Anno: 2014

  • Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    economia-soldi-D1È talmente raro che le trasmissioni di approfondimento facciano davvero “approfondimento” che, quando capita l’occasione di citarne una, non c’è altra notizia che tenga: bisogna dare spazio a chi compie l’atto rivoluzionario, per questi tempi, di un minimo riequilibrio informativo. È accaduto infatti questa settimana che venisse affrontata, anche se solo a livello divulgativo, la grande questione della politica economica: quali tipi di intervento o quale tipo di atteggiamento deve tenere il governo nei confronti dell’economia? In che modo si può operare per creare più occupazione, più sviluppo e più benessere?

    Si tratta, come è evidente, di un tema assolutamente prioritario, tanto più nel corso di una crisi economica ancora molto dura. Eppure non se ne sentiva parlare affatto. Anzi, nel corso dell’ultimo ventennio si è come rimosso l’argomento dal dibattito pubblico; quasi che la risposta fosse scontata, quasi che alla gente non dovesse interessare avere diversi punti di vista sul modo di incentivare l’economia o di individuare i settori settori strategici per lo sviluppo del paese. Infine tre anni fa, come è ormai noto, lo Stato italiano abdicava formalmente a questo ruolo, rimettendolo nelle mani sapienti della Commissione Europea e della BCE che da allora lo interpretano predicando incontrastate rigore contabile e liberalizzazioni.

    Questo muro dell’ortodossia è stato timidamente graffiato per la prima volta un paio di sere fa, nel corso di una puntata di Otto e Mezzo dal titolo: «Renzi, liberista o socialdemocratico?». Ospiti di Lilli Gruber erano, da una parte, il professor Francesco Giavazzi, editorialista di punta del Corriere della Sera e vecchia “conoscenza” di questa rubrica (per via di alcuni fondi su euro e stato sociale scritti insieme ad Alberto Alesina) e, dall’altra, la professoressa Mariana Mazzucato, economista dell’Università del Sussex.

    I due ospiti rappresentavano ovviamente, come è nello stile del giornalismo italiano, i due diversi punti di vista sul modo di intendere la politica economica. Da qui – immagino – la prima sorpresa dello spettatore, che per la prima volta dopo anni viene posto a conoscenza del fatto che non esiste una sola verità sull’argomento: cioè le “ricette” a cui da anni ci stiamo sottoponendo, senza alcuna discussione pubblica, non sono le uniche possibili. Non solo. Scopriamo addirittura che non un nazionalista di estrema destra o un teorico delle scie chimiche, ma proprio una di quelle figure che piacciono tanti ai “liberals”, una donna che insegna economia in Inghilterra (cosa che fa tanto “minoranze” e tanto “successo italiano all’estero”) sostiene tranquillamente una tesi del tutto opposta a quella della “Europa”, dei partiti “moderati” e dei giornali “seri”.

    E chi lo avrebbe mai detto che era possibile una visione economica alternativa? Beh, ad esempio il sottoscritto. Già a settembre del 2013, infatti, avevo provato a spiegare, entrando in temi che non mi competono come un elefante in cristalleria, che nel dibattito economico attuale più che in passato si danno almeno due visioni contrapposte: visioni che però non trovano corrispondenza nell’offerta politica, dato che i partiti, da destra a sinistra, in Italia come in Europa, sono tutti sbilanciati verso un solo polo del dibattito.

    Questo polo è incarnato discretamente dalle idee del professor Giavazzi, il quale, interrogato dalla collega su quali fossero i problemi delle imprese italiane (visto che si parla sempre dei problemi dello Stato, ma mai di quelle delle imprese…), rispondeva eloquentemente: “i problemi delle imprese sono le tasse alte e le rigidità del mercato del lavoro”. Al che la professoressa Mazzucato aveva buon gioco a dimostrare come questi siano in realtà problemi dello Stato, essendo quel soggetto che solo può elevare la pressione fiscale e stabilire le regole nei rapporti di lavoro: e dunque dare questo tipo di risposta equivale a dire che il privato non ha colpe.

    Nel corso del dibattito tra i due economisti questa differenza di vedute emergeva in modo sempre più evidente, anche per il profano: da una parte la Mazzucato vuole definire compiti e punti di forza sia del pubblico che del privato; dall’altra invece Giavazzi propende nettamente per il privato. Questa contrapposizione ha evidentemente radici ideologiche, o comunque risponde a un orientamento generale del pensiero: perché naturalmente non può esistere una rigorosa dimostrazione empirica che stabilisca, una volta e per sempre, chi abbia ragione in questa diatriba tra pubblico e privato. Ciò detto, però, se guardiamo a chi offre la risposta più radicale, allora non c’è partita.

    Secondo Giavazzi la politica economica si fa solo con l’antitrust e le detrazioni fiscali: compito dello Stato è dunque quello di fare il “guardiano dell’economia”, evitando che si instaurino regimi di monopolio e premiando con sempre minori tasse quelle imprese che investono; per il resto deve assistere da spettatore al magnifico dispiegamento del libero mercato e all’operare chirurgico della famosa “mano invisibile” di Adam Smith, la quale, mentre ognuno è impegnato ad arricchirsi privatamente, dispone le cose perché si realizzi magicamente la società migliore possibile.

    Secondo la Mazzucato, invece, lo Stato può esercitare un ruolo positivo: la spesa pubblica non è sempre e solo “improduttiva”. Di qui evidentemente l’ennesima sorpresa dello spettatore: c’è ancora qualcuno oggi che va in giro a dire che lo Stato non dovrebbe tagliare la spesa, bensì spendere? Questo Stato italiano “corrotto” e “sprecone”? Non solo.

    Mentre Giavazzi con grave sprezzo del ridicolo vagheggiava di un’austerità “buona”, con tagli di spesa, e un’austerità “cattiva”, con aumenti di tasse, la Mazzucato spiegava che internet è il risultato di investimenti strategici del governo americano nel settore della difesa; sosteneva che la FIAT in Italia avesse smesso di fare investimenti perché lasciata libera dal governo (mentre negli Stati Uniti Obama sta mettendo sotto pressione Marchionne perché la Chrysler sviluppi nuovi motori ecologici); argomentava che la corruzione di questi giorni non va usata per demonizzare il pubblico, perché “la corruzione c’è in tutti i paesi”; e addirittura ricordava il ruolo importante di aziende statali come l’IRI, al cui solo sentir pronunciare il nome, mancava poco che Giavazzi non cadesse dalla sedia.

    Ovviamente la discussione non si è risolta: la Mazzucato ha testimoniato con la sua persona che  un orientamento keynesiano o “socialdemocratico”, dato per spacciato tra gli anni ’90 e gli anni 2000, sta prendendo di nuovo piede tra gli economisti, per chiedere allo Stato di intervenire direttamente nell’economia e farsi carico di grossi progetti di investimento; Giavazzi, dal canto suo, ha probabilmente continuato a pensare che queste sono cose più adatte a Stalin e ai suoi piani quinquennali e che l’economia la fanno i bravi imprenditori, che poi sono “quelli che esportano” (e vai di mercantilismo).

    P.S.

    E Renzi? Alla fine il premier è liberista o socialdemocratico? La Mazzucato sospendeva il giudizio, in attesa di capire se dal Presidente del Consiglio potesse venir fuori qualcosa di più concreto degli 80 euro. Per Giavazzi, invece, Renzi merita un bel 7+, perché ha cambiato qualche burocrate, ha tolto qualche tassa e ha rimosso qualche funzionario pubblico in odore di corruzione: è poco, ma è partito con il piede giusto. Dunque Renzi, un premier “di sinistra”, piace tanto ai liberisti: e chi l’avrebbe mai detto?

    Andrea Giannini

     

  • Forte Begato, il Comune apre le porte ai cittadini. Il primo passo verso la riqualificazione

    Forte Begato, il Comune apre le porte ai cittadini. Il primo passo verso la riqualificazione

    forte-begato33Come anticipato nelle scorse settimane da Era Superba, sabato 28 giugno il Comune aprirà alla città le porte di Forte Begato per dare vita a una giornata di festa ma, soprattutto, per muovere il primo passo ufficiale verso l’ambizioso progetto-chimera elaborato dagli uffici comunali per il recupero e la riqualificazione dell’intero sistema fortificato genovese (qui l’approfondimento).

    Riqualificazione Forte Begato >> l’approfondimento e le immagini

    In programma escursioni, passeggiate, incontri e presentazioni, ma anche un contest fotografico aperto a tutti.
    “Il Comune ha chiesto all’Agenzia del Demanio l’acquisizione dei forti genovesi sulla base delle nuove disposizioni previste dal Federalismo Demaniale – si legge sulla nota stampa del Comune – ed ha predisposto un programma di valorizzazione del sistema difensivo che è in corso di definizione. La fase di avvio del programma prevede il trasferimento di un primo lotto di beni, costituito dai forti Tenaglie, Crocetta, Begato, Sperone, Puin e di parte del Castellaccio. Per rendere la cittadinanza partecipe di questa iniziativa il Comune sta organizzando una grande festa che si terrà a Forte Begato il 28 giugno. Nell’occasione il Forte sarà aperto ai cittadini, che potranno accedere a tutti gli spazi a sud dell’edifico principale, compresi i manufatti minori. La giornata sarà animata da diverse iniziative, come passeggiate guidate a carattere storico o naturalistico, incontri con esperti, un concorso di fotografia, disegni per i bambini, spettacoli di artisti di strada, ecc. Sarà organizzato un servizio di prestito giornaliero di libri dedicati alla storia della città e dei suoi forti. Si potrà osservare il sole grazie al telescopio messo a disposizione dall’Osservatorio Astronomico, effettuare escursioni in mountain-bike e altro ancora. Chi arriverà da Granarolo con la cremagliera lungo il viaggio potrà ascoltare le sue storie ed i suoi segreti”.

  • Val Bisagno, riqualificazione ex Guglielmetti: modifiche al progetto, si va verso l’approvazione

    Val Bisagno, riqualificazione ex Guglielmetti: modifiche al progetto, si va verso l’approvazione

    progetto-coop-ex-guglielmettiIl processo di riconversione del Centro Coop Bisagno e la riqualificazione dell’ex officina Guglielmetti sembrano essere giunti agli ultimi passaggi prima dell’approvazione definitiva. L’area è stata acquistata interamente da Talea per una cifra attorno ai 26 milioni di euro allo scopo di realizzare un complesso alberghiero con torre alta 35 metri e un centro commerciale con annesso parcheggio sulla copertura, tra via Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi (a pochi metri di distanza dal cantiere per la costruzione di un altro centro commerciale nell’area ex Italcementi, ndr).

    Era Superba aveva già illustrato nel dettaglio il progetto iniziale (qui l’approfondimento): un albergo a 3 stelle, con una struttura a torre per una superficie di 7.441 mq che dovrebbe occupare l’area tra l’ex Officina Guglielmetti e le concessionarie di automobili; un centro commerciale, con superficie di vendita pari 7.434 mq che dovrebbe essere sormontato da un parcheggio accessibile attraverso una vistosa rampa d’accesso elicoidale; una piastra di connessione tra il Centro Acquisti Val Bisagno e l’area Guglielmetti sulla cui superficie potrebbero trovare spazio un piccolo parco giochi e una piccola arena per circa 4.000 mq.

    ex-guglielmetti-progetto-amici-ponte-carregaI residenti della valle, con capofila gli Amici di Ponte Carrega, hanno fin da subito manifestato la propria contrarietà al progetto ritenuto troppo impattante sul territorio circostante soprattutto nella delineazione della torre alberghiera e del parcheggio. «A settembre abbiamo incontrato i vertici Coop per manifestare le nostre obiezioni – racconta Fabrizio Spiniello, portavoce del comitato – ma ci è stato risposto che il progetto presentato era l’unico realizzabile: l’albergo poteva avere solo quella forma e poteva essere messo solo in quel posto così come il parcheggio». Ma i cittadini non si sono arresi e hanno concretizzato la propria opposizione attraverso la presentazione di alcune osservazioni in Conferenza dei Servizi. E i rilievi non si sono rivelati così strampalati, tanto che la stessa Talea ha prodotto una variante al progetto accogliendo alcune delle istanze prevenute.

    Adesso la parola spetta nuovamente alla Conferenza dei Servizi. «Credo che dopo alcuni incontri in Municipio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – la variante progettuale vada incontro alle richieste del territorio. Non l’ho ancora vista nel dettaglio ma credo che fosse corretto e opportuno accogliere tutte le modifiche in meglio che possano rendere meno impattante l’albergo e il parcheggio».

    Ma i cittadini non sono ancora soddisfatti, in particolare per i volumi che si dovrebbero collocare davanti alla Chiesa di San Michele, a Ponte Carrega e al suo borgo. «Va detto chiaramente – ammette Spiniello – che nell’ultima revisione del progetto sono state recepite alcune delle nostre osservazioni ma secondo noi questo non può bastare. Va tracciato un solco tra passato e futuro. È come se si fosse dimenticata la storia del quartiere».

