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  • Luoghi d’arte: a Genova nasce una nuova associazione culturale

    Luoghi d’arte: a Genova nasce una nuova associazione culturale

    luoghi arte genovaGiovedì 26 gennaio 2012 alle 17.00 inaugura a Palazzo Ponzone (via Bensa 2) una nuova associazione culturale, il cui obiettivo è valorizzare e far riscoprire il patrimonio culturale di Genova nelle sue molteplici forme, dai musei ai palazzi antichi al paesaggio.

    L’associazione Luoghi d’arte è formata da rappresentanti di musei, gallerie d’arte, associazioni culturali ed enti no-profit, che si sono posti l’obiettivo di valorizzare tutti gli elementi di valore nel patrimonio culturale, architettonico e paesaggistico di Genova attraverso molte iniziative. Incontri e conferenze, itinerari guidati, attività didattiche, pubblicazioni e molto altro ancora.

    Uno degli scopi di Luoghi d’arte è inoltre diventare trait d’union per tutto ciò che avviene a Genova in ambito culturale – mostre, presentazioni, convegni, spettacoli teatrali e così via – informandone i soci tramite i propri canali.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Piazza De Ferrari

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    Pensi alla piazza più importante della città, la cartolina di Genova, quella fontana imponente che spesso il vento trasforma in getto per l’irrigazione di cemento e passanti, pensi a piazza De Ferrari, all’agorà genovese, e immagini secoli e secoli di storia. In realtà si tratta di una delle piazze più “giovani” del centro cittadino, figlia di numerosi interventi spalmati lungo un intero secolo.

    Venne ultimata soltanto nel 1934, quando fece la sua comparsa la grande fontana opera dell’architetto Giuseppe Crosa, realizzata grazie ad un cospicuo finanziamento della facoltosa famiglia Piaggio intenzionata a celebrare con un monumento l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Abissinia.

    Ma facciamo qualche passo indietro, procediamo con ordine. Fino al giorno in cui la Repubblica di Genova venne annessa al Regno di Sardegna, quella che oggi conosciamo come piazza De Ferrari era uno slargo secondario, di forma triangolare, stretto fra la grande chiesa del Rimedio, il Palazzo Ducale e l’antica sede del Secolo XIX (a nord del Ducale). Da lì partiva via Giulia (l’attuale via XX Settembre), non esisteva via Dante, né via XXV Aprile e neanche via Roma, salendo dalla chiesa si raggiungeva Porta Soprana e Ponticello, e quindi il colle di Sant’Andrea le cui pendici, che sovrastavano via Ravecca, andavano a distendersi proprio in piazza San Domenico, questo era il suo nome.

    Dalla piazza, impreziosita da un piccolo barchile risalente al 1536, si accedeva all’edificio sacro, la chiesa di San Domenico che conteneva le tombe dei Dogi (il complesso religioso era molto ampio, copriva la zona del Carlo Felice e l’attuale centro della piazza, proprio dove ora c’è la fontana). A pochi metri di distanza si trovava il vero agorà cittadino, ovvero quella piazza Matteotti sulla quale affaccia il palazzo Ducale. La facciata del Ducale che da su piazza De Ferrari, infatti, è stata riadattata e affrescata una volta ricavata la nuova piazza, prima si trattava semplicemente del retro, poco visibile, del più importante palazzo cittadino.

    Come detto, nel 1815, la Repubblica passò sotto il governo del Regno di Sardegna e le nuove autorità decisero di aprire un varco nel cuore della città, per dare un punto di riferimento e di snodo alla viabilità cittadina. Fu così che, provocando il dissenso di buona parte dei genovesi, venne demolita la chiesa di piazza San Domenico, prova di forza non da poco del regno di Sardegna visto che si trattava di uno dei simboli della città, rivale di sempre, finalmente annessa.

    La sistemazione dell’area venne affidata all’architetto genovese Carlo Barabino, il quale progettò la costruzione di una caserma sul lato orientale. Nel 1825 venne completato il porticato di levante (così come lo vediamo ora) che avrebbe dovuto “sorreggere” la caserma, e presentato il progetto per la costruzione del nuovo teatro dell’opera di Genova. Una prima fase dei lavori termino’ nel 1828 con l’inaugurazione del Teatro Carlo Felice (chiamato così in onore del re Carlo Felice) e della via Carlo Felice (attuale via XXV Aprile), la seconda fase nel 1832, quando si inaugurò un edificio di due piani che sostituì il progetto originale della caserma per ospitare l’Accademia Ligustica di Belle Arti, ancora oggi nella sua sede originale.

    Come conseguenza di questi importanti lavori di ammodernamento, San Domenico iniziò ad acquistare importanza nella vita cittadina. Il 10 dicembre 1875 si decise di dedicare la piazza a Raffaele De Ferrari, ricco filantropo genovese e promotore dell’Accademia; nell’ultima parte della sua vita, rientrato dall’esilio in Francia per aver ucciso il domestico durante la pulizia di un’arma da fuoco, De Ferrari decise di donare patrimoni enormi alla sua amata città natale, fra cui il Palazzo Rosso di via Garibaldi e venti milioni per il rifacimento dell’area portuale.

    Ma la svolta definitiva arrivò nel 1910, quando venne demolito l’antico quartiere di Ponticello per realizzare via Dante e il palazzo della Borsa (inaugurato due anni dopo). In quegli anni la conformazione della città di Genova venne stravolta, e con l’apertura di via Dante, la nuova piazza De Ferrari divenne il centro della viabilità, la piazza più frequentata a ogni ora del giorno. Nel 1920 venne ultimato anche l’ultimo palazzo che affaccia sulla piazza, quello che nasconde la chiesa del Gesù e che attualmente ospita gli uffici della Regione. Dopo la posa della fontana nel 34, arriva la seconda Guerra Mondiale e i relativi bombardamenti che distrussero parte del teatro. Piazza De Ferrari (a dieci anni dalla sua ultimazione) si trovò nuovamente monca. Per rivederla completa bisognerà aspettare addirittura il 1991, quando il Carlo Felice verrà finalmente riaperto alla città, dopo che per cinquantanni venne sostituito dal Teatro Margherita di via XX Settembre (oggi sede della Coin).

