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Cantautori, gruppi emergenti e band affermate, la storia della musica, le interviste agli interpreti di oggi e di ieri. La musica live a Genova e gli incontri con i gruppi in sala prove

  • Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    La canzone, lo si è detto, fu uno strumento straordinario per la diffusione delle idee. Nacque così una “linea rossa” ossia una canzone dichiaratamente politica e militante, antagonista della canzone commerciale; una “linea verde” composta da cantautori che, sulla linea dei provos olandesi e dei pacifisti americani manteneva posizioni politicamente più aperte e una “linea gialla”, termine inventato dai discografici per indicare una canzone giovanile ma sostanzialmente di un anticonformismo di maniera e finto.

    Il ruolo esercitato da queste etichette di frontiera (successivamente sarebbero state chiamate “etichette indipendenti”) rivestì, anche in Italia, un’importanza fondamentale. Le già citate Toast Records, L’Orchestra, Ultima Spiaggia, I Dischi del Sole, I Dischi dello Zodiaco, ecc… permisero a gruppi, jazzisti e cantautori minori (o inizialmente tali) di pubblicare e far conoscere i loro lavori. Spesso i titolari avevano una conoscenza diretta degli artisti che producevano e sovente condividevano le motivazioni sociali ed espressive che stavano alla base della loro musica.

    E, indubbiamente, questo lavoro di testimonianza le piccole etichette lo svolgono – con estrema fatica – ancora oggi: è solo la passione e l’intendimento di non mollare che li fa andare avanti, non certo i riscontri di vendite. Anzi, ciò che balza in evidenza rispetto agli anni ’70 è proprio la differenza notevole nei livelli di vendite e, conseguentemente, nello spazio economico, operativo e di diffusione delle idee.

    Prendiamo come esempio due etichette per molti aspetti complementari: I Dischi del Sole e I Dischi dello Zodiaco. Già alla fine degli anni ’60 il catalogo de I Dischi del Sole comprendeva collettivi politicamente schierati come il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano e lavori di jazzisti “colti” come G. Gaslini oltre a compositori contemporanei come B. Maderna, L. Nono, G. Manzoni. L’ambiente che gravitava intorno a questa etichetta comprendeva alcuni intellettuali e operatori culturali di primo piano. Parliamo di – limitandoci a pochi nomi – M. Ovadia, G. Marini, S. Liberovici, R. Leydi, U. Eco, F. Fortini, M. L. Straniero, E. Jona, P. Ciampi, I. Della Mea. Tutti sostenevano apertamente il rifiuto della canzone/musica commerciale e promuovevano una canzone di dichiarato impegno politico. Diversi fra loro provenivano dall’esperienza del collettivo torinese Cantacronache e, certamente, vedevano nel libro “Le canzoni della cattiva coscienza” (1964) un punto fermo da cui partire. La scelta di una canzone militante portò alla costituzione di una “Linea Rossa” (uscì anche un manifesto che ne esplicitava la progettualità politico-culturale).

    Questo aspetto della “linea” mi sembra molto interessante perché contribuisce a far comprendere quale fosse l’attenzione, in quel periodo (siamo alle porte del ’68), rivolta alla “canzone”, intesa come strumento di propagazione (e per alcuni di propaganda) delle idee. Nacque infatti una “linea verde” che comprendeva cantautori – in alcuni casi con contratti stipulati con grosse case discografiche – impegnati ma su posizioni politiche più aperte (F. De Gregori, i Nomadi, F.Guccini ecc…) e una “linea gialla” che, invece, faceva capo a quella canzone finto-impegnata e, sostanzialmente, sganciata da tematiche e ambienti politicizzati.

    Quando nel 1970, in Cile, ci fu la vittoria elettorale del socialista Allende (primo esempio di accesso al governo di un paese da parte di un partito di sinistra, per via elettorale), le due etichette in questione iniziarono a pubblicare la “nueva cancion cilena” (Inti Illimani, Victor Jara, Violeta e Angel Parra ecc…) con riscontri in vendite notevolissimi, aumentati ancora dopo l’11 settembre 1973 a causa dell’orrore internazionale suscitato dal feroce colpo di stato fascista – diretto dagli americani – del generale A. Pinochet. Il grosso riscontro di vendite di quel tipo di etichetta era, sostanzialmente, dovuto al fatto che buona parte del loro catalogo rispecchiava ciò in cui il “movimento” si riconosceva: che si trattasse di gruppi rock o progressive, jazz o canzone, quello era il “suono della storia”, il suono di quella parte di persone che, in Italia come in molte parti del mondo, si dichiarava contro il perbenismo ipocrita, le ingiustizie, il moralismo, gli atti criminali del capitalismo.

    Ciò che si intende sostenere è  che la vitalità politico-sociale di quegli anni (e la progettualità politica che ne scaturiva), fecero fiorire una protuberanza anomala nella fisiologia del mercato; una zona, in espansione, di relativa libertà, non controllata dai grandi gruppi di potere. E questa apertura si verificò non solo nella discografia ma anche nell’editoria, nella produzione cinematografica, come nel mondo dell’arte, della moda, del costume. Per un breve – e illusorio momento – si ridisegnarono nuovi equilibri.

     

    Gianni Martini

  • Tomakin live al Teatro Altrove: ecco a voi l’epopea di uno qualunque

    Tomakin live al Teatro Altrove: ecco a voi l’epopea di uno qualunque

    tomakinAcqui Terme, 2000. Nascono gli House of Joy, attorno alla voce di Alessio Mazzei, la chitarra di Giovanni Facelli e le tastiere di Joy Pistarino; 2003, la formazione rinnovata cambia nome, con l’omaggio a Paul Klee: 17perso. Si iniziano a intuire le inclinazioni del progetto, e le prospettive sono promettenti. Nel 2011 le promesse vengono mantenute. L’ingresso di Valerio Gaglione alla seconda chitarra, Manuel Concilio alla batteria, Denis Martino al basso e Federica Addari alla voce e synth, definisce l’organico del nuovo gruppo: i Tomakin.

    Con un altro riferimento impegnativo, questa volta Aldous Huxley, il Mondo Nuovo (Thomas Tomakin, direttore del centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale), il genere approda a una «new wave, che è la grande influenza musicale del gruppo, fermamente indipendente, esigenza intellettuale imprescindibile», come ci racconta Alessio.

    Geografia di un momento“, esordio discografico, ripercorre i passi compiuti in quasi una decade di musica, riproponendo i brani più importanti, come “Quando sogno” e “Joasia“; ma è con “Epopea di uno qualunque” che si è di fronte alla prima vera fatica discografica, un concept strutturato in una rassegna (spesso autobiografica) dell’antieroismo genuino della vita. Per questo “oggi non è un problema, domani non è un teorema pensare a un vivere eccezionale” (Quasi mai delusi): l’epopea di una quotidianità noiosa disillusa, ma non per questo meno epica, l’epopea della “gente che costituirebbe a prima vista una massa anonima ma che, se indagata con solo un poco di attenzione, riserverà molte sorprese e curiosi aneddoti: insomma gente di cui vogliamo raccontate per rendere il doveroso tributo all’incanto del quotidiano che da sempre ci avvince, come se ci trovassimo in un travolgente remake neorealistico, in una metafisica dell’effimero e del banale” (Pier Vittorio Tondelli).
    Uscito nel 2013, per la produzione esecutiva di Michele Bitossi e con la produzione artistica di Fabio Martino (Yo Yo Mundi, in studio e sul palco con Ivano Fossati, Franco Battiato, Giorgio Gaber, Manu Chao) e Mattia Cominotto (ex Meganoidi, già al lavoro con Tre Allegri Ragazzi Morti, Numero 6, Lava Lava Love), il disco raccoglie consensi unanimi ed entusiasti attraverso un numero eccezionale di recensioni lusinghiere. Da aprile a settembre, i Tomakin hanno tenuto circa venti concerti, fra cui gli opening-act a Jutty Ranx e Motel Connection, a proprio agio con artisti, a prescindere dal genere, indipendenti, vera e propria filosofia artistica prima ancora che inclinazione musicale.

    tomakin-2L’Altrove ha tutte le carte in regola per candidarsi come palcoscenico perfetto, offrendo impianti tecnici all’avanguardia e un pubblico entusiasta. Il tappeto ritmico del basso si stende sotto l’impalcatura granitica della batteria e il synth pungente si innesta sulla voce tiratissima, creando un dipinto musicale che assomiglia a un Pollock manierista. Noise rock consapevole e non casuale, un’esibizione matura e, rispetto all’incisione algebrica in studio, disinibita e muscolosa. I Tomakin propongono i personaggi e le attitudini che abitano la loro epopea, la frustrazione di chi sottostà alla Legge di Murphy e sa bene che “quando le giornate iniziano male è quasi impossibile farle cambiare”; dai postumi dell’euforia artificiale di un Rave, in cui sono “sempre frantumati gli apparati razionali”, all’Epopea di uno qualunque, quello che, come tutti prima o dopo “cominciò ad odiare il suo parquet in teak, poi guardò la ballata di Stroszek” e, di conseguenza, a “recitare per mancanza di consolazione, morire di paura per eccesso di immaginazione”. Il concerto cresce di intensità canzone dopo canzone: il pubblico è coinvolto, in piedi davanti al palco a ballare; Alessio si “gasa tantissimo” agli effetti di Berna, Meganoide e tecnico del suono d’eccezione, sfoderando al microfono tutta la potenza della sua voce; Giovanni salta giù dal palco chitarra al braccio, fondendo musicista e spettatore in una sola persona.

