Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Nel 2012 l’occasione che non ti aspetti. Scrivere due brani per chitarra classica da inserire in un progetto didattico per le scuole elementari: dopo quella esperienza Fabio Gremo decide che è arrivato il momento di tornare al vecchio amore, dopo anni come bassista nel mondo del rock e del prog e le tournée internazionali con la band genovese Il Tempio delle Clessidre.

    Dopo oltre un anno ecco il disco “La mia voce“, il primo da solista, brani strumentali per chitarra classica, ognuno accompagnato da una fotografia e una descrizione testuale.

    Passare da un ruolo di bassista in un gruppo già molto attivo a un progetto solista. È un po’ come rimettersi in gioco?

    «Suonavo la chitarra classica già prima di entrare nel Tempio delle Clessidre (e in tutti gli altri progetti in cui ho suonato il basso, ad esempio i Daedalus), pertanto è stato più che altro un tornare al mio primo strumento. Sin dai tempi del conservatorio sognavo di realizzare un album tutto mio con la chitarra ed ho sempre tenuto viva questa idea, nonostante le vicende successive mi avessero allontanato da quell’ambito. Effettivamente posso dire di essermi messo in gioco sotto molti punti di vista… È stato un lavoro denso ed impegnativo, più volte ho temuto di non farcela e solo quando ho avuto il disco finito tra le mani ho potuto tirare un colossale sospiro di sollievo!».

    Sei compositore, arrangiatore, orchestratore, autore di testi, nonché bassista; come cambia l’approccio a queste diverse attività e quale ti stimola maggiormente?

    «Ogni settore ha le sue peculiarità ed il suo fascino, in ciascuno di essi riesco sempre a trovare qualche stimolo ed ispirazione. Sicuramente la differenza maggiore si pone tra le attività che posso svolgere da solo, per le quali sono libero di seguire il mio istinto fino in fondo, e quelle che necessitano della partecipazione di altre persone, con cui occorre necessariamente raggiungere un equilibrio. Vivo con molto trasporto il momento in cui un’idea melodica si affaccia alla mente dandomi la possibilità di costruirvi sopra un brano, si innesca qualcosa di magico… Lo stesso accade quando mi trovo da solo ad improvvisare sulla chitarra, ma d’altro canto è così trascinante ed intenso poter calcare il palco con un gruppo! La condivisione delle esperienze ha un sapore dolce».

    Quali sono state le reazioni del pubblico al tuo ultimo lavoro?

    «Il disco è stato accolto con entusiasmo da chi lo ha ascoltato, forse perché i pezzi che contiene sono molto melodici ed offrono spunti per viaggiare con la fantasia. Ho ottenuto alcune belle recensioni in Italia e all’estero. Purtroppo la diffusione non è ampia, ora come ora mi sto occupando personalmente della distribuzione, forse le cose migliorerebbero se avessi il supporto di una etichetta discografica».

    Cosa significa secondo te essere un artista/musicista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti? È ancora possibile vivere di musica?

    «L’attività di musicista oggi si inserisce in un panorama decisamente saturo: viviamo in un’epoca che ha già visto numerose rivoluzioni in ambito musicale, pertanto è assai difficile proporre qualcosa di veramente originale. Credo che la cosa più importante, tuttavia, sia riuscire a comunicare attraverso la musica, definendo un personale linguaggio che permetta di esprimere agli altri i propri sentimenti. Per quanto mi riguarda non c’è nulla di più entusiasmante del riconoscere in chi ascolta le stesse emozioni che mi hanno permesso di creare la musica che suono. Ciò non toglie che vivere di musica sia comunque un’impresa eroica: gestire in autonomia un lavoro complesso, con molteplici aspetti da tenere sotto controllo, richiede parecchie risorse economiche, fisiche e mentali, perciò si può essere tentati a scendere a compromessi ad esempio suonando cover, sottostando ai dettami di una direzione artistica o ricoprendo il ruolo di turnista/orchestrale. È la ben nota diatriba tra il vivere di musica o della propria musica: il primo caso ha una valenza quasi impiegatizia, seppur rispettabilissima, il secondo permette a mio avviso una completa espressione artistica, ma è drammaticamente più arduo».

    Con la band Il Tempio delle Clessidre hai girato molti palcoscenici mondiali, dalla Corea agli Stati Uniti. Come cambia l’approccio al mestiere del musicista, pensi ci sia più propensione all’ascolto rispetto al nostro paese?

    «Per quel che ho potuto constatare, l’unica vera differenza rispetto all’Italia è nel modo in cui il musicista viene considerato: all’estero l’attività musicale è semplicemente trattata come un qualunque altro impiego, con la sua dignità ed il rispetto che merita. Non c’è alcun pregiudizio, né ci si sente in imbarazzo affermando di lavorare nel settore, qualunque sia l’interlocutore. In Oriente in particolare questa sensazione diviene quasi viscerale, per il profondo senso di devozione e riguardo che si respira. Per quanto concerne gli appassionati di musica c’è molta curiosità, ma non mi sento di recriminare su quanto accade nel nostro Paese; forse in altre nazioni è più diffusa la consuetudine di frequentare concerti con regolarità, ma devo ammettere che in ogni nostra esibizione abbiamo sempre riscontrato un calore ed una amicizia veramente forti da parte del nostro pubblico».

     

    video a cura di Daniele Orlandi e Claudia Baghino

  • In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    in-via-del-campo-nascono-i-fiori-rossella-bianchiL’abbiamo incontrata al Berio Cafè per la presentazione del suo libro In via del Campo nascono i fiori (edito da Imprimatur), lei è Rossella Bianchi, la trans presidente dell’Associazione Princesa fondata da Don Andrea Gallo. I lettori più attenti ricorderanno lo speciale di Era Superba sul Ghetto, chi scrive aveva già conosciuto Rossella in quell’occasione (qui l’intervista): mi era piaciuta subito, vedevo in lei grande dignità. Di poche parole, ma al contempo aperta e disponibile nei miei confronti, ha suscitato in me dal primo momento simpatia, ammirazione e curiosità. Rossella avrebbe tante storie da raccontare, mi dicevo. Adesso, quelle storie le ho trovate nel suo libro, un libro onesto, sincero e senza censure. E nel locale della biblioteca Berio, ho avuto la possibilità di approfondire con lei quello che all’epoca, per pudore e per rispetto, non le avevo chiesto.

    “Sono nato il 14 novembre 1942 in un paesino delle colline lucchesi da una famiglia contadina. Da piccolo sentivo il desiderio di immedesimarmi in una identità femminile. Fino a quando ho creduto di essere l’unica mente malata sulla faccia della terra, avevo pensato a come aggirare l’ostacolo: farmi prete”. Così scrive nel suol libro Mario Rossella Bianchi. Poi sappiamo già com’è andata: ha deciso di non farsi prete ed è arrivata a Genova, nei vicoli, dove tutt’ora esercita il mestiere più antico del mondo.

    L’arrivo a Genova, città in cui si è dovuta ambientare, le violenze, le amiche perse lungo la strada, la piaga della droga, poi l’arrivo di Don Gallo, come un angelo, come un amico, più di un padre.

    La storia di Rossella e del Ghetto

     «Farvi sorridere, emozionare e riflettere, senza pretese letterarie era lo scopo che mi ero posta e penso di averlo raggiunto». È una storia difficile la sua, come quella di molte altre trans arrivate negli ’60 (e poi nei decenni a seguire fino ad oggi) nel Ghetto, quadrilatero racchiuso tra Via del Campo, Via Lomellini, Via delle Fontane e Via Balbi. È una storia anche orgogliosa: quella di una persona forte e determinata. È la storia di chi ha vinto: ha vinto la sfida più grande, quella con se stessa, non solo con gli altri.

    «Fin dalle scuole elementari avevo capito che qualcosa in me non quadrava: ero attratta dai ragazzini. A 8 anni ho incontrato il mio primo (e unico: da grande mi sono rifatta abbondantemente!) amore platonico, che però non mi corrispondeva. Ho capito subito di essere “diverso” e le mie zie, quando lo hanno saputo, mi hanno mandata a Lourdes per chiedere la grazia alla Madonna e farmi tornare “normale”. Lì ho conosciuto una ragazzina di Milano che si è invaghita di me e mi ha invitata a trovarla nella sua città. Le mie zie mi hanno mandata a pranzo da lei, erano 7 tra fratelli e sorelle, il padre era un maresciallo della buon costume! Primo piatto servito a tavola, un vassoio di finocchi: oh Madonna, ho pensato, qui finisco nel piatto pure io!».

    Una simpatia naturale e intelligente, che coinvolge il pubblico del Berio Cafè  e cela una personalità più complessa e riflessiva «Tra i 15 e i 20 anni, ho scritto una cinquantina di poesie, tutte un po’ cupe: percepivo le difficoltà del futuro. Facevo la “checca pazza” in giro, facevo un vanto del mio essere diverso e mi autos-puttanavo (non esisteva ancora la parola outing), ma alla sera mi guardavo allo specchio e capivo che qualcosa non andava ed ero triste, di una tristezza leopardiana». All’epoca Mario viveva ancora nella provincia lucchese e iniziava a frequentare le prime amicizie gay. In quegli anni il battesimo di Mario come ‘Rossella’, un omaggio alla protagonista di “Via col Vento”: «tutti i miei amici gay avevano un nome femminile, di un’attrice o comunque con riferimento mai casuale. Avevo paura che mi dessero un soprannome brutto: pensate che una di noi la chiamavano “Aiutami a piangere”! Alla fine mi hanno chiamata Rossella perché, in preda a sofferenze amorose, decisi di reagire pronunciando la frase del noto film: “Domani è un altro giorno”. Sono passati 50 anni e sono ancora Rossella, anche se i miei documenti non dicono la stessa cosa».

    Nello stesso periodo le difficoltà a trovare un lavoro: la sua esuberanza non la faceva passare inosservata e, nella provincia toscana degli anni ’50-60, non erano molti quelli disposti a offrirle un lavoro. Da qui la decisione di emigrare a Genova. «Sono arrivata a Principe il 31 dicembre 1964: era la prima volta. Mi sono diretta in Vico delle Cavigliere, nel Ghetto, dove abitavano alcuni amici che mi aspettavano per festeggiare il capodanno: il tassista nemmeno voleva portarmici. Non nego che l’impatto sia stato brutto. Era sporco, pieno di prostitute e brutta gente, ma dopo pochi giorni me ne ero innamorata perdutamente e mi sono trasferita qui. C’era un’atmosfera nuova: qui non ti facevano sentire diversa, ero una come tutti. Così ho deciso di restare, ma non è stato facile, mi sono successe tante cose negative. Alla fine però non mi sono mai arresa».

    rossella-princesa-trans-ghettoLa sua vita privata, da questo momento, si intreccia con la storia del ghetto di Genova, segue le sue trasformazioni sociali e urbane. Il quartiere inizia a trasformasi, arrivano i ragazzi, travestiti, truccati e colorati. Anche Rossella così decide di tagliare i legami con la vita di prima… All’epoca era illegale: vigeva il reato di mascheramento, retaggio fascista (decaduto più tardi con una sentenza della Cassazione), così c’erano frequenti incursioni e arresti da parte delle forze dell’ordine. «Eravamo non transessuali ma travestiti: uscivamo la mattina pronte a tutto, anche ad essere arrestate e passare la notte in cella. Quando ci prendevano, ci rilasciavano la mattina dopo, con la barba che aveva vinto la battaglia con il fondotinta. Una lotta continua con la polizia fino agli anni ’70, ma siamo ancora qui».

    [quote]Molte di noi, nei primi tempi, non erano nemmeno troppo attraenti: sembravamo uscite da un film di Fellini e se il regista avesse fatto una capatina nei vicoli avrebbe trovato del bel materiale![/quote]

    Arrivano gli anni ’70, scompare la polizia ma sopraggiunge la piaga dell’AIDS, la droga, la morte per overdose, i suicidi: una peste. Era il 1975, era arrivata l’eroina e si era portata via l’entusiasmo e la gioia di vivere. «Ci sono caduti quasi tutti e l’ambiente era invivibile. Ci siamo salvate in poche: non le più intelligenti ma le più fortunate, quelle che non hanno incontrato le persone sbagliate nel momento sbagliato». Poi, negli anni ’90, l’immigrazione: arrivavano nel ghetto i diseredati, i “senza futuro”, quelli che erano costretti a delinquere perché non avevano scelta. Oggi la situazione si è normalizzata e chi è rimasto si è integrato.

    Fino alla storia die nostri giorni, l’ordinanza dell’ex sindaco Marta Vincenzi, che imponeva di chiudere i bassi perché un’offesa al pudore. Da qui una battaglia costata molti soldi, e una causa persa. Poi, però, siccome nulla viene per caso, c’è stato anche l’incontro con Suor Teresa, una suora brasiliana che è stata trait d’union tra le trans e Don Gallo: il padre che ha preso a cuore la causa delle Princese e le ha aiutate a restare nel ghetto. Anzi proprio lui le ha chiamate così: sapete da dove viene questo nome? Princesa era una trans brasiliana arrivata in Italia per guadagnare soldi per la madre e i fratellini. Lavorava a Roma e metteva da parte un buon gruzzolo che consegnava in custodia alla proprietaria della pensione in cui alloggiava; al raggiungimento della somma desiderata, scoprì che nel frattempo la padrona aveva speso tutto. Princesa l’ha accoltellata ed è stata condannata per omicidio: dal carcere ha scritto un libro, che ha poi ispirato la celebre canzone di Fabrizio De André.

    Il libro di Rossella si snoda attraverso gli eventi più importanti, quelli che come sliding doors hanno cambiato il corso della sua vita e di tutto il ghetto: «Ho vissuto una vita intensa, nonostante il carcere e le altre disavventure, ma non rimpiango niente. Se fossi stata diversa, non sarebbe stata così speciale. Vorrei che tutti la potessero vivere».

