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  • Piergiorgio Colombara, a tu per tu con il celebre scultore genovese

    Piergiorgio Colombara, a tu per tu con il celebre scultore genovese

    Piergiorgio Colombara, artista genovese, è in attività dalla fine degli anni settanta; ha al suo attivo numerose personali e collettive sia in Italia sia all’estero, e una recente partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2009. A Genova ha esposto l’ultima volta nel 2011 presso il Palazzo della Borsa con una mostra intitolata “La sala delle grida”. L’abbiamo incontrato nel suo studio dove abbiamo parlato del suo lavoro, circondati dalle sue opere, disegni, collages, e sculture leggere e dorate.

    Come è emersa in te l’esigenza di fare scultura?
    Io ho studiato architettura quindi c’è sempre stato in me un interesse per la forma e lo spazio. Non mi interessava fare l’architetto, ma lo studio dell’architettura, e questo studio me lo sono portato dietro poi nella mia ricerca e nel mio lavoro. Anche nelle mie prime sculture lo spazio è sempre molto importante.

    Come si è evoluta negli anni la tua ricerca? E inoltre, è una ricerca interiore che prende forma visibile nell’opera, o il primo spunto viene dall’esterno?
    Io cerco di dare forma all’interno, a ciò che vivo internamente; è una scultura che – così come i miei disegni e i collages – parte da elementi come il tempo, la memoria. Sto attento alla poetica delle forme e dei contenuti.

    Scultura, disegni, collages sono binari paralleli?
    Sono binari paralleli da sempre; i grandi disegni poi possono sfociare in sculture, ma nascono autonomamente.

    Quando un’opera è sottoposta al pubblico, a meno che l’artista non sia lì ad illustrarla a ogni singolo spettatore, la fruizione avviene attraverso la sensibilità personale e l’individualità di ognuno, quindi possono esserci tante interpretazioni quante sono le persone che guardano l’opera. Tu credi che l’arte vada spiegata? E se qualcuno vedesse in un tuo lavoro qualcosa di lontano o opposto a ciò che volevi esprimere?
    Libertà assoluta. Si possono mettere certi paletti, ma molto generali, e io tendenzialmente non spiego mai… tecnicamente sì, ma sul significato no, non l’ho mai fatto.

    Che materiali prediligi e come li lavori?
    In scultura ho lavorato, fino al 2000, materiali come ottone, rame, ferro, piombo, cera. Io faccio il modello e poi lo porto in fonderia, dove il lavoro va avanti insieme al fabbro. Da questo vanno escluse le cose piccole che invece faccio qui in studio. Fino al 2000-2001 avevo già fatto opere in bronzo ma in maniera sporadica (una molto grande per esempio quando avevo vinto un concorso a Venezia): da allora invece ho cominciato a lavorarlo in modo più sistematico, utilizzando prevalentemente questo materiale.

    La suggestione di certe superfici dorate mi ricorda le “cascate d’oro brunito” di Baudelaire… c’è qualche eco di letteratura, poesia o musica nei tuoi lavori?
    Sì, da sempre. Io amo molto anche cinema e teatro, quindi grande attenzione alle sceneggiature, tant’è vero che quando faccio delle installazioni sono sempre molto teatrali. Mi interessa come viene fuori l’opera, ma soprattutto come dialoga con lo spazio; non si può fare sempre un’installazione perché ci vogliono determinate condizioni, ma quando è possibile a me interessa stravolgere lo spazio. Per esempio in occasione di una mostra che avevo fatto alla Permanente a Milano avevo trasformato il grande spazio espositivo bianco, asettico, di 500 metri quadrati, in una grande quinta teatrale nera, dove ho collocato tutte le opere. Anche lì la cosa più importante per me è stato stravolgere lo spazio e farlo diventare un’altra cosa.

    A tal proposito, due tematiche che tratti sono la “assenza-silenzio” e la “memoria-spazio”. Puoi spiegarle?
    La memoria-spazio è una memoria atemporale, non solo mia. Entrano dentro il mio lavoro le fascinazioni delle architetture medievali per esempio. Il silenzio invece è per esempio in queste sculture degli ultimi dieci anni in cui non c’è corpo: il corpo se ne è andato, rimane solo l’involucro, la veste, quindi il silenzio. E c’è la memoria di quello che poteva esserci dentro. La vita, l’assenza della vita. Tutti questi elementi sono presenti nella mia ricerca fin dall’inizio.

    Dalle opere di piccolo formato alle installazioni ambientali: in quale dimensione ti trovi più a tuo agio?
    Per me non ci sono differenze: se l’opera piccola è felicemente realizzata, si può realizzare anche quella grande. Le uniche differenze sono di tipo tecnico, nei materiali, ma l’equilibrio che c’è nel piccolo c’è anche nel grande. E poi dietro ogni opera c’è una riflessione, un lungo percorso che dura a volte mesi, dal progetto all’opera finita.

     

     

     

     

     

     

    Secondo te cosa manca a Genova per favorire gli artisti contemporanei?
    Intanto mancano grosse gallerie e grossi mercati; negli anni sessanta e settanta ci sono state gallerie importanti a livello nazionale e non solo. Realtà di quel tipo sono trainanti per l’interno e per l’esterno, ma se non ci sono questi punti fermi in una città, ecco che viene meno tutto il giro. Poi c’è un problema di mentalità, non c’è mentalità del rischio, quindi quando va bene l’autore in questa città sopravvive, oppure se ne deve andare. O altrimenti sta qui ma lavora fuori; io lavoro molto con gallerie di Milano. Ho lavorato molti anni con gallerie di qui ma il risultato è stato sempre piccolo. Le istituzioni adesso fanno quello che possono, ma in passato non hanno mai brillato. Chi ha fatto il lavoro sono sempre state le gallerie private. Adesso che non ci sono soldi poi è ancora più difficile. Per come è oggi a livello mondiale, il contemporaneo diventa remunerativo solo se si fanno grosse strutture, con grandi impegni e collaborazioni tra pubblico e privato; ci sono anche dei pericoli, perché ciò a cui stiamo assistendo è che l’arte contemporanea di alto mercato è solo mercato. Sono operazioni commerciali internazionali in cui si fanno alzare le quotazioni di un artista, ma l’arte non è quello.

    L’annosa questione su cui si interrogava già Duchamp… 
    Duchamp in questo è stato eccezionale, il negativo è stato decenni di piccoli “duchampini”… comunque scrittori e critici ultimamente stanno scrivendo su giornali e libri circa le cose che non vanno nell’arte contemporanea, del fatto che il mercato è diventato preponderante e che siamo vicini alla moda, al lancio di un autore come fosse il lancio di un prodotto.

    Parlando di pubblico invece, forse qui ha pochi strumenti critici per capire l’arte contemporanea.
    Qui a Genova sì, però ci sono molte realtà in Italia che manifestano un enorme interesse per il contemporaneo, dove ci sono collezionisti che fanno a gara per comprare… mi vengono in mente Torino, Reggio Emilia, ma ci sono tante altre realtà, anche piccole.
    Purtroppo spesso l’arte contemporanea si è ridotta a un territorio d’elite, e questo è un errore; certo che i collezionisti e i critici capiscono, ma la massa con cui entrare in contatto è più grande.

