Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • La pandemia e le responsabilità degli adulti. Bruno Morchio: “Ai ragazzi serve la rielaborazione critica della realtà”

    La pandemia e le responsabilità degli adulti. Bruno Morchio: “Ai ragazzi serve la rielaborazione critica della realtà”

    Le conseguenze di due anni di pandemia, a livello sociale e culturale, sono ancora difficili da mettere a bilancio. E probabilmente i segni lasciati da questi mesi di “sospensione” in attesa di un presunto ritorno alla normalità avranno esiti lontani e radicati. A subire il doppio fardello dell’immediato e del prossimo venturo i giovani, una categoria sommariamente compresa tra il recinto semantico dell’adolescenza e quello dell’infanzia, che con l’arrivo del Covid hanno visto cambiare nel giro di pochi giorni le proprie strutture aggregative e il proprio mondo sociale. Forse per sempre.

     “La pandemia è stata un vero disastro – sottolinea Bruno Morchio, lo scrittore genovese padre del detective Bacci Pagano, ma anche psicologo psicoterapeuta – ci sono età critiche per ogni fenomeno ma quello che abbiamo visto è stato un così così duro per la socialità di adolescenti, preadolescenti e infanzia che potrebbe essere veramente un grosso problema per migliaia di ragazzi e ragazze”.

    Lo spunto per la riflessione è il convegno “I racconti dei ragazzi”, promosso dall’associazione Il Moltiplicatore, che da anni lavora con le scuole mediante la metodologia della narrazione e della riflessione, al fine di aumentare la consapevolezza dei ragazzi e il loro star bene, soprattutto in ambito scolastico. Un’occasione per riflettere e confrontarsi sull’importanza sempre maggiore che ha assunto la capacità di raccontarsi come strumento di crescita e condivisione per i giovani e non solo.

    “Ovviamente la speranza è quella di uscire presto da questa situazione – aggiunge Morchio – ma questa esperienza drammatica dovrebbe essere l’occasione per fare il punto sullo stato di salute della scuola, per capire come “catturare” i ragazzi e fornire degli stimoli che gli permettano di crescere”, soprattutto all’interno di una società sempre più competitiva e individualista, aggiungiamo.

     La mancanza degli spazi e dei momenti di socialità non mediati da uno strumento tecnologico sono sempre più ridotti “Una situazione già avviata prima della pandemia ma che in questi mesi ha subito una velocissima accelerazione – sottolinea lo scrittore facendo riferimento alla distanza sempre più percepita tra mondo degli adulti e dei giovani – e si è prodotto un gap mai visto così ampio tra generazioni e gli adulti non hanno gli strumenti per poter agganciare le nuove generazioni”.

    E’ così la responsabilità educativa degli adulti verso le nuove generazioni deve fare i conti con nuove sfide e nuove pareti da attraversare: “La cosa più urgente è quella di riuscire a far entrare attraverso i loro linguaggi gli strumenti fondanti della conoscenza – suggerisce Morchio – strumenti che non devono essere utilizzati solo per l’intrattenimento ma anche e soprattutto per produrre una rielaborazione critica della realtà: se resteranno solo come protesi per arrivare ai contenuti resteranno consumatori di tecnologia senza diventare produttori di innovazione”.

  • Valpolcevera, sanità e trasporto pubblico a rischio collasso. Intervista a Iole Murruni, presidente del Municipio V

    Valpolcevera, sanità e trasporto pubblico a rischio collasso. Intervista a Iole Murruni, presidente del Municipio V

    valpolceveraEmergenza abitativa, sistema sanitario al collasso, trasporto pubblico inadeguato e grandi opere: questi sono solo alcuni dei problemi che affliggono la Valpolcevera oggi, e che potrebbero marchiarne indelebilmente il futuro. Nell’ultimo decennio questa terra ha vissuto un periodo di grandi cambiamenti, non sempre positivi, destinati a modificare definitivamente una valle costretta a fare i conti con la delocalizzazione delle aziende che per decenni l’hanno resa il cuore industriale della città. Adesso questa parte importante di Genova dovrà reinventarsi, obbligata a fare i conti prima di tutto con una morfologia territoriale complessa, prevalentemente collinare, e una situazione socio economica difficile e stratificata.  Per capire quale futuro attende questa periferia abbiamo fatto un bilancio della situazione con Iole Murruni, presidente del Municipio V Valpolcevera, giunta al termine del suo mandato.

    Presidente, dopo cinque anni di mandato cosa ne pensa del fenomeno dell’abbandono delle periferie?
    «Innanzitutto bisogna sottolineare che Genova è una città policentrica nata dall’unione di più comuni e questi centri tuttora mantengono alcune delle loro antiche peculiarità. Durante gli anni ‘80 si decise di edificare nuovi quartieri residenziali pubblici nelle varie zone collinari e adesso questi quartieri sono delle periferie nelle periferie e si configurano in una situazione ancora peggiore. Il quartiere Diamante per esempio è stato il classico caso di questa disastrosa operazione. Sono stati trasferiti da altri quartieri persone con disagio economico, sociale, sanitario, psichiatrico e questo ha aumentato il degrado. Ora si sta tentando con il nuovo regolamento ERP di porre qualche correttivo ma non è facile»

    Forse l’attenzione posta sul quartiere del Diamante dovrebbe essere data anche a quelle zone di interconnessione tra quartieri? Penso a zone come San Quirico, Teglia, Trasta, giusto per citarne alcuni. Secondo lei esiste un’emergenza abitativa in questi quartieri?
    «L’emergenza abitativa è prima di tutto un’emergenza qualitativa delle abitazioni, esiste un problema di mancata manutenzione e anche un problema di abusivismo ma non è così semplice da risolvere».

    La Valpolcevera è una zona che negli ultimi decenni ha subito più di altre il fenomeno delle de-industrializzazione eppure tuttora, stando alle recenti indagini, la mortalità è più alta che in altre zone della città.
    «L’alta mortalità è sicuramente connessa alle industrie che per decenni hanno operato in Valpolcevera, poi aggiungerei che anche la situazione socio economica influisce. La popolazione è socialmente ed economicamente più debole che nel resto della città e purtroppo il tipo di sanità che si sta prefigurando porta alcune persone a non curarsi. Esiste il fenomeno dei nuovi poveri, persone che perdono il lavoro in età avanzata e non riescono a ricollocarsi nel mondo del lavoro oppure quello dei working poor, persone che lavorano ma non riescono comunque ad arrivare a fine mese».

    Valpolcevera_da_MurtaAnche la qualità del sistema sanitario influisce in questo quadro? Negli ultimi anni la situazione inerente gli ospedali è peggiorata notevolmente e ci sono stati moltissimi tagli.
    «Il sistema sanitario in Valpolcevera non va bene; negli ultimi anni sono stati chiusi tutti i piccoli ospedali come il Celesia e il Pastorino mentre il Gallino a Pontedecimo è stato ridimensionato notevolmente. Inoltre la Valpolcevera è l’unico territorio che non ha una Casa della Salute e abbiamo anche il triste primato dei minori allontanati dalle famiglie. Nonostante questo la Regione ha detto che non ci sono i soldi per costruire una Casa della Salute e ha proposto semplicemente di trasferire alcuni ambulatori nell’ex ospedale Pastorino di Bolzaneto mentre il Celesia è destinato a diventare una residenza per anziani. A Pontedecimo invece l’ospedale continuerà la sua attività nonostante i tagli e i ridimensionamenti degli scorsi anni».

    Lo scorso Aprile abbiamo assistito allo sversamento di greggio nel Polcevera in seguito alla rottura dei tubi di proprietà di Iplom. Un paio di settimane fa la popolazione di Fegino ha protestato a causa dei rallentamenti nella bonifica. Qual è il vostro giudizio in questa situazione?
    «La reazione della cittadinanza è arrivata quando Iplom ha chiesto il trasferimento delle competenze al Ministero tuttavia questo fatto sembra scongiurato e la competenza dovrebbe restare agli enti locali. Questa è una notizia positiva dato che è difficile intervenire tempestivamente quando le competenze si allontanano dal territorio»

    Quale futuro invece per Pontedecimo?
    «A Pontedecimo abbiamo ottenuto una “piccola” vittoria con l’apertura del parcheggio vicino alla stazione. Quest’area, di proprietà delle Ferrovie, era stata data in gestione ad un privato per fare dei parcheggi a pagamento ma questa cosa non aveva funzionato e l’area era rimasta inutilizzata per anni.  Noi siamo riusciti a fare un accordo, temporaneo per ora, e lo abbiamo riaperto alla cittadinanza. Adesso funziona come un vero parcheggio d’interscambio». Esiste poi tutta la partita sul Terzo Valico dove io vedo fin dall’inizio molte criticità. Abbiamo chiesto un tavolo di lavoro che potesse integrare i vari punti di vista però, purtroppo, non c’è stata la volontà di creare questo tavolo. Inoltre si affacciano altre opere come la Gronda. Apprendo dai giornali che il ministro potrebbe firmare da un momento all’altro l’accordo che darebbe il via ai lavori»

    Lei sente la necessità di quest’opera?
    «Ho delle perplessità sul fatto che queste opere vengano portate avanti tutte contemporaneamente. Penso che la Valpolcevera non sia pronta a sopportare tutti questi cantieri insieme. Abbiamo il Nodo ferroviario, che è fermo, ed è l’unica opera mai contestata da nessuno in quanto doveva portare alla creazione della metropolitana veloce, il Terzo Valico e prossimamente la Gronda, troppe opere per un territorio che già soffre».

    Inoltre negli ultimi anni è peggiorata anche la qualità del servizio di trasporto pubblico, sia quello ferroviario che quello su ruota.
    «È difficile puntare sul trasporto pubblico quando il trasporto pubblico non regge. Abbiamo fatto una mozione quando è stato ridotta la frequenza sulla linea Busalla-Genova Brignole ma è stata inutile. Anche le linee di fondovalle dei bus sono insufficienti, per non parlare di quelle collinari, decisamente inadeguate. Però purtroppo questo rientra nei problemi di AMT. In una città come Genova se il servizio pubblico funzionasse bene si potrebbe lasciare la macchina a casa ma purtroppo non è così»

    Gianluca Pedemonte

     

     

  • Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    benifeiIn occasione dell’incontro organizzato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa e dalla associazione Januaforum, sul tema “Migrazioni in Europa: quali connessioni tra accoglienza e sviluppo?”, abbiamo incontrato Brando Benifei, eurodeputato spezzino del Partito Democratico, relatore lo scorso maggio del rapporto sull’integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro europeo. Un’occasione per capire cosa si sta muovendo a livello comunitario sul tema migrazioni, alle luce delle spaccature politico-diplomatiche di questi mesi, sia a livello nazionale che a livello europeo

    Approfondimento: Ventimiglia e l’emergenza umanitaria dei migranti

    I dati di questi mesi parlano chiaro: l’Europa sulla questione migrazioni si è spaccata, e anche a livello delle singole nazioni, esistono approcci contrastanti alla questione. Qual è il livello di discussione all’interno del Parlamento europeo?
    La questione rifugiati è senza dubbio quella che sta creando più problemi a livello sociale in Europa, sopratutto per il gran numero di richiedenti asilo. Siamo in un sistema per cui migrare legalmente è impossibile. Un problema soprattutto italiano, provocato dalla legge Bossi-Fini, che rende impossibile migrare nel nostro paese in maniera legale. In questo scenario di straordinario afflusso, dovuto ai conflitti dell’area mediterranea, il Parlamento europeo si sta occupando di quali politiche si possano mettere in campo per tutelare chi fugge da situazioni di rischio concreto per la proprio incolumità, distinguendoli da coloro che non hanno questo situazione, che sono migranti economici camuffati. Bisogna accompagnare questa rigidità, che secondo me è giusta, alla creazione di nuovi canali di integrazione legale che oggi non ci sono. A Strasburgo sono al momento in discussione misure per rendere omogeneo e più fluido il sistema della elaborazione della richiesta asilo. Oggi abbiamo persone che rimangono in un limbo per troppo tempo, persone di cui talvolta perdiamo le tracce o vengono assorbite dalla criminalità.

    Durante l’estate, in piena crisi umanitaria a Ventimiglia, molte voci si sono alzate, tra cui quella del vescovo Suetta, per dire che l’Europa dovrebbe anche lavorare per superare la differenza tra migrante economico e rifugiato…
    È una cosa comprensibile, però a livello di stati non possiamo accogliere tutti, sia per una questione di sostenibilità economica che di consenso politico. Dobbiamo però lavorare per velocizzare il sistema di attivazione della protezione internazionale per chi veramente è a rischio vita nel proprio paese. In italia come dicevo la migrazione legale non è possibile, per colpa della legge Bossi-fini, che andrebbe superata.

    Il sistema di accoglienza oggi vigente, inoltre, ha fatto vedere tutti i suoi limiti, soprattutto qui in Liguria…
    A Ventimiglia si sono concentrati diversi problemi; da una parte l’incapacità dell’Europa di arrivare in fondo rispetto al sistema di solidarietà di distribuzione dei richiedenti asilo. In europa siamo capacissimi di fare politiche di coesione sulle autostrade e poi non c’è solidarietà nella gestione di questo fenomeno che non è più un emergenza ma ha dei tratti di strutturalità. Inoltre a Ventimiglia si consuma il problema di una mancata attuazione piena su tutto il territorio nazionale del sistema degli Sprar, che considero una buona pratica, che potrebbe essere esempio anche per altri paesi, dove i progetti di integrazione sono messi in mano ai comuni superando il problema più grosso, cioè quello della distribuzione delle persone in attesa dell’esame della loro richiesta di protezione internazionale. Un sistema che si contrappone al sistema emergenziale prefettizio che ha creato più sprechi e inefficienze che altro. Tenere molte persone concentrate in pochi posti, infatti, crea ghetti e situazioni di pericolo e intolleranza.

    European_Parliament_Strasbourg_Hemicycle_-_DiliffAnche le regole Europee, però, sono un problema, basti pensare a meccanismi del regolamento di Dublino..
    Per il Parlamento Europeo questo è il nodo più importante, cioè quello del superamento di queste regole. È oggi in discussione una proposta di riforma, al momento non ancora del tutto soddisfacente, secondo me, per cambiare questi meccanismi. Ovviamente bisogno che i governi spingano politicamente per far sì che si possa arrivare al risultato. A maggio potrebbe esserci un passaggio importante, da questo punto di vista.

