Tag: enti pubblici

  • Acqua pubblica, arriva in Sala Rossa la delibera popolare: trasparenza, manutenzioni, tariffe e divieto sospensione per morosità

    Acqua pubblica, arriva in Sala Rossa la delibera popolare: trasparenza, manutenzioni, tariffe e divieto sospensione per morosità

    palazzo-tursi-D9Iniziato l’iter per la delibera di iniziativa popolare sui servizi idrici integrati della area metropolitana genovese. La proposta arriva dai comitati per la difesa dell’ acqua pubblica, presentata nel 2016, e osaecuperata dalle norme transitorie comprese nel nuovo regolamento adottato dal Consiglio comunale di Genova lo scorso ottobre.

    Approfondimento: Il testo della delibera di iniziativa popolare per acqua e rete idrica

    La prima seduta delle commissioni Territorio e Sviluppo Economico, convocate congiuntamente, ha visto formalizzate le richieste dei comitati, presenti in Sala Rossa. La proposta di delibera punta a far presentare da Comune di Genova a Città Metropolitana norme e vincoli sulla materia, confacenti a quanto votato a stragrande maggioranza dalla popolazione italiana durante il referendum sull’acqua pubblica del 2011. I punti in questione sono essenzialmente quattro: maggiore trasparenza e disponibilità per il pubblico di dati e bilanci della gestione del servizio idrico; impiego degli utili (calcolati dai comitati in circa 150 milioni raccolti in questi anni e distribuiti come dividendi) in manutenzioni e migliorie alla rete o per ridurre i costi delle bollette; maggiori e più efficienti controlli tecnici da parte dell’ente locale; divieto di sospensione completa del servizio ai morosi. Alla base di queste richieste, il riconoscimento dell’importanza del servizio di distribuzione dell’acqua, inteso come diritto inalienabile delle persone, e quindi da tutelare rispetto alle esigenze di profitto di mercato.

    Referendum sotto scacco

    Una proposta che punta a ristabilire il primato decisionale e di controllo degli enti pubblici, messo a rischio da alcune norme contenute varate negli ultimi mesi dal governo. Sotto accusa il decreto legge conosciuto come “Sblocca Italia” che permette la concentrazione dei servizi pubblici locali nella mani della grandi multi-utility. Ma non solo: nel mirino anche gli incentivi previsti dalla Legge di Stabilità per la privatizzazione dei servizi pubblici, distribuzione idrica compresa, attraverso meccanismi di sconto sul Patto di Stabilità stesso. In ultimo, sotto attacco anche il decreto attuativo della riforma della Pubblica Amministrazione (la cosiddetta riforma Madia) che vincola le tariffe in bolletta a criteri che tengano conto della adeguatezza della remunerazione del capitale investito da parte dell’azienda concessionaria, sulla base delle prevalenti condizioni di mercato.

    L’iter normativo

    Sull’argomento sono previste ulteriore sedute delle commissioni a cui saranno presenti anche i rappresentati di Mediterranea della Acque, sindacati e associazioni di consumatori. Secondo il nuovo regolamento sulle proposte di delibera di iniziativa popolare, vigente da ottobre, in sede di commissione si arriverà ad un testo che dovrà poi essere approvato dal Consiglio comunale, senza possibilità di modificazioni o integrazioni.

    Nicola Giordanella

  • Fiera di Genova, quale destino per aree e dipendenti di una società pubblica in liquidazione?

    Fiera di Genova, quale destino per aree e dipendenti di una società pubblica in liquidazione?

    vista su corso aurelio saffiLa Fiera è morta, viva la Fiera. Il declino dello spazio espositivo più ambito della nostra città è noto ormai da anni ma per capire come si sia arrivati al punto di dover mettere in liquidazione la società (decisione che dovrebbe essere definitivamente sancita dall’assemblea dei soci del prossimo 31 marzo), partecipata da Comune di Genova, Regione Liguria, Città Metropolitana, Camera di Commercio e Autorità portuale, è necessario risalire la linea del tempo per riflettere sulle scelte passate degli amministratori e sullo scarso controllo dei soci.
    Simbolo e causa più evidente di questo declino è il padiglione Jean Nouvel, quello blu per intenderci. Inaugurati nel 2009, i suoi 20 mila metri quadrati, che hanno avuto anche non poche criticità strutturali, sono costati oltre 40 milioni di euro e non sono mai stati effettivamente ammortizzati finendo per schiacciare la società Fiera con un debito insanabile.

