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Cantautori, gruppi emergenti e band affermate, la storia della musica, le interviste agli interpreti di oggi e di ieri. La musica live a Genova e gli incontri con i gruppi in sala prove

  • La Claque, al via la nona stagione per superare i 13 mila spettatori dell’anno scorso

    La Claque, al via la nona stagione per superare i 13 mila spettatori dell’anno scorso

    la-claque-2016-2017Riparte dal 13 ottobre prossimo l’attività de “La Claque”, che ormai da nove anni  affianca la produzione del Teatro della Tosse, dando spazio e visibilità a nuove band e artisti emergenti con  spettacoli che viaggiano attraverso ogni tipo d’arte, dalla musica alla poesia, dalla prosa al cabaret. Il piccolo locale bistrot ha accolto nel tempo un pubblico eterogeneo di ogni fascia d’età, versatile, entusiasta, curioso, e, perchè no, amante del tirar tardi la sera, regolamento sulla movida permettendo. Come da tradizione, il cartellone presenta una cinquantina di spettacoli proposti fino a capodanno, e che continueranno fino a primavera: un calendario decisamente denso, che quest’anno vede un particolare accentuarsi dello spazio dato alle attuali tematiche sociali. L’anno scorso più di 13 mila persone hanno seguito gli spettacoli, spesso facendo il tutto esaurito: per questo motivo, da quest’anno, un nuovo sistema di prenotazione sarà attivato, con un “appoggio” anche su il sito web del Teatro della Tosse.

    Nel corso della stagione 2016/2017 si rinnoveranno molte delle collaborazioni con realtà operanti nel mondo dell’arte e della cultura attive a livello locale e nazionale: la direzione artistica de La Claque si conferma un punto di riferimento per la scena culturale non solo della nostra città. La Claque nasce nel 2009 da un’idea di Emanuele Conte; da diverse stagioni è affidata al coordinamento artistico di Marina Petrillo,  storica collaboratrice della Tosse, che affianca il direttore artistico Amedeo Romeo e il presidente Emanuele Conte nella direzione della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse: uno spazio che si è costruito nel corso di questi anni una  reputazione a livello nazionale e internazionale allacciando rapporti e interscambi, partendo da un lavoro costante e capillare sul territorio d’origine, cercando di essere un luogo democratico assicurando a  band o artisti emergenti  le stesse condizioni di nomi già  affermati a livello internazionale.

    Il calendario de La Claque

    Tra le novità di quest’anno il nuovo murales creato dal progetto For Wall – Walk the Line eseguito da Fabio Petani e l’ omaggio a Lele Luzzati nel decennale della sua scomparsa con un’invenzione luminosa.

    Il primo appuntamento è con Interior/A un lavoro collettivo nato dentro la Claque e sviluppatosi attraverso l’incontro tra 6 diversi mezzi di interpretazione e creazione, 6 menti, 6 visioni, 6 anime: Suono – Corpo – Luce – Scenografia  – Regia – Fotografia. Interior/A è una produzione nata in residenza a La Claque. Un progetto articolato che fa confluire più forme d’arte in uno spazio comune e che sintetizza benissimo lo spirito che ha sempre contraddistinto La Claque in questi anni.

    Shades of a night è il titolo della  seconda serata in programma (14 ottobre): tre band genovesi si alternano sul palco con le loro diverse sfumature: BRICKLANE (Britpop, Indie Rock), ASHESTOASHES (Alternative Rock) e THE BOAT ENGINE MAKE NOISE (NoiseCore). La serata successiva saliranno sul palco il duo ligure  Marie and the sun che presenteranno il loro EP d’esordio, un lavoro dalle sonorità internazionali intriso di malinconia, amore e ritmi black.
    Il 16 ottobre appuntamento importante con lo spettacolo dei detenuti del carcere di Saluzzo che presentano Amunì uno spettacolo che parte dalla riflessione del tema della paternità vista dai detenuti. Lo spettacolo nasce da un progetto culturale di Voci erranti che ha diversi obiettivi sociali di reinserimento.

    Torneranno a calcare il palco le band della storica etichetta indipendente Black Widow Records con il live di Ingranaggi Della Valle e Cinquegrana Trio (19 novembre), I Pirati dei Caruggi invaderanno tutti i giovedì notte con la stralunata e contagiosa comicità di Fabrizio Casalino, Enrique Balbotin, Andrea Ceccon e Alessandro Bianchi, la musica contemporanea di Eutopia Ensemble guidata del Maestro Matteo Manzitti sarà protagonista di diverse serate (il programma completo è stato presentato alla stampa in questi giorni).

    Nel quadro della collaborazione con i Giardini Luzzati /il  Ce.STO il 21 ottobre verrà proiettato ufficialmente il cortometraggio sulle tematica dei rifugiati e richiedenti asilo Everywhere BetterGenoa is a place to be. La giornata proseguirà con incontri e tavole rotonde e si concluderà con lo spettacolo Lampemusa. Uno spettacolo di canzoni e racconti su Lampedusa di Giacomo Sferlazzo.

    Il 22 ottobre tornano i Fetish Calaveras il gruppo savonese che da più di dieci anni imperversa in tutti più importanti club musicali d’Italia. Il 26 ottobre Vincenzo Costantino Cinaski, poeta, scrittore e cantautore di culto che ha collaborato tra gli altri con Vinicio Capossela presenta il suo ultimo libro Nati per lasciar perdere.

    Il poeta/romanziere Claudio Pozzani, padre del festival internazionale della poesia di Genova, presenterà il 28 ottobre La realtà della speranza la nuova tournée di letture di Claudio Pozzani che sta toccando vari Paesi europei e non solo in cui  Pozzani fa incontrare le sue poesie con la musica, la danza, la fotografia e il video.

    Tra i nuovi appuntamenti di questa stagione anche Siamo uomini o caporali del Teatro di Camelot, uno spettacolo di teatro e musica ispirato ai diritti costituzionali diretto d Alberto Canepa che porta in scena attori con disabilità (29 ottobre).

    Altre collaborazione che si rinnovano sono quelle con Unconventional Cast che la notte di Halloween riprende il Rocky Horror Show sempre sold out la scorsa stagione e l’etichetta musicale Raindogs che il 27 novembre porta a Genova una tappa del tour europeo dei Jaga Jazzist gruppo sperimentale norvegese attivo da più di vent’anni. La scelta di includere Genova nel loro tour è il segnale di quanto autorevolezza La Claque ha assunto a livello europeo.

    Altro live da non perdere il 2 novembre, è quello dei RADIODERVISH il gruppo che più di ogni altro ha definito appieno una poetica e una visione del mondo schierata dalla parte di un’Italia ponte tra Europa e Mediterraneo.

    Il 12 novembre ritorna Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz che insieme a Giancarlo Onorato portano a Genova il loro Ex Live un vero e proprio concerto, in cui entrambi i musicisti portano sulle assi del palco, oltre ad alcune loro canzoni rilette con arrangiamenti scarni, anche una serie di brani di autori del rock mondiale (Lou Reed, The Velvet Underground, Beck, Nick Cave) che hanno inciso in modo ineluttabile sulle loro rispettive vite. Il tutto alternato da  alcune letture di Onorato dal libro Ex.

    La sera successiva (13 novembre) torna dopo il grande concerto dello scorso anno il Trio Bobo ovvero il cuore ritmico di Elio e le storie tese: Faso al basso, Meyer alla batteria e Alessio Menconi alla chitarra.

    Torneranno anche Federico Sirianni, presente già alla serata inaugurale de La Claque di nove anni fa, con un nuovo progetto dal titolo Il Santo (4 novembre) e Roberta Alloisio e Giovanni Giaccone con Harvey il coniglio, un talk concert surreale e ironico che rievocherà la figura del grande coniglio bianco amico di James Stewart nel film “Harvey” storico titolo del teatro e cinema  americano anni ’50 (17 dicembre).

    Ancora una volta i Rebis hanno scelto il nostro palco per presentare il loro nuovo lavoro dal titolo QUI (10 dicembre) e a un anno di distanza tornano l’Orage, il gruppo preferito da Francesco De Gregori, anche loro con un nuovo album in uscita, live a La Claque il 16 dicembre. Il genovese Paolo Gerbella dopo la presentazione di Io, Dino dello scorso anno torna con Tutto compreso amici inclusi(11 novembre).

    Tornano le sonorità brasiliane di Andrea Trabucco invece il 25 novembre con il live Ja è trip to Rio, già protagoniste di un concerto lo scorso anno. Il 26 novembre invece protagonista è il jazz di Paola Atzeni.

