Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia PastorinoPer tanti anni ha affiancato il piano-bar ai suoi sogni da chansonnier. Oggi e’ un’artista ricca di impegni, fra poesia, musica, libri e teatro. Cinque album pubblicati (il primo “I gatti di Baudelaire” nel 1995), diversi saggi (fra cui “SAMAN SUTTAN Il canone del Jainismo” nel 2001 per Mondadori) e romanzi noir.

    Ogni incontro di Era Superba che si rispetti non puo’ che partire da lei: Genova è…

    …La mia Genova e’ un bel “maniman”, una citta’ diffidente e bloccata. Io lo so e l’ho sempre saputo, ma cio’ nonostante non sono mai riuscita a lasciarla. Ho avuto per vent’anni questo blocco e ho sempre deciso di rimanere. Eppure essere genovesi e restare a Genova per fare musica e’ una scelta coraggiosa e un po’ masochista… Mentre altrove mi sento maggiormente apprezzata, per la mia citta’ sono l’eterna artista emergente, ed e’ paradossale perche’ io non vorrei vivere in nessun altro posto al mondo. In questo senso il premio “Via del Campo” che ho ricevuto due anni fa e’ stato per me un riconoscimento importante e molto sentito.

    Dovessi prendere per mano il lettore e portarlo attraverso la citta’ di Claudia Pastorino, quella delle immagini, dei ricordi… Dove lo porteresti? E… chi gli presenteresti durante il cammino??

    Partirei sicuramente da Pegli, la mia casa, il posto in cui vorrei vivere e in cui vivo. Poi una piccola piazza nella zona del Carmine… Piazzetta della Giuggiola. Ho abitato li’ dieci anni e li’ ho scritto praticamente tutte le mie canzoni. Ricordo un inverno con venti centimetri di neve tutti raccolti in quel minuscolo quadrato di case… uno scenario surreale. D’obbligo una sosta alla Stanza della Poesia di Claudio Pozzani in piazza Matteotti e poi due zone del centro storico che dagli anni novanta ad oggi sono cambiate moltissimo: Santa Brigida e Maddalena. Santa Brigida negli anni ottanta era davvero in ginocchio, ricordo la piazza dei Truogoli come un tappeto di siringhe, era chiusa e abbandonata. Oggi il quartiere e’ rinato e la zona e’ tornata ad essere splendida come tantissimi anni prima. La Maddalena, invece, fino ai primi novanta la ricordo come una strada magica, odori indimenticabili, l’atmosfera di una vecchia Genova che non ne voleva sapere di morire… e invece nel giro di pochi anni e’ cambiato tutto, e’ stato un attimo. E, per completare, presenterei sicuramente il grande Max Manfredi obbligandolo a suonare Luna Persa. La canzone da’ il titolo al suo ultimo album, ma io la conosco da almeno dieci anni perche’ lui l’ha sempre suonata. E’ un capolavoro, una canzone che si puo’ guardare…

    Hai citato gli anni ottanta, i primi novanta… Tu stavi muovendo i primi passi come artista…

    Si.. e in quegli anni feci anche scelte che non consiglierei a nessuno di fare. Soffrivo di una timidezza quasi paralizzante che mi portava ad essere molto rigida, facevo di testa mia e andavo avanti per la mia strada. Ho incontrato durante il cammino grandi artisti e persone che avrebbero potuto arricchirmi tantissimo, ma mi bloccavo, m’irrigidivo e alla fine mi perdevo… Ai tempi quella solitudine mi sembrava magica, oggi non la penso piu’ cosi’. Quando facevo piano-bar la sera per guadagnarmi da vivere mi rifiutavo di cantare canzoni che non mi piacessero, la gente magari mi chiedeva un pezzo e io rispondevo semplicemente che mi rifiutavo di cantare canzoni di quel genere. Insomma, riassumo tutto con due parole: che fatica!

    “Voglio mettermi sola ad aspettare: a stare sola ho gia’ imparato … e sara’ anche bello! Non so questa attesa di te cosa mi portera’ e non so se tu esisti davvero o nella fantasia…” Questa canzone l’hai scritta dodici anni fa, quando molti tuoi testi cercavano quell’amore perfetto che prima o poi arrivera’… La Claudia di oggi, una splendida quarantenne, cosa pensa a proposito di quel sogno d’amore tanto cantato?

    Che e’ un’illusione, quel “tu” della canzone che hai citato per me non esiste piu’. Mi sono congedata da quella idea di amore da diverso tempo, oggi la risposta e’ sicuramente che si trattava di fantasia!

    Hai scritto alcuni libri sul Jainismo, la piu’ antica dottrina della nonviolenza, un argomento che ti ha sempre influenzato molto, seppur poco conosciuto in Occidente…

    E’ un ambito spirituale magico quello della non violenza… In Italia non esisteva nulla di tradotto sul Jainismo prima del mio tentativo, per cui si tratta sicuramente di un mondo per molti nuovo che consiglio di esplorare. Considero lo Jainismo la possibilita’ piu’ alta per avvicinarsi al sacro… Ma non si tratta di una pratica spirituale, i rigori da rispettare sarebbero assolutamente eccessivi per la nostra cultura.

    A 17 anni hai anche fondato la prima Lega Antivivisezionista in Liguria, che diede ai tempi grande impulso ai movimenti animalisti. Una causa per la quale ancora oggi combatti…

    Ancora prima ed indipendentemente dall’arte, per me l’animalismo e’ sempre stata una priorita’. Finche’ gli uomini continueranno a parlare di liberazione e liberta’ considerando solo la propria specie non ci sara’ mai progresso morale. Il musicista filosofo Wagner, a proposito della vivisezione, un giorno disse: “Si tratta di un crimine contro la vita, qualunque sia la specie.” Questo e’ secondo me il concetto… e anche i vari vegetarismi di moda dovrebbero entrare in questa ben piu’ ampia visione delle cose.

    Gabriele Serpe

  • Massimo Morini, intervista al leader dei Buio Pesto

    Massimo Morini, intervista al leader dei Buio Pesto

    Massimo MoriniDirettore d’orchestra (detiene il record di partecipazioni al Festival di Sanremo fra orchestra e direzione tecnica), attore, sceneggiatore, cantante… Per i “soci” dei Buio Pesto semplicemente “o cappo”. Un artista eclettico, profondamente legato alla sua terra, apre le porte del set di “Capitan Basilico 2” a Era Superba per un’intervista esclusiva.

    Massimo… Genova è…

    Beh soprattutto è il centro dell’attività dialettale dei Buio Pesto, perchè quando si parla di dialetto si intende ovviamente quello genovese. Adoro questa città, ma amo più che altro definirmi ligure… Genova è come un grande capo, il punto di riferimento per gli altri 234 comuni ed è questo connubio che rende la Liguria la più bella regione d’Italia.

