Autore: Gabriele Serpe

  • La paura di scivolare e finire chissà dove

    La paura di scivolare e finire chissà dove

    letteredallaluna-quadernoSo che non esiste assunto capace di dare un senso a questa ammucchiata, niente di comprensibile, niente di importante. E so che una volta intuito non è possibile dimenticarlo. La vita è tutta intorno, un malloppo di scariche elettriche senza capo né coda, amori chimici, silenzi cosmici e tu risucchiato dentro, ignaro e insignificante, a trasportare con fatica da una sponda all’altra dell’unico fiume possibile un corpo che pensa.

    Ma sei così piccolo e le ossa tue così sottili e la corrente del fiume è così forte! L’acqua corre e si schianta sulle caviglie, ti fa paura la traversata da solo. Dall’altra sponda ti osservano i genitori. Ti volti intorno famelico cercando qualche esempio da seguire, trovi ominidi che sembrano più sicuri di te e provi fiducioso a ricalcarne i passi. La corrente non si placa mai,  la paura di scivolare e finire chissà dove certi giorni fa tremare le gambe. Arrivi persino ad implorare il corpo di rimanere corpo e basta, di liberarsi del pensiero, arrivi a rinnegarlo, a condannarlo, il pensiero. Colpevole di aumentare il peso da trasportare complicando la tua personale via crucis, un passo alla volta dietro i passi di quelli che non scivoleranno e non faranno scivolare neanche te.

    Taci pensiero.
    Lui ripete ogni giorno che alla vita non c’è rimedio e che rinunciare a sponda e traversata è insensato tanto quanto non farlo. Proprio così. “Abbandonare i più sicuri e accettare l’unica direzione reale e contro cui combatti per rimanere in equilibrio: quella del fiume e della sua corrente. Un giorno sarà morte o soltanto mare”.

    Taci.
    Hai imparato a non scivolare, non finirai chissà dove. Continuerai a menare i pugni al contrario colpendo te stesso e non la paura, che rimarrà lì a fissarti, intonsa. Il terrore di percepire quanto non vuoi percepire sarà un amico che continuerà a consigliarti male e convincerti facile.
    Hai imparato a metterti dalla parte del giusto, a non dubitare dei tuoi valori, stai tranquillo, non finirai chissà dove. Illuditi di saperla lunga e fai rumore, sempre, non smettere di fare rumore per non sentire il brusio profondo e vero, il sottofondo stonato dell’universo che se la ride e continua pure a lamentarti della vita senza sapere cosa significa. Niente.

    Taci!
    So che sei frastornato dai pugni che ti meni, che i tuoi banali tentativi non porteranno dove tu ti sei immaginato di arrivare e so anche, essere umano, che non vuoi sentirtelo dire.

     

    Gabriele Serpe

  • La bugia a cui non si può fare a meno di credere

    La bugia a cui non si può fare a meno di credere

    letteredallaluna-quaderno-sfocatoCaro uomo sulla Luna, dimmi, di chi è la mano infame che oscura l’obiettivo e sfoca l’orizzonte, la forbice che scioglie il nodo e fa crollare le cose, la gomma che cancella i paesaggi e rivela il vuoto? Da dove arriva la goccia di veleno che allungo con il liquore?
    Cos’è che mi impala? Quale diabolica ragione fa sì che esploda in me questo trucchetto meschino, il germe violento che iberna i muscoli, il mulinello ghiacciato capace di risucchiare?
    È la mano della bugia, lo sai bene anche tu, la bugia che una volta smascherata non si scompone e continua a mentire.
    Tu, lassù sulla tua Luna, desideravi soltanto un albero, uno qualsiasi, le cui fronde potessero nasconderti agli occhi altrui e allo stesso tempo permetterti di sbirciare e illuderti così che ci fosse un posto tutto per te in questo grande fracasso. Si, le tue fronde speciali, fino a che non torneranno ad essere fronde normali e allora cambiare albero, uno qualsiasi, come si cambia l’acqua ai fiori.

