Anno: 2014

  • La High Line di New York: un parco di piante spontanee, sospeso tra i grattacieli

    La High Line di New York: un parco di piante spontanee, sospeso tra i grattacieli

    1Questa settimana e la prossima parleremo di due progetti, uno realizzato e l’altro ancora solo in fase progettuale, legati al “verde” ed alla metropoli per eccellenza, New York.
    Come noto, qualche anno fa è stato qui intrapreso un vasto ed innovativo progetto di riutilizzo di un troncone della rete ferroviaria dismessa, la West Side Line. In passato si erano formate diverse posizioni in merito a tale strada sopraelevata: molti erano favorevoli al suo abbattimento mentre altri pensavano invece che essa costituisse parte integrante del panorama metropolitano. Dopo aver più volte rischiato di essere abbattuta, essa è stata recentemente trasformata in un parco cittadino, sul modello di un simile progetto parigino, la Promenade plantée.

    2Lo schema progettuale si deve allo Studio Field Operations di James Corner ed agli architetti Diller Scofidio + Renfro, la parte più prettamente di design botanico è invece opera dell’olandese Piet Oudolf. Altri numerosi collaboratori si sono poi occupati dell’illuminotecnica e di correlati aspetti tecnici. Il parco è attualmente accessibile attraverso nove diversi ingressi e comprende un grandissimo numero di piante, ben 210.

    3Vi sono, infatti, tanto varietà di succulente quanto numerose erbacee perenni, arbusti e ciuffi di erbe (sul sito della High Line vi è l’elenco completo, suddiviso per i periodi di fioritura). E’ interessante notare che molte di queste sono state scelte tra quelle che spontaneamente avevano colonizzato la railway durante i suoi anni di abbandono. Tale scelta conferisce all’insieme un’aria naturale, prettamente “urbana” e permette, al tempo stesso, una gestione semplificata del progetto: poche potature, limitate esigenze colturali e soprattutto idriche.

    4Lo schema progettuale della High Line si ispira ad un paesaggio che si auto propaga per seme e che si è naturalizzato da solo nei venticinque anni di disuso della linea ferroviaria. Tutte le specie sono state specificamente scelte per la loro resistenza, oltre che per il loro variegato impatto cromatico e volumetrico. Si tratta quindi di un progetto avveniristico, a basso impatto ambientale e che permette di cogliere, dall’alto e quindi da una prospettiva inusuale, splendidi scorci sulla città circostante e sul vicino fiume Hudson.

    5In questo caso il “verde”, oltre alla funzione estetica e di miglioramento delle condizioni abitative, è divenuto importante motore di sviluppo dell’intera area urbana. La High Line è, infatti, passata da desolato troncone in cemento armato a frequentata attrazione turistica, sistematicamente percorsa tanto da turisti che dagli stessi newyorkesi. La valorizzazione del tracciato in disuso ha garantito una rivalutazione (soprattutto in termini di vivibilità, oltre che economici) dei quartieri che attraversa e degli immobili che su di essa si affacciano.

    E’, al tempo stesso, luogo per passeggiate, per esposizioni e polo turistico, tanto che numerose altre città americane, tra cui Philadelphia, St Louis e Chicago, stanno progettando analoghi riutilizzi di similari infrastrutture stradali. Tale è il successo di questa realizzazione “verde” che persino le fondazioni dei più noti musei cittadini sono ora interessate a collocare loro nuove sedi affianco di questa arteria sopraelevata, popolata di alberi, piante e cespugli. In particolare il Whitney Museum ha recentemente affidato il progetto dell’edificio, destinato all’esposizione dell’arte americana, a Renzo Piano, che dovrebbe essere pronto già per il 2015.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Carmine, fra vicoli dissestati e progetti fermi al palo. Il piccolo borgo riparte da Freak Antoni

    Carmine, fra vicoli dissestati e progetti fermi al palo. Il piccolo borgo riparte da Freak Antoni

    Borgo del Carmine, GenovaAd un anno dal nostro ultimo sopralluogo, #EraOnTheRoad torna al Carmine per documentare non solo lo stato di avanzamento degli ambiziosi progetti di abitanti ed associazioni per rivitalizzare questo bellissimo e prezioso angolo di Genova, ma anche la gravità del dissesto delle creuze, che negli ultimi mesi ha raggiunto dimensioni e velocità molto preoccupanti, una vera e propria emergenza.

    Arrivati in Piazza del Carmine ci dirigiamo in Piazza della Giuggiola dove abbiamo appuntamento con Marta Nadile, abitante del quartiere e titolare della “Giuggiola”, un laboratorio-negozio di abbigliamento; Marta è anche membro del Cantiere Idee per il Carmine, un attivo gruppo di residenti che si è da tempo distinto per le proposte e le attività poste in essere al fine di riqualificare la vita del quartiere. Già in Salita San Bernardino possiamo notare un certo dissesto della mattonata e delle pietre di fiume che costituiscono la pavimentazione storica di questi vicoli, oltre a vistose riparazioni realizzate alla meglio con asfalto e cemento.
    Ma è solo arrivando in Vico della Giuggiola che si può notare tutta la gravità della situazione: avvallamenti, buchi e piccole voragini rosicchiano la creuza, rendendo necessario muoversi con una certa attenzione per evitare storte o cadute.

    Purtroppo non va meglio in piazza, dove trovo Marta nel suo laboratorio; si tratta di uno spazio articolato in due ambienti, in uno dei quali spesso vengono ospitate mostre ed eventi culturali. Attualmente si può apprezzare una mostra di oggetti, dischi e foto dedicata allo scomparso cantante Freak Antoni, ma scopriremo più avanti qual è il legame fra questo personaggio e la zona della Giuggiola.

    Dissesto pavimentazione al CarmineMarta ci spiega che la situazione è piuttosto grave, va avanti da anni, ma negli ultimi sei mesi l’accelerazione del processo si è fatta veramente preoccupante. «Il problema– spiega –ha una doppia natura: da una parte, come in tutte le zone collinari del centro storico, ci sono dei rivi sotterranei che scorrono in dei canali costruiti centinaia di anni fa dei quali sostanzialmente non sappiamo lo stato di conservazione, ma il problema più grande sono i lavori avvenuti nel 2010 per un intervento sul sistema fognario. Questo intervento, realizzato dalla COSME Srl, è stato fatto in maniera non adeguata, e ci siamo subito resi conto di questa situazione. Il problema è stato il ripristino della pavimentazione che non è avvenuto assolutamente a regola d’arte, come abbiamo documentato fotograficamente e segnalato in Comune già allora inviando mail ripetute quando i lavori erano ancora in corso: non abbiamo mai ricevuto risposta. In molti punti sono sparite le originali pietre di fiume che componevano l’acciottolato, sono stati fatti rattoppi di cemento e asfalto che in breve si sono sgretolati, determinando un progressivo susseguirsi di crolli e piccole voragini».
    Marta mi fa notare, come esempio dello stile con cui sono stati condotti questi lavori del 2010, come la mattonata ad un certo punto sia stata interrotta da una gettata di cemento: «Nelle condizioni attuali l’accesso alla piazza rischia di essere proibitivo per persone con ridotte capacità motorie; recentemente è scomparso un anziano residente che negli ultimi tempi era costretto a spostarsi con una stampella, se fosse ancora qua non so come avrebbe fatto».

    Oltre al degrado grave della strada la cosa che preoccupa i residenti sono anche le lunghe crepe sul muro di Vico della Giuggiola: «Terranno questi muraglioni?», si chiede preoccupata Marta. «Oggi – continua – grazie all’interessamento dei media al problema e all’intervento della signora Valentina del sindacato dei piccoli proprietari che ha tempestato l’assessore Crivello di messaggi, abbiamo ottenuto un incontro con preventivo sopralluogo di tecnici comunali: ci hanno garantito che i lavori sarebbero iniziati in una decina di giorni. Non è la prima volta che ci dicono cose simili, e abbiamo paura che passino i mesi senza che accada nulla, come è già successo in passato; non è un problema di soldi, perché pare che i fondi ci siano effettivamente. La nostra preoccupazione è poi non solo che i lavori vengano fatti in fretta, ma soprattutto che vengano fatti in maniera adeguata, è un vero peccato trattare così una piazza di questo valore estetico e storico». Abbiamo poi raggiunto telefonicamente Stefano Bruzzone, responsabile dell’associazione Cantiere Idee per il Carmine, al quale abbiamo chiesto quale sia dal suo punto di vista la situazione, e a che punto sono i progetti di riutilizzo delle aree al centro dei loro progetti: «Attualmente gli sforzi del Cantiere sono rivolti prima di tutto all’emergenza Giuggiola, che per fortuna non è estesa con la stessa gravità ad altre zone del quartiere, che rispetto a tanti anni fa ha comunque un’altra faccia. Il mercato è stato rifatto, la piazza pedonalizzata, benché ci si trovino spesso macchine che non dovrebbero esserci, moltissimi palazzi hanno rifatto le facciate che una volta erano cadenti, insomma non ci sono solo novità negative; trovare un posto in affitto qua non è facile, la gente vuole venire a vivere qua. Un’altra direzione nella quale sono incanalate le residue forze dell’associazione è la realizzazione di “I love Freak: piazza della Giuggiola, un piccolo mondo da salvare”, un evento dedicato alla scomparsa voce degli Skiantos, che durante la Notte Bianca del 2008 fece uno storico concerto in piazza della Giuggiola».

    «Freak – spiega Stefano- era un mio caro amico e tornò spesso in Piazza della Giuggiola, ad esempio quando era di passaggio per un concerto in zona spesso si fermava a dormire da me, che abito proprio lì. L’idea è quella di attirare l’attenzione sul quartiere grazie alla memoria di personaggi che lo hanno amato per preservarlo e, se possibile, migliorarlo. Cerchiamo di creare una reazione ed un coinvolgimento simile a quella che si creò con i primi “Mi hanno rubato il prete”, la manifestazione che da tanti anni testimonia l’affetto del quartiere per Don Gallo, che come è noto fu l’amato parroco del Carmine fino al 1970».

    «Per quanto concerne gli altri progetti del Cantiere, come quelli che riguardano la Chiesa sconsacrata di San Bartolomeo in Piazza dell’Olivella o l’Abbazia di San Bernardino in cima all’omonima salita, purtroppo al momento sono destinati a rimanere tali per carenza di tempo e forze. Il Cantiere Idee è un piccolo gruppo, e poi purtroppo sono recentemente scomparsi due storici soci ormai in là con gli anni, sottraendo altre preziose energie al gruppo. Al momento dunque abbiamo accantonato quelle idee, ma non è detto che lo rimangano per sempre».
    Nel frattempo ci auguriamo che il Comune, pur in una fase in cui Genova vive la generalizzata emergenza dell’alluvione, non trascuri la manutenzione di un gioiello nascosto del cuore della città come è Piazza della Giuggiola.

    Carlo Ramoino

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  • Pedonalizzazione aree scolastiche, si riparte dall’esperimento di via Vallechiara?

    Pedonalizzazione aree scolastiche, si riparte dall’esperimento di via Vallechiara?

    largo-zecca-vallechiaraLa pedonalizzazione di via Vallechiara non incide negativamente sul traffico in zona Annunziata. O almeno non lo fa in maniera particolarmente significativa. È questa la sostanza di quanto riportato ieri pomeriggio in Consiglio comunale dall’assessore alla mobilità Anna Maria Dagnino in risposta a tre articoli 54 proposti dai consiglieri De Benedictis (Gruppo Misto), Nicolella (Lista Doria) e Lauro (Pdl – Forza Italia).
    Il provvedimento, arrivato a fine estate, aveva trovato diverse motivazioni tutte molto condivisibili. Intanto l’opportunità per centinaia di alunni di scuole elementari, medie, superiori e pure di un asilo, di giungere a destinazione in assoluta sicurezza, magari sfruttando uno dei tanti strumenti di mobilità sostenibile che hanno sempre più successo in città come il Pedibus. Un vantaggio anche dal punto di vista dell’attrattività turistica con un collegamento più immediato da Strada Nuova, e quindi da piazza De Ferrari, oppure dal Centro Storico verso il caratteristico borgo del Carmine. Infine, un’opportunità anche per “allungare” la pista ciclabile di via XX Settembre di prossima realizzazione.

