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  • Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    punto-emergenza-pre«Il bisogno è aumentato, servono più competenze». Lo dice la signora Bruna, giochicchiando distrattamente con una penna. Bruna Doglio è a capo dell’associazione Punto Emergenza Prè, eccellenza del volontariato genovese che in passato abbiamo già incontrato e raccontato sulle pagine di Era Superba. E il bisogno è talmente aumentato che stanno per essere avviati i lavori per il nuovo traguardo del Punto Emergenza, un progetto ad ora chiamato “Il Punto Emergenza a casa del Re” perché trova spazio in alcuni locali un tempo facenti parte del complesso di Palazzo Reale (sulla cui storia si vogliono anche organizzare alcune piccole lezioni per i bambini del Punto Emergenza a cura degli inservienti del Palazzo). Al numero 75 di via Prè, a fianco all’attuale sede, c’è l’intenzione di aprire un piccolo servizio materno-infantile in grado di rispondere alle crescenti esigenze degli strati più deboli della popolazione, immigrati o italiani che siano con l’obiettivo di garantire nuove assistenze pediatriche, oculistiche, dentistiche, psicologiche e consulenze legali e di orientamento al lavoro.
    «È di questo che c’è bisogno, meno parole e più fatti», riprende Bruna mentre si muove nel magazzino per preparare l’ennesimo pacco viveri, aiutata dal marito Giancarlo e dagli altri volontari.

    La storia del Punto Emergenza

    punto-emergenza-pre-2Da più di vent’anni sono nel vicolo. Il primo embrione di quello che sarebbe diventato il Punto Emergenza era un centro di distribuzione di beni per bambini frequentanti la scuola elementare San Giuseppe di Prè, legato alla Caritas. Successivamente, gli aiuti si sono estesi grazie al Banco Alimentare, poi è iniziata una collaborazione coi centri di ascolto parrocchiali del quartiere (sostanzialmente quelli delle chiese della Maddalena, di San Siro e del Carmine). Infine, quando si è capito che si stava costruendo qualcosa di nuovo e importante, nel 2009 è nata l’associazione autonoma. Nello stesso periodo sono arrivati i pediatri, medici che prestavano servizio di volontariato in un piccolo ambulatorio nel vicolo per bambini senza permesso di soggiorno e senza cure.

    Oggi il Punto Emergenza è una realtà nota, i cui interventi coprono i centri d’ascolto di tutta la città, in un’ottica sinergica di supporto materiale alle famiglie in difficoltà, concentrandosi specialmente sul nucleo famigliare madre-figlio. Sostanzialmente, si tratta di pacchi per bambini fino al primo anno di età con beni di prima necessità di vario genere (pannolini, bagnoschiuma, omogenizzati, vestiti…); poi, volta per volta, se la condizione di emergenza per la famiglia non è terminata, al compimento del dodicesimo anno del bambino, si valuta se proseguire l’assistenza attraverso la distribuzione di pacchi viveri per adulti.

    Il futuro del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèIl nuovo progetto, che si affiancherà al lavoro già svolto di assistenza materiale, è un ulteriore salto di qualità. Negli anni, ci dice Bruna, si sono affinate le abilità dei volontari, si è cominciato a capire come dare un supporto anche morale oltre che materiale, quello che spesso serve di più alle persone in difficoltà. Parliamo di famiglie in gravissime condizioni economiche e con storie diversissime alle spalle, tutte terminate però nella grave indigenza. Famiglie italiane che sono state stroncate dalla crisi economica, ragazze-madri straniere che sono venute qui a studiare per costruire un futuro per sé e i propri cari, ex prostitute, vittime di violenze e via dicendo.

    Col passare del tempo l’utenza muta, seguendo i corsi e ricorsi storici: inizialmente molti degli assistiti erano italiani meridionali che abitavano nei vicoli, successivamente soprattutto ecuadoriani, ora per lo più mediorientali e africani oltre che, nuovamente, nostri concittadini colpiti dai problemi finanziari del nostro Stato.
    Chi per sfortuna, chi per scelte errate, tutte queste persone si sono ritrovare con la necessità di avere un aiuto. I volontari del Punto Emergenza hanno capito, col tempo, che questo aiuto non doveva limitarsi al mero pacco viveri.

    I “fatti” di cui parla Bruna sono questi, assolutamente necessari, ma sono anche il dialogo, la comprensione per capire come aiutare al meglio l’assistito: in una parola, l’accoglienza. I fatti devono essere orientati dalla conoscenza di chi si ha di fronte, della sua situazione e delle sue reali problematiche, per essere davvero efficaci. Un proverbio antico recita “se vuoi aiutare un uomo che ha fame, non dargli solo un pesce ma insegnagli a pescare”. Questa è diventata la politica del Punto Emergenza, non limitarsi a essere un bancomat ma diventare un luogo in cui chi attraversa un periodo difficile può trovare, oltre a una borsata di beni di prima necessità, parole di supporto per rialzarsi e consigli da parte di chi conosce un certo tipo di realtà. Per questo, il nuovo Punto Emergenza in casa del Re è importante, per implementare il dialogo con le famiglie avvalendosi anche dell’aiuto di esperti (tutti volontari), in grado di dare assistenza, pareri e consigli frutto delle proprie capacità professionali.

    Il presente del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèQuesta è la vera accoglienza, quella che non si ferma alle sole parole né si limita alla mera distribuzione ma che unisce i due aspetti, egualmente fondamentali. D’altra parte, facendo un giro nel Punto Emergenza e nel suo fornitissimo magazzino in cui tutto è frutto di donazioni, pare che dopotutto l’accoglienza sia un campo in cui il popolo del mugugno eccella. «La gente ci crede, ci scommette» afferma Bruna. La realtà del Punto Emergenza si basa sulla carità dei cittadini ed effettivamente, sebbene si possa sempre fare di più, gli aiuti dei genovesi non mancano mai. La politica dell’associazione è che da volontari si è doppiamente responsabili: una volta verso i propri assistiti, per i quali bisogna fare tutto ciò che è considerato il meglio (anche quando questo significa dire dei no), un’altra verso i benefattori, chiunque siano, verso i quali ci si assume la responsabilità di usare al meglio le loro donazioni.

    Oggi, il Punto Emergenza Prè si occupa di più di 1600 interventi all’anno rivolti a 13 diverse etnie, italiani, senegalesi, ecuadoriani, marocchini e via dicendo. Un luogo in cui si dà valore alla persona a prescindere dalle sue origini e che insegna molto anche agli stessi volontari. Anche per questo, negli ultimi anni si sono avviati progetti per coinvolgere i giovani in questa straordinaria realtà di volontariato, perché da un lato possano offrire la loro energia per una giusta causa e, dall’altro, imparino sulla propria pelle cosa significhi “accoglienza” maturando una migliore comprensione delle culture e del mondo.

    Mentre parliamo con Bruna, una donna camerunense si affanna per sistemare in profondità nella sua borsa i pannolini. «Al mio paese va così» ci spiega un po’ in imbarazzo «pannolini e assorbenti si nascondono, non sta bene mostrarli». I volontari rispondono con un sorriso e delle bonarie prese in giro, come si fa con un amico piuttosto che con un cliente, strappando una risata anche alla signora.
    In questo luogo, che si apre sul vicolo con ampie vetrate illuminate e addobbate di giocattoli e vestitini, pare davvero che si concretizzino quelle tanto sbandierate (e troppo spesso nei fatti trascurate) forme di accoglienza e integrazione necessarie per far fronte al meglio ai nuovi melting-pot culturali che si stanno creando nelle nostre città, a causa delle fughe di intere popolazioni da quei devastanti conflitti che ben conosciamo.
    Se, in un momento socio-politico tanto critico una realtà come il Punto Emergenza sta crescendo, non può che essere un buon segno. Lasciandoci andare a un po’ di romanticismo, viene da pensare a un piccolo ma tenace fiore che riesce a crescere tra le fessure del selciato, ingrandendosi e colorando la strada.


    Alessandro Magrassi

  • TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    porto-antico-notte2-DITED (http://www.ted.com) è una piattaforma online che raccoglie “idee che vale la pena diffondere“. Un percorso iniziato nel 1984 negli Stati Uniti con una conferenza in cui tecnologia, intrattenimento e design (Technology, Entertainment and Design) erano i temi portanti. Oggi TED è un’organizzazione no-profit che organizza giornate convegno dedicate a molti argomenti in più di 100 lingue. I video degli interventi vengono poi caricati online sul sito. Dal 2009 è possibile organizzare gli eventi TED in tutto il mondo, convegni indipendenti che aiutano a condividere idee raccolte.

    Cosa ha a che fare una storia made in Usa con l’Italia, Genova e il Porto Antico? L’idea è di due fratelli genovesi Davide e Giulia Pignone, che hanno deciso di organizzare il TEDxPortoAntico. «Siamo partiti noi due e poi si è organizzato il team di lavoro, abbiamo creato un’associazione non profit. Abbiamo lanciato una call-to-action via Facebook per vedere chi aveva voglia di darci una mano e così si è creato il gruppo di lavoro», racconta Davide.

    TEDxPortoAntico, di cosa si tratta?

    La formula è la medesima delle conferenze sul modello statunitense: una giornata in cui i relatori si alternano sul palco avendo a disposizione al massimo 18 minuti ciascuno per esporre la propria idea. Ma le regole da rispettare sono rigide, come ci racconta Davide «Ci sono una marea di regole da seguire nel formulare la richiesta, prima di tutto per organizzare un evento locale è necessario chiedere una licenza all’organizzazione ufficiale indicando il nome che si vuole utilizzare, a quel punto sta a loro rilasciare o meno la licenza. Alcune domande del formulario sono incentrate sulle competenze in possesso di chi chiede di poter organizzare l’evento, poi è necessario inquadrare il tema e un’indicazione di massima sui relatori. È importante partire con le idee chiare, insomma Una volta ottenuta la licenza si ha a disposizione un anno per realizzare l’evento. Noi ci abbiamo lavorato con più intensità da maggio di quest’anno». La richiesta è stata fatta ad ottobre 2014 e accettata a gennaio 2015.

    Dunque una serie di relatori che si alterneranno sul palco della Sala Montecucco presso il Circolo Autorità Portuale di Genova dalle 10.00 alle 18.00 del 17 ottobre prossimo.

    Chi può intervenire ad un TED? «Quando si è saputo che stavamo organizzando un TED a Genova, quasi chiunque ti scrive per proporsi, la maggior parte li selezioni tu o il team – approfondisce Pignone – nel nostro caso alcuni relatori sono stati scelti da me altri proposti di comune accordo con l’intero team di lavoro. ll TED ufficiale mette veti su tante cose ad esempio gli speech non devono essere di natura politica o religiosa».

    La nostra città, dove nella maggior parte dei casi ognuno ama farsi i fatti propri protetto dal calore delle mura amiche, non sembra il palcoscenico adatto per un evento del genere. Cosa vi aspettate da Genova?

    «Siamo partiti con poche aspettative, la cosa bellissima è che abbiamo trovato molta apertura in aziende che hanno risposto e si sono complimentate per l’iniziativa; abbiamo trovato sponsor, persone che ci dessero una mano, è stata una sorpresa – continua Davide – la vendita sta andando bene, anche se abbiamo a disposizione solo 100 biglietti, questo è dovuto alla licenza di primo livello concessa dal TED ufficiale che non permette di avere più di 100 persone live durante il convegno».

    Chi sono i relatori di TEDxPortoAntico?

