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Cantautori, gruppi emergenti e band affermate, la storia della musica, le interviste agli interpreti di oggi e di ieri. La musica live a Genova e gli incontri con i gruppi in sala prove

  • A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    Max ManfrediMax Manfredi, classe 1956, cantautore genovese amato anche oltre i confini nazionali, ha presentato il 5 gennaio 2011 al Teatro della Tosse “la luna nel ghetto”, uno spettacolo di musica e poesia in cui l’incasso sarà devoluto al progetto “Oltre il ghetto” della comunità di San Benedetto.

    Max, c’è chi ha affermato: “i cantautori sono la voce del futuro”. Tu che futuro racconti?

    Non prendo per buona la premessa. Dire che i cantautori sono la voce del futuro è altrettanto ottuso che retrocederne l’importanza al passato remoto.Certo, quest’ultima posizione è più malevola. Entrambe non tengono conto della realtà, e soprattutto non chiedono il parere degli agonisti, di coloro che le canzoni le cantano e le fanno, ma anche degli ascoltatori, che ne determinano l’esistenza. Io penso che una canzone non abiti il tempo cronologico. Si trova presa in rete fra passato e futuro, fra la realtà e il sogno. La canzone è obliqua rispetto al tempo. Io ricevo richiami dal passato e dal futuro, qualcosa mi segno, qualcosa commento da questa postazione precaria ma ingombrante che è il presente. Quello mio, quello che condivido con gli altri e quello che non condivido. La canzone “fa presente”, ma da dove viene e dove va rimane nascosto fra le sue  pieghe.

    Cosa pensi dell’ascesa dei talent show musicali, xFactor in testa?

    Sono una forma di calmiere che il mercato impone e si impone per recuperare stralci di sopravvivenza. E’ come la scoperta dell’acqua calda: determiniamo alcuni fenomeni attraverso i media, così non hanno bisogno di tanta pubblicità, ci sono, per così dire, già di casa. Rispetto ad una offerta di artisti che corrisponde ormai alla quasi totalità della popolazione, ne inventiamo un numero chiuso. A questo punto, essendo benedetti dal riconoscimento mediatico, non trovano nemmeno difficoltà ad avere i concerti. Il tutto funziona il tempo di vendere qualche suoneria.

    Di per sé non è un fenomeno disprezzabile. E’ la situazione del mercato discografico che è insostenibile. Se poi qualcuno pensa che sia un modo per salvare capra e cavoli, qualità e vendite, non tiene conto di tutti i fenomeni di vera qualità che, non benedetti dall’intercessione mediatica, si trovano ad essere sottoesposti e quindi danneggiati.

    Al calmiere  dei talent show dovrebbero corrispondere altre iniziative, volte a conclamare e difendere il valore degli artisti più interessanti, dato che il mercato, da solo, non basta a salvarli e nemmeno a salvarsi. Fra l’altro si tratta di un “libero” mercato che libero non è affatto, composto da multinazionali e una nebulosa di indipendenti e indipendentine.

    Nel 66 Lennon dichiarò provocatoriamente che “i Beatles sono diventati più famosi di Cristo”. Un’affermazione quanto mai lungimirante visto il sempre più debole appeal della religione sulle nuove generazioni occidentali… Quale è il tuo rapporto con la religione?

    Non mi pare che Cristo abbia perso il suo appeal mediatico. Ma credo che la religione sia una faccenda segreta, intima, dell’individuo. Se fossi un religioso, magari cattolico, mi preoccuperei della mia chiesa e del suo asservimento agli strumenti mediatici (del demonio) così come se fossi uno di sinistra che insegue l’utopia dell’ortodossia (e non un bastardo come sono) mi preoccuperei della stessa cosa, parlando non più di un’entità mitologica come il demonio, ma di un’altra entità altrettanto mitologica che è il potere…

    Gabriele Serpe

  • Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia PastorinoPer tanti anni ha affiancato il piano-bar ai suoi sogni da chansonnier. Oggi e’ un’artista ricca di impegni, fra poesia, musica, libri e teatro. Cinque album pubblicati (il primo “I gatti di Baudelaire” nel 1995), diversi saggi (fra cui “SAMAN SUTTAN Il canone del Jainismo” nel 2001 per Mondadori) e romanzi noir.

