Tag: strade antiche

  • Storia di Genova: Quinto al Mare

    Storia di Genova: Quinto al Mare

    Quinto, Genova

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    Il quartiere di Quinto al Mare (poco più di 8.000 abitanti) come lo vediamo e conosciamo oggi, prese forma a partire dagli anni 50 del secolo scorso, quando venne avviata una massiccia espansione edilizia terminata nel decennio successivo con la costruzione di Corso Europa a monte dell’Antica via Romana e della napoleonica Aurelia a mare.

    Come accaduto per i quartieri di Quarto dei Mille e Sestri Ponente, Quinto deve il nome alla collocazione sulla Via Aurelia antica di epoca romana (ad Quintus Milium – quinto miglio dalla città di Genova). La via romana attraversava Genova perpendicolarmente al torrente Bisagno e al torrente Sturla (i ponti di S.Agata in Borgo Incrociati e quello detto appunto “romano” di via delle Casette a Sturla ne sono testimonianza), era l’asse di accesso alla città da Levante lungo i borghi di Nervi, Quinto, Quarto e Sturla. A prova della sua importanza, in molti testi medievali veniva indicata con l’appellativo di Strada. L’attuale Via Antica Romana di Quinto conserva tratti di quell’antichissimo asse di vitale importanza per il commercio e le comunicazioni.

    Gran parte della storia di Quinto al Mare si concentra fra codesta strada e il mare. Eh già, il mare… Scontato evidenziare quanto la presenza del mare abbia segnato la vita di questa terra e delle genti che nella storia l’hanno abitata. Testi storici evidenziano la tradizione marinara di Quinto in più di un’occasione; sin dal Medioevo il borgo fu costretto a difendersi dai continui attacchi dei saraceni provenienti dal nord africa e dalle tante imbarcazioni di pirati che riuscivano più facilmente a raggiungere le coste dei borghi limitrofi, piuttosto che tentare di penetrare nel porto di Genova. Per questo motivo venne eretta un’imponente fortezza a difesa delle abitazioni, che rimase in piedi sino ai bombardamenti inglesi del 18esimo secolo. Ulteriore conferma della tradizione di questa terra, negli anni in cui la flotta della Repubblica di Genova era fra le più potenti ed attrezzate del mondo, la quasi totalità degli abitanti maschi del borgo erano arruolati sulle navi genovesi.

    Inoltre, secondo l’ipotesi di alcuni storici, fu proprio Quinto a dare i natali a Cristoforo Colombo; il navigatore genovese sarebbe nato in una villa nella zona a monte dell’attuale corso Europa, in località Terra Rossa, alle pendici del monte Moro, in cui avrebbero abitato i familiari. Si sa, pero’, quante tesi e ipotesi ci siano su questo tema, il più delle volte contraddittorie. Colombo è rappresentato in un affresco nella chiesa di San Pietro situata sulla via Antica Romana.

    Durante il periodo napoleonico il borgo conobbe le prima trasformazione in seguito ai lavori per l’apertura dell’Aurelia a mare (oggi SS1). Nei primi decenni del novecento era diventato sede di due importanti opifici, oltre che di un grande molino granario, e di diversi frantoi per la produzione dell’olio. E quando nel 1926 fu annesso alla Grande Genova, l’economia agricola del borgo aveva appena conosciuto la spinta dello sviluppo “industriale”, con il conseguente aumento della popolazione e la costruzione di nuove abitazioni.

    Tutto ciò rese insufficiente lo scalo della stazione imponendo il suo ampliamento mediante lo spostamento a monte della linea ferroviaria. (A ricordo della vecchia sede ferroviaria resta solo una galleria all’inizio di via Gianelli oggi adibita ad autofficina…)

    Foto e video di Daniele Orlandi

    QuintoQuinto

  • Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Piazza dei Truogoli di Santa Brigida

    La Storia di Genova, articoli e video su GuidadiGenova.it – Vai all’approfondimento sul Sestiere di Pré

    “Superba ardeva di lumi…Genova…  dal suo  arco marmoreo di palazzi” (Giosuè Carducci), edifici, come dice l’ode citata, eburnei, imponenti, che incombono granitici su quell’antica “via Nuova” (via Balbi)  che i nobili Durazzo e Balbi, insediatisi nel quartiere nel XVII secolo, vollero a monte dell’angusta via di Pré, per dotare le loro ricche dimore di un agevole sbocco viario verso  il ponente.

    Tra queste solenni residenze s’incuneano angusti viottoli che scendono ripidi e tortuosi verso il porto o s’inerpicano,  in salita, verso il monte tra un affastellarsi di case sovrapposte. L’attuale aspetto è il risultato di quel rimaneggiamento edilizio ottocentesco che intrappolò,  nei loro intricati meandri, piccole creuze nella cui toponomastica riecheggia il glorioso passato della Repubblica Marinara e dei suoi domini:  via di Famagosta, di Montegalletto, salita di Balaclava, di Montebello, tutte nate da un unico sentiero: salita Santa Brigida.

    Lasciata, dunque, l’ampia piazza del Vastato (l’attuale piazza della Nunziata) e  procedendo in direzione della Stazione Principe, percorrendo  quella  “Strada delli Signori Balbi”, ricchi banchieri genovesi,  si giunge in quel tratto di via dove un dimesso “stendardo”, che ben poco ha di storico, ci annuncia di essere giunti nel luogo dove, il 24 marzo 1403, l’arcivescovo di Genova, Pileo de Marinis, pose la prima pietra di quel monastero che dalla santa prese il nome. Sulla destra, un sottopasso, seguito da una scalinata, da accesso ad una piccola piazzetta dove il tempo sembra essersi fermato: le facciate, completamente rinnovate, di tipiche case medievali,  che sembrano gioire dei loro nuovi  vestiti gialli e rossi, fanno da cornice ai vecchi truogoli (gli antichi lavatoi di Santa Brigida), approvvigionati , da una fonte detta Bocca di Bove, un angolo di silenzio dove tendendo l’orecchio pare ancora  di percepire il garrulo chiacchiericcio delle allegre lavandaie.

    Sulla vetusta tettoia, brillante di restauro, si specchia una preziosa edicola, unico ornamento di spicco nell’essenzialità della piazza. A sinistra, un solido arco, antico ingresso del monastero,  continua in un dedalo di vicoli, ricchi di storia,  che s’inerpicano in alto, scalando la collina, fino in Corso Dogali.

    Sono questi i luoghi dove giunsero, provenienti dalle turbolente alture di Sarzano, le monachelle agostiniane con l’intento di costruire una chiesa e di dedicarla alla santa, Brigida, di cui seguivano la regola (la regola dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida  è un’integrazione, in 27 capitoni,  di quella di Sant’Agostino).

