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  • Comunali, Bucci vince ma lo sceglie solo un genovese su cinque. Crivello sotto di 21mila voti. Ma Marco Doria prese di più

    Comunali, Bucci vince ma lo sceglie solo un genovese su cinque. Crivello sotto di 21mila voti. Ma Marco Doria prese di più

    palazzo-tursi-D4Marco Bucci, nuovo sindaco di Genova, è stato eletto da meno di un genovese su cinque. I suoi quasi 112.400 voti ottenuti nel ballottaggio di ieri, oltre 23.700 in più rispetto a quelli incamerati nel primo turno, gli sono valsi il 55,24% delle preferenze dei votanti ma, la scarsa affluenza, fa sì che nel complesso si tratti solo del 22,9% di tutti i potenziali aventi diritto al voto. Una percentuale che scende al 19% se, invece, vengono considerati tutti gli oltre 583.600 che compongono tutta la popolazione genovese secondo quanto riportato dai dati ufficiali del sito del Comune.
    Anche Gianni Crivello, il candidato del centrosinistra sconfitto, ha aumentato i propri voti passando dai 76.300 del primo turno ai 91.057: un incremento di quasi 15.000 voti che non è stato sufficiente a ridurre il gap dal suo avversario. Anzi, se la distanza tra i due contendenti, quindici giorni fa, era di circa 12.300 voti, quella definitiva di ieri è salita a oltre 21.300. A contribuire, senza dubbio, anche una parte dell’elettorato cinque stelle che non sembra aver seguito le indicazioni del proprio candidato sindaco sconfitto al primo turno: Luca Pirondini aveva infatti invitato a votare scheda bianca, ma le schede bianche scrutinate ieri sono state solo 1.500 a cui si aggiungono oltre 4.600 voti variamente annullati.
    Tirate le somme, dunque, non è vera l’affermazione del segretario regionale della Lega Nord, Edoardo Rixi, secondo cui Marco Bucci sarebbe più legittimato di Marco Doria a governare la città: cinque anni fa, il sindaco era stato eletto al ballottaggio con oltre 114.245 voti -pari al 59,71% dei votanti- quasi 2.000 più di Bucci, senza considerare che al primo turno le preferenze erano state quasi 127.500.
  • Elezioni, la mutazione genetica dei genovesi, tra la “piccola” vittoria della Lega e il baratro del Centro-sinistra

    Elezioni, la mutazione genetica dei genovesi, tra la “piccola” vittoria della Lega e il baratro del Centro-sinistra

    palazzo-tursi-aula-rossa-d23A urne chiuse in attesa dei risultati del ballottaggio il primo dato emergente è che a Genova è in corso una mutazione genetica: il capoluogo ligure, per decenni considerato partecipativo fortino del centrosinistra, e con una fortissima tradizione “rossa”, potrebbe avere un risveglio piuttosto brusco, grazie a nuovi rapporti di forza all’interno delle istituzioni. Il risultato delle urne restituisce il comparto delle destre in crescita e un centrosinistra decisamente in affanno. I dati storici, però, come spesso accade, inquadrano meglio l’andamento politico, arricchendo la prospettiva di analisi. In termini assoluti, la destra in passato è stata anche più forte, quello che è cambiato è che il Partito Democratico e tutto il centrosinistra sono sull’orlo del baratro, con un picco storico negativo senza precedenti. Il contesto si arricchisce con lo storico dato dell’astensione: per la prima volta alle amministrative genovesi a votare non è stata la maggioranza degli aventi diritto.

    La “piccola” vittoria della Lega

    Il risultato più evidente, come dicevamo, è l’avanzata della Lega Nord che, rispetto alle scorse elezioni comunali, ha guadagnato ben 20mila preferenze. In termini numerici passa dai circa 8mila voti del 2012 ad oltre 28mila di oggi, con un aumento percentuale che registra un +250% circa; un dato che la dice lunga sulla situazione politica del capoluogo ligure. Come vedremo, in caso di vittoria di Marco Bucci al ballottaggio, sarebbe il partito più forte in Consiglio comunale, anche se nei fatti rappresenta solo il 6% della popolazione. Un risultato che riporta in serie positiva l’andamento del consenso di questo partito, che in termini assoluti stava decrescendo dal 1993. L’esordio, dopo la stagione di “manipulite”, portò un bottino per il Carroccio, all’epoca guidato da Serra, di oltre 116mila preferenze, che garantirono nove consiglieri in Sala Rossa. Da lì in poi, però, in tutte le successive consultazioni i consensi hanno registrato un calo: nel 1997 i voti raccolti furono poco più di 11mila (zero consiglieri), nel 2002 scesero a 9.400 (un solo consigliere), nel 2007 piccolo calo a 9.340 preferenze (un consigliere), per arrivare, come abbiamo visto, al record negativo della scorsa consultazione elettorale (sempre con un solo consigliere).

    Andamento seguito dall’aumento generalizzato di tutto il comparto di centrodestra, che oggi registra solamente un leggero e ulteuriore ridimensionamento di Forza Italia, che passa dai 21mila voti di cinque anni fa (presi però come Pdl) ai 17mila circa di domenica. La Lega, quindi, guida e condiziona tutta la coalizione di centrodestra. La stagione di Matteo Salvini, decisamente orientata a destra, pare funzionare. Nel “raccolto” di questa tornata elettorale potrebbe essere finita anche una parte dei voti di Alleanza Nazionale, che dieci anni fa prendeva comunque 16mila preferenze, già in calo rispetto all’ultima partecipazione del Msi (1993) che raccolse oltre 20mila voti. Anche se è più probabile che gli ex “tricolori” siano confluiti negli 11.490 voti raccolti da Fratelli d’Italia, pari al 5,28% delle preferenze. Una destra, quindi, che torna a crescere in termini di consensi, ma in termini assoluti, si assesta sullo storico cittadino.

    La “Questione” a sinistra

    Quello che invece è cambiato è il consenso della cosiddetta sinistra genovese: il centrosinistra del Pd, infatti, continua nel suo crollo perdendo circa 12mila preferenze, passando cioè da 55mila a 43mila voti. A livello di liste in appoggio al candidato, se nel 2012 la lista Doria raccolse circa 26mila preferenze, oggi quella di Crivello si ferma a poco più di 20mila, rimanendo comunque determinante e, paradossalmente, più “pesante” in Sala Rossa in caso di eventuale vittoria al ballottaggio. Oggi tutto il centrosinistra alleato del Pd ha preso 76mila voti e, comparando questi dati con gli andamenti storici recenti, “la questione” appare evidente: dieci anni fa (con Marta Vincenzi come candidata), il centrosinistra si imponeva con 158mila preferenze, cioè circa 80mila in più rispetto ad oggi, con un Ulivo capace di raccogliere da solo 90mila voti. Il confronto appare ancora più umiliante se si guarda all’exploit del 2002 in cui il centrosinistra, guidato dai Ds, prese 210mila preferenze, lanciando la seconda legislatura di Pericu. Certo, erano altri tempi, e al voto andava il 67% degli aventi diritto, cioè circa 360mila persone, contro le 228mila di oggi, ma il conto non lascia scampo: in dieci anni il centrosinistra ha perso circa il 50% dei voti, un baratro che non ha precedenti.

    Un dato da non dimenticare è che dalle votazioni di domenica escono fortemente ridimensionate le rappresentanze politiche tradizionalmente più a sinistra, rappresentate solamente da un Paolo Putti che in solitaria vivrà i prossimi cinque anni da consigliere comunale, mentre nel 2012 con Doria “entrarono” due consiglieri di Sel e uno di Rifondazione Comunista. Per Chiamami Genova un esordio da 11mila preferenze, che, per fare dei paragoni, sono esattamente i voti che raccolse Sel nella scorsa tornata o l’allora candidato della Lega, Edoardo Rixi. Ad appoggiare esternamente questa lista civica, anche Rifondazione Comunista, che cinque anni fa prendeva 5mila voti, mentre nel 2007 raccoglieva 15mila preferenze. L’andamento storico del partito è eloquente: nel 1997 i voti furono 31mila, nel 1993 32mila. Una lenta e inesorabile discesa.

    La non sconfitta del Movimento 5 Stelle

    Il Movimento 5 Stelle, perde non perdendo. Se, infatti, stando alla aspettative di campagna elettorale, il suo risultato “non sfonda”, in termini numerici progredisce: nel 2012 sfiorò il ballottaggio con 36mila preferenze, mentre oggi raccoglie circa 40mila voti. Va ricordato che nel 2012 il Movimento era all’esordio, mentre oggi è “forza di governo” in alcune grandi città italiane, grazie a un’ascesa che sembrava avere possibilità anche a Genova. Un risultato che riesce sostanzialmente ad “impattare” la crisi di consenso degli ultimi mesi e garantisce una buona presenza in Sala Rossa.

    Consiglio comunale, tra novità e palude

    palazzo-tursi-giornalisti-consiglio-DIl risultato del prossimo ballottaggio darà sicuramente una nuova veste al Consiglio comunale, che, a prescindere dal risultato finale, sarà in ogni caso attraversato da nuovi rapporti di forza. I 40 posti a disposizione saranno così distribuiti: 24 scranni andranno per premio di maggioranza alle liste della coalizione vincitrice, mentre i 16 rimasti agli sconfitti, secondo il metodo proporzionale D’Hondt.

    In caso di vittoria di Bucci, la mutazione genetica di cui sopra prenderà la veste istituzionale: nove, infatti, sarebbero i consiglieri comunali della Lega, come all’esordio nel 1993, con la differenza che oggi diventerebbe il primo partito dell’assemblea. A seguire, sei della lista civica di Bucci, “Vince Genova”, cinque di Forza Italia, tre di Fratelli d’Italia e solamente uno per Direzione Italia. L’opposizione vedrebbe sei consiglieri per il Pd, cinque per il M5s, tre della lista civica del candidato sindaco Crivello, uno per il candidato stesso, e uno per la lista civica capitanata da Paolo Putti, Chiamami Genova.

    In caso di vittoria della coalizione che sostiene Gianni Crivello, invece, l’assetto sarebbe diverso: il Partito Democratico avrebbe 14 consiglieri, più sette della “lista Crivello”, due di “A Sinistra” e solo uno di “Genova Cambia”. Dall’altro lato, invece, avremmo cinque consiglieri pentastellati, tre per Lega Nord, tre della lista “Genova cambia”, due per Forza Italia e uno solo per Fratelli d’Italia come per Chiamami Genova. Dei due “poli” rimasti esclusi dal ballottaggio, quindi, per Paolo Putti il “destino solitario” è già scritto, così come la presenza di cinque “grillini”.

    Con ogni evidenza, a contendersi il “controllo” della Sala Rossa sono Lega Nord e Pd, in un inedito, almeno per Genova, scontro. In ogni caso, però, le liste civiche che hanno appoggiato i candidati sindaco saranno determinanti per mantenere le relative eventuali maggioranze: un assetto simile alla passata legislatura comunale, che, come l’esperienza ci insegna, ha portato a numerosi imbarazzi reciproci tra primo cittadino e “partito”, diventati ben presto palude politica e amministrativa.

    Affluenza defluita

    L’ulteriore dato che emerge dai risultati di questa consultazione è legato all’affluenza; con il 48,39% di votanti sugli aventi diritto, Genova tocca il suo minimo storico: 237mila preferenze espresse, contro le 279mila del 2012, precedente record negativo, con un’emorragia di circa 40mila persone non recatesi alle urne. Una sorta di lista civica della delusione o della disaffezione, che per consistenza è stata determinante per gli esiti del voto. Anche in questo caso l’andamento storico non lascia spazio a dubbi: nel 2007, dieci anni fa, a votare andarono 323mila persone (61% degli aventi diritto), nel 2002 furono 367mila (67%); continuando l’excursus a ritroso, si registra una leggera flessione del 1997 con 341mila voti validi (59%), per poi ritrovare i 439mila del 1993, che portarono la percentuale dell’affluenza al 73,4%. In 25 anni, quindi, si sono smarriti 200mila votanti.

    Per la prima volta, non è la maggioranza dei genovesi ad aver scelto i propri rappresentanti nell’amministrazione; un fatto che depotenzia la rappresentanza politica, dimezzandone le percentuali “di ricaduta” sulla popolazione totale. Un fenomeno che dovrebbe far riflettere sulla “forza” della comunicazione politica, soprattutto in una contingenza di trasformazione come quella che sta vivendo Genova da diversi anni a questa parte. I numeri ci dicono che in questa tornata elettorale paradossalmente non ci sono dei veri vincitori, ma alcuni sconfitti. Il destino della città sembra interessare sempre a meno persone e le cause probabilmente arrivano anche da lontano. Il partito del non voto per la prima volta “regna” in città. I due maggiori partiti che si contenderanno il controllo dell’assembla cittadina, infatti, rappresentano il 6% (Lega Nord) e il 9% (Pd) di tutta la popolazione e amministreranno, per gli altri 94% o 91%.

