Tag: gallerie d’arte

  • Villa Croce si trasforma e diventa un “contenitore” di attività culturali

    Villa Croce si trasforma e diventa un “contenitore” di attività culturali

    museo-villa-croceTrasformare Villa Croce in un centro di produzione culturale e un luogo di attrazione. E’ l’obiettivo di OpenYourArt, la “start up innovativa a vocazione sociale” che da settembre ha afferrato le redini e “preso il controllo” della villa. Un’idea riconosciuta come migliore tra i progetti del master in Management dei beni museali, nata da tre giovani imprenditrici, Paola Inconis genovese, 36 anni, Elena Piazza, palermitana, 31 anni, e Alessia Moraglia imperiese, 31 anni. Con la vittoria in pugno, le ragazze hanno cominciato i quattro anni di gestione del Museo di arte contemporanea di Villa Croce di Genova.

    Il progetto, ci raccontano, è nato tra i banchi del master. «In questo periodo – spiega Paola Inconis –  abbiamo potuto analizzare le caratteristiche del Museo identificando i lati positivi e quelli da migliorare. Dopo una valutazione accurata e consapevoli della nostre competenze, abbiamo potuto realizzare un piano che potesse valorizzare la villa e soddisfare le esigenze dei genovesi».

    Tre storie e tre formazioni differenti che unite insieme hanno realizzato un prodotto completo. Paola, dottore in giurisprudenza, dopo aver preso il titolo di avvocato ha lasciato il settore giuridico e si è dedicata a quello dell’arte e della cultura, Alessia laureata in scienze sociali ha vissuto un anno e mezzo in India per lavorare nelle ong ed Elena, con una formazione in economia e commercio, ha fatto esperienza manageriale nella ditta di famiglia. Le ragazze, da metà settembre, oltre a essere responsabili dell’organizzazione di eventi, concerti, laboratori artistici, seminari, workshop, spettacoli teatrali, gestiscono il museo di Villa Croce, gli spazi e i servizi accessori, come la biglietteria, il bookshop, un’area relax, un servizio di mediazione con operatori culturali multilingue. Il team di gestione ha anche ideato un servizio di mediazione culturale che accompagni il visitatore nella fruizione del Museo. Si va dal piano didattico per i bambini ai laboratori creativi, agli strumenti e materiali di mediazione specifici, ai servizi di didattica per le scuole; fino ad arrivare a un piano di divulgazione per adulti attraverso seminari e laboratori di approfondimento sui temi dell’arte contemporanea, mediazione culturale di sala professionale, visite teatralizzate, strumenti e materiali informativi per ogni mostra. Attraverso Openyourart le imprenditrici hanno ridato l’opportunità ai genovesi di frequentare, o meglio di vivere, il museo.

    «Il nostro progetto – racconta Paola –  mira a riqualificare Villa Croce nel suo complesso, vogliamo farla rifiorire. L’obiettivo è valorizzare la struttura, il parco storico che la circonda e trasformare il tutto in un contenitore di attività culturali che sappia coinvolgere il pubblico». Da gennaio 2017 l’intervento si concentrerà sui fondi, le cosiddette “scuderie”, al momento utilizzate come magazzino per le attrezzature e, in parte, come laboratorio didattico per poi passare al recupero spazi da utilizzare come sede delle diverse attività culturali.

    «Tutto avrà un’anima – aggiunge Paola – ogni attività sarà connessa con l’altra. Tutto quello che abbiamo pensato e progettato per la villa ha una storia da raccontare, ma con un denominatore comune: l’arte contemporanea». Il filo conduttore sarà proprio l’arte contemporanea che, per le tre giovani, significa coinvolgimento e partecipazione dei cittadini. «L’arte a Villa Croce – conclude Paola – non si manifesterà solo nell’allestimento delle mostre, ma in ogni singola parte che la compone».

    paola-inconis_alessia-moraglia_elena-piazzaChe cos’è OpenYourArt

    OpenYouArt, come dice il nome stesso, è un progetto aperto a ogni manifestazione dell’arte. Esprime la visione di apertura del Museo verso la città, dove l’arte e la passione per la cultura possono rafforzare il senso di appartenenza della collettività per il proprio territorio. Il team di gestione ha ideato un servizio di mediazione culturale che accompagna il visitatore nella fruizione totale del museo in modo da poter cogliere ogni sua sfacettatura. «Con questa start-up – dice Paola – vogliamo aprire la testa dei cittadini e stimolare la loro arte. Vorremmo che i genovesi, con il nostro progetto, s’innamorassero una seconda volta di Villa Croce, vogliamo riconquistarli». La start-up innovativa sottolinea il carattere sociale e innovativo del museo. «Un progetto creativo stimolante sia per noi che lo abbiamo pensato, sia per chi ne usufruirà».

    Per sostenerne concretamente l’avvio, la Fondazione Edoardo Garrone ha messo a disposizione un premio di start-up del valore di 50.000 euro. OpenYourArt è stato selezionato da una commissione di valutazione mista pubblico-privato tra i 7 progetti elaborati dai  partecipanti al master. «Portare avanti questo progetto – continua – è stato per noi una bella sfida, abbiamo dovuto far convergere le esigenze del pubblico e quelle del privato, unendo la necessità di fare business per portare un valore aggiunto sul territorio».

    Il calore e l’accoglienza non sono state da tipici genovesi: la città sembra aver risposto in modo positivo alla proposta delle tre giovani imprenditrici. «La gente ha apprezzato il progetto molto più di quanto pensassimo. Ora la sfida più grande è conquistare i genovesi».

    Perché ha vinto OpenYourArt

    Animazione attraverso l’organizzazione di eventi e attività in grado di moltiplicare le occasioni di frequentazione, inserimento di servizi accessori, economicamente sostenibili e rivitalizzazione degli spazi, nel pieno rispetto della natura d’istituzione culturale e civica del museo, in affiancamento alla direzione artistica. Sono questi gli assi nella manica della nuova gestione che hanno portato alla vittoria OpenYourArt. Il tutto all’interno di una governance pubblica del sistema culturale cittadino.

    Come richiesto dal bando, il team vincitore si è costituito soggetto giuridico economico. Per sottolineare e tutelare maggiormente lo spirito sociale, culturale e innovativo del progetto di gestione di un bene museale pubblico, il team ha creato la prima s.r.l. “start up innovativa a vocazione sociale” operativa in Liguria.


    Elisabetta Cantalini

  • Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    giacomo-montanariEsattamente dieci anni fa, l’Unesco conferiva al sito “Le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli” il proprio riconoscimento ufficiale. Per l’occasione, quest’anno la città ha triplicato l’appuntamento con i Rolli Days, le giornate in cui è possibile frugare il naso all’interno di alcune tra le più belle dimore aristocratiche genovesi, in gran parte appartenenti a privati. L’appuntamento del 28 e 29 maggio non fa che confermare una linea di tendenza positiva, che ha visto, nella tornata precedente del 2 e 3 aprile, sfiorare le 90.000 presenze, con ampie ricadute sulla città: economiche, ma anche, e soprattutto, culturali (e, perché no, d’immagine). Per l’occasione, sono andato a ricercare, nelle vie del nostro centro storico, una delle anime del progetto Rolli Days: Giacomo Montanari, trentaduenne, storico dell’arte, tra i massimi esperti del Cinque-Seicento genovese e del rapporto tra letteratura e arti figurative, autore del recentissimo Libri, dipinti, statue. Rapporti e relazioni tra raccolte librarie, collezionismo e produzione artistica a Genova tra XVI e XVII secolo, edito dalla Genova University Press.