    Dall’agricoltura alla robotica, passando per la musica, dai gamer fino agli storyteller questi gli 11 speaker di TEDxPortoAntico.  La maggior parte sono genovesi ed è questa la bella scoperta: «Cercando speaker nell’ambito di Genova ci siamo accorti che ci sono molte realtà anche piccole, che si stanno dando da fare, peccato è che non siano coordinate, magari c’è l’azienda che sta facendo il pezzetto di A e non sa che l’altra azienda ha un altro pezzetto della stessa A».

     

    Claudia Dani

  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    Poggio Bike Park, il sogno dei cittadini è diventato realtà. Una storia di passione e partecipazione

    bike-trialInizialmente era uno spazio verde pubblico, abbandonato all’incuria, come ce ne sono tanti a Genova e provincia. Poi un gruppo di ragazzi che da tempo frequentava la zona ha pensato di fare di quel luogo un bikepark. È la storia del Poggio Bike Park, un’area attrezzata per il biketrial a San Cipriano, il piccolo centro della Valpolcevera a pochi chilometri dai confini della città. Una storia che racconta la perseveranza dei cittadini che,  spinti dal desiderio di migliorare e valorizzare il proprio territorio in modo sostenibile e partecipativo, sono riusciti negli anni a portare a termine la loro impresa fino all’inaugurazione del nuovo park aperto agli appassionati di ogni età.

    Ci siamo fatti raccontare come è andata e che cosa succede oggi in quello spazio rinato.

    «Il percorso per la creazione del park è stato abbastanza lungo – raccontano – anticamente l’area, di proprietà comunale, era adibita a parco gioco per le abitazioni limitrofe, poi dismessa e abbandonata a se stessa per tanti anni. Noi ragazzi del posto ci andavano con le bici per costruire percorsi e salti improvvisati. Qualcun altro prima di noi, quello che poi sarebbe diventato il nostro maestro, per gli amici Johnny, aveva già adocchiato il piazzale e aveva iniziato a portarci materiale per costruire piste per il biketrial. Per un problema di permessi però, due anni dopo il Comune ha fatto togliere tutte le strutture, lasciandoci a mani vuote. È stato da quel momento che abbiamo deciso di prendere in mano la situazione e ampliare il progetto, aggiungendo anche un pistino in terra e una linea di salti ancora più grossi; così siamo andati in Comune a proporre l’idea…»

    L’idea è stata accolta con successo, ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo la burocrazia. Prima di ottenere il permesso è trascorso un anno, poi il raggiungimento di un accordo che ha concesso l’area ai ragazzi per un periodo di prova di quattro anni. Così è iniziato il via vai di camion di terra e poco alla volta il bikepark ha preso forma.  «Fortunatamente il Comune di Serra Riccò si è sempre dimostrato entusiasta del nostro lavoro, in questi quattro anni abbiamo lavorato con passione e il progetto è migliorato mese dopo mese. Scaduta la concessione il Comune ci ha suggerito di trovare un’associazione sportiva che gestisse l’area, per evitare la sua definitiva chiusura».

    bike-trial-sequenzaI ragazzi hanno così deciso di contattare una A.S.D. (Associazione Sportiva dilettantistica) genovese, non è stato difficile trovare nella Associazione Deep Bike e nella persona del suo Presidente Maurizio D’ippolito la figura adatta per poter prendere in affido il park. «Deep Bike ha completamente condiviso il nostro spirito contribuendo con le sue forze al raggiungimento dell’obiettivo. Solo alcuni condomini limitrofi all’area erano un po’ scettici, ma è bastato poco per farli ricredere».

    Il park oggi è aperto a tutti gli associati Deep Bike e la presenza di un responsabile è richiesta solo per gli ingressi giornalieri, o per la prima visita del nuovo associato. Generalmente gli associati richiedono l’abbonamento annuale comprensivo di chiavi per l’accesso al park, in questo modo possono entrare quando vogliono rispettando il regolamento interno (consultabile sul sito di Deep Bike).

    poggio-bike-parkChe cosa offre un bike park, c’è qualcos’altro di simile in Liguria?

    «Il bike park offre divertimento per tre diverse discipline, il bike trial, il dirt jump e la bmx, avendo un piazzale dedicato alle zone da trial, un anello pump track con salti in terra, gobbe e paraboliche, e una linea di salti da dirt jump. Questa sua caratteristica lo rende unico in Liguria. I bike park liguri sono generalmente dedicati al downhill e freeride, altrimenti ci sono davvero pochi luoghi dove poter praticare bike trial, o saltare in dirt o in pump track. Nessuno li unisce tutti e tre come il Poggio Bike Park!»

    Siete volontari? è il vostro lavoro? riuscite a viverne?

    «Siamo sei ragazzi volontari, con tanta passione e tanta voglia di fare, non avendo un luogo dove poter saltare, ce lo siamo costruiti! Non è il nostro lavoro anche se ci occupa parecchio tempo, abbiamo lavorato senza prospettare un guadagno, rimettendoci economicamente, ma ripagandoci di vita… cosa c’è di più bello che condividere momenti di sport e divertimento all’aria aperta in una struttura costruita grazie all’unione delle forze?. Il sorriso, il sudore lo sguardo felice delle diverse persone presenti all’inaugurazione (svoltasi il 7 giugno scorso, ndr) hanno ripagato l’impegno di tutti, Deep Bike compresa. Con gli introiti dell’ingresso giornaliero o dell’abbonamento annuale, speriamo di coprire le spese di manutenzione».

     

    Claudia Dani

  • Piazza Caduti Partigiani Voltresi, la riqualificazione voluta dai cittadini diventa realtà

    Piazza Caduti Partigiani Voltresi, la riqualificazione voluta dai cittadini diventa realtà

    Giardini Caduti Partigiani Voltresi“Uno spazio pubblico innovativo, dinamico e multifunzionale, partendo dal basso, dalle esigenze dei cittadini. Una piazza dotata di tutte le carte in regola per diventare un luogo “aperto”, simbolo identificabile del quartiere di Voltri“. Era l’ottobre del 2012 quando incontrammo per la prima volta i ragazzi del laboratorio di progettazione Zerozoone per parlare del progetto di riqualificazione di Piazza Caduti Partigiani Voltresi (qui l’approfondimento).  Superato il periodo di impasse dovuto alla mancanza di fondi che aveva fatto temere il definitivo accantonamento nonostante l’ok in sede di conferenza dei servizi, è finalmente arrivata l’apertura del cantiere per la realizzazione del primo lotto di intervento che prevede la riqualificazione della pavimentazione della piazza e il collocamento delle “sedute”. Un primo passo, funzionale e propedeutico alla realizzazione di quelli successivi, ovvero i restanti tre lotti come da progetto iniziale, fondi permettendo. Ma aldilà degli aspetti economici legati al futuro, la realizzazione degli interventi previsti in questa prima tranche  rappresenta comunque un successo per i promotori dell’iniziativa oltre che un’opera sicuramente migliorativa del contesto urbano. Per presentare il progetto voltrese, il laboratorio Zerozoone è stato invitato alla Biennale dello Spazio Pubblico che si è tenuta a Roma a maggio e per l’occasione è stato aperto il gruppo su facebook “PIAZZAgioco _URBANcare”.

    Ma facciamo un passo indietro. Tutto nasce nel novembre 2009, quando numerose realtà associative (“Ponente che Balla”, “La Spiaggia dei Bambini”, “Gli Amici del Mare”, solo per citarne alcune) ed un gruppo di genitori dei ragazzini che abitualmente giocano nel campetto asfaltato della piazza, si rivolgono al Laboratorio Zerozoone (collettivo di architetti, alcuni di loro abitanti del quartiere) al fine di elaborare una proposta in grado di riqualificare un’area di circa 1900 metri quadrati che versa in condizioni di degrado. Dopo un percorso ad ostacoli lungo tre anni fra pratiche burocratiche e permessi, la perseveranza dei promotori del progetto viene premiata nel novembre 2012 con l’approvazione in conferenza dei servizi.

    «Il progetto è volto ad incrementare la qualità estetica, cioè la bellezza, e i valori dell’area in oggetto, rendendola utile e utilizzabile da tipologie diverse di persone: bambini, giovani, scuole, famiglie, anziani, associazioni; con tempi e modalità differenti a seconda delle stagioni, degli orari e delle prospettive di utilizzo seguendo di fatto nuove coordinate interpretative. L’intervento non vuole essere solo un’operazione di risanamento dell’area, bensì un’azione dimostrativa che migliori gli standard di confort urbano e di uso delle risorse con un insieme di interventi sperimentali a valenza estetico-funzionale. Il progetto – raccontano dal laboratorio Zerozoone – vorrebbe inoltre innescare un processo di rigenerazione che abbia una risonanza su tutti quegli spazi del territorio genovese che allo stato attuale sono di fatto virtuali e non utilizzati. Un’opportunità di fare esperienze condivise attraverso un abitare consapevole degli spazi pubblici, coinvolgendo beneficiari diretti e indiretti che in forme e modi differenti contribuiscono all’esperienza progettuale».

    Ad oggi è stata messa in opera la pavimentazione centrale in elicotterato per lo svolgimento di giochi liberi e di eventi come quelli che da anni l’associazione “Ponente che Balla” svolge in piazza. Inoltre, è in opera in questi giorni la realizzazione dell’anello esterno che ha come funzione quella di includere sedute di diverse lunghezze che sono raccordate al pavimento tramite rampe per poter essere utilizzate oltre che come panchine anche per percorsi adatti a skaters.

    Dal primo giorno di avvio dei lavori Zerozoone ha realizzato un laboratorio mobile al fine di rendere vivo il cantiere e dare la possibilità ai cittadini di avere un’ interfaccia attiva di approfondimento, oltre ad essere un’occasione per raccogliere idee e proposte per il territorio del Municipio VII Ponente.

  • La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    settimio-benedusiI grandi nomi del mondo della fotografia contemporanea arrivano a Genova nel mese di maggio grazie all’evento La Settimanale di fotografia: quattro incontri dedicati al fotogiornalismo, alla fotografia di moda, all’editing e ritratto, per capire cosa significa essere un fotografo al giorno d’oggi e che cosa è cambiato nel mondo della fotografia.

    Ospiti della rassegna, il fotografo di moda Settimio Benedusi, il fotogiornalista di National Geographic Alessandro Gandolfi, il photoeditor di D di Repubblica Manila Camarini e il ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP Stefano Guindani.

    L’evento è organizzato dall’associazione fotografica Sacs, attiva dal 2013 sul territorio genovese. «Siamo un’associazione giovane senza fini di lucro molto attiva ed inserita nel panorama culturale della nostra città – ci racconta una delle socie Veronica Onofri – Il nostro scopo è quello di creare interesse per la fotografia e offrire l’occasione agli appassionati di fotografia come noi di approfondire la propria cultura fotografica attraverso incontri gratuiti con ospiti, genovesi e non, che raccontino le loro esperienze in campo fotografico e possano dare consigli utili a chi vuole fare fotografia. Sacs inoltre organizza corsi, trasferte legate alla fotografia, workshop con fotografi e photoeditor di alto livello. Chiunque voglia saperne di più e voglia partecipare può seguire la nostra pagina Facebook Sacs fotografia».