    «Grazie al sistema di monitoraggio del percorso degli autobus – ha detto l’assessore in Sala Rossa – abbiamo dati molto precisi sul traffico che ci confermano la bontà delle scelte fatte quest’estate: il traffico in discesa da via Brignole De Ferrari e via Polleri in direzione piazza dell’Annunziata ha subito al massimo un rallentamento di 3, 4 minuti nelle ore di punta, su un tratto di circa 300 metri di lunghezza. Un sacrificio a mio avviso ampiamente sostenibile in virtù dei vantaggi che la chiusura di via Vallechiara ha portato ai cittadini, soprattutto dal punto di vista della messa in sicurezza di un percorso che porta a diverse scuole».

    La strada era stata chiusa durante i lavori di riqualificazione dei marciapiedi davanti all’istituto scolastico “Vittorio Emanuele II – Jacopo Ruffini” per rispondere a una richiesta di genitori e dirigente scolastico che giaceva inascoltata da anni: nei periodi del cantiere si è visto che la modifica temporanea della viabilità non creava particolari disagi al traffico tanto da poterla renderla definitiva. E i dati riportati ieri dall’assessore Dagnino sembrano fugare anche i dubbi di chi lamentava che i test fossero stati fatti con il sole estivo e non con la pioggia invernale che tradizionalmente congestiona la circolazione.

    L’opportunità della pedonalizzazione di via Vallechiara è tornata a far discutere ieri in Consiglio comunale soprattutto in seguito ad alcuni articoli della stampa cittadina che davano voce al malcontento degli automobilisti, da un lato, che si sentono penalizzati dall’allungamento del percorso e di alcuni commercianti, dall’altro, che si sentono tagliati fuori dalla circolazione (un concetto, in realtà, difficile da comprendere dato che anche prima della pedonalizzazione lo stretto collegamento stradale non consentiva certo la sosta delle vetture per fare shopping).

    «Non tutti i commercianti chiedono al Comune di tornare indietro – ha detto nel suo intervento la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, tra le principali fautrici della pedonalizzazione – perché sono ben consapevoli che, quando era aperta al traffico, via Vallechiara si trasformava in una sorta di camera a gas nelle ore di punta a causa dei veicoli fermi in coda al semaforo e con il motore acceso. Anche negli orari più tranquilli la situazione era pericolosa perché il semaforo verde in fondo alla via invitava gli automobilisti ad accelerare aumentando il rischio per i pedoni sullo stretto marciapiede. La pedonalizzazione di via Vallechiara si inserisce perfettamente nelle linee programmatiche dell’amministrazione ed è un ottimo esempio da tenere presente in altre zone della città che devono essere sottoposte a interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria per la messa in sicurezza di passaggi pedonali particolarmente delicati».

    La consigliera di Lista Doria ha addirittura rilanciato: «Questo intervento ha costituito un enorme beneficio per il quartiere, in termini di fruibilità e di sicurezza soprattutto per i bambini e ragazzi che entrano ed escono dalle scuole. Ci piacerebbe vedere realizzata una riqualificazione più completa della zona che identifichi la pedonalizzazione anche dal punto di vista dell’architettura urbana. Penso, ad esempio, a un’ottimizzazione dell’illuminazione e a una risistemazione del manto stradale».
    Un’idea che piace anche all’assessore Dagnino ma che ha il solito grande ostacolo: i soldi. «Al momento gli strumenti con cui è stata delimitata l’area pedonale sono da considerare provvisori: era però necessario creare una barriera evidente in modo che gli automobilisti non potessero sbagliarsi. Sicuramente ora dobbiamo cercare un po’ di soldi per poter abbellire il nuovo percorso anche dal punto di vista estetico. Sono, invece, piuttosto dubbiosa sull’eliminazione dei marciapiedi e il loro livellamento al piano strada: certo, potremmo togliere il cemento dalla corsia centrale e sostituirlo con un bel selciato, ma non livellerei tutto in modo che, in caso di future emergenze, il percorso possa essere riaperto anche alle vetture».

    Ma se è vero che via Vallechiara non può salire sul banco degli imputati, come si spiegano, allora, le sempre infinite code in una zona cruciale del traffico cittadino, soprattutto nelle ore di punta. «La colpa – ammette l’assessore Dagnino – è del doppio attraversamento di via delle Fontane che rallenta notevolmente il traffico perché costituisce una sorta di flusso continuo di pedoni. E una parte dei problemi credo vada addossata anche alla rotonda di piazza dell’Annunziata: personalmente non sono una grande sostenitrice delle rotonde soprattutto in zone così strette e critiche per la mobilità urbana. Infine, non dobbiamo dimenticare che la zona è stata ultimamente interessata da un intervento di Iren nel sottosuolo piuttosto invasivo. Resta comunque il fatto che la mobilità di questo nodo cruciale per la città abbia bisogno di qualche ritocco».
    Quali provvedimenti potrebbe prendere l’amministrazione per agevolare il traffico veicolare? «Facciamo tante Commissioni inutili – ha commentato il capogruppo Pdl Lilli Lauro – forse sarebbe il caso di convocarne una per decidere a tavolino come risolvere una volta per tutte questo nodo cruciale per il centro città». Sempre che una soluzione ci sia, oltre a quella di lasciare l’auto a casa.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNelle periferie italiane sale la tensione, e tra insicurezza e abusivismo il risultato è una guerra tra poveri. I casi di Roma e Milano sono sulle pagine di tutti i giornali, simbolo di una disperazione alle stelle nei quartieri popolari delle grandi città, dove anno dopo anno si è accumulato un disagio sociale crescente, in zone già prive di servizi essenziali. Anche Genova non è esente da questo processo, ma qui per fortuna la conflittualità non ha ancora raggiunto il livello di guardia. Tuttavia, alcuni segnali indicano un pericolo concreto, se come sembra, l’intervento delle istituzioni si limiterà soltanto al fattore repressivo. Ci riferiamo in particolare al nuovo piano sgomberi del Comune di Genova, volto a stroncare il fenomeno delle occupazioni abusive delle case popolari. Parliamo ufficialmente di una trentina di occupanti abusivi segnalati al Comune e all’Azienda regionale territoriale per l’edilizia (Arte), anche se le occupazioni effettive sarebbero un numero più elevato – circa un centinaio – e presumibilmente in aumento.

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaI comitati di residenti, infatti, denunciano il dilagare di tale pratica, mentre il movimento di lotta per il diritto alla casa – che a Genova, va detto, si è concentrato soprattutto sull’occupazione di appartamenti sfitti proprietà di enti pubblici e privati, ad esempio talune fondazioni religiose – rivendica la legittimità di ogni azione finalizzata a dare risposta alla cosiddetta emergenza abitativa. Onde evitare manifestazioni di protesta «Il Comune, a partire da novembre, non darà più alcuna comunicazione agli occupanti abusivi in merito alla data e all’ora dello sgombero, il quale potrà avvenire in qualsiasi momento», hanno recentemente annunciato in commissione consiliare Welfare i responsabili dell’Ufficio Casa. «Appena la Polizia Municipale accerta l’occupazione abusiva gli occupanti vengono denunciati. In seguito del verbale dei vigili l’Ufficio Casa emette un provvedimento di rilascio dando 30 giorni per la riconsegna bonaria, ma spesso gli occupanti abusivi presentano ricorso. Dopo 30 giorni scatta lo sgombero. Fino a poche settimane fa veniva data comunicazione dello sgombero agli occupanti, adesso non più perchè sovente i nostri addetti si sono ritrovati di fronte a trenta persone dei centri sociali, rischiando anche per la propria incolumità fisica».

    Da qualsiasi punto si guarda la questione, però, sono dati di fatto l’aumento dell‘insicurezza generalizzata nei quartieri popolari, la cronica carenza di risorse destinate alla manutenzione dell’edilizia residenziale pubblica, il numero insufficiente di case rispetto ad una domanda sempre maggiore. Dunque, oltre al ripristino della legalità, occorre la messa in atto di strumenti concreti, in primis per velocizzare l’assegnazione agli aventi diritto di centinaia di alloggi popolari che tuttora rimagano sfitti per lunghi mesi, come ha spiegato a Era Superba l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti «Ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte); solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione; l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi di ristrutturazione che ne impediscono l’assegnazione in tempi brevi».

    Il percorso di confronto comitati – sindacati inquilini – istituzioni: sicurezza e vivibilità le prime preoccupazioni

    [quote]Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo[/quote]

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1«Le condizioni di vivibilità dei nostri quartieri continuano a peggiorare – spiega Peppino Miletta presidente del coordinamento comitati quartieri collinari – Stiamo facendo diverse assemblee sul territorio, a Cà Nova (Prà) il 19 ottobre, a San Piero (Prà) il 12 novembre, al Diamante (Begato) il prossimo 23 novembre, per promuovere un percorso di confronto tra cittadini, sindacati inquilini (Sunia-Cgil, Sicet-Cisl, Uniat-Uil) e rappresentanti istituzionali di Comune e Regione. Oggi all’ordine del giorno c’è la questione sicurezza e l’aumento dell’abusivismo, conseguenza dei troppi appartamenti sfitti che, in assenza di una rapida assegnazione, vengono occupati abusivamente. A Genova non abbiamo raggiunto livelli preoccupanti come a Milano, dove le persone hanno paura di uscire perchè temono di ritrovare la loro abitazione occupata. Tuttavia, bisogna intervenire prima che anche qui la situazione degeneri. Il piano sgomberi, però, risolve solo il problema contingente, che subito dopo si ripresenterà puntualmente».

    In città, infatti, gli alloggi sfitti sono circa 800 «E nei quartieri stanno entrando personaggi, per così dire, preoccupanti aggiunge Francesco Corso, portavoce del coordinamento comitati quartiere Diamante – Non mi riferisco a famiglie disperate, bensì ad individui che nulla hanno a che vedere con le regolari assegnazioni degli alloggi popolari. Detto ciò, sappiamo benissimo che il bisogno abitativo è fortissimo. Il problema è che di questo passo rischiamo di innescare una guerra tra poveri».
    Stefano Salvetti, segretario del sindacato inquilini Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, sottolinea «Il fenomeno delle occupazioni abusive nei quartieri popolari genovesi non ha ancora assunto una rilevanza emergenziale. Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo. In audizione presso la commissione consiliare Welfare del Comune io l’ho affermato chiaramente: la situazione non si risolve solo con un sistema repressivo. Il rispetto della legalità è un aspetto importante, ma insieme ci vogliono politiche abitative degne di questo nome, assenti da lungo tempo sia sul piano nazionale che locale».

    Il consigliere comunale di maggioranza Cristina Lodi (Pd), presidente della commissione Welfare, spiega «Quello che davvero esaspera gli abitanti, come è emerso nelle assemblee a cui ho partecipato, sono i fenomeni delinquenziali che si sviluppano intorno alle sacche di abusivismo. Mi riferisco a gruppi di persone, ben circoscritti e definiti, che presidiano il territorio con sopraffazioni e minacce. Gli anziani residenti, insomma, percepiscono un clima di insicurezza generalizzata e crescente, anche a causa dell’abusivismo. Il Comune ha risposto con il nuovo Piano sgomberi, ma il problema è più ampio, e richiede l’intervento congiunto di istituzioni e forze dell’ordine. Per questo a breve faremo una commissione sul tema con l’assessore alla Legalità, Elena Fiorini».

    Velocizzare l’assegnazione di alloggi sfitti tramite un sistema di monitoraggio e pre-affidamento

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteI comitati di quartiere rivendicano l’efficace azione svolta per convincere la Regione Liguria a modificare la Legge 10 (Legge Regionale 29 giugno 2004, n. 10. “Norme per l’assegnazione e la gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica”, modificata con la Legge Regionale 11 marzo 2014, n. 3 “Modifiche ed integrazioni alla L.R. 29 giugno 2004, n. 10”), e adesso chiedono al Comune di Genova di fare la sua parte, modificando i criteri di assegnazione degli alloggi comunali e di Arte. «Gli appartamenti prima di essere assegnati devono essere messi a posto – spiega Peppino Miletta – Ma, vista la carenza di risorse, sarebbe ragionevole ipotizzare un affidamento agli aventi diritto che potrebbero intervenire con la messa in opera, a spese loro, successivamente scalabili dall’affitto. Così l’assegnazione sarebbe più rapida, eliminando nel contempo il motivo dell’abusivismo. Noi abbiamo proposto la creazione di una commissione ad hoc, comprendente oltre alle istituzioni anche il sindacato inquilini e i comitati, deputata ad esaminare periodicamente la situazione, individuando in tempo reale gli alloggi vuoti da ristrutturare e/o affidare. Queste cose le abbiamo ripetute in tutte le salse, presso tutti gli ambiti istituzionali, registriamo una disponibilità all’ascolto ma finora nulla di più». Francesco Corso, del coordinamento comitati Diamante, aggiunge «La Regione ha dato ai Comuni le linee guida per la redazione dei regolamenti di assegnazione, ora l’amministrazione ci lavorerà sopra. Fatto sta che le case non si possono tenere vuote per 10 mesi, bensì vanno assegnate immediatamente. Si tratta di circa 800 alloggi sfitti sul territorio. Bisogna trovare il modo di finanziare gli interventi di ristrutturazione. Attendiamo delle risposte, sennò non escludiamo di mettere in pratica iniziative di protesta eclatanti, come non pagare più gli affitti fin quando le cose non cambieranno».