    La Claque sarà anche sede di alcuni appuntamenti della nuova edizione del Festival della Scienza di Genova. Il 5 novembre 1980 again, ovvero una serata in stile mods con una “guerra” a colpi di musica tra diversi gruppi. Ancora musica il 18 novembre con il cantautore Antonio Clemente mentre la prima parte dell’anno si chiude con due live molto attesi: il 21 dicembre il punk surreale di Chiazzetta e il 23 dicembre i Free Shots gruppo ligure che fa ballare a ritmo di Swing.

    E non finirà di certo qui! Tutti gli aggiornamenti li potete trovare sulla pagina Facebook de La Claque

     

  • Altrove, un teatro per sentirsi a casa. Ecco il calendario della quarta stagione

    Altrove, un teatro per sentirsi a casa. Ecco il calendario della quarta stagione

    QUI CITTA' DI M. A.T.I.R.

    3/12/2016 – Aggiornamento programma

    • Lo spettacolo FIGLIDUNBRUTTODIO – per indisponibilità della Compagnia – slitterà in Stagione 16.17 – dalle date del 5-6 Maggio 2017 alle date del 9-10 Giugno 2017. 

    • Lo spettacolo INTERNO GIORNO – che per coprire il mese di Maggio altrimenti scoperto prenderà il posto di Figlidunbruttodio – slitterà in Stagione 16.17 dalle date del 9-10 Dicembre 2016 alle date del 5-6 Maggio 2017. 
    In sostituzione nelle date del 9-10 Dicembre 2016, Fuori Stagione Altrove 16.17 a grande richiesta verrà replicato lo spettacolo DIECI
    Una produzione Narramondo & Teatro Altrove che a Maggio sarà ospitato a New York, fresco del PREMIO NEW YORK (USA) / In scena! Italian Teather Festival, Maggio 2017

    Nel cuore del centro storico genovese esiste e resiste una realtà che coniuga teatro, cinema, musica e gastronomia: è il Teatro della Maddalena, l’Altrove, che rappresenta non solo un presidio di quartiere, ma anche, e soprattutto, un punto di riferimento essenziale per la cultura cittadina. La quarta stagione, presentata oggi, è quella della conferma e del salto di qualità; diverse gestioni negli anni scorsi hanno provato a far vivere questo piccolo gioiello genovese, ma mai con questi risultati e questa capacità di lavorare in prospettiva.

    «Il segreto sta nella forza del gruppo – spiega Giulia Iannello, dell’associazione Laboratorio Probabile Bellamy, che ha preso parte nel team del teatro – ognuno di noi proviene da esperienze differenti, con alle spalle ambiti artistici e culturali diversificati; come un tavolo con tante gambe per sorreggersi». L’avventura è nata nel 2013, con la vittoria del bando che promuoveva la gestione dello spazio per nove anni: «All’inizio non è stato facile, ma siamo riusciti ad aprire le porte ad un quartiere che ne aveva bisogno, come tutta questa parte della città. Oggi siamo partiti con la quarta stagione che è senza dubbio un traguardo ma anche un nuovo inizio, avendo la possibilità di contare su contributi che gli altri anni non abbiamo avuto». Il riferimento è alla Compagnia San Paolo nell’ambito del bando “Scadenza Unica 2016 Performing Arts” e al Comune di Genova, che in parte finanziano il progetto. Ad accompagnare la stagione, la campagna fotografica “Vivi Altrove”, finalizzata a promuovere l’uso “casalingo” di questo spazio: «Raccontando come ci si possa sentire a casa in questo luogo, che sa coniugare intimità, spettacolo, cultura e cucina», sottolinea Iannello.

    Le “gambe” di questo tavolo sono sette, ognuna con il suo ambito culturale diverso ma che unito agli altri li perfeziona perfezionandosi: il Laboratorio Probabile Bellamy, che si occupa di rassegne cinematografiche; DisorderDrama, che da anni produce e organizza concerti e spazi musicali d’avanguardia; l’associazione Belleville, che promuove eventi culturali a 360 gradi; l’associazione teatrale Narramondo, che produce e “divulga” spettacoli teatrali; poi abbiamo Arci Liguria, Arci Genova e Comunità di San Benedetto al Porto, che non hanno certo bisogno di presentazioni. L’unione di queste forze ha creato un luogo di cultura “abitabile” da tutti, nel cuore vivo della nostra città.

    Il programma dell’Altrove

    Il programma della stagione 2016/2017 è veramente ricchissimo; spiccano nel calendario Qui città di M, monologo di Piero Colaprico, interpretato dal Premio Ubu Arianna Scommegna e la pluripremiata Compagnia MusellaMazzarelli che debutta per la prima volta a Genova con lo spettacolo Figlidiunbruttodio. Spazio anche agli spettacoli “di casa”, quello targati Narramondo che, tra gli altri, presenta Interno Giorno, una nuova produzione Altrove che rappresenta la naturale prosecuzione del progetto di drammaturgia popolare intrapreso lo scorso luglio con lo spettacolo itinerante Altrove Out – Sguardi alle finestre. Anche quest’anno tante le partnership: da quella consolidata con Andersen, la rivista e il premio dei libri per ragazzi, a quella con il Circumnavigando Festival che porta in scena Finding No Man’s Land.

    altrove-fiumani-diaframmaMolti gli appuntamenti con il cinema, grazie alla rassegna curata dal Laboratorio Probabile Bellamy: da non perdere Intolerance: Cold War, una retrospettiva dedicata al confronto tra la cinematografia statunitense e quella sovietica durante gli anni della Guerra Fredda.

    Anche la musica avrà un ruolo da protagonista: DisorderDrama porterà sul teatro dell’Altrove grandi nomi del panorama alternativo italiano come Joasinho, progetto elettronico di Cico Beck dei Notwist, sul palco il 6 ottobre, mentre il 22 sarà la volta di Federico Fiumani dei Diaframma. Senza dimenticare la programmazione quotidiana della web Radio Gazzarra, che trasmette proprio dall’Altrove. Il circolo Arci Belleville proporrà ancora una volta il folk e la musica dei cantautori italiani contemporanei, senza rinunciare alle domeniche dedicate al ballo, alla musica occitana e alla danza delle quattro province.

    Il comparto gastronomico è assicurato dal Bistrot del Teatro, dove è possibile cenare a prezzi accessibili e con prodotti biologici o a KM zero e dove sono previsti appuntamenti e degustazioni con produttori locali che lavorano nel rispetto dell’ambiente e del territorio.

    Tutti i dettagli del stagione teatrale li potete trovare sul sito web del Teatro Altrove

    Non ci resta, quindi, che uscire di casa per andare a “casa”, che in questo caso si trova Altrove.

    Nicola Giordanella

  • Weekend di pioggia? A Genova ci si consola con musica e teatro

    Weekend di pioggia? A Genova ci si consola con musica e teatro

    Count BasieDebutta in prima nazionale, venerdì 30 settembre al Teatro Duse di Genova con repliche fino al 9 ottobre, lo spettacolo “L’uomo dal fiore in bocca”, uno tra gli atti unici più rappresentati di Luigi Pirandello e tra i capolavori del ‘900. Regista e attore protagonista è Gabriele Lavia che sempre in questi giorni, a Genova, ha preso parte alle Giornate Pertiniane interpretando Filippo Turati nella riduzione de “Il processo di Savona” curata da Margherita Rubino. La settimana di celebrazioni per i 120 anni del presidente più amato dagli italiani si conclude il 30 settembre con la lectio magistralis di Giuliano Amato alle 17 presso la facoltà di Giurisprudenza in via Balbi 5.

    Domenica 2 ottobre ritorna “Apriamo Corso Italia”, un appuntamento ormai fisso che in questa sua edizione ospita l’Expo delle associazioni del territorio. Un’iniziativa per trascorrere una bella giornata all’aria aperta; dalle 10 fino alle 18 la carreggiata a mare sarà percorribile a piedi, con biciclette, pattini, skate e qualsiasi altro “mezzo” che non sia un veicolo.

    Tornando sul palco, sabato e domenica inaugura la nuova stagione anche il Teatro Garage con “Il maesto di tango”, un testo del genovese Mario Bagnara la cui storia ruota attorno a una dark lady e alla sua passione per un uomo e per il ballo. In un’ora e mezzo di spettacolo, almeno un terzo è dedicato al ritmo e ai passi del tango, uno stile che a Genova conta centinaia di danzatori e decine di corsi. E alla fine, gli spettatori sono invitati ad unirsi agli attori Federica Ruggero e Francesco Pedone, per proseguire nelle danze.