    In poche parole, per chi se lo fosse perso… che cosa sono i Rolli?
    «I Rolli non sono altro che liste di palazzi. Si tratta di palazzi aristocratici, nobiliari; dunque privati, che svolgevano, però, un importante ruolo pubblico: quello di accogliere, nel quadro delle relazioni internazionali della Repubblica, coloro che, in visita a Genova, potevano portare prestigio, commercio, affari».

    palazzo-rosso (10)Un singolare connubio tra pubblico e privato. In che periodo storico siamo?
    «Siamo nel famoso Siglo de los Genoveses (il secolo dei Genovesi) compreso grosso modo tra 1530 e 1630: cento anni in cui Genova, sotto l’ala della monarchia spagnola, celebra il suo più grande successo internazionale. I Rolli nacquero per rispondere alle esigenze di una piccola Repubblica, diventata, però, ago della bilancia nei rapporti economici e diplomatici dei regni asburgici».

    Quest’anno ricorre il decennale della dichiarazione Unesco. I Rolli non sono solamente un patrimonio cittadino (men che meno privato) o nazionale; sono tutelati in quanto “patrimonio dell’Umanità”. Ebbene, quali sono le novità dei Rolli Days per quest’anno così importante?
    «Si tratta, in effetti, di un riconoscimento che proietta questi beni in una dinamica internazionale, che, tradizionalmente, come genovesi, tendiamo in parte a disconoscere. Ma qualcosa sta cambiando. Questo anche grazie ai Rolli Days. Per sottolineare l’importanza del decennale, quest’anno l’edizione si è triplicata e il pubblico ha risposto abbondantemente.
    Su un altro piano, maggiormente attinente all’organizzazione, devo dire che si sta consolidando il rapporto tra il coordinamento didattico dell’Università, del quale faccio parte, e le istituzioni comunali, non solo con l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica della città, bensì di legare tale offerta ai risultati della ricerca scientifica, da noi perseguita con passione e dedizione. Non sempre, tali risultati sono comunicati al pubblico. Attraverso questa manifestazione, la ricerca diventa divulgazione, e, cioè, patrimonio comune, interesse della città.
    Scendendo ancora di più nello specifico, siamo riusciti, in questa edizione, a ottenere l’apertura del palazzo di Giovanni Battista Grimaldi, situato al numero 4 di via San Luca, a fianco dell’omonima chiesa, nel cuore della Città Vecchia: un palazzo che risale ai primi anni del Seicento, che conserva alcuni splendidi affreschi settecenteschi di Lorenzo De Ferrari. Da vedere!»

    palazzo-bianco (6)La divulgazione scientifica ha un compito eminentemente sociale. E’ il tramite tra lo studioso e la società civile. E non deve essere trascurata. Hai parlato di coordinamento didattico. Qual è il tuo ruolo?
    «In questi anni, mi sono occupato, assieme a due colleghe, Valentina Fiore e Sara Rulli, di valorizzare e consolidare il ruolo dell’Università nell’ambito del tavolo del comitato scientifico della gestione del patrimonio Unesco, mutandolo in qualcosa di più operativo e, cioè, nell’offerta degli aggiornamenti ultimi della ricerca scientifica agli operatori turistici del territorio; nella didattica rivolta agli studenti universitari, che prepariamo per svolgere le visite guidate; nella formazione, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, degli studenti dei licei genovesi, che svolgono un compito essenziale nell’accoglienza del pubblico».

    La collaborazione col Comune funziona?
    «Sì, funziona. Naturalmente, qualcosa può essere migliorato. Sarebbe bello, ad esempio, che il progetto fosse ulteriormente strutturato, visto il successo straordinario dell’iniziativa, e stiamo lavorando per questo. Basti pensare che nel 2009, quando è stato lanciato il primo Rolli Days, le presenze si attestavano sulle 15.000. Oggi siamo a quasi 100.000 solo nel primo week-end del 2016. Ci aspettiamo di arrivare a 500.000 per l’intero anno. Il lavoro effettuato è stato importante, e la formula vincente: visite gratuite, ragazzi disponibili e preparati. Energie fresche, desiderose di confrontarsi con il pubblico e raccontare il patrimonio. Un’opportunità unica per chi visiti la città in questi giorni».

    palazzo-lomellini-patrone (4)Una tale fiumana di persone avrà senz’altro una ricaduta economica importante sulla città, soprattutto sugli esercizi commerciali. Dunque, “con la cultura si mangia”?
    «Tecnicamente sì, ma non è questo l’obiettivo. Qui è in gioco il valore stesso della cultura. Valorizzare il proprio patrimonio culturale significa creare quelle necessarie condizioni di benessere che possono portare una città – e, a maggior ragione, una città come Genova – a diventare un luogo dove è bello stare: un luogo di opportunità, un luogo di sinergie positive, che comunica voglia di mettersi in mostra, generare del nuovo, far emergere i giovani. Insomma, che dia la possibilità a tutti di vivere in uno spazio decisamente più accogliente. Questo è il valore della cultura. E allora sì, si mangia: perché sarà sempre più bello sedersi a tavola a Genova, accogliere chi viene da fuori, creare e fare del nuovo in una città che si riscopre».

    Un’ultima domanda. Per te, Giacomo Montanari, che valore hanno – se me lo consenti – sentimentalmente i Rolli?
    «I Rolli sono un rapporto che dura da tanto tempo. Si tratta di un rapporto duplice: da un lato, hanno attinenza con la mia professione, quella di storico dell’arte; dall’altro, sono intimamente legati al mio essere genovese. Si tratta di due cose che sento mie: l’appartenenza a un territorio e a una professione. I Rolli sono un’occasione per vivere assieme a tutta la città un momento straordinario di cultura e di comunità».


    Antonio Musarra

  • Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, classe ’75, è un’artista genovese. Cresciuta in una famiglia amante dell’arte e piena di creatività, per lei la scelta di intraprendere professionalmente questo non sempre facile percorso è giunta in maniera molto naturale.

    Come è avvenuta la tua formazione artistica? Quando e come hai preso la decisione di fare l’artista e di farne un mestiere?

    «Ho frequentato il liceo Artistico Nicolò Barabino e mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali, perché l’ambiente familiare ha contribuito a questa mia scelta, avendo la madre ritrattista e una cugina designer; mio padre, inoltre, dal quale ho ereditato la creatività, mi ha fatto partecipare fin da piccola a concorsi e mostre.  Ho così iniziato molto presto ad entrare in questo mondo e, fin dai primi anni di università e alla fine dei miei studi, dopo tante mostre e lavorando contemporaneamente in altri campi, ho deciso di dedicarmi soltanto all’arte. Tutte le esperienze che ho fatto sono state comunque stimolanti e mi hanno portato al risultato di oggi».

    particolare di baia del silenzio 2Baia del Silenzio -Sestri Levante-terracotta

     

     

     

     

     

     

     

    Mi ha colpito molto il modo in cui nelle tue tele restituisci la realtà: un’interpretazione mi viene da dire soave, colorata, che sembra arrivare direttamente dagli occhi di un bambino, nei colori e nelle forme essenziali, ma soprattutto priva dello sgomento che caratterizza tanta arte odierna, profondamente legata alle angosce del nostro mondo attuale. Come mai scegli questa via così serena di rappresentazione? Ha a che fare con il tuo carattere? O è una sorta di catarsi proprio dalle brutture del reale?

    «Grazie per la domanda molto indovinata. Penso siano entrambe le cose: se i momenti della vita di maggior sofferenza sono anche quelli più fecondi artisticamente, è per come sono fatta, ma il risultato è sempre qualcosa di gioioso, nonostante a volte appartenga, appunto, ad un periodo triste.
    Probabilmente la mia creatività, unita al forte senso del colore, è un antidoto agli episodi negativi della vita, è un modo per vivere, sia pur virtualmente, in un “habitat” che, in qualche modo, mi accoglie, mi conforta e mi fa sognare e questo lo riscontra anche chi apprezza il mio lavoro.
    Infatti, ultimamente, mi sono sentita dire da chi ha acquistato le mie opere che,  nel momento attuale così duro, colore e vitalità aiutano ad evadere dalle preoccupazioni e dai pensieri malinconici».

