Panchine d’Artista è un concorso che ha come obiettivo la riqualificazione degli spazi pubblici e la promozione dell’arte e dell’offerta culturale nella Città di Vigone, nel basso pinerolese.
Il concorso è aperto a giovani artisti e scultori sotto i 35 anni e la “panchina d’artista” dovrà rispondere ai seguenti requisiti:
– essere progettata per esterni;
– essere realizzata con materiali facilmente reperibili;
– rispondere ai requisiti impliciti di funzionalità;
– trasmettere un forte messaggio di creatività e di innovazione;
– essere facilmente manutenibile;
– essere collocata in un’area non superiore a 2,50 mt in lunghezza, 1,00 mt in profondità e 1,80 mt in altezza;
– presentare un costo complessivo di non oltre 6.000,00 euro lordi.
Per partecipare al concorso è sufficiente scaricare il bando e la domanda di partecipazione dal sito www.panchinedartista.it. Il materiale dovrà pervenire entro le ore 12.00 del giorno 30 giugno 2012 all’indirizzo e-mail concorso@panchinedartista.it.
Il concorso terminerà con la proclamazione del vincitore e con la pubblicazione online di tutte le proposte partecipanti.
Domenica 17 giugno Genova si risveglierà immersa nell’arte. Quadri, installazioni e sculture d’arte contemporanea cambieranno il volto della nostra città: ma solo per un giorno, perché già in serata tutto verrà smantellato e tutto ritornerà esattamente come prima.
Nulla di strano, è “solo” Art Invasion Evolution 2012, l’installazione urbana più grande del mondo che ridarà colore ad alcuni angoli cittadini dimenticati e donerà a tutti l’arte in ogni sua forma, dalla pittura alla musica, dalla scultura al teatro, dalla poesia alla danza, senza imbrattare, senza offendere, senza occupare o guastare. Contemporaneamente lo stesso avverrà in altre città in Italia e nel mondo, ovunque si siano costituiti comitati organizzatori (Genova, Savona, Pisa, Firenze, Milano, Varese, Napoli, Salerno, Lecce, Foggia, Bari, Catanzaro, Venezia, Roma, Latina, Messina, Cagliari, Sassari, Mosca, New York, Melbourne, Sidney, Viseu, Londra, ed altre ancora). Il coordinamento internazionale dei vari gruppi è avvenuto attraverso Facebook, tramite una pagina creata appositamente per l’evento. Questo accadrà per amore dell’arte, guerreggiando contro la non-cultura. Invasori uniti in un solo pensiero: trasformare la città in una sconfinata galleria d’arte contemporanea in cui il cittadino sarà parte attiva della performance, non solo semplice spettatore.
Mentre tutti gli altri dormiranno, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 giugno, centinaia di artisti in tutto il mondo lavoreranno, senza chiedere nulla in cambio. Sabato notte, il gruppo genovese invaderà la città con le proprie opere per poi tornare a riprendersele domenica sera. I loro nomi verranno resi noti solo il giorno dopo tramite un nuovo comunicato accompagnato da fotografie e video dell’evento. Menti creatrici, pur non conoscendosi, hanno voluto unirsi con arti diverse nel comune pensiero che solo la cultura possa abbattere la noia, il mal-essere, il cattivo gusto.
Cosa è mutato intorno a te? Cosa c’è sopra quel palo? Cosa sono quelle pietre equidistanti tra loro con forme infinite? Farina sul suolo? Pensieri appesi? Una scultura su una panchina? E quei mobili in mezzo alla piazza? Sembra che la piazza sia un appartamento senza soffitto, senza pareti, senza limiti…ma cosa è successo stanotte? Domenica 17 giugno, chi al mare avrà preferito due passi in centro, potrebbe farsi queste domande.
«Basta con i soliti luoghi di esposizione alquanto arcaici e canonici – dicono i coordinatori nazionali di Art Invasion 2012 – il mondo va avanti… cambiamo la concezione di mostra d’arte. Chi partecipa all’invasione di Nostra Signora Art (movimento ideato dall’artista-performer italiano Davide Intelligente, invade le città del mondo da diversi anni: nel 2009, anno della prima edizione, vi aderirono ventuno città italiane, nel 2010 trenta città italiane e quattro russe, nel 2011 trentatre città italiane, quattro russe e una australiana)è un artista, noi non coloriamo fontane, noi non imbrattiamo proprietà altrui, noi non lediamo alcunché, non sporchiamo, non mettiamo in pericolo; noi creiamo e doniamo a tutti, anche a coloro che non hanno il tempo di visitare una galleria, di accedere all’arte nel quotidiano… noi aiutiamo la città a vivere meglio rendendola meno monotona e più vivibile, per difenderla dalla decadenza e dalla mancanza di spazi… l’arte è vita, la vita è arte».
«Il silenzio della notte, le luci dei lampioni che vibrano, la città dorme, il deserto urbano… poi, ad un tratto, donne e uomini si alzano velocemente, nello stesso momento, in tutte le città, in tutto il pianeta, contro il vento, sotto la pioggia, scendono in strada, portando con sé la propria creazione da donare, in una società dove l’unico pensiero è sottrarre, sfruttare, accumulare introiti – continuano gli organizzatori – Veloci per le vie, sui muri, sui pali, su ciò che non serve o su ciò che serve ma di cattivo gusto, abbellendo, dando vita, generando emozioni dimenticate. Poi sorge il sole, la città si sveglia, un caffé fumante sul tavolo, una faccia che si lava, la vestizione…veloce… veloce… veloce, bisogna essere veloci, lavorare, accumulare, sopravvivere, tra i fumi della città, tra la gente che ti sfrutta, l’ignoranza che getta cultura e plastica nei rifiuti organici o che confonde un’ opera con un ordigno. Allora sbrigati, in macchina, verso il posto di lavoro ma prima a scuola a portare tuo figlio mentre tua moglie fa la spesa… Rallenta. Fermati. Guarda».