    Nonostante le migliorie proposte e messe nero su bianco (eliminazione della rampa elicoidale di accesso al parcheggio, abbassamento della torre alberghiera e presenza di una sala in cui insediare il teatro dell’Ortica) il progetto prevede ancora volumi piuttosto alti e grandi parcheggi in copertura: «Secondo noi – racconta il portavoce degli Amici di Ponte Carrega – si tratta di un utilizzo assai poco pregevole per un luogo così interessante e affacciato verso le colline del parco delle mura e dell’acquedotto storico».

    guglielmetti-molassanaEcco, allora, che gli stessi cittadini si sono fatti promotori di un progetto architettonico alternativo e sostenibile realizzato gratuitamente dallo Studio Gallarati Architetti. «Siamo riusciti a produrre un progetto alternativo che risponda alle stesse esigenze commerciali e di sviluppo edilizio di Coop – prosegue Spiniello – ma allo stesso tempo rispetti il tessuto urbano della Valbisagno. Concordiamo sul fatto che Coop debba rientrare di un investimento su un’area privata pagata 26 milioni di euro contro un valore reale di 8 ma chiediamo di rispettare anche i diritti dei cittadini e i principi etici di Coop stessa affinché il progetto non deturpi ulteriormente la vallata. Noi prendiamo il quartiere come centro del progetto mentre Coop è come se facesse atterrare un’astronave senza prendere in minima considerazione il contesto urbano».

    Nel “progetto popolare” vengono abbassate le volumetrie e mantenuto lo stesso numero di stanze per l’albergo (circa 150) ma vengono spostati gli ingombri, compresi quelli del parcheggio: viene, infatti, eliminata la copertura che potrebbe, invece, essere sfruttata per la nascita di un piccolo centro sportivo.  “A parte i casi limite di scelte urbanistiche completamente sbagliate  – spiegano le note dell’architetto Giacomo Gallarati, redattore della proposta alternativa – esiste sempre una soluzione alternativa, sostenibile e condivisa, rispetto ad un progetto architettonico di dubbia bontà. L’intervento è concepito come un grande oggetto fuori scala. La nostra proposta progettuale ribalta perciò l’impostazione di fondo del progetto Talea e assume il percorso storico come asse principale dell’intero intervento”.

    Si parte perciò dallo spazio principale di aggregazione: una piazza con un teatro, che con gli oneri di urbanizzazione richiesti a Talea (5 milioni di euro nel complesso, dei quali la metà in opere e l’altra metà in denaro) dovrebbe rappresentare la nuova sede del Teatro dell’Ortica. Da qui poi si accederà agli spazi pubblici e al centro commerciale. L’albergo viene spostato sull’asse del ponte Guglielmetti, ruotato perpendicolarmente al Bisagno e suddiviso in più edifici in modo da non costituire più una barriera alla percezione del paesaggio retrostante evitando così l’effetto “fuori scala”. Inoltre, grande centralità viene data al verde e agli spazi di socializzazione: “Il progetto Talea – si legge ancora nelle note – prevede solo un piccolo spazio verde all’aperto in copertura, accessibile quasi unicamente tramite le scale mobili del contro commerciale e perciò a servizio dei clienti e non dei cittadini. Come in un mall, l’intero complesso è strutturato sulla base di un accesso quasi esclusivo tramite automobile privata. Per non modificare superfici e destinazioni del progetto Talea, abbiamo mantenuto l’unitarietà del piano terra, a parcheggi, e del piano intermedio, con destinazione a centro commerciale, fruibile tramite percorsi coperti: il centro commerciale non costituisce più però l’elemento centrale dell’edificio, in quanto la nostra proposta prevede di realizzare in copertura un grande spazio pubblico urbano sopraelevato, collegato direttamente con il tessuto edilizio circostante tramite percorsi pedonali, scalinate aperte e ascensori pubblici e organizzato in vie, piazzette, giardini. Su di esso sono previste strutture leggere da destinare a piccoli esercizi commerciali, pubblici esercizi e spazi per società sportive, con l’intento di stimolare e rafforzare una vita di quartiere”.

    A dire il vero una piazza è presente anche nei disegni di Coop ma di concezione forse “un po’ troppo moderna”, come sostengono gli Amici di Ponte Carrega: «La piazza da loro ipotizzata si trova in mezzo al centro commerciale, lontano dalle case e dai percorsi pedonali utilizzati da tutti noi, lontano dal cuore pulsante del quartiere. Si tratterebbe di uno spazio raggiungibile solo in automobile che otterrebbe il solo risultato di svuotare ulteriormente i nostri veri spazi urbani che invece andrebbero riqualificati, come piazza Adriatico, o costruiti ex novo, come via Terpi».

    Il progetto promosso dagli abitanti del quartieri è fresco di realizzazione e non è ancora stato mostrato ai vertici Coop e all’amministrazione civica. Ma il vicesindaco Bernini punta a fare chiarezza fin da subito: «Coop ha accolto le giuste osservazioni dei cittadini e proposto una variante, ora però bisogna anche tenere presente i principi di sostenibilità economica del progetto per chi ha compiuto un importante investimento economico».

    «La cosa bella del nostro progetto – ribatte Fabrizio Spiniello – è che è nato tutto dal basso. Siamo stati noi cittadini che abbiamo detto che cosa avremmo voluto da questa riqualificazione e lo studio l’ha messo nero su bianco, gratuitamente. Si tratta di una proposta che muove da una filosofia più consona al terzo millennio, più europea e che concretizza il concetto di Smart City invece di farne solo tante parole come finora è stato fatto a Genova».

    Insomma, la Conferenza dei servizi, che deve ancora discutere la variante proposta da Talea, è chiamata a esprimere l’ultima parola, ma ascoltando la riflessione di Bernini la sensazione è che il progetto stia per imboccare la strada dell’approvazione definitiva e che per le rivendicazioni dei cittadini non ci sia ormai più molto spazio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    quezzi ex onpi edificio particolare 006«Rispetto al complesso ex Onpi (qui l’approfondimento di Era Superba) stiamo studiando, nell’ottica di una politica generale di riduzione dei costi, un’ipotesi di permuta con Arte, in cambio di tre edifici scolastici sui quali paghiamo il fitto passivo. Qualora l’operazione non andasse a buon fine, l’idea è quella di cercare di vendere l’immobile perché un diverso utilizzo da parte del Comune richiederebbe altissimi costi di ristrutturazione che in questo momento non possiamo prevedere». Era il maggio 2013 quando l’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli, così rispondeva in Consiglio comunale a un’interrogazione a risposta immediata del democratico Claudio Villa. Ieri, 17 giugno 2014, l’assessore per sua stessa ammissione ha usato più o meno le stesse parole per spiegare all’alfaniano Matteo Campora che in, buona sostanza, in 13 mesi non è stato fatto nessun passo avanti sul futuro degli oltre 5300 metri quadrati di via Donati n. 5, a Quezzi.

    L’edificio ha sempre avuto destinazione socio-sanitaria inizialmente attraverso l’Opera nazionale pensionati d’Italia, poi con l’Istituto Doria e, infine, con l’Asp Brignole, prima di essere definitivamente abbandonato al degrado, a incursioni vandaliche e alla devastazione degli agenti atmosferici come l’alluvione del 2011, che colpì con le ben note tragiche conseguenze in modo particolare l’attigua zona di via Fereggiano.

    quezzi ex onpi edificio 005Dal 1988, ovvero dalla cessazione dell’attività dell’Onpi, l’immobile è diventato di proprietà comunale. Nel 2010 Tursi ne commutò un terzo con Arte (L’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) per ottenere un porzione di Villa de’ Mari e destinarla ad attività sociali legate alla Fascia di Rispetto di Prà. Da tempo, ormai, l’intenzione della civica amministrazione sarebbe quello di liberarsi anche della restante quota di proprietà dell’immobile per ottenere, sempre in permuta da Arte, un edificio in via Fea dove sono allocati due asili nido e uno spazio per servizi sociali e un altro immobile ad usi associativi sul lungomare di Pegli. «L’obiettivo – ha ribadito ieri Miceli – è quello di produrre un risparmio per le casse comunali dato che per quegli spazi attualmente incorriamo in fitti passivi. Starà poi ad Arte decidere come utilizzare la struttura di via Donati».

    «La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni – ha replicato Campora – e mi auguro che a breve si possa giungere ad azioni concrete. Non si può più sopportare che molti beni pubblici vengano lasciati al degrado più totale. Mi auguro che almeno in quest’ultima fase di attesa si predisponga un’adeguata custodia dell’immobile».

    Le trattative tra il Comune e Arte, società partecipata della Regione, che potrebbe trasformare l’edificio in una nuova sede per residenze popolari, sono ormai da troppo tempo in fase di stallo. «Gli unici a essersi mossi in questo periodo – ci racconta il presidente del Municipio III  Bassa Val Bisagno, Massimo Ferrante – siamo stati noi che il 25 ottobre scorso abbiamo deliberato 25 mila euro per la riqualificazione dei giardini esterni, su un bilancio municipale che ammonta a 300 mila euro». A dimostrazione che il Municipio tiene molto a questi spazi, il presidente ricorda anche che da tempo esiste un comitato di cittadini che vorrebbe prendersi cura della zona esterna dell’edificio che, in ogni caso, sembra destinata a restare di proprietà comunale. «Attenzione però che se il Comune e la Regione non si chiariscono sulle pertinenze della struttura – allerta Ferrante – io non posso certo far partire nessun intervento di riqualificazione. Anche perché se il fabbricato continua a essere vandalizzato, siccome di notte non ci metto le vedette o le sentinelle alpine, chi mi costudisce l’area verde che vado a recuperare, al di là del servizio gratuito che i cittadini sono disposti a fare?».

    Per mettere fine al rimpallo tra Tursi e De Ferrari, a cui ormai siamo ampiamente abitati anche su ben altri fronti, il Municipio aveva provato a fare da intermediario in un tavolo convocato dalla Regione, a cui presero parte Arte, il presidente Burlando e l’assessore Boitano. Incontro a cui la stessa Regione si “dimenticò” di convocare l’assessore comunale Crivello, delegato dal sindaco per chiudere definitivamente la questione da parte di Tursi.

    «Burlando – spiega il presidente del Municipio – voleva attivare un fondo Fas per il 90% della struttura, lasciando il restante 10% corrispondente al piano terra al Comune per creare un laboratorio, un asilo o, comunque, uno spazio per i cittadini. Arte si è resa disponibile ed eravamo rimasti d’accordo che la Regione ne avrebbe parlato con il Comune. Da allora non ne ho saputo più nulla». Intanto oggi il presidente Ferrante incontrerà i cittadini che da mesi ormai vorrebbero riappropriarsi del giardino. Ma, ancora una volta, non avrà buone nuove da offrire.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Fiera di Genova, la nuova proposta urbanistica: verso divisione degli spazi e nuove destinazioni d’uso

    Fiera di Genova, la nuova proposta urbanistica: verso divisione degli spazi e nuove destinazioni d’uso

    Fiera di GenovaProcede il cammino per il ridimensionamento delle aree della Fiera di Genova. Secondo la nuova proposta urbanistica in fase di approvazione definitiva, l’attuale configurazione del quartiere fieristico verrà sostanzialmente suddivisa in due settori: un settore (circa 49 mila metri quadrati) – costituito dai padiglioni B (Jean Nouvel, altrimenti noto come “quello blu”) e D insieme con aree in concessione demaniale – resterà destinato al quartiere fieristico con la possibilità di incrementare la superficie occupabile del 30% in occasione di eventi di particolare richiamo (Salone Nautico, Euroflora); un settore, residuale ma di amplissime dimensioni – comprendente i padiglioni S (Palasport) e C, la palazzina degli uffici, e l’ex edificio Nira – che rientra nella piena disponibilità del Comune e che potrà procedere a una riconversione di alcune aree di particolare pregio la cui vendita potrà portare ossigeno vitale alle casse pubbliche.

    Questa seconda porzione di aree fronte mare, di proprietà comunale ma non più necessarie alla Fiera, sarà venduta a Spim, partecipata del Comune per la gestione del Patrimonio pubblico. In proposito la giunta ha già approvato una delibera che verrà sottoposta al Consiglio comunale nella prossima seduta di martedì 1 luglio (il 24 giugno, San Giovanni, tutti in festa in Aula Rossa) per mettere nero su bianco gli intendimenti circa il futuro cambiamento di destinazione d’uso degli spazi interessati.

    Nella delibera si parla, infatti, di “funzioni urbane principali quali residenza, uffici, strutture ricettive alberghiere, servizi privati” e  vengono contemplate anche “funzioni complementari quali: connettivo urbano, esercizi di vicinato, medie e grandi strutture di vendita anche organizzate in centro commerciale, il tutto a parità di superficie edificata”. Vi è, inoltre, una prescrizione riguardante le più critiche e contestate aree a destinazione commerciale che non potranno superare i 15 mila metri quadrati, di cui solo 2500 per vendita di generi alimentari.

    fiera-genova-kennedy-DIL’obiettivo finale è quello previsto dal progetto preliminare del nuovo Puc e pone in evidenza la necessità di sottoporre l’arco litoraneo compreso fra piazzale Kennedy e Punta Vagno a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo”.

    Ma la trasformazione di questa ingente porzione di città dovrebbe fungere da importante volano per un’altra area attigua, quella che collega piazzale Kennedy con il Porto Antico: negli intendimenti urbanistici dell’amministrazione, infatti, qui dovrebbe sorgere un nuovo percorso pedonale e ciclabile e, in prospettiva, un collegamento viario a raso che sostituisca la sopraelevata e costituisca l’accesso al futuro ipotetico tunnel sub-portuale. In quest’ottica, il vicesindaco Bernini ci ha preannunciato una possibile proposta di emendamento al documento iniziale da parte della stessa giunta che dovrebbe richiamare in maniera più evidente proprio la funzione degli spazi circostanti il Porto Antico e da qui fino alla Stazione Marittima, passando dunque anche per l’Hennebique.