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Prima Luce, Sala Dogana: alla scoperta degli artisti selezionati

    Prima Luce, Sala Dogana: alla scoperta degli artisti selezionati

    Undici sono i lavori premiati nell’ambito della rassegna Prima Luce e presentati presso gli spazi di Sala Dogana durante l’inaugurazione di ieri; undici invece che quindici, quanti dovevano originariamente essere i vincitori scelti tra i numerosi artisti partecipanti, perché «è stato applicato come criterio imprescindibile per la scelta la qualità delle proposte, e inoltre sono stati privilegiati quei lavori che presentassero una caratteristica di progettualità» dice l’organizzatrice del concorso Angela Ferrari; «lo scopo di questa iniziativa è dare risalto e possibilità di esporre a giovani artisti che da soli incontrerebbero maggiori difficoltà ad emergere».

    «È stata davvero una scelta difficile – così Elisabetta Papone, direttrice del Centro di Documentazione per la Storia, l’Arte e l’Immagine, docente di Storia della Fotografia presso l’Università di Genova e facente parte della commissione che ha decretato i vincitori (insieme a lei Paola Valenti, ricercatrice della stessa Università, e Federica De Angeli, fotografa) –  principalmente per due motivi: l’estrema libertà concessa ai concorrenti (il tema era libero) che ha reso complicato il giudizio perché lo si è dovuto dare su opere completamente differenti sia a livello concettuale sia a livello tecnico; e il fatto di dover giudicare avendo a disposizione il concept, il bozzetto, ma non l’opera allestita nella sua veste finita. Abbiamo premiato l’immediatezza espressiva, l’efficacia emotiva delle opere».

    Sette artisti selezionati per la sezione Foto, tre per la sezione Audiovisivi, una artista per la sezione Installazioni. Di seguito, le loro opere nelle parole scambiate con chi, tra loro, era presente all’inaugurazione.

    Christian Devincenzi presenta un’elaborazione digitale (still da video su fotografia analogica) cui dà il titolo di un’isola del nord dell’Inghilterra, Lindisfarne: «È un’isola che non ho mai visitato ma la cui storia mi ha colpito molto. È un’isola tidale, cioè raggiungibile solo in certi momenti della giornata a seconda della marea, e rappresenta quello che è per me un contrasto interiore, che consiste nel non riuscire a vivere con tanta tranquillità una modernità che si scontra con il mio vissuto: l’essere nato in un paesino di poche anime votato all’agricoltura, e l’essermi poi trasferito a vivere in città, cosa che rende difficile il ritorno a casa…sento questa cosa andare e venire come l’onda di una marea, non ho ben chiaro quale sarà la mia dimensione». Le immagini che compongono il collage sono foto fatte in Danimarca e frame tratti da video presi dal web, e rappresentano il contrasto protagonista dell’opera e caratterizzante anche la storia dell’isola, i cui monaci fuggirono cacciati dai Vichinghi per tornare solo duecento anni dopo: «È un po’ quello che prevedo per me, vivere la modernità difficile cui ci stiamo abituando e lentamente poi tornare alla modernità come la vorrei vivere io, fatta di una dimensione molto più familiare e rurale».

    Federica Tana presenta Stesi e Sospesi, sequenza di fotografie digitali in cui, appesi a un filo per stendere, appaiono gli oggetti più insoliti ordinatamente sistemate in brevi file colorate: «È iniziato tutto quando ho guardato fuori dal terrazzo di casa e i panni stesi, con i loro colori, facevano molto contrasto col cielo nuvoloso. Sono molto attratta dai dettagli, dalle cose colorate e da ciò che sfugge alla gente, perciò li ho subito fotografati. Poi ho pensato che le file di mollette sembravano uccellini col becco aperto rivolto al cielo, e ho continuato a scattare sul tema degli oggetti stesi, però sono oggetti strani: scarpe, asparagi….mi piace anche inventare quello che fotografo. Ho sistemato io gli oggetti per le foto, tranne nella prima, che è quella che mi ha dato il via e ha ispirato la serie».

    Emmanuele Panzarini porta in mostra Blue Sky Project, una serie fotografica realizzata tutta tramite smartphone, che ben si presta per approfondire il tema della diatriba, in atto ormai da alcuni anni, sul valore fotografico di immagini realizzate col cellulare o con fotocamere che – impostate in automatico – riducono il lavoro dell’autore al semplice clic e permettono buoni scatti anche al più inesperto amatore: «Ovviamente con l’avanzata delle nuove tecnologie la possibilità che le persone hanno di avvicinarsi alla fotografia è maggiore, e se da un lato questo crea più concorrenza, dall’altro giustamente si può dire che tutti si credono fotografi perché hanno la reflex digitale. Io la vedo diversamente: come fotografo e come artista mi interessa provare a utilizzare tutte le tecnologie che mi permettono di eliminare fisicamente la macchina fotografica, come l’Ipad o lo smartphone. Mi pongo una sfida, limitando moltissimo le possibilità esecutive perché non posso cambiare obiettivo e impostazioni come nella normale macchina, ma d’altro canto questo approccio mi fa avvicinare alle cose, agli oggetti, guardandoli in maniera diversa per poterli fotografare ugualmente anche senza fotocamera; inoltre se tutti possono più facilmente fotografare, spiccare è più difficile e bisogna avere davvero una buona idea. Non basta che lo scatto sia bello, deve emozionare, e questo aspetto oggi è fondamentale, molto più che in passato».

    Laura Baldo è presente con Voci del Quotidiano, un’installazione fatta di un parallelepipedo sui cui lati sono applicate quattro fotografie coloratissime in cui, immortalati sui vetri di negozi, si confondono riflessi della città: arredi urbani, fiori, autobus, tavolini, e persone, una moltitudine in perenne movimento. «Sono riflessi veri, solamente contrastati in postproduzione per accentuarne i colori e rendere più visibili l’interno e l’esterno, che rappresentano il duplice aspetto di una quotidianità in cui si incontrano spesso le stesse persone nei tragitti di ogni giorno senza però mai parlare con loro, quindi queste persone sono a un tempo sconosciute e conosciute».

    Antonio Buttitta espone J. Prévert – Per te Amore Mio/Pour Toi Mon Amour, installazione audiovisiva in cui alla voce di un attore che recita la celebre poesia di Prévert si accompagna una sequenza di immagini in un bianco e nero leggermente sporcato, a conferir loro un sapore antico: «Ho scelto Prévert perché è un poeta che mi piace molto, l’ho conosciuto da piccolo in uno tra i libri che erano in casa, e perché secondo me si presta ad essere “fotografato”, nel senso che i versi di questa poesia sono facilmente traducibili in immagini: quindi ho cominciato una ricerca, e ho elaborato l’opera con Federico Giani, voce narrante e attore diplomato allo Stabile di Genova, che mi ha suggerito attenzione per la componente “metallica” della poesia, che quindi ritorna in tutte le immagini attraverso la statua, gli anelli, la catena, le gabbie. Infine Prévert è molto conosciuto e amato da tanti, perciò mi sembrava che potesse essere di facile comprensione: lui cerca l’amore, facendoci capire che non si può contrattarlo, negoziarlo, comprarlo. L’amore avviene e basta».

