Anno: 2014

  • Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    sturla-3Il sopralluogo di #EraOnTheRoad di questa settimana ci ha portato a visitare in diretta Twitter il quartiere di Sturla, in compagnia di Francesco , residente ed attivista del “Comitato in Difesa di Sturla”.
    La nostra visita inizia da Piazza Cadevilla, nelle immediate vicinanze di Piazza Sturla, dove ha sede il deposito e stoccaggio di materiali da costruzione della ditta Viziano, oltre che di “zetto”, che viene scaricato ed ammucchiato nel piazzale: «Nei giorni secchi e ventosi – racconta Francesco – si alza una gran quantità di polvere. Sembra assurdo concepire un’attività di questo genere nel cuore di un bel quartiere come Sturla. Da segnalare anche la vicinanza con il liceo M.L. King, dove i ragazzi sono costretti a stare ore in un ambiente insalubre. Inoltre nell’area attorno alla piazza c’è una situazione non decorosa, anche quella rischiosa da un punto di vista sanitario, a causa di topi e sporcizia».

    Effettivamente la piazza è puntellata di costruzioni fatiscenti, divenute evidentemente ricettacolo di immondizia ed abbandonate a sé stesse «Quella di Piazza Cadevilla è una problematica che permane da più di vent’anni, quando il Comune cedette l’area a Viziano Costruzioni».

    Altrettanto vicina a Piazza Sturla, ma dalla parte opposta della strada, sorge invece l’ex-Casa Littoria o Casa del Soldato, che costituisce la seconda tappa della nostra visita. Era Superba si è già occupata di questo edificio nel marzo 2013, sarà cambiata la situazione? Purtroppo no, lo stabile è ancora in disuso, e non ci sono elementi che facciano presagire una veloce presa in carico da parte delle amministrazioni e del demanio (proprietario dell’immobile) del destino di uno spazio che potrebbe diventare una risorsa per Sturla, anzi che costituire un problema: anche in questo caso la prossimità con edifici scolastici pone la questione dell’igiene a causa di topi ed animali che hanno colonizzato la zona.

    «La Casa del Soldato fino a qualche anno fa era abitata almeno nella sua parte superiore da ufficiali dell’esercito. Da quando se ne sono andati lo stabile è nel più completo abbandono. Pensare che potrebbe, con un piccolo investimento, essere utilizzato con finalità pubbliche, come richiesto dal nostro Comitato circa 5 anni fa. L’abbandono è completo, l’edificio è diventato il regno dei roditori, tanto da rendere praticamente inutili le disinfestazioni nelle scuole vicine». Dunque il problema, oltre a riguardare la pulizia e la salubrità della zona, riguarda il mancato sfruttamento di uno stabile pubblico che non avrebbe bisogno di ristrutturazioni straordinarie, ma semplicemente di un pochino di ordinaria manutenzione, come dimostrano le finestre, spesso aperte ed a volte rotte, dal vento o da qualche vandalo. Prima di procedere con la prossima tappa del sopralluogo, gli impianti sportivi ed il giardino pubblico di Villa Gentile, ci soffermiamo a vedere come l’ingresso posteriore ai giardini di Via Chighizola sia stato reso impossibile da una frana frutto delle recenti ondate di straordinario maltempo.

    Con un breve spostamento ci rechiamo dunque, sempre in compagnia di Francesco, nell’area di Villa Gentile. Anche di quest’area Era Superba si è occupata recentemente. L’impianto sportivo di Vila Gentile è al centro di una vertenza che vede contrapposti il Comitato per la Difesa di Sturla e la società Quadrifoglio, affidataria degli sopazi comunali. La principale accusa mossa a Quadrifoglio è quella di non aver dato seguito all’impegno di mantenere aperti e fruibili alla cittadinanza i giardinetti pubblici limitrofi alla pista per l’atletica, ma di tenere anzi chiusi tre dei quattro accessi, rendendo di fatto possibile accedere all’area verde se non attraversando il campo di atletica. Dal canto suo la società che ha in gestione l’impianto replica che i cancelli sono tenuti chiusi per motivi di sicurezza, a causa di lavori in corso, oltre che per la difficoltà nel gestire economicamente anche la manutenzione degli spazi verdi. «L’unico lavoro sul giardino che abbiamo visto –spiega Francesco- è la rimozione di una transenna che divideva la pista ed il giardino, che pare sia stata effettuata senza i permessi necessari. Il risultato è di fatto quello dell’annessione dello spazio che dovrebbe essere di uso libero e pubblico al campo sportivo».

    Recandoci sul posto lo stato di abbandono del giardino pare evidente: rifiuti, vegetazione incontrollata e cancelli chiusi. «Un problema aggiuntivo – incalza Francesco – sempre derivante dalla chiusura degli accessi al campo, è costituito dal fatto che uno di questi varchi era previsto come via di fuga dalla vicina materna in caso di emergenza. Si è dovuto programmare un piano di evacuazione temporaneo, che prevede il deflusso delle scolaresche in un’area molto meno funzionale, compiendo un tragitto che prevede anche l’attraversamento di una strada percorsa dalle macchine: una soluzione sicuramente meno felice della precedentemente che sfruttava il campo di atletica come via di fuga».

    Ultima questione legata a Villa Gentile è quella del parcheggio annesso, una volta ad uso degli spettatori delle gare, ed attualmente adibito a parcheggio privato. Recandoci sul posto abbiamo notato come sia anche esposto un cartello che annuncia la possibilità di affittare dei posti macchina, una situazione che a prima vista sembrerebbe normale, ma Francesco tuona: «Ci sembra assurdo, non è certo facile venire in macchina ad assistere a delle gare; personalmente ho dei dubbi sulla legittimità di un uso simile del parcheggio». Per quanto riguarda Villa Gentile, in buona sostanza, abbiamo potuto constatare come la situazione sia sostanzialmente tale e quale a quella che avevamo raccontato a Giugno.

    Francesco ci accompagna infine alla ex-Casa del Dazio, un piccolo edificio in Via dei Mille, dismesso da una trentina d’anni. Lo stabile è chiuso e transennato, come inaccessibile è anche il parcheggio retrostante. «Originariamente la struttura sarebbe dovuta andare alla Polizia, ma nel 2004 – racconta Francesco – è stato compiuto un doppio attentato dinamitardo ai danni della vicino commissariato: da allora sono stati chiusi e transennati sia la casa de Dazio, che il parcheggio, e tutto è rimasto immutato fio ad oggi».

    «A mio parere – conclude Francesco – la situazione del nostro quartiere non è certo ottimale. Sturla è una zona molto bella, con angoli e scorci meravigliosi, ed è un vero peccato che sia così mal gestita. Con interventi poco onerosi e volontà politica si potrebbero restituire alla cittadinanza aree verdi e spazi pubblici. A parole specialmente dal Municipio abbiamo ricevuto promesse e rassicurazioni, vedremo in cosa si tradurranno concretamente».

     

    Carlo Ramoino

  • Borgoratti, a tre anni dalla frana nulla è cambiato. Un palazzo a rischio e sei famiglie fuori casa

    Borgoratti, a tre anni dalla frana nulla è cambiato. Un palazzo a rischio e sei famiglie fuori casa

    box via bocciardoEra il 4 dicembre del 2011 quando una frana nell’area di cantiere per la costruzione di un centinaio di box interrati in via Tanini a Borgoratti provocò lo stop ai lavori e l’immediato sgombero del civico 1 di via Bocciardo, un palazzo che si trova proprio sopra gli scavi. Inizialmente le famiglie vengono rassicurate circa un rapido rientro a casa. Poi capita che passano tre anni e 7 giorni e le famiglie a casa non sono ancora rientrate.

    Non è la prima volta che scriviamo di questa vicenda (qui l’inchiesta del 2012 | qui l’ultimo aggiornamento): un’operazione immobiliare invasiva in un’area sottoposta a vincoli, un permesso a costruire che non sarebbe mai dovuto arrivare, la pubblica incolumità a rischio, un’area che non è mai più stata messa in sicurezza e un dolore, quello di sei famiglie sfollate da tre anni, silenzioso, discreto e inascoltato. «Al fine di non ostacolare equilibri già difficili siamo rimasti in silenzio per tanto tempo – racconta Enrico Ciani, inquilino e amministratore del condominio – con la speranza che si riuscisse ad ottenere qualche risultato, confidando nel buon senso, nella legittimità delle nostre richieste, nella giustizia e in chi ci amministra, ma ormai ci sentiamo completamente abbandonati, in questi anni solo litigi e discorsi privi di seguito».

    Tre anni di sentenze, ricorsi, rimbalzi di responsabilità, fallimenti, monitoraggi (intervallati da un incontro degli inquilini con il sindaco Marco Doria e da diversi colloqui con rappresentanti delle istituzioni) e il civico 1 di via Bocciardo rimane inagibile, a rischio, con le crepe ben visibili sulle pareti e le famiglie fuori casa.

    via-bocciardo-borgoratti (4)«Nessuna istituzione ha fatto nulla – continua Ciani – Il Comune, che è organo vigile per quanto riguarda il vincolo idrogeologico che in questo cantiere è stato palesemente disatteso, ci ha ricevuto dopo mesi di telefonate e mail con la promessa di aggiornarci dopo un mese. Non solo non ci ha più incontrato, parliamo di più di sei mesi fa, ma non ci ha nemmeno più risposto anche alla banalissima richiesta del verbale dell’incontro che c’è stato. Ha continuamente ripetuto che il problema è tra privati, ma ora, stranamente, ha preso in carico il monitoraggio del sito. Non ufficialmente, ci è stata anche proposta la possibilità di un intervento di messa in sicurezza relativa al solo condominio; fare quindi un intervento mirato a rendere nuovamente agibile le abitazioni per contenere i costi. Il condominio avrebbe partecipato con il Comune per sostenere economicamente l’intervento, ma ad oggi nonostante la nostra disponibilità (ricordo che non abbiamo percepito nessun indennizzo da nessuna assicurazione da nessun ente e siamo oberati di spese) non si riesce a concretizzare nulla».

    Dapprima confinata a esclusiva diatriba fra ditta e condominio, la situazione è degenerata in seguito alla palese impossibilità da parte della stessa ditta di ovviare alla messa in sicurezza come da sentenza del Tribunale Civile. A quel punto sono arrivati i monitoraggi commissionati dal Comune al dipartimento universitario DICCA per controllare i movimenti del terreno sotto al civico 1, attività che nei prossimi giorni dovrebbe essere incrementata con l’intervento di una ditta esterna, la Edilcontrol srl di Arenzano.
    All’orizzonte non sembrano dunque esserci novità sostanziali, fino a qui evidentemente i risultati delle rilevazioni hanno fatto  dormire sonni tranquilli a Tursi. Lo stesso, certo, non si può dire per gli ormai ex inquilini.

    Gabriele Serpe

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  • Aree fiera e waterfront: Piano sì, ma fino a un certo punto. No a concorso di idee, mancano tempo e soldi

    Aree fiera e waterfront: Piano sì, ma fino a un certo punto. No a concorso di idee, mancano tempo e soldi

    Fiera di GenovaA poco più di un mese di distanza dalla riposta a un apposito articolo 54, il sindaco Marco Doria torna a parlare in Consiglio comunale del riassetto del waterfront (qui l’inchiesta su Era Superba #56). E lo fa respingendo la mozione del Movimento 5 Stelle e di Lista Musso, presentata prima dell’estate e posta in discussione solo ieri pomeriggio, che proponeva l’affidamento a un concorso internazionale di idee per la progettazione del nuovo affaccio sul mare della città.

    «Si tratta di una mozione datata – ha detto il primo cittadino – scritta nel momento in cui il Consiglio approvò prima della pausa estiva una delibera di riassetto urbanistico legata a un passaggio di proprietà di aree ex fieristiche da Comune di Genova a Spim. Accettare questa mozione sarebbe un po’ come rinnegare tutto il percorso che si è compiuto successivamente con la presentazione di un progetto da parte di Renzo Piano, che ha messo la sua personalità a servizio di un ridisegno complessivo di un’area che non è più quella che riguardava solo la delibera di quest’estate ma che comprende anche la zona delle Riparazioni navali e arriva fino al Porto Antico».

    E, invece, Doria torna a ribadire che «questa amministrazione vuole sostenere l’impegno progettuale di un grande professionista che ridisegna questo pezzo di waterfront della città e crea un affaccio sul mare con uno spazio pubblico dove attualmente ci sono attività in ambito portuale. È un progetto che tiene conto degli interessi strategici del settore delle Riparazioni navali, di un riposizionamento delle attività nautiche a Genova, della restituzione di spazi alla città in una visione unitaria. È, dunque, da questo progetto che l’amministrazione deve partire».

    Un po’ diverso da quanto sostenuto a più riprese da Bernini. «Le voci che parlano di discussioni all’interno dell’amministrazione sul disegno di Piano – ha provato a chiarire Doria senza troppo successo – in alcuni casi sono state costruite ad arte dalla stampa ma in realtà derivano semplicemente dalla necessità di tenere presente all’interno del progetto alcuni vincoli urbanistici insiti nella zona, come la presenza della Sopraelevata che impone un equilibrio con i volumi che si costruiranno in zona in sostituzione di quelli esistenti».
    Il vicesindaco, di cui per primi avevamo raccolto le perplessità (eufemismo) sul disegno dell’archistar, non conferma né smentisce ma per buona parte dell’intervento del sindaco non è neppure seduto al proprio posto in Sala Rossa. Sarà certamente una casualità ma non si tratta della prima volta e se è vero che due prove fanno un indizio…

    Intanto, comunque, la maggioranza ha tenuto – e già questa potrebbe essere una notizia – bocciando la mozione con 16 voti contrari (Pd, Lista Doria, Sel a cui si aggiunge l’Udc), 12 favorevoli (ai consiglieri proponenti della mozione si sono uniti i colleghi del Pdl e alcuni rappresentati del Gruppo Misto) e 3 astenuti (Villa – Pd, De Benedictis – Gruppo Misto e Bruno – Fds).

