Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (8)Il tema dell’uso terapeutico della cannabis è stato approfondito in più di un’occasione su queste pagine. Durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad, siamo tornati sulla questione pubblicando senza censura la testimonianza di malati e produttori con l’intento di comprendere se il diritto di curarsi con la cannabis, riconosciuto dalla legge italiana almeno in teoria, sia di fatto inibito a chi ne dovrebbe poter fruire.

    Nonostante la voglia di rivendicare apertamente ed a gran voce il diritto di ottenere per sé le migliori terapie disponibili, le persone intervistate devono celare la propria identità dietro a pseudonimi; infatti gli alti costi della cannabis importata legalmente a scopi medici dall’Olanda costringono spesso i malati a pratiche al limite della legalità, e a volte oltre, come l’autoproduzione.

    La testimonianza di Alberto, produce cannabis per combattere la malattia

    [quote]Se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare[/quote]

    «Ho 30 anni,  sono un lavoratore precario – racconta Alberto –  e tre anni fa mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla; grazie all’utilizzo della canapa sono riuscito a combattere in maniera efficace la mia malattia. Tre anni fa ero in sedia a rotelle, a causa degli spasmi muscolari che mi causavano forti tremiti alle gambe. Ai tempi, tra l’altro la legge regionale non era ancora stata approvata; mi sono attivato subito per capire se la marjuana avrebbe potuto aiutarmi, come avevo letto da più parti. Attraverso degli amici mi sono procurato uno spinello con relativa facilità, come  credo possa fare anche oggi chiunque ne abbia la necessità o solo la voglia. Già precedentemente alla diagnosi mi era capitato di fumare in maniera saltuaria, ma non immaginavo assolutamente quali potessero essere gli effetti della sostanza sulla patologia che adesso ho: nel giro di cinque minuti infatti la mia gamba aveva smesso del tutto di tremare, e non solo, anche i dolori muscolari erano molto migliorati. Nella mia condizione ti senti come se il muscolo lavorasse sempre, non riesci a rilassarlo, e ti sembra che  i tessuti si strappino da dentro: una sensazione simile a quella che prova chi ha un muscolo sotto sforzo da tanto tempo. Questo tipo di dolori ha cominciato a sparire, con l’uso della marjuana, sostanzialmente senza effetti collaterali, salvo una gran fame».

    Alberto mi parla poi delle note dolenti della situazione: infatti  ha seri problemi economici che non gli consentono di curarsi come dovrebbe: «Ho approfondito molto le mie ricerche sui benefici che questa pianta produce per decine di malattie, studiando gli effetti dei numerosi principi attivi presenti nella cannabis, fino ad arrivare alla conclusione che avrei tranquillamente potuto coltivarla da me. Per il farmaco Bedrocan importato dall’Olanda (si tratta di cime di una varietà di cannabis appositamente selezionata sulla base dell’alta concentrazione di principi attivi) bisogna spendere circa quattordici euro al grammo, con tempi d’attesa di almeno tre mesi, ammesso che tu riesca a trovare un medico preparato in materia e disposto ad effettuare la prescrizione».

    «Ottenere la prescrizione è stato difficile: in ospedale non sono riuscito a trovare un medico che mi prescrivesse il Bedrocan; venivo ignorato oppure mi si rispondeva di aspettare il Sativex che sarebbe uscito sul mercato a breve (si tratta di un prodotto sintetico, che dovrebbe essere utilizzato in sostituzione del Bedrocan, ndr). So che può sembrare assurdo, ma nessuno per ignoranza o per paura mi voleva prescrivere il farmaco che su di me aveva l’effetto migliore. Addirittura mi veniva somministrato un medicinale miorilassante che, oltre ad avere una scarsa efficacia, mi provocava incontinenza. Alla fine sono riuscito ad ottenere una prescrizione da un neurologo. Io ho una cosiddetta ricetta bianca, con la quale posso acquistare marjuana dalle farmacie completamente a mio carico, a fronte di una pensione di invalidità di duecentonovanta euro riconosciutami per la mia patologia. Tieni presente che consumo circa un grammo di cannabis al giorno, e quindi per me l’acquisto in farmacia è una soluzione impraticabile: non potevo, né posso tuttora, permettermelo. Ho anche provato dei preparati sostitutivi come lo spruzzino, che però per me, come per diverse altre persone con le quali ne ho parlato, si è rivelato poco efficace a combattere alcuni disturbi tra cui il dolore. Mi sono dunque chiesto come fare a procurarmi regolarmente la marijuana di cui necessito per stare meglio».

    La risposta– mi spiega Alberto- l’ho trovata quando ho scoperto che esistono delle aziende olandesi, inglesi, americane e spagnole che vendono semi di qualità e genetiche selezionate appositamente per alcune patologie. Allora ho acquistato per modica cifra questi semi, ed in breve ho ottenuto la mia prima piantina. Nel frattempo però mi rifornivo dal mercato clandestino, con tutti i problemi del caso, ed inoltre non ero tanto contento di regalare soldi alle mafie; poi anche il solo uscire di casa nelle mie precarie condizioni fisiche, per di più entrando a volte in contatto con certe realtà, non era proprio confortevole. Mi ritrovavo spesso per le mani cannabis di scarsa qualità, tagliata con sostanze dannose, come ho compreso soprattutto da quando ho consumato le inflorescenze coltivate ed essiccate da me: gli effetti benefici, rispetto a prima, erano ancora più sorprendenti. Ancora oggi vado avanti in questa maniera, perché è l’unica modo di non dare un mare di soldi a mani sbagliate, e di avere il meglio per me. Ormai poi ho anche individuato le diverse varietà che si associano meglio ai momenti ed ai disturbi di cui soffro, per cui in questo senso riesco completamente ad autogestirmi.

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (16)
    L’assunzione di cannabis a scopo terapeutico con il vaporizzatore

    Alberto mi spiega e mi fa vedere come consuma la sua medicina: «Il miglior modo di assunzione, che io sfrutto grazie ad un regalo che mi ha fatto un’amica, è quello della vaporizzazione della pianta: in questa maniera si assumono tutti i principi attivi del vegetale senza che si verifichi combustione, cosa che sprigionerebbe anche sostanze nocive. La vaporizzazione estrae dalla pianta tutti i principi attivi e gli oli essenziali che vengono quindi assunti per inalazione. Si tratta di una metodologia ottimale di consumo  per i non fumatori, anche se il vaporizzatore ha un costo piuttosto elevato; per questo alcune farmacie addirittura li affittano. Il problema ora è quello di uscire un po’ allo scoperto per reclamare il diritto alla cura, perché nel frattempo i malati continuano a rifornirsi sul mercato nero; chi sta male non può aspettare la marjuana legale italiana per  la quale saranno necessari anni. E poi, perché pagare caro qualcosa che quasi chiunque può prodursi da solo?».

    Chiedo a questo punto ad Alberto se non tema le possibili conseguenze legali che derivano dalla sua attività di autoproduzione, e questa è la risposta: «Ma guarda, visto che io non spaccio, penso che se facessero un’indagine sul mio conto non dovrei avere molti problemi. Poi, se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Mi sembra un’ ingiustizia costringere gente che prende 290 euro di pensione di invalidità al mese ad arricchire le case farmaceutiche quando potrebbe prodursi il suo farmaco autonomamente. Poi, quando uno ha certe patologie invalidanti, non può nemmeno più fare certi lavori, infatti non è raro che i malati si trovino in ristrettezze economiche: magari la tua vita era scaricare camion, e ti trovi da un giorno all’altro a non poter più lavorare».

    Chiedo dunque ad Alberto quali fossero i medicinali che in precedenza gli venivano somministrati: «Flebo da 1000 mg di cortisone, poi mi riempivano di oppiacei contro il dolore come il Toradol, per me assolutamente inefficace. Inoltre mi somministravano psicofarmaci per riuscire a farmi dormire: il cortisone è uno steroide e quindi ti agita, sudi, non è una bella sensazione. Con la cannabis, a parte il cortisone, ho eliminato tutto il resto, e non mi fiderei più ad usare Lexotan, Tavor o altri psicofarmaci: per me hanno effetti collaterali molto più pesanti della cannabis che mi produco con il solo ausilio della cacca di gallina. Molti malati vivono nella paura  perché si curano grazie ad una pianta, è assurdo. Il Bedrocan non è altro che erba, molto forte e passata sotto ai raggi gamma per garantire la non contaminazione di funghi o muffe. In Italia per gran parte del mondo scientifico questa materia è un tabù, legato anche a notevoli interessi economici».

    La testimonianza di Rosa: un calvario fra ospedali e farmacie

    [quote]Ero ricoverata al San Martino e sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere cannabis tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno che poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda[/quote]

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (2)Nel corso della nostra indagine, abbiamo incontrato Rosa, che ci ha raccontato la sua storia: «Ho cinquant’anni, e dall’età di un anno soffro di epilessia a seguito di un accesso di febbre, anche se i medici non sono mai riusciti esattamente ad identificarne la causa. Per gran parte della mia vita sono stata bombardata di medicinali, soprattutto benzodiazepine, con pesanti effetti collaterali come l’impossibilità di guidare, una costante sonnolenza ed enormi problemi sul lavoro, ad esempio non potevo fare alcuna attività notturna. Ho inoltre nel tempo sviluppato una farmaco-resistenza notevole ed una neuropatia. Al compimento del quarantesimo anno di età, a seguito di un lavoro di documentazione che ho portato avanti negli anni, ho deciso di provare a rivolgermi alle strutture sanitarie per provare qualche terapia alternativa a quelle che avevo in corso, ed in particolare di provare con la cannabis in via sperimentale. La risposta è stata di fermo rifiuto, ed allora, del tutto autonomamente, ho cominciato a scalare fino ad eliminare i vecchi farmaci e ad assumere regolarmente marijuana. Ho sperimentato da sola i dosaggi dei vari cannabinoidi, e il risultato è stato notevole: riesco con la cannabis ad evitare la maggior parte delle crisi che mi colpivano anche tre o quattro volte l’anno, e ho scoperto che per me l’ideale è un alto tasso di thc. Queste crisi sono eventi molto intensi e pericolosi, mi hanno causato nel corso della vita diverse fratture, e in un caso il coma: la canapa insomma ha migliorato nettamente la qualità della mia vita».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (12)Rosa poi racconta come è arrivata ad importare legalmente il medicinale di cui ha bisogno, e dei problemi che ha dovuto e deve affrontare: «Successivamente sono entrata in contatto con una serie di movimenti per il diritto alla libertà di cura, con il mondo antiproibizionista, e ho quindi deciso di provare insieme al mio compagno, anche lui affetto da serie patologie, di giocare la carta dell’importazione tramite il servizio sanitario nazionale, mai sostenuta veramente dal reparto di neurologia. Grazie ad un provvedimento dell’allora ministro Livia Turco, e ad un medico che aveva capito la nostra situazione grazie alla documentazione che gli avevo sottoposto, sono riuscita ad iniziare l’avventura dell’importazione del Bedrocan dall’Olanda. I costi sono elevatissimi, fra me ed il mio compagno arriviamo a spendere 1200 euro ogni due o tre mesi. L’ultima importazione che dovevo effettuare infatti non me la sono più potuta permettere, semplicemente non ho più il denaro per pagare, ho anche diversi debiti contratti per pagarmi le cure. Trovo questa cosa scandalosa, mi è stato riconosciuto il 67% di invalidità e un sacco di cure visto il mio reddito basso mi sono riconosciute gratuitamente o quasi, ma così non è per il Bedrocan, mentre la morfina e le benzodiazepine te le tirano letteralmente dietro».

    Rosa mi racconta come durante i suoi numerosi ricoveri, dovuti alle crisi e alle conseguenti cadute, spesso le strutture ospedaliere le abbiano somministrato farmaci che le provocavano forti effetti collaterali, oppure come non si riuscisse a trovare una maniera adeguata per farle assumere la propria terapia: «Una volta sono caduta a seguito di una crisi fortissima come non mi succedeva più da anni e ho riportato delle fratture facciali; in ospedale sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere in Bedrocan tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda».

    Infine Rosa mi spiega che ora non riesce più a permettersi il Bedrocan di importazione: «Allo stato attuale io non riesco più a pagare, non assumo nessun farmaco sostitutivo, e allo stesso tempo per questioni di spazio e lavoro non riesco a fare coltivazioni di canapa, quindi mi riferisco a chi la coltiva, coltivatori o malati che cercano di sopravvivere come me, magari partecipando alle spese di produzione. Non posso fare diversamente anche perché non voglio rivolgermi al mercato nero: ho bisogno di una sostanza pura, che sia trattata adeguatamente, adatta alla patologia e poi non voglio incentivare chi ne fa commercio quando ne avrei diritto gratuitamente. Se io chiedessi la morfina come terapia del dolore me la darebbero, mentre se chiedi il Bedrocan in molti ospedali, come al San Martino di Genova, nicchiano, di fatto inibendo un tuo diritto. Il mio appello è quello che si sblocchi questa situazione che non permette ai malati di curarsi liberamente scegliendo le terapie più opportune, pensa che siamo arrivati al punto che ci sono dei malati oncologici ai quali danno la morfina che non viene assunta ma scambiata con la cannabis sul mercato nero, per via o di una maggiore efficacia, o semplicemente dei minori effetti collaterali ai quali espone il consumatore». 

    Riccardo, il produttore sano che condivide con i malati senza scopo di lucro

    [quote]Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi[/quote]

    Per ultimo abbiamo intervistato Riccardo; lui non è malato, ma è un consumatore di cannabis a “scopo ricreativo” che da lungo tempo autoproduce le sostanze che consuma: «Si comincia a coltivare, nel mio caso come in molti altri,  da ragazzi, quando si fuma per le prime volte qualche spinello; si trattava di un passatempo, di una passione, che era mossa dalla curiosità e dalla necessità di evitare i costi esosi e la scarsa qualità della marijuana reperibile attraverso il mercato nero».

    Negli anni Riccardo è venuto a conoscenza delle proprietà mediche della pianta, così come dei problemi che molti malati hanno nel reperire quella che per loro è una medicina spesso insostituibile: «Visto che coltivo per me stesso, ho cercato di entrare in contatto con persone che abbiano esigenza medica di questa sostanza per condividere i frutti del raccolto, senza alcun fine lucrativo o commerciale. Date le leggi di questo paese vigenti in materia, i contatti ed i rapporti legati a questo mondo sono tendenzialmente personali, confidenziali, e i metodi di approccio più frequenti sono l’incontro, il passaparola. Si tratta di una questione di consapevolezza e passione comune a molte persone, che cercano di coordinarsi organizzando assemblee su tutto il territorio nazionale per identificare buone pratiche da portare avanti per affrontare il problema».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)«Questa attività è portata avanti sostanzialmente senza una struttura organizzativa che raduni produttori e malati, perché una simile modalità operativa non consentirebbe la necessaria discrezione, o l’altrettanto importante agilità delle comunicazioni. Ci si basa dunque principalmente sulla conoscenza diretta, anche se può succedere che all’interno di queste reti di rapporti qualcuno abbia la possibilità di mettere a disposizione uno spazio adatto alla coltivazione: allora è possibile che le risorse di più persone vengano messe in comune nel portare avanti un’unica attività. Quello che si verifica più spesso è però che un singolo preveda, o si trovi ad avere, un raccolto abbondante, e decida così di condividere il proprio prodotto con chi ne ha bisogno. Generalmente il coltivatore di cannabis ha piacere di condividere con gli altri il proprio prodotto, la consapevolezza di fornire un valido aiuto a persone afflitte dalla malattia non fa altro che aumentare il piacere della condivisione».

