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  • La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    La “decrescita felice”: è possibile uscire dalla società dei consumi?

    Spighe al tramontoAlle contraddizioni del modello capitalistico cosa propone in alternativa la decrescita? È veramente possibile uscire dalla società dei consumi senza ritornare al Medioevo? Innanzitutto è opportuno chiarire che la parola “decrescita”, come affermato più volte dallo stesso Latouche, rappresenta uno slogan per indicare la necessità di un’inversione di tendenza rispetto al modello economico dominante basato sulla crescita e sull’accumulazione illimitata di ricchezza. La decrescita non deve essere confusa né con la crescita negativa né con lo sviluppo sostenibile.
    La prima è quella che stiamo vivendo in questa crisi, cioè una riduzione della crescita in una società ancora basata su di essa che, per definizione, non può funzionare se non crescendo all’infinito. Lo sviluppo sostenibile è  invece un modello economico che cerca di far coesistere crescita infinita e risorse finite. La decrescita propone un modello di società basata sulla frugalità volontaria e che ha come presupposto quello di lavorare meno per vivere meglio, di consumare meno ma meglio, di produrre meno rifiuti, di riciclare di più e, di conseguenza, avere un’impronta ecologica sostenibile.

    Per prima cosa occorre ripensare lo spazio urbano. Le odierne megalopoli, pensate e strutturate in funzione dell’automobile, con gli spazi segregati, le zone industriali e i quartieri residenziali senza vita non hanno più senso. Il quartiere e il comune devono ridiventare il microcosmo dove la gente lavora, abita, si riposa, si istruisce e vive la propria vita in comune. In Europa sono già stati realizzati diversi progetti che si ispirano a questa nuova visione della città. Gli esempi più noti sono quelli del quartiere di Vauban di Friburgo e del quartiere BedZED (Beddington zero energy development) nella città di Sutton, a sud di Londra. All’interno di un unico spazio sono state integrate abitazioni, luoghi di lavoro, negozi e centri per il tempo libero riducendo drasticamente la necessità di ricorrere all’automobile. Il trasporto privato è stato in gran parte sostituito dall’utilizzo di mezzi pubblici o dal car sharing. L’impronta ecologica delle abitazioni è stata ridotta grazie all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili (solare fotovoltaico, cogenerazione a bio-combustibile) e all’utilizzo di materiali isolanti che riducono i consumi per il riscaldamento. Infine, l’introduzione di orti urbani, oltre ad avere una funzione di aggregazione sociale, permette di produrre di produrre una parte del proprio cibo a chilometri zero.

    Corso Italia macchineUna volta riconquistato lo spazio dove viviamo è necessario riconquistare il nostro tempo. L’orario e i ritmi di lavoro a cui siamo sottoposti sono eccessivi e la nostra vita ne viene divorata. Le morti per eccesso di lavoro, indicate dalla parola giapponese Karōshi, e i numerosi suicidi di chi ha perso il proprio lavoro dovrebbero farci riflettere sull’assurdità di questo sistema. Per tutto ciò si propone una semplice soluzione: “Lavorare meno per lavorare tutti”. La drastica riduzione dell’orario di lavoro permetterebbe a tutti di avere di che vivere e, nel contempo, consentirebbe di avere più tempo da dedicare ad altre attività e uscire finalmente dalla gabbia dell’iperspecializzazione nella quale siamo stati rinchiusi per troppo tempo in nome dell’efficienza.

    Ritroveremmo il tempo per autoprodurre alcuni dei beni che consumiamo, riparare i nostri elettrodomestici e le nostre abitazioni, coltivare il nostro cibo e magari partecipare più attivamente e consapevolmente alla vita pubblica invece di delegare ogni cosa ad altri. Ritroveremmo il tempo per discorrere con i nostri figli, con nostri i genitori e riscopriremo il gusto degli altri. Avremmo finalmente la possibilità di coltivare tutte quelle attività che molta gente considera fonte delle più autentiche soddisfazioni: istruzione, arte, musica, letteratura, ecc.

    Per uscire dalla società dei consumi è necessario trovare nuove parole e, in particolare, dare un nuovo significato alla parola “sviluppo” che, nell’ideologia capitalistica, non è altro che l’espansione planetaria del sistema di mercato. Marco Aime, nella prefazione al libro “Il tempo della decrescita” di Serge Latouche sostiene che lo sviluppo non è un aspetto inevitabile della storia. Osservando il passato si possono riscontrare lunghissimi periodi quasi stazionari e probabilmente il particolare dinamismo della nostra era costituisce più un eccezione storica di quanto non rappresenti una norma dominante. L’idea che bisogna svilupparsi viene messa in crisi se si esce dal nostro guscio etnocentrico e ci si confronta con altre culture: presso molte società non esiste neppure un termine linguistico che definisca il concetto di sviluppo. Forse è il caso di cominciare a pensare che l’era dello sviluppo, così come è cominciata, potrebbe finire prima di quanto pensiamo.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Partecipazione e democrazia: se do moneta voglio vedere cammello

    Partecipazione e democrazia: se do moneta voglio vedere cammello

    Soldi e MoneteNello scorso articolo ho parlato di tasse e ho concluso auspicando che la questione fiscale possa diventare anche nell’Italia di oggi, come sempre è stato nella storia, il fulcro per lo sviluppo democratico del paese. Il cancro del malaffare, degli interessi particolari, della crisi della rappresentanza politica e del disinteresse verso la cosa pubblica può essere curato a partire proprio da qui, dall’esigenza di una politica di tassazione più equa e intelligente.

    Capisco che molti tendano a disgiungere il tema della democrazia e dei diritti da quello della gestione delle risorse dello Stato, essendo il primo un argomento con una sua validità teorica a priori e il secondo un argomento decisamente più pratico che si valuta empiricamente caso per caso. Eppure, nonostante ciò, i due aspetti sono fortemente collegati. E lo si vede bene proprio nella situazione attuale. A causa della crisi del debito sovrano, il governo Monti, che non è riuscito finora a convincere la Merkel a cambiare le regole dell’UE, non ha trovato niente di meglio da fare che alzare le tasse e inasprire la lotta all’evasione, che è un serbatoio di risorse sottratte allo Stato potenzialmente enorme. Non c’è dubbio che se tutti pagassero le tasse, le casse pubbliche non sarebbero più a rischio e quindi chi specula contro di noi avrebbe vita difficile.

    Ma resta il problema di come fare, in concreto, per combattere l’evasione. Milena Gabanelli a Report ha suggerito un’idea che, se si potesse effettivamente mettere in pratica, sarebbe l’arma definitiva: l’abolizione del contante.

    Molti non sono d’accordo: pensano che si tratti di una proposta utopistica, che metta a rischio la privacy e che verrebbe piegata, alla fine, agli interessi del sistema bancario, ben contento di poter costringere tutti i cittadini a pagare le commissioni di un conto corrente. Comunque stiano le cose, per spirito di discussione, proviamo ad immaginare cosa succederebbe se questa idea venisse effettivamente attuata e se sortisse l’effetto desiderato: proviamo ad immaginare un’Italia in cui l’imprenditore non possa più falsificare i bilanci e l’operaio non possa più arrotondare lo stipendio facendo lavoretti extra nel week-end. Cosa succederebbe?

    Succederebbe che i consumi, nel primo periodo, sprofonderebbero e l’economia ne risentirebbe in negativo. Personalmente ho pochi dubbi a riguardo. Se tutti gli Italiani si ritrovassero a pagare più tasse, cioè a dare più soldi allo Stato, è ovvio che potrebbero spendere di meno, cioè avrebbero meno soldi da dare ad altri cittadini in cambio di beni e servizi. Quindi avremmo un forte ribasso dei consumi, ingigantito dalla percezione psicologica di una minore disponibilità di liquidi che accentuerebbe la propensione delle famiglie al risparmio. Insomma l’economia sprofonderebbe in una recessione ancora maggiore.