    L’iniziativa non si limita all’idea di organizzare incontri con grandi fotografi, ma rientra in un progetto più ampio, che ambisce a creare a Genova un’attività culturale legata alla fotografia sempre più importante e costante. Uno dei principali obiettivi è infatti offrire un’occasione di incontro per tutte le realtà cittadine attive nel campo fotografico, creando una rete per mettere a fattor comune le forze. «Genova è un terreno fertile per tantissime cose, anche per la fotografia, addirittura potrebbe definirsi un terreno vergine, perché finora è rimasto impermeabile ad eventi che non riguardino direttamente la città, mentre crediamo sia fondamentale che Genova impari a guardare fuori dai propri confini – continua Veronica -. La nostra città è ricca di cultura e di bellezza, dobbiamo solo avere la voglia e la capacità di sfruttare queste qualità, e per farlo è necessario comunicarlo, all’Italia e al mondo. Il nostro sogno sarebbe quello di realizzare un Festival di fotografia nazionale o internazionale proprio qui, a Genova».

    L’evento cercherà di fare luce anche sullo stato attuale del mercato del lavoro nel campo fotografico. «Tra i nostri membri e collaboratori ci sono molti professionisti che lavorano nel mondo della fotografia e riportano spesso le loro difficoltàci racconta Veronica –. Durante gli appuntamenti a Palazzo Ducale analizzeremo anche questo tema: cosa significa essere un fotografo nell’era del digitale? La concorrenza è alta e la qualità si è abbassata notevolmente, sicuramente chi fa il fotografo oggi deve avere una grande passione, perché i compensi sono notevolemente diminuiti. Per quanto riguarda l’editoria è un mercato in forte cambiamento e in calo di vendite. I prezzi pagati dieci anni fa per un qualsiasi lavoro editoriale sono molto cambiati in tutto il mondo quindi se si vuole intraprendere questo tipo di percorso lavorativo le agenzie stampa possono essere un buon inizio e un’ottima gavetta, per quanto riguarda altre tipologie di editoria è più complesso ma il consiglio è sempre quello di dare giusto valore al proprio lavoro».

    Settimanale di fotografia a Genova, il programma

    Gli incontri si tengono tutti i mercoledì dal 6 al 27 maggio, dalle ore 19 alle ore 21 nella Sala Munizioniere di Palazzo Ducale di Genova, che ha sostenuto il progetto e messo a disposizione la Sala Munizioniere.

    Interlocutori, Maurizio Garofalo e Simone Lezzi.

    Ingresso libero fino ad esaurimento posti

    Mercoledì 6 maggio

    Settimio Benedusi, fotografo di moda – La fotografia è facile per tutti eccetto che per i fotografi

    Settimio Benedusi fa il fotografo professionista a Milano. Ha lavorato, unico italiano, per sette anni per l’edizione internazionale di Sports Illustrated, fotografando nelle più belle spiagge del mondo: dopo questa esperienza ha importato la formula in Italia, contribuendo all’apertura di Sportweek Dreams, che realizza in esclusiva negli ultimi quattro anni, fotografando così in spiagge ancora più belle e ancora più esotiche. Usa la sua macchina fotografica, che a volte può anche essere un semplice iPhone, per raccontare storie: è particolarmente orgoglioso di quelle che racconta per il Corriere della Sera, che due volte all’anno, a Natale e a Ferragosto, gli lascia libertà in un’intera pagina dedicata al racconto fotografico. D’altronde è iscritto all’ordine dei giornalisti dal 2000. Si diverte ad insegnare, l’ha fatto in innumerevoli workshop e allo IED di Milano. Ha tenuto, per l’AFIP, una Lectio Magistralis alla Triennale di Milano, grazie all’infinita generosità di Giovanni Gastel, di cui si sente orgogliosamente Amico. E’ anche orgogliosamente Amico di Toni Thorimbert. La Lectio Magistralis l’ha tenuta vestito da Pinocchio, insieme al suo Amico Fabio vestito da Lucignolo. Ha un blog costantemente aggiornato dal 2003. Gli piace definirsi “collaudatore di attimi”.

    Mercoledì 13 maggio

    Alessandro Gandolfi, fotogiornalista di National Geographic – La figura del fotogiornalista oggi

    Nasce come giornalista di Repubblica, ma passa presto dal raccontare storie con la penna a raccontarle con la macchina fotografica. Autodidatta, si forma come fotoreporter quando, da giornalista, si trova a lavorare insieme ai photoeditor di grandi testate per scegliere le foto che supporteranno i suoi articoli. Inizia, così, a collaborare per le più importanti testate nazionali ed internazionali tra cui il National Geographic. Insieme ad alcuni colleghi fonda, nel 2007, l’Agenzia fotografica Parallelozero, con l’intento di condividere e far conoscere attraverso la fotografia storie da tutto il mondo, convinto che solo così si possano smantellare gli stereotipi e dare a tutti la possibilità di cambiare la loro prospettiva sulle cose.

    Mercoledì 20 maggio

    Manila Camarini, photoeditor di D di Repubblica – La fotografia, una questione di scelta

    Una delle più importanti photoeditor italiane, inizia a lavorare collaborando con alcuni tra i maggiori quotidiani italiani tra cui Panorama, Travel Mondadori, Traveller Condè Nast. Dal 2003 lavora come photoeditor per il settimanale femminile D di Repubblica occupandosi principalmente di fotogiornalismo. La figura del photoeditor, spesso sottovalutata, ha un’enorme importanza nel mondo della fotografia e dell’editoria. Il photoeditor, infatti, deve avere la capacità di rendere fruibile un testo tramite la lettura delle immagini, saper scegliere i fotografi e le storie più interessanti e di attualità e per farlo occorre avere una grande cultura fotografica ed essere continuamente aggiornato. Non a caso il photoeditor è definito come “un professionista della fotografia che non fa foto ed un giornalista che non scrive”.

    Mercoledì 27 maggio

    Stefano Guindani, ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP – Il ritratto in fotografia

    Stefano Guindani fotografo di celebrities e moda internazionale, nutre una forte passione per i reportage urbani e sociali. Giovanissimo muove i primi passi nel mondo della fotografia scattando foto di danza e foto di scena in teatro. Nel 1998 fonda la sua agenzia, SGP Stefano Guindani Photo, una realtà giovane, un team di trenta persone che unisce alla produzione editoriale servizi per le aziende operanti nel settore moda e lusso. Affermatosi come fotografo di moda, backstage e celebrities, fotografo ufficiale dei principali stilisti italiani, negli ultimi anni ha approfondito il suo interesse per il reportage, prima in Cina, con DonatellaVersace, poi, ancor prima del tragico terremoto, ad Haiti. Quest’ultima esperienza ha lasciato un segno così profondo da spingerlo a tornare sull’isola più volte per documentare le condizioni di vita di un popolo che, pur devastato da immani tragedie, mantiene dignità e speranza. Recentemente è stato coach e giudice di Scattastorie NX Generation, il primo talent televisivo dedicato al mondo della fotografia.

    Manuela Stella

  • Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    centro-storico-vicoli-finestra-d4Come tutti i cantieri che si rispettino, anche quello per la legalità responsabile, che ha mosso i suoi primi passi sabato 7 febbraio, è un vero e proprio work in progress. Nata con l’obiettivo di rendere concreta la restituzione alla città di beni confiscati alla mafia e alla criminalità organizzata, questa rete conta sul supporto di una dozzina di associazioni che gravitano attorno alla Città Vecchia (da A.Ma al Civ, dall’Arci alla Comunità di San Benedetto, da Libera a Y.E.A.S.T. passando per la Caritas e diverse cooperative che vivono quotidianamente il territorio).

    «L’obiettivo di fondo – spiega Chiara Cifatte, operatore socio-educativo attiva nella rete – è quello di promuovere iniziative culturali e sociali per una positiva vivibilità del quartiere in risposta alle varie forme di illegalità che lo attraversano. Vogliamo raccogliere idee per il riutilizzo di questi beni da proporre al Comune che ne diverrà proprietario. Per questo, al Cantiere potranno unirsi tutti i cittadini che condividono il nostro impegno e i nostri principi». Principi che sono stati sintetizzati in una “Carta degli intenti”: rispetto delle persone, delle decisioni prese insieme e cura degli spazi collettivi; responsabilità delle proprie azioni e dei propri comportamenti di fronte agli altri; collegialità intesa come resa operativa delle decisioni prese collettivamente, nei modi e nelle forme condivise; trasparenza in particolare considerazione del contesto pubblico in cui ci si muove; legalità responsabile attraverso il rispetto e la pratica delle leggi che contribuiscono alla costruzione di una società più giusta ed equa a partire dal nostro territorio.

    Come abbiamo avuto modo di raccontare sull’ultimo numero (#58) della rivista bimestrale di Era Superba (dove trovare la rivista), quest’iniziativa muove i passi dalla più grande confisca di beni sottratti alla mafia avvenuta nel nord Italia: si tratta dell’operazione “Terra di Nessuno”, balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009, che ha portato al sequestro e alla confisca (confermata dalla Suprema Corte di Cassazione un anno fa) di un centinaio di immobili appartenenti alla famiglia Canfarotta, sostanzialmente destinati alla prostituzione e per la maggior parte concentrati alla Maddalena (ma qualche immobile si trova anche a Sampierdarena, Coronata, Valle Sturla e, naturalmente, altre zone del centro storico).

    Immobili confiscati alla mafia: servono investimenti pubblici

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSecondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.

    «I beni confiscati alla famiglia Canfarotta e collocati in territorio genovese – spiega Umberto Torre, l’amministratore della confisca nominato dall’Agenzia nazionale dei sequestrati e confiscati – dovrebbero essere 95 ma il numero non è ancora confermato a seguito di errori tecnici presenti nei decreti di sequestro». Non tutti gli immobili, dunque, sono stati ispezionati per valutarne lo stato: della settantina analizzata si può dire che solo una dozzina si trova in situazioni decenti da consentirne l’abitabilità. «Nella maggior parte dei casi – riprende Torre – il termine migliore per definire questi immobili è “grotte”, con muri che cadono a pezzi, muffa ovunque e situazioni di inabitabilità diffusa. E pensare che in alcuni casi siamo a meno di 100 metri da Palazzo Tursi». A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il nulla osta da parte del Tribunale all’affitto di alcuni immobili: «Eppure – avverte l’amministratore – la legge antimafia prevede che i contratti si estinguano al momento della confisca definitiva (che per i beni provenienti dalla famiglia Canfarotta è arrivata un anno fa, ndr). Quindi, a questo punto, sono anche costretto a sfrattare persone, nella maggior parte indigenti, che hanno stipulato un contratto regolare e che in molti casi non hanno alternative. Mi chiedo: come pensiamo di promuovere la legalità se, poi, nei fatti a molte persone in difficoltà l’illegalità comporta più benefici?».