     

     

  • Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Abbiamo parlato nei giorni scorsi della storia del Carnevale. Ma com’era il Carnevale genovese? Può sembrare incredibile ma era più chiassoso, più sfarzoso e più dissoluto di quello di Venezia. Se ne ha prime notizie in documenti del XIII secolo, in cui venivano accordate dilazioni ai debitori perché potessero partecipare alla festa con animo sereno.

    Il Carnevale ai tempi della Superba – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

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  • Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi

    In occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, tante sono state le manifestazioni celebrative che si sono svolte per ricordare quei “luoghi della memoria” che hanno costellato il difficile cammino verso questa conquista o per ricordare quelle figure eroiche che hanno pagato, talora col sangue, il prezzo dei loro ideali. Uno dei personaggi dominanti di questo periodo è stato, senza dubbio, Giuseppe Garibaldi a cui sono stati dedicati conferenze, dibattiti, mostre fotografiche, incontri commemorativi, fiction televisive.

    Tra le rimembranze storiche esiste, a Genova, nel museo S. Agostino, una lapide che così recita: “Saluti riverente il popolo/questa casa/che per fraterna pietà di Natalina Pozzo/accolse fuggiasco/Giuseppe Garibaldi iniziante la gloriosa epopea delle sue gesta/il 4 febbraio 1834…”. L’episodio a cui fa riferimento, che Ernesto Pisani ha tradotto in rima nella poesia “Ciassa Sarzan, ‘na neutte de frevâ” (piazza Sarzano, una notte di febbraio), racconta di un edificio non più esistente, spazzato via dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale ma che si ergeva al n°46, in quel luogo dove ferveva l’opera degli “strapunté” (materassai). Anche la protagonista è, solo, un nome perso nel tempo, tenuto in vita da un ricordo leggendario non scevro da un pizzico di “suspense”.

    LE “SCAPPATELLE” DI GARIBALDI CON LE “BESAGNINE”

    E’ buio, la notte nasconde i passi affannosi di un fuggiasco, la polizia insegue un ricercato, reo di aver partecipato ad una fallita insurrezione mazziniana. Quando tutto sembra perduto, una porta si apre nel cuore del quartiere di Sarzano e l’ombra scivola al sicuro di vecchie mura: è la casa di Natalina Pozzo, una “besagnina”. La donna guarda quegli occhi azzurri, ancora increduli per lo scampato pericolo, e cerca di rassicurare l’inaspettato ospite; “Stæ sciu zoenotto, ch’òua o ciu o l’é fæto”(coraggio giovanotto che il più è fatto) “Staiei chi un pâ de giorni, poi vediêmo”(starete qui un paio di giorni poi vedremo). Dopo qualche tempo, infatti, l’eroe dei due mondi trova la via della libertà, travestito da contadino.

    Un aneddoto curioso come tanti altri se non fosse per un’altra lapide che è in bella mostra a Camerata di Sotto (Lumarzo), in Val Fontanabuona. Parole incise sul marmo per descrivere un avvenimento simile, cioè l’accoglienza ricevuta dal ricercato, però, cambia la casa, sita in strada Carlo Felice, l’attuale via XXV Aprile, cambia la data (9 febbraio) e il nome della pia donna, Teresa Schenone o “Teixinin”, come era chiamata, anch’essa fruttivendola.  Questa antitetica versione dell’episodio sembra essere suffragata da un manoscritto, datato Brescia 23 settembre 1866, in cui Garibaldi, ormai famoso personaggio della “cronaca”, rispondendo ad una lettera di Teresa, le esprime gratitudine eterna per il provvido aiuto e da una successiva missiva, indirizzata al “Barone Podesta, sindaco di Genova”, in cui l’eroe chiede una raccomandazione (esistevano già allora) al fine di trovare un lavoro per il marito della suddetta signora.

    La storia si complica ulteriormente: come ogni fatto di “gossip” ecco spuntare una terza pretendente, cotale Caterina, proprietaria dell’Osteria della Colomba, sita nel vicolo dell’Acquavite (si pensa fosse presso piazza Banchi) che assicura di essere lei ad aver soccorso il patriota  in un momento tanto tragico. Purtroppo è impossibile ricorrere alla prova dirimente del DNA e non rimane che trovare una risposta logica, per sanare la controversia, ipotizzando che tutte le tre donne abbiano, effettivamente, contribuito alla rocambolesca fuga ma in tre momenti diversi: prima in Sarzano, poi in via Carlo Felice ed infine verso il porto dove, attraverso la porta della Lanterna si arrivava a Sampierdarena e di lì, sulla strada di Sestri, si poteva  raggiungere la vicina Francia.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

    Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

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    Lasciando la statale Aurelia e salendo verso il monte, (leggi anche la storia delle antiche creuze di Sant’Ilario) la strada si inerpica in salita tra il verde degli ulivi, tra antiche case che occhieggiano nascoste nel verde, tra vecchi muri a secco e piccole crœze che serpeggiano lungo le pendici del monte, erti sentieri che raccontano una storia remota. Lì dove la salita rifiata, appare la chiesa, che da il nome al borgo, dedicata a S. Ilario di Poitiers, grande padre della cristianità di cui si celebra il dies natalis il 13 gennaio.

    Edificio, probabilmente, risalente all’anno mille, lascia traccia certa di sé solo in un certificato notarile del 1198 ed in uno successivo del 1270 in cui il “Presbiter Iones Minister S.Ilarii” è citato quale testimone in un atto di compravendita. Dell’antica pieve (nel Medioevo si definiva “pieve” la chiesa principale di una circoscrizione ecclesiastica n.d.r.) rimane ben poco dopo il restauro operato, nel 1700, secondo il gusto barocco dell’epoca e l’ampiamento della navata (1712), contesto nel quale viene ingrandito, anche, il sagrato adiacente la chiesa. Sempre dello stesso periodo sono due altari, aggiunti ai sei già esistenti mentre, solo nel 1791, si procede al rifacimento di quello maggiore nel cui interno, sembra, sia stata racchiusa un’antica tavola liturgica in pietra.