    I numeri ci dicono che slogan come “prima gli italiani”, “chiuderemo i centri sociali”, “schederemo i questuanti”, accompagnati da sferzate di sicuritarismo e repressione del dissenso sociale hanno avuto più presa di quelli che parlavano di “diritto alla casa”, “giustizia sociale”, “accoglienza”. Tra le righe, se vogliamo leggerle, il dato storico però dice non che l’aggressività della destra genovese abbia attivato nuovi seguaci – che, come abbiamo visto, già c’erano, dormienti – ma piuttosto che i messaggi di discriminazione e arretramento sul tema dei diritti e della giustizia sociale non abbiano allarmato e attivato le coscienze “di sinistra” di Genova, una “sinistra” praticamente smobilitata nel fare argine ad una eventuale deriva a destra. Questo è sicuramente il dato che deve fare riflettere di più. Urgentemente.

    Nicola Giordanella

  • Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Trump, Genova e la campagna elettorale che (non) vorrei

    Panorama-città-D1Una delle cose peggiori che si sono lette dopo la vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca è il supposto problema che abbiamo scoperto minacciare la nostra democrazia: addirittura c’è chi ha parlato di 11 settembre democratico. Milioni di pixel sprecati, e rammarico per aver perso tempo a leggere baggianate. La democrazia è una scatola, e quindi sono i contenuti che vi riponiamo che determinano la qualità e la salute della gestione politica delle nostre comunità, grandi o piccole, potenti o discrete che siano. Non è certo questa la sede per approfondire certe questioni di scienza politica: lo spunto americano, però, ci lascia interessanti temi di riflessione sulla distanza tra apparato, media e persone. Tanto grande lo stupore del mondo alla vittoria del biondo miliardario, tanto evidente la scollatura tra le esigenze del popolo e le risposte fornite dalla politica, raccolte, filtrate, veicolate e supportate dai media mainstream. Per questo motivo, guardando le prossime elezioni amministrative che si svolgeranno a Genova, è necessario preoccuparsi della qualità e del livello dei contenuti della campagna elettorale che è alle porte.

    La nostra città, da anni, sta attraversando una lunga fase di trasformazione sociale, economica e culturale; con la crisi e le vacche magre, la figura del sindaco è ancora più importante: la scelta di dove e come allocare le poche risorse disponibili risulta fondamentale e fa la qualità e lo spessore politico del primo cittadino di turno. Per questo motivo, la speranza è che nei mesi che ci separano dalle urne possano entrare nel dibattito argomentazioni di qualità, trovando spazio tra populismi d’accatto, perbenismi pantofolai, promesse da bicchiere e supercazzole varie.

    Cambiamenti urbani e grandi opere

    Il mutamento da sempre è croce e delizia di Genova; troppo “nello stretto” per non auto-cannibalizzarsi e troppo affascinante per non piangerne. Oggi abbiamo cantieri ovunque, grandi e piccoli, belli e brutti, utili e disastrosi. Necessario sarà quindi riflettere sulle priorità vere di una città che cade a pezzi e sotto la continua minaccia del da-noi-generato, dissesto idrogeologico. Sul fare il Blueprint tutti sono d’accordo, ma è opportuno oggi avergli fatto fare il salto in classifica delle priorità non rimandabili della nostra città? In secondo luogo, il regalo di Renzo Piano, è veramente la soluzione migliore per una riqualificazione così ampia in quella parte così intima di Genova? Sarebbe da chiedersi onestamente quali siano le grandi opere necessarie: la crisi globale è un fatto, tangibile e reale “since-2008”, che sta rimodulando molti parametri economici: è veramente la mossa azzeccata investire montagne di soldi e sconvolgere interi territori per un’opera, come il Terzo Valico dei Giovi (che, da dopo l’inchiesta, si chiama Tunnel dei Giovi) profondamente legata a un’idea di sviluppo di decenni fa? Nel frattempo, i porti di Savona, La Spezia e Livorno sono cresciuti sia come infrastrutture, sia come volume di traffico, arrivando a creare una potenziale rete oltremodo sufficiente a gestire il traffico commerciale del nord tirreno; ha senso investire così tanto e in questo modo sul porto genovese, orgoglio a parte? Qualche idea migliore? Abbiamo visto che i dati di traffico sulle nostre autostrade sono costanti se non in diminuzione, ha senso investire nella Gronda di Ponente? Sono state pensate delle soluzioni meno impattanti e più chirurgiche che costruire nuove decine di chilometri tra viadotti e gallerie? Metti caso che il Tunnel dei Giovi venga completato, senza intoppi, allora il problema del traffico merci su gomma sarà risolto, vero? Allora, o una o l’altra, almeno. Il prossimo sindaco avrà il dovere di affrontare queste tematiche in maniera seria e onesta, utilizzando il proprio peso politico, dove non potrà arrivare con la competenza amministrativa, per ottenere lo sblocco delle Grandi Opere che veramente servono alla città, come, per esempio, la ristrutturazione delle centinaia di appartamenti di edilizia residenziale pubblica oggi in abbandono, giusto per fare un esempio immediato e che permette di affrontare un vero problema collettivo come l’emergenza abitativa.

    Degrado e movida

    Lo abbiamo visto in questi giorni: uno dei temi che sicuramente sarà centrale nella campagna elettorale che verrà, sarà la movida e il supposto “degrado” del centro storico. Una questione non semplice, che intreccia diverse esigenze, dal turismo al diritto alla salute degli abitanti, dal lavoro al semplice svago ricreativo della collettività. Quello che non serve, probabilmente, sono ordinanze dettate dall’onda emotiva di turno, ma un’idea su che tipo di città vogliamo essere, su che tipo di turismo vogliamo attrarre, su che tipo di destino pensare per il centro storico. Ma non solo. Ragionare sulla movida significa anche ragionare sulla qualità degli spazi della periferia e sulle alternative aggregative. La speranza è che il dibattito sul degrado non rimanga ai livelli stucchevoli e perbenisti a cui siamo abituati: il problema è l’urina sui muri o il fatto che non esistano bagni pubblici nei vicoli perché non ci sono i soldi per gestirli o perché abbasserebbero il valore di alcuni immobili? Il problema è l’immigrato che vive nei carruggi o chi gli affitta la casa in nero, assieme ad altri sette coinquilini? Poi, sarebbe opportuno riflettere su che tipo di centro storico vogliamo: il gioiello finto per i croceristi o il gioiello vero per i genovesi? Il sindaco può intervenire, guidando un dibattito e una serie di scelte che siano, oneste e per tutti, da chi cavalca il sistema economico, a chi ne è ai margini.

    Risorse, lavoro e qualità della vita

    Mancanza di risorse, dicevamo. La tendenza nel gestire la cosa pubblica è quella di demandare al privato o al volontariato la responsabilità della manutenzione di spazi e beni collettivi. Probabilmente nulla di più che un “tapullo” che ha la sola conseguenza di rimandare il problema a chi verrà dopo, depotenziando il lavoro salariato, fino a renderlo solo un peso di gestione economica da bilancio. Forse sarebbe il caso, invece, di investire nel lavoro, ideando e pensando soluzioni che sappiamo traghettare il difficile e inevitabile tramonto della società industriale (e degli industriali) per evitare crisi “alla Taranto” prima che siano irrisolvibili: non sarebbe accettabile portare a ridurre il dibattito sulla dicotomia “salute o lavoro”. Ci siamo quasi, se guardiamo alle molte, e solite, grandi attività industriali del nostro territorio oggi alla canna del gas. Il primo cittadino di Genova dovrà avere “le palle politiche” per pensare, progettare e condividere eventuali sacrifici, in un’ottica che sappia tutelare tutti, senza lasciare indietro nessuno.

    L’agenda del nuovo sindaco della Superba sarà oltre modo densa; la crisi genera mostri e intolleranze, di cui oggi abbiamo sintomi allarmanti, come il successo di populismi tendenti alla xenofobia e alla semplificazione di una realtà complessa. Bisognerà anche arginare recrudescenze nere, che in questo contesto trovano terreno fertile e sdoganamenti un tempo impensabili. La memoria deve essere lunga, come anche la prospettiva del futuribile, e bisognerà slegare le scelte strategiche dal ciclo elettorale, rendendole inclusive, collettive e oneste. Sarà un lavoro complicato, senza dubbio. Sono secoli che Dio benedice l’America e i risultati sono sotto gli occhi di tutti; a Genova ci accontenteremmo di molto meno; basterebbe un sindaco che fosse “politico”, di tutti e con gli attributi giusti al momento giusto.

    Nicola Giordanella

  • Elezioni europee, analisi del voto. Cosa c’entra Mario Monti con la vittoria di Renzi e del Pd?

    Elezioni europee, analisi del voto. Cosa c’entra Mario Monti con la vittoria di Renzi e del Pd?

    Matteo RenziNé i più autorevoli commentatori, né gli stessi protagonisti sono stati in grado di prevedere l’esito del voto di domenica scorsa. Neppure io ho dimostrato particolari doti di preveggenza, prestando fede incautamente alle paure e alle speranze dei contendenti. Ciò detto, il fatto che il responso delle urne sia stato imprevisto non comporta che ora sia inspiegabile. 

    Uno sguardo ai numeri

    Il vero vincitore delle Europee è, come sempre, l’astensione. L’affluenza definitiva è stata pari al 58,96% degli aventi diritto, contro il 66,43% dell’ultimo precedente (2009) e contro il 75% abbondante delle politiche dell’anno scorso. Il trend è dunque quello di un calo progressivo ma inesorabile, che certifica la disaffezione degli elettori.

    Benché la scarsa affluenza sembri scoraggiare l’idea di fare paragoni tra europee e politiche, pure se vogliamo capire chi sale e chi scende siamo costretti a prendere un punto di riferimento: e le politiche del 2013 sono l’unico metro di paragone possibile. D’altronde, nonostante il forte divario di votanti, alla fine per spartire il potere ciò che conta è come la torta si divide: non quanto grande essa sia. Allo stesso modo, se vogliamo trarre un dato politico, dobbiamo per forza dare a queste elezioni europee una minima valenza politica. Ecco dunque un raffronto[1].

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    [1] = Il risultato è la differenza di ogni partito tra la percentuale sul totale nel voto di domenica e la media aritmetica tra Camera e Senato nelle politiche del 2013. Es. Fratelli D’Italia: 3,66% – (1,96% + 1,93%) / 2 = 3,66% – 1,945% = + 1,175% (arrotondato +1,72%). La media aritmetica è ovviamente una scelta grossolana: ma è il modo più facile e veloce per tenere in conto il voto disgiunto delle politiche per via della diversa soglia di sbarramento (il margine di errore è comunque esiguo).
    Il valore espresso non va confuso con l’incremento relativo: se dal 1,945% passo al 3,66% del totale, ho aumentato la mia parte di voti dell’88%. Qui invece bisogna guardare al totale: fatta 100 ogni “torta” elettorale, se la mia fetta alle politiche era pari 5 e la mia fetta alle europee è stata pari a 10, allora nel secondo caso sono stato in grado di accaparrarmi un 5% in più, mentre gli altri complessivamente hanno perso il 5% del disponibile.

    Mi aspetto che alcune di queste cifre sorprendano il lettore. Salta subito agli occhi, ad esempio, che il calo del M5S (-3,5% sul totale) c’è, ma non è affatto drammatico: fatta la tara dell’astensione, spostamenti di qualche punto percentuale si potrebbero spiegare in molti modi, o essere considerati addirittura fisiologici. Il problema di queste elezioni non è dunque quanto ha perso Grillo: il problema è quanto ha guadagnato Renzi.

    Il balzo del Partito Democratico (+14,4% sul totale) è senza precedenti. Nonostante l’affluenza più bassa rispetto al 2013, il partito del premier è riuscito addirittura ad aumentare il numero assoluto di elettori, passando da 8,6 a 11 milioni di voti. È del tutto evidente che il “normale” declino di Grillo non basta a spiegare il del tutto “abnorme” successo di Renzi. Ci deve essere di più.

    Il centro adesso si chiama Pd

    elezioniL’area politica che ha sostenuto Tsipras (identificabile con la sinistra più o meno “critica” che sostenne SEL e Rivoluzione Civile di Ingroia) sembra aver perso qualcosa nel confronto con il 2013: ma considerata la stima un po’ grezza, conviene concludere che siamo tutto sommato in linea. Diverso il caso di Berlusconi, che nel passaggio da PDL a Forza Italia ha perso il 5,11% del totale. Una parte di questo elettorato è andato via con Alfano: quanto esattamente, è impossibile dirlo, dato che i voti dell’NCD si sono sommati con quelli degli alleati dell’UDC. Possiamo però tentare di stimare (assumendo per il centro cristiano-democratico lo stesso peso elettorale del 2013) che al vicepremier sia andato un 2,4-2,5% (e dunque che il restante 2,6% sia la misura dell’appeal perso, nel complesso, da quel PDL che una volta era di Berlusconi e Alfano insieme).

    Ma il vero sconfitto, anzi il vero assente di questa tornata elettorale è il centro di Scelta Europa. Parliamo di un gruppo di partiti che è passato dai 3,4 milioni di voti del 2013 ai 196 mila della settimana scorsa: un -94% abbondante che l’astensione non può minimamente giustificare. Artefice di questa disfatta è ovviamente la scomparsa di Mario Monti e del suo Scelta Civica, propaggine ormai indistinguibile del Partito Democratico. Il che rende lecito concludere – complice anche l’avversione per l’austerità dell’ex-commissario europeo – che quest’area politica è stata completamente “cannibalizzata” dal PD.

