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  • Delibere di iniziativa popolare, il regolamento è in vigore. A dicembre in commissione le tre proposte respinte

    Delibere di iniziativa popolare, il regolamento è in vigore. A dicembre in commissione le tre proposte respinte

    consiglio-comunaleIl nuovo regolamento per le delibere di inziativa popolare è entrato in vigore in questi giorni; una norma transitoria ha permesso di “recuperare” i tre quesiti presentati a inizio estate, poi respinti per mancanza della legislazione comunale in materia. Ora, i testi potrebbero arrivare in Sala Rossa a metà dicembre, anche se è molto probabile che venga valicato il nuovo anno. Dopo diversi passaggi in commissione, il testo del nuovo “Regolamento sulle procedure per le proposte di deliberazione di iniziativa popolare” è stato approvato dal Consiglio comunale il 4 ottobre. Stando ai tempi di pubblicazione fissati dalla legge, nei fatti, questo testo è entrato in vigore lo scorso 25 ottobre, colmando, in questo modo, quella grave lacuna messa in luce dal respingimento delle tre proposte presentate dai cittadini ad inizio estate. Come è noto, infatti, nonostante esista una normativa italiana che delega ai singoli Comuni di predisporre un percorso legislativo per accogliere le proposte popolari, il Comune di Genova non si era mai dotato di alcun dispositivo in merito. Il motivo? Non era mai servito, visto che non era mai stata proposta alcune deliberazione.

    La discussione in Commissione è stata approfondita e non sempre semplice, e solo dopo alcuni passaggi si è arrivati ad un testo: se n’è fatto carico il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, che ha predisposto un regolamento ispirandosi a quelli già approvati in altre municipalità del paese. In aula, il testo è stato approvato con larga maggioranza. Durante il dibattito consigliare, si è cercato il modo di recuperare le tre proposte respinte per mancanza di legge: alla fine si è optato per una norma transitoria ad hoc, che ha rimesso i testi in gioco.

    Le tre proposte recuperate

    Ad oggi, quindi, le proposte di delibera di iniziativa popolare presentate ad inizio luglio, sono nella fase dell’istruttoria da parte della segreteria generale del Comune di Genova. Se saranno ammesse, entro 20 giorni dovranno essere esaminate dalla commissioni consiliari competenti per materia, per poi essere successivamente portate all’assemblea. Difficilmente, quindi, si arriverà al voto finale entro la fine di quest’anno.

    Le tre proposte affrontano argomenti molti delicati: trasparenza, diritti e partecipazione sono il fulcro del primo testo, che sostanzialmente chiede di rendere la rendicontazione della macchina comunale più accessibile e di stabilire “nuovi” minimi diritti per ogni abitante (quote di verde, attrezzature sportive, spiagge libere, trasporto pubblico). La seconda proposta punta a inserire un passaggio di consultazione popolare per quanto riguarda le privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Un tentativo in “zona Cesarini” viste le recenti dismissioni di Amiu e le condizioni in cui versa Amt. L’ultimo testo, invece, si rifà al referendum sull’acqua pubblica del 2011: svincolare la distribuzione idrica dalle logiche del mercato, e quindi dal profitto dei privati, attraverso vincoli di ridistribuzione degli incassi delle utenze in investimenti, manutenzioni e freno alle tariffe.

    La procedura del nuovo regolamento

    Argomenti, quindi, decisamente ficcanti per quanto riguarda la gestione della “cosa pubblica” declinata al livello comunale. Stando al nuovo regolamento, la procedura è abbastanza semplice, ma non priva di ostacoli: i cittadini consegnano il testo (sottoscritto da almeno 200 persone, rappresentate da un referente) al presidente del Consiglio comunale, che lo trasmette alla segreteria generale per una verifica di conformità; una volta superata può partire la raccolta firme, che deve arrivare ad almeno 2000 sottoscriventi. Per le tre proposte questa fase è stata considerata già completata. Consegnate le firme, i testi vengono riportati alla segreteria generale che procede con l’istruttoria, per verificare le regolarità procedurali. Passato questo esame, la proposta arriva al sindaco e all’assessore di riferimento e viene presentata e discussa in Commissione competente per materia.

    Durante il dibattito, così in Commissione come in aula consiliare, possono essere introdotte delle modifiche o degli adattamenti; con questo meccanismo il Consiglio comunale, organo direttamente eletto dal popolo, ha mantenuto le sue prerogative. Ai cittadini rimane l’iniziativa legislativa, che di questi tempo, però, non è poca cosa.


    Nicola Giordanella

  • TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    porto-antico-notte2-DITED (http://www.ted.com) è una piattaforma online che raccoglie “idee che vale la pena diffondere“. Un percorso iniziato nel 1984 negli Stati Uniti con una conferenza in cui tecnologia, intrattenimento e design (Technology, Entertainment and Design) erano i temi portanti. Oggi TED è un’organizzazione no-profit che organizza giornate convegno dedicate a molti argomenti in più di 100 lingue. I video degli interventi vengono poi caricati online sul sito. Dal 2009 è possibile organizzare gli eventi TED in tutto il mondo, convegni indipendenti che aiutano a condividere idee raccolte.

    Cosa ha a che fare una storia made in Usa con l’Italia, Genova e il Porto Antico? L’idea è di due fratelli genovesi Davide e Giulia Pignone, che hanno deciso di organizzare il TEDxPortoAntico. «Siamo partiti noi due e poi si è organizzato il team di lavoro, abbiamo creato un’associazione non profit. Abbiamo lanciato una call-to-action via Facebook per vedere chi aveva voglia di darci una mano e così si è creato il gruppo di lavoro», racconta Davide.

    TEDxPortoAntico, di cosa si tratta?

    La formula è la medesima delle conferenze sul modello statunitense: una giornata in cui i relatori si alternano sul palco avendo a disposizione al massimo 18 minuti ciascuno per esporre la propria idea. Ma le regole da rispettare sono rigide, come ci racconta Davide «Ci sono una marea di regole da seguire nel formulare la richiesta, prima di tutto per organizzare un evento locale è necessario chiedere una licenza all’organizzazione ufficiale indicando il nome che si vuole utilizzare, a quel punto sta a loro rilasciare o meno la licenza. Alcune domande del formulario sono incentrate sulle competenze in possesso di chi chiede di poter organizzare l’evento, poi è necessario inquadrare il tema e un’indicazione di massima sui relatori. È importante partire con le idee chiare, insomma Una volta ottenuta la licenza si ha a disposizione un anno per realizzare l’evento. Noi ci abbiamo lavorato con più intensità da maggio di quest’anno». La richiesta è stata fatta ad ottobre 2014 e accettata a gennaio 2015.

    Dunque una serie di relatori che si alterneranno sul palco della Sala Montecucco presso il Circolo Autorità Portuale di Genova dalle 10.00 alle 18.00 del 17 ottobre prossimo.

    Chi può intervenire ad un TED? «Quando si è saputo che stavamo organizzando un TED a Genova, quasi chiunque ti scrive per proporsi, la maggior parte li selezioni tu o il team – approfondisce Pignone – nel nostro caso alcuni relatori sono stati scelti da me altri proposti di comune accordo con l’intero team di lavoro. ll TED ufficiale mette veti su tante cose ad esempio gli speech non devono essere di natura politica o religiosa».

    La nostra città, dove nella maggior parte dei casi ognuno ama farsi i fatti propri protetto dal calore delle mura amiche, non sembra il palcoscenico adatto per un evento del genere. Cosa vi aspettate da Genova?

    «Siamo partiti con poche aspettative, la cosa bellissima è che abbiamo trovato molta apertura in aziende che hanno risposto e si sono complimentate per l’iniziativa; abbiamo trovato sponsor, persone che ci dessero una mano, è stata una sorpresa – continua Davide – la vendita sta andando bene, anche se abbiamo a disposizione solo 100 biglietti, questo è dovuto alla licenza di primo livello concessa dal TED ufficiale che non permette di avere più di 100 persone live durante il convegno».

    Chi sono i relatori di TEDxPortoAntico?

    Dall’agricoltura alla robotica, passando per la musica, dai gamer fino agli storyteller questi gli 11 speaker di TEDxPortoAntico.  La maggior parte sono genovesi ed è questa la bella scoperta: «Cercando speaker nell’ambito di Genova ci siamo accorti che ci sono molte realtà anche piccole, che si stanno dando da fare, peccato è che non siano coordinate, magari c’è l’azienda che sta facendo il pezzetto di A e non sa che l’altra azienda ha un altro pezzetto della stessa A».

     

    Claudia Dani

  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Segni nel fango: un’asta benefica e un libro di illustrazioni per gli alluvionati genovesi

    Segni nel fango: un’asta benefica e un libro di illustrazioni per gli alluvionati genovesi

    segni-nel-fango-asta-beneficenzaUn’iniziativa artistica per raccogliere fondi utili al sostegno delle attività genovesi colpite dalle recenti alluvioni: questo il concetto che sta alla base di Segni Nel fango, il nuovo progetto benefico lanciato da Genoa Comics Academy e Anonima Illustratori.

    Si tratta di una una raccolta di opere di artisti attivi nei campi dell’illustrazione, fumetto e arti figurative in genere,  sensibili agli eventi che hanno colpito Genova, con una poetica universale ispirata al tema “Alluvione a Genova volontari nel fango con la voglia di aiutare, ricostruire, ricominciare…nonostante tutto!”

    Segni nel fango prevede un’asta di beneficenza il giorno 19 dicembre presso il Museo del Mare Galata alle ore 16.30 in cui si venderanno le opere che gli artisti hanno realizzato per l’iniziativa, e la realizzazione di un volume contenente tutte le illustrazioni,  stampato e distribuito nelle librerie associate alla Librerie Indipendenti Genova.

    Tutti i ricavati (sia delle opere editoriali che dell’asta degli originali) saranno raccolti in un fondo dedicato, gestito da Confesercenti e distribuiti alle realtà commerciali e culturali colpite dall’alluvione.

    Il pubblico può partecipare o contribuire durante l’asta del 19 dicembre, le opere saranno tutte su Ebay e l”asta si potrà vedere in streaming sul canale Youtube legato a Segni nel Fango.

    Inoltre, in alcune librerie accreditate si potrà fare una donazione di 10 € per avere in regalo il catalogo delle opere.

    L’iniziativa è sostenuta dalla RivistaAndersen e realizzata con il sostegno del Municipio 1 Genova Centro Est.

    Le illustrazioni sono di Akab; Baldi Brunella; Baricelli Cristiano; Belsito Katia; Bonaccorso Lelio; Camuncoli Giuseppe; Carosini Gino; Celestini Oscar; Corda Tullio; Dalena Antonello; De Pieri Erica; Dentiblù; Enoch Luca; Fereshteh Najafi; Ferrari Antonigionata; Ferraris Andrea; Forcelloni Claudia; Gabos Otto; Giannotta Gregorio; Giorgetti Argentina; Ingranata Roberta; Lauciello Roberto; Longo Fabrizio; Macchiavello Enrico; Manca Antonietta; Martino Tatiana; Mastroianni Marco; Matarese Giorgia; Mazza Irene; Montanari Eva; Muzzi Michela; Muzzi Valentina; Novelli Sara; Olivieri Bruno; Ozenga Lisalinda; Parodi Alessandro; Parrella Nicola; Perkins Will; Piccardo Andrea; Raso Alex; Scagni Stefano; Spugna; Tavormina Maurilio; Tessaro Gek; Valgimigli Alberto; Wolfsgruber Linda

    Testi di Ferruccio Giromini; Anselmo Roveda; Giulia Cocchella; Angelo Calvisi.