Il MUSAE – Museo Urbano Sperimentale d’Arte Emergente – è un programma che si pone l’obiettivo di valorizzare artisti emergenti creando per loro intervento di promozione delle loro opere. Possono partecipare artisti di ogni nazionalità e di età compresa tra i 18 e i 35 anni, che operino nelle discipline delle arti figurative, plastiche, installazioni (multimediali, luminose, video etc.), videoarte, illustrazione, grafica d’arte, land art, body art, arti applicate (design, moda), arti elettroniche e performative, musica, teatro e danza.
Obiettivi del progetto:
– creare momenti di promozione per artisti, operatori, mediatori, galleristi e critici;
– favorire la crescita dell’esperienza professionale dei giovani artisti e consolidarne la creatività, organizzando mostre collettive e personali;
– promuovere e divulgare il lavoro degli artisti attraverso la realizzazione di database cartaceo, video e di immagini;
– supportare le opere e gli artisti anche con interventi editoriali;
– ospitare progetti di particolare rilevanza sociale e artistica curati da artisti, critici e curatori già noti in Italia e all’estero;
– sostenere iniziative sperimentali e progetti pilota, per esempio residenze artistiche;
– abbinare la presentazione di opere ad altre iniziative artistiche, culturali o di spettacolo specialmente per progetti che si svolgano all’estero;
– accogliere proposte e iniziative degli artisti aderenti realizzando collaborazioni anche con i giovani che volessero sviluppare nuove esperienze nella realizzazione di eventi, progetti editoriali, etc.
Gli artisti possono iscriversi al progetto in qualunque momento dell’anno tramite registrazione sul sito www.eventomusae.com e presentare fino a tre opere, che dovranno essere valutate da un’apposita commissione. Se la valutazione sarà favorevole, all’artista verrà richiesto di pagare una quota di adesione e verrà iscritto nel database Musae e coinvolto in tutte le attività previste dal progetto.
Il concorso HOP.E ART si rivolge ai giovani artisti di arte visiva con età superiore ai 18 anni, che avranno la possibilità di partecipare alla realizzazione di un’opera collettiva presso la Reggia di Venaria suddivisa in due parti: un centro, denominato HOP.E. CIRCUS, che richiamerà il seicentesco Tempo di Diana presente un tempo nei giardini della Reggia stessa; una parte esterna, un labirinto di singole opere.
Le opere che saranno esposte nei due luoghi saranno selezionati attraverso il concorso e verranno prodotte su teli forniti dall’organizzazione nei giorni di permanenza dell’artista (almeno tre). Il numero massimo di partecipanti previsti è 300.
La pre-iscrizione dovrà avvenire entro venerdì 15 giugno 2012 attraverso registrazione sul sito www.hopelavenaria.com e la selezione verrà effettuata da un’apposita commissione entro cinque giorni.
Modalità di lavoro
– Ogni artista avrà a disposizione una tela libera, fornita dall’organizzazione, con dimensioni di 1×2.20 metri che costituirà il supporto di base per le singole opere.
– Gli artisti potranno realizzare la loro singola opera nel laboratorio di HOP.E ART predisposto nelle scuderie juvarriane della Reggia di Venaria, i cui orari saranno comunicati entro l’inizio della manifestazione.
– La tecnica di realizzazione è libera e non vi è tematica di riferimento.
– Gli artisti dovranno provvedere autonomamente al reperimento dei materiali per la realizzazione delle opere.
– Se preventivamente indicato nel form d’iscrizione gli artisti potranno lavorare in gruppo e richiedere il posizionamento contiguo dei loro teli all’interno della struttura collettiva.
– L’organizzazione fornirà supporto operativo per il montaggio delle singole opere e a montaggio avvenuto ogni artista potrà ulteriormente intervenire sulla propria opera.
I Magazzini dell’Abbondanza, nel palazzo Verde del Porto Antico di Genova ospitano da venerdì 8 a domenica 17 giugno la mostra “Argilla sostenibile. Opere d’arredo e oggetti d’uso dei ceramisti genovesi tra tradizione e innovazione” nella quale gli artisti della ceramica di Genova si si misurano con le nuove sfide imposte dal mondo moderno, contrapponendo il loro saper fare di antichissima origine al consumismo e all’ipertecnicismo.
I lavori dei ceramisti tendono sempre più ad essere sostenibili, dei nuovi valori etici di rispetto per l’ambiente e di attenzione per la sicurezza e la salute, tenuto anche conto che il 2012 è l’anno internazionale dell’energia sostenibile.Per questo il materiale di partenza delle opere è l’argilla, e vengono utilizzati spesso tecniche ecocompatibili e il riciclaggio creativo degli scarti di lavorazione, delle terre e dei pigmenti.
Il tema del riciclo della ceramica è anche al centro del percorso formativo degli studenti del Liceo Artistico Klee-Barabino, che, grazie alla collaborazione instaurata tra il Liceo e il Settore Musei del Comune, organizzatore del Festival, svolgono un ruolo importante in questa manifestazione. Infatti, le loro opere costituiscono una rassegna interessantissima di una vasta gamma di metodologie finalizzate alla produzione di ceramica ‘ecocompatibile’ applicate con entusiasmo e creatività.
La mostra, ispirandosi al tema del Festival della Maiolica 2012 ‘Dalla tradizione al design’, ospita anche una rassegna della produzione degli artigiani e degli artisti della ceramica di Genova e del suo territorio che spazia appunto dalle opere ispirate alla gloriosa tradizione della maiolica ligure a quelle che si confrontano con i temi del Design contemporaneo.
Gli artisti che espongono le loro opere sono: Daniela Boccaccio (‘Il Ghirigoro’), Rosa Bruzzese, Luisa Caprile, Cristina De Martino, Marcella Diotto, Valerio Diotto, Fabrizia Fantini, Valentina Gallo, Beatrice Giannoni, Anna Gioia, Furio Giovannacci, Rossana Gotelli, Lia Larizza, Roberta Moresco, Paola Nava, Erika Pardini, Armanda Picardo (‘Il Ghirigoro’), Renzo Puppo, Marina Rizzelli, Laura Senili (‘L’Aria del Mare’), Agnese Storace, Alessandra Salvadori, Ondina Unida, Gli studenti del Liceo Artistico Paul Klee.
