “dietro le quinte” del Museo d’Arte Contemporanea: gestione combinata pubblico/privato

    Villa Croce, “dietro le quinte” del Museo d’Arte Contemporanea: gestione combinata pubblico/privato

    villa-croce-parchi-DIIl Museo d’Arte Contemporanea di Genova Villa Croce due anni fa ha intrapreso un nuovo corso, una gestione mista pubblico/privato e una curatrice scelta con un bando creato in collaborazione fra il Comune di Genova e alcuni soggetti privati, un modello di gestione combinato. I fondi provenienti dal Comune (indicativamente 500 mila euro l’anno) coprono le spese di gestione della struttura, degli stipendi e della manutenzione della collezione permanente, mentre tutto quello che riguarda organizzazione di mostre ed esibizioni è tenuto in piedi grazie al budget privato, 100 mila euro annui, che tocca alla curatrice gestire e suddividere fra le diverse manifestazioni.
    Con questa struttura Villa Croce riesce ad organizzare 5/6 mostre l’anno, ospita una serie di eventi paralleli organizzati da partner e collaborazioni di vario tipo, raggiungendo (nel 2013) un numero di visitatori poco sopra i 14 mila.

    Dal 2014 il museo ha scelto la strada dell’ingresso libero per avvicinare più persone all’arte contemporanea. Da gennaio a maggio 2014 il numero dei visitatori ha raggiunto circa 6000 presenze, dato che fa ipotizzare una crescita rispetto al 2013 (Musei di Genova, dati visitatori 2012/2013, l’approfondimento). Abbiamo incontrato la curatrice Ilaria Bonacossa, la direttrice Francesca Serrati e  il direttore del settore musei del Comune di Genova, Guido Gandino, per fare il punto sulla gestione di questo importante polo culturale cittadino.

    Villa Croce, la gestione pubblico/privato

    museo villa croce genova
    Villa Croce – Una villa neoclassica affacciata sul mare, immersa nel verde. L’edificio è stato donato dalla famiglia Croce nel 1951 al Comune. La sua attività museale è stata inaugurata nel 1985, ha una collezione permanente (Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli) di opere di arte italiana e internazionale fra cui Licini, Reggiani, Radice e Fontana. Oltre alla collezione e alle mostre temporanee può vantare una biblioteca con 25 mila volumi e 205 periodici, alcuni in abbonamento.

    Come funziona la gestione mista pubblico-privato che caratterizza il Museo D’Arte Contemporanea genovese?  Chi sono i soggetti coinvolti? «Il Comune si occupa della gestione della villa, dello spazio e copre il costo del personale assunto, delle utenze e delle altre spese di gestione – racconta Francesca Serrati – mentre tutto quello che riguarda il budget relativo a mostre ed esibizioni quello proviene da sponsor privati.  Restando comunque un museo pubblico abbiamo questa gestione unica nella sua formula».

    Gli sponsor privati sono Palazzo Ducale Fondazione per la cultura, il cui primo fondatore è il Comune, Hofima, Fondazione Garrone, Costa Crociere, Villa Montallegro, Banca Carige, Coeclerici. «Villa Croce è un museo diverso dagli altri – commenta Guida Gandino – ha una collezione permanente di tutto rispetto che però rappresenta solo una parte dell’attività del museo; Villa Croce vive di exhibit, di produzioni e esposizioni temporanee, ed è sempre stato così. Negli anni passati lo stanziamento comunale che veniva dato sulle esibizioni temporanee andava dagli 80 ai 100 mila euro, poi la contrazione delle risorse pubbliche ha portato ad una brusca riduzione. Da due anni a questa parte, per rispondere alle esigenze di un museo senza un ricca dotazione rispetto ad altri tipi di musei presenti sul territorio, si è operato affinché il budget destinato alle esibizioni fosse  messo a disposizione da sponsor privati. La Fondazione Ducale, che è il soggetto fondamentale e di traino, un’emanazione del Comune, un ente formalmente privato ma che collabora attivamente con la città e il Comune stesso, si è fatto capofila nei rapporti sia con Bonacossa (la curatrice) sia per quanto riguarda la definizione del comitato di soggetti privati  e di gallerie creando un legame con il mondo dell’arte contemporanea e del mercato per realizzare i programmi».

    Il Comune utilizza dunque i fondi per Villa Croce esattamente come fa per gli altri musei, ovvero «restauro, conservazione e valorizzazione della collezione propria. Le priorità vengono date al sostegno delle esigenze di sicurezza, di manutenzione, di gestione e il pagamento delle spese fisse (stipendi e bollette)».