    Interpretare i numeri

    Questa considerazione già rivela la mia interpretazione generale. L’idea del cosiddetto “elettorato liquido”, ossia la rappresentazione di un caos magmatico nelle intenzioni dei cittadini, dove colate di voti si spostano all’ultimo momento utile sfuggendo a qualsiasi rilevamento statistico, temo sia in gran parte un mito. In realtà non sono gli elettori a essersi spostati: sono i partiti.

    Guardiamo di nuovo al rapporto PD-centro. Se nel 2013 (per ipotesi) ho votato Scelta Civica, evidentemente ho voluto dare un segnale di stabilità di governo, rigore e rispetto dei patti europei, nell’ottica di un’alleanza col PD e fuori dal “populismo” grillino o berlusconiano. L’anno dopo, volendo lanciare un identico messaggio, non ho più bisogno di andarmi a cercare Mario Monti (manco si sentisse il bisogno di “più austerità”): mi basta confermare la fiducia al governo in carica.

    È illogico pensare che i centro-montiani siano spariti, siano rimasti tutti a casa o si siano spostati verso il fronte anti-euro. È praticamente certo, anzi, che abbiano votato PD, obbedendo alla chiamata alle armi contro il “populismo” e difendendo quello che, tutto sommato, è anche il loro governo. Allo stesso modo, è possibile che alcuni delusi del M5S siano finiti nelle braccia dei democratici (i due hanno molti punti in contatto): ma che questa sia la dinamica dominante è contro-intuitivo ed è contraddetto dai numeri (dato che Grillo ha perso molto meno di quanto Renzi abbia guadagnato).

    Le idee contano

    Tutto questo sembra incoraggiare un’interpretazione per “aree di appartenenza”. Proviamo cioè a considerare l‘ipotesi che non sia tanto il carisma del leader, quanto i contenuti politici percepiti a orientare le preferenze dell’elettorato: ossia, in altri termini, che il voto non si sposti troppo distante da dove si origina. Per questo occorre evidentemente un’interpretazione dell’offerta politica, come quella che ho delineato la settimana scorsa.

    voto-elezioni-europee-2014Partendo da questa proposta il risultato del voto (ripartito qui accanto) assume una connotazione molto più chiara. L’elettorato ha premiato le forze anti-euro – Lega Nord e Fratelli D’Italia – oltre naturalmente al partito di governo che più concretamente rappresenta la stabilità interna e il «più Europa» (al punto tale da penalizzare persino gli stessi alleati). Ha punito invece tutti quelli che sono rimasti nel mezzo e si sono barcamenati tra critica e accondiscendenza, tra responsabilità e opposizione.

    Se raggruppiamo ulteriormente le varie forze sulla base dell’atteggiamento rispetto alla continuità di governo e alla responsabilità verso l’Europa, otteniamo:

    euro-convinti, 45,9% dei consensi, conquistano 8,3 punti percentuale;
    anti-euro, 9,8% dei consensi, conquistano 3,6 punti;
    euro-indecisi, 42% dei consensi, perdono 9,7 punti.

    Un’altra interpretazione può essere quella di raggruppare quelle forze che amano chiamarsi “moderate”, secondo una distinzione che va molto di moda, per vedere quale alternativa critica ha avuto successo. Destra, sinistra e centro, da Forza Italia al PD, sommano insieme il 62,7% dei voti: solo 3,2% in più dell’anno scorso. Grillo, che vede in queste forze la vecchia politica da abbattere, e Tsipras, che rimprovera loro di essersi alleate in nome dell’austerità, tradendo la solidarietà europea, arrivano insieme al 25,2%: il 4,6% in meno del 2013. Gli anti-euro, come già detto, sono invece promossi.

    Conclusione

    Questa analisi rimette in discussione tutto quello che credete di sapere sul voto. È stato premiato non tanto Renzi a scapito di Grillo, né il “fare” a scapito del “disfare” o la “speranza” a scapito della “paura”; bensì chi ha saputo mettersi nettamente con o contro questa Europa, dicendo con chiarezza se la nostra politica interna dipenda da quello che si decide con i partner, oppure se possiamo fare da soli.

    La linea del rispetto dei patti ha vinto insieme con il Partito Democratico. Ormai esso è definitivamente trasfigurato in “partito dell’Europa”: l’elettorato lo riconosce come l’unico portatore dell’ortodossia economico-politica e così facendo gli lega al collo la pietra delle politiche comunitarie, di cui sarà d’ora in poi l’unico responsabile. La sua ascesa, d’altronde, è tutta interna, a scapito delle altre forze “moderate” (le vere vittime di Renzi): e questo incorona il PD ultimo vero campione dell’ordoliberismo.

    Dall’altra parte esce fortemente ridimensionata la pretesa del M5S di campare intercettando il malcontento: non solo per l’indecisione in materia di Europa che avevo stigmatizzato, ma anche e soprattutto per i limiti strutturali che pure denuncio pressoché in solitaria da ormai più di due anni. Finora il M5S è servito solo a incanalare il dissenso disperdendolo, senza permettergli di trovare una direzione costruttiva, facendo il gioco dell’ordoliberismo. Ed è soprattutto questo che spiega la difformità tra il voto italiano e il resto d’Europa: da noi l’ortodossia è compatta, mentre la critica è dispersa e sprecata.

    Si ridimensiona anche l’epopea di Renzi “trascinatore della masse”. Certo, da domenica sera non si può più negare al premier la piena legittimità democratica: eppure – a costo di sembrare irriducibilmente testardo – davvero non trovo un appiglio per riconoscergli anche la paternità diretta della vittoria.

    Al contrario si rivaluta (almeno per quel che mi riguarda) il reale impatto di una certa propaganda, che nelle vicinanze del voto era in effetti diventata martellante: “gli anni ’30”, le “frontiere di morte”, il “razzismo”, il “nazifascismo” e altri messaggi populisti, a cui sono andate a sommarsi le sparate di Grillo, hanno generato evidentemente un quadro coerente nella testa della gente. Tutto deve essere sembrato chiaro: da una parte l’Europa dei Popoli, delle forze moderate, del rispetto reciproco e della responsabilità; dall’altra i lepenisti, i populisti, gli xenofobi e tutti quelli che nel corso della Storia, nei momenti difficili predicano male e portano i popoli alle guerre fratricide. Un quadretto assurdo, in senso assoluto: ma possibile. Certo più probabile che pensare che gli italiani abbiano visto il messia entrare a Firenze in groppa ad un asino o che, all’opposto, si siano venduti per 80 denari.

     

    Andrea Giannini

  • Polis, speciale Elezioni Europee. Guida al voto, cosa dobbiamo fare in Europa? Le risposte dei partiti

    Polis, speciale Elezioni Europee. Guida al voto, cosa dobbiamo fare in Europa? Le risposte dei partiti

    parlamento-europeo-europaDomenica si voterà per eleggere i membri del Parlamento Europeo. Tralasciando tutti i dettagli e le modalità di voto (che trovate qui) e le mie preferenze personali (che dovrebbero essere ormai più che note ai miei lettori), tentiamo di fare una sintesi dell’offerta politica e proviamo ad azzardare un pronostico.

    Elezioni Europee: i partiti e l’Europa

    Registriamo innanzitutto che per la prima volta da quando si vota per il Parlamento europeo le tematiche comunitarie hanno avuto una rilevanza nel dibattito pre-elettorale. Certo, molti andranno a votare semplicemente per dar un segno di discontinuità rispetto all’operato del governo in carica, oppure all’opposto per esprimere apprezzamento; ma molti altri si preoccuperanno davvero di lanciare un messaggio a Bruxelles o al modo in cui da Roma si è gestito il rapporto con l’Europa. Cerchiamo dunque, più che di dare un giudizio sull’operato di Renzi, di rintracciare all’interno del programma dei vari partiti la risposta a questa precisa domanda: cosa dobbiamo fare in Europa?

    Gli ANTI-EURO – Qui non ci sono dubbi: la risposta è uscire dall’euro e rifare un’alleanza europea su basi nuove. Si trovano su questo versante molte forze minori, tra cui sono teoricamente in condizione di superare lo sbarramento del 4% almeno due partiti: Fratelli d’Italia e Lega Nord. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, infatti, si sono ritrovati su una battaglia all’insegna della sovranità nazionale; la Lega Nord arrivando persino a togliere dal simbolo il riferimento alla tanto agognata Padania, candidando in primo piano un economista simbolo della critica all’euro (Claudio Borghi Aquilini) e entrando a far parte dell’Alleanza Europea per la Libertà (una piattaforma di destra dove si ritrovano anche il Front National francese e l’UKIP inglese).  Completano il profilo i soliti cavalli di battaglia, dalla valorizzazione delle rispettive economie nazionali o locali fino alla lotta contro l’immigrazione indiscriminata. Duri e puri.

    Gli EURO-CRITICIQui qualche dubbio c’è. Alla domanda “cosa dobbiamo fare in Europa?” rispondono che bisogna dare battaglia: ma non è chiaro fin dove vogliano spingersi. Il Movimento 5 Stelle propone 7 punti a prima vista molto duri con l’attuale gestione comunitaria; ma a un livello più approfondito molti di questi punti si rivelano piuttosto evanescenti. Per esempio è chiaro che il referendum sull’euro non si può fare; continuare a riproporlo non fa che mettere in luce l’indecisione del movimento ed è in contraddizione, tra l’altro, con l’idea degli eurobond, che ovviamente implica il mantenimento dell’euro. È probabile pertanto (in attesa che venga sciolto il nodo alleanze) che il comportamento degli europarlamentari pentastellati rimanga legato alle dinamiche che già conosciamo, tra votazioni on-line e sparate di Grillo. Sindrome di Peter Pan.

    Gli EURO-BOH?L’altro partito che generalmente si tende a considerare euro-critico è Forza Italia. Si tratta però di un’investitura ad honorem, dovuta ai vecchi contrasti tra l’Europa e Berlusconi, che sono tornati di moda grazie alle rivelazioni dell’ex-membro della BCE Bini-Smaghi e poi a quelle più recenti dell’ex-segretario al tesoro USA Tim Geithner. Nei fatti, tuttavia, l’euro-scetticismo del Cavaliere è rimasto tiepido, probabilmente per debolezza politica e spirito di conservazione: affrontare i servizi sociali da pregiudicato, tenere d’occhio l’estradizione di Dell’Utri e in più mettersi contro buona parte dell’establishment italiano ed europeo (dopo che già gli alleati europei del PPE già si defilano come di fronte ad un appestato) non è certo nelle mire di un uomo di quasi ottant’anni. Non si completa, così, la transizione del partito a forza di destra nazionale opposta al capitalismo globale, non rimanendo altro che il feticcio del carisma mediatico berlusconiano per garantire voti (e dunque qualche poltrona a qualche fedelissimo). Nostalgico. 

    Gli EURO-CONVINTI “CRITICI” È la lista L’Altra Europa per Tsipras, che in Italia ha fatto strage di cuori tra gli intellettuali “di sinistra”, da Barbara Spinelli a Roberto Saviano, da Stefano Rodotà ad Andrea Camilleri. In effetti avere un greco come candidato alla Presidenza della Commissione fa molto esotico; rappresenta il popolo che più ha sofferto per la crisi, dunque fa anche molto gli ultimi saranno i primi; e poi ci fa sentire sicuri di essere noi “i buoni”, perché coniuga l’internazionalismo europeo con una critica “da sinistra” a quel rigore tecnocratico che sta mandando in pezzi lo stato sociale. Tutto molto bello: ma pare non siano in tanti a volersi permettere il lusso di una questione di principio. Il problema è capire se questa posizione possa essere qualcosa di più che il sogno ad occhi aperti di un gruppo di eletti. Ma se siete di sinistra, se pensate quest’Europa debba cambiare pur senza uscire dall’euro, se ritenete che, per quanto flebile, questa sia l’unica speranza; allora non c’è dubbio: Tsipras è il vostro candidato. Non duri, ma puri.

    Gli EURO-CONVINTI È il gruppo più affollato. Vi rientrano a buon diritto (da destra verso sinistra):

    1. Nuovo Centro Destra (fronte PPE, candidato presidente Jean Claude Junker);
    2. Centro Democratico di Tabacci, Scelta Civica di Monti, e Fare per Fermare il Declino di Boldrin, uniti nella piattaforma Scelta Europea (fronte ALDE, candidato presidente Guy Verhofstadt);
    3. Partito Democratico (fronte PSE,  candidato presidente Martin Schulz).

    Queste formazioni si dividono sul tipo e sulla quantità di interventi da fare in un contesto continentale che certo così com’è non va. Ma una volta pagato pegno allo scontento generale, alla domanda “cosa dobbiamo fare in Europa?” la risposta è presto detta: proseguire su questa strada. Votando Scelta Europea si va “avanti tutta”, votando l’NCD di Alfano si chiede qualche ritocco “da destra” e votando il PD di Renzi si chiede qualche ritocco da… qualche altra parte. In ogni caso l’affermazione di queste compagini sarebbe un chiaro segnale di sostegno verso l’attuale establishment, dato che il PPE e il PSE erano fino a ieri i due blocchi che si spartivano il parlamento europeo. Usato garantito.