Il tema della quinta edizione di roBOt Festival – rassegna che si svolge a Bologna ogni anno a ottobre ed è rivolta a tutti i pionieri delle arti digitali – è “i linguaggi del futuro”, ovvero la moltitudine di sistemi non verbali e multimediali che rendono possibile lo scambio di informazioni e quindi la competenza comunicativa, di ogni singola entità all’interno della rete globale interconnessa.
Chi vuole partecipare al festival con la propria opera artistica può iscriversi entro domenica 24 giugno 2012 registrandosi al sito robotfestival.it.
Il bando è riservato a progetti audio-video:
– Installazioni
– Video e animazioni
– Performance
– Fotografia
– Design autoproduzioni
Non è prevista alcuna quota di partecipazione. A fine luglio saranno annunciati i nomi di coloro che parteciperanno all’edizione 2012 di roBOt Festival (26 settembre; 10 – 13 ottobre a Bologna).
Domenica 20 maggio in occasione del ventennale del Porto Antico inaugura la mostra Pinocchio: in esposizione le opere più rappresentative dedicate al burattino eseguite del maestro Luzzati, dalle tavole per il libro edito da Nuages (1996), ai bozzetti, alle acqueforti, i teatrini, gli elementi scenici dello spettacolo prodotto dal Teatro della Tosse (1995) e alcune rarità e opere inedite provenienti da collezioni private. Ad esse sono affiancate 57 opere dell’artista pop americano Jim Dine e quelle di Flavio Costantini, che presenta per la prima volta le sue 12 tavole sul famoso personaggio di Collodi.
La mostra apre straordinariamente il 20 maggio per partecipare ai festeggiamenti dedicati al Porto Antico, ma poi inaugurerà definitivamente il 6 giugno presso i Magazzini del Cotone, per poi proseguire presso il Museo Luzzati e in altri spazi sino al 13 gennaio 2012.
A Porta Siberia saranno esposte tavole di Jacovitti, illustrazioni de Lo zoo di Pinocchio di Filippo Sassòli, disegni di Lorenzo Mattotti per il film d’animazione diretto da Enzo D’Alò, serigrafie di Ugo Nespolo, grafiche originali a colori di Mimmo Paladino, il Pinocchio cattivo di Stefano Grondona, i figurini dello scenografo e costumista Guido Fiorato, tavole originali eseguite da Roland Topor per la strenna natalizia della Fondazione Olivetti (1972), e alcuni lavori di Andrea Rauch, Roberto Innocenti e Guido Scarabottolo.
In contemporanea sarà pubblicato il libro – catalogo con interventi, tra gli altri, di Mario Serenellini, Goffredo Fofi, Antonio Faeti e Roberto Denti.
L’Officina didattica del Museo Luzzati darà ampio spazio al tema Pinocchio, ai suoi personaggi e ambientazioni per sperimentare nei laboratori proposti a scuole e famiglie le tecniche pittoriche degli artisti in mostra e approfondire la storia anche dal punto di vista visivo.
PINOCCHIO biennale 2012 – mostre, film e incontri
Evento in progress nato da un’idea di Flavio Costantini
6 giugno 2012 – 13 gennaio 2013
Museo Luzzati (e in altre sedi nel Porto Antico di Genova)
Dal martedì al venerdì 10-13 e 14-18, sabato e domenica 10-18, lunedì chiuso.
opere di Flavio Costantini – Jim Dine – Jacovitti – Emanuele Luzzati – Ugo Nespolo – Mimmo Paladino – Roland Topor
Alberto Terrile, fotografo genovese, classe ’61, ci ha accolto nel suo studio, nei caruggi, in un pomeriggio semipiovoso per un’intervista… ma più che un’intervista, quest’incontro è diventato una meravigliosa finestra su vita, esperienze e aneddoti. Si è dedicato a noi a lungo e con generosa sincerità, e questa è la storia che ci ha raccontato.
Tu hai vissuto il contesto artistico degli anni ’80, tra punk e new wave. Com’era Genova in quel periodo?
«Era una realtà abbastanza vivace, screditata rispetto a Milano ovviamente, ma massacrata in quegli anni da un fenomeno sociale gestito dall’alto, la droga. Le droghe classiche sono sparite, sostituite dall’eroina, che qui a Genova ha distrutto una generazione, ha ucciso molti miei amici. Sono assolutamente convinto che sia stata una cosa tramata dall’alto, c’è una logica ben precisa dietro le droghe: l’eroina non è stata una scelta di quella generazione, è il mercato che offre ciò di cui il sistema ha bisogno. Era una città in cui sono successe moltissime cose a livello musicale e creativo-artistico. Le gallerie presentavano artisti che poi sono stati celebrati dopo. A 14-15 anni andavo a vedere una mostra e scoprivo Joseph Beuys. C’erano nomi eccezionali, adesso tutto questo non c’è più. Mi viene in mente anche l’attività del Teatro del Falcone, l’assessorato di Sartori che ha promosso rassegne geniali, come quella di cinema underground americano al Sivori. Oggi c’è tanta apparenza, tante iniziative appariscenti che fanno sembrare la città culturalmente vivace, ma sono cose già viste, sentite, niente di davvero innovativo».
Ho letto che dopo l’apprendistato a Milano sei tornato con il rigetto per il mondo della fotografia di moda e per quel tipo di mondo…perché?
«Finita l’Accademia sono andato a Milano a fare l’assistente in uno studio di moda. Modelle bellissime, tutte abbastanza anoressiche, set incredibili… noi poveri assistenti eravamo fuori da quel sistema, pettinavamo capelli e cambiavamo obiettivi alle Sinar, mentre i fotografi di moda appartenevano a un sistema che appoggiava il naso sulle superfici e tirava su tutto. Io ero il terzo assistente e per di più arrivato da Genova, quindi considerato meno di zero. Succedeva però una cosa interessante, perché arrivavi con un tale complesso di inferiorità rispetto al mito di Milano, che ti eri tanto preparato da essere poi bravissimo. Tutto sembrava si facesse a Milano. L’ho odiata profondamente per lungo tempo, oggi nutro un tenero affetto, mi fa un po’ pena vederla così decaduta, come una vecchia signora con gli acciacchi cui si cede il posto sul bus».