    Accanto ai partner privati, il museo può contare anche sul sostegno dell’associazione culturale Amixi di Villa Croce nata per sostenere le mostre , gli eventi e le attività della Villa. «Le quote dell’associazione – sottolinea Francesca Serrati – hanno una destinazione diversa rispetto a quella dei finanziatori/sponsor, danno un contributo in particolar modo fattivo. Si organizzano cene e incontri, tutto in funzione della diffusione della conoscenza dell’arte e del museo». Il sito web della villa (www.villacroce.org), ad esempio, è stato pagato in toto dall’associazione dagli Amixi. Un’esigenza sentita da curatrice e direttrice per aprire nuovi canali in Italia all’estero e conquistare anche un pubblico diverso oltre a quello genovese. Il nuovo sito è direttamente gestito dal museo che, ovviamente, è anche presente su Facebook: «in meno di 2 anni e passata da meno di 300 a 4596 follower» racconta con entusiasmo Bonacossa, lei stessa gestisce la pagina social del museo.

    Chi e quanti sono i visitatori di Villa Croce?

    Il Museo d’Arte Contemporanea di Genova ha ospitato 14527 persone nel 2013 e circa 6000 nei primi cinque mesi del 2014. Non si tratta certo di grandi numeri (200 mila visitatori hanno visitato il MuMa- Musei del Mare Galata e Commenda di Pré – nel 2013), anche se i segnali di crescita fanno ben sperare per l’immediato futuro. «Il visitatore di Villa Croce è una persona che sceglie di visitare il museo e chiede delle collezioni nella maggior parte dei casi. Si tratta di visitatori consapevoli. Spesso purtroppo la Villa è ancora percepita come distante, quasi  periferica – commenta Serrati – attività comunicative ne facciamo molte e mi pare funzionino bene, come ufficio stampa istituzionale abbiamo quello comunale che ovviamente occupandosi dell’intera rete museale cittadina non può essere specifico».

    La segnaletica certo non aiuta, l’unico cartello che abbiamo trovato è situato proprio all’ingresso della villa stessa. Da poco però le informazioni riguardanti il museo sono state inserite fra quelle che si leggono sul pannello che svetta sopra l’ingresso delle biglietterie di Palazzo Ducale. «Indubbiamente i cartelli sono pochi – ammette Gandino – e poco visibili, stiamo realizzando in questo senso una serie di progetti che coinvolgono la tecnologia e l’orientamento delle persone, al momento stiamo lavorando sul centro storico ma arriveremo sicuramente anche a Villa Croce».

    La curatrice ci racconta che vorrebbe poter fare di più, che sicuramente servirebbe budget in più per gli allestimenti;  ma più di ogni altra cosa Bonacossa vorrebbe poter disporre di maggiori risorse da investire su «un dipartimento educativo, avere in sala dei mediatori culturali, qualcuno che sappia comunicare i lavori al visitatore. Quello che davvero manca al museo è un modello che non lasci le opere orfane».

    A questo proposito è stata firmata un convenzione con l’Accademia Ligustica di Belle Arti (qui l’intervista al presidente Giuseppe Pericu) che dovrebbe partire concretamente il prossimo autunno e in parte risolvere la mancanza segnalata dalla curatrice. Spesso è la direttrice stessa a rendersi disponibile per raccontare la collezione o le mostre ai visitatori, ma rimane il problema che questa funzione dovrebbe essere espletata in modo costante da personale dedicato. Intanto, è stata adottata la prassi che impone didascalie alle opere bilingue.

    verde-parchi-villa-croce-DiIn ultimo c’è spazio per il sogno, l’apertura della caffetteria del museo. Si tratta di un progetto realizzabile solo con un programma a lungo termine spalmato su almeno 10 anni di gestione continuata, per attirare a Villa Croce anche chi non frequenta abitualmente gli spazi espositivi dell’arte contemporanea, «soprattutto potendo contare su un parco che è quotidianamente frequentato da mamme e ragazzi» conclude Bonacossa.

    Chiudiamo il nostro racconto con la scure che incombe: i tagli imposti dalla legge che di anno in anno inesorabilmente si abbattono sulla cultura. Ma Gandino, almeno per Villa Croce ci rassicura «non credo che i tagli avranno impatto su Villa Croce, con la buona volontà anche dei privati si potrà garantire alla villa il sostegno economico».  La discussione sul bilancio approderà in Consiglio comunale a fine luglio, la sensazione è che almeno per quanto riguarda il Museo d’Arte Contemporanea tutto rimarrà come nel 2013, con un ammontare di finanziamenti simile, intorno ai 500 mila euro e uno sponsorizzato di 100 mila per le esibizioni.