    La stesura del manoscritto è iniziata 4-5 anni fa: all’epoca era solo una bozza, un’idea che sembrava un sogno anche alla stessa autrice. Oggi il sogno è diventato realtà: l’appuntamento di martedì era il primo di una serie di incontri per la promozione del testo, che andrà oltre i consueti tre mesi. Lo conferma Domenico Chionetti, portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto: «Partiamo dal basso in tutti i sensi, perciò il libro avrà una lunga promozione, cercheremo di portarlo in tanti territori e sarà presentato in estate anche all’interno del Gay Village romano. La storia di Rossella si legge tutta d’un fiato: la storia di una straordinaria emancipazione collettiva e della più grande comunità transessuale d’Italia».

     

    Elettra Antognetti

  • Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    silvia-robertelliViaggiare e cercare di cogliere il senso del luogo in cui ci si trova. Coglierlo per immagini, e farlo attraverso un sottile segno di matita che su un quaderno delinea, a tratti snelli e veloci, l’impressione che quel luogo, con le sue evocazioni e i suoi particolari irripetibili, ha generato dentro di noi. Questo è ciò che più di tutto viene fuori dal lavoro di Silvia Robertelli.
    Immagini di luoghi consegnati allo sguardo dello spettatore, che si immedesima ma rimane in qualche modo “insoddisfatto”, perché i disegni di Silvia mostrano solo un frammento, un angolo, e il resto sta all’immaginazione, tanto da far venir voglia di andare a vedere di persona i posti rievocati sulla carta: «Scegliendo che cosa esporre (per la mostra presso Cibi&Libri, ndr), in modo molto spontaneo è emerso dai miei lavori il tema del viaggio, e soprattutto delle città. Mi sono accorta quasi per caso che questo tema ritornava spesso nelle mie rappresentazioni e ho pensato che potesse assumere un significato accostare questi lavori che appartengono a momenti di vita molto diversi – dal 2011 ad oggi. Per me il viaggio è un movimento solitario verso e attraverso realtà nuove; non importa la lontananza, essere dall’altra parte del mondo o nella tua stessa città: è intraprendere strade nuove, sentieri mai percorsi e stupirsi voltando l’angolo. In questo senso ci sono molte affinità con la creazione artistica: necessariamente a confronto con se stessi, si percorrono strade nuove e si sorride con stupore».

    silvia-robertelli-3A vent’anni Silvia ha iniziato a viaggiare: «Il mio primo viaggio da sola è stato in Spagna nel 2009, per andare a trovare mia sorella in Erasmus ad Alicante, approfittandone poi per passare qualche giorno da sola a Valencia. In allegra compagnia di un’australiana, di un messicano e di un newyorkese, incrociati casualmente e spontaneamente, mi son lasciata trasportare nella vita della città e mi sono innamorata del viaggiare da sola».
    Poi, il trasferimento a Urbino per perfezionare i propri studi, e l’inevitabile scoperta che anche questa occasione stava generando nuove riflessioni, finite tutte in un taccuino che poi è stato stampato e rilegato, diventando una sorta di racconto breve per immagini accompagnate da frasi concise: «Questo librino, poco più che un quaderno di schizzi, è nato raccogliendo disegni di vari moleskine durante il primo anno a Urbino, dove mi ero trasferita per frequentare l’Isia, i brevi ritorni a Genova, e i lunghi tragitti in treno». Così si spiega la bellissima visuale soggettiva con cui Silvia sembra mostrare allo spettatore ciò che lei vedeva, attraverso i suoi stessi occhi: «Erano tutti disegni fatti per esercizio, dal vero, senza un intento preciso. Erano ritratti rubati di passeggeri addormentati in treno, le colline fuori dalle finestre durante le lezioni, momenti in città seduta al sole, la nuova casa e la casa di sempre. Rimescolando le immagini, il racconto è venuto da sé, le parole sono uscite fuori dai disegni stessi, per guidare e suggerire un percorso nella quotidianità. Questo mio lavoro parla delle emozioni contrastanti dell’iniziare a vivere in un posto nuovo: la ricerca di un’intimità con il luogo, trovare i propri “posti segreti” dove rifugiarsi, la meraviglia e la scoperta, il piacere delle piccole cose, ma anche la malinconia e la lontananza. Un lungo viaggio, insomma».

    da "Ritorno a Genova", Silvia Robertelli
    da “Ritorno a Genova”, Silvia Robertelli

    Così da queste immagini esce qualcosa che suggerisce un indefinito senso di riflessiva e malinconica intimità. Viaggiando, guardando, incontrando, ti allontani da ciò che è noto, diventi permeabile e ti lasci attraversare dall’ignoto, forse fuggi, in parte, per perdere e ritrovare te stesso alla fine del viaggio. Tornando al punto di partenza, come nella grande stampa “Ritorno a Genova”. Sul noto tema della fuga e ritorno alla nostra città, spesso madre ostile, racconta: «Genova è difficile, attrae e respinge al tempo stesso. E’ facile cercare (e soprattutto trovare) molto altro altrove, lamentarsi di quanto manchi alla città e quindi andar via; ma al tornare si percepisce quanto sia mancata, unica e bellissima in tutte le sue contraddizioni, quanti “giardini segreti”, quanti tesori nasconda nei suoi vicoli».

    Che si tratti di Urbino o di Parigi, il luogo determina lo stile e il risultato e in ogni caso quel che conta è sperimentare il più possibile: «Cambio molto stile e tecniche nei miei lavori; da un lato sicuramente perché sto ancora scoprendo tante cose e non ho ancora trovato il mio stile “definitivo”. D’altra parte vorrei sempre continuare a sperimentare e confrontarmi con tecniche e modi differenti e non fossilizzarmi su un solo modo di fare illustrazione. Del resto, le proprie creazioni riflettono quel che siamo e io sento di cambiare costantemente. La serie di illustrazioni di Parigi è del 2011, e credo che il momento che stavo vivendo spieghi sia la tecnica utilizzata che il tipo di atmosfera. Stavo frequentando l’ultimo anno della triennale in Disegno Industriale e mi trovavo in Erasmus. E’ stato in quel momento che ho scoperto che potevo usare in modo creativo gli strumenti digitali che mi avevano insegnato per la progettazione grafica, che ho scoperto qualcosa di più dell’illustrazione e che ho iniziato a immaginare di poter percorrere questa strada. Facevo uno stage in un’agenzia di comunicazione e tra un lavoretto di grafica e l’altro (per lo più noiosa manovalanza) avevo iniziato, per divertimento, a illustrare Parigi: tutti i suoi colori e la miriade di piccole sorprese che di giorno in giorno scoprivo in quei mesi. Un modo per portare la vita frizzante che c’era fuori all’interno di quell’ufficio un po’ noioso».

    Tra una sperimentazione e l’altra, inoltre, Silvia ha avuto l’opportunità di essere illustratrice per Garante Infanzia e Città Amica, esperienza cui è giunta «grazie a due buoni amici: Massimiliano Salvo, giornalista per Repubblica, è curatore del sito Garanteinfanzia.it, un portale di informazione legato all’Unicef dedicato sia ai ragazzi sia a genitori che insegnanti, dove si parla di attualità, diritti dei bambini e dei ragazzi, scuola. Daniele Salvo, suo fratello, è laureando in Urbanistica e sta seguendo il progetto Genova Città Amica dell’Infanzia e dell’Adolescenza, promosso dal Comitato Unicef Genova. Si tratta di un’indagine condotta in tutte le scuole della provincia sulla percezione dello spazio urbano da parte dei ragazzi, con l’obiettivo di coinvolgerli nella definizione degli spazi. Il progetto nazionale Città Amica ha un logo ufficiale ma il Comitato Unicef Genova mi ha chiesto di realizzare questo logo per l’iniziativa genovese proprio per caratterizzarla maggiormente. Spero che anche questo piccolo contributo possa servire a darle rilievo e che il progetto venga ben recepito dalle istituzioni e che si possa davvero tradurre in reali interventi di riqualificazione urbana a vantaggio dei ragazzi. Sono entrambe bellissime iniziative e sono felice di esser stata coinvolta».

    Scegliere di fare l’illustratrice come lavoro: è possibile farlo qui o no? Paure e speranze? «Mi piacerebbe provare a lavorare come illustratrice da Genova… sono molto ottimista per le possibilità che offre internet e quindi credo che con una buona conoscenza delle lingue, qualche viaggio di esplorazione e un po’ d’intraprendenza si possa lavorare anche per qualche cliente straniero dal proprio atelier genovese, dopo una soleggiata pausa pranzo in terrazzo. Almeno, questo è il mio sogno! Purtroppo è vero che la quantità di possibilità che ci sono all’estero (ma anche solo in altre città italiane, Bologna per dirne una) e soprattutto il livello di considerazione nei confronti dell’illustrazione (e del visivo e della cultura in generale) non sono paragonabili alla realtà genovese. Ma sto scoprendo e conoscendo tanti altri ottimi illustratori e fumettisti genovesi, silenziosamente qualcosina si muove e io da inguaribile ottimista credo che possiamo insegnare a Genova ad apprezzare e valorizzare questa bellezza». L’importante è metterci sempre tantissimo spirito d’iniziativa. Per esempio, visto l’amore per l’estero e per i viaggi, «insieme a Lisa Fruehbeis, un’amica di Augsburg (Germania) abbiamo creato il progetto comune lively-lines.com specializzandoci soprattutto nell’illustrazione esplicativa di idee, spesso in grande formato. In questo momento, ad esempio, siamo a Parigi e disegneremo durante OuiShare Fest, interessantissimo festival di economia collaborativa. Grandi idee meritano grandi disegni!».

     

    Claudia Baghino

  • De Correspondent: la proposta olandese per il giornalismo di domani. La nostra intervista

    De Correspondent: la proposta olandese per il giornalismo di domani. La nostra intervista

    de-correspondentDe Correspondent is a Dutch-language, online journalism platform that offers background, analysis, investigative reporting, and the kinds of stories that tend to escape the radar of mainstream media because they do not conform to what is normally understood to be ‘news’”. Sono le prime parole che si leggono sulla homepage della testata olandese De Correspondent, un progetto dalla storia tutta particolare lanciato nel settembre del 2013. I suoi ideatori e fondatori, due giovani giornalisti reduci da precedenti esperienze non troppo soddisfacenti nell’ambito di redazioni ben più tradizionali di quella cui hanno dato vita, sono Ernst-Jan Pfauth e Rob Wijnberg, rispettivamente classe 1982 e ’86.

    Ernst-Jan è (oltre che filosofo) editore e co-fondatore del Correspondent, prima di partecipare al nuovo progetto giornalistico con il collega Rob è stato Editor-in-chief della nrc.next, uno spin-off di NRC Handelsblad, il principale quotidiano nazionale d’Olanda. Rob Wijnberg, invece, è caporedattore di decorrespondent.nl: dal 2008 autore di The Next Web Blog (oggi tra i dieci più visitati al mondo), anche lui precedentemente ha lavorato come Editor-in-chief del sito internet di NRC Media, dove ha conosciuto il collega.

    Insieme, da gennaio 2013, hanno messo a punto l’idea di lanciare una nuova piattaforma per contenuti online: nel marzo dello stesso anno hanno aperto un crowdfunding e, grazie alle donazioni dei contribuenti, a settembre il progetto è diventato realtà. Così è nato De Correspondent, una testata che si fonda sul contributo – sia finanziario che intelletturale – dei suoi membri. È sorta così una community attiva, all’interno di un progetto che sembrava nato per fallire perché voleva scardinare tutte le credenze vigenti fino ad allora nel mondo dei media olandesi.

    Noi li abbiamo incontrati al Festival del Giornalismo di Perugia.

    De Correspondent, la genesi

    de-correspondent-festival-giornalismo-perugiaL’idea era quella di dare vita a un giornale di rottura rispetto al panorama piuttosto conservatore dei media olandesi, che peraltro non sembrano essere in crisi, anzi continuano a guadagnare circa 12 milioni di euro all’anno. Non ci sono parole migliori di quelle usate da Ernst-Jan per descrivere la genesi della loro iniziativa: «Rob aveva 27 anni e io 24 quando siamo stati ingaggiati dal colosso editoriale olandese NCR, e proprio da lì, da una delle redazioni più tradizionali che esistano, noi due – dopo aver appurato che le nostre visioni erano simili e gli intenti comuni – abbiamo cercato di cambiare il mondo del giornalismo. Il nostro obiettivo era adeguare il giornale al futuro, produrre contenuti che i giovani lettori avrebbero voluto leggere».

    Gli obiettivi che i due ragazzi olandesi volevano raggiungere erano sostanzialmente due. «Volevamo passare dalle ‘news’ al ‘new’, dalla notizia alla novità: la prima, infatti, è diventata una merce, un bene comune (spesso di bassa qualità: elaborazioni di comunicati stampa e publiredazionali) per cui i giovani non erano disposti a pagare. Inoltre, volevamo parlare di ‘regola’, non di ‘eccezione’: la prima è il modo in cui realmente funziona la società, ma non fa vendere e spesso non è raccontata. L’eccezione invece è sempre presente sulle pagine dei giornali, ma da un’idea distorta del mondo. Ci siamo opposti a tutto questo e, contro ogni probabilità di riuscita, abbiamo maturato l’idea di fondare un giornale che parlasse di ‘regole’ e basato sul concetto di ‘new’».

    «Un’operazione di rottura – continua Ernst-Jan Pfauth – tanto più se considerate il background di riferimento (la piccola, conservatrice Olanda), e per questo sono andato con i piedi di piombo, sfruttando l’esperienza fatta nella palestra di NCR. Lì ero il responsabile del nuovo sito internet: un ruolo che veniva considerato come una sorta di purgatorio, un training da fare prima di arrivare alla redazione vera e propria. La squadra addetta ai media e al web era composta da un gruppo di giovani dinamici, accomunati dalla voglia di rompere con la tradizione. Da subito abbiamo iniziato a introdurre un nuovo modo di lavorare, non limitandoci a riportare quello che scrivevano anche gli altri, ma cercando testimonianze, aggiungendo qualcosa in più. Abbiamo iniziato anche a concentrarci sull’analytics, l’analisi del flusso di commenti e l’interazione che gli utenti/lettori producevano attorno alla notizia. Da qui, pian piano abbiamo cominciato a coinvolgere i lettori e chiedere di commentare le notizie e apportare un maggior grado di precisione, per aggiungere un qualcosa in più. L’esperimento aveva avuto discreto successo, ma è subentrata un altra azienda, che ha rilevato il giornale: Rob è stato licenziato e il mio progetto ‘ammazzato’. L’abbiamo interpretato come un segno e abbiamo lanciato il nostro Correspondent».