    Certo la speculazione internazionale allenterebbe significativamente la morsa, e questo sarebbe un enorme risultato, perché ci porterebbe probabilmente fuori dal rischio bancarotta. Ma resterebbe il problema di un’economia più povera che non saprebbe più come ripartire. Lo Stato non si potrebbe rimettere a spendere come prima: adesso c’è anche il pareggio di bilancio in Costituzione. Gli investimenti stranieri rimarrebbero comunque scoraggiati da una tassazione elevata. Il cittadino, infine, non potrebbe più alleggerire la pressione fiscale con la piccola evasione, che sarebbe impossibile senza più contante in circolazione. A questo punto c’è poca scelta: alla gente non resterebbe che prendersela con la politica e sarebbe una rivoluzione enorme. Saremmo costretti cioè a rivolgere la nostra attenzione contro gli sprechi, i costi della corruzione, il malaffare e la cattiva gestione della cosa pubblica e non sarebbe facile per la classe dirigente uscire indenne anche dal più piccolo scandalo: perché il cittadino, non avendo più altra strada, difficilmente accetterebbe di continuare a foraggiare una spesa pubblica fuori controllo.

    Si ricostituirebbe insomma il legame virtuoso di controllo dell’opinione pubblica tra i soldi che vanno via con le tasse e i servizi che si pretende di avere in cambio. Aumenterebbe l’attenzione verso la gestione del denaro pubblico e di conseguenza la partecipazione democratica. Gli onesti verrebbero premiati e la meritocrazia sarebbe un fattore di impulso economico. Gli sprechi calerebbero vistosamente, la spesa pubblica dimagrirebbe e sarebbe più equilibrata. Si sposterebbe la tassazione in modo da renderla più equa e da ultimo avremmo una sua riduzione.

    Fino a ieri non ci preoccupavamo veramente della differenza che c’è tra pagare tributi di guerra, pagare il pizzo alla mafia e pagare le tasse: sono sempre soldi che ci escono dal portafoglio. Eppure solo nell’ultimo caso c’è una motivazione sociale, la possibilità di esercitare un controllo e un servizio che ci viene dato in cambio. Senza più scorciatoie, saremmo costretti a rendercene conto e a pretendere da coloro ai quali affidiamo la gestione che le cose vadano davvero così. In fin dei conti, se diamo moneta, si tratta solo di pretendere di vedere cammello.

     

    Andrea Giannini

  • La crisi in Grecia e i 130 miliardi prestati dall’Unione Europea

    Mentre in Italia l’opinione pubblica era assorbita dal “caso Celentano” e dalle mutande di Belen, l’euro stava per saltare. L’accordo raggiunto in extremis ha “comprato” altro tempo alla Grecia, ma il paese è sempre a rischio bancarotta e questo potrebbe cambiare in maniera drammatica il nostro futuro.

    COSA E’ SUCCESSO?

    La Troika (cioè il triumvirato: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che gestisce gli aiuti alla Grecia, doveva decidere su un prestito da 130 miliardi al governo ellenico. Per sbloccarlo ha posto delle condizioni molto precise e dettagliate, che ricalcano pressapoco la lettera che la BCE aveva spedito all’Italia nel 2011. Il messaggio, neanche troppo velato, è: “se volete i nostri soldi, dovete fare quello che diciamo noi”. Domenica scorsa il parlamento greco, mentre fuori infuriava la guerriglia urbana, ha chinato la testa, acconsentendo ad assumere impegni molto onerosi. Tutto risolto quindi? Niente affatto.

    La Troika, dietro alla quale incombe il peso politico della Germania, non si fida più delle promesse dei Greci, i quali, in quattro anni di crisi, al di là delle parole hanno fatto poco. Pertanto pretendeva la massima sicurezza sul rispetto degli impegni e non voleva transigere nemmeno sui “miseri” 325 milioni di tagli che mancavano all’appello. Ma soprattutto era preoccupatissima per le imminenti elezioni greche. Chi ci assicura, pensano a Bruxelles, che quando ad aprile si insedierà un nuovo governo, gli accordi presi oggi dall’attuale governo verranno rispettati?

    Il premier, Lucas Papademos, è uomo gradito all’establishment finanziario europeo. Ma cosa succederà quando, con tutta probabilità, verrà eletto Antonis Samaras, il leader del partito di centro-destra? Samaras si spertica in rassicurazioni, ma poi lascia cadere frasi sibilline su “rinegoziare le condizioni” che toccano i sensibilissimi nervi scoperti della Troika. Per questo motivo tra le due parti cominciava a farsi strada l’ipotesi di rimandare la decisione sul mega-prestito a dopo aprile. C’è solo un piccolo dettaglio: il 20 marzo maturano 14 miliardi di titoli di Stato greci e le casse di Atene non sono abbastanza capienti per ripagarli. Quindi o arrivava il prestito, oppure la Grecia saltava in aria: bancarotta disordinata e uscita dall’euro. Perciò il parlamento greco ha dovuto tirare fuori i tagli mancanti e rassicurare Bruxelles sul tema elezioni. Così ieri, dopo estenuanti trattative, il prestito è stato finalmente sbloccato: ad Atene arriveranno 130 miliardi di euro. Ma a che prezzo?

     

    L’ACCORDO

    E’ ovvio che 130 miliardi sono sempre 130 miliardi: una cifra considerevole. Per sbloccarla, si è dovuto coinvolgere diverse parti in un complesso accordo. Gli investitori privati hanno accettato di tagliare il loro credito verso lo stato greco di un buon 53,5% e sono stati fatti nuovi titoli di Stato per sostituire più del 30% delle precedenti obbligazioni, con rendimenti fissati al 2% per le scadenze nel 2015. Tutte queste misure servono a una sola cosa: ristrutturare il debito. E’ questa la preoccupazione maggiore dell’Europa.

    Atene ha un debito pubblico clamoroso e va ridotto. L’accordo raggiunto e il prestito sbloccato dovrebbero portare il debito pubblico greco in rapporto al PIL al 120% nel 2020. Anche le quattro maggiori banche greche, che ovviamente hanno un sacco di titoli di stato del loro paese, beneficeranno di parte di questi soldi per ristrutturarsi. Ma nel 2013 il debito pubblico greco arriverà al 168% del PIL e anche l’economia sarà in profonda recessione. E’ probabile inoltre che scatti un commissariamento vero e proprio della Grecia da parte della Troika, come auspica l’Olanda. A questo punto, di fronte a questo quadro, viene spontaneo farsi qualche domanda.

    1. Ammesso e non concesso che i Greci sopportino i sacrifici, gli Europei sono davvero disposti a finanziarli, oppure al momento delle ratifiche dell’accordo nei vari parlamenti uscirà fuori un voto contrario?
    2. Davvero ristrutturare il debito e tenere in recessione il paese aiuterà il paese ad uscire dalla crisi?
    3. Non converrà lasciare andare la Grecia al suo destino?

    State pur certi che quest’ultima domanda è presa in seria considerazione a Bruxelles, a Berlino, a Washington, a Roma e persino ad Atene. Gli Stati Uniti e l’Italia sembrano spingere verso l’aggregazione, ma è evidente che in Germania come in Grecia ci siano circoli politico-finanziari favorevoli alla disgregazione.

     

    Crisi in Grecia

    Quanto sono influenti le forze favorevoli a una fuoriuscita della Grecia?

    Difficile dirlo. Ma ci sono segnali preoccupanti. Berlino, ad esempio, sta stipulando accordi commerciali con paesi asiatici, dal Kazakistan alla Cina: segno forse che i tedeschi pensano di poter fare a meno del mercato interno europeo per le loro esportazioni? Ad aumentare il sospetto hanno contribuito anche le parole di Franz Fehrenbach, presidente del gruppo Bosch, il quale ha detto esplicitamente che l’UE dovrebbe mettere la Grecia alla porta e lasciare che il paese recuperi la sua competitività con una dracma svalutata. Insomma: nonostante l’europeismo di facciata, lo scenario è aperto.