    «Genova rimane la città con il posto privilegiato nel cuore del gruppo», ci rivela Alessio a fine concerto; «qui registriamo, negli studi di Greenfog, e qui abbiamo parte delle nostre radici». L’acquese è da sempre un terreno fertile per le formazioni musicali di un certo spessore: basti pensare ai Knot Toulouse, gruppo ormai leggendario dell’underground folk-psichedelico e agli Yo Yo Mundi, formazione combat folk rock affermatasi ormai a livello internazionale. Con l’augurio che i Tomakin confermino sempre di più quello che hanno dato prova di essere: una realtà di punta dell’intero scenario indipendente.

     

    Nicola Damassino

  • Alloisio e il suo Vangelo: come se la passa il teatro canzone nel 2013?

    Alloisio e il suo Vangelo: come se la passa il teatro canzone nel 2013?

    alloisio-martiniNon rimarranno certo delusi i nostalgici del cantautorato anni ’70, quello che riempiva le sale con pochi semplici ingredienti e aizzava i cuori speranzosi, il cantautorato che avanzava i primi passi verso il teatro, seguendo le orme di Gaber, Luporini e… Gian Piero Alloisio.
    Ieri nella Sala Trionfo del Teatro della Tosse è andata in scena la prima del “Vangelo secondo Gian Piero“, lo spettacolo di teatro canzone scritto e interpretato da Gian Piero Alloisioaccompagnato dalle sapienti dita del maestro Gianni Martini – che rimarrà in scena sino a domani (domenica 22 dicembre).

    Martini è compagno di viaggio di Gian Piero già ai tempi dell’”Assemblea Musicale Teatrale”, un progetto musicale che a partire dalla seconda metà degli anni ’70 riuscì a collezionare successi e collaborazioni di tutto rispetto. Tournèe con Guccini, Gaber… mica roba da tutti. E pazienza se oggi, agli occhi e alle orecchie dei più giovani, questo teatro canzone nudo e crudo risulterà un po’ “antico”, fa parte del gioco. I nostri due ex Assemblea sono sicuramente i primi a saperlo e non se ne curano, giustamente, perchè non avrebbe senso fingere di essere quello che non si è. I tempi cambiano, gli artisti restano, testimoni del cambiamento.

    «Fu Don Gallo a chiederci di salire sul palco del Carlo Felice per la grande serata musicale in onore di Faber – racconta sul palco Gian Piero – cantammo “King”, la storia di uno spacciatore dei vicoli, ed entrammo in classifica. Poi è arrivato il momento del brano “Ogni vita è grande”: è stato scelto come colonna sonora dell’evento “One World, One Family, One Love” alla presenza del pontefice Benedetto XVI e grazie a quella trasmissione in mondovisione il pezzo è stato scelto da Gianni Morandi per il suo ultimo disco e sta facendo il girod el mondo. Questo per dire che se fosse stato per i discografici saremmo già spariti da trent’anni!». Ironizza Alloisio sul palco, vuole parlarci del “suo” Vangelo e questi due testimonial d’eccezione sono il primo tramite in questo breve viaggio fra il sacro e il profano. D’altronde il teatro canzone di Alloisio è un marchio di fabbrica ben noto al pubblico, la freddura è sempre dietro l’angolo e ha il compito di distendere la sala che può così abbandonarsi alle risate liberatorie.

    Alloisio e Martini portano sul palco della Tosse la loro musica semplice, senza ghirigori. Eseguono i successi come “Ogni vita è grande”, “King”, “Venezia” e gli inediti, fra cui spicca “Chiara Luce”, un pezzo intenso che racconta la storia di una ragazza morta a soli 18 anni per una grave malattia e che decide di indire una grande festa prima di lasciare il mondo. La bravura degli esecutori non è in discussione, la chitarra di Martini è coinvolgente e la voce di Gian Piero è riconoscibile in mezzo a mille altre, non ci si può sbagliare.
    Nessun trucco, nessun inganno; Gianni e Gian Piero uno accanto all’altro in mezzo al grande palco deserto, camicia scura fuori dai pantaloni, due sedie e tre chitarre, una di queste appoggiata alla sedia, così, alla buona… mentre le luci di scena fanno risplendere le due canute chiome. Fra una lettura del Vangelo e una canzone, lo spettacolo ci parla delle tentazioni che Gesù riesce a domare provocato da quell’esserino dispettoso di nome Satana. “A volte sono ateo, a volte sono il tuo viso… Impara mio signore, ho il cuore bipolare. In ogni mia emozione io sto con l’opposizione”, canta Gian Piero… Ma nessuna paura, lo spettacolo non pretende di regalarci nessuna verità nascosta, alla fine finisce persino a taralucci e vino, o meglio, a taglierini e pesto.
    Perché la “genovesità”, ancora una volta, si rivela ingrediente fondamentale nell’opera di Alloisio.

     

    Gabriele Serpe

  • Bobby Soul e Alessio Caorsi, il duo acustico: anche questa è movida

    Bobby Soul e Alessio Caorsi, il duo acustico: anche questa è movida

    Bobby Soul Alessio CaorsiBobby Soul, all’anagrafe Alberto De Benedetti, non è un nome che suonerà nuovo a chi il panorama musicale genovese lo conosce e lo frequenta da anni. Con alle spalle oltre un ventennio di musica, Bobby Soul si contraddistingue per un’attività instancabile, che non si limita alle apparizioni dal vivo, ma comprende anche attività teatrale (in collaborazione con il Teatro Garage di Genova). Non solo: definire versatile un musicista come lui sarebbe riduttivo. La sua tentacolare vivacità musicale ha condotto la sua ricerca verso rotte non così trafficate, con risultati sorprendenti. Black music, funk, elettronica, blues, country, il tutto magnificamente amalgamato da una voce poliedrica e inevitabilmente soul.

    Dal dj set al gruppo tradizionale, il genovese ha dato vita a progetti musicali importanti: dalla musica etnica dei Sensasciou, “gruppo che ha contaminato ritmi giamaicani e afro-americani con la tradizione popolare genovese”, alla scena indipendente con le Voci Atroci, “gruppo a  cappella dalle vertiginose e bizzarre performance vocali guidato dall’attore musicista Andrea Ceccon”, alla consacrazione internazionale dei Blindosbarra, “probabilmente la più importante formazione funk italiana” (prodotti da Ben Young dei Massive Attack). E ancora Contesti Scomodi, Les Gastones, Mellow Yellow, Soltantosoul, Funk-in-Italia, a dimostrazione di quanto vorace sia la sua l’esigenza di fare musica.

    Difficile, con un curriculum del genere, rinunciare a un’esibizione acustica dei BlindBonobos, al Kitchen di Genova, nel cuore del centro storico e della movida del sabato sera, ingresso libero. Capitiamo quasi per caso davanti alla locandina, e subito decidiamo di entrare. Il Kitchen accoglie come pochi locali sanno fare, offrendo un ambiente squisitamente arredato e un’illuminazione perfetta. Il piccolo palco nell’angolo della sala principale sembra fatto su misura per l’esibizione: voce e chitarra, Bobby Soul e Alessio Caorsi.

    Boccale di birra e si parte con la potenza di un duo che non ha nulla da invidiare a una band. La chitarra di Caorsi è proteiforme: uno strumento che esaurisce l’intera sezione strumentale; e il polso del chitarrista è esaltante: riesce a far venire voglia di ballare, restituendo alla ruvidezza delle corde un groove caldo. Bobby Soul, invece, suona il microfono. La sua intesa con il chitarrismo sostenuto del suo socio è alchemica, dà profondità al suono e si impone con un lirismo nero che emerge dai polmoni e si infrange nella gola.

    La voce sanguigna di Bobby Soul sfugge alla rarefazione stilistica, impone il sangue e il sudore alle note, declina i testi come urgenze emozionali, scopre il nocciolo del reattore lasciando emergere tutta la sua energia senza censure e dunque, inevitabilmente, scuote e coinvolge. Il suo piede scandisce il ritmo di ogni pezzo, sbattendo il tallone su un cajon amplificato. La serata procede con pezzi come Hurt (Nine Inch Nails, Johnny Cash), Personal Jesus (Depeche Mode) e Seed 2.0 (The Roots), ma anche inediti dell’ultimo album, il ventesimo della sua carriera.

    A fine serata il pubblico è in autentico visibilio. Non si vuole tornare a casa e, soprattutto, non si vuole lasciare andare via i due musicisti. Si susseguono i bis e se ne perde il conto, tra gli applausi unanimi.