     

    Cactus-tempera su carta marrone- 100 x70 cm-Tele, ma anche terrecotte e ceramiche: sono mezzi artistici molto tradizionali, anche qui un po’ in controtendenza con le tendenze odierne, penso a tecniche completamente diverse come videoarte o altri media digitali che ormai prendono sempre più piede. C’è un motivo particolare per cui usi certe tecniche piuttosto che altre?

    «Entrambe le tecniche, per strane combinazioni del destino, hanno scelto loro me e non viceversa e non le ho più abbandonate, essendo, per ora, il mezzo di comunicazione che più riesce a tradurre la mia fantasia in un’opera concreta.
    Ad esempio nel Ponente ligure c’è una grande tradizione legata alla ceramica, mentre io, lavorando più a Levante, vedo che molti rimangono spiazzati quando presento opere in terracotta, perché non sono abituati a vederne di simili e ad immaginarle inserite in un ambiente, io, invece, lo reputo un materiale fantastico, molto caldo ed unico che dovrebbe affascinare oltre che per l’originalità dei pezzi; purtroppo, spesso, si è diffidenti verso tecniche d’espressione che non si conoscono bene e si tende a non sperimentarle. Questo penso mi penalizzi a volte, in quanto, purtroppo, l’arte attuale è influenzata dalle mode e la richiesta spesso segue questo meccanismo.  L’Arte dovrebbe essere oltre la moda e le tendenze: è un valore universale per eccellenza con qualsiasi tecnica o mezzo venga espresso».

     

    Rapallo- tempera ed acquarello su carta-78x30cm-Hai esposto anche in Francia: che idea ti sei fatta del ruolo dell’artista fuori dall’Italia? Un artista qui riesce a vivere di quello che fa? E fuori?

    «Forse all’estero c’è più rispetto per il “mestiere” d’artista come figura, ma questo non significa che non ci sia la stessa difficoltà per affermarsi; inoltre Bosco- tempera su cartaspugna- cm 200x80ho riscontrato un forte “nazionalismo” e la tendenza a portare avanti gli artisti locali, mentre in Italia è quasi l’opposto. Inoltre, specialmente in Italia, ci sono tanti bravi creativi ed  anche per questo è difficile riuscire a vivere del proprio lavoro».

    Cosa ispira le tue creazioni? Luoghi, persone, avvenimenti…? Cosa vorresti che provassero le persone davanti a un tuo quadro o tenendo in mano un oggetto realizzato da te?

    «Tutto può stimolare la mia creatività, anche se sinceramente non faccio fatica a produrre ambienti ricchi di forme e colori, diversi fra loro; probabilmente è una esigenza innata, che soddisfa la mia ammirazione per tutto il creato.
    Ultimamente mi sono dedicata alla progettazione di testiere per letti; tutti mi hanno detto “che cosa strana!” Io non so perché ho avuto questa idea, ma era tanto che ci pensavo, forse è la sintesi di qualche viaggio che ho fatto con la passione forte per la casa e l’arredamento; non so a volte da dove arrivino le idee, l’importante è che continuino ad arrivare…
    Ascolto con molta attenzione quello che provano le persone quando sono davanti ad un mio quadro o vedono un mio lavoro e mi dicono che comunica sensazioni molto positive, come gioia, freschezza e speranza, forse perché i miei pezzi sono ispirati alla natura e hanno colori caldi e forti, qualunque sia il motivo, non potrei essere più soddisfatta del risultato e non potrei desiderare altro».

    Cosa significa secondo te essere un artista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti?

    «Per me essere artista oggi come ieri, significa avere il coraggio di fare una scelta non facile soltanto per concretizzare il proprio sentire. L’energia me la danno le persone che apprezzano e capiscono le cose che faccio e che m’incoraggiano e mi fanno comprendere che ho intrapreso la strada giusta».

    Claudia Baghino

  • Maddalena: inaugura “Idea d’arte”, la nuova bottega delle arti

    Maddalena: inaugura “Idea d’arte”, la nuova bottega delle arti

    Idea d'arte bottega Maddalena GenovaÈ in programma per il prossimo 16 novembre ore 18 l’inaugurazione dello spazio artistico “Idea d’arte” alla Maddalena, in Piazzetta dei Greci 1r, all’angolo con Piazza delle Vigne. Una nuova “bottega delle arti”, nata dalla sinergia di cinque soci, quattro donne e un uomo: le artiste Simonetta Gherardelli, Virginia Cafiero e Lucia Pasini collaborano con Alberto Cerchi (coordinatore dei lavori) e Coca Frigerio, già titolari della Galleria ArteGioco di Vico Inferiore del Ferro.

    Lo spazio nasce dall’esigenza di creare un nuovo luogo di aggregazione per esperti e amanti d’arte, per l’esposizione di opere di grafica e per l’insegnamento delle tecniche del disegno e della composizione. L’impostazione è simile a quella del “precursore” guidato da Frigerio e Cerchi, ArteGioco, già affermato nel panorama genovese e punto di approdo per artisti e amanti della grafica. L’idea è quella di creare uno spazio espositivo con tavole dei cinque artisti e poi dare avvio a corsi di grafica rivolti agli adulti: laboratori non pittorici, ma dedicati all’elaborazione di lavori preesistenti. Il fine è la produzione di qualcosa di nuovo e unico, “multiplo”; si smonta l’originale per rivisitarlo secondo i canoni della grafica.

    La particolarità è data dal fatto che si tratidea-darte-maddalena-bottega-galleriata di un progetto condiviso, di aggregazione tra personalità differenti, che si sono unite perché hanno intravisto un denominatore comune. Così, la galleria esporrà le opere dei cinque artisti, ognuna fortemente diversa dalle altre e ben riconoscibile. Lucia Pasini lavora con pigmenti di colore per creare nuove tonalità e nuovi giochi; Virginia Cafiero realizza kimono colorati, con carte particolari, che sembrano composizioni astratte; Simonetta Gherardelli crea “visioni di Genova”, particolari di palazzi, cieli, mari. Infine, Coca Frigerio, ex collaboratrice dell’illustre Bruno Munari (guru per tutti gli appassionati di grafica e graphic design, con cui Coca ha avuto la fortuna di lavorare per 20 anni), esperta in metodologia didattico-creativa e appartenente al primo gruppo sperimentale che promosse l’idea di “giocare con l’arte”, che ha realizzato nella sua galleria ArteGioco di Vico Inferiore del Ferro. Coca produce qui collage di città: a partire da fotografie di Genova, Milano, Venezia e altre, realizza collage colorati.

    Assieme a lei in questa nuova avventura, anche Alberto Cerchi, già collaboratore di ArteGioco: grafico e illustratore, Cerchi da anni segue Frigerio nel progetto di insegnare agli alunni delle scuole il “metodo Munari” attraverso laboratori dimostrativi, e collabora con il Museo Luzzati e con Palazzo Ducale (è stato curatore, ad esempio, dell’esposizione “Fontana – Luce e colore”). Inoltre, anche le produzioni di libri per bambini di Frigerio e Cerchi: da quella per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia, all’inedito “Stranimali”, che ancora deve essere presentato a Genova. Qui, Cerchi espone opere in bianco e nero con particolari di palazzi e edifici genovesi. Ognuno ha una propria specificità e ciascuna delle opere è unica e irripetibile. Inoltre, gli artisti hanno inventato “scatole” trasparenti contenenti le loro opere, con giochi di rilievi e “dentro-fuori”.

