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  • Bikerevolution alla Maddalena, al via il progetto di AMa a favore della mobilità sostenibile

    Bikerevolution alla Maddalena, al via il progetto di AMa a favore della mobilità sostenibile

    Biciletta a GenovaChi segue quotidianamente Era Superba lo ricorderà: qualche mese fa vi abbiamo parlato di Bikerevolution, un progetto a favore della mobilità sostenibile nel quartiere della Maddalena, sostenuto dall’associazione AMa, da Yeast e dal CIV di zona. Vi avevamo parlato della prima fase del progetto, che consisteva nel compilare un questionario per individuare da un lato persone che normalmente si spostano in bicicletta nel quartiere, e dall’altro proprietari di bassi disposti ad affittare. Eccoci finalmente giunti alla fase finale, quella che porta direttamente all’avvio di un progetto importante per la comunità: Bikerevolution ha finalmente un locale per il suo bici box in Vico delle Fasciuole, traversa di Via della Maddalena direzione Via San Luca.

    Ci racconta Stefania Marongiu, ideatrice del progetto nonché membro di AMa e socia fondatrice di Yeast: «Abbiamo preso in affitto il locale grazie all’aiuto della cooperativa Il Laboratorio che ci fa da garante con il proprietario, un privato. Abbiamo riscontrato la solita difficoltà a trovare un posto a prezzi ragionevoli. Spesso chi ha proprietà, ad esclusione del privato che ha acconsentito a trattare con noi, preferisce lasciarle vuote piuttosto che affittarle a persone “solide e credibili” a un prezzo ragionevole. Il CIV ha sempre chiesto alle istituzioni di incentivare in qualche maniera prezzi più sensati. Ma insomma, nonostante tutto, dopo mesi di ricerche ce l’abbiamo fatta. Diciamo che il nostro bici box mostra positivamente sia ai cittadini che alle istituzioni che insieme si può fare molto, che basta poco per introdurre un nuovo modello di mobilità e soprattutto rivitalizzare zone con “criticità”».

    Una volta trovato il locale al piano terra, dunque, il progetto prenderà definitivamente il via e i biker del centro storico e della Maddalena potranno utilizzare lo spazio come deposito per le loro bici, dal momento che la conformazione del quartiere spesso sembra boicottare le buone intenzioni dei ciclisti: molti palazzi sono senza ascensore e hanno rampe di scale strette e impervie, le strade sono prive di rastrelliere e c’è rischio di furti o vandalismi.

    Come funziona il bici box?

    Può ospitare fino a 30 biciclette, tra appese e a terra. Finora sono già state individuate le prime 22 bici per adulti e 4 per bambini. Le successive saranno introdotte dopo l’avvio. Chi vorrà lasciare la bici nel box dovrà iscriversi ad AMa (per legge e per avere copertura assicurativa dell’associazione di promozione sociale), firmare un regolamento interno per servizi erogati a soci e pagare anticipatamente i mesi di deposito. Il prezzo si aggirerà attorno ai 12 euro al mese (si attende ancora il preventivo per la polizza furto e incendio, dopo si potrà fare una stima precisa dei costi a carico dei partecipanti). «Abbiamo deciso alcuni aspetti tecnici con il Cicloriparo Genova -racconta Stefania- e proseguiamo con loro la nostra collaborazione nata a Mobilitiamaciv. La rete è forte!».

    La risposta degli abitanti della Maddalena

    La rete è forte eccome: nel frattempo, tutto il quartiere della Maddalena, noto per lo spirito di partecipazione di associazioni, abitanti e commercianti, si sta attrezzando per partecipare a Bikerevoltion. Il Manena Hostel metterà a disposizione due biciclette da affittare ai propri ospiti e disporrà di un angolo dedicato ai clienti dell’ostello che portano con sé la propria bici. Inoltre, una lotteria a premi (qui si può consultare il regolamento) creata da Stefania e dagli altri di AMa per finanziare sia il bici box che la futura sede del gruppo (vedi approfondimento di Era Superba sul bando per progetti del quartiere finanziato dal Comune, ndr), finora ospitata all’interno dei locali del Laboratorio Sociale di Vico Papa.

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    “Super Maddo”, il logo

    L’inaugurazione del bici box vera e propria avrà luogo nel corso delle celebrazioni del Maddacarnevale (il prossimo evento sociale del quartiere che vuole replicare il successo del Madd@natale del 21 dicembre scorso, attenuato solo dal maltempo). In questa occasione, troveranno spazio anche i commercianti “amici della bici”, ovvero esercenti del quartiere che fanno parte del CIV e che hanno deciso di aderire a Bikerevolution, rendendosi riconoscibili ai bikers mediante l’esposizione della relativa vetrofania. I commercianti metteranno a disposizione dei ciclisti brugole, pompetta e attrezzatura per piccole riparazioni, offriranno acqua e daranno indicazioni per orientarsi nei vicoli. Gli ideatori di Bikerevolution hanno pensato proprio a tutto: esiste già un logo “amici in bici” dove un personaggio stilizzato bianco, su sfondo blu, sfreccia sulla sua bici: l’omino si è già guadagnato l’epiteto di “Super Maddo” (ricalcando il nome del noto e amato Super Mario) e già si candida a diventare la mascotte di AMa e del CIV.

    Commenta ancora Stefania: «È  molto importante per AMa e per Yeast il rapporto con il CIV, composto da persone disponibili e “illuminate”, che si differenziano dallo stereotipo del tipico commerciante genovese stile “torta di riso finta”». Di certo anche grazie a loro, e grazie a tutti i volenterosi soggetti che orbitano attorno al magico mondo della Maddalena, tutto questo è stato reso possibile. Un’iniziativa partita dal basso, che ha trovato sostegno e spazio per essere realizzare: un po’ come un sogno che diventa realtà. Ci auguriamo che ce ne saranno molti altri.

     

    Elettra Antognetti

  • Valbisagno, cantiere e rischio idrogeologico: esposto alla Procura da parte dei cittadini

    Valbisagno, cantiere e rischio idrogeologico: esposto alla Procura da parte dei cittadini

    ponte carrega centro commerciale 2Continua la battaglia dei cittadini contro la cementificazione in Val Bisagno, anche alla luce degli ultimi episodi che hanno colpito la Liguria e Genova, riportando alla ribalta i temi del rischio idrogeologico e della fragilità del nostro territorio. L’associazione Amici di Ponte Carrega, da tempo impegnata in tal senso, proprio in questi giorni ha presentato un esposto alla procura della Repubblica, chiedendo ai magistrati di indagare per accertare eventuali responsabilità relative a quanto è avvenuto il 26 dicembre scorso nei pressi del cantiere in corso per l’avviata realizzazione del maxi edificio destinato ad ospitare la struttura di vendita “Bricoman” nell’area ex Italcementi.

    Bricoman, ex Italcementi: necessaria messa in sicurezza dei torrenti >> Leggi l’inchiesta

    Il 26 dicembre 2013, infatti, si erano verificati allagamenti, mentre masse di acqua e fango avevano lambito le case della zona – come documentato da fotografie e video pubblicati sulla pagina web degli Amici di Ponte Carrega – a seguito di una pioggia indubbiamente forte ma non eccezionale.
    «Cosa succederebbe, invece, in caso di precipitazioni simili a quella del 4 novembre 2011? – sottolinea Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione – Con la movimentazione delle terre e gli sbancamenti effettuati nel vicino cantiere, avvenuti dopo il 4 novembre 2011, come sono cambiati gli scenari di rischio? Sono state adottate tutte le misure di tutela e precauzione per evitare l’aggravio di danni in caso di alluvione?».

    Finora, aggiunge l’associazione «Nessuna autorità ha dato risposta formale alle nostre domande. Anzi, a dire il vero una risposta certa è arrivata dal Vicesindaco, Stefano Bernini, che ha ribadito l’intenzione di concedere una variante al progetto in corso d’opera che prevede, oltre a quanto già approvato, un nuovo parcheggio in struttura impalcata per circa 6000 mq, con un nuovo asse viario parallelo a Viale Gambaro di Montesignano intorno al nuovo edificio in costruzione».

    La variante urbanistica, però, deve essere ancora approvata dall’amministrazione comunale. Gli Amici di Ponte Carrega, allo scopo di scongiurarne l’approvazione, hanno inviato a tutti i gruppi consiliari del Comune la proposta di un’interrogazione in cui l’associazione illustra nel dettaglio la situazione della zona e gli effetti conseguenti alla costruzione di un’ulteriore superficie impermeabile, chiedendo di argomentare le ragioni di un’eventuale scelta favorevole.

     

    Matteo Quadrone

  • San Bernardo, l’esperienza QuiC: rete di volontari per il Centro Storico

    San Bernardo, l’esperienza QuiC: rete di volontari per il Centro Storico

    centro-storico-vicoli-chiesa-san-donato-d7Vi avevamo già parlato di QuiC – Quartiere in Cantiere, nato su iniziativa di cittadini, negozianti e associazioni attive in Via San Bernardo nel centro storico di Genova, allo scopo di migliorare il quartiere, spesso percepito come pericoloso, rumoroso e da un po’ di tempo anche in crisi, stando al numero degli esercizi che chiudono. Durante il sopralluogo di #EraOnTheRoad nella zona di San Bernardo, siamo andati a parlare con uno dei membri più attivi del QuiC, Domenico De Simone, anche segretario del Ce.Sto (associazione attiva da trent’anni per il miglioramento delle condizioni del centro storico). Domenico ci ha raccontato la storia del comitato: come è nato, cosa ha fatto in questi anni, cosa farà a breve per il quartiere. Questo è un momento di “remi in barca”, ma il QuiC si prepara a un ritorno…

     

    Quic San Bernardo: che cos’è e cosa fa

    Si tratta di un’esperienza nata più di due anni fa, nel settembre 2011. La sua genesi è legata alla nascita della casa di quartiere GhettUp, in molti si sono rivolti alla casa di quartiere del Ghetto chiedendo di trasportare questa esperienza di aggregazione anche in Via San Bernardo, dove c’erano problemi di convivenza legati soprattutto alle ore notturne, a cui faceva fronte, però, anche una scarsa attività diurna, con la sistematica chiusura degli esercizi commerciali. Per questo, un gruppo di volontari fra associazioni, residenti e negozianti hanno deciso di riunirsi e dare avvio al QuiC. A questa avventura hanno voluto partecipare anche altre realtà che già avevano aderito a GhettUp, come i volontari della Associazione San Marcellino, che hanno avviato un percorso di mediazione comunitaria (qui l’approfondimento di Era Superba), valido supporto teorico, intellettuale, culturale.