    Ogni incontro di Era Superba che si rispetti non puo’ che partire da lei: Genova è…

    …La mia Genova e’ un bel “maniman”, una citta’ diffidente e bloccata. Io lo so e l’ho sempre saputo, ma cio’ nonostante non sono mai riuscita a lasciarla. Ho avuto per vent’anni questo blocco e ho sempre deciso di rimanere. Eppure essere genovesi e restare a Genova per fare musica e’ una scelta coraggiosa e un po’ masochista… Mentre altrove mi sento maggiormente apprezzata, per la mia citta’ sono l’eterna artista emergente, ed e’ paradossale perche’ io non vorrei vivere in nessun altro posto al mondo. In questo senso il premio “Via del Campo” che ho ricevuto due anni fa e’ stato per me un riconoscimento importante e molto sentito.

    Dovessi prendere per mano il lettore e portarlo attraverso la citta’ di Claudia Pastorino, quella delle immagini, dei ricordi… Dove lo porteresti? E… chi gli presenteresti durante il cammino??

    Partirei sicuramente da Pegli, la mia casa, il posto in cui vorrei vivere e in cui vivo. Poi una piccola piazza nella zona del Carmine… Piazzetta della Giuggiola. Ho abitato li’ dieci anni e li’ ho scritto praticamente tutte le mie canzoni. Ricordo un inverno con venti centimetri di neve tutti raccolti in quel minuscolo quadrato di case… uno scenario surreale. D’obbligo una sosta alla Stanza della Poesia di Claudio Pozzani in piazza Matteotti e poi due zone del centro storico che dagli anni novanta ad oggi sono cambiate moltissimo: Santa Brigida e Maddalena. Santa Brigida negli anni ottanta era davvero in ginocchio, ricordo la piazza dei Truogoli come un tappeto di siringhe, era chiusa e abbandonata. Oggi il quartiere e’ rinato e la zona e’ tornata ad essere splendida come tantissimi anni prima. La Maddalena, invece, fino ai primi novanta la ricordo come una strada magica, odori indimenticabili, l’atmosfera di una vecchia Genova che non ne voleva sapere di morire… e invece nel giro di pochi anni e’ cambiato tutto, e’ stato un attimo. E, per completare, presenterei sicuramente il grande Max Manfredi obbligandolo a suonare Luna Persa. La canzone da’ il titolo al suo ultimo album, ma io la conosco da almeno dieci anni perche’ lui l’ha sempre suonata. E’ un capolavoro, una canzone che si puo’ guardare…

    Hai citato gli anni ottanta, i primi novanta… Tu stavi muovendo i primi passi come artista…

    Si.. e in quegli anni feci anche scelte che non consiglierei a nessuno di fare. Soffrivo di una timidezza quasi paralizzante che mi portava ad essere molto rigida, facevo di testa mia e andavo avanti per la mia strada. Ho incontrato durante il cammino grandi artisti e persone che avrebbero potuto arricchirmi tantissimo, ma mi bloccavo, m’irrigidivo e alla fine mi perdevo… Ai tempi quella solitudine mi sembrava magica, oggi non la penso piu’ cosi’. Quando facevo piano-bar la sera per guadagnarmi da vivere mi rifiutavo di cantare canzoni che non mi piacessero, la gente magari mi chiedeva un pezzo e io rispondevo semplicemente che mi rifiutavo di cantare canzoni di quel genere. Insomma, riassumo tutto con due parole: che fatica!

    “Voglio mettermi sola ad aspettare: a stare sola ho gia’ imparato … e sara’ anche bello! Non so questa attesa di te cosa mi portera’ e non so se tu esisti davvero o nella fantasia…” Questa canzone l’hai scritta dodici anni fa, quando molti tuoi testi cercavano quell’amore perfetto che prima o poi arrivera’… La Claudia di oggi, una splendida quarantenne, cosa pensa a proposito di quel sogno d’amore tanto cantato?

    Che e’ un’illusione, quel “tu” della canzone che hai citato per me non esiste piu’. Mi sono congedata da quella idea di amore da diverso tempo, oggi la risposta e’ sicuramente che si trattava di fantasia!

    Hai scritto alcuni libri sul Jainismo, la piu’ antica dottrina della nonviolenza, un argomento che ti ha sempre influenzato molto, seppur poco conosciuto in Occidente…

    E’ un ambito spirituale magico quello della non violenza… In Italia non esisteva nulla di tradotto sul Jainismo prima del mio tentativo, per cui si tratta sicuramente di un mondo per molti nuovo che consiglio di esplorare. Considero lo Jainismo la possibilita’ piu’ alta per avvicinarsi al sacro… Ma non si tratta di una pratica spirituale, i rigori da rispettare sarebbero assolutamente eccessivi per la nostra cultura.