    Il concorso di idee o, come chiesto da Paolo Putti per avere una connotazione più concreta, “il concorso di progetti” non è del tutto abbandonato vista anche l’insistenza delle richieste da molteplici realtà politiche (in mattinata anche il Consiglio regionale aveva discusso sul tema attraverso un’interrogazione urgente avanzata dal Consigliere Lorenzo Pellerano all’assessore all’Urbanistica, Gabriele Cascino) ma viene rimandato a un secondo momento, come spiega lo stesso Marco Doria illustrando le prossime tappe dell’iter progettuale sul futuro delle aree: «Al momento – ricorda il sindaco – abbiamo un masterplan, il Blueprint di Piano, che sarà affinato e rappresenterà il punto di partenza per una progettazione complessiva dell’area, in una visione unitaria. Sulla base di questa progettazione, come da delibera di luglio, ci sarà un accordo di programma urbanistico tra Comune, Regione e Autorità Portuale che passerà al vaglio del Consiglio comunale e che dovrà essere coerente con il Puc. Nell’accordo di programma saranno ribadite le tre linee fondamentali del progetto: creare nuovi collegamenti tra porzioni di città, non appesantire la volumetria esistente e restituire spazi pubblici ai cittadini. Siglato l’accordo di programma, potranno allora partire concorsi anche a carattere internazionale per progettare nel dettaglio i singoli pezzi di questo disegno unitario che, come detto, non riguarda solo gli spazi ex Fiera ma una visione più complessiva di tutto l’affaccio sul mare della città».

    Una posizione che non convince del tutto l’ex senatore Enrico Musso: «Siamo sicuri di volerci affidare ai soliti noti – sostiene il docente, più in linea con le posizioni del vicesindaco che con le idee del primo cittadino – o non sarebbe forse meglio puntare su tutte le professionalità che ci sono nel mondo? Piano è diventato un punto di riferimento dell’architettura e dell’urbanistica proprio perché ha vinto una serie di concorsi in Paesi in cui i concorsi si fanno e funzionano: può darsi che il suo sia davvero il progetto migliore ma allora perché non stabilirlo con un concorso?».

    Piazzale Kennedy GenovaLa riposta è semplice ed era già stata accennata in passato dal vicesindaco Bernini: i tempi e i soldi per un concorso internazionale di riprogettazione di tutta l’area da Punta Vagno ai Magazzini del Cotone non ci sono. Il Comune deve, infatti, fare i conti con i bilanci dei prossimi anni: se Spim, società partecipata da Tursi, non dovesse riuscire a completare la vendita delle aree ex fieristiche, i disavanzi verrebbero accollati al bilancio del Comune e, di conseguenza, ai cittadini.

    Per accelerare l’iter, già nella delibera di quest’estate erano state messe nero su bianco alcune idee programmatiche sul futuro delle aree, pur in mancanza di ipotesi progettuali: «Non si puntava tanto alla massima redditività degli investimenti – ha ricordato il sindaco – ma si stabiliva già allora che non venisse costruito un metro cubo o un metro quadrato in più di quanto esistente in zona, che ci fosse un uso diversificato degli spazi restituiti a scopi urbani e che fosse previsto dal punto di vista urbanistico un collegamento tra la zona Foce e il Porto Antico». Vincoli di cui Piano dovrà tenere conto per convincere i consiglieri comunali della bontà del suo progetto. Se ne riparlerà nel 2015.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Porto, servizio ferroviario: il punto con i gestori in ottica nuovo bando. «Adeguamenti in ritardo e costi troppo alti»

    Porto, servizio ferroviario: il punto con i gestori in ottica nuovo bando. «Adeguamenti in ritardo e costi troppo alti»

    treno-fuorimuro-portoTra 7 giorni (15 dicembre 2014) scade il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse relative alla gestione del servizio ferroviario portuale che l’Autorità Portuale genovese affiderà in concessione per i prossimi 5 anni (più un anno di eventuale prosecuzione ). Ma Fuori Muro – l’impresa che oggi effettua il servizio integrato di manovra ferroviaria (ovvero composizione/scomposizione e movimentazione dei treni all’interno dello scalo), trasporto e navettamento dei convogli verso gli interporti oltre Appennino – potrebbe anche non partecipare alla procedura che, di fatto, anticipa l’emanazione del nuovo bando, prevista a breve considerata l’imminente scadenza (maggio 2015) dell’attuale concessione.
    «Non abbiamo preso ancora decisione definitiva, la società sta valutando il da farsi», afferma il presidente di Fuori Muro, l’ingegnere Guido Porta. Insomma, è difficile far quadrare i conti, anche perchè la riqualificazione delle infrastrutture portuali procede a rilento (vedi l’approfondimento di Era Superba sul Piano del Ferro, destinato a potenziare il traffico merci su rotaia da/per il porto genovese). «Riteniamo che la durata della concessione (5 anni più uno eventuale) sia troppo breve – sottolinea Porta – e questo rappresenta un problema perchè dobbiamo fare investimenti importanti, che in un così breve lasso temporale non possono essere ammortizzati. Inoltre, saranno caricati maggiori oneri sul futuro gestore delle attività di manovra ferroviaria. Dunque, diventerà più difficile applicare tariffe che da un lato coprano i costi, e dall’altro consentano lo sviluppo del traffico su ferro da/per il porto».

    Elemento, quest’ultimo, per nulla secondario, visto che Fuori Muro è pure impresa abilitata al trasporto ferroviario verso le realtà retroportuali. La società, costituita nel 2010, attualmente conta 106 dipendenti, lo scorso anno ha fatturato circa 12,5 milioni di euro (il capitale sociale è ripartito tra Rivalta Terminal Europa 50%, InRail 25% e Tenor 25%), e ha movimentato oltre 130 mila carri ferroviari all’interno del porto di Genova.
    Il servizio di trasporto combinato sviluppato sull’asse Italia-Francia e la capacità di integrare il servizio di manovra con la trazione in linea sono proprio gli elementi che hanno recentemente permesso a Fuori Muro di aggiudicarsi il titolo quale “Migliore operatore ferroviario merci europeo dell’anno 2014”, davanti all’impresa partner InRail, GB Railgreight (Gran Bretagna), e Grup Feroviar Român (Grampet Group, Romania).

    Il servizio ferroviario portuale

    porto-waterfront-genova-DIPer servizio ferroviario portuale si intendono “…la terminalizzazione, ossia l’introduzione e l’estrazione delle tradotte (un convoglio ferrroviario composto da almeno 15 carri) nei/dai terminal portuali da/per i parchi di interscambio… – leggiamo nel regolamento per l’esercizio del servizio ferroviario nel porto di Genova, adottatto dal comitato portuale lo scorso 29 settembre – Le manovre ferrovarie che includono: la composizione e scomposizione delle tradotte, e la movimentazione dei carri tra i parchi di interscambio ed i terminal portuali…”.
    Il servizio, erogato in esclusiva dall’impresa di manovra concessionaria “…è fornito a titolo oneroso dall’impresa di manovra a tutte le imprese ferroviarie interessate in maniera non discriminatoria. Le relative tariffe sono approvate dall’A.P. e vengono applicate dall’impresa di manovra nei confronti delle imprese ferroviarie”. La controprestazione a favore del concessionario “…consiste esclusivamente nel diritto di gestire funzionalmente e di sfruttare economicamente il servizio dietro il pagamento di un canone pari allo 0,5% del fatturato annuo”.
    Nel regolamento si sottolinea ancora: “Il servizio ferroviario portuale è garantito dall’impresa di manovra 24/h al giorno per l’intero arco annuale… il dimensionamento minimo della squadra di manovra è costituito da un’unità a bordo del mezzo e due unità per attività accessorie, tra cui la protezione del convoglio in fase di traino e spinta, e la manovra dei deviatoi… l’impresa è tenuta ad assicurare il servizio anche nel caso di temporanea rottura o guasto delle barriere di protezione nelle zone di intersezione con la viabilità stradale, nonché a provvedere agli interventi occorrenti di ripristino e connessa procedura di emergenza nel caso di svii di materiale rotabile”.

    Le criticità

    Per quanto riguarda i presunti maggiori oneri previsti a carico del futuro soggetto gestore del servizio ferroviario portuale, il presidente di Fuori Muro, spiega «Innanzitutto sarebbe necessario affrontare il discorso delle attività di manutenzione ordinaria della rete. Noi da tempo sollecitiamo che esse vengano affidate a Fuori Muro, ma siamo inascoltati dall’Autorità Portuale. La conseguenza è il persistere delle problematiche di malfunzionamento. Poi sussiste la criticità rilevante delle interferenze con la viabilità in sede stradale. Ad esempio per quanto concerne i passaggi a livello. A noi viene richiesto di garantire la continuità del servizio, ma nello stesso tempo non possiamo intervenire direttamente. E garantire la continuità ci costa circa 100 mila euro all’anno». Inoltre, secondo l’ing. Porta «Nel nuovo bando verrà richiesto di portare il presenziamento a 24h nel porto storico (Sampierdarena), ma il numero di treni è insufficiente per sostenere tali costi».

    C’è poi tutta la questione relativa ai lavori che coinvolgono i parchi di interscambio e le infrastrutture ferroviarie portuali. Interventi compresi sia nell’ambito dei lavori del Nodo Ferroviario di Genova in carico a RFI, sia nel nuovo Piano del Ferro, redatto dall’Autorità Portuale genovese con l’obiettivo di portare al 40% la quota di traffico merci su rotaia.
    «Non è chiaro come, e neppure chi, dovrebbe sostenere i maggiori oneri economici generati dal periodo transitorio in cui si svolgeranno i lavori e la gestione del servizio sarà da essi interferita – sottolinea Porta – Noi avevamo ipotizzato che l’A.P. potesse prevedere eventuali indennizzi, ma non sembra essere così. Inoltre, non conosciamo la data di fine dei lavori. Ad oggi non esiste una previsione immediata neppure in merito agli interventi del Nodo. I cantieri in corso limitano la nostra attività e ci obbligano a svolgerla interamente sul Campasso, visto che il Parco Fuori Muro sarà bloccato, e l’unico punto di uscita/ingresso dei treni sarà appunto quello del Campasso. Dovremo mettere a disposizione una squadra in più h24, parliamo di 14-15 persone, 700-800 mila euro all’anno di ulteriori costi».

    Nel momento in cui i treni di Fuori Muro diretti ai retroporti sono un numero esiguo «Siamo partiti con 3 treni al giorno, oggi ne facciamo 1-2 al giorno, è evidente che l’attività di impresa ferroviaria non è remunerativa. Le due cose, manovra e trasporto, possono stare insieme, e rappresentare anche un vantaggio, se entrambe funzionano a dovere – conclude Porta – Oggi non è così. Tutto ciò si riflette in tariffe più alte per quanto riguarda le attività di manovra. Perchè manca il contesto intorno e mancano gli interventi correlati agli incrementi dei volumi di traffico registrati negli ultimi anni».

     

    Matteo Quadrone

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  • Alberi millenari, la top ten in Gran Bretagna

    Alberi millenari, la top ten in Gran Bretagna

    1La passione per il Verde di un Paese si può misurare in vari modi, il Regno Unito si differenzia però sempre, rispetto agli altri stati, sia per la frequenza che per l’originalità delle iniziative intraprese sul tema.
    Recentemente è stato infatti indetto un sondaggio pubblico per scegliere l’”albero dell’anno“. Gli esperti del Woodland Trust, la Fondazione che si occupa della tutela e della salvaguardia del patrimonio arboricolo britannico, ed altri gruppi dediti alla protezione della natura hanno redatto una lista di dieci alberi millenari tra i quali i cittadini potranno, con votazione pubblica, scegliere la pianta più amata del Regno.

    2Tra i “candidati”, vi sono l’enorme Tasso sotto il quale si ritiene che sia stata firmata, nel lontano 1215, la Magna Carta Libertatum, il Melo che avrebbe ispirato la teoria di Newton sulla gravità ed una famosa Quercia, di almeno ottocento anni di età, che si tramanda avrebbe fornito protezione a Robin Hood durante le sue avventurose peripezie. Nell’elenco vi sono poi anche l’albero sotto il quale si riunirono, oltre cinquecento anni fa, i contadini che intrapresero, nella Norfolk Rebellion, la loro celebre lotta contro i baroni corrotti. Vi è infine anche l’Allerton Tree di Liverpool, che è assai particolare in quanto rappresenta l’ultimo scorcio di natura inglese visibile da parte dei numerosi migranti che lasciavano, per sempre, le banchine britanniche, in partenza per le Americhe.

    3Gli alberi presi in considerazione prosperano, da centinaia e centinaia di anni, in ogni parte del Regno Unito, senza esclusione alcuna. Si trovano nelle campagne del Galles, nelle brughiere scozzesi o nelle ricche e prosperose colline delle Cotswolds… Molti sono poi, da sempre, famosi e ben noti per la loro collocazione in prossimità di villaggi oppure sono molto amati dalle comunità locali, le cui popolazioni hanno in essi stessi un preciso punto di riferimento ed in cui si identificano da generazioni.