    A fine serata scambiamo due chiacchiere con Bobby Soul e da tutto questo eclettismo, scopriamo che la vera ispirazione della sua musica rimane «la psichedelia, da Jimi Hendrix ai Pink Floyd, fondendone le sonorità alle sincopi del funk». Una sorpresa che fa da preludio alla sua impressione, tutt’altro che scoraggiante, sul panorama musicale genovese «promettente e vivace come pochi altri sul territorio nazionale, che si riflette in un’attività live genuina, nei locali, a stretto contatto con la gente, e non distaccata come un’esibizione da stadio, dove la musica può esprimersi ed entrare nell’anima del pubblico». Un palcoscenico perfettamente coerente con la natura della black music, musica di strada, quella “ghetto music” che a Genova trova terreno fertile per esprimersi.

     

    Nicola Damassino

  • Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Muse concerto liveNelle scorse uscite abbiamo confrontato il rifluire dei movimenti sociali e rivoluzionari degli anni ’70 con l’affievolirsi degli spunti creativi di gruppi e solisti, sottolineando l’emergere di una tendenza: il grosso successo commerciale e di pubblico, riducendo il “progetto artistico” a “prodotto di mercato” come tutti gli altri, tende a eroderne la credibilità, in termini di autenticità espressiva. E questo è quello che accadde dopo i primi anni di slancio del Movimento.

    L’allargarsi dei tentacoli delle grosse case discografiche determinò, almeno nelle linee generali, quanto segue:

    1) successo internazionale di tutti i gruppi rock, progressive ecc… più significativi, in una scena musicale quasi esclusivamente dominata dalle band anglo-americane, fonte d’ispirazione per migliaia e migliaia di gruppi e musicisti in tutto il mondo. Successo dai riscontri economici, in alcuni casi vertiginosi (partendo dai Beatles e dai Rolling Stones, occorre citare almeno: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Police e altri, ovviamente; considerevoli, anche in ambiti più vicini al jazz, Miles Davis, Keith Jarret, ad esempio).

    2) progressivo inquadramento delle produzioni musicali in strategie di mercato, a loro volta animate da strategie promozionali, tramite poderosi uffici-stampa, apparati di merchandising, trovate pubblicitarie, finalizzate alla vendita di un prodotto che, soprattutto in ambito rock, cominciava ad avere costi di realizzazione piuttosto elevati.

    3) questo “inquadramento” portò ad uno svilimento della portata creativa dei progetti musicali e, quando non ne fu il principale responsabile, certamente non aiutò la creatività.

    È un discorso piuttosto complesso che implica quindi una giusta digressione, al fine di ben comprendere, e forse far cadere, qualche luogo comune un po’ ingenuo. Da un lato, infatti, dobbiamo considerare la relativa caduta d’ispirazione – fatto probabilmente fisiologico – che a volte poteva iniziare a farsi sentire già dopo i primi album (sembrerebbe praticabile una messa in relazione tra il rifluire dei movimenti sociali e l’affievolirsi della spinta creativa di rottura sul piano dei linguaggi espressivi. Ne parleremo…), da un altro lato non dobbiamo pensare che i musicisti e i gruppi di quel periodo fossero dei martiri pronti ad immolarsi sull’altare della purezza musicale, almeno non tutti. Certo, tenevano all’originalità dei loro progetti, ma la possibilità di avere un buon contratto con un’importante casa discografica (e con l’indotto che questo avrebbe comportato: stampa, tournèe, nuove registrazioni, popolarità, royalties ecc…), magari dopo anni di prove in cantina… insomma, se uno fa il musicista di professione si augura di poter vivere con la propria musica, no?

    Ma il contratto con una grossa casa discografica, come dire… aveva dei vincoli. Nel senso che quasi sempre occorreva rapportarsi con “figure professionali di mediazione” come il “produttore artistico” e/o il “produttore esecutivo”. Spesso queste figure, appartenenti allo staff della casa discografica, seguivano il gruppo molto da vicino, spingendo nella direzione di accontentare i gusti di un pubblico più vasto, rispondendo quindi a “ciò che vuole la gente” (quante volte ho sentito questa frase…). Se il gruppo aveva un forte potere contrattuale, oppure, semplicemente si aveva la certezza di un certo riscontro di vendite, queste spinte potevano esercitare un’influenza solo marginale; in altri casi, invece i produttori artistici e le case discografiche potevano intervenire pesantemente, avendo sempre come obbiettivo la realizzazione di un prodotto il più vendibile possibile.

    Va comunque ribadito che non è vero che tutti i produttori artistici o esecutivi delle case discografiche non capivano (o non capiscono) nulla. Questo mi sembra, francamente, un atteggiamento contrappositivo un po’ sterile. Certo, molti sono incompetenti, altri rimangono vittime della logica spicciola del mercato, ma esistono (ed esistevano) anche produttori seri e competenti. Ed è ovvio che nel dire questo, mi baso sulla mia modesta esperienza personale, svoltasi in Italia, ma non credo che in Inghilterra e in America fosse (sia tuttora) molto diverso. Parallelamente a tutto questo, rivendicando un modo diverso di fare discografia, più rispettoso dell’autonomia creativa di ogni singolo artista, nacquero delle nuove etichette, spesso fondate da musicisti. Basti pensare alla Island e alla Vertigo, etichette inizialmente piccole che misero sotto contratto gruppi come i King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Jethro Tull, Jentle Jiant, Traffic e altri, ovviamente.

     

    Gianni Martini

    [foto di Claudia Baghino]

  • Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    band musicaIn arrivo un’altra novità dall’associazione Habanero, attiva ormai da tre anni sul territorio genovese attraverso l’organizzazione di eventi “indie” che sono diventati appuntamenti fissi per gli appassionati: a breve uscirà un bando di concorso per video musicali a produzione indipendente, iniziativa che denota attenzione per una realtà che in loco è effettivamente molto vivace e prolifica ma che non gode della sufficiente visibilità. Ne abbiamo parlato con Emanuele Podestà, art director di Habanero.

     

    Come nasce l’idea di Cinebox?

    «In continua ricerca, un viaggio sul linguaggio in generale che è partito con la scrittura, passando per la musica, aveva un naturale passaggio nei video musicali. Cinebox nasce dalle risposte e dai feedback di Babel, Festival di editoria, musica e persone indipendenti, la cosa alla quale siamo più affezionati tra quelle che facciamo. Quindi Cinebox nasce come nuova occasione per stare insieme come piace alla gente che è solita seguirci».

     

    Come si svolge il contest , quali sono le fasi, chi può partecipare?

    «Prima di Natale uscirà il bando con le nomination e le categorie alle quali iscriversi, poi fino a marzo ci sarà la fase nella quale sceglieremo i vincitori. Sceglieremo tutti insieme. Il tutto culminerà con una festa il 5 aprile presso Villa Bombrini. La Villa d’estate è uno spazio molto bello per i concerti, noi vorremmo far vivere anche l’interno grazie alla Genova Liguria Film Commission e Società per Cornigliano».

     

    Mi sembra di capire che avete scelto di riservare una categoria ai video genovesi: quali sono le caratteristiche e le motivazioni della categoria “local heroes”?

    «La scena musicale e, in generale, artistica genovese è maturata molto negli anni e merita tutto il risalto che le riusciremo a dare. Soprattutto perché vogliamo premiare anche tanti “addetti ai lavori”, la gente che lavora dietro un video o un progetto, è la nostra speranza più grande».

     

    Il pubblico dei social è chiamato a partecipare col ruolo fondamentale di giudice: in questo modo non si corre il rischio classico che vada avanti non chi ha prodotto il lavoro migliore ma chi ha più contatti e riesce quindi a farsi votare di più?

    «Noi siamo degli inguaribili neoromantici metropolitani dalla parte della gente, la gente voterà bene le categorie (non sono tutte) nelle quali è chiamata a svolgere ruolo di giudice. Vedrete».

     

    Dall’esordio come collettivo di scrittori alla casa editrice all’organizzazione di eventi e ora questo contest… molte cose in poco tempo, tre anni se non sbaglio. Quanto vi è costato questo percorso in termini di sacrifici? Quali i momenti più duri e quali i feedback positivi che vi hanno fatto continuare? Come affrontate uno scenario fosco come quello odierno? Visto che i nostri ministri non fanno che ripetere che con la cultura non si mangia, voi cosa rispondete con la vostra esperienza? Riuscite a “mangiare” con quello che fate?

    «Sacrifici? Per noi è un piacere, tutto qua. Se ci riusciamo a mangiare, a vivere?… Beh, sulla questione pratica non so che dirti,  sicuramente non riusciremmo a vivere senza fare queste cose. È un progetto che va al di là del ritorno immediato. Abbiamo responsabilità che dobbiamo non tradire ormai. Tre anni dal primo libro, due dal primo concerto: comunque fa impressione anche a me!»

     

    Avete portato a Genova nomi importanti del mondo artistico-musicale e per di più in luoghi della cultura cittadini assolutamente riconosciuti: uno si immagina, a pensare al piccolo collettivo che contatta il grande nome, chiusure e rifiuti. Come siete riusciti ad ottenere fiducia? Avete incassato o incassate ancora dei no?

