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  • Allerta rossa, chiusi scuole, musei, cimiteri, parchi e cantieri. No manifestazioni all’aperto

    Allerta rossa, chiusi scuole, musei, cimiteri, parchi e cantieri. No manifestazioni all’aperto

    allertaIl Coc, Centro Operativo Comunale, si è riunito oggi alle ore 14 e, sulla base del bollettino meteo fornito da Arpal e della conseguente dichiarazione dello stato di allerta rossa idrogeologica / idraulica per piogge diffuse e temporali sul territorio del Comune di Genova dalle ore 6 di giovedì 24 alle ore 6 di venerdì 25 novembre, ha messo in atto le azioni previste dal Piano comunale di emergenza per la gestione del rischio meteo-idrogeologico.

    Il Coc ha assunto i seguenti provvedimenti validi sino a cessata allerta rossa:

    –     chiusura delle scuole di ogni ordine e grado

    –     chiusura dei musei civici

    –     chiusura delle biblioteche

    –     sospensione dei mercati rionali all’aperto

    –     chiusura degli impianti sportivi pubblici e privati

    –     chiusura dei parchi e dei giardini pubblici

    –     chiusura dei cimiteri. Verrà assicurata la ricezione dei servizi funebri

    –     sospensione di qualsiasi manifestazione ed evento all’aperto

    –     chiusura dei sottopassi pedonali di piazza Montano, via Borgo Incrociati, piazza Rizzolio/via Gattorno, piazza Porticciolo, piazzale Kennedy/viale Brigate Partigiane, piazza Massena

    –     chiusura dei centri socio – educativi, centri di aggregazione e attività educative territoriali per minori in città e di tutte le attività educative individuali e di gruppo comprese nei Centri Servizi Famiglie dei Municipi, fatti salvi casi eccezionali di intervento a domicilio valutati insospendibili dal Servizio Sociale pubblico.

    –     chiusura dei Centri di riabilitazione di persone disabili disposta dalla Asl 3 genovese.

    –     sospensione del trasporto individualizzato ai centri di riabilitazione di persone disabili. Rimane attivo il trasporto verso i luoghi di lavoro


    Sono state inoltre adottate misure che riguardano la
     mobilità:

    –       limitazione del servizio della Metropolitana sino a cessata allerta. Il servizio verrà assicurato nella tratta Brin-De Ferrari. Per tutta la durata dell’allerta rossa resterà chiusa la stazione metro di Brignole

    –       chiusura degli ascensori del sottopasso ferroviario di Sestri Ponente (via Puccini)

    –       chiusura dell’ascensore di Quezzi

    –       chiusura dell’esercizio ferroviario Genova-Casella. Verrà garantito un servizio sostitutivo compatibilmente con le condizioni viarie

    –       chiusura fino a cessata allerta della Galleria Pizzo sulla strada statale Aurelia

    –       divieto di sosta in via Pontetti

    –       Tutti i possessori di tagliandi Blu Area A, B, C, R e T, esclusivamente nei casi in cui tali zone siano state opzionate come prima scelta (es. AL – CF – CG ecc.), hanno diritto a parcheggiare gratuitamente in tutte le zone Blu Area, a partire da 3 ore prima della decorrenza dell’allerta e fino alle ore 12 del giorno successivo della cessata allerta.

    Quanto sopra è valido anche per i residenti di zona via Fereggiano / corso De Stefanis non in possesso di contrassegno Blu Area esponendo copia della carta di circolazione.

    È stato deciso il potenziamento del presidio territoriale della Polizia municipale con 4 pattuglie dedicate al monitoraggio dei rivi per ogni turno, che vanno ad aggiungersi al servizio ordinario. Dalle ore 6 di giovedì 24 novembre sono previste 4 pattuglie di monitoraggio rivi per ogni turno, 9 pattuglie di pronto impiego per ciascun turno e ulteriori 16 pattuglie per presidio della viabilità e pronto impiego in caso di necessità.

    Attivate inoltre 18 squadre di volontariato di protezione civile.

    Chiuso il guado di via Veilino, presidiate e monitorate via Pontetti e via Gallesi.

    Le direzioni del Comune di Genova, i Municipi e le Aziende (Aster, Amiu e Amt) hanno attivato i piani di emergenza previsti per lo stato di allerta rossa.

    È stata disposta la chiusura e la messa in sicurezza di tutti i cantieri.

    Il Comune di Genova ricorda che, durante il periodo di allerta meteo idrologica, i cittadini sono tenuti ad adottare, in tutta la città, i comportamenti di autoprotezione. Tutte le ordinanze e le norme di autoprotezione sono disponibili sul sito www.comune.genova.it.

    Prima dell’entrata in vigore dell’allerta:

    • predisporre paratie a protezione dei locali al piano strada, chiudere le porte di cantine e seminterrati e salvaguardare i beni mobili che si trovano in locali allagabili;
    • porre al sicuro i propri veicoli in zone non raggiungibili dall’allagamento;

    Durante l’allerta:

    • limitare gli spostamenti a esigenze di effettiva necessità;
    • tenersi aggiornati sull’evolversi della situazione e prestare attenzione alle indicazioni fornite dalle Autorità, da radio, tv e tutte le altre fonti di informazione.

    Le informazioni e gli aggiornamenti ufficiali sono divulgati attraverso: pannelli luminosi stradali disposti lungo la viabilità principale e paline alle fermate Amt; sito del Centro Funzionale di Protezione Civile della Regione Liguria (www.allertaliguria.gov.it); sito del Comune di Genova (http://www.comune.genova.it/servizi/protezionecivile); servizio gratuito di allerta meteo via sms.

    Per iscriversi al servizio gratuito di allerta meteo inviare un sms dal proprio cellulare con il testo “allertameteo on” al numero 3399941051, oppure effettuare l’iscrizione on line su http://segnalazionisms.comune.genova.it.

    Per ottenere informazioni più dettagliate e ampie si consiglia anche di scaricare la APP gratuita “Io non rischio”. Per accedere all’applicazione via web digitare sul device iononrischio.comune.genova.it.

    Per tutta la durata dell’allerta sarà attiva la sala di emergenza della Protezione Civile del Comune di Genova e sarà attivo il numero verde della Protezione Civile del Comune di Genova 800177797.

    Intanto, la Regione Liguria fa sapere che domani la Sala della Trasparenza nella sede di piazza De Ferrari a Genova rimarrà aperta con un presidio fisso dell’ufficio stampa a disposizione dei giornalisti e dei cittadini a partire dalle 8 per dare tutte le informazioni utili. Nel corso della giornata, aggiornamenti in tempo reale delle condizioni meteo attraverso i profili social e il siti istituzionali dell’ente e e di Arpal. Infine, nella sede della Protezione civile regionale, presidiata dall’assessore Giacomo Giampedrone per tutta la durata dell’allerta, saranno organizzati incontri dedicati alla stampa per fornire aggiornamenti sull’andamento dell’allerta.

  • Allerta Rossa dalle 6 di giovedì per 24 ore. Scuole chiuse a Genova, Savona e Imperia

    Allerta Rossa dalle 6 di giovedì per 24 ore. Scuole chiuse a Genova, Savona e Imperia

    r_r_g_r_aAllerta rossa dalle 21 di questa sera sull’estremo ponente ligure dal confine con la Francia fino a Capo Noli, e su Savona e Genova dalle 6 di domani mattina, giovedì 24 novembre. Scuole certamente chiuse domani in tutti questi territori. Sullo spezzino, invece, allerta gialla dalle 12 di domani e arancione nell’entroterra dalle 21 di questa sera; allerta rossa nell’entroterra di savonese e imperiese dalle 9 di domani mattina. Sono i nuovi stati di allerta meteo sulla Liguria validi almeno fino alle 6 di venerdì 25 novembre. Leggera tregua, invece, per la giornata odierna. Dalle 12 di oggi, infatti, vige allerta gialla dal confine con la Francia a Portofino, verde sulla costa e nell’entroterra nello spezzino, arancione nell’entroterra dell’imperiese e savonese

    Le preoccupazioni di Arpal

    Nelle ultime 30 ore in alcune zone della Liguria è caduta più pioggia rispetto all’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e agli eventi del 2010 e 2014. Dalle 19 di lunedì 21 novembre, infatti, nella centrale di Fiorino (frazione di Voltri, nell’entroterra genovese) sono stati registrati 605 millimetri di pioggia, quantità storicamente superata a Genova solo nell’alluvione del 1970. «In 12 ore – spiega Federico Grasso di Arpal all’agenzia Dire – è piovuto più ieri che nell’alluvione del 4 novembre 2011: tra Val Cerusa e Valle Stura, con acqua caduta in parte verso il mar Ligure e in parte verso il bacino padano, sono scesi 417 millimetri di pioggia. Se le piogge fossero cadute una decina di chilometri più vicino al centro di Genova, probabilmente staremmo parlando di uno scenario decisamente peggiore». Il peggioramento delle condizioni con i relativi stati di allerta rossa che scatteranno progressivamente a partire dalle 21 di questa sera sono dovuti alla previsione di piogge molto intense nell’imperiese; più moderate nel genovese e savonese dove però il terreno è già saturo.

    saturazione-terreno-0600Le previsioni meteo

    Secondo i dati raccolti da Arpal oggi continueranno le piogge persistenti nelle zone A e D, con probabili temporali e forte vento. Giovedì è previsto un peggioramento complessivo su tutto il territorio regionale, con quantitativi particolarmente elevati nell’imperiese. Anche nelle zone B e D sono previsti forti temporali, già abbondantemente colpite da forti piogge nelle scorse ore. La perturbazione durerà tutto la giornata di giovedì 24, con qualche prima tregua venerdi mattina, anche se nel pomeriggio potrebbero verificarsi ulteriori fenomeni intensi su Genova. Durante tutto la durata dell’allerta, sarà consultabile il monitoraggio della situazione sul sito web di Arpal

  • Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    AmiuA Genova le piccole e medie imprese spendono per acqua pubblica e tariffa dei rifiuti in media il 50% in più del resto d’Italia. Il dato, riporta l’agenzia Dire, emerge dal rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile a cura dell’Osservatorio tariffe per la Liguria, realizzato da Ref Ricerche e presentato questa mattina alla Camera di Commercio del capoluogo ligure. Il caro tariffe conferma una tendenza storica: dal 2010 al 2016, a fronte di una crescita dell’inflazione regionale del 9%, il costo dei servizi locali è aumentato in Liguria del 29% per i rifiuti e del 39% per l’acqua; aumenti percentualmente più contenuti rispetto alla media nazionale che, negli ultimi 6 anni, a fronte di un +8,6% di inflazione, ha visto crescere del 55% il costo per il servizio idrico integrato e del 26,3% quello per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

    Nei primi 9 mesi del 2016, Genova risulta il quarto capoluogo di Regione per aumento delle tariffe (pari merito con l’Aquila e dietro solo ad Aosta, Ancona e Bari): la media complessiva è di +1,9%, pari a 0,6 punti percentuali in più rispetto al dato nazionale; in particolare, la tariffa sui rifiuti è cresciuta dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+0,8% della media italiana) e quella dell’acqua potabile del 5,8% (+1,6% del resto del paese). Uno dei dati più eclatanti emersi dalla ricerca riguarda la tariffa dei rifiuti a carico dei ristoranti: anche in questo caso, Genova è il quarto capoluogo più caro d’Italia con un conto annuale di 7.390 euro contro i 5.200 euro della media nazionale, dietro solo a Venezia, Roma e Napoli.
    A livello regionale, inoltre, va registrata la grande variabilità di costi tra le diverse tipologie di impresa e tra Comune e Comune: a parità di consumi, un alberto paga 5.049 euro a Imperia e 10.291 euro alla Spezia, mentre un esercizio alimentare varia dai 25.940 nello spezzino agli 11.246 euro nell’imperiese.