    Pensiamo ad esempio ai giorni di pioggia… da noi è bello comunque!! Potrebbero dire lo stesso, che so, a Pavia? Affatto… poi magari da quelle parti non hanno problemi di parcheggio, ma quello che abbiamo davanti agli occhi noi ogni giorno vale più di ogni altra cosa! Sin dal primo film “Invaxion” ci siamo fatti guidare dalla città… abbiamo girato giorni interi in lungo e in largo per trovare le location giuste e ogni volta abbiamo scoperto qualcosa di nuovo… angoli, piazze, scorci… E’ incredibile!!

    Nessun lamento quindi… è una notizia!! E se per un giorno Massimo Morini diventasse sindaco?

    Eh eh… Promuoverei un’ordinanza per l’obbligo dell’insegnamento del dialetto nelle scuole, firmerei le carte poi il giorno dopo consegnerei immediatamente le dimissioni! Il dialetto dovrebbe avere più spazio, esistono ad esempio più di cento compagnie teatrali dialettali in Liguria, e molti neanche lo sanno. Se io gestissi un teatro non rinuncerei a una serata, anche una volta al mese, dedicata al dialetto.

    Veniamo alla musica, il tuo campo principale. Cosa consigli ai giovani musicisti di questa città… E’ indispensabile fare le valigie per provare a giocarsi le proprie carte?

    Si è indispensabile guardare altrove, a Genova un management musicale non esiste più. In generale, comunque, il mercato si è ridotto, la musica è gratuita e non si vendono più cd. Ogni cosa è figlia del suo tempo, non esistono più le dogane e i doganieri oggi fanno le pizze… lo stesso è accaduto nella musica. E chi ha la fortuna di essere riuscito e di riuscire a vivere con questo mestiere oggi non può fare altro che pensare al proprio culo, non può permettersi di curarsi di altro e di nessuno. Io ho fatto il discografico per sei/sette anni, poi ho dovuto rinunciare. L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di girare la videocamera verso di sè e mettere le proprie cose su internet. Così si sono accorti di Mika ad esempio, o de “Il Genio“, quelli di “pop porno”

    Gabriele Serpe

  • Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno“Io non so quale è la Genova nella quale sono cresciuto e mi sono formato, a dire il vero, non la ricordo come una città diversa da quella in cui viviamo oggi, semplicemente il mondo stava cambiando e dall’America arrivava il rock’n roll… Noi eravamo abituati a Sono tutte belle le mamme del mondo e all’improvviso ci siamo ritrovati fra le mani dischi di Fast Domino, Little Richard… Mi sono detto: belin, cosa succede??”

    Abbiamo incontrato Sergio Alemanno prima del suo concerto al Berio Cafè di Genova. Lui, considerato da tutti, capostipite della canzone dialettale genovese…

    “Poi sono arrivati i cantautori e anche loro mi hanno fatto capire che si poteva parlare d’amore nella canzone come nella vita, utlizzando lo stesso linguaggio. L’inizio di qualcosa e’ sempre un momento unico e speciale, tutto quello che ne consegue e’ per forza un ripetersi. Questa e’ l’unica differenza fra quella Genova e la citta’ dei nostri giorni…”

    Come hai mosso i primi passi nella musica in un periodo storico ancora molto difficile?

    Io da ragazzo volevo cantare il rock ‘n roll in italiano anche se i miei genitori volevano che facessi il ragioniere. Poi ho iniziato a scrivere le prime cose in dialetto quando ancora per la gente esisteva solo “ma se ghe pensu“… Scelsi di raccontare la Genova di tutti i giorni, utilizzando espressioni e immagini comuni a molti genovesi, fui il primo e fu la mia fortuna. Mi emozionava quello che facevo, e mi resi subito conto che quello era il segreto: se tu provi emozione cantando inevitabilmente la trasferisci a chi ascolta. Si accorsero di me per primi Gino Paoli e Umberto Bindi e decisero di incidere le mie canzoni. Poi con il tempo ho inziato a scrivere anche qualcosa in italiano, ma ancora oggi, quando canto un pezzo in italiano, l’ispirazione e l’emozione mi vengono in genovese.

    Poi l’idea della bottega… dove il fabbricante di canzoni si metteva a disposizione della città per le serenate…

    Eh si… la cosa fece scalpore, tanto che alla fine mi rubarono l’idea e ne fecero una trasmissione televisiva! Quando nacque la bottega il Secolo XIX mi diede la prima pagina, mi invitarono al Maurizio Costanzo Show.. Non me lo sarei mai aspettato, perche’ in realta’ la mia idea era molto semplice e instintiva. Io mi sento un fabbricatore di canzoni, il mio sogno e’ ancora oggi quello di avere una bottega, stare lì tutto il giorno, mettere le canzoni sul banco e fabbricarle una ad una… da’ molto piu’ idea di lavoro… e’ affascinante. Così mi venne l’idea di aprire la “bottega delle serenate” presso il teatro di Campo Pisano, la gente mi chiamava e io portavo musica a domicilio, sotto i balconi o ai citofoni. Solo che dopo un anno mi sono rotto le balle e, non contento, mi sono anche fatto fregare l’idea come un allocco!!

    Manuela Stella

  • Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi dal vivoPartiamo da “Mandilli“, un album in dialetto genovese. Per te, tra l’altro, non e’ la prima esperienza con i testi dialettali, gia’ agli inizi della carriera avevi collaborato e scritto per i “Trilli”… In un contesto in cui il dialetto fa sempre piu’ fatica a conservarsi fra le nuove generazioni, che significato pensi possa avere la tua nuova avventura musicale?

    Eh gia’, ma ancora prima dei Trilli scrissi “Come sei bella Zena“, una canzone che oggi viene spesso considerata senza autore e fatta risalire alla tradizione popolare genovese… Per carita’ ormai ha quarantanni quel pezzo, pero’ l’ho scritto io!!! Scherzi a parte… Ho intrapreso l’avventura musicale di “Mandilli” innanzitutto per amore, un amore fortissimo per la mia citta’. Poi, come dici bene te, il dialetto e’ una scelta importante… Perche’ considero la nostra lingua l’arma piu’ preziosa che abbiamo per combattere l’omologazione generale verso cui il mondo di oggi ci spinge. I giovani che non conoscono il genovese purtroppo perdono contatto con la loro terra, perche’ le parole sono l’espressione dei nostri pensieri ed e’ un po’ triste che oggi, davanti alla tv, un marchigiano, un valdostano ed un ligure possano avere gli stessi identici pensieri…

    Amore per la tua citta’… Quanto ricambiato secondo te?