    «Grazie al passaparola – spiega Riccardo in relazione alla realtà che conosce direttamente – si cerca di entrare in contatto con sempre più malati, perché penso che nonostante i rischi di cui sopra il mettersi in rete e l’essere numerosi siano delle soluzioni concrete al problema, o se non altro una delle vie da provare a percorrereSu internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi; negli anni purtroppo è facile conoscere malati che necessitano di cannabis per stare meglio, ed è così che generalmente si instaurano queste dinamiche». 

    Il know-how e il materiale per mettere in piedi una piccola o media autoproduzione sono paradossalmente a disposizione di chiunque abbia i mezzi economici per procurarseli, perché si tratta nella media di materiali piuttosto costosi come lampade e sostanze fertilizzanti: oltre che su internet, sono di facile reperibilità nei sempre più numerosi negozi dedicati, facili da trovare in qualunque grande città del paese. «È un mercato più che florido, che va di pari passo con un fenomeno di netto cambiamento a livello mondiale dei paradigmi culturali rispetto alla cannabis. Non dimentichiamo che in tanti altri stati nel mondo la coltivazione e l’autoproduzione di marijuana hanno conosciuto un vero e proprio boom, legato anche al cambio di rotta delle politiche statunitensi sulla droga leggera che hanno aperto a questi prodotti un mercato enorme».

    Per concludere chiedo a Riccardo se secondo lui con la recente bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge cosiddetta “Fini-Giovanardi” si sono aperti secondo lui spiragli per l’autoproduzione, soprattutto in riferimento ai malati. La risposta di getto è negativa, ecco le argomentazioni: «Si è passati dai governi Berlusconi che hanno portato avanti per anni una politica ghettizzante e repressiva nei confronti del fenomeno, ai governi Monti e Letta che non si sono minimamente preoccupati di affrontare la questione, fino ad arrivare a Renzi, che prende provvedimenti slegati l’uno dall’altro, più utili a fare propaganda e a dipingersi come liberale piuttosto che a cambiare realmente qualcosa. Basti dire che il provvedimento che autorizza la produzione su suolo italiano di cannabis- presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze–non affronta in nessun modo la questione della distribuzione della sostanza, se non altro ai malati».

    Le testimonianze di questi tre genovesi danno un quadro di quanto l’Italia, come in molti altri settori della scienza e della cultura in forte mutamento, sia molto indietro rispetto alle realtà dei paesi più avanzate. Il dibattito sulla cannabis medica, e sull’efficacia complessiva delle politiche proibizioniste rispetto alla canapa, langue da anni, anche vittima di anacronistiche posizioni dogmatiche e demonizzanti. Nonostante il momento storico sia difficile, e le priorità politiche del governo sembrino essere praticamente tutte legate all’economia, sicuramente c’è la necessità di procedere speditamente nell’approfondire il dibattito, mettendo di conseguenza in atto soluzioni concrete che tutelino la salute pubblica, in particolare per i malati. È una questione di giustizia e di libertà.

    Carlo Ramoino

    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

     

  • Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep Web, Carola Frediani
    Chi è Carola Frediani. È giornalista, si è formata e ha lavorato con Franco Carlini (pioniere della Rete e autore di Chip&Salsa) nell’agenzia Totem. Ha fondato l’agenzia Effecinque, agenzia giornalisti indipendente.
    Frediani si è immersa nel web “profondo” per più di due anni, lo ha frequentato, passando giorni in chat per conoscere chi quel mondo lo frequenta per i più diversi motivi, sia da spettatore che da protagonista. E lo ha esplorato facendo il proprio mestiere da giornalista: ponendo domande, verificando le fonti e riunendo tutto in un testo un racconto-inchiesta.

    “La prima regola del Deep Web è che non si parla del Deep Web”. Così esordisce l’ebook di Carola Frediani. “Chi lo pratica e lo vive, per i motivi più diversi, in genere non ama la pubblicità. Chi dovrebbe parlarne, ad esempio i media, di solito non va mai oltre l’immagine cupa e vaga di “web oscuro”. In queste due frasi “ rubate” all’introduzione dell’ebook di Carola Frediani “Deep Web. La rete oltre Google. Personaggi, storie, luoghi dell’internet profonda” edito dalla casa editrice digitale Quintadicopertina, sono riassunte le motivazioni per cui abbiamo deciso di intervistare l’autrice e cercare di raccontare (almeno in parte) che cosa vi sia all’interno di questo mondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Per chiunque di noi, internet corrisponde a Google o meglio ai motori di ricerca più in generale, è da qui che partiamo quando vogliamo essere informati o quando cerchiamo qualcosa. Poi vi è tutto il mondo dei social media, che probabilmente, in alcuni casi, dribbla il passaggio della pagina iniziale di Google perché ci offre, già bello e pronto, quello che ci aspettiamo di trovare e che vogliamo cercare: notizie di ciò che ci accade intorno, aggiornamenti e spostamenti delle persone che conosciamo, l’ultimo post del personaggio famoso che seguiamo, eccetera eccetera. Ma aldilà di tutto questo vi è un mondo “nascosto”, “sommerso”, “profondo” ai più, ugualmente popolato di persone, di fatti che accadono e di comunicazioni che si scambiano. Questo è in parole molto semplici quello che gli inglesi chiamano Deep Web e che l’autrice che ha risposto alle nostre domande ha indagato e raccontato.
    Per farsi un’idea più chiara, partite dal presupposto che solo poco più dell’1% del web è indicizzato e “trovabile” dai motori di ricerca, la maggior parte delle risorse sono raggiungibili solo tramite link diretti e navigazione in anonimato. Qui sta il contenuto dell’indagine di Frediani.

    Illustrazione di Nicoletta Mignone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Cosa significa esistere aldilà di Google? Chi c’è e cosa accade nel deep web?

    «Il Deep Web è la Rete non indicizzata dai motori di ricerca per varie ragioni, ed è molto vasta, può contenere a sua volta database, altre reti e altri “pezzi” di rete non indicizzati. Con questo termine però spesso si indicano anche le cosiddette darknet (una darknet – in italiano potremmo dire rete scura – è una rete virtuale privata dove gli utenti connettono solamente persone di cui si fidano, ndr) reti che permettono di muoversi, comunicare e realizzare siti o servizi in modo anonimo. Quindi oltre a non essere raggiungibili attraverso Google sono anche luoghi anonimi, al contrario del resto di internet che di fatto non lo è mai».

    Una “rete diversa”. Quali sicurezze e insicurezze sia dal punto di vista di chi cerca che di chi offre?

    «Le darknet sono promosse da governi (anche lo stesso governo americano), attivisti dei diritti umani e della libertà di espressione perché sono dei mezzi potenti per sfuggire alla censura, o al rischio di essere individuati e perseguiti da parte di regimi autoritari. Dalla Cina al Bahrein, dalla Siria alla Turchia, sono usate da migliaia di cittadini, giornalisti, dissidenti, minoranze. Ma sono una risorsa anche nelle democrazie, garantendo a chiunque quella piena libertà di espressione che in alcuni casi solo l’anonimato può dare. Ovviamente lo stesso anonimato attira anche criminali e persone interessate a traffici più o meno loschi. Quindi vi si trova un po’ di tutto. Attività cybercriminali e compravendita di droghe sono tra le azioni illecite più diffuse…»

    L’inchiesta realizzata dall’autrice, come d’altronde il tema stesso che affronta, è in continua evoluzione e si arricchisce quotidianamente di nuovi contenuti. Carola Frediani ha scelto di non interrompere il suo viaggio, e continuare a frequentare la rete più profonda. Una versione particolare dell’ebook permetterà di seguire le tappe successive del viaggio caricando automaticamente aggiornamenti e nuovi contenuti.

    Claudia Dani

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    amico-ritrovato-libreria-5La saracinesca è ancora tirata giù, quasi fino in fondo, ma le teste dei passanti che sbirciano incuriositi fanno capolino con cadenza regolare. Siamo in via Luccoli 98r, all’interno di palazzo Luccoli-Balestrino, a pochi metri da piazza Fontane Marose. Qui, come il dottor Grigio ci ha già anticipato sulla nostra pagina Facebook, oggi pomeriggio alle 16 ritroveremo un amico, anzi tanti amici. Sono i ragazzi costretti tempo fa ad abbandonare la libreria Assolibro nella vicina via San Luca, lasciando un grande vuoto nel cuore del centro storico e nell’offerta culturale della nostra città.

    «Da quando è finita l’avventura di Assolibro – ci racconta Marco Parodi, trentenne, uno dei soci di questa nuova avventura – abbiamo avuto una richiesta costante dalle persone che incontravamo per strada: quando riaprite? Dove vi potremo trovare? Interesse, certo, ma anche un po’ di pressione per noi. Speriamo che tutto ciò si traduca in un buon successo per questa ripartenza».

    La nuova libreria si chiamerà “L’amico ritrovato”, prendendo in prestito il titolo di un notissimo romanzo di Fred Uhlman, a testimonianza di un forte legame con l’esperienza passata.

    «Tutto nasce sicuramente dall’esperienza di Assolibro e dalla risposta forte che abbiamo avuto dai nostri clienti e dagli abitanti del centro storico quando siamo stati costretti a lasciare via San Luca. Certo, la chiusura non è stata una cosa repentina: i segnali c’erano già stati con ripetuti tentativi di vendita da parte della proprietà andati a vuoto. Noi ci eravamo già messi a vento per fare altro. C’è chi ha aperto altre librerie, chi ha iniziato a collaborare per un grande gruppo editoriale. Ma, in fondo, avevamo sempre il sogno di poter tornare presto nel centro storico, magari facendo cose che in Assolibro non eravamo così liberi di fare come l’organizzazione di presentazioni, l’autonomia nelle scelte editoriali, i contatti diretti con il territorio e soprattutto con le scuole. E appena abbiamo visto questi spazi, con queste splendide colonne in mezzo alla sala, ce ne siamo subito innamorati».

    120 mq molto accoglienti che hanno tutte le caratteristiche per diventare una nuova casa del libro nella Città Vecchia.

    «Il nostro obiettivo è quello di puntare il più possibile sulla fisicità del luogo. Bisogna creare un posto bello da frequentare perché lo stesso libro puoi comprarlo ovunque, e magari anche con un po’ più di sconto. Ma con il prezzo del libro acquistato qui vorremmo che fosse compresa anche l’esperienza di quella mezz’ora passata in un luogo piacevole. È un po’ come andare a prendersi un caffè: potresti farlo anche a casa ma non avresti il piacere di uscire, di andare a prenderlo in un bel posto, facendo quattro chiacchiere con persone piacevoli. Poi è ovvio che ci devono anche essere i libri perché se il posto fosse anche il più figo del mondo ma fosse un buco microscopico oppure male assortito, magari ci passi anche una volta a vederlo ma poi non ci torni più».

    Libri che si possono toccare, leggere e sfogliare. Non è un azzardo nella società dell’informatizzazione?

    «Nella crisi generalizzata del mercato dell’editoria credo che ci sia ancora spazio per fare qualcosa, soprattutto per le realtà medio-piccole e strettamente legate al territorio come la nostra: è molto più difficile per i megastore, che hanno spazi infiniti e tanti dipendenti da gestire con costi altissimi. Per la nostra dimensione, invece, paradossalmente la crisi può offrire qualche opportunità in più, ad esempio dal punto di vista della disponibilità di locali. Poi, naturalmente, ci sono anche le nostre forti motivazioni personali e il grande affiatamento che ci ha portato a realizzare questo sogno. Ma anche le piccole librerie devono fare un salto di qualità e trasformarsi in qualcosa di altro rispetto al posto dove entri, stai cinque minuti a cercare il libro giusto, e te ne torni subito a casa. Comunque anche noi abbiamo la nostra pagina Facebook e il nostro sito internet. Ed è anche possibile che presto si riesca a lanciare un servizio di vendita online: ma niente droni stile Amazon, vorremo davvero puntare il più possibile sul contatto umano».

    Non solo libri, quindi?

    amico-ritrovato-libreria-6«Vorremmo essere qualcosa di più che un semplice esercizio commerciale. Sarebbe bello poter dire un giorno che siamo riusciti a offrire alla città un valore aggiunto anche dal punto di vista culturale. Per questo, ad esempio, puntiamo molto sul rapporto con le scuole. Oltre a una sezione per bambini molto curata (il taglio della libreria è comunque generalista con saggi, best seller, grandi classici e collane di letteratura un po’ più di qualità, ndr), anche grazie al continuo fermento in questo settore che si sta rinnovando molto dal punto di vista delle illustrazioni e della grafica, cercheremo di dar vita a percorsi di lettura pensati per le scuole e a qualche laboratorio coinvolgente. Poi naturalmente, presentazioni, eventi per tutti, magari piccole mostre perché siamo convinti che più cose proporremo più avremo modo di far vivere la libreria».

    Sembra tutto bello e facile. Ma allora perché non ci avete pensato prima?

    «In realtà, qualche tosta difficoltà abbiamo dovuta affrontarla anche noi. Innanzitutto ci siamo dovuti costituire come società e investire un bel po’ dei nostri risparmi: una cosa possibile solo grazie al fatto che tutti noi nel frattempo abbiamo mantenuto un’altra attività, sempre legata al mondo editoriale. Ma la gestione del tempo tra lavoro, famiglia e libreria da mettere in piedi è stata piuttosto faticosa. Poi, siamo stati fortunati a trovare i locali già con impianto elettrico e di condizionamento pronto: abbiamo solo dovuto tirare giù una tramezza, tinteggiare, cambiare un po’ l’illuminazione e naturalmente sistemare gli arredi. Passaggi comunque non semplici perché il palazzo è vincolato dalla Sovrintendenza sia internamente che esternamente, tanto che dovevamo già aprire prima dell’estate ma siamo stati costretti a rimandare fino ad oggi».

    Nessun aiuto dal Comune? In fondo siete tutti piuttosto giovani e la cultura sembra essere uno dei punti di riferimento di questa amministrazione.

    «In effetti avevamo parlato anche direttamente con il sindaco per un progetto decisamente ambizioso che chiamava in causa una complessiva riqualificazione della loggia di piazza Banchi: un progetto integrato che non prevedesse solo un esercizio commerciale ma anche altre attività culturali, di integrazione e multiculturalità. Insomma, un qualcosa che potesse rappresentare un vero presidio per il territorio, dal mattino alla sera, e non la vergogna che è adesso, con i turisti che si trovano quasi sempre la porta sbarrata. Ma il progetto si è arenato e noi non potevamo restare al palo per altri dieci anni. A dire il vero qualche altra proposta ci è stata avanzata ma per spazi assolutamente non consoni».

    Poi, per fortuna, è saltato fuori questo palazzo con le sue affascinanti colonne. Insomma se passate in centro, un salto da queste parti potrebbe valere la pena di farlo: Marco e colleghi saranno ben felici di potervi consigliare qualche lettura. Non vi potranno offrire il caffè, quantomeno non in libreria… «ma solo perché non c’è abbastanza spazio». Ci sarà, però, un comodo angolo lettura da cui nessuno vi spodesterà. E presto potrebbe anche esserci l’esposizione delle copie in consultazione del bimestrale cartaceo di Era Superba… Ma di questo speriamo di potervi dare conto prossimamente.

    Simone D’Ambrosio

    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

  • Giuliano Montaldo: da Genova a Roma, una vita per il cinema. Intervista al regista genovese

    Giuliano Montaldo: da Genova a Roma, una vita per il cinema. Intervista al regista genovese

    giuliano montaldo 2Dalla sua Genova, Giuliano Montaldo, partì nel lontano 1950 destinazione Roma, cercava lavoro nel mondo del cinema. Aveva vent’anni e una valigia colma di sogni e speranze. «Da allora è sempre rimasta nel mio cuore… Dopo il documentario “Genova ritratto di una città” non ho mai più girato un fotogramma a Genova, perché la amo troppo e non sarei obiettivo». Quel documentario è del 1964, Montaldo immaginava la crisi della Genova industriale e raccontava delle difficoltà di un giovane operaio, padre di famiglia, rimasto senza lavoro… «ma non avrei mai pensato che le cose sarebbero potute arrivare ai livelli di oggi. In quegli anni del dopoguerra, in cui era ambientato il film, Genova era una città con le maniche rimboccate, concetti come ricostruzione, voglia di ripartire, amore per la propria terra erano alla base di ogni ragionamento».