     De Correspondent: il record mondiale di crowdfunding

    Così a marzo 2013 Rob e Ernst-Jan danno vita a una campagna di crowdfunding per finanziare il loro progetto, che ha superato abbondantemente le aspettative: in sole tre settimane hanno raccolto 900 mila euro (circa 15 mila contribuenti); due settimane dopo, alla fine del fundraising (che durava, tra l’altro, molto poco: solo un mese), in totale i donors erano diventati 18.933, ciascuno dei quali aveva investito in media 60 euro a testa raggiungendo 1 milione e 200 mila euro! I sottoscriventi oggi sono diventati 32.360, dai 19 mila che erano: un 4% crescita in soli 7 mesi.

    Per dare un’idea: l’Olanda ha una popolazione di soli 16,8 milioni di cittadini e il numero dei subscribers, se contestualizzato, sembra ancora più notevole. «Una svolta nella campagna c’è stata quando siamo stati invitati a un programma tv su una rete nazionale e ci hanno guardato oltre 1 milione di persone: quello stesso giorno 5 mila persone hanno donato la loro quota. Un vero boom. In 8 giorni avevamo già raggiunto l’obiettivo!».

    Il primo passo

    Dopo questo primo successo, Rob e il collega avevano uno scoglio ancora più arduo da affrontare: mantenere la parola data a chi aveva deciso di sostenerli finanziariamente, costruire in 5 mesi una nuova piattaforma multimediale e ingaggiare uno staff qualificato per dare vita a una redazione dinamica e nuova, come l’avevano immaginata. «Il difficile è stato farci finanziare per un progetto che non esisteva: abbiamo chiesto soldi senza un progetto concreto, c’era solo un’idea di come sarebbe stato. Per questo abbiamo formato una squadra capace di interpretare il prodotto finale, coinvogendo persone conosciute ai più, che sono diventate nostri portavoce: la ex leader del partito dei Verdi olandese e un noto giornalista di reportage».

    Alla fine, la piattaforma ha visto la luce a settembre 2013. Il corrispondente (da qui il nome della testata, appunto) è la figura principale e il fulcro dell’intero progetto. Ogni corrispondente ha una propria nicchia di competenze, per esempio c’è chi si occupa di Europa, di progresso, di ‘education’, o di come il mondo può diventare migliore. I membri/lettori/donors possono scegliere di seguire uno o più corrispondenti a piacimento  e ricevere tutti gli aggiornamenti sul suo lavoro, gli articoli, pubblicazioni, foto, tweet e quant’altro. Gli aggiornamenti sono di due tipi: più dettagliati per gli esperti, e più generici, con storie alla portata di tutti i membri.

    Ogni giornalista ha, all’interno del Correspondent, un proprio blog con una homepage dove posta le sue storie, che sono in costante evoluzione e possono crescere: i corrispondenti condividono la propria ricerca e i membri contribuiscono, mettendo a disposizione le loro competenze specialistiche (Every member is an expert at something). Inoltre, sempre sulla home del blog, anche la bio dell’autore, la lista dei documentari preferiti, dei film, mucisti, libri, ecc. Non solo, dunque, gli articoli come obiettivo finale, ma anche il contesto per far crescere la condivisione.

    Non manca anche l’attenzione all’illustrazione e alla fotografia: no alla sindrome delle stock photos (una foto qualunque, basta che ci sia), sì a illustrazioni ad hoc che raccontano qualcosa. Ogni corrispondente collabora con un proprio illustratore e ogni blog ha quindi un taglio tutto personale.

    La Redazione

    Attualmente lo staff è composto da 8 persone assunte full-time, 19 freelance e 5 come personale di supporto. «Nel giro di poco tempo abbiamo ricevuto 1800 curricula: non ci aspettavamo tante richieste! La squadra è formata documentaristi, da chi si occupa dei podcast, ecc.: cercavamo non tanto giornalisti tradizionali ma ‘leader di pensiero’ e di conversazioni, non gente con competenze generiche ma con una mission specifica. Chi voleva candidarsi doveva spiegarci perché e cosa sapeva fare. Non accettavamo la risposta: ‘voglio scrivere di tutto’, ma era necessaria la passione per un argomento qualsiasi, se di importanza per la società. Oggi qui sono tutti liberi di determinare le proprie priorità: non chiediamo di scrivere quel che è già altrove né di correre dietro ai take degli altri giornali, ma sono tutti a briglia sciolta».

    La sede ‘fisica’ del Correspondent si trova negli uffici di uno stabilimento prima adibito a sede dei laboratori Shell, sulle rive del fiume IJ, ad Amsterdam.

     Anticonformismo e nuove tendenze giornalistiche: i comandamenti di De Correspondent

    Rob e Ernst-Jan sono l’emblema dell’anticonformismo: «Abbiamo ignorato i consulenti, blogger e advisor, per prendere una strada nuova». Ecco i loro suggerimenti agli aspiranti giornalisti:

    – iniziare in piccolo: bastano uno o due laptop!

    – fate crescere i lettori con voi: in un panorama dominato da notizie commodity e in cui non è più possibile guadagnare (o guadagnare molto) dall’attività di giornalista è importante dar vita a un sodalizio con i lettori;

    – no ads, more content: se c’è pubblicità, il vostro ruolo giornalistico passa dal contenitore di news e contenuto a mero reach per richiamare un certo target e perde libertà. Il De Correspondent è stato lanciato senza nemmeno un inserzionista!

    – fatela lunga: non fatela breve! Non è vero che i lettori sono passivi e pigri;

    – non solo fully-digital: «Design e grafica sono prioritari: collaboriamo con sviluppatori e designer perché loro sanno come raccontare le storie».

    Fin dall’inizio, infatti, De Correspondent collabora con Momkai (agenzia che si occupa di sviluppo digitale fondata nel 2002 da Harald Dunnink), già partner di Nike e Red Bull. L’agenzia ha deciso di sposare la causa del Correspondent anche se non c’era un grosso budget, perché si è innamorata del progetto: ora Sebastian Kersten (direttore tecnico e comproprietario della ditta) è uno dei co-founder della testata. La tendenza a inserire creativi e designer in ruoli dirigenziali all’interno del Correspondent è un punto imprescindibile.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Teatro GarageIl Teatro Garage nasce a Genova negli anni ’70, prima con altre denominazioni e sotto forma di cooperativa teatrale. Dal 1981 è diventato Teatro Garage, così come lo conosciamo ancora oggi. Nel corso degli anni tante le modifiche: ad esempio, ha smesso di girovagare da una sede all’altra e ha trovato stabilità in Via Paggi, nel quartiere di San Fruttuoso, a due passi da Villa Imperiale, Piazza Martinez e Piazza Terralba.

    Il teatro propone produzioni ed eventi teatrali: nel tempo ha messo in scena numerosi spettacoli e partecipato a varie rassegne promosse dal Comune di Genova. Oggi si dedica perlopiù al genere del cosiddetto ‘docu-teatro‘ (un teatro documentario, di parola e basato sul racconto) e mantiene una spiccata propensione per la drammaturgia contemporanea, in controtendenza con un mercato che chiede sempre più di ridere con commedie di vario genere.

    Nel corso di #EraOnTheRoad siamo andati negli uffici amministrativi del teatro e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lo “storico” direttore artistico Lorenzo Costa.

    Torniamo indietro nel tempo, agli anni ’80: la genesi del Teatro Garage e i suoi primi anni.

    lorenzo-costa-small«Il teatro è stato fondato come cooperativa teatrale nel 1974: non ci chiamavamo ancora Teatro Garage, nome che abbiamo assunto dal 1981. Per i primi tempi siamo stati nomadi, ma negli anni ’80 era normale: erano anni di fermento, delle botteghe teatrali. Gli artisti si rifugiavano nelle cantine, e tutto era più semplice. Genova era una città silente e per fare teatro bastava avere delle buone idee da realizzare. Tutto era possibile: anche l’atteggiamento dell’amministrazione era diverso, dava impulso e favoriva i giovani artisti, chiedendo loro di rinvigorire il panorama culturale della città. Abbiamo cambiato sede varie volte, ma siamo rimasti sempre fedeli al quartiere di San Fruttuoso: per qualche anno siamo stati anche in Via Donghi, poi ci siamo stabiliti in una vecchia sala sopra ad un garage in disuso. C’era ancora la grande insegna ‘GARAGE’ a caratteri cubitali, perciò abbiamo deciso di chiamarci così: bastava solo aggiungere la scritta ‘Teatro’ sopra all’insegna, e il gioco era fatto. Siamo rimasti qui circa 6 anni, poi siamo stati cacciati: c’era stata la tragedia del Cinema Statuto di Torino, in cui morirono molte persone a causa di un incendio, perciò furono chiuse le botteghe teatrali e le sale non a norma. Dopo essere stati un po’ in giro per la città senza fermarci, nel 1988 l’Amministrazione Comunale ci ha affidato in gestione la Sala Diana, un piccolo teatro ricavato dalla galleria dell’ex cinema omonimo: una vecchia sala di circa 1000 posti, in Via Paggi, che Coop aveva già acquisito dal Comune di Genova per farne un supermercato. A distanza di ormai 30 anni, quella è ancora la nostra sede».

    Il Garage oggi: cosa è cambiato?

    «Una cosa non è cambiata: oggi come allora, svolgiamo un lavoro costante per la città di Genova e soprattutto il territorio di San Fruttuoso, in cui siamo molto radicati. I nostri spettacoli nascono qui, poi girano l’Italia: insomma, il quartiere è fonte di ispirazione, in qualche modo. In questi 20 anni, però, siamo anche cambiati molto: quello che abbiamo creato si è trasformato in un lavoro vero e proprio, e non è più solo un divertimento. Siamo rimasti gli stessi dall’inizio e ora siamo un gruppo solido, attento e dinamico. Inoltre, altra cosa ad essere cambiata è il pubblico: mentre prima c’erano soprattutto persone che venivano da fuori, oggi il 50% degli spettatori sono della zona; mentre prima eravamo snobbati, oggi il nostro lavoro è apprezzato».

    A proposito di pubblico, che tipo di spettatori sono quelli che vengono al Teatro Garage?

    «Come dicevo, un buon pubblico, con una forte componente locale, attento e curioso, ma con qualche pecca (se così vogliamo chiamarla): in generale ci sono pochi giovani, l’età media supera i 45 anni e l’80% sono donne. Ci siamo trovati a fare dibattiti a fine spettacolo, con 60 donne e 20 uomini, che raccontavano di essere lì solo perché trascinati dalla moglie o dalla fidanzata. La risposta che ci siamo dati è che le donne sono più propense ad avvicinarsi al teatro perché è un campo per cui è necessario avere una sensibilità particolare, che di norma appartiene più all’universo femminile e meno agli uomini. Sono tendenze che accomunano molti teatri in Italia, non sono una prerogativa del Garage: c’è una disaffezione generale. Ad esempio, molti ragazzi pensano ancora che il teatro sia un posto vecchio e ‘incartapecorito’, ma è importante ribadire che non è più (o sempre) così».

    Parliamo invece di voi: la vostra compagnia è composta da persone fisse o cambiano ad ogni spettacolo?

    «Quattro persone fanno parte dell’organico del teatro con un contratto a tempo indeterminato e si occupano di amministrazione, casse, ufficio stampa e direzione artistica (lo stesso Costa, n.d.r.), mentre gli altri cambiano in ogni spettacolo, anche se spesso collaboriamo con gli stessi artisti assunti con contratto a progetto. Per ogni spettacolo ci sono decine di persone che ruotano attorno alla produzione».

    Che tipo di produzioni preferite: qual è il vostro ‘genere’, se di genere si può parlare?

    lorenzo-costa-small-2«Nel tempo il nostro atteggiamento è cambiato: negli anni ’70 pensavamo che dovevamo fare quello che ci piaceva, anche se il pubblico non lo capiva (tipico atteggiamento snobistico dell’intellettuale di quegli anni). Poi ci siamo cimentati in produzioni diverse, a cicli e fasi alterne: dopo gli inizi con il teatro dell’assurdo, è arrivato il giallo; poi ci siamo avvicinati da ultimo alla drammaturgia contemporanea e al docu-teatro, più parlato e raccontato, per emozionare e mai fine a se stesso (un esempio, lo spettacolo “Io, Giacomo e Leopardi” o “La Grande Guerra”, per commemorare i 100 anni dallo scoppio della prima Guerra Mondiale). Sono scelte impopolari, in un momento in cui il pubblico chiede di ridere e vuole vedere commedie. Sono generi che non pagano in termini di pubblico e incassi, e non sono richiesti nelle programmazioni: per sopravvivere, nel 2014 ci siamo aperti per la prima volta alla commedia e stiamo portando in scena “Sinceramente Bugiardi”, con Debora Caprioglio. Il nome di spicco dell’attrice e la commedia tratta da Alan Ayckbourn ci hanno garantito già un discreto successo. A me però non piace, e ho affidato la regia a un collega romano. Al contrario, lo spettacolo “Girotondo” tratto da Schnitzler non gode dello stesso successo. Insomma, produrre lavori più ‘leggeri’ è un piccolo prezzo da pagare per fare cassa e riuscire a concentrarci su quello che ci piace».

    A proposito di questo, quanto è difficile oggi fare teatro? Come sopravvivete e come reperite finanziamenti?