    Giulia Flavia Baczynski presenta Limes/Limen, un lavoro sul concetto di limite come frontiera ma anche come soglia, e una riflessione sulla periferia-ghetto, separata dal resto della città proprio da una linea di confine: «Ho scelto la ferrovia della mia città, Mantova, per esprimere questo concetto di limite, perché Mantova già di per sé ha tanti limiti: nella parte superiore c’è l’acqua, che separa parte della città dal resto che sta oltre i laghi, e nella parte inferiore c’è la ferrovia, che se da un lato crea il collegamento est-ovest, dall’altro traccia una separazione netta nord-sud e il quartiere che sta sotto la ferrovia è completamente staccato dal resto della città, pur facendone parte, e ha dinamiche interne tutte sue: c’è la classica corte di campagna della pianura padana accanto all’edificio da dieci piani in costruzione, presenta problemi di tipo sociale essendo un quartiere da sempre malfamato proprio per il fatto di essere al di là della ferrovia, usato per mandarci tutte le persone che erano state sfrattate dalle loro case; mandandole oltre quel limite le si allontanava dalla vista e dal vissuto cittadino. Adesso si è un po’ ripreso ma resta un quartiere sul limite, con tanti immigrati e nessun locale o negozio, nemmeno uno. L’unica realtà viva è un circolo Arci». Tale fisionomia è facilmente applicabile ad almeno un quartiere in ogni città, cosa che rende quindi universale il racconto di Giulia: «Guardando le foto può sembrare una qualsiasi periferia di una qualsiasi città».

    Nuvola Ravera, con l’installazione audiovisiva Erbario Familiare, mette su schermo una profonda riflessione su spunti offerti dalla sua stessa vita: partendo dal suo vissuto, ragiona sui concetti di famiglia e di casa, sul fatto che tradizionalmente le due cose coincidano e come siano invece cambiate – nella società attuale – nella forma e nella sostanza, e cerca di spostarsi dall’esperienza soggettiva a quella collettiva: “L’anatomia della famiglia nella società attuale viene messa continuamente in discussione. […] In uno scenario di reiterato riposizionamento in risposta a condizioni ambientali date nascono nuove forme di occupazione dell’esistenza e dello spazio” così recita il testo che accompagna l’opera, medium fondamentale per comprenderne il significato, che l’artista vuole sia chiaro per il fruitore, al quale racconta, tramite le parole scritte, la storia della sua infanzia nomade, e come “ogni persona incontrata durante la mia crescita ha assunto la posizione di un nuovo familiare, ogni luogo è stato casa e nessuno al tempo stesso lo è stato davvero. […] Una tale posizione […] mi ha portato a interrogarmi parecchio sulla portata che hanno le scelte relazionali e abitative di una famiglia”. Dice: «Il titolo rimanda a questo archivio che mia nonna aveva quand’ero piccola, in cui collezionava erbe, piante e fiori che trovava nei campi; la connessione con l’opera è l’intento di ricostruire questa sorta di tassonomia, una presentazione di diverse “specie” che sono la mia famiglia. Questo è un progetto molto ampio che va avanti da anni ed è fatto di materiale fotografico, testi e oggetti. In questa occasione ho voluto unire il materiale fotografico in una specie di nostalgico slideshow di vecchie diapositive, che rappresentano il ricordo».

    Claudia Baghino

  • Verticalità: concorso di fotografia, video arte e installazioni

    Verticalità: concorso di fotografia, video arte e installazioni

    Sono aperte le iscrizioni per un concorso artistico che mette in palio la partecipazione a una mostra in Sala Dogana il prossimo autunno, che si terrà in concomitanza con la mostra itinerante Living in Lift, a cura di Walter Vallini e Roberto Mastroianni e finanziata dall’azienda Schindler, specializzata nella produzione di ascensori e scale mobili.

    Possono partecipare artisti di età compresa tra i 18 e i 35 anni, individualmente o in gruppo, con una sola opera inedita e mai esposta in precedenza. I generi ammessi sono fotografia, video arte e installazioni.

    Tema delle opere dovrà essere la criticità della mobilità metropolitana, con riferimento al contesto genovese, dove abbondano “collegamenti verticali” come ascensori e funicolari.

    Scheda di iscrizione, curriculum e bozzetti dell’opera in dvd dovranno essere inviati entro le ore 12 di lunedì 27 agosto 2012 tramite raccomandata a:
    Comune di Genova – Direzione Valorizzazione Istituzione Patrimonio Culturale Parchi e Ville, Rapporti Università e Ricerca – Ufficio Cultura e Città
    presso Archivio Generale – Piazza Dante 10, I° piano
    16123 Genova

    Una giuria selezionerà fino a un massimo di 12 opere per la mostra Verticalità, che sarà allestita in Sala Dogana dall’8 al 25 novembre 2012.

    Gli artisti selezionati parteciperanno anche alla mostra successiva di Living in Lift presso il CAMEC di La Spezia. I primi tre classificati saranno inoltre inseriti nella mostra presso Castel dell’Ovo a Napoli, che si terrà a febbraio 2013, e il primo classificato avrà anche l’opportunità di una mostra personale nella Fusion Art Gallery di Torino.

    Per informazioni: saladogana@comune.genova.it.

    [foto di Diego Arbore]

  • Kamala Francesca Grasso, intervista all’artista genovese

    Kamala Francesca Grasso, intervista all’artista genovese

    Kamala Francesca GrassoUna giovanissima artista genovese, che ha esposto le sue opere nel quartiere della Maddalena durante la mostra Adotta un artista: dopo Maura Ghiselli e Andrea Sessarego, ecco l’intervista a Kamala Francesca Grasso.

    Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte visiva? Hai iniziato subito con la pittura o sei passata prima attraverso altre forme?
    Ho iniziato da bambina ritagliando i giornali e disegnando; recentemente ho sperimentato papier collè e pittura e sono arrivata ad unire le tecniche.

    Ci descrivi il tuo approccio nel realizzare un’opera? Dove arriva l’ispirazione, quanto tempo ti richiede, dove sei solita lavorare, ecc.
    La creatività, secondo me, non ha luogo per esprimersi. Amo realizzare opere direttamente sul supporto per non perdere la spontaneità: così non passo attraverso fasi progettuali e ci impiego poco tempo, questo anche per rinnovarmi. L’ispirazione non si può controllare,quando arriva si può solo coglierla.

    Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Dove ti piacerebbe esporre in futuro? Prediligo luoghi dove posso sedermi comodamente e respirare un po’ di pace. Mi piacerebbe esporre in luoghi turistici, così da poter condividere con il mondo il mio punto di vista.

    Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?
    Genova è ricca di arte,bisogna prestare attenzione per viverne l’esperienza completa. Ci vuole un po’ di curiosità.

    Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?
    Assolutamente.

    Ti piacerebbe trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione? Pensi sia un percorso realizzabile, nella società in cui viviamo?
    Ci sto meditando: arte e soldi non li trovo compatibili al momento, ma credo che si possa realizzare tutto nella vita, nonostante la crisi, se si vuole, con correttezza nel comportamento e fiducia in se stessi.

    Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
    Portare la creatività nei paesi sottosviluppati.