    SONY DSCIn un Paese profondamente legato al Verde ed al suo patrimonio boschivo, la competizione nasce proprio per rafforzare la consapevolezza dell’unicità degli alberi inglesi e della loro storicità. Il concorso è inoltre finalizzato allo specifico obiettivo di istituire un registro nazionale degli alberi storici, unitario e completo. Quest’ultimo avrà il preciso scopo di inventariare tutte gli alberi “monumentali” o millenari esistenti, di elencarli e di proteggerli ora ed in futuro.

    5Si ritiene infatti che la Gran Bretagna sia uno dei Paesi del Nord Europa più ricchi di piante di specie particolari, importanti, storiche ed antiche. E’ fondamentale pertanto, sia nell’interesse degli organizzatori della competizione che di tutta la Nazione, valorizzare questo rarissimo patrimonio naturale millenario, sopravvissuto alle guerre, alle intemperie, alle malattie ed a tutte le avversità succedutesi nei secoli e che tanto, da sempre ed ancora oggi, caratterizza il paesaggio della campagna inglese.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Blocco neo-democristiano in Italia, la soluzione del governo come equilibrio fra i poteri

    Blocco neo-democristiano in Italia, la soluzione del governo come equilibrio fra i poteri

    italia-europa-politicaHa ragione Massimo Cacciari. Nel futuro prossimo la politica italiana si dividerà in tre parti: una destra, una sinistra e in mezzo un bel centro. Si riproporrà, insomma, una ripartizione da prima repubblica, dove accanto ai comunisti, da una parte, e agli ex-fascisti, dall’altra, dominava un blocco (molto) cristiano-democratico e (un po’) socialista. Andrà invece definitivamente in soffitta il fantomatico “bipolarismo”, che rispettabili commentatori di ogni provenienza hanno indicato per vent’anni come l’agognato traguardo della nostra maturazione politica.

    Le cose andranno a finire così perché tutto sommato fa comodo a tutti. Prendiamo ad esempio l’attuale premier. Renzi ha già mostrato più volte di non disdegnare lo scontro sia a destra che a sinistra; e soprattutto ha impresso una netta direzione politica al suo governo, lungo il solco tracciato da Monti e dalle “larghe intese”. La ragion d’essere dell’attuale coalizione di maggioranza, infatti, risiede in quella via politica data dalla “necessità del governare”, dalla “responsabilità”, dalle “scelte obbligate” e da “le-cose-da-fare-si-sanno-ci-vuole-solo-coraggio”. È la soluzione del governo come equilibrio tra i poteri che fu proprio della Democrazia Cristiana, e in cui finiscono sempre per confluire, un po’ per inerzia, un po’ per convenienza e un po’ per rassegnazione, i voti moderati di tutta la penisola.

    Formalmente Renzi e Alfano fingono ancora di ricordarsi di avere una diversa storia e una diversa astrazione politica, alle quali, in teoria, aspirerebbero a ritornare una volta terminata questa difficile fase: in sostanza, però, le differenze sono minime, mentre è forte l’attitudine comune a porsi come la chiave di volta per la tenuta del paese. Dunque ha senso non guardare a questa unione come ad un accordo momentaneo tra “destra” e “sinistra”, ma come ad un vero e proprio blocco neo-democristiano, che si fa carico dell’onere di governo cercando di mediare, soprattutto, tra l’Europa, gli industriali e il mondo della finanza.

    È ovvio che questa formazione, insieme con il declino di Berlusconi, ha liberato un grosso spazio a destra: ed era logico che non si dovesse attendere molto perché spuntasse un qualche politico abbastanza abile da occupare il campo. Matteo Salvini, però, non si vuole limitare a campare sul malcontento popolare, come sostengono i detrattori, ma punta decisamente a sfidare Renzi, essendosi convinto, dopo aver metabolizzato la lezione di Marine Le Pen, che, puntando al fronte moderato, anziché ai militanti storici, si possa trasformare il volgare populismo di oggi nella posizione maggioritaria di domani.

    Questa speranza dovrebbe finire delusa. Come infatti Salvini riempe il vuoto creatosi a destra, si dà anche la possibilità che qualcuno riempa il vuoto a sinistra; o per lo meno che la coscienza smarrita di militanti SEL e delusi PD (Fassina, Cuperlo & Co.) ritrovi improvvisamente se stessa. Tutto sommato, da quelle parti, non serve un leader e non serve nemmeno particolare unità. Per risollevarsi basta semplicemente tornare a fare quello che si faceva prima.

    Tre cose riuscivano bene alla sinistra di un tempo: criticare chi governa, criticare i “compagni che sbagliano” e criticare i fascisti. Ebbene, tutto questo, finalmente, si può fare. Si può attaccare Renzi, perché è troppo morbido con l’Europa; ma anche Salvini, perché è troppo duro. Si possono criticare gli ex-compagni di partito, perché si sono messi a fare gli interessi degli industriali; ma anche questa nuova destra, troppo razzista e troppo amica di Casa Pound. Tra non molto si potrà persino criticare l’euro, perché non è stato quello che avrebbe dovuto essere. Ma soprattutto si potrà smettere di ricercare una posizione politicamente sostenibile, per ritornare a concentrarsi su ciò che è rilevante esteticamente: ossia, dire la cosa giusta.

    In fondo è questa la massima aspirazione degli orfani del PCI: fare i bravi ragazzi, dimostrarsi istruiti, far vedere in giro di saper muovere un po’ la materia cerebrale. Altro non conta, perché è scontato che tanto la gente non capisce, che in questo mondo marcio le cose belle non sono realizzabili. E allora contentiamoci di esserci lavati la coscienza, di aver fatto un bel gesto. È la politica come atto di purificazione interiore, come intima soddisfazione morale.

    E poi, forse, almeno un effetto concreto lo si potrebbe ottenere: mandare in aria il piano diabolico di Salvini. Basta mettere a frutto il monopolio del politically correct tramite gli intellettuali organici (cioè quasi tutti), dipingendo il leader leghista come il lupo travestito da agnello, come colui che specula sui problemi del paese, accennando un po’ a Mussolini e un po’ alla Repubblica di Weimer, per spaventare gli elettori moderati e lasciarli ben comodi tra le braccia dell’attuale premier. Nell’insieme è un quadretto perfetto: Salvini è promosso ad antagonista, Renzi governa e la “sinistra critica”… critica. Tutti sono felici e contenti. Tutti, naturalmente, a parte due.

    Berlusconi sta lasciando che il suo partito si sfasci: e la cosa un po’ gli da fastidio, perché l’istinto lo porta a voler primeggiare in tutto. Ma in fondo Forza Italia e il PDL erano solo un mezzo: l’obiettivo era non finire in galera, e finora è stato centrato. Per Grillo, invece, è tutto un altro discorso: ma sarebbe troppo lungo affrontarlo qui. Resta il fatto che entrambi non hanno capito in che modo la politica stesse cambiando, nonostante fosse del tutto palese (almeno per quel che mi riguarda). Si sono intestarditi sulle loro idee, e ora ne pagano il prezzo in termini di consensi.

    Con questo si chiude la nostra analisi del quadro verso cui la politica italiana sembra davvero destinata ad avviarsi… se non fosse per un piccolo particolare: l’unico ad essere in anticipo sulla Storia è Matteo Salvini. E non lo dico io: lo certifica Wolfgang Münchau su Der Spiegel. Per cui, forse, conviene non scartare l’eventualità che l’opposizione riesca a scompaginare le carte, capitalizzando un clamoroso successo politico.

     

    Andrea Giannini

  • Gronda di Genova, il punto sulla grande opera. Autostrade frena, Tursi prepara le larghe intese

    Gronda di Genova, il punto sulla grande opera. Autostrade frena, Tursi prepara le larghe intese

    autostrada-a-12Autostrade per l’Italia salva la maggioranza del Consiglio comunale. Almeno per il momento. Non si tratta della classica iperbole giornalistica ma di una sintesi, forse un po’ troppo stringata, di quanto è accaduto negli ultimi giorni attorno al tema Gronda. Come anticipato poco più di un mese fa, entro il 12 dicembre prossimo la Sala Rossa avrebbe dovuto approvare una delibera che desse parere positivo sul tracciato definitivo dell’infrastruttura in modo da consentire l’avvio ufficiale della procedura degli espropri e dei conseguenti indennizzi per i cittadini interferiti dal passaggio del nuovo nodo autostradale.

    Gronda di Genova, la grande opera >> Leggi l’approfondimento

    Rinvio della Conferenza dei servizi

    Il provvedimento si era reso necessario in seguito a una precisa richiesta della Conferenza dei servizi, riunita per la prima volta a Roma il 17 ottobre, come passaggio imprescindibile per giungere alla dichiarazione di pubblica utilità dell’opera. Un concetto che, com’è noto, fa storcere più di un naso nella variegata maggioranza che, almeno sulla carta, dovrebbe sostenere il sindaco Marco Doria. C’era, dunque, grande attesa per la discussione prima in Commissione e poi in aula del documento approvato dalla giunta. Ma se la discussione in Commissione dovrebbe comunque arrivare negli ultimi giorni della prossima settimana, non c’è più alcuna fretta per il passaggio nel plenum consiliare. Confermando ancora una volta le crescenti perplessità sulla realizzazione dell’opera, Autostrade per l’Italia ha chiesto e ottenuto dal Ministero delle Infrastrutture lo spostamento della prossima seduta della Conferenza dei servizi dal 12 dicembre al 23 gennaio. La motivazione ufficiale è il mancato accordo con Ilva per quanto riguarda l’attraversamento delle aree di Cornigliano necessario per portare lo smarino dai monti all’aeroporto. Una mossa che ha scatenato la rabbia di chi vuole spingere sull’acceleratore per la realizzazione della grande opera, come l’assessore regionale alle Infrastrutture, Lella Paita, che si è detta «sorpresa di una richiesta di rinvio presentata da Società Autostrade in modo unilaterale, e soprattutto mentre sono ancora in corso i contatti tra Autostrade, Ilva e Regione che avrebbero portato nel giro di poco a una soluzione». Secondo la candidata alla primarie per la presidenza della Regione c’erano le condizioni per procedere con i tempi previsti e valutare successivamente tutti gli elementi, «tanto più che il ministero dell’Ambiente, nella pronuncia di Valutazione di impatto ambientale, aveva chiaramente detto che ulteriori approfondimenti potevano essere effettuati dopo la conclusione dell’iter della conferenza dei servizi, in sede di progettazione esecutiva». Parole che confermano come le continue titubanze di chi dovrebbe farsi carico del finanziamento dell’opera, attraverso un aumento dei pedaggi su tutto il suolo nazionale, inizino a preoccupare chi invece non vede l’ora di poter dare il via libera ai cantieri.

    Peraltro, la stessa Società Autostrade ha fatto sapere che la decisione sugli interferiti e sui relativi indennizzi dovrebbe comunque attendere l’approvazione definitiva del progetto da parte del ministero delle Infrastrutture che non è detto assolutamente che tale nulla osta sia contestuale alla seconda convocazione della Conferenza dei Servizi.

    L’iter comunale

    Se, da un lato, la Regione freme, grazie a questo rinvio il Comune respira. I tempi strettissimi per l’approvazione della delibera avevano, infatti, scatenato il malcontento nei Municipi interessati dall’attraversamento dell’opera (Valpocevera, Ponente, Medio Ponente e Centro Ovest) e chiamati a pronunciarsi sulla variante al Puc introdotta dal documento di giunta per equiparare il piano urbanistico vigente con quello di prossima approvazione, in cui il tracciato della Gronda è già previsto.

    «Presentare una delibera che, con la scusa della tutela degli abitanti interferiti, dà mandato alla Giunta di approvare il progetto definitivo nella Conferenza dei Servizi dopo un mese in cui si sono verificate tre alluvioni – è il pensiero di Antonio Bruno, capogruppo FdS – è una provocazione. Molte sono le perplessità trasportistiche per un’opera pensata per dare una risposta all’attraversamento del nodo genovese (quando, invece, la maggior parte del traffico autostradale è interno al nodo stesso) che sottovaluta il rischio ambientale e sanitario indotto dallo scavo di rocce amiantifere».

    «La nostra posizione contraria all’opera resta ferma – ribadisce Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria – sia dal punto di vista economico che da quello funzionale. E le perplessità dimostrate anche da Società autostrade sembrano confermare la nostra riflessione: è evidente che tutte le obiezioni sollevate dal territorio e in parte contenute nelle prescrizioni della Valutazione d’impatto ambientale diventano ancora più cogenti in seguito alle continue emergenze idrogeologiche. Ma, d’altronde, se siamo tutti sconcertati da dover fare un buco in città per realizzare un garage, non vedo per quale motivo dovremmo farci andare bene un’opera che sventrerebbe delle montagne».