     

    Chi ci guadagna se Atene abbandona l’euro?

    Possiamo anche pensare che, se i Greci un giorno dovranno fronteggiare una bancarotta disordinata e caotica, con il rischio addirittura di un colpo di stato dei militari, come riportavano alcune voci di corridoio ad Atene, a un certo punto sono problemi loro: se la sono cercata. Ma è difficile che tutti gli altri paesi abbiano qualcosa da guadagnarci. Con ogni probabilità, la crisi non si allenterebbe, ma si estenderebbe, anzi, al resto del continente, gettando quindi un’ombra funesta sulla sopravvivenza dell’Europa unita. Se infatti si creasse il precedente di un paese europeo in procinto di fallimento che, per un motivo o per l’altro, non riesce ad essere salvato, i mercati e gli speculatori ne trarranno la lezione che si deve trarre: e cioè che l’Europa non è né coesa politicamente, né in grado di prendere le giuste decisioni dal punto di vista economico-finanziario. E avrà ragione a scommettere contro. Dopo la Grecia, quindi, non ci sarà motivo per cui non debba essere la volta di Portogallo e Irlanda, e poi anche di Belgio, Spagna e, certamente, anche dell’Italia. Per questo la linea tenuta finora della governance europea è contestata sempre più apertamente dagli economisti e da vari governi, compreso il nostro.

     

    Qual’è stata finora la linea dell’Europa di fronte alla crisi?

    La linea di rigore europea è sostenuta della Germania, che è il paese più forte. Si basa sull’assunto che la crisi dipenda dalla “mentalità del debito“, come l’ha definita l’ormai ex-presidente della Germania Christian Wulff in un discorso di qualche giorno fa alla Bocconi. Secondo i tedeschi, la tendenza degli stati ad indebitarsi per far fronte alle spese sanitarie, all’istruzione e alle pensioni (ma anche ad inefficienze, assunzioni clientelari, evasione fiscale e corruzione) ha dato origine a finanze pubbliche incontrollate e alle conseguenti preoccupazioni per la solvibilità dei debiti sovrani che agita i mercati finanziari. Pertanto la soluzione non potrebbe che essere una politica di austerità e di drastici tagli che azzeri il deficit e riconduca gradualmente il debito pubblico in rapporto al PIL ad una percentuale ragionevole. Ecco perché l’accordo punta tutto sulla ristrutturazione del debito. Peccato che questa linea, anziché migliorare, abbia peggiorato le condizioni dell’economia greca, avvicinando il paese al baratro più di quanto non lo fosse due o tre anni fa.

     

    Perché questa linea non sta dando frutti?

    Il motivo, al netto degli errori dei Greci, è molto semplice. Come fa notare, ad esempio, Joseph Stiglitz, nobel per l’economia nel 2001, sono decenni che i paesi del sud Europa presentano un elevato indebitamento pubblico: non si tratta affatto di una scoperta venuta con la crisi. La crisi è scoppiata per la bolla dei mutui subrprime, non per i debiti sovrani. Ma quello che la crisi ha messo in mostra è che il sistema finanziario globale non ha controlli e non ha regole: in una parola, è inaffidabile. Le informazioni non sono condivise e conosciute da tutti, ma nascoste, truccate e modificate secondo i vari interessi. E’ questo che ha rallentato la circolazione della liquidità e gli investimenti: nessuno si fida più di quello che appare.

    Le stesse banche non si fidano a prestarsi soldi tra loro: sono state talmente brave a nascondere le informazioni che volevano nascondere, che adesso non si fidano più delle solidità apparenti di quelli a cui dovrebbero prestare denaro o degli investimenti su cui potrebbero scommettere. Ed è stata proprio questa mancanza di fiducia ad aver contagiato il mercato obbligazionario, facendo schizzare verso l’alto il rendimento dei titoli di stato dei paesi ritenuti più a rischio di solvenza: cioè, in particolar modo, i paesi europei con un elevato indebitamento. Questi paesi sono più vulnerabili perché non hanno il paracadute di una banca centrale in grado di stampare moneta. E’ una vecchia contraddizione irrisolta dell’UE. I paesi del nord Europa hanno bilanci solidi e sono inattaccabili, almeno per ora; ma i paesi del sud sono tradizionalmente meno rigorosi e adesso, senza un salvagente di qualche tipo, rischiano di essere affossati.

    I mercati erano irragionevolmente ottimisti prima della crisi: ma ora sono irragionevolmente pessimisti. Per ripristinare la fiducia, a cominciare dal mercato delle obbligazioni, più che di bilanci solidi, che non si possono avere in un tempo ragionevole, abbiamo bisogno di una qualche misura concreta per far vedere ai mercati che l’Unione Europea e la BCE reagiranno compatti agli attacchi speculativi. I mercati capirebbero che l’Europa tutta insieme è troppo grande per essere affossata e ritornerebbero ottimismo e investimenti. I 130 miliardi, anche se danno un’idea di solidarietà, non bastano da soli.

     

    Che rischio stiamo correndo?

    Insistendo sulla linea attuale il rischio che falliscano a catena i paesi cosiddetti “P.I.G.S.” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) è concreto. E’ anche la paura di Obama, che deve affrontare le elezioni presidenziali e non vuole che la crisi europea gli crei problemi. Ma è anche la paura di Mario Monti, che infatti ieri ha firmato con gli altri paesi Europei (con la significativa esclusione di Francia e Germania) un manifesto per la promozione della crescita economia nell’Eurozona. Il premier sa benissimo che l’Italia non è salva e che, in caso di default greco, i prossimi sulla lista siamo noi. In questo momento tutti ci elogiano per le riforme fatte, ma non dobbiamo farci trarre in inganno dalle lusinghe. Obama e gli altri leader europei incensano il lavoro di Monti per dargli più credibilità e usarlo come cavallo di Troia per scardinare il rigore teutonico; la Merkel, dal canto suo, lo elogia per dimostrare che una politica di rigore può dare buoni risultati. Oggi a tutti viene comodo presentarci come il modello da seguire.

    Ma i fondamentali dell’economia italiana non sono cambiati: siamo in recessione, i consumi sono minimi, la disoccupazione è alta, la corruzione diffusa. Se la Grecia salta, la speculazione trarrà nuovo vigore e troverà validissimi motivi per scommettere contro di noi. In quel caso, se la Germania non interviene (e perché dovrebbe farlo, se non lo ha fatto per la Grecia?), state pur certi che salteremo. Prova ne è che l’andamento dello spread dei nostri titoli peggiora ogni qualvolta arrivano brutte notizie da Atene. La Germania ha ragione ad avercela con i paesi del Sud: se fossero stati più attenti, oggi sarebbero meno esposti. Per questo fa bene a insistere su un bilancio europeo rigoroso.

    Ma bisognerebbe anche spiegare agli elettori tedeschi che questa strada da sola non porta da nessuna parte. Sarà anche vero che i greci hanno truccato i bilanci; che hanno un 25% di dipendenti pubblici, dove la Germania ha solo il 9%; che i contribuenti greci più ricchi pagano poche tasse, mentre quelli tedeschi sono tartassati dal fisco. Ma questi problemi non si risolvono con un colpo di spugna. Se, ad esempio, la Grecia si volesse allineare agli standard tedeschi, dovrebbe licenziare i lavoratori in eccesso nel pubblico impiego, il che vorrebbe dire mettere il 16% dei lavoratori greci sulla strada. E che dovrebbero fare questi, appena perso un impiego sicuro e verosimilmente poco qualificato? Fare impresa? E con che competenze? Ma soprattutto, con che soldi?