    A 17 anni hai anche fondato la prima Lega Antivivisezionista in Liguria, che diede ai tempi grande impulso ai movimenti animalisti. Una causa per la quale ancora oggi combatti…

    Ancora prima ed indipendentemente dall’arte, per me l’animalismo e’ sempre stata una priorita’. Finche’ gli uomini continueranno a parlare di liberazione e liberta’ considerando solo la propria specie non ci sara’ mai progresso morale. Il musicista filosofo Wagner, a proposito della vivisezione, un giorno disse: “Si tratta di un crimine contro la vita, qualunque sia la specie.” Questo e’ secondo me il concetto… e anche i vari vegetarismi di moda dovrebbero entrare in questa ben piu’ ampia visione delle cose.

    Gabriele Serpe

  • Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno“Io non so quale è la Genova nella quale sono cresciuto e mi sono formato, a dire il vero, non la ricordo come una città diversa da quella in cui viviamo oggi, semplicemente il mondo stava cambiando e dall’America arrivava il rock’n roll… Noi eravamo abituati a Sono tutte belle le mamme del mondo e all’improvviso ci siamo ritrovati fra le mani dischi di Fast Domino, Little Richard… Mi sono detto: belin, cosa succede??”

    Abbiamo incontrato Sergio Alemanno prima del suo concerto al Berio Cafè di Genova. Lui, considerato da tutti, capostipite della canzone dialettale genovese…

    “Poi sono arrivati i cantautori e anche loro mi hanno fatto capire che si poteva parlare d’amore nella canzone come nella vita, utlizzando lo stesso linguaggio. L’inizio di qualcosa e’ sempre un momento unico e speciale, tutto quello che ne consegue e’ per forza un ripetersi. Questa e’ l’unica differenza fra quella Genova e la citta’ dei nostri giorni…”

    Come hai mosso i primi passi nella musica in un periodo storico ancora molto difficile?

    Io da ragazzo volevo cantare il rock ‘n roll in italiano anche se i miei genitori volevano che facessi il ragioniere. Poi ho iniziato a scrivere le prime cose in dialetto quando ancora per la gente esisteva solo “ma se ghe pensu“… Scelsi di raccontare la Genova di tutti i giorni, utilizzando espressioni e immagini comuni a molti genovesi, fui il primo e fu la mia fortuna. Mi emozionava quello che facevo, e mi resi subito conto che quello era il segreto: se tu provi emozione cantando inevitabilmente la trasferisci a chi ascolta. Si accorsero di me per primi Gino Paoli e Umberto Bindi e decisero di incidere le mie canzoni. Poi con il tempo ho inziato a scrivere anche qualcosa in italiano, ma ancora oggi, quando canto un pezzo in italiano, l’ispirazione e l’emozione mi vengono in genovese.

    Poi l’idea della bottega… dove il fabbricante di canzoni si metteva a disposizione della città per le serenate…

    Eh si… la cosa fece scalpore, tanto che alla fine mi rubarono l’idea e ne fecero una trasmissione televisiva! Quando nacque la bottega il Secolo XIX mi diede la prima pagina, mi invitarono al Maurizio Costanzo Show.. Non me lo sarei mai aspettato, perche’ in realta’ la mia idea era molto semplice e instintiva. Io mi sento un fabbricatore di canzoni, il mio sogno e’ ancora oggi quello di avere una bottega, stare lì tutto il giorno, mettere le canzoni sul banco e fabbricarle una ad una… da’ molto piu’ idea di lavoro… e’ affascinante. Così mi venne l’idea di aprire la “bottega delle serenate” presso il teatro di Campo Pisano, la gente mi chiamava e io portavo musica a domicilio, sotto i balconi o ai citofoni. Solo che dopo un anno mi sono rotto le balle e, non contento, mi sono anche fatto fregare l’idea come un allocco!!

    Manuela Stella

  • Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi dal vivoPartiamo da “Mandilli“, un album in dialetto genovese. Per te, tra l’altro, non e’ la prima esperienza con i testi dialettali, gia’ agli inizi della carriera avevi collaborato e scritto per i “Trilli”… In un contesto in cui il dialetto fa sempre piu’ fatica a conservarsi fra le nuove generazioni, che significato pensi possa avere la tua nuova avventura musicale?

    Eh gia’, ma ancora prima dei Trilli scrissi “Come sei bella Zena“, una canzone che oggi viene spesso considerata senza autore e fatta risalire alla tradizione popolare genovese… Per carita’ ormai ha quarantanni quel pezzo, pero’ l’ho scritto io!!! Scherzi a parte… Ho intrapreso l’avventura musicale di “Mandilli” innanzitutto per amore, un amore fortissimo per la mia citta’. Poi, come dici bene te, il dialetto e’ una scelta importante… Perche’ considero la nostra lingua l’arma piu’ preziosa che abbiamo per combattere l’omologazione generale verso cui il mondo di oggi ci spinge. I giovani che non conoscono il genovese purtroppo perdono contatto con la loro terra, perche’ le parole sono l’espressione dei nostri pensieri ed e’ un po’ triste che oggi, davanti alla tv, un marchigiano, un valdostano ed un ligure possano avere gli stessi identici pensieri…

    Amore per la tua citta’… Quanto ricambiato secondo te?