  • Ancora Donna: progetto a cura di Lilt per sostenere le donne in trattamento oncologico

    Ancora Donna: progetto a cura di Lilt per sostenere le donne in trattamento oncologico

    nastro rosa lilt violenza sulle donne abusiLa Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori lancia il progetto Ancora Donna: si tratta di una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Rete del Dono che ha come obiettivo quello di fornire assistenza gratuita alle donne in terapia oncologica e post-operatoria.

    Con un contributo libero, tutti i sostenitori aiutano a mantenere gratuita questa assistenza. Donare è semplice, basta collegarsi al sito retedeldono.it (clicca qui).

    La campagna curata da LILT Genova è rivolta alle pazienti che stanno affrontando terapie oncologiche, e si pone come obiettivo primario quello di per farle sentire ancora donne in un momento così difficile dal punto di vista fisico e psicologico.

    Si sostiene la “parte sana” delle pazienti attraverso servizi gratuiti come lo psicologo, il nutrizionista, il dermatologo, l’acconciatore ,gli specialisti in tecniche di arte terapia, Reiki, Tai Chi Chuan, autisti LILT per il trasporto da e per l’ospedale.

    A tutto questo si aggiunge la compartecipazione della LILT alla spesa per l’acquisto della parrucca: un buono del valore di 100 € per l’acquisto di una parrucca.

    LILT Genova ha iscritto il progetto Ancora Donna a questa campagna di crowdfunding per poterne sempre garantire l’esistenza. Il percorso di ogni donna all’interno del progetto è infatti per lei completamente gratuito e personalizzato per rispondere adeguatamente ai singoli bisogni: in questo modo ognuna può sentirsi accolta come persona ed ha la possibilità di sentirsi parte del gruppo.

    La LILT – Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Sezione Provinciale di Genova offre servizi  alle pazienti un preziosi servizio di assistenza, l’accoglienza nella Casa Amici che si trova vicino all’Ospedale San Martino di Genova, un servizio di trasporto dei malati, consulenze psicologiche, riabilitazioni e reinserimento sociale.

    LILT Genova promuove corretti stili di vita quali la sana alimentazione e l’attività fisica e risponde alle esigenze della prevenzione secondaria con visite mediche a contributi ridotti, che permettono a tanti di controllare il loro stato di salute.

    L’Associazione conta oggi a Genova oltre 3000 soci e nel Poliambulatorio di Via Caffaro fornisce ogni anno circa 6.000 prestazioni, tra visite ginecologiche e pap test, ecografie transvaginali, mammografie, ecografie mammarie, visite senologiche, visite e mappatura nei, visite urologiche, visite colon retto, visite ed ecografie alla tiroide.

    Altri numeri di LILT Genova sono: 6.000 visite annuali al Poliambulatorio di Via Caffaro; 6.500 ospiti annuali in Casa Amici; 850 trasporti per 5800 Km percorsi all’anno dalla nostra auto a disposizione dei pazienti in trattamento chemioterapico; 90 signore in terapia oncologica seguite costantemente con il progetto “Ancora Donna”, che offre servizi dedicati al miglioramento della qualità di vita; 3.500 studenti delle scuole primarie e secondarie di Genova e Provincia coinvolti ogni anno in attività di informazione ed educazione alla salute sui temi delle dipendenze e sensibilizzazione agli stili di vita salutari; 3.434 tra amici e followers su Facebook LILT Lega Tumori Genova; 3.500 iscritti alla Newsletter.

    Per informazioni sul progetto: www.legatumori.genova.it; raccoltafondi@legatumori.genova.it; 010.2530160

  • Unlearning FAQ: le risposte di Anna, Lucio e Gaia alle domande dei curiosi

    Unlearning FAQ: le risposte di Anna, Lucio e Gaia alle domande dei curiosi

    unlearning-faqOtto ore di lavoro al giorno a testa, bambina a scuola fino alle quattro del pomeriggio, babysitter… Per poi  ritrovarsi a casa sfiniti a parlare di mutuo e bollette, organizzando un’altra giornata di sopravvivenza. Un modello pronto per affondarci, uno stile di vita che a nostra volta stiamo trasmettendo a nostra figlia come verità. Ma se lasciassimo la zona comfort del nostro appartamento del  centro città per condividere i tempi e gli spazi con chi ha un concetto diverso di famiglia? Come vedremo la nostra vecchia vita al nostro ritorno? Saremo capaci di ritornare alla nostra routine?

    Questo è il pensiero che ha fatto partire il progetto Unlearning (“Che cos’è Unlearning“, “Diario di viaggio parte 1“, “Diario di viaggio parte 2“) una famiglia genovese che ha messo in stand-by la propria vita per viaggiare e mettersi in gioco a costo quasi zero, viaggiando con il baratto.

    Oltre 5.000 Km percorsi con i i passaggi di BlaBlaCar (evitando di emettere 1100 m2 di  CO2), lavoro in cambio di vitto e alloggio con Wwofing e workaway, banca del tempo di Timerepublik, appartamento scambiato o affittato… Usando tutti i servizi della sharing Economy Anna, Lucio e Gaia sono al 147° giorno di viaggio ed hanno speso poco più di 500 Euro.

    Il loro background cittadino si è scontrato con ecovillaggi vegani, raduni rainbow, ospitalità in grotte o in roulotte, scuole e comuni libertarie. Hanno pulito stalle, smontato tendoni circensi, recuperato cibo scaduto dai container con la comunità Freegan… In ogni tappa hanno incontrato bambini, nuovi modelli di famiglia, di educazione e di alimentazione. Tutti cercatori, verso una vita più a misura d’uomo ed a contatto con la natura.

    unlearning-faq-1Sulla loro pagina facebook molti followers hanno posto le domande più disparate. Anziché rispondere qua e là, Anna e Lucio hanno raccolto i quesiti e hanno postato qui su Era Superba le loro risposte. Se anche voi avete dubbi, curiosità o cattiverie visitate la pagina e scrivete, vi risponderanno.

    Natalia chiede: come si inizia? lo si può fare anche da soli?

    «Certo che si può fare da soli. Si inizia… partendo. Noi inizialmente abbiamo pianificato ogni tappa, i giorni esatti… Ecco questo non è un buon consiglio. Bisogna seguire gli eventi, fidarsi degli altri e adattarsi. Per spostarsi con i passaggi di blablacar bisogna un po’ “seguire” i driver disponibili al momento. Può darsi che chi ci può portare è il giorno successivo a quello pianificato, quindi è sempre meglio accordarsi per un po’ di flessibilità con chi ci ospita. Per quanto riguarda il “couchsurfing” meglio non cercare all’ultimo minuto, ci vogliono in media 2-4 giorni per avere una risposta. Scambio lavoro:  per wwofing e workaway meglio comunque accordarsi una ventina di giorni prima e tenersi sempre un piano B, perché ci si potrebbe anche trovare male».

    Dan chiede: quali contatti? dove trovarli? quanti soldi servono?

    «Prendi il calendario e decidi una data. Desidera di partire. Non darti alternative e non ascoltare nessuno. Internet è un ottimo alleato per trovare i contatti che ti servono. Noi usiamo workaway.info e helpx.com. per trovare lavori nel sociale, lavori in ambito artistico etc. Puoi cercare su wwoofing se vuoi lavorare in fattoria, in Italia e all’estero. Noi, in tre, abbiamo speso 500 euro in 5 mesi. Se hai una casa, trova un amico che te la gestisce, usando airbnb.it puoi recuperarci un po’ di soldi (noi ci stiamo pagando il mutuo) oppure, se preferisci, con homelink puoi organizzare degli scambi casa».

    Anna chiede: cosa volete dimostrare veramente con questa esperienza?

    «Ci piace proporre un modello positivo, non il solito lamento. Perchè alla fine tutti abbiamo i nostri alibi. I nostri alibi per non viaggiare erano: abbiamo una bimba, non abbiamo soldi, non abbiamo tempo. Volevamo dimostrare il contrario».

    Rosi chiede: spero che la vostra esperienza tracci rotte diverse a chi crede che, condividendo, si cresce e ci si evolva. Che dite è una scelta d’elitè o è fattibile pensarla anche per chi deve necessariamente vivere con poco?

    «Nella nostra esperienza abbiamo visto di tutto, da chi ha deliberatamente scelto di vivere in maniera diversa a chi è stato costretto. Penso che noi siamo una generazione molto fortunata, che ha a disposizione molte risorse che ci vengono lasciate dai nostri genitori. Loro le hanno conquistate con un modello economico che non può più continuare. Sta a noi trovare una nuova strada e se siamo “èlite” tanto meglio, avremo più risorse da condividere».

    unlearning-faq-2Elle chiede: al rientro da questa esperienza quali abitudini assolutamente cambierete e cosa sicuramente terrete della vostra”vecchia” vita?

    «Al momento non ci vogliamo pensare, non sappiamo quanto “hardcore” sarà il ritorno alla “zona comfort”. Al momento quello che terrei sono gli amici e i dischi in vinile. (Lucio) Vorrei eliminare la parola “rimandare”. Per il resto non so. (Anna)»

    Luca chiede: spesso chi sceglie, per ideologia, di vivere in modo “alternativo” o da nomade, ha le spalle ben coperte e non lo fa certo per reale necessità, potendo, in caso di necessità, tornare da un momento all’altro alla vita ‘normale’. Quindi mi chiedevo, …avete avuto a che fare con famiglie realmente povere economicamente?

    «Abbiamo incontrato persone senza lavoro… Per loro lo “scambio lavoro” era l’unica opzione possibile al momento. Ma abbiamo conosciuto anche persone con le “spalle coperte”. Mi sembra però un grosso pregiudizio l’idea che “se hai i soldi allora non lo fai per reale necessità”. Ovvero: “se hai i soldi farti l’orto è un capriccio, se hai le spalle coperte fare baratto è radical chic“. Certo ce ne sono persone così ma perché bisogna pensare per forza che chi “sta bene” non può essere alternativo per reale necessità?»

    anna-lucio-gaia-unlearning-4Francesco Lacchia chiede: nelle vostre incursioni in questi mondi paralleli, vi siete fatti un’idea di come si fa a vivere praticando queste attività legate al baratto ed allo scambio di mano d’opera in relazione a tutta la burocrazia che strozza ogni iniziativa? Normative sulla sicurezza dei lavoratori, INAIL, contributi, agenzia delle entrate, studi di settore ecc.?

    «Per ciò che riguarda lo scambio lavoro/ospitalità wwoofing è legale, perché quando ti iscrivi hai una tessera che attesta che tu sei “volontario” in quell’azienda ed un’assicurazione (che paghi, ovviamente). Attenti invece a workaway, in Italia (questo discorso non vale nelle altre nazioni) non c’è nulla che attesta la vostra posizione e, se siete in un’azienda, potreste avere problemi e passare per lavoro nero. A questo link tutto è spiegato molto bene. Quanto a scambiarsi tempo, senza il denaro, con www.timerepublik.com ho chiesto direttamente a Karkim, che ha fondato la piattaforma di cui stiamo parlando. Ecco la sua risposta:

    “Per la verità non si tratta né di baratto né di scambio di prestazione in natura (entrambe tipologie di attività regolamentate e soggette a tassazione, iva, etc…). Si tratta semplicemente di scambiarsi favore e cortesia, esattamente quello che chiederesti o riceveresti da un amico in cambio di tempo. Tempo che può essere impiegato per ottenere favori da altri utenti (per questo non è un baratto: io do’ qualcosa a te e tu dai qualcosa a me): quello che avviene all’interno delle Banche del Tempo non è un rapporto di lavoro/vendita”.

