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  • Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Con l’apertura, a ottobre, del nuovo deposito a Campi Amazon rafforza la sua presenza anche a Genova, nell’anno della crescita record favorita dal covid. Ma il dibattito, fermo ai numeri sui posti di lavoro creati e al grido di dolore del commercio tradizionale, non inquadra i veri termini della questione.

    Negli ultimi giorni di ottobre di quest’anno, qualcuno o qualcuna ha acquistato su Amazon il romanzo di Nancy Springer  “Enola Holmes: il caso del marchese scomparso”. È stata la prima volta che un acquisto effettuato su Amazon è passato dal nuovo deposito di smistamento della stessa Amazon a Genova Campi, entrato ufficialmente in funzione lo scorso 28 ottobre. Il lettore/la lettrice è probabilmente genovese ma potrebbe risiedere anche a La Spezia o Alessandria, altre province in parte servite dalla nuova struttura.

    In queste settimane, con la stagione degli acquisti natalizi e un settore del commercio tradizionale martoriato dal covid-19 (ma in crisi, almeno a Genova, da ben prima della pandemia), di Amazon si sta parlando molto. I commentatori si dividono tra chi crede che il colosso dell’e-commerce faccia una concorrenza troppo forte e persino sleale a negozi e centri commerciali fisici e chi invece sostiene che questi dovrebbero adeguarsi e, per esempio, aprire un proprio spazio sulla piattaforma. Le circostanze di quest’anno portate dalla pandemia, con milioni di consumatori di tutto il mondo costretti a casa e altrettante attività fisiche costrette a chiusure parziali o totali, hanno rafforzato ulteriormente Amazon e l’e-commerce in generale e dato ulteriori argomenti a entrambe le posizioni. La ribellione dei piccoli contro la multinazionale o lo sbarco nell’inevitabile nuovo mondo dell’e-commerce, poco importa se visto come un destino da accettare o un’opportunità da cogliere.

    Le associazioni di categoria assumono posizione spesso difensive. Quest’anno hanno chiesto al Governo di fare come in Francia, dove la giornata principale del Black Friday è stata rinviata al 4 dicembre, quando l’allentamento di alcune delle restrizioni in vigore potrebbe aver consentito ai negozi fisici di concorrere in modo più equilibrato con il super evento di sconti annuale di Amazon. Il Governo italiano, però, non ha modificato le date dell’evento, che si è concluso lo scorso 27 novembre. In Francia è nata anche la campagna a sostegno dei negozi fisici #NoelSansAmazon (Natale senza Amazon) che alcune organizzazioni del piccolo commercio hanno cercato di proporre anche in Italia. La Camera di Commercio di Genova e delle Riviere della Liguria per la stagione degli acquisti di Natale ha proposto la campagna #comprasottocasa, dai contenuti simili.

    Amazon a Genova

    Eppure, quando Amazon ha aperto il suo centro di smistamento a Genova il dibattito si è limitato agli annunci sui nuovi posti di lavoro che si sarebbero creati e a una polemica presto disinnescata sui camion per il trasporto delle merci, che lo scorso inverno sembrava dovessero parcheggiarsi nell’area di Villa Bombrini, destinata però ad altri progetti per gli abitanti di Cornigliano. La scelta sembrava essersi resa necessaria dall’indisponibilità dell’autoparco di Campi, di proprietà dell’ingegner Aldo Spinelli, a causa dei lavori di ricostruzione del ponte Morandi. Ma dopo le polemiche degli abitanti di Cornigliano fu lo stesso Spinelli ad annunciare la disdetta degli accordi con i sindacati dei trasporti e una rimodulazione del progetto (diluito nel tempo in attesa di un autoparco definitivo).

    Forse anche questi imprevisti hanno costretto al ridimensionamento degli annunci sui nuovi posti di lavoro, ad oggi ben meno trionfali di quelli iniziali. In un’intervista rilasciata sempre a Primocanale per i suoi 80 anni, lo scorso 10 gennaio ancora Spinelli prevedeva 125 posti di lavoro sin dall’apertura dell’impianto e 300 in vista della stagione natalizia, quando il carico di lavoro aumenta. Ma al momento dell’apertura, il 28 ottobre, il comunicato di Amazon prevedeva che il nuovo centro avrebbe creato “nei prossimi anni” 30 posti di lavoro a tempo indeterminato per operatori di magazzino e 70 a tempo indeterminato per autisti incaricati di ritirare gli ordini dal deposito e di distribuirli ai clienti finali (oltre a quelli già attivi da prima dell’apertura del centro). A nostra richiesta, l’ufficio stampa di Amazon ci ha informato che ad oggi lavorano presso il deposito «circa 23 dipendenti a tempo indeterminato, più gli autisti dei nostri fornitori di servizi di consegna». «Le selezioni degli operatori di magazzino – ci dice sempre la compagnia – vengono gestite da agenzie interinali locali. Amazon non ricorre in nessuna occasione a cooperative. Gli autisti sono invece assunti direttamente dei fornitori locali di servizi di consegna che collaborano con Amazon Logistics».

    Opportunità persa o pericolo scampato?

    Il nuovo magazzino aperto a Genova è un “deposito di smistamento”. Nel gergo di Amazon, con questo termine si indica una struttura più piccola e con meno funzioni di un “centro di distribuzione”. «I centri di distribuzione – ci spiegano dall’azienda – sono in generale centri logistici di grosse dimensioni in cui i prodotti vengono stoccati e spediti una volta ricevuto l’ordine del cliente. I depositi di smistamento sono invece funzionali alla gestione dell’ultimo miglio. Si tratta di centri di dimensioni più piccole, situati in posizione strategica rispetto ai centri urbani, in cui ogni giorno arrivano ordini provenienti dai centri di distribuzione che vengono smistati in base alla loro destinazione finale».

    [quote] il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi[/quote]

    Per farci un’idea il nuovo deposito genovese occupa un’area di 7mila metri quadrati, contro i 60mila del centro di Torrazza Piemonte a Torino, uno dei sei (di cui due aperti nel 2020) presenti in Italia. Come possiamo vedere dalla mappa, di questi sei cinque sono distribuiti nel nord Italia. Forse per questo a Genova Amazon ha optato per questa scelta – se vogliamo – di serie b, nonostante la presenza di un’infrastruttura come il porto. Anche con il rischio di generare il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi.

    Difficile quindi quantificare con precisione l’impatto che un magazzino dalle funzioni limitate avrà. Il contesto economico per molti versi inedito generato dalla pandemia rende anche scivoloso ogni parallelo con situazioni esistenti. Ma è grazie a questa infrastruttura di magazzini, estremamente fisica a dispetto dell’idea di azienda “digitale” che spesso associamo ad Amazon, che la piattaforma fondata nel 1994 da Jeff Bezos si diffonde in modo sempre più capillare. Ogni centro di distribuzione e ogni deposito di smistamento fa arrivare un po’ più velocemente il nostro ordine a casa nostra e rende Amazon un po’ più conveniente rispetto ai negozi fisici.

    Un viaggio ad Amazonia

    Ospitare un’azienda come Amazon in una città non è quindi una scelta neutrale, ma si porta dietro una serie di conseguenze che vanno ben oltre i posti di lavoro diretti o generati nell’indotto. Non è un caso che se ne siano accorti ormai da tempo negli Stati Uniti, dove Amazon è una realtà più radicata che in Europa e il dibattito e quindi più maturo. La regolamentazione delle grandi corporation è centrale nel dibattito politico americano soprattutto a sinistra, dove nel corso delle primarie del partito democratico poi vinte da Joe Biden una candidata come la senatrice Elisabeth Warren proponeva il loro spezzettamento per contrastare il loro potere di monopolio.

    Nel 2019 le forti polemiche di cittadini e amministratori locali hanno spinto Amazon a rinunciare alla costruzione di un quartier generale nel quartiere di Queens, a New York City. Un impianto che avrebbe dovuto ospitare circa 25mila lavoratori e, secondo alcune stime, avrebbe garantito allo Stato e alla città di New York un gettito fiscale di 27,5 miliardi di dollari nei successivi 25 anni. In cambio però di generosi incentivi fiscali che in definitiva i legislatori hanno ritenuto eccedere i benefici. Come spiega l’autore e accademico Nicola Melloni sull’edizione italiana di Jacobin, magazine della sinistra radicale, Amazon sfrutta da anni i meccanismi del federalismo competitivo statunitense, bandendo delle specie di aste in cui gli Stati competono a suon di sconti e incentivi fiscali per ospitare i magazzini dell’azienda con il loro carico di posti di lavoro. Con il risultato però che le casse pubbliche si svuotano, i fondi per i servizi sociali si assottigliano e le città sono talvolta costrette ad adattarsi ad Amazon, più che l’opposto.

    La presenza di Amazon ha delle conseguenze anche molto dirette nei luoghi dove sceglie di far sorgere i suoi quartier generali. Il quartiere South Lake Union di Seattle, capitale dell’impero globale di Amazon, ha un rapporto stretto con l’azienda di Jeff Bezos, al punto da essere stato soprannominato Amazonia dai suoi stessi abitanti. «La città ha avuto una spinta senza precedenti dal punto di vista economico, con la creazione di 220mila nuovi posti di lavoro negli ultimi dieci anni – scrive Harrison Jacobs in un suo reportage del 2017 pubblicato in Italia da Business Insider – ma ha dovuto pagare un prezzo elevato». L’espansione immobiliare dell’azienda (che a Seattle ha uffici dove lavorano impiegati di alto livello, oltre a magazzini) l’ha resa tra i principali locatari cittadini, con possibilità di scegliere a quali realtà concedere i suoi spazi e a quale prezzo. L’arrivo in massa di lavoratori ben pagati e l’espansione della compagnia ha inoltre fatto lievitare i prezzi di abitazioni e uffici. Un tempo città economica, negli ultimi 10 anni Seattle ha visto crescere il valore medio degli affitti fino a tre volte la media nazionale ed è diventata la terza città degli Stati Uniti per numero di senza tetto. Vivere nel centro di Seattle richiede ormai un reddito annuale di almeno 96mila dollari. E il traffico è costantemente congestionato dai fattorini della compagnia.

    La capacità di creare posti di lavoro e ricchezza (pur con tutte le controindicazioni del caso) si traduce inevitabilmente in influenza politica. Nel 2018 il Consiglio cittadino stava discutendo l’introduzione di una tassa sulle maggiori compagnie che operavano in città, inclusa ovviamente Amazon. L’azienda finanziò l’opposizione al progetto e minacciò di sospendere la costruzione di un nuovo centro che avrebbe dato lavoro a 7mila persone, e la legge fu ritirata. Una tassa è poi stata introdotta quest’anno per contrastare gli effetti economici della crisi portata dal covid e per iniziative a favore di poveri e senzatetto.
    La situazione italiana ed europea è molto diversa da quella statunitense e un deposito di smistamento non renderà Genova la “Amazonia” italiana. Il racconto di Jacobs e lo scontro con il Consiglio cittadino di Seattle sulle tasse sono però utile per farsi un’idea di fino a che punto può spingersi l’influenza di Amazon e di quanto le grandi corporation di nuova generazione siano diventati a tutti gli effetti soggetti politici, capaci di influenzare le scelte collettive e la realtà che li circonda e di rimodellare i tessuti urbani in cui sono inseriti.

    Amazon e piccole-medie imprese: tentativi di dialogo

    Da parte sua, Amazon non vuole certo passare per la multinazionale assassina delle realtà più piccole e tradizionali che molti descrivono. In un tessuto economico fatto soprattutto di piccole e medie imprese come quello italiano, lo scorso 24 novembre Amazon Italia ha lanciato “Accelera con Amazon”, un piano di formazione per la crescita e la digitalizzazione delle piccole e medie imprese. All’evento erano presenti anche i ministri degli Esteri Di Maio e dello Sviluppo Economico Patuanelli.