    Un passo indietro a venerdì, per il concerto lampo degli Zen Circus alla libreria Feltrinelli: l’occasione è data dalla presentazione de “La terza guerra mondiale”, il nuovo album della band toscana composta da Andrea Appino, Karim Qqru e Massimiliano “Ufo” Schiavelli. A proposito di musica, sabato riapre i battenti il Count Basie, il circolo jazz di vico Tana il cui presidente onorario è nientemeno che Enrico Rava. Si inizia alle 19,30 con un ricco aperitivo a buffet cui seguiranno, a partire dalle 21, le session jazz e blues della Open Band composta dalla cantante Mila Ogliastro, Stefano Riggi al sax tenore, Luca Terzolo al pianoforte, Emanuele Valente al contrabbasso e Daviano Rotella alla batteria. Note in libertà anche giovedì 6 ottobre, per le vie del centro, in occasione di “Time Art”: una sorta di notte bianca musicale e artistica che dalle 18 a tarda sera si snoderà tra piazza San Matteo e vico Casana, passanndo per vico del Fieno e Pallavicini, tra concertini itineranti e piccole gallerie d’arte allestite nelle botteghe del quartiere.

    Largo spazio, come di consueto, anche alle mostre: al Museo “Edoardo Chiossone” di Villetta Di Negro ha appena inaugurato “Antologia della pittura giapponese”, una selezione della fortunatissima esposizione allestita nel 2014 e, da allora, spesso richiesta dagli appassionati di arte orientale.  Fino al 15 ottobre, invece, l’ex ospedale psichiatrico di Quarto ospita la mostra dedicata all’artista francese Colette Deblé che si inserisce nell’ambito di “Scrittura, arte, vita: Camille Claudel, Séverine, Antonia Pozzi”, manifestazione dedicata alla vita, all’arte, al sottile confine tra normalità e follia che, attraverso la storia di tre grandi donne ripercorsa dall’esilio in manicomio al loro addio alla vita. Oltre alla mostra, l’evento comprende performance, incontri e spettacoli teatrali, a cominciare da “Moi” di Chiara Pasetti – per la regia di Alberto Giusta e con l’attrice Lisa Galantini – il 30 settembre nella biblioteca dell’ ex ospedale.

    Intanto proseguono “Polaroid ad arte” a Castello d’Albertis, gli “Eroi del Calcio” ai Magazzini del Cotone ed Helmut Newton a Palazzo Ducale, mentre per gli appassionati di storia, al Complesso monumentale di Sant’Ignazio, c’è  “Genova tesori d’archivio”, le cui perle sono due importantissimi documenti della Genova medievale come il Codice Caffaro e la Cronaca di Jacopo da Varagine.

    Marco Gaviglio

  • Weekend a Genova? Tra Salone Nautico e busker festival le prime proposte per l’autunno in città

    Weekend a Genova? Tra Salone Nautico e busker festival le prime proposte per l’autunno in città

    distinti gentiluominiCon l’arrivo dell’autunno inauguriamo un nuovo appuntamento che speriamo possa diventare un piccolo punto di riferimento per chi ama o è costretto a passare i weekend a Genova. Per inviare suggerimenti, proposte, eventi e segnalazioni scrivete a redazione@erasuperba.it  

     

    Ultimi scampoli di Salone Nautico e Oktoberfest nel weekend appena iniziato: la 56ª edizione dell’esposizione internazionale dedicata al mondo della nautica, come ormai consuetudine degli ultimi anni, esce dai confini della Fiera per abbracciare la città con una serie di eventi fuori salone, mentre la festa della birra cederà idealmente il passo alla parata dei “distinti gentiluomini”.

    Proprio in piazza della Vittoria, infatti, domenica mattina alle 10 è previsto il raduno della Distinguished Gentlemans Ride, una sfilata in motocicletta per raccogliere fondi da destinare alla ricerca contro il cancro alla prostata: l’evento, che si svolge in contemporanea in tutto il mondo, mette insieme vendrà migliaia di motociclisti salire in sella alla loro moto con capelli, baffi e barbe impomatati, camicie di seta, cravatte o papillon, tutto rigorosamente in stile vintage.

    Decisamente di altro tenore è la due giorni di “Mura – Movimento Urbano Rete Artisti”, seconda edizione del busker festival genovese in scena nei vicoli venerdì e sabato, con concerti, performance, laboratori e mercatini da piazza Sarzano alla Maddalena, passando angoli più o meno noti della città vecchia e per il Repessin di San Bernardo e Canneto il Lungo, un mercatino dell’usato aperto a tutti gli abitanti del quartiere e ai bambini.

    Sul fronte degli appuntamenti più istituzionali, questo weekend segna anche l’inizio delle Giornate Pertiniane: una settimana di celebrazioni per i 120 anni della nascita del presidente più amato degli italiani che si articolerà tra Genova, Savona e Stella, il piccolo comune dell’entroterra in cui si trova la casa natale di Sandro Pertini, i cui lavori di restauro saranno inaugurati proprio domenica alla presenza dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Allo statista scomparso ormai 26 anni fa è dedicata anche una mostra sui suoi anni di direzione del Lavoro, alla Sala Liguria di Palazzo Ducale fino al 2 ottobre.

    Sempre a proposito di mostre, a Castello d’Albertis ha appena inaugurato “Polaroid ad arte”, dedicata ai lavori della fotografa genovese Giuliana Traverso ispirati ai segni dell’artista Attilio Mangini, scomparso nel 2004. Proseguono anche le mostre dedicate agli “Eroi del Calcio” ai Magazzini del Cotone e ad Helmut Newton, ancora a Palazzo Ducale dove, giovedì prossimo, Francesco De Gregori a “A passo d’uomo”, libro scritto a quattro mani con Antonio Gnoli.

    E se i cultori di storia cittadina hanno tempo fino al 30 novembre per fare un salto al Complesso monumentale di Sant’Ignazio, a Carignano, per ammirare due importantissimi documenti della Genova medievale come il Codice Caffaro e la Cronaca di Jacopo da Varagine, sabato pomeriggio il Museo di Storia naturale apre le porte agli appassionati di scienze per un open day nel quale sarà presentata la programmazione museale 2016/17.


    Marco Gaviglio

  • Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    suq-compleannoUn grande successo anche quest’anno per il Suq Festival che ha ospitato, intrattenuto e deliziato con cibi etnici 70 mila visitatori. Il fascino del gran bazar, che mischia sotto un unico tendone molti aspetti di diverse culture, anche in questa edizione non si è smentito e ha attirato in soli dieci giorni, migliaia di visitatori. Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, ha raccontato a Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, la crescita dell’evento sottolineando che il successo più grande di questo 2016 è stato la rassegna teatrale. «Il nostro pubblico ha colto e apprezzato l’eccellenza degli spettacoli che abbiamo messo in scena in questa edizione. Una partecipazione del genere non c’è mai stata prima». A confermarlo, il tutto esaurito (660 spettatori e tante altri rimasti a bocca asciutta a causa del sold out) per tre sere consecutive dello spettacolo “Hagar la schiava” di Adonis, in scena dal 24 al 26 giugno nella Chiesa di San Pietro in Banchi. «Lo spettacolo, che ha rappresentato sul palco un tema profondo – aggiunge Carla Peirolero – ha avuto un grandissimo successo».

    I dibattiti, gli incontri, i dialoghi e i confronti che hanno portato sotto i tendoni del Suq tematiche impegnative, di attualità e del passato, come confermano i numeri, sono state seguite e apprezzate dal pubblico. «In ogni giornata di questa edizione – aggiunge Peirolero – abbiamo visto e percepito la voglia di stare insieme, il desiderio di confronto e la volontà da parte del pubblico di dialogare per cercare di costruire un futuro migliore. Un traguardo per noi molto importante».

    Il Suq, mantenendo sempre fede al tema di quest’anno, “Generazioni memoria e futuro”, ha rappresentato un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi, un modo per riflettere su quello che sarà il futuro e, magari, per costruirne uno migliore.

    Suq di partecipazione e condivisione

    Quella del 2016 è stata definita l’edizione all’insegna della condivisione e della partecipazione. «La condivisione è stata una costante che ha caratterizzato moltissimi aspetti dell’evento, i dibattiti, gli incontri, gli spettacoli. Ma non solo. La condivisione è avvenuta anche fuori dal Suq, nei social e nel web» dice Peirolero. Anche in questo caso, la testimonianza è data dai numeri: 69 mila persone raggiunte tramite Facebook e 70 mila tweet visualizzati nei giorni dell’evento.