    Salvare le aree, salvare le manifestazioni

    Ma a questo punto della storia, l’interrogativo riguarda il destino di tutte le aree fieristiche e, di conseguenza, di tutte le manifestazioni che ospitano ogni anno. Come salvarle? Gli attori di questa tragedia sono molti. Tra questi, il presidente Ariel Dello Strologo, già a capo della Porto Antico Spa. La sua nomina a piazzale Kennedy sembrava il preludio per una fusione tra i due enti ma, ben presto, a tutti è apparsa chiara la follia di addossare un carrozzone finanziariamente disastrato come la Fiera sulle spalle di un ente che, se non virtuoso, quantomeno riesce a stare in piedi con le proprie gambe. Per cui, finché la situazione di Fiera non verrà in qualche modo sanata, la Porto Antico spa ne resterà alla larga.
    Altro attore primario è il famoso Blue Print di Renzo Piano che dovrebbe ridisegnare il waterfront e sistemare definitivamente l’assetto delle aree che si affacciano sul mare cittadino. Ma di questo “spin off” del racconto Fiera ci siamo già occupati approfonditamente altrove.
    Il terzo protagonista, ancora senza un volto preciso, dovrebbe entrare sulla scena nel prossimo mese di aprile. Si tratta del commissario liquidatore a cui sarà affidata la mission: impossible di valorizzare l’asset fieristico e far rinascere piazzale Kennedy a vita nuova.

    Padiglione della Fiera di GenovaA fare le spese di tutta questa situazione, come spesso accade, ci sono i lavoratori, 39 dipendenti della Fiera che, per scongiurare il licenziamento e la disoccupazione, dovranno essere ricollocati in altre realtà proprietà dei soci. Ma un grosso carico del fallimento di piazzale Kennedy cadrà anche sui cittadini, non solo per l’ormai inevitabile refrain di spreco di denaro pubblico, ma anche per l’incerto futuro di tutte quelle kermesse che vedevano nella Fiera di Genova la propria casa e che portavano sotto la Lanterna interessi commerciali e turistici: su tutte, il Salone Nautico, la Fiera Primavera ed Euroflora.

    Ecco, allora, che tutti gli attori protagonisti tornano a intrecciarsi sul palcoscenico. Una volta messa in liquidazione la società a fine mese, infatti, il Comune di Genova potrebbe lanciare il bando di gara internazionale fondamentale per la valorizzazione delle aree. Una “sfida” con lo scopo di portare nel capoluogo nuovi investitori privati nel solco del percorso tracciato dall’attualmente utopico Blue Print. Secondo le prime, ottimistiche stime, il passaggio dalla penna dell’archistar genovese alla realtà del waterfront genovese costerà 150 milioni di euro: l’Autorità Portuale si è detta disponibile a “elargire” 70 milioni provenienti dai fondi non utilizzati per la riqualificazione di Cornigliano e delle aree ex Ilva ma, anche se così fosse, resterebbe comunque una fetta consistente di denari da coprire. Da qui, l’esigenza di far confluire a Genova investitori privati, come ha sempre sostenuto il sindaco Marco Doria. Le aree interessate a questo processo sono quelle del levante cittadino: punto di partenza imprescindibile dovrebbe essere l’abbattimento del palazzo ex Nira e dei padiglioni fieristici vuoti e ormai desueti; poi si passerebbe alla realizzazione di nuove costruzioni da destinare a servizi, attività e, in parte, nuove abitazioni; infine, toccherebbe alla creazione del nuovo canale di calma che, affiancato da un nuovo percorso ciclopedonale in quelle che attualmente sono aree portuali, collegherà punta Vagno, la foce del Bisagno e piazzale Kennedy con calata Gadda e il Porto Antico, staccando di fatto dalla terraferma tutte le aree industriali del porto, comprese quelle delle riparazioni navali. Ma, per il momento, è tutto poco più che un disegno blu che potrebbe risultare inutile se le istituzioni non riuscissero a fare quadrato per tenere a Genova alcuni appuntamenti fieristici che, oramai, sono tutt’uno con la storia della città.