    «Per quanto riguarda gli artisti, il mondo della musica è aperto, vivo, disponibile, mai avuto chiusure o preclusioni. Sappiamo i nostri limiti e le nostre forze (entusiasmo ed educazione) e quindi sappiamo chi contattare. Abbiamo la stessa fortuna anche con le Associazioni, gli Enti e le Fondazioni che ci aiutano e ci ospitano, creiamo un rapporto di fiducia, ci mettiamo tutta la speranza e la passione che abbiamo e questo è l’unico segreto per associazioni come la nostra».

     

    Partecipanti e pubblico votante possono seguire la pubblicazione del bando e gli step del concorso sulla pagina Facebook di Cinebox.

     

    Claudia Baghino

  • Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    Il business della musica ribelle: la fortuna delle major negli anni 70

    giradischi-vinileDopo i primi anni di cambiamenti sociali (metà anni sessanta), periodo in cui i movimenti innovatori vivono un’esistenza prevalentemente “underground”, le grandi case discografiche – intuendo l’enorme business – iniziano a inserirsi nel gioco, da un lato mettendo sotto contratto gli artisti espressione autentica di quei movimenti, dall’altro producendo ad hoc artisti completamente inautentici, purché avessero il sapore della trasgressione, che semplicemente la evocassero.

    Contatto tra i nuovi fermenti musicali e le majors fu il “talent scout”. Questa figura professionale tipica di quel periodo, spesso era un giovane che, facendo parte di quell’ambiente, ne conosceva anche le espressioni artistiche. Improvvisamente, quindi, da qualche costola delle odiate “major” si affacciarono sul mercato etichette discografiche fondate ad hoc per i nuovi linguaggi espressivi; oppure etichette nate come “indipendenti”, nel giro di qualche anno vennero assorbite dalle grosse case discografiche che, tutt’al più, lasceranno loro la facciata di etichetta indipendente semplicemente per non perdere quel segmento di possibili acquirenti; ma soprattutto iniziano a comparire sul mercato discografico, prodotti “finti”, ossia realizzazioni di un “qualcosa che assomigliasse” nel suono, negli atteggiamenti, nell’immagine, nel logo, nei testi, nel “gesto musicale”, alle produzioni espressivamente più significative. Il tutto coniugato in una scala di “novità” pseudo originali, con l’obiettivo di accontentare tutti.

    Ciò che veniva a mancare – banalmente – è “solo” l’insieme delle profonde e autentiche motivazioni che spinsero a quelle creazioni originali. Quando poi si arriva a sentire Beethoven, Miles Davis, Hendrix, Doors o F. De Andrè impiegati come “colonna sonora” di spot pubblicitari…beh…ciao!! Ormai, la loro carica innovatrice è stata centrifugata e restituita come schiuma da barba!

    Certo, tutto questo è successo – e succede tuttora – in particolare per la “musica giovanile”: rock, pop, canzone, funky, rap… ossia in pratiche musicali di maggior vendibilità. Meno, per quanto riguarda la scena jazz, blues e classico-contemporanea. Anche se occorre ricordare che il cosiddetto “easy listening” della fine degli anni ’70- e tuttora presente, in costante attualizzazione/adattamento – di grande riuscita discografica (l’etichetta americana “GRP” di D. Grusin e L. Reetenour ne fu una delle massime espressioni) altro non è stato che confezionare un prodotto di ascolto immediato (in grado, cioè, di raggiungere un più vasto pubblico di consumatori – appassionati di musica) che potesse vantare grandi interpreti/autori, un alto livello qualitativo delle esecuzioni, un richiamo a sonorità jazz e blues, lasciandone cadere, tuttavia, gli aspetti espressivamente più spigolosi (e autenticamente “di rottura”), rendendo il suono più “moderno”, senza escludere riferimenti stilistici, vicini al pop e al rock.

    E volendo aggiungere un esempio nell’ambito della canzone, si potrebbe ricordare quella che Luigi Tenco menzionò nel suo drammatico e chiarissimo messaggio d’addio: “La rivoluzione” cantata al Festival di Sanremo del 1967 da G. Pettenati. Canzone finto-trasgressiva/protestataria che, titolando esplicitamente “La rivoluzione”, parola tabù, cercava di suggerire un’immagine di anticonformismo giovanilista. Oltre vent’anni dopo un altro esempio di produzione musicale finto-ribelle trovò sempre nel palco del Festival di Sanremo (e il fatto non va ritenuto un caso) il contesto “ideale”. E si tratta di un cantante, Scialpi, che, se non ricordo male, si presentò con i blue jeans mezzi stracciati, con una curatissima mise pseudo punk/pseudo trasandata/pseudo ribelle. A chi intendevano rivolgersi G. Pettenati e Scialpi? Obiettivo dei loro produttori era evidentemente quello di agganciare quella parte di pubblico giovanile che si sarebbe accontentata di atteggiarsi a “ribelle”, non intendendo minimamente esserlo sul serio: uno scambio giocato tutto sul piano simbolico (il modo di vestire, i gadgets, l’ascolto musicale…), tenendosi ben lontani dai processi sociali reali che quei simboli crearono.

    Anche la musica classica non fu estranea a questo fenomeno. Ricordo un ensemble, “Rondò veneziano” che proponeva brani strumentali di sapore rinascimental-barocco, come dire una musica rilassante, melodica che non creava tensioni, rivolta trasversalmente ad un pubblico anonimo e conformista. Infatti sogno del direttore generale di qualsiasi major ritengo sia quello di produrre un catalogo in grado di accontentare, come si diceva, “tutti” e semplicemente spingendo il prodotto che in quel determinato momento si ritiene possa vendere di più. 

     

    Gianni Martini

  • Stév al Garage 1517: acustica ed elettronica si incontrano

    Stév al Garage 1517: acustica ed elettronica si incontrano

    stev-live-garageIl Garage 1517, il nuovo locale di Vico degli Indoratori, si potrebbe candidare come punto di riferimento di una formula innovativa per Genova, efficace ed eclettica: mercatino dell’usato, bar, spazio artistico e musicale, quest’ultimo gestito dall’associazione LESSisMORE, fondata nel 2011 dagli stessi proprietari del Garage. Insomma, come si presentano loro stessi, “a container where vintage culture enviromental sustainability, music and arts can join the same place chilling together”. Se l’eclettismo, quindi, può essere la parola chiave del posto, eclettico si può definire anche lo stile musicale di Stèv, giovane e promettente polistrumentista elettronico e ospite dell’appuntamento musicale di mercoledì sera.

    Pseudonimo di Stefano Fagnani, Stèv coniuga due aspetti della musica che apparentemente sembrano inconciliabili: l’acustica dello strumento reale e l’elettronica del campionatore sintetico, amalgamandone sapientemente le strutture e realizzando un prodotto maturo. Attenta alla melodia, la sua ricerca coniuga il suo interesse anche per il suono e il rumore (come si legge sul suo blog).

    Accolti dalla simpatia dei ragazzi del Garage e tesserati all’ingresso, saliamo nella saletta al primo piano, spazio genuinamente riservato alle esecuzioni live. Un ambiente familiare, sobrio e decisamente vintage. Poltroncine, divanetti e un arredo soffuso e vinilico fanno da sfondo al set di Stèv: una tastiera, due pad, una loop station, il portatile e una chitarra acustica. Ci avviciniamo subito mentre armeggia con la sua strumentazione, un musicista di 22 anni che dimostra immediatamente di sapere il fatto suo. Chiacchieriamo 5 minuti prima dell’inizio della serata, giusto per conoscerci un pochino meglio e magari stemperare un po’ la tensione. Ma evidentemente non c’è ne molto bisogno: Stèv ci rivela di avere un’attività live piuttosto vivace, decisamente un buon segno, sia per la sua età che per la qualità della sua produzione. Oltre a farsi conoscere in patria, vanta esibizioni addirittura a Berlino, al Minimal Bar.

    Inizia l’evento con il calore del pubblico del Garage, che fin dai primi loop dimostra un’accoglienza particolare, diventata a fine serata vero e proprio entusiasmo. L’atmosfera del posto riesce a essere complice della risposta dei presenti, che ormai hanno riempito la stanza. Stèv, da parte sua, si muove perfettamente a suo agio tra un accordo di sintetizzatore e una sequenza di drum pad, tra un arpeggio di chitarra e una modulazione di effetti. L’electro-ambient dei suoi brani è consapevole del proprio minimalismo, facendone un punto di forza equilibrato, senza eccedere nella sovrapposizione di tracce né scadere nel semplicismo. Insomma, Stèv ha fatto suo in modo limpido il motto che da nome all’associazione: “less is more”, già celebre slogan di Ludwing Mies van der Rohe, architetto e designer tedesco a cui i fondatori intendono rendere omaggio.

    La serata procede con le esecuzioni dei brani dei suoi primi due EP, Windmills e Colorless Sky. Il suono è diverso rispetto alle tracce su SoundCloud: la versione live dei pezzi rende a meraviglia, e svanisce quell’effetto saturato della registrazione in studio. Via la sterilità digitale, emerge una profondità di suono efficace, in cui predomina più potenza degli effetti e maggiore incisività del reparto ritmico. Le percussioni si fanno protagoniste, sia scandendo le linee armoniche degli strumenti, sia coinvolgendo i giochi di rumore che la ricerca di Stèv offre e che ne personalizzano le composizioni.