    Regista e sceneggiatore, oggi Montaldo è uno dei grandi del cinema italiano, mentre registriamo la nostra intervista la gente che passa lo saluta e lo chiama “maestro”.
    «Monicelli si arrabbiava tantissimo quando lo chiamavano così!». E Giuliano Montaldo? «Io sorrido e penso a mia madre, quando andavo a scuola ed ero un disastro. Nonostante ciò mi permise di andare a Roma a cercare fortuna nel cinema. Furono due grandi genitori, molto aperti di mentalità per quegli anni. Penso a loro quando mi sento chiamare “maestro”…»

    Questa è una preview, l’intervista integrale a Giuliano Montaldo è pubblicata nel numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

     

    giuliano-montaldoChe ricordi ha della sua città natale?

    «Tanti e forti. Da ragazzo abitavo in centro vicino a via XX Settembre, frequentavo San Vincenzo e piazza Colombo, la parrocchia della Consolazione e il cinema-teatro Sant’Agostino o della Consolazione. Con la guerra la compagnia teatrale si era sciolta e il palcoscenico del teatro era sempre vuoto. Io mi sono inventato regista a sedici anni, facevo spettacoli lì, erano piece per soli uomini che travestivo da donna per i ruoli femminili… Poi ci fu l’esplosione del Piccolo Teatro dove feci qualche comparsata da dilettantissimo e poi sul palcoscenico appena ricostruito del Carlo Felice. Lì ebbi la possibilità a diciannove anni di fare una cosa un po’ folle, il “teatro di massa”… C’era poca gente a seguirci, ma per fortuna fra quelle poche persone sedeva Carlo Lizzani che mi scelse per recitare in “Achtung! Banditi!” e mi fece entrare nel mondo del cinema, oggi sono 64 anni.
    Achtung! venne girato a Pontedecimo, un film sulla resistenza in Liguria fatto dalla “Cooperativa spettatori e produttori cinematografici”, un film che non si doveva fare e che la gente di Genova ha voluto fare alla faccia del Ministero e dei divieti censori, perché la Resistenza doveva già essere dimenticata nel 1950…»

    Cosa crede di aver portato con sé di Genova nel suo percorso umano e professionale? Lei che tra l’altro è stato definito “Un marziano genovese a Roma”…

    «Quel libro che citi racconta proprio il mio impatto con la città di Roma, che fu un po’ traumatico. Il rigore ligure contro l’approssimazione dei romani… “ci vediamo circa alle nove”, ma come… alle nove a Genova partono le navi e se arrivi “circa” rimani in banchina! Penso di aver portato con me le influenze di culture diverse dall’Africa e dall’Oriente che si riflettevano e si riflettono ancora oggi nel modo di vivere e di parlare dei genovesi; ci sentiamo “cittadini del mondo”, con quella pianura d’acqua davanti che può portarti da qualsiasi parte, anche solo con l’immaginazione. A Roma non ritrovai nulla di tutto questo».

     

    Morena Firpo

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    arredi-urbani-giardini-plastica-2In molti forse ancora non sanno che da quasi quattro anni i Giardini Baltimora, meglio conosciuti come “Giardini di Plastica“, non sono più abbandonati al loro destino. Su Era Superba vi avevamo già presentato in più di un’occasione Down Town Plastic, il processo di riqualificazione del parco urbano nato in modo spontaneo nel 2010 per volontà di un gruppo di cittadini poi riunitosi nell’Associazione Giardini di Plastica. L’obiettivo dei volontari è stato sin dal primo momento quello di trasformare uno spazio semi abbandonato frutto di avventate politiche urbanistiche del passato (il centro direzionale e i giardini vennero costruiti dopo la demolizione dell’antico quartiere di via Madre di Dio),  in un luogo frequentato e vissuto dai cittadini, valorizzato per le sue caratteristiche e la sua posizione nel cuore di Genova a due passi dal centro e dalla Città Vecchia.

    arredi-urbani-giardini-plastica-3«Dal 2010 crediamo che sia stato fatto un passo fondamentale – raccontano i volontari  dell’Associazione Giardini di Plastica – i Giardini Baltimora sono usciti dall’ombra e si è deciso di investire su di loro e per loro. Soprattutto dall’estate 2013 il parco è diventato un luogo di musica e cultura, con la prima edizione di CRESTA e il nostro primo intervento più incisivo, la scritta bianca che sovrasta il pratone. Poi ci sono state due grandi azioni di pulizia promosse dall’Associazione che hanno migliorato notevolmente l’aspetto del parco: lo sfalcio dei rovi sulla collina sotto Via Del Colle e la rimozione delle siringhe, accumulate negli anni, nella scalinata (attualmente ancora chiusa all’accesso) che attraversa i giardini e collega la via con Piazza Faralli. Questa estate è stata ancora più ricca di eventi: grazie a CRESTA, alle nostre giornate di pulizia, Yoga e Contact e al progetto artistico Di Palo in Frasca che ha visto la decorazione di una parte del parco da parte dell’artista Gianluca Sturmann (autore, tra l’altro, di alcune copertine “storiche” di Era Superba, ndr)».

    Qualcosa è cambiato ai Giardini Baltimora anche per quanto riguarda l’attenzione delle istituzioni, stimolate dall’entusiasmo dell’Associazione. «Un nuovo interesse da parte del Comune è visibile anche nei lavori, alcuni conclusi altri da iniziare, per migliorare la viabilità e l’accesso ai disabili che hanno permesso di portare anche la corrente elettrica nel parco a servizio degli eventi. Il Municipio I Centro Est ha stipulato con noi una convenzione atipica, sperimentale rispetto a quella di affido del verde, che permette all’Associazione maggiori libertà di azione sull’area, come la possibilità di sperimentare arredi urbani temporanei, di proporre eventi ed azioni artistiche o di avere cura del verde. Ora chiediamo a chi amministra il territorio di creare un programma serio che unisca i diversi soggetti pubblici interessati (l’Assessorato all’ambiente, alla cultura, alle politiche giovanili, gestione del Patrimonio, legalità e diritti, il Municipio, la Soprintendenza…) che faciliti la progettazione e l’attuazione di azioni innovative e a lungo termine».

    E qui veniamo all’ultima tappa in ordine di tempo di questa avventura: DPT Lab Parco Fai da te, un laboratorio per ragazzi di analisi urbana e costruzione, realizzato grazie alla sovvenzione ricevuta nell’ambito del Programma europeo Gioventù in Azione.

    «Gli obiettivi del programma Gioventù in Azione coincidono largamente con quelli delle nostre associazioni, non è stato quindi difficile ideare a realizzare il progetto. Per la stesura non ci siamo affidati ad un europrogettista, abbiamo compilato il Formulario da soli. L‘Associazione il Ce.Sto in collaborazione con l’Associazione Giardini di Plastica e con il gruppo di progettazione SPLACE, ha creato un team di lavoro che accompagnasse i ragazzi in un laboratorio di analisi urbana e di costruzione, finalizzato alla progettazione e alla realizzazione di oggetti d’arredo urbano per i Giardini di Plastica, con un budget di 7000 euro».

    Così tra il 26 e il 30 agosto sono state costruite nove panche mobili e polifunzionali per il prato dei Giardini di Plastica, un processo che ha visto da aprile scorso otto ragazzi impegnati in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione. «Partendo dalla necessità di creare oggetti che rendessero più vivibile il parco, il valore aggiunto è che un gruppo di giovani (stranieri avviati in un percorso lavorativo e futuri architetti) abbiano imparato a conoscere meglio Genova e a concepire possibilità di modifica e intervento». Un’opportunità, insomma, per imparare tecniche di progettazione architettonica e costruzione, uno strumento per analizzare le problematiche dei giardini, un’occasione per contribuire alla restituzione del parco alla cittadinanza e un incentivo a incrementarne la fruizione. «Sfruttando una particolare occasione di lavoro condiviso si è cercato di rafforzare la coesione sociale e di rompere eventuali ghettizzazioni presenti sul territorio, di favorire la comprensione tra culture di Paesi diversi, di migliorare la qualità della proposta culturale. Essere cittadino significa anche sviluppare una sensibilità verso il mondo di altri coi quali si convive nei medesimi luoghi, significa incoraggiare il ritrovarsi e il riconoscersi nello spazio pubblico, significa riflettere sulla possibilità di rendere i luoghi di incontro il più inclusivi possibile».

    Il 5 settembre, inoltre, è arrivato un nuovo ospite ai Giardini Baltimora, un container issato con la gru da via D’Annunzio. «Il container è stato concesso in comodato d’uso al Municipio I Centro Est di Genova da parte del C.I.S.Co, “Council of Intermodal Shipping Consultants”, e posizionato come supporto, in primis, al progetto DPT Lab Parco fai da te e poi a tutte le future attività. Il container è il simbolo del processo in atto, del cantiere aperto, un presidio stabile e colorato che migliorerà ulteriormente le possibilità di intervento e l‘organizzazione logistica di ogni azione svolta nel parco. Fino ad oggi qualsiasi evento svolto ai giardini necessitava di trasporti continui o di guardiania, da oggi materiali e strumenti di lavoro potranno essere lasciati direttamente nel parco e ci sarà un luogo riparato per svolgere laboratori, incontri e riunioni. Il container per sua natura è un volume mobile e temporaneo, speriamo che nel processo in atto venga presto sostituito da qualcosa di più duraturo e che nel futuro non ce ne sia più neanche il bisogno».

    Un luogo in trasformazione, un’area degradata del centro cittadino che grazie alla fatica e alla costanza di cittadini volontari, in sinergia con le istituzioni, si sta trasformando in un luogo piacevole e vivibile, un nuovo punto di riferimento per la cultura e il divertimento. Domenica 14 il progetto DPT Lab verrà presentato alla cittadinanza con una festa, un picnik speciale aperto a tutti i genovesi. «Il programma delle attività ai Giardini è sempre piuttosto ricco e grazie alla collaborazione con tante associazioni, riusciamo a proporre almeno un evento al mese. Continueremo naturalmente a realizzare le attività ordinarie di pulizia e miglioramento del verde, cercando di coinvolgere sempre più volontari e cittadini. La prossima importante realizzazione curata dall’Associazione Giardini di Plastica e progettata da Splace prevede, all’interno del progetto di miglioramento degli accessi progettato dallo studio genovese Più Spazio, la costruzione, in autunno, di una grande rampa di accesso ai Giardini da Piazza Dante. La rampa eliminerà il muro e il salto di quota con Piazza Faralli, consentirà anche alle ambulanze di raggiungere i Giardini e costituirà un piccolo anfiteatro attorno all’area giochi».

    «Inoltre, ci stiamo ulteriormente impegnando nella ricerca di sponsor e finanziamenti per realizzare nuove attività e azioni di riqualificazione. Tra i prossimi obiettivi che ci poniamo c’è la creazione di un’area gioco per i cani in collaborazione con i tanti padroni che frequentano il parco, in modo che possano avere un’area libera e dedicata.
    Crediamo profondamente nelle potenzialità dei Giardini di Plastica e speriamo che sempre più persone abbiano voglia di dedicare un po’ di tempo a viverli e a migliorarli, siamo quindi aperti e disponibili a qualsiasi proposta da parte di tutti».

  • Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    ambiente-green-alberi-verde-parchi-natura-DIChi ama andare per boschi e montagne ha una luce speciale negli occhi, ne sono convinta, e sicuramente quella luce l’ho vista brillare negli occhi di Tiziano Fratus, poeta e scrittore bergamasco classe ’75, “cercatore d’alberi” – dal titolo di un suo libro – che è stato più volte ospite (l’ultima volta pochi mesi fa) anche del Festival Internazionale di Poesia di Genova.
    L’ho incontrato alla presentazione del suo ultimo libro, davanti ad un pubblico che ad un occhio inesperto poteva sembrare eterogeneo, ed era invece composto per la quasi totalità da appassionati ed esperti di montagne e piante. Fratus ha presentato il volume uscito il 5 giugno scorso per Laterza, “L’Italia è un bosco“.

    Non è affatto semplice intervistare Fratus, è difficile fermare il flusso discorsivo di questo scrittore-poeta che ti cattura per la passione, ma anche la cura e quasi il puntiglio con cui spiega la scelta di alcuni alberi e di alcuni luoghi inseriti nel volume, e più in generale l’idea che ha dato vita al libro stesso.
    Non solo un manuale, non proprio una guida, “L’Italia è un bosco” potrebbe essere una sorta di breviario da consultare prima di visitare una regione o di organizzare un trekking per conoscere un punto di vista inconsueto e cercare angoli inaspettati. Oppure un libro da leggere semplicemente per trovare, nelle lunghe fasi in cui si è incollati alla sedia della città, un respiro diverso, un balsamo per ammorbidire le giornate più aspre, quelle fatte solo di impegni, orari, ritardi e scontri.

    barbagelata
    Barbagelata (1120 m.s.l.m.) è il centro abitato più alto della provincia di Genova. Antico borgo contadino, oggi frazione di Lorsica, si trova fra la Val Trebbia e la Val d’Aveto. Il paese è celebre per la triste pagina nella storia della Resistenza quando venne saccheggiato e dato alle fiamme dai nazifascisti nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1944 come rappresaglia per l’appoggio degli abitanti ai partigiani.
    Il vicino passo della Scoglina collega le due valli ed è percorso da un’affascinante arteria stradale, la provinciale 56, immersa nel verde intenso dei bosch liguri.

    La nostra Regione, che come sappiamo di boschi è ricca (qui il nostro approfondimento dei mesi scorsi, realizzato anche con il contributo dello stesso Fratus, ndr), è più volte citata in quest’opera, dal castagneto del Bosco di Grau (Im) ai faggi monumentali di Mallare (Sv), mentre Genova è raccontata sia dai lecci storici presso Barbagelata in Val Trebbia sia dall’orto botanico dell’Università che ospita imperdibili sequoie monumentali. Più a levante, presso il cimitero di Allegrezze a Santo Stefano d’Aveto, le stesse sequoie sono ancora in formazione, ma altrettanto meritevoli di una visita.
    Dopo l’incontro abbiamo avuto modo di chiacchierare con l’autore, “homo radix” secondo la sua definizione, che si è invece dimostrato inaspettatamente esperto anche di vicoli e di mare. Ed anche aperto e chiacchierone, a dispetto dell’immagine che noi liguri abbiamo di chi va per boschi…

    Sembri a tuo agio in questa città, non sempre Genova cattura troppe simpatie al primo incontro…

    «No, voi avete un’opinione troppo severa della vostra città, che invece è molto bella ed è molto più di quanto non ci si aspetti da una città di queste dimensioni. L’unica cosa veramente pesante è il traffico, e le strade strette e difficili da trovare, soprattutto per noi abitanti della pianura… per quanto estrema».

    Estrema?!

    «Sì, nel senso che dove abito io (Trana, in Piemonte, a ridosso della Val di Susa) la pianura praticamente termina ed iniziano le Alpi. Ma ovviamente i nostri spazi di manovra sono infinitamente più ampi!»

    tiziano-fratusCome vive un “cercatore d’alberi”? Voglio dire, se il tuo lavoro è andare per boschi ad esplorare gli alberi, cosa che per noi significa vacanza, tu che fai nel tempo libero?