    Meno critica potrebbe essere la posizione della maggioranza, qualora dovesse prendere piede la realizzazione dell’opera per lotti funzionali: come abbiamo già raccontato, si tratterebbe di prevedere una cantierizzazione per compartimenti stagni, con un primo lotto che potrebbe riguardare solamente la separazione del flusso di traffico diretto al porto da quello diretto alla città attraverso i lavori nella zona di San Benigno, i lavori propedeutici all’accesso al tunnel subportuale e il rifacimento dell’attuale nodo autostradale con il potenziamento del tratto compreso tra Bolzaneto e Genova Ovest. A restare escluse sarebbero altre opere piuttosto invasive come la bretella Voltri-Bolzaneto o il nuovo ponte sul Polcevera. Dalla Gronda alla Grondina, dunque. Ma se Autostrade per l’Italia ha perplessità sull’intera opera, molto difficilmente vedrebbe di buon grado un intervento solo parziale e di difficile copertura finanziaria.

    Che cosa succederà, dunque, al momento del voto di questa delibera che il vicesindaco vorrebbe portare comunque entro la fine dell’anno ma che, molto più probabilmente, passerà nelle prime sedute dell’anno nuovo? Probabile che il provvedimento trovi comunque il parere positivo da parte del Consiglio comunale grazie alle cosiddette larghe intese. Il Pd, infatti, dovrebbe poter contare sull’appoggio di Udc, Pdl, Gruppo Misto e Lista Musso. Contrarie, invece, le sinistre (Fds, Sel e Lista Doria) e il Movimento 5 Stelle. Salvo assenze di massa, più o meno strategiche, o clamorosi franchi tiratori, il documento avrebbe dunque la maggioranza seppure di colore decisamente diverso da quella uscita dalla urne. Ma quali potrebbero essere le conseguenze per la costantemente chiacchierata giunta Doria? «Non credo che le votazioni sul tema Gronda possano provocare grossi sconvolgimenti – sostiene Pignone – anche perché che in questo caso la maggioranza politica fosse spaccata era chiaro fin dall’inizio: la distanza tra il Pd e gli altri partiti che sostengono la Giunta in questo caso è certa». Come certo e chiaro è anche che il dibattito in Sala Rossa si annuncia ancora una volta molto infuocato.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ferrovia Genova Casella, niente apertura entro fine anno. Si allungano i tempi, futuro incerto

    Ferrovia Genova Casella, niente apertura entro fine anno. Si allungano i tempi, futuro incerto

    Trenino di CasellaDicembre è arrivato eppure della riapertura del trenino di Casella non si vede neppure l’ombra. Prima dell’estate, la fine dell’anno era stata indicata come data certa per la riattivazione di quei 24 km di linea ferroviaria che uniscono il capoluogo al suo entroterra, fermi dall’11 novembre 2013.

    La vicenda è nota (qui l’approfondimento di Era Superba). Già alla fine del 2009 era iniziato il lento e inesorabile percorso di dismissione dell’impianto, in parte risollevato con il passaggio di mano della gestione dalla Regione ad Amt. A fine 2013, tuttavia, fu l’intervento dell’USTIF (l’Ufficio Speciale Impianti e Trasporti Fissi del Ministero delle Infrastrutture) a chiudere definitivamente la linea finché non fossero stati realizzati i lavori di ristrutturazione di due ponti metallici (Crocetta e Fontanassa), insieme con la messa in sicurezza del sedime roccioso che accompagna il trenino lungo tutto il suo percorso.
    «Ci era stato detto che i lavori sarebbero partiti e avrebbero avuto una durata breve in grado di giungere a compimento entro fine anno» dice con un po’ di amarezza il sindaco di Sant’Olcese, Armando Sanna.

    Alluvioni e rischio frane hanno certamente complicato la situazione, allungando a dismisura e in maniera piuttosto incerta il cronoprogramma dei lavori di messa in sicurezza. Portata a termine la risistemazione delle rocce e delle pareti montuose lungo il percorso, sono quasi completate anche le opere di riqualificazione del ponte Crocetta, che dovrebbero rispettare la tempistica prevista inizialmente. Ancora da iniziare, invece, la messa in sicurezza del ponte Fontanassa.
    In questo caso è sicuramente colpa della critica situazione meteorologica che sta vivendo la nostra città: il via ai lavori era, infatti, previsto il 6 ottobre; da allora, naturalmente, fermi tutti in attesa di tempi migliori. Ma non sono solo questi i danni provocati dall’acqua: frane sulla linea, pulizia e riarmamento dei binari, parziale risistemazione della linea area, nuovo controllo della fragilità dei terreni che circondano il trenino storico, si parla della necessità almeno di ancora 1 milione di euro. Una cifra che il Comune non ha certamente nelle proprie casse, avendo anche terminato i fondi a disposizione per le somme urgenze. Si va perciò all’impossibile ricerca di nuove fonti di finanziamento, in attesa delle risorse che potrebbero arrivare da Stato ed Europa per affrontare l’emergenza idrogeologica.

    Eppure, come ricorda in una nota il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti), gli investimenti della Regione per il trenino ammontano «ad alcuni milioni di euro: 4 solo per l’acquisto di un nuovo treno, oltre a 700 mila euro per la manutenzione annuale e 2,5 milioni per investimenti sulla linea». Cifre importanti che non bastano tuttavia ad affrontare la nuova emergenza e rischiano di essere buttate al vento se, nel frattempo, «non sarà predisposta una puntuale programmazione sul piano del marketing territoriale e della promozione dei territori interessati dalla linea ferroviaria. Non vorremmo che il futuro della ferrovia fosse lasciato al caso, in totale assenza di una programmazione precisa degli interventi non solo di manutenzione ma anche di marketing. Sarebbe un errore gravissimo sia dal punto di vista dei collegamenti, già carenti, del nostro entroterra sia dal punto di vista turistico, viste le potenzialità di attrattiva del trenino storico e delle bellezze paesaggistiche che attraversa nel suo percorso».

    Più duri i toni del leghista Rixi, che chiede la rimozione dei vertici Amt: «Vista la precaria di Amt, non vorremmo che anche la Genova-Casella subisse tragiche conseguenze dopo quasi un secolo di onorato servizio e non venisse trascinata nel fallimento generale del trasporto pubblico locale. Addirittura – prosegue il consigliere comunale e regionale – il Comune di Genova aveva inserito nel Pum 2010-2014, il piano urbano di mobilità elaborato dalla giunta Vincenzi e in gran parte rimasto lettera morta, un’implementazione del collegamento con la realizzazione di una funicolare in sotterraneo che avrebbe collegato la stazione di Manin con quella di Brignole, con un bacino d’utenza teorico di 25 mila persone su un percorso di 750 metri. A 7 anni dall’elaborazione di questo avveniristico progetto, gli abitanti della Valle Scrivia non solo si trovano senza la promessa funicolare, ma anche e soprattutto senza quel trenino un po’ retro ma molto utile che dal 1929 anni assolveva al proprio compito».

    Al di là delle polemiche più partitiche che politiche, resta il fatto che ogni giorno circa 200-300 pendolari devono continuare ad affidarsi al servizio sostitutivo su gomma. «Non ci sono novità sulla riapertura» conferma l’assessore ai Trasporti del Comune di Sant’Olcese, Enrico Trucco. «Avevamo in campo un’attività di pulizia delle stazioni che competono al nostro territorio ma aspettavamo una convocazione da Amt per fare il punto della situazione. Per quanto riguarda il nostro Comune, non sono tanto le frane post-alluvionali ad aver creato problemi, quanto gli stessi lavori di sistemazione della ferrovia che hanno comportato diverse difficoltà a valle del tracciato con la pioggia capiente caduta nelle ultime settimane, soprattutto nelle zone di Torrazza e Vallombrosa».
    Intanto, voci corridoio parlano di un prolungamento di 6 mesi dell’accordo tra Regione, Amt e Genovarent, l’azienda privata che realizza il servizio sostitutivo: se queste indiscrezioni dovessero essere confermate, risulta piuttosto evidente come la stessa partecipata del Comune, in questi giorni decisamente impegnata su altri tavoli, abbia perso ogni speranza di sbloccare la situazione quantomeno prima della prossima estate.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    “Da grande voglio fare il cuoco”: la cucina genovese fra mestiere e tradizione, il lavoro più ambito

    PestoIn principio erano Bergese con il Ristorante La Santa, nel Centro Storico, aperto nel secondo dopoguerra, e più recentemente Angelo Paracucchi, che nel 1976 con la sua Locanda dell’Angelo ad Ameglia, nell’estremo levante ligure, salvò quasi letteralmente le sorti della cucina italiana che in quegli anni era completamente appiattita su standard internazionali che rischiavano di cancellarne ogni ricchezza. Stiamo parlando di cuochi, grandi cuochi per l’esattezza, e di una cucina, quella ligure, che si pretende sempre di aver riscoperto ma che alla prova dei fatti a livello nazionale è spesso trascurata se non per l’immancabile binomio pesto- trofie.
    Ciò nonostante, anche se non ci sono più in Liguria i grandi Maestri della cucina italiana (ma domani, chissà), resiste per fortuna la consapevolezza di quanto è stato fatto e ottenuto in questi ultimi anni da una ristorazione sempre più preparata e attenta.
    Poche sorprese, comunque, dall’uscita annuale delle Guide Gastronomiche più note, la Michelin 2015 e quella ai Ristoranti d’Italia de L’Espresso, dove il nostro territorio è presente ma non particolarmente blasonato, anzi: a causa del trasferimento da Nervi ad Arenzano del Ristorante “The Cook”, è andata persa l’unica stella Michelin del Comune.

    Eppure dovrebbe essere il nostro momento, vista l’attenzione per una cucina “di prossimità” più sana ed anche attenta alle calorie. Proprio nella cucina di magro – come recitava il titolo di un ancora attualissimo libro di ricette del 1880 “La cucina di strettissimo magro” di Padre Gaspare Dellepiane frate genovese dell’ordine dei Minimi di San Francesco da Paola – la nostra terra ha sempre trovato la sua caratteristica migliore. Questo antico ricettario è una vera sorpresa per la gustosa modernità dei piatti suggeriti, molti dei quali farebbero la gioia di un vegetariano e alcuni anche adatti a vegani di stretta osservanza, che già a quel tempo mostravano la capacità di utilizzare con sapienza quanto il territorio metteva a disposizione. Eh sì, perchè cucinare in Liguria non significa, come a volte i nostri vicini piemontesi o lombardi malignamente suggeriscono, tenere un occhio fisso al portafoglio e un altro alla tasca cucita, ma è la capacità di utilizzare le materie prime in una zona dove certo non sono presenti allevamenti intensivi o estese coltivazioni agricole.

    VernazzolaCome si mangia in Liguria? Che cosa offriamo ai turisti, o ai liguri stessi, disposti a fare anche un po’ di strada pur di passare un paio d’ore soddisfacenti a tavola?

    A settembre, prima delle alluvioni che ancora una volta ci hanno devastato, Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, parlando al Festival della Comunicazione a Camogli, ha raccontato di una Liguria che ha forse l’agroalimentare più vario, bello ed interessante d’Italia, compreso il pescato, ma che a causa di una sorta di “pancia piena”, così l’ha definita, non si ingegna nel trasformare e lavorare le materie prime che le sono state regalate. Ad esempio il pesce, ha detto, molto migliore di quello dell’Adriatico, eppure cucinato con enorme minor cura, meno fantasia, sempre confidando nella bontà del prodotto stesso.  «Ma – ha aggiunto – vedo molte persone interessanti che si muovono, che cercano di recuperare il troppo tempo perduto».

    Ne abbiamo parlato con Roberto Avanzino, insegnante, cuoco professionista e skipper, che subito mi avverte: «Sono d’accordo con queste parole, certo il suo è un punto di vista esterno, ma ha parzialmente ragione. I ristoranti dovrebbero osare di più, ma è anche vero che il cliente, specialmente il turista, raramente ha voglia di sperimentare, e ti chiede sempre le stesse cose, gli stessi piatti. Per me la cucina innovativa di oggi, la vera rivelazione, risale ad almeno duecento anni fa. Sto parlando di quello che oggi viene chiamato street food, che noi abbiamo da generazioni, con le friggitorie che ti vendevano il cono di carta con dentro i pignolini fritti, la vecchietta che nella sciamadda (farinotto) ti preparava la rosetta con in mezzo la farinata o i venditori di caldarroste che erano in cima a via XX Settembre».

    Avanzino è insegnante Tecnico pratico di cucina all’Istituto Alberghiero Marco Polo: «Per i miei ragazzi ogni tanto preparo una lezione in strada che io chiamo “bread à porter” e li porto in giro ad assaggiare proprio quelle preparazioni povere e sapienti della nostra cucina che ormai sono nella storia. Fra panini con sottolii e acciughe sotto sale tutto fatto in casa, prosciutto stagionato di 26 mesi, magari con verdure grigliate e limone, oppure con il minestrone genovese, un altro street food dei tempi antichi».