    Da un inventario del 1325, si apprende che abbellivano la struttura due campanili, al posto dell’attuale alto 33 m, di cui non rimangono tracce così come non è più visibile la sobria facciata romanica, sostituita dall’attuale in stile neoclassico (1911). La chiesa, dal 1934 dichiarata monumento nazionale, conserva nel suo interno opere d’arte pregevoli come la “Madonna con bambino” dello scultore Leonardo Misano, l’affresco della volta del pittore Giovanni Carlon e un bel crocifisso ligneo del Maragliano (attribuzione incerta).

    La consacrazione a S. Ilario è ammantata di leggenda: secondo la tradizione popolare, il religioso, strenuo difensore dell’ortodossia, avrebbe trovato rifugio in questi luoghi, durante la sua fuga dalla Francia. Sulla sponda sinistra del torrente Nervi, subito all’imbocco della valletta Costalunga, vi è ancor oggi una piccola grotta, chiamata in dialetto genovese Tan-na du Santu (la tana del santo), dimora genovese dell’ecclesiastico, come testimonierebbero i documenti reperiti dal parroco Dagnino (1857). Esiste anche un’altra versione del racconto che vede il prelato solo di passaggio, su una nave, di fronte alla collina, passaggio miracoloso perché, nell’occasione avrebbe provveduto a liberare l’altura dalle terribili serpi che la infestavano.

    Qualche anziano riporta che fino al novecento fosse usanza, in ricorrenza della festa patronale, recarsi in chiesa con un ramoscello di mimosa che, rigogliosa, fiorisce lungo i pendii del monte e la cui fioritura precoce è favorita dal clima particolarmente mite di cui risente questo luogo. Tradizione ben più radicata è quella, invece, che si svolge a Parma che annovera il santo come patrono della città. Mantenuta come giornata festiva, il 13 gennaio contempla, accanto a manifestazioni religiose, la consuetudine di confezionare ed offrire gustosi biscotti fatti a scarpette in ricordo di quel lontano “die” in cui S. Ilario, transitando per la città a piedi nudi, si vide offrire un paio di calzari da un povero ciabattino, atto di bontà ricompensato con la comparsa, il giorno successivo, di un paio di calzature d’oro sul suo umile banco di calzolaio.

    Quest’anno la ricorrenza celebrativa genovese è turbata dalla contesa che anima gli abitanti per una discussa strada che dovrebbe nascere in via del Pianello. La “querelle” vede contrapposti i Verdi e il Circolo Nuova ecologia di Legambiente da una parte, al comitato per la viabilità dall’altro. “Una raccolta di firme, gazebo e striscioni per dire no ad un’opera, spiega Andrea Agostini presidente del circolo, che deturperebbe la collina con una cementificazione che prevede la costruzione di parcheggi e box e che rovinerebbe una struttura storica e importante come la scuola di agraria”. In risposta, Daniela Vecchio, presidentessa del comitato, ribadisce la necessità di attuare un collegamento viario per le famiglie che vivono nelle zone interne oltre a fornire un passaggio agibile a mezzi di emergenza quali ambulanze e vigili del fuoco. Non rimane che sperare nell’ennesimo miracolo del santo per una ritrovata concordia e una condivisa risoluzione della contesa che sappia conciliare il mantenimento di un vero angolo di paradiso naturale alla necessità di alleviare i disagi oro-geografici del territorio.

    Adriana Morando

    Foto e video di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Forte Diamante, Genova

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    Da posizioni dominanti, alcuni dei forti storici di Genova lasciano spaziare il loro immoto sguardo da Portofino fino all’isola di Bergeggi, per poi scendere tra campanili e torri, percorrendo il centro storico e perdersi sul molo, dove la Lanterna, simbolo della città, si fonde in un tutt’uno col mare.

    Gemme incastonate nella natura, quasi tutti sono stati edificati su preesistenti strutture militari (ridotte) che nel 1747 sono state approntate al fine di contenere l’assedio austro-piemontese: semplici costruzioni in pietra, secondo le regole dei muri a secco, o specie di gabbie per sostenere terrapieni, non hanno subito ulteriori modificazioni, per mancanza di fondi, ad eccezione del forte Diamante, l’unico ultimato grazie alla generosità della famiglia Durazzo.

    Tali sono rimasti, infatti, per tutto il periodo napoleonico finché, tra il 1815 e il 1830, il Regno del Piemonte ha deciso di fornire Genova di una barriera difensiva-offensiva munitissima, vera testa di ponte tra l’Italia sabauda nord-occidentale e la Sardegna. Una nuova tecnica che intrecciava il dinamismo romantico alla robustezza dell’arte romanica ha portato alla costruzioni di imponenti baluardi, con bocche da fuoco scanalate, che hanno visto il loro unico impiego nell’insurrezione del 1849 o come batterie antiaeree nell’ultimo conflitto mondiale.

    Il forte “Diamante”, sito a 667 metri di altezza lo si può raggiungere, partendo da Righi con una passeggiata di circa un ora e mezza o, in macchina, lungo la via che da Begato costeggia lo Sperone. In posizione strategica, sia per scendere verso la Val Polcevera che la Val Bisagno, è stato teatro di eroiche resistenze come quella del comandante francese Bertrand o di cannoneggiamenti verso i paesini sottostanti di Torrazza, Trensasco, Campi, Casanova, o di occupazioni come quella dei mazziniani nel 1849. Sorte poco felice è toccata al “Fratello Maggiore”, completamente demolito durante l’ultimo conflitto, mentre il “Fratello Minore”, ubicato sul monte Spino, resiste eroicamente, seppur in pessime condizioni. Il “Puin” è il più vicino alle mura e vi si arriva a piedi con un cammino di circa venti minuti, da un varco a monte del Castellaccio. Circondato da un fossato con tanto di ponte levatoio, oggi scomparso, ed insignito di una targa, anch’essa svanita, in memoria del ferimento del celebre poeta Ugo Foscolo (ben due volte), si dice debba il suo nome ad un fantomatico “puin” (padrino), abitante in una baracca sottostante.

    Il forte “Sperone”, in cima al monte Peralto, deve il suo nome alla caratteristica forma del bastione settentrionale: dalla piccola “bastia”, datata 1319, con continui rimaneggiamenti, nel 1830, si è giunti alla struttura attuale in cui spiccano caratteristiche torri cilindriche. Ceduto nel 1958 alla Guardia di Finanza è, dal 1991, utilizzato per rappresentazioni teatrali (luci sui Forti) e si può visitarlo da marzo a novembre con tour organizzati dal Comune.