    Marta Traverso

  • Open Your Art: concorso di arte contemporanea alla galleria Satura

    Open Your Art: concorso di arte contemporanea alla galleria Satura

    Satura art GalleryLa galleria d’arte Satura di piazza Stella apre le selezioni per la mostra collettiva Open Your art, che apre leporte ai nuovi talenti dell’arte contemporanea che desiderano far conoscere il proprio talento.

    L’evento non sarà una semplice collettiva, quanto piuttosto un insieme di tante “micro personali” che danno spazio a ogni singolo artista.

    Le selezioni sono aperte ad artisti di ogni nazionalità e senza limiti di età e si potranno presentare fino a cinque opere di medio formato.

    Per accedere alle selezioni si chiede di recapitare alla galleria entro domenica 15 luglio i seguenti documenti:

    – 10 fotografie in formato j.peg (risoluzione 300 dpi) di opere di recente produzione
    – didascalie delle opere
    – una foto dell’artista in formato j.peg (risoluzione 300 dpi)
    – una breve nota biografica
    – curriculum delle mostre e bibliografia
    – autorizzazione alla pubblicazione e legge della privacy.

    La mostra avrà la durata di 15 giorni e sarà inaugurata in contemporanea con le attività della galleria.

  • “Made in Italy”: giovani artisti stranieri in mostra a Genova

    “Made in Italy”: giovani artisti stranieri in mostra a Genova

    Chiesa S.AgostinoDa venerdì 6 a sabato 21 luglio 2012 presso il Chiostro del Museo di Sant’Agostino è allestita una mostra pittorica di artisti di nazionalità straniera a cura di Art Commission.

    Made in Italy espone le opere di nove giovani arrivati in Italia per coronare un
    sogno: studiare l’arte e dimostrare come possa essere un elemento unificatore nella società contemporanea. Quattro di loro vengono dalla Bulgaria: Mihail Ivanov, Dzlatolin Donchev, Kristina Kostova e Svilen Genov; gli altri sono Resaldo Ajazi (Albania), Sami Ariaz (Perù) Brigitte Canepa (Germania) Erisam Darawshi (Palestina) e Shaghsyegh Kashiloo (Iran). Giovani uniti dal
    linguaggio universale dell’arte a testimonianza di come questa .

    L’inaugurazione è prevista per venerdì 6 luglio alle 17.30 e la mostra sarà aperta tutti i giorni tranne il lunedì dalle 9.00 alle 19.00- Ingresso libero.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Serge Van de Put, l’artista del “Rumentosauro” di piazza Cavour

    Serge Van de Put, l’artista del “Rumentosauro” di piazza Cavour

    Serge Van de Put è un artista belga, nato ad Anversa nel ’58. Grande viaggiatore, attualmente vive in Liguria e, dopo aver esposto alla Biennale di Venezia nel 2009, ha realizzato un’opera per Genova, una grande scultura alta 4 metri e lunga 8, visibile all’ingresso del Porto Antico in Piazza Cavour. Talento poliedrico, realizza quadri, disegni, oggetti, ma è noto soprattutto per le sue sculture di piccole, grandi e grandissime dimensioni, queste ultime pensate per essere esposte all’aperto. La peculiarità del suo lavoro sta tutta nel materiale utilizzato: la gomma di vecchi pneumatici dismessi. Materiale flessibile (relativamente!) ma duraturo, conferisce alle sue creazioni un aspetto particolarissimo. L’abbiamo incontrato e ci ha raccontato il suo lavoro.

    Può raccontare in breve il suo percorso artistico e come è arrivato a scegliere pneumatici per realizzare le sue opere? 
    Dieci anni fa mi trovavo in Marocco e lavoravo a Marrakech. Lì ho incontrato un ragazzo che lavorava la gomma: ho pensato subito che fosse un materiale molto interessante da usare per le mie sculture. Successivamente sono stato a Martinique e lì ho realizzato alcune sculture. Nel 2009 ho avuto l’opportunità, attraverso un contatto italiano, di esporre una mia opera di grandi dimensioni, L’Elefante, alla Biennale di Venezia. Dopodiché ho fatto diverse mostre in Italia, per esempio a Biella, Bergamo, Torino. Di recente ho comprato una casa a Savona e ho stabilito il mio studio ad Albissola Marina.
    Per quanto riguarda i materiali, io procedo realizzando prima una struttura in metallo che poi ricopro completamente con gomme di moto e biciclette. Adesso le gallerie richiedono specialmente le mie creazioni in gomma, ma ho fatto anche quadri, sono un artista interessato a diverse possibilità.

     

     

     

     

     

    Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?
    Ho realizzato opere raffiguranti persone, ma le mie sculture rappresentano per la maggior parte animali, che sono anche i più richiesti; il cane è un animale che amo molto rappresentare.

    Lei crea opere d’arte riciclando materiali molto inquinanti come le gomme usate. Spesso il suo lavoro viene interpretato come stimolo alla riflessione sul tema dei rifiuti e degli effetti catastrofici che questi hanno sull’ambiente. Lei ha sempre operato in questo senso, o è qualcosa che ha sviluppato col tempo?
    Sono molto contento che il mio lavoro abbia assunto questa valenza; non ho cominciato precisamente con questo scopo, ma la gente guardando le mie opere ha visto questo, e io ora sono felice di contribuire in qualche modo al tema del riciclo.

    Abita a Savona e ha lo studio ad Albissola. Ha esposto molte volte in Liguria, e per Genova ha realizzato di recente il “Rumentosauro Hugo”….come mai ha scelto la nostra riviera per la sua attività?
    Semplicemente è capitato. Ho avuto l’opportunità di prendere casa a Savona e lavorare vicino a Genova, e mi sono detto perché no?
    Venendo al mio dinosauro, nella sua pancia si vede un cumulo di metalli accartocciati: il loro peso corrisponde al peso medio dei rifiuti che ciascuno di noi produce in un anno. Ho fatto il Rumentosauro nell’estate 2011 e adesso è circa un anno che l’installazione si trova qui. Purtroppo non ha esattamente il contorno che avevo pensato: le transenne da lavori in corso tutto intorno e la mancanza di un’illuminazione serale sulla scultura la penalizzano un po’. È pensata in realtà per essere avvicinata, toccata e perfino scalata dalle persone; ho fatto la struttura solidissima proprio per questo.

    Una curiosità: la gomma da pneumatico è un materiale anomalo in scultura. È molto difficile da lavorare?
    Le gomme delle auto hanno un telaio in metallo che sarebbe troppo difficile da tagliare e lavorare nella forma che mi serve. Per questo io utilizzo esclusivamente gomme di moto e biciclette, che hanno al loro interno un telaio in nylon, molto più flessibile.

    A cosa sta lavorando attualmente?
    Ora ho appena finito di lavorare a una serie sui supereroi, con protagonisti cani vestiti come Batman, Zorro, ma anche Elvis Presley. La prossima mostra si terrà al Casinò di Venezia a metà giugno.