    Lo Stato non può spendere perché è preoccupato a tagliare la spesa, la gente è povera e le banche non fanno credito. Come si fa ad uscire dalla recessione, se si continua a peggiorare le condizioni economiche di un paese? Si dirà: ma i Greci hanno appena preso 130 miliardi! Vero, ma non sono comunque abbastanza per risollevare il paese (i tagli che la Grecia ha fatto e dovrà fare costeranno molto di più). E poi significa fare nuovo debito. Per questo le previsioni sono che l’anno prossimo il debito greco aumenterà: se l’economia è in recessione e il PIL cala, e per andare avanti si contraggono nuovi debiti, è ovvio che la percentuale tra debito e PIL sale. Per questo viene il sospetto che non ci sia una strategia coerente, ma di compromesso, che i rischi siano dietro l’angolo e che i tedeschi, sotto sotto, stiano pensando: “chi non è in grado di starci dietro, può pure accomodarsi fuori”.

     

    Tagliare i rami secchi?

    E’ un’idea molto pericolosa, perché questi rami non stanno solo all’ombra del Partenone. Come ho cercato di spiegare, è probabile che la possibilità di default ripetuti nella zona euro dipenda più dalla mancanza di solidarietà europea che dallo stato dei bilanci. La linea di rigore tedesca dovrebbe essere affiancata, con equilibrio, a misure che favorissero la spesa, agli Eurobond o a nuove immissioni di moneta in circolazione, che aumenterebbero l’inflazione ma farebbero ripartire i consumi. Al contrario, se si applicherà sempre e solo la politica del rigore, essa porterà alla fine altri paesi fuori dall’Europa e lascerà solo il blocco nordico, che si ritroverà così con ottimi bilanci, ma anche con una moneta fortissima. E a chi saranno venduti i prodotti industriali tedeschi con un cambio simile? Basteranno i ricchi cinesi? C’è da dubitarne. La Germania è il paese che più ha beneficiato della moneta unica, perché ha favorito l’export nel resto dell’Europa. Davvero ora vuole farne a meno? Poi ci sarebbe anche da capire se le banche tedesche possano ritenersi immuni dal rischio di ritrovarsi a pagare i CDS (credit default swaps) contro il fallimento degli stati.

    Se la ristrutturazione del credito dei privati verso il governo greco non viene considerata (per un bizantinismo interessato) “volontaria”, teoricamente i premi dovrebbero essere pagati. Chissà poi quanti titoli di stato greci, italiani, portoghesi e spagnoli ci sono nei caveau tedeschi. Nessuno lo sa, ma a Berlino potrebbe non convenire venirne a conoscenza, un giorno, nel modo peggiore, se è vero, come è vero, che c’erano anche diverse banche tedesche tra le 114 dell’UE che l’altro giorno hanno subito il downgrade di Moody’s. La Germania dovrebbe riflettere bene se sia meglio perdere qualcosa oggi, o correre il rischio di perdere tanto domani. Ma se il problema è la contrarietà degli elettori tedeschi e la mancanza di coraggio dei loro politici, allora in linea di principio la Germania non è diversa dalla Grecia che, per accontentarli, i suoi elettori li assumeva.

    Andrea Giannini

  • Un complotto per uccidere il Papa: l’inchiesta del Fatto Quotidiano

    Un complotto per uccidere il Papa: l’inchiesta del Fatto Quotidiano

    Il PapaUn altro cataclisma sulla Chiesa. Dopo “l’affare” Viganò, archiviato in tutta fretta da secche smentite, da reprimende minacciose, da dure prese di posizione nelle quali “numi“ offesi, sia tra il clero che i laici, etichettavano l’increscioso fatto come un attacco indegno al “Regno” celeste, ecco una nuova notizia che scuote, col frastuono d’un uragano, la comunità religiosa. Secondo Il Fatto Quotidiano sarebbe in arrivo, su Roma, un’altra terribile bufera che nulla ha in comune con i candidi fiocchi di neve né col terribile vento siberiano Blizzard ma che ci riporta, banalmente, a sordide guerre di potere: ci sarebbe in corso un disegno occulto per assassinare il Papa, entro il 2012.

    Come ogni movimento insurrezionalista che si rispetta, si farebbe già il nome del successore nella persona del Cardinale Angelo Scola. Secondo il firmatario del servizio, Marco Lillo, il cardinale Paolo Romeo avrebbe “scovato” un documento (leggi il documento originale), vergato in tedesco, il 30 dicembre 2011, in cui si svela l’orrido intento. Portato a Benedetto XVI dal fido cardinale colombiano Castrillón Hoyos, avrebbe trovato il modo di “serpeggiare” lungo gli austeri corridoi del Vaticano per raggiungere i media, affamati di notizie epocali che fanno aumentare lo share televisivo o le tirature dei quotidiani.

    Rispunta anche il nome del Cardinale Bertone, esponente di una “corrente” antagonista, vera eminenza grigia di questa cittadella dello spirito dove, lungi dall’etica cristiana, si muovono intrighi di potere ed interessi economici di cui poco sappiamo ma di cui molto possiamo immaginare.

    Farneticazioni“, ha sintetizzato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede e così ci auguriamo che sia.

    Al di là dello scoop vero o falso, la notizia permette di fare alcune considerazioni pratiche sul “fattore” religione, indipendentemente dalle personali credenze. Insita nell’uomo come fattore esorcizzante quel processo ineluttabile che è la morte, la fede ha rappresentato, nei secoli, uno strumento per coagulare insieme popoli di etnie molto diverse ed incanalarle verso “mete” molto più terrene che spirituali.

    Anche i mezzi usati sono stati alquanto discutibili che, lungi dalla pastorale predicazione, sono stati veri flagelli per la comunità e che possiamo concentrare in estremismi del passato e del presente tra i quali spiccano “Inquisizione” o ”Fondamentalismo talebano”.

    Risulta immediato ed ovvio che un simile potere di “controllo” sia molto più efficace di tante divise militari o armamenti strategici in nome di quell’unico dio comune che muove il mondo: il Dio denaro. Perché, dunque, pensare che uno Stato come quello del Vaticano sia immune da bieche congiure di palazzo per raggiungere i vertici di governo o incolume da “audaci” operazioni finanziarie speculative al fine di rimpinguare il forziere di Paperone?

    Già in passato nomi come Paul Casimir Marcinkus, Roberto Calvi, Michele Sindona, Banco Ambrosiano, Banca delle Ior, banda della Magliana (rapimento Emanuela Orlandi), ci hanno fatto intravvedere qualche spiraglio di un mondo sconosciuto che cela i suoi più reconditi segreti, nascosti dietro un muro di omertà degno delle più oscure società carbonare.

    In un simile contesto, la strenua difesa di un’immagine rispettabile diventa essenziale ma non tiene conto che l’evoluzione della tecnologia ha dato al pensiero e alla parola un’arma invincibile: la divulgazione. A dispetto di ciò, inchieste sempre più audaci e “scottanti”, seguite dalla compartecipazione critica di un vasto pubblico, sembrano indicare che i tempi siano maturi per una rivoluzione morale che spazzi via tutte quelle caste di intoccabili il cui unico pregio pare essere la salvaguardia del loro tornaconto.

    Nell’augurarci che il documento, in oggetto, sia soltanto la “bufala” di un qualche millantatore, perché la vita di ogni essere umano è sacra, sarebbe necessario che la chiesa tornasse a quei principi di moralità e di carità predicato in un libro, il Vangelo, che al di là dei contenuti mistici credibili o meno, insegna banalmente al rispetto di quella folla di persone che, sconosciute, ci passano accanto ma che vivono i nostri stessi sentimenti, aspettative, bisogni, diritti e, naturalmente… doveri.

    Adriana Morando

  • “Sopravvivere alla crisi”: Mario Deaglio a Palazzo Ducale

    “Sopravvivere alla crisi”: Mario Deaglio a Palazzo Ducale

    Porticato di Palazzo DucaleMario Deaglio, economista e docente di politica economica all’Università di Torino, è il protagonista del primo incontro di “Sopravvivere alla crisi”, in programma oggi alle ore 17.45 nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.