    Il Suq, che come dice la parola stessa è un mercato che unisce diverse realtà, anche quest’anno ha saputo coinvolgere: «È stato un grande palcoscenico che ha dato spazio a tutti, al pubblico incluso – aggiunge Peirolero – questa edizione del Suq è stata come uno spettacolo in cui tutti sono stati i protagonisti». Una partecipazione e un coinvolgimento spontaneo che si è manifestato anche in tante serate improvvisate. Come quella di sabato 25 in cui il bazar si è trasformato in un grande concerto in cui si esibivano musicisti e pubblico, insieme. «Le feste improvvisate, nate tra le viuzze della kermesse – conclude – hanno tirato fuori convivialità, partecipazione, confronto e dialogo tra tutti, la vera anima Suq».

    Il silenzio delle istituzioni e la prossima edizione

    Nonostante il grande successo, le istituzioni locali non hanno ancora dato risposta su quello che sarà il destino del Suq. «Vorremmo avere più certezze per le prossime edizioni – dice Peirolero – il nostro è un grande evento da 240.000 euro, per il 75% coperto con le nostre forze, che ha ancora tanta voglia crescere. Stiamo già pensando al prossimo anno ma ci piacerebbe farlo con qualche sicurezza in più».

    Nella prossima edizione, che avrà come tema “Il viaggio e la sosta”, si parlerà di migrazione, radici e di quello che riserverà il futuro. «Speriamo che per il Suq non sia ancora arrivato il momento della sosta e che il viaggio continui» conclude la direttrice artistica del Suq Festival. Il Suq ha confermato di avere i numeri di un grande evento e ha dimostrato di aver raggiunto la maturità tipica di chi compie la maggiore età. Come tutti i diciottenni, però, ha bisogno ancora di qualche certezza per crescere e migliorare.

    Elisabetta Cantalini

  • Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Festival-Suq-a-Genova-il-mercato-foto-S.Losso_Giovedì 16 giugno parte la diciottesima edizione del Suq Festival. Quella di quest’anno sarà una manifestazione che dimostra la maturità dell’evento, la maggiore età. “Generazioni memoria e futuro” è il tema su cui si basa il festival 2016. Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, ha incontrato Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, che ha raccontato le idee alla base di questa edizione e le non poche difficoltà a portare avanti un progetto del genere: «Il Suq rappresenta un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi. E’ un punto da cui partire per riflettere su quello che sarà. Cominciando dalla storia, analizzando gli avvenimenti di attualità cerchiamo di costruire un futuro migliore».

    Non a caso il Suq è il teatro del dialogo, patrocinato dall’Unesco, Commissione nazionale Italiana, dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sostenuto dal MiBACT e best practice d’Europa, l’unico festival del genere in Italia, capace di unire lingue, culture, provenienze.

    Quest’anno sono 35 i paesi che portano all’interno del gran bazar scenografico parte della propria cultura, chi con l’arte, chi con la gastronomia, chi con l’artigianato. In programma in questa edizione, la stagione teatrale più ricca e interessante che mai: musica, arte e spettacoli per un totale di 100 eventi. Moltissimi palcoscenici, con la novità della Terrazza del Museo Luzzati, poi tavolate conviviali, meticciati sonori, testimoni illustri, laboratori, buone pratiche per l’ambiente, il bazar dei popoli, con una rete eccezionale di ristoratori, artigiani, associazioni che fanno vivere il Suq ogni giorno.

    L’obiettivo comune a tutti gli eventi di quest’anno è di far riflettere sull’attualità: «Parleremo dei temi moderni – aggiunge Peirolero – come l’immigrazione, ricordando quando eravamo noi a emigrare e a inserirci in altri paesi, approfondiremo il tema della figura della donna, di come è cambiata negli anni, in molti, ma non in tutte le parti del mondo».

    Il festival, anche quest’anno, rappresenterà l’inizio dell’estate e sarà un momento di festa e divertimento per Genova, ma soprattutto il teatro del dialogo tra le differenze. «Il Suq è stato spesso etichettato come la festa del folklore, che è sicuramente una parte importante della cultura – conclude Peirolero – ma quest’anno vogliamo che cambi aspetto. Sarà cresciuto e maturo».

    I tagli e le non risposte delle istituzioni

    Integrazione delle fasce più deboli, dialogo tra le diversità, più cultura accessibile a tutti per un segnale forte verso l’inclusione sociale, sono alcuni degli obiettivi che il Suq vuole raggiungere e sono anche gli slogan ripetuti più volte dalle istituzioni. Eppure i due punti di vista sembrano non convergere nei fatti. La Regione Liguria quest’anno ha tagliato 20 mila euro per le attività formative, portate avanti da sette anni con successo dagli artisti del Suq. Il finanziamento al progetto “Intercultura va a Scuola” quest’anno è stato sospeso. «I laboratori teatrali, gli incontri e le lezioni in Istituti con classi problematiche, le conferenze-spettacolo – sostiene Peirolero – che rappresentano solo una parte del programma “Intercultura va a Scuola”, hanno dimostrato che le differenze in arte sono un valore e che l’ascolto e la relazione si possono imparare con il teatro e la musica. In alcuni casi, un antidoto alla dispersione scolastica, di cui ci si cruccia senza però salvare quelle attività che è dimostrato possono offrire un aiuto». Da gennaio a giugno, dal 2009 a oggi, più di 5.000 studenti sono stati coinvolti su tutto il territorio ligure, dalla Spezia a Imperia. «E’ stato compromesso un patrimonio di esperienze, che educava nella pratica, grazie alla multietnicità della Compagnia del Suq, all’incontro tra i popoli e al rifiuto delle discriminazioni».

    Le divergenze tra istituzioni e Suq non finiscono qui. Anche per la manifestazione estiva, la Regione ha tirato la cinghia, o meglio, alle soglie della festa d’inaugurazione non ha ancora fatto sapere nulla riguardo i finanziamenti: «Non abbiamo avuto nessuna risposta dei 30 mila euro richiesti per l’evento» «Il silenzio – prosegue – rischia di mettere i bastoni tra le ruote a una realtà che funziona. Un evento che è riconosciuto a livello europeo e ministeriale dovrebbe avere più certezze». Per ottenere i finanziamenti regionali, il 10% del costo complessivo, il Suq, quest’anno, ha partecipato al bando “Grandi Eventi”, bando in cui convergono tutte le attività della Liguria.

    Anche il Comune in tema di sponsorizzazioni non si pronuncia. Nonostante il Suq sia una grande opportunità per Genova, portando 70 mila visitatori in 10 giorni, l’assessorato alla cultura non ha messo a disposizione nemmeno un euro. «Lo sponsor quest’anno è direttamente Iren – ricorda la direttrice – ed è curioso che il Suq non venga messo a bilancio in Comune. Non siamo così importanti?».

    I numeri del Suq

    Il Festival Suq è una manifestazione complessa, articolata, un evento organizzato, reso fattibile, coordinato e seguito da un team che, sotto data, conta fino a 53 persone. Dietro le quinte, o meglio dietro tendoni del gran bazar, lavorano tutto l’anno 3 soci fondatori, 11 ordinari e 600 soci sostenitori, il cuore che anima il Suq da 18 anni. «Lavoriamo costantemente tutto l’anno – racconta Peirolero – chi a tempo pieno, chi mezza giornata, ma tutti mettiamo passione e dedizione per questo progetto». Il costo complessivo del Suq, valutato dagli esperti in 700 mila euro, il triplo di quello sostenuto in questa edizione, è coperto per l’80% dagli sponsor, dalle quote associative, eppure la manifestazione continua a essere quasi totalmente gratuita, solo gli spettacoli hanno un costo di 5 euro, oltre naturalmente ai banchetti.

    Un patrimonio per la città e un presidio di quell’interculturalità vivace e festosa di cui mai come oggi abbiamo bisogno. Forse, varrebbe la pena considerare meglio quello che è stato e quello che accade, quello che sarà e quello che potrebbe non essere più.

    Elisabetta Cantalini

  • Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    101-violoncelliNiente concerto bis dei 101 violoncellisti. L’evento che doveva rappresentare la chicca delle manifestazioni per il Capodanno scorso e che aveva ricevuto pesanti critiche per la pessima acustica, non verrà replicato. Al danno che avevano subito le 180 mila persone che avevano affollato piazza Matteotti per festeggiare l’arrivo del 2016, si aggiunge la beffa di un “risarcimento” in natura, anzi in arte e musica, atteso, pregustato e ora negato.

    L’annuncio, riportato dall’agenzia Dire, arriva dall’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, nel corso della Commissione bilancio dedicata all’analisi dei capitoli di spesa per il settore cultura e marketing della città. Era stata la stessa Sibilla a promettere, nei gironi immediatamente successivi al flop, che i genovesi sarebbero stati “rimborsati” con un concerto riparatore. Un concerto che non ci sarà più perché, spiega l’assessore, «la società organizzatrice ha già riconosciuto un rimborso economico al Comune. Replicare l’evento a costi totalmente sostenuti dallo stesso soggetto voleva dire correre rischi che l’organizzatore non fosse economicamente in grado di sostenerlo o che fosse costretta a organizzarlo al chiuso e non più all’aperto».