     

    Claudia Baghino
    [Foto e video Daniele Orlandi]

  • Fiera Mercato ArteGenova, al via le selezioni per il 2013

    Fiera Mercato ArteGenova, al via le selezioni per il 2013

    Sono aperte le selezioni per la prossima edizione della fiera mercato Artegenova dedicata all’arte contemporanea che  si svolgerà dal 22 al 25 febbraio 2013. Il bando (a breve online sul sito www.satura.it) scadrà il 30 luglio ed è rivolto ad artisti interessati a promuovere la propria immagine in una prospettiva di crescita professionale e di mercato.

    Lo staff di Satura è disponibile a dare informazioni agli artisti dal martedì al sabato dalle ore 15:00 alle ore 19:00 ai numeri di telefono 010.24.68.284 – 010.66.29.17.

    Nella scorsa edizione di ArteGenova sono state più di 90 le gallerie ospitate nel complesso fieristico, opere dei movimenti artistici del secolo scorso e contemporanei, dando ampio spazio agli artisti emergenti e alle manifestazioni innovative come l’arte digitale e la videoarte.

    Autori del calibro di Balla, Carrà, De Chirico, De Pisis, Sironi, Severini, Morandi, Schifano accanto ai più noti protagonisti della Storia dell’Arte Moderna come Picasso, Utrillo, Chagall, Dalì, Hartung, Warhol ma anche opere contemporanee come quelle della Transavanguardia Italiana, dell’arte concettuale di Agnetti, Castellani, Bonalumi, dell’Informale di Burri, Capogrossi e Vedova, dello Spazialismo di Lucio Fontana fino all’arte povera di Boetti, Calzolari, Pistoletto.

    [foto di Constanza Rojas]

  • Andrea Sessarego: intervista al fotografo genovese

    Andrea Sessarego: intervista al fotografo genovese

    Andrea SessaregoClasse 1981, Andrea Sessarego è fotografo molto attivo sul territorio genovese e collabora da alcuni anni con uno dei fiori all’occhiello della città, il Festival della Scienza. La sua ultima mostra è stata in occasione del progetto Adotta un artista.

    Come e quando è cominciato il tuo interesse per la fotografia?

    Tutto è cominciato per caso circa otto anni fa quando ho deciso di acquistare una fotocamera digitale prima di partire per un viaggio in Russia. La fotografia mi ha sempre affascinato per il suo enorme ed immediato potere comunicativo, ma prima di allora non avevo mai provato a comunicare con un’ immagine, come se fosse un linguaggio che capivo ma che non sapevo parlare.

    Avere quindi uno strumento che mi permettesse di fissare un istante, una forma come lo percepiva la mia mente mi ha dato la possibilità di dare sfogo ad una mia capacità espressiva inaspettata. Questa scoperta ha dato il via ad un percorso di formazione personale, in un primo momento da autodidatta poi frequentando corsi e workshop per acquisire le diverse competenze tecniche e per allenare ed educare i propri occhi alla composizione di immagini.

    Hai iniziato subito con questa tecnica o sei passato prima attraverso altre forme?

    Mi sono avvicinato a questo mondo nel momento in cui il passaggio dall’analogico al digitale si stava affermando a grande velocità, quindi il mio primo contatto con la fotografia è avvenuto nel mondo dei pixel e delle schede di memoria. L’utilizzo di vecchie macchine fotografiche analogiche per realizzare le mie opere è recente.

    Ho comprato una vecchia macchina bi – ottica Russa degli anni ‘60 in un mercatino delle pulci a Varsavia due anni fa e dopo aver seguito un workshop di fotografia analogica ho iniziato ad esplorare questo nuovo aspetto della fotografia. Quindi, a oggi, a una reflex digitale affianco l’utilizzo di alcune macchine vintage degli anni ’60 – ’70 e diverse fotocamere polaroid e, perché no, uno smartphone.

    Ci descrivi il tuo approccio nel realizzare un’opera? Dove arriva l’ispirazione, quanto tempo ti richiede, quali tecniche usi, ecc.

    L’approccio varia molto a seconda degli strumenti utilizzati e del soggetto che si vuole fotografare. A volte riesco a cogliere l’attimo perfetto con una reflex digitale, altre volte impiego molto tempo nella scelta dell’ inquadratura e dell’esposizione utilizzando le mie macchine analogiche. Spesso mi capita di avere questa necessità per instaurare una sorta di relazione col soggetto o con l’ambiente in cui mi trovo a fotografare. A volte, quindi, necessito anche di più sessioni in giorni differenti prima di essere soddisfatto dei miei scatti.

    Posso quindi dividere i mie lavori in scatti che chiamerei impulsivi e scatti riflessivi, che sono poi rappresentativi delle due tipologie di fotografia che preferisco, il reportage e le foto di architettura.

    La tecnica che sto sperimentando ultimamente si basa sull’esporre lo stesso fotogramma per due volte,sovrapponendo così nella stessa immagine più soggetti o forme. Amo molto questa tecnica perché è totalmente imprevedibile e riserva sempre delle sorprese una volta sviluppata la pellicola.
    L’ ispirazione arriva continuamente, ed è per questo che ho quasi sempre una fotocamera con me, sono molto attratto dalle forme geometriche e dalle texture, quindi molto spesso mi capita di “vedere” in anticipo i mie scatti semplicemente osservando un edificio, delle ombre o dei riflessi.
    Mi capita, quindi, di “scattare con la mente” , di vedere il soggetto in bianco e nero già imprigionato in un rettangolo di carta fotografica o dentro ad una cornice di una Polaroid oppure visualizzato sullo schermo di un PC.

    Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano? Dove ha già esposto e dove ti piacerebbe esporre in futuro?

    Credo che Genova abbia un forte potere ispiratore, è una città ricca di contrasti luminosi, architettonici e culturali. Il centro storico è un luogo perfetto per giocare con la luce o per andare alla ricerca di istanti e situazioni particolari. La periferia con i suoi ex stabilimenti industriali, gli edifici popolari e i viadotti autostradali è ricca di forme e linee da racchiudere in uno scatto.

    Ho esposto alcuni miei progetti fotografici in locali e circoli genovesi, la mia ultima mostra, un reportage sugli abitanti dei quarteri storici di Pechino, risale a quest’autunno.

    Credo che il nuovo spazio Sala Dogana, creato a Palazzo Ducale, sia una interessante opportunità che viene data ai giovani artisti per mostrare i propri lavori. Spero di riuscire a produrre nei prossimi mesi un progetto fotografico che possa essere selezionato ed esposto in questi spazi.

    Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?

    Credo che Genova pur essendo permeata dall’ arte la viva in maniera timida ed intimista in un mondo limitato al collezionismo, fatto di piccole gallerie da andare a scovare nel centro storico.

    Detto questo in questo momento mi sembra di cogliere un insolito fermento nel mondo dell’arte cittadina dato dalla la nascita di alcune realtà interessanti all’interno del quartiere della Maddalena, da un tentativo di rilancio del Museo di Arte Contemporanea e dal tentativo di dare voce attraverso diverse azioni agli operatori del mondo dell’industria creativa.

    Sei stato uno degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?

    Credo fortemente nel rilancio di questa zona di Genova e penso che questo quartiere possa cambiare volto non solo ospitando temporaneamente eventi artistici e culturali ma possa diventare un catalizzatore della creatività cittadina, un luogo dove gli artisti trovano uno spazio permanente per esprimersi, trarre ispirazione ed entrare in comunicazione tra loro e con altre realtà.

