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  • Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    casa-ediizia-popolareTremilaottocento. Dietro questa cifra si nasconde uno dei più gravi drammi sociali del nostro tempo: il disagio abitativo. A tanto ammontano i nuclei familiari a Genova che fin qui hanno fatto richiesta di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ovvero una casa in affitto a canoni fortemente calmierati. Solo una minima parte di questi genovesi emarginati riuscirà a trovare una risposta efficace al proprio bisogno vitale. La nuova graduatoria per assegnare gli appartamenti che il Comune avrà a disposizione si chiuderà a fine aprile, dopo una proroga concessa per le difficoltà conseguenti all’entrata in vigore del nuovo metodo per calcolare il reddito ISEE. Ma già ora si può sapere con certezza che non basterà una manciata di case a rispondere in maniera efficace a questa piaga. Una piaga che non riguarda solo la nostra città ma che è estesa a tutta la penisola e ai Paesi dell’Europa mediterranea.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    «Quella che stiamo vivendo – è la tesi di Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova sotto la giunta Vincenzi e delegato di Anci Liguria sullo stesso tema – è una crisi abitativa radicalmente diversa da quelle che hanno contraddistinto la storia recente del nostro Paese. Nel Dopoguerra o negli anni ’60, in seguito al flusso migratorio che ha portato città come Torino quasi a raddoppiare il numero dei propri abitanti, l’unica risposta possibile era quella di avviare un massiccio piano edificatorio. Chi ha pensato di affrontare con strumenti analoghi la crisi iniziata nel 2007 ha compiuto una sorta di terapia omeopatica che non ha avuto alcun effetto positivo». Senza considerare gli effetti nefasti per l’ambiente, a causa di una crescente impermeabilizzazione del suolo, in seguito all’aumento della possibilità edificative che si sono succedute con i vari “piani casa” nazionali a partire dal 2008. Insomma, il problema oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. In altre parole, l’analisi del reale ci racconta di un surplus abitativo paradossalmente non in grado di soddisfare in alcun modo la crescente domanda abitativa: domanda e potenziale offerta non si parlano.

    Questa sensazione viene confermata anche dai numeri. Dai dati censuari del 2011 è emerso che in Italia, nell’ultimo decennio, abbiamo avuto una crescita di oltre 1,5 milioni di alloggi. Ad aumentare sono state anche le unità familiari – non certo per un boom delle nascite quanto piuttosto per una crescita di separazioni e nuclei monofamiliari – ma il numero di abitazioni non occupate si attestano attorno ai 2,7 milioni in tutta la penisola. Ed è la stessa realtà a confermarci la veridicità di quest’analisi. A Genova, ad esempio, basta vedere le altissime quote di invenduto che conoscono le più gradi speculazioni edilizie degli ultimi anni, una su tutte le Torri Faro di San Benigno. Una situazione che si replica in quasi tutte le città italiane.

    Politiche abitative: quello che lo Stato non fa >> Leggi l’approfondimento

    regione-liguriaA livello locale, la regia delle politiche per la casa è quasi interamente in mano alla Regione, a cui compete per legge la programmazione delle risorse finalizzate a sostenere le fasce più deboli e la determinazione dei requisiti e dei criteri per l’assegnazione e la gestione degli alloggi ERP. Ed è proprio la Regione a entrare nel mirino delle critiche di Bruno Pastorino: «Da piazza De Ferrari è stata dimostrata una forte insensibilità alla crisi dell’abitare mentre molta attenzione è stata posta agli interessi cementificatori, nel percorso di ricerca di consensi elettorali tra le élite economiche del territorio». Sono tre gli indizi che rafforzano la tesi di Pastorino. Il primo è rappresentato dalla promozione di un bando da parte della Regione per la realizzazione e la rigenerazione di alloggi sociali, destinati all’affitto: 7 milioni di euro ai quali se ne sono aggiunti altri 7 da parte dei Comuni partecipanti, per realizzare complessivamente meno di 95 alloggi. La classica montagna che partorisce il topolino, con l’aggiunta di un’ingente spesa di denaro pubblico. Tra l’altro i fondi sono arrivati a Comuni ragionevolmente poco oberati dalla domanda abitativa a carattere emergenziale ma piuttosto attrattivi dal punto di vista immobiliare come Porto Venere, Sestri Levante, Santa Margherita, Alassio. Secondo indizio: poche settimane fa, la Regione ha deciso di non confermare la dotazione economica per i fondi di sostegno agli affitti per le famiglie con i redditi più bassi, a cui ogni anno veniva elargito complessivamente circa 1 milione di euro. Terzo elemento: all’interno di una legge omnibus, la Regione ha inserito tra le proprie politiche per la casa il sostegno all’acquisto, anche attraverso la possibilità di concedere fideiussioni per la contrazione di mutui, e all’affitto. «In sostanza – commenta Pastorino – la Regione compensa con una quota di risorse pubbliche le attese di redditività di un mercato in crisi. Il sostegno all’affitto per gli alloggi di proprietà privata consente al mercato di mantenersi su prezzi elevati senza dover calmierare i canoni fino a incontrare le necessità della domanda. Tutti elementi che, oltre a non cogliere l’esigenza del potenziamento dell’affitto calmierato, non si pongono l’obiettivo di abbassare le pretese economiche del mercato. Così, anche a livello locale, troviamo una totale trascuratezza nei confronti di chi ha più bisogno a fronte di una sottomissione ai poteri forti dell’edilizia».

    Focus su Genova

    genova (3)Come detto in apertura, a bando ancora aperto, le domande giunte al Comune di Genova per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica sfiorano la soglia di 4000. Si tratta di affitti mediamente attorno ai 100 euro mensili ma la fascia più bassa, che è quella più “popolosa” e rappresenta il 42% degli aventi diritto, non supera i 35 euro al mese. Indicatore ancor più significativo del disagio abitativo è il numero degli sfratti (da alloggi privati, ndr): a Genova abbiamo ogni anno circa 1000 famiglie che devono abbandonare la propria casa perché non sono state in grado di sostenere l’affitto. Gli ultimi dati ufficiali disponibili parlano di 835 sfratti eseguiti nel 2012 e 970 nel 2013, a fronte rispettivamente di 2496 e 2929 richieste. Esisterebbe un fondo dedicato al sostegno della morosità incolpevole che consentirebbe di tamponare almeno un centinaio di sfratti l’anno ma non è stato finanziato dalla Regione. Il Comune, dal canto suo, non ha le risorse economiche per prendersi in carico tutte le situazioni di sfratto. Esiste un servizio di emergenza abitativa (che rientra nel “Programma per l’emergenza abitativa” attivo dal 2012 in forma sperimentale, ora definitivo con delibera approvata ieri 16 aprile 2015, ndr) che interviene nelle situazioni più gravi ma riguarda un numero esiguo di casi (un’ottantina di famiglie nel 2014) e offre soluzioni temporanee attraverso alloggi, talvolta anche in regime di coabitazione, presso strutture protette.