    Beh, devo dire che percepisco e ho percepito in tutti questi anni davvero tanto amore dalla mia citta’. Quando giro per Genova la citta’ sembra piccolissima, un paese… Perche’ tutti mi salutano e mi parlano e a me sembra di conoscere tutti… e’ bellissimo, magico. Non avendo mai nascosto la mia fede blucerchiata, inoltre, i tifosi si fermano e mi parlano spesso di calcio, genoani e sampdoriani. Si sa quanto sentiamo la fede calcistica noi liguri…

    La scelta del dialetto genovese fu anche di Fabrizio De Andre’ in occasione dell’album Creuza de ma. Forse, considerando soprattutto il tuo lungo rapporto professionale e di amicizia con Fabrizio, quell’album puo’ essere considerato “il padre” del tuo “Mandilli”?

    Il padre non credo… sicuramente, pero’, la strada che percorre il mio disco e’ la stessa che Fabrizio spiano’ a tutti noi cantautori genovesi nel 1984 con “Creuza de ma”. La lingua genovese grazie a lui varco’ nuovamente i confini del porto, per tornare ad insinuarsi in tutto il mediterraneo.

    Stiamo vivendo giorni “furibondi”, come probabilmente lui stesso avrebbe scritto. Tutta Italia parla di lui, ahime’, tante volte anche a sproposito. Tu che insieme a lui hai trascorso tantissimi momenti chitarra alla mano, cosa pensi di questa “De Andre’ mania”?

    Sono d’accordo con te, io penso con tutta sincerita’ che Fabrizio si stia facendo tante grasse risate da lassu’. In molti casi ho assistito ad una vera e propria mercificazione della sua poesia e non credo ce ne fosse bisogno. Lui per me era un magnifico mosaicista e cesellatore di parole, scriveva sempre la parola giusta al momento giusto e questo era un grande dono. Ricordo che avevo sedici anni quando gli davo la caccia le rare volte che veniva ai bagni Lido. Lo cercavo e quando lo trovavo facevo tanto che riuscivo a entrare con lui nella sua cabina. Gli facevo ascoltare le mie primissime cose, con una chitarra di plastica, un suono orribile. Era il 64 se non ricordo male, Fabrizio era gia’ Fabrizio De Andre’, ma non diceva nulla e mi ascoltava paziente… Io avevo l’abitudine di cantare parole a caso in inglese senza significato perche’ non avevo dei veri e propri testi: “Evita di dire ste stronzate in inglese – mi disse una volta – scrivi subito i testi quando hai la musica, esprimi quello che senti in italiano…” Qualche anno dopo lui si occupo’ di tutti i testi di “Senza Orario Senza Bandiera”, il primo album dei New Trolls, adattando le poesie del poeta genovese Riccardo Mannerini che tanto lo aveva ispirato. Fu l’inizio di una bellissima amicizia e di tante collaborazioni…

    Vittorio De ScalziVeniamo ai “New Trolls“, una delle pagine piu’ importanti della storia del rock italiano. Dal Giappone alle Americhe, un successo planetario. Dal primo album con testi di Mannerini e De Andre’, passando per il celebre “Concerto Grosso“… Ripensando a quegli anni e’ piu’ la malinconia o l’orgoglio? Quale e’, se c’e’, il rimpianto di Vittorio De Scalzi? E la chiave di tanti successi?

    La chiave del successo se uno sapesse trovarla sarebbe tutto piu’ semplice… Non lo so, non ne ho idea. Sicuramente sono una persona molto caparbia e questo mi ha aiutato molto, poi credo serva anche un po’ di presunzione… Bisogna andare controcorrente senza aver paura di farlo, cercare il “nuovo” che ovviamente all’inizio non piacera’ a nessuno… Ma se pensi che siano loro a non capirci nulla e tu ad avere fra le mani qualcosa di forte, allora continui ad andare dritto per la tua strada e da qualche parte arriverai. Malinconia nessuna, davvero, un po’ di orgoglio invece si, sono sincero, soprattutto quando vado all’estero… in Giappone mi dimostrano sempre moltissimo affetto. Un rimpianto… ti diro’, a dirla tutta un rimpianto c’e’: non aver iniziato prima a fare il cantautore. Da bambino volevo una band a tutti i costi, i Beatles e i Rolling Stones erano un mito per me. Poi con Nico Di Palo fondammo i New Trolls e i miei sogni si realizzarono… Ci ritrovammo ad aprire i concerti degli stessi Stones e a conoscerli di persona, facevamo rock progressivo, che era quello che ci piaceva fare, e guadagnavamo molti soldi… I tempi pero’ cambiarono e, desiderosi di mantenere il successo che avevamo raggiunto, ci buttammo nella musica piu’ leggera, il pop. Ebbene, quella scelta oggi la soffro un po’, avrei preferito forse concentrarmi subito su una strada simile a quella che sto percorrendo ora…  