    Il “Castellaccio” è il primo forte che si incontra salendo da Manin: un vecchio cancello in ferro sbarra la strada agli estranei. Di qui salendo per una vecchia strada lastricata si arriva su un pianoro occupato da altissime torri per telecomunicazioni. Dell’antica struttura rimane una vecchia caserma bipiano, in passato, in uso alla Poste e alla Marina Militare, poi, sede del “Club Castellaccio anni ’30”. Dall’alto, il terreno degrada verso la Torre della Specola, edificio in mattoni rossi, edificato nel primo ottocento, sorto in quel triste luogo dove, dal 1509, si eseguivano le condanne a morte. In buono stato di conservazione viene utilizzato dall’Istituto Idrografico della Marina come deposito materiale e come archivio.

    Il forte di “Begato” si trova sulla carrozzabile delle Mura Nuove, salendo da Sampierdarena: su progetto del Barabino, è una struttura a pianta quadrata, rinforzata, ai lati, da bastioni a tronco di piramide, uniti da spalti su cui potevano trovare posto 26 bocche da fuoco. Dal 1990 il Comune ne ha avviato il recupero per offrire ai cittadini, ampi spazi aperti per attività polivalenti.

    Altre imponenti presenze, occhieggiano da molti punti della città, talvolta integrati nello stesso tessuto urbano, ma di questi.. ne parliamo un’altra volta.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Piazza Fontane Marose

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    Tra la ragnatela di “caruggi” che disegnano il centro storico di Genova cerchiamo di ripercorrere i tempi in cui le signorine di strada, le Amorose, scesero in campo, incredibile dictu, per condizionare la storia di un toponimo. Andiamo indietro nel tempo e fermiamoci in quel luogo oggi noto come piazza Fontane Marose, antico centro cittadino dominato dai palazzi della famiglia Spinola costruiti tra il ‘400 e il ‘500 e dichiarati patrimonio dell’umanità.

    Palazzo Spinola dei Marmi e il suo convicino Palazzo Spinola Luccoli-Balestrino, aggettano su un piazza priva da tempo (come ricordano tre lapidi su un lato di viale Interiano verso piazza Portello) del suo monumento più caratteristico: un’imponente fontana a tre arcate.

    Nella “valle Bacheria”, oggi via Caffaro, sgorgavano delle sorgenti tumultuose che, confluendo in un rio, raggiungevano il mare attraverso la zona di Soziglia; nel 1206 iniziarono i lavori di ristrutturazione che portarono alla costruzione della fontana. Si giustifica, così, la prima parte del nome, ma da dove scaturisce l’aggettivo “marose”?

    La fantasia ha spiegato le sue ali più capaci per cercare di risolvere il misterioso arcano. Uno studioso genovese, Giulio Miscosi, attribuisce l’origine del nome a “maros” località famosa per un furto al tempio di Nettuno. Per trasposizione sarebbe derivato l’aggettivo “maroso” ad indicare monumenti, quali le fontane, attinenti le acque. Ma il termine si potrebbe, semplicemente, riferire al mare che, a quei tempi, stante un’urbanistica diversa, si poteva osservare facilmente dalla piazza. Quest’ultimo accostamento sembra un po’ forzoso anche se, la turbolenza delle acque sorgive, potrebbe avere evocato l’agitarsi di un mare in burrasca, con l’ovvia conseguenza.

    Un aneddoto popolare e di folklore è quello riportato da un altro dotto, Giuseppe Marcenaro: le figlie di tal “stea mou rousu” (Stefano il rissoso), affittavolo dei marchesi Spinola, continuando il lavoro del padre, aprirono un’osteria nei pressi della piazza portandosi dietro un nome tanto ingombrante che, a poco a poco, si trasformò in “de moe rouse”, poi in Mauruse ed infine in Maruse.

    Che dire, poi, del cavaliere teutonico Van Rosen, giunto a Genova per andare in Terra Santa e, invece, trasformatosi in un mastro birraio di via Luccoli? Estrapolare dal suo nome “Marose” sembra un gioco da ragazzi.

    Tra le molte citazioni e leggende popolari, senza alcuna certezza storica, ci piace, però, avvalorarne una su tutte: quella che il nome originario fosse “Fontane Amorose”, intendendo che qui, durante il giorno, si riunissero delle fanciulle spensierate e tra ciarle e risate sciacquassero i loro panni; le stesse fanciulle che, alla sera, ritornavano nello stesso luogo per mercificare il loro amore.

    Con l’avvento del perbenismo, un tale ricordo offendeva il pudore dei benpensanti che trasformarono il nome, prima in Morose e definitamente in Marose. E col nome se ne è andata anche la fontana, che fu demolita a metà dell’800, proprio per permettere l’apertura di Viale Interiano, la cui vasca è tutt’ora interrata sotto al livello del suolo e  sulla quale vegliano i monumentali palazzi Spinola, rimasti unici testimoni di quei tempi.

    Adriana Morando

    Video di Daniele Orlandi

     

  • Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Degli antichi sapori genovesi oggi è rimasto poco… dai tempi della Repubblica marinara vengono ad esempio le trippe, lo stoccafisso o il “bianco e nero” e resistono al corso del tempo, anche se trovano sempre meno posto sulle tavole dei genovesi.

    In questo articolo ripercorriamo la storia dei piatti tipici della tradizione ligure fra leggende popolari e tradizioni. Ma anche un viaggio attraverso gli antichi sapori (spezie, condimenti, salse) che oggi sono ormai scomparsi.

    La cucina ai tempi della Superba – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

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  • Barego: il paese abbandonato trecento anni fa

    Barego: il paese abbandonato trecento anni fa

    BaregoC’è un luogo affascinante e misterioso sulle alture della Valbisagno, un luogo che i genovesi non conoscono. Si trova sopra l’abitato di Traso, a 700 metri sul livello del mare, si tratta dell’antichissimo borgo di Barego.