    Si tratta di un ciclo di incontri che affronta le grandi questioni legate alla crisi economica analizzando le cause, cercando di comprendere le responsabilità di una speculazione finanziaria senza regole, illustrando la diversità di condizioni tra Occidente e nuove economie emergenti e infine ipotizzando delle possibile soluzioni.

    Mario Deaglio ha approfondito temi legati alla struttura delle economie occidentali: la distribuzione del reddito, l’economia sommersa, il risparmio e la globalizzazione. Ha collaborato con The Economist, Panorama, Il Secolo XIX. Ha diretto Il Sole 24 Ore ed è editorialista economico de La Stampa.

    Il ciclo di incontri è curato da Luca Borzani e Lorenzo Caselli. In collaborazione con Fondazione Edoardo Garrone e Fondazione Ansaldo.

  • “La Buona Novella”, il nuovo libro di Don Andrea Gallo

    “La Buona Novella”, il nuovo libro di Don Andrea Gallo

    Don GalloCrisi paralizzante? Non abbiate paura… Questo il messaggio de “La Buona Novella” di Don Andrea Gallo, il suo ultimo libro pubblicato per Aliberti Editore. Nella presentazione del libro si legge: “Negli ultimi mesi si sta diffondendo un po’ ovunque una grande paura, per questa crisi inarrestabile, per l’incalzante mancanza di lavoro, e quindi per il futuro dei nostri giovani. Eppure non dobbiamo farci prendere dal panico: la strada verso la soluzione c’è, ed è alla portata di tutti, anche se difficile da praticare. Usciamo dalla “società delle spettanze”, per la quale ogni cosa è dovuta, sempre!”

    Non ascoltiamo i profeti di sventura – dice il don più famoso d’Italia – bisogna ripartire da noi stessi, accettare di essere tutti un po’ più poveri, che non è così grave, abituarsi a rinunciare al lusso, che non è necessario“.

    La crisi che stiamo attraversando può essere vista come un momento di crescita e di ricostruzione? Il “prete di marciapiede” genovese non è ovviamente il solo a credere che la crisi possa essere vista anche come una grande opportunità…

  • L’uomo e il suo cervello: la creazione e la “comprensione” dell’arte

    L’uomo e il suo cervello: la creazione e la “comprensione” dell’arte

    Si è aperto a Palazzo Ducale un ciclo di incontri tra “L’uomo e il suo cervello” il primo del quale è stato dedicato al “Cervello artistico”, in cui il relatore, Antonio Gallese, neuroscienziato, professore ordinario di fisiologia al Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, ha spiegato le relazioni che intercorrono tra l’opera d’arte, la percezione di un osservatore e i nostri neuroni.

    L’empatia, che è un processo che ci permette di “intuire” le emotività dello stato d’animo altrui e, in particolare, l’empatia estetica nasce come costrutto teorico fra Ottocento e Novecento e si pone un amletico interrogativo: la comprensione dell’arte è diretta o mediata? A questo, pare, aver risposto il team del Prof. Giacomo Rizzolatti, di cui il Prof. Gallese fa parte, con l’individuazione dei “neuroni a specchio”, un particolare tipo di cellule nervose presente nella regione parieto-premotoria del cervello, scoperte, per la prima volta negli anni ’90.

    Esperimenti condotti su macachi hanno evidenziato, infatti, che alcune aeree motorie del cervello si attivano non solo quando compiamo un’azione ma anche quando la vediamo compiere da altri. Lo stesso vale per l’uomo: questi neuroni sarebbero i responsabili fisiologici, della nostra capacita di relazione con gli altri (intersoggettività), evocando “ricordi” di analoghi comportamenti o sensazioni già sperimentati da noi stessi.

    L’individuo avrebbe, cioè, una capacità innata di internalizzare il comportamento di un’altra persona o di una sua emozione, la cosiddetta “simulazione incarnata” ed imitarne il moto (solo come attivazione di potenziali a livello cerebrale non reale spostamento) o le sensazioni. Se quello che vediamo, infatti, ci è sconosciuto, quest’area motoria rimane silente.

    Sulla base di queste evidenze scientifiche le opere d’arte, come altre forme di “comunicazione” che vanno dal linguaggio alle impressioni sensoriali e che fruiscono dello stesso sistema dei neuroni a specchio, non sarebbero percepite ma empatizzate. Un oggetto, preso come simbolo di un mondo materiale, viene trasfigurato dall’artista per cogliere la sua “emotività più invisibile” che ci viene trasferita grazie ad un “rapporto particolare tra chi crea l’oggetto e chi lo contempla”.

    Davanti ad un’opera d’arte, dunque, attraverso le aree deputate alla vista, si attivano canali “multimediali” che fanno da “cassa di risonanza” per altre attività cerebrali che “mimano” gli stessi intenti del creatore. L’enorme rilievo di questa conclusione, che sembrerebbe più una disertazione filosofica che una ricerca scientifica, sta nella ricaduta che nuove conoscenze, di questo tipo, potrebbero avere nell’interpretazione dei meccanismi legati alle patologie dei disturbi mentali. Nella Sindrome di Ausperger, ad esempio, si sarebbe accertato una notevole riduzione nel funzionamento dei neuroni a specchio con conseguente mancanza di quei rapporti di intersoggettivita tipica dei bambini autistici. Questo nuovo approccio sui percorsi della “mente”, toglie il nostro cervello dall’angusto mondo della mera anatomia, per catapultarlo in quel mondo delle neuroscienze che, indagando a 360 gradi, ci stupiscono ogni giorno svelandone le incredibili potenzialità.

    Adriana Morando

  • Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Guardi sconfortato il “salvagente” naturale che ballonzola sui tuoi fianchi ad ogni passo e che, per consolarti, qualcuno chiama le maniglie dell’amore o quell’odioso accumulo di adipe che aggetta, come un balcone senza fiori, dal tuo corpo e ti impedisce di vedere dove metti i piedi od ancora spii, con malcelata indifferenza, l’impeccabile silhouette degli archetipi taglia “slim” con un senso di colpa degno dei più lacrimevoli coccodrilli? Coraggio, è in arrivo una buona notizia che, se non toglie un etto alla tua figura effetto balena, allontana da te il fio della colpa.

    Uno studio della Washington University School of Medicine, pubblicato sul Journal of Lipid Research, ha stabilito la nostra incolpevole tendenza alla golosità, liberandoci dal girone infernale in cui il nostro sommo padre Dante ci ha relegato. Secondo questo rigoroso studio scientifico, alcuni di noi (direi tanti, il 20%) avrebbero una variante ipoattiva di un “molesto” gene che ci fa alzare dal desco, insoddisfatti, anche dopo un pasto pantagruelico.

    Come ogni prodotto genico, la proteina trascritta, chiamata CD36, delegata a metabolizzare i grassi, essendo presente in quantità insufficiente, non permetterebbe ai recettori gustativi di raggiungere quel grado di “soddisfazione” tale da impedire un’ulteriore richiesta di cibo. Come insegna l’anatomia, l’organo del gusto è sito nell’apparato buccale, in particolar modo sulla lingua, dove organuli sensoriali, presenti nelle papille gustative, hanno il compito di farci percepire sapori come il dolce, il salato, l’amaro o l’acido.

    A questi 4 capisaldi, il giapponese Kikunae Ikeda, già dal 1908, aveva aggiunto un 5 gusto, l’umami, che si coglie mangiando cibi ricchi di proteine grazie alla presenza di composti simili al glutammato monosodico (eccipiente prevalente nel dado da brodo).

    I ricercatori di questo curioso lavoro, avrebbero scoperto, adesso, la presenza di un ulteriore recettore capace di individuare il “fat”. La mancanza di un apporto di lipidi sufficiente, o ritenuto tale da un sistema anomalo, stimola la richiesta compensatoria di altri alimenti che, paradossalmente, innescano il cosiddetto meccanismo di feedback e cioè: più cibo introduciamo, più viene inibita la produzione della proteina incriminata, più i recettori percepiscono la mancanza di grassi, più diventiamo famelici, innescando un diabolico circolo vizioso che ci conduce inevitabilmente alla condizione di obesi.