    Tra le tue attività c’è il Festival della Scienza, una delle eccellenze genovesi in ambito culturale. A tuo parere arte e scienza sono due discipline amalgamabili? Si può parlare di “creatività nella scienza”?

    Collaboro con l’ Associazione Festival della Scienza da diversi anni occupandomi della selezione e formazione degli animatori scientifici, della organizzazione dell’evento e nella ideazione e realizzazione di laboratori didattici.

    Credo che le parole arte e scienza possano essere declinate entrambe sotto un’unica parola: immaginazione. Immaginare è un’azione fondamentale sia per uno scienziato che per un artista, credo sia alla base del processo creativo che poi porta alla realizzazione di opere artistiche e nuove scoperte.

    Arte e Scienza sono quindi due campi che essendo guidati dalla curiosità e dall’immaginazione si trovano ad essere molto vicini tra loro. Per questo motivo trovo che l’arte sia un ottimo linguaggio da utilizzare per comunicare la scienza e che molte volte alcuni fenomeni scientifici siano una forma d’arte.

    Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

    Sicuramente credo di dover dedicare ancora tempo alla mia formazione, come dicevo spero di riuscire a dare visibilità ad alcuni miei progetti o entrando in contatto con alcune gallerie d’arte o avendo la possibilità di utilizzare gli spazi di Sala Dogana. Vorrei fare avvicinare il più possibile i due mondi in cui opero quello della divulgazione scientifica e quello della fotografia.

    Marta Traverso

  • Manifesto d’artista Macchia Blues: bando di concorso per grafici

    Manifesto d’artista Macchia Blues: bando di concorso per grafici

    L’Associazione Culturale Macchia Blues ha indetto un bando di concorso per l’omonimo Festival che si terrà nelle prime due settimane di settembre.

    Manifesto d’artista Macchia Blues 2012 è rivolto ad artisti e grafici di qualunque età per creare l’opera che diventerà immagine coordinata dell’evento, quindi inserita nell’intera campagna di promozione del Macchia Blues 2012. La tecnica è libera, si possono dunque proporre opere di pittura, scultura, grafica, illustrazione, fotografia e così via.

    Il tema dell’opera dovrà essere in linea con la caratterizzazione Blues del festival e legato al focus dell’edizione in corso, ovvero Infanzia.

    La partecipazione al concorso è gratuita.

    Gli artisti dovranno inviare entro il 15 luglio 2012 all’indirizzo macchiablues@virgilio.it il modulo di iscrizione e l’immagine dell’opera.

    Il risultato del concorso sarà pubblicato sul sito macchiablues.blogspot.it, con indicazione dell’opera vincitrice e del suo ideatore.

    [foto di Constanza Rojas]

  • Diversi e uguali: bando di concorso per fumetti, in palio una mostra

    Diversi e uguali: bando di concorso per fumetti, in palio una mostra

    Baronsiani fumettistaLa prima edizione del concorso di fumetti “Diversi e Uguali” è stata ideata dalla Scuola Internazionale di Comics, dall’associazione culturale Rule-Hot e dal nasce Centro Servizi per il Volontariato delle Marche allo scopo di proporre forme alternative di comunicazione su tematiche sociali, in particolare la valorizzazione della diversità e della differenza come forza in una società sempre più complessa e globalizzata.

    Il concorso porterà alla prima manifestazione Disegni Diversi. Festival del fumetto che vive il quotidiano che si terrà a Fano.

    Il concorso si suddivide in due sezioni:
    – Giovani Fumettisti è dedicata a giovani creativi, studenti e non, sia italiani sia esteri.
    – Professionisti si rivolge a tutti i creativi, illustratori, fumettisti, vignettisti, cartoonist, designer italiani e stranieri che hanno superato il 25esimo anno di età.

    I partecipanti dovranno inviare un’opera inedita composta da una a tre tavole attinenti il tema proposto, di formato 42cmx30cm e sviluppate in senso verticale, realizzate con qualunque tipo di tecnica grafica. Ciascun partecipante può presentare fino a due opere.

    La partecipazione al concorso è libera e gratuita.

    Il materiale va inviato insieme alla domanda di partecipazione (scaricabile dal sito della Scuola Comics) e ai propri dati all’indirizzo mail disegnidiversi@gmail.com entro venerdì 6 luglio 2012.

    Le opere in concorso verranno valutati da una commissione esaminatrice composta da esperti e personalità del settore. L’esito della selezione verrà comunicata ai finalisti via email entro 26 luglio 2012. Le opere selezionate diventeranno parte della mostra che sarà allestita a Fano (PU) presso la sala S. Michele, in occasione della Prima edizione del Festival Disegni Diversi.

    Il vincitore di ciascuna sezione riceverà un premio. ll premio per la categoria Giovani Fumettisti corrisponde all’iscrizione per
    un anno al corso di Fumetto o a scelta al corso di Illustrazione oppure di Grafica presso una delle otto sedi della Scuola Internazionale di Comics.
    Il premio per la categoria Professionisti verrà comunicato successivamente.

  • “Genova: i Nostri Sguardi” mostra fotografica in via Giustiniani

    “Genova: i Nostri Sguardi” mostra fotografica in via Giustiniani

    Cristina Lazzerini
    Foto di Cristina Lazzerini

    Inaugura venerdì 22 giugno alle ore 18, presso Studio 18 in via dei Giustitniani 18/1, la mostra di fotografia collettiva “Genova: i Nostri Sguardi”.

    La mostra si tiene in occasione della fine del corso annuale di fotografia tenuto da Silvestro Reimondo: in essa sono esposte le opere di dieci allievi del corso, ciascuno con un proprio spazio che gestisce in modo personale per comunicare con fotografie o installazioni  un proprio pensiero sulla città con immagini che dialogano fra loro in modo coerente.

    Lo spunto di base è Genova e non mancano riferimenti a Caproni, a De André, ai percorsi di vita di un barbone in città, a itinerari nella città vecchia, a forme architettoniche e archeologia industriale.

    Le opere esposte sono di Paola Basso, Diana Benghi, Eleonora Claretti, Giorgio Collareta, Giorgio Facco, Roberto La Rocca, Cristina Lazzerini, Tiziana Mameli, Miriam Sammartano, Paolo Rossetto.

    La mostra è aperta da sabato 23 giugno sino a fine luglio, dal giovedì al sabato dalle ore 17.30 alle ore 19.30.

  • MF Gallery, un progetto artistico fra New York e la Maddalena

    MF Gallery, un progetto artistico fra New York e la Maddalena

    MF Gallery, Genova e New YorkMartina Secondo e Frank Russo sono i due giovani galleristi che gestiscono la MF Gallery di Vico dietro il Coro della Maddalena. Lei è genovese di nascita e americana d’adozione, lui è nativo degli Stati Uniti d’America, insieme hanno inaugurato la galleria nel 2009. Ma il loro esordio risale al 2003, quando aprono la prima sede, gemella di quella genovese, a New York. Oggi vivono tra la Grande Mela e la nostra città, portando avanti questo originale doppio progetto.