Hai quindi detto no al versante più facilmente redditizio di questo mestiere. Però hai scelto di viverci, con questo mestiere. Come ti arrangiavi, trent’anni fa, all’inizio?
«Era difficile allora come oggi, per di più decidendo di farlo a Genova questo mestiere. Ho avuto la pensata, allora non vincente, di portare a Genova un tipo di professionalità che ritenevo mancasse, cioè la fotografia di ritratto in bianco e nero, in antitesi al molto colore degli anni ’80. Impresa fallimentare perché poca era la gente disposta a farsi ritrarre da un giovane esordiente e Genova è una città che era ed è fatta a cerchi chiusi, caste; devi appartenere a un certo giro di amicizie, e allora trovi simpatia, lavoro, amore e fortuna. Se no, niente. Una città infinitamente snob. Ho dovuto fare i sacrifici che qualunque giovane deve fare anche oggi: passare attraverso l’iter delle cerimonie, specie della fotografia matrimonialista, che era redditizia (oggi col digitale non la è più), per comprarmi l’attrezzatura; per fare il ritrattista, partire coi ritratti dei bambini.
«C’era il centro culturale francese, l’Alliance Française attuale, che organizzava iniziative e a me era stato proposto di fare una specie di storia fotografica in collaborazione con Danielle Sulevich, scenografa per il Teatro della Tosse, con i bambini delle scuole medie, a tema Pantagruel e Gargantua. Tutto in Hasselblad 6×6, una spesa da folle. Fatto sta che il lavoro è piaciuto molto al direttore dell’Alliance e ha voluto sapere di più su cosa facessi, vedendo così alcuni dei primi angeli, queste figure in sospensione nello spazio. Se ne è fatte lasciare alcune da portare a Parigi, dove viveva, da far vedere a una gallerista. Nello stesso periodo alla Biennale di Venezia conosco, senza sapere chi fosse, l’assistente di Wim Wenders. Le chiedo di ritrarla, dato il viso interessante. Parlando le spiego degli angeli e gliene faccio vedere alcuni che portavo con me in un piccolo album. Stessa situazione: le piacciono e se ne fa alcune lasercopie da portare con sé a Berlino. Come ho scoperto chi fosse? Andando insieme a vedere un’esposizione fotografica di Wenders lì alla Biennale, un lavoro su Venezia. A me non piaceva per niente e l’ho detto senza mezzi termini. Lei sorrideva e dopo mi ha detto chi era. Ha visto però una persona genuina credo, e le sono rimasto simpatico. Queste due cose che ho detto generano, un paio d’anni dopo, due mostre: nel 1996 “Gli Angeli a Berlino” con Wenders photoeditor che in versione casalinga mi sceglie le foto, a destra quelle buone a sinistra gli scarti; e nel 1997 vengo contattato dalla direttrice del Petit Palais di Avignone, museo d’arte medievale, interessata a fare una mostra con me visto che trattavo un tema – l’angelo nella contemporaneità – che era particolarmente pertinente alla collezione del museo, ricco ovviamente di immagini sacre. Nel ’98, a 37 anni, mi trovo così a fare questa mostra bellissima».
«Per me che venivo da liceo artistico e accademia, quindi avevo una vera formazione di storia dell’arte, è stata un’esperienza stupenda. Ospitato venti giorni nell’appartamento della direttrice, che si trovava all’interno del museo, ho potuto girare in pigiama le stanze del museo a notte fonda, in completa solitudine, fermandomi quanto volevo davanti a un quadro di Botticelli. Ho scoperto che queste cose accadono solo ogni tanto. A me ne sono successe due quasi in contemporanea, poi magari passano dieci anni prima che ti capiti qualcos’altro di paragonabile. Bisogna avere pazienza e aspettare, non scoraggiarsi nel frattempo. Per un periodo mi chiamavano solo per mostre a carattere religioso e mi chiedevano di partecipare con gli angeli. Negli anni ’90 ho lavorato molto bene a Genova, tanti ritratti su commissione, anche se ho sempre guadagnato poco perché non facevo i matrimoni, la pubblicità, la moda, tutte le cose più redditizie insomma. Ho dovuto lottare con la famiglia per dimostrare che sarei riuscito a mantenermi anche così, e comunque l’autosufficienza è arrivata dopo molti anni, ho dovuto talvolta chiedere aiuto alla famiglia. Ho fatto copertine di libri, fotografia di teatro, tanta danza contemporanea, copertine per dischi, ne faccio ancora una all’anno, alcune per amici.»
Oggi quindi con cosa si lavora?
«Io vivo molto con l’insegnamento, e per il resto faccio la fotografia che voglio, cioè lavoro di ricerca: l’ultimo che ho fatto si intitola Alice nel Paese dello Stupore con dei disabili fisici e psichici di una comunità ed è stata un’esperienza forte, nata in un periodo difficile per me; io mi stavo sottoponendo a cure pesanti e il mio assistente di allora stava molto male, se ne è andato per due tumori. Così abbiamo iniziato questo lavoro e siamo entrati in un mondo a parte, ben rappresentato da quell’assunto bergmaniano che dice “io vivo nel mio mondo e ogni tanto faccio una visita alla realtà”. Questo è ciò che oggi mi interessa particolarmente. Le mie visite alla realtà sono centenari sofferenti di Alzheimer, la comunità transessuale genovese che abita i bassi, le giornate di insegnamento, poi torno nel mio mondo, che è la dimensione poetica e interiorizzata del vivere. Io ho necessità di prendere le dovute distanze da una realtà in cui altrimenti si resta implicati malamente e progressivamente rincoglioniti».
Hai fotografato molti personaggi del cinema, registi, attori, attrici. Com’è per un fotografo immortalare questi soggetti?