    Appartenente alla famiglia reale svedese, Brigida (1303-1373), sposa giovanissima del nobile Ulf Gudmarsson e madre di 8 figli, alla morte del marito  si spogliò dei suoi beni  per darsi a una vita di fede. In uno dei tanti pellegrinaggi, fatto a piedi o a dorso di un mulo, giunse a Genova dove trovò ospitalità, per qualche mese, nell’abbazia di San Gerolamo di Quarto, in attesa di imbarcarsi per Roma, ospitalità che certo non ricambiò se, come narra la leggenda, dall’alto del Peralto, volgendo gli occhi verso la città ne abbia vaticinato la completa rovina.

    Truogoli di Santa BrigidaIl monastero brigidino di Genova aveva una caratteristica peculiare:  era pensato per una “coabitazione”, seppur rigorosamente separata, tra  frati e suore, entrambi di clausura, il che impose la costruzione di passaggi labirintici che ci danno conto delle  future creuze. Oltre alla chiesa  vi erano stanze, dormitori, mense, biblioteche per i religiosi, laboratori ed officine per gli operai, nonché ampi spazi esterni  come campi ed orti: una costruzione enorme, che occupavano quasi l’intero poggio. Era inevitabile che una così prossima contiguità fosse fonte di tentazioni e che, nel tempo, desse adito a malevoli sospetti, cui cercò di porre rimedio, nel 1600, Papa Clemente VIII, il cui  intervento, atto a porre fine all’ “onta” rappresentata dal convento “misto”,  si concretizzò, nel 1606, con la dipartita  dei poveri fraticelli. Rimaste sole in tanto spazio, le suore misero in vendita i loro terreni, la cui cessione permise, due secoli dopo, la costruzione di via Balbi.

    Ma i guai non erano finiti: alla fine del settecento, in linea con le idee giacobine che giungevano dalla vicina Francia, molti ordini religiosi furono soppressi e molti possedimenti confiscati tra cui quello conventuale di santa Brigida: tutti gli edifici furono riadattati ad uso abitativo, stessa sorte che  toccò alla chiesa, demolita per fare posto a tre palazzotti  conosciuti come “palazzi Dufour”, dal nome del casato del compratore. Prima di questa triste fine subì  la “vergogna” di essere  adibita, prima, ad officina di un fabbro e, successivamente, trasformata in filanda.  Dell’antica abbazia rimane solo l’arco d’ingresso, una colonna, una finestra, un muro, un residuo di affresco sotto un’arcata, tracce nascoste che potete trovare, dopo un’attenta ricerca, tra le ombre dell’intreccio dei vicoli.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Nicolò Ggaraventa

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    Garaventa, toponimo sconosciuto nella memoria delle giovani generazioni, ma che padri e nonni ricordano ancora con  disagio, quello che seguiva la minaccia di essere mandati a sperimentare la rigida educazione della famigerata nave-scuola, se non si tenevano comportamenti corretti. Questa istituzione prende il nome dal suo fondatore, Nicolò Garaventa (Uscio 1848-Genova 1917), insegnante di matematica del Liceo Andrea Doria, appartenete ad  una famiglia di filantropi che annoverava, tra gli avi, don Lorenzo, ispiratore delle prime “Scuole della carità”, opere pie che si facevano carico dell’istruzione dei ragazzi abbandonati alla mercé della strada. Memore del motto del suo antico congiunto “ubi caritas, ibi Deus” (dove c’è la carità, c’è Dio), decise di offrire una chance di vita migliore a tanti poveri orfanelli,  a fanciulli di famiglie indigenti, ad adolescenti problematici figli di prostitute o di detenuti: li raccoglieva sulla spianata dell’Acquasola e, parlando loro in dialetto per farsi ben intendere, li convinceva ad aderire alla sua iniziativa ed a frequentare quella primitiva “officina” che aveva sede poco distante, in una specie di catapecchia, fatta di semplici assi di legno.

    Qui, dal 1° dicembre 1883, i ragazzi si riunivano per fare piccoli lavori ma, soprattutto, si impegnavano nell’apprendere un mestiere che avrebbe costituito il passaporto per il reinserimento nella vita sociale. Fu solo nel 1892, in occasione dell’esposizione colombiana, che gli venne offerta una vecchia nave a vela, quale sede per la sua scuola, sede trasferitasi, l’anno successivo, sul brigantino Daino, ribattezzato” Redenzione”, ancorato al Molo Giano, una vecchia nave dismessa dalla Marina Militare Sarda (varato 1844-demolito 1900). Fu qui che l’istituzione assunse la vera veste di collegio galleggiante, una “fucina di salvezza”, basata sui principi disciplinari e morali della marineria.

    Contraddistinti da una divisa militare, i giovani garaventini, impegnandosi nello studio e nel lavoro, passavano le loro giornate a bordo, giornate  che iniziavano, all’alba, adempiendo al rito dell’alzabandiera con tanto di picchetto e di musica e, alla sera, si concludevano con  quello  dell’ammaina. Il progetto, inizialmente, suscitò molte perplessità  in merito alla validità delle regole educative, ma la tenacia del suo ideatore, che continuava, instancabilmente, a girare nei quartieri più poveri in cerca di nuovi adepti, sempre fedele alla sua filosofia  di “prevenire e redimere”, divenne, in seguito, un modello imitato da altri in Italia e all’estero.

    Si stima che siano passati, per i ponti della nave-scuola, dal momento della sua fondazione fino alla sua definitiva chiusura nel 1977, più di dodicimila ragazzi, in un’età compresa tra i 6 e i 17 anni.

    Nel suo lungo cammino, altre imbarcazioni divennero la casa-rifugio  dei giovani. Nel 1904, infatti,  i ragazzi vennero trasferiti su una cannoniera in disarmo, il Sebastiano Veniero, che, però, venne affondato sotto il bombardamento inglese del  1941  e i garaventini vennero ridistribuiti nei vari collegi cittadini. Solo nel 1951, fu messo a disposizione un nuovo natante, l’ex posamine Crotone, ormeggiata a Calata Gadda. Da quell’anno la direzione passò a Carlo Peirano, dopo essere passata ai figli di Garaventa, Giovanni e Domingo, che la mantenne fino al 1975, quando la scuola venne commissariata e dopo due anni chiusa definitivamente.