    Inoltre «Sono oltre 14.000 le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it e che hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro – ci fanno sapere dall’ufficio stampa di Amazon Italia – Di queste, circa 600 le realtà che hanno superato il milione di dollari in vendite. Ad oggi, le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it hanno creato oltre 25.000 posti di lavoro. Da giugno 2019 a maggio 2020, i partner di vendita italiani hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuno, ed hanno venduto in media più di 100 prodotti al minuto nei nostri negozi online».

    Inoltre i lavoratori impegnati a tempo pieno nel periodo del picco natalizio riceveranno un bonus in busta paga di 300 euro lordi (il bonus sarà parziale per chi lavora part-time). Un investimento del resto pienamente abbordabile da parte dell’azienda, che quest’anno è stata senza dubbio tra le vincitrici nel contesto della crisi causata dalla pandemia. Tra settembre 2019 e settembre 2020 Amazon ha realizzato un flusso di cassa operativo (le entrate al netto degli investimenti) di 55,3 miliardi di dollari, in aumento del 56% rispetto all’anno precedente. Nel terzo trimestre del 2020 l’utile netto è stato di 6,3 miliardi di dollari, il triplo di quello dell’anno precedente. Numeri che hanno consentito ad Amazon di quasi raddoppiare la propria forza lavoro solo tra gennaio e ottobre, assumendo 427.300 persone (in media 1.400 assunti al giorno) e arrivando ad avere 1 milione e 200 mila dipendenti in tutto il mondo . Un ritmo di assunzioni che alcuni studiosi paragonano a quello dell’industria bellica statunitense ai tempi della seconda guerra mondiale. La crescita è stata particolarmente pronunciata proprio in Italia, tra i Paesi più colpiti dalla pandemia e dove l’abitudine di fare acquisiti era relativamente meno diffusa che altrove.
    Numeri di una realtà ormai inevitabile, con cui le autorità pubbliche e le associazioni di categoria non possono evitare di fare i conti. Iniziando, tanto per cominciare, a inquadrare i termini della questione.

     

    Luca Lottero

  • Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Durante i mesi di quarantena imposti dalla pandemia di Covid-19 in tanti si sono trovati costretti a lavorare da casa, spesso per la prima volta in vita loro. Secondo la Fondazione Di Vittorio (centro studio della Cgil) nei mesi peggiori dell’emergenza sanitaria 8 milioni di lavoratori italiani non sono più andati in ufficio, quando prima del coronavirus erano solo 500 mila quelli già abituati a lavorare senza dover garantire la propria presenza fisica in un certo luogo ed entro un certo orario. Una rivoluzione che ci è caduta sulla testa quasi dall’oggi al domani, ma più subita che perseguita intenzionalmente. Perché alla svolta di massa, che con ottimismo forse eccessivo abbiamo voluto chiamare smart working (“lavoro intelligente”), siamo arrivati impreparati. Da un punto di vista culturale e, per così dire, di infrastruttura, prima di tutto. Il rapporto DESI 2020 della Commissione europea (che misura il livello di digitalizzazione di economie e società dei Paesi dell’Unione) dice infatti che l’Italia è all’ultimo posto per competenze digitali della forza lavoro e al 22° (su 28) per quel che riguarda la digitalizzazione delle imprese. Complessivamente, tra i Paesi europei, solo le economie e le società di Romania, Grecia e Bulgaria sono meno digitalizzate dell’economia e della società italiana. Usando i dati del rapporto DESI 2019, il Politecnico di Milano ha sviluppato un indice su base regionale, da cui la Liguria risulta la quarta regione più digitalizzata d’Italia, in un contesto però dove nessuna regione raggiunge la media dei Paesi UE.

    Ma un aspetto su cui ci siamo ritrovati impreparati di fronte alla rivoluzione “smart” del lavoro è stato anche quello delle regole e del riconoscimento di diritti vecchi e nuovi. Senza i quali la svolta rischia di portare in dote precarietà e sfruttamento. «Vi è stata troppa improvvisazione – ci racconta Elena Bruzzese, segretaria federale della Cgil di Genova – non vi è stata un’adeguata preparazione e la dovuta attenzione agli spazi e all’organizzazione del lavoro. Per la Cgil lo smart working deve essere regolamentato, e ad oggi non lo è ancora».

    Analisi rischi – benefici

    L’idea dello smart working nasce per cercare di migliorare l’equilibrio tra ore di lavoro e tempo libero dei lavoratori e delle lavoratrici, migliorando così il loro stato psicofisico tramite il superamento della logica del lavoro fordista, per cui il lavoratore vende ore del proprio tempo al datore di lavoro garantendo la propria presenza statica sul luogo di lavoro. Associato di solito a lavoratori autonomi, freelance o neogenitori che vogliono passare più tempo a casa con i figli, con il lockdown sono dovute diventare smart anche categorie nuove, non impiegate in filiere costrette a mantenere la presenza fisica dei propri addetti come la grande distribuzione alimentare o la sanità. Impiegati del settore privato e funzionari pubblici, ma anche insegnanti o educatori, per cui la scarsa digitalizzazione del Paese ha voluto dire abbandonare studenti che non hanno in casa un computer o non vivono in una zona con una connessione internet decente.

    Ma se l’obiettivo dello smart working deve essere il miglioramento della salute psicofiisca di chi lavora, tra gli psicologi e i sociologi c’è chi sottolinea anche i rischi di questa pratica. Anche da prima del covid-19. «Negli ultimi anni (con la crescita della pratica dello smart working, ndr) dal punto di vista della salute sul lavoro, accanto alle patologie tradizionali, abbiamo registrato l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale, cioè all’equilibrio psicofisico, a fattori psicosociali di rischio lavorativo» ha raccontato il presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma) Umberto Condura in un’intervista al Fatto Quotidiano. Problematiche legate soprattutto al cosiddetto tecnostress, causato da un’iperconnessione agli strumenti digitali di lavoro che in molti casi rende più evanescenti o fa scomparire del tutto i confini tra tempo libero e tempo di lavoro. “Staccare” per davvero diventa più difficile, quando il salotto è anche l’ufficio.

    «Per questo la Cgil ritiene fondamentali gli interventi per tenere distinti i tempi di vita dai tempi di lavoro» dice Bruzzese, che ci conferma anche un’altra disuguaglianza che lo smart working forzato di questi mesi ha reso ancora più evidente. Quella di genere. In una cultura, come quella italiana, dove i lavori di cura della casa e della famiglia sono ancora spesso a carico di mogli e compagne, non sorprende che (sempre secondo lo studio dell’associazione Di Vittorio) l’8% in più delle lavoratrici rispetto ai lavoratori abbia definito il lavoro da casa un’esperienza “pesante e complicata” e il 9% “alienante e frustrante” mentre per gli uomini la stessa esperienza sia stata più stimolante e soddisfacente. «È sbagliato pensare che lo smart working possa essere uno strumento di conciliazione o condivisione del lavoro di cura – sottolinea Bruzzese – anzi, nel caso in cui il ricorso allo stesso si ampliasse, i tempi di lavoro e quelli di cura rischierebbero di sovrapporsi, peggiorando la situazione e facendo regredire molte conquiste ottenute nel tempo».

    Lavoro di UfficioCon il progressivo ritorno negli uffici e nelle fabbriche, sindacati, associazioni degli imprenditori e semplici lavoratori hanno iniziato a interrogarsi sull’opportunità di estendere il lavoro da casa, agile o smart, anche oltre i tempi ristretti dell’emergenza. Il dibattito è ancora in corso, ma in linea di massima, nemmeno i sindacati più fermi nel chiedere una regolamentazione severa sembrano del tutto ostili allo smart working, in forma parziale o totale. Nei mesi del lockdown, in molti hanno infatti sottolineato benefici come il risparmio dei tempi di percorrenza casa-lavoro, quindi un minor tempo trascorso nel traffico e minori danni ambientali. Benefici non trascurabili per una città come Genova soprattutto in questo momento storico di autostrade bloccate e traffico molto intenso. Abbiamo chiesto a Elena Bruzzese cosa significherebbe però per il sindacato la progressiva diffusione di un modello di lavoro atomizzato e sostanzialmente individuale come quello dello smart working, vista l’importanza che l’azione collettiva ha storicamente avuto nella lotta e nelle rivendicazioni dei lavoratori: «Per quanto ci riguarda – ci ha risposto – lo smart working non deve diventare una modalità di lavoro permanente se non dettata da una scelta volontaria del lavoratore e della lavoratrice, perché riteniamo che nel lavoro la relazione sia molto importante, non solo per le relazioni umane ma anche per il funzionamento dell’impresa stessa». E per organizzare un’eventuale difesa dei diritti dei lavoratori, aggiungiamo.

    Le (poche) regole che ci sono

    In Italia il lavoro agile è regolato dalla legge 81 del 2017 (attuativa del jobs act), che prevede accordi individuali tra lavoratori e datori di lavoro per stabilire le modalità, i tempi e gli obiettivi della prestazione lavorativa. Da inizio marzo di quest’anno, per affrontare l’emergenza il governo ha consentito alle aziende di derogare dall’obbligo dell’accordo individuale. Da un lato questo ha consentito di attivare il lavoro agile nei tempi rapidi richiesti dall’emergenza, dall’altro ha fatto saltare i (pochi) paletti fissati dalla legge. Come quello che attribuisce al datore di lavoro la responsabilità “della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore”. Nei mesi scorsi molti lavoratori hanno dovuto pagare di tasca propria la connessione internet o i materiali, il cui prezzo è spesso aumentato a causa della forte domanda. Secondo una ricerca di BrandToday, per esempio, su Amazon il prezzo delle stampanti è aumentato quasi del 25%.

    La legge, poi, tace per quel che riguarda i limiti orari delle prestazioni lavorative e il diritto alla disconnessione, cioè il diritto, per il lavoratore, di non essere reperibile fuori dall’orario di lavoro, indispensabile per poter “staccare” mentalmente dall’attività. Tutto è delegato alla trattativa tra il singolo lavoratore e il datore di lavoro e abbandonato quindi alla buona volontà delle aziende. Troppo poco per i sindacati, che infatti ora chiedono una regolamentazione dello smart working nei contratti nazionali: «è necessario fissare i limiti orari – ci dice Bruzzese – devono essere garantite le stesse condizioni di salute e  di sicurezza che si devono garantire all’interno del posto di lavoro in presenza, non devono esserci differenze  nella parte economica e  in quella normativa rispetto a chi lavora con la stessa mansione all’interno del luogo di lavoro (aspetto questo che la legge in vigore sembra in realtà prevedere, ndr), deve essere garantito il diritto alla disconnessione e adeguate dotazioni tecnologiche».

    Tempo dilatato, tempo sottopagato

    «In teoria dovremmo lavorare 5 ore al giorno, in pratica non si riesce mai a completare il lavoro in quel tempo – ci racconta una dipendente genovese – e di fatto arriviamo a 8 o 9 ore, senza orari fissi né turni per coprire il normale orario intero». La testimonianza, raccolta da Era Superba nel pieno dei mesi di quarantena, è un concentrato di tutto ciò che può andare storto con il cosiddetto smart working, se questa prospettata rivoluzione del lavoro dovesse concretizzarsi senza un adeguato aggiornamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Lungi dal poter impostare in modo flessibile e autonomo il proprio tempo di lavoro, la dipendente che ha accettato di raccontarci in forma anonima la propria esperienza si è di fatto ritrovata a fare le stesse cose che faceva in ufficio e con lo stesso vincolo di orari. Solo, a casa, e con il materiale pagato di tasca propria: «Non ci hanno fornito nulla», ci dice.