    L’esperimento, che ha portato a queste conclusioni, è stato condotto su 21 volontari, con indice di massa corporea Bmi (Body Mass Index) uguale o maggiore a 30, tutti valori rientranti nel “sovrappeso”,  a cui è stato chiesto di assaggiare liquidi diversi e valutarne il sapore. E’ emerso che la presenza di acido oleico e linoleico propri dell’olio di oliva o i “flavour” dei latte, anche in concentrazioni molto basse, vengono avvertite in modo molto dissimile proprio in funzione della “bontà” del sistema deputato al metabolismo di queste sostanze. In base alla variante genica della proteina CD36, infatti, che si identifica in tre classi definite “iperattiva”, “pigra” e intermedia, si è potuto accertare che la percezione del “grasso” era 8 volte superiore negli individui con un dinamismo enzimatico iperfunzionante rispetto ad uno con scarsa attività.

    Aver chiarito questo aspetto dell’alimentazione, è un indubbio aiuto ai medici nutrizionisti per la gestione dell’obesità ma, soprattutto, è un incentivo per le industrie di generi commestibili ad indirizzarsi alla realizzazione di prodotti dedicati. L’obiettivo sarebbe quello di “Ingannare” l’organismo in modo di soddisfare la “voglia” senza incrementare l’apporto calorico in modo analogo, ad esempio, alla strategia operata dal dolcificante nei confronti dello zucchero. In attesa di alzarci dalla tavola sazi e felici, non ci rimane, per ora, che una sana e salutare dieta e tanto benefico esercizio fisico.

    Adriana Morando

  • Quando “avere la luna storta” diventa una realtà scientifica

    Quando “avere la luna storta” diventa una realtà scientifica

    Avere la luna storta, è stato, fino ad oggi, un modo di dire sulla cui origine si possono fare solo delle ipotesi. Una di queste lo legherebbe all’astrologia perché “avere la luna nel segno” è sinonimo di buon auspicio, mentre il suo contrario sarebbe un simbolo di negatività; un’altra potrebbe essere riferita al fenomeno della luna nuova che, come in tutte le situazioni di mancanza di luce, evoca un senso di disagio, tristezza e malumore.

    Da agosto 2011, un articolo apparso sul Washington Post, parrebbe dirimere questo dilemma e trasferire questo assunto dai detti popolari al mondo reale, con tanto di documentazione scientifica. Dati raccolti dai vari robot a spasso sul nostro satellite e a cui nessuno ha saputo dare una spiegazione plausibile, avrebbero evidenziato che la luna è asimmetrica. Per spiegare questa scoperta, il planetologo Erik Asphaug dell’Università della California a Santa Cruz e Martin Jutzi dell’Università di Berna, in Svizzera, hanno elaborato una curiosa teoria.

    Secondo questi studiosi, una collisione primordiale tra una piccola luna a la sua sorella maggiore, avrebbe determinato la trasposizione di un’enorme quantità di materiale roccioso nella parte retrostante il nostro satellite, con formazione di una “crosta” molto più spessa nella parte posteriore, che lo rende “sbilenco”.

    Per far chiarezza su questo conturbante mistero, la NASA ha inviato verso l’astro d’argento due sonde gemelle, Gravity Recovery and Interior Laboratory (Grail), con il compito di scrutare l’interno della nostra mitica Selene e verificare se residua, al suo interno, un sottile strato di metalli pesanti quali uranio e potassio allo stato fuso, vestigia ancestrali di quell’atavico scontro stellare.

    Raggiunta l‘orbita prestabilita il 2 gennaio scorso, questi due Sherlock Holmes cibernetici, della grandezza di una lavatrice, incominceranno a mandare i loro risultati a partire da marzo e solo, allora, sapremo se la strana teoria è sostenibile o si tratta dell’ennesima fantasia da aggiungere a quella folta schiera di credenze popolari che “orbitano” intorno al nostro diafano corpo celeste.

    Signora delle nascite e dei raccolti, gioca con le unghie e i capelli facendoli “germogliare” solo in tempi di fase crescente, sede di basi aliene nella sua faccia più nascosta, potrebbe essere responsabile di terremoti e tsunami sulla terra, evocatrice di mostri famelici come i lupi mannari nei momenti di massimo splendore, sarebbe la causa dello scatenarsi degli istinti primitivi dell’uomo trasformandolo in un crudele MR Hyde, fautrice di uno strabismo infantile per sguardi troppo prolungati, ripagherebbe, con una mente impazzita, una bella dormita sotto le stelle: ecco alcuni esempi di miti che non hanno nulla di reale.

    I sostenitori degli influssi lunari addebitano all’attrazione gravitazionale un abbassamento della pressione atmosferica che influirebbe sulla circolazione del sangue con conseguente alterazione del metabolismo della serotonina, regolatrice dell’umore, trasformandoci tutti in “lunatici”. I più pessimisti giungono a paventare una luna assassina basandosi sul rallentamento del moto terrestre causato dal nostro satellite.: una “frenata” calcolata in 2 secondi ogni 100 anni, come dire che 600 milioni di anni fa il giorno era di venti ore e tra qualche miliardo, quando la terra si fermerà, per metà di essa sarà eterno, evento apocalittico che affronterà la nostra progenie solo se sopravvivremo alla maledizione dei Maya del prossimo dicembre.

    Controlli scientifici rigorosi hanno escluso che ci sia qualcosa di vero in quasi tutte queste credenze, al di là del reale influsso gravitazionale sulle maree marine o sulle cosiddette “maree atmosferiche”, un fenomeno che ricade sulla pressione dell’aria con una portata pari a un millesimo di millimetro di mercurio (quindi trascurabile) e alle “maree terrestri” che sono piccoli movimenti dovuti all’elasticità del suolo.

    Adriana Morando

  • Stonehenge, una ricerca per svelare i misteri delle “pietre sospese”

    Stonehenge, una ricerca per svelare i misteri delle “pietre sospese”

    StonehengeIl triangolo delle Bermuda, la città scomparsa di Atlantide, il Sacro Graal, i Moai dell’isola di Pasqua… sono misteri che, da sempre, affascinano gli studiosi e li spingono a nuove ricerche come quella che ha portato l’archeologo Henry Chapman, dell’Università di Birmingham, a formulare una nuova ipotesi sugli enigmi che circondano i maestosi menhir di Stonehenge.

    Le “pietre sospese”, questo è il significato del nome, è un insieme di megaliti disposti in cerchio, datati tra il 2500 e il 2000 a.C., (il terrapieno di forma circolare e il fossato risalirebbero al 3100 a.C.) sul cui significato rituale si sono fatte le più disparate ipotesi, partendo dal tempio per venerare i morti o per adorare il sole, passando per un santuario dalle virtù miracolose, finendo col etichettarlo come un gigantesco strumento astrologico.

    Ma qualunque fosse la finalità, la recente e costosissima ricerca dell’archeologo inglese, in base ad evidenze fossili, ha potuto accertare che il sito fosse, già, un luogo di culto 500 anni prima della deposizione delle grandi pietre. La scoperta emersa grazie a speciali radar per sondare il sottosuolo ha portato, infatti, all’individuazione di due grandi camere, allineate lungo un asse con direzione est-ovest, che passa nell’esatto centro di Stonehenge e raggiunge la Pietra del Tallone, un imponente megalito alto 5 m., che si trova all’estremità del complesso. Un vero “sentiero” rituale attraverso il quale, si ipotizza, si svolgessero processioni in onore di quel dio Sole che raggiungeva l’apice del cielo nel solstizio estivo.

    La ricerca è solo all’inizio e si concluderà tra due anni dopo aver sondato il terreno circostante fino alla profondità di due metri, per una superficie complessiva di 10km quadrati. Le “pietre blu”, arrivate nella piana inglese di Salisbury, dove si erge il sito archeologico, dalle cerulee rocce vulcaniche dei monti gallesi, potrebbero essere, dunque, i misteriosi guardiani di un segreto ancora più arcano fatto di altre decine, se non centinaia, di pozzi e di camere interrate che, ancora inviolate, potrebbero raccontarci ataviche storie di un popolo vissuto nel neolitico.