    I fan della vostra generazione spesso affermano che se i New Trolls non avessero avuto problemi di convivenza all’interno del gruppo, caratteriali ed artistici, avrebbero potuto dare ancora molto di piu’ di quello che hanno dato alla musica italiana. Quanto c’e’ di vero in tutto questo? O forse furono proprio queste divergenze la forza del vostro sound…

    Non lo so cosa avrebbero potuto dare i New Trolls senza i problemi che ci sono stati… So pero’ che eravamo quattro ragazzini sostanzialmente molto diversi, come estrazione sociale, studi e soprattutto preparazione musicale. Piano piano, crescendo e maturando, certi problemi era normale che uscissero. Abbiamo avuto la fortuna di non fare gavetta, il che significa che a ventanni avevamo soldi, successo e a quell’eta’ certe cose ti danno alla testa. Tanti manager ci hanno poi mangiato sopra e noi, da parte nostra, abbiamo sperperato tanto… Diciamo che in un certo senso i problemi ce li siamo anche un po’ cercati, ma suonavamo bene, eravamo forti e questo veniva prima di ogni altra cosa.

    Te e Nico Di Palo (i “Lennon-McCartney” di casa nostra…), avete avuto la fortuna di muovere i primi passi in un terreno gia’ incredibilmente fertile. In quegli anni erano emersi e stavano emergendo dai nostri vicoli grandi talenti… Che ricordi hai di quegli anni?

    Negli anni sessanta a Genova e in Liguria c’era un fermento creativo oggi impensabile. Prendiamo ad esempio il Festival di Sanremo… Noi suonavamo in un locale a Sanremo in quel periodo, il Club 64. Gli artisti in gara al Festival venivano a sentire noi dopo essersi esibiti, noi che eravamo agli inizi. Si passava la notte a suonare, ricordo una lunga jam session con Stevie Wonder… oggi queste cose non accadono piu’. Alla Foce, in fondo a via Cecchi, c’era un bar frequentato da tutti gli artisti della citta’. C’era il poeta Riccardo Mannerini, lo stesso Fabrizio, poi Tenco, Lauzi, i fratelli Reverberi… io ero ancora un ragazzino. Poi mio padre apri’ un ristorante a Sturla sul mare, nella zona di via del Tritone, da “Gianni”, si chiamava… e li’ iniziarono a venire tutti loro. Avevo allestito nel retro una sala con gli strumenti e li’ rimanevamo la notte ore e ore a suonare, provare, parlare… Tutti gli artisti genovesi, ma ricordo ad esempio anche la P.F.M. e i Rokes di Shel Shapiro. C’era un’atmosfera davvero fantastica. Ricordo la prima volta che mi presentarono Tenco, lui era un appassionato di baseball e venne a mangiare da mio padre con tutta la squadra. Mi fece l’autografo su una pallina da baseball…

    Una domanda un po’ particolare… Dal rock progressivo al pop passando per la musica classica con i New Trolls, poi la tua vasta produzione cantautorale sino all’ odierno “Mandilli” e infine le canzoni scritte per la Sampdoria… Insomma, una carriera lunghissima che ha saputo toccare con maestria tanti generi cosi’ diversi fra loro. Se Vittorio De Scalzi non fosse gia’ conosciuto… e dovesse farsi conoscere con una canzone per ognuno di questi mondi musicali che poi rappresentano probabilmente anche stagioni diverse della tua vita… cosa farebbe ascoltare di se’??

    Signore io sono Irish“, con il testo di Fabrizio De Andre’… quelli erano i primi New Trolls. Poi “La nuova predica di padre O’Brian”, per quanto riguarda il rock progressivo… La stagione del pop e’ invece caratterizzata senza dubbio da “Quella carezza della sera“, mentre “Lettera da Amsterdam” credo sia la piu’ significativa fra le canzoni che ho scritto per la mia Samp. Infine, dall’ultimo album, “Aia da respia” e’ un brano che mi piace moltissimo…

    Abbiamo accennato alle tante canzoni che hai scritto con tuo fratello a cavallo fra gli anni ottanta e novanta per la Sampdoria. La particolarita’ e’ che oggi, molti giovanissimi, iniziano a sentire il nome di De Scalzi proprio per quella “Lettera da Amsterdam” che la gradinata sud intona a gran voce ogni domenica… Che effetto ti fa??