    Secondo Stefano Salvetti, sindacato inquilini Sicet, pure l’Azienda regionale territoriale per l’edilizia ha delle precise responsabilità nella mal gestione degli alloggi pubblici (leggi la nostra inchiesta sugli enti case popolari) «Arte dovrebbe essere più presente e prendere subito in carico gli appartamenti che si liberano, è questo il suo ruolo, invece dispone soltantanto di due ispettori che, evidentemente, non possono tenere sotto controllo l’intero patrimonio immobiliare. La vigilanza potrebbe essere esercitata tramite un monitoraggio che si avvalga delle conoscenze dirette dei comitati e del sindacato, in modo tale da sapere quartiere per quartiere dove sono gli appartamenti sfitti. Oggi esiste già una mappa informale, ma il monitoraggio va reso organico e costante, magari sfruttando le potenzialità dei mezzi informatici».

    Per quanto concerne i meccanismi di assegnazione «Una proposta è quella dei pre-affidamenti – continua Salvetti – Quando un appartamento si libera, anche se è da ristrutturare, va subito pre-affidato al soggetto che ne ha diritto in base alla graduatoria. Intanto l’assegnatario diventa una sorta di angelo custode della casa: può andare a vederla, può controllarla, avendola ricevuta in pre-affido. E volendo, come stabiliscono le linee guida regionali, può anticipare le spese per la ristrutturazione, che poi saranno scalate dal calcolo dell’affitto. Questo sistema, però, deve essere affiancato da un sistema di fidi bancari che garantisca comunque una copertura economica, anche rispetto all’eventualità di incidenti nell’esecuzione dei lavori. Sarebbe già una buona cosa se l’amministrazione comunale di Genova si muovesse in questa direzione».
    «Allo stato attuale norma vuole che gli alloggi siano assegnati una volta ultimati i lavori – risponde il presidente della commissione Welfare Cristina Lodi – Ora stiamo avviando una procedura Comune-Arte per fare sì che, già in fase di chiusura dei lavori, l’alloggio venga affidato a chi ne ha diritto. In prospettiva futura si potrebbe parlare di pre-affidi, ovvero di assegnazione prima dell’esecuzione degli interventi, con possibilità di ridurre il canone all’assegnatario in base al riconoscimento dei lavori eseguiti. Il Comune adesso deve lavorarci. Inoltre, stiamo pensando di portare avanti un progetto che prevede un processo di analisi su alcuni condomini afflitti da problematiche di vario genere, scelti in base alle segnalazioni di criticità provenienti dai quartieri, e la sperimentazione di modalità operative che potranno essere replicate in altri contesti».

     

    Matteo Quadrone

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  • Ancora alluvione, Genova incredula

    Ancora alluvione, Genova incredula

    alluvione-polceveraDalla tragedia del 10 ottobre scorso la città non si era ancora ripresa, e sarebbe stato impossibile ipotizzare il contrario. L’allerta 1 e 2 dei giorni scorsi aveva portato con sé l’alluvione del chiavarese e nuovi allagamenti nella zona di Staglieno. In città i genovesi hanno tenuto costantemente gli occhi al cielo, negli uffici, nei bar, nelle stazioni, serpeggiava la paura, perché adesso tutti noi sappiamo di essere in pericolo, ad ogni forte temporale, una intera città in pericolo. E, puntualmente, l’incubo è tornato.

    Danni già alle prime ore del mattino di oggi, l’ennesima giornata segnata dallo stato di massima allerta. Il primo a fare paura è stato il Cerusa a Voltri, che è esondato all’altezza di via delle Fabbriche portando al crollo parziale di una casa, fortunatamente senza conseguenze per l’inquilini.

    Poi a rompere gli argini è stato il Polcevera, nel quartiere di Pontedecimo. Negozi e strade sott’acqua. A ruota i rii minori della Val Polcevera, danni e allagamenti a Certosa, Rivarolo e Fegino.

    I forti temporali nel primo pomeriggio hanno travolto anche la Val Bisagno e il levante cittadino. Via Adamoli e piazza Adriatico ancora una volta allagata per l’esondazione del rio Torre (stesso destino per il Ca’ de Rissi a Molassana), rompono gli argini anche il Sant’Antonino a Staglieno (e siamo a tre allagamenti in un mese) e il Rovare a San Fruttuoso, in ginocchio la zona di Via Manuzio che si ritrova sott’acqua come avvenne nel 2011.

  • Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Via Shelley«È un anno è mezzo ormai che non seguo più costantemente le questioni di via Shelley, in attesa che venga approvato il nuovo piano regolatore» ci racconta, quasi sconsolato Lucio Parodi, geometra in pensione e già consigliere comunale a metà degli anni ’70. Una sconsolatezza piuttosto motivata, se si tiene presente che la realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone, legata a doppia mandata con un significativo intervento edilizio proposto dal Consorzio cooperative Rio Penego 2 e la messa in sicurezza idrogeologica del medesimo corso d’acqua, va avanti dal 1981.

    Ricorsi, controricorsi, intervenuti della magistratura, conferenze dei servizi chiuse da commissari con mandato scaduto, quella che da sempre viene sintetizzata come “la storia via Shelley”, che a più riprese abbiamo raccontato sulle pagine di Era Superba, è uno dei più fulgidi esempi dell’assurdità della burocrazia italiana. Ma, adesso, finalmente qualche tassello sembra poter andare a posto. Il tutto per “merito” di un’emergenza idrogeologica che riguarda il rio Penego.

    Come dimostrato anche dagli allagamenti nell’autunno/inverno 2013-2014, con l’acqua che defluiva lungo via Shelley provocando anche la rottura del manto stradale, la tombinatura del rio Penego non risulta funzionale: accertamenti disposti dalla Provincia hanno dimostrato che l’unico tratto di tombinatura adeguato dal punto di vista idraulico è quello che riguarda i primi 120 metri del corso d’acqua, fatta eccezione per la necessità di un intervento di messa a norma del fondo. La seconda parte di tombinatura, invece, realizzata tra gli anni ’60 e ’70 dagli abitanti di via Shelley, presenta inadeguatezze tali da aver spinto il sindaco Marco Doria a emanare un’ordinanza di divieto di sosta dei veicoli nel tratto compreso tra il civico 11 e il civico 79 di via Shelley in caso di allerta meteorologica ,trasformabile all’occorrenza in interdizione al traffico veicolare e al transito pedonale.

    Via Shelley, Quarto

    Per eliminare in maniera definitiva l’emergenza, nel mese di marzo, il Comune di Genova aveva dato il via libera ai lavori per la messa in sicurezza della tombinatura dei primi 120 metri del rio Penego, su sollecitazione della Provincia. Ai restanti 370 metri avrebbero dovuto provvedere principalmente i residenti di via Shelley in maniera “urgente e imprescindibile in vista delle prevedibili piogge autunnali ai fini di tutela della pubblica/privata incolumità”, presentando un progetto di messa in sicurezza entro i primi di ottobre. Una scadenza non rispettata che ha portato la Provincia a commissionare al Comune anche la realizzazione di questa seconda parte di lavori accollandone i costi agli inadempienti: si parla di 650 mila euro per l’adeguamento del secondo tratto del rio Penego alla piena duecentennale secondo le norme previste dal piano di bacino.

    Sistemato il rio Penego, potranno partire anche i lavori per la realizzazione della nuova viabilità pubblica e per il progetto edilizio che, nel corso degli anni, è stato sensibilmente ridimensionato e dovrebbe limitarsi alla costruzione di quattro palazzine accoppiate alla base più una quinta distaccata. «D’altronde – ricorda il geometra Parodi – sono passati oltre 40 anni da quando il Consiglio comunale stava valutando l’opportunità di creare un collegamento più facile tra Apparizione e Corso Europa e si era bloccato proprio per approfondire le proposta del prolungamento di via Monaco Simone».

    Gli accordi iniziali tra Comune e Consorzio Penego 2 prevedevano, come oneri di urbanizzazione per l’operazione edilizia, l’adeguamento idraulico della tombinatura del primo tratto del rio Penego in carico a Tursi e la realizzazione della strada di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone in carico ai privati.  Un intervento dal costo complessivo di poco superiore ai 5 milioni di euro, già previsto nel piano triennale dei lavori pubblici 2014-2016. Oggi si dovrebbe sostanzialmente ripartire da qui, con l’aggiunta, come detto, dei lavori di messa in sicurezza della seconda parte del rio.

    Il progetto negli ultimi anni è stato bloccato per un ricorso al Tar vinto dagli abitanti di via Shelley, contrari a nuovi insediamenti nella zona. Ma il tribunale amministrativo ha sostanzialmente confermato la validità dell’istruttoria realizzata dalla Conferenza dei Servizi che, tuttavia, aveva approvato definitivamente il progetto quando il commissario ad acta era ormai stato formalmente rimosso dal suo incarico. Si tratta, dunque, di convocare una nuova Conferenza dei Servizi che non dovrà far altro che deliberare nuovamente i documenti già approvati. A quel punto potrà finalmente partire la gara per l’assegnazione dei lavori.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-2Addio parcheggio degli autospurghi in via Lodi. Ricupoil, società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che ha sede sulla sponda opposta del Bisagno, dovrà rinunciare a quella che ultimamente era diventata una sorta di rimessa abusiva di mezzi pesanti. La ditta ha acquisito gli spazi ex Moltini dal curatore fallimentare della Piombifera, il quale nel 2010 aveva chiesto l’avvio della conferenza dei servizi per approvare un progetto di conversione dell’ormai ex area industriale in funzione residenziale. La nuova proprietà, tuttavia, prima dell’estate ha formalizzato la propria rinuncia a portare avanti questa riqualificazione, probabilmente a causa degli eccessivi oneri urbanistici richiesti dal Comune e che riguardavano soprattutto la messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli e l’allargamento della sede stradale.

    «Il ritiro del progetto edilizio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – farebbe venire meno la variante al Puc vigente che era stata approvata dal Consiglio comunale per dare via alla riqualificazione dell’area. Erroneamente qualcuno potrebbe pensare al ritorno in vigore dell’originaria destinazione produttiva, in realtà non è così: a fare fede è il preliminare del nuovo Puc approvato nel 2011 in cui è confermata la nuova destinazione prevalentemente residenziale. Per evitare qualsiasi equivoco, comunque, abbiamo pensato a una delibera ad hoc in cui ribadiamo con forza che nell’area dell’ex Piombifera non potrà essere riattivata la funzione produttiva dismessa nel 2005».

    Tirano un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, molto preoccupati dal continuo passaggio di mezzi pesanti nei pressi della vicina scuola e in concomitanza con una strada piuttosto stretta, per di più con lunghi tratti di marciapiede inadeguato o addirittura assente.

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana«Il proprietario – riprende Bernini – pensava di poter fare una furbizia utilizzando l’area come parcheggio dei propri mezzi pesanti: ma si tratterebbe di utilizzare l’attività produttiva di un’azienda che in realtà ha cessato di esistere nel 2005 e che non si può riesumare dopo 9 anni pretendendo di far valere una norma generale che vorrebbe la possibilità di portare avanti l’attività nella stessa area solo con l’adeguamento delle norme di sicurezza».

    Il testo della delibera, ancora al vaglio della Commissione ma che entro fine mese dovrebbe con tutta probabilità approdare in Consiglio, prescrive per l’area di via Lodi la “riconversione per realizzare un nuovo insediamento con funzione principalmente residenziale e contestuale recupero di spazi per servizi pubblici di quartiere, mediante interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti a parità di superficie agibile (circa 6 mila metri quadrati, ndr)”. Nell’area sono ammesse anche attività di artigianato minuto e non inquinante, servizi privati, connettivo urbano, esercizi di vicinato, servizi e parcheggi pubblici e anche parcheggi privati pertinenziali non interrati.