    È una bugia. La tua personale bugia. Ognuno ha le proprie.

    E così anche tu hai paura ogni volta che lo scopri o che solo ti rendi conto di poterlo scoprire, non è così? Perché la fregatura è proprio riscoprire ogni giorno quello che già sappiamo essere una bugia senza avere modo di impararlo. Una costante bizzarra che ci accomuna e ci inchioda ad una natura credulona, impaurita e mortale.
    Bisognerebbe ridurre all’osso, sino a consumarlo, essere cani soli e affamati, tanto affamati da accettare le condizioni senza tentare di opporre resistenza trovando così l’antidoto al veleno, lo stratagemma che rende vera anche la bugia. Ma sono storie, queste, che chi le vive non saprebbe come spiegarle e allora qualcuno le scrive o le legge nei libri, qualcuno né uno né l’altro. Non fa differenza, perché il rimorso per non avere abbastanza fame unisce gli uomini in un’unica specie e ci consuma, a te come a me, coscienti o meno. È la mano della bugia, a cui non si può fare a meno di credere.

     

    Gabriele Serpe

  • Caro amico arrabbiato, cosa vuoi che ti dica?

    Caro amico arrabbiato, cosa vuoi che ti dica?

    lettere-dalla-luna-quaderno-3Caro amico arrabbiato, cosa vuoi che ti dica? Cosa vuoi che ne sappia io? So più o meno quello che ci hanno raccontato, a me come a te, so quello che ho letto e quello che ho visto e toccato, so quello che ho immaginato e che non ho trovato e forse quello che immagino e non troverò. È pochissimo amico mio, lo sai bene anche tu, è proprio poca roba quello che so.
    Anche io conosco il significato della parola apolide, so cosa significa non avere scelta e mi confondo come te quando si parla di libertà. Non lo so se alzare le spalle sia utile o meno, e poi utile a chi? Come conosco il significato della parola democrazia, so cosa significa potere e mi confondo come te quando si parla di popolo. Non so se farsi da parte sia davvero o no, non so se sia dignitoso o meno, forse non ho nemmeno idea di cosa voglia dire farsi da parte.
    Caro amico irritato, io non ne so nulla delle persone. Faccio fatica a ricordare più della metà degli abitanti del mio caseggiato, faccio fatica a immaginare più della metà dei luoghi del mondo, non mi sento di dirti nulla, se non che secondo me scappare non è mai una colpa. Corri amico furioso, corri se ti va ancora di correre. Ti voglio bene. Forse intendo a cosa ti riferisci quando parli con tono entusiastico di esistenza da espletare, come fosse una specie di epifania meravigliosa. Tu sei sempre stato quello delle epifanie meravigliose. Mi ricordi Sartre. Bisogna meritarla la meraviglia, tu lo sai bene caro mio quanto sono lunghi i tempi morti.

    Che altro vuoi che ti dica? Dovrei tornare su cose dette e ridette e che tu conosci meglio di me. Non dimora più in noi il vigore che ci portava a discorrere per ore sulle nostre collezioni private di stupori, disordini, compensazioni, sentenze, inibizioni, vergogne. Ricordo anche io le serate a giocare sulle vite possibili guardando le luci accese delle case, ricordo soprattutto l’impegno che mettevo nel ricamare i pensieri per cercare di racchiuderli il meglio possibile nelle parole. Oggi le luci delle case mi sembrano tutte uguali e la vita possibile una sola, è così da quando ho smesso di uscire la sera e mi sono abituato troppo a quella della mia cucina. Del resto non faccio altro che dipingermi su l’altrui vetro, era così anche allora, ero diverso io. È solo tempo che passa, illusione che evapora. Ultimamente ho letto su un libro che vivere sarebbe come una retromarcia. Non ho ben capito cosa volesse dire l’autore, ma forse anche per lui è solo tempo che passa, illusione che evapora. Te lo mostrerò al tuo ritorno, se mai farai ritorno e se io non sarò partito. Noi nel frattempo continueremo a resistere e a lasciare perdere le chat e le faccine, non fanno per noi. Conserviamo la dignità che in tutti questi anni ci ha aiutato a rimanere buoni amici, due amici che ancora sanno scriversi lettere confuse, parlarsi di rado e pensarsi felici, nonostante tutto, felici.