    «Oggi fare questo mestiere è difficile, spesso si hanno crediti che non vengono corrisposti e debiti da retribuire: ci sono difficoltà di natura economica dovute al momento storico. Prima avevamo sovvenzioni esterne fino al 50%, ora i fondi si sono ridotti a circa il 10% e il resto dobbiamo trovarlo da soli. Abbiamo 15 mila euro di spese di gestione degli spazi (nonostante si tratti di un piccolo teatro con circa 105 posti) e da quando è arrivato l’euro non riceviamo più il FUS (fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.). Siamo obbligati, come dicevo, ad aprirci a commedie e produzioni che portano maggiore liquidità; inoltre curiamo la programmazione teatrale per alcuni comuni liguri, soprattutto nel Ponente (Loano, Finale Ligure, Ventimiglia)».

    Avete da qualche tempo dato avvio a un’iniziativa: la biblioteca teatrale. Di cosa si tratta?

    «Si chiama biblioTGteca’, un servizio gratuito rivolto a teatri e compagnie teatrali che collaborano con noi, allievi ed ex-allievi dei nostri corsi, abbonati alla stagione in corso, universitari. Permette di consultare e prendere in prestito testi teatrali, monografie e manuali sul teatro, e cercare copioni sia fisici che in rete, in formato digitale».

    Genova e il teatro: un rapporto tormentato?

    «A Genova c’è una antica e prestigiosa tradizione di teatro ‘tradizionale’, quella che si identifica con il Teatro Stabile, ma anche una tradizione amatoriale, con decine di compagnie che lavorano in modo professionale e che hanno background misti. C’è fermento, voglia di stare sul palco e fare teatro, ma meno voglia di guardare e andare a teatro. Un problema da risolvere…».

    Qualche anticipazione: le novità per il 2015?

    «L’idea è quella di puntare su un settore in cui c’è al momento un mercato buono e per cui sentiamo una vocazione: gli spettacoli per bambini. Vogliamo iniziare un ciclo di racconti di fiabe davanti al braciere, o al caminetto, come si usava una volta. Potrebbe chiamarsi “Il nonno racconta”: un modo per insegnare a nonni e genitori a raccontare storie, e per insegnare ai bambini ad ascoltarle».

     

    Elettra Antognetti

  • Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    munch-marras-particolareSe amate la figura e l’opera di Edvard Munch, o se avete visitato la mostra a Palazzo Ducale e vorreste scoprire di più sull’inquieto artista, è appena uscito un libro perfetto per voi: “Munch before Munch”, graphic novel scritta e illustrata dalla giovane Giorgia Marras, che ha dato vita a un’opera interamente dedicata alla figura adolescente del tormentato artista: «Innanzitutto con Silvia Pesaro, editrice di Tuss, volevamo dare vita a un’opera che riguardasse Munch» racconta Giorgia. «All’inizio avevamo pensato a un libro illustrato, ma la mia passione per le biografie storiche, combinata al linguaggio del fumetto a me più familiare, ci hanno portato a optare per una graphic novel su Edvard Munch. Forse molti non lo sanno ma Edvard scriveva tantissimo. Teneva molti diari in cui annotava pensieri, situazioni, ricordi, dialoghi. Ecco, credo che una delle cose che mi ha affascinata di più da subito siano state le sue parole, il suo speciale sguardo verso le cose del mondo». La coincidenza con la mostra genovese «è stata una felice casualità e una buona occasione per presentare questo lavoro partendo da Genova. Gli stimoli più grandi in realtà sono stati due: la ricorrenza del 150° anniversario della nascita di Edvard Munch e il bisogno di scavare negli aspetti della sua persona ancora poco conosciuti qui in Italia».  

    munch-marrasMa come funziona il lavoro quando sei a un tempo illustratore e romanziere? Dare vita a una storia non solo attraverso la trama ma pensandone anche ogni singola immagine è un lavoro complesso e faticoso eppure proprio per questo molto più appagante, una volta che il risultato comincia a prendere forma: «È stato difficile, ma questo è il tipo di lavoro che preferisco in assoluto, quindi è stata una fatica “sana”. Solitamente parto da immagini o scene che considero importanti e belle, che immagino e che lascio “maturare” nella mia testa. Dopodiché realizzo una scaletta, tenendo conto della struttura della storia e poi passo ai dialoghi:  li scrivo di getto, li butto, li riscrivo… forse è uno dei momenti più delicati. Infine disegno uno storyboard per rendermi conto delle inquadrature, dei ritmi e delle esigenze visive della storia e, per ultimo, concludo con i definitivi». Parlando della tecnica usata per le sue tavole in bianco e nero, Giorgia spiega: «Ho scelto una tecnica che potesse in qualche modo rimandare ai lavori grafici di Munch (molti dei quali sono sconosciuti ai più). Ho utilizzato della carta a grana ruvida e un pennarello-pennello molto popolare tra i fumettisti, il Pentel-Brush Pen, che usato in una certa maniera conferisce al tratto un segno “graffiato”. Ho completato il tutto con della matita nera sfumata, per i mezzi toni».

    Sullo squisito sfondo di una perfetta ed evocativa ambientazione d’epoca, ricreata nei minimi dettagli dalle strade alle architetture, dalle acconciature agli abiti di fine Ottocento, «protagonisti sono gli anni di formazione di Munch, ovvero da quando ha circa diciassette anni e decide di abbandonare gli studi d’ingegneria per intraprendere una carriera artistica fino ai suoi trentacinque anni, quando per la prima volta ottiene un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese. La vita di Munch è stata densa di avvenimenti e anche altri fasi della sua esistenza sono degne di essere raccontate, ma ho scelto di focalizzarmi sui primi anni – precisa l’artista – perché affrontano delle tematiche a me più care, forse anche perché anche io mi trovo in un momento di crescita/formazione».

    munch-marras-2Ambientare il racconto in Norvegia non è stata cosa facile per Giorgia, dal momento che non ci ha mai vissuto né l’ha visitata personalmente, ma ha investito grandi energie per ovviare a tale mancanza, documentandosi in ogni modo possibile: «La difficoltà maggiore credo sia stata quella di provenire da una cultura totalmente diversa da quella scandinava. Diciamo che quando disegno e scrivo scene ambientate a Parigi o in Germania mi sento più a mio agio perché ho vissuto in quei paesi e ho assorbito un certo modo di fare. Ho un grande repertorio visivo, d’atmosfere. Ecco, io non ho avuto la possibilità di vivere un po’ la Norvegia, d’incontrare e interagire con norvegesi. Allora ho cercato di compensare con le preziose indicazioni di Silvia (Pesaro, editrice di Tuss, ndr), che si è recata ad Oslo per documentarsi e per intervistare la curatrice della Galleria Nazionale e il responsabile dell’Archivio dei diari di Munch presso il Munch Museet. Inoltre ho letto tutte le pubblicazioni possibili riguardanti Munch, ho visto film norvegesi, ho cercato foto d’archivio di quell’epoca».

    La lettura dei diari dell’artista, dalla nota personalità depressa e nevrotica, è stata fondamentale per carpire più informazioni possibili sul suo carattere e riuscire poi a farle riemergere nei disegni: «Uno su tutti “Frammenti sull’arte”, una selezione di scritti di Munch tradotti dal norvegese dallo psichiatra Marco Alessandrini. Questa è stata una delle poche documentazioni trovate in italiano. Per il resto solo documenti in inglese e francese, come il dettagliatissimo libro di Atle Næss, “Munch, les couleurs de la névrose”».

    Ed ecco che l’Edvard adolescente ha preso lentamente forma, le parole dei suoi stessi diari venendo assorbite e poi filtrate dalla penna e dalla fantasia dell’artista: «Ho cercato di essere il più fedele possibile agli scritti in mio possesso, ma credo che scrivere una storia biografica acquisti senso nel momento in cui va oltre un elenco oggettivo di fatti accaduti. Ho provato molta empatia nei confronti di Edvard, leggendo i suoi diari, i suoi pensieri, le sue annotazioni. Ho cercato di capire quali sentimenti potesse provare in determinate situazioni, che gesti avrebbe compiuto, che tipo di fisicità avrebbe posseduto. Da lì sono partita per creare il “mio” Edvard che ha una base di veridicità storica ma anche delle sfumature che appartengono al mio mondo».

    Gestazione e realizzazione del libro sono avvenute in diverse città, il che dà un sapore molto “europeo” a questo lavoro: «Il lavoro di ricerca, scrittura e storyboard l’ho realizzato a Genova; in Austria, a Linz (dove Giorgia ha vinto una residenza artistica nell’ambito di un programma della Commissione Europea) ho realizzato i definitivi. L’esperienza a Linz di per sé è stata davvero arricchente perché ho vissuto in mezzo ad artisti contemporanei molto in gamba provenienti da tutta Europa. Vivere con loro ha significato scambiarsi opinioni, pensieri, modi di pensare e di lavorare. Essendo io la più piccola ho cercato di assorbire come una spugna tutti gli input che mi venivano dati».

    Il piacere della lettura sta soprattutto nel riuscire a immedesimarsi in ciò che si legge, e il protagonista di questa storia, con tutte le sue paure, le sue ossessioni, la sua inclinazione alla depressione, ben riflette le angosce esistenziali che attraversano i nostri tempi: «Questo è un nodo focale che mi ha guidato fin dal primo momento della creazione della storia. Mi sono subito chiesta: che senso ha raccontare di una persona morta da settant’anni, che non ho mai conosciuto e che appartiene a una cultura e un’epoca lontana dalla mia? Io credo che tutto questo acquisti un senso nel momento in cui si cerca di raccontare la complessità dell’animo umano (e l’animo umano non resta forse sempre lo stesso, nelle sue caratteristiche fondamentali, nonostante lo scorrere delle epoche?) di Edvard, dei suoi problemi, delle sue angosce e delle sue aspirazioni, così tanto simili a un qualsiasi giovane che ha un sogno e  che lotta per esso con tutte le proprie forze. Per esempio, Munch ci ha messo quindici anni per ottenere un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese, che lo ha criticato aspramente e ha ottenuto un grandissimo successo e importanti commesse prima in Germania e solo molto tempo dopo nel suo paese natio. Questa situazione non è attualissima, oggi?».

     

    Claudia Baghino

  • Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta - Frame castelli di sabbia 45x70cmFino al 30 aprile è possibile visitare l’esposizione di Giulia Vasta, classe ’84, diplomata in Pittura all’Accademia Ligustica. La mostra si intitola “Le forme dell’assenza” ed è ospitata dalla Unimediamodern Gallery.

    Frammenti di vita di altri, colti per caso su una spiaggia dopo una mareggiata, luoghi abbandonati, scanditi da vecchie finestre rotte da cui filtra una luce opaca, vecchie porte di legno tarlato e consumato dal tempo, tenute chiuse da un fil di ferro arrugginito… Questi sono solo alcuni dei soggetti immortalati da Giulia durante la sua ricerca, utilizzando media diversi.

    Osservando le foto esposte, si finisce col cercare di immaginarsi la storia del vecchio stivale che giace sulla sabbia, o di come sia arrivato fin lì il piccolo rosario dai grani sbiaditi che pende da un vecchio tronco bianco lavato dall’acqua salata: «Il mio modo di lavorare – spiega Giulia –  nasce e si sviluppa a seguito dell’accumulo di materiale. Provo un grande fascino per tutto ciò che è trascurato, tralasciato, abbandonato. Raccolgo frammenti, fotografie, oggetti, qualsiasi cosa attiri la mia attenzione, in qualsiasi momento. Mettendo insieme le cose, in qualche modo il lavoro nasce. Tutto trova la giusta combinazione».

    È così che accanto alle immagini di questi oggetti prendono posto radici vere e proprie, prelevate e portate fino alla piccola sala dove sono adesso esposte insieme alle fotografie. Radici fotografate e radici fisicamente presenti: «Le radici e le ramaglie sia esposte che fotografate sono le stesse che hanno attraversato il corso del fiume e che ho raccolto, in questo caso sulla spiaggia dopo la mareggiata. Il loro significato risiede nella loro essenza, nel loro percorso, nel loro viaggio, nel loro passato e in tutto ciò che le ha portate fino a lì».

    Giulia Vasta - CanniccioVicino, un video manda l’immagine di un tratto del Bisagno, l’acqua che scorre rapida lambendo i grossi piloni di cemento grigio: al tema del ricordo, rappresentato dagli oggetti e dai luoghi, si unisce il tema del flusso: «La mia ricerca si muove nell’ambito dell’esistenza e la ricerca del “senso”. In particolare questa mostra nasce da un’immagine: rami piegati, accumulati e incastrati nei piloni dei ponti dei fiumi. Questa immagine mi ha dato un senso profondo di resistenza, qualcosa che, nonostante tutto, non si lascia trascinare dalla corrente. Ricordi, tracce, tutto ciò che resta. E poi il fiume, con la sua forza irrefrenabile, il suo continuo movimento, il suo perenne passare. Per “immortalare” questa immagine ho deciso di utilizzare una vecchia telecamera e fare diverse riprese, inquadrature dell’acqua che scorre sotto il ponte. Da questo video ho scelto alcuni fotogrammi: dal flusso, quindi, ho estrapolato alcune immagini».

    Giulia Vasta - Frame cambiamento 45x70cmSu una delle pareti, il concetto di flusso è ribadito chiaramente da lunghe sequenze di frame da video digitali: acqua che scivola via dalle mani a coppa, una costruzione di sabbia che si consuma sotto l’onda, una saponetta che si scioglie tra le mani. Panta rei: il tempo ci scorre tra le dita prima ancora che ce ne accorgiamo, gli istanti non tornano più: «Esattamente, è lo scorrere inesorabile del tempo e le tracce lasciate dal suo passare.“…Non ti bagnerai mai due volte nella stessa acqua di un fiume, perché tutto cambia continuamente, vi è una sola cosa che non cambia, il cambiamento (Eraclito)».