    Salone Nautico: danno e beffa arrivano da Napoli

    Fiera di GenovaL’ultima beffa, infatti, riguarda il Salone nautico e arriva da Napoli. Le parole del presidente della Regione Campania, Vicenzo De Luca, hanno colpito il cuore di una delle kermesse più importanti del capoluogo ligure: «Nauticsud è ripartito ed ha già superato Genova per la presenza di espositori» ha detto il governatore partenopeo. Difficile capire quanto l’uscita di De Luca sia reale o benaugurale, resta il fatto che la manifestazione che caratterizza ogni autunno sotto la Lanterna dal 1962, ha progressivamente perduto il titolo di fiera più importante del mondo nel settore nautico, passando a evento di rilevanza europea fino a doversi accontentare di dominare sul Mediterraneo, dopo essere stato abbondantemente superato dal salone di Dusseldorf.

    Che cosa resta oggi, dunque, del Salone Nautico? Difficile individuare come un castello sia stato smontato mattone per mattone ma, di sicuro, l’anno in cui ha avuto inizio il decadimento dell’impero è il 2009. All’epoca scoppiò la bolla della crisi economica che tuttora attanaglia il paese. Ma, se su questa prima debacle nulla si poté fare, il ragionamento sugli anni successivi avrebbe dovuto essere di diversa natura. Responsabilità interne, il “divorzio” tra Fiera di Genova e Ucina (storica co-organizzatrice della kermesse), la Confindustria Nautica e la perdita da parte di quest’ultima di quasi tutti i cantieri nautici nazionali. Ucina ha, tra l’altro, annunciato anche il “Salone bis” che in primavera si terrà a Venezia. Gli esperti del settore hanno pochi dubbi: Salone Nautico e Genova non rappresentano più un binomio inscindibile.

    I dipendenti della Fiera e la partita del ricollocamento

    fiera-genova-kennedy-DICome detto in precedenza, c’è una categoria che rischia di pagare più di tutte le altre lo scotto del baratro in cui si trova immersa la Fiera di Genova. Un percorso scandito a date e a striscioni, il cui più esplicativo recita: “Ci volete tutti morti”. Dopo interminabili commissioni nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dopo proteste in Consiglio regionale e riunioni senza risultati concreti, la partita sui 39 dipendenti della Fiera potrebbe concludersi il 15 marzo. Una vera e propria corsa contro il tempo per chiudere la questione e trovare una ricollocazione ai lavoratori. Lunedì 7 marzo, infatti, sono scaduti i primi 45 giorni dall’inizio della procedura di messa in mobilità dei lavoratori prima della liquidazione dell’azienda e non essendo state sufficienti le trattative sindacali, la palla è passata alla Regione che da quel momento ha ancora 30 giorni di tempo per risolvere la vertenza. Se anche quest’ultimo mese dovesse essere infruttuoso, i dipendenti sarebbero tutti licenziati e andrebbero in mobilità con le relative indennità per due anni. Ecco perché il 15 marzo, il nuovo incontro in Regione potrebbe essere la chiave di volta di tutta la vicenda, pur in un contesto piuttosto inconsueto in cui il regista delle operazioni, ovvero la Regione, è anche una della parti in causa chiamata a trovare una soluzione, essendo uno dei soci di Fiera.

    L’esito della trattativa non è per nulla scontato. La soluzione proposta dal Comune di Genova non soddisfa le esigenze di tutti i lavoratori che, secondo Tursi, potrebbero essere ricollocati nelle aziende partecipate Amiu, Aster, Asef e Spim. Sono i 24 lavoratori che, secondo l’ipotesi di accordo, sarebbero destinati all’Amiu, a dire un secco no. Il problema non è difficile da individuare, basta porre una semplice domanda: può un contratto a 18 ore a settimana con uno stipendio di circa 600 euro al mese essere sufficiente per vivere? La risposta è no. «Il nostro scopo è quello di avere garanzie sull’occupazione – ha detto Silvia Avanzino, della Fisascat Cisl – ma questo non dev’essere slegato da quella che è l’attività fieristica e da tutta la partita Fiera. Ricordo che a oggi è in corso una procedura di cessazione dell’attività». Insomma, non se ne fa certo una questione di tipologia di lavoro, ma di reddito. Va anche detto che il Comune di Genova è stato l’unico dei soci pubblici a farsi avanti, mentre Regione Liguria, Città Metropolitana, Camera di Commercio e Autorità Portuale non hanno ancora dato disponibilità a farsi carico dei dipendenti. La strada delle partecipate per ora sembra essere l’unica percorribile ma la proposta dovrà essere rimodulata.