    «La cucina di strada è una meravigliosa risposta alle esigenze di oggi – continua Avanzino – non tanto per le ridotte tempistiche, che comunque nel cibo di strada sono soddisfatte, ma per la composizione dei cibi stessi, ingredienti pregiati e molto costosi che raramente la cucina ligure utilizza, essendo sapientemente basata su ingredienti quasi di scarto, o comunque decisamente poveri, per costruire piatti speciali.
    Pensiamo alla cima. Una parte di manzo, la pancia, che serve a ben poco, unita a frattaglie, bietole dell’orto, qualche uovo. Eppure, una delizia solo ligure. Ancora, i pansotti, il mio piatto preferito: espressione massima, se fatti bene, della genovesità. Pochi ingredienti, poco condimento, anche quello povero, perché ricordiamoci che un albero di noce vicino a casa c’era quasi sempre. Lo stesso discorso si può fare con i ravioli con il tocco, con il minestrone genovese, così denso da essere tirato su con il pane, e così via.
    Un altro piatto della nostra cucina geniale e modernissimo, genuinamente moderno, sono le torte di verdura, un vero piatto nobile che oggi può essere inserito fra i “cibi metabolici” cioè quei cibi che più si avvicinano alla nostra alimentazione storica e ci aiutano a difendere la salute.
    D’altra parte, quando si dice noi siamo quello che mangiamo si dice una cosa ovvia: il nostro stomaco assume da migliaia di anni lo stesso genere di cibi, e noi siamo il risultato, la risposta a questi secoli di alimentazione. Se li cambiamo, se inseriamo cibi non “antropologici” estranei al nostro patrimonio genetico, il nostro corpo si ribella e si indebolisce; questo potrebbe spiegare l’esplosione delle intolleranze alimentari nella nostra società.
    Per questo, anche per questo, noi dobbiamo difendere maggiormente un patrimonio che sta scomparendo rapidamente, ovvero i ricettari di famiglia, quei quadernetti unti e spiegazzati che le nonne lasciavano alle figlie e alle nipoti, dove era gelosamente annotata la ricetta della cima di quella famiglia, del cappon magro o del minestrone. Questi ricettari erano anche quelli che preservavano la diversità, a volte molto marcata, dei modi di cucinare la stessa cosa in zone diverse, anche non lontane, della nostra terra: rappresentano una fonte primaria di cucina e di storia che deve essere difesa e valorizzata”.

    Roberto si anima nel raccontare, segno di una passione viva e concreta: «La nostra quindi è una cucina che può essere a basso costo, può essere molto sana, ma non è sbrigativa, purtroppo o per fortuna. Per lavorare i nostri ingredienti ci vuole tempo, questo in parte può essere la spiegazione della famigerata “tipica ospitalità ligure”, quando vorremmo che il cliente pagasse senza neanche sedersi, e magari glielo lasciamo anche capire…»
    Insomma, proprio per le sue peculiarità, quella ligure è una cucina molto impegnativa e molto stancante, «mettere una fiorentina sulla brace è ben più semplice che fare una cima o un cappon magro».

    cuoco-cucinaCome si mangia nei ristoranti genovesi? «In media si mangia bene anche perché purtroppo a causa della crisi chi non era granché in gamba ormai ha chiuso; anche chi era bravo ma non organizzato purtroppo ha chiuso. Io vado spesso al ristorante, nell’entroterra ed in città, e sono un abitudinario quindi tendo a tornare dove sono stato bene; però ogni tanto voglio sperimentare, oppure vedere come è gestito un locale.
    Bisogna tener presente che a Genova, con un calcolo un po’ approssimativo, durante la settimana fra tutti si dividono un migliaio di coperti; pochi, decisamente pochi, eppure chi va avanti conta su questi, perché i coperti del week end non possono bastare. Un bravo ristoratore, oltre ad offrire una buona cucina, deve anche essere un conoscitore dei prodotti che utilizza, ed utilizzare quelli che conosce; saper far ruotare le scorte in modo che durante tutta la settimana sappia offrire pasti con varietà senza mai far percepire al cliente che sta mangiando degli avanzi, anzi è durante la settimana che deve fidelizzare il cliente, offrendo un servizio più meditato e tranquillo, facendo sì che il cliente torni. Quando un ristoratore può contare su una quarantina (più o meno) di persone che in settimana ruotano intorno al locale è riuscito nel suo lavoro».

    Ai suoi allievi Roberto ricorda  sempre che il talento è indispensabile, ma in cucina non basta: «la cucina è sacrificio e fatica, sempre e comunque, quindi al netto delle comparsate in tivù, devono sapere di aver scelto una carriera dura che, certo, può dare molte soddisfazioni se si ha questa passione. Ma che costa molta, molta fatica e molte rinunce».

    E per vedere se Roberto è riuscito nel suo intento abbiamo incontrato un alunno proprio del Marco Polo, Tommaso Berti, che ha 17 anni, e ha scelto questa scuola, ci racconta, «perché ho la passione per la cucina da sempre, nella mia famiglia tutti me ne hanno passato un pezzetto: ho aiutato fin da piccolo mia mamma a fare i dolci, lei è brava e mio papà golosissimo, quindi ne facevamo parecchi; poi i miei nonni avevano una friggitoria di quelle tradizionali, li guardavo preparare il baccalà fritto, le panissette, la pasqualina e pensavo che avrei voluto cucinare anch’io. Dopo mio padre mi ha insegnato ad accendere il fuoco e a fare la cucina da campo nei boy scout, ed anche quello mi ha coinvolto e mi piaceva farlo; quindi, quando è stato il momento, la scelta è stata proprio la mia, senza nessuna pressione da parte della famiglia».
    Ebbene sì, l’Avanzino insegnante sembra essere riuscito a fare passare il messaggio, perché il ragazzo aggiunge: «il Marco Polo è una buona scuola e i più bravi dopo il diploma trovano lavoro, ma io vorrei ancora fare l’Università per migliorarmi: so di aver scelto l’ambito più difficile perché vorrei fare il cuoco, ma so benissimo che quello che si vede in tivù è spettacolo, nella realtà ci vuole tanto sacrificio e tanta esperienza. Ma io spero di farcela».

    E come lui sperano di farcela tutti i ragazzi che in questi anni stanno rendendo affollate le classi dei vari Istituti per i servizi alberghieri, ormai secondi solo all’inevitabile liceo scientifico; nelle scelte di indirizzo, i due terzi preferiscono la cucina rispetto ai servizi di sala, confermando la potenza dell “effetto Masterchef “, ma anche degli altri programmi, e sono davvero tanti, dove il cuoco è una vera rockstar, che si può permettere di essere scompigliato, bizzoso e al limite anche un po’ maleducato.

    cuochi-cucinaPer concludere ascoltiamo anche chi nella ristorazione a Genova lavora da una ventina d’anni: Enrico Reboscio ne è un rappresentante poliedrico e per ciò forse un po’ anomalo, attratto anche da nuove e diverse sfide (DotVocal srl, un’ azienda che progetta e realizza applicazioni vocali, anche per chi può interagire con un computer esclusivamente tramite la voce : ma questa è, come si dice, un’altra storia).

    Quale è l’ errore che secondo te si commette più spesso nella ristorazione ligure, e in quella genovese in particolare?

    «Dico subito che c’è molta confusione sotto il sole, nel senso che si vuol fare innovazione, e questo sarebbe anche giusto, ma senza una conoscenza approfondita della nostra storia, della tradizione: questo porta molti cuochi a ricercare il piatto che stupisce, inaspettato, ma senza vere basi resta un “coup de theatre” fine a sé stesso, e si sgonfia subito».

    Pensi che a Genova sia più facile mangiare bene o mangiare male, per un cliente che va a naso ma è comunque disposto ad esplorare?

    «A Genova si può mangiare bene, ed anche molto bene, se si spende un po’, diciamo dai 40 euro in sù. Sotto, se stiamo sui 32- 35 euro è molto facile rimanere delusi.
    Purtroppo è così, il prezzo in questo caso è una discriminante, a buon mercato c’è molto poco e ci si deve rivolgere magari ad un tipo di cucina diversa. Io stesso sono un esplorativo, perché dopo essere stato in sala per molti anni, adesso curo dal punto di vista amministrativo un ristorante, dove si fa antica cucina genovese e siamo gli unici fuori dal comune di Siena in grado di offrire carni senesi di alta qualità del consorzio agricolo.
    Personalmente gestisco un altro tipo di locale, un pub e ristorante in stile Est Europa: per questi motivi adesso ho tempo e modo di girare per ristoranti, anche perché sono appassionato di gastronomia, e ti posso assicurare che purtroppo non è facile mangiare bene sotto questo limite di prezzo.
    D’altra parte, se un titolare (che sia anche chef o no, poco importa) acquista merce di prima qualità, utilizza personale regolarmente assunto e formato, ben difficilmente può stare sotto questa cifra. Certo, se il lavapiatti è un extracomunitario che pago in nero, il cameriere uno studente che lavora due sere alla settimana pagato con un voucher, la spesa la faccio tutta dal grossista, beh, allora qualcosa di meno si può far pagare».

    Tu quali difficoltà hai trovato quando hai iniziato a fare questo mestiere? E un giovane quali difficoltà potrebbe trovare per emergere, oggi, in Liguria?

    «Io ho iniziato come imprenditore, in proprio: le difficoltà maggiori sono state quelle burocratiche, una vera e propria giungla dove rischi di perderti e che rappresentano un grandissimo sperpero di tempo, denaro ed energia. Purtroppo queste pastoie sono aumentate di anno in anno, quindi chi inizia si trova a dover affrontare le stesse che ho incontrato io vent’anni fa e quelle nuove, che a dispetto della semplificazione ogni anno spuntano come funghi e non sono mai state coordinate o sfoltite. Se invece parliamo di un ragazzo che va come dipendente in un locale, la cosa peggiore è capitare dove il livello di preparazione non è adeguato, oppure c’è ma il giovane viene solo sfruttato per lavorare frettolosamente senza darsi il tempo di insegnare, di trasmettere le conoscenze e l’esperienza indispensabili per la carriera, per magari proporsi altrove, anche in un’altra città . Di essere bloccato, insomma».

    Gli istituti alberghieri registrano ogni anno un boom di iscrizioni, nonostante la crisi che potrebbe far ripiegare su lavori più “sicuri”. Invece, tutti pensano che in questo ambito ci siano prospettive, ed in effetti è così. Però gli insegnanti lamentano che tutti vogliono diventare chef, trascurando altre specializzazioni, come il maitre o il cameriere.

    «Guarda, io  cucinavo solo certi piatti di carne, preparavo il menu, ma il mio lavoro principale era stare in sala, accogliere i clienti: per questo so di che cosa parlo. E dico che, a parte che le passioni non si discutono, se un ragazzo volesse diventare maitre sceglierebbe un lavoro veramente importante, fondamentale direi: accogliere le persone che entrano nel locale, farle accomodare mettendole a loro agio, scambiare due chiacchiere di benvenuto e poi cercare di capire cosa vorrebbero assaggiare, come vorrebbero stare da te è una cosa che rasenta la filosofia, non esagero. Ti mette in contatto con bisogni profondissimi dell’animo, quello dell’accudimento, quello di sfamarsi; è quasi uno spirito materno che ti mette in grado di comprendere i bisogni del cliente e cercare di soddisfarli».

     

    Bruna Taravello

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  • Il Bosco Verticale: il primo grattacielo “verde” nella metropoli milanese

    Il Bosco Verticale: il primo grattacielo “verde” nella metropoli milanese

    1Questa settimana parleremo di un progetto, recentemente realizzato a Milano, in occasione dell’insieme dei lavori per l’Expo del 2015. Il grattacielo, appena terminato, a tutti noto con il nome di “Bosco Verticale” è firmato dall’architetto milanese Stefano Boeri e ha recentemente vinto il premio di edificio “più bello del mondo”. L’innovativo palazzo, situato nel quartiere meneghino di Porta Nuova, si è infatti aggiudicato, a Francoforte, l’International Highrise Award 2014, prevalendo su altri quattro finalisti: l’edificio ”De Rotterdam” disegnato da Rem Koolhaas, il ”One Central Park” di Sydney, il ”Renaissance Barcelona Fiera Hotel” entrambi progettati da Jean Nouvel ed il complesso cinese ”Sliced Porosity Block” di Chengdu, progettato da Steven Holl.

    2Il complesso milanese, entrato nella rosa dei finalisti insieme allo Shard di Renzo Piano, è composto da due torri residenziali alte, rispettivamente, 112 e 80 metri. La peculiarità principale dello stabile consiste proprio nella sua particolare struttura che ospita un grandissimo numero di terrazze e ben un centinaio di differenti specie vegetali: 800 alberi fra i 3 e i 9 metri di altezza, undicimila piante perenni e tappezzanti, cinquemila arbusti di varie dimensioni e migliaia di erbacee perenni. L’estensione complessiva dell’area a verde ammonta a ben 20.000 metri quadrati di bosco e sottobosco.

    3Questo grattacielo rappresenta il primo esempio in Italia, ed uno dei primi al mondo, di effettiva integrazione tra l’elemento naturale e quello umano. L’edificio si compone di numerosissimi piani e di un grande numero di terrazze, aggettanti verso l’esterno e profonde tanto da poter consentire il proliferare di arbusti ed alberi di medie dimensioni. Nell’idea del progettista, la natura avrebbe dovuto prevalere sul costruito, il verde delle piante sul grigio del cemento e dell’acciaio.

    4Nel corso di un’interessante conferenza sul progetto, cui ho potuto assistere, si è spesso sottolineata l’importanza del progetto come chiave di volta nel futuro edificare in modo ecologico. Tutto è stato infatti qui attentamente studiato e ponderato: la profondità e l’estensione dei vasconi, il tipo di terreno, il numero, la conformazione e la varietà delle piante scelte…

    5Queste ultime sono state infatti attentamente selezionate tra migliaia presenti in vivaio, tenute sotto osservazione (e persino talvolta testate nella galleria del vento!) per verificarne l’adattabilità al contesto ed alla crescita in verticale. Questi alberi saranno, negli anni a venire, curati e potati da tecnici specializzati in modo da potersi sviluppare al meglio. Ovviamente tutte le varietà impiegate devono essere molto resistenti, adattabili agli sbalzi di temperature, al sole, al forte vento ed al freddo invernale. La superficie a verde garantirà così una migliore protezione dello stabile dagli agenti atmosferici, con beneficio in termini di minore dispersione del calore in inverno e di maggiore refrigerio in estate.