    Diversi mezzi artistici, diverse opportunità per trovare la via più adatta a ciascuna creazione: «La pittura per me è un modo di guardare il mondo. In accademia ho studiato pittura, e tra le altre, fotografia, arti performative e video. Dopo il primo approccio accademico alla pittura ho iniziato a sperimentare. Sono partita dall’informale e ho iniziato ad utilizzare diversi materiali per poi concentrarmi su quelli edili: stucco, cemento, gesso e da lì sono nati i miei “muri”. Le crepe, le sbeccature hanno dato inizio alla mia riflessione sul tempo. Il tempo è diventato il tema fondamentale del mio lavoro e ho iniziato ad esprimere questo concetto attraverso diversi linguaggi. Credo che l’importante sia sapere cosa si vuol dire e cercare il modo (mezzo) migliore per esprimerlo».

    Il video del Bisagno è girato in 4/3, con una vecchia telecamera analogica appunto, con cui l’artista ha potuto dare sfogo al suo amore per la tecnologia passata: «Ho una grande passione per la fotografia soprattutto analogica, ho anche una bella collezione di macchine fotografiche tra le quali una Rolleicord degli anni cinquanta. Le foto in mostra però sono digitali. La fotografia digitale, grazie alla sua immediatezza, è di grande aiuto nel mio lavoro perché mi permette di accumulare un gran numero di immagini, anche se cerco sempre di non “sprecarle”. Uso la fotografia non come fotografia fine a se stessa ma come raccolta di immagini».

    Il lavoro analogico però mette in contatto con ciò che si sta creando in maniera infinitamente più viscerale rispetto alle tecniche digitali: «Sono d’accordo con te, stampare in camera oscura è un’esperienza incredibile dove il tempo diventa rivelatore di immagini. Anche questa esperienza è stata fondamentale nel mio lavoro (Giulia ha seguito il corso di camera oscura di Alberto Terrile, ndr). Tuttavia la praticità della fotografia digitale è di grande aiuto per il mio lavoro di “accumulatrice”».

    Se è vero che il lavoro dell’artista nasce da una pulsione personale alla creazione, è vero anche che il suo approdo finale è davanti al pubblico: una congerie di sguardi, nell’insieme tutti indistinti eppure così diversi l’uno dall’altro. L’idea è quella di riuscire a comunicare qualcosa a tutti loro: «Spero che chi guarda il mio lavoro sia stimolato dal punto di vista emotivo. Spero che le persone si mettano in relazione con il lavoro che stanno osservando, spero che arrivi la sensazione di “ricordo”, “vissuto”, qualcosa che appartiene a tutti, qualcosa di condiviso e difficilmente comunicabile».

     

    Claudia Baghino

  • Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    gavoglio de angeli-36Fino al 4 aprile è possibile visitare, presso lo Spazio 46 Rosso di Palazzo Ducale, la mostra fotografica di Federica De Angeli sulla caserma Gavoglio al Lagaccio. L’esposizione fornisce un’eccellente panoramica su quest’enorme area urbana le cui sorti hanno sempre suscitato particolare interesse e preoccupazione nei residenti (qui l’ approfondimento di Era Superba).

    Le associazioni di quartiere, che si sono prestate attivamente alla creazione del comitato “Voglio la Gavoglio” per il recupero della zona e per la sua restituzione alla collettività, hanno finalmente visto un punto di svolta il 20 marzo con la cessione a titolo gratuito, da parte del Demanio al Comune, di un primo lotto degli oltre 60.000 metri quadrati dell’area (qui maggiori informazioni), precisamente della parte più antica, tra l’altro sottoposta a vincolo dalla Soprintendenza in quanto bene culturale.
    A latere si è tenuta, sempre a Palazzo Ducale, una conferenza sul tema, dal momento che l’area – se riconvertita e recuperata – potrebbe essere la chiave di volta per la riqualificazione di un quartiere penalizzato da decenni di edilizia selvaggia, da una viabilità pessima e dalla mancanza di servizi essenziali.

    La Gavoglio è solo un tassello del grande mosaico genovese di luoghi abbandonati da restituire alla comunità: il lavoro fotografico documentario di Federica De Angeli sta progressivamente mettendo insieme le numerose tessere di questo mosaico (la scorsa tappa è stata la mostra fotografica su Valletta Carbonara presso l’Albergo dei Poveri, ndr). Le tappe «sono state tante in questi anni: il mercato di Corso Sardegna, il Parco dell’Acquasola, Ponte Parodi, Calata Gadda, gli Erzelli, ma uno dei più importanti è il progetto che si è concluso dopo tre anni di lavoro sulla bonifica dell’area di Cornigliano dal titolo Ilva Cornigliano 2006-2008 con una mostra a Palazzo Rosso nel marzo 2012 e un catalogo a testimonianza. Il lavoro l’ho condiviso con Ivo Saglietti, grande maestro dell’immagine» racconta Federica.

    A volte il lavoro viene portato avanti a quattro mani dunque, altre volte sono stati messi insieme gruppi di lavoro più numerosi che hanno fornito diversi punti di vista, questa volta invece la fotografa ha lavorato da sola: una macchina fotografica e 60.000 metri quadri da percorrere in lungo e in largo alla ricerca dell’inquadratura giusta. «Sono curiosa, da tanto tempo pensavo a quell’area semiabbandonata, inaccessibile e proibita alla gran parte della popolazione. Per anni ho cercato di avere i permessi per fotografare, finalmente l’anno scorso qualcosa si è mosso e ho ottenuto l’autorizzazione. La motivazione è sempre quella di lasciare traccia documentale di un luogo che non sarà mai più».

    gavoglio de angeli-32Per questo tipo di lavori la fotografa parte sempre «da un progetto personale, dall’individuazione di aree che possano essere di interesse pubblico e faccio una ricerca. Nessuna commissione da parte di enti, di associazioni e comitati. Devo essere libera di testimoniare con il mio punto di vista. Il taglio è rigoroso, lavoro con il cavalletto, in pellicola BN proprio per evidenziare il lavoro documentaristico. Chiaro che racconto come vedo, non faccio cronaca ma racconto attraverso il mio punto di vista».

    L’intenzione di dare un taglio prettamente documentaristico non impedisce comunque a molte di queste immagini di essere anche evocative e poetiche, come per esempio l’istantanea di una stanza abbandonata con tanto di scrivania vuota, telefono impolverato e sedia. A tal proposito impressiona particolarmente l’aspetto di “interruzione” che emerge da questi luoghi abbandonati: nonostante i locali siano per lo più vuoti, alcune stanze è come se fossero state lasciate all’improvviso – invece che per un processo di dismissione – e le loro soglie mai più varcate: «Sì, è vero, ho avuto la sensazione di una fuga più che un abbandono. Infatti speravo ingenuamente di trovare all’interno della caserma tracce “militari”, invece non ho trovato nulla che mi riportasse alla vita di caserma, di officina militare. Tutto ripulito meticolosamente, tranne qualche rara traccia negli alloggi degli ufficiali o come lo chiamo io: “il monumento al proiettile” che spicca appena varcato il primo cancello, a memoria, a perenne ricordo».

    Per eseguire il lavoro Federica ha percorso meticolosamente corpi di fabbrica, cortili, giardini e viali: «Nelle immagini della mostra sono ripresi tutti i luoghi “fotografabili”, ho dovuto lasciare fuori gli edifici dove ancora risiedono la Marina Militare e il deposito della Guardia di Finanza, inaccessibili per divieto militare e un deposito della Croce Rossa Italiana. Alcuni di questi edifici sono ristrutturati (quelli occupati), altri in stato di abbandono e degrado».

    Formato 6×6 e bianco e nero conferiscono all’insieme omogeneità e rigore, a tutto vantaggio della funzione documentale. La fotografa ci spiega il suo modus operandi: «Lavoro anche in digitale ma prediligo la pellicola soprattutto per i lavori di documentazione, è una sorta di valenza in più. Lavoro con l’Hasselblad e il banco ottico (in questo caso con Hasselblad), mi “gusto” l’inquadratura con molta cura, la foto che viene stampata la ri-conosco da subito. In pratica la scelta delle immagini è a monte, in fase di ripresa e non in fase di stampa o di lettura del provino. Le fotografie di questa mostra sono stampate a mano ai sali d’argento su carta baritata, mi sono avvalsa della preziosa professionalità del laboratorio De Stefanis di Milano».

    La mostra permette a tutti perciò di conoscere per immagini una realtà cittadina preziosa e ricca di possibilità per la comunità. Finanziata dall’Ordine degli Architetti di Genova, rimarrà presso la loro sede una volta terminato l’allestimento a Palazzo Ducale ma – aggiunge Federica – potrebbe essere esposta in occasione di altri eventi.

     

    Claudia Baghino

  • Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    UnlearningConoscere per disimparare. Unlearning è l’iniziativa di una famiglia genovese – Anna, Lucio e la piccola Gaia – che il prossimo 5 aprile partirà dalla Fiera Primavera di Genova per intraprendere un viaggio molto particolare, un documentario lungo sei mesi alla ricerca di modi diversi di stare al mondo, diversi dalla routine cittadina e dalle tante certezze che immobilizzano la nostra vita. Un’esperienza documentata passo per passo, una “guida” per famiglie e persone curiose alla ricerca di nuove idee per costruire un’economia più a misura d’uomo adatta alle proprie reali esigenze. Si sente ormai sempre più spesso parlare di sharing economy o economia collaborativa, Unlearning vuole provarci sul serio e, soprattutto, vuole coinvolgerci, attirare la nostra attenzione, vuole stimolarci. 

    «L’idea di abbandonare la routine quotidiana è venuta dopo aver visto mia figlia disegnare un pollo a quattro zampe. La bambina, abituata alle confezioni del supermercato che contengono quattro cosce di pollo, dava per scontato che tutt’e quattro appartenessero allo stesso esemplare, non avendo mai avuto modo di vederne uno dal vivo».

    Era Superba è media partner di questa bella iniziativa, seguiremo gli spostamenti dei nostri concittadini e vi aggiorneremo sulle loro attività per tutta la durata dell’esperienza fino alla pubblicazione del documentario.

    La parola d’ordine di Unlearning è il baratto. Le esperienze che verranno documentate avranno proprio il concetto dello scambio come punto di partenza: couchsurfing, woofing, scambio linguistico, banca del tempo, scambio di appartamenti. Proveranno a vivere in fattorie biologiche e in spazi condivisi, metteranno in gioco i propri talenti e le proprie capacità in cambio di ospitalità. Le prime due tappe sono già fissate, il resto del viaggio no. Molto dipenderà dagli eventi, da quello che Lucio, Anna e Gaia incontreranno lungo il cammino. «Sulla nostra pagina Facebook abbiamo pubblicato le richieste di passaggio con Bla Bla Car per raggiungere le prime due destinazioni. Poi tutto sarà in balia degli eventi: magari ci troviamo malissimo e cambiamo itinerario, oppure scopriamo una cosa nuova e cambiamo… Sarà anche questo uno dei temi del documentario Unlearning».

    «La nostra prima tappa è un Ecovillaggio in Sicilia, poi saremo ospitati da una famiglia che accoglie viaggiatori da tutto il mondo grazie al sito Workaway, sarà poi la volta di un artista pugliese che ci mostrerà le realtà alternative della zona, una scuola libertaria, una transition town inglese, e comunità di vario stampo: che siano animate da uno spirito hippie, religioso, sociale o dall’attenzione verso l’ecologia, le famiglie che abbiamo scelto per il nostro itinerario hanno impostato i propri tempi e spazi in modo non convenzionale».

    La preparazione di questa avventura è durata più di un anno, periodo in cui in tanti hanno manifestato curiosità e solidarietà nei confronti dell’iniziativa, a conferma di ciò gli oltre 2000 euro raccolti con la campagna di crowdfunding per la produzione del dvd del documentario. Un’organizzazione che ha richiesto tempo ed energie: «Abbiamo cercato tutti i vari modi di usare il baratto e lo scambio e abbiamo studiato spostamenti che fossero sostenibili per una famiglia. Non dimentichiamo che con noi c’è una bambina di cinque anni…»

    Tanto interesse ha suscitato il vostro bel progetto, una discreta cifra raccolta grazie al crowdfunding… un orgoglio per voi, e sicuramente anche una responsabilità. Come vivete la partenza che si avvicina?

    «La viviamo bene! Stiamo ancora lavorando molto all’organizzazione, ma siamo felici e non vediamo l’ora di partire con questa esperienza, per noi così importante. Sapere che c’è chi ci ammira e ci sostiene ci regala una grande energia».

    Cosa vi aspettate e cosa invece vi augurate di non incontrare…

    «Ci aspettiamo di disimparare un po’ della nostra vita di città e delle nostre certezze accumulate negli anni. Speriamo di incontrare persone che non mettano delle barriere e che capiscano le motivazioni che ci hanno spinto a mettere in piedi questo progetto che nasce proprio dall’esigenza della nostra famiglia di lasciare la vita di routine, abbandonare la nostra “zona comfort” e partire alla scoperta di nuovi mondi. Come si vive in un ecovillaggio? Si può coabitare con altre famiglie? Come funziona una scuola senza aule? E una città senza petrolio? Si può essere energeticamente indipendenti? Tutti parlano di “tornare alla natura” ma come ci si sente con i piedi nel fango? Ci aspettiamo di vivere diveramente per sei mesi e di confrontarci attivamente con persone che sono state più coraggiose di noi. Cosa ci auguriamo di non incontrare? La morte, troppa pioggia e cibi frittissimi».

    Buon viaggio ad Anna, Lucio e Gaia e a risentirci presto su Era Superba per gli aggiornamenti dai “nuovi mondi”…

  • Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo MalvezziLorenzo Malvezzi, cantautore genovese nato negli anni ’70, ha vagabondato per lo stivale sino al ritorno in patria e alla pubblicazione del primo disco solista “Canzoni di una certa utilità sociale“.  Giovedì 27 marzo Malvezzi sarà in scena alla Claque con uno spettacolo di teatro-canzone, monologhi recitati intervalleranno le canzoni del disco. Un disco pop, sia come sound che come intenzione, dove la parola “pop” non vuole certo essere una parolaccia… Una struttura semplice, un sound pulito caratterizzato da tanti motivi orecchiabili che ben si sposano con l’ironia dei testi che raccontano le tante contraddizioni del nostro “essere italiani”. Abbiamo fatto qualche domanda a Lorenzo, ecco l’intervista.