    Secondo la ricerca presentata alla Camera di Commercio di Genova, bollette così alte non sono giustificate dalla qualità del servizio: la raccolta differenziata, infatti, raggiunge una media regionale del 35%, la più bassa del Nord Italia, 10 punti sotto il dato nazionale e ben 30 rispetto alle eccellenze di Veneto e Trentino Alto Adige.

    Sul fronte dell’acqua potabile, infine, la bolletta delle famiglie genovesi e spezzine resta più alta rispetto alla media italiana (più bassa invece quella nelle province di Savona e Imperia) ma va considerato l’avvio del processo di ammodernamento della rete che, tuttavia, risulta ancora insufficiente: l’analisi, infatti, ribadisce la necessità di un piano di interventi con una spesa procapite almeno di 90 euro, ma le previsioni tra il 2016 e il 2019 parlano di una quota non superiore ai 50 euro.

    Primo dicembre incontro sindaco-esercenti su Tari 2017

     

    «Il primo dicembre ci sarà un incontro importante delle associazioni di categoria con il sindaco e gli assessori perché le prospettive rispetto al 2017 per la tassa sui rifiuti degli esercizi commerciali sono particolarmente pesanti, con bollette ancora più salate per le attività economiche». Lo annuncia Andrea Dameri, direttore Confesercenti Genova, a margine della presentazione del rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile, questa mattina nella sede della Camera di Commercio del capoluogo ligure, come riporta l’agenzia Dire. «Ci sono alcuni problemi strutturali che vanno affrontati – ricorda Dameri – il primo ovviamente è quello relativo agli impianti sia per quanto riguarda il futuro della discarica di Scarpino che per la raccolta differenziata. Poi c’è il tema dell’operazione Iren-Amiu perché questo capitolo pesa enormemente sui costi delle imprese e dobbiamo trovare una soluzione definitiva e non elemosinare ogni anno cercando di far quadrare conti che non tornano più».

    Il problema non riguarda però solo la tariffa sui rifiuti: «A questa – ricorda il direttore di Confesercenti Genova – si aggiungono i costi per le altre utenze, come il servizio idrico: c’è un gap fortissimo tra il costo di fare impresa in Liguria e la media italiana, un fardello che i nostri imprenditori si devono portare dietro e che, in una situazione di crisi e grande competizione, è un elemento di grande criticità che va assolutamente affrontato. L’unico tessuto che regge è quello legato ai flussi turistici ma non basta per portare avanti una città di queste dimensioni».

    Un concetto rafforzato anche dal segretario generale della Camera di Commercio di Genova, Maurizio Caviglia: «Il vero problema – ribadisce – è che noi da parecchi anni tentiamo di svolgere un’attività di moral suasion ma non abbiamo ottenuto grandi risultati perché tutti gli anni continuiamo a vedere che i nostri imprenditori stanno pagando più degli altri. Questo vuol dire penalizzare le nostre imprese e metterle in condizione di avere maggiori costi rispetto ai loro concorrenti di altri territori».

  • Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Paolo-ceccarelliNei giorni scorsi Genova ha ospitato i lavori di “Heritage”, un convegno internazionale focalizzato sui percorsi in atto, o in progetto, finalizzati alla conservazione del patrimonio storico e culturale; il passato, infatti, ci ha lasciato una enorme eredità, preziosa quanto ingombrante, che oggi dobbiamo curare e mantenere, anche in un contesto economico depresso come quello congiunturale. In mancanza di risorse, il pubblico cerca l’aiuto del privato, sponsorizzando progetti, collaborazioni o, purtroppo, svendite. Sull’argomento è intervenuto Paolo Ceccarelli, architetto urbanista, coordinatore Unesco per le cattedre universitarie: secondo il professore, sempre più spesso lo stato o comunque la cosa pubblica si limita ad accudire il patrimonio, come fosse una badante, sperando di poter sfruttarne il valore economico.

    Professore, partiamo proprio da questo concetto: qual è lo stato dell’arte della conservazione del patrimonio culturale e storico del nostro paese e di Genova?
    «Oggi penso che ci sia un problema di fondo che dobbiamo affrontare ed è il modo in cui ci poniamo rispetto alla conservazione del patrimonio: noi un poco alla volta, per motivi diversi, d’ istruzione, di trasformazione della nostra società, di estraneità rispetto a tutta una serie di processi, abbiamo assunto una atteggiamento che ricorda il comportamento delle badanti piuttosto che quello di un figlio, di un congiunto, di un parente stretto nei confronti di una persona anziana. Intendiamoci, la badante è una persona civilissima, premurosa, attenta alle necessità di una persona che ha dei problemi legati alla vecchiaia e in qualche modo alla sua conservazione della dignità; ma è anche una persona del tutto estranea, che lo fa professionalmente, con attenzione e garbo, e spesso in modo felice, rimanendo estranea alla persona di cui si occupa, con un rapporto limitato nel tempo, a cui segue un altro e così via. Questo è un po’ l’atteggiamento che noi abbiamo nei confronti del nostro patrimonio storico: ce ne occupiamo, facciamo una serie di cose civili per mantenerlo, ma tutto sommato non siamo interessati ad andare più a fondo, a capire il suo reale significato, soprattutto il suo significato rispetto all’oggi, ai noi stessi, al contemporaneo».

    Questa tendenza a cosa può portare?
    «A ricercare un significato di tipo puramente ed esclusivamente economico, cioè conservare un bene solamente perché può produrre reddito attraendo il turismo, oppure valorizzandone solamente il lato estetico: è bello da vedere e quindi ci riempie l’animo di gioia e orgoglio. Il significato di un manufatto, però va oltre: non bisogna perdere di vista l’importanza che ha avuto in un certo momento per la storia e perché e come ha significato idee nuove, affermazioni di valori, o anche cose reazionarie, elementi bigotti, ma comunque svolgendo un ruolo, una funzione molto precisa. Se noi non entriamo in sintonia con queste cose, e non riusciamo a farle riemergere, non riusciremo ad istituire un rapporto corretto con il nostro patrimonio, tenderemo ad allargare la nostra capacità di conservarlo, di mantenerlo in buone condizioni, ma in modo del tutto indifferente al suo reale significato, e questa è una perdita gravissima perché in realtà la storia e la memoria servono per produrre nuove idee non per contemplare delle cose morte».

    Spesso però le risorse non si trovano, o per lo meno, la politica non riesce a trovarle…
    «Penso che sia un problema politico e culturale al tempo stesso, cioè i soldi si trovano per delle cose che sono appariscenti, ma anche i restauri dovrebbero essere considerati grandi opere, come le conservazioni. Spesso alcune opere sono lasciate a se stesse perché sono meno attraenti, suscitano meno curiosità, non sono la grande cosa da ammirare o far ammirare al turista: la storia italiana, però, è stata fatta spesso di cose poco vistose che hanno avuto un grandissimo significato culturale in quel determinato momento; ci sono pezzi nell’architettura di ricerca, ci sono state delle aperture di nuove linee di lavoro che hanno reso la cultura italiana particolarmente importante in certi momenti della storia recente ma per questi non si trovano i soldi. Le risorse si trovano per il monumento appunto che da prestigio: non è solo il Ponte di Messina, ma anche in parte il restauro del Colosseo, fatto esclusivamente per attirare masse di turisti, e per farne un elemento di invidia per tutto il resto del mondo. Questo è un atteggiamento che credo sia sbagliato: la trasformazione del bene culturale di una sorta di merce, rendendolo un bene da far fruttare piuttosto che un bene da conservare perché insegna delle cose. Credo che sia un discorso di tipo politico e culturale perché i soldi probabilmente in certi casi si potrebbe trovare o ci si potrebbe limitare a forme di manutenzione più leggera, ma che tengano in piedi queste le opere, senza poi dover ricorrere a grandi interventi strutturali».

    Scelte politiche che sono prese da una classe dirigente che spesso si trova in difficoltà sulle scelte che riguardano lo sterminato patrimonio a disposizione. Come potrebbero muoversi diversamente?
    «Secondo me, la politica dovrebbe iniziare a pensare di utilizzare il patrimonio non solo come una risorsa da bilancio, ma anche come uno stimolo, un incentivo fortissimo ad andare avanti nel creare altre cose. Sembra preoccupante il fatto che l’Italia scopra come alternativa a quella che è stata in altri momenti la industrializzazione, le trasformazioni economiche sociali ed economiche, l’utilizzazione del patrimonio solamente a fini turistici».

    Perché questa cosa è preoccupante? Forse finalmente in molte realtà post industriali, come Genova, stanno cambiando parametri culturali…
    «Perché questa è una cosa che non produce nulla. Certo, porta un po’ di soldi, che sono utili anche quelli, ma non serve ad andare più avanti, a inventare altre cose. Voglio dire, noi abbiamo un brodo di cultura che potrebbe permettere veramente di avere degli stimoli fortissimi ad immaginare il futuro, perché siamo, e lo siamo da secoli, in una sorta di grande laboratorio di trasformazioni, contaminazioni e anche di “pasticci” che hanno prodotto cose importanti. Credo che il punto sia questo: i politici dovrebbero più attentamente considerare la questione, perché la materia c’è, ma si tratta di utilizzarla nel modo intelligente».