    Chissà quante storie vi potrebbero raccontare quei fanciulli di ieri, oggi ingrigiti dal tempo, o lo stesso don Andrea Gallo, figura nota nella nostra città, per l’impegno che profonde nella lotta alla tossico-dipendenza, che visse, in questa struttura, una breve esperienza, quale Cappellano,  storie che potrebbero incominciare con “c’era una volta una nave un po’ speciale…” e concludersi con “La Garaventa è ferma nel porto, ferma da anni, immobile nel tempo, fissata alla terra da forti gomene e al fango del fondo da grosse catene..” (Anton Virgilio Savona).

     

    Adriana Morando

     

  • Uliveto Murato di Quarto: scongiurato il pericolo cementificazione?

    Uliveto Murato di Quarto: scongiurato il pericolo cementificazione?

    Uliveto murato di QuartoQualche anno fa (2007-2008) i cittadini riuniti in comitato avevano gridato allo scandalo, sembrava impossibile fermare l’ennesima proposta di cementificazione. Stiamo parlando del progetto per la costruzione di un’area residenziale nel quartiere di Quarto, lungo l’antica via romana (unica strada a Levante per Roma sino al 1820) all’incrocio fra via Romana della Castagna e viale Quartara, un progetto che avrebbe sacrificato l’antico uliveto murato di Quarto, un angolo di paradiso sotto il cavalcavia dell’autostrada di Nervi, un luogo che conserva strutture medievali di grande valore storico come mura, muri di fascia e antichi argini originali, un ponte ad arco, due grandi pozzi (ancora funzionanti) e una villa rustica.

    Stiamo parlando di una zona rurale, quella di via Romana della Castagna, che è interessata da un altro progetto per la costruzione di residenze, quello che riguarda l’area ex Fischer al numero 20a, che prevede la demolizione della fabbrica ormai abbandonata per la realizzazione di un edificio residenziale di 5 piani.

    Pochi metri più a valle, ecco lo splendido orto di ulivi, un terreno che in epoca feudale era di pertinenza dell’antico Castel Perasso, distrutto dai Fieschi verso la fine del ‘300, le cui rovine sono in piccola parte visibili all’interno dell’area. L’uliveto è ancora oggi coltivato con i metodi tradizionali da un antica famiglia ligure, proprietaria del rustico e del terreno.

    Il progetto prevedeva la realizzazione di un edificio di 20 appartamenti, 22 box, campo da tennis e tra le opere di urbanizzazione era previsto il rifacimento della via romana della Castagna con scarificazione della massicciata e dell’accoltellato di mattoni fino a 20 cm di profondità. Un migliaio di cittadini decise allora di far sentire la propria voce organizzando una raccolta firme e proponendo il restauro dell’antica costruzione rurale per utilizzarla come museo dell’antica arte olearia.

    Grazie anche alle opposizioni della soprintendenza Ambientale e del Municipio Levante il progetto è stato fermato e giace da qualche anno nei cassetti degli uffici competenti.

    Ora, a distanza di anni, il Comune ha fatto propria la proposta iniziale dei cittadini e ha più volte manifestato l’intenzione di progettare un’area museale dedicata all’agricoltura genovese medievale e alla vita rurale. «Allo stato attuale si tratta di aria fritta – ha commentato il consigliere del Municipio Levante Massimo Alfieri – perchè il terreno di cui si sta parlando è di proprietà di privati cittadini. Il Comune dovrebbe quindi prima acquistare l’area facendo un’offerta ai proprietari e poi investire per la realizzazione del museo. Con i tagli di questo periodo, soprattutto per quanto riguarda il terzo settore, la vedo un’ipotesi quantomeno remota…»

    UlivetoUliveto

  • Movimento Indipendentista Ligure: targhe per conoscere i quartieri di Genova

    Movimento Indipendentista Ligure: targhe per conoscere i quartieri di Genova

    Il M.I.L. – Movimento Indipendentista Ligure – si presenterà alle Elezioni Comunali e Municipali di Genova con la Lista Civica “Gente Comune”) e ha già pronta la lista dei 40 candidati per il Consiglio Comunale e sta terminando la compilazione dei candidati per i 9 Municipi.

    Da tempo il M.I.L. si è fatto portavoce di numerose iniziative, tra cui la battaglia per il recupero dei 98 miliardi di euro  del “contenzioso” tra lo Stato e i concessionari dei giochi (slot machine). Per le imminenti elezioni amministrative, M.I.L. presenta una nuova crociata con l’obiettivo di salvaguardare le identità storiche della città di Genova.

    «Vogliamo rendere note le “comunità” degli attuali “municipi” – si legge in una nota diffusa dal Movimento – con l’applicazione di targhe ben visibili che, nel numero di almeno dieci, dovranno essere poste nel territorio “interessato”. Per esempio nel ponente, nelle sue strade o piazze principali, dovranno essere messe delle targhe con scritto : VII Municipio PONENTE – circa 62.000 abitanti – Crevari, Voltri, Ca’ Nuova, Palmaro, Prà, Castelluccio, Pegli, Multedo».

    «Vogliamo inoltre che tutti i numerosissimi torrenti (piccoli e grandi), che da Voltri a Nervi e nella Val Polcevera e Val Bisagno, scorrono in tutto il territorio della città di Genova, abbiano sul loro percorso, almeno cinque “postazioni-targhe” che riportino il nome del torrente. Oggi pochissimi cittadini conoscono i nomi dei “loro” torrenti (ad eccezione dei due principali: Polcevera e Bisagno!)».

    «Tutto questo favorirà la conoscenza di Genova da parte dei suoi abitanti ed anche dei turisti che sempre più numerosi ci auguriamo vadano a scoprire e visitare le storiche Comunità della nostra meravigliosa città che aspetta solamente di essere veramente “scoperta” nella sua “interezza” e non solamente nel “Centro Storico”».

  • Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Sono tanti anni che la guardo da lontano, rassicurante presenza protettiva, dando per scontato che la “Signora” mi avrebbe, comunque, aspettato, torreggiando superba nello scorrere del tempo. Con una comoda passeggiata di pochi minuti, che, alta, aggetta sull’intero porto, partendo da Via Milano, tra il parcheggio dello Shopping Center del Terminal Traghetti e l’hotel Columbus Sea, si giunge sulla piccola rocca, ultimo residuo della collina di “Promontorio”, chiamata anche capo di Faro (popolarmente detto Codefà) o di San Benigno, in onore dell’antico convento, dove solenne e maestosa risiede, dal 1543, La Lanterna.

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  • Storia di Genova: il trenino di Casella

    Storia di Genova: il trenino di Casella

    Trenino Genova-Casella

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    Un vecchio ritaglio di giornale, dimenticato tra le pagine di un libro polveroso, un’immagine di una scolaresca in gita e, in sottofondo, lui, il trenino di Casella,  protagonista di questa “storia”, immutato nel tempo, a parte quel colore rosso sgargiante che originariamente corrispondeva ad un bicolore blu-panna a cui si è tornati dopo il recente restauro.