    Michela Serra

  • Amiu, il futuro è adesso. Giorni caldi per decidere la riapertura di Scarpino e l’ingresso di Iren

    Amiu, il futuro è adesso. Giorni caldi per decidere la riapertura di Scarpino e l’ingresso di Iren

    rifiuti-amiuE’ già iniziata la primavera per il ciclo dei rifiuti genovesi che in questi giorni si gioca una fetta decisiva del proprio futuro. Mentre il mese scorso Amiu aveva annunciato l’avvio in autotutela delle opere preparatorie alla copertura (in gergo, capping) e messa definitivamente in sicurezza delle aree di Scarpino 1 e 2, il 2 marzo si è riunita la prima seduta della Conferenza dei servizi che dovrebbe dare il via libera anche alla riapertura della discarica genovese e ai lavori per la preparazione della nuova area di Scarpino 3 che sarà una cosiddetta “discarica di servizio”. Qui verrà costruita parte degli impianti per una gestione avanzata del ciclo dei rifiuti prevista dal nuovo piano industriale Amiu, redatto già a partire dal 2014, e verrà abbancata quella parte dei rifiuti residui a fine ciclo che dovrebbe essere sempre più marginale.
    E’ noto che sul per dare vita a tutte queste innovazioni la partecipata al 100% di Tursi abbia bisogno di un partner industriale che investa il necessario per realizzare gli impianti, il cui carico non può ricadere sulle bollette dei genovesi che già dovranno affrontare nei prossimi anni i maggiori costi dovuti al trasporto dei rifiuti fuori Regione nell’ultimo anno e mezzo di chiusura di Scarpino. Ed è qui che arriva il grande interesse di Iren che, nelle forme di un aumento di capitale, potrebbe rilevare anche la maggioranza di Amiu. Ma, nelle ultime settimane, benché il Comune di Genova prosegua deciso verso questa ipotesi che potrebbe anche concretizzarsi senza una vera e propria gara, si sono fatti avanti altri soggetti interessati all’operazione, come l’imprenditore Giovanni Calabrò (già noto in città per possibili operazioni calcistiche e imprenditorial-commerciali) e, soprattutto, una società sarda, Mefin, con due misteriose multinazionali alle spalle.

    Il punto sul nuovo piano industriale

    RifiutiSono tre le principali linee impiantistiche di sviluppo su cui Amiu sta lavorando: la prima riguarda la separazione della frazione secca da quella umida di tutto ciò che gettiamo nei cassonetti dell’indifferenziata, attraverso un progetto depositato ad aprile scorso presso le istituzioni e di cui l’azienda è in attesa di approvazione. Un passo fondamentale per non conferire più in discarica la parte putrescibile dell’indifferenziato che dovrà invece essere inviata ad appositi impianti di biodigestione (da non confondere con il biodigestore per l’umido di qualità, ovvero quello ottenuto dalla raccolta differenziata dei cassonetti marroni), al momento anch’essi fuori regione.

    Il secondo filone riguarda quella che nel gergo viene definita “fabbrica della materia”, ossia un impianto che andrà a recuperare dalla frazione secca residua, elementi di carta, plastica, vetro e metalli che possono ancora essere valorizzati: questo impianto dovrebbe sorgere nell’ex area Amt di Genova Campi, per cui a breve dovrebbe concludersi il passaggio di proprietà tra le partecipate dell’amministrazione comunale della Lanterna.