    Beh, e’ semplice risponderti… fa godere! Ogni domenica e’ un’emozione meravigliosa e credo che un artista come me non potrebbe chiedere di meglio…

    A Genova sono tanti i giovani artisti, in tutti i campi, che sognano di emergere e cercano di far sentire la propria voce in tutti i modi… Quale strada consiglieresti loro di percorrere nella realta’ di questi tempi per farsi conoscere al grande pubblico?

    Sicuramente direi loro che non esiste una strada da percorrere, ma non sono io la persona giusta per dare consigli di questo tipo. A volte le strade che portano al successo sono davvero misteriose e non rintracciabili…

    Capita spesso che il primo scoglio da superare per un ragazzo che sogna di vivere della propria arte sia la famiglia stessa, la quale impaurita per un futuro incerto del proprio figlio, lo scoraggia per indirizzarlo verso altri orizzonti.. Che ruolo ha avuto la tua famiglia per la realizzazione dei tuoi sogni?

    E’ vero quel che dici ed e’ altrettanto vero che per me la famiglia e’ stata fondamentale. Mio padre lo ringraziero’ sempre, con me fu incredibile. Lui credeva fortemente nelle mie qualita’ e faceva di tutto per incitarmi ad andare avanti. A forza di cene corrompeva i discografici per far avere un contratto ai New Trolls e alla fine ci riusci’… Anche la possibilita’ di aprire i concerti dei Rolling Stones arrivo’ grazie all’intraprendenza di mio padre…

    Gabriele Serpe

  • Antonella Ruggiero, una delle voci più belle della musica italiana

    Antonella Ruggiero, una delle voci più belle della musica italiana

    Antonella Ruggiero“Genova La Superba” è il titolo dell’ultimo album di Antonella Ruggiero, un omaggio alla sua città natale e al grande fervore artistico che animò Genova neglianni sessanta. Fabrizio De Andrè, i New Trolls, Ivano Fossati, Gino Paoli, umberto Bindi, Luigi Tenco, il poeta Riccardo Mannerini: quattordici splendide interpretazioni di Antonella, l’ennesimo gioiello partorito da un’artista che a Genova in quegli anni cresceva e si formava. Esordì nel 1974 con il fortunato pseudonimo “Matia”, per poi unirsi l’anno successivo allo storico gruppo al quale diede il nome: i Matia Bazar.

    Un matrimonio durato ben quindici anni, fino alla decisione di Antonella nel 1989 di lasciare il gruppo per “riappropriarmi di una vita normale”, disse. L’abbandono delle scene, la maternità e soprattutto lunghi viaggi per tutto il mondo. Proprio durante uno di questi viaggi, in India, Antonella decide di tornare a cantare e nel 1996 esce “Libera”, la nuova pagina della carriera di Antonella Ruggiero, una pagina fatta di sperimentazioni e ricerche, successi e riconoscimenti (fra cui il secondo posto nel 1998 e la terza posizione nel 2005 al Festival di Sanremo). La sua voce è considerata una delle più grandi di sempre e, fra cori sacri e culture lontane, Antonella oggi continua a riempire i teatri di tutta Italia con un repertorio che spazia dal pop al jazz sino alla musica classica.

    Metropoli o dormitorio, fra grande città e realtà di provincia…
    Io credo che questo sia uno degli aspetti più caratteristici di Genova: il suo essere una grande città pur avendo mantenuto i ritmi della “provincia”. Io lo considero un elemento di ricchezza… Genova deve però senz’altro affrontare e superare le tante contraddizioni che derivano dal muoversi tra questi due opposti, questo è indispensabile.

    “Superba”… si tratta solo di un antico aggettivo coniato secoli or sono dal Petrarca o c’è qualcosa di più dietro questa denominazione? Cosa ha ancora di “superbo” secondo te questa città?
    Innanzitutto la sua storia, la sua tradizione e la sua arte… inoltre Genova è un crogiolo di culture e popoli diversi. Sono davvero tanti gli elementi che rendono “superba” questa città.

    De Andrè, Tenco, New Trolls, il tuo disco è un omaggio ai grandi cantautori della recente tradizione genovese. Tu vivevi a Genova in quegli anni e facevi parte di quel mondo profondamente ispirato.. cosa ricordi de “La Superba” in quel magnifico periodo? Cosa è cambiato secondo te rispetto a quegli anni?