    Beh, devo dire che percepisco e ho percepito in tutti questi anni davvero tanto amore dalla mia citta’. Quando giro per Genova la citta’ sembra piccolissima, un paese… Perche’ tutti mi salutano e mi parlano e a me sembra di conoscere tutti… e’ bellissimo, magico. Non avendo mai nascosto la mia fede blucerchiata, inoltre, i tifosi si fermano e mi parlano spesso di calcio, genoani e sampdoriani. Si sa quanto sentiamo la fede calcistica noi liguri…

    La scelta del dialetto genovese fu anche di Fabrizio De Andre’ in occasione dell’album Creuza de ma. Forse, considerando soprattutto il tuo lungo rapporto professionale e di amicizia con Fabrizio, quell’album puo’ essere considerato “il padre” del tuo “Mandilli”?

    Il padre non credo… sicuramente, pero’, la strada che percorre il mio disco e’ la stessa che Fabrizio spiano’ a tutti noi cantautori genovesi nel 1984 con “Creuza de ma”. La lingua genovese grazie a lui varco’ nuovamente i confini del porto, per tornare ad insinuarsi in tutto il mediterraneo.

    Stiamo vivendo giorni “furibondi”, come probabilmente lui stesso avrebbe scritto. Tutta Italia parla di lui, ahime’, tante volte anche a sproposito. Tu che insieme a lui hai trascorso tantissimi momenti chitarra alla mano, cosa pensi di questa “De Andre’ mania”?

    Sono d’accordo con te, io penso con tutta sincerita’ che Fabrizio si stia facendo tante grasse risate da lassu’. In molti casi ho assistito ad una vera e propria mercificazione della sua poesia e non credo ce ne fosse bisogno. Lui per me era un magnifico mosaicista e cesellatore di parole, scriveva sempre la parola giusta al momento giusto e questo era un grande dono. Ricordo che avevo sedici anni quando gli davo la caccia le rare volte che veniva ai bagni Lido. Lo cercavo e quando lo trovavo facevo tanto che riuscivo a entrare con lui nella sua cabina. Gli facevo ascoltare le mie primissime cose, con una chitarra di plastica, un suono orribile. Era il 64 se non ricordo male, Fabrizio era gia’ Fabrizio De Andre’, ma non diceva nulla e mi ascoltava paziente… Io avevo l’abitudine di cantare parole a caso in inglese senza significato perche’ non avevo dei veri e propri testi: “Evita di dire ste stronzate in inglese – mi disse una volta – scrivi subito i testi quando hai la musica, esprimi quello che senti in italiano…” Qualche anno dopo lui si occupo’ di tutti i testi di “Senza Orario Senza Bandiera”, il primo album dei New Trolls, adattando le poesie del poeta genovese Riccardo Mannerini che tanto lo aveva ispirato. Fu l’inizio di una bellissima amicizia e di tante collaborazioni…

    Vittorio De ScalziVeniamo ai “New Trolls“, una delle pagine piu’ importanti della storia del rock italiano. Dal Giappone alle Americhe, un successo planetario. Dal primo album con testi di Mannerini e De Andre’, passando per il celebre “Concerto Grosso“… Ripensando a quegli anni e’ piu’ la malinconia o l’orgoglio? Quale e’, se c’e’, il rimpianto di Vittorio De Scalzi? E la chiave di tanti successi?

    La chiave del successo se uno sapesse trovarla sarebbe tutto piu’ semplice… Non lo so, non ne ho idea. Sicuramente sono una persona molto caparbia e questo mi ha aiutato molto, poi credo serva anche un po’ di presunzione… Bisogna andare controcorrente senza aver paura di farlo, cercare il “nuovo” che ovviamente all’inizio non piacera’ a nessuno… Ma se pensi che siano loro a non capirci nulla e tu ad avere fra le mani qualcosa di forte, allora continui ad andare dritto per la tua strada e da qualche parte arriverai. Malinconia nessuna, davvero, un po’ di orgoglio invece si, sono sincero, soprattutto quando vado all’estero… in Giappone mi dimostrano sempre moltissimo affetto. Un rimpianto… ti diro’, a dirla tutta un rimpianto c’e’: non aver iniziato prima a fare il cantautore. Da bambino volevo una band a tutti i costi, i Beatles e i Rolling Stones erano un mito per me. Poi con Nico Di Palo fondammo i New Trolls e i miei sogni si realizzarono… Ci ritrovammo ad aprire i concerti degli stessi Stones e a conoscerli di persona, facevamo rock progressivo, che era quello che ci piaceva fare, e guadagnavamo molti soldi… I tempi pero’ cambiarono e, desiderosi di mantenere il successo che avevamo raggiunto, ci buttammo nella musica piu’ leggera, il pop. Ebbene, quella scelta oggi la soffro un po’, avrei preferito forse concentrarmi subito su una strada simile a quella che sto percorrendo ora…  

    I fan della vostra generazione spesso affermano che se i New Trolls non avessero avuto problemi di convivenza all’interno del gruppo, caratteriali ed artistici, avrebbero potuto dare ancora molto di piu’ di quello che hanno dato alla musica italiana. Quanto c’e’ di vero in tutto questo? O forse furono proprio queste divergenze la forza del vostro sound…

    Non lo so cosa avrebbero potuto dare i New Trolls senza i problemi che ci sono stati… So pero’ che eravamo quattro ragazzini sostanzialmente molto diversi, come estrazione sociale, studi e soprattutto preparazione musicale. Piano piano, crescendo e maturando, certi problemi era normale che uscissero. Abbiamo avuto la fortuna di non fare gavetta, il che significa che a ventanni avevamo soldi, successo e a quell’eta’ certe cose ti danno alla testa. Tanti manager ci hanno poi mangiato sopra e noi, da parte nostra, abbiamo sperperato tanto… Diciamo che in un certo senso i problemi ce li siamo anche un po’ cercati, ma suonavamo bene, eravamo forti e questo veniva prima di ogni altra cosa.

    Te e Nico Di Palo (i “Lennon-McCartney” di casa nostra…), avete avuto la fortuna di muovere i primi passi in un terreno gia’ incredibilmente fertile. In quegli anni erano emersi e stavano emergendo dai nostri vicoli grandi talenti… Che ricordi hai di quegli anni?