     

    Gabriele Serpe

  • Inno alla vita (senza senso)

    Inno alla vita (senza senso)

    letteredallaluna-azzurroNon ti sogno e non ti canto. Non mi viene niente da dirti. Se potessi disegnarti saresti un punto e tanti scarabocchi uno sopra l’altro, indecifrabili, a coprirlo. Non devi avere senso.
    Non ti cerco, so che ti trovi ovunque. E so che non servirebbe fissarti perché tu possa voltarti e accorgerti di me. Hai occhi troppo grandi per un uomo, ti confondi, vedi solo gente.
    Ma come mi piace attendere i tuoi segnali, per sospirare del tuo stesso fiato, sorprenderti agitare quel corpo umido di serpente, le squame variopinte brillare inutili al sole, il tuo corpo vuoto dove galleggia il silenzio.

    Quanta illusione mia cara, quanta energia. A tracciare mappe, percorsi, puntare cime, fissare partenze e arrivi. È come voler ricordare tutto, non si può. Picchiare i punti deboli e masturbare quelli più sensibili per non perdere il passo, per non cedere. Si cerca di fare in tempo, ecco che si cerca di fare. E non si capisce mai bene se si è riusciti. Come rincorrere qualcuno per poi fermarsi di colpo e trovarselo immobile, accanto, girato dall’altra parte, a farsi gli affari suoi.

    Non mi aspetto niente. Tu colpiscimi, io sarò facile bersaglio. Dal mio sasso lascio i pedi a mollo, non conosco la sorgente, non so dove sia la foce. Tutto molto semplice. Quello che viene oggi è il tempo dell’accettazione, finalmente, dell’abbandonarsi e dell’abbandonare. L’assurdità di esistere senza motivo, senza che un dio diventi il nonno e uno stato il padre, senza promesse e senza missioni. Non è il male, non è la fine, non è rassegnazione. Il tempo dell’accettazione, dicevo. Con fierezza e distacco, con la serenità del bambino a cui non è stato ancora insegnato niente. Capirà da solo. Se avrà tenacia e fortuna, giorni e notti d’avanzo. Se sarà abbastanza incosciente, abbastanza attento, capirà.

     

    Gabriele Serpe

  • “Vivere senza farlo apposta”

    “Vivere senza farlo apposta”

    letteredallaluna-quaderno2Forse ho immaginato di trovarmi un giorno pulito, in ordine, compiuto? Come ho potuto pensare simili sciocchezze? Non si arriva mai da nessuna parte, è solo un’illusione. Siamo quadrati senza angoli, forme imperfette, cerchi che non si chiudono. E mentre le erbacce invadono lo stomaco e l’edera e i rovi si arrampicano sulle sue pareti viscide, dovremmo occupare la mente e le giornate per disboscarci e non per abituarci alle infestanti. Ma quanto è difficile vecchio mio.

    Bisognerebbe vivere senza farlo apposta, senza farlo sul serio, senza prendersela a cuore. Così mi dicevi. “Diffida degli integralisti portatori di princìpi, dai loro in cambio il caos che porti dentro e tira dritto”.
    Bisognerebbe non fare mai nulla di giusto né di sbagliato, vestire i panni del giudice ed assolversi sempre. Ma quanto è difficile vecchio mio.
    Eppure ci deve essere un modo per eludere il continuo tiro alla fune, da una parte la coscienza indotta, il giudizio che così precocemente assopisce, incollato alle nostre anime e non c’è modo di andare là dentro a strapparlo, a scollarlo. Dall’altra la coscienza nata spontanea, gagliarda, come i fiori nelle spaccature della roccia, fra le macerie. Resiste quanto può.