    Il terzo filone riguarda una sensibile accelerata sul sistema di raccolta differenziata: «A Genova – spiegava il mese scorso alla ‘Dire’ il presidente di Amiu, Marco Castagna – attualmente veleggiamo attorno al 39% ma entro marzo vedrà la luce un nuovo piano studiato anche grazie al contributo del Conai (Consorzio nazionale imballaggi)». Legato a questo tema, c’è anche la realizzazione del biodigestore per l’umido di qualità del Comune capoluogo: qui i ritardi sono più elevati e riguardano sia la scelta tecnica dell’impianto più adeguato sia la sua futura collocazione. «Stiamo cercando di superare il ritardo impiantistico nel più breve tempo possibile – commenta Castagna – ma scontiamo un’arretratezza di diversi anni. L’obiettivo è far presto sperando anche che i cittadini superino la classica ‘sindrome nimby’ (‘not in my backyard’, letteralmente ‘non nel mio cortile’, ndr) e comprendano che questi impianti sono fondamentali anche per pagare meno tasse sui rifiuti. Gli attuali costi elevati dipendono in massima parte dal fatto che non avendo le strutture adeguate dobbiamo smaltire il materiale fuori regione».

    Ma, secondo le associazioni ambientaliste, oltre all’umido non si deve dimenticare neppure la raccolta dei materiali che già vengono conferiti in maniera differenziata, come carta, plastica e lattine il cui processo di trattamento al momento risulterebbe saturo, e come il vetro, che deve essere conferito fuori regione al pari dell’umido.
    Nel frattempo si dovrà anche pensare a come impiegare il biogas prodotto dai biodigestori e, soprattutto, che cosa fare del materiale residuato dai processi di riciclo e riuso. Ma quando si arriverà a discutere nel concreto di questo, la realizzazione del piano industriale sarà già a buon punto.

    Il punto sul riassetto di Amiu e l’arrivo di Iren

    percolato-scarpinoCome si diceva, per realizzare i nuovi impianti servono denari freschi. Denari che, secondo quanto previsto da una delibera approvata con fuoco e fiamme dal Comune di Genova, dovrebbero essere garantiti da un partener industriale di Amiu. Negli ultimi mesi, questo partner sta sempre più prendendo le fattezze di Iren (la multiutility con quote possedute tra l’altro dai Comuni di Genova, Torino, Reggio Emilia, Parma e Piacenza), nonostante l’opposizione della sinistra genovese (in parte anche “di governo” con Sel e Lista Doria) preoccupata per una possibile privatizzazione mascherata anche della gestione dei rifiuti in città. Un timore confermato anche dal fatto che da una partecipazione di minoranza, l’ingresso della multiutility si sta trasformando, almeno secondo le voci dei soliti bene informati, in un forte aumento di capitale che consentirebbe a Iren di entrare in possesso della maggioranza di Amiu, proprio per le ingenti necessità di liquidità della partecipata.

    Secondo i fautori dell’ingresso di Iren, l’operazione potrebbe avvenire senza gara ma più semplicemente con “procedure di trasparenza a evidenza pubblica” seguendo la strada già imboccata da A2A, multiutility bresciana, sfruttando la possibilità data dai decreti governativi di aggregare società riferite allo stesso azionista. Certo, l’aggregazione dovrebbe rispettare alcuni requisiti fondamentali che, a detta del Comune, potrebbero essere garantiti ad esempio dalla necessità di non separare Scarpino dal processo di gestione del ciclo delle acque, già di competenza di Mediterranea delle Acque, controllata proprio da Iren.

    Iren o non Iren, il Comune deve decidere in fretta perché, una volta trovati i fondi, gli impianti non si realizzano certo con la bacchetta magica.

    Simone D’Ambrosio

  • Amiu risponde a Mefin: “Bello ma impossibile”. Dati su situazione azienda non veritieri, rischio querela

    Amiu risponde a Mefin: “Bello ma impossibile”. Dati su situazione azienda non veritieri, rischio querela

    Rifiuti«Ora la palla passa alla politica» dicevano i vertici di Mefin, dopo aver presentato il proprio progetto per rivoluzionare il ciclo dei rifiuti a Genova e la manifestazione di interesse per l’acquisto di Amiu. E la risposta della politica, e pure dell’amministrazione, non è certo tardata ad arrivare.