    A questo punto, alle famiglie non resta che rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica che, tuttavia, non è assolutamente in grado di fornire una risposta efficace all’emergenza come spiegato dall’assessore alle politiche abitative del Comune Emanuela Fracassi: «Negli anni scorsi eravamo in grado di assegnare circa 250 alloggi ma nel 2014, soprattutto per problemi di Arte (la partecipata di Regione Liguria a cui è delegata la gestione e la manutenzione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica) ci siamo fermati a un centinaio (124 attraverso la graduatoria del bando 2012, utilizzata da luglio 2014, per cui sono giunte 4227 domande di cui 3595 idonee. In precedenza, la graduatoraia del 2011 utilizzata da gennaio a luglio 2014 aveva portato all’assegnazione complessiva di 334 alloggi, ndr)».

    I dati di Arte e del Comune non corrispondono

    A Genova ci sono circa 9100 mila alloggi Erp, 5100 di proprietà di Arte (a cui vanno aggiunti altri 700 alloggi non in regime Erp) e 4 mila del Comune. Benché questa tipologia di dati sia in costante mutazione, sorprende abbastanza la differenza tra quanto comunicato da Arte e dal Comune di Genova: secondo la partecipata regionale, al momento gli alloggi sfitti si attesterebbero attorno a 130 unità, una sessantina di proprietà di Arte e una settantina del Comune. Più gravi e dettagliati, invece, i numeri forniti da Tursi. L’amministrazione comunale parla di 8470 alloggi regolarmente assegnati: per quanto riguarda la proprietà comunale, 50 appartamenti sono in fase di ristrutturazione, altri 120 attendono di essere finanziati dal Piano casa nazionale e 115 sono ancora da periziare; per la proprietà di Arte, invece, si parla di 201 alloggi in ristrutturazione, 23 in manutenzione ordinaria, 120 da periziare e 101 inseriti in piano di vendita.
    Si stimano attorno all’11% i nuclei familiari morosi a cui l’amministrazione cerca di andare incontro attraverso piani di rientro del debito spalmati su più anni: tuttavia, salvo situazioni di particolare disagio e incolpevolezza, se la situazione non si regolarizza, interviene lo sgombero (nel 2014 ne sono stati eseguiti 34 su 91 programmati). Secondo Arte, 76 sono le case occupate abusivamente, 48 del Comune, 28 della partecipata della Regione a cui vanno aggiunti 14 appartamenti “murati”.
    Ogni anno mediamente avvengono 350 abbandoni di alloggi Erp ma non sono altrettanti gli appartamenti che vengono rimessi in circolo: nell’80% dei casi, infatti, è necessaria una manutenzione radicale per cui mancano le risorse; solo circa un 20% degli appartamenti può essere riassegnato con una rapida rinfrescatura.

    Il problema maggiore per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica genovese è proprio la manutenzione ordinaria. «Fino a qualche anno fa – spiega l’assessore Fracassi – era prevista la presa in carico da parte di Arte di un forfait di 100 alloggi all’anno ma nel 2014 ne sono stati manutenuti meno di 20. È un problema grave a cui Arte deve rispondere velocemente».

    «Effettivamente – ammette l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – nel 2014 c’è stato un ritardo imputabile agli stanziamenti regionali: le ditte che eseguono i lavori di manutenzione non possono anticipare le spese né possiamo farlo noi per tutti gli alloggi. Ma per il 2015 è già stato finanziato il recupero di 90 appartamenti e nel mese di aprile dovrebbero essere terminati anche 70 alloggi in via Sertoli. Insomma, a fine 2015 contiamo di arrivare a circa 200 ristrutturazioni, recuperando un po’ i ritardi dell’anno scorso».

    In proposito, l’assessore Fracassi sta pensando a un percorso di assegnazione parallelo alla graduatoria standard, ovvero la consegna di alloggi Erp, che non necessitano di riqualificazioni straordinarie ma solo di piccoli ritocchi, ai quei nuclei famigliari in grado di farsi direttamente carico degli interventi stessi in cambio di uno sconto sui canoni di locazione dovuti alla proprietà pubblica. Si è parlato di una soglia massima di 5 mila euro ma il percorso sembra piuttosto difficile perché in molti sarebbero pronti a chiamare in causa la regolarità dei bandi e delle graduatorie per l’assegnazione.

    Ma la soluzione a un problema così vasto e radicato non può essere lasciata esclusivamente nelle mani del pubblico. Occorre che il mercato privato, soprattutto quello dei grandi proprietari immobiliari, sia coinvolto all’interno di programmi di locazione a canoni moderati. Solo così si riuscirà a impostare una risposta efficace.
    «Manca un coordinamento rispetto a una politica di contrasto al disagio che coinvolga anche i grandi i proprietari – ammette l’assessore Fracassi – Ad oggi non c’è. Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato». Ma la questione non riguarda solo la Chiesa, come vedremo nella seconda parte di questa lunga inchiesta (leggi qui).

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

     

  • Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1La copertina dell’ultimo numero del bimestrale cartaceo di Era Superba è dedicata a una delle più grandi piaghe del nostro vivere nel terzo millennio: l’emergenza abitativa. Attraverso una lunga inchiesta abbiamo cercato di analizzare i dati della realtà genovese, smascherando alcuni falsi miti e pubblicando i numeri più o meno ufficiali che siamo riusciti a scovare (l’inchiesta sarà presto disponibile anche online su queste pagine in versione ridotta). Un’operazione per nulla semplice data la mancanza di un coordinamento unitario sulle politiche abitative e la discrepanza dei dati comunicati, da un lato, dall’assessorato alle politiche socio sanitarie del Comune di Genova e, dall’altro, da Arte, l’ente partecipato dalla Regione che ha il compito di gestire in tutta la Liguria gli appartamenti destinati all’edilizia residenziale pubblica. Sono quasi 4000 solo a Genova le famiglie in difficoltà in lista per un alloggio Erp (edilizia residenziale pubblica) e il patrimonio edilizio attualmente a disposizione degli enti non è neanche lontanamente sufficiente a soddisfare la richiesta.
    Ma la situazione genovese, comune a tante altre realtà italiane e non solo, è figlia di una grande latitanza, quello dello Stato italiano che sulle politiche della casa sembra aver perso il bandolo della matassa ormai da parecchio tempo.

    Federalismo fiscale, un’occasione perduta

    casa-abitazione-citofonoGià a partire dagli ultimi governi di centro sinistra prima del secondo ciclo berlusconiano (2008-2013), le risorse dedicate all’edilizia residenziale pubblica sono state sostanzialmente azzerate così come il sostegno economico all’affitto per le categorie più deboli. Parallelamente, abbiamo assistito a una progressiva alienazione di grandi patrimoni immobiliari pubblici non occupati che, con il giusto apporto di risorse, si sarebbero potuti destinare almeno in parte all’edilizia residenziale pubblica e, invece, sono stati sacrificati sull’altare del mercato immobiliare. Un processo che ancora oggi non viene meno, pur con nobili camuffamenti come quello del federalismo fiscale, di cui spesso abbiamo avuto modo di parlare da queste pagine. «Il tanto osannato federalismo fiscale – sostiene Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa nella precedente giunta Vincenzi e delegato Anci Liguria in questo settore – decantato come strumento utile per gli enti locali al fine di gestire direttamente risorse immobiliari abbandonate dallo Stato, nasce in realtà per ridurre l’indebitamento statale e degli enti locali».  Il governo – è la tesi di Pastorino – si dimentica della sua funzione sociale non pensando che i cespiti liberati dalle funzioni originarie possano essere riconvertiti a funzioni abitative per le fasce più deboli ma preferendo guardare, ancora una volta, alle più classiche speculazioni immobiliari.