A un metro di distanza da Kieslowski respiravi una persona colta, interessante, ma normalissimo, non griffato dalla testa ai piedi. David Lynch è una persona squisita, gentilissima, e anche in lui non ho mai visto quel lusso che si sposa col successo raggiunto. Nel ritrarre personaggi famosi e del cinema uso prevalentemente inquadrature dal basso, perché ti trovi a lavorare con persone che hanno mediamente un discreto ego. Io allora ho sfruttato il fatto di essere piccolo di statura e timido… è capitato le prime volte che mi inginocchiassi sotto di loro per inquadrarli; ho visto che la cosa funzionava, perché tu sei ai loro piedi, sentono di poterti dominare e ti guardano dall’alto. Un meccanismo che ho messo in pratica con molti di loro. Preferivo evitare i photocall, li prendevo da parte pochi minuti, ma da solo. Altman l’ho ritratto attraverso il braccio di una persona, io ero al tavolino di fronte. Ho sempre cercato di togliere questi personaggi dall’aura di protagonismo che li circonda e metterli in un contesto di quotidianità. Claudia Cardinale è in macchina che guarda fuori dal finestrino, Gong Li è su un balcone del Lido. Asia Argento aveva quindici anni, mi ha chiesto “cosa devo fare?”…»
Nel Segno dell’Angelo è una sorta di work in progress che porti avanti da trent’anni. Di cosa si tratta e che tipo di ricerca racchiude?
«È una cosa da cui non mi sono mai separato, dopo avere cominciato a farla. Nasce in prima battuta da un riflessione, ancora studente, sulla storia dell’arte e l’iconografia sacra. L’angelo è una figura che mi ha sempre affascinato. Mentre vivevo a Parigi ho avuto una sorta di flash… stavo male, erano successe cose nella mia vita che mi avevano portato ad abbandonare Genova e trasferirmi da un amico lassù per un tempo imprecisato, vivevo male le mie emozioni e il senso di perdita, un giorno rimango folgorato da una frase che mi appare in testa: “Le forme simboliche vuote ricevono l’immaginario delle masse. Preferisco abitare la periferia del sistema nella quotidiana sospensione tra il Paradiso e l’Inferno di ogni mia giornata”. Scrivo questa frase di getto su un taccuino. La prima parte conteneva un mio senso di fastidio già presente per come la massa accoglie una serie di minchiate, e oggi questo si verifica ancor più fortemente. Poi c’era un po’ di autocommiserazione, a quei tempi bevevo in una maniera furiosa, al punto che non bevo più dal ’99. Nella parola “sospensione” c’era già questo lavoro, i miei angeli sono sospesi, levitano, di poco sollevati da terra, terribilmente umani. C’erano tante cose che si stavano agitando in me, innanzitutto questo sentirmi palleggiato tra paradiso e inferno. Quando ho riletto la frase mi sono reso conto che faceva perfettamente riferimento a immagini scattate la settimana prima a una ragazza amica di compagni di appartamento, sospesa nel cimitero di Montmartre in mezzo a un vialetto, impassibile, immobile come se fosse tutto naturale, che guarda lo spettatore. Volevo dare l’idea di queste persone che arrivano incontro senza fare il minimo sforzo, sospese, immerse in un silenzio totale, mentre tutto intorno a loro è fermo immobile. Sono tutte foto analogiche, stampate da me, con questi bianchi e neri filtrati in un certo modo, così che queste immagini sfuggono alla concezione di tempo. Gli angeli sono un pochino sollevati verso l’alto, solo un pochino, perché da una prospettiva leggermente rialzata c’è la possibilità di vedere diversamente le cose; perché io non guardo dall’alto con atteggiamento di superiorità, ma avverto una forma di diversità che oggi sento rimarcata fortissima guardando la contemporaneità».
Spessissimo i tuoi scatti sono in Bianco e Nero. Di certo il B/N è molto più suggestivo ed evocativo del colore. Lo scegli per qualche motivo particolare o si tratta solo di un fattore estetico?
«Da una parte è una risposta a tutto il colore che vedevo negli anni ottanta, dall’altra è una scelta apposita perché noi vediamo a colori, la visione in bianco e nero non ci appartiene e a maggior ragione sposta tutto su un diverso piano di riconoscibilità delle cose».
Hai vissuto tutto il passaggio al digitale. Di certo la progressiva democratizzazione dei costi per l’attrezzatura unita alla possibilità di pubblicare su internet i propri scatti ha generato un’ondata di fotografi improvvisati, con il web che trabocca profili di flickr, a scapito della qualità e dei professionisti. Cosa pensi di tutto questo fenomeno?
«Prima del digitale tu fotografo stampavi tutto a mano, su carta, diventavi padrone di una tecnica, la stampa analogica. Scoprivi cose meravigliose lavorando con una tecnologia molto difficile da maneggiare, certo non alla portata di tutti com’è invece il digitale che è democratico. Lavoravi con la luce, con gli acidi, e visto da fuori sembravi un mago in camera oscura, con la luce rossa che ti avvolgeva, coperto di grembiuli per proteggerti dagli acidi e intento a fare gesti con le mani coi quali facevi apparire le immagini dall’acido. Adesso sono tutti chini sul monitor, con la scoliosi, a cliccare. Il digitale ha preso tutto il sapere analogico e lo ha ridotto a un’azione da clic. A un certo punto ho dovuto adeguarmi, mi hanno detto: o ti compri il computer o sei finito. Prima si spedivano le foto per raccomandata alle redazioni delle case editrici per esempio per una copertina di libro, ora si manda una mail ed è fatta, quindi i lati positivi ci sono sicuramente. Il digitale ha permesso a tutti di farsi le proprie fotografie a basso costo, e questo è un bene. Peccato che le masse siano spesso inconsapevoli e l’uso che viene fatto di queste cose è inconsapevole.
