Categoria: Settimanale Fotografia

  • Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    © Mustafa Sabbagh
    © Mustafa Sabbagh

    Il terzo incontro de “La Settimanale di Fotografia” porta a Genova un gigante della fotografia internazionale, che è al contempo un artista imprevedibile e provocatore. Nato in Giordania, da famiglia italo-palestinese, la sua fotografia è diventata fin da subito patrimonio mondiale per la moda e l’arte figurativa. La sua ricerca lo ha portato a stabilire che «La vera bellezza ferisce».

    Come è iniziata questa storia d’amore con la Fotografia?
    «È difficile dirlo, perché ognuno ha un suo linguaggio per parlare di certe cose. Forse la fotografia è stata sempre il linguaggio che mi apparteneva di più per parlare dei miei sentimenti verso il mondo. Certo, non sempre ci sono riuscito, ma per me ha la stessa valenza della parola. Quando ero piccolo, fotografavo per gioco, e quello che all’epoca avevamo a disposizione erano nelle polaroid, che sembravano per noi cose magiche: mi piaceva questa magia dell’immagine che appariva dopo una specie di pressione con il ditino. In realtà come tutti gli amori è difficile raccontarli e razionalizzarli».

     

    Ma c’è stato un momento in cui ti sei accorto che era diventata la tua vita
    «Ti dico la verità, non lo so neanche adesso, lo metto in dubbio sempre… come ogni storia d’amore, forse ha una data di scadenza, ma è scritta troppo piccola e non riesco a leggerla. Forse durerà all’infinito, o forse no, ma non vorrei darmi limiti, solo quando inizierò ad annoiarmi la lascerò, anche per rispetto della fotografia».

     

    Durante il percorso, fonte ispirazione particolare
    «Sono onnivoro, credo che un fotografo prima di tutto sia un accumulatore seriale, di cultura, immagini, film, suoni, sensazioni, incontro. Di questo ognuno fa la sua sintesi, lo spazio è quello che è, e si scarta quello che si ritiene superfluo. Prima o poi vengono fuori queste cose. Poi va detto che a me non piace razionalizzare, mi piace progettare, che vuol dire portare a termine delle idee. Ma devo dire che non mi piacciano neanche troppo gli obiettivi, perché potrebbero creare dei limiti, quando uno dovrebbe andare oltre ai suoi limiti».

     

    Esiste una scelta sbagliata che credi di aver fatto e che non riferisti?
    «Forse la mia troppa generosità: di fronte alla società io mi spoglio completamente, mi metto a nudo, e credo che sia un atto di generosità, e non di vanità. Questo mi è costato molta energia, ma ogni scelta che ho fatto la rifarei. Anche quelle sbagliate, perché ti lasciano qualcosa, costruiscono. Mi piace cambiare, e spesso quando vedo che i miei progetti stanno andando bene, mi viene da lasciarli li, perché credo che il peggior nemico di un creativo sia la noia. Per me è fondamentale trovare sempre tracce nuove, strade nuove. Per far capire agli altri che comunque puntare sempre sui punti migliori di se stesso, rischia di farti diventare come una fotocopiatrice».

     

    Come definiresti la tua fotografia, se si può definire ….
    «Forse sono egoista nel senso che io faccio sempre degli autoritratti anche quando “scatto gli altri”, forse in maniera onanistica, per un appagamento personale. Non penso che il mio dovere sia cambiare il mondo, il mio dovere è verso me stesso, cioè vedere il mondo attraverso di me. Mi piace il mondo com’è, anche con tutti i suoi problemi…».

     

    sabbagh-wpcf_390x500Parliamo della fotografia degli altri allora… oggi siamo bombardati da immagini..
    «Esatto, hai usato la parola giusta, siamo bombardati di immagini, non di fotografia. All’immagine manca il processo finale, rispetto alla fotografia che è un processo compiuto, dal pensarla fino a stamparla. Quelle che noi vediamo sono spesso immagini, che si fermano all’immateriale. A me interessa il processo finale, quello chimico… siamo bombardati di immagini ma conosciamo poco la fotografia».

     

    E cosa si potrebbe fare?
    «La quantità di informazione non è mai un difetto, dobbiamo solo allenarci a selezionare attraverso il nostro cervello qual è la parte più sana di quello che ci arriva. La fotografia è un processo democratico, tutti possono fotografare, ma come per le automobili, in molti hanno la patente ma in pochi finiscono a fare i piloti di formula uno. In realtà non cambia molto per il mondo della fotografia, e non credo sia pericoloso. L’unico pericolo che vedo è che chi si occupa di fotografia non sappia quello che sta facendo, il proprio ruolo e la profondità della materia».

     

    Sei un fotografo di fama internazionale, ma perché hai scelto proprio l’Italia da cui tutti scappano?
    «In questo momento storico credo che il mondo sia molto piccolo, non è importante dove hai il tuo armadio. Io posso spostarmi, e per una storia d’amore sono arrivato a Ferrara… il lato della vita privata è molto importante, e non voglio trascurarlo. In questo modo posso considerarmi fedifrago nei confronti della fotografia: io la tradisco sempre e lei non mi tradisce mai».

     

    Cosa porterai nel tuo workshop?
    «Farò lavorare loro, come ho sempre fatto. Non mi piace il fotografo vanitoso, che parla di sé, mi piacerebbe tirar fuori il meglio delle persone che ci saranno: sarà come una riunione di alcolisti anonimi, sarà un’orgia creativa. Ovviamente ho una specie di traccia nella mente, ma dopo poco, parlando con i ragazzi, avrà preso un’altra strada. Se non fosse così sarebbe falso. I cloni mi annoiano, e ce ne sono fin troppi in questa società, e non servono».

     

    Che consiglio vorresti dare ai chi vorrebbe diventare fotografo
    «Fammi questa domanda alla Settimanale, e vediamo cosa esce fuori…»

     

    Nicola Giordanella

  • Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Monica Bellucci @ Ferdinando SciannaNel secondo appuntamento de “La Settimanale di Fotografia” l’ospite è una colonna del fotogiornalismo, italiano e non. Parliamo di Ferdinando Scianna, classe 1943, che con le sue intuizioni, pratiche quanto istintive, ha segnato per sempre il modo di documentare la realtà, partendo da quella popolare a quella più legata alla cronaca.

    Ferdinando, la sua lunga carriera è partita quasi per caso, seguendo la passione e l’intuito, raccontando la realtà che lo circondava. Quando ha capito che la fotografia era diventata la sua professione, la sua vita?
    «Che fosse diventata una professione, l’ho capito con un certo ritardo. Quando ho incominciato, a 17 anni in Sicilia, senza nessun tipo di tradizione culturale che avesse a che fare con la fotografia; era più che altro un gioco, una passione, che non sapevo nemmeno potesse diventare un mestiere. Poi questa passione l’ho fatta diventare un metodo, una strada per trovare un sistema per fuggire dal destino preconfezionato che mi aspettava. Quindi ho iniziato a scattare in maniera più sistematica, guardandomi intorno… Dico sempre che ho incominciato a fotografare la Sicilia, perché la Sicilia era lì e io la potevo fotografare, e non il contrario, cioè era una realtà perché io la fotografavo. Da li è uscito il mio primo libro, che è servito come passaporto per emigrare come tanti dalla Sicilia, ma nel mio caso non sfuggendo dalla miseria ma inseguendo un sogno».