    Piazzetta dei greci centro storico di GenovaLa scelta di essere presenti proprio alla Maddalena è significativa: «Un scelta voluta, semplicemente perché è una delle più belle piazze di Genova, perché abitiamo qui, perché amiamo il nostro quartiere e speriamo che rinasca -commentano Frigerio e Gherardelli-. Ci sono tante incongruenze: ad esempio il fatto che l’Amministrazione chieda di aprire esercizi per ridare lustro al quartiere, ma poi non agevoli chi investe qui (se vogliamo mettere una pianta per abbellire il piazzale, dobbiamo pagare la tassa per occupazione di suolo pubblico), oppure lo spaccio, la prostituzione a cielo aperto. Speriamo di presidiare il quartiere e dare avvio a un circolo virtuoso con altri soggetti (come il Teatro Altrove, che inaugura anch’esso tra 13 e 17 novembre, n.d.r.). In Piazza delle Vigne stanno ristrutturando un palazzo storico con l’intento di trasformarlo in hotel 5 stelle, poi aprirà anche un Museo del Cioccolato e già la Chiesa in Piazza resta ora aperta tutto il giorno, grazie all’iniziativa del nuovo parroco. Forse siamo pazzi ad aprire proprio qui, ma ci crediamo».

     

    Elettra Antognetti

  • Sperimentare il contemporaneo: storia dell’arte nelle gallerie genovesi

    Sperimentare il contemporaneo: storia dell’arte nelle gallerie genovesi

    villa-croce-parchi-DISperimentare il contemporaneo è il nuovo ciclo di conferenze sulla storia dell’arte contemporanea nelle gallerie genovesi, ospitate presso il Museo di Villa Croce.

    Cinque incontri, a partire da giovedì 24 ottobre, che si basano sull’idea di ripercorrere la storia dell’arte contemporanea attraverso la storia delle gallerie di Genova in conversazione con i suoi protagonisti.

    Gli interventi e le storie di galleristi, collezionisti, artisti, critici serviranno per conoscere, approfondire, e dibattere sulle esperienze che hanno segnato e reso fertile il dibattito culturale della nostra città, e per offrire una lettura non conformista di quanto è successo dai primi anni ’60 fino alla metà del decennio ’80.

    Le gallerie identificate per questo programma saranno presentate in una sequenza cronologica con una cadenza mensile.

    Il primo appuntamento sarà dedicato alla galleria La Polena: aperta nel centro storico della città nel marzo del 1963 da Edoardo Manzoni, con Rosa Leonardi, e attiva fino al 1995 si poneva, già dalla scelta del nome, come “punta avanzata” per l’aggiornamento e la comunicazione delle ricerche artistiche contemporanee.
    Nella seconda parte delle sua attività, che coincise con lo spostamento della sede in Piccapietra e successivamente in Palazzo Cattaneo della Volta, la linea di tendenza perseguita si precisò in un più deciso indirizzo astratto razionalista pur con un interesse verso movimenti e ricerche emergenti.

    Saranno ospiti e relatori di questo primo incontro Viana Conti e Sandro Ricaldone.

    I successivi appuntamenti della rassegna:
    12 novembre galleria Martini&Ronchetti – 1969
    26 novembre galleria Unimedia 1970
    5 dicembre Samangallery 1974
    18 dicembre Locus Solus 1982

    Inizio conferenze ore 17.30.

    [Foto Diego Arbore]

  • Centro storico: Gregorio Giannotta, mostra a MF Gallery

    Centro storico: Gregorio Giannotta, mostra a MF Gallery

    mf-gallery-logoVenerdì 12 aprile 2013 (ore 19-22) inaugura la mostra personale di disegni, dipinti e stampe dell’artista genovese Gregorio Giannotta. L’artista incontra il pubblico presso MF Gallery, in vico dietro il Coro della Maddalena.

    Tema della mostra
    La rappresentazione di un passato parallelo al nostro con aggeggi, macchinari e leviatani sospesi in un’atmosfera onirico surreale in cui la rivoluzione industriale si è fusa ad un perduto mondo fantastico. Le visioni di un futuro oramai prossimo nel quale le contraddizioni sociali e metropolitane si mescolano a improbabili personaggi caricaturalmente avvolti in ruoli ed etichette dettati dal mondo del fumetto sullo sfondo di architetture periferiche.

    Balene, cetacei, leviatani; i più grandi mammiferi del mondo, tonnellate di animali sospesi in un’atmosfera irreale nella quale la vita umana partecipa ma non ne è protagonista, assoggettata per una volta alle regole di una natura fantastica. Il percorso creativo è accompagnato dal disegno che traccia lo scheletro e l’armatura di tutte le opere presentate, movimenti unici creati da uno stile deciso e intuitivo in cui il gesto regala equilibri ironici e narrativi. Ispirazioni da un mondo perduto.

    La mostra resterà aperta al pubblico fino a sabato 18 maggio 2013 con il seguente orario: dal lunedì al venerdì ore 12.30/14 e 19.30/22 e sabato ore 19.30/22, chiusa la domenica.

    Per maggiori informazioni e/o acqusti contattare Martina Secondo Russo all’indirizzo mail mfgallerygenova@gmail.com.

  • Corso gratis di pittura ad acquerello alla Galleria d’arte Studio 44

    Corso gratis di pittura ad acquerello alla Galleria d’arte Studio 44

    pennelli-pittura-mostre-arte-d3L’associazione culturale Galleria Studio 44 propone per il secondo anno consecutivo un corso di acquerello nel suo spazio di vico Colalanza 12r, nel centro storico di Genova.

    Il corso inizierà martedì 5 marzo 2013 ed è articolato in 8 lezioni (ogni martedì dalle 21 alle 23) che termineranno il 30 aprile. La partecipazione è gratuita per i soci dell’associazione culturale (l’iscrizione a Galleria Studio 44 ha invece un costo di 25 €).

    Il corso sarà attivato al raggiungimento di dieci iscritti.

    Per info e iscrizioni si deve contattare Monica Gori all’indirizzo mail monica.gori.parmiggiani@gmail.com o al numero di cellulare 320 4550561.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Una cosa divertente che non rifarò mai più: mostra di Matteo Negri

    Una cosa divertente che non rifarò mai più: mostra di Matteo Negri

    via venti settembreDa qualche tempo nel centro di Genova (via Porta degli Archi, largo Lanfranco, piazza De Ferrari) sono visibili alcune installazioni colorate a forma di nodo: si tratta dell’opera di Matteo Negri, che fino al 19 aprile 2013 si possono vedere anche alla Galleria Abc-Arte di via XX Settembre nella mostra Una cosa divertente che non rifarò mai più.

    L’artista Matteo Negri (San Donato Milanese, 1982) è specializzato nella produzione di opere con mattoncini Lego, per combinare elementi pop con il territorio. La mostra, con opere site-specific, è introdotta da un parallelo percorso urbano genovese, en plein air, ed è estesa al tessuto metropolitano attraverso installazioni pubbliche, come già a Parigi, Londra e Honk Kong.

    Orari di apertura: da lunedì a venerdì 9.30-13.30 e 14.30-19.30, sabato e domenica su appuntamento.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Elisa Boccedi: sogno e perversione in mostra alla MF Gallery

    Elisa Boccedi: sogno e perversione in mostra alla MF Gallery

    Elisa Boccedi è una giovane artista formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Genova. Modenese di nascita ma cresciuta tra Rapallo e Genova, si è laureata in decorazione ed è diplomata tatuatrice. Le sue opere sono attualmente esposte presso la MF Gallery di Vico dietro il Coro della Maddalena, raccolte in una mostra dall’inquietante e originale titolo “Paraphilia Onirica”: in essa Elisa illustra una serie di parafilie, ovvero perversioni di natura sessuale, le quali – filtrate attraverso la sua capacità immaginativa e interpretativa – entrano in una dimensione, appunto, onirica, dissociata dalla realtà: così, attraverso questo artificio, più liberamente lo spettatore approccia temi tanto difficili e controversi, e riflette su di essi.

    In questa mostra hai scandagliato il mondo delle parafilie: perversioni sessuali che vanno dalle più leggere al reato vero e proprio. Perché hai scelto questo tema, così difficile, e in che ottica l’hai affrontato?