    Mi ripetevi che avrei dovuto presto imparare a disobbedire, perché poi avrei trovato lungo il cammino modo di eludere ed ignorare le conseguenze, il domani. “Alle tue spalle, invece, sarà sempre come uscire di casa e dimenticare il gas acceso senza poter tornare indietro a chiuderlo. Tutto può esplodere, in ogni momento. Ma non avere paura di ciò a cui non puoi porre rimedio e da cui è impossibile fuggire, è così stupido…”

    “Approfitta di quello che c’è, di quello che trovi. Costruisci ogni tanto e ogni tanto distruggi. E cerca di non farti distrarre dai rumori troppo udibili, quelli che sovrastano. Dai e prendi alla cieca come se vivessi chiuso in una gigantesca dark room”.

    Vorrei essere capace di respirare a pieni polmoni sull’orlo di questo precipizio e non sentire più la paura di cadere. Ma quanto è difficile vecchio mio.

     

    Gabriele Serpe

  • “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice”, aveva ragione Kirillov

    “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice”, aveva ragione Kirillov

    lettere-dalla-luna-quaderno-3Apro gli occhi, la luce fioca filtra appena dietro la tenda, il sole ha mosso i primi passi, sono le 6:04. Domenica. Mi alzo lentamente, attento a non urtare nulla per non fare rumore. Non voglio accendere la luce, aspetterò che il sole faccia il suo corso. Scosto la tenda, non mi basta. Apro la finestra, l’aria fredda e umida mi investe e invade la stanza, si attacca alle pareti, odora di asfalto e foglie cadute, bagnate.

    La prima lacrima arriva da molto lontano, riesco a farle spazio allargando la gola, abbasso le palpebre un attimo prima e le riapro bagnate, provo sollievo al contatto, caldo, con la pelle. Che bellezza l’aurora. Penso a tutte le albe a cui non ho assistito, quasi tutte le albe della mia vita, lasciate ad altri occhi, ad altre vite. Ma non è aspettando il sole tutti i santi giorni che si impara il segreto. Non è così che funziona, mi dico, è questione di attimi, nulla è in posa. Il cammino è costellato di doni che si schiudono per poi richiudersi immediatamente e fuggire altrove. Provare a coglierli è il nostro destino di uomini. È tutto molto semplice, vivere è semplice. E noi siamo infelici solo perché non sappiamo di essere felici. Sì, questo è il segreto. Aveva ragione Kirillov.

     

    Gabriele Serpe

  • “Caro uomo sulla Luna…”, lettera di una donna

    “Caro uomo sulla Luna…”, lettera di una donna

    letteredallaluna-quadernoCaro uomo sulla Luna,
    qui il paesaggio scorre dal finestrino e sembra un libro aperto al vento, i muscoli del viso si rilassano quel tanto che basta per abbandonare la presa e dimenticare il motore che instancabile borbotta nella pancia.
    Così mi penso bambina, riesco ancora a farlo. Quando mi lasciavo trasportare da una meta all’altra fra le vite degli adulti, come un pacco pieno di meraviglia e immaginazione, ero lasciata in pace. Nessuno chiedeva “a cosa pensi” quando restavo in silenzio, era lecito tacere. Il mio parere non era necessario nelle conversazioni che passavano di bocca in bocca sopra la mia testa, era lecito non partecipare, farsi da parte. Sento ancora nitida sulla pelle quella sensazione di invisibilità. Io pretendo di essere lasciata in pace. Ancora oggi come allora, nonostante i miei cinquantatré anni compiuti ieri. È quello che più desidero, che coltivo e difendo da una vita intera, egoisticamente e gelosamente, ed è tutto ciò che posso offrire a chi incontro, la pace, la mia personalissima pace.
    “… se tu scegli questa strada del lasciatemi in pace, non voglio dare spiegazioni a nessuno, probabilmente ti troverai a dover fuggire sempre”, ricorda Oshima al giovane Tamura Kafka in “Kafka sulla spiaggia”.
    Ma quel “sempre” non rende l’idea, perché i libri non partono mai dall’inizio e non arrivano mai alla fine, sono uno spaccato, una parentesi fluttuante. Vivere in cammino, per davvero, da ventidue anni, è un’altra faccenda. Ogni casa, paese, donna, uomo, sono code di lucertola lasciate alle spalle, si muovono ancora, come discorsi in sospeso, si muovono senza di me, senza il corpo, senza sostanza, si muovono dentro di me.