     

    Claudia Dani

  • Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    costruzione-casaFinora si tratta soltanto di un’ipotesi di riforma urbanistica, che tuttavia fa già discutere, visto che parliamo di una bozza di disegno di legge – redatta dal gruppo “rinnovo urbano” della segreteria tecnica del Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, guidato da Maurizio Lupi – riguardante i “Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana“, destinata a ridisegnare le linee guida di governo del territorio, a distanza di 72 anni dall’ultima norma quadro statale, la Legge 1150/1942.
    Nei 21 articoli della bozza – suddivisi in Titolo I (Principi fondamentali in materia di governo del territorio, Proprietà immobiliare, Accordi pubblico-privati; art. 1-16) e Titolo II (Politiche urbane, Edilizia sociale, Semplificazioni in materia edilizia; art. 17-21) – vengono affrontate molteplici questioni alle quali in questi anni hanno provato a dare risposta prassi urbanistiche consolidate a livello locale, emanazione di leggi regionali (qui l’approfondimento sulla Legge ligure) spesso tra loro disimogenee, data la perdurante assenza di un’adeguata copertura legislativa nazionale.

    Lo schema concettuale alla base del nuovo dispositivo, però, è evidentemente caratterizzato da un’impostazione pianificatoria sbilanciata in termini privatistici, come si evince fin dall’articolo 1, nel quale si afferma “Ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà conformemente ai contenuti della programmazione territoriale”, che trova conferma nell’art. 8 “Il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, la sua appartenenza e il suo godimento […] Le limitazioni apposte alla proprietà che non hanno carattere generale e che non riguardano in generale una categoria di beni economici sono compensate”.
    Nel contempo, nel disegno di legge non compare mai la “partecipazione dei cittadini” in merito alle scelte urbanistiche, nè la possibilità di presentare osservazioni ed opposizioni, ad eccezione dell’art. 17 in cui si parla vagamente di “dibattito pubblico” soltanto in occasioni di operazioni di rinnovo urbano “…che comportano abbattimento e ricostruzione di porzioni di città”. Per altro, nello stesso articolo si sottolinea che tali operazioni “…possono essere realizzate anche in assenza di pianificazione operativa o in difformità dalla stessa, previo accordo urbanistico tra Comune e privati interessati”.
    Infine, viene sancito il principio della completa volatilità dei diritti edificatori, quando all’art. 12 si afferma “I diritti edificatori sono trasferibili e utilizzabili, nelle forme consentite dal piano urbanistico, tra aree di proprietà pubblica e privata, e sono liberamente commerciabili […] Ove i diritti edificatori, conferiti sia a titolo di perequazione, compensazione e premialità, siano ridotti o annullati a seguito di varianti del piano urbanistico, non obbligatorie per legge, il Comune deve indennizzare i relativi proprietari sulla base del criterio del valore di mercato”. Secondo alcuni esperti questo è il preludio alla distruzione della visione di città, senza dimenticare che, così facendo, la facoltà di edificare perde la sua natura urbanistica per trasformarsi in mero oggetto di un contratto (vedi l’articolo del professore Mauro Baioni sul sito specializzato Eddyburgh).

    La proposta del Governo è stata accolta con favore dall’Inu (Istituto nazionale di urbanistica), che in un comunicato esprime soddisfazione “Per la definizione di temi quali il ricorso alla semplificazione, alla perequazione, alla compensazione e alla fiscalità immobiliare; il rinnovo urbano; la definizione dei diritti edificatori, sebbene noi riteniamo che, detti diritti, nascono e muoiono con il piano e nel piano. Bene anche la formalizzazione di modalità operative già praticate grazie alle riforme regionali e alle buone pratiche locali: la rilocalizzazione degli insediamenti esposti a rischi naturali, la premialità ai fini della riqualificazione urbanistica, l’individuazione dei tempi di approvazione dei piani operativi comunali, la rimodulazione degli oneri di urbanizzazione in funzione dei contesti, la definizione di un contributo straordinario per le trasformazioni urbane. Sottolineiamo, inoltre, l’istituzione della Direttiva Quadro Territoriale e dei programmi statali di intervento speciali, nei quali si può leggere in controluce l’embrione delle politiche nazionali per le città. Consideriamo fondamentale che il testo si occupi finalmente di pianificazione di area vasta (Unione dei Comuni e Città Metropolitane) e spinga verso la pianificazione intercomunale”. Infine l’Inu ricorda che “Alla riforma nazionale del governo del territorio deve accompagnarsi un’organica e coerente riforma degli assetti istituzionali, con relative attribuzioni di competenze e chiare responsabilità politiche e di governo. Ci vuole, insomma, un raccordo pieno fra la riforma urbanistica nazionale proposta e la riforma del Titolo V della Costituzione, ove è abrogato il governo del territorio come materia concorrente, attribuita, invece, come esclusiva allo Stato”.
    Sull’altro fronte, pure il presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Paolo Buzzetti, dalle pagine del “Sole 24 ore”, sottolinea la bontà dell’iniziativa “Soprattutto per dare copertura legislativa a una serie di innovazioni che si sono diffuse negli anni in leggi regionali e piani regolatori. Noi siamo per fissare regole nazionali uguali per tutti. Se certi strumenti funzionano, come perequazione e compensazione, dobbiamo farli applicare a tutti. Dobbiamo ragionare nel lungo termine, almeno 15 anni. Positiva è anche la parte che punta a spingere il rinnovo con sconti fiscali e premialità urbanistiche. Ma ragioniamo sull’opportunità di stralciarla dalla riforma urbanistica, che ha necessariamente tempi lunghi, per inserirla subito in un decreto legge.