    Lo scopo finale non è ovviamente né quello di accumulare tempo, né quello di creare valore aggiunto e arricchirsi… (e come sarebbe possibile?). Lo scopo finale è andare a ricreare un tessuto sociale, andatosi a disgregare lentamente ma inesorabilmente a partire dal secondo dopo guerra. Lo scopo è tornare ad offrire e, soprattutto, chiedere aiuto in totale libertà. Senza l’imbarazzo dell’incontro economico».

    Yumee chiede: qual è la prima cosa che vi viene in mente ad oggi, pensando alla vostra casa, al ritorno?

    «Se troveremo le cose come le abbiamo lasciate, dopo che più di 20 famiglie da tutto il mondo ci hanno vissuto 🙂 Questo perché durante la nostra assenza abbiamo fatto molti scambi casa con il sito Homelink e abbiamo usato anche Airbnb per far sì che la casa si “auto-pagasse” il mutuo durante il nostro periodo di assenza. Ci fidiamo del prossimo, ma siamo curiosi di sapere se questa fiducia è stata ripagata».

    Gin Ger chiede: per partire Anna ha chiesto aspettativa per motivi personali.. Ma è solo un anno…

    «Infatti il progetto di Unlearning al momento è legato a sei mesi di viaggio, poi ritorniamo a casa e torniamo alla nostra vecchia vita. Anna riprende il lavoro a scuola, io torno alla ricerca di clienti, Gaia entra alla prima elementare. Il nostro “esperimento” prevede questo ovvero: “…E una volta tornati? Cosa succederà varcata la porta di casa?” Al momento non sappiamo risponderti a questa domanda. Torneremo in viaggio? Lasceremo il lavoro? Non lo sappiamo, ma sicuramente vi aggiorneremo…»

    Silvia chiede: esiste un sito che riunisce tutte le fattorie disposte ad ospitare in cambio di mano d’opera ?

    «Se il vostro obiettivo è lavorare in fattoria, cercate wwoofing e lo Stato dove volete andare.Se invece cercate altri tipi di lavoro (babysitter, lavori nel sociale, scambi linguistici, lavori artistici etc.) trovate tutto su workaway.info e helpx.com. A questo link comunque trovate un sacco di altri siti».

    Barbara chiede: ci sono momenti in cui vorreste solo essere a casa vostra, spaparanzati sul divano?

    «Sì specialmente quando ci muoviamo troppo velocemente e dobbiamo “formattarci” per  inserirci in un nuovo contesto. Viaggiare come noi dà molte soddisfazioni ma è molto faticoso. Un viaggio così, con oltre 30 destinazioni, sarebbe da fare in 2 anni, non in sei mesi!»

    Kate chiede: la vostra bambina non va ancora a scuola, ma per una famiglia che ha dei figli in età scolare, le cose si complicano. O no?

    «Si complicano, forse, ma sono comunque fattibili. In Italia siamo fortunati ad avere la possibilità di fare homeschooling. Ci si può accordare con la scuola e decidere che saremo noi ad occuparci in prima persona dell’ istruzione dei nostri figli. Ottima idea per chi vuole staccare e viaggiare. Gaia ad esempio ci ha detto “A settembre voglio andare a scuola, per rivedere i miei amici, poi l’anno prossimo voglio fare homeschooling“. Vedremo. Credo che per un bimbo che fa scuola “staccare” per un periodo e stare con la famiglia può essere un’esperienza illuminante. Per quanto riguarda la parte legale di tutto questo vi rimando a questo sito.

    Dilva chiede: io la domanda vorrei farla dopo il rientro a Genova. E cioè: come state? Ripartite?

    «La cosa ci terrorizza. Non vogliamo pensarci ora».

    Davide chiede: come avete fatto a trasformare il pollo a 4 zampe nel coraggio di intraprendere un’esperienza simile?

    «Avevamo la forte esigenza di staccare e guardare la nostra vita da un altro punto di vista. Il coraggio lo abbiamo trovato perché non ci siamo dati alternative. Quotidianamente troviamo tempo ed energie per il lavoro e per i mille problemi della vita amministrativa. Finalmente abbiamo deciso di seguire una corrente diversa. E, per rispondere alle domande pratiche: non abbiamo soldi per viaggiare? Scambio lavoro. Come facciamo per la casa? Airbnb e homelink. Ci abbiamo messo molti mesi per mettere tutto a registro e partire leggeri. Un piccolo miracolo di condivisione».

    Arianna chiede: posso unirmi a voi?

    «Perché no? Quello che noi vorremo fare con “Unlearning” è una guida per famiglie curiose, quindi anche una sorta di manuale divertente per riuscire a fare esperienze simile alla nostra: viaggiare con poco, fare esperienze famigliari di scambio lavoro…»

    Zara chiede: se pensate al momento prima di partire, cosa vi viene in mente?

    «Ricorderò tutta la vita la faccia dei miei genitori nel momento “Partiremo per sei mesi utilizzando il baratto”».

     

  • #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    #Vitefuoriporta, il viaggio di Era Superba alla scoperta di storie e sapori dell’entroterra

    Raggio di sole tra gli uliviAi miei occhi la lunghezza con cui Genova si estende lungo la costa è ben percepibile via mare. La profondità del suo entroterra, invece, l’ho colta pienamente viaggiando in treno. Fuori dal finestrino scorrono l’Appennino, le alture boscose, i forti che fanno capolino, i primi segnali della città che avanza; e poi giù fino a quel mare che Genova sembra voler stringere in un abbraccio.
    #Vitefuoriporta nasce dalla voglia di raccontare questa profondità, lasciandosi alle spalle il mare e la città per inoltrarsi nell’entroterra. E forse galeotti sono stati i tanti viaggi in treno da Torino, mia città di origine, a Genova che da tre anni a questa parte mi ha felicemente e definitivamente adottata.

    Per una come me, nata e cresciuta ai piedi delle Alpi, potrebbe sembrare scontato il desiderio di scrivere, tra l’incuriosito e l’ammaliato, di vicoli, di mare e di tutto ciò che è così nuovo e così lontano dalla città in cui ho vissuto per trent’anni. Ogni mattina, andando in ufficio, guardo il mare e penso che sia un privilegio poterlo guardare in un giorno qualunque. Credo sia un’emozione che per noi, gente di pianura, non si spegnerà mai del tutto. Ma quando si è trattato di lavorare su un’idea di rubrica per la nuova stagione di #EraOnTheRoad (i nostri sopralluoghi nei quartieri di Genova in diretta Twitter), la voglia di raccontare sapori e personaggi lontani dal mare e dalla città ha paradossalmente preso il sopravvento, complici forse il mio essere sommelier e un’inarrestabile attitudine da food lover.

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareCon #Vitefuoriporta parleremo, tra le altre cose, di vino, di ortaggi, di mucche, di miele, di farina. Incontreremo produttori, allevatori, agricoltori, apicoltori. Tutto questo cercando di tracciare una geografia ideale di storie, tradizioni e sapori. Un viaggio nel genovesato alla scoperta delle eccellenze del territorio ma anche un percorso per conoscere vite e “mestieri” diversi, alcuni quasi perduti altri oggi sulla cresta dell’onda grazie a un ritorno verso tutto ciò che è terra.

    Faremo anche un’incursione fuori provincia per raccontare due territori del vino: ci allontaneremo un po’ geograficamente ma parleremo di luoghi presenti e vivi nella memoria di tanti genovesi.

    Nelle prossime settimane partiremo con la prima tappa della nostra avventura fuori porta. Speriamo di divertirci, di scoprire qualcosa di nuovo, di uscirne un po’ più saggi e un po’ più curiosi perché alla fine la morale della favola è che curiosi non lo si è mai abbastanza.

    Chiara Barbieri

  • Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    arredi-urbani-giardini-plastica-2In molti forse ancora non sanno che da quasi quattro anni i Giardini Baltimora, meglio conosciuti come “Giardini di Plastica“, non sono più abbandonati al loro destino. Su Era Superba vi avevamo già presentato in più di un’occasione Down Town Plastic, il processo di riqualificazione del parco urbano nato in modo spontaneo nel 2010 per volontà di un gruppo di cittadini poi riunitosi nell’Associazione Giardini di Plastica. L’obiettivo dei volontari è stato sin dal primo momento quello di trasformare uno spazio semi abbandonato frutto di avventate politiche urbanistiche del passato (il centro direzionale e i giardini vennero costruiti dopo la demolizione dell’antico quartiere di via Madre di Dio),  in un luogo frequentato e vissuto dai cittadini, valorizzato per le sue caratteristiche e la sua posizione nel cuore di Genova a due passi dal centro e dalla Città Vecchia.

    arredi-urbani-giardini-plastica-3«Dal 2010 crediamo che sia stato fatto un passo fondamentale – raccontano i volontari  dell’Associazione Giardini di Plastica – i Giardini Baltimora sono usciti dall’ombra e si è deciso di investire su di loro e per loro. Soprattutto dall’estate 2013 il parco è diventato un luogo di musica e cultura, con la prima edizione di CRESTA e il nostro primo intervento più incisivo, la scritta bianca che sovrasta il pratone. Poi ci sono state due grandi azioni di pulizia promosse dall’Associazione che hanno migliorato notevolmente l’aspetto del parco: lo sfalcio dei rovi sulla collina sotto Via Del Colle e la rimozione delle siringhe, accumulate negli anni, nella scalinata (attualmente ancora chiusa all’accesso) che attraversa i giardini e collega la via con Piazza Faralli. Questa estate è stata ancora più ricca di eventi: grazie a CRESTA, alle nostre giornate di pulizia, Yoga e Contact e al progetto artistico Di Palo in Frasca che ha visto la decorazione di una parte del parco da parte dell’artista Gianluca Sturmann (autore, tra l’altro, di alcune copertine “storiche” di Era Superba, ndr)».

    Qualcosa è cambiato ai Giardini Baltimora anche per quanto riguarda l’attenzione delle istituzioni, stimolate dall’entusiasmo dell’Associazione. «Un nuovo interesse da parte del Comune è visibile anche nei lavori, alcuni conclusi altri da iniziare, per migliorare la viabilità e l’accesso ai disabili che hanno permesso di portare anche la corrente elettrica nel parco a servizio degli eventi. Il Municipio I Centro Est ha stipulato con noi una convenzione atipica, sperimentale rispetto a quella di affido del verde, che permette all’Associazione maggiori libertà di azione sull’area, come la possibilità di sperimentare arredi urbani temporanei, di proporre eventi ed azioni artistiche o di avere cura del verde. Ora chiediamo a chi amministra il territorio di creare un programma serio che unisca i diversi soggetti pubblici interessati (l’Assessorato all’ambiente, alla cultura, alle politiche giovanili, gestione del Patrimonio, legalità e diritti, il Municipio, la Soprintendenza…) che faciliti la progettazione e l’attuazione di azioni innovative e a lungo termine».