    Il futuro del palazzo ex-Nira

    Ex Ansaldo Nira

    Tralasciando i lidi di fanta-urbanistica a cui quest’analisi rischierebbe di portarci senza molte vie d’uscita, torniamo al concreto dei nostri giorni. In attesa di giungere alla discussione sulla delibera che stabilisce le linee guida per la rivalorizzazione delle aree non più fieristiche, i consiglieri Clizia Nicolella (Lista Doria) e Gian Piero Pastorino (Sel) hanno chiesto all’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli, di fare chiarezza sul futuro del palazzo ex Nira, inserito anch’esso in questo settore.

    L’assessore nel suo intervento in Sala Rossa ha ricordato la storia dell’immobile, la cui vendita a privati deliberata nel 2011 non ha avuto alcun esito positivo per una sostanziale mancanza di offerte formali sia nella fase di gara pubblica che nelle successive trattative private proseguite nel 2012 e nel 2013. «L’unico progetto d’acquisto e riqualificazione pervenuto – ha spiegato Miceli – è stato della società “Il Fortino” (gruppo immobiliare torinese legato a Sgs – Esselunga, ndr) che tuttavia non ha mai presentato direttamente un’offerta formale ma solo, appunto, un progetto attraverso Sviluppo Genova. La proposta, prevenuta a fine 2013, è agli atti e alla valutazione dell’amministrazione ma nel frattempo è intervenuto tutto un altro percorso di alienazione del complesso immobiliare fieristico (di cui abbiamo appena parlato, ndr) per cui la giunta ha ritenuto opportuno trattare l’area in maniera complessiva e non considerare l’immobile ex Nira disgiunto, dato che stiamo parlando di un unico contesto territoriale».

    A capire meglio quanto successo con la proposta di Sgs ci aiuta il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini: «Sgs voleva comprare il palazzo al prezzo dell’asta, 13,5 milioni, e aveva manifestato interesse anche per le aree circostanti. La proposta però era vincolata al cambio di destinazione d’uso dell’area a commerciale». Un aspetto non previsto nel precedente bando pubblico. «Di conseguenza – prosegue Bernini – se avessimo cambiato la destinazione d’uso, avremmo dovuto riaprire la gara e non procedere con assegnazione diretta perché, a termini modificati, magari si sarebbe potuto manifestare qualche altro interesse».

    L’offerta di Sgs, comunque, non è stata accantonata del tutto ma potrà essere presa in considerazione solo in un ragionamento più ampio che riguardi l’intero affaccio sul mare del centro-levante cittadino e, naturalmente, in comparazione con altre proposte che nel frattempo potranno pervenire. D’altronde adesso la destinazione d’uso commerciale è regolarmente prevista.
    A questo punto, non resta che aspettare il nuovo percorso di vendita o, quantomeno, la discussione in aula sulla delibera generale che, come detto, stabilirà i vincoli formali di tutta l’area e dovrebbe essere inserita all’ordine del giorno della prossima seduta di Consiglio, martedì 1 luglio.

     

     Simone D’Ambrosio

  • Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    regione-liguriaIl primo maggio 2014 è ufficialmente partita la Garanzia Giovani (Youth Guarantee), il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile che prevede l’erogazione di finanziamenti – per i Paesi membri con tassi di disoccupazione superiori al 25% – destinati a politiche attive di orientamento, istruzione, formazione e inserimento al lavoro, al fine di sostenere i giovani (dai 15 ai 29 anni) non impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not in Education, Employment or Training).
    Il Programma Operativo Nazionale individua le azioni comuni su tutto il territorio italiano, mentre ogni Regione ha adottato il proprio piano attuativo. Per la Liguria parliamo di oltre 27 milioni di euro (M) da investire – nel biennio 2014/15 – per contrastare l’emergenza lavoro con misure tradizionali, quali la formazione (circa 9 M dei complessivi 27 M), i tirocini extra curriculari (5 M), l’accoglienza, la presa in carico e l’orientamento (1,8 M), gli incentivi fiscali alle imprese (il cosiddetto “bonus occupazionale” che sarà gestito dall’Inps; 2,7 M in Liguria), ed altri interventi più innovativi, come l’accompagnamento al lavoro (3,9 M), il sostegno all’autoimpiego e all’imprenditorialità (3,2 M), la mobilità professionale transnazionale e territoriale (798 mila euro), il servizio civile (500 mila euro).
    Alla data del 12 giugno si sono registrati a Garanzia Giovani 82.713 ragazzi/e, 51.784 lo hanno fatto attraverso il sito nazionale (www.garanziagiovani.gov.it) e 30.929 attraverso i portali web regionali. In Liguria finora è stata raggiunta quota 547 (ovvero, in termini percentuali, lo 0,7% del totale).

    cercare-lavoroIl programma Garanzia Giovani è attentamente monitorato – ogni settimana – dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per verificare l’effettiva funzionalità degli interventi, e viene rendicontato alla Commissione Europea che ha istituito una premialità per le nazioni virtuose, capaci di utilizzare gli strumenti in modo efficace, e nel contempo toglierà risorse a chi non sarà in grado di usarle in maniera adeguata, già durante il corso del programma e non soltanto al termine. Le Regioni hanno una funzione di coordinamento della rete dei servizi pubblici per l’impiego (e privati accreditati) – chiamata a gestire la fase di accoglienza e orientamento, per individuare singoli percorsi individuali in linea con le rispettive attitudini, nonché esperienze professionali – e dovranno eseguire l’attività di monitoraggio degli interventi, allo scopo di osservare il processo di attuazione delle misure, i servizi erogati, il numero ed il profilo dei beneficiari, l’avanzamento della spesa.
    Il piano è un’occasione importante per le imprese che potranno beneficiare delle agevolazioni previste nei diversi territori regionali. Il Ministero sta coinvolgendo le aziende attraverso la sottoscrizione di protocolli con le principali associazioni di categoria. Sono previsti bonus occupazionali per le nuove assunzioni ed incentivi specifici per l’attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, o la trasformazione di un tirocinio in contratto di lavoro; inoltre, strumenti di accesso al credito sono messi a disposizione dei giovani per favorire l’autoimprenditorialità e l’autoimpiego. Per accedere a tali benefici le aziende rispondono ad avvisi pubblici e bandi regionali, nei quali sono indicate modalità di partecipazione e prerequisiti necessari.

    «Considerato che nella nostra regione il 21% dei giovani non studia e non lavora, penso sia prioritario intervenire nell’efficientamento delle strutture pubbliche deputate all’incontro tra la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro – ha recentemente affermato il consigliere regionale d’opposizione Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) – La Liguria ha di fronte a sé la grande sfida del progetto europeo Garanzia Giovani. È importante che, in questa prospettiva, i Centri per l’impiego (Cpi), porta di accesso alla Garanzia Giovani, arrivino preparati in termini di efficienza, risorse ed organizzazione. Inoltre, la Liguria a differenza di altre Regioni, ha scelto di non creare un portale ad hoc per il progetto. A mio parere occorre rimediare subito, visto che internet, per il 62% di ragazzi/e, è lo strumento privilegiato di informazione, anche quando si tratta di cercare un lavoro».

    Lorena Rambaudi, assessore alle politiche sociali della Regione Liguria e coordinatore nazionale della Commissione politiche sociali della Conferenza delle Regioni, su Servizio Civile, Regioni e Garanzia Giovani, conferma «La Garanzia Giovani è una buona opportunità e allo stesso tempo una grande sfida. Infatti, dovremo essere capaci di concretizzare le azioni progettate nel piano attraverso i servizi che abbiamo a disposizione. L’obiettivo è avvicinare il mondo della formazione scolastico-professionale dei ragazzi con il mondo delle imprese e del lavoro, due universi oggi ancora troppo distanti».
    «Il servizio civile è uno degli assi di intervento previsti dal programma, alcune Regioni hanno deliberato risorse importanti in merito – continua Rambaudi – Teniamo conto che spesso l’esperienza formativa del servizio civile si trasforma in concreta opportunità occupazionale. A livello nazionale abbiamo cercato di chiarire come orientare i fondi disponibili. Per le Regioni dotate di leggi sul servizio civile regionale, questo è il caso della Liguria, i finanziamenti saranno orientati in tal senso. Per le Regioni che non hanno proprie specifiche leggi, invece, l’idea è quella di fare un unico bando di servizio civile nazionale 2014-15, al quale saranno unite le risorse della Garanzia Giovani. In Liguria parliamo di 500 mila euro destinati al servizio civile regionale, non tramite bandi ma, come stiamo già facendo, attraverso collaborazioni con enti accreditati (patti di sussidiareità), un sistema più flessibile in grado di adattarsi per coinvolgere singoli giovani».

    La Giunta regionale, con Delibera n. 503 del 29 aprile scorso, ha approvato lo Schema di Convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per la realizzazione in Liguria del Programma Operativo Nazionale per l’attuazione della Iniziativa Europea per l’Occupazione dei Giovani. La data prevista per l’avvio delle attività è il 1° maggio 2014, e la durata è fissata al biennio 2014-2015. Per la realizzazione del Programma alla Regione Liguria sono attribuite risorse complessive pari a euro 27.206.895,00. Il suddetto importo è così suddiviso per ognuna delle misure previste: Accoglienza, presa in carico e orientamento € 1.816.000,00; Formazione € 9.075.480; Accompagnamento al lavoro € 3.934.700; Apprendistato € 0; Tirocinio extra-curriculare, anche in mobilità geografica € 5.025. 350,00; Servizio civile € 501.500,00; Sostegno all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità € 3.276.400; Mobilità professionale transnazionale e territoriale € 798.465,00 Bonus occupazionale € 2.779.000,00.

    “La Regione si impegna a predisporre la dichiarazione delle spese sostenute in qualità di Organismo Intermedio, da inviare all’Autorità di Gestione e all’Autorità di Certificazione del PON-YEI (Programma Operativo Nazionale-Youth Employment Initiative, ndr)”, sottolinea la Convenzione. La Regione “si impegna ad eseguire i controlli di primo livello […] anche in loco presso i beneficiari delle operazioni, al fine di verificare la corretta applicazione del metodo di rendicontazione stabilito attraverso l’esame del processo o dei risultati del progetto; a fornire al MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ndr) DG Politiche Attive e Passive del Lavoro tutta la documentazione relativa allo stato di avanzamento degli interventi, necessaria in particolare per l’elaborazione della Relazione annuale di attuazione e della Relazione finale di attuazione del PON-YEI; a predisporre monitoraggi semestrali sugli stati di avanzamento delle attività”. Infine “Qualora le risultanze del monitoraggio evidenzino disallineamenti nell’implementazione del Piano di Attuazione Regionale della Garanzia per i Giovani, la Regione e il Ministero concordano di porre in essere interventi mirati di rafforzamento, ivi inclusa la possibilità di un affiancamento da parte del Ministero del Lavoro e delle sue agenzie strumentali e di eventuali condivisi interventi in sussidiarietà”.

    «Nei confronti della Garanzia Giovani è stato manifestato un notevole interesse, sia da parte delle istituzioni pubbliche, che dai soggetti imprenditoriali privati – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro, Provincia di Genova – Noi svolgeremo un ruolo di coordinamento, in stretto raccordo con la Regione. Stiamo definendo gli ultimi passaggi in tal senso. La fase di accoglienza e orientamento sarà a carico dei Centri per l’impiego che dovranno monitorare le azioni compiute dagli utenti del programma. Per quanto riguarda alcune delle misure previste, l’intenzione è di promuoverne lo sviluppo attraverso soggetti diversi: enti di formazione, agenzie del lavoro (ad esempio l’accompagnamento al lavoro), associazioni di categoria (tirocini, apprendistato, ecc)». Secondo Scarrone «La Garanzia Giovani vuol dire più risorse economiche, e l’opportunità di focalizzare tali risorse sullo specifico target dei “giovani”, categoria che sta pagando il prezzo più alto della crisi. Non vedo misure particolarmente nuove, parliamo di accogliere le persone, orientarle, indirizzarle alla formazione, oppure verso esperienze di tirocinio e apprendistato, a seconda delle singole peculiarità e necessità. Da questo punto di vista, le azioni sono pressoché le stesse che ormai da anni stiamo portando avanti. Tuttavia, in Italia, la loro diffusione è avvenuta a macchia di leopardo. E determinati territori sono rimasti indietro. Ma non parliamo della Liguria dove esistono le buone pratiche, ad esempio nel campo della formazione e dei tirocini, punti di forza dei Cpi della Provincia di Genova (leggi l’approfondimento, ndr)».

    Uno degli aspetti più importanti del programma è il maggiore coinvolgimento delle imprese «Tramite la sottoscrizione di protocolli con le associazioni di categoria, a partire da Confindustria – sottolinea il direttore Scarrone – Le imprese, in Liguria, confluiranno dentro un Ati (associazione temporanea d’impresa) che erogherà i servizi non erogati direttamente dai Centri per l’impiego (quindi attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, ecc). Ovviamente in stretto rapporto con i Cpi. A breve dovrebbe uscire uno specifico bando regionale».
    Infine, la Garanzia Giovani potrebbe essere l’occasione propizia per «Ripensare il funzionamento del sistema di governance dei servizi pubblici per l’impiego (vedi l’inchiesta, ndr) – conclude Scarrone – La situazione, però, è complicata, perchè se da un lato si sta ipotizzando un nuovo sistema in grado di superare le frammentazioni e consentire un lavoro sinergico a livello centrale e locale, dall’altro si procede a smantellare quello esistente. Mi riferisco alla cancellazione delle Province, enti commissariati che oggi gestiscono i Cpi. Il problema è tenere insieme le due cose, garantendo la capacità di erogazione dei servizi. Noi siamo stati coinvolti nella definizione del piano contro la disoccupazione giovanile, ma è del tutto evidente che abbiamo un problema di sotto rappresentanza politica. Inoltre, la continua incertezza sulla futura attribuzione delle competenze, complica la rilevazione dei fabbisogni del territorio».