    Questo vecchio pullman porta in un luogo che non conosco e che non mi conosce. Ancora una volta sono sola, perché una donna libera è prima di tutto una donna sola, lo saprà bene anche lei, caro uomo sulla Luna. Non sarà niente di speciale. Più di cinquantanni al mondo per giungere in un piccolo paese nella sperduta campagna, un paese come un altro, nuova terra da arare, concimare e seminare, nuovi raccolti da aspettare, una stanza fredda da riscaldare, con il tempo e la pazienza. A me non manca il tempo, non è mai mancato, e nemmeno la pazienza. E non mi importa nulla del futuro finché avrò le forze per reggermi in piedi. Provo tante volte ancora oggi a immaginarmi vecchia, alla fine del percorso, ma non ci riesco, “è impossibile, sarebbe come immaginare cosa c’è oltre i confini del mondo”, mi risponderebbe Tamura Kafka. So solo che a quel punto arriverà il conto da pagare e saranno dolori, ma spero che, dopo tanto errare, il dio degli uomini possa avere per me un occhio di riguardo, farmi morire da donna libera, sola e indipendente.

    Buona fortuna a lei caro uomo sulla Luna, e buona fortuna anche a me, ne abbiamo sempre tanto bisogno. Perché se c’è una cosa che quaggiù la vita insegna è che a vivere si impara sempre troppo tardi.

     

    Gabriele Serpe

  • “Alzati dal divano, esci di casa e inizia a camminare”

    “Alzati dal divano, esci di casa e inizia a camminare”

    letteredallaluna-quaderno2La bolla è gommosa, le mani aperte spingono ma affondano, il dito sprofonda e non buca. Lo stadio prima del panico può durare per sempre senza compiersi mai, latente, leggero, costante.

    Le pareti della bolla sono repressioni indolori che si posano sul lento deteriorarsi degli individui, perdita della fantasia, evitare di dirlo, riduzione dell’attività sessuale, paura, ti ricordi quando, due mani e uno smartphone, evitare di farlo, tante canne, la verità è che non me ne frega un cazzo, ancora paura, non mi riguarda, riduzione della capacità di adattamento, inadeguatezza, superbia, finta di niente, evitare l’incontro, ancora paura, appannamento della curiosità, tante birre, io e gli altri, noi e gli altri, riduzione della vita sociale, vita sociale è una parola grossa, vigliaccheria o ancora una volta paura che la perdoniamo meglio, ansia da controllo, tanta televisione, così vanno le cose, cosa c’è da capire, evitare lo scontro, interazione sociale è un’altra parola grossa, non ne ho voglia, sonnolenza domenicale, commiserazione e infine ancora paura.

    Le mani aperte spingono ma affondano, il dito sprofonda e non buca.

    Oh disgraziato destino!

    Mi manca il tempo perso. Quello manca a tutti. E quindi? Alzati dal divano ed esci di casa. Non ho motivo. Di uscire di casa o di stare sul divano? Entrambi, a dire il vero. E allora alzati dal divano, esci di casa e inizia a camminare. Per andare dove? Non ha importanza. E così che si esce dalla bolla? La bolla è congenita, è ragione di Stato, camminare aiuta. Incontri, incroci.
    Tutto qua? Non è mai tutto qua, c’è sempre altro. Ho paura. Anche io.