Ci sono troppe cose fatte senza riflettere: qualunque forma d’arte deve avere una consapevolezza del fare, capire perché si sceglie un certo linguaggio, un certo mezzo artistico: deve rispondere alla tua interiorità. È inutile lavorare per successo e soldi, se vuoi fama e denaro non scegliere istanze artistiche, a maggior ragione in un momento come questo in cui non ci sono soldi. Avviso ai giovani: non imbarcatevi nell’arte se lo fate solo per questi motivi».
Attualmente la realtà che ci circonda non dà molta speranza, molta voglia di sognare… cos’è che continua a ispirarti?
«Spero ardentemente di far vedere questa mia strana ricerca, Alice nel Paese delle Meraviglie, la cui idea è nata dopo che avevo visto uno spettacolo teatrale fatto da disabili, che mi ha suggerito la possibilità di lavorare con loro. La mia Alice è un uomo di 43 anni che sembra una signora, imprigionato in un corpo di donna, incazzato, che soffre il posto dove vivono loro, la ghettizzazione in cui li mette la società. Un’occasione per parlare di una realtà differente, di evasione, visionarietà, e loro mi hanno dato visionarietà a manciate, stravolgendo il lavoro, togliendogli narratività, sono diventati sketch che metteremo insieme in maniera quasi surrealista, ma è stata un’esperienza incredibile. Persone che ti inondano di affetto, che basano la loro vita su piccolissime cose che noi trascuriamo completamente, una lezione di vita enorme. Per un periodo non stavo bene e hanno chiesto di telefonarmi per dirmi di tirarmi su, che per loro ero importante. Persone che se le incroci per strada pensi poveri disgraziati. Ho chiesto ad alcuni di loro “Tu sei felice?”, la risposta è stata “Sì, perché?”. Allora c’è qualcosa che non funziona in noi appartenenti alla categoria dei cosiddetti normali. Siamo stati ospitati da Castello de Albertis durante il progetto perciò speriamo di allestire la mostra per il 2013 proprio lì».
Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che vuole intraprendere il percorso di fotografo cosa gli diresti?
«Sherwood Anderson ha detto una cosa bellissima: “sono interessato a stare al di sotto di tutto ciò che vive”. Significa incidere una superficie e guardare sotto; secondo me l’arte avrebbe questo compito, andare al di sotto, scendere in profondità, scandagliare. Quando vedo persone che vogliono avere successo dico pensate cosa è successo a un personaggio come Nick Drake, ha fatto tre dischi, è morto a 24 anni preda di antidepressivi ed è universalmente riconosciuto, oggi, come un grande, amato dai più grandi della musica. Lui soffriva terribilmente il fatto di non vedere riconosciuto il suo talento, ed è morto per la sofferenza. Perché non guardiamo anche a questi personaggi, invece che guardare soltanto ai successi? In quest’ottica, quando insegno cerco sempre di trasmettere questo modo di vedere: fatelo per amore, perché è un’esigenza interiore. Con l’insegnamento, nel quale sono finito per caso, ho scoperto di poter parlare a persone giovani e trasmettere sapere, tecnica ma anche atteggiamento. Quale? Guardiamo al perché fare e non solo al come. Troppo spesso si crede che la fotografia sia solo un insieme di nozioni e che una volta che le si possiede si è fotografi. Poi ci si ritrova sul campo e non si sa cosa fare perché si conosce la tecnica ma non si sanno approcciare situazioni e soggetti. Quando insegno vedo che i miei allievi non chiedono quasi mai perché ho scartato una certa foto nel momento in cui gliele seleziono, ma insistono per tenerle. Io non mi sono mica sognato di dire a Wenders di reinserire qualcosa che aveva scartato… è ovvio che soggettivamente ognuno la può pensare diversamente, ma bisogna imparare ad ascoltare chi ha più esperienza, cosa che i giovani non sanno fare. Sono tre anni che produco mostre, proponendo giovani e selezionando fotografie, e vedo spesso questo atteggiamento. Ora guardando Facebook si vede che tutti vogliono fare fotografia glamour: tutte foto orrende, senza senso, un numero infinito di ragazze dagli sguardi vuoti, sedute in bilico su muretti e davanzali, o in posizioni improbabili dentro fabbriche abbandonate, luoghi dove prima c’era il lavoro, il sudore, invasi di corpi femminili tra segatura, vetri rotti e macchie d’olio, tutti rigorosamente in due pezzi, tutti rigorosamente con tre, quattro tatuaggi in punti strategici. Tutti stanno facendo questa fotografia perché hanno visto che rende, nonostante la crisi. Ma è tutta roba leggera, superficiale. Le persone che fotografo io hanno uno sguardo che è presenza, diretto o laterale ma presente. Persone che hanno un mondo nello sguardo. Sono assolutamente cosciente di avere scelto una strada di nicchia, consapevole di essere assolutamente un minore, non credo che lascerò nella storia dell’arte contemporanea chissà quale segno. Mi considero un artigiano che fa il suo con passione. Il fatto è che oggi si lavora sempre meno con passione…»
A cinquant’anni dalla morte di Yves Klein, Teatri Possibili Liguria organizza una mostra incentrata sul judo e sul teatro dedicata alla poetica dadaista del grande artista francese.
L’esposizione, nata da un’idea di Sergio Maifredi, uomo di teatro e cintura nera di judo, e del critico d’arte Bruno Corà, inaugura il 6 giugno per proseguire poi sino al 26 agosto,
Klein è considerato uno dei protagonisti della storia dell’arte del ventesimo secolo: con le sue opere ha sorpreso, incantato e scandalizzato l’Europa e l’America. Judo e teatro, entrambi fatti di dinamismo e contatto fisico, si intrecciano e si amalgamano nella sua opera: la tela bianca stesa sul pavimento, sulla quale si posano i corpi delle modelle, diviene al contempo superficie dell’opera, area del combattimento e luogo della rappresentazione. L’impronta della modella sulla tela è l’impronta del judoka che cade sul tatami, mentre intorno l’orchestra suona, gli spettatori osservano e il regista Klein, in smoking, dirige o forse arbitra l’incontro.