     

    Matteo Quadrone

  • Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea Quercifolia, la “sorella” americana della ben più nota ortensia

    Hydrangea-Quercifolia1Continuando ad occuparci di piante rare o poco impiegate nei giardini italiani, questa settimana ci soffermeremo sulla Hydrangea Quercifolia. Questa pianta appartiene alla stessa famiglia della ben più nota ed utilizzata Ortensia (Hydrangea Macrophilla). Proviene dagli Stati Uniti di America (dove è diffusa in natura soprattutto in Georgia, Florida e Louisiana) ed è stata introdotta per la prima volta in Europa (in particolare nel Regno Unito di Gran Bretagna) nel lontano 1803. La pianta cresce facilmente, fino a sviluppare un grande cespuglio di circa due metri di altezza. Il nome della varietà deriva dalla forma caratteristica della foglia: profondamente lobata e simile, per l’appunto, a quella di una quercia.

    Hydrangea-Quercifolia2La Hydrangea Quercifolia è una pianta bellissima in ogni stagione. In primavera le foglie sono verde chiaro e molto dentellate, in estate produce vistose infiorescenze bianco crema, formate da tantissimi piccoli fioriti riuniti in grandi “pannocchie”, dette panicoli. Anche d’autunno la pianta risulta molto interessante in giardino in quanto le foglie si tingono di rosso scuro, a partire dal margine esterno e procedendo via via fino al centro. Persino nel cuore dell’inverno, l’articolata e ritorta impalcatura di rami rende questa Hydrangea più interessante delle altre varietà. Il legno della corteccia tende infatti a sfogliarsi, dopo aver costituito grandi placche di colore arancione acceso.

    Hydrangea-Quercifolia3A differenza della ben più nota Ortensia, questa Hydrangea necessita di un minore apporto idrico, si adatta meglio a posizione meno ombrose e più soleggiate ed entra nella fase vegetativa più tardi, diminuendo così i rischi derivanti dalle eventuali gelate tardive. Fiorendo la pianta dalle gemme apicali sviluppatesi nella stagione precedente, si può praticare una leggera potatura (se necessaria e di solo sfoltimento del cespuglio) subito dopo la fioritura e non in autunno, come invece accade per la normale Ortensia.

    Hydrangea-Quercifolia4Dal punto di vista delle varietà più diffuse, la Hydrangea Quercifolia esiste tanto nella varietà “semplice” che a fiore doppio nota come “Snowflake”. Quest’ultima presenta, dato l’elevato numero di fiori sulla stessa “pannocchia”, una fioritura più prolungata di quella a fiore semplice. In caso si fosse interessati ad acquistare questa tipologia, si consiglia di scegliere le piante quando sono nel pieno della fioritura. Distinguere infatti questo arbusto da quello ad infiorescenza semplice risulta, prescindendo dalle spighe floreali, di fatto impossibile. Una menzione a parte meritano le HydrangeeSnow Queen”, “Alice”, “Peewee”, “Sikes Dwarf”, in quanto di dimensioni minori rispetto alla precedente e quindi più adatte alla coltivazione in piccoli giardini o in vaso.

    Hydrangea-Quercifolia5

    In generale quasi tutte le varietà presentano una peculiarità: i fiori si tingono, man mano che invecchiano sullo stelo, di un rosa tenue. L’intera spiga vira così dapprima leggermente verso un tono ambrato fino ad appassire, mutando l’originario bianco puro in un suggestivo verdastro dai contorni marrone bruciato.

    La Hydrangea, sebbene poco impiegata e spesso in Italia del tutto sconosciuta, è un arbusto che meriterebbe di essere maggiormente valorizzato. Si presta benissimo a crescere nei giardini tanto classici che moderni ed alla coltivazione in vasi di grandi dimensioni. Il bianco intenso dei fiori contrasta perfettamente su sfondi di piante dal fogliame scuro. Se si desidera un impianto formale, edera a foglia verde intenso o variegata, siepi o forme geometriche in bosso, felci sempreverdi, Rhyncospermum Jasmoinoides o Clematidi, unite alla Hydrangea Quercifolia, garantiranno in poco tempo, in cortile ombrosi o piccoli giardini cittadini, un risultato eccellente.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Retorica del fare: la propaganda renziana e le difese immunitarie degli italiani

    Retorica del fare: la propaganda renziana e le difese immunitarie degli italiani

    renziLa propaganda renziana a base di “rinnovamento”, “fare”, “compattezza” e altre rassicuranti formulette suggerite dagli spin doctor è ormai diventata il basso continuo della pagina politica e non costituisce più una novità; nemmeno quando viene utilizzata per cacciare gli oppositori interni o per costringere i dipendenti pubblici a trasferirsi a 100 km di distanza. Eppure, proprio per via della facilità con cui ci stiamo assuefacendo a queste argomentazioni, è giunto il momento di spendervi due parole.

    Innanzitutto occorre notare come le difese immunitarie degli italiani si siano molto abbassate negli ultimi vent’anni, a causa evidentemente di una martellante propaganda bipartisan, dello sfilacciamento di valori, ideologie e paradigmi culturali, della stanchezza e dello stordimento causati dalla crisi economica: tutte cose che nell’insieme ci hanno resi molto più vulnerabili ai condizionamenti della pubblicistica governativa e meno preparati a filtrarli con autonomia e senso critico.

    Questo spiegherebbe – senza ricorrere a quella sorta di “auto-razzismo” che va molto di moda tra i nostri commentatori – come mai un premier privo di qualsivoglia distinzione qualitativa e dal linguaggio politico insulso possa riuscire a esercitare un fascino reale in una parte comunque troppo vasta dell’elettorato; una parte, per giunta, che aveva costruito l’opposizione a Berlusconi proprio rivendicando – almeno in teoria – una differente concezione della dirigenza di partito e dell’apertura al dibattito pubblico.

    È difficile capire, altrimenti, come quelle stesse persone oggi possano giustificare il decisionismo estremo di Matteo Renzi, che arriva al punto di dichiarare: «Contano più i voti degli italiani che il diritto di veto di qualche politico». La frase è talmente grave che, seppure con toni blandi, è stata stigmatizzata persino da Stefano Folli sulla radio di Confindustria (che certamente non può essere sospettata di essere contro le mitiche “riforme”). Il fatto è che il motivo è sempre lo stesso: se i sindacati obbiettano qualcosa, allora “fanno resistenza corporativa”; se Minneo suggerisce qualche cambiamento alla riforma del Senato, allora “mina la compattezza” e “impedisce di fare squadra”; se chiunque richiede semplicemente un po’ più di riflessione, allora “sono vent’anni che si discute, ora bisogna fare” perché: «Le riforme non si annunciano, si fanno». Ma chiunque può rendersi conto che questa retorica del fare ha almeno due punti pericolosi: inibisce la discussione sul che cosa fare e elimina il confronto democratico, rendendo pleonastica ogni istituzione politica.

    Sul primo punto non facciamoci ingannare. Certo, il paese richiede molti aggiustamenti – altrimenti, banalmente, andrebbe già bene così com’è – ed è vero che da vent’anni sentiamo parlare di un certo tipo di ricetta (maggiore potere agli esecutivi, diminuzione delle tutele, snellimento della burocrazia, liberalizzazioni, eccetera): ma questo basta a dare per scontato che stiamo parlando della ricetta giusta? Joseph Goebbels disse: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diverrà una verità». E il fatto che non siamo nella Germania degli anni ’30 non basta certo a rendere inattuabile la strategia del Ministro della Propaganda del Terzo Reich: è sufficiente anzi una minima influenza su giornali e televisioni per rendere convincente un’ideologia piuttosto che un’altra.

    D’altra parte – e veniamo al secondo punto – che razza d’idea della democrazia è quella dove il Parlamento è chiamato a ratificare quello che “si sa già” essere giusto? Ognuno può avere legittimamente la sua opinione, esserne profondamente convinto e difenderla con vigore: ma deve sapere che la decisione finale va presa passando per le istituzioni, che sono fatte apposta per rappresentare e comporre i diversi punti di vista, non solo per starli ad ascoltare come sembra credere Renzi quando sentenzia: «Ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo noi». In quale parte della Costituzione sta scritto che è il governo a “decidere”? A meno che Renzi non si ritenga “investito dal popolo” per via del 40% preso alle Europee: ma è un argomento talmente berlusconiano che mi rifiuto di prenderlo in considerazione.

    Il fatto che le critiche al premier comincino ad arrivare anche da una parte dell’establishment non è casuale. Le forzature vanno bene fintanto che servono a disinnescare l’opposizione. Ma non bisogna dimenticare che siamo sempre in democrazia; e se vogliamo che il gioco continui, Renzi non deve tirare troppo la corda: perché cosa ne sarà poi del “cammino delle riforme”, se la corda si spezza?

     

    Andrea Giannini

  • Maddalena, progetti e associazioni al servizio del quartiere: facciamo il punto a un anno dal Patto per lo Sviluppo

    Maddalena, progetti e associazioni al servizio del quartiere: facciamo il punto a un anno dal Patto per lo Sviluppo

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaIeri pomeriggio, con #EraOnTheRoad in diretta Twitter, siamo andati a far visita alla Maddalena e abbiamo parlato con i soggetti vincitori del bando finanziato e promosso dalla Compagnia di San Paolo con il supporto del Comune di Genova, attraverso il Patto per lo Sviluppo della Maddalena (che ne sta seguendo e coordinando le attività, facendo da interfaccia tra singole associazioni e Compagnia). Il bando (che avevamo presentato su erasuperba.it) era stato aperto nel luglio 2013, si era chiuso a settembre e lo scorso dicembre erano stati anunciati i 9 progetti vincitori: 90 mila euro in totale, ripartiti diversamente tra i soggetti in base al progetto proposto. A distanza di 6 mesi, torniamo a vedere cosa è stato realizzato e cosa è ancora under contruction. Parliamo con alcuni rappresentanti delle associazioni e facciamo il punto, a un anno dall’introduzione del Patto, subentrato a soppiantare il fallimentare Incubatore di Imprese.

    Il bando

    Ci raccontano i rappresentanti delle Associazioni: «Il Patto, come soggetto coordinatore, è molto presente e ci aiuta nella comunicazione su più livelli: quella in rete tra associazioni, quella tra singole associazioni e Compagnia di San Paolo, e nella promozione delle nostre attività. L’unico limite è che prima di procedere con azioni da parte nostra (comunicazione, ecc.), dobbiamo sempre notificarle al Patto, che le trasmette alla Compagnia, la quale controllo la conformità al progetto iniziale e l’uso appropriato del suo nome. C’è stato consegnato un vero e proprio vademecum a tale riguardo: un sistema burocratico complicato, cui fa da contraltare un’attenzione costante da parte del Patto, che ci fa sentire molto seguiti. Il sostegno è totale: prima, durante, dopo (nella fase di rendicontazione) il progetto potremmo contare su di loro». Dopo dicembre cosa si è mosso? Molto, ad esempio è stata erogata la prima tranche di finanziamenti (50% ora, il resto dopo la presentazione della rendicontazione: tutto è estremamente trasparente) e alcuni sono partiti con i lavori. Tuttavia, il periodo tra la fine del 2014 e maggio 2015 è stato usato come tempo tecnico per rivedere e ripensare quei progetti che, inizialmente più ambiziosi, si sono visti assegnare meno fondi di quelli richiesti e hanno dovuto modificare alcuni tratti della propria proposta.

    I Progetti 

    Kallipolis

    È il caso, ad esempio, del progetto di Kallipolis, associazione con sede a Trieste che si occupa dei risvolti sociali della pianificazione urbanistica. Loro, che avevano pensato a introdurre un nuovo sistema di segnaletica fondato su una logica diversa di vedere il sestiere, si sono visti assegnare la metà dei finanziamenti richiesti e hanno ripensato la proposta iniziale. Hanno optato per la creazione di due mappe collettive, realizzate grazie alla partecipazione di chi vive, lavora, attraversa il quartiere. La prima sarà una mappa della Maddalena disegnata da chi la vive, per aiutare gli abitanti e chi viene da fuori ad orientarsi, la seconda sarà una mappa delle attività artigianali: il prodotto grezzo buttato giù dai cittadini (che si incontrano in laboratori organizzati nel corso di eventi come la Fiera della Maddalena della scorsa settimana) sarà ripensato dai grafici della galleria Chan – Contemporary Art Association. Le mappe saranno stampate su supporti non effimeri e consegnate a negozi e presidi sia in zona che fuori dal Sestiere. La matrice sarà consegnata a Tursi, sperando che in futuro continui a stampare mappe e distribuirle, o promuoverle con il suo Ufficio Cultura e Turismo. Si tratta di un progetto che parte dal sestiere e si spinge fuori, a richiamare persone dalle zone limitrofe. Gli incontri-laboratori sono già iniziati e termineranno entro l’autunno.