    Rispetto al lavoro prima del lockdown, a ben vedere, una cosa è cambiata, ed è il peso finale della busta paga. «Dovremmo fare 3 ore di cassa integrazione al giorno, che sommate alle 5 di lavoro fanno le 8 ore della normale giornata lavorativa» ci racconta. Ma come abbiamo visto, anche quelle tre ore sono diventate ore di lavoro a tutti gli effetti. Solo, pagate meno di prima, perché con la cassa integrazione in deroga (pagata dall’Inps, cioè da tutti i lavoratori e pensionati che versano o hanno versato i contributi) il lavoratore recepisce l’80% del normale stipendio. Cassa integrazione che, tra l’altro, si è prestata ad altri tipi di abusi. Lo scorso giugno l’Inps segnalava più di 2mila casi di sospette truffe, con aziende create ad hoc ed assunzioni in fretta e furia di amici e parenti fatte solo per incassare il sostegno pubblico.

    Nella catastrofe economica e sociale causata dal covid-19, la persona che ci ha raccontato la propria esperienza fa parte dei relativamente fortunati, perché almeno un lavoro continua ad averlo e non si è mai fermata del tutto. Il costo del “privilegio” è stato però la riduzione, di fatto, dello stipendio. E in caso di smart working diffuso sarebbe difficile vigilare su abusi di questo tipo, perché l’Ispettorato del lavoro non ha – ad oggi – gli strumenti per controllare il rispetto delle norme a casa dei lavoratori.

    Tempi di lavoro dilatati e confini con i tempi di vita che sfumano. Materiale fai da te, stipendi più bassi e nessuna vera autonomia nella gestione degli orari. Uno smart working che si presenta davvero poco smart. Non per tutti, per lo meno.

     

    Luca Lottero

  • Partire per non tornare: quando la fuga di cervelli si tocca con mano. Genova è davvero una città per vecchi?

    Partire per non tornare: quando la fuga di cervelli si tocca con mano. Genova è davvero una città per vecchi?

    Nel corso degli ultimi anni è stato un crescendo di giovani “emigrati” al di fuori dei confini liguri. Non più tardi del 2018, la ventottesima edizione del Dossier Statistico dell’Immigrazione – un rapporto presentato annualmente dal Centro Studi e Ricerche IDOS in merito al fenomeno migratorio in Italia – ha permesso una lettura oltremodo chiara della situazione. E, oltre che chiara, anche particolarmente preoccupante.

    All’interno dello studio in questione viene, infatti, evidenziato come il maggior numero di espatri italiani riguardi proprio la nostra regione. Nel 2017 si è arrivati a 18.520 liguri emigrati all’estero, fra i quali ben 15.375 solo genovesi. Il fenomeno ha certamente radici ben più lontane e radicate, che fanno capo alla crisi economica in cui l’intero Paese versa ormai da diversi anni, ma purtroppo – nonostante i numerosi sforzi – il dato non sembra in alcun modo accennare miglioramenti. E in tutto ciò – come facilmente intuibile – i primi liguri a emigrare sono gli under 35. Ma la questione non finisce qui: sulla base di alcuni dati raccolti non molti mesi fa da “Genova Che Osa”, la nostra città «è tra le città più vecchie d’Italia. Ogni 10 bambini ci sono 25 anziani. In quarant’anni Genova ha perso 185 mila under 35». Stando alle stime, inoltre, nel prossimo futuro «sarà sempre più numerosa la popolazione inattiva, in particolare anziana, dipendente da una popolazione attiva che farà sempre più fatica ad assicurare la sopravvivenza della città». Un dato davvero preoccupante anche per chi resta, insomma.

    Che la si voglia chiamare “fuga di cervelli” o che si associ questo fenomeno a una più generale mancanza di stabilità economica e di fiducia dei giovani in un mercato del lavoro sempre meno rassicurante, poco importa. Che si tratti di laureati che, una volta finiti gli studi, si ritrovano a barcamenarsi tra uno stage e l’altro – portando sempre con sé il proprio aggiornatissimo curriculum vitae e quel tanto sudato “pezzo di carta” su cui hanno investito tempo, impegno, soldi e fatica – o di ragazzi con titoli di studio diversi che inseguono i propri sogni o, semplicemente, tentano di trovare qualcosa per sbarcare il lunario, tantomeno. I giovani liguri si spostano, lasciano tutto e se ne vanno, è un dato di fatto: saltano sul primo aereo o sul primo treno e lasciano Genova e la Liguria, portando in valigia sogni e la speranza di un futuro migliore, accompagnate dall’incertezza di quello che effettivamente potranno trovare una volta arrivati. Preferiscono un futuro incerto alla certezza di non avere un futuro.

     

    Un viaggio “a tappe”

    Il dato forse più interessante, però, riguarda il fatto che il “primo step” di questo viaggio verso l’ignoto non vede necessariamente una fuga dei giovani genovesi e liguri verso l’estero: molto spesso si fermano prima di varcare il confine. Stando ad alcune testimonianze raccolte, infatti, i giovani genovesi – prima di decidersi davvero a lasciare l’Italia – tendono spesso ad affacciarsi verso altre realtà nostrane, inizialmente identificate come più “rassicuranti”. Inutile dire che la prima tappa del loro viaggio nella maggior parte dei casi finisce per essere Milano.

    Vicina ma non troppo la capitale economica italiana nell’immaginario di molti fra i giovani emigranti zeneizi e liguri continua a essere una sorta di “terra promessa”, un luogo pseudo-idilliaco in cui anche i giovani possono trovare lavoro. Sì, ma che tipo lavoro? E a che prezzo?

    metropolitanaA spostarsi a Milano sono per lo più laureati frustrati che – sperando di poter in qualche modo realizzare i propri sogni – scendono a compromessi col destino in maniera più graduale rispetto a chi subito prende e parte per l’estero. La frase che ci si sente ripetere più spesso da chi sceglie di trasferirsi è «Milano non è Genova, a Milano il lavoro lo trovi, c’è più richiesta»: ed effettivamente sì, le possibilità di trovare qualcosa di inerente i propri studi probabilmente sono più alte… Ma anche in questo caso – a seconda dell’ambito – buona parte di chi riesce si ritrova, poi, impelagato ulteriormente nel macchinoso “meccanismo degli stage”. Perché se tutti fanno lo stesso ragionamento – e questo è comprovato avvenga – il numero di candidati aumenta e, di conseguenza, il “gioco dello stage” va avanti in loop. Questo continuo ricambio di stagisti, insomma, allontana ancora di più la speranza del tanto agognato “posto fisso”: quale datore di lavoro – trovandosi davanti a un ricambio così alto di “manovalanza a basso costo” – può essere infatti interessato a prendere qualcuno dopo lo stage se sa che fuori dalla porta ha la fila di aspiranti tirocinanti pronti a farsi notare? Non importa quanto tu sia qualificato: la crisi c’è per tutti. E purtroppo fin troppo spesso sono i giovani – che, col passare del tempo, finiscono per non essere manco più tanto giovani – a farne le spese.

    È un meccanismo malato, insomma, quello che ormai da anni si è innescato nel mondo del lavoro italiano. E allora accanto a chi, pieno di coraggio e di ambizione, punta subito al mercato estero, vediamo giovani genovesi prendere, partire, andare a Milano e – una volta presa l’ennesima facciata – imbarcarsi sul primo aereo e varcare i confini del Bel Paese: perché «se non ho trovato lavoro manco qui, a casa la situazione sarà anche peggio. Devo andare più lontano». E allora eccoli lì i nostri giovani che – dopo la loro ennesima fallimentare esperienza nostrana – si uniscono alle file di coraggiosi che nel corso degli anni sono partiti alla volta dell’ignoto. La Brexit non fa paura (per ora), e l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Svizzera, la Spagna e la Francia continuano a essere mete più che gettonate (con oltre il 50% delle preferenze tra gli emigrati italiani). Ma i nostri millennials spesso non si fermano neppure in Europa: non di rado la loro meta è il Sudamerica, con l’Argentina – località preferita anche a livello nazionale – che svetta in cima alla lista di destinazioni prescelte, seguita da Uruguay, Perù e Cile, quest’ultimo particolarmente gradito soprattutto ai liguri. Solo gli USA, forse, rimangono un sogno ancora troppo lontano.

    I dati sono preoccupanti, questo è evidente: e davvero, chiamatela pure “fuga di cervelli” se volete, ma a questo punto l’unica definizione che sembri davvero calzante a mio parere è solo “viaggio della speranza”.

     

    Piccole isole felici in un mare sempre più in tempesta

    I giovani se ne vanno, Genova invecchia e nessuno sembra poterci fare nulla. O, meglio, spesso anche gli sforzi fatti finiscono per risultare – sul lungo periodo – poco producenti.

    futuroIn questo scenario, però, forse per i laureati qualche possibilità in più c’è: entro e non oltre i 12 mesi dal conseguimento del titolo, infatti, l’Università e la Regione hanno previsto una serie di convenzioni per i novelli ex-studenti, che in questo modo possono attivare tirocini extracurricolari di massimo 6 mesi in aziende che – sul finire del periodo di stage – potrebbero forse concedere loro un vero contratto di lavoro. Esistono casi in cui questo succede, ma purtroppo sono ancora molto pochi rispetto al numero di richieste.

    È fuor di dubbio che tra i laureati quelli che se la passano peggio siano i cosiddetti “umanisti”, ma non si creda che basti un titolo di laurea conseguito presso una facoltà scientifica per far migliorare drasticamente la situazione. Che tu voglia fare l’insegnante, lo psicologo, l’architetto, il biologo, il chimico o quant’altro, le possibilità di restare a lavorare a Genova sono comunque poche: chiaramente più impegno ci metti e più ti fai “le ossa” e più possibilità avrai di riuscire nel tuo intento, ma purtroppo spesso neanche questo basta. La meritocrazia può poco contro una situazione lavorativa globale in cui per essere assunto devi avere meno di 30 anni, due lauree, aver superato l’eventuale esame di Stato – se previsto – e almeno 10 di esperienza nel settore. Perché no, non è una leggenda: purtroppo non è raro che te lo dicano davvero. E quando succede, stare dall’altra parte è davvero svilente.

     

    Si può tornare indietro?

    Fortunatamente, a far da contrappeso al sempre più crescente numero di giovani genovesi in fuga c’è quello dei cosiddetti “cittadini acquisiti”: gli stranieri residenti, infatti, nel bilancio globale aiutano ad abbassare l’età media della popolazione locale, e questo – in una situazione come quella attuale – è davvero un bene, se vogliamo anche solo dal punto di vista statistico. Basti pensare che nel 2016 a Genova gli immigrati erano circa 50 mila – quasi il 10% della popolazione totale, contro un 6,2% di giovani emigrati – mentre oggi sono 56mila su 580mila abitanti. Tutto questo probabilmente può essere visto come un modo per “recuperare” almeno in parte quello che Genova – e con lei la Liguria intera – sta inesorabilmente perdendo negli ultimi anni. Ma non basta. Il saldo migratorio può anche essere positivo per quel che concerne la fascia under 35 della popolazione, ma le prospettive demografiche della città non traggono certo beneficio da questa proiezione. E neppure i suoi giovani.