    Non si può negare che quello sia stato un periodo straordinario, che ha offerto alla musica e all’arte delle perle uniche. Ho cercato di raccoglierne alcune nel mio ultimo album, rispettandone la versione originale ma offrendo anche una mia interpretazione e rivisitazione grazie anche agli arrangiamenti straordinari di Roberto Colombo. E’ difficile pensare che un periodo così magico possa ripetersi. Però Genova è ancora oggi una città ricca e stimolante: vedremo se ci regalerà delle belle sorprese in futuro…!!

    Pensi che il fatto di essere nata a Genova abbia influito su alcuni lati del tuo carattere? Sia in bene che in male, cosa ti ha dato Genova?

    R: Pur avendo viaggiato molto e vissuto in varie città, non posso negare che la mia infanzia genovese è una parte fondamentale del mio carattere e del mio modo di essere. Mi porto dentro il mare, con tutto ciò che questo comporta: lo spirito d’avventura, il desiderio di viaggiare, e in parte quella sottile malinconia che talvolta pervade le città marinare e le menti dei loro abitanti.

    Tantissimi anni di carriera e esperienza di vita alle spalle… cosa ti aspetti dal futuro? Hai fiducia nelle nuove generazioni?

    Assolutamente si! I giovani sono ricchi di energie e di risorse, di questo sono convinta. Purtroppo i tempi sono sempre più difficili per chi vuole fare musica o misurarsi con altre forme artistiche. Le condizioni non facilitano gli autentici talenti, e privilegiano l’apparenza piuttosto che l’impegno e lo studio. Vorrei ricordare a tutti i giovani che non serve avere un successo improvviso e legato all’apparenza: contano molto di più lo studio e l’impegno, che consentono di avere dei risultati effettivi e non effimeri.

    Tu hai anche un’etichetta discografica. Cosa pensi sinceramente della musica italiana contemporanea? Soprattutto per quanto riguarda il mondo del pop che a te ha dato così tanta fortuna… vedi buone prospettive e autori interessanti o pensi che si siano fatti dei passi indietro dopo la splendida fioritura degli anni dei Matia Bazar?

    Non parlerei di passi indietro o avanti: sono i tempi che sono diversi. Credo sia necessario interpretare i tempi per capire quali risorse ci sono. Sento delle voci interessanti e anche alcuni autori meritano una certa attenzione. Anche se, in effetti, è difficile incontrare oggi un musicista che veramente stupisca.

    Abbiamo consigliato ai nostri lettori il libro di David Linch sul rapporto fra ispirazione artistica e meditazione. Tu sei stata in India e ti sei ispirata molto a quelle sonorità… Che rapporto hai con la spiritualità?

    Negli anni ho avuto modo di visitare diverse volte l’India, venendo a contatto con una profonda spiritualità. Ho capito che si può avere un rapporto meditativo con qualsiasi evento della giornata. Trovo sia piu giusto avere consapevolezza nelle proprie azioni quotidiane piuttosto che concentrarsi unicamente su alcuni momenti. Da anni porto avanti un percorso di ricerca rivolto alla musica sacra. Il mio repertorio “sacrarmonia” è la testimonianza di questo mio viaggio dentro la musica ispirata al sacro. Personalmente sono credente e trovo straordinario il modo in cui la musica possa farsi da tramite tra gli uomini e la Divinità. In questo cerco di dare il mio piccolo contributo: mettendo la mia voce al servizio di brani intensi ed emozionanti.

    Una domada un pò marzulliana… Cosa non faresti mai, cosa non rifaresti mai e cosa invece oggi sogni di fare…

    Non farei mai del male a qualcuno: trovo inconcepibile ogni forma di violenza, sia fisica che psicologica. Cosa non rifarei…? Mi reputo soddisfatta di ciò che sono oggi, e ciò che sono è frutto del mio percorso esistenziale, compresi i miei errori: quindi credo che rifarei tutto ciò che ho fatto. Cosa sogno di fare…? Ancora tanta musica, tante scoperte e tante emozioni, senza le quali non riuscirei prorpio a immaginare la mia vita.

    Gabriele Serpe

  • Gianni Serino, il bassista genovese di livello internazionale

    Gianni Serino, il bassista genovese di livello internazionale

    Gianni SerinoC’è chi lo definisce il più grande bassista del mondo. Di sicuro il genovese Gianni Serino è uno dei più quotati geni del basso al mondo.