    Quale potrebbe essere una soluzione?
    Noi vogliamo che l’Europa investa nell’integrazione, ma bisogna fare in modo che le risorse utilizzate siano incrementate e che non vengono tolte ad altre problematiche sociali, come la disoccupazione di lungo periodo, le famiglie a basso reddito, la disabilità, l’assistenza degli anziani. La questione dei rifugiati ci può servire per riorganizzare in maniera più efficiente l’utilizzo delle risorse che abbiamo. Se passa il concetto che noi mettiamo soldi per i rifugiati, soldi che però sono tolti ad altre persone che sono in difficoltà, noi rendiamo impossibile l’integrazione dei rifugiati, e alimentiamo il razzismo e la guerra tra poveri. Un altro tema su cui noi siamo stati molti netti è che non si creino dei mercati del lavoro paralleli, con condizioni di lavoro per i migranti al di sotto dei minimi salariali, che oltre a sfruttare le persone, crea una concorrenza sleale.

    Oggi era a Genova per parlare con gli studenti, e non solo…
    È stata una giornata importante, perché queste occasioni permettono di parlare di argomenti specifici, chiarendo certi aspetti che spesso sono raccontati male dai media, facendo anche sapere come funziona, e cosa sta facendo, il Parlamento Europeo e tutti gli organi dell’Unione Europea.

    Nicola Giordanella

  • «Territorio fragile, forti pendenze e prevenzione insufficiente», ecco i perchè dietro all’allarme Liguria

    «Territorio fragile, forti pendenze e prevenzione insufficiente», ecco i perchè dietro all’allarme Liguria

    rivi_critici_liguria_abaMentre la Liguria sembra mettersi alle spalle l’ennesima emergenza maltempo, e i danni dei giorni scorsi vengono quantificati in almeno 100 milioni di euro, l’agenzia Aba News ha chiesto all’ingegnere Vincenzo Beneventano come mai la regione si ritrovi sempre sott’acqua quando ci sono forti piogge. La morfologia del territorio gioca la sua parte, ma anche una scarsa prevenzione, una distribuzione non ottimale dei fondi e alcune sciagurate scelte urbanistiche del passato.

    Laureato in Ingegneria Civile all’Università degli Studi di Genova nel 1991, Beneventano è stato Funzionario Direttivo dell’Ufficio Lavori Pubblici della Difesa del Suolo della Provincia di Genova dal 1994 al 2003 ed ha seguito la realizzazione di importanti opere di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua e di consolidamento di versanti in frana, a seguito dei danni alluvionali che hanno colpito la Liguria dopo il 1992. Dal 2003 esercita la libera professione. Esegue progettazione e direzione lavori di strutture in zona sismica nel settore civile ed industriale. Ha seguito e segue inoltre per Comunità Montane e per Comuni dell’entroterra la progettazione e direzione lavori di opere geotecniche ed idrauliche.

    Ingegnere Beneventano, potrebbe riassumere i punti di maggior criticità nella regione e spiegare quali caratteristiche li rendono tali?
    «I punti di criticità purtroppo non sono identificabili a priori. In linea di massima sono tutte le zone limitrofe ai grandi corsi d’acqua ma non soltanto perché, come spesso avviene, anche i ruscelletti minori che magari vengono dimenticati durante l’anno possono diventare vere bombe se il centro di scroscio, durante un fenomeno intenso, magari è concentrato sopra la testa di quel ruscelletto. Possiamo dire che le criticità sono ovunque, in tutta la Liguria. In questi giorni ad esempio, la geomorfologia del territorio, essendo così ripida e ormai fragile per quello che è già successo, rende potenzialmente vulnerabile qualsiasi minima superficie. I grossi corsi d’acqua poi fanno da collettori di tutti questi mini fenomeni, diventando dei problemi a loro volta. Possiamo parlare della foce del Polcevera così come di quella del tratto terminale del Bisagno o di qualsiasi altro corso d’acqua a seconda di dove avviene la massima precipitazione».

    Ci sono differenze tra i corsi d’acqua sulla costa e quelli nell’entroterra?
    «È soprattutto una questione di pendenza. L’Appennino in Liguria in certe zone dista dai 5 ai 10 chilometri dal mare con punte d’altezza anche oltre ai mille metri: pensiamo al Faiallo. Nel giro di 5 chilometri dal versante si abbassa di un chilometro, quindi parliamo di pendenze molto forti. Nel versante padano le pendenze sono minori anche se la geomorfologia localmente presenta versanti ripidi anche li, più in ombra e fragili dal punto di vista geologico. Per una banale questione di geometria, il versante che va a finire nel Mar Ligure è comunque più ripido e vulnerabile, perché con maggiori pendenze si generano maggiori velocità di scorrimento dell’acqua e di conseguenza maggiori capacità di erosione».

    Differenze che riguardano anche i problemi generati dall’attività umana…
    «Non è necessario essere ingegneri per vedere che i corsi d’acqua che sfociano nel mare si restringono molto man mano che scendono dai monti: magari partono larghi 20 metri e arrivano larghi 10, o addirittura tombati, chiusi o sacrificati in poco spazio, e quando vengono chiamati dalla natura a fare il loro dovere si riprendono violentemente quello che è stato loro tolto. Nei versanti padani, invece, si fa più notare l’abbandono delle campagne, soprattutto nei rivi minori delle fasce alte, che ormai ha portato a un degrado del letto dei ruscelletti. L’assenza di manutenzione, anche quella piccola del vecchio contadino che ogni giorno andava a lavorare la terra con la zappa, quando capitano eventi del genere si fa sentire».

    L’esempio più famoso a Genova è forse il Bisagno, ma si può dire sia un problema comune per tutta la regione…
    «Si, il Bisagno ha un bacino enorme, che nel tratto finale è fortemente urbanizzato. Tutti i suoi affluenti più importanti sono stati sacrificati con l’urbanizzazione dagli anni ’50 in poi».

    Dalle ultime due alluvioni in Liguria, nel 2011 e 2014, è cambiato qualcosa dal punto di vista idrogeologico sul territorio? Sono stati eseguiti interventi sostanziali?
    «Guardi, il numero di dicembre 2014 di “A&B”, il mensile della Federazione degli Ordini degli ingegneri della Liguria, nell’ambito di un’inchiesta proprio sul dissesto idrogeologico nella regione subito dopo l’alluvione di ottobre, mi ha chiesto di realizzare uno studio sull’argomento, che ha pubblicato in un supplemento, un “Block Notes”, il n. 4, ancora scaricabile dal sito della Federazione, dal titolo “Dissesto del territorio e criticità idrauliche dei corsi d’acqua in Liguria”, con una mappa che evidenziava i rivi a rischio in tutta la Liguria. Si tratta di un riassunto di strumenti di pianificazione molto più rigorosi e autorevoli. Senza volerla sminuire, proprio quella mappa la definirei appunto un riassunto, perché nello spazio di un foglio a3 mi era stato chiesto di disegnare tutte le criticità della Liguria. Ebbene, noi abbiamo un rapporto di scala elevato e l’impossibilità di descrivere nel dettaglio tutte le numerose criticità».

    beneventano3Ma a due anni di distanza, quella mappa è ancora attuale o è cambiato qualcosa?
    «Detto questo, le grosse criticità che sono disegnate nella mappa direi che ci sono ancora tutte, ma non perché le amministrazioni non stiano facendo nulla. Il Comune di Genova sta facendo moltissimo e si spera che tra qualche anno la macchia disegnata sul Bisagno-Ferregiano si rimpicciolisca, perché la direzione dell’ing. Pinasco del Comune di Genova sta facendo lavori importanti, con risultati daranno i loro frutti durante le future alluvioni. Certo, alle prossime forse sarà ancora presto, perché ci vorranno ancora degli anni per finire i lavori. Il Comune sta risagomando il tratto terminale del Bisagno, ma finché non sarà ultimato lo scolmatore verrà tolta solo una parte del pericolo. Ci sarà quindi una riduzione del rischio almeno per il centro di Genova. La Regione sta facendo dei bandi per risolvere problemi di rischio localizzati nell’entroterra, quindi qualcosa si sta facendo. Resta il fatto che su questo versante abbiamo problemi enormi, maggiori di tutte le altre regioni d’Italia».

    Ormai abbiamo imparato che il “rischio zero” non esiste, ma al termine di questi lavori possiamo dire che Genova sarà più sicura?
    «Certamente si. Non lo sarà al 100%, perché come giustamente ricordato il la sicurezza assoluta non può garantirla nessuno, per questo noi ingegneri parliamo di “riduzione del rischio”, dal momento che le opere si fanno sempre ragionando su tempi di ritorno in questo caso fissati per legge a 200 anni. Può succedere che nei due anni successivi alla realizzazione di un’opera vengano fuori portate duecentennali o che non succeda nulla per 400 anni. Mi sembra d’aver capito che l’alluvione del 2014 sia stata un po’ più potente di quella duecentennale. Inoltre, il problema non è soltanto l’acqua, ma anche il trasporto di materiale solido, in particolare dai terreni a monte. L’abbandono dei territori fa sì che si lascino degli oggetti, dei rami o della spazzatura che vengono trascinati dai corsi d’acqua e quando devono passare sotto un ponte diventano pericolosi. Anche se stiamo facendo molto dobbiamo fare qualcosa in più per sensibilizzare le persone quantomeno a non abbandonare rifiuti intorno ai corsi d’acqua. Per non parlare poi dei classici orti recintati con la rete del letto, o le vecchie baracche abbandonate 40 anni fa dei contadini che possono essere distrutte e trasportate dall’alluvione, per cui servirebbe un’opera di pulizia, oltre ai soliti motorini o automobili abbandonati. Il rischio si riduce anche con questi piccoli interventi».

    Quale tra i vari enti pubblici ha un peso specifico o una responsabilità maggiore?
    «I sindaci, in particolare quelli dell’entroterra, si trovano spesso con bilanci risicati con poche risorse da destinare alla difesa del suolo. Quelli dei grandi comuni magari hanno più possibilità di stipulare dei mutui, ma anche loro hanno grosse spese, mentre la Regione gira dei soldi che arrivano dallo Stato. Purtroppo è lo Stato che stanzia pochi soldi nella difesa preventiva del suolo, limitandosi a spenderli dopo che avvengono determinati fenomeni, come l’esondazione del Bisagno. Quasi mai vengono stanziati dei soldi per la prevenzione, purtroppo la politica è fatta così: lo Stato va dietro ad altre cose più urgenti, come magari i terremoti che hanno rischi maggiori. Va anche detto che la prevenzione nella difesa del suolo è materia particolarmente difficile, per cui servirebbe una bacchetta magica».

    Certo, la distribuzione dei fondi statali tra le Regioni potrebbe seguire criteri diversi…
    «La Liguria è una regione con tanta popolazione, poca superficie e tantissime criticità dovute alla sua ripidità. Altre regioni d’Italia sono più estese, magari con una popolazione simile a quella ligure ed elementi a rischio in posizioni più tranquille. I nostri elementi a rischio (scuole, chiese ecc.) sono quasi sempre in punti vulnerabili quando viene un’alluvione, ai piedi di un monte. Nonostante questo, i finanziamenti statali vengono elargiti in rapporto superficie/popolazione. Va da sé che la Lombardia riceverà più finanziamenti della Liguria nonostante gli elementi a rischio della Lombardia non siano vulnerabili come quelli liguri».

    Quindi non cambierà mai nulla?
    «Dipende anche dai politici regionali, purtroppo, se sono benvisti o malvisti dal Governo e se hanno voce in capitolo per portare i soldi in Liguria piuttosto che farseli sottrarre da altre regioni con meno problemi di noi».

    Quindi anche l’orientamento politico delle regioni influisce sulla distribuzione dei fondi?
    «Non si sa, io sono un ingegnere e di politica me ne intendo veramente pochissimo. È possibile, ma non vuol dire che un Governatore di sinistra sia più bravo di una di destra o viceversa. Credo che per essere un buon amministratore si debba essere prima di tutto in grado di farsi sentire per portare qualcosa a casa, indipendentemente dal fatto che sia dello stesso colore del governo o meno. Non credo che, di fronte a un Governatore di destra, un Governo di sinistra non riconosca le problematiche che ci sono nella Liguria, come quelle del Bisagno, del Roja o di qualunque altro corso d’acqua del territorio».

    Un’ultima cosa. Erasmo D’Angelis, responsabile di #italiasicura, ha detto che ci sono risorse del governo per 9,8 miliardi nei prossimi 7 anni, però mancano molte progettazioni…
    «Non mi stupisce che manchino le progettazioni. Ma quanti sono i piccoli Comuni che hanno uffici tecnici retti da geometri magari che dividono con altre amministrazioni e non hanno nemmeno il tempo di coprire il lavoro ordinario. E quanti non hanno le risorse per pagare un consulente per elaborare un progetto perché hanno le casse vuote? Questo non vuol dire che questi Comuni non abbiano problemi di natura idrogeologica, fiumi o torrenti da tenere puliti, lavori urgenti da far eseguire, situazioni di potenziale pericolo da affrontare… Penso che questo problema della progettazione vada affrontato e discusso con i diretti interessati in un quadro più complessivo».

  • Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Paolo-ceccarelliNei giorni scorsi Genova ha ospitato i lavori di “Heritage”, un convegno internazionale focalizzato sui percorsi in atto, o in progetto, finalizzati alla conservazione del patrimonio storico e culturale; il passato, infatti, ci ha lasciato una enorme eredità, preziosa quanto ingombrante, che oggi dobbiamo curare e mantenere, anche in un contesto economico depresso come quello congiunturale. In mancanza di risorse, il pubblico cerca l’aiuto del privato, sponsorizzando progetti, collaborazioni o, purtroppo, svendite. Sull’argomento è intervenuto Paolo Ceccarelli, architetto urbanista, coordinatore Unesco per le cattedre universitarie: secondo il professore, sempre più spesso lo stato o comunque la cosa pubblica si limita ad accudire il patrimonio, come fosse una badante, sperando di poter sfruttarne il valore economico.

    Professore, partiamo proprio da questo concetto: qual è lo stato dell’arte della conservazione del patrimonio culturale e storico del nostro paese e di Genova?
    «Oggi penso che ci sia un problema di fondo che dobbiamo affrontare ed è il modo in cui ci poniamo rispetto alla conservazione del patrimonio: noi un poco alla volta, per motivi diversi, d’ istruzione, di trasformazione della nostra società, di estraneità rispetto a tutta una serie di processi, abbiamo assunto una atteggiamento che ricorda il comportamento delle badanti piuttosto che quello di un figlio, di un congiunto, di un parente stretto nei confronti di una persona anziana. Intendiamoci, la badante è una persona civilissima, premurosa, attenta alle necessità di una persona che ha dei problemi legati alla vecchiaia e in qualche modo alla sua conservazione della dignità; ma è anche una persona del tutto estranea, che lo fa professionalmente, con attenzione e garbo, e spesso in modo felice, rimanendo estranea alla persona di cui si occupa, con un rapporto limitato nel tempo, a cui segue un altro e così via. Questo è un po’ l’atteggiamento che noi abbiamo nei confronti del nostro patrimonio storico: ce ne occupiamo, facciamo una serie di cose civili per mantenerlo, ma tutto sommato non siamo interessati ad andare più a fondo, a capire il suo reale significato, soprattutto il suo significato rispetto all’oggi, ai noi stessi, al contemporaneo».