    Intende per arrivare a nuovi “monumenti”?
    «Si e no. Nel senso che alle volte ci sono alcune architetture contemporanee che sono soprattutto vistose, non belle ma appariscenti, mentre ce ne sono altre che lo sono meno ma che diventano estremamente significative. Non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha dato alcuni dei maggiori contribuiti all’arte contemporanea, al design, che sono diventate delle assolute eccellenze. Oggi, credo che ci sia un’idea un po’ diversa rispetto al passato di che cosa possa essere il monumentale: oggi l’architettura monumentale sta nel recupero degli spazi pubblici, cosa che ha un significato equivalente alla costruzione del un grande palazzo di un tempo. La società richiede rapporti di tipo differente e quindi, da questo punto di vista, l’architettura celebrativa, quella che in qualche modo ricorderebbe il monumento del passato, spesso è la meno interessante, fatta ormai per questioni di puro marchio; tanti brand da vendere rapidamente per poi essere dimenticati e persi».

    Nicola Giordanella

  • Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Vespasiano, lurido e fetente angolo di mondo dedicato alla minzione maschile, io ti amo. Da sempre il cesso pubblico suscita in me un sentimento di rispetto e ammirazione, innanzitutto per la sua forte funzione sociale, sintetizza in sé l’egualitarismo e la democrazia: è un servizio pubblico gratuito per uomini di tutte le età, etnie, religioni ed estrazioni sociali. Nei momenti di incontenibile bisogno, scorgerne uno in lontananza è come trovare un cadeau inaspettato la mattina appena sveglio. Il vespasiano è il lato oscuro e deviato dei cartigli del bacio perugina, una bacheca gratuita a cielo aperto dove poter leggere l’aforisma del giorno, le diverse dichiarazioni di amore etero e non, l’invito a partecipare a pratiche sessuali all’avanguardia.

    Il vespasiano è da sempre una vetrina sui lati chiaroscuri del mondo, un narratore di storie, una piccola scatola del tempo. Ed è anche per questi motivi che va tutelato, salvaguardato e mantenuto. Senza i bagni pubblici, si dovrebbe ricorrere sempre alla scusa del caffè per poter utilizzare il bagno del primo bar intercettato in caso di impellente bisogno fisiologico (nella speranza di non incappare in quelli che ne sono privi o che lo dichiarano guasto).

    Purtroppo però, come ogni bene pubblico che non garantisce un introito economico ma esclusivamente una spesa per le sempre più avvizzite casse comunali, il bagno pubblico spesso si presenta in condizioni penose: intasato, allagato da liquami di origine organica e fonte di miasmi raccapriccianti che costringono l’utilizzatore a trattenere il respiro manco stesse partecipando a una gara di apnea profonda.

    La recente rimozione dei vespasiani del lato ponente di piazza Caricamento è stata allo stesso tempo una vittoria e una sconfitta per la città. Una vittoria perché quei “cessi” a cielo aperto versavano in condizioni di incuria indecente da tempo immemorabile, causando non pochi problemi ai ristoratori della zona, soprattutto a causa dei miasmi che, complice la vicinanza (non troppo sensata) con i bidoni della nettezza urbana, erano insopportabili. Nei mesi estivi, in pieno boom turistico, gli effluvi erano capaci di allontanare dai dehors dei ristoranti di Sottoripa orde di turisti famelici proprio come farebbe una boccetta di raid concentrato con un nugolo di zanzare. Non proprio un buon biglietto da visita per la città. Genova more than this verrebbe da dire. Ma la loro rimozione è stata anche una sconfitta perché, pur versando in una situazione tale da non essere più recuperabili, Genova ha perso un piccolo presidio di civiltà e un prezioso servizio pubblico per genovesi e turisti.

    La mappa dei Vespasiani di Genova

    Ma dove sono tutti questi bagni pubblici e gratuiti cittadini? Iniziamo col dire che ce ne sono ben 117 sparsi per tutta la città. Di questi sono solo 15 e maldistribuiti quelli autopulenti e si presentano come una specie di monolite di cemento in cui si ha il timore di entrare per la paura di non uscirne più. Al momento, secondo i dati forniti da Amiu, 5 vespasiani sono fuori uso temporaneamente per manutenzione: 3 classici (mercato di via della Libertà, villa Imperiale, via Bottini angolo via Isonzo) e 2 autopulenti (viale Nazario Sauro, piazzale Emilio Guerra).

    Dando un veloce sguardo d’insieme alla mappa risulta evidente come la concentrazione di questi servizi pubblici sia maggiore nelle aree più densamente popolate: il municipio Centro Est con 25 vespasiani di cui 6 autopulenti e la Media Val Bisagno con 22 ma solo due autopulenti. Ben messo anche il Municipio Levante con ben 19 strutture ma una sola autopulente. Si passa poi a Sampierdarena con 12 vespasiani di cui 2 autopulenti. Segue la Valpolcevera con 11 bagni di cui uno che si pulisce da solo e il Medio Levante con 8 di cui 3 autopulenti. Infine, i municipi Ponente, Bassa Val Bisagno e Medio Ponente rispettivamente con 9, 6 e 5 Vespasiani ma nessuno autopulente.

    Marco Castagna, presidente di Amiu, sottolinea come la manutenzione di questi bagni pubblici sia spesso un problema per i dipendenti dell’Azienda Multiservizi di Igiene Urbana: «Purtroppo la pulizia dei vespasiani è difficoltosa, nel senso che dovrebbero esserci degli addetti alla manutenzione dei bagni pubblici attivi 24 ore su 24 per garantirne una condizione decorosa, il che è ovviamente impossibile, soprattutto per quanto riguarda i vespasiani liberi, che vengono utilizzati continuamente e per tutto l’arco della giornata».

    L’amministrazione pubblica ha, infatti, deciso di continuare a puntare su questo servizio. Recentemente è stata fatta una mappatura di tutti i vespasiani operativi sul territorio di Genova (senza la quale non sarebbe probabilmente neppure stato possibile abbozzare questa mappa) con l’obiettivo di recuperare quelli in condizioni decenti e chiudere o sostituire quelli che sono arrivati al capolinea. Sembra strano (o forse no) ma fino a poco tempo fa, il Comune non conosceva il numero esatto dei vespasiani in funzione.

    Come potrete immaginare, non ci è stato possibile verificare lo stato di ciascun vespasiano in città. Per questo chiediamo la vostra collaborazione. Mandateci le foto dei bagni pubblici che avete sotto casa o che incontrate ogni giorno sul vostro cammino (via mail a redazione@erasuperba.it, sulla nostra pagina Facebook o via Twitter @EraSuperba). Così potremo completare al meglio le informazioni della mappa e aiutare il Comune a effettuare un’operazione di manutenzione e rilancio dei vespasiani funzionanti che sarebbe già nelle corde dell’assessore all’Ambiente, Italo Porcile.

    Come? Una buona idea, in caso di ristrutturazione di quelli già presenti, potrebbe essere quella di dotare i bagni pubblici di condotte di scarico più grandi e meglio protette in modo da scongiurare i dannosi intasamenti. Nel contempo, noi auguriamo ai vespasiani una lunga e prospera esistenza.

     

    Andrea Carozzi

  • Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    medioevo-movidaA Genova impazza la movida. E’ un dato di fatto. La recente ordinanza volta a regolamentarne modi e tempi ha creato scalpore, tanto che il sindaco Doria, di fronte alle proteste degli esercenti, s’è detto disponibile a rivedere la norma, in modo da tutelare sia i residenti, sia i commercianti, sia quella massa crescente di turisti che vediamo la domenica vagare tra serrande chiuse e strade deserte (ebbene sì: pare che qualcuno non abbia ancora compreso quale sarà il futuro di questa città). D’altronde, se decidi d’abitare in un luogo che possiede circa 2500 anni di storia, devi necessariamente fare i conti col passato. Ma la movida è un’altra cosa. Bere e fare chiasso paiono aver ben poco a che fare col manufatto storico-artistico, anche se vi sarà pur un motivo per cui un luogo come il nostro centro storico esercita un fascino crescente su giovani e meno giovani. D’altra parte, si tratta degli stessi luoghi dove, grossomodo seicento anni fa, si svolgeva ben altro tipo di movida. Le recenti ordinanze anti-gozzoviglio sono paragonabili – naturalmente mutatis mutandis – ad alcune norme rientranti nel complesso più generale delle cosiddette leggi suntuarie, volte a disciplinare l’ostentazione del lusso; e ciò, per evitare contrasti tra i ceti sociali (o, forse, per evitare un’eccessiva mescolanza tra ceti?). Tali norme, infatti, non erano rivolte soltanto alle vesti e agli ornamenti, bensì anche alla conduzione di banchetti, magari in occasione di battesimi e matrimoni.

    Ordinanze e magistrature

    Austerità e decoro erano le parole d’ordine, in particolare per il nuovo Ufficio delle virtù istituito a Genova nel 1466, volto a circoscrivere i vizi, consistenti essenzialmente nell’andare a donne, nell’abbandonarsi al gioco e nell’immergersi nelle crapule. A quanto pare, tuttavia, le ordinane dell’Ufficio non apportarono giovamento alcuno, sì che, nel 1482, fu necessario procedere nuovamente alla nomina di magistrati appositi: Lodisio Centurione, Giovanni Bigna, Pietro di Persio e Giovanni Francesco Fieschi, i quali istituirono un sistema che potremmo definire delatorio, basato su qualcosa di simile alla ronda. E’ in questo periodo che compare, infatti, nel giuramento dei gonfalonieri e dei rettori delle conestagerie cittadine (per semplificare, i quartieri), la seguente formula: “Se voi saverei che in le conestagie sean zoveni discoli e mal acostumé, o altre persone le quali fessen mangiaressi o altre cose excessive e dezoneste, voi le manifesterei a lo spectabile messer lo Vicario Ducà e a lo Officio deputao”.

    Scontro generazionale

    Zoveni discoli e mal acostumé”, dunque. E il pensiero non può che ritornare all’oggi. D’altra parte, non si trattava unicamente di differenze cetuali, bensì – oggi come allora – d’uno scontro generazionale. Se l’uomo maturo era abituato a destreggiarsi tra l’amministrazione della casa, della bottega, degli affari, della cosa pubblica, degli uffici religiosi, i giovani, al contrario, ostentavano leggerezza, abbandonandosi agli ozi, agli amori, ai divertimenti e agli scherzi. E’ il caso, ad esempio – siamo in pieno Seicento – d’un gruppo di svogliati assiepati in Sottoripa, intenti a lanciare uova e bucce d’arancia ai mercanti indaffarati e a tendere cordicelle in modo da farli inciampare. Non di rado, l’obiettivo principale era la molestia: di giovani fanciulle, ovviamente. Gli esempi si sprecano. Racconta un certo Giuseppe Giovo, abitante alla Chiappella (e, cioè, nell’omonimo borgo, che si trovava ai piedi del colle di San Benigno, ora spianato; per intenderci, di fronte al Terminal Traghetti), di come quattro nobilissimi fratelli facessero “in essi contorni grossi disbaratti e spropositi, con gravi lamente di quel popolo”, impadronendosi sulla pubblica via d’una giovane donna con l’intento di sollazzarsene. La ragazza, tuttavia, riuscì a sfuggire loro di mano e, “tirando una savata, ne ferì uno di detti signori in testa”. La scena doveva essere piuttosto frequente. Secondo il nostro: “Tutto dipende dal commercio che essi signori hanno tutti quattro d’accordio con diverse cortigiane di bassa conditione habitanti ivi alla Chiappella in le case di Nicolò Vertema, con le quali tutta la notte loro signori e suoi servitori inquietano tutto quel vicinato; et ognuno dice che se da chi comanda fussero discacciate da quel luogo sarebbe cosa ottima”. Nome e cognome, dunque, e solo possiamo immaginare gli esisti dell’esposto recato ai magistrati. Insomma, eccessi a parte – ovviamente da sanzionare, e in maniera esemplare –, nulla di nuovo sotto il sole.