    «Nella stessa legge – prosegue il nostro interlocutore – si invitano gli enti locali ad alienare gli immobili demaniali di cui sono entrati in possesso, in modo da abbattere il debito pubblico locale e statale: una quota dei proventi della vendita, infatti, viene per legge recepita da un fondo nazionale creato ad hoc, mentre i Comuni sono vincolati a utilizzare un’altra percentuale per l’abbattimento del debito». Solo gli enti virtuosi possono sfruttare a proprio piacimento i ricavi. «Ma è evidente che gli enti virtuosi non hanno problemi di indebitamento. Così facendo, si favoriscono speculazioni immobiliari private, principalmente di natura ricettivo-alberghiera, e destinate esclusivamente alle solite élite economiche. In sostanza, viene chiesto alle istituzioni locali di trasformarsi in mediatori immobiliari: così la politica italiana è completamente allineata ai desiderati della trojka che consistono, in questo caso, nella privatizzazione dei beni pubblici». 

    Tutte le incongruenze del Piano Casa del governo Renzi

    [quote]Quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali[/quote]

    Ma il federalismo fiscale non è certo l’unica contraddizione del sistema. Dopo un assoluto disinteresse verso le politiche della casa fino al 2013, il Piano Casa dell’ex ministro Lupi mostrava la pretesa di dare una risposta complessiva al tema dell’abitare e alle sue problematiche più evidenti. In realtà, come ci spiega ancora Pastorino, altro non si tratta che dell’ennesimo condensato di incoerenze normative: «Al netto dell’odioso articolo 5 che impedisce l’allacciamento delle utenze agli occupanti abusivi, abbiamo da un lato un provvedimento che promette lo stanziamento di risorse per recuperare il patrimonio ERP attualmente non assegnato perché necessitante di manutenzione – si stima che a livello nazionale siano circa 600 mila gli alloggi in questa condizione, a fronte di 1 milioni di domande di accesso ad alloggi ERP inevase – bilanciato, dall’altro lato, dal suggerimento di un piano straordinario di vendita del patrimonio abitativo pubblico interferendo con decisioni proprie di Regioni e Comuni». C’è di più. «Se è vero che vengono rifinanziati i sostegni agli affitti per le fasce più emarginate di popolazione – prosegue l’ex assessore – è altrettanto vero che i circa 50 milioni di euro messi a disposizione rappresentano una quota a dir poco esigua, a fronte di un fabbisogno censito che è 5 volte superiore. Ancora: viene previsto un fondo destinato alla morosità involontaria (quella causata dall’improvvisa mancanza della fonte di reddito principale, come la perdite di lavoro, la separazione o la morte di un coniuge, NdR) con uno stanziamento sufficiente a poche migliaia di nuclei familiari mentre oggi sono oltre 1 milione le famiglie sottoposte a procedure di sfratto. Insomma, definire queste manovre insufficienti è persino un eufemismo».

    La situazione sembrerebbe già sufficientemente ambigua così ma, come da tradizione per le cosiddette leggi omnibus, anche nella nuova normativa nazionale sulle politiche per la casa bisogna fare molta attenzione alle “pieghe”. Secondo il nostro Virgilio d’occasione, infatti, vi sarebbero alcuni provvedimenti che invece di rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica, allargherebbero il campo dei finanziamenti statali all’edilizia sociale, quella cioè di iniziativa privata e quindi meno segnata dall’obbligatorietà di canoni di affitto sostenibili e naturalmente indirizzata a logiche di mercato più tradizionali che prediligono la vendita. «In precedenza – spiega Bruno Pastorino – la normativa prevedeva la firma di un accordo tra pubblico e privato per l’elargizione di contributi a fronte di un obbligo di locazione calmierata per 15 anni; adesso, il legislatore abbassa l’obbligo a 7 anni e introduce una sorta di ricompensa ai proprietari che si rendono disponibili per il riscatto futuro dell’appartamento da parte dei locatari».

    Insomma, quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali, spesso con risoluzioni dannose per le fasce più deboli e che avrebbero bisogno di maggiori tutele. «A questo proposito – prosegue l’ex assessore – non va dimenticata la decisione di sospendere il blocco degli sfratti assunta dal governo lo scorso 31 dicembre. Il blocco era disciplinato dalla legge 9/2007 e non riguardava tutti i nuclei familiari sottoposti a regime di procedura esecutiva per finita locazione ma proteggeva solo i nuclei in regola con il pagamento e con membri anziani, con handicap sopra il 66% o malati terminali, quindi solo una fascia particolarmente debole. La toppa del governo a seguito delle proteste dei movimenti della casa e dei sindacati dei coinquilini è stata quasi peggiore del buco perché concede una proroga al blocco di 4 mesi: una sorta di rapida cosmesi. Peraltro, per coprire le spese di questa proroga, si è deciso di utilizzare le quote del fondo di sostegno all’abitare previste originariamente all’accompagnamento all’affitto per le frange economicamente più deboli. Come spesso accade in questo Paese, si toglie agli ultimi per dare ai penultimi. Mi sento di dire che siamo di fronte a una vera e propria cattiveria sociale perché questi provvedimenti del governo rischiano di mandare sulla strada persone che dovrebbero essere assistite non solo e non tanto per la situazione economica ma soprattutto per le condizioni sanitarie in cui sono costrette a vivere».

    Comune di Genova e Arte, un rapporto che non decolla…

    costruzione-casaCome detto, l’ambiguità del contesto nazionale si riflette nelle gestione locale delle politiche della casa, in particolar modo per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica. La proprietà degli alloggi a Genova, come abbiamo avuto modo di approfondire nell’inchiesta sul numero #59 della nostra rivista, è abbastanza equamente suddivisa tra Comune e Arte mentre  la cura, la manutenzione e soprattutto i criteri per l’assegnazione degli alloggi sono decisi interamente dalla partecipata della Regione. All’amministrazione comunale resta il compito di gestire le procedure di assegnazione e trovare i fondi per ristrutturare o implementare gli alloggi del proprio patrimonio.