    Un paese abbandonato più di tre secoli fa dai suoi abitanti per ragioni a noi sconosciute e conservatosi in ottime condizioni fino ai nostri giorni, protetto nei secoli da rovi e sterpaglie, fronde e penombra. Lassu’, nascoste fra la vegetazione, sono ancora in piedi ben 25 case le cui fondamenta risalgono al VII Secolo. La storia non riporta alcun documento di archivio, neanche di tipo ecclesiale, che identifichi questo piccolo centro.

    Sappiamo solo che a causa dell’invasione longobarda, Onorato, vescovo di Milano, fuggì a Genova e il vescovo della Superba gli fornì una «mensa vescovile», ovvero un’area produttiva che avrebbe dovuto servire a sfamare la moltitudine di servi e schiavi di Onorato. C’è chi sostiene che quella “mensa” potrebbe essere stata proprio Barego, facendo risalire la maggior parte delle rovine che oggi possiamo ammirare proprio a quel periodo vescovile (ad esempio gli archi a sesto medioevali e le grandi mangiatoie in pietra).

    Restano comunque misteriose le ragioni che hanno portato Barego ad una morte cosi’ repentina agli albori del XVIII Secolo, in una zona che costituiva il crocevia dell’antica strada del sale tra Genova e Piacenza, e quindi in una posizione favorevole per il prosperare di attività economiche.

    Nel 1990 lo scrittore Eugenio Ghilarducci fu il primo ad occuparsi di questo antico borgo, poi il silenzio sino alla proposta nel 2007 dell’ Intertek Group, un progetto che fra utilizzo di biomasse e impianti fotovoltaici prevedeva l’installazione di attività “legate alla conservazione delle tradizioni e del bosco circostante”… in parole povere, un agriturismo! La proposta avanzata dall’Intertek giunse puntuale in seguito agli scritti pubblicati nello stesso anno da Tullio Pagano, docente di Italiano al Dickinson College in Pennsylvania: “… restituire al borgo quel ruolo di cerniera tra il Mediterraneo e i ricchi mercati dell’Italia settentrionale”, scriveva Pagano.

    Da quei giorni infuocati, in cui fra generali sfregamenti di mani improvvisamente Genova scoprì il suo borgo misterioso, Barego è nuovamente precipitato nella penombra che per lunghi secoli tanta pace gli ha assicurato. Dell’agriturismo “dei furesti” non se n’è più parlato (ai tempi si diceva che il progetto avrebbe dovuto attendere otto anni prima di vedere la luce), probabilmente i tre milioni di euro sotto la voce costi (finanziamenti in buona parte pubblici) hanno fatto tramontare velocemente la prospettiva. Anche perchè forse, pensiamo noi, dopo tre secoli di stoica resistenza al tempo, Barego non meriterebbe un così triste epilogo. Sarebbe sufficiente limitarsi a curarle ed amarle quelle storiche pietre, ma cio’, si sa, non porta guadagno a nessuno.

    Gabriele Serpe

    Foto di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Cattedrale S.LorenzoNella storia di Genova ricca di streghe, pirati e fantasmi non potevano mancare animali reali o nati dalla fantasia popolare che compaiono più o meno nascosti, in molti angoli della nostra città.

    I più noti sono i leoni stilofori, risalenti al 1840, opera dello scultore Carlo Rubatto, che campeggiano, maestosi, ai lati della Cattedrale di S. Lorenzo. Simbolo della forza che sta a guardia dello spazio sacro (Cristo è chiamato “il leone della tribù di Giuda”), fregiano la facciata della chiesa con il loro marmo bianco parimenti a quelli stilofori o in bassorilievo, attribuiti ad uno scultore della scuola di Benedetto Antelami (tra il XII ed il XIII secolo), allegorie della lotta di Cristo sul male. Ad altezza d’uomo, a destra di una delle due porte di accesso, è nascosto il profilo di un piccolo cane, testimonianza d’amore del suo padrone scultore che durante i lavori per la costruzione della cattedrale fu colpito dal lutto e decise di immortalare il profilo del suo amico a quattro zampe…

    Una vera curiosità è lo sbalzo raffigurante un asino che suona l’arpa, fregio insolito sulla soglia di una chiesa. Il significato è controverso: l’emblema di cose che si vogliono fare, senza esserne in grado o anelito verso Cristo cui tendono anche le creature più umili?

    Il drago di S. Giorgio “impazza” per la città in tante effigi scultoree o pittoriche di cui la più nota si trova sul prospetto principale dell’omonimo palazzo. I grifoni, mezzi leoni e mezzi aquila, guardano i falneurs dalle volte di Galleria Mazzini e compaiono, financo, sulla bandiera del Genoa o sullo stemma comunale, dove sono raffigurati con le code abbassate, per antico volere dei Savoia, in segno di sottomissione.

    Che dire del basilisco, emblema dell’eresia ariana? Era un serpentone, dalla testa di gallo, dallo sguardo mortale, dal fiato flautolente, che risiedeva in un pozzo, vicino alla chiesa di S. Siro. Stufo dei fetidi miasmi, il vescovo gli impose, con veementi invettive, di lasciare quella sede molesta e di perdersi in mare. La leggenda è evocata, nel coro della chiesa, da un affresco di Gian Battista Carlone (XVII secolo), dipinto per sdebitarsi dell’asilo ricevuto, in seguito ad un’accusa di omicidio.

    I tritoni, dalla coda di pesce, hanno un imponente rappresentante, intento a cavalcare un delfino, presso il Palazzo del Principe.

    I centauri, metà uomo metà cavallo, galoppano nel “trionfo Doria” sul portale di via Chiosone così come quelli del “trionfo degli Spinola” in via Porta Vecchia.

    Reale, invece il “porcus”di S. Antonio cioè i maiali che potevano circolare liberi per la città (1400-1751), fino a quando imbrattarono e morsero un corteo di senatori, diretti a Castelletto. La vendetta dei notabili fu immediata: venne emanato un editto che permetteva a chiunque di “appropriarseli” sia vivi che morti. Il Magnifico Basadonne, abate dei frati Antonelliani, sollevò un contenzioso giudiziario, ma per i suini la sorte era segnata.