    Antonio Musarra

  • Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    carige-panoramaL’ultimo resoconto intermedio di gestione, riferito al 30 settembre 2016 e pubblicato pochi giorni fa sul sito web di Carige non porta belle notizie: la banca registra un passivo di 244 milioni e rispetto allo stesso periodo del 2015, una ulteriore flessione delle attività finanziarie intermediate, con una mancata raccolta pari a 2,9 miliardi di euro, condizionata soprattutto dal restringimento di quella diretta pari a oltre due miliardi di euro (-9,8% ). La lettura dei dati restituisce quindi una banca che si sta ridimensionando e impoverendo: una minor copertura nazionale e riduzione del personale (in un anno una diminuzione di 141 unità, per un risparmi di 33 milioni) finalizzata alla riduzione dei costi, ma che non sembra toccare il comparto dirigenziale, che registra un aumento di 4 unità.

    Tra l’incudine della borsa e il martello della Bce

    Nei giorni che hanno preceduto la pubblicazione della relazione, come è noto, ha avuto luogo un fitto carteggio tra la banca genovese e la Bce: secondo Francoforte, infatti, il piano dell’istituito per mettersi al riparo dalle criticità non è ancora sufficientemente efficace e rapido ed entro il 31 gennaio 2017 è necessario un nuovo piano industriale aggiornato e focalizzato sulla dismissione del Npl, (Non performing loans, i debiti deteriorati), sull’accrescimento della loro copertura, il contenimento dei costi e l’aumento della liquidità; la risposta di Carige non si è fatta attendere, e ha messo nero su bianco quanto già è stato fatto e quanto si sta per fare: innalzamento della copertura complessiva sui crediti deteriorati al 45,9% (cioè + 3,5% rispetto al 2015), già in linea con quanto richiesto dalla banca centrale (45%), e una riduzione delle spese di gestione accompagnato da un aumento della liquidità in cassa. Le criticità, però, riguardano soprattutto gli anni successivi: i dubbi sollevati dalla Bce hanno depresso il titolo in borsa, che in queste ore è tornato a sfiorare il minimo storico registrato nel luglio scorso (0,277 euro a titolo); un ribasso guidato dall’incertezza sul capitale dell’istituto, rimasta la grande incognita che appesantisce le previsioni di medio termine. L’ipotesi della necessità di un nuovo aumento di capitale è sempre incombente: come riporta Milano Finanza, secondo gli esperti di Ubs, le debolezze dei ricavi condizionano un taglio delle stime di utile per azione per il triennio 2016-2016 del -10%, ed una riduzione delle stime dei ricavi derivanti dai margini di interesse e commissioni (cioè il guadagno dal prestar denaro attraverso mutui o prodotti a debito) del -4%.

    Meno dipendenti, più dirigenti

    Come dicevamo la raccolta diretta è in calo e di fronte alle pressanti richieste che arrivano da Francoforte e allo stress borsistico, i vertici di Carige sembrano temporeggiare: il piano di consolidamento dell’istituto, per ora, passa da un contenimento dei costi incentrato sul risparmio di gestione, con una contrazione della presenza sul territorio e una dismissione di personale dipendente: a fine settembre 2016, il personale del Gruppo è pari a 4.893 unità (5.034 a dicembre 2015), con un risparmio di poco più di 30 milioni di euro; non molto, quindi. I sindacati da mesi sono sul piede di guerra in attesa che siano chiariti i tagli delle filiali e dei dipendenti; un dato che tarda ad arrivare, la cui latenza è appesantita dal fatto che, invece, negli ultimi 12 mesi il numero di dirigenti è aumentato da 63 a 67 unità. La banca, inoltre, per far fronte alle richieste di copertura del debito, sta rispondendo alla «necessità di presidiare in primis la liquidità», che per il territorio vuol dire meno accesso al credito, cioè meno soldi per eventuali investimenti. Austerità, in altre parole.

    In queste ore le vicende giudiziarie degli ex vertici della banca riempiono le pagine dei giornali, ma al di là di eventuali sentenze, rimarrà difficile capire la reale ricaduta territoriale del danno fatto. La nuova amministrazione di Carige sta tergiversando, ed è probabilmente l’unica cosa che può fare in questo momento: sulla carta la strategia studiata per ridurre la quota di Npl può funzionare, ma sarà il mercato a dare il verdetto finale. In alternativa rimane un nuovo aumento di capitale, che però potrebbe far crollare ulteriormente il titolo, creando una corsa alla vendita da “colpo di grazia”; questa eventualità spalancherebbe le porte alla fusione bancaria, con conseguenti tagli di personale e filiali: l’ultimo atto della secolare “Banca di Genova”.

    Nicola Giordanella

  • “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    © MaritatiIl teatro inglese, già “legalizzato” e protetto dalla regina Maria Tudor, giunge alla massima diffusione sotto la grande Elisabetta. Il primo teatro regolare si instaura a Londra nel 1576; nascono in breve i teatri del Globo, della Rosa, della Fortuna e, alla fine del regno elisabettiano, se ne contano undici. Sono teatri cortile, teatri taverna, dove le parti femminili sono ancora interpretate, come nel teatro antico, da giovani uomini: nel frattempo le produzioni sono intense nel numero e nelle elaborazioni.

    In questo contesto, William Shakespeare (1564 – 1616) approda a Londra a ventidue anni, dalla cittadina natale di Stratford ed entra al Globo da attore secondario, con il compito aggiuntivo di copiare vecchi testi. E mentre li copia, li studia, li rielabora, fino a produrne di originali.
    Da lui prende avvio un teatro contrapposto alle antiche strutture classiche, libero da regole, con un linguaggio che mescola poesia e prosa, cultura e popolare realismo.
    Nonostante gli studiosi dividano la sua produzione in drammi storici (es. Enrico V), tragedie (es. Amleto) e commedie, con Shakespeare convivono nello stesso testo il tragico ed il comico, il positivo ed il negativo della complessità della natura umana, sempre osservata e mai giudicata.

    Nello svolgimento de “La dodicesima notte prevale il tocco leggero e brillante del fantastico sognatore, moltiplicatore di ambiguità esistenziali e musico della parola, uno stile in cui la Germania dello Sturm und Drang riconoscerà parte dei propri ideali, l’impeto irrefrenabile, la supposta sregolatezza, ma soprattutto il gioco libero della fantasia, della passione giovane e vitale.
    “La dodicesima notte”,  chiamata anche “La notte dell’Epifania” (ovvero, della manifestazione) perché dodici sono i giorni che la dividono dal Natale, fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall e forse anche un anno prima, proprio il giorno dell’Epifania.

    © MaritatiAmbientata nell’antica regione  dell’Illiria, racconta una storia di amori e sotterfugi.
    I gemelli Viola e Sebastian, salvatisi da un naufragio all’insaputa l’uno dell’altro, si imbattono nel duca Orsino e nella dama Olivia. Viola, che dopo la presunta perdita del fratello si è camuffata da uomo ed è al servizio del duca, porta a Olivia i messaggi d’amore del padrone, ma quest’ultima si innamora di lei, credendola un lui: dopo una tragicomica serie di eventi arriva una lietissima fine.

    Trama parallela riguarda coloro che popolano la corte di Olivia: il giullare, il maggiordomo, la cameriera, lo zio sir Toby e sir Andrew Aguecheek. Il maggiordomo Malvolio viene beffato dagli altri cinque, che gli fanno credere di essere oggetto di tenere attenzioni da parte della padrona.
    I sentimenti familiari sono esaltati ed accentuati: convivono, come succede nella vita reale, con qualche pregiudizio sul formarsi della coppia  e con  tipologie umane banali e risapute.

    I giovani attori esibiscono tutta la loro bravura e la tecnica appresa nella scuola di recitazione del teatro stabile genovese: padronanza del corpo e dell’articolazione del linguaggio, mimica degna della miglior tradizione. Accanto ai costumi dell’epoca è inserita una musicalità in chiave decisamente moderna, che rende perplessi ma alla fine coinvolge gli stupiti spettatori.
    Elisa Prato

    “La dodicesima notte” di William Shakespeare, al Teatro della Corte fino al 27 novembre.
    Regia di Marco Sciaccaluga. Con  per l’interpretazione di Marco De Gaudio, Michele Maccaroni, Giovanni Annaloro, Mario Cangiano, Francesco Russo, Roberto Serpi, Emanuele Vito, Daniela Duchi, Roxana Doran, Sarah Paone. 

  • Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    tabacca-cascina-ortoUn’antica casa contadina del 1900 immersa in un bosco di castagni in località Campenave, detta “La Tabacca”, a pochi chilometri dalla città, dalle spiagge di Vesima e Arenzano, dal porto di Voltri. Qui si sta realizzando uno dei primi esperimenti in Liguria di progettazione integrale in Permacultura, ideato e gestito dall’associazione ambientalista Terra Onlus, che aveva già promosso nel 2010, sempre nell’area di Vesima, un innovativo progetto di realizzazione di orti sinergici.
    A distanza di alcuni anni dall’inizio della ristrutturazione, Era Superba è tornata alla Tabacca per raccontare l’evoluzione di questo interessante progetto, una delle tante iniziative legate all’innovazione e alla creatività espresse dal territorio genovese.