    Emergono Paint Me Like the Sky e Lullaby su tutte, con momenti di coinvolgimento del pubblico che -forse- neanche Stèv si aspettava. A richiesta anche il bis del primo brano, cosa che, di certo, si dovrà abituare a fare, visto quanto si sta dimostrando promettente. A giorni, il 10 Dicembre, uscirà il suo terzo EP intitolato Elsewhere. “Awesome show yesterday in Genoa, one of the best places with the kindest people, it was really a pleasure playing there!” è il saluto che Stèv riserva su Twitter, augurandoci che l’intraprendenza di Stefano e dei ragazzi del Garage abbia la fortuna che merita e che venga accolto l’invito di LESSisMORE, “tutti a Genova, che è una bella città”.

     

    Nicola Damassino

  • La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    adriano-arena-3Adriano Arena è un chitarrista genovese che dal 2000 è professionista. Tra tribute band, collaborazioni in studio e dal vivo con numerosi cantautori (anche all’estero, nel Regno Unito) e con un’attività di insegnamento del suo strumento che dura dal 1998, è diventato difficile seguirlo nei suoi spostamenti. Siamo riusciti a “fermarlo” fra un viaggio e l’altro per questa intervista, una chiacchierata per provare a capire meglio lo stato delle cose per chi vive di musica nella nostra città.

    Sei un musicista che da qualche anno ha deciso di fare della musica la sua professione. Da qualche tempo ti dividi tra Pontassieve, Toscana, e Genova.  Qual’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso – se c’è stata –  nel tuo allontanarti da Genova, almeno in parte?

    «In realtà non c’è stata una ragione improvvisa: negli ultimi anni la mia vita privata si divide tra Genova e la Toscana, e diciamo che a Genova col passare degli anni sono venuti scemando dei rapporti, umani e lavorativi, che per me erano importanti. Con ciò non vuol dire che in Toscana ho trovato un paradiso dei musicisti! Semplicemente, ho visto che Genova non era più la mia città preferita, pur essendoci nato, cresciuto. Il fattore umano ed il rispetto per il mio lavoro sono cose da cui non prescindo. In Toscana, sarà per il carattere della gente più effervescente rispetto al genovese in generale, può essere uno stimolo collaborare con gente che ha un approccio alla musica differente dal tuo».

    Molte delle tue considerazioni sul tuo lavoro – prese dai social network  – sono sfoghi del momento in cui lamenti la scarsa cultura generale e la scarsa considerazione, anche economica, per il mestiere del musicista…

    «Premettendo che quello che scrivo su Internet, ad esempio su Facebook, sono degli sfoghi in reazione a fatti che lì per lì ti fanno uscire di testa. La realtà è che spesso mi trovo di fronte persone che non capiscono la validità di quello che ho da proporre, almeno come musicista. Il fattore denaro conta, ma di più conta chi ha in mano la situazione in quel determinato posto e in quella determinata occasione. Ultimamente penso che ci sia investimento sulla quantità e non sulla qualità, e manchi una volontà di investire su qualcosa che può dare un risultato nel tempo. Io ho collaborato con un locale che ha fatto quest’ultimo tipo di scelta per cinque anni, ovvero musica di qualunque genere, però con una qualità ben definita, e devo dire che c’è stato un buon successo di pubblico, con una base di audience  fedele che veniva ogni sabato. Sta diventando un classico il locale che dice di fare musica dal vivo e non ha l’impianto! C’è un tiro al risparmio che sotto molti aspetti è devastante per tutti, pubblico e musicisti».

    adriano-arenaDomanda difficile: definisci la tua professionalità.

    «Domanda difficile e semplicissima per come la vedo io! Essere professionale per me vuol dire: uno, essere puntuale, salvo inconvenienti e contrattempi. E per me vale anche da altre parti. Se io ti do un appuntamento alle otto del mattino e ti presenti alle dieci, per me non sei professionista. Bisogna essere precisi nel ricordarsi i propri impegni, l’orologio è importante e fa la differenza! Il rapporto umano può essere un’altra cosa importante, cioè, sapersi rapportare con le altre persone, avere comunque un dialogo. Bisogna sapersi adattare a varie esigenze, nei limiti della decenza, però bisogna sicuramente parlare prima con chi ti propone una certa cosa, e, se la accetti, devi stare ai suoi termini, non ai tuoi.
    Poi, la scelta del suono. Se sei un chitarrista devi passare ore di studio anche per curare il tuo suono, in modo che questo sia quasi definitivo dal vivo ed in registrazione, quando lo affidi ad un fonico. Questo comporta anche meno perdita di tempo.
    Ma attenzione, essere professionisti non è sinonimo di professionalità! Andando avanti nel tempo scopro musicisti professionisti che non fanno prove, o che fanno storie e preferiscono provare tutto un’ora prima del concerto. Questo mi manda in bestia: il prodotto che vendo deve essere perfetto. Se uno compra un’automobile, non la compra certo con la porta rigata. E poi mi domando… in fondo stai suonando, non trasporti sacchi di cemento, perché ti pesa provare? A volte vedo “credere” in un progetto più la persona che lo fa per passione, piuttosto che chi lo fa per lavoro…»

    Domanda provocatoria, ma nasce anche dalle tue risposte precedenti: perché la gente vuole suonare? Se la situazione è così come descritta, perché, ad esempio, la gente prende lezioni di chitarra da te?

    «Beh, a volte mi chiedo, soprattutto quando vado ad insegnare chitarra nelle scuole, “perché questo personaggio va a lezione?”. Noto, soprattutto nei più giovani, una certa non voglia di conoscere,  una mancanza di passione e di ascolto della musica; tra le nuove leve ci sono pochi allievi davvero interessati alla musica, al punto che ti chiedi perché vadano a lezione. C’è gente che non sa che la chitarra è fatta di legno oppure che le manopole del tono e del volume servano a qualcosa! La mancanza di curiosità porta ad ignorare il miliardo e più di informazioni ottenibili via internet per suonare bene. Io ho iniziato per passione, studiando da autodidatta dalle dieci alle otto ore al giorno, magari marinando la scuola. Solo in un secondo momento ho deciso che questo sarebbe stato il mio lavoro».

    adriano-arena-2Il mercato musicale è morto? Come si vendono – se ci si riesce – i dischi? Fai anche tu il banchetto dopo i live?

    «Altroché se è morto! Non parlo dei grossi nomi, parlo della gente che non è un’icona italiana ed estera. Quanti comprano i CD? Io e te siamo appassionati di musica ed è una cosa che ci seguirà per tutta la vita, ma siamo in minoranza, una goccia nel mare! I dischi tuoi li vendi con il banchetto dopo i live; l’etichetta minore paga il cd, a seconda del contratto, ma se vuoi rientrare dalle spese e guadagnarci un minimo devi vendere la musica nei concerti, che poi non è detto che siano tanti. Le vendite che fai attraverso l’etichetta non è guadagno, perché i negozi di dischi magari… non ci sono!»

    Hai letto della proposta di legge per la musica dal vivo? Se sì, come la giudichi?

    «Conosco una proposta di legge per far evitare di pagare la SIAE ai locali che hanno una capienza non superiore alle duecento persone».

    La SIAE è un ente che tutela la tua opera come autore o è un organismo burocratico fine a sé stesso?

    «La SIAE è un ente burocratico che devi pagare. I miei diritti di autore li devo pagare prima e poi mi vengono restituiti in percentuale del 60%, magari spalmati nell’arco di un anno. Chi è una goccia nel mare non guadagna nulla sul diritto d’autore.  Il locale che “fa suonare” – è vero – il borderò della SIAE lo compra, ma poi se ne dimentica oppure intenzionalmente non lo consegna o non lo fa compilare, giocando sul rischio di essere scoperti piuttosto che pagare la SIAE. In Inghilterra, dove ho suonato con un cantautore in  due suoi dischi,  scrivi i brani e li proteggi tramite o una licenza Creative Commons, oppure ti autospedisci il CD con ricevuta di ritorno, e quello è un documento valido per  dimostrare che in quella data hai composto i brani! Non esiste il bollino SIAE sui CD in  Inghilterra».

    Come giudichi il ritorno del vinile?

    «Per un discorso nostalgico, andrebbe anche bene. Ma costa tantissimo perché è tornato di moda! E poi, se non hai un impianto hi-fi adeguato, ti perdi delle cose. A me piace il CD, anche perché ho poco tempo di ascoltare tra una trasferta e l’altra. Certe cose mie le metto in streaming perché hanno il loro posto lì. Però preferisco semplicemente il CD come supporto fisico».