    La vostra storia in breve: a poco più di vent’anni avete dato vita a una galleria d’arte a N.Y. Ho letto che oggi è tra le più importanti della Grande Mela per quanto riguarda le correnti artistiche da voi trattate. In Italia a vent’anni sei considerato un ragazzino o poco più e ottenere fiducia da banche e istituti di credito per un simile progetto è una chimera…c’è davvero tutta questa differenza tra un paese e l’altro? Come è stata la vostra esperienza?

    «Siamo tutti e due cresciuti a New York, ma abbiamo studiato al California Institute of Art dal 1988 al 2002. Quando siamo tornati nella Grande Mela, ci siamo accorti della mancanza di un certo tipo di arte – il Low Brow/Pop Surrealism – che interessava a noi, molto più conosciuta e valorizzata nella West Coast. Essendo tutti e due artisti, abbiamo deciso da un lato di aprire uno spazio per esporre i nostri lavori e quelli dei nostri colleghi, dall’altro di lavorare nel frattempo con artisti già più noti in questa corrente artistica».

    Aperta la sede di N.Y. nel 2003, avete inaugurato a Genova, nel quartiere della Maddalena, nel 2009. Due realtà antitetiche: una metropoli tra le più importanti e dinamiche al mondo la prima, una città al confronto minuscola, che fa fatica a rinnovarsi e a portare novità la seconda. Eppure avete scelto Genova e non Milano o Roma per la seconda sede. Perché?

    «Martina è nata a Genova. Abbiamo molti parenti e amici in questa città in cui tornavamo spesso per le vacanze. Quando si è liberato un piccolo magazzino accanto al ristorante “I Tre Merli” di proprietà della famiglia di Martina, abbiamo colto l’occasione per rimetterlo a nuovo e aprire la sede genovese. Genova è una città vecchia ma anche con molti giovani, e ci sembrava pronta per recepire anche il “nuovo”».

    Come si conformano le due gallerie alle due città? Quali i punti in comune, se ce ne sono, quali le differenze? Artisti ospitati a N.Y. vengono messi in mostra anche a Genova e viceversa, o ci sono divisioni nette tra le esposizioni?

    «L’esperienza di aprire le due gallerie è stata stranamente simile, nel senso che in tutte e due le città abbiamo introdotto uno stile di arte nuovo. A New York nel 2003 non erano molte le gallerie che esponevano Low Brow/Pop Surrealism. E a Genova nel 2009 (come pure nel resto d’Italia!) era una novità assoluta. Avere una galleria su ciascun lato dell’oceano è positivo e molto interessante: ci ha fatto conoscere collezionisti internazionali sia da una parte che dall’altra, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare artisti italiani ed esporre i loro lavori anche a New York e viceversa, importando a Genova artisti americani e facendoli amare al pubblico italiano».

    Quanto si discosta il pubblico newyorkese da quello genovese?

    «La gente che apprezza questo tipo di arte è abbastanza simile sia in Italia sia in America. I collezionisti di questo genere amano il rock, i tattoos, i fumetti, i toys e tutto ciò che è generalmente considerato alternative. È una sottocultura che attraversa le frontiere!»

    Avete aperto la sede genovese a crisi già cominciata. In Italia la cultura è sempre la prima “voce di spesa” a subire tagli nei bilanci pubblici. Anche oltreoceano è così?

    «Purtroppo anche in America, forse ancora più che in Italia, sono i programmi artistici a subire i primi tagli! Nonostante questo, gestire una galleria ed essere artista è qualcosa che non si può fare solamente a scopo di lucro. Va fatto prima di tutto per passione».

    Siete artisti voi stessi, oltre che galleristi, e sul vostro sito si legge che il filone cui afferite coi vostri lavori e con il vostro impegno di galleria è il Pop Surrealism/Underground Pop Art. Di cosa si tratta precisamente?

    «Il Pop Surrealism/Underground Pop Art/Lowbrow Art è il primo vero movimento artistico del nuovo millennio. Affonda le radici nella cultura californiana degli anni ’50 e ’60, con le macchine “hot rods”, nella cultura skate e surf, nei fumetti underground di quei tempi e, come già detto, prende ispirazione anche dal mondo dei tattoos, dei giocattoli, dei cartoni animati».

    Le opere che ospitate sembrano sempre veicolare una fortissima inquietudine, una sorta di senso di distruzione: corpi lacerati, figure consumate, un sentore di apocalisse negli sfondi e nelle ambientazioni… quale messaggio si vuole trasmettere?

    «L’arte che esponiamo usa immagini forti per scuotere e provocare il pubblico, obbligarlo a vedere le cose in modo diverso. Come ai tempi dei film proiettati nei drive in, i mostri e le immagini spaventose servono per divertirsi in modo alternativo e un po’ ribelle. Molti artisti sono influenzati dal punk e dall’heavy metal, dai film horror, e questo emerge chiaramente nelle loro opere».

    Quali sono i progetti futuri per la sede genovese?

    «Nella sede genovese vogliamo dedicarci a presentare personali di artisti italiani, soprattutto genovesi, pur continuando ad allestire collettive con artisti americani e di tutto il mondo».

    Claudia Baghino

  • BlaBlaBla: bando di concorso per illustratori

    BlaBlaBla: bando di concorso per illustratori

    Starbooks e VerbaVolant Edizioni presentano un concorso di illustrazioni dal titolo Immagini senza parole.

    Il concorso è aperto a illustratori italiani e non, senza limiti di età, che dovranno inviare fino a tre opere inedite e originali ispirate alle parole Bla bla bla. Le illustrazioni potranno essere realizzate con qualsiasi tecnica e supporto, senza includere didascalie o testi al proprio interno.

    Si può partecipare fino al 30 settembre 2012. Le opere dovranno essere inviate via mail in formato jpeg all’indirizzo redazione@starbooks.it. A corredo si dovranno inviare i dati dell’autore e una liberatoria per consentire la pubblicazione gratuita online (scaricabile dal sito starbooks.it).

    Una giuria formata dallo staff dello Starbooks e da quello di VerbaVolant sceglierà il numero di illustrazioni che riterrà opportuno, a suo insindacabile giudizio. L’esito del concorso sarà comunicato tramite mail ai vincitori.

    A seguire verrà indetto un concorso letterario per racconti ispirati alla immagini scelte. Alla fine della seconda fase verranno selezionati i racconti e insieme alle immagini verrà prodotto un ebook gratuito.

    Il primo classificato nella sezione illustrazioni e il primo classificato nella sezione racconti riceverà in premio un libro di VerbaVolant edizioni.

    [foto di Constanza Rojas]

  • Maura Ghiselli: intervista all’artista “adottata” dalla Maddalena

    Maura Ghiselli: intervista all’artista “adottata” dalla Maddalena

    maura ghiselliAbbiamo incontrato Maura Ghiselli, artista e fotografa genovese che ha esposto le sue opere al ristorante La Berlocca ai Macelli di Soziglia, in occasione del concorso Adotta un artista.

    Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte?

    «Ho iniziato a “pasticciare” con matite e pennarelli quando ero ancora sul seggiolone, e non ho mai smesso di divertirmi in questo modo. Il bisogno impellente di creare immagini fa parte di me praticamente da sempre».

    Quali tecniche usi? E qual è la tua tecnica preferita?