    «Veramente l’attività che mi viene in mente prima di ogni altra è il mio orto, semino, strappo erbacce e concimo: sono abbastanza fiducioso nei metodi naturali, sia per i concimi che per gli antiparassitari, ma poi ogni tanto anche io spruzzo qualcosa di chimico. A volte è l’unica alternativa ad abbattere la pianta stessa. Comunque amo anche il mare, ricordo che ai tempi del liceo andavo ogni tanto a Varigotti, da un amico che passava lì l’estate; ma conosco anche l’entroterra, e ne conosco bene la solitudine: gli abitanti sono molto molto diversi da quelli della costa, silenziosi, quasi selvatici».

    Per il tuo libro, “L’Italia è un bosco” ho visto che hai cambiato casa editrice. Come ti sei trovato con Laterza?

    «Quando ho pubblicato “Diario di un cercatore d’alberi” per Kowalski ero entusiasta della veste che hanno deciso di dare al volume, molto “pop” e piccolo abbastanza da essere portato in tasca durante le escursioni; ma per quest’ultimo libro, Laterza mi ha veramente coinvolto in tutto il processo decisionale. Sia nella scelta della dimensione, l’impaginazione, la copertina in stile quasi artigianale e poi, soprattutto, hanno inserito le foto, che per me sono essenziali ma che difficilmente gli editori accettano, perchè molto costose. Insomma, mi hanno dato fiducia e dimostrato di credere molto nel mio progetto».

    Hai realizzato un documentario con Manuele Cecconello ambientato fra le grandi sequoie italiane, hai in programma qualcosa di simile per il futuro?

    «Il prossimo passo sarebbe trarre un film da uno dei miei libri: chissà, forse non è un’ipotesi così azzardata… Basta aggiungere pochi ingredienti, se ci pensi la storia potrebbe esserci già. Ma non voglio dire di più, per ora non c’è niente di definito».

    Così abbiamo lasciato il nostro “homo radix” a godersi la frescura serale dei vicoli, mentre avevamo ancora negli occhi il profilo contorto di un pino mugo; certo prendersi il tempo per osservare un albero può essere un gesto poetico forse estremo, per le nostre vite frettolose ad occhi bassi. Ma sicuramente non un gesto inutile.

    Bruna Taravello

  • La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    sceneggiaturaUno shop sul web per genitori in cerca di fiabe inedite e speciali da raccontare ai propri figli, La Bottega delle Favole, un progetto “made in Genova” di cui vi avevamo parlato circa un anno fa al momento del lancio. In 12 mesi il progetto è cresciuto e oggi vanta ben 24 fiabe pubblicate, scritte da 14 autori differenti. Inoltre, il progetto si è arricchito all’inizio dell’anno di una trasmissione radiofonica in onda sulla web radio “Fra le Note”, interviste e approfondimenti con scrittori e narratori; i podcast vengono successivamente pubblicati sul nostro sito e possono pertanto essere scaricati in qualunque momento.

    «La Bottega delle Favole non è solo un sito per genitori e bimbi in cerca di fiabe – racconta Anna Morchio ideatrice del progetto – ma è in primo luogo una piattaforma in cui il pubblico di chi racconta ed ascolta si può incontrare. Un piazza virtuale in cui le favole possano essere condivise. Alla base di tutto c’è la passione e il forte desiderio di non lasciare scappare i frutti della fantasia e dell’ingegno».
    Il 27 settembre 2014 a Genova nel quartiere del Carmine avrà luogo il primo festival della Bottega delle Favole, InCantaStorie 2014. Dalle storie cantate a quelle mimate, dalle marionette allo storytelling, dalle illustrazioni al diario di viaggio, dalla musica all’acrobatica.
    «Il festival InCantaStorie nasce dal desiderio di percorre i molti mondi della narrazione, i diversi linguaggi che essa utilizza per dare a ciascuno di questi rilievo specifico. Il Mercato del Carmine con le vie e piazze limitrofe accoglierà per un giorno intero artisti, cantastorie, narratori genovesi e non, con l’intento di trasportare i visitatori in un mondo fuori dal tempo dove i linguaggi si intrecciano e concorrono a creare una nuova realtà».

    image Gli artisti saranno più di 20 (la lista completa si può scorrere sul sito della Bottega delle Favole): «Partiremo la mattina con Aureliana Orlando di “Mamma, papà… giochiamo?” che ci insegnerà a giocare con i più piccoli costruendo insieme libri e storie con materiale riciclato, e finiremo a sera inoltrata con Nicola Camurri e con Marco Rinaldi che ci darà un anteprima del suo nuovo spettacolo Verde Oro. Nel mezzo avremo Elisabetta Orlandi che ci incanterà con le sue fiabe multilingue, Franco Picetti che ci accompagnerà per i vicoli della città al ritmo del rock dei carruggi, poi voleremo con la fantasia sui tessuti aerei del Circo Colibrì e delle sue allieve Lisa Bignone e Chiara Pontiggia, con il magico accompagnamento sonoro di Ciro Parisi.
    Ascolteremo una storia raccontata da Teresa Vatavuk in una lingua inesistente, mentre alcuni artisti dell’Anonima Illustratori ne faranno nascere in estemporanea, i personaggi e le ambientazioni con le loro matite.
    Ripercorreremo il viaggio di Lucio, Anna e Gaia, la famiglia del progetto Unlearning, giocheremo con il Favoliamo di Dadoblù, e tantissimi altri narratori, muovendoci in un ambiente molto speciale, Piazza del Carmine e le piazzette limitrofe, che accoglieranno anche storie di oggetti, grazie alle creazioni di diversi artisti che hanno fatto del riuso creativo la loro arte, tra questi Giulia Cavagnetto, Monica Colombara e l’associazione Sc’art, con i prodotti realizzati per il progetto “Creazioni al Fresco” dalle detenute dalla casa circondariale di Genova Pontedecimo»
    .

    imageMolto interessante l’aspetto legato all’apprendimento delle lingue. La Bottega delle Favole! Infatti, ha pensato per i più piccoli a fiabe multilingua e in dialetto genovese.
    «Per noi scrivono mamme e papà in egual misura, ma anche nonni – prosegue Anna – tra cui Claudio Pittaluga, il nonno che ha inaugurato la nostra sezione multilingue con le fiabe in italiano – genovese; insieme a lui opera Elisabetta Orlandi, che oltre ad essere bravissima nello scrivere favole, ed essere un’ottima narratrice, ha il dono di conoscere diverse lingue.
    A questa sezione teniamo molto, consapevoli dell’importanza dell’apprendimento delle lingue nell’età evolutiva e ritenendo più divertente farlo tramite le favole, canale naturale e preferenziale dei piccoli. In questo ambito siamo all’inizio ma abbiamo grandi progetti, il nostro sogno è di poter aprire le porte della Bottega delle Favole ad altre culture, accogliendo fiabe scritte da ogni ogni parte del mondo».

    L’altro aspetto caratterizzante del progetto, è come detto quello di “costruire fiabe su ordinazione” per eventi speciali. Chiediamo ad Anna come procedono le richieste e come viene organizzato il lavoro.
    «Le fiabe su misura sono un prodotto di altissima qualità che ci è stato richiesto come dono in occasioni speciali come le nascite, ma anche come regalo ad una persona amata. Alcune storie hanno il potere magico di spiegare situazioni complicate e di indirizzare verso il lieto fine anche nella vita reale».
    Così nello scaffale della Bottega troviamo ad esempio una fiaba scritta per raccontare ad una bimba nata prima del tempo la storia dei suoi primi mesi di vita, “Piccolo merlo senza uovo”, oppure una dedicata ad un bimbo adottato ed ai suoi genitori che sono “Saliti fin sulla luna” per poterlo stringere tra le braccia.
    «Insomma, le storie su misura sono storie ricchissime, che hanno tanto da dire, da queste possono nascere eventi a tema, ma anche laboratori creativi destinati alle scuole. Stiamo proponendo le storie su misura anche come forma di “slow marketing” alle aziende che hanno una storia da raccontare. Tutte quante vengono cesellate fino ad essere cucite ad hoc per il destinatario, racchiudendo in sé tutta la magia che una narrazione fatta con amore può contenere, ed a seconda del budget poi possono essere musicate, illustrate e perfino messe in scena in eventi teatrali!»

    Un regalo speciale per i lettori di Era Superba

    «Ci piacerebbe fare a tutti lettori di Era Superba un regalo speciale…». Una favola della Bottega in download gratuito per tutti i lettori di Era: vai sul sito, scegli la fiaba che vuoi scaricare e, una volta alla cassa, inserisci questo codice omaggio ERASUPERBA04147F5C. Sulla tua email riceverai il link per scaricare la fiaba, ascoltarla, stamparla e magari rilegarla in modo del tutto personale (è presente anche un tutorial con le istruzioni).

    Per maggiori informazioni e per dare il proprio contributo, per quanto riguarda la scrittura delle favole ma anche per sostenere il progetto attraverso la campagna crowdfunding, visitate il sito www.labottegadellefavole.it

  • Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaChi ricorda le roventi giornate che 12 mesi fa avevano portato con molte difficoltà all’approvazione del bilancio previsionale per il 2013, con le proteste dei lavoratori delle partecipate e i prolungati scioperi dei lavoratori di Amt, sarà rimasto stupito dalla velocità con cui le operazioni sono state condotte quest’anno (qui l’approfondimento). Il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, memore del passato, si era cautelato convocando quattro giorni consecutivi di seduta ordinaria ma ne sono bastati appena due.

    Tuttavia, il rischio di percorrere sentieri irti e lastricati di ostacoli non era così remoto: il clima, infatti, tra contrasti interni alla maggioranza e opposizioni sul piede di guerra per la delibera di indirizzo sul nuovo ciclo dei rifiuti (qui l’approfondimento) che, appunto, ha anticipato di una settimana la discussione sul bilancio, era tutt’altro che sereno. Ma archiviata, almeno temporaneamente, la questione Amiu e fronteggiate le manifestazioni di dissenso dei cittadini della Valbisagno che chiedono la chiusura del sito di Volpara, i toni sono di colpo tornati più pacati. Come d’incanto la maggioranza è parsa quasi ricompattarsi e l’opposizione, almeno per qualche giorno, è come se si fosse quasi dimenticata di essere tale (tanto che lo sforzo di Alfonso Gioia di preparare moduli prestampati per presentare infiniti emendamenti alla delibera sul bilancio ha dato pochissimi frutti). La verità, molto probabilmente, sta piuttosto nel fatto che i continui tagli dello Stato non hanno lasciato grandi possibilità di manovra alla Giunta e, altrettanto probabilmente, era molto difficile proporre qualcosa di concretamente diverso rispetto al lavoro presentato dall’assessore Miceli.

    Ma anche una discussione così rapida e indolore come quella di quest’anno ha i suoi retroscena, come ci ha raccontato il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, proveniente dal vasto universo del Terzo settore e molto attento alle dinamiche economico-finanziarie che si discutono in Sala Rossa.

    La discussione sul bilancio è stata molto rapida, segno che eravate tutti d’accordo o che non si poteva fare diversamente?

    «In realtà, si è molto discusso sia in Commissione sia in maggioranza (ma anche fuori dal Consiglio) circa la data in cui chiudere il bilancio “preventivo”: siamo arrivati anche quest’anno alla fine di luglio, in effetti un po’ tardi. Andare avanti in dodicesimi genera instabilità nella gestione, rende difficile pianificare e programmare ma una cosa è sicura: costruire bilanci senza poter contare su entrate certe è impossibile».

    Ancora una volta “colpa di Roma” quindi…

    palazzo-tursi-sindaco-doria-gonfalone-D«Non si può costruire un bilancio se non c’è certezza delle entrate e il governo prontamente non si è smentito. Sul punto di chiudere il bilancio, infatti, si è aperta la questione dei soldi necessari per trovare la copertura per il D.L.66 di Renzi (i famosi 80 euro, ndr). Cambiano i governi ma non cambia la tendenza a scaricare i costi delle “manovre”, prima con i tagli dei trasferimenti poi attraverso il minor gettito fiscale, sugli enti locali che erogano servizi ai cittadini. Anche quest’anno abbiamo avuto l’ennesima partenza ad handicap: rispetto al bilancio 2013, ci sono mancati altri 13,5 milioni (-5,7 di spending review, -3,8 di patto di stabilità, -5,7 di  irpef, il già citato D.L. 66) a cui si sono aggiunti i 5 milioni dell’accordo con AMT del dicembre scorso, per un totale di 18,5 milioni di euro. L’effetto combinato di patto di stabilità, minor gettito (che si traduce in tagli occulti) e mancati trasferimenti, genera una situazione molto grave per gli enti locali. Molte centinaia di Comuni sono in fase di pre-dissesto o addirittura in dissesto; in questa situazione è del tutto paradossale che uno Stato che produce circa 52 miliardi di debito (mentre il sistema dei Comuni nel suo complesso genera un saldo positivo di amministrazione pari a 1,7 miliardi) continui a pensare di poter far cassa risucchiando risorse dal territorio».

    Si parla sempre di tagli ma mai di quanto, invece, servirebbe per poter amministrare con serenità una città. Quanti soldi servirebbero ogni anno a Genova per garantire tutti i servizi?

    «La conferma che le risorse a disposizione per il nostro Comune sono ampiamente insufficienti non viene questa volta da valutazioni basate sul buon senso o sulla constatazione del sempre più evidente allargamento della forbice tra bisogni e risorse disponibili, ma dall’analisi del “fabbisogno standard” voluta dal Governo (con la nuova riforma del titolo quinto). Secondo queste stime, fondate sull’idea che sia necessaria una più equa distribuzione delle risorse basata su criteri di equità e di efficienza (in funzione degli effettivi bisogni), Genova è al terzo posto nella classifica dei capoluoghi di Regione che “vantano” un delta negativo fra spesa storica e fabbisogno reale. La spesa storica pro-capite per i servizi a Genova si attesta intorno agli 821 euro, viceversa il “fabbisogno standard” (stabilito in modo rigoroso in funzione di un’analisi che tiene conto del territorio, della popolazione e dei problemi sociali) si attesta intorno ai 905 euro, quasi il 10% in più. Ciò significa che al bilancio di Genova mancano almeno 84 milioni di euro».

    Com’è possibile, allora, che i libri contabili di Tursi non siano ancora stati portati in Tribunale?

    «Anche quest’anno il Comune di Genova ha difeso con i denti la spesa in servizi, il che per certi versi è un miracolo. Quando nel novembre 2010 ero dall’altra parte, in piazza, a manifestare con il terzo settore contro la giunta Vincenzi per i paventati tagli al welfare, si facevano i conti con la prima spending rewiev di Tremonti; sono passati quattro anni, nel frattempo questo Consiglio ha chiuso tre bilanci e da allora si sono volatilizzate risorse (per mancati trasferimenti dallo Stato) per ben 123 milioni di euro, l’equivalente della spesa necessaria per sostenere tre volte l’intero sistema dei servizi sociali cittadini (pari a 41 milioni di euro). A dispetto di tutto ciò, le spese per le direzioni, il plafond di “spesa corrente” (forse con l’eccezione della cultura ma speriamo di poter reintegrare le risorse grazie al contributo degli sponsor) non è stato tagliato: dal punto di vista amministrativo e gestionale si tratta di un grandissimo risultato di cui bisogna dar merito alla giunta e al sindaco perché non era affatto scontato e perché è figlio di una forte intenzionalità politica».

    Come si è costruito questo “piccolo miracolo”?