    Ormai già diversi anni vissuti di e con la musica… come va il vostro “rapporto”? Come sei riuscito a mantenere sempre alto il livello di guardia? Seguendoti sui social capita ogni tanto di imbattersi in tue “dichiarazioni d’amore” per il lavoro che fai…

    «Io amo profondamente quello che faccio. Mi sento fratello di tutti quelli come me, che nonostante i tanti chilometri, gli orari impossibili, i mille sbattimenti per stare nelle spese, continuano a credere nei loro sogni e tengono duro. Senza queste persone, il mondo sarebbe in bianco e nero».

    lorenzo_malvezzi_canzoni_di_una_certa_utilita_socialeDopo tanto girovagare sei tornato a Genova in pianta stabile, riesci a convivere serenamente con la tua città o anche tu fai parte di quella schiera di artisti genovesi che amano definirsi non profeti in patria?

    «Genova mi fa venire in mente il film 300. Sai quando Leonida calcia giù dal pozzo il messaggero di Serse e dice “Questa è Sparta”? Beh… è stata una errata traduzione in realtà lui dice “Questa è Genova”. Però non è vero che a Genova non succede niente, è che molti genovesi sono pigri e poco curiosi. Un esempio?! Ha appena aperto un posto fichissimo il TigerSpot in via San Vincenzo, dove fanno cose veramente interessanti. Quando parlo del Tiger la maggior parte della gente mi dice “ma non è un negozio?”. Il tiger non è solo un negozio, basta fare una rampa di scale e ti si apre un mondo: mostre, corsi, concerti , caffetteria, giochi da tavolo, ping pong, cocktail e divanetti. Gratisss!! Basta fare una rampa di scale».

    Riesci a vivere di musica in un periodo come questo dove i cachet per gli artisti che si esibiscono sono bassi e il mercato del disco non è più una risorsa a cui attingere?

    «Vivere di musica diventa sempre più difficile. Tra musicisti, a Genova, si dovrebbe fare più squadra, più spogliatoio. Come hanno fatto i cabarettisti. Sono un fronte unito e questo impone che sul mercato abbiano una forza maggiore a livello di contrattazione e prezzo. I musicisti invece si fan la lotta tra loro, c’è quello che fa il furbetto, quello che vuole gestire e secondo me è un’immensa stronzata; si dovrebbe condividere il locale che ti fa suonare, e non prenderlo come baluardo, mettendoci una bandierina. Io e Bobby Soul, ad esempio, tra noi ci siamo sempre scambiati i locali, risultato abbiamo suonato di più.
    Si dovrebbe parlare tra musicisti. Scegliere che sotto un certo cachet non si va, se siamo tutti d’accordo e un locale vuole fare musica, paga il giusto; perché non è lui a fare il prezzo, ma il professionista (i camerieri prendono un tot all’ora indipendentemente se il locale ha gente o meno). A me questa storia della crisi fa girare il cavolo, i gestori ti vogliono pagare meno perché c’è la crisi,
    però il loro menù aumenta il prezzo, non diminuisce».

    Infine parlaci del disco, della traccia che consigli ai lettori di Era Superba di ascoltare per prima…

    «Il disco è un concept album. Trattando di temi seri in modo ironico e satirico potremmo definirlo una vignetta in musica. È questa la sua caratteristica. Non volevo fare un disco poetico. Volevo un disco concreto, in cui alla fine di ogni brano sai cosa hai ascoltato
    e non ti chiedi: “ma che cazzo ha detto?”. Ho volutamente fatto un lavoro hemigwayano, ho tolto i fronzoli per dare azione… il disco è diventato in modo naturale uno spettacolo di teatro canzone con monologhi che, a volte in modo cinico, a volte in modo incantato, parlano delle contraddizioni di ognuno di noi. I singoli dell’album sono “test psicoattitudinale” e “Manifesto popolare” che sono molto identificative per un primo ascolto, però io amo tantissimo “Come la Santanchè”,”Abbestia”, “Escort Progressista”
    ed “Educazione civica”… ogni volta che le suono me le godo proprio. Al lettore curioso di Era Superba che vuole capire di che cosa parla il disco in un ascolto, beh gli consiglio “Canzoni di una certa utilità sociale” che è la title track, e spiega meglio di qualunque altra la mission dell’album».

  • Genova Città metropolitana: a che punto siamo? Intervista al sindaco Marco Doria

    Genova Città metropolitana: a che punto siamo? Intervista al sindaco Marco Doria

    Marco DoriaLa riforma del titolo V della Costituzione entrata in vigore nell’ormai lontano 2001 introdusse all’articolo 114 una nuova figura istituzionale denominata Città metropolitana, per la verità già prevista dalla legge n. 142/1990 sull’ordinamento degli enti locali e richiamata dall’art. 23 del Testo unico degli enti locali (d. lgs. n. 267/2000). Ma dopo 24 anni dalla loro prima menzione di Città metropolitane si continua a parlare solo sulla carta, nonostante l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio già ministro per gli Affari regionali con Enrico Letta, Graziano Delrio, ne abbia fatto un proprio cavallo di battaglia. L’obiettivo dell’ex sindaco di Reggio Emilia, sostanzialmente appoggiato dal premier Matteo Renzi, è chiaro: accelerare al massimo la legge che sancisca l’addio alle Province, altrimenti 60 su 86 a statuto ordinario dovrebbero andare al voto la prossima primavera, e dia ufficialmente il benvenuto alle Città Metropolitane (oltre a Genova, i capoluoghi interessati sono Bari, Bologna, Firenze, Napoli, Torino, Venezia, con un capitolo a parte per Roma Capitale e in attesa di definire meglio la situazione amministrativa di Reggio Calabria). Mentre la legge – approvata dalla Camera – è sotto esame al Senato (che eventualmente può apportare modifiche e rimandare il testo a Montecitorio), abbiamo chiesto al sindaco Marco Doria di aiutarci a fare il punto della situazione per capire che cosa potrebbe cambiare per Genova, e non solo (le città metropolitane coprono il 17% del territorio italiano per circa 20 milioni di abitanti – dati Anci), nei prossimi mesi.

    Sindaco, a che punto siamo nel cammino che porterà Genova a trasformarsi ufficialmente in Città metropolitana?

    «Quello della Città metropolitana è un grande tema e direi anche una grande sfida. Per certi aspetti, quantomeno dal punto di vista normativo, siamo ancora prima dell’inizio nel senso che è in discussione in Parlamento la legge che deve formalmente istituire le Città metropolitane, previste dalla nostra Costituzione. L’approvazione della legge è un primo passaggio ineludibile che mi auguro possa avvenire in tempi rapidi. Vorrei che il nuovo governo desse una spinta forte e decisiva in questa direzione, anche se la sfida si sta giocando in Parlamento».

    In che senso parla di grande sfida?

    «È una sfida importante perché le Città metropolitane sono una struttura dello Stato assolutamente fondamentale per il futuro. Le grandi città hanno un’interazione col territorio circostante talmente forte da creare naturalmente un’area metropolitana che deve essere dotata di specifiche forme di governo unitario. Non basta la somma dei Comuni che la compongono né la semplice assunzione da parte di questi delle competenze prima in carico alla Provincia. Bisogna aggiungere qualcosa di più nel senso che il nuovo ente non potrà essere solo una formale e magari anche fittizia unione di territori confinanti dove manca una grande realtà urbana. Torino, Milano, Genova, Firenze, Bologna, Roma, Napoli… sto facendo nomi di grandi città proprio perché la Città metropolitana dovrà essere costituita dall’interazione tra una grande realtà urbana e il territorio che la circonda. Tutti i singoli Comuni che la comporranno dovranno avere relazioni forti e strette con la città di riferimento che già ora funziona come polo di attrazione, calamita per la mobilità delle persone e i servizi che vengono erogati».

    Ma, allora, a livello concreto cambierà poco o nulla, soprattutto per città come Genova che ha già di per sé una vocazione metropolitana, non foss’altro che per la sua particolare conformazione geofisica e urbanistica.

    «Nel caso di Genova non dobbiamo pensare alla nuova Città metropolitana come il Comune di Genova che diventa più grande o che si somma ad altri Comuni, ma è qualcosa di radicalmente diverso. Cambia che questo ente nuovo rappresenterà un’aggregazione territoriale che avrà organi di governo specifici, che assumerà le funzioni della Provincia ma avrà soprattutto compiti di programmazione dello sviluppo del territorio e di pianificazione urbanistica territoriale allargata e condivisa. Insomma, si avrà una programmazione sui punti chiave per l’amministrazione del territorio non più a livello di singoli comuni, grandi o piccoli che siano, ma in un’ottica unitaria e comunitaria».

    Quindi servizi più efficienti che riescano a superare la crisi economica potendo potenziarsi su un territorio più ampio? Un po’ come si sta cercando di fare con il trasporto pubblico regionale?

    «È corretto osservare questo perché significa evidenziare quanto cammino abbiamo ancora da fare. Per restare sull’esempio del trasporto pubblico locale, abbiamo ormai dimensioni ed esigenze di comunicazione che non possono più essere affrontate a livello di singoli Comuni e nemmeno soltanto di area provinciale. Nel nostro caso, abbiamo oggi due aziende, una comunale e una provinciale, entrambe in grande difficoltà. È stata approvata una legge regionale che prevede la costituzione di un’agenzia unica per il trasporto locale a livello regionale, una sorta di authority regionale che deve dare una disciplina unitaria. E questa è la strada giusta, all’interno della quale possono avere una funzione molto più incisiva le nuove Città metropolitane e, nel caso specifico della Liguria, la Città metropolitana genovese».

    Simone D’Ambrosio

  • Carta fatta a mano, tè e caffè: “Drina A12”, i ritratti dell’artista genovese Grazia Buongiorno

    Carta fatta a mano, tè e caffè: “Drina A12”, i ritratti dell’artista genovese Grazia Buongiorno

    drina-a12-grazia-buongiorno-2Immaginate di essere artisti. Immaginate poi di lavorare in un’antica cartiera seicentesca, e di ritrovarci una vecchia partita di bellissima e antica carta fatta a mano, su cui liberare tutta la vostra creatività. Questo è ciò che è successo a Grazia Buongiorno, artista genovese nonché direttore artistico dell’associazione culturale Cartiera41 di Mele (associazione nata proprio negli spazi della cartiera, acquistata e restaurata a partire dal 2000 – dopo anni di abbandono – dalla famiglia Buongiorno-Canepa).

    Grazia ha infatti ritrovato queste vecchie giacenze nello stenditoio della cartiera (dove si lasciavano ad asciugare i fogli appena confezionati e quindi ancora bagnati) e ha compreso subito l’unicità del materiale e le possibilità che esso offriva: la carta fatta artigianalmente a partire dagli stracci, come si faceva anticamente prima dell’avvento della cellulosa, è estremamente pregiata e resistente e si presta perfettamente ad essere utilizzata come supporto per dipingere, per non dire del fatto che le qualità tattili e visive ne fanno un elemento di composizione se non alla pari, quanto meno al secondo posto dopo la mano dell’artista: «Lavorare su del materiale così risulta una cosa parecchio esaltante» racconta Grazia, che ha cominciato il suo viaggio nell’arte da bambina: «dai racconti di mia madre pare che anche quando si andava in giro e non si aveva la possibilità del foglio partivo alla ricerca dei classici pezzi di mattone e li utilizzavo a mo’ di matita in ogni dove».

    Da lì agli studi d’arte il passo è breve, e l’attività creativa nelle sue declinazioni più ampie diventa una costante sospesa solo per un anno: «ho provato a vedere come si viveva senza la presenza costante del disegnare, dipingere, inventare e costruire (e in tutta sincerità non mi è piaciuto molto); il resto è stato una continua evoluzione o involuzione  – a seconda di come si vuole leggere il percorso – ho continuato, continuo e immagino continuerò a disegnare, dipingere, inventare e costruire». D’altronde per lei queste attività sono parte imprescindibile della sua vita: «È semplicemente il mio modo di esistere, non potrebbe essere altrimenti» aggiunge.

    drina-a12-grazia-buongiorno-3Il progetto che Grazia ha sviluppato e sta portando avanti tutt’ora a partire proprio dalla carta fatta a mano si chiama Drina A12 ed ha la peculiarità di avere una durata di vita limitata alla disponibilità dei fogli rinvenuti in cartiera: esaurita questa la serie di opere “driniane” sarà inevitabilmente conclusa: «Ogni volta che mi propongo con qualche cosa di nuovo inizio da capo con tutto, dimentico gli allori precedenti se ce ne sono stati, dimentico il nome, la tecnica, lo stile, mi piace ricominciare e mi piace farlo da zero, mi sembra un bel gioco e una giusta sfida, è un rinnovamento della pelle» racconta Grazia.

    Nello specifico del nome scelto per questo progetto «Drina è un fiume della penisola balcanica che segna il confine tra Bosnia ed Erzegovina e Serbia, in passato era la linea di demarcazione tra Impero Romano d’Oriente e Impero Romano d’Occidente. A12 è l’autostrada Genova-Roma; sono entrambi due passaggi, due cammini, due vie di comunicazione, sono un percorso».

    La tecnica che Grazia usa per le sue opere “driniane” non è affatto semplice: le mezzetinte che caratterizzano l’immagine di partenza vengono sostituite da puri bianchi e neri (ma sarebbe meglio dire beige e neri) ottenendo un soggetto ipercontrastato e ridotto all’essenziale, con un effetto finale che ricorda molto i poster.