    Negli ultimi tempi il tema è stato più volte affrontato dalla Commissione Welfare del Consiglio comunale, sede nella quale l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie, Emanuela Fracassi, nel tentativo di giungere a un nuovo regolamento per bandi di assegnazione degli alloggi pubblici dei prossimi anni, ha più volte mostrato segni di insofferenza nei confronti dell’attuale sistema e metodo di governo di Arte e Regione. Non ultimo, rispondendo a un’interrogazione del capogruppo Udc in Consiglio comunale, Alfonso Gioia, l’assessore ha aperto la porta a possibili sviluppi piuttosto clamorosi: «Dalle verifiche che ho fatto finora – ha detto Fracassi, rispondendo all’imbeccata del consigliere – non mi risulta che il Comune possa essere obbligato a dare a un altro ente la gestione del proprio patrimonio». Come a dire: stiamo cercando di studiare se possiamo riprenderci la gestione diretta delle case popolari appartenenti al nostro patrimonio, sull’esempio della strada virtuosa intrapresa dal Comune di Bologna.

    La situazione è comunque delicata e meritevole di approfondimenti. Le funzioni di gestione delle case popolari sono state affidate alle Regioni con la legge n. 457/78. L’ultima norma emanata a riguardo dalla Regione Liguria è la legge n. 10/2004 al cui articolo 1 si individua come finalità la “razionalizzazione della gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica attraverso l’unificazione dello stesso in capo alle aziende regionali per l’edilizia, garantendo il contenimento dei costi”. Ma l’assessore Fracassi ha il dubbio che questa norma contrasti con altri principi sovraordinati che riguardino l’autonomia gestionale del Comune sul proprio patrimonio: «Fino agli anni ’90 – ricorda l’assessore – il nostro patrimonio era gestito direttamente da Tursi, poi la funzione è stata ceduta alla Regione perché non si avevano le risorse e le competenze interne adeguate. Ma i tempi erano diversi: il patrimonio immobiliare era più sano, vi erano finanziamenti dedicati e l’ente strumentale della Regione era più giovane. Oggi, gestire il patrimonio ERP è molto più complesso, necessita di una profonda conoscenza del territorio e di un’integrazione coerente con altre politiche socio-sanitarie. Per questo motivo, il Comune sta portando avanti un gruppo di lavoro con comitati di quartiere e sindacati degli inquilini per controllare la gestione di Arte, condividere con il territorio le priorità e cercare una maggiore collaborazione tra lo stesso e l’ente gestore». Certo, se si riuscisse a eliminare un passaggio, riportando in capo al Comune la gestione diretta, il dialogo con il territorio non potrebbe far altro che beneficiarne. Anche se, una futura doppia gestione potrebbe non aiutare nel tentativo di porre fine a un processo politico che sul tema ha mostrato di essere tanto inefficace quanto contradditorio.

    Simone D’Ambrosio

  • Violenza sulle donne, Genova prova a fare rete e si prepara alla firma del patto di sussidiarietà

    Violenza sulle donne, Genova prova a fare rete e si prepara alla firma del patto di sussidiarietà

    violenza sulle donneSarà regolato da un patto di sussidiarietà il nuovo modo di rispondere alle esigenze delle donne che hanno subito violenza e dei minori che le accompagnano. Un percorso mai sperimentato prima che prevede la co-progettazione e la co-realizzazione di iniziative a sostegno della lotta alla violenza di genere. Ne abbiamo parlato con le associazioni coinvolte e con il Comune di Genova.

    Dove eravamo rimasti? Su Era Superba avevamo raccontato la distribuzione dei finanziamenti 2013 e le azioni future che si erano prospettate, partendo dal presupposto che sul territorio genovese gli enti che si occupano di lotta alla violenza di genere sono più di uno e che il sistema di assegnazione di risorse (tramite bando pubblico) ad un solo ente non fosse più funzionale. Da questo punto, e dalle indicazioni che ha dato la Regione nel Testo Unico delle norme del Terzo Settore (LR 6 dicembre 2012 N 42), ripartiamo; la soluzione individuata è quella dei patti di sussidiarietà come formula per la gestione dei servizi alla persona.

    Violenza sulle donne a Genova, verso il patto di sussidiarietà

    Dopo la Commissione pubblica, in cui si sono incontrate associazioni e Comune, è stato emesso un avviso pubblico per l’attuazione del patto, sono stati individuati gli enti che avrebbero potuto partecipare alla co-progettazione e co-realizzazione del progetto per le azioni contro la violenza di genere (un sistema di interventi di prevenzione, informazione, consulenza e sostegno) e si è costituita una ATS (Associazione Temporanea di Scopo) fra le diverse onlus che hanno, poi, presentato un progetto alla Conferenza dei sindaci di Asl3 (che  riunisce i sindaci o i loro rappresentanti dei 40 Comuni, compreso quello di Genova, che fanno parte del territorio dell’Asl3 genovese). In questo momento si sta attendendo che la Conferenza emetta un atto ufficiale, si sta preparando la delibera e, a quanto ci dicono dalla Direzione Politiche Sociali di Tursi, si sta definendo l’accordo che dovrà essere sottoscritto dal Comune stesso (come capofila della Conferenza dei sindaci di Asl3) e dal capofila dell’ATS. Questo sancirà in modo formale un patto che, tuttavia, è già sancito in maniera non formale. Il documento prevede come anticipato la progettazione congiunta di servizi a sostegno della donna maltrattata e la co-realizzazione  degli stessi attraverso l’impiego congiunto di risorse umane e finanziarie da parte di pubblico e privato. Al momento non ci sono ancora i numeri ufficiali per quanto riguarda l’ammontare del finanziamento pubblico che tuttavia dovrebbe aggirarsi intorno ai 70.000 euro complessivi (quel che è certo è che il contributo non potrà superare il 70% del costo totale del progetto che arriva sino a settembre 2015). Se questa anticipazione dovesse trovare conferma, i fondi riservati al patto  sarebbero inferiori rispetto a quelli che fino al 2013 venivano affidati ad una sola struttura. Ma sulle risorse a disposizione non si sbilancia Barbara Carpanini dalla Direzione Politiche Sociali del Comune di Genova «in corso d’opera si capirà meglio quali risorse economiche serviranno. Non bisogna dimenticare che in questo patto la pubblica amministrazione non mette a disposizione solo risorse economiche, ma anche alcuni locali, oltre al centro già esistente di via Mascherona (dove si trova attualmente il centro antiviolenza gestito dall’associazione il Cerchio delle Relazioni, ndr) anche alcuni spazi sul territorio comunale  laddove sono stati avviati sportelli».

    Le associazioni coinvolte, sono quelle che vi abbiamo già raccontato a cui si aggiungo altre due realtà. Dell’ATS, costituita ufficialmente il 29 luglio 2014, fanno parte Mignanego Società Cooperativa Sociale Onlus, Il Cerchio delle Relazioni, il Centro per non subire violenza onlus da UDI, Associazione U.D.I. Genova, l’Aurora società cooperativa sociale onlus e C.I.R.S. Genova. Aurora e CIRS avranno il compito di prendersi in carico le utenti con problemi psichiatrici. Il CIRS si occupa del reinserimento in particolare di giovani donne che si trovino in situazioni di disagio psico-sociale. La cooperativa Aurora raccoglie in sé l’esperienza di più di trent’anni di interventi sociali a favore di donne in gravi difficoltà, è nata dall’iniziativa di tre enti di volontariato tutti impegnati in questo campo (L’Ancora – il C.I.R.S. di GE.- La Tenda).