    Negli anni sessanta a Genova e in Liguria c’era un fermento creativo oggi impensabile. Prendiamo ad esempio il Festival di Sanremo… Noi suonavamo in un locale a Sanremo in quel periodo, il Club 64. Gli artisti in gara al Festival venivano a sentire noi dopo essersi esibiti, noi che eravamo agli inizi. Si passava la notte a suonare, ricordo una lunga jam session con Stevie Wonder… oggi queste cose non accadono piu’. Alla Foce, in fondo a via Cecchi, c’era un bar frequentato da tutti gli artisti della citta’. C’era il poeta Riccardo Mannerini, lo stesso Fabrizio, poi Tenco, Lauzi, i fratelli Reverberi… io ero ancora un ragazzino. Poi mio padre apri’ un ristorante a Sturla sul mare, nella zona di via del Tritone, da “Gianni”, si chiamava… e li’ iniziarono a venire tutti loro. Avevo allestito nel retro una sala con gli strumenti e li’ rimanevamo la notte ore e ore a suonare, provare, parlare… Tutti gli artisti genovesi, ma ricordo ad esempio anche la P.F.M. e i Rokes di Shel Shapiro. C’era un’atmosfera davvero fantastica. Ricordo la prima volta che mi presentarono Tenco, lui era un appassionato di baseball e venne a mangiare da mio padre con tutta la squadra. Mi fece l’autografo su una pallina da baseball…

    Una domanda un po’ particolare… Dal rock progressivo al pop passando per la musica classica con i New Trolls, poi la tua vasta produzione cantautorale sino all’ odierno “Mandilli” e infine le canzoni scritte per la Sampdoria… Insomma, una carriera lunghissima che ha saputo toccare con maestria tanti generi cosi’ diversi fra loro. Se Vittorio De Scalzi non fosse gia’ conosciuto… e dovesse farsi conoscere con una canzone per ognuno di questi mondi musicali che poi rappresentano probabilmente anche stagioni diverse della tua vita… cosa farebbe ascoltare di se’??

    Signore io sono Irish“, con il testo di Fabrizio De Andre’… quelli erano i primi New Trolls. Poi “La nuova predica di padre O’Brian”, per quanto riguarda il rock progressivo… La stagione del pop e’ invece caratterizzata senza dubbio da “Quella carezza della sera“, mentre “Lettera da Amsterdam” credo sia la piu’ significativa fra le canzoni che ho scritto per la mia Samp. Infine, dall’ultimo album, “Aia da respia” e’ un brano che mi piace moltissimo…

    Abbiamo accennato alle tante canzoni che hai scritto con tuo fratello a cavallo fra gli anni ottanta e novanta per la Sampdoria. La particolarita’ e’ che oggi, molti giovanissimi, iniziano a sentire il nome di De Scalzi proprio per quella “Lettera da Amsterdam” che la gradinata sud intona a gran voce ogni domenica… Che effetto ti fa??

    Beh, e’ semplice risponderti… fa godere! Ogni domenica e’ un’emozione meravigliosa e credo che un artista come me non potrebbe chiedere di meglio…

    A Genova sono tanti i giovani artisti, in tutti i campi, che sognano di emergere e cercano di far sentire la propria voce in tutti i modi… Quale strada consiglieresti loro di percorrere nella realta’ di questi tempi per farsi conoscere al grande pubblico?

    Sicuramente direi loro che non esiste una strada da percorrere, ma non sono io la persona giusta per dare consigli di questo tipo. A volte le strade che portano al successo sono davvero misteriose e non rintracciabili…

    Capita spesso che il primo scoglio da superare per un ragazzo che sogna di vivere della propria arte sia la famiglia stessa, la quale impaurita per un futuro incerto del proprio figlio, lo scoraggia per indirizzarlo verso altri orizzonti.. Che ruolo ha avuto la tua famiglia per la realizzazione dei tuoi sogni?

    E’ vero quel che dici ed e’ altrettanto vero che per me la famiglia e’ stata fondamentale. Mio padre lo ringraziero’ sempre, con me fu incredibile. Lui credeva fortemente nelle mie qualita’ e faceva di tutto per incitarmi ad andare avanti. A forza di cene corrompeva i discografici per far avere un contratto ai New Trolls e alla fine ci riusci’… Anche la possibilita’ di aprire i concerti dei Rolling Stones arrivo’ grazie all’intraprendenza di mio padre…

    Gabriele Serpe

  • Andrea De Carlo, intervista all’autore di “Due di Due” e “Treno di panna”

    Andrea De Carlo, intervista all’autore di “Due di Due” e “Treno di panna”

    Andrea De CarloEntra in teatro leggermente nervoso. Fa subito pensare a uno dei personaggi dei suoi romanzi. Si presenta con la sua consueta tenuta da rock star anni 70, pantalone nero, stivale nero, maglia nera. Lui è Andrea De Carlo lo scrittore milanese autore fra gli altri di “Due di Due“, “Treno di panna“, “Di noi tre“.

    L’atmosfera del teatro Modena è intima, pochi i presenti, forse a causa della pioggia. Le luci sono soffuse, basse. Il palco è allestito con stile minimale, colori caldi, gradevoli. Atmosfera decisamente informale consona allo stile dell’autore.

    Le pagine di De Carlo sono figlie degli anni 60, pagine piene di speranze, di idealismo, manifestazioni studentesche, centri sociali, scandaglio psicologico. Un minimalismo di impronta americana quello del suo stile di scrittura, influenzato dalla letteratura americana del ventesimo secolo. Pagine capaci di emozionare, ma anche cariche di minuziose analisi psicologiche. E’ uno degli autori italiani piu’ letti all’estero, Fellini era un suo grande ammiratore. “Il lettore e’ importante quasi quanto lo scrittore perche’ il lettore completa la storia con le proprie esperienze personali, con il proprio vissuto, con le proprie storie, leggere e’ un attivita’ creativa e il lettore e’ un creatore”.