    «Riducendo i costi. Le leve su cui si è intervenuto per mantenere il sistema in equilibrio sono sostanzialmente tre. La prima è l’attuazione di una spending rewiev interna: si è cercato di tagliare le spese considerate inutili o non prioritarie con risultati a volte controversi come il mancato finanziamento dell’authority dei servizi pubblici locali, dove il must del risparmio ha prodotto una decisione priva della necessaria condivisione tra giunta e Consiglio comunale. Ma la voce che ha influito maggiormente sul bilancio è stato il taglio dei costi del personale: attraverso il blocco del turn-over, il personale del Comune di Genova si è assottigliato di più di 300 unità con un risparmio di circa 33 milioni di euro; il trend non è destinato ad arrestarsi poiché sono previsti 116 pensionamenti anche per l’anno in corso. La terza voce che ha contribuito al risultato è la riduzione degli interessi passivi a carico dell’ente, legata a una progressiva riduzione del debito (viaggiamo intorno ai 1250 milioni, ma in questi ultimi quattro anni il debito si è ridotto di 120 milioni) che determina una minore incidenza dei costi necessari per  finanziarlo (-15 milioni).

    Sembrerebbe quindi tutto in perfetto equilibrio. Dove sta il trucco?

    Economia«L’insieme di queste operazioni – è vero – tiene il sistema in equilibrio ma il blocco del turnover, ad esempio, che come dicevo prima produce una forte riduzione della spesa per il personale, non ha solo effetti positivi: ci sono settori in cui l’assenza di risorse comincia a pesare e che dovrebbe essere affrontata attraverso una maggiore mobilità; inoltre, la mancata immissione di lavoratori giovani nel sistema porta a un innalzamento dell’età media del personale. A fianco alla mera riduzione dei numeri si è però assistito anche a un’operazione di complessiva riorganizzazione e razionalizzazione della struttura che ha influito anch’essa positivamente sui costi: la riduzione delle direzioni (da 9 a 2), del numero dei dirigenti (-19 unità) associato al taglio dei premi (con un risparmio di circa 1,8 milioni), l’azzeramento delle consulenze (da 80 sono scese a 5 nel giro di tre anni e a costo zero perché interamente finanziate con risorse esterne). La riduzione delle posizioni organizzative (- 66 unità) non ha invece inciso sul bilancio ma ha comunque prodotto un discreto risparmio che è stato investito a vantaggio di una ridistribuzione più equa dei redditi all’interno del personale del Comune a beneficio dei salari più bassi, i più penalizzati dal blocco della contrattazione collettiva, con un aumento di 200 euro lordi».

    Che cosa ci aspetta per il futuro? Anche nel 2015 il bilancio previsionale arriverà nella seconda metà dell’anno?

    «A dispetto dei risultati conseguiti dal Comune di Genova, il quadro per l’anno prossimo resta comunque molto incerto perché, ad esempio, non vi è nessuna garanzia che il fondo di compensazione che ha permesso quest’anno di far fronte al minor gettito derivato dalle entrate tributarie (Imu e Irpef)  per 40 milioni sia confermato anche per l’anno prossimo. Si partirebbe così con l’ennesimo taglio di risorse che si andrebbero ad aggiungere ai 123 milioni ricordati sopra».

    Una cifra mostruosa, pari più o meno a quanto viene investito ogni anno nel sociale. C’è una via d’uscita?

    «La progressiva e tanto decantata tendenza alla cosiddetta “autonomia finanziaria” dei Comuni ha già prodotto come esito il dato che ormai, già ora, circa il 71% della spesa è sostenuto dalle risorse della comunità locale (mentre invece lo Stato contribuisce solo per il restante 29%), ma se venissero a mancare anche questi quaranta milioni, la sproporzione fra risorse che vengono dai trasferimenti e risorse proprie aumenterebbe ulteriormente, riducendo il contributo dello Stato a circa un quinto delle risorse complessive per la gestione della pubblica amministrazione con il risultato indiretto di determinare il rischio di un ulteriore inasprimento della fiscalità locale».

    Insomma, il Comune risparmia ma i genovesi continuano a pagare sempre di più.

    «Nonostante gli sforzi, l’obiettivo della “stabilizzazione” rischia di non essere conseguito e si può definire anche questo come l’ennesimo bilancio di transizione. Qual è la sfida che abbiamo davanti? Se, come sembra, ci troveremo anche l’anno prossimo a fare fronte a un ulteriore taglio drastico delle risorse, per mantenere l’equilibrio della spesa bisognerà mettere mano a tutti i “nodi” che fin qui non sono venuti al pettine, primo tra tutti quello delle partecipate, ma a questo punto con pochissimi margini di mediazione».

    Ancora le società partecipate… Ci spieghi meglio.

    Corso Europa«Il “sistema Comune” conta 10500 addetti (5800 dipendenti comunali e 4700 delle partecipate) ed è sicuramente la principale impresa di Genova. Le aziende partecipate forniscono ai cittadini i servizi di cui hanno bisogno e per questo motivo vanno difese: in definitiva, sono anch’esse un “bene pubblico”. Ma la gestione di queste aziende deve essere improntata alla trasparenza, all’efficienza e il costo del servizio reso deve essere il più coerente possibile con il diritto dei cittadini utenti a vedersi offerte prestazioni di qualità al costo più conveniente. Ciò sia in considerazione del fatto che queste aziende non devono produrre profitto e che quindi hanno un grande “vantaggio competitivo” rispetto a un privato, sia perché, in una fase in cui le risorse su cui può contare l’amministrazione pubblica sono limitate al punto di dover contrarre i servizi ai cittadini, le inefficienze e gli sprechi, dovunque alberghino, sono moralmente inaccettabili».

    Ma senza privatizzazione da dove si attingono le risorse necessarie?

    «Non vogliamo passare alla storia come i “curatori fallimentari” delle aziende pubbliche. Per questo motivo stiamo cercando faticosamente di riequilibrare costi e ricavi, di riorganizzarne la gestione, con l’obiettivo strategico di rimetterle in equilibrio ma la strada è ancora lunga. Non è detto però, questa è la nostra speranza, che, in prospettiva, attraverso opportune politiche industriali, processi di razionalizzazione e di riordino, queste aziende possano tornare ad essere risorsa e, alcune di esse in particolare, non possano addirittura restituire “utili” al Comune come succede in altre capitali europee».

    La strada, probabilmente, proverà a tracciarla Amiu con il nuovo piano industriale ma a quel punto la discussione su costi ed investimenti siamo certi che tornerà ad infuocare il dibattito politico anche in Sala Rossa. Insomma, godiamoci la quiete estiva finché durerà.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Sulla Cattiva Strada, la graphic novel genovese dedicata a Don Andrea Gallo. Incontro con gli autori

    Sulla Cattiva Strada, la graphic novel genovese dedicata a Don Andrea Gallo. Incontro con gli autori

    sulla-cattiva-strada-don-gallo-fumetto-2“Il fumetto che vi sto presentando è disegnato con spirito e agilità. E chi vi parla è uno imprestato al teatro ma di mestiere pittore dall’infanzia…”. La prefazione di Dario Fo apre l’opera di due genovesi, l’autore Angelo Calvisi e il disegnatore Roberto Lauciello, dedicata alla figura di Don Andrea Gallo. Una storia a fumetti che ripercorre la vita del Don più celebre d’Italia, un giovane Andrea di rientro a Genova dal sudamerica sino al giorno del funerale con i brusii della folla durante l’intervento del cardinale Bagnasco. “Sulla Cattiva Strada – Seguendo Don Gallo” è il titolo di questa graphic novel made in Zena pubblicata da Round Robin Editrice, fra scorci dettagliati della città vecchia e ricordi di una vita speciale.

    don-gallo-sulla-cattiva-strada

    «Quando mi è stato proposto di disegnare la vita di don Gallo mi aspettavo una biografia dettagliata e ho esultato pensando di disegnare il don nelle sue diverse fasi della vita. Figurarsi la sorpresa nel leggere la sceneggiatura: “ma come?! Un libro su Don Gallo senza mai disegnarlo!?”», racconta Roberto. Eh si, perché il Don viene raccontato dalla bocca di chi lo ha conosciuto, come un padre, come un fratello.

    Scrivere una storia su un personaggio così celebre, sulla cui vita hanno scritto tanti e tanti ancora scriveranno, quanto incide e condiziona questo aspetto nella fase di concepimento e costruzione di un lavoro come il vostro?

    Risponde Calvisi, «personalmente, più che dai modelli precedenti, mi sono sentito condizionato dalla necessità di non scrivere qualcosa di troppo agiografico. Questo è il motivo per cui ho scelto un racconto per così dire indiretto della figura del Comandante. In effetti il libro non è tanto la storia della sua vicenda umana (anche se ovviamente essa, a grandi linee, è tratteggiata) di Don Gallo quanto la testimonianza del tributo di affetto e stima della città di Genova a uno dei suoi cittadini più importanti».

    sulla-cattiva-strada-fumetto-don-galloLa città di Genova, l’amante fedele del Don, è la protagonista femminile della graphic novel. «Genova, per sua natura (e chi dice il contrario dovrebbe essere rimandato in storia), è una città generosa e accogliente, proprio come don Gallo – racconta Calvisi – ma è anche caustica, capace di battute al vetriolo, sarvaega, e secondo me Don Gallo aveva anche queste caratteristiche, unite a una riottosità, a una vera e propria incapacità di accettare le imposizioni che piovono dall’alto e la mediocrità del pensiero comune. E anche Genova è così, una grande fucina, un laboratorio di novità in controtendenza, un modello di convivenza tra stili diversi in grado di sorprenderti anche in momenti difficili come quello che stiamo vivendo. Tutto questo, almeno nella mia mente, rappresenta una vera e propria identità, e mi consente di sovrapporre in maniera perfetta Genova e la figura Don Gallo».

    Tutto il lavoro è basato sul rapporto stretto fra il Don e la città di Genova. Roberto se dovessi illustrare la città in una tavola come la disegneresti? «La disegnerei come una donna – racconta Lauciello – non più giovanissima, ombrosa, ostile, segnata dalla vita, provocante e austera, contraddittoria, ma di grande fascino e generosità».

    Roberto nel libro fai tu stesso riferimento all’attività di ricerca che hai dovuto svolgere per documentarti sulla vita e la figura di don Gallo. Cosa deve “far suo” un illustratore del personaggio da illustrare? Cosa hai “fatto tuo” della vita e della figura del Gallo? «Ho letto i suoi scritti, ho riguardato le interviste, ho osservato i suoi occhi, le sue espressioni, il suo modo di sorridere sornione anche quando “graffiava”, la gioia che ha sempre trasmesso e ho imparato dalle parole di Angelo Calvisi e dai racconti di chi l’ha conosciuto, quanto fosse speciale e unico. Imparare a conoscerlo in questo modo mi ha lasciato il grande rammarico di non averlo mai incontrato, ma mi ha insegnato il valore dell’accoglienza e dell’accettazione “dell’altro”, indistintamente». Come detto, però, non è il Don la figura da rappresentare con i disegni, quanto il suo palcoscenico. «Così oltre che documentarmi sul nostro “prete di strada” – continua Lauciello – ho scattato fotografie e cercato scorci significativi della sua (mia) città. Ho cercato di osservare le persone, i volti, le ombre dei suoi abitanti che poi erano anche “la gente di Don Gallo”: una moltitudine di sguardi, speranze, abitudini, situazioni, umanità e ho cercato di rappresentarle nel libro. Se non potevo disegnare lui, almeno lo avrei fatto attraverso la sua gente e la sua città».

    «Genova è la protagonista di tutti i miei libri, sempre – conclude Calvisi – la amo in maniera viscerale, girando in Vespa per le strade della mia città, osservando i luoghi, io mi commuovo perché Genova è bellissima, ed è come se vivessi costantemente in un rapimento, negli effetti di capogiro e tachicardia della sindrome di Stendhal! Inoltre è una città in qualche modo allegorica di ciò che è l’uomo, capace di imprese vertiginosamente alte e di miserie impronunciabili. Poi ci si dovrebbe soffermare sui genovesi e su chi governa questa città, ma allora in questo ambito non potrei parlare con parole da innamorato…».

    Angelo Calvisi, classe 67,  nel corso degli anni ha pubblicato saggi, romanzi, poesie e racconti. Per lui si tratta dell’esordio nel mondo del fumetto. Roberto Lauciello, invece, classe ’71, ha iniziato disegnando per Topolino: «Se tanti libri sono stati scritti su Don Gallo, questo è però l’unico scritto per immagini – conclude Lauciello – Volevo dimostrare che il fumetto non è solo un prodotto per ragazzini, ma un linguaggio dignitoso e completo per raccontare anche storie importanti e profonde, adatte a tutte le età».

    Per maggiori informazioni sull’opera e sugli autori:
    https://it-it.facebook.com/sullacattivastrada.dongallo
    http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx

  • Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    meganoidiA  San Benigno, circondata dalla rampa del viadotto stradale che si interseca tra l’ingresso alla sopraelevata e la corsia per l’autostrada, sorge l’area elicoidale, un’oasi nel deserto di asfalto divenuta ormai celebre in città in quanto sede di Music for Peace (qui l’intervista ai volontari dell’organizzazione che raccoglie materiali di prima necessità per ridistribuirli nelle zone del mondo in difficoltà, ndr)Confermiamo subito: è appagante poter contribuire direttamente a un’iniziativa così importante portando generi di prima necessità come cibo, medicinali, vestiti e materiali scolastici, invece di donare una somma di denaro.

    Il clima al Music for Peace è unico, fin dal pomeriggio: mercatini multietnici, sport, danze, workshop per bambini e musica per tutti i gusti e tutte le età. Non resta che fare la nostra parte e goderci una festa un po’ centro sociale un po’ carnevale etnico un po’ sagra di paese. La sera si procede con Che Festival! e sul palcoscenico salgono gruppi come Od Fulmine e Meganoidi. Dei primi abbiamo parlato recentemente, ma è doveroso dire quanta energia e quanta simpatia sprigionano ogni volta che li si incontra e, soprattutto, quanta certezza di avere di fronte qualità e potenzialità da vendere ogni volta che li si ascolta.

    meganoidi-2Per i Meganoidi non servono presentazioni, lusinghe o esitazioni: sono la migliore realtà musicale del panorama genovese da 15 anni a questa parte, un’officina instancabile di generi e uno dei laboratori musicali più vivaci a livello nazionale, senza esagerazioni. E poche storie: il concerto è clamoroso. Tutti i pezzi scatenano un pubblico che balla ogni accordo e che canta ogni parola. Si seguono una dopo l’altra le canzoni, senza quasi interruzioni; dal post-rock lirico e granitico di “Luci dal Porto” e “Ogni Attimo” (Welcome in Disagio) al prog cupo e noise di “Altrove” e “Dighe” (Al Posto del Fuoco); dall’alternative punk e brass-rock di “La Fine” e “Inside the Loop” (Outside the Loop Stupendo Sensation) allo ska made in caruggi di “King of Ska?” e “Meganoidi” (Into the Darkness Into the Moda). “Supereroi” la fa ancora da padrona tra le richieste della gente, e sembra che pure i camion in transito sulla spirale della strada rallentino per ascoltarne almeno qualche nota. “Zeta Reticoli” è ormai un inno cittadino, verso cui gli stessi Meganoidi nutrono il rispetto che merita, suonandolo con la passione di chi l’ha composto e si è poi reso conto di aver scritto un capolavoro. Pezzi che coprono 15 anni di carriera e di esplorazione musicale genuinamente autoprodotta.

    [quote] Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio[/quote]

    Davide canta con ogni muscolo del corpo, Luca si destreggia tra assoli di chitarra e di tromba come se nulla fosse, Riccardo fa esplodere a ogni pennata colpi di basso che fanno vibrare lo stomaco, Berna mette ordine con il suo chitarrismo preciso (senza sacrificare il voltaggio) e Lorenzo “Frullo” che mescola e fonde tempi dispari e ritmiche impossibili con la precisione di un metronomo! Un’ora e mezza di musica che, invece di sedare gli animi, fa scalpitare ancora di più per il loro prossimo concerto, in un vortice di assuefazione musicale per cui l’overdose non è concepibile.