    Costruita in epoca fascista, la ferrovia Genova-Manin, sotto lo sguardo imponente del Castello di Mackenzie, si arrampica, per 25Km, tra colline alle spalle della città, su, fino a Casella, coprendo un dislivello che parte dai 93 metri della partenza fino ai 405 metri dell’arrivo, con una punta massima nei 458 metri di  Canova/Crocetta.

    Questa linea è servita da un trenino che ricorda quello del bambini, composto da un locomotore, qualche vagone e una carrozza bar, stile “belle époque”,  prenotabile per eventi particolari come feste, gite collettive e spettacoli. La capienza massima  è di 129 persone che potranno trovare posto su sedili, tutt’altro che ergonomici, in solido legno, per un viaggio fuoriporta  che lambisce la Valbisagno, la Valpolcevera e la Valle Scrivia.

    Le tre carrozze originali, portanti ancora inciso il monogramma dell’antico marchio delle officine Carminati & Toselli, in cui furono assemblate con componentistica elettrica CEMSA, TIBB di Vado Ligure, risalgono al 1929 e sono caratterizzate da un arredamento ligneo con rifiniture in bronzo ed ottone. La motrice, la  più antica locomotiva elettrica in attività, tuttora, in Italia, fu costruita nel 1924 e mostra orgogliosa il suo vecchio tachigrafo, arrotolato e appeso ad uno dei carrelli.  Completa il convoglio la carrozza bar, costruita dalla ditta Brema (1929) che riserva ai  passeggeri  un’atmosfera   “retrò”  in  stile Oriente-Express, sfoggiando un tetto rivestito in tela olona, romantiche abatjours dalla luce soffusa, un’antesignana macchina da caffè ed  un erogatore per la birra di datata memoria, costituito da una colonna in ceramica ed ottone.

    Il trenino, nato per essere impiegato nel tratto Spoleto-Norcia (Umbria), dopo 30 anni di onesto lavoro,  subì un primo restyling delle parti esterne che gli conferì il look attuale ma, fu solo nel 1971, che, ritornato in Liguria, modificato lo scartamento da 950 a 1000mm (allargamento delle assi per adattarlo alla larghezza dei binari), potenziato l’impianto frenante,  prese servizio sull’attuale tratta.

    L’impiego usuale, infatti, è risalire o scendere dall’Appennino ligure  per trasportare lavoratori e studenti che preferiscono evitare le tortuose curve  delle strade statali  e nel contempo godere di attimi di puro relax, lontani dal traffico che si intravvede, a scorci, scorrere lontano.

     

    Qui il tempo sembra essersi fermato:  si rivede il vecchio controllore che oblitera il biglietto, forandolo con una stellina, simbolo evidente di un attento controllo, ci si dimentica del riscaldamento, retaggio di tempi troppo moderni e lungo le tredici gallerie, che variano in lunghezza dai 30 ai 150 metri,  si rischia di passare dalla luce  abbagliante del sole al buio più completo, se il solerte bigliettaio si scorda di attivare l’impianto elettrico che, naturalmente, è rigorosamente manuale.

    Durante il viaggio si è “cullati” da un rumoroso sferragliare, passando su tratti a precipizio che offrono paesaggi “mozzafiato” sia per lo sguardo che può perdersi all’orizzonte sia per il timore da cui si è assaliti quando, nell’affrontare una curva in modo alquanto brusco, si viene letteralmente “shakerati” e si ha la sensazione di rotolare lungo l’erta scarpata.

    Trenino di Casella

    Nonostante ciò,  è un’esperienza imperdibile: un percorso che inizia salendo a mezza costa, tra arbusti e ginestre, sulla destra del Bisagno, lungo l’antico acquedotto medievale, da dove si può scorgere, ad est, l’azzurro lontano del mare dalle cui acque emerge, prepotente, il promontorio di Portofino e continua  verso i monti dove incombono le minacciose roccaforti dello Sperone, del Puin e del Diamante. Raggiunta la galleria di Trensasco, lasciato con rapido sguardo il Santuario della Madonna della Guardia, il tragitto si snoda  per lunghi tratti, tra pareti verdi di robinie, interrotte da muri a secco e sentieri boschivi, salendo con ampie curve, come una reale ferrovia di montagna, fino alla stazione di Sardorella , dove un edificio di tipo rurale e un pergolato ombroso offrono tavolini e giochi per una serena giornata all’aperto.

    Chi si prefigge di raggiungere S. Olcese, nella stagione opportuna, potrà cogliere l’occasione per improvvisarsi cercatore di funghi o raccoglitore di castagne ma, sicuramente, non potrà esimersi dal peccato di gola rappresentato dal celebre salame, da accompagnare alle fave e a una buona compagnia.

    Per chi è naturalista, poi, è d’obbligo un’escursione lungo  i 665 metri del Sentiero  Botanico, in cui si possono ammirare più di 30 specie diverse tra le piante appartenenti alla flora ligure e che offrirà, anche, l’opportunità di raggiungere un rifugio attrezzato con 14 posti letto o ammirare il piccolo borgo medievale di Ciaè.

    Per i pigri la fermata ideale è Crocetta d’Orero: per raggiungere i prati non sono necessari più di cento metri!  Ed , infine,  per chi si annovera tra buongustai, tutte le fermate sono buone; basta farsi consigliare dagli pendolari “habitués” e vi sapranno indicare una delle tante trattorie che si trovano lungo il tragitto dove, con una spesa relativa si potranno gustare autentici piatti tradizionali.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la Commenda di Prè

    Storia di Genova: la Commenda di Prè

    La Commenda di PréNel XII secolo, superata Porta di Vacca, altrimenti conosciuta come Porta Sottana per distinguerla dalla sorella levantina Porta Soprana, il viaggiatore diretto verso la Valpolcevera incontrava ampi fondi agricoli, i “praedis” (prati da cui Prè) e un piccolo villaggio “Borgus Praedis”, come si legge in un documento medievale. La via da percorrere, nota al tempo dei romani come l’antica via consolare Emilia Scauri/Postumia (148 a.C), partiva da Genova e attraversava la pianura Padana per giungere ad Aquileia.

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    Di queste perdute memorie rimangono alcune tracce: oggetti di uso quotidiano risalenti ad un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I d.C., come anfore e ceramiche, una macina da mulino, un capitello corinzio, reperiti sui fondali antistanti  l’antico Arsenale della Repubblica così come fu sorprendente il ritrovamento di una pietra miliare, datata tra il 312 e il 324, rinvenuta nelle cripta della chiesa di S. Tommaso al Caput Arenae, demolita per la costruzione della Stazione Marittima, unico indizio del perduto tracciato.