    Ma qual è stato il percorso di QuiC in questi primi anni di attività e quali risultati ha raggiunto? Domenico De Simone racconta: «Un percorso intenso, con tante iniziative: dall’inizio del 2012 abbiamo organizzato una giornata di baratto del “regalo inutile” di Natale; poi nel luglio è stata la volta dei commercianti: i cittadini sono stati chiamati a votare il loro esercente preferito della zona. Inoltre, abbiamo seguito le attività di San Marcellino nell’ambito della mediazione culturale in un progetto con i quartieri di Certosa, Sampierdarena, San Bernardo, Piazzale Adriatico (che ha coinvolto anche la Fondazione Cultura di Palazzo Ducale). Nel 2013, c’è stata la marcia assieme alla ex Latteria Occupata per i locali sfitti del centro storico. Inoltre, ci siamo dedicati a incontri e workshop con le altre associazioni di zona, e ora stiamo lavorando in questo senso».

     

    I progetti per il futuro: creare una rete con le associazioni di zona

    Chiesa S.DonatoOggi QuiC è ancora un’associazione nascente, che non ha formalizzato la sua esistenza e non è registrata ufficialmente. Raccontano i volontari: «Stiamo lavorando sia all’interno del gruppo che all’esterno, cercando di darci uno statuto e un organismo direttivo. Ora, la nostra presidente è Carola Giordano, attiva residente di Via San Bernardo. Siamo un gruppo variegato: con noi, anche la signora Laura, ultra-ottantenne che ama il suo quartiere e che ha molta voglia di fare». Inoltre, QuiC collabora, oltre che con Ce.Sto e San Marcellino, anche con il Gruppo Donne di Via San Bernardo, BalGaSar (l’unione dei genitori dei bambini delle scuole Baliano, Garaventa, Sarzano), CIV San Bernardo, Assest, commercianti e tutti i volenterosi amanti del quartiere che desiderano aderire. Adesso, a quanto dicono i membri stessi, il gruppo sta attraversando un periodo di stallo. Al calo dell’attività, fa fronte un ripensamento organizzativo: l’obiettivo è fare rete con tutte le altre realtà di zona, dalla ex Latteria Occupata, a Giardini Luzzati, Giardini di Plastica e Giardini Liberi di Babilonia. Come una “cellula dormiente”, ora QuiC segue le attività degli altri, partecipando e collaborando senza tirarsi indietro.

    «In tre parole, QuiC è “prendersi cura di”: vogliamo trovare un minimo comun denominatore tra tutti gli operatori sociali della zona e vorremmo essere accomunati dall’idea dell’”aver cura” di aspetti materiali, culturali, sociali, educativi in stato di abbandono, ciascuno secondo le proprie competenze. Abbiamo le stesse finalità, ma approcci diversi. Oggi la zona è animata da un lato da realtà che si battono per il bene del quartiere con atteggiamenti “rivoltosi”, dall’altro da gruppi “legalitari”. Noi vorremmo diventare cerniera tra questi due aspetti e farli dialogare: dobbiamo dare una risposta tutti insieme».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Torre Embriaci, riqualificazione al palo per una bega condominiale?

    Torre Embriaci, riqualificazione al palo per una bega condominiale?

    torre-embriaci-centro-storicoQuella di Torre Embriaci è una vicenda anomala e da segnalare, avevamo già trattato l’argomento, ma passano gli anni e le cose non cambiano. Si tratta di uno dei monumenti genovesi più belli, ricchi di storia e strategici al fine della promozione turistica (nei pressi della chiesa di Santa Maria di Castello che, senza alcuna promozione, conta ogni annodai 12 ai 15 mila visitatori, più di molti musei cittadini). Tuttavia, Torre Embriaci continua ad essere inutilizzata a fini turistici e lasciata in balia dell’inevitabile degrado, tra l’incredulità di cittadini e comitati, che vedono nella riqualificazione della torre un volano per l’economia e il prestigio di luoghi spesso considerati problematici. Inoltre, Torre Embriaci si erge a due passi dal complesso di Santa Maria in Passione che sta vivendo le stesse problematiche, denunciate dagli studenti della ex Facoltà di Architettura: anch’esso vittima di una mancata riqualificazione che si protrae da decenni.

     

    La proposta del FAI

    Nel corso degli ultimi anni, tuttavia, ci sono state alcune proposte interessanti per il recupero della torre e la sua riapertura al pubblico. Su tutte, la più concreta è stata quella del FAI – Fondo Ambiente Italiano, che si rendeva disponibile alla ristrutturazione e all’apertura della torre, per consentire ai turisti e agli stessi genovesi di ammirare la città dall’alto. Ma di fatto la proposta morì sul nascere a causa delle complesse vicende burocratiche: la torre fa parte del condominio Brignole Sale, situato in Piazza Embriaci. Suddiviso tra diversi proprietari, uno degli appartamenti è di proprietà del Comune. Tra i condomini e il Comune si doveva firmare all’unanimità un accordo per la donazione della torre, solo dopo il FAI avrebbe potuto riaprirla. Tra i soggetti, però, non si è mai arrivati a un accordo per la cessione, tanto che il FAI ha accantonato la proposta.

     

    Le associazioni di quartiere si battono per l’apertura della torre

    Nel corso di uno dei sopralluoghi di #EraOnTheRoad, siamo andati di persona a visitare la torre e abbiamo incontrato i rappresentanti dell’associazione di quartiere Assest. Da parte loro, il sostegno alla proposta del FAI è totale, espresso pubblicamente in occasione di un’assemblea presso il chiostro della chiesa di S. Maria di Castello il 14 dicembre 2011 e sostenuto poi nel corso degli anni. In linea con il FAI, Assest proponeva la costruzione di un ascensore interno al condominio adiacente alla torre, che arrivasse fino al tetto e con la possibilità di arrivare a piedi al ballatoio. Per la ristrutturazione della torre era stato stimato un costo di 700 mila euro: se il progetto del FAI fosse stato approvato, esso stesso si sarebbe fatto carico dei costi e i privilegi sarebbero stati tanti: l’apertura della torre e lo sgravio dai costi di manutenzione e gestione. Ma purtroppo il progetto, come abbiamo visto, non è stato avvallato.

    centro-storico-castello-vicoli-embriaciIl presidente di Assest Giancarlo Bertini ci illustra nel dettaglio la proposta del FAI e le problematiche emerse; lo fa mostrandoci una lettera inviata in data 7 marzo 2013 al Municipio I Centro Est: «Il FAI provvederebbe alla totalità dei lavori con fondi propri, senza chiedere nulla al Comune di Genova. Per poter dare il via al progetto, però, il FAI deve come prima cosa acquisire la torre in donazione, poiché non può acquistarla per statuto. Il condominio di cui fa parte la torre appartiene nella maggioranza a privati con una piccola parte di proprietà del Comune di Genova. Tutti i condomini si dichiarano favorevoli alla donazione, perché verrebbero liberati da costi di manutenzione e responsabilità, dato il cattivo stato della torre».

    «La cosa sembrerebbe semplice – continua Bertini – invece si complica perché bisogna che tutti i condomini (compreso il Comune) firmino un documento presso un notaio in cui attestano la loro volontà di donazione. Abbiamo fatto una visita al Matitone presso gli uffici comunali dove ci hanno spiegato di essere a conoscenza del progetto (dal 2008) e che il Comune avvierà l’iter di donazione della sua parte quando tutti gli altri condomini avranno firmato, iter che secondo l’ufficio dovrebbe essere senza ostacoli a parte i tempi burocratici necessari».

    «A noi risulta che l’amministratore del condominio abbia fatto alcune assemblee dove pare abbia raccolto i consensi di tutti i condomini escluso uno. Uno degli appartamenti avrebbe infatti una stanza situata all’interno della torre e il nuovo proprietario non vuole disfarsene». Stando alla ricostruzione di Bertini inviata per iscritto agli uffici municipali, la situazione sarebbe dunque ai limiti del paradossale: l’interesse di un singolo cittadino contro quello di un’intera città. Nella lettera in questione, tra l’altro, troviamo un ulteriore particolare: “[…]Sembra però che la stanza sia stata aggiunta abusivamente tempo fa: bisognerebbe controllare al catasto”. In attesa che vengano accertate presunte irregolarità – Era Superba non ha nessuna conferma a riguardo – l’iter è fermo, anzi, non è mai partito.

    «Il Comune aspetta la firma di tutti i condomini, l’amministratore non si preoccupa più di tanto (e non è peraltro compito suo), e il progetto langue e rischia di non essere mai realizzato: il FAI potrebbe destinare i fondi previsti ad altri progetti».

     

    Torre Embriaci: lo stato attuale

    In conclusione, quella di Torre Embriaci è si una situazione anaomala e da segnalare come detto in apertura, ma è soprattutto una situazione ingarbugliata, che sembrava semplice e che si è rivelata progressivamente più complessa, con interessi pubblici e privati che non riescono ad incontrarsi. Tuttavia il FAI sarebbe disponibile a riprendere in mano il progetto, ormai accantonato da tempo, anche se gli stanziamenti previsti ai tempi al momento non sarebbero più disponibili. Per questo, pur di riaprire la torre, si era pensato di coinvolgere sponsor privati e cittadini nell’erogazione di un finanziamento: eh si, perché di fronte ad uno “sblocco” della situazione da parte dell’Amministrazione, l’investimento di circa 700.000 euro potrebbe essere suddiviso fra pubblico e privato. Il problema principale è far interloquire tutti i soggetti, concludono da Assest, e confermano: «una mossa da parte di Tursi sarebbe a questo proposito decisiva».

     

    Elettra Antognetti

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  • Piazza dei Ragazzi, Indoratori: come gestire il giardino della Città Vecchia

    Piazza dei Ragazzi, Indoratori: come gestire il giardino della Città Vecchia

    piazza-ragazzi-indoratori (4)Vi è mai capitato di inoltrarvi nei caruggi genovesi, fino a Vico degli Indoratori? Un vicoletto sito nel cuore del centro storico, nascosto dietro alla Cattedrale di San Lorenzo. Ai fortunati che avranno avuto il piacere di trovarsi in questo vico, non sarà di certo sfuggito il bel giardino che si staglia nel mezzo della strada: Piazza dei Ragazzi.
    Tempo fa questa era una delle zone più vitali della città, centro pulsante del mercato e dell’economia genovese. Ma oggi qual è la situazione? Non più così rosea come un tempo: perlopiù serrande chiuse, sporcizia e degrado, se non fosse per la lungimiranza di alcuni ristoratori che hanno deciso anni fa di insediare proprio qui le loro attività commerciali. Sull’onda di queste prime iniziative, adesso ne stanno sorgendo di nuove: è il caso di Garage 1517, second hand shop e minimarket gestito da giovanissimi, cui si lega l’Associazione Culturale Less is More per l’organizzazione di eventi. Siamo andati a parlare con loro della ripresa del quartiere e del futuro del giardino: uno spazio pubblico oggi scarsamente utilizzato e a cui si pensa di ridare vita entro l’estate. Tuttavia, i soggetti coinvolti sono tanti, dal Municipio Centro Est al Comune di Genova ai privati, residenti e commercianti…

     

    Vico Indoratori e piazza dei Ragazzi, ristrutturazione del Comune e gestione dei commercianti

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    Per quanto riguarda Vico Indoratori, si tratta di uno dei più antichi di Genova, il cui nome rievoca un po’ della sua storia: come si può intuire, verso la fine del Cinquecento vi giunsero artigiani “indoratori” che vi stabilirono le proprie botteghe. Questa professione all’epoca era molto rinomata: elevata al rango di arte nel XIV secolo, era fonte sicura di arricchimento, esercitata da persone benestanti. In tempi più recenti, inoltre, Vico Indoratori fu sede del grande mobilificio Cernaia, attivo per oltre 70 anni e costretto alla chiusura nel 2011. Oggi l’insegna trasparente, dai bordi bianchi, è ancora visibile e campeggia -spenta- nello stretto vicolo, circondata da serrande abbassate e locali sfitti. Ci raccontano i ragazzi di Garage 1517: «Ci siamo insediati da pochi mesi in questa zona. Abbiamo trovato questo fondo a un prezzo accessibile, in una zona che secondo noi ha forte bisogno di nuovi stimoli e di investimenti coraggiosi come il nostro. Il problema è che attorno a noi c’è poco. Sappiamo che molti edifici sono di proprietà di Cernaia e gli affitti non sono abboradbili per tutti. Questo dissuade molti a insediarsi nella zona e costringe chi già è qui ad andare via».