    Ma la sua tecnica, che ha influenzato e continua ad influenzare molti fotografi, avrà avuto uno spunto…
    «Ho molte domande inevase su questa faccenda, è difficile spiegarlo, ma quando ho incominciato non c’erano libri e poche riviste. Quando sono uscito con il primo libro, mi è stato detto che avevo forti influenze bressioniane: in realtà praticamente non lo conoscevo neanche; le prime stampe che ho visto, sapendo che fossero le sue, le ho viste anni dopo in casa del mio amico Sciascia. Leggevo quello che si poteva trovare nei pochi studi fotografici della regione. Quando ho preso il diploma liceale mi sono fatto regale una delle prime reflex in circolazione, con un solo obiettivo e il primo libro l’ho fatto così, sperimentando facendo. Non so se fu talento, io il talento non so cosa diavolo sia, e ho imparato le cose facendole… poi ho fatto il fotoreporter per l’Europeo, poi sono stato a Parigi come inviato, e nei 17 anni successivi ha sviluppato il mio stile».

    Uno stile che ha conquistato, e influenzato, anche il mondo della moda…
    «Negli anni 80, lasciando Parigi per tornare in Italia, è arrivata la richiesta imprevista e bizzarra di fare un catalogo di moda. Il mio approccio è stato quello del fotoreporter, perché era quello che sapevo fare, e la cosa ha incontrato i gusti del momento, ed ha funzionato».

    Si è trovato a disagio?
    «In precedenza avevo fatto delle prove, presentando dei provini per giornali di moda, ma erano talmente mediocri che la mia carriera di fotografo di moda sembrava finita li. Poi dopo tempo, avendo capito altre cose, sono stato capace di rispondere con un approccio diverso, istintivo, che ha funzionato».

    © Ferdinando SciannaLa sua fotografia, soprattutto quella che raccontato l’espressione popolare della religiosità siciliana, è diventata iconica. Tanto iconica che forse oggi certe realtà sono perfino “schiave” di questa narrazione. Cosa ne pensa?
    «Un pochino sento questa responsabilità, perché forse ho contribuito a trasformare quel tipo di indagine fotografica in una specie di luogo comune diffuso, soprattutto sulla tipologia “festa popolare”. Questa cosa, però, avveniva oltre 50 anni fa, cioè un’era geologica fa. Oggi è molto difficile oggi spiegare che il mondo di cinquant’ani fa, la passione per quello che mi circondava era maggiore della consapevolezza formale, una passione istintiva che poi ho dovuto digerire per farla diventare un linguaggio»

    Di quel mondo, oggi cosa è rimasto?
    «Il mondo di allora è diventato un luogo comune. La gente continua a fotografare quel mondo li escludendo quanto è successo nel frattempo, ricercando un passato che non c’è più, e la cosa rende tutto artefatto. In certe occasioni oggi ci sono più fotografi che processionanti».

    E secondo lei ha senso?
    «Rifarlo allo stesso modo non ha più senso, ci ho provato anche io anni dopo, ma andrebbe fatto contestualizzando nuovamente le cose che succedo, facendo capire che i riti sono diventati rappresentazioni: prima le processioni venivano fatteper se stessi, per ci si credeva, oggi si fanno più per turismo, per le foto, per promozione… ».

    Per chi ci prova ancora cosa potrebbe suggerire?
    «La professione di fotoreporter è in una crisi quasi mortale, non soltanto in Italia, ma nel mondo intero. Non ci sono consigli che si possano dare se non di fare quello che veramente ci appassiona, di cercare di fotografare la realtà intorno, perché se sarà difficile camparci per lo meno starai facendo una cosa che ti piace».

    E allora un consiglio su cosa non fare?
    «Spesso me lo chiedono, ma dovrebbero essere loro a spiegarlo a me, a spiegare come muoversi oggi, nel mondo di internet, telefonini… nel senso che oggi il mondo è talmente diverso al mondo in cui mi sono mosso e ho fatto la mia storia, che non c’è più. Bisogna trovare altri strumenti, altri interlocutori, altre modalità».

    Scusi la domanda, ma nella sua carriera ha scattato migliaia di fotografie, ha una preferita?
    «Scattare la foto è schiacciare un bottoncino che apre una finestra sul mondo di una frazione di secondo; quindi, nella maggior parte dei casi, non funziona, perché quello che vedi non coincide con quello che hai visto in quell’istante. Con il passare degli anni si impara a riconoscere quell’istante ma comunque non può esistere una solo fotografia è come domandare alla madre quale figlio preferisce, che probabilmente c’è ma non lo dirà mai…».

    E allora le chiedo se secondo lei ci sono delle sue foto che sono state sopravalutate…
    «Una quantità enorme! Credo che tutto la mia notorietà nasca da una sopravalutazione, e io credo di intendermi di fotografia (ride, ndr)… Ognuno fa quello che può fare, e se lo fa ha già compiuto il suo dovere».

    A cosa sta lavorando oggi?
    Oggi di tanto in tanfo faccio lavori che implicano un approccio più riflessivo, faccio ritratti e paesaggi. Inoltre, avendo fatto moltissime fotografie, molte per lavoro e innumerevoli per necessità personale, oggi lavoro molto sugli archivi, selezionando, relazionando, aggiungendo storie e parole. Come diceva Gassman “abbiamo un grande avvenire alle nostre spalle”…».

    Nicola Giordanella

  • La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

    La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

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    Umumalayika © Martina Bacigalupo

    Un percorso di ricerca continuo ma circolare, una storia fatta di passione e riflessione, militanza e sconforto, un alternarsi di azione e riflessione; fermarsi per poi ripartire. Questa è la produzione di Martina Bacigalupo, fotografa genovese oggi primo ospite degli incontri di Palazzo Ducale organizzati dalla “Settimanale di Fotografia”, quest’anno giunta alla terza edizione.

    Un viaggio che inizia da lontano: «Ho studiato letteratura e filosofia, per poi trasferirmi a Londra, dove ho iniziato a lavorare nell’ambito della fotografia creativa, con progetti molti intimisti, crescendo sotto la guida di Giorgia Fiorio, in un contesto un po’ fuori dal tempo, che consentiva spazi di riflessione molto ampi». Una quiete artistica che però presto subisce un’accelerazione improvvisa, quando Martina, nel 2007, raggiunge il Burundi, per documentare la realtà di quel paese prendendo parta alla missione di Mantenimento di Pace delle Nazioni Unite: «Un campo di lavoro con richieste e tempistiche molto diverse da quello a cui era abituata». Un salto scelto in base ad una necessità intima di fare di partecipare ad una battaglia fatta di testimonianza e documentazione «Laggiù mi sono riscoperta, lavorando per portare avanti la difesa dei Diritti dell’Uomo, della Donna, tra Burundi, Uganda e Congo, e l’ho fatto per dieci anni».