    «L’intervento di riconversione dell’area – ha spiegato l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica – comporterebbe comunque la necessità di tenere presente gli obblighi di riassetto idrogeologico del rio Preli, con una riqualificazione del corso d’acqua attraverso interventi di rinaturalizzazione, il miglioramento dell’efficienza idraulica del sito anche attraverso il recupero di spazi verdi in piena terra e l’utilizzo di verde pensile sulle coperture. Il tutto potrebbe comportare anche la necessità di una riduzione sostanziosa della superficie edificabile».

    Nei prossimi giorni, nel corso di una nuova seduta della Commissione, dovrebbero essere ricevuti i lavoratori della Ricupoil preoccupati per il proprio futuro (anche se qualche voce vede la cosa più come una missione voluta dal datore di lavoro, dal momento che i dipendenti non sembrano essere sindacalizzati e quindi legati a doppia mandata al proprietario dell’azienda). L’intenzione dell’amministrazione, comunque, sembra piuttosto chiara: «Non siamo di fronte alla riduzione della capacità di lavoro di Ricupoil – sostiene il vicesindaco – perché le attività potranno tranquillamente continuare a essere svolte nella sponda opposta del Bisagno dove la ditta ha la propria sede. Il Comune non può farsi carico del rischio d’impresa di Alberti (proprietario della Ricupoil, ndr) che deve spostare il rimessaggio degli autospurghi attualmente a Fegino in un’area ormai venduta: starà a lui trovare altri spazi che non potranno essere quelli di via Lodi».

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-3Passate le forche caudine della Sala Rossa, il provvedimento potrebbe prestare il fianco a qualche ricorso da parte degli interessati, anche se gli uffici comunali hanno lavorato in modo certosino per garantire la maggior inattaccabilità possibile ai provvedimenti.
    A fianco alle questioni urbanistiche, infatti, potrebbero arrivare anche due ordinanze del settore Mobilità: «Abbiamo pensato a un provvedimento che interdica in maniera perpetua su tutta via Lodi il transito degli autocarri che superano le 7,5 tonnellate – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – e una disposizione più restrittiva a 3,5 tonnellate negli orari di entrata e uscita dalla scuola». Si tratta di strumenti che garantirebbero maggiori possibilità di intervento al Comune qualora Ricupoil non dovesse attenersi alle confermate disposizioni urbanistiche, magari impendendo l’accesso alla civica amministrazione nelle aree ex Moltini.
    Secondo alcuni, tuttavia, le due disposizioni di mobilità potrebbero non essere sufficienti a evitare il parcheggio dei mezzi della Ricupoil in via Lodi. Per provvedimenti più restrittivi come l’interdizione totale ai mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, però, sarebbe necessario un intervento più complicato di sicurezza stradale (tra l’altro di competenza dell’assessore Fiorini) e non di stretta mobilità che, invece, è subordinata ai parametri necessari per consentire il transito dei bus da 8 metri che servono la zona.

    Seguendo la via della legalità, alla società che ha da poco acquisito le aree non resterebbe che presentare al Comune un nuovo progetto di riqualificazione residenziale o tentare di rivendere a sua volta le aree. Ricupoil avrebbe potuto intraprendere il cammino della mediazione con Tursi: il parcheggio degli autospurghi sarebbe, infatti, probabilmente stato accettato a fronte di alcuni oneri di urbanizzazione come l’allargamento della sede stradale nei pressi della scuola e, naturalmente, la messa in sicurezza del rio Preli. Adesso, invece, la società rischia anche di non poter sfruttare le strutture acquistate neppure per trasferire i propri uffici dal momento che si ricadrebbe in una destinazione d’uso direzionale, non prevista dal nuovo Puc e dalla delibera in via di approvazione.

    Concretamente, gli scenari che potrebbero realizzarsi rischiano di ridursi a due: il sorgere di un infinito contenzioso tra pubblico e privato o la nascita dell’ennesima grande area dismessa e dimenticata in città. Anzi, a ben pensarci, le due situazioni sarebbero pure compatibili anche se, per una volta, forse ai cittadini potrebbe andare bene così, a patto che qualcun altro si occupi della messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    bicicletta-alessandro-zeggioIl Capitano Alessandro Zeggio è arrivato in Israele, la missione è a un passo dal compimento. Alessandro è partito da Genova lo scorso settembre per raggiungere Gerusalemme in bicicletta, un’avventura che abbiamo seguito pedale per pedale. A noi forse è sembrato un attimo, in realtà Alessandro è in viaggio da quasi due mesi. In tutto, dalla partenza, finora ha macinato 3600 km, e avrebbero dovuto essere 200 in più nella parte più a sud della Turchia, se la guerra non ci avesse messo lo zampino. Era entrato nella Repubblica Turca il 5 ottobre, con parecchi timori, in parte giustificati. Intolleranze religiose, culturali, percorsi insidiosi in mezzo a montagne desertiche dove potevano nascondersi predoni e soprattutto cani, branchi di cani randagi numerosi e spesso molto, molto minacciosi.

    Non tutti i timori però si sono trasformati in realtà. Al posto dei predoni Alessandro ha incontrato persone meravigliose alle quali si è subito sentito come unito da un filo di grande umanità e voglia di capire e conoscere; i cani invece sì, quelli c’erano e in più c’era anche tanto e ostinato vento contrario. Poi l’arrivo a Istanbul coincidente con il terribile giorno dell’alluvione a Genova, con le notizie che si rincorrevano sull’allerta meteo che non finiva, i danni da contare, la città sotto choc: tutto questo ha fiaccato parecchio l’entusiasmo di essere giunto ad una tappa fondamentale del viaggio. Anche le amiche genovesi volate per condividere la visita della città (fra queste anche la nipote del Capitano, Anna D’Albertis) pur festeggiando Alessandro non erano certo nello stato d’animo più adatto per farlo.
    Adesso ci risiamo. Alessandro si avvicina a Gerusalemme per la tappa conclusiva e per le strade di Genova torna l’incubo alluvione, Allerta 2, ancora una volta. Da laggiù il Capitano fa gli scongiuri come tutti i genovesi, dita incrociate per un epilogo diverso rispetto ad un mese fa…

    Il viaggio del Capitano, la Turchia è alle spalle

    Solo a fatica, guadagnando strada grazie soprattutto alla straordinaria umanità dei turchi, Alessandro ha ripreso il ritmo, tornando a vedere il suo obiettivo più che mai a portata di pedale. «Momenti difficili – mi racconta al telefono – ce ne sono stati eccome. Ad esempio quando sono stato male, davvero male, con febbre intestinale e debolezza incredibile, bloccato in una specie di motel-officina-stazione di servizio in mezzo al nulla, letteralmente nulla, con il centro abitato più vicino a 60 km; ho dovuto ricorrere alla visita con uno pseudo medico autista di ambulanza al quale ho fatto capire i miei malanni mimandoli… Però questa sapevo che sarebbe passata. Il vero momento di scoramento l’ho avuto quando mi sono reso conto che, oltre alla situazione drammatica fra Palestina ed Israele, che si era fatta particolarmente violenta proprio poco prima della mia partenza, ora c’era l’avanzare delle truppe dell’Isis in Siria. Da voi se ne è parlato poco – continua –  ma da queste parti il clima era davvero bollente, si stava massacrando la popolazione curda in Siria, ed ovviamente i “fratelli” turchi reclamavano un aiuto dal governo centrale per difenderli. Invece non solo non è arrivato nessun aiuto, ma i curdi sono stati bombardati in patria, proprio dalla Turchia, tanto per far capire che al governo centrale dell’eccidio alla fine importava poco, anzi. Allora il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, si è riorganizzato per difendere i propri fratelli a Kobane, mentre la Turchia si è alleata agli Usa nel bombardare l’Isis. Questo però ha fatto rivoltare i musulmani integralisti ed anche la Siria, che ha scoperto a transitare sul proprio confine dei guerriglieri iracheni che cercavano di entrare, aiutati proprio dalla Turchia. Ovviamente ciò ha scatenato scontri fra Musulmani, nazionalisti, curdi e l’esercito. Insomma, non mi dilungo ma la situazione era ed è pesantissima; c’è una tensione che puoi fiutare nell’aria, l’ultimo giorno ho visto i cortei che accompagnavano dei ragazzi riservisti che si arruolavano… danze urla pianti e bandiere, ad ogni stazione, decisamente troppo per un occidentale in transito».

    Così Alessandro è partito dalla Cappadocia, da Kaiseri, invece che da Hatay (Antiochia). Ma non demorde, e pur essendo atterrato a 70 km da Gerusalemme, che potrebbe raggiungere in un giorno, lui vuole tornare dove il cammino è stato interrotto dalle guerre. Quindi a nord, verso Acri, città sul confine con il Libano e di importanza storica per i pellegrini fin dall’antichità. Poi Nazareth, Tiberiade con il Santuario delle beatitudini; poi giù lungo la Valle del Giordano, Mar Nero Betlemme e Gerusalemme, per un totale di 400 km, gli ultimi, che Alessandro vuole gustare lentamente come la panna sulla torta.

    the-turchia-alessandro-zeggioNei suoi ricordi, rimarranno alcuni incontri e molti volti, su tutto i turchi come popolazione, «persone che sanno ancora fermarti per offrire un thé lungo la strada» (il famoso cay scaldato lentamente su fornelletti arrangiati, mentre le domande allo straniero fioccano). L’incontro con l’italiano che stava andando (ma che follia!) a piedi da Ancona a Gerusalemme per un progetto a sfondo religioso («mi sono fermato per fotografarlo e lui mi stava fotografando, inevitabile scoppiare a ridere e presentarsi»).

    La meraviglia della Cappadocia, la gioia di ritrovarsi nel verde dopo il deserto. I cani. Non tutti aggressivi, però: Alessandro ha mandato la foto di un cucciolo che gli è trotterellato incontro per avere un po’ di cibo, bloccando di fatto il branco che sembrava in procinto di attaccare.
    «Nell’affrontare i branchi di cani la mia tecnica si è affinata, ho visto che era utile farmi prima vedere da fermo. Poi passavo lentissimo davanti a loro, e tante volte si erano ormai abituati alla mia figura e mi ignoravano. A volte non funzionava e attaccavano, in quel caso io mi mettevo ad urlare e a sbracciarmi; non so come, ma funzionava. Però in realtà dove vedevo branchi troppo numerosi e isolati da tutto non sono passato, modificando un po’ il giro: i cani e la guerra sono stati le cose che mi hanno condizionato di più lungo la strada».

    Invece il vento, che certi giorni soffiava terribile, non gli ha impedito il cammino «Insomma – ammette – non lo ha impedito ma lo ha rallentato molto. Purtroppo a quanto pare ho beccato la stagione in cui soffia proprio nella direzione opposta alla mia, era tremendo! Con la sporgenza delle borse a volte dovevo pedalare anche in discesa, il risultato era che ho percorso certi tratti nel doppio del tempo previsto, perché più dei 10 km all’ora non potevo fare…»

    «Se dovessi dire “l’emozione più forte” – continua Alessandro – ancora non saprei, devo aspettare di finire la strada, e poi ripensare tutto. Senz’altro molto strana e molto piacevole la sensazione di essere da solo quando ho attraversato le montagne della Turchia; per decine e decine di chilometri non incontravo anima viva, una situazione qui da noi impensabile, che mi ha regalato delle emozioni particolari, era la prima volta che mi misuravo da solo con zone desertiche, se pure non un vero e proprio deserto. E poi altre, tante cose, ma ora è tutto troppo, ancora troppo “fresco”, troppo forte..

    Adesso Il Capitano si trova nel centro storico di Tel Aviv, a Jaffa; lì la vita notturna è vivacissima e può constatare che il detto “gli israeliani pregano a Gerusalemme e si divertono a Tel Aviv” ha ben più di un fondo di verità.
    Ma la prima cosa è stata andare alla vecchia stazione ferroviaria, ormai in disuso, del 1890, e ripetere la foto che il Capitano d’Albertis aveva fatto nel 1906, quando aveva preso il treno per Gerusalemme e poi per Damasco.
    Alessandro come sapete ha un legame forte con questa figura, e dice: «ho cercato di replicare la sua inquadratura, e, lo ammetto, mi son venuti i brividi dall’emozione».