    Questa tendenza a cosa può portare?
    «A ricercare un significato di tipo puramente ed esclusivamente economico, cioè conservare un bene solamente perché può produrre reddito attraendo il turismo, oppure valorizzandone solamente il lato estetico: è bello da vedere e quindi ci riempie l’animo di gioia e orgoglio. Il significato di un manufatto, però va oltre: non bisogna perdere di vista l’importanza che ha avuto in un certo momento per la storia e perché e come ha significato idee nuove, affermazioni di valori, o anche cose reazionarie, elementi bigotti, ma comunque svolgendo un ruolo, una funzione molto precisa. Se noi non entriamo in sintonia con queste cose, e non riusciamo a farle riemergere, non riusciremo ad istituire un rapporto corretto con il nostro patrimonio, tenderemo ad allargare la nostra capacità di conservarlo, di mantenerlo in buone condizioni, ma in modo del tutto indifferente al suo reale significato, e questa è una perdita gravissima perché in realtà la storia e la memoria servono per produrre nuove idee non per contemplare delle cose morte».

    Spesso però le risorse non si trovano, o per lo meno, la politica non riesce a trovarle…
    «Penso che sia un problema politico e culturale al tempo stesso, cioè i soldi si trovano per delle cose che sono appariscenti, ma anche i restauri dovrebbero essere considerati grandi opere, come le conservazioni. Spesso alcune opere sono lasciate a se stesse perché sono meno attraenti, suscitano meno curiosità, non sono la grande cosa da ammirare o far ammirare al turista: la storia italiana, però, è stata fatta spesso di cose poco vistose che hanno avuto un grandissimo significato culturale in quel determinato momento; ci sono pezzi nell’architettura di ricerca, ci sono state delle aperture di nuove linee di lavoro che hanno reso la cultura italiana particolarmente importante in certi momenti della storia recente ma per questi non si trovano i soldi. Le risorse si trovano per il monumento appunto che da prestigio: non è solo il Ponte di Messina, ma anche in parte il restauro del Colosseo, fatto esclusivamente per attirare masse di turisti, e per farne un elemento di invidia per tutto il resto del mondo. Questo è un atteggiamento che credo sia sbagliato: la trasformazione del bene culturale di una sorta di merce, rendendolo un bene da far fruttare piuttosto che un bene da conservare perché insegna delle cose. Credo che sia un discorso di tipo politico e culturale perché i soldi probabilmente in certi casi si potrebbe trovare o ci si potrebbe limitare a forme di manutenzione più leggera, ma che tengano in piedi queste le opere, senza poi dover ricorrere a grandi interventi strutturali».

    Scelte politiche che sono prese da una classe dirigente che spesso si trova in difficoltà sulle scelte che riguardano lo sterminato patrimonio a disposizione. Come potrebbero muoversi diversamente?
    «Secondo me, la politica dovrebbe iniziare a pensare di utilizzare il patrimonio non solo come una risorsa da bilancio, ma anche come uno stimolo, un incentivo fortissimo ad andare avanti nel creare altre cose. Sembra preoccupante il fatto che l’Italia scopra come alternativa a quella che è stata in altri momenti la industrializzazione, le trasformazioni economiche sociali ed economiche, l’utilizzazione del patrimonio solamente a fini turistici».

    Perché questa cosa è preoccupante? Forse finalmente in molte realtà post industriali, come Genova, stanno cambiando parametri culturali…
    «Perché questa è una cosa che non produce nulla. Certo, porta un po’ di soldi, che sono utili anche quelli, ma non serve ad andare più avanti, a inventare altre cose. Voglio dire, noi abbiamo un brodo di cultura che potrebbe permettere veramente di avere degli stimoli fortissimi ad immaginare il futuro, perché siamo, e lo siamo da secoli, in una sorta di grande laboratorio di trasformazioni, contaminazioni e anche di “pasticci” che hanno prodotto cose importanti. Credo che il punto sia questo: i politici dovrebbero più attentamente considerare la questione, perché la materia c’è, ma si tratta di utilizzarla nel modo intelligente».

    Intende per arrivare a nuovi “monumenti”?
    «Si e no. Nel senso che alle volte ci sono alcune architetture contemporanee che sono soprattutto vistose, non belle ma appariscenti, mentre ce ne sono altre che lo sono meno ma che diventano estremamente significative. Non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha dato alcuni dei maggiori contribuiti all’arte contemporanea, al design, che sono diventate delle assolute eccellenze. Oggi, credo che ci sia un’idea un po’ diversa rispetto al passato di che cosa possa essere il monumentale: oggi l’architettura monumentale sta nel recupero degli spazi pubblici, cosa che ha un significato equivalente alla costruzione del un grande palazzo di un tempo. La società richiede rapporti di tipo differente e quindi, da questo punto di vista, l’architettura celebrativa, quella che in qualche modo ricorderebbe il monumento del passato, spesso è la meno interessante, fatta ormai per questioni di puro marchio; tanti brand da vendere rapidamente per poi essere dimenticati e persi».

    Nicola Giordanella

  • Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    robotFondata a Genova nel 2000 con l’obiettivo di divulgare la cultura mediante l’istruzione e la passione è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale nel campo della didattica e della comunicazione della robotica. Partner di vari progetti europei tra cui “Roberta”, in risposta alla carenza di ragazze che si iscrivono a corsi di studi in settori tecno-scientifici, e “Robo-Didactics”, con l’obiettivo di realizzare una metodologia europea condivisa per l’introduzione dell’uso didattico della robotica nelle scuole. Organizzatori del primo simposio internazionale della roboetica che ha dato il via a questo settore di studi e dal quale nacque persino un documentario dal nome “Ciao, Robot” e riconosciuti dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca come ente formatore ufficiale. Si definiscono dei “visionari” e il loro percorso è stato pieno di ostacoli. Di chi stiamo parlando? Della Scuola di robotica di Sampierdarena, eccellenza genovese che, come spesso accade, soprattutto nel campo delle scienze applicate, è sconosciuta ai più, soprattutto in ambito cittadino.

    «Scuola di robotica nasce grazie all’impegno di un ingegnere e di una filosofa, Gianmarco Veruggio e Fiorella Operto – ci racconta Emanuele Micheli, vicepresidente dell’associazione – con l’obiettivo di coniugare la passione per la tecnologia con la passione per l’umanesimo e la volontà di riunire qualcosa che nel passato, purtroppo, sembra abbia preso percorsi diversi». Scuola di robotica nel tempo ha preso sempre più forma come entità di formazione per docenti. «Ovviamente la nostra mutazione prevede anche la divulgazione e quindi l’organizzazione di eventi pubblici, mostre, laboratori e anche la progettazione di nuovi strumenti», continua Micheli. «Abbiamo quindi tante facce, che però sono tutte figlie di quell’etica che Gianmarco e Fiorella hanno teorizzato alla fondazione, che ci porta poi nel mondo reale ad applicazioni che sono didattiche, di formazione e di aiuto per gli altri».

    Perché un’associazione dedicata alla robotica?
    «Perché la robotica è la vera frontiera tecnologica attuale ed è qualcosa che potrà cambiare radicalmente il nostro mondo. Dal punto di vista economico, industriale e aziendale è importantissimo avere generazioni di cittadini capaci di utilizzare tecnologie nuove e capaci di usarle in maniera creativa e non passiva. Se pensiamo agli anni novanta, la grande sconfitta in Italia e in Europa è stata quella di non capire la rivoluzione che internet avrebbe portato nella nostra economia. Se avessimo avuto dei visionari, dei tecnici capaci di capire le implicazioni sociali, etiche ed economiche di quello che stavano facendo, probabilmente l’Italia non avrebbe perso quel treno tecnologico. Scuola di robotica lavora in anticipo sui tempi cercando di far capire alla società che sta arrivando un nuovo fenomeno, ovvero la robotica, che rivoluzionerà ancora di più e con maggior impatto, e anche con maggiori pericoli, e l’unico modo per essere pronti è formare i bambini e le bambine».

    Quali sono le maggiori criticità che avete trovato nel vostro percorso?
    «Agli inizi le difficoltà maggiori erano di comunicazione e relazione. Portando innovazione, le persone tendevano a non capire quello che stavamo cercando di raccontare. Quindi, ci siamo dovuti porre dei problemi importanti per riuscire ad arrivare al cuore della società. Nel corso del tempo, Scuola di robotica è cresciuta nei lavori internazionali fino ad avere cinque progetti europei attivi, una quantità enorme per una piccola associazione. Finalmente, adesso iniziano ad ascoltare il nostro messaggio anche in patria e si possono vedere riforme del ministero dell’Istruzione in cui vengono citate alcune nozioni sviluppate da noi».

    Di che cosa vive Scuola di robotica?
    «Scuola di robotica si fonda sulla formazione che diamo ai docenti e poi riceviamo i finanziamenti dei progetti europei, quasi tutti legati alla formazione e all’apprendimento. Lavoriamo poi con le disabilità cognitive e soprattutto con l’autismo cercando di studiare che cosa succede quando i ragazzi interagiscono con queste macchine e facendo in modo che la macchina sia uno strumento per migliorare l’interazione tra l’educatore e lo studente. Stiamo realizzando anche un gioco pensato per bambini con disabilità cognitive dai sei ai dieci anni da utilizzare nei centri di educazione e di formazione e i primi riscontri sono molto positivi e incoraggianti».

    Parliamo del vostro logo creato da Lele Luzzati, genovese doc.
    «Luzzati ha conosciuto Gianmarco e Fiorella proprio perché avevano bisogno di qualcuno che rappresentasse tutti questi concetti e chi meglio del maestro Luzzati poteva farlo a Genova. Il maestro rispose immediatamente alla loro richiesta e creò non solo il nostro logo ma anche quello dedicato alla roboetica. In questo logo è rappresentato l’amore per l’arte, l’amore per l’umanesimo e il bisogno di dare alla tecnologia la centralità dell’essere umano. Per noi non è sostituibile ed è qualcosa che ci ha legato fin da subito alla nostra città».

    È stato difficile nascere e crescere nel contesto genovese?
    «È stata sicuramente dura; oggi non è più così perché ci sono delle realtà cittadine che ci comprendono e ci aiutano, penso al “Festival della scienza”, alla biblioteca De Amicis e al museo Luzzati. Altri partner importantissimi per noi sono la cooperativa “Il Laboratorio” che ci ha consentito di aprire il “Madlab”, uno spazio dedicato alla formazione sulla stampa 3d e alla digital fabrication aperto in via della Maddalena, all’interno di un percorso di riqualificazione territoriale e dedicato alla formazione di tutti, in particolar modo ai ragazzi della cooperativa che sono usciti per vari motivi dalla scuola dell’obbligo».

    Che cosa offre e cosa potrebbe offrire Genova alla robotica?
    «A Genova ci sono moltissimi enti che si occupano di robotica. Scuola di robotica sta cercando di rendere la robotica accessibile a tutte le persone, questo è quello che ci contraddistingue. Per noi lavorare sul territorio non vuol dire pensare ai grandi ambienti di ricerca ma lavorare con la città e i cittadini. Una ricerca lontana dalla società è una ricerca inutile e invece deve avere delle conseguenze dirette sulla realtà».

    Come potrebbe influire la robotica nella città di Genova?
    «Creare posti di lavoro, sostanzialmente. Bisogna puntare sull’imprenditorialità e sulla creatività dei ragazzi. Dobbiamo credere nel settore della robotica nautica, fondamentale per la città anche se ancora non abbastanza sviluppato. In Italia abbiamo l’artigianato migliore, le menti migliori e le mani migliori ma se non guardiamo come va il resto del mondo verremo superati e il danno maggiore sarebbe la perdita di qualità. Invece, dobbiamo essere paladini della qualità, dell’eleganza, della bellezza di cui l’Italia fortunatamente è ancora custode. Purtroppo questo disinteresse rispetto al nuovo non ci consente di aggiornare questa eleganza e questa bellezza. Dobbiamo chiederci come sarebbe stato internet nel Rinascimento, per esempio, magari sarebbe stato più elegante, più bello. Uno dei nostri obiettivi è quello di recuperare questo gusto per la bellezza».

    Gianluca Pedemonte

  • Intervista a Victoria Bagdassarian, ambasciatrice armena: «Ricordo Genocidio Armeno atto di solidarietà universale»

    Intervista a Victoria Bagdassarian, ambasciatrice armena: «Ricordo Genocidio Armeno atto di solidarietà universale»

    Il Consiglio Comunale di Genova, il giugno scorso, ha deciso di dare mandato all’amministrazione per trovare una via o una piazza da dedicare al ricordo del Genocidio del Popolo Armeno. Abbiamo riportato la notizia alla Ambasciata della Repubblica d’Armenia, ed oggi pubblichiamo l’intervista che Victoria Bagdassarian, la nuova ambasciatrice armena, ha voluto gentilmente concederci sull’argomento, e non solo. Nel frattempo dalla giunta di fanno sapere che la pratica è in corso, e nei prossimi mesi si dovrebbe arrivare ad una concretizzazione. Il Genocidio del Popolo Armeno ha lasciato pesanti tracce nella storia europea dell’ultimo secolo, condizionando ancora oggi la diplomazia di molti paesi, paesi a noi vicini con i quali spesso sediamo ai vari tavoli internazionali: la memoria storica può essere una chiave importante per leggere anche il nostro presente, per provare a costruire un futuro più consapevole.

    bagdassarian-ambasciatrice-armeniaApprocciando l’argomento la prima impressione è che il Genocidio del popolo Armeno, nonostante la sua dimensione e le tragiche modalità di attuazione, sia spesso poco ricordato nella cultura cosiddetta “occidentale”, soprattutto a livello mainstream. Come mai secondo Lei?
    Non credo che il Genocidio armeno sia poco ricordato nella cultura occidentale. Come primo genocidio del 20° secolo fa parte non solo della storia dell’occidente, ma della storia mondiale e sulla cultura mondiale si riflette. Sul genocidio ci sono migliaia di testimonianze conservate negli archivi di diversi paesi, eredità non solo di testimoni occidentali e armeni, ma anche di turchi, arabi, persiani e di altre nazioni. Negli ultimi anni, soprattutto, sono stati pubblicati molti libri, girati documentari, organizzate conferenze, spettacoli teatrali e altro ancora. Per quel che riguarda il termine “genocidio”, all’epoca dei fatti non era stato ancora coniato e le atrocità commesse dall’Impero ottomano contro gli armeni sono state definite massacro, sterminio. La parola genocidio, come concetto giuridico, è stato introdotto nel 1944 dopo l’Olocausto ebraico, dall’avvocato Raphael Lemkin, specialista in diritto penale e internazionale, il quale si è basato proprio sulle descrizioni dei crimini commessi contro gli armeni. Probabilmente, negli ultimi decenni, il Genocidio armeno è stato più sentito. I sopravvissuti al genocidio, i rifugiati armeni nei diversi paesi, impegnati a risolvere problemi di sopravvivenza, spesso evitavano di parlare della loro tragedia. Solo dopo aver superato le difficoltà, i problemi di sopravvivenza quotidiana diciamo, i discendenti dei sopravvissuti al genocidio hanno cominciato a porre delle domande, a chiedere cosa era accaduto, a sollevare la questione e a informare la comunità internazionale. A questo processo di informazione ha contribuito anche l’indipendenza della Repubblica d’Armenia, che ha promosso ad azione di governo il riconoscimento internazionale del genocidio. Ed è proprio su questo piano che stiamo affrontando un fenomeno disgustoso, la negazione del genocidio, che la Turchia porta avanti a livello ufficiale con tutti i mezzi possibili, cercando di nascondere i crimini e tacciare coloro che ne parlano. Sono fiduciosa, però, che alla fine la giustizia prevarrà anche nella società turca.