    Anni di grande militanza «anni in cui credevo fortemente che la fotografia avesse comunque un ruolo importante in questa lotta di civiltà». Una certezza che, negli anni, è erosa dalle domande. E già dall’inizio, durante l’esposizione di Umumalayika, reportage fatto nel 2009 sulla storia di una giovane donna burundese privata delle braccia dalla follia armata del marito, il velo si squarcia. «Mi sono resa conto che le foto che facevo – naïvement – con l’intento di denunciare crimini e, quindi, per aiutare in qualche modo delle persone, nei fatti, invece, rafforzavano l’idea dell’Africa costruita da noi negli ultimi 300 anni, per cui l’Africa è un continente di miseria e conflitto – senza spiegare cos’ha portato quella miseria e conflitto e chi io controlla ». Una situazione di grande disagio, che ha imposto a Martina la necessità di fermarsi, per riflettere sul senso e le finalità del proprio operato: «Oggi devo sciogliere quel nodo, e per farlo sono alla ricerca di un nuovo linguaggio, di una nuova narrazione, come molti di noi».

    I limiti che non ci sono più

    Una riflessione che non si ferma alla fotografia, ma che si allarga a tutto il mondo della comunicazione, anche giornalistica: «Il problema oggi è la stampa, che si è dimenticata di dover essere libera e indipendente, strumentalizzando la propria missione per arrivare all’unico obbiettivo della diffusione, della pubblicazione, del riconoscimento». Tanti sono gli esempi famosi e recenti: tra i più eclatanti c’è quello di Souvid Datta, il fotografo divenuto famoso per il suo reportage sui bordelli indiani (e per aver ammesso pochi giorni fa di aver manipolato ad arte alcune foto, inserendo immagini rubate ad altri) la cui determinazione nel fare clamore non lo ha fermato di fronte al crimine di uno stupro perpetuato da un uomo nei confronti di una bambina: «oggi non ci sono limiti per vendersi, per essere considerati, per vincere premi, lo scatto di Datta vale più del soggetto, vittima di un crimine atroce».

    Ma quali sono, quindi, i nuovi parametri del fotogiornalismo? Cosa è cambiato e cosa ancora può fare la differenza? «L’accesso alla tecnologia ha reso sempre più sfumata la differenza qualitativa dello scatto tra un amatore e un professionista, è un mondo che corre, e noi gli stiamo andando dietro, ma per fortuna c’è ancora qualcosa di più…». La differenza sta tra la potenzialità della documentazione in senso stretto, oggi allargata a dismisura grazie alle tecnologia mobile, e la capacità di intervenire con una narrazione, con una elaborazione: l’esempio che riporta Martina è una foto di James Nachtwey scattata durante l’11 settembre, nella quale una delle Twin Towers crolla immortalata dietro alla croce di una chiesetta di Manhattan: «Nachtwey ha intrecciato dei significati che vanno al di là della documentazione di quello che sta accadendo. Dietro a questo scatto ci sta un uomo che vede quello che accade, che sa che cosa sta accadendo, che conosce il senso di quello che accade e lo racconta. In questi termini il mezzo, lo strumento (che sia macchina, telefono o latro) è irrilevante».

    Ricerca

    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo
    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo

    Il lavoro di ricerca sulla narrazione e sulle sue modalità può avere esiti inaspettati: «La storia del mio ultimo progetto è fatta di raccolta, recupero e selezione di scatti fatti da altri». Parliamo di Gulu Real Art Studio, pubblicato nel 2013, «un progetto nato per caso quando ho scoperto un “archivio” di scarti fotografici di uno studio del nord dell’Uganda, su cui ho lavorato per tre anni». Una “storia” raccontata attraverso ciò che rimaneva delle centinaia di foto scattate per avere il ritaglio del volto nella dimensione della classica fototessera. «Ho recuperato tutto quello che “non c’è nella foto”, tutto quello che è stato tagliato dal motivo pratico di quegli scatti, trovando una narrazione nuova e inaspettata di quello che c’è al di là della posa e dell’intenzione del fotografo».

    Un passaggio che però non può eludere ancora il dubbio “dietro allo scatto”: «Vengo da tanto lavoro sul campo, e vorrei fare una pausa per capire che fotografia voglio fare e quale posso fare. Sto cercando un nuovo linguaggio, che sia giusto e sia giusto anche per me». Una ricerca, una lotta interiore che non fa prigionieri: «Essendo onesta con me stessa, e conoscendo il rapporto di potere che esiste tra il fotografo e il fotografato, non so se ce un modo di uscirne, mi rendo conto di fare parte di una dinamica per cui io che scatto sono quello che controlla; un controllo che, soprattutto nei paesi dove ho lavorato, deriva da un rapporto di forza squilibrato tra Europa e Africa che dura da secoli, una rapporto che la fotografia ha corroborato, almeno fino ad oggi».

     

    Non ci sono sconti, per nessuno, tanto meno per se stessi: «Non posso tornare a fare fotografia finché non avrò risolto questo nodo, mi sono fermata per capire cosa ci sarà dopo, per me e per la Fotografia».

    La solitudine del fotografo

    Ma se chi da tanti anni fa questo lavoro, e con risultati riconosciuti a livello internazionale, come Martina Bacigalupo, ha queste incertezze, intime quanto esplosive, come può l’aspirante fotografo approcciare a questa professione? «Se dovessi dare un suggerimento a chi volesse intraprendere questo “viaggio”, direi di chiedersi per prima cosa perché vuole farlo; e se la ragione è profonda e “tiene”, allora aggiungerei di stare attento, di cercare con ogni mezzo di mantenere la lucidità, imponendosi il senso dell’umano». Una missione difficile quanto preziosa, che restituisce l’importanza di questa potentissima arte: «Il fotografo è solo davanti a queste scelte; l’umanità bisogna tenersela stretta, perché è l’unica cosa che conta».

    Nicola Giordanella

     

  • Settimanale di Fotografia, tutto pronto per la terza edizione. Reportage, fotografia di moda e ritrattistica d’autore

    Settimanale di Fotografia, tutto pronto per la terza edizione. Reportage, fotografia di moda e ritrattistica d’autore

    locandina generale Lasett WEBDopo il successo delle due precedenti edizioni, torna La Settimanale di Fotografia, il grande contenitore di eventi legato al vasto mondo della fotografia, declinata in tutti i suoi aspetti. Cambia la formula: gli eventi quest’anno saranno condensati in dieci giorni, dal 9 al 19 maggio, tra conferenze, workshop, proiezioni e musica. Si rinnova, quindi, la possibilità di approfondire le tematiche legate alla fotografia direttamente con professionisti di livello internazionale: le dinamiche legate alla produzione dei reportage, il vasto e sofisticato mondo della fotografia di moda e la genesi dello scatto d’autore.