    Dunque l’ATS è costituita e il progetto presentato è in attesa di firma ufficiale.  Ora le associazioni che già operano tutti i giorni nella lotta alla violenza hanno un compito in più: quello di incontrarsi e cercare di trovare un modo per uniformare al meglio la raccolta dati, le pratiche, le modalità di rilevazione, le schede anagrafiche. «Si vuole cercare una metodologia comune di lavoro, una sinergia fra i diversi soggetti», racconta Paola Campi del Centro Pandora seguita a ruota da Olmi del Centro per non subire violenza «definire tutti gli aspetti “tecnici” per avere una metodologia comune fermo restando la specificita’ di ogni centro. In questo modo si eviteranno sempre più sprechi di risorse sia umane che economiche». Oltre al  lavoro sui centri ricordiamo che dell’ATS fanno parte CIRS e L’Aurora che nel progetto (che speriamo presto di leggere per esteso) si occuperanno di sostegno psichiatrico, ma non solo. È stata infatti ipotizzata la creazione di un punto di ascolto per il maltrattante in modo da agire anche in questo senso per contrastare la violenza di genere. Il progetto prevede per il 2014 la formazione di personale per l’attuazione. C’è poi l’UDI (che quest’anno festeggia i 70 anni di attività) che si occuperà di una serie di iniziative di tipo culturale e informativo soprattutto con incontri nelle scuole.  

    Insomma da quello che ci è sembrato di capire  le risorse umane ed economiche disponibili per questo primo patto permettono per il momento di concentrarsi principalmente su due aspetti: una fase di raccolta dello status quo insieme all’uniformazione dei dati e la formazione di due nuove risorse per il maltrattante. «Stiamo già lavorando e raccogliendo spunti, emergono spontaneamente altre attività e servizi che avranno bisogno di una futura programmazione per un nuovo patto», chiosa Carpanini.  

    È ancora presto per dare giudizi su questo ambizioso progetto, lo affermano anche associazioni e Comune. La strada sembra quella giusta, l’importanza di fare rete e sistema e di dare nuova linfa e organizzazione alla lotta alla violenza di genere è fuori discussione. Il percorso intrapreso tuttavia è in salita, le risorse finanziarie restano le medesime degli anni passati (o addirittura si riducono) mentre le realtà coinvolte aumentano, basta questa affermazione per capire che qualche cosa non torna. Il sospetto è che il contributo del 30% chiesto alle associazioni potrebbe rivelarsi troppo oneroso in risorse umane ed economiche. Staremo a vedere.

    Claudia Dani

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  • Patto di Sussidiarietà, il Comune fa il punto: le iniziative svolte per la lotta alla povertà

    Patto di Sussidiarietà, il Comune fa il punto: le iniziative svolte per la lotta alla povertà

    palazzo-tursi-D9Con una lunga nota stampa, il Comune di Genova ha diffuso la relazione sulle attività svolte negli ultimi due anni nell’ambito del Patto di Sussidiarietà cittadino.  A dare il via a questo progetto una deliberazione adottata dalla Giunta Vincenzi sul finire del luglio 2011, che aveva lo scopo di aprire un tavolo di discussione per stipulare specifici accordi con le realtà associative che operano sul territorio nell’ambito dell’inclusione sociale e della lotta alla povertà. Fra queste l’operazione più significativa è sicuramente quella legata al progetto C.r.e.a (qui l’approfondimento di Era Superba) nel territorio della Val Polcevera (e non solo) in collaborazione con la Comunità di San Benedetto, il Municipio e A.T.S. 41 (ambito territoriale sociale n. 41 del Comune di Genova).

    Ma vediamo nel dettaglio la relazione del Comune. Per quanto riguarda la promozione del Patto, “si sono svolti alcuni incontri di presentazione e di condivisione delle azioni con i coordinatori di Ambito Territoriale Sociale e dell’Ufficio Cittadini Senza Territorio. Si è costituito il gruppo di referenti tecnici, composto da un assistente sociale per Ambito Territoriale Sociale e per l’Ufficio Cittadini Senza Territorio. Il gruppo si incontra a cadenza mensile”.

    Tursi segnala fra le collaborazioni il progetto “Dalla gente per la gente” in sinergia con l’associazione Creativi della Notte Music for Peace: “È stato firmato un accordo di collaborazione ed un protocollo di funzionamento il 27 gennaio 2012. È stata avviata una forma di collaborazione, che prevede la distribuzione mensile di pacchi con generi alimentari, prodotti per la pulizia e materiale scolastico (massimo 32 pacchi al mese)”. Fra i punto di forza individuati dal Comune per questa specifica iniziativa “l’elevata quantità di prodotti e possibilità di comporre pacchi personalizzati in base alle esigenze delle famiglie, il coinvolgimento degli utenti nelle attività dell’associazione”. E fra le criticità: “si tratta di una risorsa poco utilizzata dagli ATS più lontani dalla sede dell’associazione”. Alla luce di ciò, Tursi indica come linea di sviluppo il “cambiamento nelle modalità di consegna dei prodotti; dal pacco pre-confezionato alla possibilità di scelta da parte delle famiglie. Ampliamento delle donazioni anche ad arredi dismessi”.

    Significativa anche la collaborazione con il comitato genovese della Croce Rossa Italiana, il cui accordo è stato siglato l’11 aprile 2012. “È stata avviata una forma di collaborazione che prevede la distribuzione settimanale di pacchi con generi alimentari (massimo 30 pacchi alla settimana)”.

    Con la “Fondazione Torna qui”, invece,  è stato firmato un protocollo il 5 maggio 2011 che prevede la fornitura di “pasti a costi contenuti presso gli esercizi commerciali aderenti all’iniziativa, tramite la presentazione di una tessera”. Ma in questo caso la relazione del Comune parla di risultati non soddisfacenti: “I problemi principali rilevati sono stati il menù differente e di scarsa qualità proposto ai nostri utenti, in alcuni casi modalità di consegna del pasto poco adeguata (atteggiamento sgarbato da parte dei ristoratori), orari di distribuzione poco adeguati (per esempio, per le rosticcerie dalle ore 14.30 alle ore 14.45 o dalle ore 21 alle ore 22). A seguito di un incontro di verifica con i referenti della Fondazione, si è deciso di sospendere l’introduzione di nuove persone nel progetto. Rimangono attive ancora 42 tessere utilizzabili in due ristoranti-self service, di cui circa 17 sono utilizzate costantemente. Sono state esposte alla Fondazione altre proposte per mantenere la collaborazione sempre in ambito di lotta alla povertà (tra queste, la fornitura da parte della Fondazione di buoni pasto cartacei del valore di 5 euro da distribuire a famiglie in carico ai servizi sociali). Ad oggi non abbiamo ancora avuto riscontro in merito alle proposte avanzate”.