    Per quanto riguarda il giardino, invece, proprio 10 anni fa, nel 2004 c’è stata la ristrutturazione dello spazio voluta dal Comune di Genova, con l’aiuto del Municipio Centro Est, mediante l’utilizzo dei fondi POR-Fesr nell’ambito del progetto “Urban II Genova Centro Storico”. Qui storicamente sorgeva un edificio che poi, nel corso della seconda guerra mondiale, è stato bombardato. Da quel momento in poi le macerie sono rimaste in quel luogo e sono state tolte soltanto un ventennio fa per iniziativa dei cittadini, che hanno recintato la zona. Da allora il luogo è noto come Piazza dei Ragazzi. Ad occuparsene oggi c’è da un lato la storica locanda Ombre Rosse, da anni presidio della zona; dall’altro, i gestori dell’Associazione Piazza dei Ragazzi. Questi due soggetti insieme hanno curato finora (d’accordo col Municipio) manutenzione e gestione del giardino pubblico, di cui sono gli unici a possedere le chiavi. Molto spesso, però, il giardino resta chiuso: i membri dell’Associazione Piazza dei Ragazzi da qualche tempo sembrerebbero non frequentare più la sede, dopo che sarebbero insorti problemi con il Municipio legati al pagamento di un canone di locazione. L’apertura resta subordinata all’uso che ne fa Ombre Rosse: perlopiù il giardino è accessibile all’ora di pranzo o nel tardo pomeriggio, soprattutto nella bella stagione. È in vigore un accordo con l’amministrazione per cui il ristorante può usufruire di parte del giardino e delle attrezzature come ricompensa per l’attività di manutenzione attualmente svolta. Nulla vieterebbe a chiunque altro -pur non essendo avventore del ristorante- di pranzare all’aperto, o di studiare nel giardino, o di sedersi all’ombra. Nei fatti, tuttavia, abbiamo visto come le cose non stiano esattamente così.

     

    Il futuro: i progetti per la primavera-estate 2014

    piazza-ragazzi-indoratori (5)Da un po’ di tempo sembra che ci siano i presupposti per cambiare le cose. I nuovi propretari di Ombre Rosse e i ragazzi di Garage 1517 stanno mettendo a punto con l’amministrazione competente un piano per garantire l’apertura pressoché costante del giardino e per proporre un calendario di eventi di intrattenimento: un modo per ridare lustro alla zona e dirottare turisti e genovesi da San Lorenzo a qui. Per quanto riguarda gli eventi, le proposte sono tante: dal mercatino biologico a km 0, a quello vintage; dai concerti acustici, agli aperitivi in musica. Certo, nei fatti le cose sono più complicate. Raccontano da Garage 1517: «Ci sembrava uno spreco che questo spazio restasse scarsamente utilizzato. Per questo abbiamo consultato i responsabili dell’Ufficio Verde e Volontariato del Municipio I. Tanto per cominciare, ci siamo candidati come volontari del verde, in modo da poter collaborare in prima persona alla manutenzione dello spazio. Da parte loro, la massima disponibilità solo che non riusciamo a capire quali sono i privilegi di cui poter godere in qualità di volontari e le iniziative cui potremmo dare vita. L’obiettivo è che entro la primavera-estate 2014 il giardino diventi operativo e sia restituito alla cittadinanza».

    Tra le tante idee, anche quella di una mostra, in collaborazione con Noveinternotre e altri studi di design della zona, dedicata alla riscoperta di Piazza dei Ragazzi: i partecipanti (artisti, grafici, pittori, fotografi) sono chiamati a rappresentare, ognuno con i propri mezzi, la storia della Piazza. Un modo per sensibilizzare i genovesi su un angolo nascosto della loro città e dare spazio alle iniziative dei più giovani.

     

    Elettra Antognetti

  • Volontari per pulizia di spiagge e parchi: exploit a Ponente, ecco le regole

    Volontari per pulizia di spiagge e parchi: exploit a Ponente, ecco le regole

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    Il Ponente genovese è fucina di iniziative di volontariato e ha dato vita nel corso degli ultimi anni a numerosi comitati e gruppi spontanei di cittadini che condividono un fine comune: la salvaguardia dei beni pubblici come parchi, spiagge, strade, giardini. Nel corso di #EraOnTheRoad a Pegli abbiamo raccolto la richiesta di alcuni cittadini che esprimevano la loro disponibilità ad organizzare giornate di pulizia del litorale ponentino, radunando piccoli gruppi di volontari. A detta loro, infatti, la situazione delle spiagge pegliesi – un tempo orgoglio cittadino – è andata peggiorando:  rifiuti di vario tipo, soprattutto plastica, e nella stagione estiva rifugio notturno per molti senzatetto.

    I cittadini che abbiamo incontrato ci raccontano che la loro iniziativa, spontanea e a titolo gratuito, pur partendo dal solo amore per il proprio quartiere, aveva incontrato alcune difficoltà sotto il profilo burocratico. Infatti, essi erano impossibilitati a svolgere l’attività desiderata senza aver ottenuto il benestare dell’amministrazione municipale, alla quale dovevano comunicare i loro intenti e riceverne parere positivo. Da questa problematica emersa a Pegli, abbiamo colto l’occasione per interpellare i rappresentanti municipali e chiedere delucidazioni in merito alla corretta procedura da seguire. Ecco quanto emerso.

     

    Municipio Ponente: iniziative volontarie di pulizia di aree pubbliche, ecco l’iter da seguire

    Per quanto riguarda le iniziative di associazioni, comitati, gruppi strutturati alle quali si intende conferire una certa continuità temporale, esiste una apposita sezione all’interno del sito del Municipio VII: con una pratica facile e veloce, i richiedenti comunicano le loro intenzioni all’Amministrazione, la quale formalizza il tutto sotto il profilo burocratico, concedendo eventuali autorizzazioni e concessioni, e mette a disposizione le attrezzature adeguate (rastrelli, pale, ecc.) in comodato d’uso.

    Per quanto riguarda invece le iniziative a cadenza sporadica, è necessario contattare il  Presidente del Municipio VII Mauro Avvenente, il quale valuterà caso per caso. Stefano Barabino, gruppo consiliare PdL del Municipio Ponente, si è reso disponibile a raccogliere le richieste di tutti gli interessati e ad interagire per loro presso il Presidente Avvenente.

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    Il caso dei Giardini Capponi (ex Elah) e Palmaro a Prà

    L’argomento è attuale e un caso analogo si era verificato nell’ottobre 2013, quando i volontari del Comitato per Prà hanno organizzato una giornata di pulizia dei Giardini ex Elah (oggi Capponi), radunando una gran numero di persone. Il riscontro nel quartiere è stato buono, tanto che a questa prima iniziativa ne è seguita una seconda, per la pulizia dei giardini a Palmaro, nel mese di novembre. La vicenda non ha mancato di suscitare, da un lato, l’ammirazione dei concittadini, che hanno trovato ispirazione e motivazione; dall’altro, però, l’amministrazione municipale ha mostrato alcune perplessità. Nel corso di una seduta di Consiglio Municipale c’è stato chi ha contestato le modalità con cui i volontari avrebbero operato: senza interpellare i rappresentanti municipali e cercando gran riscontro mediatico.

    A prescindere dalle singole valutazioni, non si può non notare come il Ponente sia ricco di iniziative analoghe: di recente, quella in Via Martiri della Libertà a Pegli, in cui i cittadini del CIV hanno chiesto all’Amministrazione di prendere in gestione aiuole e spazi verdi per attuare migliorie e tenerli in ordine. Così ha commentato Avvenente in una nota pubblicata sul sito  del Municipio:

    “In anni particolarmente difficili dal punto di vista della disponibilità economica a beneficio degli Enti locali, il Municipio Ponente ha inteso dare vita a un’intensa promozione del mantenimento del verde pubblico locale in particolare di piccoli o medi giardini da affidare in convenzione ed in adozione a soggetti del volontariato locale. In ossequio al vecchio motto popolare “Aiutati che il ciel ti aiuta” oggi più valido che mai molte persone donne e uomini si sono rimboccate le maniche ed hanno risposto positivamente all’invito del Municipio dando ottima prova di se prendendosi cura di aree verdi altrimenti destinate ad una scarsa manutenzione”.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

     

  • Giardini Babilonia e S.M. in Passione: riqualificazione guidata dagli studenti

    Giardini Babilonia e S.M. in Passione: riqualificazione guidata dagli studenti

    santa-maria-passioneSanta Maria in Passione e Stradone Sant’Agostino, il “centro” del centro storico genovese: uno dei primi insediamenti della città che ha vissuto i cambiamenti e le alterne vicende degli ultimi secoli. Ma come è possibile che un’area così importante per la storia di Genova sia rimasta abbandonata a se stessa, nella noncuranza generale, per decenni? È quello che si chiedono alcuni studenti della ex Facoltà di Architettura – oggi Scuola Politecnica -, che il 28 novembre 2011 hanno giardini-babilonia-4fatto incursione negli spazi verdi adiacenti alla Facoltà (noti come Giardini Babilonia) per piantare un melograno, simbolo della prima “occupazione”.

    Da qui, una serie di iniziative per il recupero di tutte le aree verdi della zona e del complesso di Santa Maria in Passione (1000 mq totali). Durante uno dei consueti appuntamenti con #EraOnTheRoad, abbiamo incontrato gli studenti e abbiamo chiesto loro di raccontarci il perché delle azioni passate e i progetti per la prosecuzione dell’iniziativa. Determinazione, passione e competenza sono gli ingredienti principali: tutti uniti per restituire al quartiere uno spazio abbandonato, intrappolato in un labirinto di burocrazia.

    Chi siete e in cosa consiste la vostra iniziativa?