    La Settimanale di fotografia 2016: tutte le interviste di Era Superba

    Come di consueto, la sala del Munizioniere di Palazzo Ducale accoglierà gli incontri con tre fotografi di fama internazionale: si comincia venerdì 12 maggio alle 19 con Martina Bacigalupo, fotoreporter di origine ligure che oggi fa parte della nota agenzia VU di Parigi, si continua sabato 13 con Ferdinando Scianna, fotografo siciliano che ha fatto la storia della disciplina e si conclude domenica 14 con Mustafa Sabbagh, artista di origine giordana noto per le sue immagini forti e provocatorie. Dal reportage, quindi, alla fotografia di moda e alla ritrattistica d’autore. Era Superba documenterà questo grande evento genovese.

    La Settimanale di Fotografia è un’associazione che nasce con l’intento di sviluppare attività culturale legata alla fotografia, sempre più importante e costante a Genova. «Esistono molte realtà a Genova legate al mondo della fotografia, spesso portatrici di ottime iniziative – spiega Veronica Onofri, fotografa e presidente dell’associazione, già nota ai lettori di Era Superba grazie alla sua seguitissima rubrica fotografica “Con quella faccia un po’ così..”ma che tuttavia da sole non riescono a emergere come meriterebbero”. Cercando di interpretare un desiderio comune, l’idea è quella di creare una rete per mettere a fattor comune le forze e l’esperienza di tutti.

    «Eventi come la Settimanale di fotografia – continua Veronica – caratterizzati da contenuti di alta qualità e da ospiti importanti del panorama fotografico internazionale, vogliono essere un’occasione per incontrarsi, conoscersi e gettare le premesse per fare di Genova una protagonista della cultura fotografica». La Settimanale, quindi, oltre agli appuntamenti di maggio elabora un progetto più ampio e ambisce ad essere un punto di riferimento importante per gli appassionati di fotografia in città e in Italia.

    Il programma integrale del festival sarà presentato martedì 9 maggio alle ore 18.30 ai Giardini Luzzati, in un momento informale di aperitivo accompagnato da proiezioni, curiosità e musica dal vivo.

     

    IL PROGRAMMA IN SINTESI

    Martedì 9 maggio alle 18.30 ai giardini Luzzati
    Inaugurazione e presentazione del programma de La Settimanale 2017
    con proiezioni e musica dal vivo

    Mercoledì 10 maggio alle 19 al Feellove, stradone S.Agostino 17r
    Aperitivo-approfondimento sulle mostre fotografiche in esposizione a Palazzo Ducale (Henri Cartier-Bresson ed Elliott Erwitt) a cura di Gloria Viale, storica della fotografia

    Giovedì 11 maggio alle 19 al Kowalski, via dei Giustiniani 3r
    Inaugurazione della mostra Ucraina di Giuseppe Maritati e dibattito sulla professione del fotoreporter.

    Venerdì 12 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Martina Bacigalupo. Modera Maurizio Garofalo.

    Sabato 13 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Ferdinando Scianna. Modera Maurizio Garofalo.

    Domenica 14 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Mustafa Sabbagh. Modera Maurizio Beucci.

    Lunedì 15 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Mapplethorpe: Look At The Pictures 3
    di Fenton Bailey, Randy Barbato, documentario, 108’, USA-Germania 2016.

    Martedì 16 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Obiettivo Annie Liebovitz
    di Barbara Leibovitz, documentario, 82′, USA 2007

    Mercoleldì 17 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Dont blink. Robert Frank
    di Laura Israel, documentario, 82’, Canada-USA-Francia 2015

    Ingresso euro 5, ridotto euro 4 per i possessori delle tessere Campus, Cus, Young del Circuito Cinema Genova.

    Sabato 20 e domenica 21 maggio
    Spazio Lomellini 17, via Lomellini 17/4
    Workshop con Martina Bacigalupo
    per info e iscrizioni: lasettimanale@gmail.com

    Sabato 27 e domenica 28 Maggio
    Spazio Lomellini 17, via Lomellini 17/4
    Workshop con Mustafa Sabbagh

    per info e iscrizioni: lasettimanale@gmail.com
    Dove non diversamente specificato, le iniziative sono ad ingresso gratuito

     

    I PROTAGONISTI

    Martina BacigalupoMartina BACIGALUPO è nata nel 1978 a Genova. Dopo aver studiato letteratura e filosofia a Genova Martina studia fotografia al London College of Communication di Londra. Nel 2007 parte in Africa dell’Est, dove ha vissuto e lavorato per gli ultimi dieci anni come fotografa indipendente, prevalentemente sulle problematiche riguardanti i diritti dell’uomo, in collaborazione a varie organizzazioni internazionali (tra cui Human Rights Watch, Médecins Sans Frontières, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Amnesty International). Dal 2010 Martina è membro dell’Agence VU di Parigi. Il suo lavoro e’stato pubblicato su The New York Times, The Sunday Times Magazine, Liberation, Le Monde, Vanity Fair, Internazionale, Esquire, Jeune Afrique e esposto in varie fiere internazionali d’arte: Paris Photo (2013), Unseen (Amsterdam 2014), Aipad (New York 2014). Ha vinto il Premio CANON per la fotogiornalista dell’anno nel 2010 e il Premio FNAC per la creazione fotografica nel 2011. Nel suo ultimo lavoro, “Gulu Real Art Studio” (Steidl 2014) Martina esplora il ruolo della fotografia nel mondo contemporaneo e in particolare il suo ruolo di fotografa occidentale nel continente africano.

    Ferdinando SciannaFerdinando Scianna ha cominciato ad occuparsi di fotografica negli anni Sessanta, quando era studente di Lettere e Filosofia all’Università di Palermo: è allora che ha cominciato a lavorare sistematicamente sulla Sicilia e sui siciliani. Il suo reportage Feste Religiose in Sicilia del 1965, aggiudicatosi il Premio Nadar nel 1966, conteneva un saggio di Leonardo Sciascia, preludio di una fruttuosa collaborazione con molti celebri autori. Nel 1966 Scianna si sposta a Milano e l’anno seguente comincia a lavorare per il settimnale L’Europeo, inizialmente come fotografo e poi, dal 1973, come giornalista. Da allora ha scritto anche per Le Monde Diplomatique e di letteratura e fotografia per La Quinzaine Littéraire. Nel 1977 pubblica in Francia Les Siciliens e La Villa Dei Mostri in Italia. In questo periodo incontra Henri Cartier-Bresson e nel 1982 entra a far parte della Magnum. Alla fine degli anni Ottanta comincia ad occuparsi di moda e pubblica la retrospettiva Le Forme del Caos (1989). Scianna torna ad indagare il significato dei riti religiosi con Viaggio a Lourdes (1995), due anni più tardi pubblica una collezione di immagini di persone addormentate: Dormire Forse Sognare. Nel 1999 pubblica una serie di ritratti dello scrittore argentino Jorge Luis Borges e nello stesso anno la sua mostra Niños del Mundo fa conoscere al mondo i volti dei bambini di tutto il pianeta. Nel 2002 Scianna portaa termine Quelli di Bagheria, sulla sua città natale in Sicilia, dove tenta di ricostruire l’atmosfera della gioventù attraverso scritti e immagini di Bagheria e delle persone che la abitano.