    Cosa sucederà?

    Innanzitutto bisogna considerare che ci saranno almeno due diversi esiti: c’è un esito nazionale, tutto interno al gioco politico italiano, e c’è un esito europeo, dove le singole sfide nazionali si sommano, con un diverso peso specifico.

    In Italia il voto è stato presentato come una sfida tra PD e M5S, complice anche la propaganda elettorale, condotta tutta contro l’avversario allo scopo di galvanizzare e compattare l’elettorato di riferimento. In questa dialettica, il PD è il polo “conservatore”, il M5S il polo “progressista”: la vittoria dell’uno o dell’altro determinerebbe, in teoria, se occorra rafforzare la strategia attuale o cambiare rotta. Tuttavia è lecito dubitare che da questo duello emerga qualche verdetto inappellabile. L’unica possibilità sarebbe un’affermazione netta, oppure un clamoroso tracollo, di uno dei due contendenti: all’opposto qualche punto percentuale sopra o sotto, nel testa a testa che si prospetta, non servirà a nulla, se non a sprecare parole.

    Allo stesso modo a niente servirà fare la conta dei critici o dei sostenitori di questa Europa, che è pur sempre l’orizzonte di riferimento politico del duo Renzi-Napolitano. Il Presidente è già stato chiaro; per di più il M5S si presenta da solo, e dunque difficilmente ci sarebbero prospettive per fare un nuovo governo con nuove elezioni; infine sappiamo che il parere degli elettori può essere tranquillamente messo da parte, anche in modo molto sfacciato. Morale: a meno di eventi clamorosi, i rischi per la tenuta dell’esecutivo sono minimi. Ciò detto, si possono attendere indicazioni importanti su altre questioni, quali ad esempio: il peso elettorale della battaglia anti-euro (soprattutto nel caso “plastico” dato dalla Lega Nord, e nonostante un’informazione  compattamente pro-euro), l’appeal di Renzi, le potenzialità della critica dissacrante di Grillo, la rilevanza residua di Forza Italia, eccetera.

    Queste dinamiche, che hanno valore a livello nazionale, potrebbero però essere completamente ribaltate sul piano europeo. Visto da lontano, infatti, il voto italiano sarà giudicato in modo molto sommario: tutti quelli che non appartengono al gruppo degli euro-convinti saranno buttati nel calderone dell’euro-scetticismo e trattati di conseguenza. Questo approccio, nonostante tutto, ha un suo senso: serve a valutare se la visione dell’attuale leadership europea sia sostenibile politicamente. E in quest’ottica è probabile che il voto italiano si rivelerà una vittoria complessiva dell’euro-scetticismo, e dunque una sconfitta per questo modello di Europa.

    Se poi il responso delle urne dovesse andare in questa direzione anche negli altri paesi, si aprono scenari imprevedibili. Una frattura insanabile potrebbe venire da una netta affermazione dell’euro-scetticismo in quei paesi (per esempio Francia e Inghilterra) dove il fronte non è diviso in vari partiti rivali (come avviene da noi). Ma se anche ciò non dovesse accadere, i rischi non sono per questo scongiurati. Un europarlamento con una forte minoranza euro-scettica (che è lo scenario più probabile), per quanto eterogenea questa minoranza possa essere, sarà comunque una novità destabilizzatrice. Bisognerà valutare, allora, il reale livello di stress delle istituzioni europee, già indebolite da una ripresa che non si vede, dall’incapacità di rinvenire una strategia alternativa, dalla pessima gestione della questione ucraina e dalle pressioni degli Stati Uniti; i quali, dopo aver fatto la loro parte con una politica economica espansiva, appaiono oggi sempre più innervositi dal peso morto per l’economia globale dato dal nostro autolesionismo.

    Pertanto, anche se probabilmente ci sarà la maggioranza per continuare su questa strada, la contezza della sua inevitabile insostenibilità politica sul lungo termine potrebbe suggerire una ritirata anticipata. Restano ovviamente possibili entrambi gli scenari: l’incrinatura potrebbe bastare per rompere il bicchiere, oppure all’opposto potrebbe rafforzare la determinazione di chi crede nel progetto e non intende darsi per vinto. In ogni caso l’ampiezza della marea euro-scettica servirà a testare la resilienza del sistema.

    Su queste basi possiamo azzardare un pronostico. La mia impressione è che Grillo sconterà certe sparate e il fatto di aver perso il voto degli anti-euro; ma chi sta davvero rischiando è il PD di Renzi, il quale, dal canto suo, ha solo da perdere e si presenta alle urne con molti handicap. Tra questi: la debolezza degli alleati, l’alta astensione, lo scandalo expo, le minori motivazioni degli euro-convinti, la recondita convinzione di alcuni di questi che una scossa euro-scettica farà comunque bene, le performance economiche non esaltanti e via dicendo. Il premier probabilmente se la caverà lo stesso, ma dovrà poi vedersela coll’esito del voto nel resto d’Europa e con i cambiamenti che ne seguiranno. La mia scommessa è che, a differenza di quello che succede da noi, negli altri paesi si terrà in maggior conto (o sarà più difficile occultare) un responso che minaccia di terremotare il continente.

     

    Andrea Giannini

  • Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Università di Genova, elezioni del Rettore: incontro con i candidati. Dagli Erzelli all’accoglienza degli studenti

    Via Balbi, Università di GenovaL’Ateneo di Genova verso le votazioni per nominare il successore dell’attuale “magnifico” Giacomo Deferrari sulla poltrona di rettore. Il primo turno alle urne è previsto per mercoledì 18 e giovedì 19 giugno, mentre il secondo sarà la settimana successiva, nelle giornate di 25 e 26 giugno. I quattro candidati, Paolo Comanducci, Maurizio Martelli, Aristide Massardo e Alessandro Verri, provengono da background in alcuni casi piuttosto diversi, in altri affini. Le idee che caratterizzano la loro campagna elettorale sono eterogenee. Siamo andati a conoscerli nel corso di un incontro pubblico, per cercare di capire quali sono le posizioni in merito ai “temi caldi”, che coinvolgono non solo la gestione dell’Ateneo (il calo degli iscritti, lo scarso prestigio dell’Università genovese, le spese per le sedi distaccate regionali, la didattica e l’accoglienza: qui l’approfondimento di Era Superba) ma tutta la città, dagli Erzelli al nuovo nodo ferroviario fino alla logistica cittadina.

    I candidati

    incontro-candidati-rettore
    I candidati in un flash – Per meglio comprendere le intenzioni dei singoli candidati e sintetizzare le idee contenute nel programma:
    Verri: “Importante puntare sull’efficacia dell’amministrazione, ridare un ruolo centrale ai singoli dipartimenti, intavolare un dialogo intenso con le scuole superiori per attirare nuovi studenti”.
    Massardo: “Mi sono candidato perché voglio portare le ‘best practices’ acquisite altrove a Genova. Dobbiamo diventare competitivi nell’ambito di formazione, ricerca e strutture, all’interno di una visione condivisa tra docenti e studenti, dall’alto verso il basso ma anche viceversa”.
    Comanducci: “Mi candido per interpretare un disagio diffuso tra studenti, docenti, personale tecnico per come sono andate le cose negli ultimi anni, non solo all’interno dell’Ateneo ma anche a livello locale: l’università è stata attaccata troppo e non si è sufficientemente difesa. Dobbiamo fare un atto di orgoglio collettivo, rialzare la testa e rivendicare la nostra dignità”.
    Martelli: “Abbiamo le carte in regola per giocare la nostra partita nella competizione nazionale e internazionale. Metto a disposizione la mia esperienza e disponibilità per lavorare – assieme a una squadra di valore e all’amministrazione civica – sulle punte di eccellenza”.

    I candidati possono essere obbligatoriamente solo professori di prima fascia, assunti a tempo indeterminato presso una università italiana. Tutte le candidature sono pervenute entro il 5 maggio 2014, termine ultimo. I quattro professori in questione sono tutti personalità di spicco all’interno del mondo accademico genovese e vantano un curriculum di tutto rispetto. Provengono quasi tutti dal mondo scientifico, pur con diversi ambiti di interesse ma, cosa interessante, manca un candidato proveniente dalla Facoltà di Medicina, in rottura con la tradizione segnata da Deferrari e dal predecessore Gaetano Bignardi.

    I quattro nomi in corsa sono: Paolo Comanducci, docente di Filosofia del Diritto e dal 2012 Preside della Scuola di Scienze Sociali; il pisano Maurizio Martelli, professore di Informatica all’interno del dipartimento DIBRIS – Informatica, Biologia, Robotica, Ingegneria dei Sistemi e anche pro rettore vicario; Aristide Massardo, ordinario di Sistemi per l’Energia all’interno della Facoltà di Ingegneria e anche Preside della Scuola Politecnica dal 2012; infine Alessandro Verri, laureato in Fisica che vanta collaborazioni niente meno che con il MIT e che dal 2012 è vice-direttore del DIBRIS.

    Il vincitore resterà in carica per 6anni, invece dei consueti 4.
    Le nomine non hanno mancato di suscitare polemiche e pettegolezzi: su una testata giornalistica locale si legge che la nomina di Martelli, che sarebbe considerato “il delfino di Deferrari, che lo sta sostenendo e sponsorizzando come il suo successore ideale”, potrebbe essere in discussione dopo l’entrata di Verri all’interno della competizione, anche lui proveniente dalla Facoltà di Ingegneria e dallo stesso dipartimento, il DIBRIS, di cui Martelli è direttore e Verri è stato vice nel 2013. Ma si potrebbe prospettare uno scenario di corsa a tre in cui si unirebbe anche Massardo. Sempre voci di corridoio darebbero come meno probabile la nomina del Preside di Scienze Sociali Comanducci, che avrebbe perso sostenitori dall’area di Medicina forse per le sue posizioni sul caso Erzelli, di rottura rispetto a quelle dell’attuale rettore.

    Come funzionano le elezioni dell’ Università di Genova

    Sono chiamati al voto docenti, rappresentanti degli studenti nel Senato Accademico, quelli del CdA e dei consigli delle Scuole, nonché dei Dipartimenti; inoltre, ricercatori, dirigenti e tecnici amministrativi, tutti se assunti a tempo indeterminato e con voto con valore pari al 20%. Le votazioni si svolgono in due turni, nel mese di giugno. Se nessuno dei quattro candidati otterrà la maggioranza assoluta, ci sarà un ballottaggio finale a luglio (9 e 10).

    L’incontro pubblico in via Balbi: dal tema Erzelli sino all’accoglienza

    universitaIeri, 21 maggio 2014, alle ore 16 nell’Aula Magna di Balbi 5 si è svolto un confronto diretto tra i candidati sulle tematiche più salienti di questa campagna. L’incontro pubblico è stato organizzato dall’associazione studentesca Idee Giovani UniGe in collaborazione con l’Ateneo. “Si tratta di un’iniziativa unica nel suo genere in Italia – commentava il presidente di Idee Giovani UniGe, Simone Botta, nel comunicato stampa –  non mi risulta che in alcun altro Ateneo gli studenti abbiano organizzato qualcosa di simile. Lo scopo è riportare l’Università vicina alla gente e agli studenti, che in larga maggioranza non conoscono la dinamicità dell’organismo-Ateneo, che è vivo e da ossigeno alla comunità e al territorio”.  Nel corso dell’evento, l’introduzione ai programmi elettorali dei candidati e un dibattito animato.

    Sedi distaccate

    Tra i punti salienti, a lungo si è discusso dei poli decentrati all’interno della Regione, dalla Spezia a Imperia, passando per Savona. Si tratta di un pratica in voga qualche anno fa e ormai un po’ obsoleta. All’epoca era stata una novità accolta positivamente da molti atenei italiani (uno su tutti, il caso di Torino), ma poi ci si è resi conto che l’apertura di nuove sedi, non specializzate ma equivalenti come offerta formativa alle proposte della sede centrale, era solo un dispendio di fondi ed energie. In Liguria ogni provincia ha una sua sede “forte” in uno specifico settore didattico: La Spezia ha puntato sulla nautica, Savona su energia e comunicazione e Imperia sul turismo. Nonostante la qualità, si tratta di realtà nate nel 2005 e da regolare nuovamente, alla luce della situazione attuale dell’Ateneo (la mancanza di fondi, il calo degli iscritti, la decrescita ecc.). In generale tutti i candidati sono concordi, senza colpi di scena, sull’idea di mantenere le sedi favorendo una specializzazione maggiore, diversificando l’offerta rispetto a quella della sede centrale. In particolare, la necessità è quella di rafforzare gli accordi con i partner provinciali per farli diventare competitivi, evitare che creino accordi con altri atenei limitrofi (già scongiurato il pericolo alla Spezia, dove esistevano fino a pochi anni fa corsi di informatica mutuati dall’Ateneo pisano, e c’erano accordi con Parma) e attirare studenti da fuori Regione.