    E qui veniamo all’ultima tappa in ordine di tempo di questa avventura: DPT Lab Parco Fai da te, un laboratorio per ragazzi di analisi urbana e costruzione, realizzato grazie alla sovvenzione ricevuta nell’ambito del Programma europeo Gioventù in Azione.

    «Gli obiettivi del programma Gioventù in Azione coincidono largamente con quelli delle nostre associazioni, non è stato quindi difficile ideare a realizzare il progetto. Per la stesura non ci siamo affidati ad un europrogettista, abbiamo compilato il Formulario da soli. L‘Associazione il Ce.Sto in collaborazione con l’Associazione Giardini di Plastica e con il gruppo di progettazione SPLACE, ha creato un team di lavoro che accompagnasse i ragazzi in un laboratorio di analisi urbana e di costruzione, finalizzato alla progettazione e alla realizzazione di oggetti d’arredo urbano per i Giardini di Plastica, con un budget di 7000 euro».

    Così tra il 26 e il 30 agosto sono state costruite nove panche mobili e polifunzionali per il prato dei Giardini di Plastica, un processo che ha visto da aprile scorso otto ragazzi impegnati in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione. «Partendo dalla necessità di creare oggetti che rendessero più vivibile il parco, il valore aggiunto è che un gruppo di giovani (stranieri avviati in un percorso lavorativo e futuri architetti) abbiano imparato a conoscere meglio Genova e a concepire possibilità di modifica e intervento». Un’opportunità, insomma, per imparare tecniche di progettazione architettonica e costruzione, uno strumento per analizzare le problematiche dei giardini, un’occasione per contribuire alla restituzione del parco alla cittadinanza e un incentivo a incrementarne la fruizione. «Sfruttando una particolare occasione di lavoro condiviso si è cercato di rafforzare la coesione sociale e di rompere eventuali ghettizzazioni presenti sul territorio, di favorire la comprensione tra culture di Paesi diversi, di migliorare la qualità della proposta culturale. Essere cittadino significa anche sviluppare una sensibilità verso il mondo di altri coi quali si convive nei medesimi luoghi, significa incoraggiare il ritrovarsi e il riconoscersi nello spazio pubblico, significa riflettere sulla possibilità di rendere i luoghi di incontro il più inclusivi possibile».

    Il 5 settembre, inoltre, è arrivato un nuovo ospite ai Giardini Baltimora, un container issato con la gru da via D’Annunzio. «Il container è stato concesso in comodato d’uso al Municipio I Centro Est di Genova da parte del C.I.S.Co, “Council of Intermodal Shipping Consultants”, e posizionato come supporto, in primis, al progetto DPT Lab Parco fai da te e poi a tutte le future attività. Il container è il simbolo del processo in atto, del cantiere aperto, un presidio stabile e colorato che migliorerà ulteriormente le possibilità di intervento e l‘organizzazione logistica di ogni azione svolta nel parco. Fino ad oggi qualsiasi evento svolto ai giardini necessitava di trasporti continui o di guardiania, da oggi materiali e strumenti di lavoro potranno essere lasciati direttamente nel parco e ci sarà un luogo riparato per svolgere laboratori, incontri e riunioni. Il container per sua natura è un volume mobile e temporaneo, speriamo che nel processo in atto venga presto sostituito da qualcosa di più duraturo e che nel futuro non ce ne sia più neanche il bisogno».

    Un luogo in trasformazione, un’area degradata del centro cittadino che grazie alla fatica e alla costanza di cittadini volontari, in sinergia con le istituzioni, si sta trasformando in un luogo piacevole e vivibile, un nuovo punto di riferimento per la cultura e il divertimento. Domenica 14 il progetto DPT Lab verrà presentato alla cittadinanza con una festa, un picnik speciale aperto a tutti i genovesi. «Il programma delle attività ai Giardini è sempre piuttosto ricco e grazie alla collaborazione con tante associazioni, riusciamo a proporre almeno un evento al mese. Continueremo naturalmente a realizzare le attività ordinarie di pulizia e miglioramento del verde, cercando di coinvolgere sempre più volontari e cittadini. La prossima importante realizzazione curata dall’Associazione Giardini di Plastica e progettata da Splace prevede, all’interno del progetto di miglioramento degli accessi progettato dallo studio genovese Più Spazio, la costruzione, in autunno, di una grande rampa di accesso ai Giardini da Piazza Dante. La rampa eliminerà il muro e il salto di quota con Piazza Faralli, consentirà anche alle ambulanze di raggiungere i Giardini e costituirà un piccolo anfiteatro attorno all’area giochi».

    «Inoltre, ci stiamo ulteriormente impegnando nella ricerca di sponsor e finanziamenti per realizzare nuove attività e azioni di riqualificazione. Tra i prossimi obiettivi che ci poniamo c’è la creazione di un’area gioco per i cani in collaborazione con i tanti padroni che frequentano il parco, in modo che possano avere un’area libera e dedicata.
    Crediamo profondamente nelle potenzialità dei Giardini di Plastica e speriamo che sempre più persone abbiano voglia di dedicare un po’ di tempo a viverli e a migliorarli, siamo quindi aperti e disponibili a qualsiasi proposta da parte di tutti».

  • Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    alessandr-zeggio-capitano-genova-gerusalemmeLo hanno già ribattezzato “Il Capitano” e se vi occupate di biciclette, o di mobilità sostenibile nella città di Genova, quasi sicuramente avrete già sentito parlare di lui. Si chiama Alessandro Zeggio, è un meccanico Amt e per onorare il suo nome di battaglia dedicatogli dagli amici ciclisti della Fiab-Genova ha deciso di lanciarsi in una nuova sfida. Questo dopo gli exploit dello scorso anno, che prima lo videro partire da Genova con destinazione Moncalieri, a ripercorrere con la pieghevole il viaggio che il Capitano Enrico Alberto D’Albertis fece per scommessa (o per sfida) in sella al suo velocipede e poi nell’autunno da Londra a Roma, pedalando lungo la via Francigena. Quest’ultimo, ci ha raccontato Alessandro, è stato un momento molto importante perché «più che un viaggio è stato un itinerario spirituale, quasi un  pellegrinaggio laico ma in ogni caso un’esperienza fortissima, che ancora mi fa venire gli occhi lucidi se penso a quando sono arrivato a Roma».

    Certamente qui siamo in un’altra dimensione rispetto ai viaggi compulsivi rincorrendo bagagli, coincidenze e check-in. Per arrivare a Moncalieri, con il patrocinio del Comune di Genova e della Fiab- Amici della bicicletta, Alessandro aveva preventivato quattro giorni, per darsi il tempo di incontrare eventuali compagni di strada, mostrare agli inevitabili curiosi la sua bicicletta pieghevole, scattare foto e guardarsi intorno.

    Lungo la via Francigena, invece, privo di sponsorizzazioni e patrocini – «perché sono letteralmente partito in dieci giorni, durante i quali ho semplicemente comprato il biglietto di sola andata per Londra, allestito un minimo di bagaglio, e via…» –  il viaggio ha preso forma durante il percorso stesso. «Il tempo è stato comunque scandito dai miei ritmi – continua il Capitano – all’inizio non sapevo neanche se arrivare a Roma o fermarmi a Genova; comunque ho impiegato quasi un mese, ed è stato assolutamente il viaggio più bello e importante della mia vita».

    E ora un’altra avventura: da Genova a Gerusalemme…

    Sabato 6 settembre, dal Palazzo della Commenda, Alessandro partirà in sella alla sua amata Montague (nuovamente una mountain bike pieghevole, molto tecnica e performante) per la sua scommessa (finora) più azzardata: raggiungere Gerusalemme. Il percorso che fu secoli or sono dei pellegrini verso la Terra Santa. Il suo piano è percorrere l’Italia fino a Brindisi (dove arriverà pedalando, inutile sottolinearlo) e poi attraverso Albania, Macedonia e Grecia ricalcare il percorso dell’antica via Egnatia fino ad Istanbul. Arrivato al lembo più estremo della Turchia, Antiochia, il volo per superare Siria e Libano dove ovviamente non si può transitare,  riprendendo a pedalare ad Acri, per giungere infine a Gerusalemme.

    Quando lo abbiamo incontrato la prima volta era in pieno allenamento, con le borse della bici caricate di pesi per abituarsi alla fatica, ma assolutamente sereno. «So che dovrei avere dei timori, in parte li ho, ma sono anche fiducioso nell’uomo, tanto che l’unica cosa per cui mi sto attrezzando sono i branchi di cani randagi: nelle parti in salita, vedendomi muovere lentamente, potrebbero diventare aggressivi e devo quindi studiare dei modi per difendermi. Riguardo ai pericoli di natura umana, e bellica, so che Gerusalemme non è esattamente una città tranquilla ma spero di riuscire ad evitare le situazioni più rischiose. E comunque, ho deciso di farlo e me ne assumo il rischio».

    «La dimensione umana, ecco: vorrei che emergesse soprattutto questo – aggiunge il Capitano – perché dal punto di vista sportivo non si tratta certo di un’impresa, in internet ci sono resoconti a bizzeffe di persone che potrebbero compiere lo stesso percorso in metà del tempo che impiegherò io, e forse lo hanno fatto. Questo perché dal punto di vista fisico mi sento una schiappa, e anzi, voglio essere la dimostrazione vivente che se riesco a farlo io, può riuscirci chiunque: non sono ancora diventato un ciclista, ero e rimango una persona che si sposta in bici».

    Era Superba seguirà Il Capitano in questo lungo viaggio, vi riporteremo quello che Alessandro, se e quando riuscirà ad avere connessioni e batterie  funzionanti, avrà da  raccontare. Inoltre, nel prossimo numero della rivista in uscita l’1 ottobre, vi parleremo anche di  alcune fasi della preparazione al viaggio che abbiamo potuto seguire,  spiegheremo perché è diventato Il Capitano, e come è esplosa  questa sua passione per le due ruote…

    Non resta dunque che rimandare all’1 ottobre approfondimenti e primi resoconti, nel frattempo… Buona strada Alessandro!

     

    Bruna Taravello

  • La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    sceneggiaturaUno shop sul web per genitori in cerca di fiabe inedite e speciali da raccontare ai propri figli, La Bottega delle Favole, un progetto “made in Genova” di cui vi avevamo parlato circa un anno fa al momento del lancio. In 12 mesi il progetto è cresciuto e oggi vanta ben 24 fiabe pubblicate, scritte da 14 autori differenti. Inoltre, il progetto si è arricchito all’inizio dell’anno di una trasmissione radiofonica in onda sulla web radio “Fra le Note”, interviste e approfondimenti con scrittori e narratori; i podcast vengono successivamente pubblicati sul nostro sito e possono pertanto essere scaricati in qualunque momento.