    Mustafa SabbaghMustafa Sabbagh è nato in Giordania, ad Amman, da famiglia italo-palestinese. Consegue la laurea in architettura all’Università IUAV di Venezia e si trasferisce a Londra, dove si forma come assistente di Richard Avedon, collaborando anche con il Central Saint Martins College of Art and Design. Al ritorno in Italia si stabilisce a Ferrara, ma è spesso impegnato in varie parti del mondo sia come docente in workshops fotografici, sia per la realizzazione di shootings pubblicati su diverse riviste – quali The Face, Vogue, Sport & Street. Dal 2005 si concentra sull’arte figurativa; le sue opere sono incentrate sulla pelle come “diario dell’unicità dell’individuo”, che spesso dipinge di nero come critica sociale e sfida tecnica, e su mises en scène atte soprattutto a contestualizzare nel contemporaneo le allegorie della storia dell’arte (principalmente fiamminga e barocca). Nel 2013, nella serie Fotografi di Sky Arte HD, è stato definito uno degli “otto artisti più significativi del panorama nazionale contemporaneo”. Secondo il curatore e storico dell’arte Peter Weiermair, Sabbagh è “uno dei cento fotografi più influenti al mondo”, e l’unico italiano fra i quaranta ritrattisti di nudo più importanti su scala internazionale. Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei italiani e stranieri. Tra queste, risale al dicembre 2014 l’acquisizione di un suo dittico nella Collezione Farnesina.

  • Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    penso settimanaleGiunta al termine della seconda edizione, la Settimanale di Fotografia, di cui “Era Superba” è media partner, chiude col botto: ospite del quinto incontro, infatti, Alessandro Penso, fotogiornalista internazionale che da mesi sta documentando la tragedia di decine di migliaia di migranti che scappano da guerre e sfruttamenti, raggiungendo un’Europa che si è fatta trovare in qualche modo impreparata ad un evento di simile portata. “Era” aveva già incontrato Alessandro Penso, in occasione della presentazione della ricerca di Medici Senza Frontiere “Fuori Campo”, a cura di Giuseppe De Mola: un lavoro che ha documentato le decine di accampamenti informali, sparsi per la penisola, in cui i migranti si auto organizzano, in attesa di ricevere assistenza, documenti, o semplicemente per necessità di sopravvivenza.

    Durante l’incontro, che, come di consueto, si terrà nella Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, si parlerà del difficile ruolo del fotografo in contesti delicati e ai margini, dove la professione spesso diventa missione e la foto ritorna a essere strumento potente di informazione globale. L’appuntamento di mercoledì 25 febbraio anticipa il workshop che Penso terrà il 28 e 29 maggio, sempre nell’ambito della “Settimanale”: una due giorni per parlare di fotogiornalismo e della fotografia documentaristica, entrando nel dettaglio del lavoro, dalla progettazione allo scatto, dall’editing alla preparazione delle didascalie e successiva presentazione dell’elaborato.

    Alessandro, partiamo dalla tua formazione: dalla tua biografia scopriamo che hai studiato psicologia clinica prima di intraprendere la strada della fotografia. Questo ha in qualche modo avuto un peso nel tuo percorso?
    «Tutto il vissuto che si ha, entra nel proprio lavoro, vale per tutti. Non posso certo dire che il mio rapporto con la fotografia sia come il rapporto tra paziente e psicoterapeuta: in questo caso, infatti, è la persona che ti cerca per poter trovare e risolvere dei problemi. Nella fotografia è il contrario, sei tu, fotografo, che vai dalle persone, per raccontare e documentare. Sicuramente posso dire che il mio percorso accademico mi ha dato degli strumenti di riflessione e delle strategie di approccio, fornendomi una metodologia».

    Molti dei tuoi lavori sono scaturiti in ambito umanitario; nell’ultimo anno hai documentato diversi luoghi toccati dai flussi migratori provenienti da Medio Oriente e nord Africa. Da dove nasce questa tua spinto?
    «In Italia viviamo la situazione attuale in prima persona, da sempre, e non solo come fotografi e giornalisti. Ho impresse nella mia memoria le immagini della nave “Vlora”, che portava i migranti dall’Albania e i racconti di mio nonno sulla guerra e sulla migrazione. Hanno generato in me la curiosità di capire e raccontare. Un percorso personale che è diventato un’esigenza professionale. Credo che ci sia sempre bisogno di raccontare e documentare certi fatti».

    Che cosa vorresti che le tue foto riuscissero a suscitare in chi le guarda?
    «Provo a dare un volto alle persone che sono in mezzo ai grandi eventi, ma vorrei anche che i miei scatti aiutassero a ricordare alle persone che, quando parliamo di migranti, il contesto è l’Europa, casa nostra; e questo, dal mio punto di vista, forse è ancora più importante che l’oggetto della foto in sé: in Europa, infatti, succedono cose molto simili a ciò che accade in paesi noti per guerre e disastri: abusi, sfruttamenti, affari sulla pelle delle persone, violenze…»

    Fotografando persone in contesti così particolari e drammatici, hai mai avuto il dubbio sull’opportunità di fare una determinata foto? Ci sono stati dei momenti in cui hai preferito non scattare?
    «Questo succede tante volte. In certe situazioni le foto che ti ricordi sono quelle che non hai scattato. Non esiste una regola, ovviamente, dipende tutto dalla persona. Dal mio punto di vista esiste un senso civico: mi è capitato molte volte di mollare la macchina fotografica per aiutare, intervenire, prendere le difese, protestare; la cosa mi ha creato anche problemi e ripercussioni sul lavoro. Dall’altro lato, però, esistono momenti in cui bisogna assolutamente scattare, per raccontare una storia che altre persone non potrebbero altrimenti conoscere; in quel momento, il tuo massimo aiuto è proprio quello».

    Durante la “Settimanale” si è discusso molto sullo stato di salute del fotogiornalismo. Qual è la tua lettura di questa particolare congiuntura?
    «Il fotogiornalismo subisce il momento di transizione della stampa. I giornali stanno cercando di capire come gestire la questione “internet”: alcune testate stanno riuscendo a fare questo passaggio mantenendo e investendo le risorse necessarie per portare avanti il fotogiornalismo di qualità. In Italia siamo indietro, soprattutto per quanto riguarda la copertura delle notizie di “estera”; molti ottimi giornalisti italiani lavorano per testate straniere ma hanno difficoltà in Italia. Sicuramente il fotografo deve sapersi adeguare ai nuovi linguaggi. Oggi girano meno soldi, senza dubbio, ma è anche meno costoso fare questo lavoro».

    Un altro tema ricorrente nei dibattiti è il problema quantitativo: oggi come non mai abbiamo accesso a centinaia di foto e immagini ogni giorno…
    «Tantissime persone hanno capito che possono essere il medium di loro stessi e, quindi, esistono flussi incredibili di immagini. La “questione migranti”, con la crisi scoppiata nel 2015, è stata sicuramente una “Eldorado” per molti fotografi o aspiranti tali: eventi di portata mondiale, praticamente in casa, senza nessun tipo di restrizione, facilmente raggiungibili. È anche comprensibile che succeda questo, io lo capisco. Ma bisogna rendersi conto che possono esserci dei problemi: dalla foto “rubata” senza porsi nemmeno il problema dell’opinione di chi veniva ritratto, al nervosismo di massa che si è creato nelle zone interessate, letteralmente invase da orde di fotografi. Questo riguarda anche molti professionisti: questa parola non deve ingannare, la fotografia è un po’ un “far west”».