    La Tabacca, nello stesso tempo azienda agricola e luogo di formazione, è oggi un punto di riferimento fondamentale per la diffusione della permacultura in Liguria.
    Qui sono stati costruiti impianti di fitodepurazione, pannelli solari, orti ad agricoltura sinergica e un forno in terra cruda, e si è posta particolare attenzione anche all’autosufficienza energetica e alla fitoterapia utilizzando a scopo curativo le piante esistenti. Il percorso di progettazione in Permacultura è molto lungo e insegna prima di tutto a tenere conto dei limiti relativi all’ambiente naturale e umano circostante. «I limiti li devi superare ricercando soluzioni che devono essere ecologiche – afferma Giorgia Bocca, referente genovese di Terra Onlus – non basta comprare materiali di bioedilizia. Devi ribaltare il punto di vista, cominciare a ragionare sul processo, sul modo in cui arrivi a costruire la tua casa, sul modo in cui arrivi a questi materiali».
    Terra Onlus ha scelto di privilegiare per la ristrutturazione della Tabacca materiale e legno locale, senza cedere alle lusinghe di un vantaggio economico immediato, ma cercando soluzioni che potessero essere riprese e applicate da altri soggetti.

    tabacca-orto-verdeAlla Tabacca è fondamentale anche l’aspetto educativo e la ricerca di nuove forme di socialità.
    E’ uno dei centri di formazione di Terra Onlus, assieme al Palazzo Verde a ridosso del Porto Antico di Genova. I corsi di Terra Onlus hanno l’obiettivo di recuperare antichi saperi contadini, come fare il pane in casa o realizzare i cesti, a scopo non solo ludico, ma anche di attivazione di nuove prospettive professionali e imprenditoriali. Alla Tabacca, nel periodo primaverile ed estivo, si organizzano campi per bambini e ragazzi, campeggi e corsi formativi più specifici, come quelli sulla fitodepurazione. «Le aziende agricole un tempo erano vere aziende sociali, alle quali contribuiva un’intera famiglia e spesso venivano coinvolte anche le persone vicine», continua Bocca. Ed è questo antico modello di socialità condivisa, fondato sull’armonia fra comunità umana e ambiente, che Terra Onlus propone alla Tabacca, adattandolo alle esigenze del mondo contemporaneo.

    Ai corsi della Tabacca arrivano bambini, persone con un lieve disagio sociale che arrivano grazie a un accordo con la Asl, molti wwofers, persone appartenenti alla rete mondiale W.W.O.O.F che offrono la loro collaborazione volontaria a fattorie o piccole aziende agricole biologiche in cambio di vitto e alloggio.
    Nell’esperienza genovese della Tabacca, Terra Onlus ha scelto la strada non della ricerca di un’autosufficienza tesa all’isolamento dal resto della società, ma della contaminazione, per integrarsi nella realtà esistente in maniera critica e mettere in moto processi e buone pratiche di cambiamento e ripensamento in senso ecologico dell’organizzazione del territorio e della progettazione urbanistica.
    «La finalità dell’insediamento della Tabacca, proprio in mezzo al bosco di castagni – ricorda Giorgia – non è quella di vivere in un mondo ecologico fantastico, ma quella di contaminare, di capire come l’attivazione di nuovi processi può essere recepita, ad esempio, dal territorio e dalla pubblica amministrazione, per lavorare sulle normative. Con alcuni tecnici della provincia, ad esempio, stiamo lavorando sulla normativa per la fitodepurazione».
    E’ una nuova prospettiva, nella quale l’innovazione dal punto di vista agricolo si integra con i principi etici, con la ricerca di una rinnovata socialità e dell’armonia ecologica con l’ambiente naturale e umano circostante.
    Nella Permacultura, i principi etici e le tecniche sono legati in maniera indissolubile. Questo aspetto la rende una filosofia di vita particolarmente utile e preziosa, al di là dello stretto legame con l’agricoltura, in un periodo storico nel quale l’innovazione tecnologica è considerata buona in sé, in maniera acritica, e procede in maniera indipendente da ogni principio e ragionamento etico.

    Dalla Permacultura alla decrescita

    La Permacultura è un modello di progettazione ecologica degli insediamenti agricoli e umani. Nata in ambito agricolo come teoria e tecnica di agricoltura “permanente” e sostenibile ispirata al funzionamento degli ecosistemi naturali, è divenuta una filosofia di vita che abbraccia tutti i temi e i saperi legati al rapporto fra insediamenti umani e ambiente, dall’edilizia all’accesso alla terra, dall’agricoltura alle relazioni sociali.
    Bill Mollisson, l’ideatore della Permacultura, è stato negli anni settanta uno dei primi scienziati a comprendere i rischi di un modello di sviluppo fondato su uno sfruttamento illimitato dell’ambiente. Quasi contemporaneamente uscirono il “Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e le opere di Nicholas Georgescu Roegen. Una prospettiva affine, più recente, è la teoria della decrescita di Serge Latouche. Talora fraintesa come un invito pauperista alla crescita negativa, questa tesi ci invita a mutare la nostra prospettiva, mettendo in discussione la “fede” acritica nell’idea di crescita e di legame diretto tra Pil e benessere individuale e sociale.
    Molllison comprese la necessità di individuare nuove soluzioni per l’equilibrio dei sistemi biologici fondate su una prospettiva radicalmente ecologica. A partire dal 1981 con l’allievo David Holmgren diede inizio a un’attività formativa mirata che portò alla nascita di accademie di Permacultura nei paesi Europei, fra i quali Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia.
    Nel nostro paese la permacultura è praticata prevalentemente nelle fattorie biologiche e nella rete degli “ecovillaggi” insediamenti ispirati all’autosufficienza economica ed ecologica.


    Andrea Macciò

  • Verde Comune, una mappa digitale dei polmoni di Genova. Dalla Valpolcevera, il progetto di Municipio e Open Genova

    Verde Comune, una mappa digitale dei polmoni di Genova. Dalla Valpolcevera, il progetto di Municipio e Open Genova

    mappa-spazi-verdiUna mappa digitale e interattiva di tutti gli spazi verdi della Valpolcevera. E’ il progetto “Verde Comune” voluto dal Municipio V e realizzato dall’Associazione Open Genova che, da luglio scorso, ha messo online la mappatura dei giardini della zona. «Abbiamo voluto mettere a disposizione dei cittadini una rappresentazione digitale dei giardini pubblici e degli spazi verdi per renderli più vivibili», ci racconta Enrico Alletto, presidente dell’associazione. «Prima di implementare il progetto, ci siamo accorti che molti di questi spazi non erano conosciuti da gran parte degli abitanti della zona».

    Un sito responsive, visibile quindi da ogni dispositivo elettronico, cellulare, tablet e computer, che indica ai cittadini con un semplice click, dove si trovano i giardini, ma non solo. Ne spiega anche le caratteristiche. Gli spazi sono, infatti, suddivisi per zona e per tipologia, con aree verdi e attrezzate. «Se sto cercando un giardino con un’area cani o se voglio sapere se ci sono panchine o quali alberi si trovano in quella determinata area, lo posso sapere attraverso il sito», spiega Alletto

    Ad oggi sono 59 le aree verdi censite, sparse tra i quartieri di Pontedecimo, San Quirico, Morego, ma anche Bolzaneto, Teglia, Rivarolo e Certosa. Un progetto fortemente voluto dalla presidente del Municipio, Iole Murruni, e dal Comune con l’obiettivo di rendere visibile il verde pubblico della Valpolcevera e facilitare molte altre azioni correlate, dall’attività dei volontari alla presenza di eventi e manifestazioni, passando per le manutenzioni e la pulizia.

    «Ogni area – continua Alletto – fa rifermento a un’associazione di volontariato che, oltre a occuparsi della manutenzione di quel determinato spazio, è disponibile a fornire informazioni ai cittadini e non solo. I volontari possono anche inserire all’interno del sito eventuali manifestazioni che intendono realizzare nelle aree indicate nella mappa».

    Il progetto sperimentale, firmato dall’associazione Open Genova, è stato finanziato dal Municipio V Valpolcevera con una somma di 500 euro che equivale alle spese effettive sostenute per la realizzazione del sito. Dopo la prima presentazione dello scorso luglio, il prossimo 17 novembre Open Genova ha organizzato un incontro con i cittadini per confrontarsi e capire che cosa è possibile migliorare non soltanto a livello teorico, ma anche pratico, direttamente sul campo. «L’incontro di giovedì 17 novembre serve sia agli abitanti perché spigheremo loro il funzionamento effettivo dell’applicazione, ma anche a noi perché chiederemo un feedback ai volontari e ai cittadini per migliorare le funzionalità del servizioIl sito è online, ma comunque è in fase di maturazione».

    L’obiettivo, anche in base alla risposta della cittadinanza, è quello di aprire il progetto anche ad altri Municipi, in modo da mappare le intere aree verdi cittadine e renderle disponibili a tutti a prescindere dal quartiere di residenza.


    Elisabetta Cantalini 

  • Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    villa-gentile (9)Approvato in Consiglio comunale il nuovo “Regolamento per l’affidamento della gestione e della concessione di impianti sportivi di proprietà del Comune di Genova”, un testo che andrà a sostituire integralmente il dispositivo attualmente in vigore, approvato nel 2010. Alla base di questo operazione, la necessità di avere un nuovo testo adattato al mutato contesto economico che impone una maggior flessibilità, ma non solo: nel regolamento sono presenti importanti novità che potenzialmente potranno “aiutare” a far sopravvivere le società concessionarie, permettendo agli impianti di restare aperti. Saltano alcuni paletti che determinavano regole fisse per i canoni, e mentre vengono aumentati, anche se di pochissimo, i controlli e le verifiche da parte dell’ente pubblico.

    Tempi più lunghi e canone politico

    Nel nuovo regolamento i termini massimi della concessione vengono innalzati di dieci anni, passando da dieci a vent’anni. Il concessionario, inoltre, se presentasse la necessità di maggior tempo per ammortizzare eventuali costi sostenuti per migliorie dell’impianto stesso o di gestione, potrà richiedere un prolungamento della concessione congrua, ma in ogni caso che non faccia superare il totale di 30 anni. Cade invece il vincolo che legava il canone al mercato: fino ad oggi la scelta del canone base era stabilita dagli uffici tecnici, in base alle quotazioni di mercato; con il nuovo regolamento, il canone base sarà sempre scelto dagli uffici tecnici del Comune, ma potrà essere “suggerito” dalla giunta, in base alla rilevanza dell’impianto e al suo utilizzo sociale. In altre parole, il prezzo sarà oggetto di scelta politica, in base alle contingenze o ad eventuali equilibri di contesto: un dettaglio che lascia qualche dubbio, visto che, certamente potrebbe aiutare a snellire le procedure e permettere agevolazioni ove necessarie per non “abbandonare” strutture e impianti, ma anche può prestare il fianco a eventuali favoritismi o preferenze politiche.