    «È semplicissimo. Il sesso attira: siamo una generazione di depravati alienati. Quello che mezzo secolo fa era catalogabile come pornografia ora te lo vedi sparato sul cartellone della “Sloggi”. Per quanto possiamo dire di esservi “visivamente abituati”, il nostro “subconscio” (termine che aborro, qui lo utilizzo a mo’ di eufemismo) registra gli innuendo sessuali che tracimano da ogni dove, è ovvio.
    Quindi, tanto per esasperare la propensione sociale alla sessualità coatta, perché non occuparsi di un caso limite all’interno dello scabroso? La cosa si fa doppiamente intrigante per chi non registra l’orrore della dipendenza implicita all’interno delle parafilie. Però la mira finale è fare dell’abominevole, dell’inconcepibile un medium per innestare una reazione emotiva potente (positiva o negativa che sia me ne frega), che crei qualche tipo di ripercussione psicologica ed induca ad interpretare personalmente quello che si ha davanti agli occhi. Farsene un’opinione propria, insomma».

    Puoi spiegarmi la scelta del titolo, che associa l’onirico alla perversione?

    «Tutto ciò che denotiamo come gusti, preferenze, dipendenza, si genera e si sviluppa in un contesto mentale, in risposta a qualche tipo di stimolo esterno, inizialmente. Le mappe neuronali che codifichiamo in base alle nostre esperienze e alle reazioni di attrazione/repulsione innescate dalle suddette vanno a comporre il nostro quadro comportamentale. Questa è roba neuro-scientificamente provata. Pertanto anche la perversione può benissimo essere collocata all’interno di questo contesto (l’oceano della mente), e specificatamente nella zona off-limits, al di fuori di quella cosciente e diurna, soggetta al controllo razionale; la zona che più di tutte si può definire onirica per illogicità, insomma. L’allusione al sogno rimanda anche all’intento di smorzare un po’ l’audacia del tema, di renderla più appetibile agli occhi del pubblico, tramite l’uso di cromie accese, figure mostruose, fluttuanti, in pose iconografiche; in una parola: al di fuori di questa realtà».

    Le tue immagini mi ricordano un po’ Dalì, un po’ Odilon Redon e Gustave Moreau. C’è qualcosa della storia dell’arte che ti ha influenzata e ispirata o lavori slegata, almeno nelle intenzioni, dagli esempi?

    «Ottima osservazione! Apprezzo particolarmente tutti e tre gli artisti citati, anche se la mia sacra triade rimane quella composta da A. Kubin, F. Rops e A.Beardsley. In generale sono stata e rimango un’entusiasta estimatrice della corrente del Simbolismo, troppo immeritatamente soppiantata dal successivo Surrealismo. Ed è un peccato, perché ritengo che i simbolisti si siano spinti molto più in là dei surrealisti nello scandagliare le profondità mobili della materia mentale. Sogni, visioni, premonizioni, allucinazioni..il tutto nella sua integrità inscalfibile ed enigmatica (La Sfinge di Moreau, per ritornare alla tua citazione). Questo senza incorrere nel tentativo di dragare le imperscrutabilità della psiche dal loro imprescindibile mistero (con che mezzuccio poi: la castrante psicoanalisi freudiana!). Del resto, qualunque tipo di contaminazione mi affascina: dalla multiformità del pensiero indiano, alle malformazioni genetiche, alle malattie rare, agli ibridi e gli incroci, naturali e non. Amo i particolari, la carnalità viscerale: perdo ore a contemplare tavole anatomiche calcolando come poter trasformate una vertebra in una nave spaziale, una metastasi in un grappolo di crisantemi e così via…».

    Cosa riversi nel tuo lavoro? Quali elementi prendi dall’osservazione dell’esterno e quali da te stessa?

    «Ho un temperamento lunatico, ansioso, e la mia sensibilità è di tipo “nevrotico”. Quindi, ho sempre utilizzato l’espressione “artistica” (tra virgolette perché lo ritengo un aggettivo abbastanza controverso, oggigiorno) come mezzo propedeutico per il mantenimento di un (precario) equilibrio psichico. Peccato che, come tutte le “valvole di sfogo”, si sia innestato su di un processo circolare/ossessivo composto da: periodo di osservazione/arricchimento/saturazione-maturazione-rilascio. E via daccapo.
    Non percepisco una netta differenziazione tra interno ed esterno, tra me e gli altri e/o l’altro (per questo il mio umore è così mutevole). Tutto si fonde e si sfilaccia ai bordi, si mescola alle estremità, come se congiunto da suture invisibili in un gigantesco patchwork. Faccio ricorso pertanto all’ibridazione più sfrenata, nei miei lavori, nel tentativo di convogliare, almeno in parte, la suddetta impressione sensoriale (che, tengo a sottolineare, è sempre stata naturale e non conseguenza di assunzione di sostanze stupefacenti. Questo onde evitare una domanda fastidiosamente frequente)».

    Dici che nel tuo lavoro tendi a “immolare qualsiasi convinzione”. Tolte le convinzioni, cosa proietterà l’immagine? Dubbi, domande, paure?

    «Sì, riconosco che così estrapolata la frase ha un po’ un sapore da “idealista radicale riottosamente arroccata nella sua convinzione di dover immolare qualsiasi convinzione”. Così si ricade nel paradosso, che è poi ciò che della vita più mi diverte e che più mi piace puntualizzare. La coscienza della paradossalità potenziale presente in qualsiasi azione, pensiero, parola, per via di una limitazione biologica cerebrale a vedere solo un frammento di ciò che analizziamo. Non sono tanto contro le convinzioni in sé, quanto contro la mentalità che solitamente le regge, e mi riferisco a quell’impianto settoriale, categorizzante e sovente accusatorio (per autodifesa, ovvio) di molle lassismo e di accettazione rassegnata. Semplicemente: è noioso, è restrittivo, è costrittivo. Perché ridursi a languire in simili pastoie (il più delle volte tramandate, imposte e assorbite passivamente) quando l’unica libertà che ci è consentita, in definitiva, è quella di poter variare il nostro pensiero? Anche solo per il gusto di “andare contro”, senza aspettative: per puro esercizio ginnico mentale. La libertà di pensiero, credo, è soprattutto questo».

    Ti definisci interessata al “lato potenzialmente incontrollabile e distruttivo che ciascuno contiene”: come entra questo aspetto nella tua arte?

    «Diciamo che ha una valenza personale, introspettiva (se lo applico a me), e una sociale, di sensibilizzazione (se lo applico agli altri).
    Premetto che, per me, il termine “distruttivo” non assume alcuna connotazione negativa. Distruggere non significa annientare, bensì “smantellare”, ed è implicito che, fatta materia prima di ciò che si era precedentemente scomposto, se ne ricrei una nuova, differente, con qualche innesto o detrazione, magari. Sotto questa luce la distruttività e l’incontrollabilità non possono che procedere a braccetto, finché non interviene qualcosa, nel nostro pensiero, a frenarle».

    «Credo che ogni persona detenga la possibilità (non il diritto, a quanto pare) del pensiero individuale, condizione sfortunatamente divenuta oggigiorno tanto innaturale da necessitare uno sforzo abominevole per ribellarsi ad un’infinità di stratificazioni preconcette. Al fine di “smuovere” tale ribellione, non intendo adottare mezze misure. Mi avvarrò, finché mi sarà possibile e dentro i miei limiti, di temi volutamente scandalosi, che proprio per la loro controversia stimoleranno prima la curiosità, poi, si spera, il bisogno di interpretare (l’interpretazione è una giustificazione nei riguardi della nostra coscienza perplessa). In altre parole: il bisogno di sentire e di pensare. Questo è ciò che intendo dire quando mi riferisco al lato “potenzialmente distruttivo ed incontrollabile di ognuno”, seguito da un rinnovo».

    Come è avvenuta la tua formazione artistica?