    Era Superba sta seguendo la “questione migranti” legata a Ventimiglia. In base alla tua esperienza sul campo, qual è la situazione italiana rispetto ad altri paesi e come si evolverà nei prossimi mesi?
    «L’Italia ha una struttura ricettiva importante, cosa che non c’è in altri paesi. Il problema è che spesso non funziona, mescolata ad affari e malaffari. Purtroppo, poi, i cittadini spesso non sono informati su quello che realmente succede, venendo manipolati per convenienza politica. Quindi, alla fine, ci ritroviamo con una criticità ancora più grande. Con la chiusura della rotta balcanica, potrebbero esserci dei seri problemi: il sistema italiano potrebbe non reggere un ulteriore incremento del flusso migratorio. Però, è nella natura umana: finché ci saranno guerre, le persone scapperanno; questo è il problema».

    Quali sono i momenti critici e quali quelli esaltanti del tuo lavoro?
    «A ottobre 2015 ho attraversato una crisi mentre lavoravo in Grecia: vedevo tutti ad affannarsi a fotografare, in una situazione che mi sembrava ridicola; mi dicevo, infatti, “se siamo tutti qua, e siamo così tanti, lasciamo perdere le foto e facciamo qualcosa”. Questo mi ha spinto a farmi molte domande sul cosa stavo facendo e perché lo stavo facendo. Da queste crisi, però, può rinascere lo spirito e la determinazione giusta per andare avanti, meglio di prima. Dall’altro lato, definire cosa siano i momenti esaltanti mi mette in difficoltà: sono contento nel momento in cui sono sul campo e so che sto facendo il mio lavoro».

    Che cosa porterai a Genova? Il 28 e 29 maggio, sempre per la “Settimanale di Fotografia” terrai anche un workshop dedicato alla fotografia documentaria; cosa verrà trattato?
    «All’incontro spiegherò quello è successo in Europa, per quanto riguarda la crisi umanitaria legata ai flussi di migranti, cercando ci capire quello che c’è dietro alle leggi, ai provvedimenti, e come questo si stia concretizzando sulla pelle delle persone. Durante il workshop cercherò di dare gli strumenti per potersi muovere nel sistema, in base a quello che si ha intenzione di fare e in base agli obiettivi che ognuno si pone».


    Nicola Giordanella

  • Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Milano, Triennale, Renata FerriNata a Roma, milanese d’adozione, Renata Ferri è cresciuta assieme al giornalismo e all’editoria. Un percorso che da subito
    è stato accompagnato dalla fotografia. Oggi è tra i più importanti e influenti photo editor del nostro paese: un ruolo spesso sconosciuto ai non addetti ai lavori ma che “decide” il linguaggio fotografico di ciò in cui siamo immersi quotidianamente. Il quarto appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”, quindi, sarà l’occasione per allargare il discorso a tutto ciò che viene prima e dopo lo scatto, alla fase di studio, di
    scelta, di valutazione estetica. Era Superba, media partner della rassegna, anticipa in esclusiva i temi dell’incontro di mercoledì 18 maggio, parlandone direttamente con la protagonista.

    La professione del photo editor, sebbene cruciale per i meccanismi dell’editoria e dell’informazione, è spesso poco conosciuta tra i non addetti ai lavori: come spiegherebbe questo ruolo e la sua importanza?
    «Nel nostro Paese è una professione relativamente giovane. Solo nell’ultimo decennio i periodici italiani si sono preoccupati di avere il photo editor mentre i nostri quotidiani nazionali ancora non ne sentono l’esigenza. Siamo in ritardo rispetto agli altri paesi. Come giustamente afferma nella domanda, è un ruolo cruciale nella produzione dei giornali poiché dalle immagini passano oggi moltissimi contenuti che generano informazione. La capacità di produrre e selezionare storie o singole fotografie è frutto di studio ed esperienza e, oggi, di fronte al flusso continuo delle immagini che provengono dalla rete e dai social, ancora più necessario per evitare di cadere nelle trappole digitali e nella facile estetica».

    Partiamo dalle origini della sua carriera: quali sono stati i passaggi che l’hanno portata a intraprendere la strada del giornalismo e della fotografia?
    «Penso che il giornalismo sia nel mio dna. Conoscere il mondo, indagarlo, essere ovunque contemporaneamente e una passione politica, se mi consente l’utilizzo di un termine desueto o mal interpretato, hanno animato tutta la mia carriera. La fotografia è stata un incontro del tutto casuale, col tempo è sbocciata la passione e oggi posso tranquillamente dire che è una lunga e corrisposta storia d’amore».

    La fotografia è uno dei pochi “mestieri” che possono essere imparati e affinati fino a livelli altissimi anche totalmente da autodidatti: secondo lei esiste una relazione tra questo e l’evoluzione della “società dell’immagine” in cui siamo immersi?
    «Esiste poiché siamo “immersi” nelle informazioni visive, avvolti dalle immagini del mondo reale e di quello costruito. Possiamo essere autodidatti fenomenali. Senza dimenticare però che senza passione e senza studio non c’è mestiere che s’impari».

    Qualità e quantità: durante i precedenti incontri della “Settimanale di fotografia” si è molto dibattuto sulla necessità di una “educazione all’immagine”; il suo punto di vista è sicuramente privilegiato, che cosa pensa della questione, se esiste?
    «Non abbiamo una cultura d’immagine. Non si studia la storia dell’arte e tantomeno della fotografia. Pochissimi i corsi universitari peraltro nati solo recentemente. Abbiamo un gap di decenni. Non ci sono finanziamenti pubblici e non c’è la cultura delle donazioni per fotografia e conoscere attraverso essa. Il risultato è che chi lavora nell’ambito fotografico spesso s’improvvisa ma alle spalle non ha una preparazione solida. Sta cambiando ma dobbiamo iniziare a pensare ai bambini. Da lì si deve partire. Le immagini sono il loro patrimonio più importante e immediato. Devono conoscerle, utilizzarle per il loro sapere».

    Lavorando in riviste di settore, in cui il lato estetico è spesso collegabile ai trend e alla diffusione di brand, secondo lei esiste una soglia, una questione “etica” sulla progettazione, realizzazione e successiva post-produzione delle foto?
    «Penso che l’etica oggi riguardi più i fotografi che non le testate».

    Fotogiornalismo. In una recente intervista parlava di fine del “colonialismo fotografico”: da che cosa dipende? È solo una questione di diffusione di strumenti tecnologici o esiste un cambiamento più profondo?
    «Esiste una maggiore consapevolezza e una migliore istruzione per le persone che abitano il pianeta. Oggi sono in grado di guardarsi intorno e di raccontare le loro tragedie e le loro meraviglie».