    Vico dei Gatti é un omaggio ai felini, che trovarono il loro cantore in Edoardo Firpo “Staggo a vedilli fra l’erbetta do giardin: assetta in sci quattro pe con un aia indifferente, incommensa a mescia a coa comme un serpente…”, e che insieme a lepri, orsi, galli, gazzelle, scimmie, tartarughe, rane, cicale sono ricordati nei nomi dei tanti “caruggi”della nostra città.

    Anche l’amore per i cani ha le sue leggende: si dice che Cesare Cattaneo avesse un cagnolino di nome Brighella, in onore di Goldoni, che portava sempre con se, nelle sedute del Minor consiglio, lanciando una moda che rese alquanto “rumorose” le riunioni dei probi senatori. Anche Gian Andrea Doria edificò una tomba (1615) con tanto di lapide per il suo cane “Gran Rolando”, rinvenuta nel 1838 nel palazzo Pamphily, i cui denti furono trasformati in pendenti per una dama dai gusti, che definirei, originali.

    Adriana Morando

    Foto di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Piazza Rossetti

    La Storia di Genova, Foce e Borgo Pila – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Punto d’approdo in epoca remota degli sbarchi dei mercanti detti i “focesi” (questa l’origine del nome del quartiere “Foce”, i focesi provenivano da una città greca della Ionia, Focea, dove oggi sorge la città di Foca in Turchia), quella piana formatasi sulla sponda sinistra alla foce del fiume Bisagno, l’attuale piazza Rossetti, ebbe un ruolo tutt’altro che marginale nella storia genovese.

    Spiaggia molto ampia, veniva utilizzata sin dai primissimi anni di sviluppo della città per l’approdo delle navi, terzo scalo per importanza dopo l’antico porto e la spiaggia di San Pier d’Arena (ai piedi della Lanterna), e già nel Medioevo l’approdo aveva funzione di cantiere navale.

    Inoltre, da lì partivano gli orti e i frutteti che si distendevano lungo il Bisagno e che fornivano frutta, verdure, erbe e spezie a tutta la città. Sulla spiaggia della Foce i carri ricolmi dei contadini e dei pescatori facevano bella mostra di sè ad ogni ora del giorno, e garantivano prosperità ai contadini e pescatori che abitavano quelle che Giustiniani negli Annali della Repubblica di Genova del 1537 descrive come “da otto a dieci case con la chiesuola di S. Pietro…” .

    Un crocevia fondamentale dunque per l’economia cittadina, nei mesi estivi frequentato anche per la balneazione, anche se in numero decisamente inferiore rispetto alle spiagge che sorgevano sulla sponda destra (ai piedi delle mura dell’odierno corso Aurelio Saffi). Gli orti e i carri con il passare degli anni arretrarono per concentrarsi esclusivamente nell’attuale Val Bisagno, ma intanto, già nel XV secolo, l’attuale piazza conobbe la prima trasformazione, fu edificato un “lazzaretto” per l’isolamento e il ricovero dei malati contagiosi (provenienti soprattutto dalle navi), cui approdarono i malati della pestifera epidemia del 1600,  di quella manzoniana del 1630 e la successiva del 1656, le quali determinarono la morte di ben 92000 abitanti. L’imponente edificio, più volte ampliato e modificato svolse la sua funzione fino alla metà dell’Ottocento, ospitò anche il filosofo francese Rousseau (esperienza di cui l’autore parla nelle “Confessioni“) nel 1743. Tra l’opzione di essere relegato a bordo di una nave, per 21 giorni, e l’ospitalità delle sinistre mura, così disagevoli da essere completamente sprovviste di mobili, allo scrittore toccò varcare la soglia del lazzaretto dove, dopo aver dato “la caccia alle pulci prese sulla feluca”, non gli rimase che farsi il giaciglio con i suoi stessi vestiti.

    Curiosi erano i rimedi suggeriti contro la peste ai tempi del Lazzaretto della Foce, o i segni ritenuti premonitori quali eclissi, comete, terremoti,  insieme all’aumento del numero dei topi, dei ranocchi, delle mosche. Come riporta il fisico e medico dell’Ospedale di Pammatone, Bartolomeo Alizeri,  oltre all’ovvia quarantena di merci e persone, infatti, le monete venivano purificate con aceto e profumi, le lettere copiate da persone fidate prima di inoltrarle al destinatario, si evitavano gli indumenti di lana, si  frizionava la regione cardiaca con olio di scorpione e per la dieta era raccomandato molto pesce perché, secondo Aristotele, questi animali erano immuni dal contagio. Infine, si ritenevano “efficacissime” le polveri ottenute da pietre preziose quali zaffiri e smeraldi, panacee per le quali si raccomandava, da buoni genovesi, il pagamento anticipato onde evitare spiacevoli “perdite”.

    Un altro sinistro edificio si ergeva, verso ponente, all’altezza dell’odierno corso Aurelio Saffi, il cui ricordo è testimoniato da una targa posta all’inizio della strada. Qui, dal 1602, vi era l’Oratorio delle Anime Purganti e il Cimitero dei Poveri (abbattuto dopo la costruzione di Staglieno): quest’ultimo era costituito da grandi fosse comuni, chiuse da grate a larghe maglie, in cui, durante le violente mareggiate, l’acqua poteva entrare liberamente facendo scempio dei poveri resti. Si dice che, nottetempo, questi luoghi, fossero frequentati da giocatori del lotto, speranzosi di ricevere qualche buona “indicazione” dalle anime dei defunti.

    Successivamente, con la spinta del governo napoleonico, venne demolito il Lazzaretto per fare spazio al “Cantiere Navale della Foce“, che conobbe nel XIX secolo grande sviluppo ed eccellenza in campo militare. Da quella spiaggia partirono anche due imbarcazioni della spedizione dei mille, l’altra metà, come sappiamo, salpò dallo scoglio di Quarto. Dopo la definitiva chiusura e demolizione del cantiere nel 1930, si iniziò a progettare per la storica piana della Foce un complesso di edifici destinati all’uso abitativo.