    Ufficialmente il flop di Capodanno era stato spiegato con un guasto elettrico all’impianto di amplificazione, anche se buona parte delle 180 mila persone presenti in piazza quella sera lamentavano soprattutto una cattiva organizzazione, con conseguente pioggia di critiche sui social network. Cosa che le parole odierne dell’assessore Sibilla sembrerebbero, almeno indirettamente, confermare.

    Il Comune aveva complessivamente investito circa 150 mila euro per gli eventi del Capodanno in piazza che, secondo quanto affermato in passato dall’assessore, avrebbero fruttato circa 6 volte tanto. Per quanto riguarda il concerto dei 101 violoncellisti, le spese sarebbero ammontate a circa 60 mila euro. Ma – e qui arriva la seconda beffa – il rimborso che Palazzo Tursi ha ricevuto dagli organizzatori è riferito solo a una parte dei costi per il servizio di amplificazione e diffusione sonora, principale imputato della scarsa riuscita qualitativa, e, secondo quanto ricostruito ma non confermato ufficialmente dall’assessore, si aggirerebbe solamente attorno ai 1.000 euro.

  • Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak (4)Un’artista conosciuta in tutto il mondo grazie ad una voce straordinaria che ha saputo fondere magistralmente la tecnica antica del canto armonico (o bifonico) con le sonorità moderne. Sainkho Namtchylak, nata in un villaggio della Siberia meridionale ai confini con la Mongolia nell’ex-repubblica sovietica di Tuva, è una sacerdotessa orientale del canto la cui voce ha caratteristiche timbriche che la rendono unica.
    Lo scorso settembre Sainkho è stata invitata nella nostra città da Davide Ferrari per la 23esima edizione del Festival del Mediterraneo interamente dedicata alla musica femminile, si è esibita a Palazzo Ducale nella Sala del Minor Consiglio e ha stupito tutti. La sua musica è un affascinante intreccio fra il nostro tempo e le tradizioni lontane, il canto popolare siberiano e mongolico, il jazz e la musica elettronica; la voce spazia dai suoni acuti a quelli più gravi con un’estensione prodigiosa, acquista singolare intensità per improvvisi cambiamenti di vibrazioni, alterna trasparenze a toni densi e scuri.

    Sainkho Namtchylak (5)Sainkho è considerata una delle più grandi conoscitrici al mondo di canto armonico. In inglese “overtone singing”, il canto armonico è una tecnica che permette al cantante di sfruttare il tratto fra le corde vocali e la bocca per risaltare gli armonici naturali presenti nella voce e, quindi, emettere contemporaneamente due o più note diverse. La stessa tecnica che utilizzava Demetrio Statos, storica voce degli Area, e che utilizzano ancora oggi alcuni canti a tenore in Sardegna. E proprio da una citazione di Stratos iniziamo la nostra intervista…

    Demetrio Stratos sosteneva negli anni 70: “La voce è oggi nella musica un canale di trasmissione che non trasmette più nulla”. Ascoltare la tua voce ci riporta a questa affermazione… Oggi la grande industria musicale e lo strapotere della musica leggera e del “canto parlato” sono in forte crisi, sia creativa che economica. Credi che siano maturi i tempi per il diffondersi nelle masse di una maggiore coscienza e cultura musicale sia in chi ascolta che in chi crea?

    «Demetrio Stratos è uno dei migliori cantanti del ventesimo secolo. Il modo in cui è riuscito ad esplorare le possibilità della voce umana è rivoluzionario, e il suo approccio spirituale nelle sue performance vocali è stata una delle scoperte più profonde della mia vita. Alle parole di Demetrio riguardo alla musica moderna, però, non posso rispondere nulla perché è una sua affermazione; personalmente mi sento di dire che trovo nella musica vocale del passato molto più contenuto a livello musicale, di anima e sentimenti rispetto alla canzone moderna. Questo si. Eppure in tal senso l’elettronica ha aperto grandi possibilità per l’uomo e la sua musica, ma è trascorso troppo poco tempo per arrivare a conclusioni. A mio parere ci vorranno ancora 50-100 anni per poter affermare qualcosa, per tirare le prime somme, capiremo cosa davvero è servito delle nuove grandi scoperte elettroniche e cosa invece è stato inutile in ottica di una evoluzione musicale sia da parte di chi ascolta che di chi crea. Penso dunque che questo sia un’era di passaggio… Ci vuole tempo. È ancora troppo presto».

    La “forma canzone”, il classico strofa+ritornello con melodie orecchiabili e testi in rima, credi che abbia ancora qualcosa da dirci?

    «La modernità apre e modifica la tradizione, o ancora meglio possiamo dire che porta con sé nuove tradizioni. Vedremo. Bisogna dire che la cultura urbana dei nostri tempi rende possibile qualsiasi forma di scrittura musicale, non solo la forma canzone nella sua accezione più comune. Quello che è importante, qualunque sia la forma utilizzata, è mantenere l’anima nell’opera artistica per poter comunicare con chi ascolta; le canzoni sono forme brevi di storie, storie che possono essere trasmesse con la voce da anima ad anima. Quello che è certo è che, essendo più corta e più compatta rispetto alla tradizione musicale del passato, la canzone ha permesso di sviluppare in questi anni il concetto di “rapidità” nella composizione musicale, inteso come rapidità di esprimere idee attraverso le melodie, le armonie e i testi».

    Hai cantato a Genova al Festival del Mediterraneo, come ti sei trovata con il pubblico? La tua musica è lontana dalle nostre abitudini di ascolto, e tu in queste situazioni diventi “ambasciatrice” di un patrimonio culturale come quello del canto armonico… Ti ritrovi in questo ruolo?

    «Quando canto, o più in generale lavoro sulla mia voce, oppure quando racconto una storia attraverso melodie e testi, non penso al fatto di essere ambasciatrice o all’importante confronto fra culture diverse. Semplicemente canto e basta. Tutto parte da un profondo e naturalissimo bisogno di condividere con gli ascoltatori ciò che mi è stato regalato dalla natura. Non penso molto a questioni filosofiche. Sento il bisogno di cantare, di condividere le mie emozioni. Ed è bellissimo essere con un pubblico quando canto. Gli ascoltatori italiani sono molto calorosi, un pubblico melodicamente raffinato. È sempre un gran privilegio poter cantare per loro. In un’epoca in cui tutto si sta digitalizzando, i libri saranno in formato digitale, la musica, la radio, i video, tutto si sta digitalizzando, fare concerti live all’interno di luoghi acusticamente buoni ci dà l’opportunità di ricordare come dovrebbe essere una voce naturale. Spero di tornare presto a Genova e cantare di nuovo a cappella. Solamente per cantare e far volare la mia anima. Sono molto grata a Davide Ferrari che mi ha invitata. Auguro a lui e al suo progetto lunga vita, molti contatti e un buon pubblico».

    Esiste un collegamento forte fra la tradizione sciamanica e il canto armonico, aiutaci a capire meglio…

    «All’inizio il canto armonico era caratteristico della tradizione musicale buddhista. Per la musica sciamanica era invece il canto gutturale. La differenza fra il canto armonico e il canto gutturale è che il primo ha una linea melodica e armonica molto chiara, mentre il secondo è composto maggiormente da suoni, vocalizzazioni sonore, arte visivo-sonora espressa attraverso la voce. Solitamente nel canto gutturale è molto difficile notare o distinguere la linea melodica e l’armonia intese come da impostazione accademica europea/occidentale».

    Anche solo il concetto di “scrivere un brano” è diverso dai canoni della musica leggera, puoi descriverci il processo di creazione di una tua opera? Quanto è presente il concetto di improvvisazione?

    «Ogni volta per me è diverso. Non voglio annoiarmi e seguire lo stesso percorso ogni giorno. Solitamente le idee mi arrivano da incontri con cose belle che toccano la verità della vita quotidiana. Come per i testi e le poesie, anche per le canzoni mi capita spesso che mi arrivino in forma aperta, richiedendo quindi mesi, anni per farle diventare cantabili».

    Gabriele Serpe
    foto di Marcella Sabatini

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  • Gli Afterhours al Goa Boa: dopo 17 anni, chi ha ancora “paura del buio”?