     

    Michele Bensa

  • Orchestra of Spheres: talmente “Altrove” da raggiungere le sfere

    Orchestra of Spheres: talmente “Altrove” da raggiungere le sfere

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    L’Orchestra of Spheres sul palco dell’Altrove alla Maddalena

    Il secondo appuntamento del ciclo musicale del teatro Altrove, curato dall’associazione Disorder Drama, ha visto protagonista l’Orchestra of Spheres. Un nome che non suonerà certamente nuovo alla fetta di pubblico più preparata – è il caso di dirlo – sulla scena electro-prog del panorama mondiale. Ensemble neozelandese, l’Orchestra of Spheres propone un accurato “afro kraut beat” (come da locandina), ma è il titolo del loro primo EP a descriverne al meglio le sonorità: “Space Art Music”.

    L’Orchestra of Spheres non solo riesce nell’ambiziosa impresa che il nome stesso fa presagire, ovvero condurre la propria ricerca nella pitagorica musica delle sfere, ma porta sul palco una scenografia ricca, fatta di costumi, strumenti costruiti a mano ed eccentriche movenze tribali. Caratteristiche che fanno tornare alla mente i Gong di David Allen (fondatore non di meno dei leggendari Soft Machine), visionario chitarrista space-prog, che lo stesso Baba Rossa – membro dell’Orchestra – ha ammesso, tra una chiacchiera e l’altra a fine concerto, di adorare (assieme a Robert WayattBrian Eno e Sun Ra). Non solo: il chitarrista e tastierista neozelandese, alla domanda di cosa ne pensasse di Genova, si è anche lasciato andare a un incontenibile e spontaneo moto di entusiasmo, insistendo su come la città contenga bellezze che pochi altri luoghi sono in grado di racchiudere.

    I membri Baba RossaMos IocosEtonalEJemi Hemi MandalaTooth, sono anche i fondatori della Frederick Street Sound and Light Exploration Society, uno spazio sociale autogestito collettivamente con altre realtà artistiche della scena culturale di Wellington. Il loro primo disco “Nonagonic Now” (registrato nel 2011 e disponibile in streaming sul loro bandcamp), convince immediatamente con i suoi 45 minuti di groove alieno e poliritmie africane, percussività eclettica e rintocchi elettrificati di gamelan indonesiani. Non da meno il secondo lavoro, “Vibration Animal Sex Brain Music”, un altro titolo-manifesto della direzione musicale intrapresa dalla band. Registrato nel Settembre 2012 in Italia (segno di quanto la scena nostrana accoglie a dovere chi lo merita), “is a surreal road-trip through a hyper primal, fuzzed-out, synth laden, garden of Eden”, facendo dell’Orchestra “a futuristic bunga-bunga party band for 22nd century boom-boom cults”.

    Il riconoscimento internazionale giunge immediato, con una richiesta live impressionante. La band si è esibita a Genova dopo 14 concerti nell’ultimo mese nelle principali città europee (tra cui BerlinoLondraMilanoTolosaAmburgo), e altrettanti in programma per Dicembre. Nel repertorio dei due album (tra cui spiccano la seduta ipnotica di Rotate, il delirio psichedelico di Numbers, il funk extraterrestre di Hypersphere e la passeggiata lisergica di Journey, con alcune incursioni del nuovo album, in uscita il mese prossimo) non vengono sacrificate le loro radici, che emergono in alcuni testi scritti nell’idioma māori autoctono. Nota dolente di un’attività così movimentata: “half the band’s gear was stolen from the back of their tour van in Poland. Now, somewhere in suburban Krakow, the Spheres’ unique homemade instruments, including the sexomouse   marimba and electric gamelan, are changing the sound of the Polish underground for the better” (come si legge sul loro sito).

     

    Nicola Damassino

  • Coro della Maddalena: il nuovo progetto che coinvolge tutto il sestiere

    Coro della Maddalena: il nuovo progetto che coinvolge tutto il sestiere

    La Maddalena, Centro Storico di GenovaHa solo pochi mesi l’idea di dare vita a un Coro della Maddalena, che riunisca gli abitanti del Sestiere (prevalentemente, ma sarà aperto a tutti gli abitanti del centro storico e a tutti coloro che amano la Maddalena) di tutte le classi e appartenenze: un coro composto dalle persone che lavorano o vivono nella zona, dagli artigiani, commercianti, ristoratori, agli artisti, impiegati, disoccupati, professionisti, studenti, pensionati, immigrati. E prostitute: senza esclusione di nessuna “categoria”, per rappresentare il tessuto sociale della Maddalena nella sua interezza. Il progetto è nato a settembre dall’iniziativa della cantautrice genovese Giua, nota al pubblico ligure (e non solo) per le sue recenti collaborazioni con il chitarrista Armando Corsi, e Pier Mario Giovannone, anche lui autore, poeta e chitarrista di origine cuneese, naturalizzato genovese. In questi pochi mesi il progetto del coro ha preso sempre più piede e si è fatto conoscere nel Sestiere, già denso di movimento e iniziative sul piano sociale, acquisendo popolarità e raccogliendo manifestazioni di interesse tra gli abitanti. Ad oggi, le adesioni sono davvero tante e c’è entusiasmo per la partenza vera e propria dell’iniziativa.

    Proprio il prossimo mercoledì, 4 dicembre 2013, dalle ore 18.30 nei locali di Vico Papa 9, Giua e Pier Mario Giovannone, assieme agli amici e compagni di avventura Matteo Testino, regista teatrale che collabora con il Teatro Necessario, l’antropologa Valerie e Domenico Chionetti della Comunità di San Benedetto al Porto racconteranno a tutti gli interessati questo nuovo progetto, rigorosamente davanti a un bicchiere di vino e un piccolo rinfresco. L’atmosfera, dunque, sarà in linea con lo spirito “sociale”, conviviale e aperto dell’iniziativa, allo scopo di coinvolgere un numero crescente di persone, tra cantanti “improvvisati”, associazioni di quartiere e realtà già radicate nel sestiere.

    1467428_694998003852053_317633886_nL’idea è quella di collaborare tutti insieme, non sostituirsi alle iniziative già presenti, come ci spiega la stessa Giua: «L’idea nasce da me e Pier Mario, semplicemente perché viviamo alla Maddalena, nei pressi di Piazza della Lepre, e da sempre siamo affascinati da questo mondo ricco e contraddittorio. Quale idea migliore di un coro per avvicinare le persone, creare socialità e dar vita a una situazione di scambio reciproco, conoscenza e condivisione? Attraverso la musica e l’arte, è possibile entrare in contatto, accorciare le distanze, valorizzare le differenze e mettere in primo piano le peculiarità delle personalità della Maddalena, che rendono bello e particolare il quartiere. Per questo abbiamo pensato di coinvolgere anche -e soprattutto- 1476159_700439996641187_210100718_nmigranti e prostitute, che hanno finora dato risposta positiva: molte delle “graziose” che conosco personalmente, ad esempio, mi hanno già assicurato che saranno dei nostri».

    Dietro al progetto del coro, inoltre, la partecipazione al bando aperto qualche mese dal Comune di Genova all’interno del Patto per lo sviluppo della Maddalena, per lo svolgimento di attività artistico-culturali all’interno del Sestiere della Maddalena ed eventuali aree limitrofe. Chiuso ufficialmente il 30 settembre scorso, si attendono i risultati entro l’anno: circa 90 mila euro verranno stanziati e messi a disposizione dei vincitori (si parla di premiare all’incirca 8, 9 progetti con somme che si aggirano 1470217_699679770050543_92207153_nattorno ai 5-10 mila euro per ciascuno).

    «Abbiamo partecipato al bando – racconta Giua – per sostenere il progetto e dargli continuità. Inoltre, anche se finora non siamo sostenuti da alcun finanziamento, vorremmo arrivare a poter retribuire – con un compenso anche solo simbolico – le persone che entreranno a far parte del coro, per dare dignità a questo progetto artistico. Noi, che facciamo parte del mondo della musica, sappiamo che la cultura è un lavoro oltre che una passione, e ci piacerebbe dare il giusto valore all’impegno dei partecipanti. In più, vorremmo anche dar vita a un progetto artistico di qualità (poco importa se i membri del coro non sono professionisti: siamo certi, con la nostra guida, di dar vita a un prodotto di valore), trovare una sede nostra e dare continuità al progetto. Nel frattempo, aspettando i risultati del bando, andiamo avanti, e andremo avanti a prescindere: per attirare contribuenti è importante far vedere che il progetto esiste, è concreto, va avanti».

    Finora, il progetto è portato avanti da appassionati, che collaborano come volontari. Le iniziative non mancano: ad esempio, Testino e Weidinger daranno vita a un laboratorio sul corpo, per ridurre la distanza psiche-corpo e limitare il disagio sociale, che allontana le persone da quello che sentono, bloccandone l’espressione artistica. Recente anche la nascita di una pagina Facebook dedicata al Coro, da cui è possibile avere informazioni sulle date, sugli eventi e sui partecipanti: una bella iniziativa di promozione sui social è stata seguita dalle ragazze dello studio Yoge Design (volontarie anche loro) per la creazione di progetti etici, che hanno pensato a un logo con la forma dello stesso sestiere, al cui interno è inscritto il nome di “Coro della Maddalena”. Finora la campagna di promozione su internet sta andando bene: sui social, le foto delle persone aderenti al progetti, con apposito logo e con breve descrizione. Seguite l’hashtag #corodellamaddalena e restate aggiornati!