    Non si potrà , comunque rispondere all’ interrogativo, già posto per le coeve piramidi egiziane, di come massi così grandi possano essere stati trasportati ed eretti, stante i miseri mezzi a disposizione se non cercando nella tenacia con cui l’uomo ambisce a lasciare traccia di se nella storia di ieri, di oggi e di domani. Forse è proprio questo il fascino magico di questi luoghi dove si sente aleggiare, tangibile, la potenza della mente umana.

    Adriana Morando

  • Cura del fondoschiena: la carta igienica inquina l’ambiente

    Cura del fondoschiena: la carta igienica inquina l’ambiente

    Il punto è delicato, usare un certo riguardo non guasta. Io che sono ecologista di natura, di fede e di curriculum, non posso rimanere insensibile all’allarme lanciato da Green Peace con il quale comunica al mondo che la carta igienica più è morbida e più è inquinante.

    Parallelo, però, assurge l’anelito di tutti coloro che, per inderogabili necessità, si trovano a doverne fare uso e pensano, con orrore, allo sfregare abrasivo di “papier” meno delicati.

    Mi sembrava una conquista civile essere passati dal petrolioso foglio di giornale ad un prodotto “dedicato” la cui morbidezza viene reclamizzata quotidianamente e che trova un ampio popolo di estimatori.

    Adesso, gli ecologisti, attenti al riciclo, sono stati costretti a prendere coscienza che la maggior parte delle fibre di cellulosa, impiegata in questo prodotto, provengono dalle foreste secolari del Canada e del Sud America, essenziali nell’assorbire il diossido di carbonio, uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale.

    Il manufatto in oggetto, infatti, è un mix di carta riciclata e di cellulosa nuova di cui solo un 20% è ascrivibile a boschi appositamente coltivati, il restante 70% contribuisce a quella deforestazione insensata a cui tutti ci dovremmo opporre. Non solo: carta nuova significa usare più acqua, bene prezioso che è sacrilego disperdere; carta più bianca è sinonimo di uso di candeggianti a base di cloro, composti noti per essere ad alto impatto inquinante.

    La notizia mi ha messo veramente in ambasce; ogni volta che “suonerà” un campanello di allarme mi sorgerà spontaneo il trilemma: frenare l’impulso compulsivo, sopprimere l’ideologismo ecologico, piegarsi alla tortura della carta a vetro?

    Passi per il colore smorto della carta riciclata che cercherò di rendere compatibile con l’ambiente bagno sfoggiando tappetini color “cremina” che potrebbero essere, anche, più consoni all’argomento, ma la ruvidezza quella è proprio una medicina amara da mandare giù.

    Meno male che esistono i giapponesi, quegli omini dai deliziosi occhi a mandorla, super-efficienti, capaci di risolvere ogni problema, con un ammirevole spirito di abnegazione financo di proporzioni bibliche come quello del recente tsunami che, profondendo un impegno molto più modesto ma sicuramente meritorio per il nostro “sacro orifizio” e, nondimeno, per madre natura, hanno inventato “il riciclone”. La Nakabayashy di Tokyo, infatti, ha messo in commercio un apparecchio in grado di convertire fogli usati di stampanti e fotocopiatrici in rotoloni di soffici, nivei, confortevoli fazzolettini per uso igienico: una “tartaruga” tecnologica dal miserrimo costo di 80.000 euro, capace di riconvertire 1800 fogli A4 in due rotoli, “usabili”, all’ora.

    Per il bene comune, in attesa di questo magico prodotto, non ci rimane che orientarsi verso la carta riciclata e salvare intere foreste ma sorge spontanea la domanda: siamo sicuri che da tale innovativo articolo sarà possibile eliminare ogni traccia di prodotti tossici quale il toner o rischiamo di ritrovarci il fondo schiena stampato come la pagina di un giornale?

    Adriana Morando

  • Fonti non rinnovabili, Robert Laughlin ha la soluzione: l’agricoltura

    Fonti non rinnovabili, Robert Laughlin ha la soluzione: l’agricoltura

    Robert Laughlin, premio Nobel per la fisica e docente all’università di Stanford in California, è l’autore di “Powering the Future” (Basic Books, 2011), un saggio che affronta la questione dell’esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili.

    Tra sessantanni  le riserve di petrolio dell’Arabia Saudita inizieranno a “scricchiolare”, e nell’arco di due secoli il petrolio non sarà più estraibile. Per il fisico statunitense la soluzione esiste già: “[…] dovremo continuare a fabbricarci qualcosa che assomigli a petrolio, benzina e cherosene, perché né l’idrogeno né l’atomo né il solare potranno completamente sostituirsi all’efficienza di questi carburanti… Li produrremo sinteticamente grazie all’agricoltura. Ma non sottraendo raccolti alla stessa agricoltura che alimenta gli esseri umani; bensì coltivando oceani e deserti“.

    Il saggio di Laughlin si sofferma anche sull’impossibilità di immaginare un futuro esclusivamente sorretto dalle energie rinnovabili: “[…] non è ipotizzabile un futuro con aeroplani a batteria, ci sono delle leggi della fisica che lo impediscono. Così come non è pensabile l’aereo da trasporto a cellule solari, sempre in virtù delle medesime leggi. E l’idrogeno non è affatto più sicuro del cherosene come si sente spesso dire. In quanto al nucleare, il suo ruolo nell’equazione energetica del futuro sarà quello di un calmiere dei prezzi: qualora i costi di tutte le altre energie dovessero salire a livelli socialmente e politicamente inaccettabili, allora le opinioni pubbliche accetteranno di fare ricorso in parte al nucleare.”

    Per il professore l’unica via possibile è la coltivazione e la produzione di combustibili in campo agricolo: “Solo coltivando gli oceani e i deserti ci riusciremo. La tecnologia esiste già, è quella della sintesi sperimentata dalla Germania al Sudafrica, molto simile anche a quella che la Shell e altre compagnie usano per la conversione del gas naturale. Consentirà di produrre con l’agricoltura carburanti di sintesi con la stessa densità, efficienza energetica e sicurezza di quelli che oggi deriviamo dal petrolio. Ci saranno problemi politici da risolvere, come la sovranità sulle acque extraterritoriali e il ruolo delle correnti. Ma la vita continuerà, grazie all’agricoltura…”

  • Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Crisi in GreciaLa Banca Centrale Europea ha dichiarato qualche tempo fa tutta la sua insoddisfazione, rilevando che i movimenti in negativo del mercato dei titoli di stato UE “sono imputabili principalmente all’incertezza relativa al programma di risanamento del governo greco e alle prospettive di una ristrutturazione del debito greco”.

    Nel nostro paese si sentono e si leggono più volte le dichiarazioni di illustri giornalisti e politici dichiarare “speriamo di non finire come la Grecia“. Un’affermazione che sinceramente mi infastidisce ogni volta che la odo, primo perché mi pare miope e provinciale, secondo perché sulla crisi greca ci sono troppi aspetti poco chiari e, soprattutto, mai approfonditi.

    Qualcuno ha mai sentito parlare di “debito detestabile“? Si tratta di un debito che i cittadini non sono tenuti a pagare perché “illegale”. E di ipocriti ricatti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Centrale Europea (BCE) e delle singole potenze europee? Niente di niente.

    Eppure Francia e Germania prestano soldi alla Grecia a patto che quest’ultima non blocchi le importazioni di armamenti dalla Germania e di aerei militari dalla Francia. Così la Grecia incassa e distribuisce ai ricattatori, un paese in balia del FMI che ormai si è sostituito alla politica interna.