    A fine concerto, quando ancora tutti hanno bisogno di scaricare l’energia delle due band targate Greenfog saltando e ballando con il dj-set, incontriamo Luca e Davide, sempre disponibilissimi e calorosi. Chiediamo di Genova, della condizione per l’ambiente artistico e musicale che la città offre. E ci rispondono che «Genova è una città complicata ma formativa: costringe al confronto con handicap e difficoltà profonde, per risolvere le quali è indispensabile un percorso di automiglioramento costante. Gli ostacoli che vi si incontrano sono notevoli: per questo sono notevoli le soluzioni che le persone escogitano: Music for Peace può benissimo essere un esempio; un altro era la Buridda…”.

    Il rapporto della band con Genova è estremamente forte, e il legame con il pubblico lo è altrettanto; quali siano invece le dinamiche che si creano con il pubblico delle altre città non è così scontato: «mentre a Genova l’affetto è quello di un pubblico ormai di amici, che comporta anche un diverso approccio alla musica che facciamo, il rapporto con il pubblico fuori Genova è ugualmente caloroso ma più obiettivo. Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio».

    Il “genere meganoide” è un termine assolutamente perfetto -forse il solo possibile- per descrivere la loro musica e le evoluzioni continue del loro stile. Ogni disco dei Meganoidi è, in effetti, una riscoperta del gruppo stesso attraverso gli eclettismi tracciati dai lavori precedenti. «L’onnivorismo che caratterizza le estrazioni musicali dei componenti porta all’esigenza viscerale di sperimentare e di rinnovarsi». Non esiste il compiacimento gratuito del reinventarsi, come è bandita ogni tentazione di vivere sul proprio nome scrivendo canzoni autoreferenziali. Tentazione svanita con la coraggiosa scelta di non cedere alle lusinghe di alcuna major, e di proseguire con la coerenza artistica e l’onestà intellettuale dell’autoproduzione. «Proprio da queste premesse nasce la libertà di espressione della nostra musica, senza rinnegare quella già scritta né precludere nulla a quella che verrà. Per ora siamo entusiasti del CD-DVD in uscita a giorni, il 10 giugno, per festeggiare i 15 anni di attività. Per il resto, chissà, in autunno…».

    Con questo saluto, che ci fa ben sperare in un nuovo capitolo meganoide, lasciamo il Music for Peace, una realtà preziosa per la città, per cui potrebbe valere la pena di parafrasare De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal ‘degrado’ nascono i fior”; e pensiamo che sarebbe davvero bello se si potesse scambiare della buona musica con la pace: in quel caso, la band genovese correrebbe per il Nobel.

     

    Nicola Damassino

  • Music For Peace, non solo Che Festival! Compie vent’anni una fra le Onlus più attive in città. La nostra intervista

    Music For Peace, non solo Che Festival! Compie vent’anni una fra le Onlus più attive in città. La nostra intervista

    music-for-peace-che-festival-14Il Che Festival! è un mondo perfetto, quello che tutti vorremmo idealmente: una sorta di Utopia. Ce ne siamo innamorati appena siamo arrivati lì, nel cuore di San Benigno qualche sera fa. Lo trovi soffocato da capannoni industriali, WTC, Torri Faro, nuovo complesso MSC, ma quando arrivi in Via Balladyer si apre un mondo nuovo. Il gruppo di Music for Peace è una delle organizzazioni più attive in città, è noto ai più il loro lavoro per portare aiuti umanitari in quelle parti del mondo particolarmente problematiche: da decenni organizzano eventi a Genova, prima itineranti poi da 4 anni stabili con il Che Festival!, per aiutare i più bisognosi. Si occupano di diritti umani e hanno messo in piedi una squadra di volontari che tutto l’anno si occupa di aiutare famiglie all’estero ma anche a Genova, formare giovani studenti sul tema della solidarietà, raccogliere generi di prima necessità. Il Che Festival! di giugno, insomma, è solo la punta dell’iceberg.

    Rapiti da tutto questo fermento, abbiamo deciso di tornare qui con#EraOnTheRoad per intervistare Claudia D’Intino, membro dello staff dell’organizzazione.

    Tanto per cominciare, raccontaci un po’ di voi: chi siete, cosa fate?

    «Siamo un’associazione umanitaria particolare, probabilmente l’unica nel panorama nazionale a lavorare come facciamo noi. Abbiamo 4 punti fermi, capisaldi attorno a cui ruota il nostro impegno: il primo, non raccogliamo denaro da privati ma generi di prima necessità. È una scelta difficile da mantenere, soprattutto quest’anno, ma per noi è importante che resti così: sia per dare un segnale di trasparenza alle persone che decidono di contribuire e aiutare la nostra causa, sia perché vogliamo accrescere la consapevolezza tra i soggetti che decidono di collaborare. Venire qui con un sacco della spesa o con oggetti di cancelleria, ad esempio, richiede uno sforzo diverso dal semplice andare a un concerto e pagare un biglietto. Il secondo punto, molto importante, è che i beni che raccogliamo vengono distribuiti personalmente da noi: diamo sostegno a famiglie bisognose sia in zone particolari come la Striscia di Gaza, sia a Genova (ogni anno aiutiamo oltre 250 famiglie). Inoltre, vogliamo sottolineare che, nel caso in cui non fosse possibile completare la distribuzione personalmente, non affidiamo la merce nelle mani di terzi ma torniamo indietro con tutto il materiale».

    «Ad esempio, ci è capitato lo scorso anno di restare bloccati tra Egitto e Striscia di Gaza, all’altezza del Valico di Rafah, per 35 giorni ma non abbiamo voluto abbandonare  la “merce” perché abbiamo scoperto in questi anni che c’è un vero e proprio business nei territori di confine che vale milioni di euro: spesso le associazioni abbandonano il materiale alla frontiera, ma non arriva mai a destinazione e viene rivenduto o ridistribuito in modo arbitrario da chi controlla questi luoghi. Per quanto ci riguarda, invece, collaboriamo direttamente con associazioni partner, ospedali, ecc. e ci assicuriamo che la distribuzione vada come previsto. Insomma, seguiamo tutte le fasi, dalla raccolta alla consegna. Infine, quarto punto: il nostro obiettivo è la sensibilizzazione. Chiediamo alle persone un atto pratico, quello di donarci beni di prima necessità, solo per obbligarle a riflettere. Cerchiamo di sensibilizzare le persone grazie alla sinergia con arte e divertimento, per coinvolgere tutti, al di là dei gusti, delle preferenze, dell’estrazione sociale. Ad esempio, il 2 giugno 2013 ricordo che qui al Che Festival! c’era su un palco Zulu dei 99 Posse e sull’altro un gruppo che faceva liscio: è l’unico festival di musica dove puoi venire con tua nonna, insomma».

    Un approccio diverso al volontariato e al mondo degli aiuti umanitari. Se non ricordo male anche i vostri esordi sono stati particolari…

    «Vero. Siamo partiti dalle discoteche, luoghi che tradizionalmente non vengono associati al volontariato e alla solidarietà. L’associazione Music for Peace nasce da un’idea di Stefano Rebora nel 1988. All’epoca, con un gruppo di amici, lavorava come direttore artistico in locali notturni tra Italia, Francia, Corsica e, con lo scoppio della Guerra del Kosovo, ha maturato l’idea di mettere il suo lavoro al servizio degli altri. Così nel 1994 da vita al gruppo dei “Creativi della Notte” e inizia a organizzare eventi particolari, in un momento in cui le discoteche iniziano a diventare luoghi controversi di divertimento sregolato (uso di droghe, ecc.). La prima proposta di Stefano è quella di far pagare per dieci giorni l’ingresso in discoteca con beni di prima necessità da inviare alle persone che vivevano negli scenari di guerra: un successo. È la stessa logica applicata al Che Festival!, in fondo: se vieni coinvolto facendo una cosa che ti piace e che ti diverte, sei più predisposto ad ascoltare. Non è vero che certe tipologie di persone (i giovani delle discoteche, i ragazzi con i dreadlocks) non sono solidali, è solo che le associazioni del terzo settore non gli parlano nel modo giusto e parlano solo a chi è già predisposto ad ascoltare. Da subito sono partite le prime missioni, ma non c’era una vera e propria associazione costituita: siamo diventati una Onlus solo nel 2002, quando Stefano, in partenza per l’Afghanistan, è stato obbligato dalla normativa di quel Paese a costituire una associazione di questo tipo. Music for Peace è stata fondata all’Aeroporto Cristoforo Colombo, poco prima della partenza. Anche il nome è stato scelto su due piedi: Stefano ha deciso di chiamare l’associazione come l’ultimo evento che aveva organizzato in discoteca. In seguito, la strada dei locali notturni è finita e gli eventi si sono spostati da lì ad altri luoghi: è nato il festival itinerante Zena Zuena, che è andato avanti per 10 anni. Da 4 anni, però, siamo diventati stabili, abbiamo trovato questa sede a San Benigno e abbiamo dato vita al Che Festival!».

    [quote]Se vieni coinvolto facendo una cosa che ti piace e che ti diverte, sei più predisposto ad ascoltare. Non è vero che certe tipologie di persone (i giovani delle discoteche, i ragazzi con i dreadlocks) non sono solidali, è solo che le associazioni del terzo settore non gli parlano nel modo giusto[/quote]

    Logisticamente come fate ad andare avanti? Cosa comporta la scelta di offrire un festival come questo gratuitamente?

    «È una scelta molto dura, anche se abbiamo aiuti: ad esempio, abbiamo deciso di pagare l’affitto di questo spazio che occupiamo a San Benigno, di proprietà dell’Autorità Portuale, ma abbiamo un canone agevolato al 90% stabilito dal Demanio. Quando siamo arrivati qui, molti di noi erano disperati: non c’era nemmeno l’asfalto, non c’era niente. Abbiamo fatto tutto da soli, grazie al lavoro dei volontari: qui non è mai entrata una ditta esterna, a meno che non fosse partner. Per il resto, abbiamo asfaltato, costruito il campetto aperto e gratuito tutto l’anno, il magazzino, gli infissi, le aule e i locali che usiamo per le nostre attività durante tutto l’anno. Non c’era nemmeno l’elettricità. Fino a 4 anni fa non avevamo una sede, solo un piccolo ufficio a Borgoratti 2 metri per 2, e ci appoggiavamo al VTE per il trasporto delle merci: la logistica non era delle migliori, ma abbiamo realizzato lo stesso oltre 20 missioni. Poi finalmente siamo arrivati qui, e anche se il lavoro è stato duro eravamo felici. Ora riceviamo, per fortuna, contributi da enti pubblici e privati, da sponsor, istituzioni e media partner, con i quali c’è un rapporto di cambio merci. Per esempio, da dieci anni collaboriamo con il gruppo Messina, che mette a nostra disposizione container per le missioni ed effettuano il trasporto fino al porto più vicino. Tutto quello che vedete qui è “spazzatura”, materiale di recupero: i tavoli vengono da una vecchia nave di Costa Crociere, poi ci sono pallet, una vecchia libreria che fino a qualche anno fa era al Palazzo della Borsa, parti recuperate dal mercato di Via Bologna. Le piante sono state donate da un commercialista e da un vivaio di Savona. Anche la copertura del palco è stata donata dal nostro sponsor, la birra DAB. E soprattutto: gli artisti si esibiscono gratuitamente e non percepiscono nemmeno un rimborso per il viaggio (alcuni vengono dalla Calabria o dalla Lombardia, per esempio)».

    Chi aiutate? Dove svolgete le vostre missioni umanitarie?

    music-for-peace-che-festival-7«Dal 2009 ci siamo concentrati sulla Striscia di Gaza perché abbiamo lasciato il cuore qui. È un contesto particolare: un’area grande come Genova, con 1,7 milioni di abitanti e sotto assedio, il che vuol dire che le merci non possono né entrare né uscire e non è possibile lo sviluppo economico. Sono negati tutti i diritti umanitari e proviamo a restituire loro qualcosa che hanno perso, anche se questo non è assolutamente comparabile al valore di quello che, umanamente, riportiamo indietro al termine della missione: queste persone ci insegnano molto. Prima siamo stati un po’ ovunque: Kosovo, Afghanistan, Su Sudan, Sri Lanka, Bosnia».

    Come si svolgono le missioni a livello pratico?

    «Siamo ospitati a casa di amici diversi di volta in volta, a seconda del Paese in cui operiamo. Restiamo circa 20, 30 giorni e abbiamo un referente sul posto che ci aiuta a trovare un magazzino in cui depositare le merci, e collaboriamo con associazioni locali e partner che si occupano di disabili, o ospedali, asili ecc. Le associazioni vengono al magazzino a prendere il materiale di cui hanno bisogno e lo distribuiscono direttamente all’interno della loro sede: i palestinesi hanno le merci direttamente dalle mani di altri palestinesi, non da noi occidentali perché si sta sviluppando una sorta di razzismo nei confronti degli attivisti…».

    Siete attivi anche a Genova, vero?

    «Sì, anche in città collaboriamo con associazioni attive sul territorio. Da due anni abbiamo firmato un patto di sussidiarietà con il Comune di Genova e abbiamo partner attivi su tutto il territorio che ci inviano schede con i dati di famiglie bisognose, che noi aiutiamo preparando loro la spesa e sostenendoli in vari modi. Il progetto si chiama “Dalla gente per la gente”».

    In città siete conosciuti soprattutto per il Che Festival! e per le vostre missioni, ma non siete solo questo, vero? Quali altri progetti seguite?

    «I nostri progetti si raggruppano sotto un grande contenitore che si chiama “Solidarbus”: al suo interno c’è Che Festival! da quattro anni, le missioni, Dalla gente per la gente, il tour solidale itinerante e Solidarscuola. Tutto l’anno, infatti, il lavoro qui prosegue, siamo sempre in movimento qui all’interno della sede di San Benigno: da gennaio a maggio lavoriamo con le scuole liguri (l’anno scorso c’era anche una di Milano) dalle elementari alle superiori, con un progetto gratuito per insegnare i diritti umani. Ogni giorno vengono qui, nella nostra Aula Vik, un centinaio di bambini e ragazzi. Prima ci occupiamo di una parte teorica, attraverso giochi o spunti di approfondimento; poi passiamo alla pratica: i ragazzi lavorano, fanno pacchi, confezionano materiale e preparano anche disegni e lettere per le persone che riceveranno il materiale. Ogni scuola apre un proprio punto di raccolta all’interno del proprio quartiere/città e ci consegnano il materiale da inviare alle popolazioni che aiutiamo. Durante il Che Festival! si esibiscono con recite, cori, balli per far vedere quello che hanno imparato».

    A proposito di San Benigno, come mai la scelta di stabilirvi qui?

    «Una scelta impopolare, ma c’è un motivo intanto logistico (siamo vicini ai container e al porto per l’imbarco delle merci), e poi simbolico: quello di ridare slancio a una zona tristemente nota per altre attività che non sono la solidarietà e schiacciata da attività portuali, industriale e uffici. Riuscire a far arrivare ogni giorno qui centinaia di ragazzi, ad esempio, è stata una scommessa: è difficile portare gente qui, ci si deve venire apposta, e ora in molti frequentano quest’area. Per esempio gli abitanti di Sampierdarena approfittano del nostro campetto per venire a giocare a calcio qui, e anche gli spazi interni sono tutti aperti alla cittadinanza. Inoltre, è stata una scelta anche simbolica: i primi camion diretti in Afghanistan nel 2002 sono partiti da qui».

    Le scorse edizioni e la presente: una previsione prima della fine?