    Lasciati consoli e centurioni, facciamo un salto nel tempo: A.D. 1100, sorge, in questo mondo agreste, un  sobrio edificio a tre piani, in mattoni e pietra grigia di promontorio, caratterizzato dalla presenza di un’antistante loggia  a tre ordini di colonne (ricostruita nel 1508), a cui si aggiungeranno, a formare un complesso unitario, due chiese una sovrapposta all’altra, nel 1180. La Commenda di Prè, voluta da Guglielmo, un frate appartenente ai Cavalieri Gerosolimitani, nasce dapprima come convento ed ospedale (ospitaletto) a cui segue  la funzione di alloggiamento per pellegrini ed armigeri in partenza per la Terrasanta.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il borgo di Boccadasse

    Storia di Genova: il borgo di Boccadasse

    Boccadasse

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    Si dice che i primi ad approdare sulla spiaggia di Boccadasse furono dei navigatori spagnoli. Le imbarcazioni improvvisamente si imbatterono in una forte mareggiata e fu proprio la piccola insenatura a salvarli da una morte certa. Per questo decisero di insediarvisi, dando vita ed anima a quello che tutt’oggi è uno dei borghi più belli della nostra città.

    Leggenda a parte, le origini di questo antico borgo di pescatori sono ancora incerte. Il nome, con tutta probabilità, fa riferimento al torrente Asse che percorreva l’attuale via Boccadasse per poi sfociare nella baia nei pressi di via Aurora, da li’ probabilmente il termine “Bocca dell’ Asse”. Un’altra teoria afferma che il nome sia semplicemente “l’italianizzazione” del termine genovese “boca d’aze” ovvero bocca d’asino, proprio a causa della particolarissima forma dell’insenatura.

    Oggi Boccadasse e’ un quartiere di 5 km quadrati di superficie e conta 5.000 abitanti, ma il caratteristico colpo d’occhio offerto dalla particolarissima conformazione del borgo è pressoché invariato da almeno trecento anni.
    Dopo la costruzione dell’arteria stradale di corso Italia nei primissimi anni del ‘900, Boccadasse diventa il punto di ritrovo di moltissime famiglie genovesi dopo la classica passeggiata della domenica pomeriggio.

    Nel borgo fiorirono le prime botteghe, come l’antica latteria igienica du sciu Amedeo, divenuta gelateria negli anni sessanta, una delle prime in Italia a produrre gelato artigianale per tutto l’anno. A pochi passi di distanza sorgeva la storica bottega del Lallo, il maestro d’Ascia, abile artigiano costruttore di barche in legno per pescatori. La bottega ha definitivamente chiuso la propria attivita’ nel dicembre dell’anno scorso, portando via con sé un patrimonio immenso di antichissimi attrezzi e segreti del mestiere.

    Sin dalle antiche origini Boccadasse era un borgo di pescatori. Si narra che sul finire del XIX secolo quasi tutti i giorni, soprattutto nei mesi estivi, la spiaggia diventava vero e proprio mercato a cielo aperto frequentato da tutti gli abitanti della “Genova bene”, gli unici in grado di raggiungere agevolmente la spiaggia visto che corso Italia ancora non esisteva. Oggi si possono ancora ammirare, soprattutto alle prime ore del giorno, pescatori che rammendano reti… consapevoli continuatori di una tradizione plurisecolare.

    Si dice che la famosa “gatta” cantata da Gino Paoli fosse uno dei tanti gatti che ancora oggi siedono sulle barche dei pesactori in attesa di un piccolo spuntino. Il cantautore, infatti, abitò a Boccadasse per molti anni.

    Un’ultima curiosità che forse molti di voi non sanno: Boccadasse da il nome ad un quartiere di Buenos Aires in passato prevalentemente occupato da emigrati genovesi. Il quartiere in questione è la Boca, patria natia della famosa squadra di calcio Boca Juniors, soprannominata proprio per questo motivo dagli argentini “zeniexes”, in onore delle antiche origini genovesi.

     

    Foto e video di Daniele Orlandi

    BoccadasseBoccadasse

  • Il Castello della Pietra e le antiche fortezze della “via del sale”

    Il Castello della Pietra e le antiche fortezze della “via del sale”

    Il Castello della Pietra
    Il Castello della Pietra

    “E’ la Liguria una terra leggiadra.. ombra e sole s’alternano per quelle fondi valli che si celano al mare..”, così recita una poesia di Vincenzo Cardarelli in cui la dirupata orografia della nostra regione, selvaggia ed aspra ma ricca di bellezze naturali, dà conto di paesaggi unici, talora famosi come quelli delle 5 Terre, talora più nascosti che meritano di essere riscoperti insieme alla loro storia.

    Quest’oggi vi proponiamo una gita fuori porta alla scoperta dei magnifici castelli lungo la via del sale fra i fiumi Vobbia e Scrivia, in provincia di Genova.

    Si imbocca l’autostrada che, in un susseguirsi di curve, giunge ad Isola del Cantone, seguendo un percorso sulle tracce di quell’antica via del sale che dai Giovi giungeva nelle terre dette “Lingua Malaspina”. Da qui, si poteva raggiungere la Pianura Padana, dopo un congruo pedaggio, a fronte di una garanzia di sicurezza, attraverso le valli della Trebbia e quelle della Staffora, percorso obbligato da una legge del 1284 (“per ipsam stratam vallis Stafole et vallis Trebie”).

    Queste terre appartenute, dal Medioevo, ai marchesi di Gavi furono teatri di scontri con la vicina Repubblica di Genova, contesa risolta, nel 1218, con l’assegnazione dei territori a sinistra del torrente Scrivia ai liguri, mentre quelle a destra restarono a Tortona. Riunite sotto l’ unico feudo dei Malaspina nel 1235, furono cedute agli Spinola nel 1256. Tracce di queste passate vicende le troviamo, appena usciti dal casello, nel Castello del Cantone e Castello del Piano.

    A strapiombo su uno dei rari tratti rettilinei della via, il Castello del Cantone si dice risalga al XIII secolo e se ne ha notizia certa per una Bolla Papale di Innocenzo III, datata 13 aprile 1213. Originariamente a pianta quadrata con torri agli angoli delle mura, fu ceduto alle famiglie Denegri e Zuccarino, nel 1819, e trasformato in abitazione privata. Ripetuti rifacimenti hanno snaturato l’antica l’architettura di cui rimane il ricordo, solo, nel torrione che aggetta sul fiume.