    Attività commerciali e pubblicità

    Nel nuovo regolamento è prevista la possibilità di affiancare all’attività sportiva, esercizi commerciali, come bar o vendita di accessori sportivi (fatta esclusione per articoli connessi al gioco di azzardo, come inserito attraverso un emendamento presentato in aula dalla consigliera di Lista Doria Clizia Nicolella); la ragione di questa novità è quella di dare una chance in più per il sostentamento delle attività in essere, permettendo una offerta di servizi più ampia. Per gli stessi motivi è stata variata la quota massima di spazi pubblicitari utilizzabili dal comune stesso: se nel vecchio regolamento l’ente pubblico poteva utilizzare fino al 100% dei suddetti spazi, con il nuovo regolamento è fissato un tetto massimo del 70%. Anche in questo caso, quindi, il concessionario avrà qualche possibilità in più di ammortizzare la gestione e fare cassa, a discapito dell’ente pubblico.

    Pochi controlli e decadenza per morosità non specificata

    I contratti di concessione, come previsto dal regolamento comunale, avranno dei vincoli a carico del concessionario soprattutto riguardo la manutenzione degli impianti e eventuali adeguamenti strutturali inseriti in fase di contrattualizzazione: nel vecchio regolamento il controllo da parte di Comune di Genova era calendarizzato dopo il terzo, quinto e ottavo anno, mentre con il nuovo testo i controlli saranno fissati almeno ogni due anni, mentre ogni anno dovrà essere predisposta una relazione sullo stato delle strutture, in base ai dati forniti dai concessionari stessi. Sicuramente si poteva fare di più. Anche in questo nuovo dispositivo è prevista la decadenza della concessione dovuta a morosità: il problema è che oggi non è definito il termine, mentre in precedenza bastavano sforare più di tre mensilità; una indeterminatezza che potrebbe generare qualche problema in futuro.

    Norme transitorie retroattive

    Un punto che ha fatto particolarmente discutere in Sala Rossa è la norma transitoria che fa rientrare le concessioni oggi in essere nei nuovi termini temporali: il consigliere De Pietro, M5S, ha provato a modificare la norma, introducendo la valutazione del rispetto dei termini dei contratti di concessione ad oggi in essere. L’emendamento, però, non è stato approvato dall’aula. In questo modo praticamente tutte le concessioni ad oggi in vigore, potranno chiedere la proroga, senza dover ridiscutere il contratto, fino al tetto massimo di concessione dei 30 anni. Una altro punto portato avanti dal gruppo consiliare pentastellato è stato quello di escludere dalle concessioni aree ad uso pubblico esterne agli impianti, come successo a Villa Gentile: l’emendamento, però, dopo aver ricevuto il parere negativo della giunta, è stato respinto.

    Il nuovo regolamento, redatto grazie alla Consulta dello Sport, è senza dubbio più moderno e maggiormente partecipato da municipi e Consiglio comunale. Le società che andranno a gestire avranno delle facilitazioni evidenti: come maggior tempo a disposizione e manutenzioni straordinarie divenute necessarie in corso di concessione a carico del Comune di Genova. Restano alcuni dubbi, come la definizione del canone demandata alle scelte della giunta di turno, e la retroattività di questo nuovo testo, che non premia chi in questi anni ha rispettato i contratti, “scudando” in qualche modo anche chi ha sgarrato o chi è in ritardo. I controlli, inoltre, potevano essere sicuramente aumentati e resi più certi e vincolanti, per evitare le brutture del passato, rimanendo a carico di un ufficio non specifico e troppo saltuari. Con questo nuovo testo Comune di Genova cerca di rilanciare le attività sportive della città, cosa di cui c’è certamente bisogno: lo sport è un grande elemento formativo, che può veicolare tanti valori importanti per la collettività come tenacia, gioco di squadra, fair play; e rispetto delle regole.

    Nicola Giordanella

  • Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    palazzo-tursi-D3Meno dipendenti e sempre più anziani. Questa è l’estrema sintesi del documento, presentato in Sala Rossa da Isabella Lanzone, assessore per le politiche di sviluppo e gestione del personale del Comune di Genova: negli anni della giunta Doria si è mantenuta la tendenza di riduzione del personale dell’ente, con un numero di pensionamenti più alto rispetto alle nuove assunzioni. Il dato che però allarma è la mancanza di turn-over: l’età media si alza, e molti uffici si svuotano, creando inefficienze e blocco di servizi.

    Riduzione del personale e dei costi

    Questi trend abbracciano tutte le varie categorie e i livelli: dai dirigenti, che passano dai 95 del 2011 ai 76 del 2016, ai funzionari, passati da 1332 a 1181, fino a insegnanti, operatori, collaboratori e operai, che nel 2011 erano 4648 ed oggi sono 4017. «In questi anni abbiamo dovuto cercare di bilanciare le esigenze tecniche con le normative sul personale sempre più stingenti – ha sottolineato Lanzone – In questi anni, però, abbiamo razionalizzato la macchina comunale, cercando di fare fronte a tutte le esigenze operative». I numeri parlano chiaro: la dotazione organica del Comune di Genova è passata dalle 6121 unità del 2011 alle 5297 del 2016. Ne è conseguita anche una riduzione della spesa sostenuta per gli stipendi del personale: da 250 milioni di euro lordi a 214. Entrando nel dettaglio, lo stipendio lordo dei dirigenti è stato contenuto, passando da 105 mila euro su base annua a 92 mila, con riduzione anche del fondo generale per le risorse accessorie dei dirigenti per circa 5 milioni di euro; il lordo dei dipendenti, invece, è in leggero aumento dopo le contrazioni del 2012: in media, il valore lordo delle retribuzioni mensili delle diverse categorie è aumentato di 359 euro. «Un piccolo aumento, che sicuramente non inciderà in maniera consistente sul reddito – spiega l’assessore – ma che vuole essere un segnale di vicinanza a chi porta avanti la macchina comunale, che da anni è in attesa del rinnova del contratto di lavoro nazionale». I lavoratori di categoria D, i funzionari comunali, sono la categoria che forse sta sentendo meno questa tendenza: lo stipendio mensile lordo è aumentato di oltre 400 euro dal 2011, e i numeri di unità di personale sono diminuiti in maniera più contenuta. I funzionari direttivi dei musei sono l’unica voce che non presenta una contrazione numerica.

    Sempre più vecchi

    Il dato però più allarmante è la crescita dell’età media dei dipendenti comunali: ad inizio del presente ciclo amministrativo l’età media era di 50 anni e 4 mesi, oggi è salita a 53 anni e 10 mesi. Questa tendenza evidenzia la mancanza di turn-over all’interno della macchina comunale, che sta invecchiando più velocemente della media cittadina, e che rischia di non riuscire più a sostenere il carico di lavoro. Sempre in meno, sempre più vecchi. Durante il dibattito in commissione consiliare proprio questo dato ha scatenato forti polemiche; in molti tra i consiglieri hanno ricordato le montanti lamentele dei cittadini raccolte, che denunciano soprattutto l’inefficienza di sportelli e uffici, dove sempre più spesso si trova poco personale alle prese con montagne di lavoro. Sotto accusa anche gli accorpamenti, dettati da esigenze di risparmio più che da necessità di servizio. «In questi anni – spiega Isabella Lanzone – abbiamo dovuto far fronte al blocco delle assunzioni deciso da Roma e al riassorbimento di parte del personale proveniente dalla cancellata Provincia di Genova: due fattori che hanno complicato la gestione del turn-over». Secondo l’assessore, inoltre, le competenze in arrivo dall’ente cancellato dal governo, non erano del tutto compatibili con le esigenze comunali, e quindi si è dovuto trovare spesso soluzioni temporanee. Un’altra problematica è legata alla formazione del personale, che sempre più si deve confrontare con strumenti e funzioni nuove per stare al passo con i tempi: «La formazione è stata gestita utilizzando le risorse interne all’ente – ha dichiarato l’assessore – cercando di “sfruttare” al meglio le diverse eccellenze che già fanno parte dell’organico».

    Diritti del lavoro e di lavoro

    «Non uno snellimento ma un “inscheletrimento”»; questa la reazione da parte dei sindacati di categoria, sul piede di guerra riguardo le politiche nazionali sul lavoro degli enti pubblici: la principale accusa rivolta alla attuale giunta è quella di non aver saputo contrastare neanche politicamente questo andazzo, adagiandosi sulle necessità contabili, impedendo una normalizzazione contrattuale dei molti precari comunali. L’inefficienza del turn-over, secondo i sindacati, si ripercuote sulla efficienza del lavoro e sulla salute del lavoratore stesso, visto che certe mansioni sono poco adatte e sopportabili per chi è avanti con gli anni.

    Questa relazione, quindi, a prescindere dalle responsabilità politiche di contesto e di contingenza, disegna un incubo perfetto: una macchina comunale invecchiata e impoverita, che arranca dietro alla rapidità dei cambiamenti sociali della collettività; una collettività che è sempre più frantumata nella precarietà e nella disoccupazione, e per cui, quindi, certe questioni sindacali risultano essere molto distanti. Non bisogna però cadere nella facile trappola della guerra tra più o meno poveri: da un lato la difesa dei diritti acquisiti deve essere causa comune, ricordandosi però che le “battaglie” per l’acquisizione di diritti per chi non li ha dovrebbero essere battaglie di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    La crepa nel muro di via BocciardoIl muro è un concetto chiave per la nostra civiltà: quello più famoso è stato abbattuto nel 1989, e meno di trent’anni dopo già c’è chi si chiede se non sia stato tutto un clamoroso errore. Di altri, in realtà, non vorremmo più sentir parlare: fra quelli buttati giù dalle infinite scosse di un terremoto che non esaurisce mai la propria energia ai muri costruiti o agognati da chi si sente sempre a rischio invasione. Qui però vogliamo parlare di muri ai quali, nonostante tutto, siamo parecchio affezionati: sono quelli che ci permettono di abitare la Liguria, che sono parte dell’immagine della nostra regione e che, se pure spesso instabili, rendono affascinante questa terra che ai foresti sembra sempre in salita.

    A Marzo, infatti, proprio uno di questi muri ha improvvisamente, ma forse non inaspettatamente, fatto parlare di sé: nel giorno in cui la Milano Sanremo doveva mostrare la nostra Riviera al meglio, una frana ha costretto i ciclisti a 9 km di autostrada, sfiorando la tragedia poiché due passanti rimasero colpiti gravemente. Ci sono voluti cinque mesi per riaprire un senso unico alternato, e solo a dicembre avremo forse la viabilità ordinaria. Ma non è un caso isolato, e da La Spezia a Ventimiglia sono numerose le aree di criticità che la Regione Liguria, attraverso il Settore Assetto del Territorio ha il compito di mappare e classificare a seconda del grado di rischio. Si parlerà indifferentemente di frane, trattando sia i distacchi da muri naturali che da quelli artificiali poiché, in un territorio come il nostro, il risultato è comunque quasi sempre invasivo e costoso per la collettività al pari di qualsiasi altra calamità naturale.