    Buon arrivo a Gerusalemme, Capitano.

     

    Bruna Taravello

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  • I “cacciatori di piante”: dopo il furto della rarissima ninfea a Londra, un excursus fra i ladri più celebri di sempre

    I “cacciatori di piante”: dopo il furto della rarissima ninfea a Londra, un excursus fra i ladri più celebri di sempre

    JY0C3858.jpgGiovedì 09 gennaio 2014 è una data qualsiasi, tranne nel mondo della botanica e nei più famosi giardini e centri di ricerca internazionali. Ai celeberrimi Kew Gardens di Londra è stata infatti rubata, nonostante la grandissima attenzione riservatale e le notevoli misure di sicurezza, la più rara ninfea esistente sul Pianeta. La Nymphea Thermarum è una pianta minuscola, particolarissima, rarissima, completamente estinta in natura, dove è stata vista in vita ed allo stato spontaneo, per l’ultima volta, in Rwanda nel 2008. La sua riproduzione in cattività ha richiesto enormi sforzi, grandi investimenti economici ed è riuscita, dopo un lungo processo, partendo da alcuni suoi semi, faticosamente recuperati dopo rocambolesche avventure.

    2

    Il mondo delle piante rare è una realtà a sé, fatta di collezionisti disposti a sborsare cifre inimmaginabili pur di possedere varietà esclusive o uniche, di scambi tra appassionati di semi e talee, di viaggi ai confini del Pianeta, sulle vette Hmalayane, nei deserti e nelle foreste tropicali, di corruzione e di amicizie altolocate.

    3Tra competizioni dissennate e grandi rischi personali, il celebre “cacciatore di piante” Hooker importò, ad esempio, clandestinamente in Gran Bretagna ben 7.000 specie rarissime, tra cui 25 spettacolari rododendri giganti. Tutto questo dopo una spedizione di due anni sulle vette tibetane e dopo essere stato imprigionato, per questi reati, dal Re del Sikkim. Alcuni appassionati ed avventurosi esploratori vennero addirittura uccisi a colpi di rivoltella, altri espulsi da alcuni Paesi come spie con il divieto assoluto di rientrarvi in futuro. La stessa smodata passione per i tulipani si basò, nel Seicento, sul furto reiterato (e quasi “autorizzato”) di rarissimi, e allora semi ignoti, bulbi dal giardino di Leida del famoso botanico di nome Carolus Clusius. Essi erano stati, a loro volta, generosamente concessi, nell’ambito di delicate trattative internazionali, a diplomatici stranieri da altolocati membri della Corte Ottomana.

    Nymphaea thermarum water lilyGli stessi Kew Gardens pagarono, nel 1876, la favolosa somma di ben settecento sterline a Henry Wickham per migliaia di semi dell’albero della gomma che egli aveva sottratto nelle foreste amazzoniche. In Brasile, per questi reati, egli venne ribattezzato il “Principe dei Ladri” e persino il “Carnefice dell’Amazzonia”. Pochi anni dopo, lo stesso Wicham venne però poi investito di un Cavalierato dal Re Giorgio V per “i servizi resi all’industria della gomma”…

    Il paradosso è che certe specie rarissime, quasi estinte in natura e di immenso valore sul mercato (gli esperti hanno valutato che se si vendessero le piantine della Ninfea rubata a sole 5 sterline l’una, a fronte di richieste di svariate migliaia e migliaia di domande, si ricaverebbero profitti milionari), queste stesse non hanno quasi tutela nei loro Paesi di origine. Ad esempio, vi sono sulle Ande Peruviane orchidee rarissime e quasi scomparse nel loro habitat naturale, a tutt’oggi prive di ogni salvaguardia. Se qualcuno provasse a toccarle per riprodurle e salvarle dall’estinzione certa ed imminente sarebbe subito incarcerato, tuttavia i coltivatori locali possono, bruciando i loro campi, distruggere, rimanendo completamente impuniti, gli ultimi preziosi esemplari esistenti.

    JY0C4048.jpgUn appassionato scienziato dei Kew Gardens, tanto dedito da aver coltivato una Zanthoxylum Paniculatum delle Mauritius, unico esemplare rimasto su tutto il Pianeta, per ben ventotto anni senza che producesse mai un solo frutto, trae, di fronte all’interlocutore incredulo e che non comprende fino in fondo il problema, queste conclusioni.
    Per poter capire, egli precisa, servono attenzione e grande sensibilità: ciascun cromosoma è una lettera, ciascun gene una parola, ciascun organismo vivente è un libro. Ogni pianta che si estingue contiene parole che sono riportate solo in quel dato “libro vegetale”. La maggior parte delle scienze mediche, di grandi scoperte tecnologiche e farmacologiche derivano proprio dalle piante. Ogni varietà che muore, ogni “libro” che si perde ed ogni linguaggio che viene meno implica perciò il perdersi di un senso delle cose che non sarà mai compreso. Stiamo quindi “bruciando”, con la dissennata distruzione di molte specie vegetali (ed animali), intere biblioteche di volumi sulla Natura che nessuno potrà mai più scrivere. Ed infine e più prosaicamente come avrebbero potuto esistere i testi di Shakespeare senza le rose o i quadri di Monet senza le ninfee?

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    shetland-DiIl traghetto per le Shetland partiva a mezzanotte, mancavano ancora cinque ore, dovevo passare il tempo e con me avevo solo una copia di Moby Dick rubata due giorni prima in una impolverata biblioteca di Inverness, un pacchetto di sigarette, il taccuino di viaggio e nulla che potesse calmare la mia fame. La locanda dei marinai nel porto di Kirkwall brillava nel buio come la stella cometa avvolta nel paesaggio delle Orcadi e, dalle nubi cariche d’acqua che lentamente avanzavano, a breve sarebbe scesa una pioggia incessante.
    Sembrava il pub interstellare di Star Wars, ho fatto un sorriso ebete indicando un tavolo libero e mi sono seduto con leggero imbarazzo ordinando una pinta di Guinnes, uova e patatine fritte con bacon. La tv era in bilico su una mensola di fianco ad una volpe imbalsamata, sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. Quella sera andava in onda il derby di Liverpool in diretta dal Goodison Park, non molti mostravano particolare interesse per l’incontro ma quei pochi sembravano pronti a scagliare bottiglie sui muri in caso di sconfitta. Davanti al caminetto acceso un uomo dalle basette folte fumava la pipa, indossava una blusa della marina che gli donava un aspetto austero e malinconico, di sicuro aveva navigato per tutta la vita ed ora faceva i conti con la nostalgia. Guardava in alto, sembrava osservare la nuvoletta dei ricordi mentre lo scoppiettio del legno si fondeva con lo sciabordio del mare ormai perennemente presente nelle sue orecchie grandi come conchiglie. La cameriera, una donna sui quarant’anni mal portati, mi ha servito la cena usando poca delicatezza ma sorridendo in maniera accomodante, una gentile concessione per un forestiero.

    shetland-tramonto-DIImprovvisamente un lampo squarciò il cielo che tuonò in maniera così forte da far tremare i bicchieri, solo la volpe imbalsamata rimase impassibile. La luce era andata via e potevo solo sentire il profumo del bacon salire dal piatto, vedevo a fatica l’ammiraglio illuminato dal fuoco del camino mentre un ubriacone faceva il verso dei fantasmi e il barman finiva di riempire una pinta di birra con una torcia in mano.
    Dopo aver indossato una cerata modello guardiano del faro, l’ammiraglio uscì nella bufera, nessuno sembrava preoccupato per lui ma quando la luce tornò fu accolta da un boato da stadio. Dopo aver spalancato la porta si tolse il cappuccio e con sguardo orgoglioso disse qualcosa interpretabile come “E luce fu…”, nel frattempo il Liverpool era passato in vantaggio e qualcuno bestemmiò per essersi perso il gol.
    Finito di mangiare mi sono avvicinato al bancone per pagare, vicino avevo un tipo che non si era accorto di nulla, beveva e mi guardava con aria inespressiva. Non conoscendo le sue intenzioni ho cercato gentilmente di entrare nelle sue grazie chiedendo se la navigazione sarebbe stata sicura con questo tempo infame. Il vento ululava come un branco di lupi affamati e l’acqua schiaffeggiava i vetri quasi a volerli rompere, lo sconosciuto diresse l’occhio verso la finestra dicendo “questo ti sembra un tempo infame ragazzo?”
    Altre domande sarebbero state superflue, ho pagato il conto e sono uscito nel buio indossando il K-way e mi sono riparato sotto la tettoia del pub. Le luci della nave immerse nel buio ricordavano un film di fantascienza, le ombre dell’equipaggio in controluce sembravano gli alieni di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, tuttavia mi sono armato di coraggio e ho cominciato a correre con lo zaino sotto braccio entrando con il biglietto ridotto a un pezzo di carta bagnato.

    Quella sera ero uno dei pochi intrepidi passeggeri a cavalcare le onde del mare, a mezzanotte e cinque minuti siamo salpati verso le Isole Shetland, le acque erano increspate e il vento portava con se pioggia e salsedine.
    Ho sempre amato sentire sulla pelle il sapore del mare ma avevo le scarpe zuppe e il freddo entrava nelle ossa, così sono rientrato sotto coperta, non avendo la cabina mi sono dovuto cambiare gli indumenti in bagno.
    Non è stato difficile trovare posto per la notte, mi sono steso nella sala tv sotto un tavolino, il sacco a pelo umido scaldava a malapena ma ero così stanco che sono crollato sotto le note di “I shall be released” di Bob Dylan. Sognavo di essere Ismaele sulla baleniera Pequod, la voce del capitano Achab impartiva ordini sul cassero e io ero terrorizzato dal mare in tempesta, poi tutto si calmò e alle prime luci del mattino sono stato svegliato dal canto delle sirene (in realtà era Enya con “Carribean blue“, avevo ancora le cuffie nelle orecchie ma nel dormiveglia la sua voce sembrava quasi eterea).

    scozia-shetland5-DIDopo aver preso i miei effetti sono uscito sul ponte, il cielo era limpido e l’acqua di colore argenteo, brillava come cosparsa di piccoli brillanti. Fiancheggiavamo dei grossi faraglioni popolati da gabbiani e pulcinelle di mare, una balenottera saltava sul pelo dell’acqua mentre un’imbarcazione tornava dalla notte di pesca carica di pesci e grossi crostacei.
    Il paesaggio delle Shetland sembrava un dipinto a olio quella mattina, la brina risaltava il verde smeraldo dell’erba e il blu del cielo era macchiato di nuvole color perla.

    Dopo una colazione nel pub del porto di Lerwick sono salito sul bus che mi avrebbe portato dall’altra parte dell’isola, mi sembrava la maniera migliore per visitarla.
    Case costruite su isolotti di trecento metri quadri, muri a secco che separavano i giardini e viuzze sterrate dove le macchine non servivano, solo biciclette, asini e buone gambe.
    Ero seduto di fronte ad un anziano signore, aveva lo sguardo felice, mi chiese “dove vai, ragazzo?”, ho risposto “non lo so”. Il bus era arrivato al capolinea, “vieni ragazzo, se non sai dove andare, ti faccio vedere dove vivo.”
    L’ho seguito lungo una strada sterrata colorata dai fiori gialli, bianchi e puntigliosi, siamo arrivati di fronte a un piccolo cancello di legno. L’uomo mi ha invitato a bere una birra a casa sua, aveva i lineamenti di una buona persona, poteva anche essere un serial killer e la sua casa era immersa nel nulla dell’oceano, mi avrebbe potuto far sparire senza lasciare traccia, tuttavia mi sentivo tranquillo e sono entrato guardandomi attorno.

    shetland-foca-DIL’abitazione era disadorna ma accogliente, non aveva bisogno di molte cose se non della foto della moglie prematuramente scomparsa e dei tre figli ormai accasati tra Londra ed Edimburgo.
    Mi ha raccontato la sua vita come non lo faceva da molto tempo, io ho ascoltato affascinato e con sincero interesse ma allo stesso tempo distratto da quel luogo così solitario. Attraverso la finestra della sala potevo osservare il mare, una foca sembrava spiare i nostri discorsi con la testa a pelo d’acqua, lui la osserva un attimo senza dargli troppa importanza, era la routine di tutti i giorni.
    Si sa, quando sei spensierato il tempo vola, il sole freddo stava lasciando il posto alla sera pronta al suo turno quotidiano. Ci siamo salutati con un’energica stretta di mano e abbiamo scambiato gli indirizzi, una volta salito sul bus mi sono voltato, lui era sul pianerottolo di casa, con un cenno della mano mi ha fatto intendere che mi augurava buon viaggio per il mio rientro a Genova.
    Un mese più tardi ho trovato una sua lettera nella posta, era francobollata dalla Isole Shetland, mi ringraziava per averlo ascoltato e confessava che era rimasto colpito da quel ragazzo che “non sapeva dove andare”. Ci siamo scritti ancora per i tre anni successivi fino a che non ho più ricevuto risposta, lui era partito per il viaggio più lungo.