    Vista la situazione, chi se ne è andato e ha fatto fortuna lontano ormai difficilmente tornerà: non è pessimismo, è un dato di fatto. Bisogna agire, far qualcosa al più presto: è necessario lavorare su chi è ancora qua, non su chi è partito. Perché se qualcuno sceglie di tornare va certamente accolto a braccia aperte, ma ora il problema principale è non lasciar partire chi ha già l’idea di farlo: tenerli qui, convincerli e incentivarli a restare, far vedere loro che – per quanto spesso possa non sembrare – un futuro a Genova c’è ancora. Ne sono la prova iniziative come quelle organizzate periodicamente dall’Università di Genova, i bandi di concorso uscenti ed eventi come “We’re back – Genova 2019”, il primo appuntamento dedicato ai giovani italiani per invertire la rotta di questa “fuga di cervelli”, tenutosi lo scorso 8 giugno a Palazzo Ducale e in cui le storie di chi ha fatto successo in Italia o vi ha fatto ritorno dopo essere stato all’estero sono state di grande incoraggiamento per tutti i ragazzi presenti. Un buon modo per iniziare, questo è certo: ma non basta.

    Tornare indietro è ancora possibile, ma bisogna agire in fretta: perché i giovani se ne stanno andando davvero, e in numero sempre crescente. Non siamo ancora arrivati al punto di non ritorno, ma resta il fatto che – se la situazione non dovesse migliorare – Genova sarà davvero sempre più “una città per vecchi”.

     

    Guendalina Liberato

  • Incendi, il Liguria i pompieri sotto organico di 130 unità. Cgil: «L’Italia brucia ma nessuno dichiara lo stato di emergenza»

    Incendi, il Liguria i pompieri sotto organico di 130 unità. Cgil: «L’Italia brucia ma nessuno dichiara lo stato di emergenza»

    Elisoccorso Vigili de FuocoSotto organico di 130 unità, pari al 12% a fronte di una media nazionale del 7%, su tutte le figure professionali ed in particolare del personale specialista nautico che costringe alla chiusura dei distaccamenti di Savona e Genova Multedo. E’ anche per questi motivi che mercoledì prossimo una delegazione dei Vigili del fuoco della Liguria parteciperà alla mobilitazione nazionale organizzata davanti a Montecitorio. «Anche se fossimo a pieno organico– spiega alla agenzia Dire Luca Infantino, coordinatore regionale dei Vigili del Fuoco FP Cgil e membro dell’esecutivo nazionale- i numeri non sarebbero comunque sufficienti a garantire un servizio tranquillo».
    Colpa soprattutto delle promesse non mantenute da parte del governo che nel “decreto terremoto” aveva previsto 23 milioni di euro per mille nuove assunzioni a livello nazionale ma che a settembre arriveranno solo a 352. Le rivendicazioni dei pompieri sono molteplici. «Siamo veramente in ginocchio– afferma Infantino- l’età media del personale in servizio è di 46-47 anni e non sempre l’esperienza può sopperire alle carenze del fisico, tanto che stiamo assistendo a un continuo aumento delle esposizioni agli infortuni. Siamo stanchi».
    Poi ci sono le nuove mansioni ereditate dallo smistamento della Forestale. «In Liguria una nuova convezione ci ha dato 400.000 euro in più. Ma non bastano e sono comunque destinati a pagare straordinari che non fanno altro che aumentare la stanchezza, facendo turni di lavoro interminabili, senza sosta e aumentando il rischio infortuni». Secondo il sindacalista, «l’Italia è un Paese poco democratico perché non investe in safety e security. La sicurezza non è solo risolvere qualche problematica di illegalità nel centro storico. Sicurezza sarebbe anche avere almeno 40.000 pompieri sul suolo nazionale e, invece, siamo molto meno di 30.000». La sottovalutazione del problema, secondo Infantino, è dimostrata anche dal fatto che «mentre praticamente sta bruciando tutta l’Italia, nessuno dichiara lo stato di emergenza, né le singole Regioni né il ministero dell’Interno, anche se questo consentirebbe di attingere a risorse economiche straordinarie».
  • Sol, il nuovo servizio di orientamento al lavoro della Cgil di Genova

    Sol, il nuovo servizio di orientamento al lavoro della Cgil di Genova

    cercare-lavoroI dati dicono che la situazione del lavoro nel nostro Paese è in miglioramento. La crisi non è di certo alle spalle, tuttavia si sta intravedendo una luce all’orizzonte. In calo i disoccupati e in aumento gli occupati, anche se non in modo uniforme su tutto il territorio. A condizionare il trend sono anche i servizi che le singole Regioni, Province e Comuni offrono ai cittadini e quelli messi a disposizione da altri enti, come per esempio il Sol della Cgil di Genova, ovvero il servizio per l’orientamento al lavoro.

    Cosa è il Sol, servizio orientamento al lavoro

    In un momento in cui trovare un lavoro non è poi così facile, avere un servizio che aiuta il cittadino anche nel semplice disbrigo di alcune pratiche è un grande passo verso una ripresa del settore. Lo ha capito la Cgil di Genova che ha offerto al cittadino un servizio funzionale ed efficiente di orientamento al lavoro. Ma di cosa si tratta nello specifico? Si tratta di dare una mano, soprattutto a chi si trova nella condizione di cercare un primo impiego o che si debba reinserire nel mondo del lavoro, offrendo un aiuto concreto. Chi si rivolge al Sol può avere un aiuto per redigere il proprio curriculum, magari mirato proprio per una determinata candidatura e, di conseguenza, anche delle lettere di presentazione.

    Non è tutto però perché il Sol offre informazioni sui tirocini, sul servizio civile e mette in evidenza offerte lavorative, bandi, stage formativi ed eventuali concorsi. Si tratta di un servizio al cittadino completamente gratuito e fruibile presso la Camera del Lavoro di Genova situata in via San Giovanni d’Acri. Al momento a fruire maggiormente del servizio sono donne per il 60%, over 40 per il 64% e cittadini stranieri – uno su tre – ma non mancano i giovani.

    Flessibilità non fa rima con chiarezza

    Da quando in Italia è stato introdotto un sistema di lavoro flessibile, se da una parte le opportunità possono essere aumentate, dall’altra è più complicato per il singolo riuscire a orientarsi tra le diverse offerte. Quindi abbiamo sia chi ha cercato di trovare un introito imparando, per esempio, ad investire nel trading online e guadagnare nel tempo discretamente, sia chi, invece, ha preferito la strada più concreta del lavoro a tempo che però garantisce uno stipendio fisso per i mesi di assunzione e la possibilità di aver accesso a diversi servizi bancari come l’apertura di credito in conto corrente o la richiesta di carte di credito. Nel secondo caso, però, ci si è trovati davanti a grosse difficoltà a far combaciare le proprie competenze con le offerte lavorative reperibili.

    Il Sol sarà un punto di riferimento

    Il Sol non vuole fermarsi all’aiuto nella compilazione del curriculum, ma vuole diventare un vero e proprio punto di riferimento, coadiuvandosi con il Centro per l’impiego di Genova per una ricerca del lavoro maggiormente attiva.

  • Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    pra-spiaggia-passeggiata-fasciaPra’, un’estate qualsiasi di metà anni ’60. Alcuni giovani si tuffano da quello che tutti conoscono come lo “scoglio dell’oca” mentre, poco lontano, turisti torinesi e milanesi affittano lettini e sdraio in uno dei tanti stabilimenti balneari della spiaggia, che comincia dall’edificio della vecchia ferrovia e si stende tra il confine con Pegli e il fiume Cerusa, a Voltri. «Li chiamavamo “i bagnanti” – ricorda Aldo Pastorino, residente a Pra’ dal 1958 – ed era un momento sempre molto animato per il nostro quartiere. Qui l’estate iniziava presto e finiva il più tardi possibile, ogni sera c’erano persone per strada fino a mezzanotte e anche oltre. C’erano moltissime gelaterie e alberghi di ogni prezzo e tipo, alcuni dei quali già a metà giugno esponevano il cartello “esaurito”».

    Per i più giovani, immaginare la Pra’ descritta da Aldo richiede un grosso lavoro di immaginazione. Quel mondo, oggi, sopravvive solo nella toponomastica: la rotonda “Scoglio dell’Oca”, collocata proprio nella stessa area dell’antica roccia, o la passeggiata “Spiaggia di Pra’”. Una volontà di recuperare il legame con il passato emersa proprio con i recenti lavori di riqualificazione del quartiere – i famosi Por – che hanno rivoluzionato la viabilità locale e colorato di verde lo spazio tra la strada e la ferrovia. «Questa nuova realtà è apprezzata pra-scoglio-oca-rotondadai cittadini» riconosce Aldo poco prima, però, di usare una parola che si sente spesso collegata alla recente storia locale: risarcimento. Pur generalmente apprezzate, è così che sono percepite le recenti modifiche al quartiere, soprattutto da chi ricorda gli anni in cui a Pra’ si poteva fare il bagno in mare. Se immaginiamo la storia degli ultimi decenni della delegazione come una parabola, infatti, la discesa inizia con l’inizio dei lavori per la costruzione del Vte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per raggiungere il punto più basso tra gli anni ’90 e i primi 2000un periodo in cui l’inquinamento qui era qualcosa di insopportabile» spiega Aldo). Quelli più recenti sarebbero, invece, anni di relativa risalita. «Certo, si è sofferto abbastanza nel perdere la spiaggia – prosegue Aldo – ma ora come si può vedere c’è un compenso. La passeggiata, per esempio, che arriva fino a Pegli, è bella e alberata, ha una pista ciclabile ed è molto frequentata da persone di tutte le età, soprattutto nelle serate estive».

    Il porto, tra promesse di occupazione mancate e la fine del mondo balneare praese

    pra-fascia-rispettoRecentemente, abbiamo trattato su queste pagine la riconquista della balneabilità su due punti del litorale di Pegli e di quella (avvenuta ormai qualche anno fa) sull’intera tratto di mare su cui affaccia Voltri. Secondo il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenente, questi risultati sono la prova della possibile convivenza tra spiagge e porto. A Pra’, tuttavia, la spiaggia nemmeno più esiste, e quella che era la sua identità pre-porto non sarà mai più recuperata. «In passato, Pegli, Pra’ e Voltri erano tre delegazioni ognuna con la propria identità – racconta Aldo, che presiede il consorzio di Santa Limbania, un’associazione per la promozione del territorio tra Liguria e Basso Piemonte – Pegli aveva una vocazione turistica oggi perduta, che risale all’800 e Villa Lomellini (l’attuale Hotel Mediterranee) ne è una testimonianza. Alla stazione di Pegli sono scesi i granduchi russi. Il clima mite (dovuto ai monti che la proteggono dai venti freddi) lo rendevano un luogo di villeggiatura. Pra’, dal canto suo, era un borgo di pescatori, mentre Voltri aveva una vocazione industriale».

    pra-scoglio-oca-02Molti praesi si arrabbiano quando il porto di ponente viene chiamato “porto di Voltri”. Nonostante il nome originario Vte stesse proprio per “Voltri Terminal Europe” (oggi il nome ufficiale è Psa Voltri Pra’, dal nome dell’azienda di Singapore che l’ha acquistato nel 1998) è infatti sulla delegazione praese che esso ha fatto sentire con maggior intensità dal punto di vista ambientale. Non è dunque in genere per orgoglio che i praesi vogliono che il nome del porto sia legato a quello del proprio quartiere, ma per la volontà di veder riconosciuto il sacrificio collettivo di una comunità, perché non ci siano dubbi su chi sia stato a pagare il prezzo più alto, in una parte della città dove risuonano forte i “campanili”, anche se ieri forse più di oggi.