    Verri, nel suo programma il Progetto Unige2020 stilato apposta per le elezioni, illustra alcune linee giuda: «Importante partire dalla Regione Liguria per aprirsi all’Europa: la Regione deve diventare interlocutore privilegiato per fare evolvere questi centri e migliorarli. Abbiamo il dovere di investire su questo perché, anche se il nostro polo universitario è in calo, dobbiamo attrarre anche dai territorio vicini».

    Scarso appeal, pochi servizi, accoglienza da migliorare

    Altro tema sul banco, la scarsa attrattiva di Genova sui giovani: durante l’incontro c’è chi ha affermato che Genova in realtà è una città giovane, c’è chi invece non è d’accordo. Fatto sta che se già la percentuale nazionale di iscritti all’università non è esaltante (attorno al 30%), il capoluogo ligure registra un trend particolamente negativo: si deve migliorare l’accoglienza, ad esempio rendendo più allettante la pagina web, dialogare con la scuola superiore per incentivare iscrizioni, cercare una sinergia con le istituzioni locali. Come sottolinea Comanducci: «Ad esempio a Pisa, il rapporto studenti-popolazione è molto alto, mentre per noi il dato scende sensibilmente, rasentando la soglia di Palermo. Dobbiamo diventare in grado di attrarre da fuori, oltre che di far restare qui gli studenti liguri».

    La percezione è anche quella di un’Università lontana, in certi casi, dal mondo del lavoro. Si parla di internship durante il percorso accademico, ma sappiamo tutti che si sono rivelati nella maggior parte dei casi un flop: non regolati, non retribuiti e senza possibilità di futuro inserimento in azienda. Ci sono comunque spiragli di miglioramento, grazie ad accordi siglati con la Regione per regolare l’apprendistato, oggi in fase preliminare. Commenta Martelli: «Abbiamo siglato il programma Garanzia Giovani, cui hanno aderito circa 28 corsi di studio (soprattutto in ambito scientifico), e ora vediamo come reagiranno le aziende. Tuttavia, per essere competitivi serve una cultura a tutto campo, che sia anche umanistica e non solo tecnico-scientifica».

    Gli Erzelli

    erzelliQuestione sicuramente spinosa, visto che la decisione di trasferire la ex Facoltà di Ingegneria sulla collina non avrà ricadute solo sul budget dell’Ateneo o sulla fama della Scuola Politecnica, bensì interesserà l’intera città. In genere i candidati tendono ad essere ancora cauti e a dire soprattutto che tale decisione non spetta al solo rettore, ma piuttosto al CdA dell’Ateneo. Come ricorda ancora Verri, si tratta di una faccenda datata: «Penso alla Facoltà di Architettura come esempio mirabile di progettualità genovese: c’era un progetto e un sogno da seguire che è diventato realtà. Si può fare la stessa cosa oggi agli Erzelli? Forse sì, ma ora l’idea di partenza è un po’ invecchiata e il progetto resta ancorato a un’epoca pre-internet. Non dico che non vada fatto, ma il mondo è cambiato e l’idea è obsoleta: ad esempio, lì si puntava molto e solo sulle competenze tecniche-ingegneristiche, mentre ora è richiesta sempre più l’integrazione con medici e umanisti».

    Si tratta di un investimento molto oneroso e di un progetto che chiama in causa anche la ridefinizione della mobilità genovese e che chiede una serie di accorgimenti per permettere a un numero enorme di studenti di raggiungere e di vivere una zona oggi pressoché isolata.

    Nonostante la generale cautela, il più duro è Massardo: «Nel luglio 2012 abbiamo detto no al trasferimento perché mancavano i fondi, però abbiamo lasciato aperti spiragli di dialogo e abbiamo proseguito, sperando di poter procedere ad ‘acquisto di cosa futura’, ed è stato un errore. Questa è una questione giuridica ed economica: ci avevano detto che si sarebbe fatta l’operazione a costo zero, poi la situazione è cambiata; ci siamo visti ridurre lo spazio a disposizione da 90 mila mq a 60; avremmo anche dovuto vendere Villa Cambiaso. Non dimentichiamo l’aspetto logistico: a lungo il problema è stato negato, in primis da Burlando. Ma finora nessuno risponde alla domanda su come sarà possibile trasferire così tante persone sulla collina. Venerdì 16 ho partecipato, in qualità di Preside della Scuola Politecnica, a un’assemblea pubblica per affrontare il nodo della logistica con i rappresentanti regionali, ma non abbiamo avuto riscontro».

    Inoltre, altre perplessità riguardano il piano industriale: cosa ci sarà agli Erzelli? Per ora ci sono due divisioni di multinazionali in affitto, e la stessa Esaote, promotrice del progetto, ha di recente detto no al trasferimento. Una situazione complessa, ancor più se si pensa che a giugno si riunirà di nuovo il CdA d’Ateneo per affrontare il tema.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Parlamento-europeoNei paesi dell’Unione Europea si vota dal 22 al 25 maggio per l’elezione dei 751 deputati del Parlamento Europeo. Domenica 25 maggio gli italiani saranno chiamati alle urne per votare i 73 deputati che rappresenteranno il Paese.

    Cosa sanno i giovani delle prossime elezioni, cosa pensano e soprattutto chi voteranno? A poche settimane dalle elezioni torna a sentirsi in giro un trito ritornello. I giovani italiani sono lontani dalla politica. Seguono pochissimo, non si interessano alle notizie quotidiane, ignorano nomi, cariche, provvedimenti in discussione in Parlamento così come le dinamiche di partiti e movimenti. E quindi, alla fine, neanche votano. Tutto vero? Non sembra proprio. Infatti, secondo un’indagine di #‎Eurobarometro e dell’Office for National statistics britannico, il quadro non corrisponde a quello che raccontano le tornate elettorali. Anzi: i ragazzi italiani fra i 18 e i 24 anni nel 71% dei casi ci hanno provato almeno una volta, a tracciare quella croce o scrivere quel nome. Per molti, vista l’età, è stata anche l’unica in cui hanno avuto l’opportunità di farlo, dunque si tratta di un patrimonio di partecipazione da tutelare. È un dato che ci mette in vetta a livello europeo davanti a Grecia, (66%), Francia (64%), Spagna (61%), Olanda (60%) e altri vicini come Germania, Polonia, Svezia, Ungheria e Regno Unito. In questi ultimi due Paesi il tasso scende addirittura sotto il 40%.

    Il 9 maggio, venerdì scorso, era la Festa dell’Europa nonché l’anniversario della Dichiarazione Schuman, il discorso che il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman tenne a Parigi nel 1950 per la creazione di una nuova forma di cooperazione politica che avrebbe promosso la pace tra le nazioni europee. La proposta di Schuman è considerata l’atto di nascita dell’integrazione europea. A Genova, e in contemporanea a Milano, Firenze, Perugia, Napoli,  Palermo e Ancona, è stata organizzata la campagna istituzionale Lascia in segno in Europa, una fitta rete di iniziative di informazione e sensibilizzazione al voto, organizzata nell’ambito del programma comunitario “Gioventù in azione” e rivolta a stimolare la partecipazione al voto dei giovani italiani e ad informare i giovani sulle opportunità culturali e formative offerte dall’Unione Europea.

    “Lascia il Segno” alla Maddalena

    L’evento genovese (organizzato da Yeast, associazione di Promozione Sociale Youth Europe Around Sustainability Tables, coadiuvata dall’associazione di quartiere Ama, Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio) si è svolto alla Maddalena, ragazze e ragazzi, famiglie, bambini, persone di tutte le età hanno affollato Piazza Lavagna e il resto del quartiere; hanno mangiato, bevuto (tutto grazie agli esercizi della piazza, convenzionati) e ballato. Non mancava nessuno: erano presenti tutte le realtà attive del quartiere, da A.Ma. al Civ Maddalena. C’eravamo anche noi e grazie ai tweet di #EraOnTheRoad (per i più distratti qui c’è lo storify) abbiamo raccolto le voci dei protagonisti. I soci di Yeast e Ama, e altri giovani volontari, si sono resi disponibili a dare informazioni, naturalmente non legate ad alcuna parte politica (era la Festa dell’Europa, non una campagna elettorale!), con l’allestimento di spazi informativi e la distribuzione di materiale divulgativo (fumetto, cartoline, video, materiale cartaceo del Parlamento europeo). Uno sconto nei bar della zona era previsto solo per coloro che si fossero prima fermati al gazebo informativo di Yeast, avessero preso volantini e materiale e avessero… fatto una foto, in un set molto particolare. Ecco alcuni dei risultati migliori.

    Elezioni europee, il vademecum

    L’importanza

    Le prossime elezioni europee segnano una svolta, perché per la prima volta i partiti hanno espresso in anticipo la preferenza sul futuro presidente della Commissione. La Commissione europea è l’organo esecutivo e di propulsione dell’Unione europea. L’art.1 del Trattato sull’Unione europea rappresenta “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini.” Grazie al voto si può avere voce nel processo di integrazione in continuo divenire.
    Si eleggeranno i 751 deputati del Parlamento europeo, in carica per i prossimi cinque anni a rappresentare gli interessi degli elettori di fronte ai colleghi di tutta Europa. A seguito dell’adesione della Croazia all’UE nel luglio 2013, i deputati al Parlamento europeo sono diventati 766, ma questo numero sarà ridotto a 751 alle elezioni del 2014, in rappresentanza di oltre 500 milioni di cittadini. I seggi sono ripartiti secondo il principio di “proporzionalità decrescente”, per cui più deputati sono assegnati a Paesi più popolosi (in Italia verranno eletti 73 deputati: il numero più alto, dopo Germania con 96, Francia con 74, e a pari merito con UK)  e viceversa quelli con minore consistenza demografica saranno meno rappresentati (solo 6 rappresentanti per Cipro, Malta, Lussemburgo, Estonia, pur avendo più seggi di quanti sarebbero previsti applicando strettamente il principio di proporzionalità).

    In Italia le istituzioni della Ue per decenni sono state considerate secondarie, un ricovero per politici in pensione che non potevano riciclarsi nei rispettivi Parlamenti. Oggi qualcosa sta cambiando, per molti l’Europa è un trampolino di lancio verso una carriera internazionale e il ruolo ricoperto è di grande responsabilità e competenza: scegliere bene i candidati è fondamentale. Ad esempio, meglio preferire quelli che parlano uno o più lingue straniere, hanno competenze comprovate su tematiche di interesse generale e di ampio respiro, e portano avanti battaglie di dominio pubblico. Secondo la normativa dell’UE, diverse cariche sono incompatibili con quella di deputato al Parlamento europeo. Un deputato non può essere membro di un governo nazionale o di un parlamento nazionale, né un funzionario attivo di altre istituzioni europee.

    Quando?

    Le elezioni europee 2014 si svolgono nei 28 Stati membri dell’Unione in 4 giorni, dal 22 al 25 maggio. Ciascun Paese era libero di scegliere una data in cui recarsi alle urne. I risultati di tutti i 28 Stati saranno annunciati la sera di domenica 25 maggio.

    Quali sono i partiti?

    I movimenti politici transnazionali sono 13 (qui la lista), riuniti in vari gruppi confederali. I principali sono il Partito Popolare Europeo PPE e il Partito Socialista Europeo S&D (il Pse al Parlamento europeo fa capo al gruppo parlamentare S&D Socialisti e democratici). Cinque di loro hanno nominato un candidato alla presidenza della Commissione, che andrà a sostituire l’attuale leader Barroso. Il PPE ha nominato Jean-Claude Juncker, ex primo ministro del Lussemburgo ed ex presidente dell’Eurogruppo; il candidato dei socialdemocratici è Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo, sostenuto anche dal premier Renzi e dal PD; Liberali e Democratici hanno indicato Guy Verhofstadt, ex primo ministro del Belgio e attuale leader del gruppo dei Liberali al PE; i Verdi, invece, hanno scelto una coppia di deputati, il francese José Bové e il tedesco Ska Keller; infine, candidato per la Sinistra Europea è Alexis Tsipras, leader del partito greco SYRIZA, in Italia rappresentato dal gruppo L’Altra Europa.

    Le novità di queste elezioni

    Questa è l’unica occasione a livello europeo in cui gli elettori sono chiamati ad esprimere una preferenza, mentre negli altri casi (Commisione europea ed elezione del Presidente) l’elezione non è diretta. Il Parlamento, unica istituzione europea eletta a suffragio diretto, è oggi uno dei cardini del sistema decisionale europeo e contribuisce all’elaborazione di quasi tutte le leggi dell’UE in parità con i governi nazionali.

    Inoltre, sono anche le prime elezioni dopo il 2009, anno di entrata in vigore del trattato di Lisbona, che ha conferito al Parlamento europeo una serie di nuovi poteri. In primis, una delle principali novità è che, quando i rappresentanti degli Stati Membri nomineranno il successore di José Manuel Barroso alla presidenza della Commissione europea (autunno 2014), dovranno tenere conto dei risultati delle elezioni e nominare il leader della maggioranza scelta dai cittadini (tra Juncker, Schulz, Verhofstadt, Bové e Keller, e Tsipras). La nuova maggioranza politica che emergerà dalle elezioni, inoltre, contribuirà a formulare la legislazione europea per i prossimi cinque anni in settori che spaziano dal mercato unico alle libertà civili.