    Progetto “Buon fine” con Coop Liguria e varie associazioni di volontariato. In questo caso si tratta di donazioni da parte di Coop Liguria di generi alimentari alle associazioni che poi a loro volta si occupano della distrubuzione. Si tratta di un progetto già funzionante dal lontano 2006 che Tursi vorrebbe estendere in tutte le zone della città. Attualmente l’esempio virtuoso è quello de “Il Punto” di via Canepari a Certosa di cui Era Superba vi aveva già parlato in passato. “Attualmente gli ATS stanno definendo l’avvio delle collaborazioni anche nei territori mancanti anche se i prodotti donati da Coop Liguria sono diminuiti nel tempo”, da qui l’allarme lanciato dal Comune: “il progetto è a rischio chiusura“.

    Avviata recentemente (novembre 2013) anche una collaborazione con Confindustria e Ferservizi: “È stata accertata la loro disponibilità a donare arredi in buono stato dismessi dagli alberghi“. Sulla scia di questo ultimo accordo, Tursi si augura di riuscire a firmare un’intesa anche con Ascom, Spim e Arte ( per la donazione degli arredi in buono stato lasciati negli alloggi dagli ex inquilini) e Lions Club.

    sanità-farmacie-D1Il Patto di Sussidiarietà riguarda anche alcune farmacie del territorio genovese : “Attualmente alcune farmacie che operano nei Municipi della Val Bisagno hanno aderito al progetto “Prevenzione neonatale” dell’ATS Media Valbisagno, donando prodotti alimentari per la prima infanzia a neonati in carico sia all’ATS che al NOAC”. L’obiettivo del Comune è quello di “estendere la collaborazione sugli altri territori cittadini, tramite la stipula di un accordo cittadino con gli organi rappresentativi dei farmacisti (Ordine, Associazioni di categoria), ed eventualmente ampliarla, estendendola anche alla donazione di farmaci da banco. A tal fine sono stati individuati i referenti territoriali delle farmacie aderenti a federfarmacie ai quali, a cura degli ATS, verrà proposto di aderire al progetto”.

    I progetti con i Municipi

    Oltre al già citato progetto C.r.e.a, fiore all’occhiello del Patto di Sussidiarietà, con l’inaugurazione dello scorso novembre dello spazio di distribuzione fisso all’interno del mercato comunale di Bolzaneto, il Comune ha avviato o sta avviando collaborazioni con i nove Municipi.

    Progetto “Accordi”, Municipio Ponente – Associazione Prà Viva – Centro di Ascolto Vicariale di Voltri – Prà.
    “Sono stati avviati i progetti individuali di attivazione sociale per persone in carico sia ai servizi sociali che al Centro di Ascolto Vicariale. I progetti si svolgeranno all’interno dell’associazione Prà Viva ed il contributo economico verrà erogato alla persona dal Centro di Ascolto Vicariale”.

    Progetto “La Sporta Aperta”, Municipio Media Valbisagno – Caritas – Centri di Ascolto Molassana e Staglieno
    “È stato sottoscritto il 14 novembre 2013 un accordo di collaborazione e un protocollo di funzionamento che prevedono la creazione di un sistema di raccolta e distribuzione di prodotti alimentari e beni vari, forniti da aziende private, cooperative ed associazioni, in locali messi a disposizione dalla Caritas, ma di proprietà comunale”.

    Progetto “Insieme per Sport”, Municipio Media Valbisagno – Associazioni sportive – Ditte fornitrici di abbigliamento sportivo
    “Il progetto, in fase di elaborazione, si prefigge di rafforzare l’integrazione sociale e il diritto allo sport, dei bambini e degli adolescenti in situazioni di disagio psicologico, sociale, economico o familiare, con potenziale rischio di emarginazione, seguiti dall’ATS del Municipio della IV Val Bisagno. L’obiettivo è quello di offrire loro l’opportunità di intraprendere un percorso sportivo gratuito da praticare con continuità insieme ad altri bambini provenienti da realtà sociali diverse, sotto la guida di insegnanti sportivi qualificati”.

    Indagine conoscitiva sull’attività svolta in tema di lotta alla povertà, Municipio centro Est – Centri di Ascolto Vicariali di zona – Centro Emergenza Pré – Comunità di Sant’Egidio
    “Di recente è stato presentato un documento che riporta gli esiti di un’indagine, quantitativa e qualitativa, condotta dall’ATS Centro Est, sull’attività svolta dai Centri di Ascolto Vicariali, dal Centro Emergenza Pré e dalla Comunità di Sant’Egidio in merito al tema della lotta alla povertà ed in particolare della risposta ai bisogni primari di persone e famiglieche si trovano in condizioni di difficoltà. L’indagine ha portato i soggetti coinvolti a prendere accordi circa le iniziative da intraprendere per rafforzare ed ottimizzare l’offerta di beni primari alle famiglie in difficoltà. Attuano periodicamente raccolte di generi alimentari e prodotti per l’igiene presso i supermercati del Municipio a cura della associazioni aderenti alla rete territoriale”.

    Progetto “il cerchio della vita”, Municipio Bassa Valbisagno, recupero eccedenze alimentari.
    “In locali messi a disposizione dal Municipio, che si trovano in viale Bracelli 154-156-158 rosso, il 18 novembre 2013 è stato realizzato il progetto “il cerchio della vita”, che si basa sul recupero e sulla distribuzione di eccedenze alimentari a famiglie che vivono in condizione di povertà seguite dagli ATS e dai Centri Vicariali d’Ascolto. Sono previste attività parallele e integrative, che si attuano nei locali attigui al social market, rivolte al quartiere, laboratori, conferenze a tema. Nel 2014 è previsto un ampliamento delle attività, quali, ad esempio, diete alimentare, recupero arredi”.

    Progetto “Fine Pasto”, di prossima realizzazione nel Municipio Media Valbisagno.
    “Recupero delle eccedenze delle diete alimentari di asili nido e scuole per l’infanzia, da destinare, in collaborazione con realtà associative e parrocchiali della zona, a persone senza dimora e famiglie in difficoltà. Nel 2014 si prevede l’avvio di altri due progetti nei Municipi Ponente e Media Valbisagno”.

  • Municipio e Caritas: progetto Girasol per i cittadini in difficoltà

    Municipio e Caritas: progetto Girasol per i cittadini in difficoltà

    vicoli-immigrazione-d1Municipio Centro Est e Caritas uniscono le forze per dare vita a una nuova rete di solidarietà che affiancherà i Centri d’ascolto diocesani nella distribuzione di generi alimentari e di prima necessità per i meno abbienti. “Girasol – Gira la solidarietà”, questo il nome del progetto, si pone il nobile obiettivo di rinsaldare un legame di prossimità tra chi dona e chi riceve, cercando di ridistribuire i beni all’interno dello stesso quartiere nel quale sono stati raccolti.

    «I cittadini – spiega l’assessore municipale alle questioni sociali, Maria Carla Italia – sapranno così che il loro contributo andrà a sostenere il disagio del loro quartiere».