    «Credo che la formazione artistica sia imprescindibile da un processo di crescita e sviluppo culturale, emotivo e psichico individuale, per formare il quale, oltre a una buona recettività di base, occorrono un gran numero e una varietà costante di stimoli. Per mia fortuna sono cresciuta in un ambiente dove questi non si lesinavano, e ciò, unito al fatto di essere sempre stata molto libera da vincoli e prassi da rispettare, si è rivelato fondamentale per lo sviluppo e l’alimentazione di tutto il mio mondo di immagini, che altro non sono poi, che l’incarnazione “visiva” di impressioni sottili.
    L’accademia di Belle Arti mi ha dispiegato la varietà delle tecniche, come rivestimento “poliedrico” al contenuto che macinavo da sempre».

    Le tue tecniche preferite?

    «Prediligo l’acquerello, gli inchiostri e le ecoline per la loro delicatezza traslucida che acquisisce forza e corposità a furia di velature (l’accanimento del labor limae!). La biro mi dà delle gioie nei ritocchi delicati e nei disegni formato mignon. Poi l’incisione, beh, è stata il mio battesimo accademico e avrà sempre un posto predominante nel mio cuore.
    Ma vario sempre, sperimento sempre. Prossimamente passerò a tecnica mista su tela, grande sfida».

    Parlando a livello pratico, quali trovi che siano le difficoltà per un giovane artista nel vivere del proprio lavoro, oggi?

    «La domanda non si pone, perché è effettivamente impossibile, ora come ora, qui, in Italia (non so poi all’estero come sia la situazione) per un giovane artista vivere del proprio lavoro. Di quelli che, come me, si occupano di lavori prettamente artigianali e per di più con un’impronta così marcatamente personale, non gliene frega (giustamente) a nessuno.
    Mi capitano occasioni per allestire mostre, partecipare a eventi (i più di autoproduzione), e alle volte pure delle commissioni che mi fan tirar su qualche soldo occasionale, e allora è una soddisfazione e un piacere (sempre occasionale, però).
    Non vedo come potrebbe essere altrimenti, innanzitutto per la situazione economica generale, ma anche per la più completa desensibilizzazione verso l’oggetto artistico in virtù di una concentrazione esclusiva su quello di fruizione immediata, facilmente reperibile e altrettanto facilmente rimpiazzabile. Questa è la necessità di mercato, questo è il caro consumismo che ci allatta al suo seno sempre più acido e sempre più misero (mi concedo una metafora quasi poetica, toh!)».

    «E’ deprimente e demotivante. Bisogna ingegnarsi, arrabattarsi, arrotondare con qualche lavoretto (se lo si trova), la competizione è altissima, i colpi bassi non si negano, è tutto uno sciacallaggio che mi ricorda un po’ il cadavere di un geco ricoperto di formiche che avevo trovato sul terrazzo da bambina. Non so, ho 25 anni e posso solo ringraziare quella buon’anima di mio nonno se sono economicamente indipendente. Magari mi butterò sul settore della comunicazione, appena avrò dato gli esami per i certificati di lingue che sto preparando. Oppure mi darò seriamente al tatuaggio, anche se lo sentirei più come un obbligo che come un interesse. Ma può anche benissimo darsi che mi scoglioni definitivamente di questo umanissimo mondo di “cane mangia cane” e vada a consumare i miei giorni venerando la Grande Dea (MahaDevi), nei campi crematori di Calcutta o di Tarapit. Chi vivrà vedrà».

     

    Claudia Baghino

  • Plastic Passion, via Luccoli: mostra collettiva per l’Africa

    Plastic Passion, via Luccoli: mostra collettiva per l’Africa

    Venerdì 14 dicembre alle ore 17.30 inaugura presso Plastic Passion – negozio di calzature e galleria d’arte in via Luccoli – la mostra collettiva Artist’s foot for Orthopaedics onlus”.

    L’esposizione sarà aperta al pubblico al secondo piano del negozio, uno spazio dove artisti genovesi e non possono proporsi per esporre gratuitamente le loro opere.

    A questa mostra hanno cooperato 26 artisti genovesi, che hanno realizzato un art book e che esporranno fino al 2 gennaio 2013 le loro tele, fotografie e sculture.

    Il ricavato della vendita dell’art book e delle opere sarà devoluto al progetto Aiutiamo l’Africa a camminare di Orthopaedics Onlus, un’associazione nata nel 1998 che riunisce medici di varie specializzazioni che operano come volontari nei Paesi in via di sviluppo.

    Gli artisti che parteciperanno alla collettiva sono: Angela Mambelli, Viviana Milan, Isabella Consigliere, Giordano Fabio, Giorgio Facco, Silvia Bevilacqua, Davide Di Donna, Paola Rando, Gian Luca Groppi, Fabio Lombrici, Gregorio Giannotta, Alberto Valgimigli, Mauro Marcenaro, Daniela Signorini, Malgorzata Bochniarz-Ròzanska, Amanta Strata, Roberta Milanesi, Rosanna Vio, Maria Grazia Blandino, Michela Rossini, Andrea Muyat, Sacha Salvador, Alessandro Olmi, Andrea Morini, Giancarlo Contu e Cristiano Baricelli.

  • Start 2012, l’apertura collettiva delle gallerie d’arte di Genova

    Start 2012, l’apertura collettiva delle gallerie d’arte di Genova

    La mostra nella galleria d'arteAnche quest’anno l’associazione Start, che riunisce le gallerie genovesi d’arte moderna e contemporanea, ha organizzato l’apertura collettiva che ha dato il via alla stagione espositiva 2012-1013. Le gallerie aderenti all’iniziativa sono state 22, la maggior parte di esse situate nel centro storico e quindi visitabili tutte in una sera, passeggiando da un vicolo all’altro a scoprire gli splendidi spazi espositivi nascosti nelle pance degli edifici storici; colonne, volte ribassate, conci grezzi e rampe di scale medievali che fanno da quinta teatrale a opere contemporanee, con effetti di contrasto incredibilmente suggestivi. Abbiamo curiosato anche noi tra le varie gallerie e parlato con artisti e galleristi in questa notte all’insegna dell’arte.

    La galleria Il Vicolo espone una collettiva di nove artiste che hanno lavorato sul tema “Beauty Case”, titolo stesso dell’esposizione: ce ne parla Francesca Gattoni, curatrice, insieme a Martina Gagliardi, gallerista: «Volevamo presentare, per Start, una mostra al femminile, un po’ anche per celebrare la tradizione della galleria che è matriarcale, e abbiamo deciso di presentare artiste che avessero indagato nel loro lavoro il tema della bellezza, declinato nelle tecniche proprie di ognuna di loro. Abbiamo scelto il tema del beauty-case perché è legato al viaggio e Genova è da sempre città di scambi culturali, quindi c’era l’idea di fare arrivare artiste di un’altra città che idealmente portassero il loro “bagaglio” fino a qui».
    Tecniche particolari come quella utilizzata da Francesca Gagliardi, che crea le sue opere mettendo insieme trucchi per il viso e ricoprendoli con una fusione in ceramica. La sua serie “Home”, incentrata sulla casa-gabbia, è affrontata con mezzi differenti, dal disegno, alla carta forata, ai rossetti, usati come piccoli pali a dar vita a case d’oro e d’argento, di cui si intende l’intima fattura solo a un’analisi molto attenta: «C’è l’idea del doppio, una gabbia che si riflette in uno specchio e che rimanda al prezzo che bisogna pagare per apparire belle… e c’è tutta una serie di trucchi che fanno da prigione, da gabbia dorata appunto». Miss Paka, writer, usa invece mezzi completamente diversi: «Qui cambiamo completamente genere – dice Francesca – con una gestualità più immediata e meno ricercata ma con un’identica profondità riflessiva, perché la bambina protagonista delle sue opere (che è poi il suo alter ego) si distacca dalla massa – rappresentata dai fogli di giornale usati come sfondo del quadro – e gioca con una palla rossa al di sopra dello scorrere troppo veloce degli eventi intorno a noi».