     

    Diego Arbore

  • Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    piscina-massa-nerviNella più classica delle zone Cesarini la giunta comunale ha dato il via libera alla presentazione di tre progetti preliminari per la riqualificazione di altrettante strutture sportive cittadine a un bando regionale (scaduto il 31 ottobre) che punta a distribuire circa 25 milioni di euro “avanzati” dagli ex fondi Fas. A beneficiare di questi contributi, che in minima parte potrebbero essere affiancati da qualche spicciolo messo a disposizione del Comune, potrebbero essere due storiche piscine genovesi come la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi, del cui stato di degrado abbiamo già più volte parlato sulle pagine di Era Superba. A questi si potrebbe affiancare anche una nuova sede per i galeoni delle regate storiche delle Repubbliche Marinare, che sarebbero custoditi sempre nel complesso del centro veliero di Prà ma in una struttura ad hoc. Da sottolineare come la realizzazione di tutti e tre i progetti preliminari sia stata sostanzialmente a costo zero: per il capannone del Galeone ci hanno pensato gli uffici comunali, per la Mameli il disegno è stato regalato al consorzio Utri Mare dall’architetto Marco Pesce, per la Massa la donazione è arrivata dall’architetto Luca Mazzari.

    «Non ci siamo fatti mancare nulla come amministrazione – scherza l’assessore allo Sport, Pino Boero – nel senso che appena sono arrivato mi hanno restituito le chiavi della piscina Massa. Abbiamo cercato delle soluzioni tampone per alcuni di questi impianti chiusi ormai da anni ma era necessario risolvere i problemi alla radice. Non si poteva fare un bando perché difficilmente si sarebbero trovate società disposte a investire in questo momento economico. Abbiamo dunque cercato di sfruttare la disponibilità della Regione Liguria sulla rimodulazione dei fondi Fas per gli anni 2007-2013 e naturalmente la programmazione per quelli 2014-2020 scegliendo questi progetti che chiederanno anche un esborso da parte del Comune, seppure minimale».

    Non sono riusciti a rientrare nel bando altre due strutture da tempo chiacchierate: la piscina Nico Sapio di Multedo, per cui non c’erano i tempi tecnici per giungere a un progetto neppure preliminare, e il complesso tennistico di Valletta Cambiaso, al contrario di quanto anticipato qualche mese fa dall’assessore Boero.

    Ora la palla passa alla Regione. «Non posso sapere come la Regione disporrà di queste risorse – dice Boero – ma a noi interessava dimostrare che davanti a strutture fatiscenti il Comune si è impegnato a cercare una strada sicura, seppure probabilmente non rapidissima, per avviare le riqualificazioni». E se i fondi non dovessero essere concessi? «Non voglio fare nessun piano B almeno finché qualcuno non mi deluderà sul piano A» dichiara l’assessore. «Non voglio certo dire che la Regione ci debba dare tutto e subito ma questi sono i progetti che abbiamo indicato ed è chiaro che qualcosa ci aspettiamo: se non tutto arriverà, aspetteremo il prossimo giro».

    Ma vediamo più da vicino i tre progetti in corsa per i finanziamenti.

    La piscina Massa di Nervi

    piscina-massa-nervi-2Il disegno della nuova piscina Massa, che con tutta probabilità verrà presentato ai cittadini nel corso di un incontro pubblico entro la fine del mese, prevede l’abbattimento delle gradinate che attualmente danno sull’asfalto, il rifacimento di tutti i locali interni e, soprattutto, la messa a norma della vasca che dovrebbe, quantomeno in via preliminare, allargarsi alle dimensioni regolamentari per la pallanuoto (33×20 metri con una profondità di 2 metri).

    «Purtroppo – spiega il presidente del Municipio Levante, Nerio Farinelli – non è stato possibile rendere partecipe la comunità prima della presentazione del progetto preliminare ma i tempi erano davvero molto stretti. Ottenere questi finanziamenti per noi sarebbe un grande successo perché ci abbiamo lavorato ininterrottamente da settembre anche grazie alla preziosa collaborazione dell’architetto Mazzari e del suo staff».

    L’aspetto forse più prestigioso di questo progetto è la richiesta di finanziamento per il rifacimento della pavimentazione di tutto il molo di Nervi per dare continuità alla Passeggiata Anita Garibaldi, che in questo modo arriverebbe fino al faro. E la piscina sarebbe anche un bel vedere grazie a un gioco di vetri e trasparenze, che garantirebbe appetibilità agli spazi interni pensati per convegni e altre attività non prettamente agonistiche.

    Costo complessivo: 3,5 milioni di euro, di cui 2 per la piscina e 1,5 per la riqualificazione viaria. «Si tratta di una struttura piuttosto semplice e leggera – riprende Farinelli – che si inserisce bene nel contesto del porticciolo e crea un collegamento naturale con il borgo e la passeggiata. Siamo riusciti ad avere il via libera per provare ad acchiappare i finanziamenti europei in extremis ed è una cosa che ci riempie di gioia. Peccato solo che arrivi in un momento in cui la città avrebbe bisogno di ben altri fondi su altre poste per riprendersi dall’alluvione: ma questi, purtroppo, sono finanziamenti vincolati e se non venissero spesi su queste partite sportive andrebbero persi».

    La Mameli di Voltri

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    Progetto riqualificazione Mameli di Voltri – Prospetto Est

    Altra storica piscina che potrebbe rinascere grazie all’intervento dei fondi europei è la Mameli di Voltri. Come noto, la struttura rientra nella concessione demaniale affidata al consorzio Utri Mari, una sorta di partecipata del Comune di Genova, che si occupa anche della gestione della società sportiva e della passeggiata ponentina. Il progetto di riqualificazione, realizzato dall’architetto Pesce socio del consorzio che ha chiesto l’intervento di Tursi per trasformare il disegno in realtà, prevede anche in questo caso il rifacimento integrale della vasca secondo le prescrizioni della FIN per la pallanuoto agonistica. Nuovi saranno anche gli spogliatoi dopo che le vecchie strutture erano state demolite da Autorità Portuale assieme a una desueta falegnameria. Tutta l’impiantistica interna sarà rivista per consentire un abbattimento dei costi di gestione che, tuttavia, potranno contare anche sugli introiti provenienti dalla spiaggia libera attrezzata prospiciente, anch’essa interessata dal restyling. Infine, è prevista anche l’eliminazione del “pallone” e la sua sostituzione con una copertura telescopica che consenta di fare attività al coperto in inverno (con la protezione anche di una parte delle gradinate) e all’aperto in estate.

    Piscina Mameli, Voltri«Una delle regioni per cui la pallanuoto ha perso molto del suo appeal – spiega il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è stata il suo confinamento nei mesi invernali dentro le piscine. Non a caso società storiche come la Mameli o la Sportiva Nervi sono fallite. Con questo intervento, non solo architettonico ma anche funzionale con nuove attrezzature per il riscaldamento e il filtraggio delle acque, pensiamo a far rinascere una piscina storica aperta nel 1956. Speriamo che la Regione tenga conto anche dell’alto valore sociale di un impianto sfruttato dai bambini delle scuole, dai ragazzi differentemente abili, da chi non ha grandi disponibilità economiche e dai carabinieri subacquei di Voltri».

    I costi per l’intera riqualificazione dovrebbero aggirarsi attorno ai 3,3 milioni di euro (2,5 milioni per le strutture, 830 mila euro per l’efficientamento energetico).

    I tempi di realizzazione sono comunque ancora lunghi, come ci spiega Andrea Mariani, funzionario dell’assessorato allo Sport: «Se la Regione dovesse confermare i fondi in tempi piuttosto rapidi, abbiamo previsto un cronoprogramma che attraverso le necessarie procedure a evidenza pubblica arrivi ad affidare i lavori entro la fine del 2015». I cantieri a quel punto dovrebbero durare non meno di 2 anni. «I lavori sono piuttosto complessi – ricorda Mariani – ma il progetto prevede una realizzazione per lotti progressivi in modo che l’intero complesso possa riaprire le porte ai cittadini prima di tre anni».

    La speranza per il presidente di Municipio Avvenente è di poter vedere qualcosa di concreto entro la fine del suo secondo mandato (primavera 2017): «Sarei la persona più felice del mondo se potessi vedere la fine di una serie di opere come il Por di Prà e la riqualificazione della Mameli: potrei andarmene a pescare soddisfatto».

    Prà, nuova casa per il galeone storico

    Un po’ a sorpresa il terzo progetto che potrebbe rientrare nei finanziamenti ex Fas è il rifacimento della struttura che ospita i due galeoni storici utilizzati, negli ultimi anni con scarsissimi risultati, per le regate delle Repubbliche Marinare. Le imbarcazioni sono attualmente conservate nel capannone centrale del centro veliero di Prà; tuttavia, l’area è stata concessa quest’estate alla Federazione italiana canottaggio che realizzerà il primo centro di eccellenza nazionale per giovani promesse e grandi campioni.

    «Avere atleti provenienti da ogni dove che potranno trovare strutture adeguate per fare sport è una grande opportunità per il Ponente» dice Avvenente. «Con 450 mila euro dei Por riusciremo a sistemare il campo di regata e stiamo pensando anche all’accoglienza e alla ricettività: a Villa de Mari nascerà un ostello che lavorerà in simbiosi con gli impianti sportivi della Fascia di Rispetto». Così vedere nuotare nella piscina di Prà campioni internazionali del calibro di Ryan Lochte, come successo i giorni scorsi, o vogare i futuri eredi dei fratelli Abbagnale potrebbe trasformarsi da eccezione a norma.

    Ecco allora la necessità di spostare i due galeoni in una struttura che potrebbe fungere anche come una sorta di museo o, comunque, di polo attrattivo attraverso una superficie trasparente per dare visibilità a un’attività su cui l’amministrazione vorrebbe puntare nei prossimi anni. Qui i costi sono decisamente più bassi rispetto a quelli delle altre due opere e dovrebbero aggirarsi attorno ai 460 mila euro. 

    Nico Sapio a Multedo: verso una svolta?

    multedo-degrado-piscine-sapioC’era una terza struttura a Ponente che sarebbe rientrata volentieri tra gli impianti da riqualificare attraverso i fondi europei: stiamo parlando della piscina Nico Sapio di Multedo, la cui situazione purtroppo non si è potuta sbloccare per mancanza di un vero e proprio progetto di rilancio.

    «Mia nonna – sorride amaro il presidente Avvenente – diceva sempre che per poter sperare di vincere la lotteria di Capodanno bisogna almeno comprare un biglietto. Il biglietto in questo caso è rappresentato dal progetto che per la Sapio non c’è. L’assessore Boero sta valutando se far partire un altro bando oppure ragionare sull’utilizzo polifunzionale della struttura mettendo a gara anche i campetti da calcetto e tennis, che grazie all’impegno dei volontari sono stati riaperti gratuitamente a tutti i bambini della zona».

    Voci di corridoio dicono che l’amministrazione sia sempre più orientata verso un project financing per la riqualificazione complessiva delle strutture. Accantonato il progetto di Multedo 1930 che versa in cattive acque economiche, parrebbe che un’altra grande società sportiva cittadina si sia fatta avanti per rilevare l’intero compendio sportivo: si potrebbe, dunque, tonare a parlare di addio alla piscina ma, prima, bisognerà convincere gli abitanti.

    E Valletta Cambiaso?