    «La Bottega delle Favole non è solo un sito per genitori e bimbi in cerca di fiabe – racconta Anna Morchio ideatrice del progetto – ma è in primo luogo una piattaforma in cui il pubblico di chi racconta ed ascolta si può incontrare. Un piazza virtuale in cui le favole possano essere condivise. Alla base di tutto c’è la passione e il forte desiderio di non lasciare scappare i frutti della fantasia e dell’ingegno».
    Il 27 settembre 2014 a Genova nel quartiere del Carmine avrà luogo il primo festival della Bottega delle Favole, InCantaStorie 2014. Dalle storie cantate a quelle mimate, dalle marionette allo storytelling, dalle illustrazioni al diario di viaggio, dalla musica all’acrobatica.
    «Il festival InCantaStorie nasce dal desiderio di percorre i molti mondi della narrazione, i diversi linguaggi che essa utilizza per dare a ciascuno di questi rilievo specifico. Il Mercato del Carmine con le vie e piazze limitrofe accoglierà per un giorno intero artisti, cantastorie, narratori genovesi e non, con l’intento di trasportare i visitatori in un mondo fuori dal tempo dove i linguaggi si intrecciano e concorrono a creare una nuova realtà».

    image Gli artisti saranno più di 20 (la lista completa si può scorrere sul sito della Bottega delle Favole): «Partiremo la mattina con Aureliana Orlando di “Mamma, papà… giochiamo?” che ci insegnerà a giocare con i più piccoli costruendo insieme libri e storie con materiale riciclato, e finiremo a sera inoltrata con Nicola Camurri e con Marco Rinaldi che ci darà un anteprima del suo nuovo spettacolo Verde Oro. Nel mezzo avremo Elisabetta Orlandi che ci incanterà con le sue fiabe multilingue, Franco Picetti che ci accompagnerà per i vicoli della città al ritmo del rock dei carruggi, poi voleremo con la fantasia sui tessuti aerei del Circo Colibrì e delle sue allieve Lisa Bignone e Chiara Pontiggia, con il magico accompagnamento sonoro di Ciro Parisi.
    Ascolteremo una storia raccontata da Teresa Vatavuk in una lingua inesistente, mentre alcuni artisti dell’Anonima Illustratori ne faranno nascere in estemporanea, i personaggi e le ambientazioni con le loro matite.
    Ripercorreremo il viaggio di Lucio, Anna e Gaia, la famiglia del progetto Unlearning, giocheremo con il Favoliamo di Dadoblù, e tantissimi altri narratori, muovendoci in un ambiente molto speciale, Piazza del Carmine e le piazzette limitrofe, che accoglieranno anche storie di oggetti, grazie alle creazioni di diversi artisti che hanno fatto del riuso creativo la loro arte, tra questi Giulia Cavagnetto, Monica Colombara e l’associazione Sc’art, con i prodotti realizzati per il progetto “Creazioni al Fresco” dalle detenute dalla casa circondariale di Genova Pontedecimo»
    .

    imageMolto interessante l’aspetto legato all’apprendimento delle lingue. La Bottega delle Favole! Infatti, ha pensato per i più piccoli a fiabe multilingua e in dialetto genovese.
    «Per noi scrivono mamme e papà in egual misura, ma anche nonni – prosegue Anna – tra cui Claudio Pittaluga, il nonno che ha inaugurato la nostra sezione multilingue con le fiabe in italiano – genovese; insieme a lui opera Elisabetta Orlandi, che oltre ad essere bravissima nello scrivere favole, ed essere un’ottima narratrice, ha il dono di conoscere diverse lingue.
    A questa sezione teniamo molto, consapevoli dell’importanza dell’apprendimento delle lingue nell’età evolutiva e ritenendo più divertente farlo tramite le favole, canale naturale e preferenziale dei piccoli. In questo ambito siamo all’inizio ma abbiamo grandi progetti, il nostro sogno è di poter aprire le porte della Bottega delle Favole ad altre culture, accogliendo fiabe scritte da ogni ogni parte del mondo».

    L’altro aspetto caratterizzante del progetto, è come detto quello di “costruire fiabe su ordinazione” per eventi speciali. Chiediamo ad Anna come procedono le richieste e come viene organizzato il lavoro.
    «Le fiabe su misura sono un prodotto di altissima qualità che ci è stato richiesto come dono in occasioni speciali come le nascite, ma anche come regalo ad una persona amata. Alcune storie hanno il potere magico di spiegare situazioni complicate e di indirizzare verso il lieto fine anche nella vita reale».
    Così nello scaffale della Bottega troviamo ad esempio una fiaba scritta per raccontare ad una bimba nata prima del tempo la storia dei suoi primi mesi di vita, “Piccolo merlo senza uovo”, oppure una dedicata ad un bimbo adottato ed ai suoi genitori che sono “Saliti fin sulla luna” per poterlo stringere tra le braccia.
    «Insomma, le storie su misura sono storie ricchissime, che hanno tanto da dire, da queste possono nascere eventi a tema, ma anche laboratori creativi destinati alle scuole. Stiamo proponendo le storie su misura anche come forma di “slow marketing” alle aziende che hanno una storia da raccontare. Tutte quante vengono cesellate fino ad essere cucite ad hoc per il destinatario, racchiudendo in sé tutta la magia che una narrazione fatta con amore può contenere, ed a seconda del budget poi possono essere musicate, illustrate e perfino messe in scena in eventi teatrali!»

    Un regalo speciale per i lettori di Era Superba

    «Ci piacerebbe fare a tutti lettori di Era Superba un regalo speciale…». Una favola della Bottega in download gratuito per tutti i lettori di Era: vai sul sito, scegli la fiaba che vuoi scaricare e, una volta alla cassa, inserisci questo codice omaggio ERASUPERBA04147F5C. Sulla tua email riceverai il link per scaricare la fiaba, ascoltarla, stamparla e magari rilegarla in modo del tutto personale (è presente anche un tutorial con le istruzioni).

    Per maggiori informazioni e per dare il proprio contributo, per quanto riguarda la scrittura delle favole ma anche per sostenere il progetto attraverso la campagna crowdfunding, visitate il sito www.labottegadellefavole.it

  • Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    street-art-writer-murales-CStreet art, graffiti, street action: ormai nel resto del mondo (Banksy docet) questo tipo di comunicazione artistica è stata sdoganata da qualsiasi pregiudizio ed è assurta a pieno titolo al rango di Cultura con la C maiuscola. La novità è che da qualche tempo questo approccio all’arte di strada sta diventando sempre più popolare anche nella refrattaria Italia, e nella ritrosa Genova. Lo dimostra la maggiore attenzione e sensibilità delle stesse amministrazioni locali, che iniziano (è il caso di Milano con Blu e altri) a ingaggiare writers famosi per decorare zone della città fatiscenti, organizzare esposizioni e supportare iniziative sul territorio.

    Festival Internazionale di Poesia di Strada: da Milano a Genova

    La street art tradizionale si evolve in forme di espressione più moderne e poliedriche, che declinano l’uso tradizionale della bomboletta in modi nuovi. È il caso dell’artista Pao e dei suoi panettoni-pinguino per le strade di Milano, o ancora dei geniali cartelli stradali di Clet Abrahams, in giro per tutta Italia (e non solo). Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, citiamo ancora, non a caso, Ivan Tresoldi (http://www.i-v-a-n.net). Ai più attenti alle novità della scena underground nostrana non sarà sfuggito questo  artista milanese, classe ’81, che da ormai oltre 10 anni con le sue “scaglie” si è imposto sulla scena artistica mondiale: chi frequenta Milano, dalla Darsena ai navigli, avrà notato le sue poesie, brevi frasi sparse in giro per la città, come piccole perle nascoste (“chi getta semi al vento farà fiorire il cielo” o “Il futuro non è più quello di una volta”). Con le sue scaglie Ivan ha il merito di aver aperto il fronte della Poesia di Strada e di aver riportato in auge la poesia, che oggi pare (il mercato editoriale parla chiaro) dimenticata, obsoleta, superata.

    Proprio da una sua idea, nel maggio 2013 si è svolto a Milano un primo sperimentale Festival Internazionale della Poesia di Strada. Una tre giorni di eventi, con decine di poeti di strada da tutta Italia, slam, performance e musica, all’interno del Cs Cantiere ma soprattutto fuori, per le strade della città. L’esperienza ha avuto successo e si è scelto di ripeterla anche nel 2014, questa volta a Genova: sabato 17 e domenica 18 maggio, il capoluogo ligure ha ospitato la seconda edizione del Festival, che ha preso per l’occasione il nome di PAGE – Public Art in Genoa.

    La street art a Genova, l’esperienza di PAGE

    Durante PAGE, sono stati scelti simbolicamente per essere invasi da poesia e colore i quartieri di Prè, Ghetto e Maddalena. Daniela Panariello, una delle organizzatrici di PAGE, ci spiegava qualche tempo fa: “L’idea di PAGE, come dice il nome, era quella di vedere la città come una pagina da ri-scrivere: non qualcosa di totalmente vuoto e da riempire, ma una uno spazio che ha già una propria storia e va ripensato”.

    PAGE ha travolto la città con performance di poeti urbani che hanno scelto le saracinesche del centro come spazio in cui trascrivere le loro emozioni. Hanno partecipato oltre 40 poeti da tutta Italia, ciascuno condividendo parole e colori per scrivere una nuova pagina di poesia collettiva (tra i vari, Fischidicarta, Francesca Pels, Ste-Marta, Mister Caos, lo stesso Ivan Tresoldi, Poesie Pop Corn). Si è trattato di un evento totalmente auto-prodotto: gli artisti si sono inoltrati nel cuore pulsante dei caruggi “zeneizi” e hanno colorato le saracinesche del centro, terminando il percorso nel Ghetto e anticipando l’inaugurazione di Piazza Don Gallo.

    Dopo PAGE, le iniziative per la rigenerazione dello spazio urbano

    L’iniziativa ha avuto un valore sociale di rigenerazione dello spazio urbano: lo scopo era quello che, dopo questi due primi progetti pilota, si potesse estendere questa formula ad altre città, rendendole più cosmopolite (sul modello di Berlino, con la East Side Gallery e la Tacheles, e di Parigi, con La Tour 13). E così è stato: dopo PAGE, ora Genova sta realizzando una mappatura della street art sul territorio cittadino per l’avvio di uno “street art tour”, che sarà inserito all’interno di una mappa internazionale online. La mappa sarà visibile sul blog aperto solo qualche giorno fa http://pagenova.wordpress.com. L’itinerario artistico, rivolto a un turismo giovane e dinamico, sarà reso possibile grazie al lavoro degli organizzatori di PAGE, in collaborazione con altre realtà locali e non, come i ragazzi di Trasherz Organisation di Sampierdarena. Per il momento la mappa comprenderà i lavori realizzati nel corso del festival PAGE di maggio, ma sarà costantemente arricchita, andando ad elencare nuovi progetti.

    «Gli street art tour ormai sono abbastanza comuni nelle capitali europee – racconta Daniela Panariellovogliamo iniziare a importali anche in Italia, per svecchiare il turismo nostrano e valorizzare non solo i reperti antichi ma anche le nuove espressioni, che sono opere d’arte a tutti gli effetti. Ci piaceva partire da Genova, la città più “vecchia” d’Italia in termini di età media, per attirare giovani visitatori in zone solitamente meno battute ma piene di valore sociale e culturale».

    Inoltre, prevista anche la proiezione di video sulla street art alla Maddalena, in collaborazione con il Teatro Altrove. Saranno presenti anche artisti, esperti, critici, per avviare un dibattito attorno all’argomento: il tutto, entro novembre.