     

    Gabriele Serpe

  • In tuo nome, coerenza

    In tuo nome, coerenza

    lettere-luna-coerenzaNon ho paura di perderti, ho paura di non cercarti più.
    Quando giunge il tempo stanco, l’insofferenza, l’irrisolutezza, diventi un progetto ambizioso la cui realizzazione è sempre più distante, come una calotta che si scioglie e si ritrae davanti alla prua.

    Come è difficile avere fede, la fede è fiducia prima che devozione, è seguire un uomo di spalle senza averlo mai visto in faccia.

    In tuo nome, coerenza, amore lontano, ragione di vita, senso vacuo e profondo, in tuo nome, tutto questo procedere.

    In tuo nome correggersi, rileggersi, consapevoli che esistere è un’equazione che non ha risultato, che non ha soluzione. Coscienti che è dentro prima che fuori, sentire prima che fare. In tuo nome, coerenza, carta velina, il fuori sopra il dentro, in tuo nome, ricalcare.

     

    Gabriele Serpe

  • La storia dell’indignato

    La storia dell’indignato

    letteredallaluna-quaderno2Hai odiato il potere che impone e istruisce, gli esseri umani che lo esercitano come bimbi avidi senza peccato e lo subiscono come bimbi tonti senza peccato. Hai odiato la Chiesa, ti sei girato dall’altra parte per non partecipare al putrido banchetto di menzogne.

    Te la sei presa, hai scaricato rabbia contro tutte quelle persone che non avevano rabbia da scaricare e come se nulla fosse ti camminavano intorno, ti sei disgustato e offeso. Non ci potevi credere. E così hai dato retta anche tu a qualcosa, hai preso per buoni i segnali che ti sembravano buoni, ma sempre con totale indignazione. Così tanta che traboccava, la lasciavi fare. Non bastava mai, non è cambiato nulla.

    Hai odiato le banche, maledetti siano i risparmiatori che continuano ad alimentarle a forza di testate sul muro come macchine in tilt. E così hai preso per buoni i conti che ti sembravano buoni. Ma sempre con la stessa totale indignazione che non bastava mai.

    Hai odiato la comodità insegnata da chi ha imparato a venderla a buon prezzo. Hai odiato giornali e televisioni perché hai odiato il potere, la complicità era appesa a un filo in bella mostra alla portata di tutti, non è cambiato nulla. Hai odiato anche i supermercati e i centri commerciali. Hai odiato la brutta musica, i testi d’amore, le radio come rulli compressori. Totale indignazione, non bastava mai. Non è cambiato nulla.

    Quante volte hai percorso quel corridoio avanti e indietro! E mai che ti sia venuto in mente di fermarti qualche minuto in più davanti allo specchio.

     

    Gabriele Serpe

  • Siamo soli e ci piace: “Alla gente manca la gente”

    Siamo soli e ci piace: “Alla gente manca la gente”

    letteredallaluna-quadernoSarà che la vita altrui interessa poco, e allora tanto vale parlare di rado e ascoltare con un solo orecchio. Oratori non praticanti, ascoltatori fuori esercizio. Abbiamo i fatti nostri e sembrano bastarci, a tal punto che capita di sentirci oberati e in affanno, ripieni come ravioli, di fatti nostri.

    Circondati da centinaia di migliaia di persone sconosciute, sprecate. Per strada, sull’autobus, siamo soli. E ci piace. Ci guardiamo intorno, ogni tanto, quando distogliamo lo sguardo dai piedi, e parliamo, sì lo facciamo, in silenzio, da soli, dentro, dove nessuno può mettere orecchio. Chissà che sguardo furbo, non ce ne accorgiamo e non ce lo dice nessuno.

    Sarà che ci sfugge il verbo della gente perché la gente non ha nulla da dire. Eh sì, facile così. E poi cosa ne sai della gente? Come “gli alberi”, “le piante”, “gli animali”.

    (La gente non sa nulla della gente).

    Sarà che siamo impauriti. Sotto gli occhi di tutti, a portata di giudizio. Come se la vita fosse un’audizione e chi ci sta intorno la giuria, uscire di casa la mattina, il portone come un sipario e la città il palcoscenico. È forse questo timore ancestrale a tenerci distanti?