    6Il progetto è assai avveniristico e pensato in modo tale da fare sì che l’area a verde “invecchi”, migliorando nel tempo ed modificandosi, come avrebbero fatto l’intonaco o altri materiali, con il passare degli anni. Proprio per garantire i migliori risultati manutentivi ed evitare che il progetto complessivo possa venire snaturato dai singoli comproprietari, la proprietà delle piante e la loro manutenzione restano condominiali.
    Solo nei prossimi decenni si potrà sapere se l’esperimento abbia dato effettivamente i risultati sperati e rappresenti una efficace fusione tra uomo e natura, tra costruito ed aria a verde. Per il momento, il Bosco Verticale costituisce una novità nel panorama internazionale ed è il primo significativo passo in avanti, in Italia, nella valorizzazione del verde nelle metropoli del nord del Paese.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    gavoglio-lagaccioIeri, in occasione del consueto sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad, siamo andati a far visita alla Caserma Gavoglio, il gigante di oltre sessantamila metri quadrati ubicato nel cuore del Lagaccio. L’area, come è noto sostanzialmente dismessa da diversi decenni, potrebbe costituire un mezzo di sviluppo e maggiore vivibilità per il quartiere che la ospita, afflitto come è dalla carenza di spazi e dall’eccessiva quantità di edifici.
    Era Superba si è occupata a lungo del futuro della Gavoglio (qui l’approfondimento): la Caserma è ancora quasi totalmente sotto la responsabilità del Ministero della Difesa, che si è tuttavia impegnato a cedere gratuitamente l’area al Comune di Genova a fronte della presentazione di un progetto di riqualificazione complessivo. La scadenza di questo processo è stata fissata esattamente fra un anno, nel dicembre del 2015.

    Nel frattempo, come primo passo del passaggio di proprietà della Caserma, al Comune è stato ceduto piazzale Italia, la piazza antistante la struttura: per questa porzione dell’area è stato approvato un progetto di ristrutturazione minimale, che sarebbe servito a rendere almeno la piazza immediatamente fruibile per il quartiere.

    Abbiamo contattato Enrico Testino, attivista del comitato Voglio la Gavoglio, che ci ha spiegato come questi lavori dovessero essere pronti per giugno dell’anno corrente, quando in realtà si è ancora lontani dalla loro positiva conclusione. Come si può facilmente vedere appena giunti al cospetto della struttura, gli interventi fino ad oggi realizzati sono transennamenti e impianto di reti per tutelare la sicurezza immediata delle persone, ma ancora manca quella parte della ristrutturazione volta a rendere pienamente fruibile lo spazio alla cittadinanza. Ancora attesa, infatti, la nuova asfaltatura del piazzale e il ripristino, preventivato dal progetto iniziale, di una stanza all’interno delle costruzioni della Caserma destinata ad associazioni e comitati del quartiere: «A quanto ci risulta sono stati anche stanziati diciannovemila euro per questi lavori – ci spiega Testino – non capiamo quindi il motivo che ci ha portato ad oggi in questa situazione».

    Per il resto dell’area, come accennato, il processo di  trasferimento di proprietà al Comune è in atto, ed è subordinato alla presentazione di un progetto complessivo di recupero che dovrà anche essere concertato con la Soprintendenza, visto che parte degli stabili sono vincolati per il loro valore storico. Abbiamo incontrato l’Assessore all’urbanistica Stefano Bernini che ci ha fatto il punto della situazione circa lo stato della procedura e del futuro della Caserma Gavoglio.

    Con la Giunta Vincenzi era stato ipotizzato un percorso per il recupero dell’area che faceva perno sulla edificazione di nuova cubatura a destinazione residenziale, infatti ci spiega l’assessore: «Fino a poco temo fa la Caserma era considerata un bene dello Stato che  se il Comune voleva avere a disposizione doveva pagare ben quattro milioni e mezzo di euro, fatto che rese necessario trovare il modo per recuperare quei soldi. La Giunta Vincenzi pensò di affidare ad una immobiliare il compito di effettuare una stima ed un progetto che prevedeva appunto il finanziamento attraverso le nuove abitazioni, sollevando numerose proteste. Noi, anche grazie all’accordo con la Difesa, abbiamo cambiato il piano regolatore, e abbiamo stabilito che lì non si possono realizzare nuovi volumi, al massimo si può abbattere qualcosa di quello che non è protetto dalla Soprintendenza, bisogna salvaguardare lo spazio pubblico, con particolare attenzione al verde. Il Patrimonio e la Soprintendenza devono ora, sulla base di queste direttive, elaborare un progetto».

    È stato affidato a Ri.Genova, la società a responsabilità limitata partecipata dal Comune e specializzata in operazioni immobiliari e di riqualificazione urbana attraverso il mercato finanziario ordinario, il compito di presentare nei prossimi giorni un piano di intervento relativo ad un primo lotto, sicuramente entro fine anno. «Stiamo parlando della parte bassa della Caserma. Sicuramente una parte degli stabili esistenti, nel rispetto delle caratteristiche architettoniche che gli sono proprie, andrà recuperato ad un uso residenziale, così da poter finanziare la realizzazione del parco, degli spazi pubblici e di quelli destinati all’associazionismo. Si tratta per altro di una parte dalla Caserma che già originariamente era destinata a questo tipo di utilizzo. Poi gli edifici di minore pregio secondo me potrebbero essere abbattuti per dare maggiore respiro al quartiere, già densamente cementificato. Bisogna procedere a pianificare per lotti il lavoro, individuando un cronoprogramma sicuro, almeno per la fase di progettazione, al fine di rientrare el termine della fine dell’anno prossimo, obiettivo che credo proprio riusciremo a raggiungere».

    Per quanto riguarda i tempi della conclusione vera e propria dei lavori non è ancora possibile fare previsioni realistiche. «Ora la priorità è trovare chi è in grado di portare il progetto avanti e finanziarlo, considerato che le casse del Comune sono in crisi anche a causa delle alluvioni, avremo a breve un incontro con il Patrimonio per stabilire queste questioni, unitamente ad un cronoprogramma preciso. Io ho consigliato di appoggiarsi a Ri.Genova per la realizzazione degli altri lotti (così come è avvenuto per il lotto più a mare, senza dimenticare che in tutto questo processo dobbiamo coinvolgere e condividere progetti ed idee con la cittadinanza e con la Soprintendenza): l’azienda potrebbe trovare risorse sul mercato».

    Chiediamo a Bernini se immagina necessarie altre fonti di finanziamento dell’opera, o se ritiene sufficiente la ricerca di capitali di investimento esterni a Tursi: “Il Patrimonio potrebbe decidere di destinare delle risorse a questo lavoro, e credo che comunque sarà necessario, almeno per quanto riguarda la progettazione iniziale».

    Un ulteriore problema per il quale abbiamo chiesto lumi all’assessore è la presenza di amianto nelle coperture dei capannoni della Caserma: «La Difesa ci ha assicurato di avere compiuto tutti gli adempimenti atti a mettere il materiale in sicurezza. Certamente con i lavori andrà rimosso, e sarà uno dei costi grossi dell’operazione».

    Non rimane che augurarsi che l’Amministrazione nel suo complesso riesca a non perdere l’occasione di recuperare questo grande spazio, che potrebbe diventare un importante polmone verde  per il Lagaccio, un quartiere piuttosto congestionato, sia da un punto di vista della viabilità , sia dal punto di vista della densità abitativa.

    Carlo Ramoino

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  • L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    Un saldatore a lavoro, di Roberto Manzoli
    Fotografia di Roberto Manzoli

    Di sicurezza sul lavoro ci occuperemo anche nel numero 57 della nostra rivista in uscita l’1 dicembre. Ma se in quell’occasione ci concentreremo maggiormente sul tema dei controlli e dei fondi investiti per le attività di controllo soprattutto a Genova e in Liguria, in questa sede intendiamo fare il punto sull’attività di InailIstituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro– e sui dati relativi agli infortuni e ai morti sul lavoro.

    Secondo il monitoraggio dell’Inail, infatti, la serie storica del numero degli infortuni sul lavoro in Italia prosegue con andamento decrescente: “Sono state registrate poco meno di 695 mila denunce di infortuni accaduti nel 2013 – si legge nella relazione annuale 2013 dell’Inail – Rispetto al 2012 si ha una diminuzione di circa il 7%; sono il 21% in meno rispetto al 2009. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono poco meno di 460 mila, di cui più del 18% “fuori dell’azienda” (cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere”). Delle 1.175 denunce di infortunio mortale (sono state 1.331 nel 2012) gli infortuni accertati “sul lavoro” sono 660 (di cui 376, quasi il 57%, “fuori dell’azienda”): anche se i 36 casi ancora in istruttoria fossero tutti riconosciuti “sul lavoro” si avrebbe una riduzione del 17% rispetto al 2012 e del 32% rispetto al 2009″.

    Dati assai diversi, però, sono quelli puntualmente raccolti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro – fondato dal metalmeccanico in pensione e pittore Carlo Soricelli, attivo dal 1 gennaio 2008 in ricordo di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demani, i sette giovani operai della ThyssenKrupp di Torino, morti nella notte del 5/6 dicembre 2007 – che denuncia a gran voce: “I morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati da quando è stato aperto l’Osservatorio Indipendente. Anzi, addirittura sono aumentati del 5,9% rispetto al 24 settembre del 2008 e dell’8,6% rispetto al 24 settembre del 2013“. Per Soricelli «L’Inail deve dire chiaramente che monitora le morti esclusivamente tra i propri assicurati, e non tra quei milioni di lavoratori che non risultano iscritti a tale istituto. Le partite Iva individuali sono diventate milioni e non sono assicurate all’Inail, tanto per fare un esempio. Come scrivo da anni i morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati, bensì si sono solo “trasferiti” tra i precari, le partite Iva, i lavoratori in nero».
    L’Osservatorio – che dall’inizio dell’anno 2014 ha già censito 549 morti sui luoghi di lavoro (oltre 1100 con i morti sulle strade e “in itinere”) – chiuderà i battenti il 31 dicembre 2014, a sei anni dall’apertura «Chiuderà per indifferenza – chiosa Soricelli – l’indifferenza di questo Governo e della politica tutta, oltre che della classe dirigente di questo Paese».

    Il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, nel luglio scorso – in occasione della presentazione dei risultati del 2013 – per la prima volta ha pubblicamente ammesso: «Il problema della “completezza” dei dati è ben noto, e non può essere risolto in via autonoma. I dati dell’Inail si riferiscono ai suoi assicurati, non coprono l’intero perimetro del mondo del lavoro (non comprendono, in particolare, le forze armate e di polizia, il corpo nazionale dei Vigili del fuoco, i volontari della protezione civile). L’Inail è disponibile a ricevere ed elaborare altri dati per completare il perimetro, e assolvere il compito di “authority delle conoscenze per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”, così come è stato auspicato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza nella “Relazione programmatica 2014-2016”».

    «Uno degli obiettivi della strategia di Inail è appunto ampliare la platea degli assicurati – aggiunge il Direttore regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti – Il fenomeno infortunistico è trasversale, e non esistono categorie immuni. In effetti, ci sono alcuni settori di non assicurati: ad esempio i lavoratori autonomi non artigiani, i liberi professionisti, ecc., che se conteggiati potrebbero avere un’incidenza sulla rilevazione statistica complessiva».

    Che cos’è Inail e quali sono le sue funzioni?

    lavoro-ingegnere-geometra-appaltoL’Inail, ente pubblico non economico che gestisce l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, ha come obiettivi principali: ridurre il fenomeno infortunistico e le cosiddette morti bianche, assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio, garantire il reinserimento nella vita lavorativa e sociale degli infortunati sul lavoro. Parliamo di un istituto che, anche a seguito di recenti innovazioni normative, ha assunto il ruolo di sistema integrato di tutela che spazia dal monitoraggio continuo sull’andamento degli infortuni, agli interventi di prevenzione nei luoghi di lavoro, fino all’erogazione di prestazioni sanitarie ed economiche.
    L’assicurazione, obbligatoria per tutti i datori di lavoro che occupano lavoratori dipendenti e parasubordinati nelle attività che la Legge individua come rischiose, tutela il lavoratore contro i danni derivanti da infortuni e malattie professionali causati dalla attività lavorativa, ed esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile conseguente ai danni subiti dai propri dipendenti.
    “Nel 2013 sono state censite dall’Inail circa 3 milioni e 800 mila posizioni assicurative (territoriali) – si legge nella relazione  – C’è stata una moderata riduzione rispetto al 2012 (-1,11%); analoga situazione si registra sul conteggio delle aziende (-1,04%)”. Il valore dei premi accertati, relativi alla gestione industria e servizi, è di circa 7 miliardi e 933 milioni di euro con un decremento del 3,46% sul 2012. La gestione agricoltura ha segnato un decremento dell’importo dei premi, dell’8,70% (604 milioni contro 662). Sostanzialmente stabile, rispetto al 2012, l’importo dei premi per l’assicurazione in ambito domestico. Anche i “premi dovuti” del settore navigazione hanno segnato una diminuzione (-2%) rispetto al 2012, persistendo nel trend decrescente registrato tra il 2012 e il 2011 (-1,68%)”.