     

    Elettra Antognetti

  • Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

    Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

    yurta
    L’ingresso della yurta

    Le yurte sono tende della Mongolia. Ci abitano i pastori credo, le si vedono nei documentari, grandi e circolari in mezzo a queste immense pianure mongole battute dal vento, intorno persone e animali strani.
    Siamo in una yurta, ora. Ma non in Asia. Siamo sulle colline di Bologna, niente pianure mosse dal vento ma solo una leggera pioggerellina che batte sui teli. Alberi sopra la testa, cellulare sul comodino nell’ultimo punto in cui prende un pochettino.

    Siamo qui, ad aspettare che ci chiami un giornalista per un’intervista. È la seconda  oggi. Ora sembra che lo dico per fare i fighi, nella yurta che ci spariamo le interviste… ma io e Anna ci stiamo chiedendo come mai se una famiglia decide di mettere in stand-by la propria vita  questo diventa una notizia da due pagine a colori. Ci fa pensare che forse la nostra libertà non sta benissimo.

    anna-lucio-gaia-unlearning-4Ve ne racconto una. La settimana scorsa abbiamo presentato il progetto ad un gruppo di boyscout. Proiettato i trailer eccetera. Alla fine delle nostre chiacchiere arriva una ragazza e mi dice: Non capisco come fai a lasciare la famiglia e gli amici, la casa per sei mesi… | E io le rispondo:  Scusa, pensa se mi chiamassero da Dubai e mi dicessero, oh c’è un lavoro per te da regista ti paghiamo un botto, vieni, ti diamo la casa pure per la famiglia e io con la mia famiglia andiamo. Non capiresti lo stesso? | No. In quel caso capirei. | Perché? | Perché è lavoro. E ti staresti prendendo cura della tua famiglia. | Quindi ora non mi sto prendendo cura della mia famiglia? | No. Non state guadagnando. E avete lasciato il lavoro quando c’è gente che si dispera per averlo.

    Capisco che per lei fare una cosa per diletto è una cosa da ricchi, un insulto alla povertà. Boh, chissà se è vero. Ci abbiamo messo un annetto ad organizzarci, perché i soldi per andare in giro tutto quel tempo e pagare pure il mutuo non ce li avevamo. La casa un po’ la scambiamo con homelink, un po’ la condividiamo con Airbnb, in modo che si possano fronteggiare le spese di mutuo. E se per le nostre tappe usiamo scambiare lavoro per vitto e alloggio, per viaggiare ci siamo arrangiati con il baratto. Abbiamo accumulato cene con Gnammo, notti con Airbnb… Con il baratto online di Reoose abbiamo scambiato roba che non usavamo con robe utili e via.

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    Con Gnammo Anna ha organizzato diverse cene per finanziare il viaggio…

    Ora stiamo scambiando questo tesoretto con i passaggi di BlaBlaCar. Un sito dove trovi passaggi in auto. Ora lo so qual’è l’associazione comune. Passaggio uguale svegliarsi in un fosso senza un rene. Invece niente, mi dispiace per il tigicinque ma stiamo parecchio bene. Nessun assassino. Le persone sono stranamente affidabili e simpatiche.

    Ieri, con sta storia dei baratti e dello scambio lavoro  abbiamo fatto due conti:  300 euro spesi in tre mesi di viaggio. Piccoli regali per chi ci ospita con il couchsurfing, gelati, e qualche driver di bla bla car che preferiva il denaro ad un baratto.

    Una cosa affascinante che stiamo usando in questo viaggio è la banca del tempo, lo facciamo con  Timerepublik un sito dove ogni scambio si fa con il tempo. Per esempio prima di partire, visto che io e Anna siamo due grafici, abbiamo preparato delle locandine ad un regista. Il nostro preventivo era 12 ore di tempo. Il regista ci ha sballato, ci ha dato un feedback positivo e ci ha accreditato le nostre ore, che abbiamo in gran parte “girato” (tramite il sito) ad un professionista che  ha scritto il comunicato stampa di Unlearning e un traduttore che lo ha rifatto in inglese. Il tempo rimanente lo abbiamo scambiato con una ragazza che ci ha aiutato a fare le pulizie in casa prima di partire. Rimaneva ancora un’ora e in Puglia Anna ci ha “pagato” una lezione di Yoga. Le possibilità sono infinite e la cosa figa (forse un po’ utopica, ma mi piace) è che un’ora vale un’ora. Super Fuckin’ democratic. Un’ora di un ingegnere nucleare vale come un ora di conversazione. Se fosse sempre così… Ve lo immaginate il mondo?

    Rieccomi in Yurta. Siccome la chiamata del giornalista tarda ad arrivare, vi racconto anche un po’ del viaggio, di cui questo articolo è la seconda parte. Nella prima vi avevo raccontato dalla partenza alla Sicilia. I primi due mesi di viaggio.

    La tappa successiva è stata in Puglia, Cisternino, e ce se siamo stati un po’ da Sergio. Sergio è un artista che lavora con il riciclo e il suo trullo è arredato e decorato con oggetti recuperati dal materiale che il mare porta a riva con le mareggiate primaverili.

    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d'auto birilli e plastica abbadonata
    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d’auto birilli e plastica abbadonata

    Ad esempio la maniglia della nostra camera da letto è un mestolo piegato. Le lampade sono tubi da doccia che terminano con vecchi vasi forati. Mi racconta come fare una lampada, come fare un mobile con i bancali e penso che sarebbe fighissimo ma so che quando tornerò a casa non avrò tempo di fare un cazzo ,che ci sono le bollette da pagare e la bambina da prendere a scuola, così la domenica si andrà dagli svedesi nella zona commerciale e ci si riempirà di polpette e marmellata.

    Mi sa proprio che se si vuole cambiare bisogna recidere tutto, non credo nei compromessi. Anna un po’ di più, mi dice che può esistere un buon modo di abitare la città, di cambiarla, ma non so.
    Sergio mi spiega la povertà, la raccolgo in un’intervista bellissima che metterò nel documentario. Un’altra cosa figa della Puglia è stato l’incontro delle scuole libertarie. Scuole dove i ragazzi hanno lo stesso potere decisionale degli adulti. È una figata, ce ne sono diverse in Italia. Scuole libertarie per imparare ad essere liberi. Mentre i bambini nudi giocano nel fango davanti alla comune di Urupia (ah dimenticavo… l’incontro lo hanno fatto qui), mi chiedo se la libertà si può insegnare. Mi sembra una cagata come concetto. Ovvero, se sei uno spirito libero lo sarai comunque, sfanculerai tutti e lo sarai. A prescindere dalla scuola che farai. Chi era che diceva che “c’è gente che pagherebbe per essere schiava”… Ah, ecco Victor Hugo… “C’è gente che pagherebbe per vendersi”. Ecco cosa diceva.

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    Bambini liberi nella comune di Urupia

    Forte di questa cosa vado da Agostino che qui a Urupia ci vive e gli chiedo se la libertà si impara. Ci pensa un poco prima di rispondermi. Poi mi dice che la libertà si disimpara, si disimpara soprattutto nella famiglia tradizionale “adultocentrica” dove le decisioni vengono prese da due adulti, che spesso per deliberare qualcosa litigano pure fra loro. E trovarsi in una struttura non adultocentrica ti aiuta a ragionare in un altro modo. Ecco il perchè di una scuola libertaria.

    Qui poi ci sono un sacco di insegnanti di scuola statale, saranno 20, che sono pentiti di essere i servi del bandito e fanno una lunga riunione su come poter lottare e migliorare la scuola pubblica. Sono molto carini, mi viene in mente una foto che ho visto su internet dove si vede una cintura di proiettili di una mitragliatrice pronti ad essere sparati. Su ognuno c’è scritto a pennarello “SORRY”. Alla fine della riunione decidono di fare una mailing list per poter continuare a lottare.

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    Fuori dalla riunione conosciamo Emily. Prima voleva fare l’acrobata, poi ha fondato una scuola libertaria in centro Italia. «Perchè tanto la scuola pubblica non si può cambiare, fa bene il suo mestiere…». Ci racconta il suo progetto, dove i genitori sono parte integrante e, se il figlio vuole andare là, devono cominciare sei mesi prima a seguire le riunioni. Insomma non devono delegare alla struttura l’istruzione ma esserne partecipi.

    Ci piace la cosa, ci da un passaggio di 600 km sino alla scuola e noi in cambio le lasceremo casa nostra a Genova per una settimana di mare. Il posto è meraviglioso, immerso nella campagna. I genitori arrivano, si fermano con i piccoli dell’asilo. Cucinano. Non si preoccupano se i loro bambini salgono sugli alberi. Si chiama “diritto al rischio” mi spiegano. Ma la cosa più bella me lo dice un papà: «Questa non è una scuola per bambini, è una scuola per genitori». 

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    Cerchio in spiaggia al S-cool di Rimini

    Con Emily saliamo anche a Rimini, dove quel week end si riuniscono genitori ancora più hardcore che fanno scuola familiare, o home schooling che fa più figo. Trovo Erika e le chiedo se questi bambini che non vanno a scuola non sono poi isolati e soli. «Perché scusa tu a scuola durante le lezioni socializzavi o dovevi stare zitto?» Stavo zitto. E quando socializzavi? Nell’intervallo e quando prendevi il bus. Non diciamoci bugie dai… E poi in classe con chi eri? Con bambini che avevano tutti la stessa età… Scusa ma i tuoi amici hanno tutti 35 anni come te? | No, le rispondo. | Piuttosto innaturale non trovi? | Trovo.

    Vorrei chiederle come impara un bambino allora, ma meglio chiederlo al diretto interessato. Prendo la camera e faccio un’intervista. Eccola.

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    Ad Ecosol le porte non sono sulle scale, ma su un largo ballatoio dove si condivide la vita comune

    Dopo tutte queste scuole ci spostiamo a vedere un cohousing: si chiama Ecosol ed è un condominio fuori FidenzaPannelli solari a parte, sembra il solito palazzo di periferia. Ma la sua storia è molto bella. Gli abitanti si conoscono da anni e si sono detti “perché non andiamo a vivere insieme?”

    Questa domanda può dare il via a mille soluzioni e quella di Ecosol può sembrare all’acqua di rose, ma nella sua semplicità spacca tutto! Non è che si vive in comunità tipo “comune anni ’60”. Ognuno ha il suo appartamento esattamente come lo desiderava e in più ci sono spazi comuni da usare a piacimento. Un grande salone con cucina. Orto. Lavanderia. Una cella frigorifera e una dispensa comune. Sul tetto i pannelli solari alimentano tutto: dai riscaldamenti ai condizionatori, dalle piastre ad induzione al boiler. L’amministrazione se la fanno loro. E le spese sono zero (sì, il gas non c’è, ve l’ho detto, è tutto elettrico).

    Poi è importante sottolineare una cosa fondamentale: è una comunità intenzionale. I condomini si sono scelti. Hanno deciso come abitare e si sono fatti la casa su misura, che soddisfacesse un bisogno comune di basso impatto energetico e rispetto dell’ambiente. Con il costo di un normale appartamento.

    E poi conoscersi prima ha un grande vantaggio. Ovvero a fianco non hai un vicino sconosciuto. Hai amici di una vita. Se ci penso a come abbiamo scelto la nostra casa di Genova è follia: scegliamo la casa perché ci piace la zona, l’esposizione, le stanze (ma poi dobbiamo personalizzarla e la radiamo al suolo quasi sempre) e non ce ne frega granché dei rapporti umani, del vicinato.