    AMA e Madd@lena 52: scambio oggetti, mobilità sostenibile e biblioteca

    Il progetto più articolato e corposo è quello di Ama – Associazione Abitanti Maddalena, finanziato con 20 mila euro. I volontari hanno inaugurato il 31 maggio scorso il presidio in Via della Maddalena 52, loro nuova sede. Lo scopo è presidiare il territorio, sconfiggere la piaga delle serrande abbassate, offrire un luogo di incontro e uno spazio fisico per i progetti collaterali che sono in programma. A giorni sarà aperto un portale web, alter-ego digitale di Madd@lena 52 (maddalena52.org), sarà un contenitore online della proposta complessiva e in cui si potrà accedere ai progetti singoli: Maddascambio, Maddalibri, Ciclobiblioteca, Telemaddalena, Maddanews e Maddaradio. Ognuno è seguito da uno o più referenti, mentre coordinatore generale è Luca Curtaz, presidente di AMa.  

    maddalena-52-maddanewsMaddascambio nasce dall’idea di consumo etico, condivisione, incontro tra persone che vivono il quartiere e che spesso non si conoscono. In sostanza, chiunque sia interessato a prestare ad altri un oggetto che possiede ma che non usa più o non usa spesso (una stampella, un seghetto alternativo, e così via) potrà registrarsi sul portale di Madd@lena 52 e dichiarare quale oggetto vuole scambiare. Gli interessati potranno mettersi in contatto tramite un sistema di messaggistica interna al sistema e darsi appuntamento per lo scambio (che non sarà nulla di strano, né illegale!): il tutto presuppone la volontà di mettersi a disposizione in prima persona e la capacità di incontrare altri “scambisti”. Ci sarà anche una lista dei desideri, in cui gli utenti potranno avanzare richieste. Per ora il servizio sarà limitato al Sestiere e zone limitrofe, tra Carmine e parte finale di Via San Lorenzo.   Maddalibri è un modo per connettere libri e persone, come un bookcrossing. Per ora c’è solo uno scambio di volumi, in futuro si passerà anche all’organizzazione di salotti letterari, presentazioni, discussioni. Si parla anche di bookcrossing itinerante nei quartieri limitrofi, per raccontare la Maddalena fuori dai suoi confini, senza aspettare soltanto che le persone entrino nel Sestiere.   Un altro progetto legato ai libri nasce in collaborazione con la biblioteca Berio, per muovere libri e individui. Ogni due, tre mesi sono dati a Madd@lena52 in comodato d’uso 100 libri che gli utenti potranno prendere in prestito se in possesso di tessera del sistema bibliotecario genovese (in caso contrario, possono farla anche all’interno di Madd@lena 52). Una collaborazione a tutti gli effetti, come se la sede di Via della Maddalena fosse una succursale di quella di Via del Seminario: c’è chi è già venuto alla Maddalena da Sestri Ponente a cercare alcuni volumi.

    Non è finita, ecco la Ciclobiblioteca per la consegna a domicilio di libri a persone con ridotta capacità motoria. Si svilupperà in seguito: per ora ci sono le biciclette e il carrello per il trasporto dei volumi, ma si pensa a una collaborazione con parrocchie della zona e/o servizi sociali, per avere un elenco di persone che necessitano di questo servizio.   E poi, il progetto già avviato in collaborazione con il Laboratorio Probabile Bellamy, Telemaddalena (ne avevamo già parlato qui), il giornale di quartiere Maddanews e in futuro si pensa a Maddaradio: Radio Gazzarra ospiterà ogni mese una puntata da 50 minuti dedicata alla Maddalena.

    Laboratorio Probabile Bellamy

    La proposta di Bellamy (8 mila euro) si incentra su percorsi cinematografici nel quartiere e nasce prima del bando: nei mesi scorsi era stata realizzata prima all’Altrove, e poi è andata a confluire all’interno del bando di Tursi. Le proposte sono varie: prima, i caffè cinematografici, ovvero incontri con autori e registi per un pubblico perlopiù di interessati e giovani filmaker; inoltre, un laboratorio di fotografia per bambini, che costruiranno da soli la propria macchina-camera oscura e  svilupperanno le foto con sostanze biologiche, come il succo di limone, anziché con acidi e sostanze chimiche. Sono previsti 7-8 incontri e una mostra finale. I progetti sono in fase di realizzazione. Inoltre, ci sarà un cineforum all’aperto in Piazza Cernaia in estate (tre appuntamenti, di cui 2 già a luglio) con “il meglio dei festival”, ovvero i film migliori presentati nei Festival italiani che non godono di grande visibilità all’interno dei circuiti tradizionali consolidati. In autunno partirà anche la collaborazione con la ex Facoltà di Lettere dell’Università di Genova e l’ex DAMS di Imperia: il Teatro Altrove si trasformerà in aula di lezione in cui saranno proiettati i film previsti dal corso universitario e in cui gli studenti potranno mettersi in discussione e confrontarsi con i loro coetanei e il resto della cittadinanza. Il tutto proseguirà fino a gennaio 2015.

    Sarabanda

    Si tratta di un progetto legato al circo, Circoimparando”, rivolto agli adolescenti e già iniziato a maggio. Il prossimo appuntamento sarà il 20 giugno nel chiostro della Chiesa della Maddalena. Si tratta di laboratori per massimo 20 ragazzi in età tra i 12 e i 16 anni (una fascia d’età che resta spesso in un cono d’ombra e per la quale non vengono avviati molti progetti), all’interno dei quali saranno presentate le basi del lavoro nel circo, dalle acrobazie, ai tessuti, ai giocolieri e i clown. L’incontro per ora si è svolto all’interno degli spazio del centro sociale “Il Formicaio”, ma in futuro potrebbe essere dislocato, anche all’aperto. I ragazzi giocheranno con palline, monocicli e altri attrezzi, e si parla di fare di questo un progetto pilota, verso uno sviluppo ulteriore e consolidato. Si parla anche di una collaborazione diretta con scuole e associazione che hanno a che fare con adolescenti provenienti da background diversi, anche con problematiche, al fine di promuovere l’inclusione.

    Dopo il bando, il futuro dei progetti alla Maddalena

    In generale, il bando prevedeva che i progetti avessero durata compresa tra i 12 e i 18 mesi. E dopo? Alcuni progetti, ci dicono, per loro natura andranno ad estinguersi allo scadere del periodo previsto, come la proposta di In Scia Stradda; altri resteranno fisicamente, come quelli realizzati da Kallipolis e CIV; altri ancora – come quello di Ama, ma anche molti altri – potranno continuare, laddove ci sarà la disponibilità del Comune a proseguire. «Per ora dice Luca Curtaz di Ama – il bando ci sta dando modo di pagare l’affitto per il locale e ci aiuta a realizzare le nostre proposte. Un domani si vedrà: abbiamo dato vita a un modello sostenibile che potrebbe proseguire e aiutare a sconfiggere il problema delle serrande abbassate, tutto sta capire in che modo».   Lo scopo, inoltre, era anche quello che i soggetti esterni al quartiere chiamati a realizzare i loro progetti restassero in qualche modo anche alla fine del percorso: si vuole dare continuità, movimento, creare una rete e dar vita a progetti sia per la gente che vive qui che per chi viene da fuori.

    Inoltre, sempre dello stesso periodo anche un altro bando, quello per l’assegnazione di quattro locali al piano terra di altrettanti edifici del Sestiere. Di recente è arrivata anche la notizia che gli spazi sarebbero stati tutti assegnati ad altrettante associazioni, anche se non è ancora stato reso pubblico in via ufficiale quali siano i progetti che andranno ad essere realizzati (tra le altre cose, pare che il locale in Vico del Duca diventerà negozio/showroom per oggetti di design handmade).

    Pas à Pas, una nuova realtà alla Maddalena

    All’interno di questo tessuto composito come un patchwork ma unito e strettamente saldato, incontriamo anche una nuova realtà, l’ultima arrivata in ordine cronologico: l’associazione di promozione sociale Pas à Pas. Parliamo con due delle tre fondatrici, Elisa e Alice. Ci raccontano che dal gennaio 2014 si sono insediate negli spazi di Via delle Vigne 8r, all’interno del Centro delle Culture (che, oggi non più in attività come un tempo, ha concesso di dividere gli spazi e l’unico socio rimasto, Stefano, ha accettato di collaborare con Pas à Pas). Le 3 ragazze da marzo hanno avviato l’attività vera e propria, con l’organizzazione di corsi gratuiti di lingue straniere, tenuti da volontari perlopiù con background accademico e studi in comunicazione interculturale. Si è cominciato con corsi di italiano per stranieri e corsi di conversazione sempre in italiano per studenti Erasmus, con annesso giro per i vicoli alla scoperta della città. Poi grazie al passaparola è aumentato rapidamente sia il numero degli studenti che degli insegnanti volontari ed è stato così possibile aprire corsi di inglese, portoghese, arabo e, da ultimo, di francese. I corsi andranno avanti ancora tutta l’estate e l’associazione farà pausa ad agosto per riprendere a settembre-ottobre, con l’intenzione di avviare anche lezioni di wolof, la lingua senegalese. Una novità importante per il quartiere e per tutta la città, se si pensa anche che si tratta di un’iniziativa del tutto privata, che non vede alcun sostegno da parte dell’Amministrazione (nonostante il servizio per la cittadinanza, il dispendio di risorse e forza lavoro, l’aiuto fornito per lo sviluppo del tessuto sociale della Maddalena).

    Un lavoro analogo nel centro storico già lo fa da qualche tempo l’associazione Il Ce.Sto nei locali di GhettUp in Vico della Croce Bianca e ai Giardini Luzzati, anche se in questo caso l’offerta è specificamente rivolta ai migranti che decidono di apprendere l’italiano.   Oltre a questa bella opportunità, l’associazione è entrata anche nella rete dello Sportello Sociale di Via Prè e ogni sabato mattina i volontari si mettono a disposizione dei migranti con problematiche di carattere burocratico: dalla compilazione di modulistica varia, alla stesura del CV, a beghe condominiali. «I corsi sono variegati, soprattutto quelli di italiano. Abbiamo lezioni riservate agli adolescenti, ma in generale abbiamo un’utenza la cui età è compresa tra i 20 e i 40 anni, ma va anche oltre. I partecipanti hanno specificità diverse: da quelli molto colti nella loro lingua e cultura d’origine, a quelli che hanno difficoltà anche a scrivere le lettere. Cerchiamo di differenziare il più possibile e lavorare in piccoli gruppi per dare modo a tutti di evolvere al meglio, per questo è richiesta tanta partecipazione da parte dei volontari. La settimana scorsa abbiamo fatto richiesta all’Università di convenzionarci: vogliamo dare la possibilità ai giovani laureati/laureandi che vogliono svolgere uno stage di venire a formarsi da noi. Sarebbe uno scambio reciproco».   L’intento, ci spiegano le ragazze, è quello di collaborare con tutte le realtà della Maddalena soprattutto, partecipando attivamente ai tanti eventi organizzati e dando una mano alla ripresa del quartiere: «Abbiamo già avuto modo di collaborare con Ama, con l’Altrove, con Yeast, e continueremo a farlo sempre di più. È poco che siamo qui, ma pensiamo che questo quartiere sia da valorizzare».

     

     

    Elettra Antognetti

  • Luce, contratti al telefono: dopo l’inganno la lettera di recesso e la querela

    Luce, contratti al telefono: dopo l’inganno la lettera di recesso e la querela

    luce-enelQuesta settimana riprendiamo la nostra rubrica con un caso che ha dell’incredibile. Più volte abbiamo dovuto menzionare l’inganno che il libero mercato nell’ambito dell’erogazione di luce e gas ha portato danni al confine dell’illecito.
    Più volte abbiamo menzionato fra i casi più eclatanti quello dell’”Energia che ti ascolta”… Ma sarà vero?

    Il sig. G.L. 76 anni con un recente infarto alle spalle, riceve una telefonata da parte di Enel Energia; solita telefonata bla bla bla e contratto telefonico andato in porto. Accortosi di essere stato tratto in inganno – come spesso capita in questi casi – egli esercita regolare diritto di recesso entro i termini stabiliti dalla legge. Dopo diversi mesi la sua fornitura ritorna nelle mani di Enel Servizio Elettrico, come peraltro è giusto che sia. In sostanza: il contratto non si è mai perfezionato, grazie alla lettera di recesso, la quale non doveva contenere particolari elementi, in quanto il contratto è stato stipulato telefonicamente e non è mai stato fatto sottoscrivere alcunché.

    Enel Energia, non paga del ritardo con cui risponde al sig. G.L., richiede la somma di circa € 330,00 per quei mesi di presunta fornitura, inviando – sempre dopo mesi – una fattura. Viene attivato un recupero crediti di Milano, che più volte minaccia via telefono (e senza mai inviare uno straccio di richiesta scritta!) il nostro malcapitato utente, il quale, già cardiopatico, non beneficia di certo di questi tipi di stress. A quel punto, pro bono pacis, veniva proposta una somma a stralcio ed Enel Energia rifiutava di incassare.

    Faccio presente che i vari “Punto Enel” presenti nel territorio nazionale, si occupano sia di Enel Servizio Elettrico che di Enel Energia. In altre parole, lo stesso soggetto – alla maniera di Giano Bifronte – esige denari oggi con un vestito, domani con un altro.

    Che cosa può fare il sig. L e i tanti utenti che subiscono torti di questo genere?

    1. Presentare esposto – querela presso la Magistratura competente
    2. Presentare reclamo all’AEEG (Autorità per l’energia elettrica ed il gas)
    3. chiedere i danni ad Enel Energia

    Purtroppo, fino ad oggi, pochi utenti hanno usato le maniere forti, pensando sempre di essere la parte debole che non sono. È proprio il caso di dirlo: l’inganno corre sul filo… della luce.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Comune di Genova, acquisizioni gratuite dal Demanio: gallerie antiaeree e fortificazioni

    Comune di Genova, acquisizioni gratuite dal Demanio: gallerie antiaeree e fortificazioni

    forte-begato2Con i più classici ritardi endemici della burocrazia italiana è finalmente iniziato l’ultimo passaggio dell’iter che porterà il Comune di Genova ad acquisire una serie di immobili e terreni a titolo gratuito dal Demanio statale e militare ritenuti strategici per il disegno della città del futuro. Il procedimento, come già raccontato dettagliatamente nei mesi scorsi, rientra nel cosiddetto “federalismo demaniale” sostenuto a gran voce dal famoso “Decreto del Fare”.