    Centro storico di GenovaArte moderna e contemporanea a Genova

     

     

     

     

     

     

     

    La galleria Guidi&Schoen presenta invece un confronto tra artisti italiani e americani, tutti molto giovani: «Il titolo è “Face to Face – dice Chico Schoen – perché la mostra vuole mettere faccia a faccia questi giovani artisti che lavorano attraverso la pittura in due continenti diversi. Noi abbiamo aperto dieci anni fa lavorando con artisti giovani, alcuni di loro continuano la loro collaborazione con noi, ma abbiamo anche l’esigenza di volgerci al nuovo e inserire nuovi nomi, ricominciare un percorso. Cerchiamo regolarmente perciò nuove voci». Guglielmo Castelli, uno degli artisti in mostra: «Questi ultimi lavori che ho fatto sono stati pensati ad hoc per questo progetto. Io parto come illustratore per l’infanzia, quindi il rapporto tra titolo e immagine, laddove il titolo aiuta l’immagine e viceversa, per me è fondamentale. Nel mio lavoro cerco di contrapporre un’idea di caduta e fallimento a toni cromatici molto leggeri. Tutte le mie figure sono ritratte di schiena o si coprono l’una con l’altra in modo che ci si possa identificare in ognuna di loro. Per me il fallimento è intrinseco alle cose e non per forza è qualcosa di negativo perché significa esperienza».

    Arte moderna e contemporanea

    Arte moderna e contemporanea, mostra Face to Face

     

     

     

     

     

     

    Dell’artista Vitaliano è invece “Reflex”, la personale ordinata alla galleria Cerruti Arte: «Vitaliano ha una grande tecnica pittorica – dice Edgardo Cerruti – a cui ha in qualche modo rinunciato in nome di una grande sintesi. Nelle tele esposte la perfezione scultorea diventa umana, c’è una Nike di Samotracia che diventa donna, e la trasformazione porta con sé tutte le imperfezioni dell’essere umani. Di qui è arrivato alle ultime opere, ombre cinesi quasi, dove toglie tutti i particolari per lasciare solo le forme scure: questo per evitare che le persone si fermino alla superficie, che guardino solo la tecnica, il disegno, venendo distratte dal significato». L’artista presenta anche una serie di “Piccoli”, gocce della nostra società li descrive il gallerista: questi non vengono venduti in blocco o con l’esposizione proposta, ma ciascuno può scegliere quelli che preferisce creandosi la propria composizione, la propria storia.

     

    La mostra di VitalianoCerruti Arte, Vitaliano

     

     

     

     

     

     

    Enrico Macchiavello, ViolaboxUna mostra alla galleria d'arte Violabox

     

     

     

     

     

     

     

    La galleria Violabox infine propone le irriverenti e divertenti opere di Enrico Macchiavello (già noto al grande pubblico per avere creato la serie di personaggi animati che per diverso tempo è stata protagonista dell’advertising della birra Ceres): con lo stile disegnativo che lo contraddistingue ha realizzato una serie di peepshows – da cui il titolo della mostra – scatole all’interno delle quali si sbircia (to peep significa sbirciare) grazie ad un foro che ci mostra immagini infinitamente ricche di particolari minuziosamente curati: «Il peepshow era un oggetto in uso nell’Ottocento come divertissement da salotto, e attraverso un’illusione ottica ricrea un ambiente dove l’occhio a causa della visione monoculare viene ingannato, e aumenta la sensazione di immersione nell’immagine. Io l’ho adattato al mio stile disegnando ambientazioni grottesche. La scelta di usare solo il bianco e nero aumenta l’effetto ottico di straniamento e concentra l’attenzione sul segno». Ecco quindi Peeping the Circles, in cui ogni immagine concentrica all’altra illustra un girone dantesco con le varie pene, Pino Peephole che ci mostra letteralmente il colon di Pino popolato di omini-batteri e….non solo!, Peeping the Reactor, in cui uomini e mostri da radiazioni nucleari si muovono all’interno di un reattore, o Peeping the Ocean che ci porta sempre più giù nel mare fino a tritoni, sirene e pesci abissali. Dice di lui Viola Gailli, gallerista: «Ho scelto lui perché mi ha davvero impressionata il suo lavoro particolarissimo, le immagini sono ricche di dettagli che si colgono uno alla volta e che bisogna andare a cercare osservando da vicino, ogni volta che si guarda dallo spioncino si vede un particolare in più, una storia diversa».

    Le esposizioni attualmente in essere proseguono per un mese circa e possono essere visitate con gli orari specifici di ogni galleria, reperibili sui relativi siti.

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • MF Gallery, un progetto artistico fra New York e la Maddalena

    MF Gallery, un progetto artistico fra New York e la Maddalena

    MF Gallery, Genova e New YorkMartina Secondo e Frank Russo sono i due giovani galleristi che gestiscono la MF Gallery di Vico dietro il Coro della Maddalena. Lei è genovese di nascita e americana d’adozione, lui è nativo degli Stati Uniti d’America, insieme hanno inaugurato la galleria nel 2009. Ma il loro esordio risale al 2003, quando aprono la prima sede, gemella di quella genovese, a New York. Oggi vivono tra la Grande Mela e la nostra città, portando avanti questo originale doppio progetto.

    La vostra storia in breve: a poco più di vent’anni avete dato vita a una galleria d’arte a N.Y. Ho letto che oggi è tra le più importanti della Grande Mela per quanto riguarda le correnti artistiche da voi trattate. In Italia a vent’anni sei considerato un ragazzino o poco più e ottenere fiducia da banche e istituti di credito per un simile progetto è una chimera…c’è davvero tutta questa differenza tra un paese e l’altro? Come è stata la vostra esperienza?

    «Siamo tutti e due cresciuti a New York, ma abbiamo studiato al California Institute of Art dal 1988 al 2002. Quando siamo tornati nella Grande Mela, ci siamo accorti della mancanza di un certo tipo di arte – il Low Brow/Pop Surrealism – che interessava a noi, molto più conosciuta e valorizzata nella West Coast. Essendo tutti e due artisti, abbiamo deciso da un lato di aprire uno spazio per esporre i nostri lavori e quelli dei nostri colleghi, dall’altro di lavorare nel frattempo con artisti già più noti in questa corrente artistica».

    Aperta la sede di N.Y. nel 2003, avete inaugurato a Genova, nel quartiere della Maddalena, nel 2009. Due realtà antitetiche: una metropoli tra le più importanti e dinamiche al mondo la prima, una città al confronto minuscola, che fa fatica a rinnovarsi e a portare novità la seconda. Eppure avete scelto Genova e non Milano o Roma per la seconda sede. Perché?

    «Martina è nata a Genova. Abbiamo molti parenti e amici in questa città in cui tornavamo spesso per le vacanze. Quando si è liberato un piccolo magazzino accanto al ristorante “I Tre Merli” di proprietà della famiglia di Martina, abbiamo colto l’occasione per rimetterlo a nuovo e aprire la sede genovese. Genova è una città vecchia ma anche con molti giovani, e ci sembrava pronta per recepire anche il “nuovo”».

    Come si conformano le due gallerie alle due città? Quali i punti in comune, se ce ne sono, quali le differenze? Artisti ospitati a N.Y. vengono messi in mostra anche a Genova e viceversa, o ci sono divisioni nette tra le esposizioni?

    «L’esperienza di aprire le due gallerie è stata stranamente simile, nel senso che in tutte e due le città abbiamo introdotto uno stile di arte nuovo. A New York nel 2003 non erano molte le gallerie che esponevano Low Brow/Pop Surrealism. E a Genova nel 2009 (come pure nel resto d’Italia!) era una novità assoluta. Avere una galleria su ciascun lato dell’oceano è positivo e molto interessante: ci ha fatto conoscere collezionisti internazionali sia da una parte che dall’altra, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare artisti italiani ed esporre i loro lavori anche a New York e viceversa, importando a Genova artisti americani e facendoli amare al pubblico italiano».

    Quanto si discosta il pubblico newyorkese da quello genovese?

    «La gente che apprezza questo tipo di arte è abbastanza simile sia in Italia sia in America. I collezionisti di questo genere amano il rock, i tattoos, i fumetti, i toys e tutto ciò che è generalmente considerato alternative. È una sottocultura che attraversa le frontiere!»