    Ne abbiamo parlato con Alessandro Gennai, geologo ed esperto esecuzione prove PMI (positive material investigation), collaboratore, fra altri, della Regione Emilia Romagna e della Regione Liguria e capo delegazione per il Tigullio e Portofino del Fai (Fondo Ambiente Italiano). «La percezione che abbiamo del governo del territorio è che vi sia un sostanziale disinteresse da parte delle istituzioni, viste anche le tragiche esperienze che hanno interessato il Comune di Genova, soprattutto dal punto di vista idrogeologico: ma se analizziamo il quadro normativo vigente – sottolinea Gennai – vediamo come la realtà non sia adeguatamente conosciuta, forse perché è mancata la valorizzazione di quanto fin qui è stato fatto. Non sto ad elencare tutte le leggi che si sono susseguite, ma si può dire che il 1989 sia stato l’anno della svolta, e poi nel 1998 (con l’emanazione del cosiddetto decreto Sarno) si sono poste le basi legislative per la redazione dei Piani di bacino. Questi sono gli strumenti principali di governo del territorio dal punto di vista idraulico ed idrogeologico».

    I dati sono pubblici e consultabili sul sito dedicato di Regione Liguria, ma per interpretarli occorre una valutazione specialistica: «La carta della suscettività al dissesto riporta ben visibili delle zone rosse che indicano la presenza di aree in cui sono presenti movimenti di massa in atto ossia di frana attiva – spiega il geologo – delle zone di color ocra rappresentanti le zone a suscettività al dissesto elevata ossia aree in cui sono presenti frane quiescenti o segni precursori o premonitori di movimenti gravitativi quindi in sostanza zone che non stanno franando per ora, ma che potrebbero farlo a breve. Basta quindi un colpo d’occhio, una volta avuta questa informazione, per vedere sulla carta che di fatto sono centinaia le zone a rischio frana, e riguardano ampie parti di territorio urbano con strade, case, uffici e torrenti» conclude.

    «A Genova – aggiunge – siamo tutti concentrati sui fondi valle per i noti eventi alluvionali, ma bisogna guardare in che condizioni si trovano i versanti che, come dice il nome stesso, versano l’acqua piovana nei ricettori principali che affluiscono nell’asse drenante maggiore che è l’alveo del fiume, che sia il Bisagno, il Polcevera o il Chiaravagna».

    Le zone rosse

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    Nella cartografia vediamo numerose zone rosse, chiamate Pg4: per queste aree leggiamo sul Piano di bacino che molte attività ormai non sono più consentite, ad esempio sbancamenti, nuove edificazioni, ampliamenti; per quelle classificate Pg3 i divieti sono meno stringenti ma le nuove attività e le nuove costruzioni, sempre limitate, devono essere espressamente autorizzate con parere vincolante dell’Ufficio regionale competente. Oltre agli ovvi divieti in queste zone sono state predisposte sia opere per ridurre la vulnerabilità del suolo, sia per ridurre gli elementi esposti al rischio: in altri termini, l’evacuazione ed il trasferimento di abitati instabili o strutture di valore socio-economico che si trovassero in chiaro pericolo.

    Si tratta, tra l’altro, di un pericolo non certo teorico; nel 2013 è stata annunciata una nuova conta dei muri effettivamente a rischio frana, quelli deformi, spanciati, eccetera: purtroppo, censimento o no, non è stato effettuato alcun intervento e, a turno, ci si ritrova con circolazione a senso unico alternato, traffico in tilt, quartieri isolati. Tutto questo non è ovviamente un caso: certo ci sono manufatti vecchi che hanno bisogno di essere irrobustiti e che, creati per contenere orti e giardini, si trovano oggi ad essere, di fatto, la base di insediamenti abitativi anche molto estesi, con l’aggiunta di traffico di mezzi e di rifacimenti che magari appesantiscono ulteriormente il carico.

    Ricapitolando solo gli episodi che negli ultimi anni hanno avuto un’eco maggiore, possiamo ricordare la notte dell’aprile 2013, quando il muro di sostegno di Via Dassori alto 10 metri franò rovinosamente per fortuna senza conseguenze su persone; dopo meno di una settimana crollò un’ulteriore porzione del medesimo muraglione. Pochi giorni prima nel quartiere del Lagaccio, in Via Ventotene, un crollo aveva coinvolto due auto parcheggiate; si trattava di una strada privata quindi, a parte il supporto logistico, il Comune decise di non intervenire. Solo un anno dopo gli abitanti hanno potuto fare ritorno a casa. Ma siccome a Genova le frane non sono classiste, nel gennaio 2014, a Capolungo, praticamente al confine fra Genova e Bogliasco venne giù il costone di muro fronte mare sul quale dal ‘700 sorgono cinque palazzine; la pioggia violenta di quei giorni innescò la frana ma, ad oggi, le abitazioni non sono ancora agibili. Un residente era anche disposto a farsi carico dei lavori necessari, ma non si ha notizia che l’autorizzazione sia finora arrivata.

    A febbraio dello stesso anno un grosso masso si è staccato dal muro di Via Digione, quartiere San Teodoro, investendo lo stesso palazzo che nel 1969 fu teatro del maggiore disastro idrogeologico genovese: 19 morti a causa del crollo del muraglione stesso. Sempre nel 2014, a novembre, Via Riboli ad Albaro è letteralmente crollata sopra ad un palazzo di Via Trento. Questa rapida sequenza di episodi solo per ricordare che la città è stata costruita a ridosso di muri che cedono e sopra frane che si muovono. Purtroppo.

    Certificazione sismologica

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    Quindi, oltre a quanto messo in evidenza dai Piani di bacino, è chiaro che occorre anche la partecipazione dell’Ente comunale con la redazione del Piano Urbano Comunale con il quale si disciplina l’uso del territorio; ciò significa che ogni intervento privato e pubblico richiede il parere del geologo che verifica a livello puntuale quali problematiche possano esserci in caso di cantiere edilizio. Queste misure trovano il dottor Gennai favorevole, ed in un certo senso persino ottimista: «Così come ad oggi abbiamo la certificazione energetica, un domani avremo quella sismologica e certamente occorre lavorare per far sì che non venga percepita come l’ennesimo balzello inutile ma come qualche cosa di nuovo e di indispensabile per una programmazione seria del territorio. Gli urbanisti purtroppo ancora non hanno interiorizzato le nuove esperienze, continuano a partire dal Puc del suolo mentre è con il sottosuolo che noi d’ora in avanti dovremo fare i conti prima di costruire».

    «Certamente si tratta di una rivoluzione copernicana dal forte impatto emotivo oltre che economico; la legge sul contenimento del consumo di suolo, che si è data l’obiettivo di portare questo a zero entro il 2050, prevede che, salvo casi straordinari, si costruisca solo sul già costruito e finanzia in maniera estesa chi intende trasferire unità produttive e case da un territorio ad alto rischio ad un altro con una rischiosità inferiore. Ma alcuni immobili, forse la maggior parte, potrebbero perdere gran parte del proprio valore, altri diventare quasi inutilizzabili per via della mancata certificazione, ed essere costretti alla demolizione. Purtroppo questo è il conto, piuttosto salato, di una cementificazione sfrenata che dagli anni 60 fino quasi ad oggi è continuata indisturbata, nonostante le “disgrazie” iniziassero ad essere sempre più numerose e, purtroppo, prevedibili».

    Sono stati evocati gli urbanisti, e allora sentiamo un architetto, il dottor Saverio Giardino, tecnico urbanista che si occupa prevalentemente, ma non solo, della zona del Tigullio: «Posso condividere in qualche misura il parere del geologo, perché comunque per noi architetti occuparci del sottosuolo è ovvio, ma dobbiamo farlo con le carte che ci hanno fornito appunto i geologi, gli ingegneri, insomma gli esperti. E se vediamo una frana attiva inutile dire che non si costruisce. Però deve esserci, questa segnalazione. Il Piano Casa, cioè la Legge Regionale n. 49 finanzia i trasferimenti di abitazioni e di aziende: certamente una cosa è spostare la singola unità abitativa posta su di una frana, altra cosa è muovere interi condomini prevedendo nuovi locali dove alloggiarli».

    Rinaturalizzazione del territorio

    Ascoltate le voci piuttosto concordanti dei due tecnici, non poteva però mancare il parere di chi va ricercando costantemente il punto di equilibrio fra l’offerta di beni e servizi e la vivibilità che una città dovrebbe offrire. Andrea Agostini portavoce di Legambiente Liguria, va dritto al punto: «Non sono d’accordo con questo concetto di far spostare le persone, intanto perché ci sono frane e frane, e voler mettere tutto nello stesso calderone è il modo migliore per trovare soluzioni inefficaci. Se parliamo di frane causate dagli stessi spostamenti tettonici che provocano le scosse sismiche, è chiaro che possiamo solo prevenire i danni causati dagli eventi stessi, costruendo e ricostruendo in maniera più sicura possibile rispetto a questi eventi»

    «Certo – prosegue – in questo caso occorre valutare il rapporto costi benefici, che ovviamente non sarà il medesimo per il condominio anni ’70 e per la chiesa antica del ‘300. Se decido di non poter proteggere il condominio, allora devo far spostare le persone, senza dubbi e senza aspettare.La frana spesso però dipende invece da infiltrazioni di acque disperse, che si potrebbero imbrigliare seguendo un principio che in tutta Europa ormai è una prassi: la ri-naturalizzazione dei corsi d’acqua. Seguendo questo metodo si cerca di eliminare per quanto possibile il cemento attorno a fiumi e torrenti, in modo da lasciare vie di fuga alla piena che scava i propri percorsi in un terreno fatto di terra, mentre se incontra il cemento non può che gonfiarsi ed accelerare, diventando un vero pericolo».

    Agostini sembra avere le idee chiare in materia, ed aggiunge: «Intanto non si smette di vedere costruzioni che nascono in zone evidentemente pericolose, e questo capita perché si può sempre presentare un bellissimo progetto completo di tutti gli accorgimenti utili ad evitare il rischio, ma poi si può costruire senza rispettare diciamo così, alla lettera il progetto. A questo punto, se e quando il sinistro si realizzerà, cercare il colpevole sarà il solito, inutile esercizio di stile per pochi idealisti. La verità è che, nella migliore delle ipotesi, mancano le competenze in chi ricopre incarichi di responsabilità; poi a volte c’è malafede, e questo è davvero un mix micidiale per il nostro paese».