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: DoremiFlo

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: DoremiFlo

    Floriana – in arte DoremiFlo – ha espresso subito la sua attrazione per il mondo della musica cominciando a cantare da bambina, e accompagnando presto a questa passione lo studio della chitarra classica prima ed elettrica poi. Scrive la prima canzone a sedici anni e alla stessa età mette insieme la prima band. L’esperienza prosegue negli anni successivi, e tra cambi di formazione e primi demo arriva ad oggi, con la pubblicazione dell’album d’esordio “Bene”, contenente 11 pezzi inediti – con la produzione artistica di Andrea Maddalone (New Trolls) che ha contribuito all’arrangiamento – uscito il 10 ottobre 2013 grazie anche al sostegno dei fan che hanno partecipato alla produzione del disco tramite una campagna di crowdfunding lanciata da Ebe, manager nonché bassista di DoremiFlo. Flo, che ama definirsi “la nota che manca” riferendosi a se stessa e al suo stile musicale, ha scelto come leit motiv del proprio progetto il colore fucsia, che è un inno alla positività, all’allegria e alla vita e che accompagna sempre le esibizioni live, durante le quali ciascun membro della band indossa un particolare di questo colore. E la dimensione live è del resto quella in cui la cantautrice ama muoversi, registrando al suo attivo numerosi concerti e partecipazioni ai più noti eventi liguri (Notte Bianca, Lilith Festival, Palco sul Mare, etc.).

     

    bene-doremiflo-copertina-cdFlo – voce e autrice Ebe Rossi – basso e manager Antonio Bordino – chitarra Simone Agosto – tastiera Maurizio Coppola – batteria Francesca Gola – percussioni Michela Cambrea – violino Genere: pop rock

     

     

     

  • Genova nell’era di Spotify: nel centro storico resiste il vinile

    Genova nell’era di Spotify: nel centro storico resiste il vinile

    dischiNell’era di Spotify e degli mp3, il mercato della musica sta morendo? O meglio è già definitivamente morto? Domanda lecita, e forse ormai poco attuale: da circa un decennio si parla di crisi del mercato musicale, del calo della vendita di cd, dischi e vinili, delle difficoltà dei negozi di musica nel sopravvivere. Tutti noi ricorderemo quando, non troppo tempo fa, abbiamo visto sparire dalle vie cittadine i negozietti di cd e dischi cui eravamo affezionati: ci siamo indignati, dispiaciuti, ma abbiamo continuato a fruire della musica che ci piace in altre forme. Venuto meno il supporto rigido, o il libretto con i testi e le immagini del cantante di turno, abbiamo continuato a scaricare online, costruendoci (chi più, chi meno) delle librerie colossali con tutte le discografie degli artisti preferiti.

    Ma oggi qual è la situazione reale del mercato della musica nel panorama genovese? 

    taxidriver-verticaleblack-widow-verticaleA dispetto di quel che si potrebbe pensare, dopo aver visto negli ultimi anni morire negozi di musica e affini (dallo storico Ricordi Mediastore di Via Fieschi, alla più recente scomparsa di Fnac in Via XX Settembre, da sempre polo d’attrazione per gli amanti della musica di tutti i tipi), esistono realtà che guardano al presente e al futuro con ottimismo. A rassicurarci, due icone del mondo musicale genovese, presenti sulla scena da decenni e con un nome noto a tutti: la Black Widow Records di Via del Campo 6, negozio di musica e etichetta di produzione, e Taxi Driver Record Store di Via dei Macelli di Soziglia, che da Piaccapietra si è trasferito tre anni or sono nel cuore della Città Vecchia.

    Proprio dalla Black Widow ci confermano: «Tanto per cominciare, non è la musica a essere in crisi, né lo è mai stata, semmai è l’industria musicale ad esserlo, ma questo non ha nulla a che fare con la musica. Anzi, oggi vediamo come a Genova stiamo vivendo un momento particolarmente interessante. Nuovi gruppi stanno emergendo e c’è anche chi sta calcando le scene europee e internazionali, è il caso ad esempio del Tempio delle Clessidre; nuove formazioni calcano le scene e anche le vecchie tornano in auge (ad esempio, i New Trolls e i Delirium, tanto per citare i più noti, o altre band sinfoniche degli anni passati): c’è creatività e energia. Inoltre, è vero, c’è stato un crollo del CD, ma il calo è in parte compensato dal nuovo avvento del vinile, sintomo del recupero delle radici della musica rock. Ciò ha permesso di tornare a valorizzare ciò che con il CD era stato distrutto, ovvero l’immagine di copertina, un must per i cultori del genere. Senza contare la qualità del suono».

    «Oggi a Genova andiamo avanti bene perché ci siamo creati un pubblico di affezionati disposti a investire nel mercato del collezionismo. Certo, vendiamo anche e soprattutto all’estero (in Germania, USA, nord Europa), ma anche Genova risponde bene, contando che qui mancano gli spazi per le performance live e per le esibizioni delle rock-band (cosa che non contribuisce certo a fidelizzare il pubblico). Troviamo ospitalità in teatri, con cui collaboriamo molto volentieri, ma spesso la location non si presta a tipi di concerti più “movimentati”».

    Una nota spiacevole, però, arriva anche dai ragazzi di Black Widow; ovvero la recente chiusura (maggio 2013) di Fotomondial, negozio di Via del Campo per la vendita di strumenti musicali, apparecchiature fotografiche e tecnologie di ogni genere. La chiusura è passata un po’ inosservata, ma dalla Black Widow esprimono il loro rammarico per la perdita di uno degli storici approdi musicali di Via del Campo, la strada dalla tradizione musicale più importante nel panorama genovese. Oggi, al posto di Fotomondial, aprirà un supermercato della catena Ekom:  «Sempre meglio di avere le saracinesche chiuse -commentano- ma è crollato un pezzo della storia musicale genovese, proprio in una via simbolo della tradizione cantautorale».

    Anche la visita a Taxi Driver ci conferma il quadro positivo, la stessa tendenza delineata dai colleghi di Via del Campo: «Da 3 anni siamo qui a presidiare la Maddalena: è una scelta consapevole, ma difficile perché siamo esclusi dalle rotte tradizionali del turismo e perché il quartiere è ancora percepito come pericoloso e ostile e per questo scarsamente frequentato. Tuttavia, c’è buona risposta da parte dei turisti, che si fermano e acquistano pezzi rari a prezzi più alti dei genovesi. Genova è una buona palestra: se si riesce a vendere su questo mercato, vuol dire che si è in grado di vendere ovunque. Abbiamo una clientela affezionata e fedele fatta di appassionati, giovani e meno giovani, per questo siamo in grado di sopravvivere. La crisi musicale e la crisi economica non fermano gli acquisti, nonostante non si tratti di beni di primaria necessità. Potremmo scegliere di vendere solo online, per tagliare i costi e aumentare i profitti, ma non pensiamo che questa scelta paghi: in questo tipo di commercio serve “qualcosa in più”, il rapporto fisico e interpersonale con il cliente, il dare consigli e offrire competenze».

     

    Qualche dato: il mercato del vinile in Italia e all’estero

    giradischi-vinileI dati di mercato sono incoraggianti. Tra 2011 e 2012, le vendite mondiali di vinili sono aumentate del 17,7%, raggiungendo i 4 milioni e 600 mila dischi venduti. Il report 2013 della IFPI – Federazione internazionale dell’industria fonografica fornisce dati rassicuranti a livello internazionale (con particolare attenzione al mercato statunitense): quest’anno le vendite di vinili hanno raggiunto il picco più alto dal 1997; nel 2012 sono stati spesi complessivamente 171 milioni di dollari in dischi (il 50% in più rispetto al 2011), soprattutto grazie agli investimenti dei collezionisti, che non rinunciano all’acquisto di beni “limited edition” e oggetti da collezione, con prezzi alti.

    Nel 2011 anche in Italia il mercato del vinile si è aggirato sui 2,1 milioni di euro, il quarto mercato europeo dopo Germania, UK, Francia, Paesi Bassi, e il settimo nel mondo (in cui, sempre nel 2011, il mercato dei vinili ha mosso 115,4 milioni, il 28,7% in più del 2010). Sembra che la folta comunità di appassionati non voglia rinunciare, nonostante la crisi, all’acquisto di vinili e simili. Soprattutto, si tratta di oggetti dal valore affettivo e sentimentale, acquistati in larga parte dalla generazione di nostalgici over-40, ma non solo. Stesso trend inizia a riscontrarsi anche tra i più giovani, che percepiscono il vinile come oggetto vintage, alla moda, simbolo di una generazione che guarda al passato e fa degli oggetti musicali un feticcio, un simbolo, un ritorno alla grande tradizione musicale, scalzata dall’era degli mp3. Stando all’indagine della Icm Research (UK) il 15% (circa uno su sette) degli under-30 ha acquistato nell’ultimo anno almeno un disco in vinile, dato che conferma come proprio i giovani (più all’estero, in Gran Bretagna, ma anche in Italia) guidino la crescita del mercato dei dischi tradizionali.