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    Una casetta “portatile” dal costo di circa 2000 Euro. Questo è lo “spazio privato” a Consolida

    Stiamo poco a Ecosol perché ci aspettano ad un ecovillaggio a Zocca, poco lontano. Lì la vita comune è più estrema: chi abita l’ecovillaggio ha un piccolo spazio personale (un bauwagen o una yurta) e tutto il resto della vita (e degli spazi) sono in comune. Si raccoglie la legno e la mattina parte prestissimo, a lavorare nel grande orto sinergico dove le piante crescono insieme. Mi spiego meglio. Non ci sono tipo blocchi di insalata e blocchi di fagioli. Le piante crescono insieme con un aspetto di caos controllato dallo strano fascino. Nulla è casuale, perché gli ortaggi si aiutano a vicenda: ad esempio, vicino ai fagioli le zucche. «Insieme crescono meglio», mi spiega Massimiliano.

    Ci sono tre bimbi meravigliosi, liberi, selvaggi. Li sento urlare insieme a Gaia mentre strappo il convolvo che sta cercando di soffocare le piccole piante di mais. Sembra di vivere nel passato tranne che nell’ora dei mondiali. Allora appaiono magicamente televisore e bottiglie di birra. «Dovete andare al Bigallo»  dice Lavinia , che qui fa la woofer come noi (ovvero scambia lavoro con ospitalità). «È tipo un ecovillaggio, ed è  la sede del circo Paniko. L’aspetto artistico lì è molto forte, vi piacerà».

    Ci fidiamo perché la fiducia è ormai il motore del nostro viaggio. All’inizio, con la forma mentis del lavoro in città, avevamo pianificato tutto e fatto un trailer. Tutto era studiato al millimetro. 17 giorni a Malta. Poi passaggi fino in Toscana. 15 Giorni in ecovillaggio, e via così. La pianificazione ci dava un morbido limbo di tranquillità. Pochi giorni prima di partire ci chiamano da Malta. «Abbiamo grossi problemi, non possiamo ospitarvi». E che si fa? Si parte lo stesso. Inizialmente con la paura del non pianificato. Poi magicamente le cose girano, ogni posto ci suggerisce il successivo. Nascano nuove idee. E noi ci adattiamo a seguire quello che succede, accusando ogni volta la stanchezza di ripartire da zero, inserirsi in un nuovo contesto e ripartire.

    conchiglia-unlearningGaia soffre gli adii, le partenze per lei sono improvvise e ha imparato a portarsi dietro sempre qualcosa dal posto che ha appena lasciato. Un sasso. Una collana. Un panino al prosciutto. Se lo stringe forte in mano mentre si addormenta in macchina e noi raccontiamo per l’ennesima volta il progetto al driver che ci porta verso la nuova tappa.

    Bigallo dicevo. Eccoci. Siamo arrivati ieri sera. Di notte. Ci hanno accompagnato alla nostra yurta, che si raggiunge solo con una ripida salita. La notte ha portato sonni lunghi e precisi, come se la forma rotonda della tenda conciliasse i flussi dell’ inconscio.

    Anche nei trulli era così, ma meno intenso. Il telefono vibra sul comodino. Ecco il giornalista, è assonnato, deve aver dormito molto pure lui. «Bella questa cosa di Unlearning– mi dice  – ma tipo disimparate tutto e diventate dei primitivi?». Uff. No amico. Gli spiego che per “disimparare” non intendiamo andare in giro nudi, accendere il fuoco con le pietre, ululare alla luna e sgranocchiare radici vegan. Per noi Unlearning è fare tabula rasa di quella che era la nostra vita di città, dei nostri giudizi e dei nostri retaggi culturali.

    Perché la vita che abbiamo impostato è figlia di quella che ci hanno insegnato. E la stiamo ripassando a nostra figlia. Con gli stessi vizi, le stesse paure. E allora lasciamo tutto per sei mesi, portiamoci solo due valige e re-impariamo da zero.

     Ah, capito, mi dice il giornalista. Comincio l’intervista. Forza, che poi si scende al Bigallo e vediamo che cosa succede. Intanto voi seguiteci su Unlearning. Rock and Roll.

     

    Anna, Lucio e Gaia

  • L’orologio delle Colombiane torna a muovere le lancette: scocca l’ora X per Genova

    L’orologio delle Colombiane torna a muovere le lancette: scocca l’ora X per Genova

    orologio-colombiane-renzo-piano-4Ricordate l’orologio delle Colombiane, quello che per quattro anni ha fatto compagnia ai genovesi in Piazza De Ferrari, segnando il countdown prima delle celebrazioni per i 500 anni dalla scoperta dell’America? Di certo molti di voi non l’avranno dimenticato, e forse qualcuno ancora conserva la cartolina ricordo con data, ora e tempo mancante alle celebrazioni, stampata per sole 500 lire.

    Ebbene, per quelli di voi che si fossero chiesti che fine avesse fatto quel pezzo di design ideato da Renzo Piano, ci sono buone notizie: è stato ritrovato, è in via di restyling e presto lo vedrete di nuovo svettare, con la sua forma arcuata, sulla nostra città.

    Il tutto, grazie sia alla fortuna che all’opera di Giuseppe Varlese, produttore della birra Bryton e in passato gestore dell’Hop Altrove. Varlese, da anni proprietario di uno storico magazzino nel quartiere del Molo, al 6 r di Vico Bottai (ricordate il suo progetto di un Museo dei Cereali, della Birra e della Focaccia?), tempo fa ha ritrovato “il relitto” dell’orologio proprio all’interno del suo magazzino, sepolto sotto mucchi di ferraglie. Varlese si è preso carico della ristrutturazione, che prosegue da 3 anni, grazie all’aiuto di esperti – tra cui Mario Quaglia, costruttore originario. Il tutto, in sordina, senza cercare aiuti pubblici o riconoscimenti.

    Racconta lo stesso Varlese: «Era stato completamente dimenticato: dapprima innalzato a simbolo e reso importante tra ’88 e ’92, allo scadere dell’ora prestabilita è diventato improvvisamente un ingombro, un qualcosa di cui sbarazzarsi. È stato dimenticato dentro a questo magazzino e quando l’ho ritrovato era in condizioni così pessime che ho stentato a riconoscerlo. All’inizio non sapevo cosa farne, poi ho pensato alla sua importanza collettiva e mi sono dato da fare per carteggiarlo, eliminare la ruggine, sostituire i pezzi danneggiati, al fine di restituirlo alla città. C’è voluto un po’ ma, grazie all’aiuto di fabbri, ingegneri, esperti, ora posso dire che finalmente ci siamo quasi».

    Come è stato possibile accollarsi quest’onere? Come si può presumere, i costi per rimettere in piedi una struttura del genere non sono proprio trascurabili: in particolare, nel caso specifico ci si aggira attorno ai 100 mila euro, finanziati dalla Pro Loco di cui lo stesso Varlese è presidente, e grazie alla sponsorizzazione della Bryton, nota tra i genovesi come la “birra dei Liguri”.

    Come cambierà l’orologio

    La struttura è lunga circa 8 metri (curva) ma lo sviluppo totale arriva a 12. La forma è arcuata simile a una balestra, e una volta risistemato avrà un ingombro totale di 5 metri di larghezza, tenendo in considerazione i tiranti che saranno necessari per sostenere 600 kg di peso.
    I pezzi sono originali, solo restaurati. A cambiare sarà, invece, la funzione, che si adatterà alle nuove tecnologie. «Era un esempio di tecnologia all’avanguardia, ma è stato creato in epoca pre-internet. È giusto che ora si evolva: i 9 schermi al neon, obsoleti e problematici da gestire, saranno sostituiti da un altro tipo di schermi, moderni e collegati direttamente al web. Ne faremo uno strumento di comunicazione: le cartoline del ’92 diventeranno ora foto postate da tutto il mondo; sullo schermo sarà possibile leggere news e l’orologio, invece di scandire il countdown delle Colombiane, scandirà – perché no – le tempistiche delle riforme, dell’operato della Giunta o del Governo…».

    Dopo lungo tempo, l’orologio è quasi pronto per tornare a vivere: è stata sistemata la struttura portante e adesso si sta montando un rotore per far funzionare la lancetta dei minuti.
    «Ci sta lavorando un ingegnere che, per realizzare questo progetto ha fatto fare degli studi all’Università di Genova, per rendere i rotori mobili nell’ingranaggio. La lancetta sarà realizzata in carbonio».

    Non si sa ancora quale sarà la tempistica prima dell’ultimazione definitiva, ma si ipotizza – a quanto conferma lo stesso Varlese – che nel giro di poche settimane i lavori dovrebbero terminare. Per quanto riguarda la sistemazione definitiva in città, invece, si parla dell’autunno, nel mese di ottobre o novembre.

    orologio-renzo-piano-colombiane-92Dove verrà installato l’orologio? Le ipotesi erano tante, e si era partiti pensando proprio al quartiere del Molo, zona del ritrovamento e zona cara a Varlese, che negli ultimi anni ha proposto all’amministrazione vari progetti di riqualificazione e rilancio, anche in collaborazione col circuito del Porto Antico e Costa Edutainment. Si pensava dapprima al posizionamento dell’orologio in Piazzetta de Luca, da poco riqualificata ma ancora in cattive condizioni, spesso chiusa e poco utilizzata. Tuttavia, questa ipotesi è andata scemando nel corso dei mesi: «Vogliamo aprire un canale con l’amministrazione cittadina – dice Varlese – e cercare insieme la soluzione più idonea. Avevamo pensato dapprima a un dialogo con altre strutture simili dislocate in Europa, da Parigi a Berlino a Londra, che condividono la stessa storia di abbandono. Speriamo ancora che questa comunicazione sia possibile».

    A quanto racconta Varlese, infatti, ci sarebbero tre orologi in Europa dalla storia analoga a questa: a Parigi, per il countdown aspettando l’anno 2000 (posizionato davanti al Centre Pompidou e poi smantellato); a Londra, per le Olimpiadi del 2012; a Berlino (l’unico superstite), con un sistema di misurazione dell’ora basato sul metodo matematico degli insiemi.

    Non solo Europa. Dapprima c’era stata l’idea di un gemellaggio con New York: proprio nella città degli USA, durante le Colombiane, doveva essere installato un orologio gemello di quello genovese, che però non è mai stato posizionato ed è andato ormai perso. Si pensava di risistemarli entrambi e creare questa connessione, ma la strada sembra troppo difficile. Più di recente, anche l’offerta di ospitalità dalla Cina. Tra le ipotesi che avanza Varlese, invece, c’è quella di restituire l’orologio alla sua naturale collocazione in Piazza De Ferrari, o quella di renderlo itinerante e di portarlo in giro in varie città del mondo, per far conoscere Genova e il suo ruolo storico. Un sogno, che potrà essere realizzato più agevolmente grazie alla cooperazione con amministrazione e professionisti.