    L’Inail da un lato riceve i premi dai datori di lavoro – premi basati sul totale delle retribuzioni annuali di ogni impresa (importo economico determinato dal rischio infortunistico, a seconda della tipologia di lavoro, delle mansioni ricoperte dai lavoratori, dal numero di questi ultimi, ecc.) – e dall’altro reinveste le risorse che detiene in eccedenza, il cosiddetto “tesoretto” Inail, al fine di promuovere campagne informative di sensibilizzazione alla sicurezza sul lavoro, sviluppare iniziative di formazione e consulenza rivolte alle piccole e medie imprese in materia di prevenzione, finanziare le aziende che investono in sicurezza.
    Negli ultimi tempi, però, l’istituto ha dovuto attuare un processo di revisione dei premi e delle prestazioni – in ottemperanza al dettato della “legge di stabilità” – e dunque dovrà prestare una maggiore attenzione al bilancio. Tuttavia, l’Inail rimane un ente economicamente solido, come sottolinea la relazione: “I dati del preconsuntivo 2013 mostrano che si sono avute entrate di competenza per 10 miliardi e 111 milioni di euro (con un decremento di quasi il 5% delle entrate contributive rispetto al 2012); le uscite di competenza si sono attestate a poco meno di 9 miliardi e mezzo (con prestazioni istituzionali in lievissima diminuzione, rispetto all’anno precedente): il risultato finanziario è quindi positivo (719 milioni). L’eccedenza delle entrate contributive sulle uscite istituzionali si è mantenuta intorno ai 2 miliardi e mezzo, con valori stabili rispetto al 2012; il risultato economico si è stabilizzato vicino al miliardo, e ciò ha migliorato il risultato patrimoniale (giunto a 5.017 milioni di euro)”.

    In Liguria la Direzione regionale dell’Inail conta tre sedi territoriali – Genova (comprende Genova e Chiavari), La Spezia, Savona (comprende Imperia, Albenga, Carcare) – per un totale di 265 dipendenti e, nonostante la riorganizzazione necessaria in ottica di spending review, nel prossimo futuro intende continuare a garantire il servizio con gli standard di qualità odierni.
    «All’Inail il legislatore affida una funzione di facilitatore rispetto allo sviluppo di azioni finalizzate a migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro – spiega il direttore della Direzione regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti La nostra ragione di esistere non è quella di incamerare gli indennizzi economici relativi agli infortuni sul lavoro, bensì di promuovere la cultura della prevenzione, affinchè il numero degli infortunati diminuisca. Tramite campagne informative, attività di sensibilizzazione, erogazione di incentivi economici alle imprese che investono in questo campo. Noi abbiamo un rapporto assicurativo basato su un tasso medio di norma applicato all’azienda. Questo tasso può oscillare, generando di conseguenza una riduzione del premio legata alla realizzazione di ulteriori misure di prevenzione e sicurezza rispetto a quelle standard previste dalla legge. Ogni anno le imprese possono presentare domanda con la quale comunicare gli interventi da loro attivati, e ottenere così la riduzione del premio da versare ad Inail».

    Il numero di imprese riconosciute virtuose a seguito dell’istanza per l’agevolazione tariffaria (per meriti di prevenzione), si legge nella relazione, continua a crescere: “…sono state 29.000 nel 2010, 34.000 nel 2011, 41.000 nel 2012; le istanze presentate nel 2013 per interventi effettuati nel 2012 sono circa 71.000. La riduzione complessiva dei premi è stata nel 2012 di oltre 300 milioni (era stata di 155 milioni nel 2010 e di 274 milioni nel 2011)”.

    Inail in Liguria, finanziamenti alle imprese e prestazioni sanitarie

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7Per quanto riguarda i finanziamenti economici alle imprese, lo strumento principale sono i bandi di finanziamento per incentivi alla sicurezza (ISI). Nel 2013 l’intervento di Inail è stato più consistente in confronto ai bandi precedenti sia a livello nazionale, con 307 milioni di euro stanziati, sia a livello regionale, con 9.098.608 di euro destinati alla nostra regione. A seguito del click-day, svoltosi il 29 maggio 2014 in Liguria, le imprese collocatesi in posizione utile per conseguire il finanziamento sono state 160, a fronte di un numero complessivo di 310 aziende che hanno inviato la domanda telematicamente.

    Dunque, non tutti i possibili destinatari riescono ad usufruire del bando ISI, per diversi motivi. Innanzitutto bisogna premettere che, in generale l’Italia ed in particolare la Liguria, si caratterizzano per l’assenza di una sufficiente cultura ricettiva rispetto a tali opportunità di finanziamento. Tuttoggi, infatti, la prevenzione spesso assume i connotati soltanto di un costo. La responsabilita è anche delle istituzioni, chiamate ad implementare le fonti di accesso a questo tipo di informazioni.
    «Da 2-3 anni le procedure sono online, e nella prima fase ciò ha comportato alcuni problemi, poi risolti – sottolinea il responsabile regionale Sidoti – Comunque, il primo passo è il click-day. La richiesta è notevole, ma non tutte le risorse sono state erogate. Inail deve verificare le domande e la rispondenza dei progetti a requisiti amministrativi e tecnici, inoltre i finanziamenti vengono erogati in base alla rendicontazione degli interventi effettivamente realizzati. La finalità dei bandi ISI è il miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio tramite la sostituzione e/o l’adeguamento di macchinari, materiali, ecc.».
    Per favorire gli investimenti in prevenzione delle piccole e medie imprese – le realtà produttive più presenti in Liguria – da quest’anno Inail mette a disposizione il bando di finanziamento FIPIT (per progetti di innovazione tecnologica), a livello nazionale circa 30 milioni di euro, per la Liguria 775 mila euro. Agricoltura, edilizia, e lapidei (settore estrattivo), sono i tre settori a cui devono appartenere le aziende (piccole e micro, anche individuali purchè iscritte all’Inail) per poter beneficiare del finanziamento. Dal 3 novembre 2014 e fino alle ore 18.00 del 3 dicembre 2014 le imprese hanno a disposizione, nella sezione Servizi online del sito web di Inail, una procedura informatica per inserire la domanda di partecipazione, secondo le modalità previste dal bando.

    L’Inail fino alla riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nel 1978, erogava anche molteplici prestazioni sanitarie ai propri assicurati, a partire da cure mediche e chirurgiche per tutta la durata dell’inabilità temporanea ed anche dopo la guarigione clinica. La L. 833/78, però, ha sancito che tutti i compiti in materia di promozione, mantenimento, e recupero della salute di tutta la popolazione fossero trasferiti al SSN, ivi compresa l’attività di assistenza ospedaliera degli Enti previdenziali. Di conseguenza Inail ha ceduto alle Regioni i propri Centri traumatologici ospedalieri (CTO), e ha conservato le competenze relative alla sola fornitura di apparecchi protesici e di presidi sanitari (realizzati al Centro protesi di Vigorso di Budrio, in provincia di Bologna), alla concessione di cure idrofangotermali ed elioterapiche, oltre che le funzioni concernenti le attività medico-legali ed i relativi accertamenti e certificazioni.
    «Con la Regione Liguria da tanti anni esiste una convenzione che presso gli ambulatori di tutte le sedi Asl consente l’erogazione delle prime cure agli infortunati Inail – spiega il direttore Sidoti – Inoltre, nell’ambito della medesima convenzione, Inail eroga, presso alcuni suoi ambulatori, prestazioni di riabilitazione fisiochinesi terapiche. Recentemente abbiamo firmato con la Regione un nuovo accordo (protocollo d’intesa del 26 marzo 2013) per l’erogazione di prestazioni riabilitative integrative. I Lea (livelli essenziali di assistenza) restano a carico del Servizio Sanitario Nazionale, mentre i Lia (livelli integrativi di assistenza), per quanto riguarda gli infortunati sul lavoro, nel prossimo futuro saranno a carico dell’Inail. Oggi abbiamo già contattato diverse strutture accreditate per stipulare apposite convenzioni».
    A livello nazionale “Nel 2013 sono state effettuate circa 7 milioni e mezzo di “prestazioni sanitarie” – leggiamo nella relazione – le prestazioni per “prime cure” effettuate presso i 131 ambulatori dell’Inail sono state circa 683 mila, 70.000 in più dello scorso anno, di cui il 95% richieste a seguito di infortuni (la quota residua per malattia professionale). Sono state fornite a 2.800 pazienti circa 95.000 prestazioni riabilitative e 7.040 visite fisiatriche negli 11 centri di fisioterapia attivi in 5 Regioni; il Centro protesi di Vigorso di Budrio ha registrato l’afflusso di 11.000 assistiti”.

     

    Matteo Quadrone

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  • Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    cantiere-stazione-praL’onda lunga dell’alluvione rischia di estendersi fino a Pra’. Secondo alcune notizie circolate nei giorni scorsi, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Renzo Guccinelli, starebbe pensando di recuperare alcune risorse per le imprese, disastrate dalle ultime catastrofi ambientali, dai lavori non ancora conclusi dei Por. Tra questi, appunto, gli interventi più sostanziosi della riqualificazione di Pra’ marina. Un rischio che ha subito messo in allarme i consiglieri comunali Caratozzolo (Pd), Repetto (Udc) e Pastorino (Sel) che hanno chiesto all’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, quali siano le azioni che l’amministrazione ha intenzione di mettere in campo per scongiurare quella che sarebbe «una vera e propria iattura per tutta la città».

    «Non vogliamo porci in contrapposizione con la Regione – ha esordito l’assessore Crivello – perché siamo ben consapevoli di quanto sia importante tutelare le imprese in questo momento ma i fondi vanno individuati altrove, non si possono cercare nella realtà dei Por». In sintesi, i soldi di Pra’ restino a Pra’. Per passare dalle parole ai fatti, tuttavia, c’è bisogno di una concreta velocizzazione dell’apertura dei cantieri. Anche su questo punto Crivello vede positivo e annuncia la richiesta all’Europa di una proroga sul termine inflessibile di fine 2015: «È indubbio che stiamo continuando a lavorare sul filo e che dovremmo proseguire ventre a terra ma, per non rischiare di andare lunghi, proprio oggi (ieri per chi legge, NdR) abbiamo scritto con il sindaco una lettera a Burlando e Guccinelli chiedendo che si facciano intermediari con l’Europa per una richiesta di proroga, in virtù della situazione di emergenza che stiamo vivendo sul territorio. E per questo chiediamo una mano anche ai parlamentari liguri nazionali ed europei».

    pra-canale-calma-fascia-rispetto-3Il rischio, però, è che quella dell’alluvione diventi una coperta per nascondere altre responsabilità. Se, infatti, è vero che il Por di Pra’ ha subito una serie di rallentamenti non imputabili all’amministrazione (ritrovamento di amianto, richieste di variante al progetto iniziale, ostacoli burocratici da Regione e Provincia) è altrettanto vero che il progetto è in ballo ormai da sei anni: «Rischiamo di perdere 15 milioni di euro per un territorio che ha patito tutto il patibile – commenta con rabbia il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – e adesso andiamo a dire ai cittadini “scusate, ci siamo sbagliati”? Sinceramente non credo che si possa realmente tornare indietro perché per alcuni lavori siamo arrivati alla firma dei contratti, ci sono gare ormai aggiudicate e si dovrebbero pagare penali salatissime in caso di revoche. Qualche preoccupazione in più c’è sicuramente per quei lavori che devono ancora essere assegnati. Ma non è possibile arrivare sempre all’ultimo secondo: non credo sia normale dover ancora far partire i lavori a un anno dalla scadenza. Non è più possibile andare avanti così: siamo un Paese troppo contorto, bisogna semplificare le procedure, nel rispetto della legge, perché la gente non le capisce e non le accetta più».

    «Non credo – ha replicato Crivello, di cui tutti hanno sottolineato la determinatezza a portare a compimento questi lavori – che la richiesta di proroga oggi possa essere considerata una giustificazione non realistica e non concreta: basta spostarsi pochi chilometri da Pra’ per capire come sia critica la situazione in Val Cerusa. Gli uffici tecnici che si stanno occupando dell’emergenza frane sono gli stessi che dovrebbero seguire le pratiche dei Por. Sarebbe un paradosso perdere quei soldi in una situazione in cui abbiamo visto riconosciuto uno stato di calamità per l’alluvione dei primi di ottobre e ne abbiamo chiesto altri per le successive. Non credo che l’Europa possa, da un lato, riconoscere la tragedia e, dall’altro, non considerare l’evento come straordinario negando una proroga di alcuni mesi».

    In attesa dell’eventuale proroga, la prima parte dei lavori del Parco Lungo dovrebbe essere contrattualizzata con la ditta Unieco entro dicembre: l’amministrazione sembra essere intenzionata a chiedere la calendarizzazione dei lavori sul doppio turno giornaliero, con una serie di premialità in corso d’opera per la riduzione dei tempi di consegna. Entro fine gennaio dovrebbero partire anche la seconda parte di lavori per il Parco lungo e i cantieri del Parco di Ponente, la cui gara verrà pubblicata la prossima settimana. In questo caso, come per il nuovo approdo Navebus (gara in partenza entro la metà di dicembre, apertura offerte a metà febbraio, inizio lavori a marzo), i tempi di realizzazione sono più brevi e la consegna dovrebbe arrivare entro settembre/ottobre 2015. L’obiettivo, almeno per il momento, resta fissato a fine dicembre 2015 come per tutti gli altri Por, pena restituzione all’Europa dei fondi non utilizzati e di quelli già investiti.