    Lo sviluppo economico e una crescita dei posti di lavoro era la promessa offerta in cambio della rinuncia alle proprie spiagge. Ma, secondo Aldo, non sarebbe andata così: «Da un certo punto di vista – racconta infatti – il Vte è stata una delusione. I cittadini si aspettavano un aumento del tasso d’occupazione locale, che in realtà è stato inferiore rispetto a quanto si ventilava. Certo, il porto è molto esteso e attrezzato ma con l’automazione si riducono di molto i posti di lavoro». D’altro canto, a Pra’ non ci sono più alberghi: «L’ultimo – prova a ricordare Aldo – ha chiuso l’anno scorso».

    Luca Lottero

  • Gasometro di Prà, entro il 23 aprile ufficiale il trasferimento a Campi. Porcile: «Nei prossimi giorni incontri con Iren per chiarimenti»

    Gasometro di Prà, entro il 23 aprile ufficiale il trasferimento a Campi. Porcile: «Nei prossimi giorni incontri con Iren per chiarimenti»

    gasometro-pra-ireti-irenIl trasferimento del gasometro di Pra’ in una nuova area individuata in zona Campi diventerà realtà tra il 18 e il 23 aprile. È la vittoria di Ireti, la controllata del gruppo Iren che gestisce la distribuzione di acqua e gas, e la sconfitta dei lavoratori dell’impianto, che da fine del 2016 hanno iniziato una battaglia per impedire il trasferimento. A nulla sono valsi i numerosi incontri con assessori comunali e la manifestazione dello scorso febbraio per le vie di Prà.

    Approfondimento: L’addio al Gasometro di Pra’

    I prossimi saranno gli ultimi giorni di vita di un impianto storico, presente sul territorio sin da inizio 900 e, secondo i lavoratori supportati dall’amministrazione municipale, importante presidio di sicurezza per tutto il quartiere. Al suo posto sorgerà un supermercato. Ieri, l’estremo tentativo dei dipendenti per cambiare le carte in tavola, con la spedizione, tra mattina e pomeriggio, in Regione prima e in Comune poi. Decisamente concilianti i capigruppo regionali che, dopo aver incontrato una rappresentanza dei lavoratori, hanno emesso un comunicato bypartisan in cui si stimolava il Comune (unico attore politico con effettiva voce in capitolo) a organizzare un tavolo con azienda e a porsi come obiettivo il mantenimento dell’impianto entro i confini della circoscrizione di Ponente, come proposto dai lavoratori stessi, che avevano suggerito soluzioni “in zona”. «Smantellare la sede di Pra è una decisione assurda. Non si può spostare in Valpolcevera un centro operativo che serve l’estremo ponente cittadino, e nel quale oltre a IRETI risiedono ASTER e AMIU: così si rischia la paralisi – ha dichiarato il consigliere di Rete a Sinistra Gianni PastorinoI fatti parlano da soli: la sede delle Gavette non basta. Il presidio nel Ponente è indispensabile per garantire la sicurezza delle reti, il monitoraggio delle condotte del gas e l’azione del pronto intervento che già oggi lavora in affiancamento».

    Una richiesta accolta, nel pomeriggio, dall’assessore all’ambiente di Tursi Italo Porcile, che ha promesso a breve un incontro chiarificatore con l’azienda, lasciando però capire che difficilmente la decisione di Iren potrà essere ribaltata. Sul tavolo c’è anche il destino dei presidi di Amiu e Aster, anch’essi “sfrattati” dalla storica sede praese.

    Luca Lottero

  • Scuola, Regione Liguria si apre ai tirocini universitari. Prevista anche alternanza scuola-lavoro per le superiori

    Scuola, Regione Liguria si apre ai tirocini universitari. Prevista anche alternanza scuola-lavoro per le superiori

    toti-comanducciPer la prima volta, oltre 200 studenti delle scuole superiori genovesi varcheranno le porte della Regione, a partire dal 7 aprile, per partecipare a percorsi di alternanza scuola lavoro. Parallelamente, verranno anche attivati tirocini per gli studenti universitari che matureranno crediti necessari all’interno del proprio percorso curricolare. E’ il risultato del Protocollo d’intesa siglato questa mattina dal presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, dal direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Rosaria Pagano, e dal rettore dell’Università di Genova, Paolo Comanducci.
    «E’ un modo per aprire la pubblica amministrazione, renderla ancor più trasparente, verso il mondo dei giovani che troppo spesso non hanno avuto opportunità di conoscere il mondo del lavoro – commenta il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, come riportato dall’agenzia Dire – è un modo per confrontarsi con un mondo che troppo spesso non ascoltiamo fino in fondo. Un buon modo per costruire il futuro della pubblica amministrazione e anche quello di molti giovani, che non trovano sbocchi in questo ramo in assenza di concorsi e di porte aperte agevolmente». Gli istituti scolastici genovesi che hanno aderito al progetto di alternanza scuola-lavoro sono 14.
    Ogni giovane farà una concreta esperienza di 40 ore presso uno dei dipartimenti e delle direzioni regionali, scelti anche sulla base del corso di studi dello studente: l’obiettivo è quello di iniziare dall’Ente Regione per poi estendere il progetto agli altri soggetti del sistema regionale. «E’ un’opportunità anche per la pubblica amministrazione di aprirsi, farsi conoscere, e indirizzare verso questo lavoro talenti e cervelli che troppo spesso vediamo scappare – conclude Toti – il mondo della pubblica amministrazione ha bisogno di essere svecchiato, ha bisogno di nuovi cervelli e talenti, ha bisogno dell’entusiasmo e della freschezza che portano i giovani nelle loro avventure».
    Sul fronte dei tirocini universitari, invece, il protocollo prevede l’attivazione di 20 posti, che dureranno dai 3 ai 12 mesi, per laureandi sia triennali che magistrali. Tra i percorsi di laurea selezionati: Giurista d’Impresa e dell’Amministrazione (triennale), Economia e Commercio (triennale e magistrale), Scienze Politiche (triennale e magistrale), Ingegneria (triennale e magistrale), Scienza delle Comunicazioni (triennale), Editoria e Giornalismo (triennale). «Per gli studenti dell’Università di Genova, la possibilità di fare dei tirocini presso la Regione Liguria amplia ulteriormente il ventaglio delle esperienze a disposizione – sottolinea il rettore – mi auguro che questa, come quelle stipulate con le altre istituzioni, diventi un utile strumento di formazione per i nostri studenti». Per il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, «l’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria dalla legge sulla Buona scuola, si sta inserendo stabilmente nel curriculum dei ragazzi di tutti gli Istituti superiori, con un coinvolgimento che, sul territorio nazionale, ha ormai raggiunto un milione di studenti. Adesso occorre concentrarsi maggiormente sulla qualità dei percorsi di alternanza, facendo sì che scuola e impresa o struttura ospitante non siano più da considerarsi entità separate, ma integrate tra loro»
  • Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    slotmachineA pochi giorni dalla scadenza delle licenze, Regione Liguria ha proposto una proroga dei termini previsti dalla legge. Ma da uno studio della stessa regione i dati sulla ludopatia parlano chiaro: sempre più persone cadono nelle dipendenza da gioco, e in pericolo sono soprattutto le fasce di popolazione più “debole”, cioè giovani e anziani.

    Il disturbo da gioco d’azzardo nella quinta ed ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il principale manuale di psichiatria in uso nel mondo) pubblicata nel 2013 è ascritto tra i ”disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”; in altre parole, una patologia direttamente riferibile a quelle legate alla dipendenza.

    La sfida al Gioco d’Azzardo

    Il problema è noto da anni, e, infatti, a più riprese le amministrazioni locali si sono adoperate per provare a limitarne l’impatto sulla popolazione, cercando di tutelare soprattutto le fasce considerate “deboli”: anziani e ragazzi. Con questa “ratio”, la legge regionale 14 del 2012, varata da Regione Liguria, ha imposto che tutti gli esercizi che ospitano slot machine o giochi d’azzardo legali, siano distanti almeno 300 metri da i cosiddetti luoghi sensibili, cioè scuole, luoghi di culto, impianti sportivi, centri giovanili, strutture residenziali o semiresidenziali sociosanitarie, strutture ricettive per categorie protette. La stessa legge ha individuato il 1 maggio 2017 come termine ultimo per adeguarsi a questa normativa, mettendo quindi in scadenza le licenze all’epoca già “operative”. La norma è stata recepita dal Comune di Genova attraverso un regolamento dedicato, approvato nel 2013.

    Secondo le attivita’ di monitoraggio della Polizia municipale, con dati aggiornati a fine novembre scorso, sono 1.015 le attivita’ commerciali sul territorio comunale genovese con strumenti per il gioco lecito: di queste, 927 non sarebbero piu’ utilizzabili tra poco meno di due mesi. Di queste, 48 sono esclusivamente dedicate al gioco lecito (di cui 26 sono sale videolottery e 22 punti lotto o agenzie di scommesse), mentre le altre sono quasi tutte esercizi commerciali: 264 tabaccherie e 611 bar o pubblici esercizi. Secondo i dati riportati da Astro, associazione che rappresenta gli operatori del gioco lecito, dal 2 maggio prossimo il 96,4% del territorio comunale di Genova sara’ off limits per slot e videolottery. 

    Operatori sul piede di guerra e la sponda della Regione

    Per questo motivo, in questi giorni gli operatori del settore hanno alzato la voce. «Dalle stime fatte in questi giorni, il 2 maggio avremo 500 lavoratori che rischiano di perdere il lavoro solo a Genova. Se non si concede una proroga e non si da’ vita a un percorso complessivo per trovare una soluzione a questo problema, si rischia di innescare un disagio sociale di cui l’amministrazione se n’e’ altamente fregata in questi anni. Cosi’ si rischia di cancellare un settore». Uno scenario “ipotizzato” da Paolo Barbieri, presidente di Anva Confesercenti Liguria, durante una recente commissione consigliare a Palazzo Tursi, come riportato dall’agenzia di stampa Dire. Secondo le stime Astro, infatti, sarebbero quasi 3000 i posti di lavoro a rischio in Liguria se la legge diventasse realtà. Secondo i dati diffusi dai Monopoli di Stato, le “newslot” installate nei pubblici esercizi (bar e tabacchi) del territorio regionale sono 12.154, con oltre 2.500 esercizi commerciali coinvolti e relativi servizi di manutenzione per circa 490 posti di lavoro che, senza proroghe, tra meno di due mesi sarebbero a rischio. A questo andrebbero aggiunti anche i circa 550 dipendenti delle 110 sale vlt in tutta la Liguria, con ulteriori magre prospettive per la “sale Bingo” che vedrebbero calare drasticamente gli incassi senza slot. «Bisogna ricordare anche le pesanti ripercussioni per bar e tabacchi – ha sottolineato Barbieri – il taglio degli apparecchi porterebbe a rischio chiusura il 30% di questi esercizi». Un “mostro”, quindi, che è cresciuto a dismisura, e che ora sembra difficile debellare senza lasciare “morti sul campo”.

    L’allarme delle associazione di categoria ha trovato una sponda in Regione Liguria: l’assessore regionale allo Sviluppo Economico Edoardo Rixi (Lega Nord), ha infatti raccolto l’appello, anticipando l’intenzione dell’ente di prorogare di almeno un anno questa scadenza. Ma quali potrebbero essere i costi di questa decisione?