    Gli Afterhours al Goa Boa: dopo 17 anni, chi ha ancora “paura del buio”?

    afterhours-goa-boa-2Il Goa-Boa festival è una realtà ormai consolidata, che dal 1998 risveglia la scena musicale live genovese, e che si va sempre più affermando come un festival di respiro nazionale (è stato infatti definito “la più grande festa della musica in Liguria”) e soprattutto internazionale, con spettatori da tutta Europa e nomi che vanno da Manu Chao a Morrissey al Banco del Mutuo Soccorso. Il Goa-Boa viene organizzato dall’associazione culturale Psycho, costituita ufficialmente nel 1984, ma i primi avventurosi concerti con Gaz Nevada e Monochrome Set risalgono a qualche annetto prima. Psycho promuove singoli eventi, convegni tematici, stagioni di gestione teatrale con attività multidisciplinari, programmazione di festival e singoli concerti.

    Alla loro terza presenza al Goa-Boa, gli Aftehours sono ormai dei veterani del festival; e dei veterani nel panorama musicale alternativo italiano, che riavvertono l’esigenza di andare a riscoprire il proprio prodotto migliore. Non c’è alcuna questione in sospeso da chiarire sulla portata di un disco come “Hai paura del buio”.

    Votato come miglior disco di alternative rock degli ultimi 20 anni in Italia, gli After, per celebrare questa manifestazione di affetto del pubblico, decidono di intraprendere un tour dedicato al loro capolavoro. Ne viene fuori un riproposizione “remastered and reloaded”, rimasterizzata e reinterpretata con la collaborazione di molti artisti, italiani e stranieri. Non si tratta quindi di un semplice disco auto-celebrativo, scorciatoia in un momento di mancanza di idee; bensì di un disco consapevole del proprio ruolo chiave per l’evoluzione del rock italiano nel passato, e consapevole di avere ancora da dire dopo diciassette anni. L’importanza di “Hai paura del buio?” e il prestigio del gruppo milanese ha la conferma e la riprova in una collaborazione in particolare: quella di un colosso sacro della musica tutta come Robert Wyatt (Soft Machine).

    Il Goa-Boa non smentisce le aspettative, retaggio del successo degli anni precedenti. E questa edizione sceglie di piazzare il proprio palco in fondo ai magazzini del cotone, sullo splendido sfondo della Lanterna e del porto. Ad aprire il concerto, Le luci della centrale elettrica.

    Ascolta i brani del concerto su Spotify

    “Hai Paura del Buio? special edition” denota allora tre cose, come detto fin qui: la saggezza (musicale) dell’introspezione; l’urgenza di risuonarlo, con tutta la potenza del concerto dal vivo; e la necessità di riproporlo. Il risultato paga alla grande e il pubblico non lesina a farlo capire e la piazza sembra tornata indietro agli anni ’90. Diciannove canzoni indimenticabili, tra le quali spiccano, per potenza di esecuzione e reazione di pubblico, la paradigmatica “1.9.9.6.”, sferzante e generazionale, icona stessa dell’album intero, e “Male di miele”, degna erede dei canoni post-grunge di Germi; le ballate che hanno come punto di partenza “Dentro Marylin”: “Rapace”, “Pelle”, “Simbiosi” e “Voglio una pelle splendida”, che si altalenano tra arpeggi morbidi e feedback di overdrive tirato; e infine l’hardcore punk rabbioso e distruttivo di “Dea”, “Lasciami leccare l’adrenalina” e “Sui giovani ci scatarro su”, canzoni che sembrano frammenti detonati direttamente dall’apparente pace eterea delle ballate precedenti, come piccoli momenti di quiete (o, se vogliamo chiamarli diversamente, di sfiducia e disperazione) prima della tempesta.

    Manuel Agnelli (chitarra e voce), Xabier Iriondo (chitarra), Giorgio Prette (batteria), Giorgio Ciccarelli (chitarra), Roberto dell’Era (basso) e Rodrigo d’Erasmo (violino) suonano vestiti come si vestivano nel ’97, e suonano soprattutto con una carica come se il disco fosse stato scritto il pomeriggio stesso. E chi pensava che gli Afterhours potessero essere un po’ invecchiati, si è dovuto ricredere alla grande: due ore e passa di concerto sudatissimo e trascinante, con ben due bis e l’acclamazione unanime di un pubblico esaltatissimo. Ad alcune canzoni dell’ultimo album Padania, seguono altre canzoni irrinunciabili del repertorio della band, a rimarcare la loro prolificità di brani cardine dell’indie rock italico, come “Strategie”, “Quello che non c’è” e “Bye Bye Bombay”, brano di chiusura assolutamente perfetto vista la scenografia cittadina dietro al palco e per la quale “guardo il porto, sembra un cuore nero e morto, che mi sputa una poesia”. La poesia ermetica e visionaria degli Afterhours, risvegliata dopo 17 anni e più lirica che mai.

    Nicola Damassino

  • Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    Meganoidi, sul palcoscenico una garanzia made in Zena. Il concerto è clamoroso

    meganoidiA  San Benigno, circondata dalla rampa del viadotto stradale che si interseca tra l’ingresso alla sopraelevata e la corsia per l’autostrada, sorge l’area elicoidale, un’oasi nel deserto di asfalto divenuta ormai celebre in città in quanto sede di Music for Peace (qui l’intervista ai volontari dell’organizzazione che raccoglie materiali di prima necessità per ridistribuirli nelle zone del mondo in difficoltà, ndr)Confermiamo subito: è appagante poter contribuire direttamente a un’iniziativa così importante portando generi di prima necessità come cibo, medicinali, vestiti e materiali scolastici, invece di donare una somma di denaro.

    Il clima al Music for Peace è unico, fin dal pomeriggio: mercatini multietnici, sport, danze, workshop per bambini e musica per tutti i gusti e tutte le età. Non resta che fare la nostra parte e goderci una festa un po’ centro sociale un po’ carnevale etnico un po’ sagra di paese. La sera si procede con Che Festival! e sul palcoscenico salgono gruppi come Od Fulmine e Meganoidi. Dei primi abbiamo parlato recentemente, ma è doveroso dire quanta energia e quanta simpatia sprigionano ogni volta che li si incontra e, soprattutto, quanta certezza di avere di fronte qualità e potenzialità da vendere ogni volta che li si ascolta.

    meganoidi-2Per i Meganoidi non servono presentazioni, lusinghe o esitazioni: sono la migliore realtà musicale del panorama genovese da 15 anni a questa parte, un’officina instancabile di generi e uno dei laboratori musicali più vivaci a livello nazionale, senza esagerazioni. E poche storie: il concerto è clamoroso. Tutti i pezzi scatenano un pubblico che balla ogni accordo e che canta ogni parola. Si seguono una dopo l’altra le canzoni, senza quasi interruzioni; dal post-rock lirico e granitico di “Luci dal Porto” e “Ogni Attimo” (Welcome in Disagio) al prog cupo e noise di “Altrove” e “Dighe” (Al Posto del Fuoco); dall’alternative punk e brass-rock di “La Fine” e “Inside the Loop” (Outside the Loop Stupendo Sensation) allo ska made in caruggi di “King of Ska?” e “Meganoidi” (Into the Darkness Into the Moda). “Supereroi” la fa ancora da padrona tra le richieste della gente, e sembra che pure i camion in transito sulla spirale della strada rallentino per ascoltarne almeno qualche nota. “Zeta Reticoli” è ormai un inno cittadino, verso cui gli stessi Meganoidi nutrono il rispetto che merita, suonandolo con la passione di chi l’ha composto e si è poi reso conto di aver scritto un capolavoro. Pezzi che coprono 15 anni di carriera e di esplorazione musicale genuinamente autoprodotta.

    [quote] Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio[/quote]

    Davide canta con ogni muscolo del corpo, Luca si destreggia tra assoli di chitarra e di tromba come se nulla fosse, Riccardo fa esplodere a ogni pennata colpi di basso che fanno vibrare lo stomaco, Berna mette ordine con il suo chitarrismo preciso (senza sacrificare il voltaggio) e Lorenzo “Frullo” che mescola e fonde tempi dispari e ritmiche impossibili con la precisione di un metronomo! Un’ora e mezza di musica che, invece di sedare gli animi, fa scalpitare ancora di più per il loro prossimo concerto, in un vortice di assuefazione musicale per cui l’overdose non è concepibile.

    A fine concerto, quando ancora tutti hanno bisogno di scaricare l’energia delle due band targate Greenfog saltando e ballando con il dj-set, incontriamo Luca e Davide, sempre disponibilissimi e calorosi. Chiediamo di Genova, della condizione per l’ambiente artistico e musicale che la città offre. E ci rispondono che «Genova è una città complicata ma formativa: costringe al confronto con handicap e difficoltà profonde, per risolvere le quali è indispensabile un percorso di automiglioramento costante. Gli ostacoli che vi si incontrano sono notevoli: per questo sono notevoli le soluzioni che le persone escogitano: Music for Peace può benissimo essere un esempio; un altro era la Buridda…”.