    E a pagare sono ovviamente i greci, che subiscono da più di un anno tagli impressionanti, necessari per soddisfare le richieste di FMI e BCE: tali richieste, però, sono in gran parte ILLEGALI. C’è qualcuno che lo grida?

    Ad Atene si, migliaia di persone in piazza, intellettuali e giornalisti chiedono la cacciata degli uomini del FMI e la verità sulla natura di questo debito, ma dalle nostre parti la notizia arriva un po’ distorta… e sembra che tutti ora stiano cercando di prodigarsi per aiutare questo Stato poverino, spendaccione e sconsiderato, oppure si ci augura di vederlo ribollire nel suo brodo, senza che la pentola trabocchi.

    IL PRECEDENTE – Una situazione molto simile è accaduta in Ecuador nei primi anni del 2000 e alcuni degli uomini del FMI che sbarcarono in Ecuador per “aiutare” il paese a ripagare i debiti contratti oggi li ritroviamo nelle aule del Parlamento di Atene. L’ascesa politica del nazionalista ecuadoriano Correa, attuale presidente della Repubblica, ha favorito la cacciata degli operatori del FMI attraverso l’istituzione di una Commissione di Controllo Logistico composta da economisti di tutto il mondo non soggiogati agli interessi internazionali. Il debito ecuadoriano è stato dichiarato illegale e da ormai quasi dieci anni l’Ecuador ha rialzato la testa migliorando le condizioni di vita dei suoi cittadini con lauti investimenti su sanità e istruzione. Fino a quel momento l’80% dei ricavi dello Stato venivano prelevati dall’FMI, il 20% dopo la rivoluzione di Correa.

    Il popolo greco sceso in piazza sa che l’istituzione della Commissione è impossibile sino a che non verranno strappati dalle poltrone gli attuali governatori, semplici burattini guidati dai potenti creditori. Anche in Grecia quindi, come in Siria e nord Africa, c’è un dittatore da sconfiggere e allontanare: il Fondo Monetario Internazionale.

    Per approfondire il tema del “debito detestabile” consiglio il documentario Debtocracy realizzato dai giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou che indaga sulle cause della crisi finanziaria greca legata al debito pubblico.

    Ecco il documentario con i sottotitoli in italiano.

    Gabriele Serpe

  • 11/11/11, ore 11,11: ecco il giorno del “Grande Uno”

    11/11/11, ore 11,11: ecco il giorno del “Grande Uno”

    Capilla del Monte
    Capilla del Monte, Argentina

    Oggi è l’11/11/11, un palindromo (dal greco antico “sequenza di caratteri” n.d.r.) perfetto che alle ore 11.11 arriverà al suo naturale compimento. La vera particolarità è che questa coincidenza di numeri non avrà mai una replica e ha avuto un solo precedente: l’11 novembre del 1111, fra castelli e carri, in pieno Medioevo.

    Oggi è il giorno degli appassionati di esoterismo, i blog sono ricchi di teorie e ricostruzioni degne del miglior Giacobbo, il “giorno del Grande Uno”, lo chiamano.

    Dal quotidiano cinese Shanghai Morning Post apprendiamo che sono state più di 4000 le coppie in Cina che hanno chiesto di sposarsi in questa data “magica”. Da quelle parti oggi è il giorno dell’amore, la combinazione perfetta: tutti i single di Shanghai si riuniscono in piazza, sono previste 10mila persone alla ricerca della propria metà… Se ne vedranno delle belle.

    Boom di matrimoni anche in Messico e in India, ma anche dalle nostre parti la febbre da palindromo ha fatto impazzire la segreteria del Comune di Roma.

    Ma se si parlasse solo di giorno perfetto per sposarsi e darsi tanti bacini, i più sadici non avrebbero motivi di interesse, per cui ecco servite anche le fandonie più bieche: in Argentina in questo momento ci sono migliaia di persone a la Capilla del Monte, centro a circa 800 chilometri a nord di Buenos Aires, e lassù attendono la fine del mondo e l’apertura di una porta cosmica per il passaggio ad un’altra realtà. Averlo saputo prima.

    Per gli appassionati dello Yoga, oggi si risveglia Kundalini, la ”forza generativa” presente in ogni essere umano, con la consapevolezza e la conoscenza di passato, presente e futuro, e un’espansione della coscienza.

     

  • “Pane e Bugie”: educazione alimentare e cattiva informazione

    “Pane e Bugie”: educazione alimentare e cattiva informazione

    Ogm e educazione alimentare

    Un incontro curioso, di quelli che ti spingono a meditare, si è svolto presso le Cisterne di Palazzo Ducale. Dario Bressanini, chimico di professione, scrittore per passione, ci mette in guardia contro i pericoli della cattiva informazione che, in campo alimentare, può dar adito a leggende metropolitane assolutamente fallaci.

    Nel suo libro “Pane e Bugie“, tema dell’incontro, pone l’accento su ciò che definiamo naturale e quello che etichettiamo come “chimico”. In realtà, la stragrande maggioranza delle sostanze di cui ci nutriamo esiste in natura e risulta poco rilevante se sia stata “concepita” nell’orto del vicino o sia un prodotto di sintesi: sono composti molecolari assolutamente identici. La natura, d’altro canto, non è scevra da insidie. Tra i vegetali, troviamo molti principi dannosi, che le piante producono per difendersi dai parassiti poiché, come dice l’autore, non hanno la possibilità di fuggire “a gambe levate”.

    La presenza di metil-eugenolo, nel basilico, ha relegato il pesto tra le sostanze cancerogene. Il buon senso, valutandone la presenza in percentuale, ci dice chiaramente che non sarebbe pericoloso neppure per una formica. Al contrario, se mangiamo un’intera noce moscata possiamo seriamente rischiare la morte così come se rimaniamo, a lungo, in una stanza satura delle fragranze della salvia.

    Il caffè contiene 21 sostanze cancerogene dovute alla tostatura e persino il succo d’arancia non è esente da elementi pericolosi, le cui dosi insignificanti sono ampiamente bilanciate dagli effetti salutari o di piacevolezza.

     

    Temiamo il “sintetico” ma assumiamo vitamina C in bustine o compresse, vitamina che nessuno si sognerebbe di estrarre dal limone a costi esorbitanti e, così, la si estrae dall’amido di mais, con buona pace di tutti.

    Siamo fans dello zucchero di canna? Le canne sono quelle che abbiamo in testa se pensiamo a qualcosa di diverso dallo zucchero bianco, tacciato di essere cancerogeno e deprivato di preziosi oligo-elementi. Lo zucchero grezzo è semplicemente meno raffinato, lo paghiamo di più e dovrebbe costare meno e ha un residuo pari allo 0,5% di calcio e potassio. Come dire che su 100g di zucchero ci sono 0,133g di potassio contro i 3g necessari pro die. Se non vogliamo morire di diabete meglio mangiarci una bella banana che di potassio ne contiene 358mg…

    Biologico è sinonimo di sano? Dipende: in queste colture sono permessi solo antiparassitari “naturali” tra i quali il Rotenone e il solfato di rame, altamente neurotossici e non si possono coltivare nuove specie se non ottenute per mutazioni spontanee cioè per errori casuali della natura. Devono considerarsi spontanee anche quelle indotte da radiazioni con cui si è ottenuto il pompelmo rosa?

    Rifiutiamo a priori gli OGM, rei di aver un gene in più cioè una proteina (il prodotto di un gene è una proteina) capace di difenderli dai virus vegetali. Accertata la innocuità della proteina, l’immediato vantaggio è che tali coltivazioni non devono essere trattate il che si traduce in un beneficio per la nostra salute e nella salvaguardia per il bio-habitat animale che vive nel campo.

    Infine parliamo del monossido di idrogeno, killer di professione: è un solvente industriale, responsabile delle piogge acide, può essere radioattivo e causa l’effetto serra… Sapete che cos’è il monossido di idrogeno?? E’ il nome scientifico dell’acqua!  E questo la dice lunga su come un’informazione non corretta può distorcere la realtà.

    Adriana Morando