    Elettra Antognetti

  • Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoIl 21 settembre, in occasione dell’edizione 2014 della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, l’area portuale compresa fra via dei Pescatori e il Mercato del Pesce di Piazza Cavour, ai piedi della sopraelevata, diventerà un laboratorio di idee, uno spazio di incontro e confronto aperto a tutta la città.
    Superelevata [FOOT]PRINT è un’iniziativa del gruppo di ricerca universitaria Recycle Italy Genoa Lab (una decina tra professori, ricercatori, dottorandi e studenti del Dipartimento di Scienze dell’Architettura e delle Università di Genova e di Milano) in collaborazione con il Comune di Genova, l’Associazione Amici della Sopraelevata e l’Ordine degli Architetti di Genova e coinvolge cittadini, associazioni, creativi, progettisti per dare vita ad una grande performance urbana. Le installazioni realizzate dai partecipanti saranno teatro di laboratori, workshop, performance e attività basate sulle tematiche del riciclo di spazi urbani e della mobilità sostenibile.

    Al centro di Superelevata [FOOT]PRINT, ovviamente, la sopraelevata di Genova, l’amata-odiata arteria cittadina, messa in discussione anche dall’attuale Amministrazione che ha riportato agli onori della cronaca il progetto del tunnel sub-portualeÈ possibile immaginare un futuro diverso per il “gigante” del waterfront cittadino?

    «L’evento è stato definito in questi giorni e grazie all’attivo coinvolgimento dell’Amministrazione, che si è prodigata in diversi modi per rendere possibile l’iniziativa, si è arrivati a definire come location un’area importantissima per la città», racconta Marco Fonti uno degli organizzatori. Inizialmente l’idea era quella di chiudere al traffico per un giorno la sopraelevata per aprirla alla città e ospitare le installazioni. Poi la decisione di virare verso la zona di Via dei Pescatori. «La possibilità di lavorare al piede della sopraelevata ci permette di dare maggior risalto al progetto culturale della ricerca Recycle Italy senza andare a chiamare in causa il problema più ampio della riconversione dell’infrastruttura e del tunnel sub-portuale. La finalità era quella di far partecipare i cittadini nella possibilità di immaginare anche solo per un giorno un nuovo spazio e un nuovo possibile modo per viverlo, riavvicinando città e cittadini attraverso la valorizzazione e il riutilizzo degli spazi urbani.  Inoltre, la modifica della location, rende l’evento più fruibile e accessibile, senza problemi di sicurezza pubblica».

    Il progetto si colloca nel più ampio contesto della ricerca nazionale Recycle Italy che ha l’obiettivo di esplorare le ricadute operative del processo di riciclaggio sul sistema urbano, sostenendo la possibilità e l’utilità di progetti, politiche e pratiche capaci di attivare nuovi cicli di vita delle aree urbane dismesse e in stato di abbandono. «Se da un lato trasformare per un giorno la sopraelevata in un palcoscenico, una passeggiata e un’esposizione, rappresentava un’idea di grande spettacolarizzazione in grado di arrivare ai più – spiega Marco – dall’altro oggi si ha la possibilità di operare realmente in un’area portuale in cui i cittadini non possono accedere liberamente e che rappresenterà una grande risorsa per la città. Un’operazione pari all’apertura dei cancelli del Porto Antico negli anni ’90, che permette al progetto Superelevata [FOOT]PRINT di essere stato presente nella città per innescare un processo reale di cambiamento, usando la ricerca come dispositivo per “fare”».

    Il bando è scaduto da qualche giorno e ha avuto un buon riscontro. «Ci hanno contattato associazioni cittadine, studenti e progettisti interessati al tema del riciclo dello spazio pubblico. Le idee presentate sono di grande qualità e spaziano dalle installazioni di micropaesaggi per la Sopraelevata, ai temi più generali del riciclo, per arrivare a perfomance che coinvolgeranno i cittadini che vorranno partecipare alla giornata del 21 settembre. Abbiamo rilevato che per incrementare la partecipazione di associazioni sarà necessario offrire loro aiuto attraverso una collaborazione con gruppi di progetto dell’Università, per permettere una loro piena adesione al progetto anche laddove le risorse materiali sono limitate».

    I progetti selezionati verranno pubblicati online sul sito di riferimento a partire dalla settimana prossima. E se qualche genovese scoprisse solo ora dell’opportunità e volesse farsi avanti? «Il lavoro che sarà svolto nei prossimi mesi sarà quello di ausilio a chi ha già fatto manifestazione di interesse alla partecipazione e in tal senso le associazioni cittadine che non hanno partecipato alla prima fase ma volessero parteciparvi dovranno contattare singolarmente il gruppo di ricerca». L’indirizzo mail cui fare riferimento è  superelevata@gmail.com, per maggiori informazioni il sito web e la pagina facebook.

    In vista dell’evento è in programma anche un workshop internazionale organizzato nell’ambito del progetto  Recycle e che coinvolgerà 250 studenti, tutor e docenti delle Università italiane e internazionali che hanno aderito all’iniziativa. «Anche dal workshop scaturiranno nuove idee sul coinvolgimento della città nell’iniziativa», conclude Marco.

  • Omogenitorialità, a Genova il progetto per l’infanzia “Piccola biblioteca – Leggere senza stereotipi”

    Omogenitorialità, a Genova il progetto per l’infanzia “Piccola biblioteca – Leggere senza stereotipi”

    LibreriaI figli delle coppie omosessuali sono più felici di quelli che crescono nelle famiglie tradizionali: è una notizia che ha iniziato a circolare sul web qualche giorno fa, uno di quei titoli “virali” rilanciati dalle agenzie dopo la pubblicazione dei risultati di una ricerca universitaria. In questo caso l’assist è giunto dall’Australia, uno studio condotto tra 2012 e 2014 dall’università di Melbourne su un campione di oltre 300 genitori e 500 figli.

    Partiamo da questa “news” per presentare una realtà genovese sconosciuta ai più. Nella nostra città, infatti, è stata da poco attivata un’iniziativa per aiutare ad affrontare la tematica dell’ omogenitorialità e sconfiggere i conflitti all’interno della famiglia, decostruire gli stereotipi e combattere la violenza, di genere e non. Il bello di questo progetto è che si rivolge direttamente ai più piccoli, ai bambini fino ai 6-7 anni, attraverso la lettura di testi che trattano specificamente queste problematiche. L’iniziativa si svolge all’interno della Casa delle Donne di Salita del Prione ed è stata avviata nell’ottobre 2013. Scopriamo insieme di cosa si tratta.

    Omogenitorialità: il progetto “Piccola biblioteca – leggere senza stereotipi”

    di Mimma Pieri
    di Mimma Pieri

    Dallo scorso 17 ottobre 2013, le associazioni SpA Politiche di Donne e Usciamo dal Silenzio – in collaborazione con SNOQ e Arcilesbica e con il patrocinio del Municipio 1 Centro Est – hanno dato vita al progetto “Piccola biblioteca – Leggere senza stereotipi” e al servizio gratuito di Mediazione Famigliare, rivolto soprattutto ai bambini. L’attività delle due associazioni principali, UdS e SpA Politiche di Donne, si è sviluppata su due canali distinti ma paralleli: mentre la prima ha curato la parte legata alla biblioteca, la seconda si è occupata di mediazione. L’iniziativa nel suo complesso è proseguita fino a fine giugno e, visto il successo della prima edizione, dopo la pausa estiva riprenderà da dove si era fermata.

    Per quanto riguarda “Leggere senza Stereotipi”, in particolare, si tratta di un progetto per l’infanzia, per disinnescare la violenza attraverso prevenzione ed educazione. Nello specifico, parliamo di una biblioteca per i più piccoli, con libri in parte acquistati e in parte donati da case editrici di tutta Italia specializzate in queste tematiche, per sensibilizzare i più giovani (ma anche gli adulti) nei confronti di tematiche quali la discriminazione a vari livelli, l’accettazione, l’abbattimento di stereotipi di genere (femminile, come anche maschile e omosessuale).

    Ci racconta Bice Parodi, presidente di UdS: «Siamo nate a Genova come associazione femminista, negli anni (2006, n.d.r.) delle battaglie contro l’abolizione della legge 194 per il diritto all’aborto. Negli anni, confrontandoci e parlando tra noi, abbiamo capito che non dovevamo limitarci alla difesa dei privilegi già ottenuti, ma farci portavoce di battaglie per i diritti non ancora acquisiti. Così nasce, tra le altre cose, la Piccola Biblioteca: parliamo ai piccoli perché ancora incontaminati, nella speranza di un futuro senza stereotipi. Abbiamo cercato di sviluppare un approccio differente, consapevoli del fatto che spesso la violenza espressa in ambito famigliare e relazionale ha radici in un’educazione che, spesso inconsapevolmente, trasmette pregiudizi».

    L’aspetto principale è proprio il cambiamento di approccio alla questione: «Visto il fallimento del vecchio approccio alle tematiche di genere, discriminazione, violenza – ci racconta Martina Gianfranceschi, volontaria di UdS – ci interroghiamo sui ruoli classici definiti e proviamo a decostruirli. Ad esempio, in uno dei libri c’è un piccola principessa che non vuole essere tutta rosa e si interroga sul perché, invece, quello debba essere il suo colore; oppure si parla di bambini che, in base a stereotipi sociali, “devono” giocare a calcio, quando magari vorrebbero fare altro, magari ballare».

    I libri, infatti, toccano tutti temi diversi ma affini: dalla principessa che vuole fare l’ingegnere, alle famiglie moderne, in cui ci sono due mamme o due papà, o che sono allargate. Le case editrici che hanno fornito i libri (in parte sono stati acquistati, in parte donati dagli editori) sono tutte specializzate in tematiche di genere e si rivolgono a bambini in età compresa tra 0-7 anni, fino al primo ciclo delle scuole primarie. Inoltre, la scelta di proporre proprio una biblioteca non è casuale ma tiene conto della potenza evocativa di testi e immagini nell’approccio ai generi sessuali e ai diversi ruoli assegnati nelle attività quotidiane, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Le immagini soprattutto sono in grado di segnare i più piccoli influenzando la costruzione di future relazioni sociali.

    Gli spazi della biblioteca in questi primi mesi di attività si sono aperti anche a genitori ed insegnanti e hanno permesso anche proiezioni di documentari sempre sul tema degli stereotipi nell’infanzia, tra “Libera Infanzia” sul tema dell’erotizzazione del corpo infantile da parte dei mass-media. «È un’iniziativa indirizzata ai bambini – dice Bice Parodi – ma abbiamo cercato di coinvolgere anche gli adulti perché qui nascono spunti di riflessione e di discussione che devono essere portati avanti dentro la famiglia e a scuola».

    Quello della Piccola Biblioteca è un appuntamento fisso settimanale (si svolgeva ogni giovedì dalle ore 18), aperto a tutti. Per quanto riguarda la risposta dei genovesi, è stata buona, anche se certo è difficile farsi conoscere, come raccontano Bice e Martina: «L’affluenza varia in base al periodo ed è stata altalenante: alle volte era più scarsa, altre più soddisfacente, soprattutto da quando l’iniziativa ha iniziato a svolgersi in concomitanza con le lezioni di lingua italiana (altro servizio fornita dal centro, n.d.r.).Le donne – perlopiù arabe – che venivano qui a fare lezione, portavano con sé i bambini, che nel frattempo leggevano con noi le storie. Certo, è un progetto ancora giovane e dobbiamo farci conoscere: per questo ad esempio lo scorso maggio eravamo in Piazza De Ferrari per Coloratamente e abbiamo partecipato al Ninin Festival di Bogliasco».

    Elettra Antognetti