    Pensate che stia esagerando? Allora facciamo così. Invece che starvi ad annoiare con il suo lungo curriculum, con le collaborazioni, le pubblicazioni, la didattica, le tecniche innovative, eccetera, eccetera, vi do un semplice consiglio: andate su YouTube, digitate “Gianni Serino” e scegliete uno a caso tra i video che compaiono. Poi mi saprete dire. Ora, a uno così, uno che ci è spuntato gratis proprio nel giardino di casa, abbiamo noi offerto spazi, riconoscimenti, opportunità? State a sentire…

    Allora Gianni, cosa pensi della scena musicale genovese di questi ultimi tempi?

    Beh, è molto ricca di band valide, belle idee e serietà. I ragazzi ultimamente si sono fatti molto più furbi rispetto alle proposte infami delle case discografiche pronte solo a spillare soldi… e non vado oltre! Ma la cosa più piacevole è constatare che hanno un soggetto, un’idea, e sono pieni di carica. Io non sono uno di quelli che dice: questo è brutto o questo è bello. Ho solo piacere ad osservare la passione. Naturalmente esistono anche tante band che devono ancora trovare la loro strada… fa parte del gioco! Ma tutti meritano incoraggiamenti.

    Veniamo al tuo rapporto con Genova: cosa ti ha dato la città e la sua gente?

    E’ una gran bella città, sia chiaro, con idee musicali valide, come ho detto prima, ma è stata rovinata dalla politica e dalla grande indifferenza artistica. La ritengo povera di interessi, povera di idee, povera di tutto… peccato! Un posto così… cosa vuoi che mi abbia dato? Non mi ha dato nulla di nulla: solo una gran spesa di soldi!! Riesco a sentirmi valorizzato quando sono altrove, dove il livello mentale delle persone è più elastico. Ho già escluso Genova dalla mia testa: le cose che faccio, le presento altrove.

    E’ triste, in effetti… Meglio tornare al discorso musicale: che consiglio ti senti di dare ai tanti giovani che suonano uno strumento?

    Rispondo con poche parole: semplicemente, lavorare, lavorare, lavorare sempre, sempre, sempre. Non perdete un secondo della vostra vita con cose nulle: chi vuole una cosa, se la vuole veramente, la ottiene.

    Andrea Giannini

  • Intervista a Irene Fornaciari: il Festival di Sanremo e la nuova vita a Righi

    Intervista a Irene Fornaciari: il Festival di Sanremo e la nuova vita a Righi

    Irene FornaciariSotto il sole di mezzogiorno incontro Irene Fornaciari, classe 1983, cantante, figlia del famoso Zucchero. Lei da qualche anno vive a Genova con il compagno, musicista anch’egli.

    Ciao Irene, partirei con una domanda sulla tua recente partecipazione al Festival di Sanremo, sei soddisfatta?

    “Sono contenta, ho provato vibrazioni positive sul palco. L’importante era suonare il pezzo più volte e direi che ci siamo riusciti arrivando in semifinale”.

    La collaborazione con I Nomadi come la giudichi?

    “Collaborare con I Nomadi è stata un’esperienza indimenticabile e non solo dal punto di vista artistico, ma anche umanamente, sono stati dei compagni di viaggio fantastici, ogni sera li ringraziavo”.

    Cosa ne pensi della manifestazione sanremese, la consideri un’esperienza importante per un artista?

    “Io sono sempre stata pro festival. Per me rappresenta ancora oggi, nonostante le critiche, la storia della musica italiana. Per affrontare il palco dell’Ariston ci vuole preparazione. Le emozioni che ho vissuto all’Ariston sono le più forti, nemmeno all’Olimpia di Parigi le ho provate”.

    Che rapporto hai con la nostra città?

    ” Vivo a Genova da qualche anno, sulle alture del Righi, un posto con un panorama splendido, ho un solo rammarico vivo poco la città perché sono sempre in giro per lavoro. Esco raramente anche per via del mio carattere, spesso quando torno preferisco stare a casa e rilassarmi guardando il mare dalla mia finestra”.

    Quali luoghi della città apprezzi in particolare?

    “Il porto antico è bellissimo, poi in generale amo stare in mezzo alla natura, passeggiare nel parco del Righi con il mio cane e soprattutto avere il mare vicino è per me fonte di ispirazione”.

    Per concludere vorrei un giudizio sui genovesi…

    “E’ incredibile come nella mia esperienza abbia riscontrato il contrario dei luoghi comuni che vi descrivono come chiusi, scontrosi e diffidenti. In realtà quando aprite il cuore ad una persona siete generosissimi, ho conosciuto sempre persone disponibili”.

    Quindi è un ritratto più che positivo, hai invece qualche critica?

    “Un consiglio: dare più spazio alla musica live a Genova. Uno spazio come il porto antico andrebbe sfruttato maggiormente, si potrebbero organizzare più concerti”.

    Matteo Quadrone