    (Alla gente manca la gente).

    Ci sono supereroi, uomini e donne, che ancora oggi a qualsiasi età conoscono e frequentano continuamente persone nuove. Spinti dalla curiosità di parlare ed ascoltare, studiosi della nostra specie, esseri attivi e partecipanti; loro migliorano il mondo, concretamente, tutti i giorni.
    Noi no, noi e la nostra cerchia. Noi non siamo supereroi. Costumati e silenziosi, noi abbiamo i fatti nostri.

    P.S. Eppure le rare volte in cui ci capita di parlarne non riusciamo a rendere l’idea. Quando escono dalla bocca, i fatti nostri, prendono sembianze amorfe, brutte copie, perdono peso, si sgonfiano. Sembrano quasi fatti degli altri.
    Quale è la vera faccia dei fatti nostri? Quella che esce dalla bocca o quella che alberga nelle mente?

    Gabriele Serpe

  • “Buona noia e sogni d’oro”

    “Buona noia e sogni d’oro”

    lettere-dalla-luna-quaderno-3Noia. Passaggi di tempo a vuoto, nudo e crudo. Assenza di bisogni e doveri di qualsiasi sorta, soggetti ed oggetti da attenzionare o a cui prestare attenzione. Non è depressione, non è apatia, non è spleen, non è pigrizia. Priva il nostro sguardo di filtri protettivi, la noia. La sua presenza frantuma le nostre armature. Ci mette in crisi perché ci pone al di qua, dove stanno gli artisti.
    Ma il mondo non è fatto di artisti e il vuoto non è il nostro habitat. E così ci scopriamo incapaci di vivere i naturali momenti di noia che la vita propone, incapaci di restare fermi e in silenzio davanti al muro senza nulla da fare.

    Immagini la noia e provi sensazioni negative. Addirittura l’etimologia rimanda all’”avere in odio” qualcosa o qualcuno. Compagna fedele dell’uomo, si è evoluta sino al calderone di significati e interpretazioni del nostro tempo, imbevuta ormai come è di oscurità, grigiore, malessere, ci abbiamo riversato di tutto.

    Eppure che motore stupefacente! E che ali giganti!

    Per noia abbiamo giocato, imparato, sognato, rincorso – i bambini lo sanno – abbiamo provato a cambiare quel che non ci piaceva. La noia muove, insegna agli uomini a viaggiare, a immaginare, a desiderare. È il seme della scoperta, la causa dell’opera d’arte.
    Pensiamo che non ci serva. Siamo convinti che scongiurarne la presenza sia buona cosa. Ce ne sbarazziamo, faremmo di tutto pur di tenerla lontana e appena ne avvertiamo i sentori reagiamo immediatamente accendendo qualsiasi cosa a portata di dito, la nostra vita è ricolma di antidoti con effetto immediato. Questa fobia ci rende facili prede e ci ha fatto accettare compromessi che altrimenti forse neanche i più furbi si sarebbero sognati di proporre.

    “Dove scappi?” potesse parlare direbbe “rimani”.

    E tu per una volta non scappare, non avere paura. Tieni a bada quel dito. Perché se la vita è azione, argilla da plasmare, inalazione e assorbimento, la noia è la sua punteggiatura. Per prendere respiro, prima di capire cosa fare, cosa dire, cosa leggere, cosa scrivere.

    Sarà anticamera, pertugio, feritoia.
    Buona noia e sogni d’oro.


    Gabriele Serpe

  • “E allora ben venga tutto questo domani”

    “E allora ben venga tutto questo domani”

    letteredallaluna-writingSiamo così distanti, così tanto che pensiamo di non conoscerci. E siamo partiti da punti diversi per la medesima destinazione, quel porto sicuro, immenso, dove ogni cosa va a finire.