    A questa modalità esecutiva l’artista è giunta per gradi: «Prima che nascesse Drina A12 non ho dipinto per un po’ di anni. In questo periodo da buona curiosa ho sentito il bisogno di conoscere nuove cose, ho imparato a costruire mobili e a progettarli, ho studiato ceramica ad alta temperatura e dico studiato perché mi sono rimessa sui libri e ho fatto delle abbuffate di chimica (che tra l’altro prima di allora non sopportavo,  invece applicata è una cosa meravigliosa) insomma mi sono buttata in un mondo rigoroso e pieno di regole ferree ma felice di poter sperimentare un materiale così complesso e affascinante».

    drina-a12-grazia-buongiorno-4È interessante sentire come Grazia racconta la genesi del nuovo stile. Praticamente una sorta di presa di coscienza del necessario cambiamento che l’imparare cose nuove produce dentro di lei: «Nel mio caso quando capisco di avere una soddisfacente conoscenza del mezzo o del materiale ritengo concluso il periodo di apprendimento. Il guaio – o la fortuna – è che a quel punto non si è più quelli di prima, nonostante la voglia di disegnare sia sempre la medesima. L’istinto è quello di misurarsi con l’atto creativo nella maniera più semplice, “faccio quello che già so fare”» ma non è più la stessa cosa:  «Il cambiamento ormai si è insinuato e quello che era semplice prima diventa un gesto sconosciuto adesso; attendo il nuovo personaggio, la nuova tecnica, il nuovo stato d’animo… so che sta per arrivare, è già qui! Bisogna solo trovare il momento giusto perché esca. Poi un giorno qualsiasi mentre scarabocchio, coloro o non so, improvvisamente arriva la soluzione, guardo e so che quella è la strada giusta da seguire».

    Ed ecco come il cambiamento si è manifestato dalla serie precedente a Drina: «I lavori precedenti sono assolutamente coloratissimi, astratti, giocosi, istintivi, progettati nella forma ma non nell’accostamento dei colori. Drina è esattamente l’opposto: rigorosa, scura, con una progettualità lunghissima al punto che l’atto creativo non si attua nella realizzazione ma nella progettazione».

    drina-a12-grazia-buongiorno-5Partendo da una fotografia, Grazia semplifica le forme «fino a trasformarle in macchie mantenendo la fisionomia del volto; finito questo passaggio cerco di semplificare ulteriormente fino ad arrivare ai minimi termini» al punto che spesso i lavori visti da vicino perdono leggibilità e finiscono nell’astrazione, così che per cogliere senso e interezza dell’immagine bisogna osservarli alla giusta distanza.

    [quote]Alle persone vorrei arrivasse ciò che vogliono che gli arrivi, Drina è solo il mezzo. Ognuno di noi fruisce le immagini in base alle proprie esperienze e alla propria sensibilità, è inutile fare tante parole e dare tante spiegazioni, un lavoro quando è finito non appartiene più al suo ideatore ma a tutti».[/quote]

    In queste immagini primi piani di volti, lettere singole e numeri si affastellano creando una bellezza prima di tutto grafica, un vero e proprio “piacere visivo”:  «A volte le scritte hanno un significato preciso – soprattutto quando il personaggio ritratto mi è familiare – allora lì mi diverto a nascondere messaggi; altre volte invece lettere e numeri hanno una funzione puramente grafica».
    Ma nei dipinti di Drina compaiono anche improvvise chiazze di colore, rivoli spesso vermigli, lampi inquietanti che a prima vista ricordano il sangue e, almeno in chi scrive, rievocano certe foto di guerra dove il sangue scende a rivoli da corpi coperti di polvere. Grazia spiega che «ogni tempo ha le sue immagini. Queste sono le immagini del mio tempo, quello attuale e quello passato sono la somma di quello che si è stati e di quello che siamo, di quadri tutti colorati e giocosi, di strisciate rosse sopra volti stinti, di regole ferree e seghetti alternativi per costruire cose; sono la somma della mia vita, tra dieci anni Drina forse non esisterà più, ci saranno altre immagini, un altro nome, un nuovo percorso e questo è bene perché vuole dire che non mi sono fermata. Si va avanti, sempre».

    drina-a12-grazia-buongiornoUna parte altrettanto suggestiva del lavoro riguarda i materiali utilizzati sul fondo di carta di stracci: insieme a pastelli ad olio e colori acrilici, Drina usa tè e caffè: «Quello di usare generi alimentari per dipingere è un vizio che mi porto dietro un po’ da sempre. In precedenza utilizzavo farina, pane grattato ed altro per fare i fondi dei quadri, oggi uso caffè e tè in egual maniera per i fondi a più strati». Una vera e propria tecnica anche questa: «Faccio un miscuglio di caffè e tè che faccio marcire: è poco carino da raccontare ma i due elementi andando a male creano una serie di sedimenti che lasciano delle macchie sulla carta che mi piacciono da matti, in seconda mano faccio le colature di caffè – l’unica cosa più o meno casuale in tutta la realizzazione del lavoro – dopodiché faccio la tracciatura delle macchie e di conseguenza il riempimento con l’acrilico che in realtà non è nero ma un tono di marrone scurissimo che si vede solamente con il sole diretto sul quadro, tutto questo sulla carta fatta a mano dai mastri cartai che lavoravano nella vecchia cartiera dove abito». Come già detto «finita questa scorta, finita Drina che lavora su carta fatta a mano. Ho già in mente un nuovo supporto, ma questa è un’altra storia».

    Con questa serie, comprensiva di pezzi eseguiti su commissione, l’artista ha esposto in alcune gallerie genovesi e si prepara a partecipare ad altri eventi: «Ultimamente lavoro spesso con Satura, recentemente ho partecipato a Venti d’Arte e a Arte Genova 2014, in futuro di sicuro c’è “Venti d’Arte l’esperienza del contemporaneo” presso il MAEC Milan Art & Event Center a marzo e Satura International Contest a maggio».

    Claudia Baghino

  • RareNoise Records: il lavoro del discografico. Da Genova a Londra per produrre il jazz

    RareNoise Records: il lavoro del discografico. Da Genova a Londra per produrre il jazz

    britannia-houseGiacomo Bruzzo, imprenditore genovese, con un bagaglio di studi economici presso l’Imperial College a Londra, fondatore della casa discografica RareNoise specializzata in un jazz aperto ad ogni possibile contaminazione. La RareNoise parte da Genova per stabilirsi in pianta stabile a Londra e fino a tempi relativamente recenti in pochi la conoscevano dalle nostre parti; durante il Gezmataz Festival dello scorso anno lo showcase dell’etichetta ha attirato l’attenzione di molti addetti ai lavori e non: «Il rapporto con il Gezmataz Genoa Jazz Festival è nato in seguito al mio incontro con Marco Tindiglia, direttore artistico della rassegna. Abbiamo sviluppato l’idea di creare una serata RareNoise all’interno del festival, una serata focalizzata su nostre produzioni discografiche,  più “rischiose” rispetto a quelle normalmente presentate dal Gezmataz. Tuttavia, i miei rapporti con l’ambiente musicale genovese sono limitati al festival – sono in contatto con alcuni musicisti genovesi che risiedono negli Stati Uniti, ma nulla di più. Siamo sempre aperti a parlare con tutti, quindi perché no, potrebbero anche nascere collaborazioni con altre realtà genovesi in futuro».

    Si dice che il mercato musicale sia morto, ma è davvero così? Quale è la linea che segue RareNoise per lavorare e sopravvivere in questo scenario, considerando anche il genere che trattate (“un rumore pregiato”)?

    Rare Noise Records

    «Domanda non facile – diciamo che il nostro essere “di nicchia” ci offre una certa protezione dalla contrazione del mercato discografico, infatti le nostre vendite sono cresciute negli ultimi anni. Vediamo crescere il contributo della vendita del digitale (che comunque rappresenta una parte limitata del nostro fatturato) e godiamo del ritorno del vinileNon avendo preclusioni di genere riusciamo ad interagire con comunità di ascoltatori diversi e non rischiamo di soffrire se dovesse venir meno un intero genere, cosa che ad esempio succede a molte etichette di dubstep monotematiche. Inoltre, lavoriamo sul medio lungo periodo creando un discorso tale da permettere a dischi nuovi di ringiovanire implicitamente dischi precedenti e comunichiamo spasmodicamente coi social network,  per cercare di sviluppare rapporti il più possibile personali con il pubblico, in appoggio al lavoro che fanno i musicisti stessi. Che sia chiaro: avere esposizione mediatica oggigiorno non vuol dire vendite sicure. Questa è una triste chimera. Bisogna essere presenti dovunque, in tutti i formati. A quel punto si lavora duro per creare uno zoccolo di acquirenti fedeli ed “ossessivi”. Le etichette di livello di nicchia (per esempio Rune Grammofon e su scala più grande ECM) sono state capaci proprio di questo, ovvero di creare un rapporto di profonda fiducia con gli acquirenti tale da garantire acquisti “a scatola chiusa”».

    Domanda difficile: definisci la tua professionalità.

    «Lavoro ossessivo, minuzioso, dedicato. Qualità su tutto il fronte. Trasparenza con tutte le parti coinvolte. Apertura alle idee anche più avanzate. Si lavora 20 ore al giorno 6 o 7 giorni alla settimana. Si rischia in proprio. Si mantengono le promesse fatte».

    Chi entra a far parte dell’etichetta RareNoise? Chi vuole essere prodotto da voi?

    «Buona domanda! A grandi linee sono quattro le tipologie di progetto/pubblicazione nel nostro catalogo: lavori legati al mio socio Eraldo Bernocchi (es.: Metallic Taste Of Blood); lavori dallo sviluppo più tradizionale (es.: Free Nelson MandoomJazz); progetti che arrivano praticamente fatti sul tavolo (es.: il primo disco di Naked Truth o il primo lavoro degli Animation o ancora Cuts con Merzbow, Mats Gustafsson e Balazs Pandi); progetti che nascono dalla contaminazione interna, quindi da noi voluti e che vedono coinvolti in varie permutazioni musicisti che già hanno una presenza discografica in RareNoise (es.: Berserk! e Twinscapes)».

    Qual’è il vostro rapporto Italia – UK dal punto di vista giuridico, per esempio nella distribuzione legale della musica da voi prodotta?

    «RareNoise è sia etichetta discografica sia editore e come tale è registrata presso la PRS e la MCPS inglesi. Con la SIAE non abbiamo lavorato. Noi stampiamo solo in inghilterra ed esportiamo».

    Come giudichi il ritorno del vinile come supporto fisico?

    «È una moda, ma ha sicuramente dei margini più importanti rispetto al cd. È un prodotto fisico obsoleto, dotato però di un certo fascino. Non so se durerà nel tempo, secondo me una nicchia si cristallizzerà e, in quanto tale, potrà essere utile, purché ci siano aspettative congrue».

    Michele Bensa

  • Genova in un libro di Nicholas Walton, giornalista della BBC: la nostra intervista

    Genova in un libro di Nicholas Walton, giornalista della BBC: la nostra intervista

    GenovaNicholas Walton, un nome che magari a molti è capitato di sentire e apprezzare, ma che forse ai più di voi non accenderà alcuna lampadina. Se fate parte di questo secondo gruppo di persone, vi consigliamo di tendere le orecchie e informarvi sul suo conto perché ne sentirete parlare presto: Walton ha scritto un libro sulla storia di Genova, in cui ha cercato di ricostruire il passato e interpretare il presente, interessandosi alle storie dei genovesi di ieri, ma anche a quelli di oggi. La stesura del suo libro è in corso: la prima bozza sta per essere ultimata, mentre per la pubblicazione – l’editore sarà l’inglese Hurst, ma sembra sarà pubblicato anche negli USA con la Oxford University Press – ci sarà da attendere ancora un po’.

    Leggendo la biografia di Walton, si capisce subito che non servono grandi presentazioni. Originario di Newcastle, nell’Ighilterra del nord, ha studiato Scienze Politiche, Filosofia ed Economica all’Università di Oxford, prima di diventare giornalista. Poi, 14 anni trascorsi alla BBC ad occuparsi soprattutto di esteri: corrispondente da Sarajevo e Varsavia, si occupa anche di Russia, Turchia, Stati Uniti e Sierra Leone. Inoltre, si interessa anche di Europa (Europe Editor per la redazione BBC World Service, ha collaborato con il think-tank ECFR – European Council on Foreing Relations).
    Coltiva da sempre un profondo interesse per la storia e di recente ha sviluppato una spiccata propensione per le vicende genovesi: sarà che, sposato con una genovese, ha avuto modo di vivere qui per un po’ durante il congedo di maternità della moglie. Genova lo ha colpito tanto che, dopo la nascita di suo figlio (che ha ormai un anno) ha continuato a vivere qui con la sua famiglia, dividendosi tra il capoluogo ligure e l’Inghilterra. Ora si avvicina, però, un nuovo cambiamento: il trasferimento a Singapore, che costringerà la famiglia Walton ad assentarsi da Genova (almeno per un po’).

    Parliamo del libro: di cosa tratta?
    «È una biografia della città: mi piace la storia ma sono un giornalista, così ho deciso di affiancare all’approccio storico una presentazione della Genova contemporanea. Il libro racconta le vicende di alcuni dei più grandi personaggi che hanno segnato la storia della città, dal più noto Andrea Doria ad altri meno famosi, cercando di mettere in luce gli aspetti meno conosciuti, come le vicende che hanno portato alla fondazione dell’Albergo dei Poveri.
    Non si tratta di un semplice libro che racconta la città, ma di un testo che coinvolge l’intera Liguria e che prende in considerazione molti aspetti della vita quotidiana e della cultura, come il calcio e il cibo, la storia e le tradizioni».

    Perché un libro sulla storia di Genova?
    «È stata una scelta inevitabile: Genova ha una straordinaria tradizione storica che non può essere ignorata, ma che tuttavia resta in gran parte sconosciuta ai più. La città in passato era considerata una vera potenza, ha assunto un ruolo di rilievo in età medievale e ha contribuito in prima istanza al consolidamento dei rapporti tra oriente e occidente e all’unione di questi due mondi.
    All’epoca non si può dire che non abbia svolto un ruolo di primo piano in molti momenti cruciali: si pensi al periodo della “Peste nera”, al contributo dato alle esplorazioni dell’Impero spagnolo nelle Americhe, ai primi grandi movimenti di emigrazione italiana e all’introduzione del gioco del calcio nel Paese. È una storia travagliata e complicata (specialmente per quanto riguarda il periodo medievale e quello tra XVI-XVIII secolo), ma allo stesso tempo molto potente: sentivo che se avessi provato a mettere in luce certi aspetti, svelarne le dinamiche e renderli più comprensibili, raccontando storie di vita vissuta piuttosto che fornendo un freddo resoconto di numeri e date, sarei riuscito a scrivere un libro molto potente e d’impatto. Io personalmente adoro leggere libri di storia, ma ritengo che la storia dovrebbe riguardare le vite delle persone, invece di trasformarsi in qualcosa di noioso!».