    Torniamo alla quantità. Secondo la sua esperienza, esiste il problema dell’assuefazione a determinati contenuti fotografici che mettono a rischio la qualità e la preziosità dell’informazione che veicolano?
    «Se passo un’ora su Instagram o su Facebook o se cerco qualcosa in Google il rischio di assuefarmi e nausearmi è altissimo e dunque anche la voglia di uscirne».

    La sua esperienza è vastissima e spazia praticamente a 360°; esiste però un progetto particolare che non è ancora riuscita a realizzare e vorrebbe assolutamente farlo?
    «Penso di aver fatto pochissimo e francamente nulla di rilevante, se non grandi avventure umane. Oggi cerco di fare il più possibile perché temo di non avere abbastanza tempo per fare e vedere tutto ciò che vorrei. Le cose migliori però, sono certa, non le ho ancora fatte».

    Per chiudere, che cosa “porterà” a Genova per l’appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”? Di che cosa parleremo?
    «Non ne ho la più pallida idea. Mi hanno detto che si sarebbe trattato di un’intervista e così mi sono immaginata quelle brutte cose “una contro tutti”. La notte ho faticato a prendere sonno. Porterò a Genova me stessa con le poche certezze e la voglia di condividere con il pubblico i dubbi e la confusione di questo nostro tempo e, nello scambio, magari impareremo tutti qualcosa».


    Nicola Giordanella

  • Architetture e autoritratti: Anna di Prospero alla Settimanale di Fotografia

    Architetture e autoritratti: Anna di Prospero alla Settimanale di Fotografia

    di-prospero-settimanale-fotografiaCon un percorso partito dalla pittura, passato attraverso lo studio della architettura contemporanea e approdato all’arte performativa, Anna Di Prospero negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé e delle sue foto, esposte nelle principali città europee. Non poteva, quindi, mancare nel programma della “Settimanale di Fotografia”, edizione 2016, che mercoledì 11 maggio, per la terza volta riempirà la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale.
    Dopo i ritratti di Guido Harari e il fotogiornalismo di Giovanni Troilo, sbarca a Genova l’eleganza della ricerca auto-ritrattistica della fotografa di Latina, classe 1987: scatti sofisticati, ricercati, che hanno creato uno stile unico e già famoso a livello internazionale.

    Era Superba, media partner dell’evento, ha intervistato in anteprima l’ospite di questo terzo appuntamento della “Settimanale”, che si preannuncia da “tutto esaurito”, come i precedenti.

    Anna, quando la fotografia da passione è diventata professione?
    «Ho iniziato a considerare seriamente la fotografia a 20 anni, finito il liceo, quando, seppur iscritta all’università, passavo le mie giornate a fare foto, invece di andare a lezione. Poi ho scoperto i siti web di condivisione, come Flickr, e lì ho iniziato a postare i miei scatti. Da quel momento è stato un susseguirsi di eventi: un giornalista ha notato i miei lavori ed è uscito un articolo su Repubblica.it; in breve sono arrivata alla mia prima mostra personale a Roma e ho vinto una borsa di studio per l’Istituto Europeo di Design, e ho studiato e portato avanti il mio percorso. Tanti eventi, un po’ di fortuna: in precedenza avevo studiato pittura, ma quando ho capito che con le foto riuscivo a esprimere quello che con le parole non riuscivo a dire, ho capito che la fotografia era la mia strada».

    Vista la tua età e il tuo percorso, ci si aspetta molto da te. Senti questa pressione? Come ti ci misuri?
    «Non gli do molto peso perché oggi per dimostrare il valore che hai in quello che fai devi avere costanza, quindi è troppo presto. Tutti siamo in grado di realizzare belle fotografie ma la costanza, l’impegno e il riuscire a realizzare delle serie fotografiche coerenti sono elementi che formano un fotografo serio. Sono 10 anni che faccio fotografie; sono tanti anni ma sono anche pochi: ne riparleremo quando ne avrò cinquanta, forse».

    Quali sono gli stimoli e le suggestioni che portano avanti il tuo lavoro, il tuo percorso?
    «Ho suddiviso il mio lavoro in tre progetti principali: “I am here”, tutto dedicato al rapporto tra le persone e il luogo; “With you” focalizzato sul rapporto tra persona e persona, alle interazioni e i legami tra queste; “Beyond the visible”, il più recente, dove porto avanti un discorso più intimo. Sono molto cosciente a livello fotografico di quello che c’è stato nel passato e di quello che c’è ora, sto attenta a quello che succede, a dove sta andando contemporaneo, cercando di non lasciarmi influenzare. Le mie più grandi ispirazioni arrivano dal cinema e dalle arti performative».

    Prendiamo un tuo lavoro: recentemente “Urban self portrait” è stato esposto a Parigi; come sei arrivata a questi “scatti”?
    «L’idea è nata nel 2009, quando, dopo tre anni che ero in casa a fotografare, mi sono decisa a volere crescere come fotografa. Per cui sono uscita e ho realizzato una prima mini serie nella mia città, Latina; ho poi progettato di fare la stessa cosa in città a me sconosciute, proseguendo in qualche modo il discorso iniziato a casa, relazionandomi con le architetture a me contemporanee. Ho cercato e studiato le foto dei luoghi, soprattutto quelle dei turisti o amatori, per capire quello che c’era attorno, e per provare le posizioni. Dopo questa fase sono andata a fotografare, adattando il loco il mio progetto. È un lavoro che sto continuando a portare avanti».

    Parliamo della “persona” ritratta: come nasce la composizione della foto?
    «Non sto fotografando me stessa, ma una figura femminile; l’autoritratto è più un approccio performativo, e lo stare davanti alla macchina fa parte del procedimento artistico. È iniziato come un gioco, ma poi ho capito che solo io potevo realizzare quello che avevo in mente: ho provato anche con delle modelle, ma non sono mai riuscita a far passare quello che volevo».

    Dove sta andando il mondo dell’immagine in cui siamo immersi, a fronte dell’evoluzione e diffusione tecnica, e tecnologica, in atto?
    «Secondo me ci sono dei settori che sentono maggiormente questo passaggio, come il reportage: quello che vediamo sui media o nei concorsi sta mettendo in crisi le “regole” classiche di questo specifico ambito fotografico. Poi sicuramente c’è un problema di educazione all’immagine, cosa che non va di pari passo al “bombardamento” visivo che si è sviluppato negli ultimi anni. Ognuno di noi è abituato a “scrollare” centinaia di immagini al giorno, delle quali poi ci dimentichiamo; tutte immagini destinate a scomparire. Se ci pensi, noi siamo cresciuti guardando le foto stampate dei nostri nonni e dei nostri genitori ma i nostri figli probabilmente non vivranno la stessa situazione, essendo il digitale volatile, immateriale».

    Quali saranno tuoi prossimi lavori?
    «Nel 2014 sono stata in Cina, ma in quel momento non mi stavo dedicando al progetto, e quindi devo recuperare. Ho sempre lavorato in città europee e americane, ma vorrei andare ad oriente, dove ci sono architetture straordinarie».