    Avete aperto la sede genovese a crisi già cominciata. In Italia la cultura è sempre la prima “voce di spesa” a subire tagli nei bilanci pubblici. Anche oltreoceano è così?

    «Purtroppo anche in America, forse ancora più che in Italia, sono i programmi artistici a subire i primi tagli! Nonostante questo, gestire una galleria ed essere artista è qualcosa che non si può fare solamente a scopo di lucro. Va fatto prima di tutto per passione».

    Siete artisti voi stessi, oltre che galleristi, e sul vostro sito si legge che il filone cui afferite coi vostri lavori e con il vostro impegno di galleria è il Pop Surrealism/Underground Pop Art. Di cosa si tratta precisamente?

    «Il Pop Surrealism/Underground Pop Art/Lowbrow Art è il primo vero movimento artistico del nuovo millennio. Affonda le radici nella cultura californiana degli anni ’50 e ’60, con le macchine “hot rods”, nella cultura skate e surf, nei fumetti underground di quei tempi e, come già detto, prende ispirazione anche dal mondo dei tattoos, dei giocattoli, dei cartoni animati».

    Le opere che ospitate sembrano sempre veicolare una fortissima inquietudine, una sorta di senso di distruzione: corpi lacerati, figure consumate, un sentore di apocalisse negli sfondi e nelle ambientazioni… quale messaggio si vuole trasmettere?

    «L’arte che esponiamo usa immagini forti per scuotere e provocare il pubblico, obbligarlo a vedere le cose in modo diverso. Come ai tempi dei film proiettati nei drive in, i mostri e le immagini spaventose servono per divertirsi in modo alternativo e un po’ ribelle. Molti artisti sono influenzati dal punk e dall’heavy metal, dai film horror, e questo emerge chiaramente nelle loro opere».

    Quali sono i progetti futuri per la sede genovese?

    «Nella sede genovese vogliamo dedicarci a presentare personali di artisti italiani, soprattutto genovesi, pur continuando ad allestire collettive con artisti americani e di tutto il mondo».

    Claudia Baghino

  • Miti, fiabe e leggende di Michele Fabbricatore in mostra alla galleria Il Basilisco

    Miti, fiabe e leggende di Michele Fabbricatore in mostra alla galleria Il Basilisco

    Il BasiliscoPersonaggi mitologici e fiabeschi rivisitati in Miti, fiabe e leggende, la mostra personale di Michele Fabbricatore, ceramista di nuova generazione, inaugura giovedì 3 maggio, alle ore 18, alla Galleria d’Arte Il Basilisco di Piazza della Maddalena 7.

    Leggerezza e dimensione fiabesca, insieme ad una sorta di incanto e di fissità stupita, caratterizzano i bassorilievi e  sculture dell’artista.

    Michele Fabbricatore ha scelto infatti di raccontare la bellezza, l’armonia e l’equilibrio della realtà in cui viviamo attraverso lo sguardo di un bambino, più veritiero e capace di stupore. Nasce così anche il suo legame con la letteratura, in grado di raccontare storie fantastiche senza mai dimenticare la realtà.

    Venti le sculture, realizzate con la tecnica del terzo fuoco, e  venti le grafiche -acquarelli e acqueforti – in esposizione. Protagonisti di questo viaggio attraverso il sogno, l’immaginario e la fiaba, i miti di Orfeo, Zeus ed Europa, Apollo, Leda e il cigno e ancora, il Barone rampante e il Visconte dimezzato e, per la prima volta, la fiaba di Cenerentola.

    Sembrano volare i suoi personaggi, così come sembra fatta d’aria la sua arte così materica. Nelle sue opere l’archetipo, proiettato dal mondo immaginale in una forma materiale, si ritrova improvvisamente catturato e plasmato nell’argilla, entrando perciò a far parte del mondo della visibilità, pur mantenendo un non so che di arcano e di impalpabile.

    Inaugurazione 3 maggio ore 18 alla presenza dell’artista
    3-24 maggio| orari: da martedì a sabato 10.00|12.30_16.00|19.00 e il giovedì 14.30|19.00.
    Il Basilisco – Piazza della Maddalena 7 | Genova

  • Satura Art Gallery, le mostre del mese di maggio

    Satura Art Gallery, le mostre del mese di maggio

    Satura art GallerySabato 5 maggio Satura Art Gallery ospita l’inaugurazione di cinque eventi espositivi a cura di altrettanti artisti: l’appuntamento è per le ore 17 presso la sede dell’associazione di Palazzo Stella.

    “Tracce di soggetto” la mostra di Davide Battaglia a cura di Elena Colombo, racconta grazie alle sue opere iperrealiste il quotidiano post-moderno in cui tutti sono connessi ma isolati, vicini senza mai conoscersi.

    Tommaso Arscone con “Oliosupellesutela” è una vera rivelazione. Fermandosi di fronte ad un suo lavoro viene da chiedersi se si sta guardando un quadro o una fotografia. L’artista rappresenta una sensualità affascinante e schietta, mediata dal linguaggio pubblicitario, che in alcuni casi si mostra in distorsioni prospettiche ed emotive. Il ritratto e il particolare sono le forme preferite per questa indagine influenzata da riferimenti vintage che si esprime in grandi primi piani, istantanee di uno slancio dinamico o l’accostamento pop di volti simili.

    La mostra “Risveglio” è opera di Pietro Caridi, artista nato a Levanto, paese porta delle Cinque Terre, dove trascorre la sua infanzia immerso nei colori e nella particolare luce che caratterizzano questa zona della Riviera Ligure. E’ proprio da questo contatto diretto con le sfumature del mare, del cielo e dell’entroterra di questo piccolo paradiso che incomincia a formarsi la spiccata sensibilità per il colore

    Nella mostra “Donne del mondo” di Ana María García Ruiz le opere rappresentano un racconto di viaggio che sposta il punto d’osservazione e modifica le scene, mostrando donne di ogni parte del mondo. Ci sono geisha che sembrano assorbire la voce verde e calma del bosco, ragazze africane che, con i loro abiti bianchi richiamano la luce del sole e giovani polinesiane avvolte in  morbidi tessuti che riprendono la vivacità rigogliosa della vegetazione.

    “L’inafferrabile della bellezza” sono le sculture in mostra di Renzo Maggi,  artista che opera al di fuori di ogni corrente, in solitudine e con un’energia che ha del prodigioso. Con la sua scultura ripropone in maniera decisiva, perentoria e abbagliante, l’enigma della bellezza che ci giunge, come nelle sue Afroditi e nelle ultime opere le “Donne-Luna”, venata da una sottile melanconia, come ogni spettatore sensibile non manca di percepire.

    Le mostre “Tracce di soggetto”, “Oliosupellesutela”, “Donne del mondo” sono a cura di Elena Colombo. “Risveglio” a cura di Mario Napoli e “L’inafferrabile della bellezza” a cura di Roberto Valcamonici.

    Le opere sono visitabili fino al 19 maggio da martedì a sabato dalle ore 15.30 alle ore 19.

     

  • “Silenzi Metropolitani” in mostra alla Galleria Il Basilisco

    “Silenzi Metropolitani” in mostra alla Galleria Il Basilisco

    il BasiliscoLa Galleria Il Basilisco ospita dall’8 al 31 marzo la mostra di Roberta BuccellatiSilenzi Metropolitani”.
    Prospettive inconsuete, volumi e luci nei silenzi metropolitani: un palcoscenico urbano, quasi sospeso, che si anima silenziosamente, protagonisti gli scorci della sopraelevata e le vedute di Sampierdarena, soggetti a lungo studiati e fotografati dall’artista.

    Galleria Il Basilisco – via della Maddalena 7

    Orari:
    da martedì a sabato dalle ore 10 alle ore 12.30 e dalle ore 16 alle ore 19. Il giovedì dalle ore 14.30 alle ore 19