    Quale significato ha per Lei presidiare la memoria di questo terribile evento?
    Quale può essere il messaggio dello sterminio di un milione e mezzo di persone innocenti? Posso solo dire che non si può permettere che simili tragedie abbiano a ripetersi, cioè mai più. La comunità internazionale deve esercitare ogni sforzo per prevenire i genocidi e tutti i crimini contro l’umanità. La Repubblica d’Armenia, in questo senso, svolge una politica proattiva. Basti vedere, per esempio, la risoluzione sulla prevenzione del genocidio presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, l’organizzazione di forum globali per la prevenzione dei genocidi e altro ancora. È su iniziativa armena che nel Marzo del 2015 a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha adottato la risoluzione sulla Prevenzione del genocidio. È grazie a questa risoluzione che la proposta di istituire il 9 dicembre, data dell’adozione della Convenzione della “Prevenzione del crimine del genocidio”, come il giorno della commemorazione delle vittime del genocidio, è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

    [quote]Ogni atto simile è per noi non solo un atto di solidarietà verso il popolo armeno, ma anche un atto di fedeltà ai valori universali e un imperativo categorico per le generazioni future[/quote]

    Il Consiglio Comunale di Genova ha votato all’unanimità l’impegnativa per la giunta comunale di trovare nei prossimi mesi una via, o una piazza, da dedicare al Genocidio del Popolo Armeno. Che “sapore” ha questa notizia?
    Abbiamo molto apprezzato la decisione del Comune di Genova. Ogni atto simile è per noi non solo un atto di solidarietà verso il popolo armeno, ma anche un atto di fedeltà ai valori universali e un imperativo categorico per le generazioni future.

    Durante la discussione in consiglio, la giunta si è espressa con parere negativo, perché, secondo l’assessore di riferimento, l’argomento era troppo “divisivo”. Cosa ci può essere di divisivo nella memoria di questa strage?
    È difficile per me commentare opinioni che non ho sentito. Nella domanda precedente Lei ha detto che la decisione è stata unanime, il che significa che anche coloro che avevano un’opinione diversa hanno votato a favore dell’impegnativa. Il fatto che alcuni, pochi, abbiano un’opinione diversa non può mettere in dubbio i fatti del Genocidio armeno. Non escludo, che, probabilmente, le persone abbiano informazioni non attendibili ma sono lacune che possono essere facilmente colmate da fonti imparziali.

    Gli stati nazionali occidentali hanno istituito diverse giornate cosiddette “della memoria”. Ma qual è lo stato di salute della nostra memoria?
    L’istituzione delle “Giornate della memoria” impedisce di dimenticare le tragedie accadute a tanti popoli. Conservare, proteggere la memoria è un impegno fondamentale per prevenire che tali crimini possano ripetersi. Piuttosto, “l’amnesia” verso il Genocidio armeno e simili tragedie ha una base politica.

    Cosa lega l’Italia e l’Armenia?
    Un passato ricco di relazioni storiche e di cooperazione, la fedeltà agli stessi valori universali di origine cristiana. L’Armenia e l’Impero Romano erano Stati confinanti e, come era tipico del tempo, i re Armeni e gli imperatori Romani, di volta in volta, si alleavano o combattevano gli uni contro gli altri. Con l’adozione del cristianesimo le nostre due nazioni sono diventate portatori degli stessi valori e, alle relazioni commerciali e militari, si sono aggiunte relazioni culturali e spirituali. Secondo numerose testimonianze storiche, a partire dai secoli 6° e 7° e soprattutto dopo la metà del 14°, con il consolidarsi dei rapporti commerciali tra l’Impero romano e il Regno Armeno di Cilicia, a Roma, Venezia, Firenze, Genova, Napoli, Ravenna e Livorno era facile trovare dei veri e propri centri di commercio armeni che avevano dato vita a comunità armene completamente formate, con le loro attività spirituali, culturali ed economiche. I Re armeni di Cilicia avevano conferito ai mercanti italiani il diritto di commerciare, alloggiare e muoversi liberamente; lo stesso status privilegiato era stato concesso dalle città italiane ai mercanti armeni. I rapporti e relazioni secolari, la vicinanza culturale e di forma mentis dei nostri popoli, il contributo della comunità armena allo sviluppo dell’Italia così come la conosciamo oggi, sono la base dei nostri rapporti bilaterali. Il nostro impegno è di rinsaldarli e, in questi 25 anni d’indipendenza, la Repubblica d’Armenia ha fatto tanto.

    [quote]Ankara, continuando a negare la verità storica e rifiutando di affrontare le pagine nere della propria storia, è diventata complice del genocidio: l’atto finale di un genocidio è la sua negazione[/quote]

    Memoriale-genocidio-armeno-yerevan
    Yerevan: il Memoriale del Genocidio

    Veniamo alla Turchia. Perché in tutti questi anni i vari governi turchi hanno sempre negato il genocidio armeno, o quanto meno ne hanno ridimensionato la gravità? La Germania ha in qualche modo riconosciuto l’Olocausto (come se fosse possibile non riconoscerlo) e perché Ankara non riesce o non vuole?
    Come ho già detto in precedenza, la Turchia non solo non riconosce il Genocidio armeno, ma effettua apertamente anche una politica di negazione a livello statale. E ciò avviene nonostante il fatto che nel 1919 sia stato lo stesso tribunale militare turco a dimostrare con un verdetto che la deportazione e lo sterminio degli armeni era una politica di Stato. Sulla base di quello stesso verdetto i principali fautori del genocidio furono condannati a morte. Il genocidio non è stato organizzato dalle autorità turche di oggi ma Ankara, continuando a negare la verità storica e rifiutando di affrontare le pagine nere della propria storia, è diventata complice del genocidio. Secondo gli studiosi di genocidio, l’atto finale di un genocidio è la sua negazione. In Turchia un numero crescente d’intellettuali, personalità pubbliche, di individui comuni riconosce il Genocidio armeno. Questo ci fa sperare che in futuro la Turchia riconoscerà a livello statale il crimine commesso dai suoi antenati e con questo eliminerà il divario tra due nazioni confinanti.

    Quali sono i rapporti diplomatici attuali tra Ankara e Yerevan?
    Non ci sono rapporti diplomatici tra Yerevan e Ankara, e il motivo è che la Turchia pone precondizioni per stabilire rapporti diplomatici. Nel 2009 a Zurigo, alla presenza dei rappresentanti di Svizzera, Stati Uniti, Russia, Francia, Unione Europea e Consiglio d’Europa, i Ministri degli esteri di Armenia e Turchia hanno firmato un protocollo sulla creazione dei rapporti diplomatici senza precondizioni, l’apertura delle frontiere e sullo sviluppo delle relazioni bilaterali. Però, il giorno dopo a inchiostro ancora fresco, la Turchia ha presentato precondizioni per la ratifica delle firme, precondizioni inaccettabili per l’Armenia. In una di esse la Turchia esigeva che l’Armenia abbandonasse la sua politica di riconoscimento internazionale del Genocidio armeno. Mi preme sottolineare che per l’Armenia è molto difficile iniziare un processo di riconciliazione con la Turchia senza il riconoscimento del Genocidio armeno da parte di quest’ultima, però, avendo come obiettivo primario la stabilità nella regione, Yerevan è riuscito a fare quel passo. Ora il processo è congelato. Il comportamento della Turchia in questo caso è illogico e inaccettabile. Nel frattempo l’Armenia ha più volte dichiarato la sua disponibilità per stabilire rapporti diplomatici con la Turchia senza precondizioni. Nelle relazioni internazionali si usa il concetto – molto efficace – di “partner affidabile”, ma credo che la Turchia abbia ancora tanto da fare in questo senso.

    Erdogan e il fallito golpe. Quale lettura Lei può fare di questa vicenda? Cosa ci dobbiamo aspettare?
    L’Armenia è sempre contro le azioni violente e non costituzionali per cambiare governo. Desideriamo vedere la Turchia come un stato stabile, democratico, che rispetta i diritti umani e delle minoranze, che affronta il suo passato. Quale percorso intraprenderà la Turchia dopo il fallito colpo di stato è difficile da dire, ma gli sviluppi attuali in questo paese sono preoccupanti.

    Il messaggio della Comunità Armena di Roma

    A seguito del nostro articolo, anche la Comunità Armena di Roma ha contattato la redazione di Era Superba, inoltrandoci questo messaggio:

    Il recente voto all’unanimità del Consiglio comunale genovese che impegna l’amministrazione di Genova a dedicare una strada o piazza della toponomastica locale al ricordo del genocidio armeno del 1915 è motivo di orgoglio per la città e di grande soddisfazione per la comunità armena locale e nazionale. Esso si innesta nel solco di radicati legami tra Genova e il popolo armeno: ricordiamo al riguardo la votazione consigliare dell’ottobre del 1998 che fece della città una delle prime in Italia a riconoscere ufficialmente il genocidio del 1915 allorché sotto i colpi dell’Impero ottomano un milione e mezzo di armeni furono sterminati e la restante esigua parte della popolazione costretta ad abbandonare la terra degli avi. Ma anche antichi legami storici, culturali, religiosi e commerciali come testimoniato ad esempio dalla chiesa di san Bartolomeo degli Armeni e dalla stessa piazza Armenia.

    Ricordare a oltre cento anni quello che gli armeni chiamano “Il Grande Male” non significa ripercorrere didascalicamente una lontana, ancorché dolorosa, pagina di storia: ma piuttosto insegnare, soprattutto ai giovani, la cultura della Memoria come antidoto alla violenza e all’intolleranza.

    Hitler, pianificando l’invasione della Polonia, così rispose a coloro che temevano per le conseguenze che oggi definiremmo “mediatiche”: «chi si ricorda più del massacro degli armeni
    Erano passati circa trent’anni e la tragedia di quel popolo ormai dimenticata; il genocidio armeno fu il primo del Novecento, il primo a essere dimenticato, il primo a essere negato. E ogni strage, ogni pulizia etnica, ogni olocausto altro non è se non il figlio di quel Grande Male.
    Grazie dunque ai consiglieri genovesi per il loro gesto che ci auguriamo sarà presto seguito da un risultato concreto.

     A cura di Nicola Giordanella

  • Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Schermata 2016-06-08 alle 22.15.22Come è noto il Laboratorio Buridda è nuovamente sotto sgombero, poiché l’Università degli Studi di Genova ha deciso di provare a vendere l’edificio dell’Ex Magistero, divenuto una voce di spesa non più sostenibile. In questi mesi però i ragazzi del collettivo non si sono fermati, e anzi, hanno premuto l’acceleratore su molti progetti già in essere; tra questi il Fab Lab: recentemente è stata portata a termine la messa in funzione di un laser cutter auto costruito, dopo aver inaugurato un impianto fotovoltaico in grado di dare luce ai locali interni. Uno dei cambiamenti più evidenti e visibili alla città, però, è senza dubbio la nuova “veste” dell’edificio, terminata poco più che un mese fa. Autore di questo lavoro l’artista internazionale noto al mondo come Opiemme, che con i suoi apprezzati lavori è divenuto negli anni uno tra i maggiori esponenti di quella che genericamente è chiamata Street Art.

    Un’occasione ghiotta per cercare di entrare in questo mondo, troppo spesso considerato frontiera ambigua rispetto alla fruizione dell’arte classica e massificata; un’intervista che ci ha permesso di conoscere un artista complesso, esponente di un movimento non più di nicchia come un tempo, ma ancora in bilico tra pregiudizi e censure.

    Il nuovo volto del Buridda

    Opiemme, partiamo dal tuo lavoro “genovese”, la facciata del LSAO Buridda… un lavoro sicuramente importante, viste le dimensioni, e, forse soprattutto, la portata simbolica di dare una veste nuova ad un edificio degli anni 30, al momento sede di un’occupazione da più di un mese sotto la minaccia di uno sgombero. Come hai preparato il tuo intervento, su cosa hai lavorato e da cosa ti sei lasciato ispirare?

    E’ stata una riflessione lunga, che mi ha portato a studiare la cifra stilistica del Razionalismo, fino ad una progettazione minimalista fatta di sottrazioni. Volevo riscrivere la facciata in modo che il Buridda potesse presentarsi con eleganza ai passanti, e che fosse fuori dai canoni estetici di un “csoa“. Ho cercato di allontanarmi da certi modi operandi tipici dell’urban, del muralismo e della street art, con un’attenzione all’impatto urbanistico del lavoro, senza sconvolgerne o nasconderne i tratti architettonici.

     … e che significato può avere fare un’opera del genere, per una realtà come quella del Buridda, ad oggi sotto rischio sgombero? 

    Credo possa essere un messaggio importante davanti allo sgombero. “Non ci fermiamo, qui si fa, si sperimenta. Riusciamo”. Un modo inusuale per farlo. Lontano dai motti e modalità della “tradizione” antagonista. Sono per cambiare e ricercare nuove dinamiche, per l’apertura, il dialogo, gli esperimenti. Stare seduti a un tavolo a ripetere le stesse cose serve solo a imbastire i più giovani. L’esempio di impegno dato dal Laboratorio è propositivo. La poíesis del fare. Ho parlato con molti signori del vicinato, soprattutto alla bocciofila dello Zerbino che, una volta raccontate le attività del Laboratorio e il perchè dell’intervento, vedevano positivamente il tutto e si meravigliavano della riuscita, così in poco tempo e con poche risorse. Soprattutto si chiedevano cosa fosse avvenuto nell’edificio dell’ex facoltà di Economia prima occupato poi sgomberato. La risposta è niente.