    I beni attualmente sono di proprietà dello Stato, attraverso l’Agenzia nazionale appositamente creata. Secondo quanto previsto dalla legge, potranno passare nella disponibilità degli enti locali solo attraverso la risposta a un bando pubblico di manifestazione di interesse che, al momento, è ancora lungi dall’essere pubblicato. «Ma una volta pubblicato il bando, il Comune avrà solo 30 giorni di tempo per rispondere – spiega Torre – per cui sarebbe meglio studiare preventivamente un piano d’azione. Solo allora potrò sollecitare l’Agenzia a emettere il bando». E lo stesso amministratore prova a tracciare una rotta: «L’ideale sarebbe far sì che alcune associazioni si accordassero con il Comune in modo che sia Tursi ad accollarsi formalmente gli immobili ma che, non appena ottenuti dall’Agenzia, li girasse direttamente alle onlus per mettere in pratica il progetto di valorizzazione. Bisogna però tirare fuori idee ben precise, accompagnate da un quadro di fattibilità economica per evitare di dar via al solito “mungificio” delle casse pubbliche». E soprattutto bisogna muoversi con intelligenza: «Innanzitutto, si possono studiare alcuni strategici spostamenti tra proprietà pubbliche, in modo da accorpare i beni attraverso permute interne e creare una sorta di economia di scala condominiale per la ristrutturazione. Poi, si può puntare all’Europa, magari cercando finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica».

    centro-storico-vicoli-murales-piazza-erbed1È evidente che il problema sia sempre il solito: la mancanza di risorse. «Qualunque siano i progetti per rimettere a disposizione della collettività questi beni – commenta l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – servono grandi investimenti. Questi immobili sono dei veri e propri buchi neri, con strutture pregiudicate, tetti lesionati, amministrazioni non pagate per anni. Per questo abbiamo chiesto l’intervento dell’unità di supporto della Prefettura, così come previsto dalla legge, perché dati gli altissimi costi prevedibili abbiamo necessità di fare squadra». Ma l’assessore non dispera: «Le possibilità ci sono: parlo dei fondi Fesr, dei Por e di un’apposita legge regionale (la n. 7 del 2012) per la prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per la promozione della cultura della legalità che esiste ma non è stata ancora finanziata da Piazza De Ferrari. Il punto è far diventare la riqualificazione di questi immobili una priorità per le istituzioni, che devono lavorare assieme, altrimenti non andremo da nessuna parte».

    Ecco, dunque, la necessità di fare quadrato sul futuro di questi spazi (e non solo di questi, dato che, secondo la mappatura realizzata da Libera, in Liguria su 140 immobili confiscati alle mafie solo una decina è riutilizzata a scopi sociali).

    «In questo momento gli immobili sono patrimonio dello Stato e non ancora assegnati – tiene a precisare l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – per cui il Comune non può metterci mano e non ci può fare nulla. Non siamo, comunque, stati fermi in questo periodo ma abbiamo iniziato ad analizzare i beni, anche attraverso sopralluoghi dedicati. L’idea è quella di ragionare spacchettando gli immobili in gruppi indipendenti: dobbiamo sì avere una visione complessiva ma per trovare i finanziamenti è necessario realizzare una progettualità che vada a interessare immobili mirati». Ad esempio, si potrebbe partire dalle abitazioni disponibili attorno all’asilo della Maddalena che presto sarà consegnato alla città. «Solo partendo da una progettualità per parti – sentenzia Fiorini – possiamo pensare di iniziare da qualcosa».
    Una tesi confermata anche da Umberto Torre: «Se cerchiamo di fare un ragionamento complessivo su tutta la confisca, portiamo a termine la procedura tra 10 anni. L’unica strada è quella di ridurre un problema complesso in tanti problemi più semplici».

    Via San Lorenzo, Genova«Programmare un futuro per i beni confiscati – sostiene Marco Baruzzo, referente regionale di Libera per questo settore – non vuol dire semplicemente immaginare di riempire delle caselle vuote su una cartina. Non stiamo parlando di spazi qualsiasi, neutrali dal punto di vista politico e simbolico. Il loro recupero rappresenterebbe un successo della riaffermazione dello stato sull’antistato, della legalità sull’illegalità». Per questo motivo, secondo Baruzzo, istituzioni e cittadini devono collaborare fianco a fianco: «Il riutilizzo dei beni confiscati è un modo nobile, difficile ma necessario, di mettere in pratica una nuova strada di governo del nostro territorio. Attraverso il Cantiere della legalità responsabile cercheremo di mettere in rete idee e progetti ma non possiamo diventare dei surrogati dell’impegno, anche economico, che deve arrivare dallo Stato e dagli enti locali: da troppo tempo si rinnovano promesse senza che vi faccia seguito una realizzazione concreta».

    Il problema, secondo Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est, va ricercato nell’immobilismo che caratterizza storicamente la nostra città: «Dobbiamo metterci un po’ di progettualità complessiva, guardando ad altre esperienze virtuose in giro per l’Italia, come il social housing, il co-housing e il co-working. Esistono esperienze in cui le associazioni che ricevono gratuitamente gli spazi si fanno carico della loro ristrutturazione a costo quasi zero. A Genova, invece, non ci muoviamo perché siamo fermi ad un approccio amministrativo antico e aspettiamo che il Patrimonio faccia la valutazione dei canoni di concessione da applicare».

    È, dunque, arrivato il momento che le istituzioni facciano la propria parte: «Aggrapparsi esclusivamente alle idee sparse che arrivano dal basso – riprende Baruzzo – segnala la latitanza delle istituzioni che invece di governare un processo, lo subiscono. Perché non facciamo lo sforzo di metterci tutti intorno a un tavolo istituzionale, Comune, Regione, Agenzia Nazionale e Prefettura?».

    La risposta, un po’ piccata per la verità, arriva nuovamente da Leoncini: «È errato pensare che solo le istituzioni possano lottare contro le mafie ma serve un cambiamento di pensiero diffuso. Dobbiamo smetterla di pensare al centro storico come una periferia del centro di Genova, l’angiporto, il bagasciaio per antonomasia. Il centro storico deve diventare, invece, il nuovo centro industriale della città». Non è impazzito Leoncini perché l’industria di cui parla è piuttosto sui generis: «Parlo dell’industria culturale e del turismo, l’industria che non porta tumori ma che non promuoviamo neanche come cittadini. Questo non vuol dire che il centro storico deve trasformarsi in una vetrina: deve essere vissuto, anche con un po’ di casino (il giusto, oggi ce n’è troppo) ma deve diventare una priorità dello sviluppo della città, un mantra come per anni lo è stato, e lo è ancora, quello dello sviluppo delle infrastrutture».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

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  • Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Don GalloEra l’8 dicembre 1970 quando don Federico Rebora accoglieva nella canonica di San Benedetto al Porto don Andrea Gallo, allontanato da pochi mesi dalla “sua” parrocchia del Carmine. La storia della Comunità iniziava così, 44 anni fa, con una Messa: è una storia fatta di accoglienze, di vita al fianco degli ultimi, di giorni vissuti nel territorio. Un territorio che si è allargato a macchia d’olio in città, nel basso Piemonte e persino nella Repubblica Dominicana.
    Parlare e soprattutto scrivere della Comunità di San Benedetto qui, a Genova, non è mai facile. Il rischio di cadere nella solita retorica o nel ricordo di un passato che – ahinoi – non c’è più, è sempre dietro l’angolo. Ma se la Comunità, anche con qualche inevitabile zoppicatura, è riuscita a sopravvivere oltre un anno e mezzo senza il suo punto di riferimento, significa che i tanti semi lanciati lungo il cammino da don Andrea Gallo hanno trovato terreno fertile.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Nata dall’esigenza di accogliere i più reietti degli emarginati, ovvero i tossicodipendenti abbandonati nella strada da quella che allora era la nuova piaga dell’eroina, la Comunità apre ben presto le porte a chiunque bussasse in cerca di accoglienza. Quella che era una canonica diventa presto una casa. Il filo rosso era rappresentato dal lavoro: lavoro che operatori e accolti svolgevano fianco a fianco, nel tentativo di ridare dignità a chi l’aveva persa e, naturalmente, di autosostenersi dal punto di vista economico.
    Anche don Gallo nei primi anni lavorava come fattorino. A metà degli anni ’90 arrivano i fondi pubblici e la collaborazione con Asl e Sert: la Comunità può così ampliare i propri orizzonti, le proprie strutture, dal ristorante alle cascine, dalla libreria al centro di recupero di scarti alimentari fino a diventare una fucina di progettualità.

    [quote]Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse.[/quote]

    Come se la passa oggi la Comunità di San Benedetto al Porto? Ne abbiamo parlato con Domenico Chionetti, noto a tutti come “Megu”,  storico portavoce. «La Comunità è un luogo dove ci sono legami naturali, paritari, tra persone profondamente diverse tra loro: d’altronde questo è lo scopo dell’accoglienza. Al nostro interno non ci sono zizzanie, solo i normali problemi che possono derivare dall’autogestione. Ma questo esisteva anche quando c’era il Gallo, soprattutto negli ultimi anni: fino alla fine degli anni ’90 girava per tutte le strutture ed era presente a tutte le riunioni ma col passare del tempo, anche un po’ per la grande esplosione pubblica e mediatica che ha avuto, ha iniziato a smuovere le coscienze in giro per l’Italia. Ma le cose qui non potevano certo stare ferme: per questo il metodo è sempre stato quello dell’autogestione. Andrea non dava ordini: era un riferimento che noi cercavamo. Lui non dava direttive, non era un impositivo».
    L’autogestione, dunque, sembra essere lo strumento principale che ha aiutato la Comunità a sopravvivere al suo fondatore, unica via per dimostrare che don Gallo forse non aveva proprio tutti i torti nel portare avanti il suo messaggio. Quindi sono false quelle vocine che mettono un po’ in dubbio l’armonia all’interno della Comunità e la funzionalità della Comunità stessa dopo la scompare di don Gallo? «La cosa più complessa per noi, e forse quella che rischia di dare addito alle malelingue, è l’impossibilità di essere così inclusivi come lo eravamo quando c’era Andrea. La sola presenza del “Gallo” – se lo vedevi, lo ascoltavi, gli parlavi, lo toccavi – ti bastava per essere corrisposto e quasi incluso nella Comunità di San Benedetto. La sua figura garantiva molta più relazione con il territorio: la vera sfida per noi è mantenere l’eredità sconfinata delle sue relazioni e questo vale più di qualsiasi struttura, qualsiasi progetto. Ed è molto difficile farlo con l’umanità che ogni giorno è sempre più sofferente e sempre più incazzata».

    Ma non vi stanca il continuo paragone tra presente e passato, tra quello che era la Comunità con don Gallo e quello che è San Benedetto oggi? «Non è tanto questo che mi stanca quanto soprattutto il peso di non riuscire ad avere quella presa di voce che prima si aveva su tantissimi temi, dalla politica alla cristianità. Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Violenza sulle donne, Genova prova a fare rete e si prepara alla firma del patto di sussidiarietà

    Violenza sulle donne, Genova prova a fare rete e si prepara alla firma del patto di sussidiarietà

    violenza sulle donneSarà regolato da un patto di sussidiarietà il nuovo modo di rispondere alle esigenze delle donne che hanno subito violenza e dei minori che le accompagnano. Un percorso mai sperimentato prima che prevede la co-progettazione e la co-realizzazione di iniziative a sostegno della lotta alla violenza di genere. Ne abbiamo parlato con le associazioni coinvolte e con il Comune di Genova.

    Dove eravamo rimasti? Su Era Superba avevamo raccontato la distribuzione dei finanziamenti 2013 e le azioni future che si erano prospettate, partendo dal presupposto che sul territorio genovese gli enti che si occupano di lotta alla violenza di genere sono più di uno e che il sistema di assegnazione di risorse (tramite bando pubblico) ad un solo ente non fosse più funzionale. Da questo punto, e dalle indicazioni che ha dato la Regione nel Testo Unico delle norme del Terzo Settore (LR 6 dicembre 2012 N 42), ripartiamo; la soluzione individuata è quella dei patti di sussidiarietà come formula per la gestione dei servizi alla persona.

