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L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

L'allocazione delle risorse è un problema politico. L'Europa chiede ai conti italiani un saldo finale, ma non può indicare come ottenerlo


9 novembre 2011Rubriche > "Polis" Critica Politica

L’Europa non è un soggetto politico, ma economico. Ciò significa, in pratica, che le decisioni sono prese dalla BCE per motivazioni economiche e non dai politici europei per motivazioni sociali. Senza contare che entrambi i soggetti sono già ostaggio di banche private a rischio di fallimento e altri potentati.

E’ da qui che si spiega la lettera di Trichet e Draghi all’Italia. C’è un’esasperata tensione economica che pervade il continente e l’ansia di tranquillizzare i mercati spinge organismi che si dovrebbero occupare di altro ad interferire persino con la sovranità interna di uno Stato.

Certo, qualche giustificazione sta nell’inadeguatezza e nel dilettantismo del nostro (ormai ex) governo. Ma resta il fatto che la BCE non può permettersi di chiedere ad uno Stato di eludere ogni ragionamento politico. Possiamo forse accettare che l’Europa imponga ai nostri conti un saldo finale. Ma non possiamo accettare che ci venga detto come ottenerlo. Perché l’allocazione delle risorse è un problema politico.

In ultima analisi, spetta a noi cittadini interrogarci e decidere cosa e dove tagliare, se e come intervenire. Siamo d’accordo che, volente o nolente, oggi l’Italia debba controllare i propri conti e reperire in fretta dei capitali per finanziarsi. Ma non è necessario passare per forza attraverso la riduzione degli stipendi, i licenziamenti agevolati, lo slittamento a 67 anni delle pensioni di vecchiaia, il taglio selvaggio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse.

O meglio, un po’ di queste misure sono inevitabili: tutte insieme no. Perché l’Italia, per fortuna o per sfortuna, ha tanti sprechi, tanti costi inutili, tante riforme ancora da fare e una ricchezza privata consistente. Ciò significa che si potrebbero recuperare tanti soldi, ad esempio, tagliando i costi della politica, abolendo le provincie, combattendo l’evasione fiscale, tassando le transazioni e le rendite finanziarie, contrastando la corruzione (che ci costa 60 miliardi l’anno e fa lievitare i costi delle opere pubbliche) e colpendo le mafie (che fatturano ogni anno 150 miliardi in nero).

Per reperire soldi subito si potrebbe fare una bella patrimoniale: secondo Massimo Mucchetti, potrebbe toccare solo il 20% della popolazione più ricca, senza sortire l’effetto di frenare la crescita. Poi, certo, come “intima” la BCE, si può e si devono fare anche le liberalizzazioni, la lotta ai monopoli privati e la vendita del patrimonio pubblico. Ma perché ad esempio insistere sulle infrastrutture? Almeno su certe infrastrutture, tipo la TAV? Costerà almeno 14 miliardi (di soldi nostri) e servirà per spedire rape e ravanelli da Lisbona a Kiev. Come mai mettiamo in discussione il ponte sullo stretto (per fortuna…), ma né la politica italiana né la BCE hanno pensato che i 14 miliardi della TAV potessero essere destinati ad altro?

E le varie guerre di altri che, camuffate con distingui teorici e bizantinismi, continuiamo ad appoggiare in giro per il mondo in spregio alla Costituzione? Non si potrebbero ridurre un po’ i 23 miliardi che, secondo l’inchiesta di Paolicelli e Vignarca, se ne sono andati in spese militari solo l’anno scorso?

Magari così facendo potremmo far saltare fuori quei 250 miseri milioni che, come ha scritto il Corriere giusto ieri, mancano all’appello per completare un intervento di priorità nazionale sul letto del Bisagno che, da 41 anni ad oggi, ancora non è stato ultimato, ma che di danni e di morti continua a farne…

Andrea Giannini


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