    L’architetto che ideò e progettò piazza Rossetti fu Luigi Carlo Daneri (ideatore del “Biscione”, cofirmatario del progetto dell’ospedale San Martino e del progetto urbanistico della Fiera di Genova n.d.r.). I lavori iniziarono già nel 1933 ma si fermarono per la Guerra Mondiale (i bombardamenti distrussero la chiesa di S.Pietro, ultima testimonianza del borgo della Foce) e la piana ebbe il tempo di cambiare veste per l’ennesima volta: sulle ceneri del cantiere navale e fra i nuovi palazzi ancora solamente “accennati”, sorse infatti il campo sportivo della Foce (i lettori più anziani se lo ricorderanno…), costruito dai soldati e cintato con le cortine militari.

    Lì nacque il Genoa Baseball Club, la prima società di “batti” e “corri”, successivamente nominato “palla base”. Fu un emigrato genovese, una volta rientrato in patria, ad iniziare la città di Genova a questo sport.

    Negli anni 50 ripresero i lavori per il completamento di Piazza Rossetti, diretti dallo stesso architetto Daneri, il campo sportivo lasciò spazio all’ampia piazza moderna e alla fontana. Si dice che l’attuale impianto d’illuminazione della piazza, caratterizzato dagli alti pali lato mare, sia rimasto pressochè lo stesso del campo sportivo… Un’immagine suggestiva, di cui però è difficile avere conferma.

    Ultimata nel 1958, piazza Rossetti ebbe grande risalto anche fuori dai confini nazionali e il caratteristico “quadrilatero chiuso dal mare” viene ancora oggi considerato uno dei capolavori del Razionalismo italiano.

  • Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    "Il Ponte di Carignano" di Luigi Garibbo (1800)
    Dipinto di Luigi Garibbo, fine ‘700: “Il Ponte di Carignano”

    La Storia di Genova, Carignano – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Vi sono cinquanta giardini, ossia ville di cittadini, molto dilettevoli, ornate di magnifici edifici e superbe case…” Così scrivevano del “Colle di Carignano” agli inizi del ‘500.

    Nel Medioevo la zona era denominata Caliniano o Calignano, una collina coltivata ove gli orti si estendevano per lunghe distanze intorno alle ville. Fino al XIX secolo Carignano rimase poco più di un sobborgo (venne inclusa nelle mura dal 1320), a tal punto che gli abitanti dicevano “ana’ a Zena” per dire “scendere in centro”…

    Testimonianza di quel passato alcune strade come via delle Bernardine (detta “creuza da Gianetta” dal nome della proprietaria di una rinomata osteria) o vico Fasce (quella zona della collina era coltivata a fasce) che si distende fra le case più datate del quartiere. In vico Fasce si riunivano i popolani per esercitarsi a “batte a moesca” (ballare la moresca), una danza in voga all’epoca, importata dalla Spagna dai Saraceni.

    La cima della collina era ed è occupata dalla basilica di Carignano fatta costruire dalla famiglia Sauli la cui prima pietra fu posta il 10 marzo del 1552.

    La parte esterna fu completata nel 1890 e da allora sono in corso i lavori di restauro… proprio per questo motivo si usa dire a Genova “…a l’è comme a Fabbrica de Caignan” per indicare una cosa lunga, che non finisce mai. La famiglia Sauli nel 1718 finanziò anche la costruzione del ponte di Carignano, pensato come via d’accesso alla grande chiesa. Il ponte fu inaugurato nel 1724, unisce il colle di Sarzano con quello di Carignano, un’opera notevole per i tempi, tanto che i disegni e i dipinti del “grande ponte” fecero il giro dell’Europa. Curiosità: a causa dell’elevato numero di suicidi, il mercante genovese Giulio Cesare Drago fece sbarrare i parapetti del ponte alla fine dell’800, gli stessi che si vedono oggi, come ricorda una lapide posta nel 1880 che recita “perchè non passi consuetudine l’esempio antico e recente di gittare disperatamente la vita dal ponte di Carignano…”

    Il quartiere è profondamente cambiato nell’800: piazza Carignano, villa Figari (fatta costruire nel 1875 da Federico Mylius e ben visibile da corso Aurelio Saffi, un imponente loggiato sull’orlo del muraglione), via Fieschi, corso Andrea Podestà e via Corsica sono del XIX secolo.

    Gli orti e le ville hanno ceduto il passo ai lavori di modernizzazione della città voluti da Carlo Barabino. Fu lui nel 1825 a progettare il parco dell’Acquasola, pensato come passeggiata diurna fra gli ippocastani, impreziosito da un lago artificiale e un teatro.

    Per comprendere la trasformazione che subì il quartiere è sufficiente riportare un testo del 1887 dove via Corsica viene definita “la nuova arteria, la più ampia e spaziosa della città”.

    In quegli anni venne costruita anche villa Croce, oggi sede del Museo d’Arte Contemporanea di genova, a breve distanza dal bellissimo complesso del Sacro Cuore. Lo splendido parco della villa è da sempre aperto al pubblico e offre una suggestiva apertura sulla città.

  • Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Via Garibaldi

    Genova era sino al primo Novecento la città delle case chiuse e dei bordelli. Il pubblico postribolo, nell’antichità, era situato dove poi venne costruita la regale Strada Nuova (oggi via Garibaldi). Le “signorine” pagavano regolarmente le tasse, 5 genovini al giorno e, come normali lavoratrici, avevano il sabato libero e la domenica andavano alla messa. Erano chiamate le donne delle candele perchè il tempo e quindi il costo della prestazione era determinato da una tacca incisa su un cero.

    Genova e le case chiuse – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

    Genova e dintorni, la guida online

     

     

     

  • Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    I giardini Baltimora, qui si sviluppava il quartiere di via Madre di Dio

    La Storia di Genova: documentario sull’epoca fascista, la guerra e la speculazione edilizia, con uno speciale dedicato alla demolizione di via Madre di Dio  –  GuidadiGenova.it

    Dove oggi i giardini Baltimora sono abbandonati al silenzio e alla desolazione, circondati dal gelo dei casermoni della Regione e costeggiati da auto e moto, sorgeva l’antico quartiere Madre di Dio.

    Venne demolito interamente tra il 1969 e il 1973, una decisione che, a distanza di decenni, appare ai più avventata e ingiustificata. Via Madre di Dio era l’arteria principale, collegava la zona di Ponticello (poi piazza Dante) e, passando fra le arcate del ponte di Carignano, sfociava in corso Quadrio a pochi passi dal mare.