    «Tutto è iniziato in modo “illegale” con l’ingresso nel giardino quella notte di novembre di due anni fa. In quell’occasione abbiamo espresso la volontà di riaprire e restituire alla cittadinanza un luogo chiuso dagli anni ’90 e strategico per la città: si tratta dell’unico spazio verde del centro storico, di cui potrebbero fruire studenti, abitanti, anziani e bambini. Invece, fino ad allora era rimasto chiuso e abbandonato. Stessa sorte è toccata al complesso di Santa Maria in Passione, bombardato nel corso della seconda guerra mondiale e fino ad oggi interessato solo da esigui interventi di recupero e messa in sicurezza  (come la ricostruzione della cupola in legno). Nonostante il nostro intervento di apertura dei giardini, ancora adesso molti pensano che siano spazi dell’università e non li frequentano. Il nostro scopo è renderli fruibili a tutti: per questo abbiamo organizzato varie iniziative (l’ultima, la seconda edizione di “Cosa bolle in pentola?” lo scorso 26 novembre; la festa di quartiere del maggio 2012 e l’apertura delle reti del 15 marzo 2012)».

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    Come prosegue oggi la vostra iniziativa?

    «Molto bene: l’11 aprile 2013 abbiamo presentato un progetto di recupero (circa 20 tavole) in giardino in presenza dei rappresentanti dell’università, del Municipio e della Soprintendenza ai Beni Archeologici, che hanno espresso parere favorevole. Il 30 aprile è stato approvato in toto dal Consiglio di Scuola Politecnica, anche nelle critiche a loro destinate. Abbiamo fatto pressioni ai vertici per risolvere la situazione e abbiamo ottenuto che loro si occupassero della messa in sicurezza del giardino e noi dell’aspetto urbanistico e architettonico. Il 23 ottobre il Consiglio di Amministrazione di Ateneo ha approvato il finanziamento del progetto di messa in sicurezza: dovrebbe essere anche già stato depositato in Comune. Dello scorso ottobre è poi la notizia che il CdA dell’Università di Genova (da anni proprietaria dell’area) ha ceduto in comodato d’uso gratuito al Comune di Genova parte degli spazi esterni dell’ex Facoltà, avviando l’iter per le procedure di formalizzazione del contratto. Il progetto ci descrive: non sono stati considerati solo gli aspetti tecnici, ma anche quello sociale (per la partecipazione di tutti ala gestione di uno spazio di frontiera tra città e università) e intellettuale. Crediamo che l’Università dovrebbe occuparsi concretamente degli interventi in città, mentre in molti casi si limita a trasmetterci nozioni sul piano teorico. Disponiamo di un “tesoro”: quello della Facoltà di Architettura genovese è un caso unico nel mondo, perché non approfittarne?».

    Santa Maria in Passione aperta a cittadini e turisti

    santa-maria-passione-4Inoltre, accanto all’interesse per il recupero dei Giardini di Babilonia, anche quello per il complesso di Santa Maria in Passione: gli studenti chiedono la “musealizzazione” e l’inserimento all’interno di un percorso didattico, garantendo l’accesso a cittadini e turisti. Proprio a questo proposito, la scorsa estate i ragazzi hanno organizzato visite turistiche autonome in tutto il complesso, di cui hanno le chiavi: non solo la parte che affaccia sull’omonima piazza, ma anche quello che una volta era il convento delle suore di clausura, oggi inaccessibile. Inoltre, il 15 ottobre, sempre nei pressi della Facoltà, sono state divelte due vecchie serrature di cancelli comunali nel corso dell’iniziativa “Apertamente”. Commentano i ragazzi: «Da quel giorno autogestiamo apertura e chiusura dei cancelli dei Giardini dal lunedì al venerdì, (dis)attendendo le istituzioni», e scrivono sul loro blog “Spazio Libero”: “Lo abbiamo fatto apertamente, alla luce del sole ma senza cercare le luci della ribalta. Una volta aperte le strade pubbliche abbiamo (ahinoi!) invocato l’intervento di Comune e Università, regalandogli un mazzo delle chiavi che aprono i nostri lucchetti, invitandoli a collaborare. Sapete cosa ci è stato risposto? Assolutamente niente. Un silenzio assordante che all’inizio ti stranisce, ma poi capisci che la realtà è questa, che l’istituzione è lontana, autoreferenziale, conservatrice. Allora basta stupirsene, basta lamentarsi. In questi giorni abbiamo ragionato tanto in università e in quartiere e abbiamo scelto di continuare a oltranza l’autogestione dell’apertura dei cancelli, che hanno dimostrato di poter unire anziché dividere. Quello che chiediamo è di attraversali il più possibile”.

    “Basta lamentarsi”, basta aspettare che qualcosa succeda: è un po’ questa la filosofia alla base del vostro agire…

    «Sì, è un paradosso che nessuno si occupasse prima di noi di queste zone: ci sono questioni complicate. Alcune aree, come i Giardini, sono di proprietà della Facoltà, altre come Santa Maria in Passione, sono comunali, ma con il vincolo archeologico della Soprintendenza… insomma, c’è da perdersi in un labirinto di burocrazia. Era soprattutto una “grana” per chi di competenza, e il fatto che noi ci siamo fatti avanti facendocene carico è stato positivo per molti. Il nuovo Preside della Scuola Politecnica ha accolto le nostre proposte, mostrandosi disponibile. In fin dei conti, ci stiamo occupando di qualcosa che non compete a noi, per il bene di tutta la cittadinanza. Il nostro agire è anche una critica politica all’istituzione universitaria e all’amministrazione cittadina, due soggetti che limitano l’iniziativa volontaria dal basso. Sappiamo che alcuni ci criticano, ma non siamo pentiti riguardo al nostro modo di operare presente e passato. Pensiamo che giustizia e legalità siano due concetti che vengono erroneamente assimilati: la seconda è l’assetto che si da un governo, ma è una struttura mutevole che deve essere aggiornata, anche dal basso se necessario».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

     

  • Palazzo Verde, Molo: pochi visitatori per la cittadella della sostenibilità

    Palazzo Verde, Molo: pochi visitatori per la cittadella della sostenibilità

    palazzo-verde-genovaInaugurata in pompa magna poco più di due anni fa dalla giunta Vincenzi, la cittadella della sostenibilità, che ha trovato spazio in via del Molo nei vecchi Magazzini dell’Abbondanza e ha preso il nome di Palazzo Verde per richiamare il prestigio di altri ben più attraenti poli museali della città, è passata piuttosto velocemente nel dimenticatoio di genovesi e turisti.  Meta soprattutto di scolaresche attirate dalle diverse attività laboratoriali, di informazione ed educazione all’ambiente e al riciclo, nel corso del 2013 ha contato circa 4200 visitatori.

    «Non si tratta certo di numeri altissimi – ammette l’assessore alla Cultura, Carla Sibilla – ma dobbiamo considerare che non stiamo parlando del classico museo da visitare, quanto piuttosto di un luogo pensato per ospitare laboratori sul riciclo, sul risparmio energetico, sulla sicurezza e convegni con il tema del Verde come filo conduttore».

    All’interno del Palazzo si distinguono tre percorsi multimediali: il primo è dedicato al tema dell’energia e al relativo consumo che accompagna il ciclo produttivo del rifiuto fino al suo smaltimento; il secondo è prettamente incentrato sul riciclo, con una rassegna delle diverse tipologie di spazzatura, i loro impatti ambientali e le loro possibilità di riutilizzo. Infine, il terzo percorso è dedicato alla comunicazione grazie al fatto che gli ex Magazzini dell’Abbondanza ospitano, al piano terra, il Museo della Stampa precedentemente situato a Quarto.

    Alcuni locali sono utilizzati dall’Università per lezioni ed esami ma, come detto, il nucleo fondamentale dell’attività è rappresentato dai laboratori promossi dal LabTer – Green Point, ovvero uno dei 20 Centri di Educazione Ambientale riconosciuti dalla Regione Liguria, che qui trova sede. Grazie alla collaborazione con diverse associazioni attive nel mondo green e dell’ecosostenibilità (Ass. A-Pois, Coop. Librotondo, Ass. Atlantide, CRAFTS Scuola Politecnica, Ass. Il mio pallino verde, Ass. Didattica Museale, Ass. Terra! Onlus, Ass. Al Verde), nel corso dell’ultimo anno, è stato possibile realizzare una serie di progetti pensati appositamente per le scuole prevalentemente primarie (elementari). Le esperienze sono state principalmente incentrate sull’informazione riguardo i rischi idrogeologici, educazione ambientale, sicurezza stradale, sensibilizzazione a comportamenti ecologici, valorizzazione dei beni comuni e del turismo ambientale con particolari riferimenti all’Alta Via del Monti Liguri, finanche a una rassegna cinematografica tutta ad argomenti rigorosamente green.

    Infine, nell’ambito del Festival della Scienza, Palazzo Verde ha ospitato i laboratori di Arpal e Cnr, preceduti nel corso dell’anno dalle esperienze scientifico-didattiche curate dal Green Modelling Italia-GMI Soc. Coop., spin-off del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Genova, nell’ambito del progetto di diffusione della cultura scientifica.

    Insomma, tante iniziative, che mostrano un potenziale non ancora del tutto espresso. Per questo motivo l’assessore Sibilla ci anticipa che è allo studio un piano di rilancio per il 2014, che possa dare una certa stabilità al progetto di Palazzo Verde come vero e proprio punto di riferimento dal punto di vista dell’informazione ed educazione ambientale. È ancora troppo presto per capire che cosa accadrà concretamente nel futuro, ma dalle prime indiscrezioni parrebbe non del tutto improbabile la strada che porta verso una gestione esterna, anche parziale, naturalmente attraverso un bando a evidenza pubblica. «Stiamo valutando tutte le strade possibili – spiega Sibilla – senza dimenticare l’importanza delle integrazioni con altri poli educativi già esistenti nella zona, come l’Acquario, la Città dei Bambini, il Museo Luzzati, un po’ più in là il Museo di Scienze Naturali e, seppur non in modo permanente, le attività del Festival della Scienza».