    Il rapporto della band con Genova è estremamente forte, e il legame con il pubblico lo è altrettanto; quali siano invece le dinamiche che si creano con il pubblico delle altre città non è così scontato: «mentre a Genova l’affetto è quello di un pubblico ormai di amici, che comporta anche un diverso approccio alla musica che facciamo, il rapporto con il pubblico fuori Genova è ugualmente caloroso ma più obiettivo. Il pubblico genovese è stato per molto tempo legato ai primi lavori della band, e ha capito il senso del genere meganoide con gli ultimi due dischi, in particolare con Welcome in Disagio».

    Il “genere meganoide” è un termine assolutamente perfetto -forse il solo possibile- per descrivere la loro musica e le evoluzioni continue del loro stile. Ogni disco dei Meganoidi è, in effetti, una riscoperta del gruppo stesso attraverso gli eclettismi tracciati dai lavori precedenti. «L’onnivorismo che caratterizza le estrazioni musicali dei componenti porta all’esigenza viscerale di sperimentare e di rinnovarsi». Non esiste il compiacimento gratuito del reinventarsi, come è bandita ogni tentazione di vivere sul proprio nome scrivendo canzoni autoreferenziali. Tentazione svanita con la coraggiosa scelta di non cedere alle lusinghe di alcuna major, e di proseguire con la coerenza artistica e l’onestà intellettuale dell’autoproduzione. «Proprio da queste premesse nasce la libertà di espressione della nostra musica, senza rinnegare quella già scritta né precludere nulla a quella che verrà. Per ora siamo entusiasti del CD-DVD in uscita a giorni, il 10 giugno, per festeggiare i 15 anni di attività. Per il resto, chissà, in autunno…».

    Con questo saluto, che ci fa ben sperare in un nuovo capitolo meganoide, lasciamo il Music for Peace, una realtà preziosa per la città, per cui potrebbe valere la pena di parafrasare De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal ‘degrado’ nascono i fior”; e pensiamo che sarebbe davvero bello se si potesse scambiare della buona musica con la pace: in quel caso, la band genovese correrebbe per il Nobel.

     

    Nicola Damassino

  • Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    od-fulmine-claqueRieccoci di nuovo, dopo qualche settimana, alla Claque: tornare qui è sempre un grande piacere, che ogni volta fornisce un’ulteriore conferma del valore di uno dei palcoscenici migliori della città. Questa volta il palco è calcato da un gruppo made in Greenfog una delle realtà discografiche più vivaci e qualitative del genovese e, dunque, una garanzia per quanto riguarda il prodotto musicale. Se poi si tratta degli Od Fulmine, la garanzia diventa subito certezza matematica. Loro sono una realtà genovese indipendente e autoprodotta, in una città storicamente legata a questa filosofia artistica e musicale.

    Entriamo a bere qualcosa, e nel bar troviamo i musicisti che si intrattengono con fan e amici, creando quel legame saldo con il pubblico che si manifesterà in pieno di lì a poco, durante l’esibizione. Non esiste alcuna routine da camerino, noi ne approfittiamo subito per salutare Stefano Piccardo (chitarra, voce), Fabrizio Gelli (chitarra, voce) Saverio Malaspina (batteria) – quest’ultimo star del genovese soprannominato “l’ortolano” dopo l’apparizione a Unti e Bisunti 2 girata a Genova (qui il video) – e scambiamo due chiacchiere con Mattia Cominotto (chitarra, voce) e Riccardo Armeni (basso).

    >> Ascolta i brani suonati alla Claque su Spotify e Deezer

    La prima domanda riguarda il nome del gruppo e, per quanto banale nella sua intenzione di rompere il ghiaccio, risulta essere la più importante per capire il senso del disco stesso, dato che «Od Fulmine è un’espressione inventata all’interno di un lessico domestico tra di noi»; e rappresenta, inoltre, due elementi essenziali della storia che c’è dietro alle canzoni del concept: «Od è il nome del nostro unico mentore; una notte, in barca, in navigazione dopo ormai più di mese, si scatenò una tempesta e fummo colpiti da un fulmine. La barca fu spezzata e, da allora, noi e Od siamo disgraziatamente separati». Trovare le fonti di ispirazioni dimostra come, «per quanto il veicolo sia quello musicale, il gruppo nasce con il cinema di Hayao Miyazaki, lo steampunk e la letteratura di Kurt Vonnegut, a cui è ispirato il brano Ghiaccio9». E lo dimostra anche la grafica delle locandine e i disegni, realizzate da Andrea Piccardo (direttore di Genoa Comics Academy). La storia, che ha un ruolo così importante all’interno dell’album, «è stata rappresentata dai video dei pezzi, e verrà completata con la trilogia, di cui in realtà manca la seconda parte. Il primo, “Altrove2”, mostra noi 5 insieme a Od, “colui che stavamo seguendo alla ricerca di ciò che più desideriamo”; il terzo è “I preti dormono”, subito dopo il naufragio; e il secondo riguarderà proprio quest’ultimo».

    La serata inizia dall’area bar del locale, intrattenuta dallo sperimentalismo eclettico di Tommaso Rolando, polistrumentista genovese che, nel progetto Stoni, lavora alla modulazione del suono del contrabbasso e della sua voce. Prosegue con la piacevole esibizione di Tomaso Chiarella che canta, come il suo disco “trasparente” ben suggerisce, una quotidianità limpida e schietta, rifacendosi ai poeti e ai cantautori genovesi degli anni ’80. E, infine, salgono sul palco gli Od Fulmine.

    La serata è tutta per loro, quindi nessuna sorpresa che il pubblico si faccia sentire per acclamare la band. Tutti conoscono le canzoni a memoria, segno di un affetto già consolidato da parte dei fan. I pezzi sono forti e lo stile impressiona, nella sua dimensione viva, sul palco. Qui il rock indipendente è sprigionato in tutto il suo voltaggio, ma è contrastato, e quindi accentuato ancora di più, dall’anima folk di ogni brano, che ne scava i motivi più profondi e i sogni più lontani. Spiccano brani come i già citati “Altrove2”, “I preti dormono”, “40 giorni”, “5 cose” e il pezzo -forse- migliore del disco: “Ghiaccio9”.

    Ps Mattia Cominotto prima di salire sul palco ci racconta del furto subito recentemente dal Greenfog studio, qui l’appello alla città che contribuiamo a diffondere.

     

    Nicola Damassino

  • La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    agricolturaNel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone (ed in particolare, di quel segmento che chiameremo “canzone d’autore”), occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza – in particolar modo in Italia – alla musica popolare. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni.

    In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo). Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi – penso sia lecito dire “purtroppo” – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale.

    Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia. Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività.

    C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione. I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili…e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

  • Fiera Internazionale della Musica a Genova, la presentazione e le voci dei protagonisti

    Fiera Internazionale della Musica a Genova, la presentazione e le voci dei protagonisti

    imageCi siamo. Tutto pronto per la Fiera Internazionale della Musica in programma dal 16 al 18 maggio alla Fiera del Mare di Genova. Lo hanno annunciato questa mattina gli organizzatori durante la presentazione alla stampa nella sala conferenze del padiglione B. La giovane struttura affacciata sul mare e progettata dall’archistar Nouvel, sarà il fulcro della manifestazione, ma non l’unica location. Verranno allestiti cinque palcoscenici di 10 metri per otto, postazioni dedicate a dj, un palco dedicato alla libera espressione musicale, l’area incontri e jam session, uno studio televisivo in streaming e molto altro. Trecento eventi in programma nei tre giorni di fiera più altri trecento eventi estemporanei.
    Numeri importanti per una tre giorni di eventi arricchita da tante sorprese, come ad esempio la presentazione in anteprima internazionale del pianoforte più leggero del mondo (parliamo di uno strumento la cui struttura non veniva modificata dal lontano 1825).
    «Grazie a Verdiano Vera, grazie a questi matti pieni di passione che in questi giorni invadono la nostra Fiera – ha commentato Sara Armella, presidente Fiera di Genova – un’occasione per puntare i riflettori su questo “padiglione blu”, una struttura stupenda che ha caratteristiche architettoniche uniche».