    Fra il sestriere del Molo e quello di Portoria, Madre di Dio era una delle zone più antiche del nostro Centro Storico, vicoli stretti, passi e scalinate la collegavano a via Fieschi, Campo Pisano e via del Colle. Al  nr. 38 di passo Gattamora, un vicolo del quartiere stretto fra Madre di Dio e via del Colle, il 27 ottobre 1782 nacque Nicolò Paganini: neanche quell’edificio fu salvato dalle ruspe.

    I sapori e gli odori che caratterizzavano la zona erano quelli delle case popolari, il pianto dei bambini, l’abbaiare dei cani e il denso cicaleccio delle comari. Ma era soprattutto il sonoro biancheggiare delle lenzuola e della biancheria stesa che regalava a via Madre di Dio l’aspetto di un fiume in piena verso il mare.

    Uno scritto del patrizio genovese Stefano De Franchi è utile per comprendere meglio l’atmosfera di quei vecchi vicoli: “Figlia mia! Qui non c’è pace, né di giorno, né di notte. Mille voci risuonano dal mattino appena giunta l’alba sino alla sera… Ho la testa che mi rintrona come un tamburo, per il frastuono e lo schiamazzo che fa la gente!”

    Spesso Madre di Dio viene raccontata come zona difficile, povera, degradata… caratterizzata dallo svolgersi di attività non propriamente legali. Ma accanto a ciò, ci si dimentica spesso di raccontare quello che era il suo volto umano, semplice, profondamente genovese. La maggior parte degli abitanti della zona lavorava in porto, tutte le famiglie si conoscevano e le porte d’ingresso delle abitazioni venivano chiuse soltanto con una catenella. Era buona norma comunicare da una finestra all’altra e se c’era bisogno di qualcosa bastava gridarlo al vicino e si creava una specie di telefono senza fili…

    Abbiamo ascoltato con piacere il racconto di un genovese nato in via Madre di Dio, il quale ricorda come una sera, dopo l’improvviso malore della nonna, senza la possibilità di telefonare, arrivò un medico in casa pochi minuti dopo, chiamato dai vicini che si erano accorti del problema.

    La lunga strada durante il giorno era stracolma di bambini che spesso raggiungevano la spiaggia per giocare, una distesa di sabbia e pietre sino a Puntavagno. I bambini più poveri erano soliti frequentare salita del Prione, giocavano fra le macerie dei bombardamenti lontano dallo sguardo dei genitori, quelli che invece erano considerati “ben educati” venivano accompagnati in piazza Caricamento, seguiti dalle mamme. Controllare i figli era segno distintivo di una “buona famiglia”.

    La sera, invece, Madre di Dio andava a dormire più tardi rispetto al resto della città. Salita del Prione era la zona dei bordelli e delle case chiuse, ma la zona era rinomata soprattutto per le tante osterie, le più frequentate a Genova. Gli uomini, fra un bicchiere e l’altro, uscivano in strada e giocavano a mora, d’estate i tavolini per il gioco delle carte invadevano la strada…

    E, per finire, la curiosità: a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta in via Madre di Dio viveva la “Tina”, una donna quantomeno borderline… Quando si arrabbiava con qualcuno (spesso) usava aprire le persiane e mostrare le chiappe chiare a tutto il quartiere. La Tina abitava in cima alla strada, nella parte più in salita… Era dunque semplice per tutti comprenderne l’umore, giorno dopo giorno, chiappa dopo chiappa.

  • Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    La funicolare di Granarolo
    La particolare orografia che stringe Genova tra mare e ripide alture, consegna alla città un territorio avaro di spazi e “faticoso” da vivere. Saliscendi continui superabili, spesso, solo con ardue scalinate o anguste erte, hanno spinto, gli organi preposti, a realizzare mezzi come le funicolari che, in sedi dedicate, fuori dal traffico cittadino e non inquinanti, offrono un prezioso servizio pubblico.
    La più antica è quella di Sant’Anna che da via Bertani scende a Portello. In 2 minuti copre un dislivello di 54m su un percorso di 370m. Prima dell’elettrificazione, era azionata da un sistema di contrappesi ad acqua: una vettura, zavorrata con un cassone pieno d’acqua, scendeva per forza di gravità, trascinando l’altra in alto. All’arrivo si svuotava il cassone e il ciclo riprendeva.
    La linea, a binario unico, doppio solo nella zona centrale per l’incrocio delle vetture, venne costruita nel 1891 e corre, per un ampio tratto, su un viadotto con arcate in pietra.
    Coetanea di questa è la funivia, o ancora meglio, la ferrovia a cremagliera di Granarolo, che dal Lagaccio, a lato dell’ex hotel Miramare, sale al capolinea dove i passeggeri vengono accolti da una struttura in stile liberty (oggi, si ferma in via Bari per restauro). L’impianto sfrutta il principio per cui una ruota dentata, applicata alla vettura, ingrana con i denti di una guida, trasformando il moto rotatorio in moto lineare, fu realizzato da privati, tra il 1898 e il 1901, lungo un percorso di 1136m e un dislivello di 194m. Questa“tranvia a dentiera”deve il nome al neologismo derivato dal francese “cremaillère” e, ancor prima, al latino “cremaculum”e al greco antico”kremaster”.
    Di maggiori dimensioni è la funicolare Zecca-Castellaccio che, superando un dislivello di 278m su un percorso di 1428m, raggiunge Righi sulle alture della città. Nasce nel 1895, su un progetto di due svizzeri, residenti a Genova, per conto delle FEF di Kerns e prevedeva due impianti distinti: il primo, in galleria, tra largo Zecca e la chiesa di San Nicola, il secondo allo scoperto fino al Righi. Tra i due tratti si effettuava il trasbordo dei passeggeri. In servizio dal 1912, negli anni 1963-1965 i due tronchi furono uniti per meglio servire le nuove aree abitative. Delle 7 stazioni, meritevole di sosta è quella della Madonnetta per vedere un presepe permanente con statuine della scuola del Maragliano. A corollario dei mezzi che salgono e scendono ci sono gli ascensori pubblici ma, questa è un’altra storia.
    di Adriana Morando