    «Nel 2013 abbiamo raggiunto le 60 mila persone, ma quest’anno sta andando molto meglio e abbiamo fatto un vero salto di qualità. Non ci facciamo tanta pubblicità perché è un investimento che non possiamo permetterci, ma grazie al passaparola c’è stato un incremento e i liguri si sono affezionati a quella che è una manifestazione popolare dove ognuno può trovare una propria dimensione, affine ai propri gusti».

     

    Elettra Antognetti

  • “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    oro-blu-india-orfanotorofioUna storia che inizia con un hobby che evolve in passione e successivamente in studio e in lavoro, per arrivare alla sua migliore espressione attraverso un gesto di umana solidarietà.
    Così può essere sintetizzata l’esperienza di Martina Lazzaretti, le cui fotografie in queste settimane e in quelle a venire saranno in giro per sedi varie a Genova e zone limitrofe con una mostra il cui ricavato è destinato interamente a un progetto di beneficenza. Insieme alle foto di Martina sono esposti gli scatti di Giuseppe Grillone, suo compagno in questa lodevole avventura.

    Tutto comincia per Martina nel 2007 quando inizia a frequentare i corsi di fotografia di Federica De Angeli e Sandro Ariu, mettendosi alla prova con una prima mostra realizzata col gruppo di lavoro e avendo l’opportunità di conoscere il fotografo di reportage Ivo Saglietti e di partecipare ad alcuni suoi workshop. Tra il 2010 e il 2012, sotto consiglio dello stesso Saglietti, Martina si specializza in fotografia e fotogiornalismo, prima a Madrid e poi in Danimarca.
    Per la sua tesi di laurea sceglie di documentare la storia di sua zia Graziella Trovato, intorno alla quale ruotano tre tematiche inscindibilmente legate tra loro (tra cui quella che ha portato alla realizzazione della mostra attualmente in allestimento): un cancro al seno, una distrofia alla retina e un’adozione a distanza.

    Racconta Martina: «La distrofia alla retina è una malattia ereditaria che porta alla perdita della vista, per questo motivo abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio: per dare l’opportunità a mia zia di conoscere Megha (la bambina che ha adottato, ndr), e per completare la mia tesi». La meta della spedizione è stato dunque l’Orfanotrofio delle Suore della Divina Provvidenza nella regione di Palakkad in India. La Casa Madre dell’ordine, che si trova a Genova Sampierdarena, è quella cui Graziella si è appoggiata per l’adozione. Un’altra sede si trova a Bogliasco.
    Al viaggio hanno partecipato anche «Sandro, il mio ragazzo, che mi accompagna nelle mie avventure, mia madre Paola – che scettica sul tema adozioni si è dovuta ricredere – e il suo compagno Giuseppe, all’inizio della sua esperienza fotografica (anche lui allievo dei corsi di De Angeli e Ariu, ndr)».

    oro-blu-india-orfanotorofio-2Aggiunge Giuseppe: «Per me il viaggio in India è avvenuto quasi per caso, mi piace viaggiare e mi sono aggregato, era un’occasione in più per allenare l’occhio e avere sotto mano colori e situazioni diversi dal solito. Non avevo obiettivi specifici ma mi ero organizzato per fare foto di ogni genere seppure con un filo logico prestabilito: quando siamo arrivati lì però tutta l’organizzazione mentale è saltata, stravolta dal contatto con la realtà del luogo, dell’ambiente e delle persone che ci siamo trovati davanti. Condizioni di vita totalmente diverse da ciò a cui siamo abituati».

    Già all’arrivo in aeroporto tutto questo si è palesato con netta evidenza e, ancora prima che decidessero coscientemente di seguire un filone narrativo preciso,  la realtà stessa è entrata nei loro scatti: «Per quanto mi riguarda mi piace dire – racconta Giuseppe – che quello che abbiamo fotografato si è presentato ai nostri occhi semplicemente senza che noi lo avessimo cercato. C’era talmente tanto che ci sarebbe da fare una mostra per ogni tematica, dalla risaia dove abbiamo trovato una realtà che nella nostra società non esiste più, alla religione indù che detta ancora i tempi della vita delle persone, dal lavoro artigianale, manuale e arcaico, allo sfruttamento della donna, dalle tradizioni legate a una forte superstizione alla concomitante presenza delle tecnologie moderne come internet. Nello specifico il tema dell’orfanotrofio porta alla luce tematiche come la prostituzione minorile e il traffico dei corpi da cui le bambine ospitate dalle suore vengono salvate».

    Lo scopo della mostra, dal titolo L’ Oro Blu. Progetto H2CO3” (la formula chimica dell’acqua piovana) è raccogliere i fondi per installare un serbatoio di raccolta d’acqua piovana presso l’orfanotrofio in questione, che si trova in una condizione – come succede d’altronde in tutta l’India – di carenza d’acqua potabile e di problemi d’apporto di acqua, dal momento che è fornito di un solo raccoglitore del tutto insufficiente durante il periodo estivo (si raggiungono punte di 49 gradi all’ombra), soprattutto ultimamente con l’aumento del numero di bambine ospitate.

    L’idea di dare il via a questa raccolta fondi e di farlo attraverso le fotografie scattate durante il viaggio è venuta a Martina e Giuseppe alla fine della loro permanenza presso l’orfanotrofio: «Era l’ultimo giorno del nostro soggiorno in India – dice Martina – e le suore ci hanno invitato a passare con loro la giornata all’orfanotrofio visitandolo in tutti i suoi spazi. Così abbiamo scoperto che il solo serbatoio presente è da 12.000 litri e non riesce affatto a sopperire al fabbisogno».

    Aggiunge Giuseppe: «Noi abbiamo cercato di portare un sorriso a queste bambine, ma abbiamo in realtà ricevuto da loro molto più di quello che abbiamo dato, e durante le nostre visite si sono sviluppate emozioni che non ci aspettavamo. Non potevamo non cercare di aiutarle in qualsiasi maniera fosse per noi possibile, e ragionando con Martina e gli altri la mostra fotografica ci è sembrata la via più percorribile. Abbiamo scattato in bianco e nero a rullino con macchine analogiche: quando abbiamo sviluppato i negativi e ci siamo confrontati sulle immagini risultanti abbiamo notato che gli scatti avevano preso da sé un certo indirizzo, così abbiamo infine preso la decisione».

    Ancora Martina: «La cosa che più mi è rimasta impressa di questa esperienza è stata l’accoglienza che abbiamo ricevuto dalle bambine e l’affetto che ci hanno trasmesso. Nonostante la loro povertà hanno una ricchezza dentro che riesce a regalarti molto più di un semplice dono materiale, come quelli che abbiamo portato noi a loro. Spero che le nostre immagini possano riuscire a rendere le emozioni che loro ci hanno fatto provare. Abbiamo scelto l’orfanotrofio come punto chiave della mostra, circondato dai vasti paesaggi e dal tema del duro lavoro per sensibilizzare le persone. Volevamo far percepire la diversità dei due mondi, l’orfanotrofio cattolico, dove le bambine crescono al meglio, contrapposto alla vita quotidiana che si vive a Palakkad».

    Per la scelta delle foto da esporre Martina e Giuseppe si sono avvalsi del prezioso contributo di Federica De Angeli in veste di photo editor, che li ha aiutati selezionando gli scatti migliori.
    La mostra, già ospitata a Bogliasco e presso Arte in Campo a Genova, prosegue il suo itinerario attraverso aperitivi di beneficenza e allestimenti presso associazioni coinvolte e a breve sarà ospitata proprio dalle Sorelle della Divina Provvidenza a Sampierdarena. Tutti gli aggiornamenti si trovano sul sito del progetto per il serbatoio, projectbluegold.jimdo.com, dove tra l’altro chi volesse contribuire con una donazione può farlo seguendo le istruzioni per il versamento. Quando la cifra sufficiente sarà raggiunta il gruppo si recherà nuovamente in India per seguire la costruzione del serbatoio e i due fotografi documenteranno la nuova tappa di questa avventura.

     

    Claudia Baghino

  • Casa di Colombo e Torri di Porta Soprana, la nostra visita e l’incontro con i nuovi gestori. Quale futuro?

    Casa di Colombo e Torri di Porta Soprana, la nostra visita e l’incontro con i nuovi gestori. Quale futuro?

    casa-colomboDopo la fuoriuscita dell’Associazione Culturale Porta Soprana, dal primo maggio la Casa di Colombo e le Torri di Porta Soprana sono state affidate a due nuovi gestori, cooperative risultate vincitrici del bando lanciato dal Comune di Genova a fine 2013. Si tratta nello specifico delle Cooperativa Zoe, spezzina e già gestore del sistema dei musei civici della Spezia, e della Società Cooperativa Culture, che si occupa tra le altre cose di Colosseo, MAXXI, scavi di Pompei ed Ercolano. Come previsto dal bando, i due gestori hanno vinto l’appalto per la gestione integrata del complesso del Museo di Sant’Agostino, Casa di Colombo e Torri, dovranno quindi occuparsi di  servizi, accoglienza, biglietteria e bookshop al Sant’Agostino, e della creazione di percorsi guidati alla scoperta della storia e delle tradizioni della Genova medievale. Con la diretta Twitter di #EraOnTheRoad siamo andati a visitare il complesso e abbiamo incontrato i nuovi gestori, a quasi un mese dal nuovo corso. Ci hanno accompagnato nella visita Graziella Bonaguidi, presidente della Cooperativa Zoe, e Emiliano Bottacco della Società Cooperativa Culture.

    Raccontateci di voi: da dove venite, e perché l’interesse per Genova e il complesso di Porta Soprana?

    «La Società Cooperativa Culture gestisce servizi museali in tutta Italia e ha sede principale a Venezia e Torino. Molti media locali hanno sottolineato il fatto che ci occupiamo del Colosseo e di Pompei perché sono le realtà più note, ma in realtà siamo molto radicati nel nord Italia (da Palazzo Ducale a Venezia al sistema di musei civici risorgimentali di Torino) ed eroghiamo servizi nel settore bibliotecario, servizi al pubblico come bigliettazione, visite guidate e bookshop. In pratica quel che faremo anche a Genova».
    La Cooperativa Zoe invece ha una storia più breve ma molto radicata sul territorio ligure: «siamo nati nel ’97 e ci occupiamo, oltre che dei musei civici dello spezzino, anche di custodia, vendita, attività didattica, visite guidate. Inoltre, lavoriamo anche con biblioteche e scuole della Spezia e svolgiamo il servizio di accoglienza turistica per il Comune».

    «L’interesse per Genova nasce dal fatto che abbiamo intravisto le potenzialità delle strutture in questione e della città in generale, che certo in termini di richiamo turistico non è Firenze, ma sta crescendo e rafforzando il nome. I presupposti già ci sono, vogliamo solo migliorare le cose. Finora dobbiamo dire che l’amministrazione civica ci ha dato una grossa mano e si è resa disponibile a venirci incontro: speriamo in futuro di continuare con questa sinergia. Noi faremo il nostro per richiamare visitatori e turisti, ma gli enti locali dovranno trainare l’immagine della città fuori dai confini locali. Siamo fiduciosi».

    Avete vinto il bando dell’amministrazione civica: ci spiegate nel dettaglio di cosa si tratta?

    «In base al bando ci siamo aggiudicati l’appalto per la gestione in primis del Museo di Sant’Agostino, sede principale, e poi anche delle due “subordinate” della Casa e delle Torri. Finora siamo entrati solo in queste ultime due strutture per far fronte all’emergenza del weekend del primo maggio, ma si tratta solo di soluzioni temporanee, finché non saremo entrati anche al Museo. Ci vorrà ancora un mese: entro fine giugno avremo l’accesso (alcuni hanno confuso: ci vorrà un mese solo per subentrare, non per rifare il look all’intero complesso! Sarebbe un’impresa impossibile). Dopo inizieremo coi lavori di routine (impianti, messa in sicurezza) e anche col ripensamento generale delle strutture. Per l’avvio vero e proprio si deve aspettare l’autunno: saremo pienamente operativi con l’inizio del nuovo anno scolastico, visto che gli studenti sono l’utenza a cui vogliamo aprirci (oltre naturalmente ai turisti). Nel frattempo garantiremo lo stesso l’apertura».

    È ancora poco che avete iniziato questo percorso genovese, ma com’è stata la partenza?

    «Il 23 aprile sono state aperte le buste e abbiamo saputo di aver vinto la gara solo il 28; contando che i gestori ci hanno consegnato le chiavi di Casa e Torri il 30 pomeriggio e che abbiamo aperto il primo maggio, è stata sicuramente una partenza in corsa. Dato che non abbiamo avuto giorni per prepararci (a malapena il tempo di allestire una biglietteria e qualche arredo, cercando di rimediare a quelli di proprietà dell’Associazione Porta Soprana che sono stati portati via), siamo soddisfatti: 830 ingressi, di cui oltre 700 paganti, solo in quei giorni. Ad essere onesti, abbiamo vissuto di rendita con il lavoro di chi ci ha preceduto».

    Quelle in questione sono aree controverse, almeno per quanto riguarda la percezione dei genovesi. Si imputa al Comune e alla precedente gestione la colpa di non averli saputi promuovere e valorizzare, e l’eredità per chi arriva ora è pesante: si deve ricostruirne la fama innanzitutto tra i genovesi, poi si deve creare un brand allettante per i turisti, infine offrire un’esperienza unica e nuova. Così si potrebbe intercettare il flusso di visitatori diretto al Porto Antico (l’Acquario resta l’attrazione più visitata) e a Palazzo Ducale. Oggi però questa prospettiva sembra remota: nella classifica Tripadvisor, ad esempio, la Casa di Colombo si posiziona al numero 116 su 145 attrazioni da visitare in città, al 45 il Museo e le Torri al 33. Prima di loro, non solo Boccadasse, la passeggiata di Nervi, Spianata Castelletto, i Rolli, ma addirittura il Genoa Museum and Store, il Museo della Croce Rossa Italiana e la Biblioteca di Diritto Umanitario (senza nulla togliere).

    Come pensate di ridare appeal a queste strutture?

    «I progetti li abbiamo illustrati nel bando, ma è troppo prematuro parlarne perché prima dobbiamo confrontarci con Comune e Soprintendenza. La nostra idea, in generale, è quella di rendere tutto più moderno, con installazioni multimediali e pannelli all’interno della Casa di Colombo, in cui lo spazio è poco: non vogliamo vestire manichini, per intenderci, né mettere arredi pseudo antichi. Lo stesso vale per il Museo, che sarà il pezzo forte del complesso, e per le Torri. In generale, vogliamo aprirci al nuovo, coinvolgere i ragazzi delle scuole, lanciare bandi per dare spazio a tanti progetti e ripensare questo luogo assieme a loro, alle associazioni, ai negozianti e a tutti i cittadini genovesi interessati a collaborare: sono spazi che devono prima piacere alla città e rispecchiare i gusti degli abitanti, poi rivolgersi ai turisti. Ci piacerebbe fare anche rete con l’Amministrazione e, perché no, entrare nella rete dei Musei Civici: Sant’Agostino ne fa già parte, si potrebbe allargare agli altri due soggetti per sfruttare le potenzialità di questa sinergia e avere più visibilità, anche grazie al sito web ufficiale. Inoltre, abbiamo pensato a una serie di percorsi e visite guidate alla scoperta della Genova medievale: oltre al grande valore didattico, anche la possibilità di scoprire luoghi bellissimi e inaccessibili, come il camminamento delle antiche Mura del Barbarossa, oggi chiuse da tre cancelli. Proprio da bando c’è stato richiesto di concentrarci sul tema medievale, e abbiamo già varie proposte a questo riguardo».

    Qualche comunicazione di servizio: prezzi e orari, che tanto hanno preoccupato i genovesi in questi giorni, resteranno gli stessi o si prevedono modifiche?