    L’iniziativa prende il là da una ricerca, realizzata dal Servizio sociale territoriale ATS 42 in collaborazione con il Municipio I, sul tema della distribuzione a carattere solidale di generi alimentari e beni di prima necessità ad opera degli enti ed associazioni no profit e caritativi locali, con particolare riferimento ai Centri di Ascolto del Vicariato inseriti nel territorio dello stesso municipio.

    Dai risultati di questo studio è emerso che i Centri d’ascolto del Centro Est genovese, ogni mese distribuiscono circa 1045 pacchi viveri. Ma solo il 67% di questi beni elargiti proviene dal Banco Alimentare Agea, mentre il 28% viene acquistato direttamente dai Centri d’ascolto e il restante 5% arriva dalla Colletta del Banco Alimentare. Dalla constatazione di una sensibile diminuzione delle donazioni del Banco Alimentare e del conseguente aumento di spesa per i Centri d’ascolto, è nata l’idea del Municipio di stringere una collaborazione con la Caritas diocesana genovese al fine di integrare le reti di solidarietà attualmente esistenti.

    «Condividere questo progetto con la Caritas – ricorda Simone Leoncini, presidente del Municipio I – ci permette di agire concretamente e offrire una prima risposta alle tante persone colpite duramente dalla crisi e abbandonate da un welfare sempre più carente».

    «L’obiettivo – prosegue l’assessore Italia – è la costruzione di una rete di solidarietà finalizzata alla raccolta di merci non solo dal punto di vista della quantità ma anche della qualità. Perché i Centri d’ascolto distribuiscono soprattutto derrate alimentari, ma ci sono anche altri bisogni primari. Quindi cercheremo di ampliare il paniere a beni per la pulizia della casa e delle persone e materiale di cancelleria per i bambini che vanno a scuola».

     Il rifornimento di merci avverrà secondo diverse modalità, ancora allo studio, e con tutta probabilità si avvarrà della collaborazione di un soggetto della grande distribuzione. Tre saranno le vie principalmente battute. La prima punta a creare un’efficace rete dell’invenduto (confezioni deteriorate, cibi in scadenza…) puntando in maniera decisa sulla prossimità degli esercizi commerciali ai centri che si occuperanno della distribuzione. Un secondo filone di interventi mirerà a istituire un sistema di sconti e agevolazioni per gli acquisti dei soggetti che partecipano a questa collaborazione. Infine, si svilupperà una raccolta periodica sul territorio del municipio.

    «A questo proposito – sottolinea, ancora una volta, l’assessore municipale alle questioni sociali – stiamo mettendo a punto un calendario che valorizzi una logica della prossimità. La cosa più bella di questo progetto, oltre alla collaborazione tra Municipio e Caritas, è che tutti i beni raccolti all’interno di un territorio andranno a beneficio dell’associazione e del Centro d’ascolto inseriti nello stesso quartiere. I cittadini sanno che le donazioni andranno a favore dei propri vicini. Si crea, così, una rete di prossimità da chi dona a chi riceve: il territorio aiuta il territorio». 

    Proprio in questa direzione, il primo appuntamento con il girasole della solidarietà è fissato per sabato 21 settembre presso la Coop di Piccapietra. Per tutto il giorno i volontari dei Centri di Ascolto e di Caritas, insieme con il Municipio saranno presenti presso il supermercato per raccogliere prodotti alimentari non deperibili, generi per la pulizia personale e della casa, cancelleria. E la prima beneficiaria di questa raccolta sarà “La Stiva” di San Siro.

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Centri sociali, regolarizzazione: prosegue il percorso con il Comune

    Centri sociali, regolarizzazione: prosegue il percorso con il Comune

    Lsoa BuriddaIL PRECEDENTE

    Novembre 2011: il Comune di Genova, con la mediazione di Don Andrea Gallo, firma un protocollo d’intesa per la regolarizzazione dei centri sociali, alla presenza degli Assessori Andrea Ranieri (Cultura, Promozione della Città e Politiche Giovanili) e Bruno Pastorino (Politiche della Casa, Patrimonio e Demanio). Il protocollo porta alla nascita, per la prima volta in Italia, di un unico soggetto associativo che raggruppi glispazi sociali autogestiti“: il primo atto dell’associazione sarà il riconoscimento formale da parte delle istituzioni del possesso degli spazi e delle attività che in essi si svolgono.

    Sono quattro i centri sociali di Genova, che hanno aderito al protocollo: lo Zapata agli ex Magazzini del Sale (via Sampierdarena), il Pinelli a Molassana (via Fossato di Cicala), il Terra di Nessuno a San Teodoro (via Bartolomeo Bianco) e il Buridda a Castelletto (via Bertani). Quest’ultimo, secondo il protocollo, verrà trasferito al piano superiore del mercato del pesce di piazza Cavour.

    Punto di partenza del protocollo è che «i centri sociali autogestiti che operano in città rappresentano una risorsa per la creazione di opportunità di partecipazione e socializzazione per i giovani, oltre a realizzare iniziative ed eventi di qualità che hanno prodotto e possono produrre sinergia con attività svolte dal Comune».

    Quali sono, in dettaglio, i suoi contenuti? Anzitutto la Direzione comunale che si occupa della gestione del patrimonio pubblico si impegna ad avviare una serie di interventi per la messa in sicurezza e la ristrutturazione degli spazi (impianto elettrico, servizi igienici, pavimentazione ecc.): questo avverrà in particolare negli ex Magazzini del Sale – che al momento della firma del protocollo sono di proprietà del Demanio e che il Comune ha richiesto di acquisire – e nell’ex mercato del pesce, in modo che il Buridda possa iniziare le operazioni di trasloco a partire dal 25 novembre 2011.

    Inoltre si terranno assemblee periodiche tra il Comune e la nascente associazione, allo scopo di favorire la programmazione, il monitoraggio e la verifica delle attività oggetto del protocollo.

    IL PRESENTE

    Dicembre 2012: a oltre un anno dalla firma del protocollo, cosa è cambiato?

    Le promesse avvenute alla firma del protocollo di intesa sono state mantenute anche dalla nuova Giunta, con la quale i referenti dell’associazione si sono già incontrati: come ci racconta Luciano, referente del centro sociale Terra di Nessuno per l’assegnazione degli spazi, «l’amministrazione Doria ha confermato di voler proseguire sulla stessa traccia aperta dalla precedente, verificando lo stato degli accordi contenuti nel protocollo e riprendendo in mano i passaggi ancora mancanti».

    Il primo atto ufficiale in questa direzione è stata la regolarizzazione dei contratti d’affitto e delle utenze, che sono state intestate ai referenti di Buridda, Pinelli e Terra di Nessuno. Per quanto riguarda invece lo Zapata, lo spazio è ancora in fase di acquisizione dal Demanio, anche se la fornitura elettrica è gia intestata ai referenti.

    Il trasloco del Buridda non è stato ancora ultimato: il primo “passo ufficiale” è avvenuto lo scorso ottobre, con l’inaugurazione della palestra di arrampicata negli spazi di piazza Cavour, nell’unica sala attualmente agibile dopo i lavori. Come spiega Luciano, «il piano terra del mercato del pesce, quando sarà libero, verrà assegnato in gestione ordinaria al Buridda ma con fruibilità da parte di tutti i centri sociali a soggetti esterni concordati con associazione e Comune».