    Fino a qualche settimana fa sembrava che all’interno di questa infornata di fondi Fas potesse rientrare anche la riqualificazione dei campi da tennis di Valletta Cambiaso che, invece, sono rimasti fuori dal bando. Ma anche per questo progetto, assicura l’assessore Boero, le acque non sono ferme: «La riqualificazione di questi impianti probabilmente andrà avanti su altre strade: potrebbe richiedere in futuro l’intervento di fondi Fas ma non dovrebbe esserci alcuna necessità di intervento da parte del Comune perché in questo caso ci penserebbero almeno in parte i capitali privati di My Tennis, che hanno in gestione gli spazi, ed eventualmente la Federtennis».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    autobus-amt-2Pomeriggio caldo in Consiglio comunale con i lavoratori di Amt giunti sugli spalti della Sala Rossa per chiedere con forza alla giunta di annullare il ritiro dei contratti integrativi annunciato negli ultimi giorni per la salvare le casse della partecipata. “Dite alla città che non ci sono i soldi per il trasporto pubblico”, “Amt è occupata, venite ad arrestarci coi manganelli”, “Annullate il ritiro” e qualche colorito coro agli indirizzi del PD sono stati gli slogan più gettonati dai manifestanti, giunti a Palazzo Tursi dopo aver iniziato la giornata di protesta con la simbolica occupazione degli uffici dei dirigenti dell’azienda.

    Dopo una prima sospensione dei lavori consiliari per consentire un incontro tra i rappresentanti sindacali e i capigruppo, i lavoratori hanno urlato a gran voce il proprio dissenso anche nei confronti del sindaco Doria. Il quale, a microfoni spenti, perdendo un po’ del suo proverbiale aplomb, ha ribattuto a gran voce accusando i manifestanti di impedire l’approvazione di un’importante delibera con alcuni provvedimenti urgenti in favore degli alluvionati. Con senso di responsabilità, la protesta si è dunque placata per concedere all’assemblea di presentare e votare i documenti. Al termine delle operazioni, onde evitare nuove tensioni, il sindaco ha ricevuto una delegazione di lavoratori e rappresentanti sindacali, in privato, nei propri uffici.

    «Doria – ha spiegato al termine dell’incontro Mauro Nolaschi, segretario di Faisa Cisal – ha confermato che la disdetta non verrà ritirata e che abbiamo tre mesi di tempo per ricontrattare l’integrativo».

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    Amt e l’Agenzia regionale per il trasporto pubblico >> Qui l’approfondimento 

    Più o meno gli stessi contenuti ripetuti più tardi, sempre in privato, ai consiglieri rimasti in Sala Rossa anche termine della seduta ordinaria di Consiglio. «Il sindaco – ci ha raccontato il capogruppo Pdl, Lilli Lauro – ha spiegato che essendo la previsione dei conti di Amt per il 2015 in disavanzo, il Comune è obbligato a mettere in campo qualche azione che scongiuri il fallimento e consenta all’azienda di sopravvivere fino alla gara regionale. Se, infatti, è vero che Amt al momento non potrebbe partecipare alla gara, quantomeno il Comune potrebbe contrattare la riassunzione di tutti i dipendenti in carico al soggetto vincitore».

    In ballo, per il momento, ci sono i 36 milioni di euro (25 milioni per la parte economica + 11 per quella normativa) del contratto integrativo, che corrispondono a una cifra variabile tra i 260 e 1000 euro al mese in busta paga. Certo, come ribadito da Tursi in un comunicato inviato nella tarda mattinata di ieri, la disdetta non significa “azzerare l’integrativo ma avviare una trattativa tra azienda e sindacati per salvare Amt”. Nella stessa nota si prospetta per la partecipata il rischio di fallimento nel 2015: nel bilancio dell’anno prossimo mancherebbero circa 8-9 milioni, pari al capitale sociale dell’azienda che, se azzerato, comporterebbe l’obbligo di portare i libri in Tribunale.

    «La soluzione prospettata dal Comune – mettono in allerta i sindacati – magari consentirà di avere gli autobus ancora per il prossimo anno ma costringerà comunque l’azienda ad andare in liquidazione nel 2016 perché, se le cose restano così, non ci sono le condizioni per partecipare alla gara regionale».

    Non è neppure detto che i conti fatti da Tursi siano sufficienti per tenere in bilico il bilancio Amt, che molto contava anche sulla possibilità di recupero dell’IVA in seguito al lancio del nuovo servizio su bacino unico per cui invece si dovrà ancora aspettare. La certezza arriverà solo dopo che la conferenza Stato – Regioni avrà stabilito l’ammontare preciso dei tagli ai trasferimenti in arrivo da Roma per il 2015. Se la ricontrattazione del contratto integrativo non bastasse è possibile che Amt si trovi costretta a chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori per non incidere eccessivamente sul servizio: si torna così a parlare di blocco degli straordinari e mezz’ora in più di lavoro a parità di retribuzione, provvedimenti che già tante difficoltà avevano creato alla giunta Vincenzi.

    Qualcuno pare avere messo sul banco anche una manovra prevista dalla legge per il taglio del 50% allo stipendio dei sindacalisti: un provvedimento che, tuttavia, pare non possa essere applicato alle partecipate ma solo ai dipendenti comunali “diretti”. Al momento, comunque, si tratta solo di congetture.

    A dare fastidio ai lavoratori non è tanto il rischio di doversi ancora una volta decurtare lo stipendio, quanto il fatto che la decisione sia stata presa unilateralmente dalla giunta senza prima un tavolo di confronto: «Quando c’è stata la necessità – spiega Nolaschi – non ci siamo mai tirati indietro dalle nostre responsabilità nel trovare una soluzione che consentisse all’azienda di restare in piedi ma non si può arrivare a una decisione tale dalla sera alla mattina, mettendosi d’accordo solo con pochi intimi tra i vertici aziendale».

    La Regione latita, attenzione al Consiglio metropolitano

    Va detto che, fino al momento, nessun aiuto è arrivato dalla Regione che, anzi, ha posticipato almeno di un anno l’ormai famosa gara per l’assegnazione del servizio pubblico nel bacino unico regionale. Tanto che inizia a circolare con sempre più insistenza la voce di una possibile via d’uscita alternativa, nel medio periodo, che chiamerebbe in causa le competenze della neo-nascente Città metropolitana. Secondo voci ben informate, spetterebbero alla nuova istituzione le responsabilità sul trasporto pubblico: si potrebbe così arrivare a un anticipo sui tempi della Regione da parte del Consiglio metropolitano, lanciando un bando autonomo per la gestione del TPL nel solo bacino metropolitano, pur secondo le regole previste dalla legge regionale. Una decisione difficile che metterebbe definitivamente in crisi i già critici rapporti tra istituzioni. Molto potrebbe dipendere dal percorso che deciderà di intraprendere Roberto Levaggi, sindaco di Chiavari ma soprattutto neo coordinatore del gruppo di lavoro della Città Metropolitana su urbanistica, lavori pubblici, trasporti, viabilità e polizia provinciale.

    Intanto, la protesta nei prossimi giorni si allargherà sicuramente anche ai palazzi di Piazza De Ferrari e via D’Annunzio. Per il momento, lo stato di agitazione prosegue ed è stata confermata l’occupazione pacifica degli uffici aziendali (“occuperemo fino al 2 febbraio, se occorre” hanno urlato i lavoratori in Sala Rossa). Ancora presto, invece, per parlare di sciopero: «Non vogliamo provocare ulteriore danno ai cittadini – dice Nolaschi – già alle prese con le enormi difficoltà per rialzarsi dopo l’alluvione: per questo, lo sciopero quando ci sarà, sarà regolare». Autobus assicurati all’incirca fino a fine mese, dunque, dato che la legge prevede che intercorrano almeno 10 giorni tra lo sciopero e la definitiva rottura di una trattativa che, tuttavia, non è ancora formalmente iniziata. Nel frattempo, venerdì prossimo è convocato un incontro in Confindustria, al quale difficilmente parteciperanno i sindacati: la condizione posta dai rappresentanti dei lavoratori, infatti, è il ritiro da parte del Comune della disdetta del contratto integrativo che, al momento, non sembra essere all’orizzonte.

    Il cammino, dunque, è ancora molto incerto. Di sicuro resta soltanto che anche quest’autunno (e quest’inverno) farà molto caldo sul fronte trasporti. Ma, ormai, i genovesi ci sono abituati.

    Simone D’Ambrosio

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  • Centrali termoelettriche a carbone: è giunta l’ora del cambiamento?

    Centrali termoelettriche a carbone: è giunta l’ora del cambiamento?

    enel-energia-elettrica-DIIl gruppo Enel a metà ottobre ha annunciato l’intenzione di dismettere una ventina di centrali termoelettriche alimentate a fonti fossili (in particolare a carbone) sul territorio nazionale. Nell’attuale contesto economico, dove convivono overcapacity, una domanda in calo che non si riprenderà, e la concorrenza delle fonti rinnovabili «Alcuni impianti termoelettrici non risultano più competitivi – ha spiegato l’a.d. Enel Francesco Starace in audizione alla Commissione Industria del Senato – Parte di essi possono avere un futuro nelle rinnovabili, oppure essere soggetti a reindustrializzazione, altri vanno riprogettati come spazi urbani. Per le circa 700 persone occupate negli impianti non abbiamo nessuna criticità occupazionale, se non qualche trasferimento qua e là, saranno riallocati in altre parti dell’azienda o andranno in pensione».
    Si profila così all’orizzonte un netto cambio di passo, da parte di uno dei maggiori gruppi energetici del Paese, che sembra voler sfruttare a dovere il potenziale delle fonti pulite, finalmente riconosciute quali elementi tecnologicamente maturi, capaci di fornire un prezioso contributo per alimentare il sistema elettrico italiano, e nel contempo ridurre l’impatto ambientale dovuto alle emissioni inquinanti generate da strutture sovente vetuste o tecnicamente antiquate.

    Attualmente in Italia le centrali a carbone sono 13, di cui 3 in Liguria: la Centrale Enel di Genova – ubicata proprio sotto alla Lanterna – che sarà completamente dismessa nel 2017; e la Centrale Enel di La Spezia, che invece gode di un’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) fino al 2021. E poi c’è il caso a parte della Centrale Tirreno Power di Vado Ligure, sotto sequestro dal marzo scorso nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Savona per disastro ambientale.

    I sindacati di categoria (Cgil Filctem, Cisl Flaei , Uil Uiltec ) sono già sul piede di guerra e chiedono un tavolo dedicato al ministero dello Sviluppo economico «L’Enel è forte non solo perché distribuisce energia elettrica, ma perché la produce – ha affermato Emilio Miceli, segretario generale della Cgil Filctem – Il piano annunciato è pesante, sensazionalistico, privo di razionalità, e noi lo contrasteremo». Ma la vertenza non riguarda solo l’Enel, infatti, già da tempo le organizzazioni sindacali e Tirreno Power hanno iniziato a sottoscrivere accordi per ammortizzatori sociali nelle imprese del gruppo.

    La situazione delle centrali a carbone in Liguria: Genova chiude entro il 2017

    enel-DIRispetto alla dichiarazione dell’a.d. di Enel «Oggi non c’è alcuna nuova indicazione sulle centrali termoelettriche di Genova e La Spezia», spiega la Cgil Filctem. La centrale di La Spezia sta proseguendo l’attività secondo il rispettivo decreto di ambientalizzazione. La centrale a carbone di Genova, invece, segue il percorso di graduale dismissione definitiva entro il 2017. «I due gruppi principali sono stati chiusi (uno nel 2012, e l’altro alla fine del 2013), adesso rimane solo un gruppo che funzionerà esclusivamente in caso di bisogno».
    L’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Valeria Garotta, ha recentemente confermato «Entro fine anno Enel chiuderà anche il terzo gruppo, ma lo terrà silente fino al 2017 per poterlo riattivare, su richiesta del gestore nazionale della rete elettrica, in caso di necessità».
    L’impianto genovese, come spiegano dal sindacato «Era già sotto organico, quindi i lavoratori sono stati utilizzati per ricoprire i “buchi”, garantendo la funzionalità dell’unico gruppo rimasto in opera. Il passaggio più importante, però, avverrà nel 2017». Parliamo di 100 dipendenti diretti Enel e di circa 150-200 persone nell’indotto. Per salvaguardare l’occupazione nel capoluogo ligure «Attiveremo una serie di percorsi, sia con l’azienda sia con gli enti locali, ma gli eventuali accordi vanno stipulati a livello nazionale», chiosa la Cgil.