    Opiemme 02Immagini da leggere, parole da guardare

    Attivo dal 1998, definito “poeta della Street Art”, sul tuo sito scrivi “Immagini da leggere, parole da guardare”… come sei arrivato a questa sintesi? qual è stato il percorso artistico che ti ha portato a mescolare parole, immagini, lettere e poesie?

    Fin dall’inizio ho ricercato nuovi modi con cui proporre poesia. Non sono mai stato un writer, non ho mai fato i graffiti, ma queste realtà mi hanno influenzato. E’ stato l’epoca che ho vissuto, gli amici, le crew (adc, dw, ots, alkazar, screw, bdm) che mi hanno portato a questo. Ho fatto studi fra il letterario e l’antropologia sociale, e avevo dalle superiori una passione per lo scrivere poesie e racconti. La domanda che fece iniziare tutto fu: «Come mai l’ambiente poetico è così aulico, distante dalle persone e non fa nessun tentativo di svecchiare i suoi modi?». Quei nuovi modi di proporre la poesia nacquero poco prima del 2000, per “svecchiarla”, portala incontro alle persone. Il resto è arrivato conseguente, influenzato dall’era. Fino alla poesia di strada, fino al decomporre immagini a parole.
    Ricorderò sempre le parole di un grande poeta italiano che mi esortò: «combattere combattere combattere per la poesia». Lui è Valentino Zeichen, mancato questo 5 luglio 2016 dopo un ictus. Avrei sempre voluto dipingere per lui qualcosa su muro, e con lui a fianco.
    Lo farò senza, alla memoria della sua poesia e spirito.

    Caso Blu: Quando la “street art” va nei musei, cose ne resta? Qual è la tua opinione in merito al fatto che l’artista abbia deciso di coprire i suoi graffiti?

    Blu è stato immenso come sempre. Simbolico, performativo, coraggioso, lontano da convenienze e compromessi. La qualità del suo lavoro li travalica. Ha cancellato tutto quello che restava dai muri di Bologna e non gli avrà fatto piacere. Immagino il dolore.
    Scelta sua, sua libertà e non sono lui. Eppure in molti giudicano il giusto e sbagliato di un’azione che non ci appartiene.
    Con quel gesto mi ha ricordato l’emozione di quando da piccolo guardavo i film coi buoni che lottavano e vincevano contro i “cattivi”. Non avrebbe voluto essere staccato. Così come Dem e Erica il Cane e altri. Preferiva svanire con l’effimero che contraddistingue questi interventi?
    Forse qualcun altro ha visto più convenienze nel prendere alcuni dipinti suoi che, se non si trovano a Bologna dove è “cresciuto artisticamente”, non so dove potrebbero trovarli, e offrire al mercato qualcosa che mancava nella follia collezionistica street. Chi ha un elenco di quanto sia stato staccato, oltre che esposto? Quale organo ha supervisionato l’associazione no profit di Roversi-Monaco rivolta a questa azione?
    Per quanto riguarda il discorso street art nei musei è complesso. Un conto è staccare o strappare, se c’è l’accordo dell’artista e i complessi “bla bla” connessi. Sono per non trasportate le mie cose in un museo, ma le situazioni vanno analizzate di caso in caso, artista per artista. Se un domani mi chiedessero di portare un muro e murales in un parco, mi farebbe piacere.
    Esiste land art senza land, e street art senza street e le sue “libere e spontanee” modalità?
    Su interventi con gallerie e musei sono pro, anche perchè sono molto vicino e nell’arte contemporanea, e penso che le derivazioni che l’arte di un artista possa prendere non debbano essere limitate da categorizzazioni, né da “fondamentalismi” a cui spesso è difficile restare coerenti.

    Opiemme 01Arte e Libertà

    In tutte le grandi città, i muri spesso sono la tela di parole di popolo, dalle più banali a quelle più di concetto, dal graffito calcistico all’aforisma alcolico, dal messaggio personale al proclama politico. La cosa genera ovviamente periodiche ondate di perbenismo che porta a derubricare queste pratiche come vandalismo. Secondo te, cosa possono rappresentare le scritte sui muri, dove finisce un eventuale “vandalismo” e dove incomincia la poesia?

    Quando lo smog sui muri sarà considerato vandalismo alla salute, parlerò di vandalismo anche per le scritte. Spesso c’è molta poesia nel vandalismo, dipende da quali sono le ragioni e gli intenti che lo stimolano. “Vandalism is beautiful as a rock in a cop face“, aveva scritto su una delle sue fender Kurt Cobain. Gli intonaci non sono eterni e sono un termometro dei pensieri dei luoghi e dei popoli. “Muri puliti, popoli muti”. Detto questo è “giusto” ci siano conseguenze legali per libertà che alcune persone (fra cui io) si arrogano su proprietà altrui, altrimenti salta un equilibrio etico-giuridico. Non sono per le giustificazioni artistiche, che vedo cercano alcuni colleghi, perchè non sono un esempio di etica, se non per il proprio interesse. Ragionamento di convenienza tipicamente italiano, direi. Inoltre tengo a sottolineare questo: senza i graffiti, i writers e i trainbombers, quelle incomprensibili tag che la gente odia, senza i pezzi lungo linea e lungo i fiumi, senza quell’evoluzione delle lettere, a spigoli o bombolose, non si sarebbe sviluppato e diffuso tanto il movimento della street art odierno o sia esso muralismo, o postgraffitismoPer cui lunga vita ai graffiti, e al vandalismo a fin di bene e per rivolta.

    Hai lavorato in moltissimi paesi del mondo; un mondo che mai come oggi appare diviso da frontiere, politiche, culturali, economiche. Nella nostra Europa, confini che credevamo sepolti e inutili, sono risorti, per fermare, dividere, “proteggere” persone. Un esempio incredibilmente vicino è Ventimiglia… quali suggestioni ti muove questo contesto?

    Viviamo in una succursale degli Usa. I Bad Religion in American Jesus del ’93 cantavano «potete venirci a trovare, ma non potete fermarmi». Il modello era già esistente, doveva essere esportato. Paura e individualismo dividono la forza che le persone possono trovare insieme, e si sfogano in magre frustrazioni sui social. E la vita vera? Ventimiglia mette in luce questo problema, il movimento No Borders è fondamentale ma molto frammentato, c’è difficoltà fra le diverse realtà, da quanto ho capito, nel coordinarsi, e questi sono segni di quanto ho premesso. La comodità e il debito sono le catene odierne del controllo. La gente se ne frega di migranti e confini e lo farà fino a quando non si troverà nella stessa situazione. E’ preoccupante vedere tanta indifferenza e pensare che molti ignorino il fatto che questi flussi siano conseguenze di un colonialismo e guerre firmate Europa. Cosa mi spaventa? I parallelismi storici con i periodi precedenti alla prima e seconda Guerra Mondiale.
    Nel 2003 durante i primi giorni di occupazione dell’Iraq, per quelle armi di distruzione mai trovate, come riportò l’Indipendent, scrissi una poesia che in parte dice:
    “Piovono le stelle,
    pioggia senza nuvole.
    Cadono le stelle,
    con gocce impoverite.”

    Nicola Giordanella

  • Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    carcere-marassiAbbiamo già affrontato, qualche settimana fa, il delicato tema della rieducazione dei detenuti parlando del concordato recente per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità da parte dei detenuti “messi alla prova” in uffici del Comune. Mi è capitato, successivamente, di venire a conoscenza di un’iniziativa particolarmente interessante, anche e soprattutto perché è nata principalmente per la buona volontà di un privato. In questo caso si tratta del professor Roberto Maccarini, docente di Storia contemporanea alla Scuola di Scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Genova, che tiene ormai da alcuni anni lezioni ai detenuti del casa circondariale di Marassi, puramente a titolo volontariato.

    Dunque professore, da quant’è che conduce questa attività e che cosa l’ha spinta a iniziare?
    «Sono circa tre anni ed è nata come un’azione volontaria, personale sorta in conseguenza di un impegno istituzionale, cioè la necessità di fornire i comuni strumenti didattici a una persona detenuta. Avevo chiesto di poter avere accesso alla persona direttamente e, di conseguenza, sono stato ammesso a vedere questo studente nel carcere di Marassi. Al primo incontro ne sono seguiti altri quattro o cinque, sempre di circa un’oretta, in modo tale da verificare che questo detenuto-studente riuscisse a seguire le indicazioni che gli avevo dato la prima volta e le volte successive e, conseguentemente, di valutare il suo stato di preparazione, per considerare anche se era in grado di sostenere l’esame. Questo, in effetti, è poi avvenuto e il detenuto-studente ha sostenuto con profitto l’esame della disciplina, riportando per altro una buona votazione del tutto meritata, senza che ci siano state inclinazioni a buonismi legati alla sua condizione. In quella circostanza, con l’educatrice con la quale mi interfacciavo che era stata il trait d’union tra lo studente e l’università, abbiamo scambiato qualche chiacchiera e ho dato la mia disponibilità a svolgere una qualsiasi tipo di attività interna alla struttura. Successivamente è stata valutata insieme alle autorità carcerarie e agli educatori la possibilità di intraprendere qualche iniziativa in tal senso e così si è dato il via a questo progetto».

    Che cosa insegna ai detenuti?
    «Insegno storia contemporanea con la cadenza di un’ora a settimana, corsi molto generali ma anche molto vari: si passa da una storia politica a una storia economica o economica del turismo, storia del continente americano, nordamericano in particolare, degli Stati Uniti ancora più nel dettaglio. Insomma, molti ambiti molto estesi, un ampio spettro di possibili categorie e insegnamenti storici».

    Chi frequenta le sue lezioni?
    «Solitamente dalle dieci alle quindici persone. Quando non sono sorte difficoltà specifiche (come il trasferimento dei detenuti a un’altra struttura) le frequenze sono state abbastanza costanti in quasi tutte le sezioni in cui sono stato mandato».

    Che differenza c’è tra una sua lezione universitaria e una a Marassi?
    «Le lezioni sono molto diverse perché quelle in carcere sono molto più generiche, condotte molto più a braccio per non appesantire troppo il dialogo con persone che hanno un grado di istruzione molto differenziato. Io espongo, racconto dei fatti storici e spero che questi stimolino delle riflessioni nelle persone che mi ascoltano per accrescerne il senso critico. Questo era lo scopo: creare un rapporto con persone che, indubbiamente, se sono lì ci sarà un motivo ma che, nello stesso tempo, vivono talvolta situazioni personali di difficoltà (oltre ovviamente alla condizione di privazione della libertà), hanno rapporti molto rarefatti con l’esterno e relazionarsi con una persona del tutto diversa dal loro ambito famigliare, dalle loro circostanze di provenienza, può essere un qualcosa che rompe la quotidianità e permette loro di fare considerazioni e ragionamenti ulteriori, anche se non avvezzi specificatamente allo studio delle discipline storiche. Io ho sempre cercato di essere molto semplice nell’esposizione, aperto ai loro interventi, anche a quelli più devianti rispetto al focus della lezione. Ho sempre cercato di essere una persona che ascoltava e con la quale ci si poteva aprire in maniera diversa rispetto l’ordinamento, la gerarchia, le abitudini di quell’universo in cui vivono; un’ora di libertà di pensiero. Ecco, invece che avere un’ora di libertà del cortile io cerco di dare un’ora di libertà di pensiero. 

    Secondo lei, per quale motivo i detenuti scelgono di partecipare alle sue lezioni? È solo una strategia per fare bella figura col magistrato di sorveglianza o c’è di più?
    «Per quanto posso aver in questi anni percepito, i detenuti tendono a provare il maggior numero di attività che vengono proposte, che rompono la routine della vita carceraria. Ovviamente, la frequentazione a questo tipo di incontri è legata all’interesse che stimoli in loro: se riesci a cogliere un po’ del loro interesse e a creare un rapporto di do ut des, di input e output, allora riesci nell’obiettivo che ti eri preposto. È poi la persistenza, la regolarità di frequenza che testimonia o meno il loro interesse; che, comunque, è legato soprattutto al fatto di avere un rapporto con un estraneo al di fuori di quelli che sono gli ambiti familiari o quelli più strettamente giuridici, legali o di sorveglianza della struttura carceraria stessa».

    Per i detenuti è solamente uno svago o qualcosa che davvero potrà aiutarli a cambiare la “prospettiva”?
    «La funzione in questo caso non è tanto di svago. Per “svago” si intende un qualche cosa posto in essere per non pensare alla propria situazione; questo secondo me vale in una misura minore perché è troppo breve il tempo in cui si svolge l’attività. Contemporaneamente, non ho la pretesa di poter cambiare la loro forma mentis, di nuovo perché è troppo ridotto il tempo con cui sto a contatto con persone tra loro molto eterogenee. Penso che la finalità sia quella di capire che non c’è solo il mondo che immaginano, fuori, ma c’è qualcuno che prova a entrare e a confrontarsi con loro; rafforza un po’ un senso di identità personale. Ecco, se si arriva a quello, è già tanto. Si vuole sviluppare un po’ di più un senso critico di fronte a riflessioni totalmente lontane, come circostanze e come tempi, rispetto a quello che può esser successo loro; una riflessione che magari stimoli anche l’autocritica ma, nello stesso tempo, un senso di identità». 

    Consiglierebbe ai suoi colleghi, storici o professori di altre materie, di partecipare a un’iniziativa simile?
    «Sì, perché ciascuno per le proprie competenze può fare quello che io faccio con le discipline che conosco. Sicuramente sarebbe più variegata l’offerta e si riuscirebbe a intercettare meglio le singole personalità. Io posso incontrarne alcune con sensibilità vicine a quello che è l’ambito di mia conoscenza ma tralasciarne altre che sono un po’ più distanti».

    Lei ai carcerati dà la sua conoscenza, possiamo dire; loro a lei danno qualcosa?
    «Questa è una domanda molto importante. Io dico sempre, quando inizio le mie lezioni, che sono più loro che danno a me di quanto io dia a loro, perché mi hanno permesso in questi anni di incontrare una realtà che conoscevo solo per interposta persona. Il contatto con un’umanità così variegata e così diversa non può che arricchire umanamente anche chi va lì con la modestia di insegnare davvero qualche cosa. Che, tra l’altro, è un contatto molto rispettoso delle regole del carcere, un contatto di grande coerenza di queste persone: mi era stato raccomandato, ed è un impegno che ho anche firmato con la struttura carceraria, di non far assolutamente mai da ponte a qualsivoglia tipo di richiesta di un carcerato; ecco questo è un aspetto importante perché ormai in tre anni nessuno mi ha mai detto nemmeno di portare loro un nichelino, una fotografia, c’è stata da parte loro una correttezza ai regolamenti davvero notevole. Le uniche richieste sono state al limite di qualche approfondimento delle cose che ho spiegato e, quando ho potuto, ho portato qualche libro, ma in tutti questi anni non c’è mai stato nemmeno un caso di una richiesta personale».