    Idealmente collegato al museo, c’è anche il famoso “Rumentosauro”, la scultura di Serge Van de Put collocata all’intersezione tra piazza Cavour e via del Molo, di fronte all’ingresso del Porto Antico. Si tratta di un enorme dinosauro (8 metri per 4) costruito con pneumatici riciclati che richiama la quantità di ecomostri che abitualmente produce, più o meno inconsapevolmente, ognuno di noi. Pensata inizialmente per essere calpestata e “cavalcata” dai più piccoli, la struttura in realtà giace transennata nell’indifferenza dei più e fortemente contrastata dal comitato di quartiere che ne chiede a gran voce l’eliminazione. Ma questa è tutta un’altra storia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • In Scia Stradda: le difficoltà, i progetti e la piaga mafia alla Maddalena

    In Scia Stradda: le difficoltà, i progetti e la piaga mafia alla Maddalena

    Maddalena, In Scia StraddaEra il 26 gennaio 2012 quando in vico Mele, nel Sestiere della Maddalena, veniva inaugurata la bottega sociale In Scia Stradda, primo locale ligure ricavato da un bene confiscato alla mafia. Nello specifico, si trattava di una proprietà del boss gelese Rosario Caci, membro di Cosa Nostra. Per la ristrutturazione dell’edificio il Comune di Genova aveva investito una somma non proprio irrilevante: 22 mila euro di fondi provenienti in-scia-stradda-maddalena-vico-papa-internodalle riserve del Patto per lo Sviluppo della Maddalena. Poi il bando pubblico con conseguente assegnazione della gestione alla cooperativa “Il Pane e le Rose”, costola della Comunità di San Benedetto attiva sul territorio genovese da ormai 27 anni. Unico soggetto a partecipare al bando, aveva avuto gli spazi in comodato d’uso gratuito e aveva potuto avviare questo ambizioso progetto. Oggi, la stessa associazione continua a gestire il locale, assieme ai volontari della sezione genovese di Libera Contro le Mafie, il presidio Francesca Morvillo, Banca Etica, Bottega Solidale e la Cooperativa Sociale Il Laboratorio. Nel corso di #EraOnTheRoad alla Maddalena siamo stati in Vico Mele e abbiamo conosciuto i volontari di Libera e i gestori del posto. Con loro abbiamo festeggiato l’imminente compleanno e parlato dei progetti futuri.

    La bottega presenta una duplice natura. Da un lato, In Scia Stradda nasce come negozio/spazio in cui è possibile acquistare beni di vario genere: prodotti alimentari a Km 0 ed equosolidali di Libera, provenienti dai territori confiscati alle mafie; libri, cd, capi d’abbigliamento; prodotti creati dai membri della Comunità San Benedetto al Porto; oggetti che, dismessi da alcuni, possono essere scambiati e acquistati da altri, secondo la filosofia del riuso. Il bilancio dell’iniziativa già nel 2012 era nettamente positivo per quanto riguardava l’andamento delle vendite, e la chiusura in attivo rappresentava un ottimo indizio di futuro successo. Tuttavia, dopo il clamore iniziale, il trascorrere del tempo ha fatto affievolire anche l’attenzione dedicata all’iniziativa, sia a livello mediatico che da parte degli acquirenti.

    Per fortuna, oltre all’anima commerciale, ne esiste anche e soprattutto una sociale. Dal 2014, come già negli scorsi anni e ancora di più, lo scopo principale sarà quello di rendere la bottega un punto di approdo nel Sestiere. Il tutto, naturalmente, facendo gioco forza con le tante associazioni della Maddalena, dal CIV molto attivo ai capaci e motivati ragazzi di A.Ma., senza contare tutto il sottobosco di iniziative messe in moto dai vari soggetti sul territorio.

    Dunque, la conferma che ancora di più l’obiettivo di In Scia Stradda è sia favorire il commercio consapevole che diventare presidio contro la microcriminalità del centro storico e nodo cruciale per lo sviluppo del quartiere. I volontari di Libera, che per qualche pomeriggio a settimana tengono aperto l’esercizio e presidiano la zona, ci raccontano: «Subito l’iniziativa aveva fatto molto rumore, ma adesso è più difficile proseguire perché la posizione non è delle più favorevoli: poco passaggio e molto degrado, in uno dei luoghi maggiormente colpiti da microcriminalità, spaccio, prostituzione. Solo pochi giorni fa sono stati sequestrati otto bassi nell’ambito dell’operazione dei Carabinieri denominata “Sale e Pepe”, e sono stati arrestati in quattro con l’accusa di sfruttamento della prostituzione. Il quartiere ha una brutta fama, ma si tratta di una distorsione -proseguono i volontari- non c’è rischio ma si ha paura lo stesso, ignorando che il problema vero del quartiere è il controllo del territorio da parte di associazioni di stampo mafioso: magari non appartenenti ad alcun clan, ma che detengono il controllo del territorio. Ci sono famiglie che possiedono oltre 100 immobili, molti tra Via della Maddalena e Vico della Rosa, e li usano per sfruttare la prostituzione e lucrare sui migranti. In passato e oggi, anche minacce ai commercianti per il pizzo e il problema dell’usura».

     

    In Scia Stradda, i progetti per il futuro

    beni-confiscati-mafia-vertPer questo l’obiettivo di In Scia Stradda è aprire a progetti etici, in collaborazione con cittadini e con realtà del quartiere. Finora, non mancano presentazioni di libri, degustazioni di prodotti, proiezioni di film in Piazza San Sepolcro, attività ricreative: uno spazio di tutti, per tutti. Ora è attivo anche un numero verde per gli abitanti legato a un progetto della Provincia di Genova, che offre aiuto alle donne sfruttate, favorendo la loro uscita dal racket della prostituzione e dando loro cittadinanza e accoglienza, come previsto dalla legge.

    Inoltre, la scorsa estate si è svolto il progetto Anemmu: 10 ragazzi di Genova provenienti dall’area penale hanno partecipato a un campo estivo sui terreni confiscati in provincia di Palermo, che tempo fa erano i più colpiti dalla criminalità e in cui ora si “coltivano” valori diversi.

    Da ultimo, anche In Scia Stradda è risultato vincitore del bando finanziato dal Comune di Genova con 90 mila euro per la promozione di interventi di carattere sociale e culturale nel Sestiere. Oltre a partecipare alle 9 iniziative assieme alle altre associazioni, la cooperativa “Il Pane e le Rose” è promotore del progetto “in scia stradda upgrade”, finanziato con 5.500 euro. Saranno coinvolti, tra gli altri, i ragazzi di Libera, di Anemmu, della parrocchia delle Vigne. In tutto 24 persone, in due corsi per imparare ad usare i social Twitter e Facebook e aprire una finestra sulle storie dei partecipanti. Così Domenico Chionetti della Comunità di San Benedetto al Porto: «Un social network-attivismo! Inoltre, con In Scia Stradda abbiamo iniziato una collaborazione con il Coro della Maddalena: un progetto potente, cui partecipiamo offrendo gli spazi di In Scia Stradda. Crediamo sia un buono strumento per l’interazione con il territorio. Tutto questo fermento ci fa dire, a due anni di distanza, che il bilancio è positivo e che si deve proseguire così, nella speranza di essere presto non più una “anomalia” ligure, ma che aprano altri locali come il nostro».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Ghetto, centro storico: il futuro di GhettUp, i progetti, le persone

    Ghetto, centro storico: il futuro di GhettUp, i progetti, le persone

    vicoli4-DINella primavera del 2014 scadrà il mandato delle associazioni coinvolte nella gestione di GhettUp, la casa di quartiere del Ghetto. Tempo di bilanci: dal passato ricco di iniziative per il rilancio di un’area “dimenticata”, al presente di soddisfazioni per i risultati ottenuti. Il futuro? Pieno di domande: com’è cambiato il tessuto sociale del ghetto e come ripensare GhettUp in termini diversi, per rispondere alle nuove esigenze del quartiere? Inoltre, persistono le incertezze sulla formula da adottare per mandare avanti il progetto e ancora manca un piano concreto di associazioni, Comune e Municipio. Un’unica certezza: GhettUp resterà.

     

    Il progetto della casa di quartiere compie quattro anni

    ghettupInaugurata ufficialmente il 24 febbraio 2011 e già attiva dal 2010, la casa di quartiere GhettUp di Vico Croce Bianca 7-11r è ormai vicina al quarto compleanno. Nel 2014 scadrà il mandato di assegnazione della casa di quartiere alla rete di associazioni oggi coinvolte nella gestione: la fine di un primo ciclo, in cui ha preso vita una delle realtà più importanti e ben riuscite del centro storico. GhettUp è stato precursore insospettabile di una serie di altri progetti analoghi dislocati nei rioni del centro: dall’esperienza dei Giardini Luzzati a quella della Maddalena in cui, oltre alla recente rinascita del teatro Altrove, esistono il Laboratorio Sociale di Vico Papa, In Scia Stradda, un CIV attivo e una serie di associazioni culturali.

    Il successo della casa di quartiere è innegabile: cittadini del ghetto e del centro in generale, rappresentanti delle associazioni e volontari si sono mossi in questo quadriennio per dare vita a una serie di progetti interessanti, assieme ai rappresentanti di Comune e Municipio. Tutti sembrano contenti dell’esito di questo esperimento e determinati a portarlo avanti. Tuttavia, in prossimità della scadenza del mandato, è leito domandarsi: cosa sarà della casa di quartiere? Rischia di chiudere, dicono alcuni, mentre altri – la maggior parte – negano in toto questa possibilità: nessuna chiusura, solo un ripensamento, rigorosamente verso una crescita. Ad oggi non sono ancora state formalizzate proposte concrete né da parte delle associazioni, né da parte di Comune e Municipio. Non si sa se e quali finanziamenti verranno stanziati per sostenere il progetto, né se i locali attualmente occupati resteranno – come si suppone – ad uso di GhettUp.

    Il passato: la nascita di GhettUp

    Illustrazione a cura di Emiliano Bruzzone
    Illustrazione a cura di Emiliano Bruzzone

    Nata come progetto sociale in aiuto degli immigrati e dei soggetti che vivono disagi, la casa di quartiere è stata fondata grazie alla sinergia di vari soggetti, con capofila la Comunità di San Benedetto al Porto: non a caso, il locale era stato inaugurato e fortemente voluto dallo stesso Don Gallo. Insediatasi nel cuore del ghetto, la casa era una delle cinque azioni previste dal Contratto di Quartiere messo a punto dall’Amministrazione (datato 2007-2008), e poi affidata nel 2010, a seguito di promulgazione di bando pubblico, a una rete di associazioni virtuose e attive sul territorio: Ce.Sto, San Marcellino, Coop. sociale La Comunità, Coop. sociale Il Laboratorio, Consorzio Sociale Agorà, Coop. sociale La Lanterna, A.R.C.I. Genova, Comitato provinciale A.R.C.I. Gay, Associazione Transgenere, Princesa, la U.I.S.P., Leonardi V-Idea, Associazione cinematografica progetto cine indipendente, Progetto Melting Pot.

    L’idea di inserire la casa nella zona del ghetto non era affatto casuale, ci illustra la situazione Marco Montoli del Ce.Sto: «Nel 2007-2008 Carla Costanzi (sociologa e Direttrice dell’Ufficio Città Sicura del Comune di Genova, n.d.r.) ci aveva proposto di seguire un progetto che si occupava di dare risposte ai disagi dei ragazzi provenienti dal Magreb, che all’epoca abitavano massicciamente il ghetto. Così, dalla nostra consueta zona di interesse (quella a sud di Via San Lorenzo), ci siamo spostai lì e abbiamo avviato vari progetti di sostegno, che poi sono rimasti validi anche quattro anni dopo, quando sono andati a formalizzarsi nel progetto strutturato di GhettUp. Lo stesso è stato anche per le altre associazioni, che erano già attive nel ghetto». La cosa peculiare del progetto GhettUp è sicuramente il fatto che le associazioni coinvolte si siano associate per motivi diversi, ognuna in rappresentanza di un’anima differente e portavoce di istanze particolari. «Ad esempio -continua Montoli- mentre San Benedetto rappresenta le istanze dei cittadini storici del quartiere e si contraddistingue per il suo impegno a sostegno della comunità trans, GhettUp Tv presidia il ghetto e il centro storico in generale, con la produzione di materiale documentario».