    Di difficile datazione è, invece, il secondo maniero, edificato in località “Piano”, a nord della confluenza tra il Vobbia e lo Scrivia. Acquistato dalla famiglia Mignacco, grazie ad una attenta manutenzione, si presenta come una solida costruzione a pianta quadrata, sviluppata su tre livelli, provvista di due torri circolari, unite da spesse mura al cui centro si apre il portale, in arenaria, che da adito alla corte.

    Castello Spinola, Isola del Cantone
    Il Castello del Cantone

    Lasciate le vetuste vestigia, una strada tortuosa, scavata nella roccia dell’orrido, ci conduce lungo la cupa e angusta Valle Vobbia in cui scorre il fiume, profondamente incassato tra massi bruni. Solo all’altezza del ponte di Zan, la valle prende respiro per consentirci di ammirare la meta del viaggio. Prima, però, parliamo del ponte e del suo curioso nome: poche notizie storiche ne attribuiscono la costruzione a Giovanni (“Zan”) Malaspina, figlio di Opizzone della Pietra, signore dell’omonimo castello. La tradizione popolare lo vuole, invece, fatto dal diavolo in persona in cambio dell’anima del primo sfortunato passante. Il primo a transitare fu, però, un cane istigato dalla saporita formaggetta che l’astuto Zen vi aveva fatto rotolare. Per vendetta Satana, avendo visto il villano ingannatore seppellire un tesoro nei pressi, lanciò una maledizione per cui immani frane rovinavano a valle, ogni qual volta qualcuno cercava di riprenderlo. Ma il parroco di Vobbia, cospargendo il terreno con acqua benedetta e chiedendo l’intercezione divina, liberò i luoghi dal Maligno e, col tesoro recuperato, fu costruita la chiesa locale.

    Dal ponte, come si diceva, si può ammirare le due escrescenze gemelle di puddinga (conglomerati), unite dallo strabiliante Castello della Pietra, eretto nel XIII secolo a guardia della strada del sale. Si può accedere alla rocca attraverso uno dei due viottoli che s’inoltrano nel fitto bosco, il Sentiero dei sette seccherecci (locali in pietra per l’essicazione delle castagne) e il Sentiero dell’acqua pendente.

    Dopo una camminata di circa 20 minuti si giunge finalmente al Castello, vera perla del Parco Naturale dell’Antola, la cui datazione (incerta) risale al 1100. Le travagliate vicende legate alla sua storia si possono seguire nel corso di visite guidate che ne rievocano gli splendori e il successivo degrado che toccò il culmine con l’incendio messo in atto dalle truppe francesi e la fusione dei suoi cannoni, il cui bronzo fu utilizzato per le campane della chiesa di S. Croce (Crocefieschi).

    Nel 1981 è iniziato il processo di recupero anche se molti tratti sono irrimediabilmente perduti come i motivi ornamentali della volta del salone: rimane l’originalità architettonica dei due corpi dell’edificio, impostati a quote diverse, l’audacia costruttiva dei tre livelli dell’avamposto quasi interamente scavati nella roccia e un quarto piano dove si snodano un susseguirsi di camminamenti dotati di strette feritoie dalle quali si può godere un panorama mozzafiato che vale, da solo, la fatica della salita.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Ingresso Basilica di Piazza dell'Annunziata

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    Nel caos del traffico cittadino c’è una piazza, un po’ snobbata dalle guide e dai percorsi turistici anche perché, diciamolo, soffocata dal transito rumoroso di mezzi di tutti i tipi, con palazzi smorti nel loro non-colore che avrebbero bisogno di un provvido restyling e in perdente competizione con le più nobili e vicine Via Cairoli, via Balbi nonché tutto il cuore pulsante del Centro Storico. Eppure Piazza della Nunziata potrebbe stupire con tanti racconti che l’hanno vista muta testimone di passate vicende umane.

    Campeggia in questo luogo la monumentale chiesa dedicata alla SS. Annunziata del Vastato. Piccola pieve, limitata nella superfice dalla presenza di due torrentelli, oggi incanalati nel sottosuolo, il rio di Carbonara e il rio di Vallechiara, vide gli albori nel 1228 con il nome di S. Maria del Prato.

    Dai Fratelli della Regola degli Umiliati, primi religiosi a curarne la costruzione, passò ai Conventuali di S. Francesco di Castelletto che la ingrandirono (1520-1530), grazie al congruo contributo in denaro di Francesco Spinola e la dotarono di un ampio sagrato, previa demolizione di alcune case, azione da cui deriverebbe il termine “guastato” o del “vastato”, anche se qualcuno sostiene che il toponimo è da riferirsi ad “a-stu”, luogo all’aperto dove antichi liguri si riunivano in parlamento.

    Fu grazie, però, ai nobili Lomellini se i nuovi proprietari, i Frati minori Osservanti dell’Annunziata di Portoria, la completarono nelle sue attuali forme barocche(1591-1625), rendendola un vero museo della storia dell’arte genovese del ‘600. Mirabili sono la facciata di Taddeo Carlone, il pronao neoclassico con il grandioso timpano, sorretto da sei colonne, di Carlo Barabino, gli affreschi della navata centrale dei fratelli Giovanni e Giovanni Battista Carlone o quelli delle due navate laterali dove, insieme ai più noti Grechetto, Fiasella, Cambiaso, Strozzi, troviamo opere di ben altri 19 pittori, tra le quali alcune di grande valore artistico come Il Cenacolo (G.C. Procaccini) che campeggia sopra l’ingresso o l’Annunciazione (D. Piola) in una delle cappelle laterali.

    Il Paradiso, affresco di Andrea Ansaldo, che impreziosisce la cupola centrale, è famoso, poi, per essere stato causa di un agguato, teso al pittore da colleghi invidiosi, dal quale si salvò miracolosamente. La querelle tra artisti, rosi da gelosie e rivalità, erano molto frequenti in quei tempi, come lo testimonia il fatto che l’Ansaldo era già scampato ad un episodio analogo. Venuto a conoscenza che era stato affidato al rivale Giulio Benso l’incarico di dipingere “S. Antonio fra gli Angeli”, per l’Oratorio di S. Antonio Abate, su cui, pare, vantasse dei diritti di prelazione, l’artista affrontò con decisione il concorrente che, però, più giovane e armato di un “ferro”, lo ridusse così a mal partito che per poco non ne morì.