    Violenza sulle donne a Genova, verso il patto di sussidiarietà

    Dopo la Commissione pubblica, in cui si sono incontrate associazioni e Comune, è stato emesso un avviso pubblico per l’attuazione del patto, sono stati individuati gli enti che avrebbero potuto partecipare alla co-progettazione e co-realizzazione del progetto per le azioni contro la violenza di genere (un sistema di interventi di prevenzione, informazione, consulenza e sostegno) e si è costituita una ATS (Associazione Temporanea di Scopo) fra le diverse onlus che hanno, poi, presentato un progetto alla Conferenza dei sindaci di Asl3 (che  riunisce i sindaci o i loro rappresentanti dei 40 Comuni, compreso quello di Genova, che fanno parte del territorio dell’Asl3 genovese). In questo momento si sta attendendo che la Conferenza emetta un atto ufficiale, si sta preparando la delibera e, a quanto ci dicono dalla Direzione Politiche Sociali di Tursi, si sta definendo l’accordo che dovrà essere sottoscritto dal Comune stesso (come capofila della Conferenza dei sindaci di Asl3) e dal capofila dell’ATS. Questo sancirà in modo formale un patto che, tuttavia, è già sancito in maniera non formale. Il documento prevede come anticipato la progettazione congiunta di servizi a sostegno della donna maltrattata e la co-realizzazione  degli stessi attraverso l’impiego congiunto di risorse umane e finanziarie da parte di pubblico e privato. Al momento non ci sono ancora i numeri ufficiali per quanto riguarda l’ammontare del finanziamento pubblico che tuttavia dovrebbe aggirarsi intorno ai 70.000 euro complessivi (quel che è certo è che il contributo non potrà superare il 70% del costo totale del progetto che arriva sino a settembre 2015). Se questa anticipazione dovesse trovare conferma, i fondi riservati al patto  sarebbero inferiori rispetto a quelli che fino al 2013 venivano affidati ad una sola struttura. Ma sulle risorse a disposizione non si sbilancia Barbara Carpanini dalla Direzione Politiche Sociali del Comune di Genova «in corso d’opera si capirà meglio quali risorse economiche serviranno. Non bisogna dimenticare che in questo patto la pubblica amministrazione non mette a disposizione solo risorse economiche, ma anche alcuni locali, oltre al centro già esistente di via Mascherona (dove si trova attualmente il centro antiviolenza gestito dall’associazione il Cerchio delle Relazioni, ndr) anche alcuni spazi sul territorio comunale  laddove sono stati avviati sportelli».

    Le associazioni coinvolte, sono quelle che vi abbiamo già raccontato a cui si aggiungo altre due realtà. Dell’ATS, costituita ufficialmente il 29 luglio 2014, fanno parte Mignanego Società Cooperativa Sociale Onlus, Il Cerchio delle Relazioni, il Centro per non subire violenza onlus da UDI, Associazione U.D.I. Genova, l’Aurora società cooperativa sociale onlus e C.I.R.S. Genova. Aurora e CIRS avranno il compito di prendersi in carico le utenti con problemi psichiatrici. Il CIRS si occupa del reinserimento in particolare di giovani donne che si trovino in situazioni di disagio psico-sociale. La cooperativa Aurora raccoglie in sé l’esperienza di più di trent’anni di interventi sociali a favore di donne in gravi difficoltà, è nata dall’iniziativa di tre enti di volontariato tutti impegnati in questo campo (L’Ancora – il C.I.R.S. di GE.- La Tenda).

    Dunque l’ATS è costituita e il progetto presentato è in attesa di firma ufficiale.  Ora le associazioni che già operano tutti i giorni nella lotta alla violenza hanno un compito in più: quello di incontrarsi e cercare di trovare un modo per uniformare al meglio la raccolta dati, le pratiche, le modalità di rilevazione, le schede anagrafiche. «Si vuole cercare una metodologia comune di lavoro, una sinergia fra i diversi soggetti», racconta Paola Campi del Centro Pandora seguita a ruota da Olmi del Centro per non subire violenza «definire tutti gli aspetti “tecnici” per avere una metodologia comune fermo restando la specificita’ di ogni centro. In questo modo si eviteranno sempre più sprechi di risorse sia umane che economiche». Oltre al  lavoro sui centri ricordiamo che dell’ATS fanno parte CIRS e L’Aurora che nel progetto (che speriamo presto di leggere per esteso) si occuperanno di sostegno psichiatrico, ma non solo. È stata infatti ipotizzata la creazione di un punto di ascolto per il maltrattante in modo da agire anche in questo senso per contrastare la violenza di genere. Il progetto prevede per il 2014 la formazione di personale per l’attuazione. C’è poi l’UDI (che quest’anno festeggia i 70 anni di attività) che si occuperà di una serie di iniziative di tipo culturale e informativo soprattutto con incontri nelle scuole.  

    Insomma da quello che ci è sembrato di capire  le risorse umane ed economiche disponibili per questo primo patto permettono per il momento di concentrarsi principalmente su due aspetti: una fase di raccolta dello status quo insieme all’uniformazione dei dati e la formazione di due nuove risorse per il maltrattante. «Stiamo già lavorando e raccogliendo spunti, emergono spontaneamente altre attività e servizi che avranno bisogno di una futura programmazione per un nuovo patto», chiosa Carpanini.  

    È ancora presto per dare giudizi su questo ambizioso progetto, lo affermano anche associazioni e Comune. La strada sembra quella giusta, l’importanza di fare rete e sistema e di dare nuova linfa e organizzazione alla lotta alla violenza di genere è fuori discussione. Il percorso intrapreso tuttavia è in salita, le risorse finanziarie restano le medesime degli anni passati (o addirittura si riducono) mentre le realtà coinvolte aumentano, basta questa affermazione per capire che qualche cosa non torna. Il sospetto è che il contributo del 30% chiesto alle associazioni potrebbe rivelarsi troppo oneroso in risorse umane ed economiche. Staremo a vedere.

    Claudia Dani

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  • Genova ospita il X Congresso Mondiale di Mediazione. E’ la prima assoluta a livello europeo

    Genova ospita il X Congresso Mondiale di Mediazione. E’ la prima assoluta a livello europeo

    Palazzo Ducale entrataCome avevamo anticipato a dicembre 2013, il X Congresso Mondiale di Mediazione si svolgerà a Genova a Palazzo Ducale dal 22 al 27 settembre, un convegno internazionale che si è riusciti a portare in Europa per la prima volta. Danilo De Luisa dell’Associazione San Marcellino ci racconta come ciò sia stato possibile, inoltre, abbiamo parlato con Lorena Capilleri dell’Associazione Dimmi di te  che ha visto riconosciuto il valore scientifico di un suo progetto di mediazione penitenziaria proprio dal Congresso.

    Il titolo della manifestazione non è di immediata comprensione, se non per gli addetti ai lavori. Il tema della mediazione non è certamente uno di quelli di cui si parla tutti i giorni.  Per questo ci siamo fatti aiutare dalla dottoressa Capilleri «per mediazione si intende una tecnica che in presenza di un terzo neutrale facilita la comunicazione fra due parti in conflitto». Poi vi sono ovviamente i vari ambiti di azione (scolastica, familiare, penale, culturale) che richiedono che il mediatore professionista sia specializzato in determinata materia.

    Ora che il tema dovrebbe essere più chiaro, vediamo perché per ospitare la decima edizione del congresso mondiale è stata scelta la città di Genova. Danilo De Luise dell’associazione San Marcellino, insieme a Fondazione per la cultura Palazzo Ducale e ad altri sponsor, ha portato il X Congresso in Liguria.
    Il suo è stato un percorso lungo iniziato con gli studi, le sperimentazioni, la ricerca, la formazione sulla mediazione dei conflitti che è iniziato fra gli anni 90 e 2000.  Poi l’edizione del 2005 del Congresso ha selezionato e presentato un lavoro fra quelli realizzati insieme da Associazione e Dipartimento di lingue e culture moderne dell’università di Genova. «È da quiel momento che il lavoro del Congresso è giunto alla nostra conoscenza e ha stimolato la volontà di cercare di portare queste voci in Italia. Negli anni sono partiti progetti di formazione direttamente sul territorio e mano a mano siamo diventati sempre più operativi e si è anche consolidata la collaborazione con gli esperti del Congresso».

    L’idea di provare a portare il Congresso a Genova è nata insieme alla Fondazione Ducale, con la quale l’Associazione San Marcellino stava collaborando per una serie di progetti sul territorio. La proposta è stata fatta ad ottobre 2012 e la candidatura di Genova è stata subito accettata, anche in funzione della celebrazione dell’edizione numero 10 che sarebbe coincisa con il primo sbarco in Europa. Da quel momento con le risorse a disposizione si è iniziato a lavorare all’edizione europea del Congresso mondiale di Mediazione.

    «Il nostro intento è che sia una cosa di tutti – continua De Luise – anche se ovviamente non potevamo modificare un format ben consolidato da anni come quello del Congresso, abbiamo però chiesto di tenere bassi i prezzi delle iscrizioni e loro ci sono venuti incontro per poter allargare l’ingresso il più possibile. Sono consapevoli del fatto che siamo in Europa, come del fatto che è importante trattare l’argomento e far parlare di queste tematiche».
    In Europa, infatti, sul tema della mediazione comunitaria non c’è la stessa sensibilità che si trova in America. «Vuole essere un volano per diffondere il tema delle convivenze – aggiunge De Luise –  e che sia a disposizione di tutti, un luogo di confronto non una vetrina per mostrare cose».
    Un esempio chiaro di questa intenzione è la scelta di indire una call for paper e una per le buone pratiche, che sono state giudicate garantendo l’assenza di favoritismi grazie al meccanismo della presentazione in anonimato.

    L’evento è per la sua quasi totalità dedicato agli iscritti ma sono stati pensati dei momenti teatrali per la cittadinanza oltre ad altri incontri organizzati dai Municipi e Associazioni del  territorio.

    Il Congresso è strutturato in sessioni plenarie e workshop, uno dei temi ricorrenti è la mediazione penale. Ancora una volta ci facciamo aiutare dalla dottoressa Capilleri per la definire il tema «una tecnica che facilita la comunicazione e l’incontro fra vittima e reo che abbiano, prima, manifestato consensuale volontà all’incontro».

    Dal 2000 seguendo i dettami del diritto internazionale, l’Italia si sta adeguando all’applicazione delle pene alternative. Nell’ottica di questo percorso al X Congresso è dedicato uno spazio per individuare e analizzare i passi e i fattori che permettano di passare dai percorsi dalla giustizia retributiva, rieducativa, cioè quella che viene applicata attualmente nelle carceri,  ad una di tipo riparativo cioè tutte quelle forme di misure alternative come ad esempio l’affido a servizi, a comunità e non la detenzione. Di questi temi si occupa Capilleri, ed è proprio la mediazione penale il contenuto del workshop che  presenterà al Congresso.

    «Il problema fondamentale in Italia è che fino ad oggi si è fatto parecchio sui minori in stato di detenzione, l’adulto invece non è stato affrontato per una serie di problematicità e dato che io ho portato avanti un progetto nel 2006 proprio su questo tema, l’ho presentato al Congresso che lo ha validato dal punto di vista scientifico e mi ha dato uno spazio per presentarlo a questa edizione».

    Capilleri ha vissuto l’esperienza della detenzione in una comunità di recupero in Sardegna. Ha vissuto tre mesi da detenuta per comprendere come si passi dall’esperienza del carcere alla ripresa di una vita normale. Da questo lavoro è nato un testo che è in corso di pubblicazione da Feltrinelli: “Rientro in memoria – dalla dimensione del vuoto al riconoscimento”.