    Come si vota?

    Le elezioni devono essere a suffragio universale diretto, gratuito e riservato. I membri del Parlamento europeo devono essere eletti sulla base della rappresentanza proporzionale, ma ciascuno può scegliere il sistema che preferisce, con liste aperte o chiuse. In ogni Stato si possono costituire circoscrizioni elettorali e suddivisioni territoriali (come avviene in Italia, in cui i voti sono espressi in collegi elettorali separati, anche se alla fine i risultati delle elezioni sono determinati a livello nazionale).

    In Italia

    Nel voto di domenica 25 maggio (urne aperte dalle 8 alle 22) i 73 seggi che spettano all’Italia saranno scelti con il principio proporzionale “tanti voti, tanti seggi”. Unico limite: la soglia di sbarramento al 4%. Quei partiti che a livello nazionale non raggiungeranno almeno quella soglia non entreranno nell’europarlamento.

    Il territorio nazionale è diviso in 5 circoscrizioni: Nord-Est (14 seggi), Nord-Ovest (20), Centro (14), Sud (17) e Isole (8). Possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni e sono eleggibili quelli che hanno compiuto 25 anni. Non sono previste coalizioni, con l’eccezione della possibilità di collegamento per le liste delle minoranze linguistiche con un’altra lista.
    L’elettore dovrà scegliere una delle liste candidate semplicemente facendo un segno sul simbolo relativo. Inoltre può esprimere fino a tre preferenze, scrivendo il nome dei candidati negli spazi accanto al simbolo.
    Il Parlamento ha appena introdotto una norma molto discussa sulle cosiddette quote rosa che entrerà in vigore a pieno nel 2019 ma che avrà parziali effetti anche per il voto del 25 maggio: in caso in cui venissero espresse tre preferenze per candidati dello stesso sesso, la terza preferenza sarà annullata. Quindi nell’esprimere tre preferenze bisogna ricordarsi che almeno una deve essere per un candidato di sesso diverso dagli altri due.

    Chi vincerà?

    Si legge sul portale dell’Europarlamento: “Basandosi sull’opinione pubblica negli Stati membri, il Parlamento europeo e TNS Opinion presentano ogni settimana le proiezioni dei seggi dell’emiciclo. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, ma della situazione dell’opinione pubblica negli Stati membri sulle elezioni europee del 2014”. Ecco le proiezioni a inizio maggio (Fonte: collaborazione tra il PE e TNS Opinion).

     

    Elettra Antognetti
    con la collaborazione di Stefania Marongiu di Yeast Genova

  • Lascia il Segno in Europa: alla Maddalena una giornata dedicata alle elezioni europee

    Lascia il Segno in Europa: alla Maddalena una giornata dedicata alle elezioni europee

    Piazza-lavagna-vicoli-centro-storico-D2Ci siamo, fervono i preparativi. È previsto per venerdì 9 maggio in Piazza Lavagna, nel quartiere della Maddalena, l’evento “Lascia il Segno in Europa”, organizzato da Yeast, associazione di Promozione Sociale Youth Europe Around Sustainability Tables, coadiuvata dall’attiva associazione di quartiere Ama, Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio. Un evento che si rivolge soprattutto ai più giovani e vuole sensibilizzare la cittadinanza sul tema delle prossime elezioni europee in programma in tutti i paesi membri dal 22 al 25 maggio, e per le quali si vorrebbe ottenere un buon grado di partecipazione.

    Si tratta di istituzioni, quelle europee, spesso (almeno così insegna la storia passata) trascurate e relegate al rango di “politica di serie B”: adesso, a Genova come in altre città italiane, alcuni giovani di varie associazioni si sono coordinati e hanno unito le forze per cercare un’inversione di tendenza, verso una maggiore responsabilizzazione a livello europeo. Non si può negare che, comunque, negli ultimi anni un cambiamento ci sia stato: la crisi finanziaria, così come quella interna ai singoli Stati, ha fatto sì che si guardasse sempre più ‘fuori’, verso l’Unione Europea: in alcuni casi, questa strategia è stata usata dai politici per scaricare le tensioni interne e riversale all’esterno, su un organismo ancora non bene conosciuto e definito; in altri casi si è trattato di esplorare realmente le potenzialità che questa Europa, a 60 anni dalla sua fondazione può darci, in termini di incentivi sociali, aiuti economici, mobilità.

    Da qui prende avvio il lavoro alla Maddalena. Non legata ad alcuna parte politica, l’iniziativa mira a far comprendere ai giovani in età di voto, con linguaggio semplice e metodi non formali, il ruolo del Parlamento Europeo come rappresentante dei cittadini perché, come dice Stefania Marongiu, organizzatrice, «queste elezioni sono decisive! E vorremmo la Maddalena brulicante e danzante».

    Progetto LIS, Lascia il segno

    L’evento si inserisce in un progetto europeo più ampio, il Progetto LIS – Lascia il segno (Azione 4.5 Programma “Gioventù in Azione”), di cui Yeast è partner. LIS nasce con l’obiettivo non soltanto di informare sulle elezioni europee, ma di fare in modo che il momento elettorale e la sua preparazione diventino uno strumento per favorire la partecipazione attiva e diretta di un gruppo di giovani alla vita sociale.

    A questo scopo LIS realizza una campagna informativa e di sensibilizzazione al voto, organizzata nell’ambito del Programma Comunitario “Youth in Action”: la campagna è iniziata nel mese di aprile e continua fino al 20 maggio, in collaborazione con i Servizi Sociali di Palermo e Milano e del Dipartimento della Giustizia Minorile di Palermo e Ancona. I protagonisti saranno circa 60 giovani (di cui 30 con disagio) in varie regioni d’Italia, ovvero Sicilia, Toscana, Marche, Lombardia, Liguria. Proprio i ragazzi saranno gli ideatori e i protagonisti della campagna e si rivolgeranno direttamente ai loro coetanei con un messaggio informale, giovane nel linguaggio e negli strumenti. Per questo motivo, è stato attivato un sito, www.lasciailsegnoineuropa.eu,  un canale YouTube www.youtube.com/lasciailsegnoineurop e un account Facebook www.facebook.com/lasciailsegnoineuropa, che contano oltre 500 mila visualizzazioni a settimana. Il progetto ha avuto anche il riconoscimento da parte della Presidenza della Repubblica e della Camera.

    Il momento clou delle attività sarà proprio fra il 9 e l’11 maggio, in concomitanza con la giornata dell’Europa, quando eventi ad alta visibilità saranno organizzati a Milano, Firenze, Palermo, Ancona e Genova con l’allestimento di spazi informativi e la distribuzione di materiale divulgativo (fumetto, cartoline, video, materiale cartaceo del Parlamento europeo).

    LIS a Genova

    L’evento genovese è in programma il 9 maggio in Piazza Lavagna dalle 16 alle 23.
    Yeast e le associazioni di quartiere organizzeranno, con il patrocinio di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio Centro Est e Informagiovani, una manifestazione con musica, cibo, bibite. Oltre ad Ama, infatti, sarà presente anche il Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio. «Per arrivare ai giovani si deve essere seri ma usare i canali di comunicazione giusti – commenta Stefania Marongiu, fra gli organizzatori dell’evento – per questo ritengo importante a Genova il ruolo di Yeast, “luogo” di incontro per i giovani della provincia, e intermediario tra i giovani e le istituzioni europee e locali. Inoltre, la Maddalena è un quartiere da vivere. Ricco di vita e cultura. Il nostro Civ è motore attivo della cultura del quartiere e della città. Crediamo molto in questo evento e pensiamo possa essere di giovamento a tutto il quartiere».

    Chi vorrà potrà prendere informazioni sulle elezioni presso un gazebo informativo, presieduto dai soci di Yeast, a disposizione per spiegazioni e delucidazioni. Ci sarà anche un buffet, si potrà ascoltare musica e vivere il quartiere sorseggiando e pasteggiando nei bar della piazza, con uno sconto riservato a chi passerà al gazebo, ascolterà le informazioni, prenderà il materiale e… si farà fotografare con la documentazione!

     «Non è vero che i giovani sono lontani dalla politica e non sono cittadini attivi – continua Stefania –Yeast stesso e la sua rete locale e internazionale sono composti da associazioni in cui l’età media si aggira tra i 20 e i 30 anni. Da Scienziato Politico quale sono (ribadendo che ne sono fiera e che la Politica è una Scienza!), credo che il problema reale sia non valorizzare al meglio i giovani che sono cittadini attivi, soprattutto a Genova. Per noi è importante portare l’Ue a Genova e Genova in Ue attraverso i giovani! Il vero cuore del futuro».

    Saranno coinvolti anche gli alunni delle scuole Byron, Deledda, Emiliani, Pertini, e gli studenti dell’Università degli Studi di Genova. Era Superba è media partner dell’iniziativa, vi racconteremo tutto su Twitter, con una puntata speciale di #EraOnTheRoad, per trasmettere lo spirito della giornata a chi non potrà essere fisicamente con noi. Per tutti gli altri, invece, ci auguriamo che vogliate partecipare direttamente, raggiungerci in Piazza Lavagna e diventare soggetti attivi della manifestazione e della nostra diretta on the road.

    Elettra Antognetti 

     

    Il partenariato del progetto è costituito da: Associazione InformaGiovani (Palermo, ente capofila), USSM – Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni (Palermo e Ancona), SEAD – Servizio Educativo Adolescenti in Difficoltà (Milano), Associazione Rete 100 passi (Palermo), Radio Incredibile (Ancona), Graphimated (Palermo) Comune di Palermo.

    Il progetto può inoltre contare sulla collaborazione con l’ENS – Ente Nazionale Sordi ed ulteriori contatti sono stati avviati per formalizzare ulteriori collaborazioni con enti pubblici (Regioni Lombardia, Marche e Sicilia, Comune di Terni) e privati (Agenzia Ansa, Quotidiani).

  • Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Governabilità e M5S: il terrorismo psicologico dell’informazione

    Pier Luigi BersaniSe oggi la situazione politica appare ingarbugliata ed indecifrabile, ciò non dipende dal fatto che la realtà è complessa. Lo si deve piuttosto al mondo dell’informazione, che ha in gran parte fallito il compito di elaborare un’interpretazione convincente dei fenomeni; e che per questo ieri non è stata capace di vedere il cambiamento che stava arrivando, così come oggi è incapace di inscatolare gli avvenimenti nelle anguste categorie che si era creato. Non stupisce che fuori dall’Italia sia difficile capire come un comico possa diventare l’ago della bilancia del governo di un paese: ma chi in Italia ci vive, si sarebbe dovuto rendere conto già da lungo tempo che i comici per far ridere raccontavano la verità e i giornalisti per raccontare la verità facevano ridere.

    Invece questa curiosa genia fatta di opinionisti, notisti e intellettuali si è fatta trovare ancora una volta impreparata: e a questo punto c’è il fondato sospetto che pochi di questi sappiano fare davvero il loro mestiere. Un mestiere, a mio modesto avviso, nobile, difficile e non privo di una certa utilità (contrariamente a quanto pensa probabilmente lo stesso Beppe Grillo); un mestiere che richiede non solo di saper trattare l’attualità, ma anche di saperla contestualizzare alla luce di dinamiche più profonde di lungo periodo; un mestiere che richiede quindi sensibilità e intuizione, ma anche un’ ampia preparazione culturale e storica – ecco perché in questo caso si può ben dire che “uno non vale uno”.

    giornaliGli opinion makers di casa nostra tendono spesso a schiacciarsi su un presente che quasi sempre li coglie impreparati, e che quindi li costringe a tentativi affannosi di giustificare a posteriori quello che prima non avevano saputo intuire; mentre nell’errore opposto cadono quelli a cui piace bearsi di ripetere la lezioncina imparata a memoria all’università, magari sui pregi del “libbbbberalismo” (più “b” ci sono, più si è “liberali”). E questi sono quelli onesti.

    C’è poi la categoria di gran lunga più diffusa di quelli le cui opinioni tendono a coincidere misteriosamente con gli interessi del datore di lavoro o degli amici altolocati; gente che spesso non ha nemmeno bisogno di vendersi, perché, come è già stato detto, viene via gratis. Appartengono a questa categoria anche gli “opinionisti terroristi”: sono quelli che “mamma, li populisti!”, quelli che “Grillo è come Mussolini!”, quelli che “uscire dall’euro ci porterà la carestia, la pestilenza e l’angelo della morte!”, quelli che “ci intercetteranno tutti!”, quelli che “il giustizialismo strisciante” e anche quelli che “la famiglia è uomo e donna, e i gay violentano i bambini!”. Insomma avete capito il genere: si tratta di persone per le quali non serve argomentare, perché è più facile terrorizzare la gente col vecchio adagio che sulla strada nuova si sa quel che si perde, ma non si sa quel che si trova.