    Simone D’Ambrosio

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  • Smart RainFall, misurare le precipitazioni in tempo reale con le parabole satellitari

    Smart RainFall, misurare le precipitazioni in tempo reale con le parabole satellitari

    alluvione6-DITante volte, ahinoi, in questo funesto autunno ci siamo imbattuti nella ricerca di informazioni per quanto riguarda le precipitazioni. Previsioni d’ogni sorta, quelle “ufficiali” formulate dall’Arpal e quelle disponibili nei tanti siti e nelle tante applicazioni meteo. Tra un’allerta e l’altra, nelle scorse settimane Era Superba si è guardata intorno e ha scoperto che proprio un’azienda genovese, insieme all’Università di Genova, sta lavorando ad un progetto innovativo. Non una soluzione definitiva, certamente, ma qualcosa che parte da un punto di vista diverso da quelli conosciuti e che può integrare le strumentazioni attualmente a disposizione. Abbiamo chiesto di raccontarci la storia di Smart RainFall System ad Andrea Caridi di Darts Engineering srl e al Professor Daniele Caviglia dell’Università di Genova.

    Che cosa è Smart RainFall System?

    Uno strumento per il monitoraggio delle precipitazioni in tempo reale. «Ciò significa che ci collochiamo – spiega Caridi – in uno spazio ben preciso che non è quello della previsione ma del monitoraggio». Lo scopo non è prevedere che tempo farà domani ma monitorare con precisione quello che sta accadendo in quel preciso momento.
    Due gli elementi di innovazione del sistema rispetto agli strumenti che vengono utilizzati normalmente. Il primo è il fatto che la misurazione sia effettuata in real time, le strumentazioni utilizzate oggi, infatti, forniscono nuovi dati secondo scadenze, cioè ogni 10 minuti, ad esempio.
    Il secondo elemento è rappresentato dalla possibilità di poter localizzare in maniera fine, dettagliata l’evento atmosferico, cioè può fornire mappe pluviometriche (quelle che ci siamo ormai abituati a vedere sempre più spesso come immagine correlata alle notizie) ad alta risoluzione. Questo perché il sistema progettato utilizza dati provenienti dalle parabole satellitari, che permettono di raccogliere informazioni su ciò che sta accadendo intorno a loro in tempo reale nello spazio fra esse e il satellite – in media 36mila km separano parabola e satellite – «il fenomeno precipitativo avviene più vicino alla terra, tipicamente si tratta di 3/6 chilometri difronte alla parabola, questo permette di avere quei dati precisi e dettagliati» spiega Caridi.
    L’analisi del segnale satellitare fornisce il numero in millimetri orari di pioggia caduta in tempo reale. Il sistema funziona quanto più è fitto di parabole, «mettendo insieme i dati di diversi satelliti è possibile costruire una mappa pluviometrica il più possibile dettagliata», aggiunge il prof Caviglia.
    Le parabole già ci sono sui nostri tetti o balconi, basterebbe posizionare su di loro il sensore che raccoglie i dati e li mette in rete.
    Si tratterebbe di una soluzione poco costosa dato che l’infrastruttura esiste, manca il “raccoglitore, elaboratore e distributore” delle informazioni. Questo strumento, grosso come una scatola di caramelle, è al centro del lavoro di Darts e Università. Si tratta di inserire fra decoder e satellite il sensore che raccoglie i dati, elabora le mappe e le mette a disposizione su internet. «Il nostro dato può essere inserito nei sistemi attuali dei modelli idrologici per dare una previsione a brevissimo termine di quello che succederà al suolo – continua Caridi – non diventa uno strumento di previsione ma dà l’opportunità ad altri di esserlo, apre molte porte al sistema di previsione».
    Senza contare che avere i dati in tempo reale disponibili sul web, potrebbe aprire altre strade riguardo alla comunicazione durante le emergenze, i dati sarebbero certo nelle mani dei tecnici e studiosi, ma potrebbero essere destinate anche alle istituzioni per una tempestiva comunicazione e ai media, ad esempio, fino al singolo cittadino.

    Come avvengono oggi le previsioni meteo?

    Oggi non vediamo informazioni in tempo reale, sottolineano da Darts, le mappe che vediamo sono aggiornate normalmente con scadenza di una decina di minuti e non sono così dettagliate rispetto al territorio. Radar e pluviometri non possono da soli essere così precisi. Il Radar (in Liguria ne abbiamo uno che monitora l’intera regione) è uno “scanner” spaziale che ci racconta che succede in una zona con un raggio di circa un chilometro, e impiega del tempo a visionare tutta la regione. I pluviometri (circa 200 in Liguria) sono, in parole povere, dei “secchi” che informano su quanto sta piovendo in quella precisa zona nella quale si trovano.

    Pare proprio che Smart RainFall possa rappresentare un aiuto concreto nel monitoraggio delle precipitazioni. Nel frattempo è partita una sperimentazione sulle città di Genova e Firenze, che proseguirà almeno per 12 mesi ed è stato depositato un brevetto congiunto fra Darts e Università sia a livello italiano che europeo che è in attesa di esito.

    Smart RainFall è parte di un progetto più ampio co-finanziato dalla Regione il cui tema è la mobilità urbana. Ultima novità la fondazione di uno spin off universitario che si configurerà come una start up (Artýs – Advanced enviRonmental moniToring and analYsis Systems) orientata a fornire servizi innovativi nell’ambito del monitoraggio ambientale.
    L’obiettivo è quello di poter coinvolgere la cittadinanza che può diventare parte attiva nella complesso tema della sicurezza urbana, magari proprio offrendo la  parabola sul terrazzo per l’installazione del sistema.

    Vedremo, intanto aspettiamo i primi report sull’attività di sperimentazione.

    Claudia Dani

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  • Valletta Carbonara, il sogno dei cittadini può diventare realtà. Via libera a verde e orti urbani?

    Valletta Carbonara, il sogno dei cittadini può diventare realtà. Via libera a verde e orti urbani?

    Valletta Carbonara San NicolaIl futuro della Valletta San Nicola (o Carbonara) ci è sempre stato a cuore. Sarà perché si intravede la possibilità di recuperare uno dei pochi polmoni verdi così preziosi rimasti in città, sarà perché questo recupero muove imprescindibilmente da un progetto nato dai cittadini, quella politica dal basso che tanto sosteniamo e che, per una volta, può effettivamente avere uno sbocco concreto. Fatto sta che su Era Superba abbiamo sempre dato conto dell’iter istituzionale che, finalmente, sembra aver piantato un mattoncino importante per quest’aera, che sorge alle spalle dell’Albergo dei Poveri e sale fino alla collina di San Nicola, che per decenni ha ospitato le serre comunali.

    Qualche settimana fa la giunta ha approvato una delibera che dà il via libera a un nuovo contratto d’affitto fino alla fine del 2015 tra l’amministrazione, beneficiaria dei terreni, e l’Istituto Brignole, proprietario. Si tratta, in sostanza, della riproposizione di un accordo esistente fin dal 1970 e rinnovato tacitamente fino a fine 2001 quando l’Istituto inviò una lettera di sfratto al Comune. In realtà, l’area non è mai stata totalmente abbandonata per la necessità da parte di Tursi di mantenere in loco il vivaio pubblico (compresa la storica collezione di felci e piante tropicali) nonché alcune attività di rimessaggio di Amiu. Questa situazione, tuttavia, ha dato luogo a un complicato contenzioso tra Comune e Regione, da cui dipende l’Istituto Brignole, nel momento in cui quest’ultimo è stato messo in liquidazione a fine 2012.

    «La vertenza per quanto riguarda il pregresso – spiega Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est – è piuttosto complicata e, di conseguenza, l’iter per l’accordo di programma va un po’ a rilento. Ma il Patrimonio e l’Istituto Brignole stanno ragionando su alcune permute che potrebbero far chiudere anche questo capitolo e arrivare alla quantificazione del diritto di superficie a lunga durata in favore del Comune».

    La soluzione definitiva è sancita proprio dalla delibera accennata ma è maturata soprattutto in virtù del confermato orientamento da parte di Tursi a non modificare l’attuale destinazione d’uso agricola e di verde pubblico dell’area (prevista anche nel nuovo Puc) in favore di speculazioni edilizie, dando attuazione a quanto previsto dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e dalla volontà testamentaria del primo proprietario, Emanuele Brignole. In attesa di una soluzione del pregresso (ovvero gli ultimi 13 anni di occupazione della Valletta da parte del Comune) e della sigla di un contratto di locazione a lunga gittata o di un diritto di superficie il più possibile permanente, la Regione ha dato il proprio nulla osta per concedere nuovamente l’area in affitto al Comune fino alla fine del prossimo anno, escludendola di fatto dai beni alienabili da parte del liquidatore dell’Istituto Brignole.

    L’accordo tra istituzioni

    Impensabile, tuttavia, che gli oltre 25 mila metri quadrati continuino a restare semi-abbandonati, fatte salve quelle poche aree di diretto interesse per l’amministrazione. Ecco, allora, che contestualmente al nuovo contratto di locazione tra Comune e Istituto Brignole, la delibera approvata in giunta dà il via libera anche a un accordo di indirizzo tra tutti gli enti interessanti alla gestione e alla valorizzazione degli spazi. Tra questi, infatti, c’è anche l’Università che sta completando la riqualificazione del confinante complesso monumentale dell’Albergo dei Poveri, su cui l’ateneo ha acquisito il diritto di superficie per i prossimi 50 anni, e che si è detta pronta a mettere a disposizione il proprio know-how a supporto delle nuove attività che coinvolgeranno la Valletta in cambio di qualche spazio verde per il nascente Campus.
    Regione e Comune, invece, si sono impegnati a ricercare finanziamenti pubblici, magari sotto forma di bando europeo, per la copertura degli investimenti necessari alla realizzazione del progetto che verrà.

    La proposta

    Ma qual è il progetto che le istituzioni hanno in mente per riqualificare la Valletta? Negli accordi fin qui siglati di certo resta solo la vocazione agricola e il verde pubblico, il resto è ancora tutto molto fumoso. Sul futuro dell’area, si sa, sta lavorando ormai da parecchio tempo il comitato “Le Serre”. La proposta dei cittadini (qui l’approfondimento) punta molto sulla gestione partecipata del verde pubblico, con la realizzazione di orti urbani che fungano da naturale spazio di aggregazione sociale, affiancati ad attività ricreative, didattiche e turistiche, con la valorizzazione delle serre storiche, e produttive, attraverso l’insediamento di un polo botanico per la produzione orticola e vivaistica prettamente locale. Alcune attività sono meglio delineate in una mozione, presentata da Marianna Pederzolli (Lista Doria) e approvata a larga maggioranza dal Consiglio comunale a giugno 2013, in cui si fa esplicito riferimento all’assegnazione in comodato d’uso gratuito di alcune aree a progetti innovativi nel settore della green economy, della ricerca e della produzione agro-alimentare. Inoltre, si prevede la realizzazione di un Osservatorio del paesaggio rurale, con la regia delle facoltà umanistiche dell’Università e dell’Orto botanico, che funga da coordinatore e promotore di azioni di valorizzazione del patrimonio culturale, urbanistico e rurale della città, e si impegnano sindaco e giunta a inserire il complesso della Valletta Carbonara – San Nicola, una volta recuperato, all’interno dei percorsi museali del centro di Genova.

    «Proprio venerdì scorso – ci racconta Leoncini – abbiamo fatto un incontro all’assessorato all’Ambiente a cui ha partecipato anche il comitato Le Serre. Dal momento che l’area è passata fino a fine 2015 tutta al Comune dobbiamo iniziare a capire come far diventare da subito protagonisti i cittadini: certamente si può partire con una pulizia accurata degli spazi ma l’obiettivo è quello di giungere all’affido almeno di una parte del verde. Insomma, le cose si stanno muovendo e presto faremo un altro sopralluogo».

    «Finalmente riprende quel percorso partecipativo che speriamo ci permetta di entrare a pulire e zappare un po’ la terra veramente a breve» conferma Franco Montagnani del comitato “Le Serre”. «Dopo i primi passi della primavera scorsa, il confronto si era un po’ bloccato per dar modo al Comune di chiudere l’accordo con l’Istituto Brignole. Adesso possiamo tornare alla carica chiedendo l’affido della Valletta, in modo da poter iniziare a valorizzare questo bene pubblico insieme con altre associazioni. Anche perché oltre all’affitto fino a fine 2015 ci sono ipotesi concrete per il futuro diritto di superficie».

    Ci stiamo, dunque, avvicinando quantomeno a un primo riuso temporaneo (tema che tratteremo ampiamente nel prossimo numero della nostra rivista, Era Superba 57, in uscita l’1 dicembre) che, con tutta probabilità, potrebbe aprire le porte alla riqualificazione complessiva e definitiva di un’area che sarebbe malauguratamente dovuta diventare un parcheggio e che, grazie alla spinta dei cittadini, al sostegno del Municipio Centro Est e all’ascolto di Consiglio e Giunta comunali, sta per tornare in un certo qual modo alla sua vocazione naturale. Un esempio virtuoso che può servire da sprone per tante altre aree abbandonate o sottoutilizzate che in città, certo, non mancano.

     

    Simone D’Ambrosio

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