    Bello e impossibile, suona un po’ così la risposta del presidente di Amiu, Marco Castagna, al progetto di Mefin, riportata dall’agenzia Dire. «La soluzione proposta da Mefin – dice Castagna – a quanto ci è dato sapere dalle dichiarazioni dei loro vertici, non sembra compatibile né con il decreto 152/2006 né con l’attuale Piano dei rifiuti regionale che individua le tipologie di impianto consentite, tra cui non rientra quello pensato da Mefin. Si tratta di una proposta fatta da chi non conosce bene la realtà locale e italiana. A Buenos Aires ci sono tanti genovesi ma questo non rende l’impianto di Mefin autorizzabile anche nella provincia di Genova». Il presidente di Amiu spiega infatti che «la legge italiana dice che devi ‘raccogliere’ in maniera differenziata il 65%. Mettere tutto in un sacco e separarlo successivamente non è considerato raccolta differenzia ma recupero. L’impianto così come pare sia stato presentato non è dunque autorizzabile da nessuna parte in Italia». Di conseguenza, il piano industriale prospettato da Mefin rischierebbe di non poter andare in tariffa: «E’ industrialmente corretto – ribadisce Castagna – ma non è consentito dalla legge attuale».

    Normativa europea vs legge italiana

    Quello della legislazione italiana è un limite invalicabile che mal si concilia, però, con la normativa europea che non parla di raccolta differenziata ma di obiettivi di riciclo, stando a quello che spiega Marco Castagna: «Noi – specifica il presidente di Amiu – dobbiamo raccogliere i rifiuti in maniera separata: potrei riciclare il 100% ma se non lo raccolgo in maniera separata non mi conta come raccolta differenziata. La separazione, per essere considerata raccolta differenziata, deve essere fatta prima che il rifiuto giunga agli impianti. Anche l’impianto previsto dal nostro piano industriale per il recupero del secco, la cosiddetta ‘Fabbrica della materia’, non concorrerà ad aumentare le percentuali di raccolta differenziata a Genova perché quello che viene recuperato è stato buttato dai cittadini nel cassonetto dell’indifferenziato».

    In sintesi, dunque, il sistema presentato da Mefin sarebbe intelligente dal punto di vista industriale e probabilmente molto efficace in una realtà orograficamente complessa come quella genovese, ma non sembrerebbe essere autorizzabile. In realtà, il vertice di Amiu solleva più di una perplessità anche su alcune proposte concrete soprattutto per quanto riguarda il reimpiego degli esuberi: «Da quanto possiamo leggere – accusa – nella proposta di Mefin i lavoratori verrebbero reimpiegati al nastro, a separare con mano i rifiuti non differenziati, un po’ come avviene a San Francisco dove però non si deve sottostare alla normativa italiana».

    Amiu vs Mefin

    rifiutiA proposito degli esuberi ma soprattutto riguardo alla situazione finanziaria di Amiu dichiarata da Mefin, Castagna annuncia una querela ai vertici di Mefin «per le false affermazioni fatte a proposito della solvibilità, dell’affidabilità della società presso il sistema bancario, del rischio di fallimento e dei conseguenti esuberi, oltre che per le inesattezze circa la situazione debitoria dell’azienda». Il presidente di Amiu precisa, inoltre, che «nessun fornitore fino ad oggi ha lamentato alcun ritardo nei pagamenti da parte dell’azienda» e ricorda che «Amiu nel 2015 ha assunto 90 persone». Castagna conclude ribattendo che «è vero che risultano circa 60 milioni di debiti per la situazione di Scarpino ma ciò che Mefin non dice è che ci sono anche altrettanti crediti».

    Peraltro, dopo approfondite ricerche, i vertici di Amiu e del Comune di Genova avrebbero ben più qualche perplessità sulla solidità economico-finanziaria di Mefin e sulla conoscenza del settore rifiuti, quantomeno in Italia.