    Per l’avvio del progetto, nel 2010 erano stati stanziati 7 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture, mentre i locali di Vico della Croce Bianca erano stati concessi in locazione dall’immobiliare pubblica Ri.GeNova srl con servizi sviluppati soprattutto a favore degli immigrati. Non erano mancati anche aiuti dal Comune: come da accordi, sono arrivati finanziamenti per i primi due anni, mentre gli altri due sarebbero dovuti a carico delle associazioni e di altri eventuali finanziatori privati. Restava valido lo sgravio del canone di locazione. Quando allo scadere dei primi due anni le associazioni hanno dovuto autofinanziarsi, alcune delle iniziative attivate inizialmente sono venute meno.

    Il presente: i progetti realizzati e ancora in corso

    Piazza Don Gallo, GhettoOggi GhettUp è un luogo aperto a chiunque (migranti, profughi, persone di ogni età che vivono disagi legati all’emigrazione o all’emarginazione), ma si è perfezionato, modellandosi sui bisogni degli abitanti del ghetto. Si rivolgono a GhettUp persone che chiedono aiuto per risolvere problemi burocratici e legali, o anche solo per una chiacchierata, per momenti di gioco e doposcuola. È un contenitore con dentro diversi ingredienti: sono cinque i progetti che hanno preso vita in questi anni e di cui possono fruire non solo gli abitanti del ghetto ma tutti i cittadini (un’apertura voluta anche allo scopo di far conoscere il quartiere all’esterno). Per primo, un corso di alfabetizzazione per immigrati, organizzato dall’Associazione Il Ce.Sto; poi, un punto per la consulenza legale attivato dalla Comunità di San Benedetto, particolarmente importante anche per lo sviluppo identitario delle trans e per il ruolo simbolico rivestito dalla figura di Don Gallo; i corsi di pittura dell’Ass. San Marcellino; GhettUp Tv, esperienza autogestita di televisione di quartiere. Infine, in questi locali si riuniscono anche un comitato di quartiere e un centro ecologico per la messa a punto degli interventi da attuare nella zona, come lavori di pulizia (ricordiamo l’iniziativa di qualche anno fa “I love Ghetto – Lo tengo pulito”) e misure igieniche contro la proliferazione di topi e piccioni: un problema comune a molte aree del centro storico, ma qui aggravato dal fatto che anni fa erano stati svolti lavori di scavo e ristrutturazione del manto stradale che hanno portato alla luce tane di topi.

    Tra le iniziative costrette a soccombere dopo i primi due anni per mancanza di fondi pubblici, lo sportello di consulenza legale al cittadino. Racconta Montoli: «Lo avevamo istituito proprio per la forte richiesta riscontrata: persone diverse venivano qui con le problematiche più disparate. Chi doveva pagare una bolletta, chi aveva litigato con il vicino, chi non aveva i documenti. Dopo i primi due anni è diventato impossibile avere a disposizione un volontario a tempo pieno all’interno della casa, così abbiamo rinunciato a malincuore. La speranza è quella di tornare, dopo la scadenza del primo mandato, ad avere finanziamenti e disponibilità tali da permetterci di tornare ai vecchi standard». Non da ultimo, GhettUp ospita anche l’Associazione Princesa per i diritti dei transgender e contro l’omofobia, fondata nel 2009 da Don Gallo e dalla Comunità di San Benedetto: il tutto, per favorire la sensibilità sotto il profilo socio-politico, oltre che umano, e per creare momenti di incontro, conviviali e di confronto nel quartiere.

    Il futuro: gli scenari dopo la scadenza del mandato

    Non è stato ancora formulato dai soggetti interessati un piano ufficiale per la prosecuzione del progetto. Rifinanziare il progetto, emettere un nuovo bando, ripensare il futuro di GhettUp, o lasciare cadere tutto nel nulla: queste le perplessità. Si presume che da parte di Comune e Municipio ci sia la volontà di continuare sulla strada già intrapresa, anche se si teme che la scarsa celerità burocratica possa portare a ritardi sui tempi di attivazione di un eventuale nuovo bando. Da parte loro, le associazioni non sembrano troppo preoccupate per la situazione, forti della loro motivazione nel portare avanti i progetti intrapresi: «Si troverà una soluzione perché c’è interesse da parte di tutti – conclude Montoli – anche se non ce lo siamo ancora reciprocamente confermati, sappiamo che è così per tutte le parti in causa. C’è sì uno stallo momentaneo, ma non disinteresse: in futuro si continuerà su questa linea, rinnovandoci e assumendo contorni ancora più definiti. Quando ci siamo insediati, abbiamo dato avvio ad attività mirate per rispondere ai bisogni del tessuto sociale dell’epoca. Oggi questo tessuto si è evoluto: molte tensioni, anche grazie alla nostra azione, si sono appianate e molte fratture ricucite. Sicuramente i bisogni di oggi sono diversi di quelli di ieri ed è giusto ripensarsi tenendo conto dei cambiamenti. Ad esempio, mentre all’inizio con il centro islamico c’era poco dialogo, oggi c’è rispetto e stima reciproca. Capiamo le rispettive esigenze, sapendo che ci muoviamo entrambi per il bene del ghetto. Prima qui c’erano poche anime, per lo più in conflitto o che si ignoravano, mentre ora è diverso. Inoltre, la scadenza è l’occasione per un ampliamento di GhettUp: finora nella casa di quartiere le varie realtà sono state costrette a fare i conti col problema della mancanza di spazi adeguati. Adesso che i progetti sono ben avviati, sarebbe bene anche renderli autonomi, sempre restando nell’ambito della stessa rete: perché non trovare nuovi spazi all’interno o all’esterno del ghetto ed estendere così il presidio del quartiere? Potremmo dare vita a un circuito virtuoso per rivalutare un’area sui generis ma anche ricca, che si affaccia sulla conosciuta e frequentata Via del Campo o su Via Prè, analoga per problematiche. L’appello è quello di non perdere l’occasione di sfruttare la nascita di Piazza Don Gallo per un ulteriore rilancio».

     

    Elettra Antognetti

  • Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    centro-storico-castello-vicoliMediazione Comunitaria, un termine quasi sconosciuto ai più, un’esperienza importante, attorno alla quale c’è ancora un po’ di confusione. A Genova, città di migranti e di tante etnie, l’approccio a questo tema è promosso dalla Fondazione San Marcellino e dalla ex Facoltà di Lingue e Letterature Straniere (dipartimento DiSCLIC) dell’Università di Genova. Abbiamo parlato con Danilo De Luise, della Fondazione di San Marcellino.

    Il progetto di Mediazione Comunitaria a Genova: come nasce e di cosa si tratta?

    «Nasce dalla sinergia di più realtà: la Fondazione San Marcellino da un lato, che offre servizi per senzatetto; dall’altro, il Dipartimento di Scienze della Comunicazione Linguistica e Culturale dell’Università di Genova, con la ricercatrice Mara Morelli, che coordina il progetto. I due soggetti promotori hanno diverse competenze: l’Università ha un approccio linguistico e culturale, noi uniamo all’impegno sociale la sensibilizzazione mediante partecipazione a progetti artistici (come nel caso del film “La Bocca del Lupo”). Io ho un background come mediatore famigliare, la Dott.ssa Morelli, invece, ha una formazione interlinguistica. Dagli anni ’90 abbiamo iniziato a riflettere sulle tecniche di mediazione comunitaria. Così abbiamo presentato il nostro lavoro in Messico, all’annuale Congresso internazionale di Mediazione (finora abbiamo partecipato a 6 su 9): da tempo seguivamo il lavoro dei paesi dell’ America Latina e ci siamo aperti sempre più al loro approccio. Per noi, in Europa e in Italia, la mediazione è una tecnica puntuale: famigliare, culturale, civile, ecc. In Sud America, invece, la dimensione culturale nella mediazione dei conflitti è preponderante: una pratica antica, organizzata nei secoli, che permette di lavorare in, per e con le comunità, per far acquisire gli strumenti di risoluzione autonoma dei conflitti e riattivare i legami. Siamo mediatori “biodegradabili”, dobbiamo insegnare alla comunità a fare da sé e distinguere la problematiche reali da quelle che non lo sono. Ad esempio, alcuni si lamentano del rumore dei vicini stranieri in condominio, ma questo non ha nulla a che vedere con la mediazione culturale».

    Pavimentazione nel Centro StoricoCosa avete fatto nel corso di questi anni?

    «Abbiamo deciso di portare l’approccio latino in Italia: dopo il successo del primo convegno a Cagliari nel 2007, abbiamo replicato nel 2009 a Genova con un programma per addetti ai lavori che coinvolgeva esperti mondiali. L’anno dopo, un nuovo convegno e un workshop cui hanno partecipato attivamente 85 persone. Da qui, l’idea nel 2011 di passare ai fatti, con attività nei quartieri. Abbiamo iniziato proponendo alla Casa di Quartiere GhettUp un primo workshop che ha attivato iniziative di pulizia e disinfestazione dai ratti. Successivamente abbiamo coinvolto polizia municipale, scuole e altri soggetti in corsi con formatori esperti: finora abbiamo formato più di 100 vigili (leggi l’approfondimento) e il personale -ma non solo- della scuola Caffaro di Certosa. Nel 2012, lo slancio vero e proprio con i corsi tenuti dall’argentino Alejandro Natò: era stato pensato per un numero di 50 persone, ma sono state tante le richieste che ci siamo ritrovati in 70, pur escludendo alcuni. Lo stesso Natò in quell’occasione ci ha definiti una “piattaforma per la mediazione comunitaria” genovese. Sempre nel 2012, la collaborazione con Palazzo Ducale, paradossalmente per “uscire dal palazzo” e ragionare di nuovo sui quartieri: abbiamo coinvolto Sampierdarena, San Bernardo, Certosa e Piazzale Adriatico e organizzato workshop partecipativi. Alla fine, abbiamo ragionato insieme sulle problematica del rapporto con le istituzioni, trasversali ai diversi quartieri. Un bel bilancio, siamo soddisfatti».

    E il futuro cosa riserva?