    Che cosa acquistano i collezionisti o semplicemente i festicisti del vinile? Di tutto: dal vintage anni ’60-’70 dei Beatles e Rolling Stones, ai più recenti degli anni ’90. I generi prediletti? Tutti, dal rock al reggae, dalle band cult a quelle di nicchia. La tendenza è confermata anche dal fatto che di recente artisti contemporanei, sia del panorama underground che quelli delle major abbiano scelto di produrre, accanto al classico CD, anche la versione LP, sintomo che questa tendenza all’acquisto “vintage” è stata recepita a livello globale.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

     

  • Caribbean Islands: l’inglese dei Caraibi, la lingua del reggae

    Caribbean Islands: l’inglese dei Caraibi, la lingua del reggae

    bob-marleyNel panorama della lingua inglese la situazione che si registra nelle Caribbean Islands non ha praticamente eguali. Se in molti dei paesi colonizzati dall’Impero Britannico l’inglese è stata l’unica lingua occidentale con la quale la popolazione locale è venuta in contatto, la zona dei Caraibi ha visto invece l’alternarsi di diversi popoli europei: spagnoli, francesi, olandesi e, appunto, inglesi, portatori ciascuno della propria rispettiva lingua madre che si andava a innestare e  fondere con altre lingue dagli abitanti del luogo.

    A questo contesto si aggiunsero gli schiavi importati dall’Africa in condizioni disumane, parlanti anch’essi le varietà linguistiche delle loro terre di origine. Il melting pot che risultò portò a una commistione di culture che spiega la grande gamma di varietà dell’inglese presenti sul territorio.

    È possibile affermare che nei Caraibi e in Guyana, altra ex-colonia inglese del continente sudamericano, convivano da un lato una forma di inglese standard internazionale, utilizzata per documenti e incontri ufficiali e in ambito accademico, e dall’altro un creolo, fortemente influenzato dal contatto tra l’inglese e le altre lingue menzionate in precedenza.

    In generale, i linguisti distinguono tra un acroletto (la varietà più vicina all’inglese standard) e un basiletto (la varietà più vicina al creolo). Le variazioni riguardano tutti gli aspetti della lingua, dalla pronuncia, al vocabolario, alla grammatica.

    Per esempio, in Guyana si passa dalla forma Standard English: I gave him ad altre creole come A giv him oppure le quasi irriconoscibili A did gi ii e mi gii am. Questo spiega la difficoltà di comprensione dei testi di alcune canzoni, in particolare appartenenti al genere reggae in Giamaica, che attingono a piene mani al creolo. Tratti distintivi come la presenza di una doppia negazione, non accettata nell’inglese standard, sono riscontrabili in I Shot the Sheriff, celebre pezzo di Bob Marley. Il verso: I didn’t shoot no deputy sarebbe in realtà I didn’t shoot any deputy in Standard English.

    Se tuttavia la frase di Bob Marley è ancora chiara, più vicino al creolo e più difficile per noi da comprendere è: If him slip, I gaan leave him hand di Chase the Devil, famoso pezzo di Max Romeo, altro musicista giamaicano, dal significato: If he slips, I’m going to leave his hand.

    Peraltro, non è solo in campo musicale che i Caraibi hanno dato un contributo culturale significativo, ma anche in quello letterario, con poeti e romanzieri del calibro di Derek Walcott e V.S. Naipaul, nato da una famiglia di origini indiane ma cresciuto a Trinidad e vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2001… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Operapolis: orchestra, compagnia lirica e formazione musicale gratuita

    Operapolis: orchestra, compagnia lirica e formazione musicale gratuita

    operapolisLa musica classica “roba vecchia”? Sicuramente non la pensa così Lorenzo Tazzieri, presidente del Movimento Allegro Con Fuoco (in gergo, un modo di suonare particolarmente passionale): per lui è giovane, attiva, corale e itinerante. La sua associazione, operante sul territorio ligure e genovese da oltre dieci anni, vuole promuovere la musica d’assieme e la lirica e quest’anno presenta un progetto sicuramente interessante. Si chiama “Operàpolis” una commistione di formazione musicale gratuita e di attività concertistica itinerante: «un programma pluriennale grazie al quale Genova potrà finalmente avere un’ Orchestra, un Coro ed una Compagnia Lirica giovanili. I tre complessi sono denominati Simon Boccanegra». Fra le sedi interessate dagli eventi di questa stagione troviamo Palazzo Ducale, Palazzo San Giorgio, Teatro Modena, Teatro della Tosse e Piazza De Ferrari, oltre a tournée in Italia (Piemonte, Lombardia, Calabria e Sicilia) e appuntamenti in Inghilterra e Romania.
    Abbiamo incontrato il presidente Lorenzo Tazzieri e ci siamo fatti spiegare meglio il progetto.

    Quale meccanismo virtuoso rende possibile la messa in pratica di un progetto come Operàpolis?

    «Operàpolis ruota su due cardini: la sostenibilità economica e quella per il futuro. L’obiezione più ricorrente, cioè che “non si mangia con la cultura”, è smentita dall’innovazione fondamentale della proposta, la sua struttura imprenditoriale, per cui tutti i gruppi musicali (orchestra, coro e compagnia lirica) sono società a tutti gli effetti. I finanziamenti delle istituzioni, felici di collaborare anche grazie a intellettuali “illuminati”, ci danno sicuramente un aiuto ma si inseriscono in un progetto che cammina già con le sue gambe, che si autosostenta e si autopromuove attraverso gli spettacoli. Il secondo punto, la sostenibilità per il futuro, prevede una formazione musicale completamente gratuita: negli istituti comprensivi, con percorsi didattici che incentiveranno l’espressione già presente nei bambini attraverso, per esempio, la costruzione dei propri strumenti, e nel polo didattico di Sampierdarena, dove la formazione ciclica permetterà agli allievi di vivere a contatto con l’orchestra e di riempirne i ranghi nel futuro».

    In questo senso, come si pone la vostra offerta didattica al cospetto della formazione accademica?

    «La didattica di Operàpolis non vuole né sminuire né sostituire quella, ad esempio, del Conservatorio Paganini, ma semmai affiancarla e completarla: dopo aver appreso, in modo tradizionale, la tecnica, essere istruiti dai componenti dell’orchestra, assistere alle loro prove e alle esibizioni, rende l’obiettivo finale più tangibile, quindi più desiderabile. Inoltre, la formazione ciclica e la partecipazione dei ragazzi agli spettacoli permettono d’illustrare il lato più magico dell’opera, fatto di ensemble perfettamente sincronizzati, di allestimenti sontuosi, di costumi preziosi, di attori e di cantanti».

    Operàpolis si presenta anche come strumento di rilancio sociale: qualche esempio concreto?

    «La proposta formativa si ispira apertamente alla situazione venezuelana e all’Orchestra Sinfonica Simon Bolivar, che strappa i ragazzi al degrado delle favelas attraverso la musica d’assieme, quella che si suona con gli altri e per gli altri. Inoltre, l’imprenditorialità prevede anche un investimento “territoriale”: la rivalutazione di quei luoghi snobbati dalla musica classica, come vie, piazze di paese, teatri di prosa, magari non formali ma adatti a catturare l’attenzione del pubblico anche per un momento; alcuni spettacoli si terranno, ad esempio, al Teatro Modena, la cui funzione di “teatro lirico” (con buca per l’orchestra) è ormai “dimenticata”».

    Incentrato sulla musica classica e sulla lirica, Operàpolis non rischia di essere considerato un progetto “per pochi eletti”?

    «Il ruolo centrale, in Operàpolis, non è rivestito dai finanziamenti istituzioni ma dal pubblico, che coprirà le spese con l’acquisto del biglietto; attirarlo e ammaliarlo, quindi, diventa essenziale. Bisogna svecchiare un genere che, per un’idea distorta, non viene associato al divertimento ma solo ad applicazione e impegno: vogliamo dare via libera a spettacoli che presentino repertori classici ma anche popolari, che trasmettano passione e che siano fruibili da tutti. L’ispirazione è sempre l’Orchestra Sinfonica Simon Bolivar che, durante il suo concerto alla BBC, ha fatto ballare, con i suoi mambi, anche gli anziani in frac».

    Nonostante lo spauracchio della “crisi”, che divora ormai ogni settore, è davvero possibile vivere di musica?

    «No, se continuiamo a immaginarci la cultura come un buco nero, inquietante e inutile, in cui le risorse si limitano a sparire. La situazione culturale genovese, devastata dai problemi economici e dall’assenza di progettualità, è stata finora solo di “mugugno”: perché non agire per ridare a Genova il suo patrimonio scomparso di orchestre, cori e compagnie liriche? La musica classica, ma soprattutto il melodramma, sono eccellenze italiane, di cui dobbiamo riappropriarci e che dobbiamo rivalutare, non però attraverso l’intervento statale bensì con una mentalità imprenditoriale che, in ogni altro settore, sembrerebbe ovvia e naturale. Un progetto come Operàpolis per essere “concreto” deve rimanere indipendente».

     

    Giulia Fusaro