    Il punto di vista di Giovanni Spalla, urbanista e architetto genovese

    vico-malatti-via-del-molo-genovaEra Superba ha chiesto un parere sulla bozza di riforma urbanistica all’architetto e urbanista genovese, Giovanni Spalla, voce critica dell’associazione Legambiente. «Partiamo da una questione di fondo: l’impostazione di questo disegno di legge è legittima dal punto di vista della legislazione europea?». Il professor Spalla si riferisce alla “Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE – detta Direttiva VAS (Valutazione ambientale strategica) – entrata in vigore il 21 luglio 2001. Nell’ordinamento italiano la Direttiva 2001/42/CE è stata recepita con la parte seconda del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, modificata e integrata dal D.Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4 e dal D. Lgs. 29 giugno 2010, n. 128. I principali elementi di innovazione introdotti con la VAS sono: il criterio ampio di partecipazione, tutela degli interessi legittimi e trasparenza del processo decisionale, che si attua attraverso il coinvolgimento e la consultazione dei soggetti competenti in materia ambientale e del pubblico in qualche modo interessato dall’iter decisionale; l’individuazione e la valutazione delle ragionevoli alternative del piano/programma, valutazione che si avvale della costruzione degli scenari previsionali di intervento riguardanti l’evoluzione dello stato dell’ambiente conseguente l’attuazione delle diverse alternative; il monitoraggio che assicura il controllo sugli impatti ambientali significativi derivanti dall’attuazione dei piani, così da individuare tempestivamente gli impatti negativi imprevisti e adottare le opportune misure correttive.

    «Nella bozza non c’è un minimo riferimento alla Vas – spiega Spalla – Si tratta di una mancanza inspiegabile. Seppure con ritardo, la Vas è stata recepita dalla legislazione nazionale e negli ordinamenti regionali. Pensiamo al caso di Genova. La Regione Liguria, giustamente, finora non ha dato il suo via libera al preliminare di PUC del Comune, proprio perchè non rispetta la Valutazione ambientale strategica a cui è sottoposto il piano regolatore, ad esempio sul punto della partecipazione che, secondo la Vas, è elemento strutturale del processo pianificatorio, e deve essere garantita prima ancora di definire gli obiettivi della pianificazione, durante la definizione, e successivamente. Un concetto innovativo completamente bypassato dal disegno di legge». Inoltre, continua Spalla «Ogni volta che si redige un piano/programma che prevede la trasformazione del territorio, prima di intervenire occorre valutare i possibili effetti sull’ambiente (inteso l’insieme di vari elementi come suolo, sottosuolo, corsi d’acqua, ed altri fattori di rischio) diretta conseguenza degli interventi previsti, cercando di eliminare tali rapporti di causa-effetto, e predisponendo misure di attenuazione degli impatti contemplati. La Regione Liguria ha sostanzialmente bocciato il PUC di Genova proprio perchè lo considera reticente in merito a questi aspetti».

    Con deliberazione n. 689 del 6 giugno scorso la Giunta regionale ligure sottolinea di “non ritenere atto di ottemperanza al parere motivato di VAS sul progetto preliminare del PUC di Genova – DGR 1280/2012 -” il documento “verifiche/ottemperanze” del Comune, DCC n. 6/2014, finalizzato alla realizzazione del progetto definitivo di PUC.
    «Le critiche della Regione sono del tutto condivisibili dal punto di vista urbanistico e ambientale – spiega Spalla che recentemente è intervenuto per sostenere la sua contrarietà al progetto di trasformazione del distretto Fiera Piazzale Kennedy – Soprattutto quando imputano al Rapporto Ambientale del Comune di non “descrivere i possibili effetti significativi (compresi quelli secondari), cumulativi, sinergici a breve, medio, lungo termine, permanenti e temporanei, positivi e negativi […] di demandare a pianificazione di settore o a pianificazione attuativa né la descrizione e quantificazione di tali effetti né la soluzione dei possibili impatti da essi generati”».