    E lo scrittore ideale di Andrea De Carlo? “Quello che ti lascia entrare nel suo territorio” risponde. La conversazione prosegue alternandosi all’ascolto di pezzi storici del rock anni 60’ e 70’, quelli che formano le colonne sonore delle sue storie gli Stones, i Beatles, i Dire Straits e immancabile l’eroe di De Carlo, Bob Dylan, quello che ha dichiarato essere la sua principale in    fluenza letteraria. Proprio riguardo a Dylan…“C’e’ qualcosa di imperscrutabile in lui, e’ come leggere un geroglifico, c’e’ qualcosa di criptico. Da Dylan in poi la poesia scritta ha perso senso ed e’ diventata canzone...“Lo abbiamo raggiunto telefonicamente il giorno seguente. Lei ha citato l’autore francese Michel Houellebecq che definisce la nostra come una societa’ ad indirizzo erotico commerciale. Secondo lei esistono alternative concrete a questa corrente? E dove si possono trovare? Assolutamente si. Occorre partire da scelte individuali, soprattutto avere la forza di non essere consumatori ideali. In una societa’ in cui ci si chiede di essere dei sudditi senza giudizio e’ importante scegliere per se stessi e trovare altre persone che seguano lo stesso percorso. Tutto deve partire da una volonta’ personale.Nel suo romanzo “Uto” descrive la vita di una comunita’ spirituale guidata da un Guru, da un maestro. Oggi queste realta’ sono sempre piu’ numerose, attive e visibili. A suo parere la scelta di vivere all’interno di una di queste comuni si puo’ considerare come una fuga o come una scelta consapevole, magari solo un po’ in anticipo sui tempi? Dipende da ciascuno, il rischio e’ quello di trovarsi in una trappola. Il loro limite e’ che sono centrate su un capo che rischia di tenerli in una situazione di sudditanza, l’ideale sarebbe una comunita’ senza un capo, la storia e’ piena di esempi di questo tipo. Il rischio quasi sempre e’ che un uomo usi il suo potere per prevalere sugli altri.Alcuni suoi lettori sostengono che i suoi ultimi lavori manchino di freschezza e originalita’, riproponendo temi gia’ sviluppati nelle sue prime opere…Credo che ogni scrittore abbia alcune ossessioni, ricorrenti, come ogni persona, ha temi che gli appartengono, qualcuno (fra i tanti Bret Easton Ellis ndr) ha detto che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro, credo che ci sia una grande verita’ in questo.

    J.D. Salinger, Emily Dickinson, scrittori reclusi per scelta, eremiti consacrati alla letteratura. Cosa ne pensa di una scelta cosi’ estrema come quella di tagliare tutti i ponti con la societa’ per dedicarsi unicamente alla propria arte? Ne sarebbe capace?

    E’ una tentazione che viene perche’ lo scrittore e’ l’unica attivita’ che ti permette di vivere tagliando i ponti con il mondo, pero’ e’ una scelta pericolosa. Una persona per vivere ha bisogno di contatti, altrimenti occorre attingere sempre da se stessi con il rischio di alienarsi.

    Igor Sartoni

  • Ugo De Lucchi, il fumettista della rivista Frigidaire

    Ugo De Lucchi, il fumettista della rivista Frigidaire

    Ugo DelucchiUna sera, in una piccola piazzetta dei vicoli, ho fatto un incontro bizzarro: un signore, all’apparenza un giovane ragazzo, scarmigliato e mingherlino, porta con sè un blocco di fogli e una matita.
    Ugo, per chi lo conosce, non è una novità, è un fumettista, pittore, regista, giornalista e scrittore. Ha esposto i suoi quadri alla Biennale di Venezia, è stato regista di spot pubblicitari per la Mattel e la Penguin, ha ideato diari scolastici per la Pigna. E’ il più giovane del celebre gruppo della rivista Frigidaire, su cui disegnava anche l’ormai mitico Andrea Pazienza.
    Ugo inizia ad esser pubblicato nel ’73 con “Il Lavoro” e lascia al quarto anno il liceo scientifico per dedicarsi al mestiere dell’arte e per affinare i suoi talenti.

    Lavori per Frigidaire, hai fatto delle vignette per sostenere La Sinistra Arcobaleno: ti consideri un artista militante? Come ti definisci?
    Sì, lavoro per Frigidaire da sempre, prima veniva pubblicato con “L’Unità”, da due anni ormai esce l’ultimo sabato di ogni mese con “Liberazione”. Io artista militante? Sì, sì! Hai detto bene, e per dirla tutta mi definirei un anarchico del fumetto!

    Sei tra i primi artisti italiani ad aver creato figure animali e mutanti. Cosa pensi della nuova generazione di artisti?
    Innanzitutto l’arte si può anche imitare ma mai copiare. Io e Andrea Pazienza, e ancor prima Magnus, non abbiamo avuto maestri, siamo cresciuti da soli. Non ho mai imitato, il mio mestiere è nato spontaneamente: a 4 anni già disegnavo e a 14 avevo uno stile mio. Oggi tutti vogliono 5 minuti di celebrità, spesso senza vedere i propri limiti. Esiste una corrente chiamata dilettantismo che si nutre dei giovani e ne fa polpette. Ho trovato alcuni ragazzi con talento ma sono ancora indietro, devono sudare sulle tavole e non è una loro priorità.

    Sei mai stato imitato o copiato?
    Qualche anno fa c’era un giovane ragazzo dell’Accademia che ci teneva molto a dirmi quanto mi ammirasse, e conosceva a memoria le mie vignette. Beh, è finito a disegnare i miei personaggi per la Ceres.

    Quali progetti hai in futuro?
    Al momento lavoro per il prossimo numero di “Frigidaire”, e poi ho in ballo due personali a Milano e a Roma per febbraio, una a Berlino e una collettiva a Tokyo in primavera.

    In bocca al lupo a Ugo allora, un bicchiere alla tua salute e a presto sulla cresta dell’onda!

    Giovanna Ferrando

  • Silvano Agosti racconta il suo “discorso tipico dello schiavo”

    Silvano Agosti racconta il suo “discorso tipico dello schiavo”

    Silvano AgostiSilvano se dovessi racchiudere oggi in poche righe il tuo “discorso tipico dello schiavo”, come un messaggio sul telefonino a milioni di persone nello stesso istante… cosa scriveresti?

    Nessuna somma al mondo vale un giorno della tua vita vissuta in libertà, vale a dire sulla scia silenziosa dei desideri e non nel chiasso degli obblighi.

    Tu hai girato l’Oriente in sacco a pelo, come sopravvivevi, come ti sei mantenuto?

    Un vero miracolo. A partire dalla Grecia e poi in Turchia e in Siria e in Giordania e nel Libano e in tutto il nord Africa, avevo con me un biglietto di due dollari e non ho mai avuto bisogno di cambiarlo perche’ ovunque mi svegliassi c’era un essere umano, uomo o donna che mi porgeva del cibo con infinita tenerezza. Puo’ sembrare incredibile ma e’ stato cosi’.

    Il lettore si stara’ domandando: Bene… Ma oltre ai sogni da rock star, da attore hollywoodiano e alla vita da eremita, quali sono le vie alternative ai mille euro al mese del mio principale? Proviamo a dar loro qualche spunto… qualche esempio da cui partire, qualche riferimento… qualche cosa ben precisa su cui riflettere… Oltre il lavoro subordinato, quali strade pensi possa intraprendere un giovane oggi per sopravvivere in questo mondo?