    Basilica di Piazza dell'AnnunziataBasilica di Piazza dell'Annunziata

    Meno fortunato fu Luciano Borzone che, mentre dipingeva il Presepe, visibile a sinistra dellacappella maggiore, cadde maldestramente dall’impalcatura e perì. Deceduti per peste, anni più tardi (1645) anche i suoi figli chiamati a terminare l’opera del padre. Sorte infelice, ugualmente, per il duca Giuseppe Bouffleurs, giunto con le sue truppe a difendere Genova da un possibile ritorno degli austriaci. Poco più di un anno dopo (1747), come si legge in un antico testo, il vaiolo chiamò il poveretto “ad altra gloria”. La stima dei genovesi, che “lo piansero a calde lacrime” perché “ avevano ammirato in lui il modello d’ogni virtù cristiana”, indusse il Senato dell’epoca a conferirgli un posto nel libro d’oro della nobiltà genovese. Questo privilegio aveva come conseguenza l’opportunità di inserire lo stemma della Repubblica nel blasone di famiglia e la possibilità di essere sepolto in una chiesa, scelta che cadde su quella dell’Annunziata, dove ancora giace davanti alla cappella dedicata a S. Luigi.

    Spostiamoci sul “Vastato” e caliamoci nell’anno 1601: nella piazza una grande forca è stata allestita per l’impiccagione di Giovanni Giorgio Leveratto. La triste storia inizia quando Maria de’ Medici, moglie di Enrico IV di Francia, fu costretta a soggiornare a Portofino per le pessime condizioni del mare. Qui conobbe un certo Gian Battista Vassallo che, seguitala in Francia, per accrescere il suo prestigio agli occhi della regina, progettò di consegnare Genova ai francesi. Per ordire la congiura, si rivolse al cognato Leveratto, medico genovese, che pensò di introdurre i nemici nella città attraverso una piccola porta nei pressi di Carignano. Ma il tradimento di Antonio Morasso, proprietario della casa da cui sarebbero dovuti partire i cospiratori, fece fallire il piano, piano prontamente confermato dal traditore al primo “rendez vous” con gli strumenti di tortura. Spettacoli molto più ameni si tenevano, invece, nei giorni festivi, ma per scoprirne i protagonisti, bisogna prima parlare di un’antica e terribile arma: la balestra.

    Il “Vastato” era l’ampio spiazzo davanti alla chiesa di piazza della Nunziata, dove nel XIII secolo, si esercitavano i balestrieri, così come, dopo le funzioni religiose nei giorni festivi, si poteva assistere alle loro esibizione a Prè, a Sarzano, sulla spianata dell’Acquasola e in tutte le piazze antistanti le parrocchie. Vere e proprie competizioni, accompagnate da un tifo da stadio con applausi, fischi, discussioni, risse, si concludevano con l’assegnazione di ricchi premi: “ille qui primo dabat in signo” (chi per primo risultava vincitore) riceveva “una tazza de bono ariento”, il secondo 10 paia di braccia di tessuto di lana, il terzo una nuova balestra completamente accessoriata. Se ne trova memoria nei libri amministrativi delle spese: esborso di 10 lire per la valle di Voltri (1338) usate per l’acquisto di due tazze di argento, così per gli anni successivi, sceso a 6 lire e 5 soldi, per una sola tazza in tempi di crisi (1415) ect.

    Col nome di “Balistariis” erano il vero corpo “d’elitte” delle milizie genovesi, famosi per perizia, precisione, sprezzo del pericolo e prendevano il nome dalla terribile arma di cui erano equipaggiati: la balestra. Le origini di questo strumento bellico sono incerte ma, comunque, antichissime, basti pensare che, nel 500 a.C., viene citata nel trattato cinese dell’Arte della Guerra, in cui il capo militare Sun Tzu ne descrive i mirabili pregi: “il potere è come la contrazione di una balestra, la tempestività come lo scoccare di un dardo…”. Dalla Cina si diffuse in Medio Oriente nel 900 d.C. e fu importata in Europa intorno all’XI secolo.

    Antenata della balestra, in uso presso greci e romani fin dal II secolo a.C., era la “balista”, una grande macchina da guerra in grado di scagliare enormi pietre con cui far saltare le merlature delle mura. Parente più prossima era, invece, quella chiamata “streva”, denominata in seguito “a gamba” o “a tibia”, perché si ricaricava a terra utilizzando la staffa in ferro al centro dell’arco. Poco veloci da riarmare, avevano bisogno dei Pavesari, uomini armati di lancia e scudo (pavese) per proteggere il balestriere durante questa manovra. Facile e maneggevole era la “manesca”, usata per difesa personale ma, a Genova, si usava la ”balestra a staffa”, più grande di quella cinese e più piccola di quella “da posta” (difesa statica) ma così micidiale da superare le altre per gittata (più di 400 m) e con potenza tale da forare una corazza o trapassare un cavallo, tanto da essere etichettata come “arma infernale e sconveniente per i cristiani” da Papa Innocenzo II, nel corso del Concilio Laterano del 1139.

    Il fusto in faggio, in rovere o in tasso italiano, la corda fatta di canapa intrecciata, un peso complessivo di 6 chili erano alcune caratteristiche di una vera opera d’arte la cui realizzazione era affidata a specialisti, riuniti nella corporazione dei “Balistari” (1275), mentre i dardi erano forniti da privati, i “Quarellarii” detti anche “Magister Verretonorum”, o dalla Zecca. In questo ultimo caso erano detti “buoni” e, per statuto, non potevano mancare su navi o in roccaforti da difendere. E’ proprio nella registrazione del carico delle navi, che partirono per la prima crociata (1098), dove troviamo notizie certe della presenza dell’arma nella nostra città ma, solo alla fine del 1100, venne istituito un vero corpo di armigeri che in pochi anni diventò la punta di diamante dell’esercito di S. Giorgio, con una precisa organizzazione che prevedeva la suddivisione in “bandiere”, composte ciascuna da 20 uomini, comandate da un conestabile.

    Regolarmente salariati, avevano una “ferma” di 3-6 mesi e un ”garante” che rimborsava lo stipendio esborsato dalla Repubblica, pena il carcere, in caso di loro defezione. Lo stesso Comune permetteva di requisire, con l’esposizione di un cippo contrassegnato dalle loro insegne, qualsiasi terreno fosse necessario per l’allenamento e, nel 1352, lo stesso Comune giunse ad acquistare un terreno dell’Abbazia di S. Stefano per questo scopo.