    Gli organizzatori si augurano che il Congresso genovese possa rivelarsi un buon punto di partenza perchè di mediazione si dibatta, più spesso, anche in Europa. Una bella responsabilità per questa vecchia Signora del Mare…

     

    Claudia Dani

  • Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    Down Town Plastic, la rinascita dei Giardini di Plastica grazie all’impegno dei cittadini

    arredi-urbani-giardini-plastica-2In molti forse ancora non sanno che da quasi quattro anni i Giardini Baltimora, meglio conosciuti come “Giardini di Plastica“, non sono più abbandonati al loro destino. Su Era Superba vi avevamo già presentato in più di un’occasione Down Town Plastic, il processo di riqualificazione del parco urbano nato in modo spontaneo nel 2010 per volontà di un gruppo di cittadini poi riunitosi nell’Associazione Giardini di Plastica. L’obiettivo dei volontari è stato sin dal primo momento quello di trasformare uno spazio semi abbandonato frutto di avventate politiche urbanistiche del passato (il centro direzionale e i giardini vennero costruiti dopo la demolizione dell’antico quartiere di via Madre di Dio),  in un luogo frequentato e vissuto dai cittadini, valorizzato per le sue caratteristiche e la sua posizione nel cuore di Genova a due passi dal centro e dalla Città Vecchia.

    arredi-urbani-giardini-plastica-3«Dal 2010 crediamo che sia stato fatto un passo fondamentale – raccontano i volontari  dell’Associazione Giardini di Plastica – i Giardini Baltimora sono usciti dall’ombra e si è deciso di investire su di loro e per loro. Soprattutto dall’estate 2013 il parco è diventato un luogo di musica e cultura, con la prima edizione di CRESTA e il nostro primo intervento più incisivo, la scritta bianca che sovrasta il pratone. Poi ci sono state due grandi azioni di pulizia promosse dall’Associazione che hanno migliorato notevolmente l’aspetto del parco: lo sfalcio dei rovi sulla collina sotto Via Del Colle e la rimozione delle siringhe, accumulate negli anni, nella scalinata (attualmente ancora chiusa all’accesso) che attraversa i giardini e collega la via con Piazza Faralli. Questa estate è stata ancora più ricca di eventi: grazie a CRESTA, alle nostre giornate di pulizia, Yoga e Contact e al progetto artistico Di Palo in Frasca che ha visto la decorazione di una parte del parco da parte dell’artista Gianluca Sturmann (autore, tra l’altro, di alcune copertine “storiche” di Era Superba, ndr)».

    Qualcosa è cambiato ai Giardini Baltimora anche per quanto riguarda l’attenzione delle istituzioni, stimolate dall’entusiasmo dell’Associazione. «Un nuovo interesse da parte del Comune è visibile anche nei lavori, alcuni conclusi altri da iniziare, per migliorare la viabilità e l’accesso ai disabili che hanno permesso di portare anche la corrente elettrica nel parco a servizio degli eventi. Il Municipio I Centro Est ha stipulato con noi una convenzione atipica, sperimentale rispetto a quella di affido del verde, che permette all’Associazione maggiori libertà di azione sull’area, come la possibilità di sperimentare arredi urbani temporanei, di proporre eventi ed azioni artistiche o di avere cura del verde. Ora chiediamo a chi amministra il territorio di creare un programma serio che unisca i diversi soggetti pubblici interessati (l’Assessorato all’ambiente, alla cultura, alle politiche giovanili, gestione del Patrimonio, legalità e diritti, il Municipio, la Soprintendenza…) che faciliti la progettazione e l’attuazione di azioni innovative e a lungo termine».

    E qui veniamo all’ultima tappa in ordine di tempo di questa avventura: DPT Lab Parco Fai da te, un laboratorio per ragazzi di analisi urbana e costruzione, realizzato grazie alla sovvenzione ricevuta nell’ambito del Programma europeo Gioventù in Azione.

    «Gli obiettivi del programma Gioventù in Azione coincidono largamente con quelli delle nostre associazioni, non è stato quindi difficile ideare a realizzare il progetto. Per la stesura non ci siamo affidati ad un europrogettista, abbiamo compilato il Formulario da soli. L‘Associazione il Ce.Sto in collaborazione con l’Associazione Giardini di Plastica e con il gruppo di progettazione SPLACE, ha creato un team di lavoro che accompagnasse i ragazzi in un laboratorio di analisi urbana e di costruzione, finalizzato alla progettazione e alla realizzazione di oggetti d’arredo urbano per i Giardini di Plastica, con un budget di 7000 euro».

    Così tra il 26 e il 30 agosto sono state costruite nove panche mobili e polifunzionali per il prato dei Giardini di Plastica, un processo che ha visto da aprile scorso otto ragazzi impegnati in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione. «Partendo dalla necessità di creare oggetti che rendessero più vivibile il parco, il valore aggiunto è che un gruppo di giovani (stranieri avviati in un percorso lavorativo e futuri architetti) abbiano imparato a conoscere meglio Genova e a concepire possibilità di modifica e intervento». Un’opportunità, insomma, per imparare tecniche di progettazione architettonica e costruzione, uno strumento per analizzare le problematiche dei giardini, un’occasione per contribuire alla restituzione del parco alla cittadinanza e un incentivo a incrementarne la fruizione. «Sfruttando una particolare occasione di lavoro condiviso si è cercato di rafforzare la coesione sociale e di rompere eventuali ghettizzazioni presenti sul territorio, di favorire la comprensione tra culture di Paesi diversi, di migliorare la qualità della proposta culturale. Essere cittadino significa anche sviluppare una sensibilità verso il mondo di altri coi quali si convive nei medesimi luoghi, significa incoraggiare il ritrovarsi e il riconoscersi nello spazio pubblico, significa riflettere sulla possibilità di rendere i luoghi di incontro il più inclusivi possibile».

    Il 5 settembre, inoltre, è arrivato un nuovo ospite ai Giardini Baltimora, un container issato con la gru da via D’Annunzio. «Il container è stato concesso in comodato d’uso al Municipio I Centro Est di Genova da parte del C.I.S.Co, “Council of Intermodal Shipping Consultants”, e posizionato come supporto, in primis, al progetto DPT Lab Parco fai da te e poi a tutte le future attività. Il container è il simbolo del processo in atto, del cantiere aperto, un presidio stabile e colorato che migliorerà ulteriormente le possibilità di intervento e l‘organizzazione logistica di ogni azione svolta nel parco. Fino ad oggi qualsiasi evento svolto ai giardini necessitava di trasporti continui o di guardiania, da oggi materiali e strumenti di lavoro potranno essere lasciati direttamente nel parco e ci sarà un luogo riparato per svolgere laboratori, incontri e riunioni. Il container per sua natura è un volume mobile e temporaneo, speriamo che nel processo in atto venga presto sostituito da qualcosa di più duraturo e che nel futuro non ce ne sia più neanche il bisogno».

    Un luogo in trasformazione, un’area degradata del centro cittadino che grazie alla fatica e alla costanza di cittadini volontari, in sinergia con le istituzioni, si sta trasformando in un luogo piacevole e vivibile, un nuovo punto di riferimento per la cultura e il divertimento. Domenica 14 il progetto DPT Lab verrà presentato alla cittadinanza con una festa, un picnik speciale aperto a tutti i genovesi. «Il programma delle attività ai Giardini è sempre piuttosto ricco e grazie alla collaborazione con tante associazioni, riusciamo a proporre almeno un evento al mese. Continueremo naturalmente a realizzare le attività ordinarie di pulizia e miglioramento del verde, cercando di coinvolgere sempre più volontari e cittadini. La prossima importante realizzazione curata dall’Associazione Giardini di Plastica e progettata da Splace prevede, all’interno del progetto di miglioramento degli accessi progettato dallo studio genovese Più Spazio, la costruzione, in autunno, di una grande rampa di accesso ai Giardini da Piazza Dante. La rampa eliminerà il muro e il salto di quota con Piazza Faralli, consentirà anche alle ambulanze di raggiungere i Giardini e costituirà un piccolo anfiteatro attorno all’area giochi».

    «Inoltre, ci stiamo ulteriormente impegnando nella ricerca di sponsor e finanziamenti per realizzare nuove attività e azioni di riqualificazione. Tra i prossimi obiettivi che ci poniamo c’è la creazione di un’area gioco per i cani in collaborazione con i tanti padroni che frequentano il parco, in modo che possano avere un’area libera e dedicata.
    Crediamo profondamente nelle potenzialità dei Giardini di Plastica e speriamo che sempre più persone abbiano voglia di dedicare un po’ di tempo a viverli e a migliorarli, siamo quindi aperti e disponibili a qualsiasi proposta da parte di tutti».

  • Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    street-art-writer-murales-CStreet art, graffiti, street action: ormai nel resto del mondo (Banksy docet) questo tipo di comunicazione artistica è stata sdoganata da qualsiasi pregiudizio ed è assurta a pieno titolo al rango di Cultura con la C maiuscola. La novità è che da qualche tempo questo approccio all’arte di strada sta diventando sempre più popolare anche nella refrattaria Italia, e nella ritrosa Genova. Lo dimostra la maggiore attenzione e sensibilità delle stesse amministrazioni locali, che iniziano (è il caso di Milano con Blu e altri) a ingaggiare writers famosi per decorare zone della città fatiscenti, organizzare esposizioni e supportare iniziative sul territorio.

    Festival Internazionale di Poesia di Strada: da Milano a Genova

    La street art tradizionale si evolve in forme di espressione più moderne e poliedriche, che declinano l’uso tradizionale della bomboletta in modi nuovi. È il caso dell’artista Pao e dei suoi panettoni-pinguino per le strade di Milano, o ancora dei geniali cartelli stradali di Clet Abrahams, in giro per tutta Italia (e non solo). Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, citiamo ancora, non a caso, Ivan Tresoldi (http://www.i-v-a-n.net). Ai più attenti alle novità della scena underground nostrana non sarà sfuggito questo  artista milanese, classe ’81, che da ormai oltre 10 anni con le sue “scaglie” si è imposto sulla scena artistica mondiale: chi frequenta Milano, dalla Darsena ai navigli, avrà notato le sue poesie, brevi frasi sparse in giro per la città, come piccole perle nascoste (“chi getta semi al vento farà fiorire il cielo” o “Il futuro non è più quello di una volta”). Con le sue scaglie Ivan ha il merito di aver aperto il fronte della Poesia di Strada e di aver riportato in auge la poesia, che oggi pare (il mercato editoriale parla chiaro) dimenticata, obsoleta, superata.

    Proprio da una sua idea, nel maggio 2013 si è svolto a Milano un primo sperimentale Festival Internazionale della Poesia di Strada. Una tre giorni di eventi, con decine di poeti di strada da tutta Italia, slam, performance e musica, all’interno del Cs Cantiere ma soprattutto fuori, per le strade della città. L’esperienza ha avuto successo e si è scelto di ripeterla anche nel 2014, questa volta a Genova: sabato 17 e domenica 18 maggio, il capoluogo ligure ha ospitato la seconda edizione del Festival, che ha preso per l’occasione il nome di PAGE – Public Art in Genoa.

    La street art a Genova, l’esperienza di PAGE

    Durante PAGE, sono stati scelti simbolicamente per essere invasi da poesia e colore i quartieri di Prè, Ghetto e Maddalena. Daniela Panariello, una delle organizzatrici di PAGE, ci spiegava qualche tempo fa: “L’idea di PAGE, come dice il nome, era quella di vedere la città come una pagina da ri-scrivere: non qualcosa di totalmente vuoto e da riempire, ma una uno spazio che ha già una propria storia e va ripensato”.