    Innanzitutto va ripristinato il meccanismo dei desideri naturali, quelli che in genere ha un bimbo di 4 anni che non desidera ne’ soldi ne’ ragazze, ne’ carriere ma, se ha dormito e mangiato, desidera solo giocare. Si tratta di giocare col mondo e con gli eventi come se fossero a disposizione della nostra fantasia. Non esiste Essere al mondo che non abbia voglia di giocare e il gioco di un bimbo cresciuto si chiama creativita’, in qualsiasi forma o quantita’. Il lavoro subordinato e’ in genere un crimine, ma per tre ore al giorno a pieno stipendio si puo’ anche accettare. Al limite va cercato un padrone con un minimo di cervello, gli va chiesto quali sono i compiti da svolgere e tali compiti ci si organizza per svolgerli in tre ore, tempo interminabile per una persona serena e che sta pensando alle rimanenti 21 ore di liberta’. Ma meglio e’ se ognuno si inventa la possibilita’ di vivere della propria creativita’. Inoltre sconsiglio a chiunque di sopravvivere, si tratta invece di vivere e vivere, lo ripeto, significa ritrovare i desideri naturali e dare loro una risposta.

    Cantautori, poeti, pittori, cineasti… Il mondo e’ pieno di talenti. Ma per pubblicare libri viene richiesto denaro, per incidere dischi serve denaro, se suoni dal vivo non guadagni piu’ di trenta euro a serata e se vuoi fare del cinema nessuno ti da i soldi per iniziare a girare il tuo primo film. Quale strada deve seguire secondo te un artista emergente per riuscire a vivere della sua attivita’?

    L’arte fatta con i soldi somiglia all’amore fatto con i soldi, ovvero non e’ altro che un nulla travestito da evento. Ho scritto un manuale intitolato “Come produrre un film senza denaro o, per capirci meglio, senza spendere neppure un euro”. Io di film lungometraggi ne ho prodotti 12 senza denaro e una sessantina di documentari. Naturalmente per prima cosa ho eliminato la troupe e mi sono assunto la responsabilita’ di scrivere la sceneggiatura, fare la fotografia, il montaggio, la produzione e anche la distribuzione. Insomma “Comanda e fai da te, sarai servito come un re…”
    Infine non credo esista il Cantautore o il Poeta, ma un essere umano che si e’ ridotto a identificarsi in un ruolo, sia pur giocoso. In realta’ tu Cantautore o tu Poeta, come essere umano, appunto, sei una infinita’ di altre cose…

    Gabriele Serpe

  • Antonella Ruggiero, una delle voci più belle della musica italiana

    Antonella Ruggiero, una delle voci più belle della musica italiana

    Antonella Ruggiero“Genova La Superba” è il titolo dell’ultimo album di Antonella Ruggiero, un omaggio alla sua città natale e al grande fervore artistico che animò Genova neglianni sessanta. Fabrizio De Andrè, i New Trolls, Ivano Fossati, Gino Paoli, umberto Bindi, Luigi Tenco, il poeta Riccardo Mannerini: quattordici splendide interpretazioni di Antonella, l’ennesimo gioiello partorito da un’artista che a Genova in quegli anni cresceva e si formava. Esordì nel 1974 con il fortunato pseudonimo “Matia”, per poi unirsi l’anno successivo allo storico gruppo al quale diede il nome: i Matia Bazar.

    Un matrimonio durato ben quindici anni, fino alla decisione di Antonella nel 1989 di lasciare il gruppo per “riappropriarmi di una vita normale”, disse. L’abbandono delle scene, la maternità e soprattutto lunghi viaggi per tutto il mondo. Proprio durante uno di questi viaggi, in India, Antonella decide di tornare a cantare e nel 1996 esce “Libera”, la nuova pagina della carriera di Antonella Ruggiero, una pagina fatta di sperimentazioni e ricerche, successi e riconoscimenti (fra cui il secondo posto nel 1998 e la terza posizione nel 2005 al Festival di Sanremo). La sua voce è considerata una delle più grandi di sempre e, fra cori sacri e culture lontane, Antonella oggi continua a riempire i teatri di tutta Italia con un repertorio che spazia dal pop al jazz sino alla musica classica.

    Metropoli o dormitorio, fra grande città e realtà di provincia…
    Io credo che questo sia uno degli aspetti più caratteristici di Genova: il suo essere una grande città pur avendo mantenuto i ritmi della “provincia”. Io lo considero un elemento di ricchezza… Genova deve però senz’altro affrontare e superare le tante contraddizioni che derivano dal muoversi tra questi due opposti, questo è indispensabile.

    “Superba”… si tratta solo di un antico aggettivo coniato secoli or sono dal Petrarca o c’è qualcosa di più dietro questa denominazione? Cosa ha ancora di “superbo” secondo te questa città?
    Innanzitutto la sua storia, la sua tradizione e la sua arte… inoltre Genova è un crogiolo di culture e popoli diversi. Sono davvero tanti gli elementi che rendono “superba” questa città.

    De Andrè, Tenco, New Trolls, il tuo disco è un omaggio ai grandi cantautori della recente tradizione genovese. Tu vivevi a Genova in quegli anni e facevi parte di quel mondo profondamente ispirato.. cosa ricordi de “La Superba” in quel magnifico periodo? Cosa è cambiato secondo te rispetto a quegli anni?

    Non si può negare che quello sia stato un periodo straordinario, che ha offerto alla musica e all’arte delle perle uniche. Ho cercato di raccoglierne alcune nel mio ultimo album, rispettandone la versione originale ma offrendo anche una mia interpretazione e rivisitazione grazie anche agli arrangiamenti straordinari di Roberto Colombo. E’ difficile pensare che un periodo così magico possa ripetersi. Però Genova è ancora oggi una città ricca e stimolante: vedremo se ci regalerà delle belle sorprese in futuro…!!

    Pensi che il fatto di essere nata a Genova abbia influito su alcuni lati del tuo carattere? Sia in bene che in male, cosa ti ha dato Genova?

    R: Pur avendo viaggiato molto e vissuto in varie città, non posso negare che la mia infanzia genovese è una parte fondamentale del mio carattere e del mio modo di essere. Mi porto dentro il mare, con tutto ciò che questo comporta: lo spirito d’avventura, il desiderio di viaggiare, e in parte quella sottile malinconia che talvolta pervade le città marinare e le menti dei loro abitanti.

    Tantissimi anni di carriera e esperienza di vita alle spalle… cosa ti aspetti dal futuro? Hai fiducia nelle nuove generazioni?

    Assolutamente si! I giovani sono ricchi di energie e di risorse, di questo sono convinta. Purtroppo i tempi sono sempre più difficili per chi vuole fare musica o misurarsi con altre forme artistiche. Le condizioni non facilitano gli autentici talenti, e privilegiano l’apparenza piuttosto che l’impegno e lo studio. Vorrei ricordare a tutti i giovani che non serve avere un successo improvviso e legato all’apparenza: contano molto di più lo studio e l’impegno, che consentono di avere dei risultati effettivi e non effimeri.