    Tra il 1100 e il 1400 furono la milizia più addestrata e meglio pagata d’Europa da cui i genovesi cercarono di trarne profitto “affittandoli”. Il loro primo impiego mercenario data 1173, quando venne firmato un trattato tra il marchesato di Gavi e Genova, con l’impegno di un intervento in caso di bisogno, seguito da quello del 21 febbraio 1181 in cui ,“in nomine Domine”, i Consoli liguri si impegnavano a fornire ad Alessandria 200 arcieri, e 10 “maestri” (balestrieri). Con un capovolgimento di fronte, fu ad Asti (1245) che furono “locati”, per un mese, “100 balestrieri appiedati e 20 a cavallo da impiegare contro la vicina città di Alessandria”. La loro temibile fama fu quella che indusse Federico II a rilasciare un gruppo di prigionieri, dei 500 mandati a difendere Milano (1245), privati di un occhio e della mano destra perché non potessero tornare ad esercitare la loro arte bellica. Genova, riconoscendo il loro sacrificio, cosa inconsueta per quei tempi e per la proverbiale tirchieria, istituì per loro una regolare pensione. Finita la carriera con l’avvento delle armi da fuoco, oggi, per chi vuole saperne di più, esiste nella nostra città la Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio, con sede presso la Casa del Boia, in piazza Cavour, dove è allestito un Museo di armi e costumi.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Sestri PonenteEra il “Sextum lapis ab Urbe Janue”, ovvero la “sesta pietra miliare dalla città di Genova” sulla strada romana che univa l’antica Gallia con la Capitale. Il villaggio “Sextum” sorse sulla collina nel II Secolo, quando ancora il mare occupava tutta la parte pianeggiante, e il nome Sestri deriva proprio dalla volgarizzazione di questo toponimo latino.

    Rimase villaggio marinaro e agricolo per tutta la sua storia, ma già al tempo dell’Impero Romano l’attuale Sestri Ponente era uno dei centri maggiormente abitati del “genovesato”.

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  • Sestri Levante e Castiglione Chiavarese: progetto di museo diffuso

    Sestri Levante e Castiglione Chiavarese: progetto di museo diffuso

    castiglione chiavareseSi chiama museo diffuso o ecomuseo, ed è un concetto sempre più presente sul territorio italiano, che mira a coniugare la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di un luogo a partire dal paesaggio, dagli angoli caratteristici, insomma dalle strade che di norma percorriamo per “andare al museo” ma che più raramente sono esse stesse parte del museo. Non solo: il museo diffuso coinvolge anche gli abitanti del territorio, perché la loro memoria storica, le usanze e le tradizioni diventino motivo di interesse per i visitatori.

    Per la prima volta anche la Liguria avrà il suo museo diffuso: in occasione del BIT di Milano (Borsa Internazionale del Turismo) verrà presentato dalla Provincia di Genova il museo diffuso di Sestri Levante e Castiglione Chiavarese, che vedrà i due comuni del Tigullio protagonisti di un percorso fra natura e cultura. A Palazzo Fasce (Sestri Levante) verrà inaugurato prossimamente un allestimento multimediale che costituirà il cuore del museo, da cui partiranno una serie di itinerari tematici volti a collegare la costa con il borgo dell’entroterra.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

    Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

    borgo incrociati

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    Il Borgo degli Incrociati e’ un antichissimo borgo medievale sviluppatosi sul confine est della citta’. Il nome “Incrociati” deriva da un’antica chiesa che si trovava a pochi passi dall’ingresso della strada dalla parte della stazione Brignole e che venne demolita i primi del Novecento.

    Il vecchio ponte di Sant’Agata, che in origine contava ben 28 arcate e che nel medioevo venne costruito sui ruderi di un ponte romano, collegava questa chiesa con quella di Sant’ Agata nell’attuale San Fruttuoso vecchia. Borgo Incrociati, infatti, prima della costruzione dell’ultimo tratto di via Canevari, affacciava sul Bisagno, il ponte raggiungeva direttamente le abitazioni e l’ultimissimo tratto e’ oggi ancora visibile fra le case del borgo.

    Negli anni trenta la struttura della zona era ancora ben diversa da quella che possiamo ammirare oggi. Anche dopo la demolizione della chiesa, infatti, poco prima del tunnel che si collega alla Stazione, sorgeva un archivolto (ancora oggi in buono stato) attraverso il quale si giungeva in un’ampia piazza, in minima parte ancora riconoscibile. La piazza, denominata appunto “dell’Archivolto”, venne sacrificata durante la costruzione di corso Monte Grappa.

    Nei primi quarant’anni del secolo scorso Borgo Incrociati fu il borgo delle donne: sostavano fuori dai portoni, vestivano lunghi abiti neri con i capelli raccolti, vendevano frutta di stagione e in inverno profumatissime caldarroste (le famose “rustie”). All’interno degli appartamenti il matriarcato aggiustava le tomaie delle scarpe e si adoperava in lavori di cucito e di pellame. Tenevano le porte di casa sempre aperte e per 5/10 centesimi di lira riparavano le scarpe dei passanti. Queste instancabili madri di famiglia erano famose in citta’ anche per una “bizzarra” particolarita’: sotto gli abiti neri non portavano le mutande, per poter fare i propri bisogni restavano in piedi, allargavano le gambe e si liberavano negli angoli del borgo. Bisognava lavorare, non c’era tempo da perdere…

     

    Lungo la via degli Incrociati c’era il barbiere, diverse latterie ed osterie, il carbonaio (che vendeva carbone, patate e cipolle) e i vecchi antiquari (si chiamavano repessin e vendevano ogni genere di usato).

    borgo incrociati
    Il “landun” di Borgo Incrociati

    Gli uomini durante il giorno si vedevano poco, erano in citta’ a lavorare e uscivano la sera per bere nelle osterie. Si puo’ attraversare ancora oggi, all’altezza della fermata degli autobus, il celebre “landun”, un piccolo tunnel dove gli uomini ubriachi si nascondevano dalle mogli e terminavano le loro bevute.

    Gli anni 50/60 furono gli ultimi anni di splendore per il Borgo degli Incrociati. Lo storico bar Mangini divenne il punto di ritrovo per eccellenza degli sportivi genovesi, tifosi e calciatori. La domenica dopo le partite i calciatori di Genoa e Samp usavano fermarsi al bar per una bevuta e per discutere con i tifosi. Fu proprio in quel periodo che Marcello Lippi, ex ct della Nazionale e ai tempi libero della Sampdoria, conobbe la sua attuale moglie, che lavorava nella pescheria di famiglia a pochi passi dal bar.

     

    Ringraziamo per le preziose testimonianze Lina e Remo Toffan

     

    borgo incrociati

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  • Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    “Omnia tempus habbent”: Massimiliano Spinola osò far apporre questa targa -una incauta provocazione diretta niente di meno che al re – sul portone della sua dimora che svetta, tuttora, in Largo Eros Lanfranco e che è sede della Prefettura di Genova.

    L’aneddoto si riferisce al rifiuto opposto, dal nobile, alla nomina di Ciambellano del re, conferitagli da Vittorio Emanuele I.

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    Massimiliano Spinola e l’affronto a Sua Maestà – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it