    A questo punto è evidente che, mentre il processo di governo del territorio si sta sviluppando sempre più ed è parte integrante delle attività proprie degli amministratori locali, tanto lavoro deve essere ancora svolto e tocca a tutti farne una parte. Deve sicuramente essere migliorata la comunicazione, sia affinché l’importanza di quanto realizzato possa essere trasmessa, sia per incoraggiare i cittadini a tenere un comportamento razionale rispetto alle situazioni critiche in cui potrebbero trovarsi. Comunicazione efficace, quindi, e comportamenti coerenti con quanto dichiarato; le conoscenze tecniche e culturali sembrano non mancare, la vera questione sta nell’incaricare le persone veramente competenti affinché possano occuparsi di affrontare e possibilmente risolvere questi problemi.

    Bruna Taravello

  • Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Dopo i racconti dal fronte di Ventimiglia di quest’estate e il quadro su come funziona l’accoglienza a Genova e in Liguria, siamo andati a toccare con mano come scorre la vita ogni giorno all’interno di un alloggio in un CAS (centro di accoglienza straordinaria), il cui numero per volontà della prefettura è sceso ultimamente da 30 a 20 appartamenti in città. Aumentati, invece, gli operatori. «Almeno da questo punto di vista – ci spiega uno di loro – è sostenibile. I CAS non sono composti solo da appartamenti, anche ex palazzi o edifici che ospitavano uffici vengono attrezzati per l’accoglienza, con le brande negli stanzoni. A Campi ci sono due CAS e uno è adibito, per metà, alla prima accoglienza: chi arriva viene identificato e poi smistato negli altri centri».

    Veniamo accolti con stupore dalle persone che si trovano nell’appartamento (in maggioranza ragazzi nigeriani e bangladesi), visto che generalmente non ricevono visite. Oltre ai servizi “standard” che abbiamo descritto altrove, ricevono un pocket money di circa 150 euro al mese, suddiviso in rate settimanali, e un biglietto per l’autobus e il treno valido in tutta la provincia. Vanno a fare la spesa con gli operatori e hanno a disposizione, per il vitto, 30/40 euro settimanali.

    L’alloggio non è in cattivo stato, anche se le pareti avrebbero forse bisogno di una mano di bianco, essendo annerite dalla muffa. «Non esiste un criterio da seguire per la manutenzione di questi alloggi – ci spiega l’operatore – i CAS dipendono dalla prefettura, che però non effettua controlli. Sta a noi decidere che cosa c’è da fare, chiedere i soldi alla cooperativa ed eseguire i lavori necessari». Le stanze da letto non sono molto grosse e ospitano tre o quattro persone al massimo: avere una stanza singola è decisamente impossibile. «Il problema del sovraffollamento nei Centri di accoglienza straordinaria è causato dal fatto che gli alloggi dello SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono pieni. Prima, chi riceveva un permesso di soggiorno veniva spostato negli SPRAR, dopo 6 mesi di permanenza nel CAS, in attesa dell’arrivo dei documenti. Da quando è cambiato il prefetto, invece, negli SPRAR non entra più nessuno, a causa delle troppo presenze…».

    Anche un’altra operatrice, che lavora in un centro di accoglienza per minori, ossia un AB, ci conferma che la situazione è piuttosto confusa. I ragazzi dovrebbero in effetti lasciare i CAS dopo aver ricevuto il permesso di soggiorno, ma dal momento che gli SPRAR sono troppo pieni, rimangono dove sono, perché di certo «non possono essere buttati in strada».

    La storia di M., in fuga dalla Nigeria

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Durante la nostra visita, tra gli altri, incontriamo M. che si ferma volentieri a raccontarci la sua storia. Viene dalla Nigeria, ha 26 anni ed è fuggito perché il padre, di religione musulmana, voleva venderlo per 20 coppie di mucche e 500.000 Nera (la moneta nigeriana) a un gruppo terroristico anti cristiano. Avvisato dalla madre, è partito per la Libia, dove ha lavorato come muratore. Purtroppo, la fuga è dovuta proseguire perché il suo datore di lavoro è stato ucciso dall’esercito dei ribelli. Come tanti, è partito su un barcone, pagando per quel viaggio della speranza 1.000 Dina. È stato fortunato a sopravvivere e ad arrivare, nell’aprile del 2015, in Italia. Ma qui le sue sventure non sono finite, perché la Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale, e quindi dello status di profugo, rifiuta la sua domanda di asilo, ritenendo la sua storia poco veritiera.

    La commissione è un organo di governo composto da un rappresentante della prefettura e uno della polizia di stato, oltre che da una persona nominata dall’ente territoriale e da un rappresentante dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati. Succede spesso che, per accorciare i tempi, l’audizione avvenga in presenza solo di uno dei quattro componenti, previa autorizzazione dello straniero ascoltato. La decisione viene presa da tutti i membri dell’organo, ma il peso del parere di chi era presente all’interrogazione è maggiore. Questo può essere uno svantaggio, nel caso in cui la persona in questione non sia ben preparata sul Paese di provenienza dell’immigrato. Sembra che sia proprio quello che è successo a M., secondo quanto ci racconta.

    Il giovane ci dice che gli è stato chiesto di descrivere l’aeroporto di Kamo, dov’è nato. «Ma io non abitavo a Kamo, di cui non ho mai visto l’aeroporto. Lì è dove sono nato, ma vivevo a Nassarawa. Purtroppo, non conoscevo neanche il nome della strada in cui vivevo, ma quando me l’hanno chiesto, ho detto che si trovava vicino a una chiesa, di cui invece ho saputo fornire il nome. Cercandola in internet, però, il giudice della Commissione non l’ha trovata e ha giudicato falsa la mia storia». Ora a M. resta solo una speranza: che il suo ricorso venga accolto. E che, magari, la sua storia venga verificata con un po’ più di attenzione.


    Ilaria Bucca

  • Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Ilva CorniglianoSono 65 milioni di euro i fondi rimasti nelle casse di Società per Cornigliano destinati alla riqualificazione dell’omonimo quartiere. Dopo oltre dieci anni dall’Accordo di Programma, firmato nel 2005, si torna a parlare del progetto per riqualificare Cornigliano. «Molti interventi, negli anni, sono già stati fatti – dice il vicesindaco, nonché vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini – e il Miglioramento della qualità della vita dei cittadini del quartiere sta progressivamente avanzando».

    Alcuni interventi, però, non bastano per far rifiorire Cornigliano. Dopo il restauro di Villa Bombrini e di Villa Serra e il rifacimento delle facciate dei palazzi di via Cornigliano, realizzato anche grazie alle tasche dei cittadini, sono da risolvere problemi che si trascinano da tempo. All’appello per portare a termine il progetto manca ancora la risistemazione di via Cornigliano, che secondo il programma dovrebbe diventare una strada pedonale in stile rambla, il raccordo tra la nuova strada a mare e dell’uscita della A10 Genova aeroporto, il ripristino dell’area ex gasometri intorno a Villa Bombrini, il completamento delle due sponde del Polcevera e la riqualificazione dell’ex mercato comunale, ad oggi ferma. Da risolvere anche la questione delle rimessa Amt di via San Giovanni D’Acri che, secondo i primi accordi avrebbe dovuto trasferirsi a Campi, in un’aerea che però di recente è stata venduta.

    Secondo il Direttore di Società per Cornigliano, Enrico Dal Molo i fondi in cassa sono già stati suddivisi e destinati a ogni voce rimasta in sospeso: «Venti milioni vanno per il raccordo tra strada mare e l’autostrada A10, altri venti per la bonifica dell’ex area sottoprodotti, dieci per riqualificare l’area ex gasometri, circa cinque per la messa a nuovo di Via Cornigliano e cinque rimangono in cassa, destinati ai lavori di pubblica utilità». Si spera che a questa somma il governo restituisca, come promesso, cinque degli undici milioni investiti tra il 2014 e il 2016, per mantenere attiva la cassa integrazione degli operai dell’Ilva. Nonostante una serie d’intoppi il progetto dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno, che secondo la Società per Cornigliano dovrebbe poi essere messo bando per il completamento dei lavori. Ma i problemi per il quartiere non finiscono qui, «Benissimo il progetto di riqualificazione strutturale del quartiere, ma cosa ci si mette dentro? – dice Paolo Collu, del Gruppo lavoro per Cornigliano – Oggi via Cornigliano e il resto del quartiere è quasi morto dal punto di vista di esercizi commerciali, questo è un aspetto importante da non sottovalutare».

    Mercato Comunale CorniglianoRimessa Amt Cornigliano e l’ex mercato comunale 

    Il progetto approvato dal consiglio Comunale nel 2008 prevedeva lo spostamento della rimessa San Giovanni d’Acri di Cornigliano in un’area in zona Campi. Eppure i primi di agosto la stessa area di Campi che era destinata a diventare la nuova rimessa Amt è stata venduta dal Comune a Spinelli. Un’informazione che non era arrivata al municipio «In attesa che venisse smantellata la rimessa Amt San Giovanni d’Acri – dice il presidente del municipio Medio Ponenete, Giuseppe Spatola – scopriamo che quell’area nella quale doveva essere spostata la struttura era già stata venduta a privati; non siamo nemmeno stati informati direttamente, ma lo abbiamo scoperto».

    Un’altra patata bollente passata nelle mani del municipio nell’estate del 2015 è stata la questione dell’ex mercato comunale di Cornigliano, ormai, da anni, in completo disuso: «Se non ci sono certezze sulla riqualificazione, non sappiamo cosa farcene dell’ex mercato comunale, potremmo assegnarlo con il prossimo bando, ma solo se siamo certi che arrivino i finanziamenti», conclude Spatola.

    Area ex gasometri

    L’area adiacente a Villa Bombrini, rimane uno dei punti dolenti nel progetto di riqualificazione del quartiere di Cornigliano. Una location definita “papabile” per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ma rimasta inattiva e in disuso vista l’impossibilità tecnica di portare a compimento tale progetto. Dopo lunghe attese, il destino del nuovo ospedale di ponente ha cambiato “direzione” e la speranza degli abitanti del quartiere di avere un nuovo ospedale vicino a Villa Bombrini è venuta meno: sul piatto, infatti, è stata messa l’opzione Erzelli, anche se, come è noto, tutta l’operazione legata a quella zona della città è contrassegnata da numerose incognite e inconcludenze. Una decisione presa dopo che l’Enav, società nazionale per l’assistenza la volo, ha definito l’area ex gasometri non adatta dal punto di vista della sicurezza per costruire un ospedale, vista la vicinanza con la pista di atterraggio dell’Aeroporto Cristoforo Colombo.

    Cornigliano, in un tempo neanche troppo lontano, era una nota località balneare, capace di attirare migliaia di turisti. Oggi il quartiere è alle prese con un lungo tentativo di riqualificazione dopo gli anni delle industrie e del lavoro: qualcosa si sta muovendo, ma l’identità di questa parte della città è ancora lontana dall’essere ritrovata.

    Elisabetta Cantalini