    Proprio Verdiano Vera, direttore del FIM, racconta le fatiche per arrivare a questo punto: «In otto mesi di lavoro siamo riusciti a organizzare questo evento nonostante la mancanza di sostegno delle istituzioni. Questo grazie ad uno staff sempre più numeroso e all’appoggio di importanti partner privati, un binomio che ha permesso di arrivare sino a qui, alla presentazione di un evento importante per Genova sia dal punto di vista culturale che turistico. Abbiamo coinvolto sedici istituti alberghieri e arriveranno pullman da tutta Italia e non solo. Avremo visitatori dalla Francia, dalla Spagna e anche dal Giappone e della Corea».

    La passione e la sana pazzia, dunque, non sono gli unici ingredienti. L’obiettivo principe del FIM è quello di offrire un momento di incontro, unire elementi distanti fra loro, ponendosi come contenitore e interlocutore di tutte le componenti del mondo musicale, rivolgendosi ad un pubblico più ampio e toccare tutte le rappresentanze della musica.

    La serata di inaugurazione di venerdì 16 sarà dedicata al chitarrista leggenda Jimi Hendrix, saliranno sul palco diversi artisti uniti nel nome di Bambi Fossati, grande chitarrista genovese oggi alle prese con una brutta malattia. Una dedica speciale, nel giorno in cui tanti compagni di viaggio saliranno sul palco per eseguire i brani di Hendrix, da Marco Zuccheddu ad Andrea Cervetto.

    Grande risalto verrà dato non solo ai tantissimi artisti presenti, sia sul palco che nell’area incontri, ma anche ai tecnici della musica. Su tutti Eddie Kramer, il produttore dei Kiss, l’uomo che ha registrato i Beatles, i Rolling Stones, David Bowie ed Eric Clapton.

    Durante il FIM verranno consegnati anche i FIM awards 2014. Kramer sarà uno dei premiati per la categoria leggende del rock, con lui Bobby Kimball (storica voce e frontman dei Toto), Colin Norfield (tecnico dei Pink Floyd) e il grande batterista internazionale Michael Baker. Per la categoria premio Italia premiati Omar Pedrini, i Gem Boy, il comico Fabrizio Casalino, il cantautore Alan Sorrenti e il chitarrista Andrea Braido. Premio alla carriera per i Camaleonti, Ivan Cattaneo, Don Backy, Mal dei Primitives e i Delirium, oltre al premio speciale legato alla danza per Nicolò Noto. Non è finita, per gli awards saliranno sul palco per la categoria regionale i Buio Pesto, Roberto Tiranti, l’Orchestra Bailam, i Tuamadre e Claudia Pastorino.

    Proprio il leader dei Buio Pesto Massimo Morini e il cantante-bassista Roberto Tiranti hanno voluto intervenire alla presentazione dell’evento per sottolinearne la grande portata e il valore della manifestazione.
    «Il mugugno non serve piu a un belino – ha sentenziato Morini – il FIM è un esempio di sinergia importante e tutta la città deve remare dalla stessa parte. A memoria Genova non ha mai ospitato un evento simile. Deve essere solo l’inizio di un percorso che Verdiano Vera ha condotto fino a qui con grande coraggio, queste realtà creano occupazione e ricchezza».

    Tiranti ha voluto invece porre l’accento sulle polemiche riguardanti il contributo economico richiesto agli artisti emergenti per esibirsi: «Una polemica che proprio non riesco a comprendere, in altnativa si può benissimo restare a casa, a suonare in cantina. Questa è un’occasione unica per esibirsi in una situazione che probabilmente molti artisti emergenti non vivranno più. Non capisco perché criticare il contributo degli artisti, quando il piu delle volte la realtà quotidiana è fatta di esibizioni nei locali che raramente pagano, e se pagano lo fanno poco e male».

    Tutti gli spettacoli e il programma dei tre giorni sul sito ufficiale del FIM.

  • L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    londra-musicista-covent-gardenDILa canzone come traccia/ testimonianza/ segno/ simbolo/ icona sonora di un determinato periodo storico è un tema che abbiamo trattato a lungo lo scorso anno. Ma, nell’avvicendarsi delle trasformazioni storiche, c’è anche qualcos’altro che ha subito profonde modificazioni. Certo, da un lato c’è – chiamiamola – la “spontanea creatività popolare”, ossia il fatto che da sempre c’è chi crea canzoni e musica spontaneamente. Basti pensare alle filastrocche o alle ninna nanne che vengono tramandate oralmente da centinaia e centinaia di anni: chi le ha composte? Nessuno lo sa. Sono il frutto di un’attitudine creativa che si riscontra in tutte le società umane e ne costituisce un comportamento antropologicamente rilevante. Da un altro lato c’è chi ha composto anonimamente musiche destinate ad accompagnare i più diversi culti religiosi. Basti pensare ai flauti, sonagli e cembali che nell’antica Grecia omerica accompagnavano i cortei degli invasati epopti del tiaso di Dioniso, piuttosto che i salmi e gli inni nella religione ebraica e nelle religioni cristiane,unitamente ai canti gregoriani. Chi ha composto queste musiche? Nella quasi totalità dei casi non si sa. Tuttavia questi sono aspetti che potremmo ritenere costanti, comportamenti che, pur nella varietà dei singoli casi, possiamo facilmente rilevare anche oggi.

    Ciò che invece più ci interessa e che progressivamente si è profondamente trasformato è l’insieme delle relazioni sociali che, nel tempo, hanno costituito il contesto in cui hanno vissuto e creato i musicisti “professionisti” che componevano musiche varie e ballate (le antenate delle canzoni). Muoviamo quindi le nostre considerazioni partendo dal medioevo. In quel periodo, un futuro musicista quasi sempre apprendeva le regole della disciplina musicale – ancora bambino – presso gli oratori delle varie parrocchie oppure presso la cappella di corte o nei conventi. Diventato musicista a tutti gli effetti – se non prendeva i voti – come laico poteva riuscire a vivere solo grazie all’ala protettiva dei nobili che, assumendolo a corte si facevano carico del suo mantenimento, a volte corrispondendogli anche una qualche forma di salario e inquadrandolo come facente parte della servitù.

    Solo musicisti straordinari (ad esempio Mozart) potevano godere di una certa autonomia e libertà. Pensiamo però che Haydn (1732-1809, considerato il “padre” della sinfonia e del quartetto d’archi), ad esempio, era tenuto ad indossare in pubblico la livrea come i domestici e che nel periodo in cui ha vissuto, il musicista di corte poteva essere tenuto ad onorare eventuali debiti contratti dal suo predecessore. Haendel (1685-1859) fu uno dei primi musicisti a comporre per un pubblico borghese e pagante, dato che l’Inghilterra si trovava nel pieno di una grande espansione economica con annessi tutti i radicali cambiamenti che le rivoluzioni economiche comportano. In generale possiamo sostenere che per tutto il Rinascimento, e in piccola parte fino a tutto l’ottocento, i musicisti campavano grazie alla protezione di mecenati – nobili e successivamente alto borghesi- che, mantenendoli, gli permettevano di comporre le loro opere.

    Lo stesso Verdi, per un certo periodo, poté continuare a comporre grazie al sostegno di un magnate. Nel ventesimo secolo l’industrializzazione ha imposto nuovi rapporti sociali e la nascita dell’industria discografica, unitamente alla diffusione di strumenti di comunicazione di massa impensabili fino a pochi anni prima (e sviluppati secondo criteri industriali), ha favorito la nascita di nuove forme di espressione, inedite modalità compositive, nuovi stili e quindi nuovi percorsi artistici e profili professionali.

    Una figura professionale comparsa recentemente ed “esplosa” nell’immediato dopoguerra è proprio l’autore di canzoni, espressione dell’industria culturale. La canzone moderna e tutta la cosiddetta musica leggera non avrebbero raggiunto l’invasività che conosciamo se non ci fosse stata l’invenzione del disco – soprattutto del 45 giri – e della radio. Ma questo tipo di prodotto musicale può esistere solamente nella città: nasce e si sviluppa nelle metropoli, ne porta l’impronta, segue i suoi ritmi e, come si diceva all’inizio, ne costituisce un segno avvertibile… anzi, udibile! Il mondo contadino e le sue tradizioni musicali millenarie avrebbero potuto benissimo continuare ad esistere senza le città. La storia ci ha mostrato come proprio i fenomeni di inurbanizzazione e industrializzazione selvaggia, espressione di un capitalismo criminale e predatorio (tutt’ora attivo e in splendida forma), abbiano fortemente compromesso tutta la cultura contadina nel suo insieme.

    La musica popolare

    aran-natura-verde-ambiente-green-DIMa nel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone, occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza alla musica popolare,  in particolar modo in Italia. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni. In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo).

    Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi –  penso sia lecito dire: purtroppo – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale. Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia.

    Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività. C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione.

    I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili… e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

    [foto di Diego Arbore]