    Eccoci, allora, giunti alla tappa finale. O quasi. L’ultima seduta del Consiglio comunale ha, infatti, approvato all’unanimità la prima delibera che dà il nulla osta definitivo all’acquisizione di una serie di beni per cui è arrivata l’approvazione dal Demanio.
    «Con questa delibera – spiega l’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli – inizia la fase definitiva di acquisizione relativa a un primo blocco di beni su cui il Demanio ha dato esito positivo. Si elencano, dunque, immobili che intendiamo confermare e altri che stralciamo dal percorso: tutte decisioni maturate a seguito di istruttoria tecnica, sopralluogo e studio approfondito di relative documentazioni». Approfondimenti assolutamente necessari perché nella legge si specifica che i beni vengono acquisiti nello stato di fatto e di diritto in cui si trovano: particolare attenzione va dunque prestata ad eventuali situazioni debitorie, contenziosi in atto o necessità di manutenzioni particolarmente onerose. «Non conoscevamo nulla di questi beni all’inizio – spiega l’architetto Anna Iole Corsi, dirigente del settore Progetti speciali della Direzione Patrimonio e Demanio e responsabile di queste procedure – se non ciò che era visibile più o meno a tutti. Ma i sopralluoghi si sono potuti effettuare solo dopo il nulla osta definitivo del Demanio: è stato così, ad esempio, che abbiamo scoperto che alcuni immobili sono in parte anche di proprietà privata per cui non sarebbe stato conveniente proseguire nell’acquisto».

    La scrematura, domande respinte dal Demanio e “scarti” del Comune

    Dalle circa 250 voci inizialmente proposte dal Demanio stesso (qui l’approfondimento), si è scesi alla manifestazione di interesse da parte del Comune (qui l’approfondimento), sentiti anche i Municipi interessati, per circa 120 beni. Un numero che, giunti a questo punto, sarà ulteriormente scremato. Innanzitutto dal Demanio stesso che ha rifiutato il passaggio di alcune strutture chieste da Tursi, nella maggior parte dei casi appartenenti al Demanio idrico, marittimo, ferroviario o storico-artistico non ricompresi in questo programma di acquisizione. Si tratta, ad esempio, della passeggiata di Nervi e del palazzo del Municipio di Voltri (Demanio Marittimo); di alcune aree del cimitero di Staglieno, del piano soprastante il Museo Mazziniano, di un magazzino in vico Bottai e dell’impianto sportivo Morgavi al Belvedere di Sampierdarena (Demanio Storico – Artistico o, comunque, di interesse della Sovrintendenza); di alcune aree in zona Struppa – Prato – Molassana (Demanio idrico); delle Mura degli Zingari, dell’ex cimitero garibaldino in piazzale Crispi e di via Raffaele Rubattino che non sono di proprietà statale. Niente da fare anche per le Cliniche universitarie di San Martino, la cui proprietà sembra avvolta da una densa nube misteriosa: le aree sono suddivise tra Comune, Regione e Università ma i tecnici hanno lamentato parecchie difficoltà a delinearne i confini; ciò che è certo, in ogni caso, è che lo Stato non c’entra.
    Oggetto di contenzioso, invece, l’ex magazzino Aster in zona Ponte Fleming, che lo Stato ha riferito essere di proprietà del Demanio Marittimo ma che la Provincia, responsabile di tale settore, aveva dichiarato essere alienabile al Comune.
    Non è escluso che alcuni di questi beni negati in prima istanza possano comunque arrivare nelle mani di Tursi ma il percorso di acquisizione a titolo non oneroso dovrà seguire altre strade: ad esempio, per le Mura di Malapaga si procederà con lo stesso processo imbastito per i Forti (qui l’approfondimento).

    C’è poi un’altra serie di immobili ritenuti non più strategici da parte degli uffici tecnici comunali, dopo opportune verifiche. Nella delibera appena approvata si citano esclusivamente alcuni appartamenti sparsi in varie zone delle città per cui non si è ritenuto opportuno procedere principalmente a causa dello stato di occupazioni, di manutenzioni particolarmente gravose o di situazioni proprietarie incerte.
    «Per quanto riguarda gli appartamenti – spiega Corsi – abbiamo proceduto di concerto con il settore delle Politiche della casa che ha valutato il possibile interesse degli immobili sia per rispondere a eventuali esigenze dell’emergenza abitativa sia per alcuni nuovi progetti di social housing. Con questa delibera acquisiamo soltanto un alloggio in Borgo Incrociati, appena restaurato, (in realtà nell’elenco ne viene citato un secondo a Voltri, ndr) mentre tutti gli altri vengono esclusi perché non si è ritenuta vantaggiosa neppure una possibile futura alienazione o perché, in diversi casi, sono occupati da inquilini morosi».
    Un approccio che non piace a Paolo Putti, capogruppo M5S: «Che il Comune abbia timore o comunque non voglia farsi carico di case occupate non è un bel messaggio trasmesso a chi, invece, andrebbe sensibilizzato per la consegna di una proprietà all’agenzia della casa al fine di favorire l’affitto a canone concordato».
    Sul tema l’architetto si lascia anche scappare una battuta: «Bisogna fare molta attenzione in questo settore perché spesso il Demanio prova a rifilarci gli appartamenti peggiori e a tenersi quelli nelle condizioni migliori».

    Le prime acquisizioni: dalla sponda sinistra del Bisagno alle gallerie antiaeree

    Quella di martedì scorso non sarà l’unica delibera di quest’ultima fase. L’elenco delle nuove proprietà di Tursi, infatti, non è ancora definitivo come spiega l’architetto Corsi: «Questo è il primo blocco della terza fase: ci saranno altre delibere simili fino ad esaurimento dei beni che arriveranno a seguito delle relative risposte del demanio. Senza queste non si può avviare l’istruttoria che porta alla richiesta definitiva».
    Con questo documento si dà il via libera all’acquisizione di 16 beni. Si parte da immobili e terreni utili a completare tutto il sistema fortificato genovese, che per larga parte è pero di possesso del Demanio storico. In questa categoria rientrano, comunque, il terreno circostante la torre di Quezzi, l’ex deposito del fulmicotone in via del Lagaccio che servirà a “costituire un nodo che integri il sistema fortilizio genovese ed il Parco delle Mura a monte con il quartiere del Lagaccio ed il complesso della Caserma Gavoglio a valle”, l’ex torre Granara tra i Forti Tenaglie e Crocetta e un altro non meglio identificato rudere con prato annesso. Un successivo capitolo è dedicato alle ex gallerie antiaeree destinate principalmente a realizzare nuovi collegamenti viari o pedonali o sedi per il trasporto pubblico: in particolare si conferma l’interesse per l’ex galleria di via Brigata Salerno in vista di un possibile ascensore pubblico, l’ex galleria tra via Ameglia e via Cancelliere già usata come importante collegamento, e l’ex galleria di accesso a via Lanfranconi anche qui per un possibile ascensore pubblico. Quattro, invece, le aree su cui il Comune conferma il proprio interesse per completare i possedimenti degli ex greti dei torrenti Bisagno, Polcevera e Secca al fine di ottimizzare la viabilità di sponda: sponda sinistra del Bisagno, area urbana sullo Sturla in via delle Casette, area urbana tra via Piacenza e via Emilia, sponda destra del Secca in via Sardorella nei pressi della rotonda per Serra Riccò. Completano questo primo elenco un terreno in via Domenico Chiodo confinante con Salita a Porta Chiappa che sarà adibito a parcheggio, un appartamento in via Borgo Incrociati, un altro in vico Pellegro Maruffo aVoltri, un negozio in via Carlo Barabino e un box auto in via Negroponte a Sestri ponente.

    Una volta formalizzato il passaggio di proprietà si aprirà la partita sulla programmazione del percorso di valorizzazione di questi beni. Alcuni potranno essere alienati dal Comune per ripianare parte del debito pubblico ormai strutturale. Per altri sarà, invece, necessario studiare dettagliatamente un piano di riqualificazione scegliendo al meglio tra le varie proposte fin qui avanzate: «Il ministero – spiega meglio l’architetto Corsi – ha messo a disposizione dei Comuni un programma informativo in cui gli uffici dovevano indicare una serie di possibili destinazioni per i beni ritenuti interessanti e le eventuali risorse economiche preordinate. Ma solo al momento dell’effettiva acquisizione si potrà attuare una programmazione che consenta di identificare la scelta definitiva per la valorizzazione dei beni». A tale riguardo è stato anche approvato un ordine del giorno presentato dal decano del Consiglio Comunale, Guido Grillo (Pdl, in quota Forza Italia), che impegna sindaco e giunta a riferire in Sala Rossa l’esito definitivo dell’iter procedurale e le risorse finanziare programmate per l’utilizzo dei beni acquisiti.

    Ma questo, purtroppo, sarà soltanto il prologo di una storia che ha bisogno ancora di qualche altro capitolo prima di intravedere la fine.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Giornata particolarmente intensa quella trascorsa ieri nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dove i consiglieri comunali si sono confrontati su alcune delle questioni più calde in città, scaldando i motori in vista della prossima discussione sul bilancio. All’ordine del giorno sono, infatti, stati iscritti due articoli 55, discussioni aperte dalla giunta e seguite da un intervento per ciascun gruppo consiliare, sulla situazione di Scarpino e sullo sgombero del Lsoa Buridda e la successiva occupazione dell’ex scuola Garaventa.

    Dopo un antipasto colorito del leghista Edoardo Rixi che ha piazzato sotto i banchi della giunta due sacchi di spazzatura dicendo che non avrebbe saputo dove altro conferirli, la continua emergenza Scarpino è tornata a far discutere il Consiglio comunale. La discarica, come previsto dall’ordinanza della Provincia, nella notte è stata nuovamente chiusa nell’ansiosa attesa del responso dei tecnici della Protezione civile nazionale che, in giornata, dovrebbe dare il via libera alla riapertura ordinaria.

    Ma se ciò non dovesse accadere? Se questa malaugurata ipotesi dovesse verificarsi, l’assessore Garotta ha annunciato, per la prima volta senza alcuna ambiguità, che il sindaco sarebbe pronto a firmare l’ordinanza che consentirebbe di continuare a scaricare la “rumenta” a Scarpino. Certo, bisognerebbe fare anche molta attenzione alle motivazioni con cui gli esperti della protezione civile confermerebbero la chiusura «perché – come sostiene provocatoriamente Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e senza dubbio il più esperto della tematica tra i consiglieri (e, probabilmente, non solo) – a quel punto si ammetterebbe un serio rischio di incolumità per gli abitanti di Sestri per cui dovrebbe essere approntato un piano di evacuazione. Speriamo che queste preoccupazioni rimangano solo parole e, da un problema quale è, Scarpino non si trasformi in un incubo, come successo a Napoli».

    L’assessore comunale all’Ambiente sembra comunque ottimista: «Non abbiamo certo elementi per anticipare l’esito dei tecnici – ha detto Garotta – ma i dati topografici raccolti in questi ultimi giorni proprio su input della protezione civile nazionale confermano che non ci sono spostamenti di rifiuti all’interno della discarica».

    Ecco allora aprirsi l’orizzonte sul futuro, un futuro che i consiglieri avranno ampiamente modo di discutere nel corso di un’apposita seduta di commissione giovedì e di una seduta monotematica di Consiglio comunale, in calendario martedì prossimo. «Ma anche se Scarpino riaprisse – anticipa i tempi il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – che cosa succederà poi?».

    Una preoccupazione ripresa anche da Simone Farello: «Il problema di Scarpino – ha detto il capogruppo del Pd– non può essere risolto solo con un cambiamento del soggetto che emana la deroga (dalla Provincia al sindaco, ndr). La delibera sulle partecipate (qui l’approfondimento) prevedeva che Amiu presentasse un piano industriale dettagliato (qui le anticipazioni ad Era Superba del presidente Amiu Marco Castagna): mi sembra che dopo 7 mesi sia giunto il momento che questo piano arrivi». Farello mette anche sul piatto un altro tema non proprio da sottovalutare e che chiama in causa l’ormai prossima costituzione della Città Metropolitana (qui l’approfondimento): «Riterrei sciagurato – ha detto l’ex assessore alla Mobilità – che il Comune non si assumesse la responsabilità di affrontare anche i problemi di tutti gli altri Comuni limitrofi che ad oggi conferiscono a Scarpino». In altre parole: occhio perché con l’ordinanza potremmo risolvere in parte la nostra emergenza ma che cosa succede a chi tra qualche mese sarà un tutt’uno con noi?

    Aggiornamento ore 17.10, la Provincia conferma riapertura ordinaria di Scarpino

    “Dall’esame della documentazione – comunica il commissario della Provincia Piero Fossati in una nota stampa – sono emersi elementi confortanti sulla stabilità e su tutte le altre questioni tecniche del sito di Scarpino. Su questa base la Provincia entro le prossime 24-48 emanerà l’atto, sul quale sono già al lavoro i tecnici, per la revoca della sospensione
    dell’attività della discarica”.