    PAGE ha travolto la città con performance di poeti urbani che hanno scelto le saracinesche del centro come spazio in cui trascrivere le loro emozioni. Hanno partecipato oltre 40 poeti da tutta Italia, ciascuno condividendo parole e colori per scrivere una nuova pagina di poesia collettiva (tra i vari, Fischidicarta, Francesca Pels, Ste-Marta, Mister Caos, lo stesso Ivan Tresoldi, Poesie Pop Corn). Si è trattato di un evento totalmente auto-prodotto: gli artisti si sono inoltrati nel cuore pulsante dei caruggi “zeneizi” e hanno colorato le saracinesche del centro, terminando il percorso nel Ghetto e anticipando l’inaugurazione di Piazza Don Gallo.

    Dopo PAGE, le iniziative per la rigenerazione dello spazio urbano

    L’iniziativa ha avuto un valore sociale di rigenerazione dello spazio urbano: lo scopo era quello che, dopo questi due primi progetti pilota, si potesse estendere questa formula ad altre città, rendendole più cosmopolite (sul modello di Berlino, con la East Side Gallery e la Tacheles, e di Parigi, con La Tour 13). E così è stato: dopo PAGE, ora Genova sta realizzando una mappatura della street art sul territorio cittadino per l’avvio di uno “street art tour”, che sarà inserito all’interno di una mappa internazionale online. La mappa sarà visibile sul blog aperto solo qualche giorno fa http://pagenova.wordpress.com. L’itinerario artistico, rivolto a un turismo giovane e dinamico, sarà reso possibile grazie al lavoro degli organizzatori di PAGE, in collaborazione con altre realtà locali e non, come i ragazzi di Trasherz Organisation di Sampierdarena. Per il momento la mappa comprenderà i lavori realizzati nel corso del festival PAGE di maggio, ma sarà costantemente arricchita, andando ad elencare nuovi progetti.

    «Gli street art tour ormai sono abbastanza comuni nelle capitali europee – racconta Daniela Panariellovogliamo iniziare a importali anche in Italia, per svecchiare il turismo nostrano e valorizzare non solo i reperti antichi ma anche le nuove espressioni, che sono opere d’arte a tutti gli effetti. Ci piaceva partire da Genova, la città più “vecchia” d’Italia in termini di età media, per attirare giovani visitatori in zone solitamente meno battute ma piene di valore sociale e culturale».

    Inoltre, prevista anche la proiezione di video sulla street art alla Maddalena, in collaborazione con il Teatro Altrove. Saranno presenti anche artisti, esperti, critici, per avviare un dibattito attorno all’argomento: il tutto, entro novembre.

     

    Elettra Antognetti

  • Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Piazza-lavagna-vicoli-centro-storico-D2Sempre di più nella società contemporanea avvertiamo problematiche e disagi a livello sociale, talvolta impensabili fino a qualche decennio fa: dal problema del diritto (spesso negato) alla casa, al diritto al lavoro, alla tutela dei consumatori. Si tratta di tematiche che siamo spesso impreparati ad affrontare, in una società che tende all’individualismo e all’esclusione, con un’amministrazione pubblica occupata a risolvere ben altri problemi. In questo contesto, forse molti di noi non si sono accorti che, per dare un risposta a questi bisogni, da tempo sono sorte associazioni locali no-profit e interessate al sociale, che lavorano in sordina e arrivano laddove chi ci amministra non riesce ad arrivare.

    Per rendere noto il lavoro di questi volontari, in autunno a Genova si svolgerà la prima edizione dell’evento nazionale “Biennale della Prossimità”. Si tratta di una manifestazione di 3 giorni, dal 10 al 12 ottobre, in cui per le vie del centro storico si altereranno incontri e convegni, e soprattutto tanti giochi, momenti ludici e di divertimento organizzati dalle oltre 70 associazioni partecipanti, provenienti da tutta Italia.

    L’iniziativa è stata promossa dalla Rete Nazionale per la Prossimità, un network di organizzazioni nato nel 2013 per la promozione della cittadinanza attiva, e di cui fanno parte il Consorzio Nazionale Idee In Rete, ISNet – Spesa Utile, Fondazione Ebbene, Social Club Torino, Social Club Genova, Consorzio Emmanuel – Emporio solidale Lecce.

    Ma cos’è nello specifico questo evento? E perché il nome “Biennale della Prossimità”? Ne parliamo con Sergio Revello, dell’associazione Co.Ser.Co. «Un appuntamento dedicato alle comunità locali, alle persone e alle loro esigenze, in ottica di “prossimità”. Durante la Biennale ci domanderemo come andare incontro ai bisogni sociali e proveremo a fare retePerché a mio avviso sulle tematiche del terzo settore non c’è la giusta attenzione da parte delle istituzioni. C’è stata prima una disaffezione culturale, poi una conseguente riduzione di fondi. Sono cambiate le priorità: non interessano i temi collettivi ma quelli privati».

    «Avremmo potuto chiamarla Biennale dell’impegno civile, della cittadinanza attiva o dell’auto-organizzazione, ma cercavamo qualcosa di più immediato anche per i non addetti ai lavori, qualcosa che non andasse spiegato: tutti sanno cosa significa “prossimità”. Il senso è di valorizzare la cooperazione volontaria e la mutualità, senza delegittimare le istituzioni, che devono svolgere il loro lavoro nel terzo settore senza trascurarlo come spesso fanno».

    L’idea è nata prendendo atto del fatto che «ci sono molte realtà del terzo settore che svolgono un ruolo di supplenza dello Stato, per quanto riguarda i diritti dei cittadini e i bisogni dei quartieri. Così abbiamo pensato di organizzare un momento di incontro tra soggetti come coop sociali, associazioni di volontariato e di promozione sociale. Oggi, infatti, queste realtà si accollano compiti più grandi delle loro reali possibilità: ci sono così poche iniziative nel terzo settore finanziate dalle amministrazioni locali che sono come una goccia nel mare. Il grosso del lavoro è fatto dalle associazioni, spesso senza finanziamenti e in autonomia totale. È anche difficile fare rete tra noi operatori perché siamo dislocati sul territorio e non disponiamo di grandi mezzi. Per questo, la Biennale dovrebbe servire ad avvicinarci e favorire lo scambio di idee, esperienze, progetti».

    I tre giorni saranno articolati in 4 aree tematiche. «La prima, dedicata al lavoro, alle innovazioni e alle nuove modalità di organizzazione, dal coworking alle altre forme di aggregazione. Si parlerà anche di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di tutto quello che ruota attorno a questo mondo. In secondo luogo, ci occuperemo di territorio: la visione urbana e il miglioramento della vivibilità dei quartieri. Contestualmente, si parlerà anche di diritto alla casa e risposta a bisogni concreti, con il coinvolgimento, tra le altre, delle associazioni genovesi legate alla situazione della ex Caserma Gavoglio e alla Val Bisagno».

    Terzo tema, i consumi sostenibili: «oggigiorno è difficile consumare prodotti di qualità perché in molti non se lo possono permettere. Per questo promuoviamo la conoscenza di gruppi d’acquisto e ambulatori sociali d’acquisto a prezzi calmierati, che garantiscono un buon rapporto qualità/prezzo». Da ultimo, la Biennale si occuperà di bisogni sociali, tossicodipendenze, disagio mentale e inclusione. «Si tratta di problematiche per cui c’era più attenzione in passato, a partire dagli anni ’70; ora, invece, sembra ci siano altre priorità e meno risorse, e per questo passano più inosservate».

    Dove si svolgerà la Biennale

    Piazza Banchi«Per ogni tematica, una location: Loggia dei Banchi sarà dedicata al tema del lavoro; alla Maddalena si parlerà di territorio; ai Giardini Luzzati di consumi; infine, alla Commenda di Pré, Santa Brigida e Via del Campo di inclusione. Abbiamo voluto privilegiare spazi aperti, invece dei soliti luoghi per convention e dibattiti, per aprirci alla cittadinanza e cercare un approccio diverso da quello tradizionale. Ci sarà un momento più convenzionale venerdì, il primo giorno, con discorso inaugurale e pres

    entazione delle associazioni; sabato e domenica, invece, ci saranno stand fieristici in giro per il centro. Daremo spazio a giochi, danze, performance in strada: ciascuno sarà libero di raccontare il proprio impegno sociale nel modo che gli è più congeniale, coinvolgendo i cittadini. Il nostro modello è quello del Festival della Scienza».

    Un evento ancora più importante perché di rilevanza nazionale… «Sì. Le 70 associazioni partecipanti provengono da 15 regioni d’Italia. Molte sono genovesi (come Yeast, Ama, CoSerCo, Il Laboratorio, Comunità di San Benedetto ecc., n.d.r.) o di aree limitrofe perché hanno budget ridotti e poca disponibilità di spostamento. Siamo contenti di poter ospitare un evento di questa portata».

    Come mai è stato scelto proprio il capoluogo ligure come sede? «Per due motivi: prima cosa, per la caratteristica urbanistica e sociale del centro storico, che tende a favorire l’inclusione identitaria, il recupero della dimensione comunitaria e nutrirsi della diversità, mantenendo caratteristiche non alienanti. Inoltre, c’è stata la richiesta di molti partner nazionali di ambientare l’evento a Genova perché è una realtà paradigmatica: a fianco di istituzioni autoreferenziali, trovano spazio tanto piccole iniziative volontarie, comitati di quartiere, associazioni no profit, ecc. Da Prà, al Lagaccio, a Molassana, passando per la Maddalena, non mancano iniziative spontanee e tentativi di fare rete per rispondere a bisogni contingenti. Genova in questo senso è molto più sviluppata di altre città italiane, in cui i bisogni sono gli stessi ma la capacità di aggregarsi è più arretrata. Ci sono qui realtà che si danno molto da fare: i Giardini Luzzati sono già consolidati, i Giardini di Plastica stanno emergendo, e ce ne sono moltissimi altri. Siamo una città effervescente e attiva».

    La Biennale sarà interamente auto-finanziata e non godrà di sostegno economico da parte degli enti pubblici. «Non percepiamo soldi pubblici, è un evento volontario e auto-finanziato dalle stesse associazioni, che per partecipare versano una quota di 100 euro a testa. Essendo 70 in totale, abbiamo un budget di 7 mila euro: lavoriamo a costo zero, visto che di norma per un evento del genere si dispone di cifre di 100 mila euro. Gli allestimenti saranno spartani, la comunicazione esterna nulla (ad esclusione dei social, Radio Gazzarra e altre due radio del sud che trasmetteranno la diretta degli eventi)».

     Il programma completo degli eventi è disponibile cliccando qui

    Elettra Antognetti

     

  • Villa Pallavicini, Pegli: cantieri bloccati, si attende decisione di Tursi sulla gestione della fondazione privata

    Villa Pallavicini, Pegli: cantieri bloccati, si attende decisione di Tursi sulla gestione della fondazione privata

    villa-pallavicini-pegli-d7Avevamo visitato Villa Pallavicini a Pegli qualche mese fa (qui l’approfondimento), quando la fine dei lavori sembrava prossima e ci si preoccupava di trovare un gestore solido e credibile, che instaurasse un dialogo con Tursi e diventasse operativo già nei mesi prima della riapertura, in modo da proporre strategie concrete di promozione ed entrare in sinergia con il quartiere e con i possibili visitatori. Nonostante le proroghe, i lavori inspiegabilmente non sono stati ultimati e per quanto riguarda la gestione è tutto ancora aperto: la nascente Fondazione – iniziativa dell’associazione Amici di Villa Pallavicini – ha presentato 10 mesi fa una proposta al Sindaco, ad oggi nessun segnale.