    Ciò non significa – ad uso e consumo di quelli la cui mamma è sempre incinta – che tutto quanto è nuovo vada bene, che non occorra prudenza e che non ci possano essere rischi dietro l’angolo: tutt’altro! Ma in certi casi è evidente che l’intento non è sostenere una tesi con delle argomentazioni, quanto piuttosto spaventare la “brava gente” per indurla ad una scelta conservatrice: ed è per questo che si  dipinge il futuro a tinte fosche, mentre si tralascia di sottolineare adeguatamente quanto talvolta sia difficile, disperata e terribile anche la stessa realtà presente. D’altra parte, pure su questa rubrica non sono mancati errori: ma almeno si è sempre fatto lo sforzo di una riflessione laica sui problemi. E se c’è una visione di parte, sapete comunque che è la mia: e di nessun altro.

    Così l’analisi che avevo fatto a suo tempo del fenomeno Grillo-M5S potrà non essere condivisa: ma almeno è chiaro che non è dipesa da simpatie personali o dall’onda del momento. Tant’è che oggi posso tornare tranquillamente a ribadire quello che avevo detto allora: cioè che il M5S, come dice il nome, è un movimento e non un partito (e questa è sia un forza, sia una debolezza); che non ha un’ideologia di riferimento, né una struttura (e questo è un problema per la sua tenuta); che è radicale ma non eversivo; ed infine che oscilla tra il desiderio di portare a compimento la Costituzione e la democrazia (un primo successo in questo senso è la concreta messa in discussione della politica dei “notabili” di ottocentesca memoria) e un “modernismo” o “giovanilismo” piuttosto incosciente.

    Questa ricostruzione ha già dentro quasi tutta la più stretta attualità. E tra la altre cose ha il non secondario pregio di risparmiarmi la parte assai stucchevole di quello che alza il ditino ad ogni sparata inconsulta del comico.

    Immagino però che i più non siano interessati tanto a una riflessione generale, quanto piuttosto a sapere se Grillo si alleerà con Bersani, se andremo presto a votare e, nel caso, cosa succederà dopo. Anche in questo caso, tuttavia, quello che si può dire già si sa.

    beppe-grilloLa settimana scorsa non avevo preso nemmeno in considerazione l’ipotesi di un governo Bersani-Grillo; non tanto perché fossi consapevole dell’intransigenza del mio concittadino, quanto perché era e resta evidente che si tratti di un’ipotesi impraticabile. Grillo rifiuta ogni fiducia, e questo è un dato di fatto che mette fine ad ogni discussione; ma se anche accettasse un’alleanza sulla base dei famosi 8 punti, ne ricaveremmo davvero quella “governabilità” che è usata come giustificazione di tutta l’operazione? Ovviamente no.

    Fino all’altro giorno i due si davano allegramente del “morto vivente” e del “fasssista” a vicenda. Nel frattempo si metteva in croce il povero Vendola affinché promettesse di non ripetere gli ormai famosi “scherzetti” di Bertinotti che contribuirono a far cadere ben due governi di centro-sinistra (al netto dei vari De Gregorio).

    Ora improvvisamente, se poteva essere un rischio Vendola, non lo sarebbe più Grillo? Si può pensare davvero che quello che non riuscì a Prodi con 281 pagine di programma, potrebbe riuscire a Bersani con 8 punti, per giunta a fronte di un “alleato” ben più combattivo e numeroso? Che sia pura follia lo si capisce anche dall’atteggiamento dello stesso segretario del PD, che pronuncia parole come “sfida al M5S” e “prendersi le proprie responsabilità” con un tono talmente seccato e polemico, da non lasciar presagire la minima possibilità di una lunga e duratura collaborazione. Il realismo impone di dire che un eventuale governo PD-M5S, per incompatibilità e antipatie reciproche, durerebbe molto poco e manderebbe a catafascio ogni velleità di governabilità.

    Bersani PdBersani e i suoi avrebbero fatto meglio a evitare di impiccarsi al mantra della stabilità di governo: un esecutivo sicuro e compatto è sicuramente desiderabile, ma anche la volontà degli elettori non va trascurata. Se il responso delle urne ha diviso il parlamento in tre forze tra loro inconciliabili, inutile strapparsi la veste: si può benissimo ammettere pubblicamente che bisogna tornare a votare. Anzi, il PD avrebbe avuto tutto il tempo di studiare una strategia aggressiva per tornare in carreggiata. Ed invece ha preferito agitare lo spauracchio della “governabilità” col solito intento di spaventare la gente attraverso i presunti limiti politici del M5S. Purtroppo questi dirigenti non si vogliono rassegnare alla legge di Murphy: ogni manovra del PD per ottenere un risultato politico si traduce in un effetto uguale e contrario.

    Bersani continua a predicare il bene di “sto paese qui”, si strappa i capelli (salvo poi rendersi conto che l’operazione è inutile), fa e disfa punti su punti, lancia “sfide” a Grillo e ne ottiene in tutta risposta una sonora pernacchia; mentre la gente capisce quello che c’è da capire: il PD, se insegue le idee del M5S, allora ha sbagliato i temi della campagna, non ha una coerenza e cambia agevolmente posizione a seconda della possibilità di creare alleanze di governo. Risultato: i sondaggi dicono che Grillo sta salendo ancora.

    Ma quello che più conta – e che a Bersani probabilmente sfugge – è che Grillo vince qualunque cosa accada. Vince se va al governo con i numeri per attuare il proprio programma; ma vince ancora di più se va all’opposizione, perché il momento difficile e questi dirigenti di sinistra inconcludenti e senza realismo farebbero verosimilmente, sul lungo periodo, il suo stesso gioco. C’è un solo scenario che rende incerto il futuro di tutti: un ritorno alle urne che, con la stessa legge elettorale di oggi, riproponga lo stesso esito di oggi. Ma di questa eventualità è ancora presto per parlare.

    Andrea Giannini

     

  • Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013No time to wallow in the mire. “Non c’è tempo per sguazzare nel fango,” cantava il grande Jim Morrison in uno dei pezzi che hanno fatto la storia dei Doors e della musica in generale. A quanto pare, invece, nonostante le lancette corrano inesorabilmente, sembra che l’Italia politica debba continuare a crogiolarsi nel pantano. Questa perlomeno è l’analisi che emerge dai maggiori quotidiani italiani e, suppongo, dai telegiornali – dico “suppongo” perché come già avevo scritto da tempo mi rifiuto di informarmi tramite la tv.

    Sfogliando le principali testate del mondo anglo-sassone, emerge un quadro analogo. Le parole che dominano gli articoli sulla politica italiana sono “deadlock”, “gridlock” e “stalemate”, vale a dire “stallo”. Il tono dei vari The Times, The Guardian, Washington Post, New York Times è il solito nei confronti dell’Italia, ovvero tra il divertito e il vagamente paternalistico. È vero, ragioni per cui farci prendere in giro dal mondo ne abbiamo molte, ma non sarebbe male se queste colonne della stampa mondiale iniziassero a vedere non solo la pagliuzza – o il covone di fieno – nell’occhio italiano e si sforzassero di vedere più chiaramente la trave nell’occhio britannico/statunitense, leggasi “fallimento del sistema economico e sociale capitalista imposto a tutto l’Occidente negli ultimi decenni”. L’American dream di cui abbiamo sentito parlare per anni si è infatti lentamente trasformato in un nightmare, cioè un incubo, e non è un caso che proprio da lì sia partita una crisi economica diffusasi a macchia d’olio a livello internazionale.

    Tornando all’aspetto linguistico, la parola stalemate, in origine usata nel mondo degli scacchi e inserita invece nel contesto della politica, costituisce un esempio di metafora. Con essa si intende l’uso di parole ed espressioni legate a concetti “concreti” per comprendere e chiarire altri concetti più “astratti”. Quasi tutti hanno giocato almeno una volta nella vita a dama o a scacchi e sanno che cosa succede quando si arriva a una situazione di stallo. Il dominio concettuale della politica è invece più ingarbugliato e meno accessibile alla gente comune. Per questo motivo, per spiegare le situazioni che si creano nel contesto politico – più “astratto” – si ricorre ad analogie con situazioni della vita quotidiana, in questo caso una partita di scacchi,  più “concrete”.

    Avremo ancora modo di tornare sul ruolo fondamentale delle metafore: esse non solo rendono più comprensibile – o a volte più poetico – il nostro linguaggio, ma ci aiutano anche a comprendere a livello concettuale la realtà che ci circonda. Parole e pensieri sono strettamente collegati tra loro e ci portano ad agire in un senso piuttosto che in un altro. In sintesi, il nostro destino è il frutto di parole, pensieri e azioni. Iniziando a pensare in modo diverso e parlare in modo diverso, arriveremo anche ad agire in modo diverso.

    Sforzandomi di avere un punto di vista meno superficiale rispetto ai nostri quotidiani, ritengo che ciò che è emerso da queste elezioni non sia affatto uno stallo. Non c’è stagnazione, non c’è wallowing in the mire. Al contrario, è emersa tanta voglia di cambiare le cose. Milioni di giovani si sono alzati per far ascoltare la propria voce, non considerata da tempo. Negli scacchi, dopo uno stalemate di solito si rigioca la partita e sono sicuro che la prossima volta il risultato sarà ben diverso: checkmate, scacco matto, con buona pace di chi voleva sguazzare ancora un po’ nella palude… Bye bye!

     

    Daniele Canepa

  • Scrutini elezioni politiche 2013, provincia di Genova: i risultati

    Scrutini elezioni politiche 2013, provincia di Genova: i risultati

    Genova, panorama

    A livello regionale boom del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati (alla Liguria spettano 16 seggi) con il 32%, subito sotto la coalizione di centrosinistra con il 31% e il centrodestra al 23%. Per quanto riguarda il Senato della Repubblica (alla Liguria spettano 8 seggi) centrosinistra al 33%, Movimento 5 Stelle 30% e centrodestra al 24%.

    Rimanendo invece sulla sola provincia di Genova, ecco i risultati definitivi lista per lista:

     

    SENATO DELLA REPUBBLICA (votanti 488.577, il 74,89% degli aventi diritto)

    – Coalizione centrosinistra, leader Pier Luigi Bersani: 35,2%

    Partito Democratico (Pd): 31,5%

    Sinistra Ecologia e Libertà (Sel):  3,3%

    Centro Democratico: 0,3%

    – Movimento 5 Stelle: 30,2%

    – Coalizione centrodestra, leader Silvio Berlusconi: 21,5%

    Popolo della Libertà (Pdl): 17,6%

    Lega Nord: 2,1%

    Fratelli d’Italia: 1,3%

    La Destra: 0,4%

    – Monti per l’Italia: 9,8%

    – Rivoluzione Civile: 1,5%

    – Fare, per fermare il declino: 0,9%

    – Partito Comunista dei Lavoratori: 0,6%

     

    CAMERA DEI DEPUTATI (votanti 522.773, il 75% degli aventi diritto):

    – Coalizione centrosinistra, leader Pier Luigi Bersani: 33,2%

    Partito Democratico (Pd): 29,5%

    Sinistra Ecologia e Libertà (Sel):  3,4%

    Centro Democratico: 0,2%

    – Movimento 5 Stelle: 32%

    – Coalizione centrodestra, leader Silvio Berlusconi: 20,5%

    Popolo della Libertà (Pdl): 16,6%

    Lega Nord: 2%

    Fratelli d’Italia: 1,3%

    La Destra: 0,4%

    – Monti per l’Italia: 10,3%

    Monti per l’Italia: 8,9%

    Unione di Centro: 1%

    Futuro e Libertà: 0,3%

    – Rivoluzione Civile: 2%

    – Fare, per fermare il declino: 1,1%

    – Partito Comunista dei Lavoratori: 0,6%

     

    dati Ministero dell’Interno

  • Elezioni politiche 2013, Partito Preso: l’iniziativa genovese sul web

    Elezioni politiche 2013, Partito Preso: l’iniziativa genovese sul web

    elezioniMancano poche ore allo scadere della tornata elettorale: alle 15 di oggi chiudono i seggi e partirà lo spoglio che decreterà chi tra Pd, Pdl, Lista Monti, Movimento Cinque Stelle e le altre liste candidate sarà chiamata a guidare il nuovo Governo.

    Per gli indecisi dell’ultimo minuto, può venire in aiuto un sito web creato da tre studenti di Genova che cerca di mettere un po’ di ordine tra liste, candidati e programmi di queste elezioni politiche 2013.

    Partito Preso – creato da Guglielmo Cassinelli, Giacomo D’Alessandro, Gabriele Fusi – nasce con lo scopo di «avvicinare i giovani alla politica e incentivare un voto informato».

    In uno stile “minimal” sono presentati tutti i partiti attualmente in lizza: per ciascuno è possibile consultare il Manifesto programmatico e/o il programma elettorale completo, si possono leggere i nomi di tutti i candidati delle singole Regioni e si può inoltre sapere quali sono gli account social network ufficiali (Facebook, Twitter, YouTube) e quanti fan/follower/iscritti hanno.

    Un progetto che si associa a un’altra iniziativa di un gruppo di studenti di Genova, Politicometro, un sito web creato in occasione delle elezioni Comunali 2012 ma che sta seguendo anche le consultazioni nazionali.