    I costi della proroga

    slotSecondo una ricerca del dipartimento “Salute e Servizi Sociali” della stessa Regione Liguria, però, il fenomeno legato alla dipendenza da gioco d’azzardo è in crescita, soprattutto all’interno della fasce più deboli della popolazione: anziani e giovani. Secondo la “Relazione Gioco d’Azzardo Patologico in Liguria”, presentata dalla ricercatrice Sonia Salvini, infatti, i casi di richiesta di trattamento ricevuti dai Sert liguri sono aumentati del 217% dal 2011 al 2016, passando da 116 a 368. Dalle rilevazione relative al 2016 emerge che la metà dei soggetti in carico appartiene alle classi di età dai 50 anni agli oltre 65 anni. Una fascia d’età «inedita per le dipendenze – sottolinea Sonia Salvini – che rende maggiormente evidente l’esplosività del fenomeno». Il 79% è di genere maschile, il 21% è di genere femminile. «Analizzando questi dati però bisogna tenere conto che derivano da sottostime – sottolinea Clizia Nicoilella, consigliera municpale di Lista Doria, presidente della Consulta Permanente sul gioco con premi in denarovisto che una minima parte dei “giocatori” si rivolge ai servizi, e spesso lo fa per ragioni economiche, cioè quando ha “finito” il denaro». Ma il dato allarmante riguarda i giovani: secondo questo studio il 37,1% degli studenti di 15-19 anni della regione Liguria, corrispondenti a poco più di 20mila giovani, almeno una volta durante l’anno ha giocato somme di denaro; ma non solo: sulla base delle risposte fornite al test da coloro che hanno riferito di aver giocato d’azzardo durante l’anno, per l’84,5% circa degli studenti liguri il comportamento risulta esente da rischio, per il 9% è a rischio e per poco meno del 6% è problematico. Tradotto in cifre dei circa 20.000 studenti liguri che hanno giocato nell’anno precedente alla rilevazione, sono circa 1.900 quelli a rischio e per altri 1.200 il comportamento di gioco può essere definito problematico, ad un passo, cioè, dalla patologia, quella vera.

    Scomettersi il futuro

    Come spesso accade, fatta la norma si trova l’inganno, o, come in questo caso, la proroga. Sono passati cinque anni dalla promulgazione di una legge che non vieta il gioco, ma che prova a limitarlo, allontanandolo da “prede” troppo facili: in questi anni nessuno dei diretti interessati, evidentemente, ha pensato di prepararsi alle nuove regole, invocando oggi una proroga dei termini. Ogni minuto perso, però, ha un prezzo, un prezzo che viene pagato da chi dovrebbe essere “aiutato” dalle istituzioni perché debole, perché patologicamente sconfitto dal “mostro” dell’azzardo. Ancora una volta siamo di fronte all’odioso ricatto che vede contrapposti lavoro e salute, alternativi uno all’altro: «Con Università degli studi di Genova – annuncia Sonia Salvini – stiamo dando il via ad una ricerca, che durerà un paio d’anni, finalizzata a calcolare quali siano i costi sociali del gioco d’azzardo, per confrontarli con i “ricavi” che la comunità riceve attraverso la tassazione di queste attività, per capire di che “colore” sia questo bilancio». Il risultato sarà sorprendente, c’è da scommetterci.

    Nicola Giordanella

  • Pra’, la storia dell’area ex gasometro Ireti, dalla resistenza alla privatizzazione, passando per l’area verde mancata

    Pra’, la storia dell’area ex gasometro Ireti, dalla resistenza alla privatizzazione, passando per l’area verde mancata

    prova-ireti-gasometro-mappaL’area ex-Ireti di Prà ha fatto parlare di sé nelle ultime settimane per un piano di vendita che ha messo sul piede di guerra i lavoratori, preoccupati dalla prospettiva di un trasferimento dell’attività in zona Campi. Ma quella dell’ex gasometro è una storia che affonda le proprie radici nel secolo scorso, con risvolti degni di essere ricordati. Nel quartiere nessuno si è dimenticato che negli anni della seconda guerra mondiale in questi stessi edifici crebbe e si formò una delle anime dell’antifascismo prima e della Resistenza poi del Ponente genovese; tanto che non più di tre mesi fa proprio qui l’ANPI di Pra’ ha ricordato con la deposizione di una targa la nascita della sezione praese del Comitato di Liberazione Nazionale

    Sin dai primi anni del ‘900, l’area è la base operativa di Amga, la municipalizzata di gas e acqua, ed è interamente di proprietà comunale. È a partire dagli anni ’90, con la privatizzazione dell’azienda, che la storia di quei circa 10mila metri quadrati di terreno si fa decisamente meno lineare. Nei decenni successivi, giunte comunali, piani urbanistici, intenzioni di vendita e battaglie sindacali ne scriveranno e riscriveranno più volte il destino. Fino alle polemiche dei giorni nostri.

    Approfondimento: Un supermercato al posto del gasometro

    Una privatizzazione pasticciata

    Siamo a cavallo tra i due secoli, quando il Comune di Genova decide di privatizzare Amga. Prima della vendita, però, l’amministrazione di allora vuole aumentare il valore dell’azienda anche attraverso il conferimento di beni immobili, tra cui anche il terreno di Prà. Lo stesso terreno, tuttavia, viene ceduto pochissimo tempo dopo anche ad Amiu, in un evidente e grossolano errore amministrativo. «Fu un pasticcetto – sintetizza l’attuale assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Berninisu cui qualcuno discute ancora oggi, ma che fortunatamente non ha provocato grosse conseguenze». Legge e consuetudine, infatti, vuole che in casi del genere a valere sia la prima firma. Amga divenne proprietaria a tutti gli effetti della zona, che passò poi di mano nel corso dell’evoluzione dell’azienda, prima in Iride (che univa la genovese Amga e la torinese Aem) e poi in Iren, il colosso della distribuzione di servizi nato dalla fusione di Iride ed Enia (che a sua volta aveva precedentemente unito aziende di Reggio Emilia, Parma e Piacenza). Tra una sigla e l’altra, siamo arrivati nel 2010. Iren, insieme ai beni delle municipalizzate che ha unito sotto il proprio ombrello, ne eredita anche i debiti e le cifre attuali parlano di un buco di circa 3 miliardi di euro. Quasi naturale, dunque, che parti del patrimonio dell’azienda vengano cedute per fare cassa. Nella lista delle cessioni entra ben presto anche il gasometro di Prà, che negli ultimi giorni del 2016 viene ceduto a Coop per una cifra che si aggirerebbe intorno al milione di euro.

    gasometro-pra-ireti-irenOra, si potrebbe discutere a lungo del perché un terreno che offre un servizio al territorio sia passato nel giro di un decennio dal pubblico a mani private, per poi arrivare alla completa cessione. Quello delle privatizzazioni, del resto, è un tema che divide: c’è chi le vede come il male assoluto perché privano le amministrazioni pubbliche del controllo dei propri asset strategici, e c’è chi invece li ritiene un modo per dare fiato alle striminzite casse degli enti locali e per migliorare l’efficienza dei servizi. Il vicesindaco Bernini non è ideologicamente contrario alla cessione di aree pubbliche a privati, ma esprime alcune critiche riguardo la gestione del caso particolare: «La cessione di Ireti – spiega – era già stata decisa e concordata nel corso del precedente ciclo amministrativo. Tuttavia, non ho gradito il modo in cui è arrivata, senza un piano di ammortamento per Aster e Amiu. Appena sono venuto a conoscenza delle intenzioni dell’azienda, e dell’effettiva presenza di un acquirente, ho allertato i miei colleghi competenti in materia (gli assessori Porcile e Crivello) e fatto valere tutti i paletti possibili dell’urbanistica, ovvero l’impossibilità di costruire o di ampliare il costruito esistente in zone più vicine di 200 metri al cimitero o i limiti posti dalla vicinanza a un corso d’acqua e al centro storico».

    Bernini non ha mai fatto mistero di aver agito mosso dalla preoccupazione per i destini a ponente dei presidi di Amiu e Aster, ben più che per quelli di Ireti. Una posizione rivendicata anche in occasione dell’incontro con i lavoratori dello scorso 6 febbraio. «Innanzitutto la segnalazione mi è arrivata da operatori Amiu, e non da quelli di Ireti – chiarisce – inoltre la perdita del presidio di Amiu sarebbe un danno ingente per il ponente, visto l’ampio bacino già coperto dai presidi a Sestri Ponente e la necessità di muovere anche mezzi pesanti per la raccolta di rifiuti. Aster, invece, svolge funzione di pronto intervento, cosa che Ireti a Prà non fa perché questa funzione è svolta dal presidio alle Gavette». Quest’ultima posizione è molto distante da quella dei lavoratori che, interpellati da Era Superba, hanno più volte affermato di svolgere un servizio di pronto intervento anche se questo non rientrerebbe tra le sue competenze formali, spesso a sostegno dei Vigili del Fuoco per riparare le perdite di gas. «Può darsi che, per comodità, sia successo – riconosce Bernini – che per risolvere un’emergenza a Ponente venisse chiesto l’intervento del centro di Prà, ma è vero che solo il centro alle Gavette ha gli strumenti adeguati per intervenire nelle situazioni più pericolose». La soluzione per Amiu e Aster auspicata dal vicesindaco è quella dell’acquisizione dell’area ex San Giorgio tra Prà e Pegli da parte delle due aziende («un’opzione che riqualificherebbe un’altra area a Ponente sulla scia di altri interventi di riqualificazione della zona come quello dell’ex Verrina»), ma al momento uno scenario del genere sarebbe lontano.

    Un verde mai realizzato

    Nelle numerose pieghe della storia, per un certo periodo sembrava che l’area del gasometro di Prà fosse destinata a diventare un parco pubblico. Così era scritto nel piano urbanistico del 2000, ma con la giunta guidata da Marta Vincenzi e un nuovo Puc, la qualificazione dell’area passò da “verde” a “urbana”. «All’epoca non ero assessore e nemmeno consigliere comunale – chiarisce Bernini – ma a naso direi che la modifica in questo senso del Puc era coerente con il passo successivo per la riorganizzazione di Iren, a cui quell’area non serviva più». La cessione dell’area da parte dell’amministrazione, insomma, aveva fatto cambiare i piani intorno al gasometro di Prà, la cui vendita è discussa ormai da anni. Il quartiere di Prà, d’altronde, aveva già avuto la propria razione di verde pubblico con l’implementazione della fascia di rispetto e (in anni più recenti) con i cantieri per il Puc, che in primavera si avviano a concludere i lavori di riqualificazione della delegazione ponentina.

    Luca Lottero

  • Confindustria, «Fermi e preoccupati». A Genova segnali positivi da porto e turismo, ma fatturato complessivo in calo

    Confindustria, «Fermi e preoccupati». A Genova segnali positivi da porto e turismo, ma fatturato complessivo in calo

    camera-lavoro-120-anniFermi e preoccupati. E’ l’evocativo titolo che il Centro studi di Confindustria Genova dà agli indicatori economici del secondo semestre del 2016. «E’ una situazione che lascia ancora parecchie perplessità, perché ci sono segni positivi e negativi, anche se i primissimi dati del 2017 sono un po’ più positivi. Ma il secondo semestre del 2016 lascia dati difformi in senso negativo rispetto al resto del Paese, a causa soprattutto della flessione del sistema industriale nel suo complesso», commenta il presidente uscente di Confindustria Genova, Giuseppe Zampini. «I numeri – spiega Zampini – non sono più da crisi, da deflazione ma siamo ancora nelle marginalità che possono portare molto facilmente a variazioni negative».

    Inchiesta: La fine dell’età industriale di Genova?