    Un’ultima domanda, più che altro una curiosità: com’è lo studente detenuto rispetto allo studente universitario “classico”?
    «Beh [ride…], se si può parlare di studenti, non hanno il patema di dover sostenere l’esame, e non avendo questo pensiero secondo me sono molto più aperti nell’interconnessione col docente, nell’interscambio di opinioni sono molto più liberi per il fatto che manca quello che è il…

    …timore reverenziale?
    Esatto…manca quello che poi è l’obiettivo che vuole raggiungere uno studente, ossia il superamento dell’esame, per cui ci si concentra su quello che dico io per poi riuscire a rispondere in sede di esame. Mancando questo riscontro, in queste circostanze il contatto è molto più libero, molto più aperto».

    Se non un apprezzamento all’iniziativa del professor Maccarini e la speranza che altri seguano il suo esempio, c’è ben poco da aggiungere. Forse basta ricondurre l’attenzione alla frase più emblematica di questa intervista, “un’ora di libertà di pensiero”: qualcosa a cui anche noi “liberi” dovremmo davvero fare attenzione, perché non ci sono solo prigioni di mattoni e ferro.

    Alessandro Magrassi

  • Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    giacomo-montanariEsattamente dieci anni fa, l’Unesco conferiva al sito “Le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli” il proprio riconoscimento ufficiale. Per l’occasione, quest’anno la città ha triplicato l’appuntamento con i Rolli Days, le giornate in cui è possibile frugare il naso all’interno di alcune tra le più belle dimore aristocratiche genovesi, in gran parte appartenenti a privati. L’appuntamento del 28 e 29 maggio non fa che confermare una linea di tendenza positiva, che ha visto, nella tornata precedente del 2 e 3 aprile, sfiorare le 90.000 presenze, con ampie ricadute sulla città: economiche, ma anche, e soprattutto, culturali (e, perché no, d’immagine). Per l’occasione, sono andato a ricercare, nelle vie del nostro centro storico, una delle anime del progetto Rolli Days: Giacomo Montanari, trentaduenne, storico dell’arte, tra i massimi esperti del Cinque-Seicento genovese e del rapporto tra letteratura e arti figurative, autore del recentissimo Libri, dipinti, statue. Rapporti e relazioni tra raccolte librarie, collezionismo e produzione artistica a Genova tra XVI e XVII secolo, edito dalla Genova University Press.

    In poche parole, per chi se lo fosse perso… che cosa sono i Rolli?
    «I Rolli non sono altro che liste di palazzi. Si tratta di palazzi aristocratici, nobiliari; dunque privati, che svolgevano, però, un importante ruolo pubblico: quello di accogliere, nel quadro delle relazioni internazionali della Repubblica, coloro che, in visita a Genova, potevano portare prestigio, commercio, affari».

    palazzo-rosso (10)Un singolare connubio tra pubblico e privato. In che periodo storico siamo?
    «Siamo nel famoso Siglo de los Genoveses (il secolo dei Genovesi) compreso grosso modo tra 1530 e 1630: cento anni in cui Genova, sotto l’ala della monarchia spagnola, celebra il suo più grande successo internazionale. I Rolli nacquero per rispondere alle esigenze di una piccola Repubblica, diventata, però, ago della bilancia nei rapporti economici e diplomatici dei regni asburgici».

    Quest’anno ricorre il decennale della dichiarazione Unesco. I Rolli non sono solamente un patrimonio cittadino (men che meno privato) o nazionale; sono tutelati in quanto “patrimonio dell’Umanità”. Ebbene, quali sono le novità dei Rolli Days per quest’anno così importante?
    «Si tratta, in effetti, di un riconoscimento che proietta questi beni in una dinamica internazionale, che, tradizionalmente, come genovesi, tendiamo in parte a disconoscere. Ma qualcosa sta cambiando. Questo anche grazie ai Rolli Days. Per sottolineare l’importanza del decennale, quest’anno l’edizione si è triplicata e il pubblico ha risposto abbondantemente.
    Su un altro piano, maggiormente attinente all’organizzazione, devo dire che si sta consolidando il rapporto tra il coordinamento didattico dell’Università, del quale faccio parte, e le istituzioni comunali, non solo con l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica della città, bensì di legare tale offerta ai risultati della ricerca scientifica, da noi perseguita con passione e dedizione. Non sempre, tali risultati sono comunicati al pubblico. Attraverso questa manifestazione, la ricerca diventa divulgazione, e, cioè, patrimonio comune, interesse della città.
    Scendendo ancora di più nello specifico, siamo riusciti, in questa edizione, a ottenere l’apertura del palazzo di Giovanni Battista Grimaldi, situato al numero 4 di via San Luca, a fianco dell’omonima chiesa, nel cuore della Città Vecchia: un palazzo che risale ai primi anni del Seicento, che conserva alcuni splendidi affreschi settecenteschi di Lorenzo De Ferrari. Da vedere!»

    palazzo-bianco (6)La divulgazione scientifica ha un compito eminentemente sociale. E’ il tramite tra lo studioso e la società civile. E non deve essere trascurata. Hai parlato di coordinamento didattico. Qual è il tuo ruolo?
    «In questi anni, mi sono occupato, assieme a due colleghe, Valentina Fiore e Sara Rulli, di valorizzare e consolidare il ruolo dell’Università nell’ambito del tavolo del comitato scientifico della gestione del patrimonio Unesco, mutandolo in qualcosa di più operativo e, cioè, nell’offerta degli aggiornamenti ultimi della ricerca scientifica agli operatori turistici del territorio; nella didattica rivolta agli studenti universitari, che prepariamo per svolgere le visite guidate; nella formazione, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, degli studenti dei licei genovesi, che svolgono un compito essenziale nell’accoglienza del pubblico».

    La collaborazione col Comune funziona?
    «Sì, funziona. Naturalmente, qualcosa può essere migliorato. Sarebbe bello, ad esempio, che il progetto fosse ulteriormente strutturato, visto il successo straordinario dell’iniziativa, e stiamo lavorando per questo. Basti pensare che nel 2009, quando è stato lanciato il primo Rolli Days, le presenze si attestavano sulle 15.000. Oggi siamo a quasi 100.000 solo nel primo week-end del 2016. Ci aspettiamo di arrivare a 500.000 per l’intero anno. Il lavoro effettuato è stato importante, e la formula vincente: visite gratuite, ragazzi disponibili e preparati. Energie fresche, desiderose di confrontarsi con il pubblico e raccontare il patrimonio. Un’opportunità unica per chi visiti la città in questi giorni».

    palazzo-lomellini-patrone (4)Una tale fiumana di persone avrà senz’altro una ricaduta economica importante sulla città, soprattutto sugli esercizi commerciali. Dunque, “con la cultura si mangia”?
    «Tecnicamente sì, ma non è questo l’obiettivo. Qui è in gioco il valore stesso della cultura. Valorizzare il proprio patrimonio culturale significa creare quelle necessarie condizioni di benessere che possono portare una città – e, a maggior ragione, una città come Genova – a diventare un luogo dove è bello stare: un luogo di opportunità, un luogo di sinergie positive, che comunica voglia di mettersi in mostra, generare del nuovo, far emergere i giovani. Insomma, che dia la possibilità a tutti di vivere in uno spazio decisamente più accogliente. Questo è il valore della cultura. E allora sì, si mangia: perché sarà sempre più bello sedersi a tavola a Genova, accogliere chi viene da fuori, creare e fare del nuovo in una città che si riscopre».

    Un’ultima domanda. Per te, Giacomo Montanari, che valore hanno – se me lo consenti – sentimentalmente i Rolli?
    «I Rolli sono un rapporto che dura da tanto tempo. Si tratta di un rapporto duplice: da un lato, hanno attinenza con la mia professione, quella di storico dell’arte; dall’altro, sono intimamente legati al mio essere genovese. Si tratta di due cose che sento mie: l’appartenenza a un territorio e a una professione. I Rolli sono un’occasione per vivere assieme a tutta la città un momento straordinario di cultura e di comunità».


    Antonio Musarra

  • Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    via-ortigara-edilizia-begato-d8Mafie a Genova e in Liguria, atto terzo. Dopo l’inchiesta pubblicata nel numero 58 di Era Superba sulle lotte quotidiane della Maddalena (affiancata dall’approfondimento online sul Cantiere della Legalità e il futuro dei beni confiscati alla famiglia Canfarotta) e l’intervista nel numero 61 a Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, che ha tracciato un quadro di inquietante vicinanza tra politica ligure e malavita, è la volta di Luca Traversa, responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria di Libera, che ci aiuta a puntare i riflettori su uno dei settori più tipicamente sensibili alle infiltrazioni mafiose: l’edilizia.

    Nel perseverante contesto di crisi economica, soprattutto nel nord Italia abbiamo assistito alla nascita di nuovi piccoli imprenditori edili che possono offrire denaro fresco (e sporco) al posto di, o in aiuto a, tradizionali protagonisti del settore che hanno problemi di liquidità. Gli esempi nostrani che citeremo non sono altro che la conferma di questa tendenza: gli imputati sono quasi tutti piccoli o medi imprenditori edili, fruttivendoli o piccoli commercianti. D’altronde è proprio a partire da un contesto simile che si sono iniziati ad accendere i grandi riflettori sulla ‘ndrangheta a Genova. «Era il luglio 2010 – ricorda il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria di Libera – quando, su ordine della DNA di Reggio Calabria, vennero arrestati a Genova Domenico Belcastro, imprenditore edile, e Domenico Gangemi, fruttivendolo di San Fruttuoso. È da qui che parte tutto, da queste due condanne per associazione mafiosa nell’ambito del maxi processo calabrese “Il Crimine”, che per la prima volta ci ha detto che la ‘ndrangheta, esattamente come Cosa Nostra, è un’associazione criminale unitaria, verticistica in cui è vero che le famiglie litigano, si fanno le faide, si ammazzano ma ogni anno si incontrano per risolvere le diatribe e spartirsi le zone di influenza. Fino ad allora, invece, si pensava che la ‘ndrangheta fosse costituita da ‘ndrine sparse e separate, ognuna con la propria vita». Belcastro e Gangemi vennero definiti esponenti di spicco della ‘ndrangheta a livello nazionale. «Addirittura – continua Traversa – il fruttivendolo di San Fruttuoso fu intercettato nel 2009 a colloquio con il super boss Mimmo Oppedisano, nell’agrumeto di Rosarno, mentre diceva la famosa frase “quello che c’era qui, in Calabria, lo abbiamo portato lì, in Liguria».

    Nella nostra Regione veniamo da decenni di costruzione e sovra-cementificazione i cui effetti nefasti, purtroppo, subiamo regolarmente ogni autunno. Ed è proprio nel settore dell’edilizia e degli appalti pubblici che, secondo numerose relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, la ‘ndrangheta – che tra le varie organizzazioni mafiose è quella che più si è insediata in Liguria – ha fissato il proprio core business assieme ad altre attività tipicamente e spiccatamente criminali, come il traffico di droga e di armi che rimangono comunque attività imprescindibili. «Le une attività illegali – spiega Luca Traversa – finanziano le altre, secondo un percorso piuttosto ricorrente: grazie ai traffici illeciti di droga e armi, all’estorsione e ad atre attività criminali, le mafie accumulano grandi quantità di denari che devono essere ripuliti attraverso altre attività di facciata. E il settore principe attraverso cui effettuare questa operazione è proprio quello dell’edilizia, del movimento e degli appalti pubblici».

    Mafia ed edilizia: i casi più sospetti a Genova e in Liguria

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EA Genova, ad esempio, negli ultimi anni una società, ormai liquidata, e la sua famiglia proprietaria sono state piuttosto chiacchierate. Si tratta dell’Eco.Ge dei Mamone, per anni la realtà nettamente più importante nei grandi lavori di edilizia e movimento terra all’ombra della Lanterna e non solo. L’ex sindaco Marta Vincenzi, incalzata in un’intervista sul perché il Comune continuasse ad assegnare appalti a una ditta su cui pendevano grosse ombre, rispose che Eco.Ge era l’unica realtà genovese in possesso dei mezzi e degli strumenti per realizzare determinati lavori. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: nessun membro della famiglia Mamone è mai stato condannato per mafia; c’è chi ha subito condanne per corruzione, chi è sotto processo per gli appalti Amiu ma nulla a che vedere direttamente con la ‘ndrangheta. Quindi si tratta solo di voci popolari e un po’ sconsiderate? Non proprio secondo Luca Traversa: «Benché non sia di per sé un reato – racconta il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria – bisogna tenere presente che, secondo diverse relazioni della DIA, i Mamone sono sicuramente amici di esponenti mafiosi. Sono originari di Taurianova, cittadina calabrese, sede storica di alcune ‘ndrine». Ma, oltre le presunte amicizie ambigue, c’è di più. «L’ex prefetto di Genova Francesco Antonio Musolino – prosegue Traversa – a fine 2010 aveva fatto scattare un’interdittiva antimafia atipica nei confronti dell’Eco.Ge che, di fatto, ha sancito il declino degli affari per la ditta, messa successivamente in liquidazione nonostante fosse parecchio in attivo. Pur in assenza di un procedimento giudiziario vero e proprio per cui non vi erano le prove necessarie, il prefetto decise di mettere in guardia le stazioni appaltanti dai rischi che avrebbero potuto correre nel dare lavoro a una società molto “chiacchierata”. D’altronde, stiamo parlando di quello che all’epoca era nei fatti un monopolio per la bonifica degli impianti industriali, per i grandi cantieri edili e di somma urgenza della città: insomma, tutto il movimento terra principale di Genova passava per quei camion arancioni con la scritta Eco.Ge in bianco».