    Forse non ci incontreremo mai. Ed è per questo che sono ancora qui a scrivere, a quasi otto anni dalla prima volta, per provare ad ovviare, per sopperire, per riconoscerci se mai un giorno le nostre orme dovessero congiungersi.

    Siamo così simili. Non importa cosa ci è stato insegnato né quanto abbiamo imparato, quello che abbiamo raccolto e quello che invece è rimasto dov’era. Non importa, adesso. Andiamo avanti, con il sacco delle nostre cose sulle spalle, andiamo avanti perché non si può fare altrimenti.

    E allora ben venga tutto questo futuro, fangoso e instabile, ben venga purché sia movimento, motore acceso, cambi di passo, di rotta, ritorni. Ben venga tutto questo tempo, da usare, saranno campi incolti e primi colpi di zappa. Terra fertile per mani vive. Sarà guardare quel che ora è, il presente; guardarlo come si guarda nel caleidoscopio, con gli occhi dei bambini. Scoprire che ogni giornata si nutre di quella precedente, che tutto rimane, trova spazio. Scoprire che assomiglia alle leguminose, il presente, rilascia azoto nel terreno per la coltura successiva.

    Allora che sia, diventare grandi. Il fuoco davanti al camino, che prende vigore, dopo avere cercato e tagliato legna, dopo averlo acceso. Attendere che si spenga e ripartire da capo.
    Perché girare una pagina scritta e trovare quella dopo bianca, da scrivere, è una legge del mondo che nessuno può aggirare. Inchioda spietata ogni abitante al proprio dovere di scribacchino, prima o dopo, almeno una volta.

    E allora ben venga, con lo sguardo complice e il sorriso d’intesa, entrambi senza destinatario, ben venga tutto questo domani.


    Gabriele Serpe

  • “Non lavoro per comprare, non compro per riempire, non voglio collaborare”

    “Non lavoro per comprare, non compro per riempire, non voglio collaborare”

    letteredallaluna-testo-sfocatoImprudente e baldanzoso, non ho paura della noia. La affronto a viso aperto. Lei mi leva il respiro, si sostituisce alla gravità e mi schiaccia al suolo. L’ho provocata, ho vuotato il sacco sino a toccare il fondo e ho resistito all’impulso contrario (aspirare felice a pieni polmoni grandi boccate di ossigeno dalla canna del gas).

    Non aspettava altro, lei. Perché a forza di strisciare sul fondo alla fine trovi la via d’uscita e dopo la via d’uscita trovi la noia, la noia e l’immenso stellato.

    Eppure sto incamerando, sto imparando a deflagrare senza l’aiuto della miccia. La parola d’ordine è resistere, a me sembra dannatamente intelligente resistere. Avvalersi del diritto alla retromarcia, maturato con anni di fatica, per mantenere fede ad un unico saldo principio: non lavoro per comprare, non compro per riempire, non voglio collaborare.

     

    Gabriele Serpe

  • “Accettare quello che è…”

    “Accettare quello che è…”

    letteredallaluna-azzurroAccettare quello che è, non è una resa. Non è affatto scontato accettare quello che è. Non significa abbassare lo scudo e neanche alzarlo a difesa, è gettarlo in quanto inutile, disarmo totale.

    Accettare quello che è, senza rimpiangere quello che è stato, che siamo bravi a rimodellare il passato a nostro piacimento come fosse argilla. Né quello che potrebbe essere se già non fosse.

    Accettare quelle che è, ora, calarmi con una fune in ogni istante della mia vita, preciso, comodo, senza fare rumore. Attento, curioso.
    Accettare quello che è non significa perdere la propria ingenuità, non è quello che accade quando l’illusione si rivela tale. Il disilluso non accetta, subisce e prova rancore.
    Coordinarsi, allinearsi, accordarsi, accettare quello che è.
    Impararlo. E agire di conseguenza.

    Occhi al sole e cuore al vento. Niente chiavi, tutto aperto. Ospiti, ovunque.
    Uno spettacolo senza fine e una serena comparsa.

     

    Gabriele Serpe