    Tu hai anche un’etichetta discografica. Cosa pensi sinceramente della musica italiana contemporanea? Soprattutto per quanto riguarda il mondo del pop che a te ha dato così tanta fortuna… vedi buone prospettive e autori interessanti o pensi che si siano fatti dei passi indietro dopo la splendida fioritura degli anni dei Matia Bazar?

    Non parlerei di passi indietro o avanti: sono i tempi che sono diversi. Credo sia necessario interpretare i tempi per capire quali risorse ci sono. Sento delle voci interessanti e anche alcuni autori meritano una certa attenzione. Anche se, in effetti, è difficile incontrare oggi un musicista che veramente stupisca.

    Abbiamo consigliato ai nostri lettori il libro di David Linch sul rapporto fra ispirazione artistica e meditazione. Tu sei stata in India e ti sei ispirata molto a quelle sonorità… Che rapporto hai con la spiritualità?

    Negli anni ho avuto modo di visitare diverse volte l’India, venendo a contatto con una profonda spiritualità. Ho capito che si può avere un rapporto meditativo con qualsiasi evento della giornata. Trovo sia piu giusto avere consapevolezza nelle proprie azioni quotidiane piuttosto che concentrarsi unicamente su alcuni momenti. Da anni porto avanti un percorso di ricerca rivolto alla musica sacra. Il mio repertorio “sacrarmonia” è la testimonianza di questo mio viaggio dentro la musica ispirata al sacro. Personalmente sono credente e trovo straordinario il modo in cui la musica possa farsi da tramite tra gli uomini e la Divinità. In questo cerco di dare il mio piccolo contributo: mettendo la mia voce al servizio di brani intensi ed emozionanti.

    Una domada un pò marzulliana… Cosa non faresti mai, cosa non rifaresti mai e cosa invece oggi sogni di fare…

    Non farei mai del male a qualcuno: trovo inconcepibile ogni forma di violenza, sia fisica che psicologica. Cosa non rifarei…? Mi reputo soddisfatta di ciò che sono oggi, e ciò che sono è frutto del mio percorso esistenziale, compresi i miei errori: quindi credo che rifarei tutto ciò che ho fatto. Cosa sogno di fare…? Ancora tanta musica, tante scoperte e tante emozioni, senza le quali non riuscirei prorpio a immaginare la mia vita.

    Gabriele Serpe

  • Giovanni Allevi, il pianista classico dall’animo rock

    Giovanni Allevi, il pianista classico dall’animo rock

    Giovanni Allevi

    Giovanni Allevi è il pianista dei grandi palcoscenici teatrali e delle platee dei concerti rock. Di lui si dice abbia rielaborato la tradizione classica europea aprendola alle nuove tendenze pop e contemporanee, il che non è proprio cosa da poco. Questo omino dai capelli crespi e lo sguardo sveglio è un compositore di musica classica e i suoi brani sono presenti nella maggior parte degli i-pod dei giovani e dei giovanissimi, un risultato sorprendente che ha spiazzato tutti, a partire da lui.

    Originario di Ascoli Piceno, Giovanni decide di trasferirsi a milano dopo aver conosciuto Saturnino, arrangiatore bassista di Jovanotti. Sono proprio Saturnino e Jovanotti i primi a scommettere sulle potenzialità di questi brani molto semplici per pianoforte caratterizzati da melodie orecchiabili e fortemente comunicative.

    Così nel 1997 con la sua etichetta “SoleLuna”, Jova pubblica il primo album di Allevi dal titolo “13dita” e la musicista giapponese Nanae Mimura propone alcuni brani dell’album alla Carnegie Hall di New York. Da quel momento Giovanni inizia a farsi un nome e il suo talento viene lentamente riconosciuto da tutti.

    Nel 2004 inizia un tour internazionale dal palco dell’HKAPA Concert Hall di Hong Kong per arrivare il 6 marzo dell’anno successivo ad esibirsi sul palco del tempio mondiale del Jazz: il “Blue Note” di New York, dove registra due strepitosi sold-out. Oggi sono quattro in totale gli album pubblicati, con una bacheca già ricca di importanti onoreficenze e grandi esibizioni.

    Giovanni è venuto a Genova a presentare il suo libro, non una biografia, ma un omaggio a quella forma d’arte che lui chiama “strega capricciosa”, la musica che ha plasmato ogni sua energia pretendendo sempre dedizione assoluta.

    Nel tuo libro descrivi la musica come la tua “strega capricciosa” e non dimentichi mai di scriverla con la”M” maiuscola…

    Si, lei è la mia strega capricciosa, la mia ossessione, il mio grande amore. Una strega dalla quale non potrei liberarmi neanche se lo volessi, lei mi comanda, mi obbliga a fare salti mortali ed è sempre con me. Avevo cinque anni la prima volta che ho suonato un pianoforte, lo avevamo in casa ma i miei non volevano che lo suonassi. Così iniziai di nascosto, studiavo quando loro non erano a casa e me ne innamoravo giorno dopo giorno. Pensate che i miei scoprirono che sapevo suonare cinque anni più tardi, durante una recita in quinta elementare! Ricordo che suonai un preludio di Chopin…

    Dieci anni di pianoforte e dieci di composizione fra i conservatori di Perugia e Milano, poi l’esperienza all’Accademia Internazionale di Alto Perfezionamento di Arezzo. Oggi però le tue composizioni sfuggono dalla rigidita’ delle regole classiche…

    Sento fortissima la necessità di cambiamento, ma per rompere con le regole bisogna conoscerle profondamente, questo ci tengo a dirlo! Credo sia necessario passare attraverso l’accademia per poter provare a guardare oltre.

    I gusti musicali dei giovani stanno davvero cambiando? Ti senti in qualche modo un simbolo di questo cambiamento?

    Non la vivo come un’evoluzione celebrale di chi ascolta musica, ma come un grande ed inaspettato abbraccio della gente, un’evoluzione emotiva se vogliamo… quello si! Non riesco proprio a considerarmi emblema di questo possibile cambiamento, anche perché detta così sembra roba da extraterrestri! Senza dubbio i giovani sono la mia principale fonte d’ispirazione e nei loro occhi vedo ancora tanta luce a dimostrazione del fatto che questi tempi non sono morti e immobili come ce li vogliono dipingere. Una società che ama e segue la propria arte contemporanea è una società ricca e proiettata verso il futuro. Questo deve darci fiducia, altro che Italia fanalino di coda!

    Che musica ascolta Giovanni Allevi? E c’è un brano in particolare al quale ti senti maggiormente legato?