    Situazione non molto differente si è verificata a Savona, dove la società Scavo Ter dei fratelli Fotia ha subito un maxi sequestro di beni pari a 10 milioni di euro perché sospettata di riciclaggio di denaro sporco. «Stiamo parlando di una società – afferma l’esponente di Libera – che per anni vinceva praticamente tutti gli appalti edili del savonese con qualche punta anche fuori Regione: ogni qual volta c’era da scavare una buca o rifare una pavimentazione, i lavori venivano affidati alla Scavo Ter che, secondo relazioni investigative, è molto vicina ad ambienti ‘ndranghetisti calabresi. Attualmente la Scavo Ter è stata dissequestrata ma sono state messe sotto sequestro altre due aziende della famiglia Fotia, la Pdf e la Seleni, curiosamente nate dopo il sequestro dell’azienda madre e sempre nel settore del movimento terra».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippo-2Il cuore dell’infiltrazione ‘ndranghetista in Liguria si trova a Ponente. È dal Tribunale di Imperia, infatti, che il 7 ottobre 2014 arriva la prima sentenza di ‘ndrangheta nella storia giudiziaria della nostra Regione. Si tratta del primo grado del maxiprocesso “La Svolta”, proprio in questi giorni in Corte d’Appello a Genova, con cui, tra gli altri, viene condannato a 16 anni per associazione di tipo mafioso, reato 416 bis del codice penale, il boss Giuseppe Marcianò. In precedenza, in Liguria erano stati ipotizzati diversi reati simili soprattutto per gruppi calabresi ma mai si era arrivati a una condanna. «Stiamo parlando di un radicamento della ‘ndrangheta nel Ponente ligure a partire almeno dagli anni ‘80» ricorda Luca Traversa. «Lo stesso Giuseppe Marcianò compare già nelle carte del processo “Teardo” degli anni ’80 (vedi Era Superba 61) in cui veniva indicato come procacciatore di voti per l’ex presidente della Regione Liguria Alberto Teardo». Tornando alla condanna in primo grado per associazione mafiosa, stando alla visione dell’accusa che trova riscontro anche nella sentenza del Tribunale di Imperia, a Ventimiglia c’era una cooperativa sociale di tipo B, quindi nata per facilitare l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, che prendeva molti lavori dal Comune, spesso con affidamenti diretti e non sempre in maniera regolare: in particolare, sono stati contestati il rifacimento di due marciapiedi e la copertura del mercato comunale. Questa cooperativa, chiamata Marvon, era in mano alla ‘ndrangheta. «Come è emerso da un’intercettazione – ricostruisce i fatti il nostro interlocutore – il nome della ditta altro non è che un acronimo di Marcianò Allavena Roldi Vincenzo Omar Nunzio: cognomi e nomi di tre soggetti tutti condannati in primo grado per 416 bis. Nello stesso processo – continua Traversa – gli amministratori che hanno dato gli appalti, l’ex sindaco Scullino e il city manager Prestileo, sono stati accusati di abuso d’ufficio e di concorso esterno in associazione mafiosa ma sono stati assolti perché non ci sono le prove della loro consapevolezza che la Marvon fosse in odore di mafia. Il fatto però rimane: almeno tre lavori sono stati assegnati direttamente a una cooperativa in mano alla ‘ndrangheta. La formula assolutoria, infatti, non è “perché il fatto non sussiste” ma “perché il fatto non costituisce reato”. Siamo, dunque, in mancanza di dolo, dell’elemento soggettivo di voler esplicitamente favorire la ‘ndrangheta, ma il fatto sussiste, eccome».

    ‘Ndrangheta e piccoli appalti

    lavori-cantiereAttenzione, quindi, a pensare che alla ‘ndrangheta interessi fare solo il grosso business. Tutt’altro. Come ama sottolineare Nando Dalla Chiesa, è vero che la ‘ndrangheta si muove anche su palcoscenici di grande livello ma non ha per nulla abbandonato la cura e l’interesse per le piccole realtà di paese. Anzi, a ben vedere la storia delle inchieste di mafia, si nota una vera e propria predilezione per il piccolo, come ci ricorda Luca Traversa: «I grossi annidamenti di ‘ndrangheta si trovano in piccole città: in Liguria a Ventimiglia e Bordighera, in Piemonte nell’hinterland torinese (Leynì, Rivarolo Canavese, Moncalieri, Nichelino), in Lombardia nell’hinterland milanese (Buccinasco, Pioltello, Cesano Boscone). Non bisogna pensare la ‘ndrangheta moderna per forza in giacca e cravatta a trattare di finanza. C’è anche quello ma c’è soprattutto ancora una ‘ndrangheta che si muove nel piccolo e si interessa dei piccoli lavori urbani: a Ventimiglia, la Marvon trattava lavori da 30 mila euro». Ma l’esempio più lampante del nord Italia lo troviamo a Buccinasco, nella Città Metropolitana di Milano, che si è guadagnato l’appellativo di Platì del nord: «Qui – racconta Traversa – dalle relazioni della DDA di Milano sappiamo che si sono stabilite intere generazioni di ‘ndranghetisti che si occupano proprio di smaltimento terra, lavori edili, smaltimento di rifiuti e un po’ di imprenditoria immobiliare: tutti lavori su scala ridotta, all’interno di un Comune che non conta neanche 30 mila abitanti».

    Perché questa predilezione per il piccolo? La risposta è molto semplice e si può sintetizzare con il concetto di controllo del territorio. «Intanto – spiega l’esperto – in una piccola realtà se condizioni poche centinaia di voti, puoi quasi vincere le elezioni e, se vinci le elezioni, conquisti tutti gli appalti pubblici che vuoi. Secondo, in una città piccola spesso mancano gli anticorpi, i baluardi di civismo e socialità positiva: non c’è Università, le forze di polizia sono pochissime, i cittadini hanno meno possibilità di aggregarsi in attività positive. C’è meno denuncia da parte della società e l’attenzione dei media è generalmente scadente, quantomeno nell’ordinario. La ‘ndrangheta, per quanto stia vivendo una mutazione genetica dai sequestri di persona e violenza feroce a uno stile di vita più sommerso, mimetico, non ha mai perso la propria caratteristica fondamentale che è proprio il controllo del territorio, ovvero avere in mano la popolazione sia quando si tratta di fare un favore dando un servizio che l’istituzione pubblica non è in grado di dare, sia quando si tratta di controllare il voto».

    Per tornare a esempi liguri, nelle carte del processo “La Svolta” si legge che al ristorante “Le Volte” di Ventimiglia, di proprietà di Giuseppe Marcianò, si assiste a una processione di imprenditori, politici, cittadini comuni che vanno a chiedere favori. «Questo è esattamente il controllo del territorio – sottolinea Traversa – che, viene da sé, è più facilmente realizzabile in realtà limitate e, come diceva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, potrà terminare solo quando lo Stato riuscirà a dare ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favori. È proprio qui la chiave di volta: nel momento in cui lo Stato non è in grado di tutelare i diritti delle persone, queste organizzazioni criminali assolvono alle stesse esigenze tramite il meccanismo del favore, che poi diventa ricatto, soggezione e controllo. E funziona molto di più nelle realtà che non hanno i riflettori puntati addosso. A Genova sarebbe difficile da realizzare dal punto di vista “fisico”: è quasi impossibile controllare direttamente 600 mila persone, ma anche solo 300 mila; tutt’al più, come accade nei fatti, puoi controllare singole attività o interi quartieri (Maddalena, Rivarolo, Certosa)».

    Un altro grande vantaggio del manovrare all’interno delle piccole realtà è la minor presenza di controlli. Come accorgersi, ad esempio, che la ditta che mi sta ristrutturando casa è in odore di mafia? Secondo Luca Traversa esistono alcuni segnali sentinella: «Se è vero che gran parte degli esponenti legati alla ‘ndrangheta fanno gli imprenditori edili anche di piccole dimensioni (lo stesso Domenico Belcastro, arrestato nel 2010, non era uno che si occupava di grandi appalti pubblici ma, probabilmente, avrà ristrutturato moltissime case genovesi), è altrettanto vero che spesso queste ditte lavorano in maniera scadente, con materiali di scarsa qualità pur non avendo problemi economici perché soldi da far girare ne hanno sempre. Nel momento in cui dovessimo affrontare lavori di edilizia privata, dovremmo provare a ricostruire un po’ la storia delle aziende a cui ci rivolgiamo, anche attraverso una semplice visura camerale».
    Ci sono, poi, altri due consigli che Traversa si sente di dare ai semplici cittadini, non solo quelli alle prese con lavori edili. «Il primo, un po’ banale, parte dalla definizione di mafia: la mafia è cultura del privilegio e della prevaricazione. Quindi dobbiamo evitare nelle nostre vite e nelle situazioni quotidiane dinamiche di privilegio e prevaricazione. Ad esempio, nella scelta di una pizzeria, di un negozio o di una trattoria, boicottiamo realtà in odore di mafia. Sarà banale ma al sud ha cambiato la realtà di molti paesi: le cose si cambiano mettendo nell’angolo chi cerca di inquinare l’economia pulita».
    E poi c’è il capitolo informazione e azione. «Credo che in capo a ogni cittadino incomba un onere di informazione. Oggi quasi tutti possono disporre degli strumenti per comprendere certe dinamiche, approfondire certi fenomeni. Conoscere il fenomeno è il primo modo per poterlo combattere: ormai il fenomeno mafioso è stato studiato, analizzato, descritto in ogni sua forma e non è così impossibile avvertirne i sintomi, cogliere i campanelli di allarme in varie situazioni della vita. Le piccole realtà mafiose spesso vanno a incidere sulla nostra vita in modo molto più concreto di quanto si possa pensare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Filter Bubble, il “web su misura”: quando il mondo ruota intorno a te. Intervista a Claudia Vago

    Filter Bubble, il “web su misura”: quando il mondo ruota intorno a te. Intervista a Claudia Vago

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    Prendiamo come esempio le foto del vostro weekend fuori città. Una volta pubblicate, non avete avuto anche voi l’impressione che tutti i vostri contatti di Facebook siano stati lì o abbiano fatto qualcosa di molto simile a voi? Allo stesso modo non vi pare che non sappiate più nulla di qualche amico che aveva idee un po’ lontane dalle vostre? E anche i risultati delle vostre ricerche su Google, non vi sembrano con il tempo sempre più azzeccati, sempre più vicini alle vostre abitudini?

    Non scopriamo niente di nuovo. Ormai in tutto il mondo si parla sempre più frequentemente di “Filter Bubble”, la “bolla”, una sorta di mondo su misura che ci avvolge quasi perfettamente quando navighiamo in rete e ci permette di trovare solo cose che ci piacciono o che pensiamo di voler cercare. Ne abbiamo parlato con Claudia Vago, ligure, vive a Chiavari, social media curator, esperta del web e già nota su twitter come @tigella; ci siamo fatti aiutare dal saggio pubblicato con il titolo “Il filtro” (thefilterbubble.com) di Eli Pariser, attivista ed esperto di web statunitense. Pariser scrive “il clic su un risultato di una ricerca costruisce un indizio della nostra personalità; i termini che cerchiamo rivelano i nostri interessi. Esiste un mercato dei comportamenti, ogni clic è merce e ogni movimento del mouse può essere venduto al miglior offerente…”. Da qui parte la sua definizione di Filter Bubble, in altre parole l’effetto che creano intorno a noi i servizi online che usiamo, su tutti, ovviamente, i social media (facebook, twitter, google+…).

    [quote]Il clic su un risultato di una ricerca costruisce un indizio della nostra personalità. I termini che cerchiamo rivelano i nostri interessi. Esiste un mercato dei comportamenti, ogni clic è merce e ogni movimento del mouse può essere venduto al miglior offerente.[/quote]

    Siamo tutti i giorni sui social network ma non ne conosciamo i meccanismi, questa è la piaga in cui Claudia Vago mette il dito. Non si tratta certo di questioni tecniche, ma è importante conoscere nello specifico le funzioni, come sono stati pensati e perché. Questo semplice bagaglio di informazioni aiuterebbe a muoverci con maggiore intelligenza e cognizione di causa, a selezionare e capire, prima di scegliere o commentare e ci permetterebbe, soprattutto, di godere maggiormente delle infinite potenzialità della rete. «Ho l’impressione che meno ci interessiamo allo strumento e più aumenta il rischio di diventare noi stessi strumenti», è il pensiero di @Tigella.

    Filter Bubble: nessuna cospirazione, è “solo” un problema culturale…

    «Tutte queste aziende, che hanno ovviamente lo scopo di fare soldi, raggiungono i loro obiettivi offrendo servizi sempre più rispondenti alle nostre esigenze – spiega Claudia Vago – e quindi tendono a raccogliere su di noi sempre più informazioni in modo da darci ogni volta la risposta che cerchiamo, che si tratti di consiglio di acquisto, del risultato di ricerca sponsorizzato che più si avvicina al nostro interesse o di un libro su Amazon».
    Il meccanismo è “semplice” e si basa sulle azioni che facciamo ogni volta che siamo in rete: quando aggiorniamo il nostro stato social, postiamo un tweet, cerchiamo una ricetta di cucina, acquistiamo un volo o prenotiamo un hotel, forniamo i dati e le informazioni che, in continuo aggiornamento, contribuiscono a creare intorno a noi la bolla più adatta.
    In modo ancor più semplice: se ci troviamo su Amazon, ad esempio, e girovaghiamo fra i titoli, sarà esso stesso a segnarsi quali copertine abbiamo ingrandito, quali recensioni abbiamo letto e ovviamente quale libro abbiamo comprato per poi mandarci via email i prossimi consigli per gli acquisti. E state tranquilli che se cercavate un libro di ricette ora anche gli annunci sul vostro newsfeed di Facebook saranno ricette di cucina, così come gli annunci pubblicitari di qualsiasi sito visiterete.

    «Tutte queste operazioni messe in campo dalle piattaforme web – continua Vago – sono dei veri e propri filtri; le informazioni che la rete contiene sono infinite, si parla di information overload, quindi queste piattaforme tendono a volerci orientare in questo sovraccarico di informazioni utilizzando filtri basati su algoritmi, così da creare intorno a noi la bolla nella quale ci muoviamo convinti di osservare il mondo intero quando invece si tratta solo di una piccola parte, costruita su misura, selezionata a monte».

    Una porzione di mondo, dunque, che ci è stata cucita addosso. «Tendiamo a vedere sempre più cose che ci assomigliano, a circondarci di persone che la pensano come noi, ed è qui che arrivano i pericoli: ogni giorno vediamo sempre più rafforzate le nostre opinioni e le nostre credenze perché quello che ci circonda sembra essere sempre sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Questo a me spaventa, perché noi consideriamo il web come il luogo nel quale chiunque può esprimere e allo stesso tempo venire a contatto con qualsiasi opinione, poi nei fatti quello che succede è che veniamo a contatto solo con le cose che chi gestisce i servizi che usiamo intende farci vedere».

    Il non avere coscienza, soprattutto sui social network, di vivere un’esperienza limitata soltanto ad una porzione di mondo ben selezionata, può portare di riflesso la persona ad una visione miope e a fare valutazioni non corrette sulla realtà che lo circonda. Appiattire e livellare personalità e conoscenza, capacità di analisi e di confronto. «L’errore è pensare che il web si riduca a ciò che scorre quotidianamente sulla timeline di twitter o facebook, occorre tenere sempre a mente che quello è il riassunto degli interessi che accomunano una cerchia di utenti. Partire da questo presupposto è importante per migliorare e rendere più interessante e stimolante la nostra esperienza in rete».