    Dalla bozza di Ddl emerge, quale esigenza improcrastinabile, rimettere mano – sul piano politico – a tutta la legislazione centrale e locale in materia urbanistica. «L’obiettivo è sicuramente condivisibile – sottolinea Spalla – anche perché finora le Regioni spesso hanno legiferato in maniera difforme una dall’altra, e sovente non hanno lavorato a sufficienza, ad esempio per quanto riguarda la mancata realizzazione dei piani territoriali regionali. Dunque, se lo Stato intende riacquistare delle funzioni programmatorie e di pianificazione, è un fatto positivo, che tuttavia deve trovare migliore spiegazione nelle pieghe della legge».
    L’art. 5 del Ddl, infatti, afferma “Per l’attuazione delle politiche in materia di “governo del territorio” lo Stato adotta una Direttiva Quadro Territoriale (DQT) […] La DQT definisce gli obiettivi strategici di programmazione dell’azione statale e detta indirizzi di coordinamento al fine di garantire il carattere unitario e indivisibile del territorio”.

    L’impostazione della nuova normativa, prettamente a beneficio della proprietà immobiliare, lascia perplesso l’urbanista Spalla. «In effetti sembra una legge funzionale ai privati. Il tema della proprietà va posto a livello nazionale. La bozza di Ddl tocca uno dei vulnus più gravi dell’urbanistica italiana, che non ha mai chiarito il rapporto tra uso pubblico del suolo e diritto della proprietà privata. Se noi facciamo coincidere questi due elementi, significa che tutto il territorio diventa edificabile. Vuol dire, allora, che i piani regolatori stabiliscono un indice di edificabilità su tutto. La perequazione vuol dire questo. Nella pratica reale, però, tale istituto (che trova attuazione tramite l’attribuzione a tutte le aree soggette a trasformazione urbanistica di diritti edificatori senza distinzione tra destinazioni d’uso pubbliche e private, ndr) si è rivelato un fallimento».

    Infine, Spalla mette in evidenza due ulteriori strumenti, citati nell’art. 12 del Ddl, e considerati dall’urbanista estremamente pericolosi, ovvero la trasferibilità e la commercializzazione dei diritti edificatori. «Siamo dinanzi alla completa volatilità dei diritti edificatori. Così il territorio diventa un campo di battaglia dei poteri forti, come purtroppo già avviene, ma la situazione non può che peggiorare. Questo è un modo mafioso di vedere il territorio. Così non esiste più una visione di città, si cancella il rispetto per la storia della città e della sua morfologia, tutto in funzione della speculazione. Io sono un urbanista e, dunque, posso ipotizzare le ricadute di simili scelte nell’operare concreto, insomma nel realizzare i vari piani/programmi urbanistici, quindi le leggi regionali, i piani territoriali regionali, i piani regolatori, ecc. Di conseguenza, il mio giudizio generale sul Ddl è negativo ».

     

    Matteo Quadrone

  • Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    graminacee-1Nell’articolo di questa settimana ci occuperemo delle Graminacee (nel Regno Unito “Ornamental Grasses” cioè, letteralmente, varietà di erba ornamentale) e del loro impiego nei moderni giardini. Queste piante sono ancora oggi poco conosciute ma erano, solo qualche anno fa, del tutto ignote, almeno in Italia. In generale, esse sviluppano cespugli di medie dimensioni che ricordano l’erba selvatica. Le foglie sono lanceolate, verdi, grigiastre, rossastre, brunastre, bianche e verdi, più o meno lunghe e dalle conformazioni molto variabili.

    graminacee-2Le moderne varietà, impiegate in botanica e nel landscape design, sono estremamente diversificate per forme, colori, dimensioni e possibilità di impiego. Dato il numero incredibile di tipologie esistenti, ricordiamo: Feather Reedgrass, Fountaingrass, Pennisetum Villosum, Cortadeira Selloana “Punila”, Stipa Tenuissima… Moltissime piante producono poi vistose spighe che troneggiano sui cespugli. Queste ultime sono particolarmente interessanti da un punto di vista estetico. Verdi e molli si piegano ai venti primaverili, giallo brunastre spiccano in autunno ed inverno sulla neve candida. Questa famiglia di piante è poi numerosissima e giunta recentemente alla ribalta per validissimi motivi. Le Graminacee sono infatti rusticissime e robustissime. Non richiedono terreni profondi per proliferare, resistono al caldo intenso ed al freddo anche pungente, agli sbalzi di temperatura, non necessitano di concimazioni o terreni particolari di coltura, non abbisognano di potature e non sono neppure soggette a malattie. Si possono abbinare ad altre piante rustiche (ad es: Sedum o piante tipiche della flora mediterranea e dalle simili esigenze colturali) o mescolare tra loro le differenti varietà, creando insiemi sempre diversi ed eterogenei. In quest’ultimo caso si potranno creare vere e proprie “onde” verdi, grigiastre o dei colori più vari che ammantano il terreno ed oscillano al vento, con effetti inaspettati e sempre nuovi.