    Come è nata l’idea di questo libro?
    «Casualmente: in una delle mie visite in città, stavo facendo una passeggiata con mia moglie nella zona dei forti sulle alture di Righi, e abbiamo iniziato a parlare della storia della città. Appena rientrato a casa, ho cercato su Amazon e ho notato che non c’erano libri su Genova in inglese (se non testi accademici e guide turistiche). Più mi addentravo all’interno delle dinamiche storiche della città, più mi intrigavano e ne restavo affascinato, soprattutto da quando ho iniziato a interessarmi alla rivalità con Venezia, un anno fa: una storia impressionante che non penso sia abbastanza nota fuori dai confini nazionali italiani. Quando poi è arrivata la notizia che io e mia moglie ci saremmo dovuti trasferire in città per un paio di mesi, ho preparato una bozza e ho contattato il mio editore. Anche lui era stato da poco a Genova e si era innamorato della città, così si è subito interessato al mio progetto».

    Genova nel passato, Genova oggi: cosa pensi della città?
    «Oggi resta una città straordinaria: amo il suo porto, la sua conformazione urbana, con le strade che si inerpicano e salgono fino alle colline. Amo soprattutto il suo centro storico, i vicoli, quella sensazione di trovarsi di fronte a una città inalterabile, molto più simile a quel che è stata in passato di quanto non lo siano oggi altre città italiane (come Firenze, Venezia, Roma, che sembrano tutte costruite esclusivamente in funzione dei turisti). Senza contare i suoi magnifici musei, come il Galata – Museo del Mare e il Castello D’Albertis.
    Ad ogni modo, resta il fatto che oggigiorno Genova si è trasformata molto ed è cambiata rispetto a come era un tempo: ha i suoi problemi e le sfide specifiche da affrontare (come, d’altra parte, il resto dell’Italia e l’Europa intera). La vera domanda per la città è se sia in grado di dare risposte a questi problemi e a queste sfide, per continuare ad essere un luogo accogliente in cui vivere e in cui progettare il futuro. Personalmente, vedo molti giovani convinti di dover andare altrove a cercare lavoro, e questo è molto triste».

    Vero: come pensi che si dovrebbero affrontare i problemi e come accendere i riflettori sulla città?
    «Ogni città deve fare leva su propri punti di forza. Nel caso di Genova, questo significa puntare sul suo passato di superpotenza mercantile e sul suo ruolo di primo piano nella determinazione dell’assetto europeo, sulle storie di pirateria, schiavitù, rivalità con Venezia (e Pisa), su personaggi come Andrea Doria, gli esploratori, e così via. Alcune di queste cose possono anche essere sgradevoli e non piacere, ma è tutto molto affascinante! È ciò che rende Genova diversa da qualsiasi altro posto. I Rolli, ad esempio, sono splendidi, ma l’Italia è piena di edifici altrettanto magnifici, per questo è necessario puntare l’attenzione altrove».

    Abbiamo visto di recente dei documentari sulla BBC dedicati a Genova e alla Liguria e ci siamo chiesti: cosa pensano i tuoi connazionali della nostra città?
    «Sfortunatamente, non penso che molti di loro conoscano Genova e il suo passato (per questo spero di cambiare le cose grazie al mio libro!). Tutti conoscono Venezia, Firenze, Roma, ma Genova è una realtà differente. Certo, non è un posto facile per un turista: a volte, è troppo sporca, o troppo affollata, ed è spesso difficile per i visitatori ritrovarsi in questa cornice. Sono sicuro che, una volta tornati a casa, scopriranno di avere fatto molte più foto in altre città! Ma se i visitatori potessero vedere Genova attraverso il prisma del suo passato (i caotici caruggi medievali, la grandi famiglie feudali, le galee che hanno combattuto contro i pirati e contro Venezia), acquisirebbero una nuova visione della città, comprendendola meglio per le sue origini.
    In Gran Bretagna, c’è un forte interesse anche per il futuro dell’Italia e a noi sono ben noti i problemi che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi anni. Molti miei connazionali amano l’Italia e hanno esperienze magnifiche quando vengono qui in vacanza. Io credo che ci sia un desiderio profondo di capire il Paese oltre gli stereotipi e oltre le banali esperienze da turista “mordi e fuggi”. Accendere i riflettori su una città così affascinante ma ancora poco conosciuta come Genova potrebbe permettere a noi inglesi (e agli americani) di capire qualcosa in più riguardo alla vita di oggi in Italia, e incoraggerebbe molti a prenotare un volo per la vostra città, piuttosto che per Roma o Venezia».

    Tu dici che c’è “un desiderio profondo di capire il Paese oltre gli stereotipi”, lontano dalle copertine patinate dei magazine da un lato, e dai disastri politici dall’altro. Perché Genova dovrebbe essere la città giusta?
    «Ci sono diversi tipi di turisti in Italia: molti sono alla ricerca delle cose più scontate, ma molti altri amano profondamente l’Italia e hanno visitato, oltre alle attrazioni principali del Paese, anche Toscana, Sicilia, Verona, le Cinque Terre e la Liguria, lo splendido porto di Genova con la sua storia unica, e una quantità infinita di splendidi panorami e che davvero vale la pena vedere. Dunque, sì, penso che un turista che voglia sul serio conoscere aspetti più profondi dell’Italia dovrebbe venire qui (a Genova per una breve visita in città, o a Genova e in Liguria per una vacanza più lunga). Certamente la città dovrebbe puntare di più sulla sua promozione all’estero come “città degli esploratori”, facendo in modo di attirare visitatori desiderosi di capire e ricostruirne le vicende storiche».

    La città e i suoi abitanti: l’accoglienza che hai ricevuto dai genovesi ha confermato lo stereotipo dell’animo brusco e scontroso o hai avuto un’impressione diversa?
    «Molti sono stati estremamente gentili, e li ho trovati molto attenti al loro lavoro. Ad esempio, un ragazzo che lavorava all’Albergo dei Poveri era dispiaciuto che l’edificio, con alle spalle secoli di storia, si trovasse adesso in uno stato orribile. Ho intervistato anche persone sorprendenti, come una prostituta trans e una coppia di immigrati: le loro storie oggi rappresentano una parte vitale della città. Molti genovesi sono riservati, ma ho notato che il fatto che qualcuno si interessi alla storia della loro città suscita orgoglio.
    Penso che i cittadini debbano credere di più nella città in cui vivono, accettare sia i momenti affascinanti ma bui della loro storia, sia quelli positivi. Allo stesso tempo, per alcuni è forte l’orgoglio di essere genovesi e c’è il desiderio di rendere nota la storia della città in tutto il mondo. Ho riscontrato anche preoccupazione per il futuro e le nuove generazioni, e per il fatto che gli stessi genovesi stanno cominciando a dimenticare il loro passato glorioso».

    Elettra Antognetti

  • Farmacia Serra: la piccola realtà è diventata grande. Da genitori a “guru del web”

    Farmacia Serra: la piccola realtà è diventata grande. Da genitori a “guru del web”

    Farmacia Serra GenovaAlla Farmacia Serra di Genova Voltri eravamo già stati due anni fa. All’epoca avevamo colto la palla al balzo ed eravamo andati a conoscerli in occasione dell’apertura di una zona wi-fi all’interno della loro farmacia in Via Camozzini. Oggi, a distanza di due anni, ci siamo tornati: la scusa ufficiale era la puntata di #EraOnTheRoad a Voltri; la motivazione vera era il desiderio di tornare a trovarli e fare quattro chiacchiere con dei veri e propri guru del web, nonché genovesi doc. Tra l’altro, cosa ancora più straordinaria, sono dei “guru per caso”: appassionati di tecnologia, hanno aperto un blog nel marzo 2009 e, sull’onda di questo primo successo, si sono poi avvicinati ad altri mezzi, riscuotendo un inaspettato successo.
    Due anni fa scrivevamo del loro canale di vendita e-commerce, che resiste tuttora; i quasi mille follower su Twitter sono ben 2.754 (dato in costante aumento e probabilmente ora già sorpassato); il profilo su Foursquare, aperto due anni fa in tempi non sospetti, è sempre usatissimo, anche se per molti resta un social “d’élite”; il canale YouTube, su cui insegnano come usare un sacco invernale per passeggino o parlano di Nutrigenomica e alimentazione, ha raggiunto quota 53.447 visualizzazioni, nonostante il video più recente risalga ad un anno fa.

    Cosa c’è di diverso dal 2012, a parte numeri e cifre? Oggi Edoardo e Maddalena Schenardi partecipano a convegni, tengono conferenze, si sono guadagnati un posto nel mondo dei new media e sono tra le figure più influenti. Già citati in vari libri del settore come esempio virtuoso di “salute 2.0”, lo scorso settembre hanno partecipato alla Startup Weekend di Genova, poi al convegno “Good Media” all’Ospedale Galliera su come cambia la salute. Sono saliti in cattedra all’Università degli Studi di Pavia e alla IULM di Milano a novembre, selezionati tra le 8 PMI che hanno saputo integrare nella loro attività imprenditoriale l’uso dei social.
    Non dimentichiamo che tutto è cominciato un anno fa, il 22 febbraio 2013, quando Edoardo e Maddalena sono stati invitati a raccontare la loro esperienza alla Social Media Week di Milano. A questa prima partecipazione sono seguiti altri 6 inviti (da ultimo, si prefigura l’ipotesi di un prossimo convegno a Milano nel mese di marzo).

    Cos’altro? Per chi ancora non fosse pago dell’elenco di successi, Edoardo e Maddalena sono soprattutto genitori di quattro figli, adolescenti e pre-adolescenti. Proprio dall’impegno scaturito dal dover gestire una famiglia così numerosa, hanno avuto l’idea di rivolgersi agli altri genitori che stavano vivendo problematiche simili alle loro e hanno messo a disposizione l’esperienza maturata “sul campo”.
    «Da genitori di quattro figli, abbiamo fatto fronte a varie problematiche, dal curare certe malattie all’acquistare vestitini e oggetti che resistessero e si potessero riutilizzare per i figli minori. I nostri clienti conoscono la nostra storia, così anni fa hanno cominciato a rivolgersi a noi e chiedere consigli legati alla genitorialità e al mondo dei più piccoli. Con l’aumento delle richieste, abbiamo avuto l’idea di creare un blog in cui trascrivere i nostri consigli, e da qui è nato tutto. Ad esempio, i tutorial su Youtube: è più facile mostrare come usare un termometro wireless o come usare un biberon auto-riscalandate piuttosto che spiegarlo a parole».

    Tutto ciò provoca uno sdoppiamento dei piani, reale e virtuale. In tanti si rivolgono a loro da tutta Italia perché sono diventati punto di riferimento certificato nel panorama della salute sul web. Edoardo e Maddalena hanno scelto di essere sempre raggiungibili e di fare di un lavoro già impegnativo una vera e propria vocazione a tempo pieno. Anche quando sono chiusi, i follower e gli iscritti al blog che li contattano per spiegare le loro problematiche ricevono sempre risposte. D’altro canto, i loro clienti abituali, i genovesi e gli abitanti di Voltri che hanno la possibilità di raggiungerli fisicamente continuano a farlo.

    [quote]Cosa ci guadagnate?, ci chiedono in molti. La risposta è: niente, il web è solo un modo per farci trovare.[/quote]

    «È strano: spesso chi ci segue online non viene fisicamente in farmacia, e viceversa i clienti della farmacia (tranne poche eccezioni) non ci seguono su blog e social. Abbiamo fatto una scelta, quella di mettere la nostra professionalità e la nostra esperienza a disposizione di tutti quelli che vogliono fruirne, sapendo bene che a questo non avrebbe corrisposto un riscontro sul piano economico o un incremento della clientela. Anzi, è probabile che le persone che ci contattano per qualche consiglio, poi si rechino alla farmacia sotto casa e acquistino lì.  Parlare di persona con i clienti o farlo virtualmente online per noi è lo stesso. Oggi siamo molto soddisfatti di aver raggiunto questi risultati, tanto più dal momento che non ci siamo mai posti obiettivi in questo senso e il riscontro è stato superiore alle aspettative: non abbiamo ferie, riceviamo mail anche quando siamo chiusi, ma amiamo il nostro lavoro e siamo contenti di essere arrivati fin qua. Tutto questo sempre consci dei nostri limiti e senza volerci sostituire ai medici».

    Numeri e curiosità

    Su Blogger dal marzo 2009, il loro blog ha superato le 8640 visualizzazioni profilo. E proprio il blog è fonte di continuo rinnovamento, su cui si alternano rubriche ormai molto seguite: dai “Cinque dischi per…”, rubrica musicale di Adele Macca che ogni settimana consiglia canzoni ispirate a eventi di attualità; alle #risateinfarmacia, in cui Edoardo e Maddalena raccontano alcune delle “disavventure”, piccole gaffe e strane richieste dei clienti, con l’ironia delicata che li contraddistingue. Ci sono anche indicazioni pratiche (“Prenotazione infermiere in farmacia a Genova: come funziona”), informazioni sui farmaci in commercio, sulle problematiche femminili e sulle nuove tendenze in fatto di alimentazione sana ed equilibrata. Quest’ultimo è un interesse remoto, che di recente a trovato slancio grazie alla collaborazione con Roberto Panizza, ristoratore genovese ed esperto di gastronomia: insieme, hanno creato una zuppa di legumi, con ingredienti scelti e salutari, che a breve sarà messa in commercio.

    Elettra Antognetti