    «No. Gli orari saranno ampliati ulteriormente (una prima modifica in positivo c’è già stata: dall’apertura solo nel weekend di Casa e Torri, ora si sono aggiunti anche i pomeriggi infrasettimanali, n.d.r.), ma di certo non saremo aperti 24/7. Visto che siamo due realtà con spese e costi (dalla manutenzione ai dipendenti, tutti in regola e con contratto), non vogliamo sprecare niente e decideremo gli orari di apertura in base alla domanda: se ci saranno tanti visitatori resteremo aperti, altrimenti limiteremo l’orario, sempre lasciando la possibilità a gruppi e singoli di contattare il nostro call center per prenotare visite al complesso e percorsi guidati. In generale il Museo resterà più aperto rispetto alle altre due strutture.
    Per quanto riguarda i prezzi, ora abbiamo un biglietto integrato per Casa e Torre a 3 euro: una strategia promozionale per invogliare le persone a visitare strutture non ancora ottimizzate, ma comunque interessanti. In futuro probabilmente aumenteremo il prezzo, offrendo soluzioni cumulative che comprendano anche il Museo, ma dobbiamo concordare tutto con il Comune, che ha diritto a una percentuale della nostra bigliettazione».

     

    Elettra Antognetti

  • Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Stefania BertiniQuesta settimana, in vista delle elezioni europee del 25 maggio, siamo andati alla ricerca delle connessioni tra dimensione locale e comunitaria. Un percorso che è iniziato ieri, parlando di europrogettazione (qui l’approfondimento): cos’è e come possiamo avvicinarci a questo settore. Oggi entriamo nello specifico e parliamo di un’esperienza concreta a Genova: NEMO geie, un “geie” appunto, cioè un gruppo europeo di interesse economico, fondato a Genova nel 2007 per la creazione e promozione di eventi, rassegne, spettacolo dal vivo, attraverso la partecipazione a bandi europei e con la cooperazione tra partner locali.

    Cerchiamo di capire più a fondo di cosa si tratta, attraverso le parole di Stefania Bertini, presidente e direttrice artistica e di produzione dal 2010.

    Tanto per cominciare, cos’è NEMO geie?

    «Come dice il nome, siamo un “geie”, gruppo europeo di interesse economico, un consorzio di imprese non a scopo di lucro. In Italia e in particolare a Genova, questa struttura è ancora relativamente sconosciuta ai più: pensare che a livello nazionale sono solo 3 (pochi di più sono quelli europei) e che siamo gli unici in Europa ad avere lanciato un geie che si occupa di cultura, musica, turismo e soprattutto promozione di spettacoli dal vivo. In generale, questo è il soggetto ideale, è l’interlocutore giuridico privilegiato per interagire con l’Unione Europea perché offre grandi garanzie rispetto a contributi, accesso a finanziamenti, impiego dei fondi. Inoltre, permette di lavorare su tre livelli, locale, nazionale ed europeo, ed è caratterizzato da una dimensione imprenditoriale forte».

    Come e quando è nata l’idea di fondare questo gruppo?

    «Siamo nati ufficialmente nel 2007, grazie alla lungimiranza di Pepi Morgia, allora vice-presidente nazionale di Assoartisti Confesercenti (poi presidente onorario, ma soprattutto artista, regista e designer genovese di fama internazionale, n.d.r.), il quale aveva capito – grazie a un’esperienza pluriennale in ambito internazionale al fianco di artisti importanti – che l’Italia si doveva adeguare ai cambiamenti che stavano avvenendo fuori sul piano artistico-culturale, per non soccombere ai tagli ministeriali. Io sono diventata presidente nel 2010 e non è stato facile: c’è voluto del tempo per farci conoscere soprattutto, ma anche per imparare noi stessi a far funzionare una macchina complessa e trovare il modo di accedere a bandi per finanziamenti europei». 

    Come opera in concreto NEMO geie?

    brundibar-nemo-geie«Il nostro obiettivo è supportare imprenditori e giovani realtà di tutta Europa nell’inserimento in un mercato difficile e generalmente chiuso. Per farlo, NEMO ha costruito una piattaforma di scambi e partnership tra operatori (enti pubblici e privati) per partecipare a bandi della UE e dar vita a progetti. In poche parole, quello che facciamo è creare progetti con i nostri associati e cercare le risorse per realizzarli; poi partecipare ai bandi per accedere a finanziamenti europei e, in caso di esito positivo, realizziamo piani di promozione di vendita, campagne pubblicitarie e facciamo PR per gli artisti del nostro circuito. Altra cosa che ci sta a cuore, la trasparenza: gestiamo soldi pubblici, di cui abbiamo grande rispetto, e dobbiamo rendere conto del modo in cui li investiamo. Insomma, per fare progettazione comunitaria non ci si può improvvisare: è un lavoro complesso e rischioso».

    Immagino serva una squadra ah hoc, un team di esperti…

    «Sì, assolutamente. In tutto, tra impiegati in loco e collaboratori esterni (sia in Italia che fuori), siamo circa in 30 persone, ma il numero e le professionalità variano a seconda del bando in questione e singolo progetto che decidiamo di portare a termine. In generale, comunque, siamo tutti figure specializzate in diversi settori. In generale puntiamo molto sulla comunicazione e abbiamo esperti ad hoc per web-marketing e social media. È un settore importantissimo per chi fa il nostro lavoro: anche se in Italia si preferisce non investire sulla comunicazione (spesso considerata inutile), in Europa è fondamentale e il 30-40% del budget per i progetti è destinato ad essa».

    Quali sono le sfide più grandi che avete dovuto affrontare per affermarvi?

    «La prima sfida, oltre a far crescere il progetto e farlo poi decollare, è stata quella di far capire agli artisti del nostro network l’importanza dell’apertura alla dimensione europea. Molti di loro non ne sentivano l’esigenza e anzi vedevano questo sistema, dotato di un pesante apparato burocratico, come un dispendio di energie non necessario. Per fortuna però, grazie alla collaborazione con Assoartisti e alla squadra capace che ci ha affiancati, siamo riusciti ad affermarci e a portare a casa i primi risultati, e ormai tutti sono consapevoli delle opportunità che la UE offre».

    A proposito di risultati, siete soddisfatti di quello che avete raggiunto finora?

    «Molto. Abbiamo organizzato già varie iniziative a livello europeo: le ultime, Music for Memory I e II e Euplay, entrambe rivolte ai giovani. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo vinto tre bandi della UE, e ne stiamo presentando altri (ad esempio nell’ambito di Creative Europe), di cui attendiamo i risultati. Inoltre, siamo orgogliosi anche della promozione che riusciamo a fare per i nostri artisti: di recente una ragazza che aveva partecipato a Music for Memory, la tredicenne Virginia Ruspini, si affermata professionalmente (tra le altre cose ha partecipato a Ti lascio una Canzone e cantato per il cartone Disney Frozen, n.d.r.) e sta avviando una sua carriera».

    Italia e Europa: voi che vi interfacciate con entrambe le realtà notate delle differenze di approccio nella promozione culturale?

    «Sì, eccome. Sono due dimensioni completamente diverse: tanto per cominciare, l’Italia è più indietro degli altri Paesi europei in materia di imprenditoria della cultura e project management. Inoltre, c’è una differenza di base: in Italia la prassi corrente è cercare soldi per finanziare singoli eventi; in Europa invece gli eventi non contano niente, sono solo una piccola fase di un progetto più articolato. Ad esempio, alla UE non importa di finanziare un grande concerto di Jovanotti, o del suo equivalente lituano – e sinceramente non importa nemmeno alla maggior parte di noi, no? – ma pensa soprattutto alle ricadute che un progetto proposto da un ente e finanziato a livello europeo possa avere sul territorio e sul target di riferimento, e agli effetti che può creare a lungo termine (aumento dell’occupazione, creazione di posti di lavoro ecc.)».

    Accennavi prima a Creative Europe: a Genova (su Era Supbera ne abbiamo parlato ripetutamente) sono in corso vari progetti per agevolare le Industrie Creative, le espressioni artistiche soprattutto dei giovani, e di recente l’assessore alla Cultura Sibilla ha proposto anche nuove linee programmatiche per il biennio 2014-2015. Voi che rapporto avete con le istituzioni locali: dialogate con gli altri soggetti o siete indipendenti?

    «A livello locale c’è poca interazione: lavoriamo in partenariato con altre realtà analoghe alla nostra all’estero, ma in Italia e soprattutto a Genova non facciamo rete. Ad esempio, il nostro metodo di accesso ai fondi europei è diverso da quello del Comune: noi partecipiamo direttamente ai bandi per sfruttare al meglio l’identità unica di NEMO geie, e facciamo un lavoro di europrogettazione vero e proprio; il Comune e altri soggetti, invece, accedono a finanziamenti per altre vie (ad esempio, la UE ha stanziato 1,8 milioni di euro complessivi per tutti gli Stati membri per il periodo 2014-2020, per la realizzazione di distretti creativi, n.d.r.). A Tursi sono molto concentrati sui loro progetti, anche se ciò non toglie che siamo stati varie volte patrocinati dall’assessorato alla Cultura per l’organizzazione di eventi a livello locale. Al contrario, lavoriamo molto e bene con la Regione, interagendo con l’assessore alla Cultura Angelo Berlangeri e con Casaliguria (sede della Regione Liguria a Bruxelles dal 2002, n.d.r.). 

    Quindi Genova è una realtà particolarmente difficile per far decollare un progetto come il vostro?

    «Sì, molto difficile. È una battaglia quotidiana, ma io sono una pasionaria e non mi stanco mai di combattere. Per fortuna incontro tanti che sono come me, dall’assessore Berlangeri a Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti Liguria. Genova è una città da educare alla promozione della cultura e dell’arte: ha tante risorse (gli artisti locali sono molto apprezzati in Europa e c’è una grande qualità), ma spesso non sa sfruttarle. In generale, vedo che per la Liguria ci sono speranze di miglioramento per gli anni a venire, e speriamo di restare al passo con gli obiettivi di Europa 2020».

    Il panorama culturale del capoluogo ligure: su cosa è meglio puntare per dare uno slancio al mondo artistico?

    «A parer mio giusto spingere sul binomio cantautorato/turismo fino a un certo punto: a livello internazionale a parte De André e pochi altri, i cantautori locali non sono conosciuti e sarebbe meglio puntare su altre eccellenze anche di nicchia, come quelle nella danza, o alcuni segmenti musicali del savonese».

     

    Elettra Antognetti

  • Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Piazza de Ferrari accademia di belle artiDopo la visita di qualche settimana fa documentata in diretta con #EraOnTheRoad e il focus con Giorgio Devoto (responsabile dei corsi di studio) e Giulio Sommariva (direttore del museo), mancava ancora un tassello per completare il nostro approfondimento sull’Accademia Ligustica di Belle Arti, l’’istituzione cittadina che dal lontano 1751 si occupa della formazione artistica nella nostra regione. Abbiamo intervistato il neo presidente Giuseppe Pericu (sindaco di Genova dal 1997 al 2007, eletto il 25 novembre scorso presidente dell’Accademia e già membro dell’Assemblea), per capire quale sarà il futuro della “Ligustica” soffermandoci sul processo di statizzazione, vera e propria chiave di volta.

    Presidente, innanzitutto come sta l’Accademia?

    «Nonostante la sua semplicità, questa è una domanda complessa. Adesso l’Accademia sta bene perché è organizzata in modo da poter rilasciare titoli di studio di livello universitario legalmente riconosciuti, sia per la laurea breve che per la magistrale. Quindi, da questo punto di vista, siamo perfettamente allineati con le accademie statali. Tra le note positive, poi, c’è il museo che è una struttura fondamentale dell’Accademia ed è stato molto vivacizzato grazie alle attività dell’Associazione Amici dell’Accademia che è molto presente. Contemporaneamente, però, ci sono difficoltà legate al flusso di finanziamenti sempre minore rispetto alle esigenze dell’istituzione».

    Siamo sempre alle solite: i finanziamenti scarseggiano, figurarsi per l’arte e la cultura.

    «Pur essendo ristrette al minimo, il Consiglio d’amministrazione e l’Assemblea dei soci svolgono il proprio ruolo a titolo assolutamente gratuito, le spese di gestione sono sempre superiori ai fondi che abbiamo a disposizione. Questi ultimi arrivano soprattutto dal Comune e, poi, in quantità minore da Regione e Provincia. Ci sono poi le rette degli studenti, del tutto simili a quelle dell’Università degli Studi di Genova, il cui numero negli ultimi anni è andato sensibilmente aumentando, soprattutto grazie al riconoscimento del valore legale dei titoli a livello nazione ed europeo, a dimostrazione del fatto che siamo appetibili. Ma il saldo economico è sempre negativo».

    Da questo punto di vista, le difficoltà potrebbero essere definitivamente risolte con il pieno compimento del processo di statizzazione dell’Accademia.

    «Sono stato eletto proprio per portare a termine questo processo. Esiste, infatti, una legge che prevede che le Accademie private, come siamo noi, che siano le soli presenti in una Regione, possano essere statizzate ovvero inserite nel sistema delle Accademie statali non soltanto attraverso il riconoscimento del titolo di studio ma attraverso un processo di aggregazione più complessiva al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il raggiungimento di questo obiettivo darebbe sicurezza nel tempo all’Accademia».

    Lo Stato, dunque, garantirebbe una maggiore copertura economica?

    «Diciamo, più che altro, che non ci sarebbe più un problema di introiti perché il personale docente e amministrativo sarebbe pagato direttamente dal Ministero».

    E questo accorpamento riguarderebbe solo l’Accademia o comprenderebbe anche il museo?

    «Non possiamo ancora dirlo con certezza perché bisogna aprire il confronto con gli organi statali. Comunque, rispetto al dettato normativa, sembrerebbe che la statalizzazione comprenda solo i profili legati alla parte formativa e non quelli museali. Il museo comunque, che ha una dotazione molto forte che nasce sia come strumento per coadiuvare la formazione che come entità autonoma, ha solo un conservatore e un addetto alla struttura.

    Non resta che capire a che punto siamo all’interno di questo percorso.

    «Abbiamo inoltrato formalmente un’istanza al Ministero e sto seguendo attivamente gli sviluppi ma certamente il confronto con il governo in questo periodo di spending review non è facile. In Italia, nella nostra situazione, c’è solo un’altra realtà che è quella dell’Accademia di Perugia, unica accademia in Umbria che da statale può diventare privata: tutte le altre regioni, invece, hanno già una o più accademie statali».

    E nel frattempo, qualche progetto nel cassetto da realizzare durante il suo mandato?

    «Diciamo che il vero obiettivo è la statizzazione. Per il resto sto ancora prendendo le misure. Cercheremo di fare qualche bella esposizione e di valorizzare al massimo il museo ma i progetti più ambiziosi devono per forza di cose attendere gli sviluppi del rapporto con il Ministero. Ho certamente qualche idea, suggestione più che altro ma non sono ancora comunicabile neppure come ipotesi di progetto».

    Per chiudere, una domanda più personale. Qual è il rapporto di Giuseppe Pericu con l’arte? Sappiamo che da amministratore ha portato Genova alla ribalta internazionale come Capitale europea della cultura nel 2004, e nel privato?

    «Come amministratore pubblico della città di Genova, ho sempre ritenuto la cultura l’unica scommessa possibile da vincere. Per questo, dopo tutta la lotta sostenuta per ottenere nel 2004 il riconoscimento a Capitale europea della cultura, assunsi direttamente io come sindaco il ruolo di assessore alla cultura per preparare al meglio lo svolgersi dell’evento. Come privato cittadino, non può esserci una grande differenza perché la persona resta unica, inscindibile: io sono sempre stato appassionato di fenomeni culturali, fin dalla mia formazione tradizionale fatta al liceo classico. Quindi, l’arte e la cultura fanno parte del mio modo di essere».

     

    Simone D’Ambrosio