    Dal punto di vista estetico, le Graminacee sono molto lineari e dalle linee pulite e scultoree. Si prestano quindi benissimo ad essere inserite in contesti ed edifici moderni, dove spiccano a contrasto con cemento, vetro ed acciaio. Sono anche perfette per essere impiegate sui tetti verdi, dove il poco terreno a disposizione ed il notevole irraggiamento solare rendono difficile la sopravvivenza di molte altre piante.

    Esempi celebri di loro recente impiego si possono trovare sia sulla High Line di New York che negli spettacolari giardini di Piet Oudolf. Quest’ultimo è noto proprio per il frequente utilizzo, nei suoi progetti, delle Graminacee. Egli realizza infatti particolari spazi verdi che richiedono poche cure e sono a c.d. “bassa manutenzione”, incentrati su grandi gruppi omogenei di piante. Tutte le essenze da lui impiegate sono poi estremamente frugali e variano, da luogo a luogo, a seconda della loro collocazione, dei gusti e delle diverse esigenze del committente. Si hanno così giardini semplicissimi da mantenere in una varietà potenzialmente infinita di forme, di insiemi e di colori.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Via dei Giustiniani: ex casa occupata, scuola Garaventa e Common-Lab. La nostra visita

    Via dei Giustiniani: ex casa occupata, scuola Garaventa e Common-Lab. La nostra visita

    giustiniani-2Il nostro consueto appuntamento con #EraOnTheRoad si è concentrato ieri su una delle parti del centro storico più lontane dai riflettori: Via dei Giustiniani, spesso zona presa come esempio per la piaga delle serrande abbassate, dello scarso movimento e dalla nascita di poche iniziative di rigenerazione urbana. È davvero così? Siamo andati a far visita ai ragazzi di Common-Lab nuova realtà di coworking e abbiamo affrontato con il presidente del Municipio Simone Leoncini il futuro dell’ex Scuola Garaventa e, infine, constatato la totale immobilità che incombe sul complesso Via Dei Giustiniani 19, reso celebre dall’occapazione e relativo sgombero di due anni fa.

    Common-Lab in via dei Giustiniani, la nostra visita

    Come prima tappa, abbiamo visitato il neo-nato Common-Lab, nuova realtà (inaugurata solo lo scorso 6 giugno) creata allo scopo di portare il coworking nei caruggi del centro. Abbiamo parlato con il fondatore, Danilo Schiara, e con Monica Poggi, una del team dei nove soci che hanno creduto in questa scommessa.

    Si tratta di una associazione di promozione sociale, uno spazio di coworking adatto ad nuovo modo di lavorare, spiegano i fondatori: “più confortevole, più accogliente, più economico, più attento alla persona e ai suoi bisogni… Mettete una via in centro città, aggiungete un acquario, un buon caffè, wifi, una poltrona rilassante, ed è fatta. Common-lab è un’idea semplice con la prerogativa di essere alla portata di tutti”.

    common-labUna community, un incubatore di idee per l’impresa e per il singolo, un centro per lo sviluppo delle competenze singole e collettive: comunque la si voglia vedere, la missione di Common-lab è quella di promuovere una nuova cultura imprenditoriale all’insegna di eticità, socialità e rispetto dell’ambiente. L‘attenzione all’essere umano, oltre che al lavoro: questa è infatti la particolarità che caratterizza l’esperienza di questo coworking che si unisce ai tanti che sono nati in città o stanno nascendo (da quello al Porto Antico, al TAG agli Erzelli, a Boccaccio-Passoni in Salita Santa Caterina, e altri ancora). «Non ci sarà rivalità con le altre realtà analoghe – racconta Monica – naturalmente collaboreremo, visto che per il momento siamo tutti soggetti con identità diverse: c’è chi punta più su editoria e new media, chi si concentra sulle nuove tecnologie, e ci siamo noi che puntiamo sulla dimensione sociale. Il fulcro di tutto, l’iniziatore dell’esperienza, è Danilo (poi ci siamo accodati noi altri soci), che è un commercialista “anomalo”, specializzato nel no profit e nel mondo dell’associazionismo, nonché gestore di circoli Arci; poi c’è Gabriella, esperta di grafica ma con trascorsi nell’associazione Italia-Cuba; poi ancora Luana, che fa parte di Eticologiche, io che ho all’attivo l’esperienza di Yeast e dell’orientamento al lavoro, e tanti altri. Puntiamo sulla sostenibilità ambientale e sul sociale, sul supporto e sul fare rete tra imprese e soggetti. C’è chi pensa che il coworking sia solo l’affitto di una scrivania a prezzi vantaggiosi, ma non è tutto qui. Certo, in senso stretto è così, e ciò ha anche grossi vantaggi, ma la cosa importante è la possibilità di lavorare fianco fianco ad altri professionisti con competenze diverse, incrementare le conoscenze, perfezionare le competenze, offrire ai propri clienti un plus, un valore aggiunto nella prestazione lavorativa».