    Il fatturato complessivamente diminuisce dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2015, con la stessa contrazione già registrata nei primi sei mesi dello scorso anno. A incidere in maniera sensibile è il calo delle esportazioni (gli ordini calano dell’1,8% dopo un aumento del 4% del primo semestre 2016): cresce, infatti, dello 0,6% il fatturato interno mentre diminuisce del 3,5% quello estero, prima flessione dal 2009. Un segnale che preoccupata secondo Confindustria perché il futuro dell’economia genovese «ha come unica prospettiva reale lo sviluppo dei mercati internazionali». All’interno dei vari settori, segno positivo per il fatturato del comparto dei servizi mentre le contrazioni riguardano sopratutto il manifatturiero, esattamente l’opposto invece di quanto avviene per gli ordini.

    Le buone notizie per Genova arrivano dal porto, dal turismo e da un lieve aumento dell’occupazione. Su base semestrale cresce dell’1% il tonnellaggio totale mentre rispetto allo stesso periodo del 2015, l’aumento è del 4,1%. Molto positivo il giro d’affari sul turismo: aumentano del 3,3% i prezzi rispetto agli ultimi sei mesi del 2015; cresce del 3,5% il numero dei turisti (+2,3% su base annua) e le presenze del 2,5% (+4,6% su base annua). L’occupazione, infine, fa segnare un balzo in avanti dello 0,4% tra le aziende associate a Confindustria Genova, secondo semestre positivo consecutivo, cosa che non accadeva dal 2007.

    Nell’area metropolitana aumenta del 46,8% l’utilizzo complessivo della cassa integrazione, a causa soprattutto del +55% di quella straordinaria, mentre cala di 7 punti quella ordinaria e di 20,4 quella in deroga. Migliorano, infine, i tempi di pagamento della pubblica amministrazione: si passa da 172 giorni a 146. Tutti questi dati, secondo Confindustria, non dovrebbero subire grossi scossoni nel primo semestre del 2017: si attendono comunque una ripresa del fatturato e delle esportazioni ma nell’ordine dei decimi di punto. «All’inizio del 2017 – spiega Zampini – si nota un incremento della fiducia degli imprenditori e un decremento della fiducia delle famiglie, con una tendenza al maggior risparmio che potrebbe essere superata a fronte di una maggiore stabilità del sistema politico»

  • Ireti, lavoratori in strada giovedì mattina per protestare contro il trasferimento a Campi

    Ireti, lavoratori in strada giovedì mattina per protestare contro il trasferimento a Campi

    gasometro-praDalle 8 di giovedì 9 febbraio, i tecnici di Ireti scenderanno in strada per protestare contro l’ipotesi di delocalizzazione dello stabilimento da Pra’ a Campi. L’agitazione, promossa da Cgil, Cisl e Uil oltre che dall’Unione Sindacati di Base, è stata decisa dopo l’incontro avvenuto quest’oggi con il vicesindaco di Genova Stefano Bernini, presso il municipio di Pra’, durante il quale i lavoratori hanno chiesto alla amministrazione un’azione più decisa per vincolare l’azienda a mantenere il servizio nel ponente cittadino.

    Approfondimento: Un supermercato al posto del Gasometro Ireti di Pra’

    L’assessore all’urbanistica ha promesso che, per quel che attiene alle proprie competenze, renderà difficile la vita agli acquirenti dell’area, facendo valere i limiti alla costrizione imposta dalla vicinanza al cimitero e al centro storico praese. Al tempo stesso, però, ha spiegato di non poter dare una risposta per l’intera giunta comunale, rimbalzando la responsabilità agli assessore Porcile e Crivello. I lavoratori Ireti hanno risposto facendo notare che già dall’agosto 2015 chiedono un incontro con l’assessore all’ambiente, senza però ottenere risposta. Presenta alla riunione anche il presidente del Municipio VII, Mauro Avvenente, che ha invitato le organizzazioni dei lavoratori a presentarsi in Consiglio comunale per far valere la propria posizione.

    Luca Lottero

  • Pra’, un supermercato al posto del Gasometro. Il servizio potrebbe spostarsi a Campi, ma i lavoratori sono sul piede di guerra

    Pra’, un supermercato al posto del Gasometro. Il servizio potrebbe spostarsi a Campi, ma i lavoratori sono sul piede di guerra

     

    Aggiornamento: Lavoratori Ireti in agitazione giovedì 9 febbraio

    gasometro-pra-ireti-irenTra la foce del fiume Branega e un distributore di benzina Eni, c’è un cancello verde con una scritta in caratteri gialli: si tratta dell’acronimo della vecchia municipalizzata genovese, Amga, l’azienda municipale gas e acqua, appunto. Il cancello è ben visibile passando in macchina per via Prà, nel Ponente genovese. Alle sue spalle, si stende un’area di circa 10 mila metri quadrati, in cui il metano viene regolato e pompato con valvole e tubazioni sotterranee, sia in entrata che in uscita. Oggi la proprietaria del “Gasometro di Prà” è Ireti, la controllata del gruppo Iren che gestisce la distribuzione di elettricità, gas e acqua. A fine 2016, l’azienda ha comunicato l’intenzione di vendere l’area (che ospita in affitto anche gli uffici di Amiu e Aster) a Coop.

    Delocalizzazione

    Oggi, il passaggio di proprietà dell’area alla catena di supermercati è già diventato realtà per una cifra di poco superiore al milione di euro, con l’area del gasometro che sarebbe la locazione scelta dal colosso della grande distribuzione per spostarsi dall’attuale posizione di via Prà 25. La delocalizzazione dei 20 dipendenti è attesa per marzo o aprile. «Posto che si tratta di una scelta sbagliata, perché questa zona avrebbe dovuto essere potenziata –spiega il rappresentante Cisl Marino Canepa – quello che chiediamo oggi è di non perdere il presidio a ponente».

    Per i circa 20 dipendenti Ireti la soluzione prospettata è quella di un trasferimento a Campi. «In questo modo – sottolinea Canepa – si perderebbe un servizio fondamentale per tutto il Ponente». I tecnici che lavorano nello stabilimento di Prà, infatti, sono abituati a intervenire nelle situazioni di pericolo, offrendo un contributo spesso fondamentale ai Vigili del Fuoco. Recentemente, sono intervenuti in occasione dell’incendio che ha flagellato le alture di Pegli. La postazione attuale consente loro di intervenire piuttosto rapidamente su tutto il Ponente, e per questo hanno in passato ricevuto elogi pubblici da parte delle autorità. Nel corso della nostra chiacchierata, Canepa, insieme ad altri lavoratori, mi invita a immaginare cosa succederebbe se, anziché da Prà, per risolvere un’emergenza a Voltri dovessero partire da Campi. Magari con l’Aurelia e l’autostrada bloccate, evento tutt’altro che inconsueto. «In altre città – aggiunge Canepa – dove si è scelto di mantenere una sede unica, gli effetti sono disastrosi. Genova mantiene ancora due sedi (l’atra si trova in via Piacenza a Staglieno, ndr) ma lo spostamento a Campi di quella di Prà priverebbe del servizio una parte di città».

    La controproposta

    gasometro-praDai lavoratori arrivano anche delle controproposte sul trasferimento “in zona”, visto che le possibilità non mancherebbero. Nel ponente genovese, Ireti possiede aree a Fabbriche, a Piandilucco (quartiere di Pegli) oltre al depuratore di Voltri. Quest’ultima, in particolare, sarebbe secondo i lavoratori la scelta ideale, in quanto la zona si trova vicino all’autostrada e perché già vi lavorano degli operatori. «Non capiamo la scelta dell’azienda – affermano i lavoratori – noi come sindacati abbiamo chiesto un incontro urgente alla dirigenza, ma non ci è mai stato concesso». «Lo fanno per fare cassa – aggiunge Canepa – ma non è certo così che si può abbassare l’enorme debito del gruppo Iren, che ammonta a 3 miliardi di euro ed è frutto di scelte sbagliate fatte nel passato. Un debito che comunque non ha impedito l’anno scorso di dare un milione di euro al vecchio presidente e due anni fa una buona uscita all’ex presidente di 900 mila euro».

    Al disagio causato dall’eventuale dislocamento del servizio offerto, si aggiungono le perplessità sull’uso che si potrà effettivamente fare dell’area. La presenza del metano pone degli interrogativi sulla sicurezza dell’operazione, mentre quella, sulla sponda opposta del Branega, di un cimitero impedirebbe la realizzazione di strutture commerciali a una distanza inferiore ai 200 metri. C’è il rischio, insomma, che con lo spostamento del “gasometro”, l’area rimanga inutilizzata e si aggiunga alla collezione di strutture abbandonate che costellano il Ponente genovese. In un primo momento era inclusa nella vendita anche l’area del campo di calcetto dell’Olimpic Palmaro, data in concessione dall’Iren. Ora, però, quell’area è stata esclusa dalla vendita. «È positivo che si sia mantenuta l’attività sportiva – chiosano i lavoratori – però, in compenso, lo stesso non è stato fatto con il gasometro».

    Le risposte del Comune di Genova

    pra-gasometro-cimitero-branegaSecondo il vecchio Piano Urbanistico l’area sarebbe dovuta diventare un parco: «Dopo aver ottenuto una valorizzazione dell’area  – spiega l’assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Bernini – Ireti ha avviato un piano di vendita di una serie di aree in cui hanno inserito anche questa. Appena ho saputo che c’era un potenziale acquirente ho convocato un incontro con i dirigenti di Iren, Amiu, Aster e gli assessori competenti per dire loro che a questo punto si poneva un problema di servizi e ho sollecitato una soluzione. Ad oggi mi pare che la soluzione di Iren non sia gradita ai lavoratori, mentre quelle di Amiu e Aster non ci sarebbero ancora. Il compito dell’urbanistica, tuttavia, finisce qui. La mia competenza sta nel mettere alcuni limiti: in quell’area non potranno andarci più di mille metri quadrati di commerciale in quanto vicino al centro storico, e non si potrà costruire a meno di 200 metri dal cimitero. Si tratta di una norma generale che riguarda tutta la città».

    Lavoratori sul piede di guerra

    Proprio il vicesindaco Bernini, in occasione della recente presentazione del progetto della piscina Mameli di Voltri, era stato oggetto di una contestazione da parte dei lavoratori Ireti. La causa scatenante era stata il rinvio di un incontro tra le parti fissato per il 25 gennaio e poi rinviato con poco preavviso. Una nuova assemblea è prevista per oggi alle 17,00, nei locali del Municipio di Prà, in piazza Bignami. «A seconda delle risposte che ci verranno date – avvertono i lavoratori – valuteremo se organizzare una manifestazione, con l’obiettivo di preservare un fondamentale servizio pubblico. Ormai il tempo stringe».

    Luca Lottero

  • Amiu-Iren, sindacati in ordine sparso. Lunedì il voto dei lavoratori sull’accordo con il Comune

    Amiu-Iren, sindacati in ordine sparso. Lunedì il voto dei lavoratori sull’accordo con il Comune

    Tursi, protesta dei lavoratoriDopo la spaccatura delle sigle sindacali di ieri, con la Cisl che non ha siglato il verbale di intesa al termine di una lunga trattativa con il Comune, anche la Uil, che aveva dato il proprio benestare all’accordo, compie un mezzo passo indietro. In una lettera inviata alla prefettura, infatti, si respingono le motivazioni che avevano portato a rigettare lo sciopero previsto per martedì 31 e si ribadisce la volontà di incrociare le braccia nel giorno in cui la delibera che darebbe il nulla osta al Comune di Genova a trattare con Iren per la privatizzazione di Amiu approda in Consiglio comunale.