    Questione Buridda

    >> Intervista a Bernini e la voce del Lsoa Buridda

    Lsoa BuriddaGrande attesa c’era anche per le conseguenze politiche dopo la mala gestione della situazione Buridda. Conseguenze che al momento non sembrano essere così immediate. In realtà, come ammesso dallo stesso Doria, l’assessore a Diritti e Legalità Elena Fiorini aveva rimesso il proprio mandato nelle mani del sindaco con una lettera in cui veniva comunque chiarito il lavoro svolto nel tentativo di risolvere la questione. Ma il primo cittadino le ha confermato piena fiducia: «Ho apprezzato la lettera dell’assessore – ha dichiarato in Sala Rossa il primo cittadino durante un lungo intervento in cui ha ripercorso tutte le tappe che hanno portato alla situazione odierna – e ho ritenuto di non ravvisare nel suo comportamento delle responsabilità specifiche e gravi tali da indurmi ad accettare le sue dimissioni». Crisi scongiurata, dunque. Almeno per il momento.

    Dopo i toni piuttosto accesi che nei giorni passati avevano lasciato presupporre l’ennesima spaccatura in seno alla maggioranza, con un batti e ribatti sui social network e sulle pagine dei quotidiani locali tra il Pd e la Lista Doria, si attendeva anche una sorta di resa dei conti riguardo la partecipazione delle consigliere Bartolini e Pederzolli alla manifestazione di sabato scorso poi sfociata nell’occupazione della Garaventa. Ma sull’argomento hanno fatto leva soprattutto gli interventi dell’opposizione, che hanno chiesto tra l’altro le dimissioni dei due membri di Lista Doria, mentre il capogruppo Pd, Simone Farello, stemperando in parte i toni accessi soprattutto dal segretario provinciale del suo partito, si è limitato a sottolineare come «le istituzioni debbano essere coese al loro interno. Siamo i primi ad avere grande rispetto per le piazze e le manifestazioni ma queste hanno un senso solo se conducono alla soluzioni dei problemi che vanno raggiunte dentro alle istituzioni democratiche».
    Lista Doria, dal canto suo, respinge gli attacchi degli ultimi giorni con le parole del capogruppo Enrico Pignone che sottolinea, ancora una volta, come la manifestazione non fosse contro il sindaco o la giunta: «Era doveroso essere presenti perché bisogna restare in ascolto di quei giovani. Mantenere un dialogo assieme all’Arci e alla Comunità di San Benedetto non è un atto rivoluzionario contro l’amministrazione». Da registrare anche come le due consigliere più giovani dell’emiciclo abbiano incassato la solidarietà del grillino Putti: «Mi scuso con chi ha partecipato alla manifestazione perché non ero con loro. Alle consigliere di Lista Doria non dico nulla perché sarei andato con loro».

    Di certo la questione Buridda non può essere liquidata in questa maniera ma è difficile intravedere una soluzione in tempi rapidi. La speranza, come sottolineato dai consiglieri di maggioranza che sono intervenuti nel dibattito, è che riparta quanto prima il dialogo e il confronto tra le parti e che possa essere decisamente più fruttuoso di quanto non sia stato finora. Ma le difficoltà a trovare un punto di incontro sono oggettive: da un lato, il collettivo del Buridda ha sempre recriminato sull’insufficienza degli spazi al primo piano del Mercato del pesce, concesso con un accordo risalente al dicembre 2011 con cui veniva anche istituita l’associazione cittadina degli spazi autogestiti con don Gallo come garante; dall’altro, l’Amministrazione sostiene di non avere in centro la disponibilità di spazi equivalenti a quelli precedentemente occupati dai ragazzi ma che sia per l’edificio di via Bertani (come ci aveva ben spiegato il vicesindaco Bernini) sia per l’ex scuola Garaventa (in cui è previsto il trasferimento di uffici e servizi pubblici attualmente in strutture per cui il Comune è costretto a versare un canone d’affitto) vi sono altri progetti.

    Ma nel frattempo che fine faranno tutte le attività del laboratorio? «Di tutte le attività che i ragazzi del Buridda in questi anni hanno offerto alla città – ha sottolineato nel suo intervento il capogruppo del M5S, Paolo Putti – qua dentro abbiamo parlato pochissimo. Abbiamo parlato, invece, di soldi da recuperare con la vendita di immobili o con lo spostamento di alcuni servizi: ma quanto valgono i laboratori organizzati tutti i giorni dal Buridda? Dobbiamo riconoscere i giovani e lasciargli spazi: non dobbiamo tarpargli le ali ma accompagnarli nella mediazione con la comunità che sta attorno a loro». Difficile dargli torto.

     

    Simone D’Ambrosio 

  • Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    medico
    – La LEGGE 189/2012 prevede che la riorganizzazione dell’assistenza territoriale avvenga “secondo modalità operative che prevedono forme organizzative monoprofessionali, denominate aggregazioni funzionali territoriali (Aft)… nonchè forme organizzative multi professionali, denominate unità complesse di cure primarie (Uccp), che erogano, in coerenza con la programmazione regionale, prestazioni assistenziali tramite il coordinamento e l’integrazione dei medici, delle altre professionalità convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, degli infermieri, delle professionalità ostetrica, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e del sociale a rilevanza sanitaria. In particolare, le regioni disciplinano le unità complesse di cure primarie privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali aperti al pubblico per tutto l’arco della giornata, nonché nei giorni prefestivi e festivi con idonea turnazione, che operano in coordinamento e in collegamento telematico con le strutture ospedaliere. Le regioni, attraverso sistemi informatici, assicurano l’adesione obbligatoria dei medici all’assetto organizzativo e al sistema informativo nazionale, compresi gli aspetti relativi al sistema della tessera sanitaria nonché la partecipazione attiva all’implementazione della ricetta elettronica”

    La rivoluzione sanitaria, annunciata un paio di anni fa con il “Decreto Sanità” dell’ex Ministro della Salute Balduzzi (convertito in Legge n. 189/2012), e confermata dall’approvazione, nel dicembre 2013, di una specifica delibera regionale, in Liguria rimane finora senza applicazione concreta. Parliamo, in particolare, della riforma delle cure primarie tramite la riorganizzazione dell’assistenza territoriale nell’ottica di creare e fornire servizi h24 e, contestualmente, decongestionare l’attività dei pronto soccorso ospedalieri. Con la nascita di poliambulatori all’interno dei quali lavoreranno, organizzati su turni, medici di famiglia, specialisti, infermieri, personale della riabilitazione e operatori socio-sanitari, in stretto rapporto con il servizio del 118, fornendo tutti i giorni dell’anno l’assistenza medica di base e garantendo la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la presa in carico dei malati cronici.

    La Legge 189/2012 (vedi box a lato) demanda alle regioni la definizione della riorganizzazione nel suo complesso, tuttavia, fino ad oggi, sono state avviate soltanto sporadiche sperimentazioni in alcune di esse, considerata anche la carenza di fondi che le regioni possono destinare al finanziamento delle nuove strutture mono e multiprofessionali aperte h24.

    Senza dimenticare che, ai fini della effettiva funzionalità del sistema, bisogna ancora raggiungere l’intesa con le organizzazioni sindacali per il rinnovo degli accordi collettivi nazionali di medicina generale, pediatria di libera scelta, e specialistica ambulatoriale, fondamentali a maggior ragione in prospettiva di una riforma dei servizi così ridisegnata.
    Infine, Ministero della Salute e Regioni, si apprestano a sottoscrivere il cosiddetto “Patto della salute” – secondo le ultime notizie entro il corrente mese di giugno – il quale recepirà, tra le altre cose, le indicazioni relative alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale.

    La situazione in Liguria

    «Sul finire di maggio abbiamo avuto un incontro in Regione per segnalare l’ingiustificato rallentamento del percorso in direzione dei servizi sanitari territoriali – spiga Francesco Rossello, segretario regionale Cgil FP Liguria – Ci riferiamo alla delibera regionale del 27 dicembre 2013 (n.1717 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie”), che sancisce la creazione degli “ospedali di distretto”, ossia strutture pubbliche dove lavoreranno in forma aggregata medici di base, specialisti, personale infermieristico e operatori socio sanitari, alternandosi su diversi turni e gestendo i pazienti attraverso le piattaforme informatiche (in tal senso vedi l’importanza del Fascicolo sanitario elettronico, nda).».
    Piano approvato dalla Regione e pienamente condiviso dai sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil), come sottolinea Rossello «In questo modo noi pensiamo sia davvero possibile allegggerire il carico dei pronto soccorso degli ospedali, soprattutto per quanto riguarda i codici bianchi e verdi, insomma i casi meno gravi. Le nuove strutture, infatti, dovrebbero garantire la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la “presa in carico” dei pazienti, in particolare quelli affetti da patologie croniche. Si tratta di circa 200 mila persone in Liguria (diabetici, cardiopatoci, pazienti con insufficienze respiratorie, ecc.). L’idea è sviluppare una medicina attiva. Ciò significa, da parte della sanità pubblica, non prestare cura soltanto al manifestarsi di un problema acuto, bensì farsi costantemente carico del paziente, anche attraverso i nuovi ospedali di distretto, attivando degli adeguati percorsi di prevenzione e di controllo, ad esempio prenotando visite ed esami, limitando nel contempo gli accessi impropri nelle strutture ospedaliere».

    san-martino-ospedale-sanita

    Nella pratica, però, come spiega il segretario Cgil Fp, la situazione è ben diversa «Si procede in maniera incoerente, non applicando modelli omogenei a tutta la regione. Anche una notizia positiva come il progetto di ristrutturazione dell’ospedale San Martino nasconde delle incongruenze. Tra i tanti aspetti buoni del progetto, infatti, non si capisce perchè si sia deciso di trasformare una divisione di medicina interna in medicina d’urgenza. Senza alternative i cittadini bisognosi di cure continuano a rivolgersi all’urgenza ospedaliera. Perchè la Regione non usa quellla parte di investimenti, oggi destinati a potenziare le medicine d’urgenza, per realizzare i centri territoriali previsti dalla delibera del dicembre scorso? Sappiamo che la riorganizzazione del sistema è addirittura rivoluzionaria e dà fastidio a molti baroni. Ma non sostenerla con convinzione rischia di avvicinare al collasso la sanità ligure».

    Secondo il documento approvato in sede regionale, ogni direzione delle Asl liguri dovrà predisporre – entro il dicembre 2014 – quanto necessario all’attivazione dei rispettivi progetti pilota degli “ospedali di distretto”, in grado di realizzare la presa in carico continuativa. “Quali sedi saranno privilegiate, a tal fine, sia gli ospedali oggetto di trasformazione che dovranno in questo processo diventare “ospedali di distretto”, sia le Case della Salute esistenti o di nuova realizzazione. La Regione, su proposta delle direzioni aziendali, predisporrà, sulla base delle caratteristiche demografiche e sociali, una mappatura delle aree dove insediare le strutture indicandone anche la tipologia”.
    «Qualcosa si sta iniziando a muovere, ma è del tutto insufficiente – continua Rossello – L’Asl 5 (La Spezia) ha comunicato che partirà con la sperimentazione a Levanto; l’Asl 2 (Savona) comincerà l’esperienza pilota a Cairo Montenotte. Dalle altre Asl non è pervenuta alcuna indicazione. Abbiamo concordato con la Regione che vengano convocati degli incontri specifici, alla presenza dei singoli direttori aziendali, affinché riparta seriamente la discussione verso l’auspicabile avvio della riorganizzazione sanitaria».
    Sarebbe stato interessante ascoltare il punto di vista dell’assessore alla Salute, Claudio Montaldo, che abbiamo provato a contattare telefonicamente più volte, senza risposta.

    Dunque, questa è la situazione in Liguria, mentre a livello nazionale resta da sciogliere un nodo cruciale. «Ormai da tempo si sta discutendo il rinnovo degli accordi che disciplinano i rapporti con i professionisti, in particolare la convenzione con i medici di medicina generale spiega Rossello – Nella quale dovrebbero rientrare anche le indicazioni del Patto della Salute sulla riforma delle cure primarie. Finora il rinnovo non è stato siglato e ciò rappresenta indubbiamente un problema. Comunque, al di là della convenzione nazionale, sarà importante raggiungere degli accordi anche a livello regionale e di singole Asl. Le esigenze, infatti, potrebbero essere diverse, a seconda delle prestazioni che saranno richieste ai medici. Inoltre, negli ospedali di distretto lavoreranno anche infermieri, operatori socio-sanitari, ecc., tutte figure professionali fornite dal servizio pubblico. Quindi, occorrerà trovare delle intese con le organizzazioni sindacali delle singole categorie interessate».

    «La riforma dei servizi territoriali in Liguria per ora è materia assai nebulosa – afferma il dott. Angelo Canepa, segretario Fimmg Genova, l’organizzazione più rappresentativa dei medici di medicina generale – Esistono documenti nazionali che indicano tale direzione ed una delibera regionale che deve trovare applicazione concreta. Noi operiamo sulla base di una convenzione nazionale che apre la strada ad accordi integrativi di carattere regionale. Come è noto la discussione sul rinnovo è tuttora aperta in sede romana. Sicuramente bisognerà realizzare degli accordi a livello locale. Anche perchè la creazione dei cosiddetti ospedali di distretto presenta rilevanti problematiche ancora tutte da affrontare, soprattutto in merito alla responsabilità di gestione di simili strutture».