    Al coworking di Via dei Giustiniani, insomma, troviamo davvero tanto fermento: «L’idea – continua Monica – è quella di organizzare anche eventi esterni qui, e eventi interni, in cui ciascuno di noi soci metterà a disposizione le proprie competenze. Ad esempio, pensavamo già a un evento informativo curato da Danilo in cui spiegare ai cittadini interessati come funziona la partita iva: non solo come e perché aprirla, ma come gestirla e quali vantaggi/svantaggi ne derivano».

    Il tessuto sociale

    giustiniani-vicoli-centro-storicoCi confermano i fondatori che secondo loro Common-Lab ha grandi potenzialità nell’aiutare la ripresa del tessuto sociale del centro: lo spazio dedicato al coworking è nato grazie alla collaborazione della ditta Ri.geNova srl, che si occupa di interventi di riqualificazione nel centro storico genovese. Danilo ci racconta tutta la storia: «Siamo una zona in cui ultimamente si vedono molte serrande chiuse. Oggi siamo un presidio su strada, con il locale aperto, l’accesso libero e l’accoglienza con desk informativo sempre attivo. La zona all’inizio ci sembrava più ‘morta’, poi stando qui abbiamo visto che in realtà c’è fermento e c’è passaggio, ma mancano stimoli. Noi speriamo di portare qui intanto lavoratori e imprese, poi anche persone semplicemente interessate al coworking, studenti, ecc. Vogliamo diventare un polo attrattivo, dare avvio a una nuova partenza, fungere da sportello informativo. Speriamo di lanciare molte nuove realtà e business, e di ingrandirci: abbiamo già aperto un canale con Ri.Genova e un domani potremmo collaborare con loro e chiedere in affitto altri locali in zona, per noi o per i nostri clienti. Abbiamo già instaurato un buon rapporto con gli altri esercizi del quartiere, in particolare il ristorante Jamila, altro presidio: il proprietario, Mamadou, ci ha detto che per lui questa via si dovrebbe chiamare “Via di Mamadou”, non dei Giustiniani, perché lui è l’unico aperto, l’unico che la vive e la ravviva. Noi vogliamo fare squadra con lui».

    La struttura

    Commenta ancora Danilo: «Prima qui c’era una pasticceria. Noi siamo arrivati dopo tre anni di chiusura del locale e l’abbiamo trovato in uno stato indecente: animali, umidità, trascuratezza e degrado. L’amministrazione non dovrebbe permettere questo degrado. Ad esempio, sapevate che qui vicino c’è uno dei vicoli più stretti di Genova, Vico Basadonne? I turisti vengono a fotografarlo, ma lo stato della strada è impresentabile: perché non si punta sulla promozione turistica e non si incentivano i visitatori a  spingersi fin qui?».

    Danilo e compagni hanno le chiavi dallo scorso dicembre, e  in soli 6 mesi hanno fatto un miracolo. Lo spazio qui è organizzato su 3 piani, quello interrato ospita la cucina che sarà data in gestione a terzi. Diventerà uno spazio utilizzabile da chi ha uffici qui in zona e vuole venire qui in pausa pranzo, sia per comprare il cibo, che per cucinare. Lo stesso per chi affitta, naturalmente, la scrivania qui, e anche per gli abitanti del quartiere. A breve arriverà anche un’altra socia, una nutrizionista e life coach che, in linea con la proposta di attenzione all’individuo e alla vita sana, darà consigli a chi è interessato su alimentazione sana e stile di vita equilibrato. «Vogliamo un posto di lavoro a misura di individuo, dove produrre rilassandosi. Saranno a disposizione prodotti vari, come caffè napoletano prodotto in una torrefazione a legna del 1800, una delle poche ancora attive. Offriremo prodotti particolari, etici, per uscire dalla banalità».

    La città di Genova è pronta per il coworking? In un panorama nazionale già piuttosto indietro rispetto al resto d’Europa, ma in molti casi più avanti della Liguria nel recepire le nuove tendenze, quella di Common-Lab è una scommessa difficile. «Genova non ha ancora capito le potenzialità del coworking – dice Monica – Se ne parla perché c’è crisi, e si fa di necessità virtù: si cerca di fare squadra e unire le forze e condividere l’ufficio. Ma le potenzialità reali vanno oltre. C’è un risparmio oggettivo e concreto (su bollette e affitto), e un guadagno simbolico ma ancora più importante: quello che deriva dalla condivisione delle conoscenze. È un arricchimento indiretto».