    Villa Pallavicini, i lavori

    lavori-villa-pallavicini-3I lavori, iniziati nel 2011 e finanziati con 3,6 milioni di euro di fondi residui delle Colombiane del 1992 (ad hoc per il recupero dei parchi storici) sarebbero dovuti finire entro il 2014. Il progetto iniziale prevedeva interventi nei tre lotti principali del parco (in tutto circa 8 ettari).

    Quando avevamo visitato il parco lo scorso febbraio, avevamo constato che – mentre il primo lotto era stato ultimato – nel secondo e nel terzo si parlava rispettivamente di una proroga a marzo 2014 e maggio-giugno, per la piantumazione di nuovi alberi.

    A che punto siamo oggi? Nulla è cambiato, ci conferma l’architetto che sta seguendo i lavori, Silvana Ghigino, rispetto a mesi fa: «Non ci sono novità da quando ci siamo incontrati l’ultima volta. I lavori si dovevano concludere prima, ma sono ancora bloccati. Ad oggi non sappiamo niente: speriamo a settembre di avere qualche novità in più».

    La gestione e la nascita della fondazione privata

    Anche su questo versante, tutto tace. “Abbiamo ripresentato il nostro progetto al Sindaco (ottobre 2013), dove il sottoscritto ed altri metteranno il capitale necessario alla costituzione (almeno € 60.000,00). Abbiamo elaborato un Piano Gestionale con i relativi conti economici che confermano la necessità di un fabbisogno di 700 mila euro l’anno, da reperire mediante ingressi e servizi turistici. Abbiamo chiesto al Comune di contribuire al 50%, ma non si sa se accetteranno. Abbiamo costituito l’Associazione Amici di Villa Durazzo Pallavicini: da settembre 2013, attraverso una convenzione con il Comune di Genova, nei fine settimana organizza visite guidate ai cantieri del parco chiuso al pubblico per mantenere viva la promozione turistica e non danneggiare il futuro gestore”.  Questo è quanto scrive Fabio Calvi, socio dell’associazione, in un comunicato.

    Dopo aver presentato il progetto a fine 2013,  nel maggio scorso sono state raccolte oltre 400 firme, consegnate al Sindaco.

     «Al momento ci stiamo confrontando con il Comune per ragionare sulla situazione – racconta Ghigino  – siamo costituiti in fondazione privata e speriamo di poter interagire con Tursi un domani, venendo riconosciuti come soggetto idoneo per la futura gestione». I membri avevano presentato a ottobre 2013 un progetto completo con valutazioni economiche per dare vita a una fondazione in grado di inserirsi nella gestione e atutofinanziarsi. I costi stimati annualmente per la manutenzione e la promozione (a fronte degli attuali costi del Comune, pari a 640 mila euro per il verde, 250 mila di manutenzione e 80 mila per la biglietteria) si aggirerebbero attorno ai 700 mila euro e la strategia della fondazione, così come nella proposta presentata al Comune, era quella di contribuire per la metà attraverso fondi raccolti con bigliettazione e iniziative culturali. Per l’altra metà, invece, si chiedeva l’intervento del Comune.

    villa-pallavicini-pegli-d5

    L’idea di dar vita alla fondazione non nasce, naturalmente, dal nulla. «Ci occupiamo dal 1983 delle sorti di Villa Pallavicini: prima come tesi di laurea, poi con pubblicazioni ed infine come progettisti dei diversi progetti di restauro del parco, a partire dal 1991 sino a quelli attuali. Dal 1992 siamo presenti a Villa Serra a Còmago (Sant’Olcese) come direttore del parco e abbiamo pertanto maturato in tutti questi anni una certa esperienza di gestione e di conoscenza della macchina comunale dall’interno. Siamo critichi verso la gestione pubblica, che ha subito negli ultimi anni pesanti tagli e non è in grado di rispondere ai bisogni del territorio: nel 2001, momento dello scioglimento del Servizio Giardini del Comune e del suo passaggio in ASTER, vi erano in servizio 300 giardinieri; oggi ASTER ne ha 60 per tutta la città. In Villa Pallavicini 5 anni fa vi erano 8 giardinieri, oggi solo 3, di cui due disabili. Inoltre, ASTER riceve dal Comune per la manutenzione straordinaria (potature ed abbattimenti) una cifra che nel 2011 era di € 120 mila euro e che nel 2013 era di circa € 100 mila, in costante diminuzione».

    Viste le difficoltà evidenti dell’amministrazione, in questi anni il gruppo di volontari prima riuniti nell’associazione Amici di Villa Pallavicini matura l’idea di costituirsi in fondazione per proporsi, prima del termine dei lavori, come gestore del complesso: «Lo statuto del 2010 nasceva dal contributo di 4 associazioni pegliesi (riunite in un Comitato promotore della Fondazione), con il contributo esterno del FAI e l’assistenza tecnica del nostro studio, di avvocati e commercialisti. La necessità di definire una modalità gestionale diversa da quella comunale è iniziata nel momento stesso in cui sono partiti i progetti (inizio 2009) ed era una scelta ampiamente condivisa dal territorio, già bruciato dai restauri del 1992 dove, dopo aver speso 8 miliardi di lire, il parco era caduto nell’abbandono».

    Una strategia inevitabile per arginare il progressivo declino. Come già scrivevamo mesi fa, si è passati da 25 mila visitatori del 1995 ai 5 mila del 2012: un quinto in 17 anni. I visitatori (soprattutto gli stranieri, che costituivano la metà degli ingressi paganti) erano scoraggiati dallo stato di abbandono del parco.

    Stando a quanto sostengono i membri di APS – Amici di Villa Durazzo Pallavicini: «Qui a ponente è condivisa da tutti la necessità di risolvere il problema con una gestione esterna al Comune. Abbiamo lavorato a lungo per individuare la figura giuridica no-profit più adatta. All’inizio si pensava ad una “Associazione di Associazioni”, poi ad una fondazione composta da Associazioni e Comune, poi solo da Associazioni ma con il contributo economico del Comune (e la possibilità di reinvestire nel parco gli utili della bigliettazione, che oggi finisco nel bilancio comunale). Ma il Comune ha detto no a questa prima proposta, motivando la scelta con l’impossibilità di trovare fondi per contribuire economicamente e costringendo le associazioni a ritirarsi. Così alla fine siamo approdati alla soluzione della fondazione privata, coinvolgendo anche i cittadini pegliesi a cui sta a cuore il patrimonio cittadino».

     

    Elettra Antognetti

  • Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Superelevata, una grande performance sul tema del riciclo degli spazi urbani aperta a tutti i cittadini

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoIl 21 settembre, in occasione dell’edizione 2014 della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, l’area portuale compresa fra via dei Pescatori e il Mercato del Pesce di Piazza Cavour, ai piedi della sopraelevata, diventerà un laboratorio di idee, uno spazio di incontro e confronto aperto a tutta la città.
    Superelevata [FOOT]PRINT è un’iniziativa del gruppo di ricerca universitaria Recycle Italy Genoa Lab (una decina tra professori, ricercatori, dottorandi e studenti del Dipartimento di Scienze dell’Architettura e delle Università di Genova e di Milano) in collaborazione con il Comune di Genova, l’Associazione Amici della Sopraelevata e l’Ordine degli Architetti di Genova e coinvolge cittadini, associazioni, creativi, progettisti per dare vita ad una grande performance urbana. Le installazioni realizzate dai partecipanti saranno teatro di laboratori, workshop, performance e attività basate sulle tematiche del riciclo di spazi urbani e della mobilità sostenibile.

    Al centro di Superelevata [FOOT]PRINT, ovviamente, la sopraelevata di Genova, l’amata-odiata arteria cittadina, messa in discussione anche dall’attuale Amministrazione che ha riportato agli onori della cronaca il progetto del tunnel sub-portualeÈ possibile immaginare un futuro diverso per il “gigante” del waterfront cittadino?

    «L’evento è stato definito in questi giorni e grazie all’attivo coinvolgimento dell’Amministrazione, che si è prodigata in diversi modi per rendere possibile l’iniziativa, si è arrivati a definire come location un’area importantissima per la città», racconta Marco Fonti uno degli organizzatori. Inizialmente l’idea era quella di chiudere al traffico per un giorno la sopraelevata per aprirla alla città e ospitare le installazioni. Poi la decisione di virare verso la zona di Via dei Pescatori. «La possibilità di lavorare al piede della sopraelevata ci permette di dare maggior risalto al progetto culturale della ricerca Recycle Italy senza andare a chiamare in causa il problema più ampio della riconversione dell’infrastruttura e del tunnel sub-portuale. La finalità era quella di far partecipare i cittadini nella possibilità di immaginare anche solo per un giorno un nuovo spazio e un nuovo possibile modo per viverlo, riavvicinando città e cittadini attraverso la valorizzazione e il riutilizzo degli spazi urbani.  Inoltre, la modifica della location, rende l’evento più fruibile e accessibile, senza problemi di sicurezza pubblica».

    Il progetto si colloca nel più ampio contesto della ricerca nazionale Recycle Italy che ha l’obiettivo di esplorare le ricadute operative del processo di riciclaggio sul sistema urbano, sostenendo la possibilità e l’utilità di progetti, politiche e pratiche capaci di attivare nuovi cicli di vita delle aree urbane dismesse e in stato di abbandono. «Se da un lato trasformare per un giorno la sopraelevata in un palcoscenico, una passeggiata e un’esposizione, rappresentava un’idea di grande spettacolarizzazione in grado di arrivare ai più – spiega Marco – dall’altro oggi si ha la possibilità di operare realmente in un’area portuale in cui i cittadini non possono accedere liberamente e che rappresenterà una grande risorsa per la città. Un’operazione pari all’apertura dei cancelli del Porto Antico negli anni ’90, che permette al progetto Superelevata [FOOT]PRINT di essere stato presente nella città per innescare un processo reale di cambiamento, usando la ricerca come dispositivo per “fare”».

    Il bando è scaduto da qualche giorno e ha avuto un buon riscontro. «Ci hanno contattato associazioni cittadine, studenti e progettisti interessati al tema del riciclo dello spazio pubblico. Le idee presentate sono di grande qualità e spaziano dalle installazioni di micropaesaggi per la Sopraelevata, ai temi più generali del riciclo, per arrivare a perfomance che coinvolgeranno i cittadini che vorranno partecipare alla giornata del 21 settembre. Abbiamo rilevato che per incrementare la partecipazione di associazioni sarà necessario offrire loro aiuto attraverso una collaborazione con gruppi di progetto dell’Università, per permettere una loro piena adesione al progetto anche laddove le risorse materiali sono limitate».

    I progetti selezionati verranno pubblicati online sul sito di riferimento a partire dalla settimana prossima. E se qualche genovese scoprisse solo ora dell’opportunità e volesse farsi avanti? «Il lavoro che sarà svolto nei prossimi mesi sarà quello di ausilio a chi ha già fatto manifestazione di interesse alla partecipazione e in tal senso le associazioni cittadine che non hanno partecipato alla prima fase ma volessero parteciparvi dovranno contattare singolarmente il gruppo di ricerca». L’indirizzo mail cui fare riferimento è  superelevata@gmail.com, per maggiori informazioni il sito web e la pagina facebook.

    In vista dell’evento è in programma anche un workshop internazionale organizzato nell’ambito del progetto  Recycle e che coinvolgerà 250 studenti, tutor e docenti delle Università italiane e internazionali che hanno aderito all’iniziativa. «Anche dal workshop scaturiranno nuove idee sul coinvolgimento della città nell’iniziativa», conclude Marco.