    Che cosa porterai a Genova?
    «Porterò tutte le mie serie fotografiche realizzate fino ad oggi, cercando di illustrare in maniera approfondita cosa c’è dietro ai miei lavori fotografici, cercando di spiegare alcuni particolari che spesso non sono così immediati. Poi vorrei allargare il discorso alla ricerca artistica fotografica in Italia, che rispetto ad altri paesi, soprattutto Stati Uniti, è ancora un settore molto emergente. Spero di poterne parlare con tutti i presenti».


    Nicola Giordanella

  • Settimanale di Fotografia, arriva Giovanni Troilo: “Ogni immagine è ambigua”

    Settimanale di Fotografia, arriva Giovanni Troilo: “Ogni immagine è ambigua”

    troilo-settimanaleMercoledì scorso, il primo appuntamento della “Settimanale di Fotografia” ha fatto registrare un’ottima affluenza di pubblico, giunto numeroso presso la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale. Dopo Guido Harari, che ha intrattenuto i presenti con le sue foto e i suoi approfondimenti ben oltre le due ore programmate, sbarca a Genova Giovanni Troilo, fotografo e regista, pubblicato su moltissime testate e riviste internazionali, come Der Spiegel, CNN, Wired oltre che collaborare con Rai, History Channel, Sky Arte e La7. Classe 1977, nato a Putignano in provincia di Bari, Giovanni Troilo fin da giovanissimo frequenta il mondo delle immagini, unendo la passione per la fotografia a quella per i video, due realtà per loro natura interconnesse. Questo mercoledì, dunque, si parlerà di foto e video giornalismo ed Era Superba, media partner della rassegna, anticipa i temi dell’incontro con il diretto interessato.

    Nei suoi anni di esperienza sul campo, come è cambiato il lavoro, relativamente all’avanzamento tecnologico degli strumenti per catturare immagini?
    «È cambiato fino ad un certo punto: nella prima fase registravo piccoli video con la mia macchina fotografica come per prendere appunti. Oggi, faccio lo stesso, ma nella fase esecutiva del lavoro, dopo la fase di studio, utilizzo lo strumento che meglio possa rendere l’idea che mi sono fatto: cinepresa, fotocamera analogica o digitale, a seconda del soggetto».

    Ma nei suoi lavori, che spaziano a 360 gradi sia per quanto riguarda il prodotto finito sia per quanto riguarda il soggetto, quale può essere il filo conduttore, la cifra stilistica?
    «Non posso parlare della mia cifra stilistica, sarebbe pretenzioso; spero che nei miei lavori sia riconoscibile uno sguardo, il mio approccio alle cose. In questo senso mi considero un outsider del fotogiornalismo perché stando all’approccio più ortodosso, oldschool, che vuole soggettivizzare lo spettatore, io invece cerco di far sì che chi guarda abbia un punto di vista preciso. Offrire un punto di vista sì parziale, ma quanto è parziale il soggetto. Mi sembra anche più onesto rispetto a chi cerca di restituire una verità oggettiva, cosa impossibile per un fotografo, che scegliendo cosa fotografare, compie già una selezione, avendo escluso tutto il resto».

    Ma allora è il contesto dove vengono pubblicate le foto, o i video, che fa la differenza?
    «Dobbiamo partire da un presupposto: ogni immagine è di per sé ambigua. Un’immagine non è la verità. A me piace lavorare su questa ambiguità perché chi guarda deve poterci vedere quello che sente in quel momento e deve poter riflettere perché una volta che dai un’immagine che si risolve da sé, di fatto non lasci spazio a nient’altro. Diventa quasi noioso. Il contesto può certo anche dare un ulteriore senso al lavoro ma non sempre è necessario per arrivare al dunque».

    Parliamo di uno dei suoi lavori più recenti e in qualche modo più noti: La Ville Noir, il reportage fotografico sulla cittadina belga di Charleroi.
    «Per me è stato ed è un treno straordinario, un mix di stratificazioni di storie: dalla famosa strage di Marcinelle al presente post industriale, ieri città di immigrati, oggi di disoccupati. Poi c’è una componente personale, visto che lì vive parte della mia famiglia: una realtà che quindi conosco benissimo, per cui mi sono sentito legittimato a dare il mio punto di vista. Un approccio che è il contrario di quel fotogiornalismo classico che pretende di raccontare un posto, una realtà, senza prima conoscerla, quasi che si trattasse di turismo dell’immagine».

    … e poi è al centro dell’Europa.
    «È un luogo simbolo di un’Europa a brandelli. Un cuore, malato: lo “scandalo” legato alle mie foto e al World Press Photo Contest è nato dalla lettera del sindaco di Charleroi, che diceva che gli scatti non davano la vera immagine della città e del Belgio intero. Oggi, con i fatti di questi mesi, nessuno sa veramente cosa sia questo Belgio. Credo, quindi, di aver violato una sorta di patto di non “raccontabilità” di questo posto».

    Quali sono le difficoltà del suo lavoro?
    «Parliamoci chiaro: spesso la polemica è su che cosa è e cosa non è fotogiornalismo. Ma se andiamo a vedere come viene sostenuto chi va a fare certi lavori, ci rendiamo conto che tutto questo si poggia sulle spalle volenterose dei fotografi. Come si fa a conoscere un luogo, una realtà, senza supporto? Spesso approfitto di lavori su commissione per portare avanti i miei progetti personali. “Ville Noire” è un lavoro su cui ho speso operativamente quasi un anno, recandomi sul posto molte volte: costi che nessun giornale potrebbe sostenere. Non è possibile che tutto debba essere a carico dei freelance».

    Si parla spesso di sovraproduzione di immagini: tanta quantità a fronte di una scarsa cultura ed educazione all’immagine. Secondo lei è così?
    «Secondo me è un falso problema. Un problema che riguarda i nostalgici che fanno fatica ad accettare i cambiamenti. Sono anni che invece noto un miglioramento del pubblico: siamo un po’ tutti fotografi e quindi siamo più attenti a come viene composta l’immagine e a quello che c’è dietro. È un fatto che ci siano anche molti più eventi, mostre, dibattiti sulla fotografia. Certo, mantenere il livello alto non è scontato ma credo che, tuttavia, il mondo dell’immagine sia solo che migliorato in questi anni: è un periodo straordinario per l’immagine. La corsa all’immagine eclatante può tagliar fuori tutto il discorso legato a tutto il corpo del lavoro che c’è dietro ma credo che sia solamente una fase».

    Di cosa ci parlerà alla “Settimanale”?
    «Guarderemo insieme le foto di “Ville Noir” e vorrei sviluppare il concetto per cui il lavoro fotografico può essere la fase di un progetto più ampio. Vi porterò un breve video, realizzato con gli altri scatti non pubblicati, da cui è nata l’idea di un documentario che andrò a realizzare nei prossimi mesi sempre a Charleroi. E poi vedremo altre foto e altri video, per parlare della commistione dei linguaggi della fotografia e dei video».

    L’appuntamento con Giovanni Troilo è, ancora una volta, da non perdere, per gli “addetti ai lavori”, ma non solo: un’occasione per discutere con un esperto su cosa sta dietro ad uno scatto o ad una sequenza e il messaggio che ne viene veicolato.


    Nicola Giordanella