    «Da diversi anni ho deciso di mettere momentaneamente da parte le mie ricerche grafico-pittoriche per dedicarmi totalmente alla fotografia. È una tecnica più immediata che mi consente di raggiungere più facilmente e meglio i miei obiettivi».

    Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Quali i luoghi in cui ti piacerebbe esporre in futuro?

    «Amo moltissimo camminare per il centro storico con la mia macchina fotografica al collo. I vicoli di Genova sono uno dei luoghi più conturbanti ed eccitanti che abbia mai visitato. Ma sono affascinata anche dalla periferia industriale della città, per esempio ho lavorato molto sul quartiere di Cornigliano, pre e post acciaierie. Per quanto riguarda invece le mie ambizioni future, devo ammettere che mostre e vernissage mi mettono una certa ansia, e al solo pensiero di programmare un’esposizione vengo colta dal panico. Qualcuno avrà certamente notato che, come mia abitudine, ho disertato anche l’inaugurazione alla Loggia… Diciamo, però, che questa incorreggibile ritrosia verso le public relation, non preclude la mia partecipazione attiva e assolutamente sentita alla vita artistica e culturale, genovese e non solo.»

    Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?

    «Nella maniera più assoluta. Ogni tanto questa città sottovaluta il valore sociale della cultura e dell’arte, e questo è un errore imperdonabile».

    Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte? Ci racconti quali sono a tuo parere i “progetti di eccellenza” che caratterizzano Genova?

    «Io credo che il compito delle istituzioni di questa città non dovrebbe essere solo quello di offrire al cittadino l’annuale grande evento che porta in città qualche gettonato nome dell’arte Moderna internazionale, ma anche e soprattutto la presa di coscienza del fatto che l’arte contemporanea è quella che si sta facendo adesso, per cui è necessario incentivarla, premiarla e dare ad essa un’opportunità concreta di sviluppo e divulgazione. È indispensabile che le diverse realtà del panorama artistico e culturale genovese imparino ad assumersi la responsabilità di scommettere e investire sull’arte di adesso… In tal senso credo sia molto interessante il ciclo di incontri-evento che si tiene periodicamente al museo di Villa Croce, Cartabianca, un progetto d’arte, temporanea e compartecipata, che si propone di interagire con gli spazi collaterali e i servizi offerti dal Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce per innescare dinamiche relazionali, che vadano a coinvolgere la città che lo ospita, intessendo relazioni con le principali città italiane, attraverso un ciclo di mostre volte a descrivere l’emergente e vitale nell’ambito dell’arte contemporanea».

    Tra le tue collaborazioni c’è quella con la galleria d’arte Satura. Com’è la situazione delle gallerie in città?

    «Penso che le gallerie, così come Accademie e Associazioni Culturali, quali enti di promozione culturale ed artistica, siano tenute a collaborare attivamente allo sviluppo dell’arte contemporanea della città. Il mercato dell’arte, soprattutto sul territorio ligure, vive grazie al contributo del collezionista. Che attualmente concentra il suo interesse verso una forma di acquisto definita generalmente con il termine “investimento”. L’idea comune, che necessita di essere esorcizzata, soprattutto dalle gallerie genovesi, è quella di orientarsi verso ciò che ha già valore: se si riesce a dare visibilità e mercato ad un prodotto di qualità senza che questo sia firmato da un grande nome, il collezionista imparerà ad orientare il suo interesse anche verso ciò che è realmente nuovo, e il circuito artistico contemporaneo non morirà. Questo richiede competenze specifiche, entusiasmo e, inizialmente, la consapevolezza di un minore riscontro economico a breve termine. E questa, secondo me, è una sfida che le gallerie genovesi devono essere pronte ad affrontare».

    Genova ha da poco un nuovo Sindaco. Quali pensi dovrebbero essere i provvedimenti da adottare per sostenere gli artisti e più in  generale chi opera in questo settore?

    «In un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, chiedere fondi può risultare un tantino spregiudicato. L’unica forma di vero sostegno per questo settore è pretendere professionalità e dedizione dagli addetti ai lavori, e controllare in maniera rigorosa al fine che ciò avvenga realmente. Io voglio che chi si occupa della cultura e dell’arte sia davvero motivato per farlo in maniera competente e disinteressata».

    Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Nei mesi scorsi si è parlato di una situazione di difficoltà, con il rischio addirittura di chiudere. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?

    «Credo che una formazione accademica, se così la si vuole chiamare, sia necessaria per acquisire la corretta consapevolezza delle proprie potenzialità e per provare a trovare la strada giusta per esprimerle al meglio. E poi il termine “formazione accademica” non significa solamente imparare a dipingere ad olio bottiglie di vetro o nature morte, significa soprattutto studiare l’arte in tutti i suoi aspetti, sviscerarla ed analizzarla in relazione alla contemporaneità ed al periodo storico in cui è stata prodotta. La conoscenza di ciò che accade o che è accaduto, ci servirà come background indispensabile per iniziare in maniera cosciente e onesta il nostro percorso creativo. Così come vale per l’avvocato, il medico o il notaio, altrettanto vale per chi lavora e produce nel campo dell’arte e della cultura: per acquisire la “conoscenza” è necessario studiare, mettersi alla prova e farsi giudicare per risultati e capacità. Ciò non toglie che, a parer mio, l’ente Accademia, abbia contribuito molto poco al reale inserimento dei suoi studenti nello scenario artistico e culturale della città».

    In senso più ampio, pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?

    «Voglio credere che sia possibile. Anche se purtroppo nonostante passione e competenza, sono da sempre molto rari i casi in cui l’artista riesce a sfruttare professionalmente il suo talento e le sue capacità. Credo che questo sia un problema sociale del quale sarebbe necessario analizzare molti aspetti, uno fra questi l’inflazione di queste nuove figure, i cosiddetti “creativi”, che spesso improvvisano il mestiere ed ingombrano un mercato già di per sé poco attivo».

    A cosa stai lavorando per il futuro?

    «Mi piacerebbe portare avanti il mio progetto fotografico sul centro storico, magari cercando di conoscere meglio le diverse realtà che lo caratterizzano e provando ad allontanare con delicatezza la comprensibile diffidenza di chi lo abita, per riuscire ad intraprendere un percorso realmente costruttivo, di comprensione e comunicazione con il territorio».

    Marta Traverso

     

    DIDASCALIA DELLE IMMAGINI:

    GARMY’S SILK_LA SETA DI GARMY#1 (fotografia esposta in occasione dell’iniziativa “Adotta un Artista” al ristorante La Berlocca di via Macelli di Sozziglia e successivamente al Bistrot di Via Luccoli)

    GARMY’S SILK_LA SETA DI GARMY#2 fotografia esposta in occasione dell’iniziativa “Adotta un Artista” al ristorante La Berlocca di via Macelli di Sozziglia e successivamente al Bistrot di Via Luccoli)

    THE WORLD OVER#1 (Via Balbi, Genova)

    THE WORLD OVER#2 (Via Gramsci, Genova)

    THE WORLD OVER#3 (Via Gramsci, Genova)

    THE WORLD OVER#4 (Via Gramsci, Genova)

    THE WORLD OVER#5 (Via Canneto il Lungo, Genova)

    THE WORLD OVER#6 (Cornigliano, Genova)