    Ex Scuola Garaventa in via San Giorgio 1

    Seconda tappa, la ex scuola Garaventa di Via San Giorgio, di recente balzata agli onori della cronaca dopo l’occupazione estemporanea dei giovani del LSOA Buridda, costretti a lasciare lo scorso 4 giugno i locali di Via Bertani. La scuola elementare è rimasta in funzione fino al gennaio 2014, quando è diventata operativa la nuova, discussa scuola di Piazza delle Erbe, in cui si sono trasferiti gli alunni di Garaventa e Baliano.

    Quale futuro per la Garaventa? Lo sgombero si è ufficialmente concluso questa mattina, i ragazzi del Buridda hanno trovato un’altra sede in Corso Montegrappa (ex Magistero ed ex Facoltà di Scienze Sociali), e per l’edificio di Via San Giorgio si continua a parlare del progetto di trasferimento degli uffici del Municipio Centro-Est. Ne parliamo con il vicesindaco Stefano Bernini «Confermo il progetto di insediamento di uffici pubblici, ma dobbiamo attendere l’avvio di alcuni lavori di ristrutturazione che rendano agibile tutto il complesso. Avevamo fatto richiesta al fondo della Cassa Depositi e Prestiti e Ri.Genova srl per finanziare gli interventi, ma non abbiamo avuto notizie».

    Insomma, è tutto fermo? Chiediamo lumi direttamente a Simone Leoncini, Presidente del Municipio I, che ci espone la situazione più nel dettaglio: «Al momento all’interno della scuola c’è ancora materiale scolastico, e l’ipotesi di un nostro trasferimento resta, ma non si tratta di una cosa immediata. In questi mesi, oltre allo spostamento del Municipio dall’attuale sede di Piazza Santa Fede, si è fatta avanti anche l’idea del trasferimento di Aster, oggi in Via XX Settembre, in una sede da alienare. Lo spostamento è sicuramente da fare: dalle prime stime pare che inserendo qui il Municipio, si potrebbe eliminare il passivo e ci sarebbe un risparmio di circa 200 mila euro all’anno. Inoltre, spostando il Municipio, sarebbero liberati altri spazi per uffici comunali: si pensa all’ATS (Ambiti Territoriali Sociali, n.d.r.), oggi diviso tra le due sedi di Villa Piaggio (in cui a breve partiranno i lavori del POR) e Piazza della Posta Vecchia, che andrebbe a trasferirsi tutto a Santa Fede. Sarebbe opportuno avere una sede unica, anche per ridurre i costi, visto che ATS ha sempre meno risorse. Portare il Municipio qui ha un valore anche sociale: sarà un presidio sociale e della legalità, in una zona come quella di Via/Piazza San Giorgio ancora problematica. Portare qui ogni giorno almeno 200 persone sarebbe una bella scommessa e un bel segnale di ripresa».

     Via dei Giustiniani 19, ex casa occupata

    Infine, non poteva mancare la ex casa occupata di Via dei Giustiniani 19. Svuotata definitivamente dal 2012 (dopo anni di incertezza: prima utilizzata dalla associazioni sociali del centro, poi sgomberata nel 2006 e rioccupata dai ragazzi nell’ottobre 2011 fino all’agosto 2012, leggi la nostra inchiesta), qual è la situazione attuale? Ci sono progetti di riqualificazione o la struttura è nuovamente caduta nel dimenticatoio? «Per il momento non sono in previsione interventi di ristrutturazione», comunica telegrafico il vicesindaco Bernini. Dall’Ufficio Patrimonio del Comune di Genova ci informano che, in base alla legge sul federalismo demaniale, il Comune potrebbe richiederlo al Demanio e farlo diventare di sua proprietà (qui il recente approfondimento sullo stato delle richieste da parte di Tursi), anche se a noi non risulta. L’immobile non sarebbe più di proprietà del Demanio, bensì oggetto di cartolarizzazione con la Cassa Depositi e Prestiti e quindi non potrebbe rientrare nella lista degli immobili da acquisire. Una situazione emblematica, che non porta certo ad immaginare una nuova destinazione d’uso in tempi brevi, anzi, sembrerebbe proprio che sull’ex sede del Partito Nazionale Fascista regni il più totale immobilismo, oltre che una preoccupante confusione di informazioni. Un peccato che un immobile del genere, così spazioso e centrale, rimanga abbandonato.

     

    Elettra Antognetti