    «In futuro, speriamo di continuare a agire sul territorio: da questa collaborazione con Palazzo Ducale è nata l’idea di organizzare a Genova il X Congresso Internazionale di Mediazione Comunitaria. Sarebbe la prima volta che si svolge in Europa, e Genova sarebbe precursore assoluto. A marzo presenteremo il progetto a Roma, all’Ambasciata messicana, quindi è ancora prematuro parlarne. Ma non è l’unico progetto: vogliamo proseguire nel settore sanitario, di cui ci occupiamo dal 2007: di recente abbiamo dato vita a una collaborazione con i medici dell’Ospedale Galliera, che svolgono presidio sanitario sulle nostre unità di strada per il sostegno ai senzatetto. Tutto volontariato: da quando abbiamo intrapreso questo cammino di mediazione, avremmo speso in tutto non più di 30 mila euro. La cosa interessante è che noi abbiamo guardato all’America Latina cercando di adattare il loro modello alla nostra cultura, e adesso sono loro che guardano noi e si interessano degli esiti che ha raggiunto il nostro percorso. Genova sta diventando un punto di riferimento per questo tipo di approccio e si attendono sviluppi interessanti».

     

    Elettra Antognetti 

  • Ghetto, le trans si raccontano: da Don Gallo a Princesa, la nostra intervista

    Ghetto, le trans si raccontano: da Don Gallo a Princesa, la nostra intervista

    ghetto-centro-storico-vicoliFondata nel 2009 con il sostegno della Comunità di San Benedetto al Porto e di Don Andrea Gallo, Princesa è l’associazione che si batte per i diritti dei transgender, contro la transfobia e l’omofobia, per la promozione dei diritti, dell’identità sociale e personale. L’Associazione al momento della sua creazione riuniva già 32 persone transgender che vivono a Genova, con la Presidenza onoraria di Don Andrea Gallo.
    Presidente dell’Associazione è Rossella Bianchi, a Genova da quasi 50 anni, arrivata in città nel ’65. Ma oltre Rossella, ci sono molte altre trans che da decenni lavorano qui: come Ulla, che di recente ha festeggiato il matrimonio con il compagno di vita Maurizio, o come Mela, “new entry” del gruppo che – stufa della vita “nomade”- ha trovato una casa grazie alle amiche del ghetto. Di tutte loro, solo in poche vivono nel quartiere, mentre le altre preferiscono lavorarvi soltanto ma tenere gli affari lontani dalla vita privata. Un mondo che sta a pochi passi dagli universitari di Via Balbi, dalla Casa di Mazzini e dai rolli di Via Lomellini, dalla colorata e trafficata Via Prè, controverso crocevia di persone: un labirinto di vicoli che resta escluso ai normali transiti e di cui le trans hanno fatto il loro punto di ritrovo. Ma come si vive nel ghetto, com’è cambiato nel corso dei decenni con l’arrivo di nuove comunità, e come vivono le trans? Lo abbiamo chiesto a loro.

    rossella-princesa-trans-ghettoRossella: «Ho avuto modo di vivere tutte le trasformazioni del quartiere, sono una di quelle che è arrivata prima qui e posso parlare con cognizione di causa: la vita è peggiorata nel corso degli anni, prima stavamo meglio, ora si è persa l’atmosfera famigliare di un tempo, ma restano tolleranza da parte degli altri e rispetto tra noi. Ci sono integrazione e libertà, e questo è un dato che testimonia il lavoro di sensibilizzazione svolto da noi, da Princesa, da Don Gallo e da GhettUp nel cercare di combattere la transofobia e l’omofobia. Inoltre, fino a qualche decennio fa il ghetto era invivibile a causa della piaga della droga e delle bande criminali, che causavano continue tensioni nel tessuto urbano. Ora queste problematiche sono state sconfitte, ma se la situazione è migliorata è grazie a noi che ci lavoriamo e che sentiamo nostro questo luogo: da parte delle istituzioni, non c’è stata l’attenzione né il sostegno che speravamo».

    ghetto-piazza-don-gallo-verticaleUlla: «Anch’io sono una delle veterane del ghetto. Sono arrivata qui negli anni ’70 e ricordo che all’inizio ci perseguitavano. All’epoca gli abitanti del ghetto erano tutti italiani: c’erano famiglie tradizionali, lavoratori, ragazzi, casalinghe. Poi, dalla metà degli anni ’70 hanno iniziato ad arrivare i primi immigrati dal nord Africa, i “marocchini”, e sicuramente questo ha influito molto sul cambiamento del tessuto sociale del quartiere. Con l’arrivo dei migranti, dapprima si è creata una situazione allarmante: si sono incrementati casi di spaccio, di violenza, di risse (per colpa sia degli italiani che degli stranieri, sia chiaro!), tanto che gli abitanti tradizionali, se ne sono andati in pochi anni. Prima era un quartiere “normale”, tranquillo, come tanti altri; poi, con questo esodo dei genovesi, il quartiere ha progressivamente perso prestigio: un circolo vizioso. Più se ne andavano, più qui la situazione degenerava. Alla fine, siamo rimasti in pochi: tra tutti, anche 5 o 6 di noi trans abitiamo qui. Io, ad esempio, ci abito e ci lavoro da una vita. Ho spesso pensato, all’epoca, di andarmene via, ma dove? Tutto sommato qui è sempre stata un’oasi felice per noi, anche nei tempi più critici, e lo è tanto più ora che la situazione è migliorata: via gli spacciatori, stop alla violenza. E questo grazie anche a noi trans, che siamo i baluardi e i presidi del quartiere: tempo fa c’era un pazzo che si aggirava con un coltello minacciando tutti e noi abbiamo subito avvisato la polizia, che lo ha arrestato tempestivamente; o ancora, ci è capitato di salvare vecchiette che stavano per essere scippate. Noi proteggiamo il quartiere che abbiamo scelto come casa di elezione, abbiamo tutto l’interesse affinché qui tutto sia tranquillo e non ci siano problemi. Assieme a noi, inoltre, da qualche anno anche l’arrivo della casa di quartiere GhettUp ci ha aiutate a favorire l’integrazione e ha mantenere il quartiere tranquillo. Ora c’è più controllo e attenzione verso il ghetto, e anche il rapporto con gli stranieri -dapprima problematico- è  migliorato: c’è cooperazione reciproca, e loro ci difendono. I tempi per l’integrazione delle varie componenti sono maturi».  

     

    Princesa: di che cosa si occupa nello specifico la vostra associazione?

    Rossella: «Abbiamo uno sportello presso i locali di GhettUp in Vico della Croce Bianca 7-11r per favorire l’integrazione nel quartiere di transgender e offriamo aiuto sia burocratico che psicologico alle persone che vogliono intraprendere un percorso di cambiamento di genere. Seguiamo sia queste persone che si rivolgono a noi che i loro famigliari, e diamo loro sostegno in questa delicata fase di passaggio. Siamo disponibili a parlare e portare la nostra esperienza come esempio: di recente, una madre che era arrivata da noi scettica e poco propensa a sostenere il figlio, è tornata da noi a parlarci di come sia riuscita ad accettare questa transizione».

    Ulla: «Non ci tiriamo indietro, quando c’è qualcosa da fare siamo sempre in prima fila: dalle feste al cineforum estivo a cadenza settimanale (aperto a chiunque!), ai compleanni e feste (di tutti!) nella piazza detta “Princesa”, alle interviste (come questa, e quelle di tempo fa per la tv nazionale e per periodici internazionali, a testimonianza di quanto interesse ci sia anche fuori da Genova per questo luogo, n.d.r.): non è un’esagerazione dire che siamo una famiglia».

     

    Don Andrea Gallo, di Luca Marcenaro
    Illustrazione di Luca Marcenaro

    Don Gallo, un uomo che al ghetto ha dato tanto e che Genova ricorda con nostalgia: una piazza a lui dedicata potrebbe giovare al quartiere?

    Ulla: «Don Gallo per noi era un padre spirituale. Il mio rapporto con lui era molto stretto,  amicale, familiare: era un padre per me che il papà l’ho perso anni fa. Ci manca in modo indescrivibile: anche se è poco che ci ha lasciate, sentiamo un vuoto incolmabile. Pensa che quando mi incontrava mi baciava le mani, lui a me! E io gli dicevo “Don, non è il caso, cosa penserà la gente? Sono io che devo baciare la mano a lei!”, ma lui non si curava di nulla e sapeva starci vicino e farci sentire importanti. Ci ha restituito la dignità che ci è sempre stata sottratta e non ci sono parole sufficienti per spiegare quanto gli siamo riconoscenti e quanto adesso sia difficile andare avanti senza di lui. Ricordo che spesso scappava da San Benedetto e veniva a rifugiarsi qui in mezzo a noi, dicendo che questa era la sua seconda casa. Una piazza dedicata a lui? Certamente la cosa ci fa piacere e ne saremmo felici, tanto più che quella è la “nostra” piazza, ed era anche la sua, che partecipava sempre alle nostre iniziative. A mio avviso, però, questa inaugurazione non servirà a portare più visibilità al ghetto. I turisti qui ci vengono già anche da soli, ce ne sono tantissimi, vogliono scoprire il ghetto e conoscerci».

     

    La vita nel ghetto: per voi questa enclave significa protezione o isolamento?

    Ulla: «Io sono nata a Messina e non sono genovese doc, anche se sono arrivata qui con i miei genitori quando avevo tre anni. Anche loro hanno abitato in città e tutto sommato per me il ghetto è una casa». Mela: «Senza esitazioni, rispondo che mi sento cittadina di Genova. Io sono nel ghetto da meno tempo di loro, sono la nuova arrivata. Prima ho vissuto in giro, ma mi sono stufata di viaggiare, trolley alla mano, senza avere fissa dimora. Qui ora ho una famiglia e sono stata bene accolta dalle altre, che già conoscevo e con cui eravamo già amiche. Prima di stabilirmi qui, tuttavia, la mia vita era molto mondana e ho sempre frequentato vari ambienti genovesi (e non solo) e tutti i locali “in” della città: quindi sì, sono in tutto e per tutto genovese. L’integrazione c’è, oggi non mi sento discriminata».

     

    Ulla, non possiamo fare a meno di congratularci con te e il tuo compagno, Maurizio, per il vostro recente matrimonio lo scorso 22 novembre.

    «Il matrimonio è stata una cosa importante sotto il profilo legale ma anche goliardica. Io e Maurizio ci consideriamo sposati da 32 anni e lui è una grande persona, l’unico che ha saputo starmi vicino sempre, anche nei momenti difficili -come quando ho perso i miei genitori-, e con cui ho condiviso la vita. Con questo matrimonio (la registrazione nell’elenco delle unioni civili del Comune di Genova, con grande festa alla presenza di amici e parenti, tra cui anche Vladimir Luxuria, n.d.r.), posso dormire sogni tranquilli: mi stava a cuore sapere che, un domani, le poche cose che ho andranno al compagno di una vita, alla persona più importante. Pensa che lo chiamo “mamma”, perché per me lui è tutto. Adesso, dopo questa unione, io sono “il capofamiglia”, mentre lui farà il “mantenuto”!».