In mostra sono presenti documenti, oggetti, immagini e video-testimonianze inedite provenienti dagli Archivi Klein di Parigi e da gallerie private. Presso Palazzo Ducale si terranno nel corso della mostra alcuni eventi collaterali, come la conferenza scientifica sulle arti marziali e gli sport da combattimento, in programma dall‘8 al 10 giugno, e l’evento “Omaggio a Yves Klein: Blu Blu Blu – Teatro Fisico” con spettacoli dedicati al tema della mostra aVilla Bombrini.
Orario: 11/19 da martedì a domenica,
chiuso lunedì. Ingresso: intero 6 euro – ridotto 5 euro
Con Torre e carceri e mostre fotografiche 9 euro
Entro il 15 giugno 2012 è possibile iscriversi al concorso fotografico “Prima Luce”, riservato a fotografi under 35 (nati dopo il 22/07/1977) e organizzato dall’associazione culturale Profondità di Campo. Scopo del concorso è una mostra collettiva in Sala Dogana, spazio dedicato alla creatività giovane a Palazzo Ducale, che ospiterà le migliori opere selezionate da una giuria.
Al concorso sono ammessi tutti i progetti che, partendo dalla fotografia, si sviluppino utilizzando i suoi diversi e molteplici linguaggi: dall’analogico al digitale, dal bianco e nero ai colori, dalla stampa tradizionale alle composizioni fotografiche, dai video alle installazioni artistiche al fotoritocco. Il tema del concorso è libero. Ogni progetto deve raccontare una storia o sviluppare un tema preciso, definito dal concorrente stesso e indicato nella scheda di partecipazione.
Ogni concorrente può partecipare con un solo progetto. Il progetto potrà essere composto da una o più fotografie, dovrà avere una dimensione minima di m 1 di larghezza e una dimensione massima complessiva di m 2,5 x 2,5. Il tema scelto potrà quindi essere sviluppato attraverso una sola fotografia di grande formato, oppure attraverso una serie di fotografie, una composizione, un’installazione, un video o altro.
Per partecipare è necessario inviare la scheda di iscrizione compilata e firmata, con immagini descrittive o bozzetto del materiale fotografico, all’indirizzo mailfestival@profonditadicampo.com indicando nell’oggetto “iscrizione Prima luce”.
La premiazione del concorso e la contestuale inaugurazione della mostra avranno luogo giovedì 12 luglio 2012 alle ore 18.00. La mostra sarà aperta dal 12 al 22 luglio, dal martedì alla domenica con orario 15-20.
Il Teatro della Tosse ha organizzato una mostra sul tema dei peccati capitali che verrà allestita a luglio 2012 presso la Sala Anita Garibaldi (passeggiata di Nervi). La mostra Vizi d’arte raccoglierà le opere di artisti quali Tonino Conte, Gregorio Giannotta, Luigi Ferrando, Paola Rando, Andrea Corbetta e Paola Ratto.
Per questa occasione è stato indetto un concorso per artisti, che mette in palio proprio l’esposizione dell’opera all’interno della mostra: per partecipare al concorso Metti in mostra i tuoi peccati si può inviare una sola opera, in piena libertà stilistica e tecnica e realizzata su qualsiasi supporto.
È sufficiente inviare una fotografia a colori dell’opera in formato digitale di dimensioni non inferiori a cm.12×18 (formato Jpeg almeno 200 e max 300 dpi) all’indirizzo promozione@teatrodellatosse.it entro il 22 giugno 2012.
Oggi, Venerdì 25 maggio, a partire dalle ore 16.30 presso la Loggia della Mercanzia in Piazza Banchi, inaugura la mostra Adotta un artista, una collettiva itinerante d’arte contemporanea che sino al 9 giugno colorerà gli esercizi pubblici della Maddalena.
Le opere esposte – dalla pittura alla ceramica, dalla fotografia all’illustrazione a singolari commistioni di materiali come il gum print – sono state selezionate fra i partecipanti dal bando promosso qualche mese fa dall’associazione Colorinscena sul sito www.genovacreativa.it, si tratta di artisti affermati e giovani esordienti, genovesi di nascita, d’adozione o a essa legati per storia o affinità elettive.
Per due settimane le botteghe del quartiere della Maddalena “adottano” le opere degli artisti mettendo a disposizione uno spazio del proprio esercizio – dalle vetrine agli interni – per consentire l’esposizione e creare un itinerario insolito nel cuore della città.
All’Urban Center della Loggia della Mercanzia di Piazza Banchi vengono esposti i lavori preparatori e gli schizzi degli artisti, una giornata arricchita anche dalla presenza della musica con l’esibizione di Takako Nagayama, cantante lirica accompagnata dal maestro Enrico Montobbio e dal maestro di pianoforte Davide Runcini.
GLI ARTISTI IN MOSTRA
Stefano Bucciero, Francesca Dainotto, Andrea Sessarego, Mihail Ivanov, Kamala HeArt, Valeria Caserza, Natalia Serrano, Zlatolin Donchev, Svilen Genov, Laura Rossi, Davide Battaglia, Elisa Boccedi, Ana Marìa Garcìa Ruiz, Maura Ghiselli, Sara Parodi, Kristina Kostova, Enrico Mortola, Laura Baldo, Luca Caridà, Resaldo Ajazi, Giulia Avvenente, Gabriele Antistress, Ksenja Laginja.
LE BOTTEGHE CHE ESPONGONO
In Scia Stradda, Il Botteghino delle Vigne, Datemi un Martello, Taverna di Colombo, Piccola Bottega Mamibella, Pub 4 Canti, Il Salotto Creativo, Artekne Novecento, Le Ceramiche del Grifo, Cantina Rosso Rubino, Exultate, Glo Glo Bistrot, Almanacco, La Berlocca, Melampo, La Chiocciola, Tele della Casana, Le Gramole, Taggiou, La Bottega del Gusto, Luccoli Bistrot, Andrea B. Pelletterie, Mielaus.