    Speciale Amiu-Iren: tutto il percorso verso la “privatizzazione”

    Resta, almeno per il momento, la sigla della Uil sul verbale di accordo, così come quelle dei sindacati Cigl e Fiadel. L’ultima parola, dunque, spetta all’assemblea generale dei lavoratori convocata per lunedì mattina ai Magazzini del cotone. «Non so che film abbia visto la Uil – commenta Corrado Cavanna, segretario Cgil Funzione Pubblicacon il verbale di accordo siglato, lo sciopero di martedì è stato ufficialmente ritirato. Saranno i lavoratori a decidere il da farsi. Ma se si dovesse bocciare l’accordo o comunque scegliere la strada dell’agitazione, bisognerebbe ricominciare da zero tutte le procedure e quindi sarebbe impossibile scioperare martedì». Questo in risposta a quanto comunicato oggi dalla Uil, che in una nota afferma di aver presentato istanza di rivisitazione a seguito della intimidazione alla sospensione da parte della Commissione di garanzia: «Non riteniamo di aver violato le norme sugli scioperi nei servizi essenziali – scrive Roberto Gulli, segretario Uil – e aspettiamo una risposta della commissione».

    La parola, si diceva, adesso passa ai lavoratori Amiu, convocati in assemblea generale lunedì mattina. Poi, la partita si sposterà nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dove comunque la discussione sarà piuttosto calda, vista la decina di commissioni che l’hanno preceduta e la già prevista doppia convocazione del Consiglio comunale martedì pomeriggio e mercoledì mattina.

  • Reddito di cittadinanza: le proposte incrociate di M5S e Pd, lo scontro con la giunta regionale e il quadro nazionale

    Reddito di cittadinanza: le proposte incrociate di M5S e Pd, lo scontro con la giunta regionale e il quadro nazionale

    consiglioregionaleLIGURIA_01In questi giorni prenderà avvio la discussione, in Regione, di una proposta di legge regionale volta a introdurre in Liguria un reddito di inclusione attiva, più prosaicamente un “reddito di cittadinanza”, erogato dall’ente territoriale a persone che si trovino in difficoltà economica. Un’iniziativa promossa parallelamente in Regione, con due proposte differenti, dal Movimento Cinque Stelle e dal Partito Democratico.

    «La nostra proposta è di durata variabile, a seconda che la persona riesca a trovare lavoro nel frattempo, fino a un massimo di 36 mesi» spiega Alice Salvatore, portavoce del Movimento al Consiglio regionale della Liguria e prima firmataria della loro proposta di legge. «Abbiamo fatto un calcolo su dati ISTAT secondo il quale in Liguria la popolazione che potrebbe aver bisogno del reddito di cittadinanza, cioè chi vive al di sotto della soglia di povertà relativa [parametro calcolato annualmente dall’Istat, n.d.r.], è pari a circa il 5% della popolazione, quindi 80.000 persone». Sono fissati alcuni requisiti per accedere a questa misura: possono fare domanda le persone che hanno raggiunto la maggiore età, che, stando all’ISEE, rientrano nel parametro di soglia di povertà relativa e che non beneficiano di pensioni di anzianità o di vecchiaia; la pensione minima è infatti superiore al contributo, che ammonterebbe a 400 euro mensili, per cui si è scelto di escludere chi la percepisce: «è un aiuto per dare un po’ più di dignità alla persona nel periodo in cui sta cercando lavoro, in una concezione temporanea e di emergenza». Chiaramente il soggetto richiedente deve essere disoccupato o inoccupato, esclusi i disoccupati da meno di 12 mensilità o chi si è dimesso volontariamente da un lavoro. Soprattutto, il consigliere specifica che il richiedente deve impegnarsi a sottoscrivere un piano individuale con il centro per l’impiego del comune di residenza: stando alle sue attitudini, capacità e curriculum, verranno così selezionati dei lavori socialmente utili da svolgersi da un minimo di 10 ore a un massimo di 12 ore e mezza settimanali. Nel momento in cui, in conformità con questo piano di azione individuale (PAI), si presenta un’offerta lavorativa che sia idonea al soggetto, questo deve accettare, pena la perdita del diritto a percepire questo reddito di cittadinanza. La proposta dei cinque stelle estende questa misura anche per cittadini stranieri residenti in Liguria da almeno 36 mesi; se extracomunitari, devono essere in possesso di un permesso di soggiorno e cittadini di Stati che abbiano sottoscritto con l’Italia convenzioni bilaterali di reciprocità per la sicurezza sociale.

    Il quadro nazionale

    Questo tema è stato oggetto, a luglio, di una legge a livello nazionale, il cosiddetto “DDL Povertà”: già approvato alla Camera e in attesa della discussione al Senato, questa misura punta a garantire un reddito minimo a famiglie in forti condizioni di disagio economico, soddisfatti alcuni requisiti. Sul punto la Salvatore chiarisce che se passasse anche la legge nazionale ci sarebbe un’integrazione: quello della proposta regionale cinque stelle sarebbe un corrispettivo di 400 euro, e siccome quello nazionale sarebbe di 780 euro l’autorità centrale ci metterebbe solo la differenza di 380, con un netto risparmio per le casse statali.

    La legge di per sé sarebbe un bel salto avanti nelle politiche sociali, contando anche che in Europa siamo tra gli ultimissimi Stati membri a non essersi dotati di una normativa a riguardo, eccezion fatta per alcune iniziative regionali come la Puglia e alcuni comuni, come Livorno, che stanno sperimentando misure simili. Il problema, come sempre, restano i fondi. «Abbiamo calcolato che per far partire questa iniziativa saranno necessari 384 milioni di euro annui che chiaramente proverrebbero da erogazioni di fondi regionali e quindi si rinnoverebbero», commenta a riguardo il consigliere, «abbiamo dovuto ridurre da 500 euro iniziali a 400 euro per renderla fattibile, anche perché abbiamo messo finalmente le mani sul bilancio regionale, stiamo facendo un calcolo che è possibile ridurre la spesa di alcune aziende partecipate, nelle quali ci sono questi misteri per cui una consulenza o il venire a fare manutenzione costa dieci volte tanto rispetto a come costerebbe rivolgendosi a un privato. Il grosso verrebbe da una migliore gestione della spesa sanitaria, ad esempio la politica della gestione del farmaco –  nella quale, spiega la Salvatore – l’assessore Viale ha esteso a tutte le ASL un metodo che passa attraverso le farmacie private e non più (come alcune ASL facevano) attraverso istituti pubblici come farmacie pubbliche e ospedali, per un costo annuale di 5 milioni».

    Se tutto è pronto, resta il dubbio sui numeri alla Regione per far passare questa proposta di legge, che sembra cara solo ai cinque stelle e al PD: “Il PD ci sta rincorrendo su questa iniziativa, benissimo, ottimo, il problema grosso è che nella loro iniziativa il reddito minimo di fatto si tratta di un sussidio, perché non è prevista tutta la parte del reinserimento nella vita lavorativa. Se fosse anche reinserito il discorso del reinserimento lavorativo certo saremmo disposti a collaborare, diventerebbero quasi uguali a quel punto…Tuttavia io credo che, purtroppo, quella del PD sia una manovra squisitamente propagandistica, anche perché erano al governo centrale, perché non hanno fatto il reddito di cittadinanza per il quale servono 18 miliardi anziché spendere 14 miliardi all’anno per degli F35 difettati…?”.

    Per i dem è stato sentito Sergio Rossetti, vicepresidente del Consiglio Regionale. “Io pensavo che i cinque stelle ci facessero un’altra critica, cioè che la nostra misura la circoscriviamo a quanto già previsto dal SIA [Sostegno per l’Inclusione Attiva, altra manovra del Governo per istituire un beneficio economico alle famiglie in condizioni di disagio, “misura ponte” in attesa dell’approvazione del DDL povertà, n.d.r.]”, commenta circa l’obiezione mossa dalla Salvatore sull’assenza, nella proposta del PD, di misure per il reinserimento lavorativo. “In realtà, forse non è così esplicito nel testo, ma l’art.6 al punto 2 specifica che il contratto di inclusione contiene misure di reinserimento lavorativo compreso lo svolgimento di interventi di pubblica utilità messi in atto dai comuni e quindi servizi essenziali, dissesto idrologico eccetera in misura di carattere formativo o di inclusione sociale”. Per alcuni versi la proposta democratica è simile a quella pentastellata (400 euro mensili, obblighi di attivazione nella ricerca del lavoro per chi ne gode…) ma se ne discosta sotto altri punti di vista, uniformandosi appunto al sopra citato SIA: ad esempio, non è rivolta anche a singoli cittadini ma solo a nuclei famigliari, non avrebbe la durata massima di 36 mesi ma di 1 anno. Un’altra grande differenza ruota intorno ai fondi: mentre i cinque stelle parlano di centinaia di milioni (384 dichiarati dalla Salvatore come cifra necessaria per far partire l’iniziativa), il PD ne chiede solo 10, riducendo di molto la portata dell’intervento da un lato e facendo dall’altro, a suo dire, più leva rispetto ai colleghi pentastellati sul Fondo Sociale Europeo (FSE), messo a disposizione dall’Unione per iniziative di questo tipo e da spendere entro il 2021, per allargare la portata del SIA andando a coprire un maggior numero di nuclei famigliari sul territorio (estendendolo ad alcuni che non sarebbero ricompresi dalla fascia di ISEE prevista dalla misura nazionale che fissa la soglia ai 3000 euro annui; un nucleo famigliare con un ISEE di 3500 euro, in effetti, è comunque certamente considerabile bisognoso di aiuto).

    Battaglia politica

    A intorbidire ulteriormente il futuro di questa proposta di legge, oltre la differenza di vedute tra le due forze politiche promotrici, è il diverso sistema di priorità che l’attuale giunta regionale sembra seguire. Il tema, quindi, potrà essere anche il campo per accordi politici: «Se i 5 stelle vogliono collaborare ne siamo felici – aggiunge Rossetti – sul tema della legalità in commissione siamo arrivati a un testo unico col 5 stelle, sul gioco di azzardo ci misureremo, abbiano fatto anche altre proposte ma anche qui non abbiamo avuto rispose, la maggioranza ha solo detto che bisogna pagare l’avvocato per le vittime dei furti…la Viale si è impegnata molto ad ampliare il tavolo della legalità, manifestando un interesse che però non ha ad oggi avuto una sostanziale azione. Abbiamo presentato questa legge perché né nel piano Toti né nel piano Viale, assessore competente, si è mai parlato di servizi sociali, è un anno e mezzo che noi non sentiamo una parola a riguardo. Non credo che povertà e ambiente facciano parte di particolare interesse, se la giunta a trazione leghista cogliesse nei cinque stelle un percorso possibile secondo me noi dobbiamo anche assecondare un po’ la maggioranza, trovare un modo per cui queste benedette persone in difficoltà abbiano delle risposte che oggi non ci sono».

    Non resta che aspettare e sperare che si riesca a raggiungere un accordo per quella che è dopotutto pare essere una norma di civiltà, già data per scontata in molti paesi europei (in Danimarca un single con più di 25 anni può arrivare a percepire 1325 euro mensili dallo Stato come reddito di cittadinanza, in Germania è previsto un minimo di 382 euro più altri sussidi per affitto, riscaldamento e in caso di figli a carico, in Francia la somma si attesta sui 425 euro circa…), in grado di garantire a chi è più in difficoltà un aiuto concreto, mettendo a sua disposizione una somma monetaria minima per i bisogni primari e che, dopotutto, sarebbe rimessa in circolo nel sistema economico statale, aumentando i consumi e aiutando, forse, a rilanciare l’economia del territorio.

    Alessandro Magrassi