    Ognuno di noi ha la possibilità di approfondire il funzionamento di algoritmi e cookie, non nel dettaglio, ma quanto basta per avere un’idea di quali sono le loro caratteristiche e come funzionano. I cookie sono le “tracce” (stringhe di testo) che vengono inviate da un server ogni volta che vi accediamo, ogni volta che visitiamo una pagina web o una piattaforma social. Gli algoritmi raccolgono una serie di dati rispetto alle nostre ricerche o ai nostri mi piace ecc… In entrambi i casi i dati raccolti serviranno (una volta venduti) a creare le bolle intorno a noi. D’altronde, lo stesso Facebook ci avverte: “Le notizie che vengono mostrate nella tua sezione Notizie sono determinate dalle tue connessioni e attività su Facebook”.

    Spingerci ogni volta che navighiamo al di là della bolla significa ad esempio cercare informazioni su account twitter che non seguiamo, oppure per quanto riguarda gli hashtag scorrere sempre oltre quelli proposti e infine “armarsi” di browser che permettano di essere anonimi. È ovvio che non spetti alle stesse aziende spiegare nel dettaglio le dinamiche del loro operare finché queste rimangono nei confini, seppur sottili, della legalità. «Arriverà il momento in cui sarà compito della famiglia e delle scuole formare i ragazzi all’utilizzo consapevole del web. Anche partendo dall’abc, perché ancora oggi molte persone sono convinte ad esempio che avere un nickname voglia dire essere anonimi. Il fatto è che questi strumenti fanno parte del nostro quotidiano ma non ne sappiamo assolutamente nulla. É un problema in tutti i campi, un po’ come avere un’auto e non sapere dove mettere le mani in caso di guasto… Così sul web, andando avanti di questo passo dovremo sempre dipendere da altri».

     

    Claudia Dani

  • TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    porto-antico-notte2-DITED (http://www.ted.com) è una piattaforma online che raccoglie “idee che vale la pena diffondere“. Un percorso iniziato nel 1984 negli Stati Uniti con una conferenza in cui tecnologia, intrattenimento e design (Technology, Entertainment and Design) erano i temi portanti. Oggi TED è un’organizzazione no-profit che organizza giornate convegno dedicate a molti argomenti in più di 100 lingue. I video degli interventi vengono poi caricati online sul sito. Dal 2009 è possibile organizzare gli eventi TED in tutto il mondo, convegni indipendenti che aiutano a condividere idee raccolte.

    Cosa ha a che fare una storia made in Usa con l’Italia, Genova e il Porto Antico? L’idea è di due fratelli genovesi Davide e Giulia Pignone, che hanno deciso di organizzare il TEDxPortoAntico. «Siamo partiti noi due e poi si è organizzato il team di lavoro, abbiamo creato un’associazione non profit. Abbiamo lanciato una call-to-action via Facebook per vedere chi aveva voglia di darci una mano e così si è creato il gruppo di lavoro», racconta Davide.

    TEDxPortoAntico, di cosa si tratta?

    La formula è la medesima delle conferenze sul modello statunitense: una giornata in cui i relatori si alternano sul palco avendo a disposizione al massimo 18 minuti ciascuno per esporre la propria idea. Ma le regole da rispettare sono rigide, come ci racconta Davide «Ci sono una marea di regole da seguire nel formulare la richiesta, prima di tutto per organizzare un evento locale è necessario chiedere una licenza all’organizzazione ufficiale indicando il nome che si vuole utilizzare, a quel punto sta a loro rilasciare o meno la licenza. Alcune domande del formulario sono incentrate sulle competenze in possesso di chi chiede di poter organizzare l’evento, poi è necessario inquadrare il tema e un’indicazione di massima sui relatori. È importante partire con le idee chiare, insomma Una volta ottenuta la licenza si ha a disposizione un anno per realizzare l’evento. Noi ci abbiamo lavorato con più intensità da maggio di quest’anno». La richiesta è stata fatta ad ottobre 2014 e accettata a gennaio 2015.

    Dunque una serie di relatori che si alterneranno sul palco della Sala Montecucco presso il Circolo Autorità Portuale di Genova dalle 10.00 alle 18.00 del 17 ottobre prossimo.

    Chi può intervenire ad un TED? «Quando si è saputo che stavamo organizzando un TED a Genova, quasi chiunque ti scrive per proporsi, la maggior parte li selezioni tu o il team – approfondisce Pignone – nel nostro caso alcuni relatori sono stati scelti da me altri proposti di comune accordo con l’intero team di lavoro. ll TED ufficiale mette veti su tante cose ad esempio gli speech non devono essere di natura politica o religiosa».

    La nostra città, dove nella maggior parte dei casi ognuno ama farsi i fatti propri protetto dal calore delle mura amiche, non sembra il palcoscenico adatto per un evento del genere. Cosa vi aspettate da Genova?

    «Siamo partiti con poche aspettative, la cosa bellissima è che abbiamo trovato molta apertura in aziende che hanno risposto e si sono complimentate per l’iniziativa; abbiamo trovato sponsor, persone che ci dessero una mano, è stata una sorpresa – continua Davide – la vendita sta andando bene, anche se abbiamo a disposizione solo 100 biglietti, questo è dovuto alla licenza di primo livello concessa dal TED ufficiale che non permette di avere più di 100 persone live durante il convegno».

    Chi sono i relatori di TEDxPortoAntico?

    Dall’agricoltura alla robotica, passando per la musica, dai gamer fino agli storyteller questi gli 11 speaker di TEDxPortoAntico.  La maggior parte sono genovesi ed è questa la bella scoperta: «Cercando speaker nell’ambito di Genova ci siamo accorti che ci sono molte realtà anche piccole, che si stanno dando da fare, peccato è che non siano coordinate, magari c’è l’azienda che sta facendo il pezzetto di A e non sa che l’altra azienda ha un altro pezzetto della stessa A».

     

    Claudia Dani

  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    ATLETICA (1)I liguri lo sport lo seguono, lo praticano, comunque lo amano; ma se andiamo a spulciare i dati oltre il calcio, che fagocita la maggior parte delle risorse e dell’attenzione dei media, troviamo un mondo talmente variegato da essere quasi impossibile da catalogare. La prima difficoltà, infatti, la riscontriamo al Coni, dove non riescono a suggerire un modo per individuare quanti potrebbero essere gli sport praticati in Liguria; però ci consigliano, e ci procurano, l’Annuario Ligure dello Sport 2015. Si tratta di un volume, giunto all’ottava edizione, scritto da Marco Callai e Michele Corti, che è una minuziosa e puntuale immagine di quello che è oggi lo sport in Liguria, sia dal punto di vista delle società, enti o associazioni che da quello dei media e delle istituzioni. Qualche numero giusto per capire di cosa stiamo parlando: 3000 Società sportive, 45 Federazioni, 15 Enti di Promozione e 19 Associazioni Benemerite.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Basta un’occhiata all’Annuario per realizzare che riportare qui un elenco degli sport praticati anche solo in provincia sarebbe cosa lunga e pedante: fra i più praticati, citiamo su tutti il football americano, maschile e femminile, la pallamano ed il cricket, il canottaggio e l’hockey. Poi c’è il softball e i grandi arcipelaghi dell’atletica – che comprende discipline diversissime – e delle arti marziali che è in continua evoluzione.
    Sono tantissimi gli atleti che praticano in condizioni non certo ottimali, spesso costretti ad anticipare il costo di attrezzature e materiali, se agonisti, o comunque ad adattarsi all’ormai perenne carenza di fondi che rende ogni società, ogni associazione, in balia di finanziatori e di sponsor talvolta raccogliticci e di dubbia affidabilità. Il problema dei soldi è ovviamente un tema ricorrente nella nostra ricerca: spesso l’esistenza stessa di un’associazione, il suo federarsi o meno è dovuto alla cronica incapacità, o forse impossibilità, di reperire le risorse necessarie.

    Daniele e il kendo

    Daniele ha 26 anni, è laureato in Storia, ed è genovese: una volta a settimana va nella palestra di Colle degli Ometti dove si allena per il Kendo, un’antica disciplina orientale di arti marziali, in cui spirito, tecnica e corpo sono ugualmente importanti, ma dove l’elemento dominante è proprio lo spirito, che guida la tecnica a fare ciò che è necessario per il corpo. «La nostra non vuole essere solo un’attività sportiva, tanto è vero che non viene richiesto l’inserimento negli sport olimpici, perché in realtà c’è il timore che la purezza del gesto possa essere stravolta per ottenere dei risultati agonistici», racconta Daniele.
    Ma come mai ad un ragazzo viene voglia di praticare uno sport così introspettivo? «Io sono sempre stato molto affascinato dall’Oriente, dalla lingua, dai costumi e dalla civiltà orientale. Frequentando il Cus Genova, qualche anno fa, il Kendo era nell’offerta insieme ad altri sport: ho voluto subito provare e ne sono rimasto affascinato. Pratico anche altri sport, faccio tennis, nuoto: però cercavo qualcosa che mi facesse crescere, oltre che il fisico, anche lo spirito. E nel kendo direi che l’ho trovato». Il Cus non è l’unica palestra dove si pratica il Kendo a Genova: «la palestra principale è l’Andrea Doria, in zona Carignano; poi a Levante c’è appunto la palestra Colle degli Ometti, ed esistono almeno un paio di altre strutture, una a Sampierdarena ed una a Rapallo». E quanti atleti a Genova si sono avvicinati a questa discplina? «Sono circa 30/40 che frequentano regolarmente l’Andrea Doria, nella mia palestra invece siamo meno di dieci e stessa cosa mi sembra sia nella palestra di Sampierdarena». Cerchiamo di capire a grandi linee in che cosa consiste questa disciplina e se si tratta di un’attività costosa: «No, come sport non è costoso anche se quando devi comprarti l’armatura almeno 500 euro li spendi, ma per iniziare e per parecchi mesi non ti serve niente, la palestra ha quanto ti occorre. Per noi allenarsi è una cosa sia fisica che mentale, infatti arrivi all’incontro con l’avversario quando sei già parecchio avanti nella preparazione: all’inizio il compagno è lì solo per farsi colpire. Come sport non è affatto competitivo, certo non c’è lo spirito di squadra ma è anche vero che quando l’avversario ti colpisce in realtà devi essergli grato, perché ti ha mostrato un tuo lato debole su cui lavorare, qualcosa insomma da migliorare».

    Matteo e il football americano

    FOOTBALL (1)Da un ragazzo che passa parte del proprio tempo libero con uno sport che è anche introspezione, ad un altro che dell’istinto fa il proprio punto di forza. Matteo Espinoza oggi è un quarantenne che fa il broker a Montecarlo, e del suo sport “di nicchia” ha uno splendido ricordo. «Ero andato allo Sport Show, una manifestazione che organizzavano alla Fiera del Mare negli anni ‘90, avevo 21 anni, ero appassionato di tanti sport fra i quali proprio il Football americano, che in quegli anni veniva trasmesso da Italia1 ed io ero molto incuriosito. C’era lo stand degli “Squali Golfo del Tigullio”, lo vidi, ne rimasi folgorato, e mi buttai a capofitto in questa impresa. Allenamenti a Chiavari, corsa quotidiana, palestra: per diventare un giocatore vero devi allenarti un’infinità di tempo». Ora, per chi volesse provare con questo sport occorre andare a Savona, dove c’è la bella realtà dei Pirates, che giocano a 9 (una specie di serie B, ndr) o a Sarzana, dove i Red Jackets sono Campioni d’Italia in carica. Intanto nel Tigullio hanno rifondato la squadra dei Predatori Golfo del Tigullio, ma a Genova purtroppo non riesce a decollare niente in questo senso. «Io ormai ho attaccato il caschetto al chiodo: questo sport non puoi praticarlo come un passatempo, è troppo impegnativo dal punto di vista fisico, praticamente devi avere lo scatto di un centometrista in un corpo di 100 chili. Ma anche se la nostra fu una stagione d’oro, se guardo all’ambiente da esterno vedo che che l’interesse dei giovani c’è, anzi forse gli appassionati sono anche aumentati. Quello che manca è piuttosto un coordinamento fra le federazioni ed un accordo fra queste ed il Coni, con il quale invece i problemi sono tantissimi».

    Sonja e la corsa

    Ma per un atleta che rinuncia, ce ne sono altri che non smetterebbero mai, anzi: «Basta? Io penso di non aver mai detto basta alla corsa, e non riesco neanche ad immaginarmi un futuro senza poter correre». Così Sonja Martini della Cambiaso Risso Running Team, una vita per la corsa. «Ho 38 anni ed ancora sto migliorando, sto crescendo. Se qualcuno mi considera una sportiva amatoriale ha ragione, in effetti io come lavoro faccio ben altro che correre: cucino, vendo, affetto salumi in una gastronomia, e faccio anche lavori di pulizia, quindi un’attività fisicamente pesante. Ma una persona che si allena come faccio io, con i ritmi che mantengo, con un allenatore vincente (Sergio Lo Presti, ndr) ed essendo la campionessa italiana in carica dei 10.000 su strada, beh, qualcosa più di una dilettante mi posso considerare. Certo, della corsa non sono riuscita a fare una professione, ma la mia è una passione grandissima, intorno alla quale gira il resto della mia vita».

    «L’ambiente della corsa  – continua Sonja – è molto bello, molto allegro, partiamo tutti insieme per andare alle varie gare, magari stiamo nello stesso albergo, organizziamo cene, ci incontriamo tutti quanti. Essere sereni è fondamentale per avere dei risultati, ed io ne sto avendo, perché quest’anno oltre al titolo ho fatto i 10mila su pista in 35’40” e mi sono anche classificata per i 3mila siepi a Torino, campionato italiano. Il mio futuro? Di corsa, ovviamente. Appena mi renderò conto di avere il recupero rallentato, invece di insistere con i 10mila o con le siepi, che sono la mia ultima passione, mi dedicherò alla maratona. Non c’è niente da fare, io senza la corsa mi spengo, non sono più io».

    Queste sono solo tre persone in un mondo che conta migliaia di praticanti, tre atleti con preparazioni, storie, vite completamente diverse. Storie di entusiasmo, di passione, di fatica, mentre alle loro spalle, nelle associazioni, nelle strutture, ci sono esempi di persone che svolgono un lavoro anche più oscuro con impegno e assoluta correttezza, ma anche altre con un’atavica tendenza all’autogoverno, alle rendite di posizione, per quanto piccole possano essere, all’incapacità di condividere conoscenze ed opportunità.

    Bruna Taravello