Formatosi presso l’Accademia di Belle Arti, l’artista genovese Marcello Mogni lavora ed espone nella sua città. Attualmente le sue opere sono in mostra alla MF Gallery (Vico dietro il Coro della Maddalena), dove presenta quadri ad olio su tela e tavola. Immagini forti e coinvolgenti, colori vividi e scenari post-apocalittici trasportano chi osserva in un mondo insieme surreale e possibile.
I lavori che presenti in galleria si dividono in due categorie: Periferia Chimica e Storie di Vicoli. Periferia Chimica ci mostra un mondo di ferro, tubi e scarichi tossici, cieli rossi e volti malati. È un tentativo di contribuire a scuotere le persone facendo prendere loro coscienza della direzione in cui stiamo andando, se ancora ce ne fosse bisogno, o una personale paura –peraltro fondata- di tutto questo, sfogata dandole forma in queste illustrazioni? Il primo ciclo è proprio dedicato agli effetti prodotti sull’ambiente dall’industria chimica e petrolchimica. Se parliamo di sfogo, penso che lo sfogo dell’artista sia comunque sempre comunicativo, perciò dovrebbe in qualche modo arrivare agli altri. Il mio è un realismo magico e in parte fantastico: i luoghi dei miei quadri non sono posti realmente esistenti o riconoscibili; prendo spunto da immagini fotografiche e poi assemblo liberamente gli elementi a seconda di come mi servono per creare i miei sfondi. Per esempio nel quadro che si trova anche in locandina, dal titolo “Cattedrale”, ho sistemato ciminiere e tubi in modo che ricordassero un po’ la facciata incombente di una cattedrale, mentre il personaggio in tuta bianca e maschera antigas è il sacerdote di questo tempio. C’è quindi anche una componente simbolica.
Alcune tra le tele più suggestive: il fantasma di un operaio vicino a una macchina in un enorme silo, e i ritratti di una Alice che non ha niente di allegro ed è tutto tranne che nel Paese delle Meraviglie. Puoi parlarcene?
L’immagine con l’operaio si intitola “Presenze nel vecchio cantiere”. Lo sfondo in questo caso viene da una foto di archivio storico, è un capannone delle acciaierie di Cornigliano. Io l’ho immaginato ormai abbandonato, di notte, mentre emergono i fantasmi degli operai che ci hanno lavorato. In “Alice nel petrolchimico delle meraviglie” ho ripreso precisamente nella composizione una delle illustrazioni originali fatte per il libro nell’ottocento, in cui Alice teneva in braccio un bambino che poi si trasformava in maialino. L’allusione è all’incubo delle pandemie –una delle ossessioni globali attuali- che si ripresenta a intervalli regolari, e in particolar modo all’epidemia di febbre suina di qualche anno fa.
In Storie di Vicoli i nostri caruggi sono strappati al classico punto di vista dolce-malinconico per diventare asfittici sfondi di volti emaciati, dagli occhi rossi e gli sguardi inquietanti. Perché hai scelto questa visione? Qual è il significato?
Qui volevo dare l’idea di quello che succede quando camminiamo, specialmente nei vicoli: i volti delle persone che camminano nel senso opposto al tuo ti vengono incontro per un attimo e sono un breve flash, che ti si para davanti agli occhi per un solo istante e poi svanisce. Ed ecco tutte le tipologie di personaggi: la vecchia signora, il ragazzo che ride, un uomo, una ragazza…
A cosa stai lavorando per il futuro?
Credo che continuerò a sviluppare questi due cicli che ho portato in mostra. Certe ispirazioni a volte ricorrono: è possibile che alcune cose del passato tornino.
Iscrizioni aperte fino a mercoledì 30 maggio 2012 per la 17a edizione del Concorso Nazionale d’Arte Contemporanea SaturARTE, organizzato dall’associazione culturale Satura di piazza Stella e che prevede l’allestimento di una mostra che sarà inaugurata in occasione della Notte Bianca.
Il concorso è aperto ad artisti di tutte le nazionalità operanti in Italia in pittura o fotografia. Si può inviare una sola opera a tema libero in piena libertà stilistica, tecnica e di supporto.
Il modulo di partecipazione, l’opera e la ricevuta di pagamento della quota di iscrizione (20 Eu) dovrà essere inviata a SATURA art gallery, Piazza Stella 5/1 – 16123 Genova o all’indirizzo di posta elettronica info@satura.it.
Una giuria selezionerà le opere pervenute in vista della mostra, che sarà ospitata nella galleria d’arte Satura dall’8 al 22 settembre 2012. Per ognuna delle due sezioni sarà individuato un vincitore, che avrà in premio una mostra personale nel corso del 2013 e un servizio di tre pagine, con intervista e pubblicazione delle opere, sulla rivista Satura. Al secondo e al terzo classificato saranno dedicati, nel corso del 2013, una mostra collettiva e un servizio di due pagine, con intervista e pubblicazione delle opere, sulla rivista Satura.
Continuano le iniziative per festeggiare i 20 anni di attività di Palazzo Ducale: da martedì 22 maggio sino a domenica 19 agosto il sottoporticato del palazzo ospita la mostra fotografica Mario Giacomelli. Un maestro della fotografia del Novecento
Un’esposizione composta da circa 200 fotografie che ripercorrono il viaggio artistico di uno dei più importanti fotografi italiani.
Curate da Sergio Casoli con Ettore Buganza, le sezioni dell’esposizione riprendono i temi delle celebri serie del fotografo: dai primi scatti sulla spiaggia di Senigallia nel 1953 alle immagini dedicate all’Ospizio ( Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ), dai “pretini” in festa nel seminario della città ( Io non ho mani che mi carezzino il volto ) a Lourdes, dalle atmosfere fuori dal tempo di Scanno ai contadini de La buona terra, fino alla storia quasi cinematografica di Un uomo, una donna, un amore .
Non mancano le suggestive immagini del paesaggio marchigiano che per tutta la vita ha ispirato l’arte di Giacomelli, insieme ad alcuni tra i suoi scattii più “materici”, dove la tensione tra le figure nere e il bianco di fondo si fa attesa drammatica, corposa, lirica.
Orario:
dalle ore 11 alle ore 19, tutti i giorni, lunedì chiuso