     

    Elettra Antognetti

  • Righi, recupero dei sentieri per il trekking e la mountain bike

    Righi, recupero dei sentieri per il trekking e la mountain bike

    righi-forti-DILa passione per la bicicletta che si unisce all’amore e al rispetto del territorio, un binomio che non può che portare benefici alla collettività. ASD Deep Bike, associazione sportiva nata a marzo del 2012, è un esempio concreto. Amanti della natura e dello sport, ma soprattutto praticanti della mountain-bike, i volontari da anni si impegnano per ripristinare i sentieri del Parco del Peralto sulle alture del Righi: «Curiamo il territorio della nostra città, in particolare la parte a levante del centro cittadino. Grazie al lavoro dei nostri volontari stiamo ripristinando tutti i vecchi sentieri e tracciandone di nuovi», raccontano i volontari.

    Da qualche settimana è disponibile online un video firmato dal videomaker genovese Matteo Fontana che testimonia il lavoro svolto sin qui dall’associazione genovese: «Ci siamo presi a cuore il Parco del Peralto – dice Christian Giannini responsabile comunicazione di ASD Deep Bike –  attraverso una collaborazione con il Municipio centro est stiamo realizzando una rete di sentieri che copre già oggi quasi 56 km».

    L’obiettivo dei volontari è quello di presidiare il territorio per poterlo riportare al suo antico splendore, soprattutto per quanto riguarda il Righi e le zone dei forti. «Spesso ci siamo trovati davanti a vere e proprie discariche a cielo aperto, sentieri abbandonati. Il nostro lavoro speriamo possa essere il primo passo per riportare su questi magnifici sentieri anche i bambini e le famiglie, e ovviamente i turisti. Si tratta di zone incantevoli con un panorama stupendo».

     

    [foto di Diego Arbore]

  • Giardini Luzzati: due anni dalla nuova gestione, bilancio e progetti futuri

    Giardini Luzzati: due anni dalla nuova gestione, bilancio e progetti futuri

    giardini-luzzati-san-donato-centro-storicoNel corso degli ultimi due anni i Giardini Luzzati, a ridosso di Piazza delle Erbe nel cuore del centro storico, sono stati interessati da un processo di cambiamento radicale che li ha trasformati da luogo poco sfruttato, a centro della movida consapevole e spazio baby-friendly per le famiglie.
    La svolta arriva nel gennaio 2012 con il cambio della guardia nella gestione degli spazi: l’Associazione Il Ce.Sto, attiva da 30 anni nel giardini-luzzaticentro storico, subentra con attività di volontariato nell’ambito dei servizi socio-educativi.
    Per poter gestire il luogo, il Ce.Sto ha fondato Giardini Luzzati Nuova Associazione, gruppo composto da artisti e volontari che lavorano per dare un servizio alla comunità con diversi approcci, sociale, interculturale, artistico.

    «La piazza era sottoutilizzata, un non-luogo, sconosciuto anche dagli abitanti, privo di punti di interesse veri e propri, quindi zona frequentata nelle ore notturne e poi dimenticata durante la giornata», commenta Marco Montoli presidente de Il Ce.Sto. «Abbiamo voluto sfruttare le sue potenzialità sotto il profilo sociale, artistico, multiculturale, nel rispetto del territorio e delle esigenze di famiglie e bambini. Il nostro interesse era quello di offrire alternative e dare a tutti una motivazione per venire qui in qualunque ora. In particolare, ci siamo concentrati sull’animazione per i bambini e abbiamo voluto dotare gli spazi di attrezzature per il divertimento e per la sicurezza dei più piccoli. Adesso speriamo che con l’apertura imminente della scuola di Piazza delle Erbe questo spazio riesca a diventare una vera “Piazza dei bambini”, naturale continuazione della struttura scolastica vera e propria».

    Oggi i Giardini presentano un’offerta variegata in tutti i momenti della giornata e si rivolgono a diverse fasce di utenti. La mattina e il pomeriggio una programmazione dedicata perlopiù ai bambini e alle loro famiglie; alla sera, musica live e eventi vari, per offrire un’alternativa alla movida sregolata e arginare i fenomeni di microcriminalità e spaccio. Inoltre, una serie di iniziative importanti si sono svolte nel corso di questi anni: solo per citarne alcune, Giardini in Fiera, il mercatino vintage, il raduno di auto d’epoca, Cicloriparo (in collaborazione con il CIV e con gli operatori dei Giardini di Plastica), iniziative legate alla mobilità sostenibile, laboratori di falegnameria (dai quali sono nati gli attuali arredi della piazza) e incontri con ostetriche una volta a settimana per preparare i futuri genitori al momento della nascita. Sono state ospitate qui nel corso di questi due anni oltre 100 associazioni, che hanno potuto fruire degli spazi a disposizione; si sono svolti oltre 300 concerti; ha preso vita di recente la collaborazione con il Teatro della Tosse, che la scorsa estate ha deciso di organizzare proprio ai Luzzati lo spettacolo “Mille e una notte”.

    In più, anche un occhio attento verso il fenomeno della movida, che di recente è tornata a far discutere. L’intenzione è quella di creare un’alternativa alla movida sfrenata, per fare spazio a un divertimento consapevole. «Qui i giovani -continua Montoli- trovano uno spazio alternativo per l’aggregazione, di cui spesso la nostra città è carente: oltre ai concerti, eventi sociali e momenti di scambio culturale: dopo una serie di iniziative a tema (dedicate a vari Paesi, dal sud America al Giappone) a breve partirà un corso di dialetto genovese. Gli eventi serali sono anche un modo per finanziare le altre attività, che il più delle volte sono gratuite. Il nostro scopo era ridare vita alla zona e restituire lo spazio al quartiere: viceversa, senza presidi sul territorio si generano fenomeni di divertimento sregolato e passa il messaggio che il centro storico sia “terra di nessuno”».

    Le associazioni lavorano in modo indipendente e a costo zero: nessuna sovvenzione dalle tasche né di Tursi, né di altri enti. Il Comune ha agevolato la progettazione, condiviso gli intenti e sostenuto fin dall’inizio le associazioni, ma è un momento difficile per reperire finanziamenti. Tuttavia, i Giardini Luzzati sembra riescano ad andare avanti ugualmente bene, pur con costi di gestione e manutenzione tutti a loro carico, perlopiù finanziati con i fondi provenienti dal bar, anch’esso gestito da soci volontari.

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    giardini-luzzati-scavi-archeologici

     

     

     

     

     

    Inoltre, a ridosso della piazza, sono stati scoperti anni fa reperti archeologici: un anfiteatro di epoca romana è emerso durante i lavori per la costruzione di un parcheggio. Adesso le associazioni vogliono aprire gli spazi a tutti e usufruirne magari in collaborazione con il Teatro della Tosse e altre realtà, per offrire momenti di intrattenimento e spettacoli teatrali. Si parla di una possibile apertura già entro la prossima estate.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Maddalena, 90 mila euro da Tursi per il quartiere: ecco i progetti

    Maddalena, 90 mila euro da Tursi per il quartiere: ecco i progetti

    Piazzetta dei greci centro storico di GenovaUna buona notizia per la Maddalena. Nove progetti, firmati da associazioni operanti sul territorio, finanziati dal Comune di Genova per un totale di 90 mila euro. Cinema, teatro, letteratura, dal giornale alla biblioteca di quartiere, sino al coro della Maddalena composto dagli abitanti (di cui vi abbiamo già parlato qui). Insomma, un ventaglio di proposte interessanti che vedranno la luce nei prossimi mesi grazie al bando promosso da Tursi.

    Tra i progetti vincitori (qui la lista, ndr), il finanziamento più cospicuo, 20mila euro, andrà ad AMa, l’associazione degli abitanti della Maddalena, con il progetto Madd@lena52, un locale piano strada contenitore di svariate iniziative come ci anticipa il presidente di AMa Luca Curtaz: «Vogliamo aprire uno spazio in via della Maddalena, un presidio sul territorio. Sarà la sede della nostra associazione, ma soprattutto il punto di riferimento per le associazioni del quartiere che potranno usare i locali per riunioni e iniziative varie. Inoltre diventerà la sede del comitato di redazione che darà vita ad un giornale di quartiere e della biblioteca della Maddalena. Per quanto riguarda la biblioteca, sarebbe meglio definirla “ciclobiblioteca“… Il nostro intento infatti è quello di organizzare un servizio di consegna libri a domicilio con le bibciclette per gli abitanti anziani o con difficoltà motorie».

    Il secondo importo più significativo, 14mila euro, è stato assegnato all’associazione Lunaria Teatro per la realizzazione del progetto “Il salotto letterario della Maddalena”. La direttrice Daniela Ardini racconta: «Un progetto che coinvolgerà abitanti e commercianti con incontri e esposizioni di libri nei vari locali del quartiere, eventi teatrali itineranti per le strade della Maddalena e in prestigiose cornici storiche come il Palazzo Spinola in Piazza Pellicceria, la chiesa della Maddalena e la chiesa delle Vigne. Saranno “letture spettacolari”, un innovativo connubio fra romanzo e rappresentazione teatrale».

    Fra i progetti che hanno ottenuto maggiori finanziamenti troviamo quello del CIV Maddalena (10mila euro) per la valorizzazione delle porte di accesso al quartiere:  «Il nostro progetto prevede l’installazione di totem digitali nei principali punti di accesso al quartiere, ovvero Garibaldi, Senarega, Soziglia, San Luca e Luccoli, che contengano informazioni sulle attività del quartiere, ludiche, culturali, commerciali. Informazioni preziose per i turisti e per gli stessi genovesi che continuano a vedere la Maddalena come un luogo mal frequentato. Il nostro obviettivo è quello di portare nelle nostre strade più persone, un passo fondamentale per migliorare la vivibilità e rilanciare la Maddalena». I totem installati dal CIV saranno in diverse lingue, fra cui arabo e spagnolo per andare incontro ai turisti, ma anche ai nuovi abitanti del quartiere genovese.

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    Campanile delle Vigne, Genova

     

     

     

     

     

     

     

     

    Gli altri progetti finanziati sono il già citato Coro della Maddalena (12mila euro), i laboratori di circo a cura dell’associazione Sarabanda (9,5mila euro), le iniziative del Laboratorio Probabile Bellamy al Teatro Altrove (proiezioni e percorsi di formazione con i ragazzi in ambito cinematografico – 8mila euro), “Sapori di giustizia” curato da Belleville (i prodotti “antimafia” dai territori del sud raggiungono i negozi della Maddalena – 6mila euro), una nuova segnaletica per il turismo (progetto che va a braccetto con l’iniziativa del CIV) a cura di Kallipolis (5mila euro) e “In scia stradda upgrade” (5,5mila euro) firmato da Il Pane e le Rose che già gestisce il presidio In Scia Stradda di Vico Mele.

    In queste settimane le associazioni saranno ospitate negli uffici comunali per esaminare i progetti nel dettaglio e programmare la messa in atto sul territorio e successivamente i vari progetti verranno presentati al pubblico, in modo da coinvolgere sin dalle primissime battute tutto il quartiere in questo nuovo avvincente cammino (qui il bilancio delle iniziative dello scorso anno, ndr) verso la rinascita e la riqualificazione della Maddalena.

     

    Gabriele Serpe