    Ascolto musica classica, ma non per snobbismo sia chiaro. Il fatto è che voglio puntare in alto e per migliorarmi costantemente devo rubare i segreti ai miei colleghi! Ad esser sincero però non ho un brano o una canzone preferita, ogni brano racchiude un momento, un’immagine, un gesto, un oggetto della nostra vita, che so.. anche una scatoletta di tonno! Per questo la lista è lunga e non esiste un pezzo più significativo di altri.

    Un capitolo del tuo libro è interamente dedicato alla paura di esibirsi, alla famosa ansia da palcoscenico.. Ancora oggi hai paura di sbagliare quando sali sul palco?

    Certo che si! E più si va avanti più si ha paura! Ricordo una serata in cui ero talmente agitato che, una volta seduto al pianoforte, non riuscivo a ricordare minimamente come iniziasse il brano che mi ero preparato!! Però non si tratta di paura di suonare, è più che altro paura del giudizio di chi ascolta e il giudizio degli altri spaventa chiunque non solo chi suona. Quando salgo sul palco mi rendo conto subito se la gente è venuta per emozionarsi o se hanno tutti il fucile puntato per giudicare se suono bene o male… Nel primo caso mi apro immediatamente, non sento nessuna ansia e vado liscio, nel caso contrario mi irrigidisco.

    Sei venuto spesso a suonare nella nostra città, che idea ti sei fatto di Genova e dei suoi abitanti?

    Ti rispondo così di getto… i colori. Genova è per me la città dei colori, colori unici che rimangono nella testa. E io trovo la gente colorata di conseguenza, la fama del genovese chiuso per quanto mi riguarda possiamo pure gettarla nel dimenticatoio!

      

  • Gianni Serino, il bassista genovese di livello internazionale

    Gianni Serino, il bassista genovese di livello internazionale

    Gianni SerinoC’è chi lo definisce il più grande bassista del mondo. Di sicuro il genovese Gianni Serino è uno dei più quotati geni del basso al mondo.

    Pensate che stia esagerando? Allora facciamo così. Invece che starvi ad annoiare con il suo lungo curriculum, con le collaborazioni, le pubblicazioni, la didattica, le tecniche innovative, eccetera, eccetera, vi do un semplice consiglio: andate su YouTube, digitate “Gianni Serino” e scegliete uno a caso tra i video che compaiono. Poi mi saprete dire. Ora, a uno così, uno che ci è spuntato gratis proprio nel giardino di casa, abbiamo noi offerto spazi, riconoscimenti, opportunità? State a sentire…

    Allora Gianni, cosa pensi della scena musicale genovese di questi ultimi tempi?

    Beh, è molto ricca di band valide, belle idee e serietà. I ragazzi ultimamente si sono fatti molto più furbi rispetto alle proposte infami delle case discografiche pronte solo a spillare soldi… e non vado oltre! Ma la cosa più piacevole è constatare che hanno un soggetto, un’idea, e sono pieni di carica. Io non sono uno di quelli che dice: questo è brutto o questo è bello. Ho solo piacere ad osservare la passione. Naturalmente esistono anche tante band che devono ancora trovare la loro strada… fa parte del gioco! Ma tutti meritano incoraggiamenti.

    Veniamo al tuo rapporto con Genova: cosa ti ha dato la città e la sua gente?

    E’ una gran bella città, sia chiaro, con idee musicali valide, come ho detto prima, ma è stata rovinata dalla politica e dalla grande indifferenza artistica. La ritengo povera di interessi, povera di idee, povera di tutto… peccato! Un posto così… cosa vuoi che mi abbia dato? Non mi ha dato nulla di nulla: solo una gran spesa di soldi!! Riesco a sentirmi valorizzato quando sono altrove, dove il livello mentale delle persone è più elastico. Ho già escluso Genova dalla mia testa: le cose che faccio, le presento altrove.

    E’ triste, in effetti… Meglio tornare al discorso musicale: che consiglio ti senti di dare ai tanti giovani che suonano uno strumento?

    Rispondo con poche parole: semplicemente, lavorare, lavorare, lavorare sempre, sempre, sempre. Non perdete un secondo della vostra vita con cose nulle: chi vuole una cosa, se la vuole veramente, la ottiene.

    Andrea Giannini

  • Intervista a Irene Fornaciari: il Festival di Sanremo e la nuova vita a Righi

    Intervista a Irene Fornaciari: il Festival di Sanremo e la nuova vita a Righi

    Irene FornaciariSotto il sole di mezzogiorno incontro Irene Fornaciari, classe 1983, cantante, figlia del famoso Zucchero. Lei da qualche anno vive a Genova con il compagno, musicista anch’egli.

    Ciao Irene, partirei con una domanda sulla tua recente partecipazione al Festival di Sanremo, sei soddisfatta?

    “Sono contenta, ho provato vibrazioni positive sul palco. L’importante era suonare il pezzo più volte e direi che ci siamo riusciti arrivando in semifinale”.

    La collaborazione con I Nomadi come la giudichi?

    “Collaborare con I Nomadi è stata un’esperienza indimenticabile e non solo dal punto di vista artistico, ma anche umanamente, sono stati dei compagni di viaggio fantastici, ogni sera li ringraziavo”.

    Cosa ne pensi della manifestazione sanremese, la consideri un’esperienza importante per un artista?

    “Io sono sempre stata pro festival. Per me rappresenta ancora oggi, nonostante le critiche, la storia della musica italiana. Per affrontare il palco dell’Ariston ci vuole preparazione. Le emozioni che ho vissuto all’Ariston sono le più forti, nemmeno all’Olimpia di Parigi le ho provate”.

    Che rapporto hai con la nostra città?

    ” Vivo a Genova da qualche anno, sulle alture del Righi, un posto con un panorama splendido, ho un solo rammarico vivo poco la città perché sono sempre in giro per lavoro. Esco raramente anche per via del mio carattere, spesso quando torno preferisco stare a casa e rilassarmi guardando il mare dalla mia finestra”.

    Quali luoghi della città apprezzi in particolare?

    “Il porto antico è bellissimo, poi in generale amo stare in mezzo alla natura, passeggiare nel parco del Righi con il mio cane e soprattutto avere il mare vicino è per me fonte di ispirazione”.

    Per concludere vorrei un giudizio sui genovesi…

    “E’ incredibile come nella mia esperienza abbia riscontrato il contrario dei luoghi comuni che vi descrivono come chiusi, scontrosi e diffidenti. In realtà quando aprite il cuore ad una persona siete generosissimi, ho conosciuto sempre persone disponibili”.

    Quindi è un ritratto più che positivo, hai invece qualche critica?

    “Un consiglio: dare più spazio alla musica live a Genova. Uno spazio come il porto antico andrebbe sfruttato maggiormente, si potrebbero organizzare più concerti”.

    Matteo Quadrone