    La centrale Enel di La Spezia – un gruppo a carbone e due a gas, 230 dipendenti diretti, più circa 150 persone nell’indotto – è autorizzata da un’Aia, molto vincolante nei termini dell’impatto ambientale, fino al 2021. «L‘Aia prevede un programma progressivo di rientro in determinati limiti e parametri – spiega Paolo Musetti, Cgil La Spezia – L’impianto va adeguato, secondo vari step, alle riduzioni stabilite dal decreto. Comunque, alla scadenza nel 2021, l’azienda ha già manifestato l’intenzione di chiedere un’ulteriore Aia».
    Negli ultimi anni, secondo il sindacalista Musetti «A La Spezia si registra una maggiore politica di apertura, da parte dell’azienda, rispetto agli enti locali, e le associazioni di cittadini. Qui c’è un normale livello di conflittualità, si può dire fisiologico, nel rapporto tra la centrale Enel e la città. A Vado Ligure, invece, la situazione è evidentemente precipitata. Ma il problema della convivenza tra realtà produttive ed aree urbane non può mai essere risolto a discapito di uno o dell’altro soggetto coinvolto». Il ruolo del sindacato «È proprio quello di non far precipitare le cose. Lavoro e tutela della salute e dell’ambiente devono camminare insieme. Cercando di mitigare al massimo il danno. La Cgil è impegnata su questo fronte. Ogni azienda, laddove il suo insediamento genera un certo impatto, deve contribuire, insieme al resto della comunità, a sviluppare azioni per migliorare la qualità dell’ambiente. Ad esempio, nel caso di Enel, tramite l’elettrificazione delle banchine del porto. C’è già un accordo in tal senso, ma ancora non si è concretizzato (così come a Genova, nda). Insomma, c’è una serie di sinergie possibili da mettere in campo. A La Spezia qualcosa stiamo facendo. Esiste una convenzione tra Enel ed enti locali per cui l’azienda si impegna a sostenere la promozione di alcune indagini sulle ricadute sanitarie della propria produzione industriale, ad esempio l’Asl 5 condurrà uno studio epidiomeologico. Tutte iniziative che la stessa Enel contribuirà a finanziare».

    Per quanto riguarda Vado Ligure, la drammatica situazione della centrale Tirreno Power è nota. «L’impianto di Vado è il più grande, e purtroppo anche quello più problematico», sottolineano i sindacati. Tra dipendenti diretti e delle ditte d’appalto sono circa 800 i lavoratori che potrebbero perdere il posto di lavoro. L’allarme per il rischio chiusura è stato lanciato dallo stesso direttore della centrale, i cui gruppi a carbone sono sotto sequestro dal marzo scorso. «Tirreno Power ha fatto di tutto, e continuerà a fare tutto il possibile per rimettere in funzione i gruppi a carbone, ma non possiamo fare l’impossibile – ha dichiarato alcuni giorni fa il direttore della centrale, Alessandro GaglioneLe prescrizioni per l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) sono contraddittorie e in molti casi inapplicabili. Se non verranno modificate, nonostante l’impegno finanziario e tecnologico profuso, la centrale va verso la chiusura».
    Anche per il sindacalista Innocente Civelli, Cgil Rsu di Vado «Il piano previsto dall’Aia in pratica è impossibile da rispettare. In alcuni casi, infatti, le tempistiche si sovrappongono, e quindi tecnicamente non danno all’azienda la possibilità di portare a termine i lavori. Di solito le autorizzazioni Aia prevedono almeno un paio di step per ottemperare all’adeguamento degli impianti, ma alla Tirreno di Vado non è stata concessa tale opportunità. Adesso stiamo aspettando il prossimo 18 novembre, quando in sede di Ministero dell’Ambiente si ridiscuterà l’Aia, e capiremo se alcuni parametri impossibili da rispettare saranno modificati. In caso contrario la centrale non ripartirà».

    Lavoro e salute non in contrapposizione: riconvertire gli impianti e riqualificare i lavoratori

    Per gli ambientalisti l’annunciata dismissione di una ventina di centrali Enel alimentate a fonti fossili – e la loro auspicabile riconversione – è ovviamente una buona notizia. «Finalmente si prende atto che il settore termoelettrico segna il passo – spiega Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – In Italia eravamo già in sovrapproduzione. Nel frattempo abbiamo avuto l’affermazione delle fonti rinnovabili, che per altro sono state rallentate da incentivi venuti meno. Comunque, in alcune fasi dell’anno, abbiamo già potuto constatare come la parte prodotta da fonti energetiche pulite sia stata prevalente rispetto a quella prodotta da fonti fossili. Inoltre, Enel dispone di impianti spesso vetusti, quindi è un bene che essi siano sostituiti e magari riconvertiti».

    È questo il caso della centrale di Genova. «Enel ha rinunciato a chiedere una nuova Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) per produrre dopo il 2017 – continua Grammatico – Due gruppi sono già stati chiusi, mentre uno funzionerà solo in caso di necessità. Per ora non ci sono dati su eventuali riduzioni dell’inquinamento. Però c’è un dato oggettivo: ogni qual volta si spegne una simile unità da combustione, vedi ad esempio l’altoforno Ilva di Cornigliano, oppure la stessa Tirreno di Vado Ligure, si registra una contestuale discesa delle emissioni inquinanti».

    Ma a Genova e Vado Ligure il pericolo è rappresentato dalla presenza di parchi carbone – i cosiddetti “carbonili” – scoperti, ovvero collocati in zone esterne e all’aria aperta, con tutte le conseguenze negative del caso. «I parchi carbone scoperti sono molto pericolosi – sottolinea Grammatico – Per questo motivo vengono periodicamente bagnati. I carbonili rimarranno una criticità fin quando la centrale di Genova non sarà definitivamente chiusa». Ma in passato non sono mancati i problemi, e nel 2013 la centrale genovese è finita nel mirino della Procura con l’apertura di un fascicolo per violazioni di tipo ambientale.

    Per la centrale Tirreno Power di Vado Ligure, invece, si attende il prossimo 18 novembre, quando l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) sarà ridiscussa in sede ministeriale. «Oggi l’azienda dichiara di non riuscire a rispettare le prescrizioni, ed in pratica ha ammesso la sua incapacità a fare gli investimenti necessari – continua Grammatico – La Procura, però, è stata molto chiara: o saranno realizzati gli adeguamenti necessari, oppure la centrale non riaprirà i battenti. D’altronde, dal punto di vista medico-scientifico sono evidenti i danni prodotti nei decenni scorsi».

    In prospettiva futura, secondo il presidente di Legambiente Liguria, è necessario ragionare sulla riconversione degli impianti e sulla riqualificazione dei lavoratori «Questi grandi colossi dell’energia, Enel, Tirreno Power, ecc., all’interno del loro business hanno sviluppato anche il segmento delle rinnovabili. Noi allora proponiamo di spegnere le centrali a carbone, ma nel contempo di riqualificare la manodopera, comunque dotata di conoscenze e capacità tecniche importanti che non vanno disperse. Per fare tutto ciò occorre una visione lungimirante, e la redazione di nuovi piani industriali. Adesso con Enel esiste la possibilità di imbastire un ragionamento in tal senso. Inoltre, le centrali dismesse sono spazi urbani da recuperare. Legambiente pensa che al loro posto debbano insediarsi delle attività ecosostenibili, che magari possano anche riassorbire i lavoratori precedentemente impiegati negli impianti dismessi».

     

    Matteo Quadrone

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  • Torta di Mazzini, la ricetta del dolce a base di mandorle

    Torta di Mazzini, la ricetta del dolce a base di mandorle

    Torta di MazziniUna torta alle mandorle, la preferita dal grande genovese padre degli ideali e dei movimenti repubblicani del Risorgimento che nel 1835, che dall’esilio svizzero, ne inviò la ricetta, con un’affettuosa lettera, alla madre Maria Drago.

    ” … Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste e provaste, perché a me piace assai .. .” si legge nel brano citato dal volume ‘Provincia Risorgimentale’ che pubblica anche il passo relativo agli ingredienti. Mazzini lo scrive traducendo “alla meglio, perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese. Pestate tre once di mandorle, altrettante di zucchero. Sbattete il succo d’un limone e due tuorli d’uovo, montate a neve gli albumi e mescolate il tutto. Unta di burro una tortiera, mettete sul fondo pasta sfoglia. sulla quale verserete il miscuglio suddetto. Zuccherare e mettere in forno”.

    Riassunto ingredienti:

    pasta sfoglia, 3 once (circa 100 gr.) di mandorle spellate, 3 once di zucchero, 1 limone, 2 uova, burro. Cottura 35-40 minuti.

  • Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    vicoli-immigrazione-d1Nell’area di via Pré l’economia illegale del capoluogo, in tutte le sue sfaccettature, ha una delle sue basi storiche, lo sanno tutti. Nell’ultimo decennio, poi, ha acquisito dimensioni rilevanti il fenomeno dei laboratori casalinghi in cui si rifiniscono vestiti contraffatti, venduti poi su bancarelle improvvisate nei luoghi di maggior afflusso turistico.
    L’approccio dominante delle istituzioni spazia dall’indifferenza agli interventi di ordine pubblico, di carattere repressivo, dei quali, quasi sempre, fanno le spese i soggetti più deboli o più facilmente identificabili con il fenomeno della contraffazione nel suo complesso, almeno dal punto di vista mediatico.
    Si legge infatti spesso di operazioni contro i “falsi”, di tolleranza zero nei confronti della contraffazione, opportunamente ispirati da comunicati ufficiali, mentre di rado vengono colpiti gli interessi di chi lucra veramente, ovvero i grossisti di vestiti ancora da rifinire, gli imprenditori che finanziano la loro produzione, e gli speculatori che spesso approfittano della situazione di precarietà di cittadini extracomunitari per proporre loro alloggi a prezzi e a condizioni inaccettabili.
    Oggi poi la crisi economica ha reso la situazione di chi vive in questa realtà ancora peggiore, come racconta un uomo che chiameremo Estephan, un sarto senegalese che sette anni fa decise di partire per l’Europa per guadagnare quel denaro che avrebbe permesso a lui e ai suoi cinque figli di aprire un allevamento di polli in Senegal.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Estephan lavora oggi in casa sua nel circuito della contraffazione: la sua mansione è quella di andare a prendere dai grossisti i capi di vestiario da rifinire, su cui applicare i marchi contraffatti. I ruoli in questo sistema sono etnicamente distribuiti: cinesi e marocchini curano rispettivamente importazione all’ingrosso e distribuzione dei semilavorati, mentre agli africani spetta la vendita al dettaglio e il lavoro di rifinitura, per il quale vengono pagati pochi euro al pezzo. I loro orari sono in massacranti, dalle 10 alle 12 ore di lavoro.

    «Sono venuto in Europa perché ora in Africa la situazione è difficile: mancano soldi e lavoro; io avrei preferito decisamente rimanere nel mio paese, ma, non trovando una maniera di mantenere me e la mia famiglia, ho pensato di andare all’estero».

    «Dalla Francia sono venuto a Genova perché nessuno mi voleva come sarto ed avevo pochi appoggi, ma una volta arrivato mi sono chiesto se veramente fossimo in Italia o se dovessi prendere un altro treno, o un aereo per arrivare veramente. Quella sera l’ho passata a dirmi che questa non poteva essere l’Italia della quale mi avevano raccontato. Le strade così strette, i palazzi così vicini, alti e spesso malandati, e poi un sacco di topi… insomma, completamente diversa da Parigi. Poi per qualche giorno sono stato presso un hotel di Via Balbi e, uscendo sulla strada, ho visto quindici senegalesi con grandi sacchi blu selle spalle. Mi hanno spiegato poi che quii senegalesi andavano a vendere vestiti contraffatti, cosa di cui in Senegal non avevo mai sentito parlare. Io però non volevo fare quel lavoro, perché sono un sarto da quando ho 18 anni, dal 1986, e non conosco altri lavori. Mai mi sarei aspettato di fare quello che faccio ora, che ti assicuro non mi piace; per fare il sarto ci vuole tempo ed esperienza, mentre applicare le etichette false è talmente facile che in due ore anche tu saresti perfettamente in grado di farlo».

    [quote]È una vita difficile, e poi quando la polizia è venuta in casa mia mi ha portato in strada come un criminale, e questa cosa mi ha fatto vergognare moltissimo.[/quote]

    «Soldi ne guadagno veramente pochi, specialmente ora dopo che per diverse volte la polizia mi ha sequestrato la macchina da cucire, che avevo dovuto comprare io. Non riesco nemmeno più a mandare denaro alla mia famiglia e spesso è un problema anche solo riuscire a pagare affitto, cibo e bollette. Se trovassi domani un lavoro normale qualsiasi non farei mai più questo lavoro schifoso dei falsi, te lo giuro».

     

    Carlo Ramoino

    L’intervista integrale su Era Superba #56