     

    Matteo Quadrone

  • Villa Gentile, luci e ombre sulla concessione: il Comune risparmia, ma il giardino rimane chiuso

    Villa Gentile, luci e ombre sulla concessione: il Comune risparmia, ma il giardino rimane chiuso

    villa-gentile (16)Due anni per riaprire un cancello. Potrebbe essere sintetizzato così l’oggetto del contendere tra il Comitato cittadino Difesa di Sturla e la società Quadrifoglio che ha in gestione l’impianto sportivo di Villa Gentile con annessi alcuni spazi circostanti, tra cui i giardini pubblici che costeggiano la zona sud della pista di atletica. Ed è proprio la chiusura un po’ arbitraria di tre dei quattro accessi all’impianto ad aver scatenato i cittadini del quartiere che hanno raccolto oltre mille firme per chiederne la riapertura. I cancelli in questione sono quelli di via dei Mille e via Era che consentirebbero l’ingresso diretto ai giardini e che sono stati chiusi dalla società concessionaria del bene (vinto con gara pubblica nel 2011 e assegnato nel luglio 2012) per motivi di sicurezza, in attesa del completamento della riqualificazione dell’area.

    «Villa Gentile – ricorda l’assessore allo Sport, Pino Boero, introducendo il sopralluogo dei Consiglieri comunali alla struttura – è entrata pienamente nelle competenze del Comune dal primo aprile. Prima di quella data il complesso era di competenza di Sportingenova ma già da due anni erano sorti i problemi relativi alla gestione del giardino». Nel passato ciclo amministrativo, infatti, il presidente del Municipio IX Levante, Franco Carleo (all’epoca Pdl), aveva chiesto che all’interno del bando di concessione dell’impianto sportivo venisse aggiunto anche il giardino pubblico perché l’amministrazione non era in grado di farsi carico dei necessari interventi di manutenzione, pulizia e guardianaggio. «Nel momento in cui Quadrifoglio ha cominciato a bonificare le struttura – prosegue Boero – i cittadini si sarebbero aspettati l’apertura dei giardini anche da via Era e via dei Mille. Ma così al momento non è. E l’equivoco è nato dal fatto che si parla di un giardino pubblico all’interno di una struttura che è stata data in concessione. Da parte nostra – prosegue l’assessore – senza dover necessariamente arrivare a un contezioso legale che potrebbe rimettere in discussione non solo questo tipo di concessione ma quella di molti altri impianti sportivi cittadini, ci auguriamo che possa essere trovata al più presto una soluzione per restituire pienamente lo spazio al quartiere già a partire da questa estate».

    Secondo quanto previsto dal progetto risalente al 2011 i giardini dovrebbero essere organizzati in modo tale da ospitare bambini, ragazzi e anziani offrendo diversi servizi. “Ogni intervento – è specificato nei documenti – tende a essere il meno invasivo possibile, sfruttando le strutture e le pavimentazioni già esistenti. Il chiosco bar in struttura prefabbricata sarà posato su una delle piazzette preesistenti. Lo spazio verde intorno viene utilizzato per posizionare tavoli e sedie. Una porzione di prato è destinata alla realizzazione di una pista di bocciofila […] il resto delle aree verdi sono destinate ai bambini”. Inoltre, viene previsto l’allestimento di pareti attrezzate per l’arrampicata sportiva sui muri di cemento armato che già delimitano gli spazi della struttura. Una serie di interventi ben dettagliata ma non particolarmente complessa che la stessa società Quadrifoglio annunciava nel 2012 sul proprio sito parlando di “un aspetto innovativo” che si sarebbe aggiunto al progetto di riqualificazione di Villa Gentile. “Unitamente all’impianto sportivo – si legge in un lungo comunicato stampa risalente al marzo di due anni fa – viene assegnato anche il parco pubblico contiguo alla pista di atletica, con il precipuo scopo di riqualificare tale spazio sia da un punto di vista ambientale, ma soprattutto sul piano sociale e umano. Lo spazio del giardino pubblico, nel nostro progetto di gestione, diventerà un tutt’uno con la pista da cui sarà direttamente accessibile”.

    Un’intenzione che al momento sembra essere rimasta solo sulla carta. Vero è che i giardini sono stati ripuliti – anche se gli alberi dal fusto più alto avrebbero necessità ancora di qualche cura – ma la chiusura dei tre accessi diretti rendono la zona sostanzialmente inarrivabile. Secondo i residenti, addirittura chi prova a passare dall’unico ingresso sul fronte opposto della struttura per raggiungere il parco pubblico verrebbe bloccato per non intralciare gli allenamenti sulla pista che, per forza di cose, deve essere costeggiata. Quadrifoglio, invece, sostiene che l’accesso sia libero e motiva la chiusura degli atri tre cancelli per questioni di sicurezza.

    La verità, come spesso accade, probabilmente sta nel mezzo. Il parco sarebbe anche aperto ma nessuno ci va perché il percorso per raggiungerlo dissuaderebbe anche i più volenterosi. Un residente in piazza Sturla, infatti, dovrebbe risalire tutta via Era, entrare dall’ingresso atleti e costeggiare un’intera corsia della pista prima di giungere ai giardini: risultato, poco meno di un chilometro di percorso. «Questi accessi sono stati chiusispiegano i responsabili di Quadrifoglioperché nonostante i quattro dipendenti che abbiamo a servizio della struttura non riusciamo a tenere sotto controllo l’ingresso ai giardini dal momento che non sono nettamente separati dalla pista». In realtà, una barriera di separazione tra la pista di atletica e gli spazi pubblici, seppur naturale, in origine esisteva: si trattava di un aiuola alta circa 2 metri, con alcuni pitosfori che la società concessionaria del bene ha asportato assieme alla recinzione che teneva in piedi il verde. L’intervento, che non è ancora chiaro se sia stato autorizzato o meno dagli uffici comunali, è stato compiuto proprio con l’intenzione di creare continuità tra i due spazi e, a livello progettuale, prevedrebbe l’installazione di due rampe di collegamento tra i giardini e la pista in modo da creare, da un lato, un anello esterno per il riscaldamento degli atleti, dall’altro, un accesso immediato e sicuro al parco che attualmente è possibile solo scavalcando un muretto che, nella parte più bassa è comunque meno esteso di un gradino.

    «Avevamo anche già stanziato le somme per farci carico noi della realizzazione di quest’opera – spiega l’assessore municipale Michele Raffaelli – ma la società ha nicchiato. Ora però non è più possibile aspettare. Bisogna aprire anche i cancelli chiusi affinché si possa godere dell’impianto e del giardino in maniera adeguata e in sicurezza. In una prima fase di sperimentazione, finché non si realizza la passerella e non viene ripristinata la rete di suddivisione degli spazi, possiamo anche aprire il giardino solo negli orari di servizio dell’impianto sportivo. Poi, eventualmente, apporteremo i necessari correttivi». In proposito, il Municipio sta cercando anche di chiudere un accordo con i Carabinieri in pensione per assicurare un servizio di presidio anche nelle ore più scomode.

    villa-gentile-sport-atleticaQuadrifoglio, però, ritiene che a fronte dei contributi elargiti da Tursi (27500 euro il primo anno, fino a un massimo di 40 mila euro all’anno per tutta la restante durata della concessione che scade a giugno 2029 e richiede un canone irrisorio di 2240 euro ogni 12 mesi) e degli investimenti sostenuti dalla società (nel 2012 si parlava di 350 mila euro) l’onere di sorveglianza anche sul giardino sia eccessivo e, soprattutto, che il contratto non sia così chiaro sulla necessità che l’area verde resti di funzione pubblica.

    La società si è resa in ogni caso disponibile a restituire i giardini al Comune, che grazie alla concessione risparmia circa 650 mila euro all’anno rispetto a quando Villa Gentile era gestita direttamente da Sportingenova: «Siamo assolutamente convinti che la cittadinanza debba avere il miglior servizio possibile – affermano i concessionari – e se questo non potessimo assicurarlo noi è corretto che il Comune si riprenda i giardini e ci scarichi però della parte di manutenzione che è comunque faticosa e onerosa». Una situazione che se si dovesse verificare porterebbe, però, inevitabilmente all’aumento del canone a carico di Quadrifoglio o quantomeno alla diminuzione dei contributi pubblici.

    Gestione degli impianti sportivi comunali >> l’approfondimento

    La questione ora verrà approfondita dall’avvocatura e dagli uffici tecnici del Comune e la speranza è che nel giro di un mese possa essere riconvocata una Commissione che possa dirimere definitivamente tutti i nodi.

    Altro aspetto che interessa direttamente i giardini e per cui è assolutamente necessario il ripristino di una condizione di sicurezza riguarda le vie di fuga dei quattro istituti scolastici che si affacciano su Villa Gentile. Nel piano di evacuazione originale, infatti, è prevista proprio il deflusso di alunni, docenti e personale attraverso i giardini ed eventualmente l’impianto sportivo. Attualmente bambini e ragazzi, invece, devono trovare rifugio nei locali della parrocchia situata sul lato opposto della strada, con un possibile rischio per l’attraversamento. Secondo quanto assicurato dal Municipio, questo capitolo dovrebbe essere sistemato entro l’estate: «È già tutto pronto per predisporre due maniglioni antipanico che verranno bloccati e sbloccati dal personale scolastico alla sera e al mattino – dice Raffaelli –  ma per consentire il deflusso prima nel giardino e poi nel campo è necessario che Quadrifoglio metta in sicurezza tutto il percorso, magari ripristinando la recinzione che è stata rimossa».

    Ma la contesa tra cittadini e Quadrifoglio non riguarda solo il giardino. C’è, infatti, un altro punto delicato che necessita di un intervento dell’avvocatura di Tursi e interessa la gestione di un parcheggio pubblico lungo via Era anch’esso inserito tra i beni previsti dalla concessione. In passato, questa ventina di stalli era utilizzata sia come parcheggio del campo e punto sopraelevato di osservazione nelle giornate di gara sia dai residenti del quartiere. Adesso lo spazio è stato privatizzato, chiuso con apposito cancello e affittato ai palazzi circostanti: un introito sicuramente prezioso per i concessionari, resta da capire però quanto legittimo.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Castello di Masino, Piemonte. Il viale di Spiree e i grandi tigli secolari

    Castello di Masino, Piemonte. Il viale di Spiree e i grandi tigli secolari

    castello-piemontese-1Questa settimana parleremo di un giardino particolare, quello di un castello piemontese, il Castello di Masino in località Caravino. Qualche anno fa mi è capitata l’occasione di visitare, al mattino presto e quando non era aperto al pubblico, il parco storico di questo maniero sito nel Piemonte del Nord, quasi al confine con la Valle d’Aosta. La visita mi aveva molto colpito in quanto, al di là della bellezza intrinseca del luogo, l’insieme di parco ed edificio aveva un profondo carattere ed un’aria indiscutibilmente autentica.

    castello-piemontese-2Sito in alto, al di sopra di una collinetta tra i campi coltivati, il castello è caratterizzato da qualche sparuta torretta e da un grande torrione circolare. Vi sono alcuni viali di accesso, larghi, con il fondo cosparso da sassi di fiume e, in alto, cancellate barocche in ferro battuto. Le loro volute sono però spesse e pesanti, come solo certa arte “provinciale” sa essere: perfette per un austero castello dall’aria militare.

    Il parco è in verità, apparentemente, piuttosto spoglio: ampi prati verdi con un’erba un po’ rustica e frammista, viali volutamente non battuti e muri in pietra che mostrano i segni del tempo. Arroccate tra tigli secolari e tra i grandi arbusti dal portamento scomposto, spuntano irregolari le torrette ed i torrioni, consumati dal tempo. I tagli di luce sono qui forti, sole od ombra assoluta, quest’ultima fredda come solo quella degli edifici medioevali può essere.

    I fiori sono i grandi assenti del giardino. Il verde degli alberi e dell’erba, il grigio marrone della muratura e dei viali dominano incontrastati, colori freddi a sottolineare l’origine militare del complesso. Solo in primavera, quasi una concessione alla stagione, l’effetto d’insieme viene mitigato dalla fioritura di centinaia di narcisi che popolano gli austeri sottoboschi del parco. Frugali, semplici e dai toni chiari colorano, per un breve periodo, l’ombra tagliente e tardo invernale. Splendido è, infine, il recente “chirurgico” inserimento, da parte di un noto paesaggista italiano, di alcune migliaia (ben 7.000!) di cespugli di Spiree (Spirea Van Houttey). Questi arbusti si sviluppano velocemente e creano macchie verdi chiaro di foglie lanceolate, dai bordi dentellati. I rami sono ricurvi e leggermente ricadenti verso il basso, quasi, in quel contesto, a ricordare alabarde decussate. Semplice e frugale nella crescita quanto nell’aspetto, questa pianta è perfetta per il contesto medievaleggiante. La fioritura si colloca a fine inverno, inizio primavera, ed è abbondantissima: l’arbusto si copre letteralmente di centinaia di piccoli fiori bianco puro, riuniti in gruppi di alcune decine, che coprono totalmente i rami e le foglie dal verde ancora indeciso.

    castello-piemontese-6Gli spogli viali, fiancheggiati da queste siepi, mutano completamente aspetto. Per poco però. Il castello ed il complesso militare “tollerano” solo piante spartane, fioriture brevi ed in colori netti e puri (i bianchi petali dei Tigli e delle Spiree o il giallo incolore dei Narcisi). Austeri e scuri bossi dalle forme rigorosamente geometriche, scabri alberi irrigiditi dai secoli e rustici cespugli dalle candide ed effimere fioriture riprendono nelle forme e nei colori le vicine alpi, dalle vette innevate.

    Nonostante siano passati i secoli e la funzione del castello sia profondamente cambiata, il parco -immutato- rispecchia ed esalta ancora oggi, nella fredda luce di fine inverno e nello studiato vuoto degli spazi, la scabra origine fortilizia del complesso.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com