    Dopo il voto, anche Partito Preso si occuperà di aggiornare i lettori sui risultati, con un focus sulle modalità di comunicazione di tutte le forze politiche, e in futuro vuole porsi come uno spazio pronto a svolgere lo stesso servizio in occasione di elezioni amministrative, referendum e altre campagne.

    Marta Traverso

  • Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Elezioni politiche 2013: finalmente si vota, facciamo il punto

    Palazzo ChigiFinalmente ci siamo. Questo sarà l’ultimo commento prima del voto: dalla prossima settimana sapremo se ci sarà una coalizione o un partito in grado di governare. In ogni caso si comincerà a ragionare, nel bene o nel male, in modo completamente diverso.

    I TEMI SUL TAVOLO: DI COSA SI DOVRA’ OCCUPARE IL PROSSIMO GOVERNO

    La mia personale interpretazione – e lo sa bene chi mi segue su questa rubrica – è che il prossimo esecutivo sarà costretto a confrontarsi prima o poi con le regole di bilancio che ci ha imposto la governance europea in un clima di forte emergenza economica. E’ questo il punto centrale: che non si riduce banalmente a “la crisi”; perché, se di semplice crisi economica si trattasse, avremmo potuto prima discutere di come uscirne, e poi, dalla prossima settimana, con il nuovo governo, passare alla pratica. Il fatto invece che le soluzioni politiche per la ripresa appaiano tutto sommato piuttosto evanescenti e lascino come uno strano amaro in bocca, è la migliore testimonianza di quello che in realtà già sappiamo: non possiamo fare tutto da soli. C’è lo spread, i mercati, le direttive europee, “la Merkel”: in due parole il “vincolo esterno”, cioè lo spettro di una serie di elementi estranei rispetto ad una comunità nazionale che pure entrano nel dibattito interno e vengono chiamati in causa tanto da condizionare pesantemente la libera espressione delle scelte democratiche dei cittadini.

    Non si tratta di una novità: parliamo anzi del fattore dominante della politica degli ultimi vent’anni, che infatti ci ha restituito una classe dirigente ripiegata su stessa, svogliata e percepita come inutile dalla gente. Oggi il vincolo esterno si esprime in forme quali: il pareggio di bilancio in Costituzione, il fiscal-compact, il six-pack, il mito delle “riforme” a cui siamo costantemente richiamati, il famigerato spread e da ieri pure il two-pack. Il combinato di questi paletti inderogabili rende di fatto molto ristretto il margine di azione della politica, se non addirittura virtualmente impossibile: è noto, infatti, che a meno di una ripresa che porti ad una crescita altissima, ci viene imposto un futuro di tagli difficilmente sostenibili.

    In questo quadro appare pure necessario parlare di riduzione delle tasse, recupero dell’evasione e lotta alla corruzione: ma è evidente che si tratti di obiettivi, qualora realmente praticabili,  comunque realizzabili solo nel lungo termine e, nel complesso, insufficienti a rimettere in carreggiata il paese. Altre misure, come il taglio degli sprechi e l’efficientamento della burocrazia, possono portare addirittura ad ulteriori effetti recessivi. Liberalizzazioni e privatizzazioni sono idee opinabili, ma certo non sono la panacea.

    A ciò si aggiunga che lo scenario europeo verosimilmente peggiorerà, con l’esplosione di un dramma sociale in Grecia e dei problemi di bilancio francesi. Pertanto non c’è dubbio che il contesto in cui dovrà operare il prossimo governo sarà particolarmente difficile.

     

    parlamento-italianoLO SCENARIO PIU’ PLAUSIBILE: CHI GOVERNERA’ E CON QUALI POTERI 

    Tutto dipende dalla legge elettorale, il famoso “porcellum”: a parole tanto criticato, ma nei fatti lasciato immutato dai partiti della legislatura uscente, che quindi se ne assumono tutta la responsabilità. Le caratteristiche di questa legge che ci interessano sono due: 1) il premio di maggioranza, 2) le soglie di sbarramento.

    Alla Camera dei Deputati non ci sono problemi: stanno fuori i partiti singoli sotto il 4% e le coalizioni sotto il 10%, mentre chi arriva primo si becca sicuri 340 seggi che garantiscono la maggioranza e quindi la governabilità. Al Senato della Repubblica la musica cambia: stanno fuori i partiti sotto l’8% e le coalizioni sotto il 20%, ma soprattutto il premio di maggioranza si calcola regione per regione. Questo significa che non tutti supereranno lo sbarramento; e che anche un piccolo scarto di vantaggio – ad esempio – in Lombardia si traduce automaticamente in 27 seggi sicuri al Senato: una bella fetta di quella quota di maggioranza che si raggiunge con circa 176 seggi. Quindi anche una vittoria su scala nazionale non garantirebbe automaticamente la maggioranza, se il combinato dei vari voti regionali fosse particolarmente sfortunato.

    Con queste regole e, prendendo per buoni i sondaggi di cui disponiamo, alla corsa per il  Senato arriveranno solo in quattro: PD, PDL, M5S e Lista Monti. In questo contesto il PD sarebbe costretto ad allearsi con Monti, non potendo contare (per ragioni di decenza) su Berlusconi, né sul movimento di Grillo (per indisponibilità di quest’ultimo). E sapete già che questa è l’unica ragione per cui Monti ha deciso di scendere… pardon, “salire” in campo con una lista unica al Senato: sostenere il PD nel voto delle prossime finanziarie, che saranno certamente lacrime e sangue e che quindi rischiano di sfaldare a sinistra la coalizione di Bersani.

    Se e che stabilità avrà l’annunciato governo “Bersamonti” dipenderà tutto dai numeri della vittoria, oltre che dal (probabile) aggravarsi della crisi. Questo scenario, però, potrebbe essere scardinato non tanto da un exploit di Berlusconi, che non pare proprio in vista, quanto piuttosto da un’eventuale e clamorosa débacle di Monti, che non sembra sfondare nei sondaggi e che potrebbe – difficile, ma non da escludere – persino non superare lo sbarramento dell’8% al Senato: e a quel punto tutto potrebbe succedere, compreso uno sfaldamento del PDL o (probabilmente) un ritorno alle urne.

    Ma il vero possibile fattore dirompente resta Beppe Grillo: il quale – va riconosciuto – ha fatto una campagna elettorale praticamente perfetta. Reduce dalle polemiche sull’autoritarismo interno al movimento, che, dopo la cacciata degli attivisti Favia e Salsi, faceva dubitare sulla tenuta dei consensi raggiunti nei sondaggi, Grillo ha puntato tutto sulla coerenza e sulla purezza ideologica. Non ha smesso di battere sul tasto del ricambio della classe dirigente, forte della scarsa attitudine al rinnovamento mostrata del resto della “casta”. Non si è concesso alle televisioni, costringendo così le televisioni a rincorrerlo da una piazza sempre più piena all’altra. Ha dichiarato esplicitamente di non voler governare (obiettivo rimandato di una legislatura), ma solo di puntare a infiltrare in Parlamento una pattuglia di attivisti la più numerosa possibile: in questo modo ha evitato brillantemente sia il problema del “voto utile” che quello della credibilità del programma. Il risultato è che oggi il suo M5S appare l’unica forza davvero “alternativa”, in un modo anche un po’ romantico; l’unica forza comunque in grado non per forza di “fare bene”, quanto soprattutto di “far cambiare direzione” a una politica che ha deluso e esasperato gli Italiani oltre ogni limite.

    Il vero potenziale del M5S, quindi, resta ancora incerto. Quel 15% di elettori ancora indecisi  potrebbe decidersi proprio alla fine: e potrebbe optare proprio per dare uno schiaffo ai vecchi partiti; un’eventualità che sarebbe ancora più probabile, se stasera Piazza San Giovanni arrivasse davvero a riempirsi. Ecco perché la vera domanda a cui queste elezioni devono dare risposta, quello che tutti aspettano con ansia di sapere, compresi soprattutto i candidati rivali, è: fin dove può arrivare Beppe Grillo?

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale, elezioni: il voto nazionale e la politica locale

    Consiglio Comunale, elezioni: il voto nazionale e la politica locale

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DQuesto martedì non è stato convocato il Consiglio Comunale per una pausa pre-elettorale. In previsione delle prossime elezioni abbiamo cercato di capire se e in che modo i recenti cambiamenti politici abbiano avuto degli effetti sulla politica locale a Genova.

    A partire dal 6 dicembre 2012, quando il Pdl ha ritirato la propria fiducia al Governo Monti, la scena politica nazionale ha subito diverse mutazioni. Nuove forze politiche hanno fatto la loro comparsa, altre rischiano lo scioglimento.

    A Genova la destra, più precisamente il gruppo consiliare del Pdl, ha perso un proprio componente, che è confluito nel Gruppo misto. Il consigliere Baroni, che era stato uno dei fondatori di Forza Italia, ha dichiarato di non essere intenzionato a restare in un partito «ormai di proprietà privata del Cavalier Berlusconi». Baroni sosterrà la lista creata dal Presidente del Consiglio uscente Mario Monti “Con Monti per l’Italia”, ma non ha specificato se questo passaggio modificherà la sua posizione nei confronti della Giunta Doria.

    A sinistra i maggiori cambiamenti hanno riguardato l’Idv, che alle prossime elezioni non si presenterà con il proprio simbolo, ma farà parte del movimento guidato dall’ex magistrato Antonio Ingroia “Rivoluzione Civile”. Entrato in consiglio come partito di maggioranza, l’Idv è stato spesso critico verso le scelte della Giunta Doria. La scissione tra il leader nazionale Antonio di Pietro e il capogruppo alla Camera Massimo Donadi ha comportato una separazione anche all’interno del gruppo consiliare comunale. Anzalone e Mazzei sono rimasti all’interno del partito, mentre De Benedictis ha aderito alla nuova forza politica di Donadi (Diritti e Libertà), che sostiene Bersani come Presidente del Consiglio. Anche in questo caso è difficile prevedere grandi cambiamenti nel comportamento dei consiglieri eletti tra le fila dell’Idv, mentre è prevedibile un maggiore avvicinamento alle posizioni del Pd da parte del “fuoriuscito” De Benedictis.

    Ad una prima analisi non sembra quindi che il quadro politico nazionale abbia inciso profondamente sugli equilibri del Consiglio Comunale. Benché la minoranza di centro-destra abbia perso un suo componente, non ne derivano infatti particolari vantaggi per il centro-sinistra.

    Al tempo stesso la maggioranza non sembra nemmeno essersi indebolita per la fuoriuscita di De Benedectis dal proprio partito, il quale, anzi, è entrato a far parte di una nuova forza politica che a livello nazionale farà parte della coalizione di centro-sinistra.

    Ma se nell’immediato non vi sono state particolari trasformazioni è per il futuro che si presentano alcune incongite. Di fronte ad un quadro politico nazionale così incerto è difficile immaginare cosa accadrà ai rappresentanti locali di alcune forze politiche di cui non si conoscono ancora le sorti. A quale partito nazionale faranno riferimento i restanti consiglieri dell’Idv, se tale partito verrà sciolto per confluire all’interno del nuovo movimento di Ingroia? La lista civica di Monti si trasformerà in un partito con una propria struttura anche nelle regioni e nei comuni? A chi risponderanno delle proprie scelte i rappresentanti di queste forze politiche? Insomma quali saranno i collegamenti tra i loro rappresentanti locali (non solo a Genova) e quelli nazionali?

    Ogni risposta a questi interrogativi sarebbe un azzardo, anche per la forte incertezza sul risultato stesso delle prossime elezioni. Tuttavia questa situazione mette in evidenza come il sistema politico italiano stia attraversando una fase di grande trasformazione e, al tempo stesso, di debolezza che ancora non si è arrestato e che, in futuro, potrebbe avere forti ripercussioni anche sulla politica locale.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Elezioni politiche 2013: Primarie della cultura, i risultati

    Elezioni politiche 2013: Primarie della cultura, i risultati

    arte-scultura-RMQualche settimana fa il Fai (Fondo Ambiente Italiano) ha lanciato le Primarie della cultura, una votazione online per raccogliere proposte concrete da sottoporre ai candidati alle elezioni politiche 2013, che si terranno fra poco meno di un mese.

    Un progetto nato con l’obiettivo di sensibilizzare il prossimo governo sulla tutela dei beni culturali, dell’ambiente e dell’iniziativa di imprese e associazioni che vogliono sostenere il patrimonio artistico italiano.

    Le votazioni si sono chiuse alcuni giorni fa (lunedì 28 gennaio) raccogliendo oltre 100.000 adesioni che hanno portato alla “vittoria” di 5 proposte sul totale delle 15 presentate dal Fai:
    1) Non 1 di meno: quota minima 1% dei soldi pubblici per la cultura (17,5% dei voti)
    2) Chi tocca il suolo muore: stop al consumo del paesaggio (14,9% dei voti)
    3) Io non dissesto : piani certi per la sicurezza del territorio (9,5% dei voti)
    4) Agri-cultura: più lavoro e benessere a km zero (8,8% dei voti)
    5) Diritto allo studio, dovere di finanziarlo (7,8% dei voti).

    Marta Traverso

    [foto di Roberto Manzoli]