    Tutti i lavori di ristrutturazione indicati nel protocollo sono stati realizzati, «il minimo indispensabile alla sicurezza, visto che i budget erano veramente irrisori, mentre alcuni lavori – specialmente di muratura e imbiancamento – li abbiamo realizzati noi  con una valutazione a posteriori dei tecnici comunali, che ci ha permesso di richiedere e ottenere un abbattimento dei canoni di locazione futuri».

    L’associazione dei centri sociali è attualmente operativa solo per questioni amministrative, ma non appena i lavori del Buridda saranno terminati si cominceranno vere e proprie assemblee – si presume «abbastanza informali e a cadenza annuale» – per concordare attività comuni e modalità di gestione degli spazi condivisi.

     

    Marta Traverso

  • Politiche sui Rom, bocciato il Piano Maroni

    Politiche sui Rom, bocciato il Piano Maroni

     

    Con la sentenza 6050, del 16 novembre scorso il Consiglio di Stato ha sancito l’illegittimità del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008 rigettando il ricorso in appello presentato dalla Presidenza del consiglio dei ministri, del Ministero dell’Interno, del dipartimento della Protezione civile e delle Prefetture di Roma, Milano e Napoli contro la sentenza dell’1 luglio 2009 del Tar di Roma che aveva gia’ dato ragione all’European Roma rights centre foundation.
    Inoltre, nella sentenza il Consiglio di Stato ha accolto il controricorso presentato dalla European Roma rights centre foundation e da due abitanti del campo nomadi Casilino 900.

    Secondo il Consiglio di Stato, nel decreto con il quale si è dichiarato lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti nomadi nel territorio delle Regioni Lombardia, Lazio e Campania, non sono stati individuati in modo preciso e puntuale gli specifici presupposti di fatto tali da indicare la particolare “intensità” ed “estensione” della situazione riferita a detti insediamenti e tali da giustificare il ricorso a mezzi e poteri straordinari.

    Alla base della decisione c’e’ il fatto che la possibile emergenza sociale causata dalla popolazione nomade “piu’ che gia’ esistente ed acclarata, sia soprattutto paventata pro futuro quale conseguenza dell’espandersi e dello stabilizzarsi delle comunità nomadi”.

    Inoltre il Consiglio di stato ritiene che il riferimento nel decreto relativo a gravi episodi che mettono in pericolo l’ordine e la sicurezza pubblicanon risulta supportato da una seria e puntuale analisi dell’incidenza sui territori del fenomeno considerato (quale sarebbe ad esempio uno studio che documentasse l’oggettivo incremento di determinate tipologie di reati nelle zone interessate dagli insediamenti nomadi), ma soltanto dal richiamo di specifici e isolati episodi di criminalità che hanno avuto estesa risonanza mediatica”.

    Il Consiglio di Stato sottolinea che non può essere invocato il ricorso a mezzi e poteri straordinari solo in ragione della mera incapacità delle istituzioni di affrontare un problema sociale o, peggio, della loro scarsa volontà politica di affrontarlo con gli strumenti ordinari per un evidente timore di perdere favori elettorali.

    Con la sentenza decadono, per illegittimità derivata, non soltanto le ordinanze presidenziali del 30 maggio 2008 di nomina dei Commissari delegati per l’emergenza, ma anche di tutti i successivi atti commissariali che, a questo punto, risulterebbero “adottati in carenza di potere”.

    Il presidente di Arcisolidarietà commenta così la sentenza “E’ giunto il momento di fare autocritica e tornare a governare la situazione senza parlare alla pancia delle persone”.

    Mentre Paolo Bonetti, professore di diritto costituzionale e membro dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) aggiunge “Per i Rom serve una legge specifica, promozionale e di pari opportunità“.

     

    Matteo Quadrone

  • Politiche sociali, un documento della Fish evidenzia i tagli

    Politiche sociali, un documento della Fish evidenzia i tagli

    La Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, a margine dell’audizione presso la Commissione Finanze della Camera, boccia senza mezzi termini le politiche sociali del governo. Questo il perentorio commento di Pietro Barbieri, presidente Fish: “Il disegno di legge delega sulla riforma assistenziale è inemendabile nei contenuti, nella forma, nelle finalità e nei metodi”.

    Ma vigorose critiche sono rivolte anche alla riforma fiscale che, secondo l’associazione, costituisce in alcune sue parti, un pericoloso arretramento nelle politiche, dirette o indirette, a favore di tutte le famiglie e dei singoli in maggiore difficoltà e non può che produrre effetti dannosi e recessivi, oltre che per la coesione sociale, anche per l’economia reale.

    L’associazione ha volutamente affrontato l’analisi del disegno di legge C. 4566 di delega fiscale e assistenziale in modo non scollegato all’evoluzione delle politiche sociali degli ultimi anni.

    In particolare la Federazione ha evidenziato: i pesanti ulteriori tagli agli enti locali operati dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 e dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, tali da comportate nell’immediato una riduzione drastica dei già carenti servizi sociali offerti dagli enti locali; l’azzeramento del Fondo per la non-autosufficienza intervenuto con l’ultima legge di stabilità; la riduzione o l’azzeramento di tutti i Fondi e i trasferimenti per le politiche per la famiglia, per la casa, per il servizio civile; il progressivo impoverimento delle famiglie italiane, come testimoniato dai più recenti studi dell’ISTAT, ed un graduale appesantimento del carico sulle famiglie, e sulle donne in particolare, dei compiti assistenziali per i figli e le condizioni di non autosufficienza; l’aumento del tasso di disoccupazione e inoccupazione in particolare fra i giovani e nel Mezzogiorno; e un tasso di occupazione per le persone con disabilità che non supera il 20%.

    D’altra parte i numeri parlano chiaro. Il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali si ridurrà a 69 milioni per il 2012 e a 44 per il 2013 mentre nel 2008 il Fondo raggiungeva quota 929 milioni di euro.

    Inoltre la legge 111/2011 (art. 20) considera un elemento di virtuosità da parte dei Comuni l’azione di recupero dei costi dei servizi a domanda individuale: in altri termini il Comune è considerato tanto più virtuoso quanto più è in grado di dimostrare che i costi sostenuti per i servizi a domanda individuale non rappresentano un costo elevato per l’Amministrazione (a spese dei cittadini).

    Insomma, secondo la Fish, le due “manovre” (leggi 111 e 148/2011) approvate impongono sui cittadini e sulle famiglie, già provate dalla crisi economica, il carico maggiore del sacrificio.  Il documento integrale è reperibile sul sito dell’associazione www.fishonlus.it

    Infine occorre ricordare come quella della FISH non sia la prima stroncatura che il disegno di legge ha subito alla prima analisi in Commissione Finanze. La più rilevante è stata quella della Corte dei Conti, ma altrettante critiche sono arrivate, finora, anche dai Sindacati e da Confindustria.

    Matteo Quadrone