    Se questa possa già essere la parola fine sulla proposta sarda e avvicini ancora di più Iren ad Amiu, saranno i prossimi giorni a dirlo. Di certo resta che l’iniziativa della Mefin potrebbe aver sollevato l’interesse di molti per un’operazione che, a questo punto, non pare più così “scontata”. Intanto, lunedì prossimo, azienda, Comune e sindacati si incontreranno alle 17 per fare il punto sul futuro occupazionale mentre entro il 30 marzo Amiu dovrà presentare il progetto per l’impianto di pre-trattamento del percolato di Scarpino 1 e 2 ed entro la prima settimana di aprile tornerà a riunirsi la Conferenza dei servizi, quando dovrebbe già essere stato reso noto il piano metropolitano dei rifiuti che, in base anche a quanto previsto dalla normativa regionale, dovrebbe dire con più precisioni quali impianti si possono realizzare a Genova e dove (naturalmente in accordo con il Piano urbanistico comunale).

    Simone D’Ambrosio

  • Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di GenovaDopo le dimissioni della presidente della Fiera di Genova, Sara Armella, contestuali alla presentazione del primo bilancio in pareggio e seguite a quelle dell’amministratore delegato Antonio Bruzzone, è stato nominato su indicazione del Comune Ariel Dello Strologo nuovo presidente della Fiera di Genova. Per quanto riguarda invece l’amministratore delegato, nomina che spetta a Regione Liguria – Filse, ecco Luca Nannini, docente, insegna all’università di Pisa Strategie di Risanamento Aziendale.

    Nelle settimane che hanno preceduto l’assemblea dei soci si era tornati a parlare con insistenza di un possibile matrimonio tra l’ente fieristico e la Porto Antico Spa. La nomina di Dello Strologo, presidente della Porto Antico dal 2009 che manterrà le due cariche, conferma quella che era molto più che un’ipotesi. Un progetto che dovrebbe in un certo qual modo ricalcare a livello amministrativo quanto potrebbe accadere sul piano urbanistico con la realizzazione del Blue Print di Renzo Piano, che ha l’obiettivo di mettere finalmente in comunicazione diretta l’area dell’Expo con quella della Fiera. E così, esattamente com’era successo per la riqualificazione degli anni ‘90, la figura dell’archistar torna a essere nuovamente decisiva.

    Nel numero 61 di Era Superba, in uscita lunedì 3 agosto, troverete un ampio approfondimento sulla situazione dei due enti (vi proponiamo qui un estratto), con un’intervista al direttore generale di Porto Antico Alberto Cappato, che voci di corridoio indicavano in corsa con lo stesso Dello Strologo per il ruolo di presidente di Fiera. Una volta che sarà formalizzato il rapporto fra i due enti, Cappato avrà comunque un ruolo operativo di coordinamento fra le due realtà cittadine.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61  di Era Superba

    foto porto antico dall'altoL’avvocato e presidente della Comunità ebraica genovese, Ariel Dello Strologo, dunque, sarà il trait d’union dirigenziale tra i due enti. È comunque esclusa, almeno in tempi brevi, qualsiasi fusione. Anche perché sarebbe piuttosto azzardato mettere sulle spalle di un ente che funziona, come la Porto Antico, il fardello di una realtà che deve trovare la giusta strada per ripartire, come la Fiera di Genova. La fusione, peraltro, non sarebbe neppure semplice dal punto di vista tecnico: parte degli azionisti dei due enti coincide ma le quote di capitale variano sensibilmente da ente a ente e da proprietario a proprietario. Si parla piuttosto di «integrazione operativa – come la definisce il sindaco Marco Doria – da costruirsi soprattutto attraverso la rete di imprese come precondizione per verificare altre e future forme di integrazione». Una rete in cui dovrebbero confluire spazi, eventi e comunicazione, progetti e servizi, iniziative di vario genere, come lo stesso Salone Nautico, allo scopo soprattutto di evitare una concorrenza fratricida e di ricercare fresche fonti di finanziamento.

    «I fatti recenti – commenta l’assessore comunale con delega ai rapporti con Fiera e Porto Antico, Carla Sibilla – sicuramente contribuiranno ad accelerare i processi: l’integrazione si stava studiando, ripartiremo da lì ma per quanto riguarda un’eventuale fusione vanno fatti sicuramente studi più approfonditi di due diligence».

    Integrare, però, non significherebbe solo tagliare qualche poltrona, che certo è necessario fare per risparmiare un po’ di soldi sul capitolo management, ma vorrebbe dire soprattutto creare un nuovo contenitore che, ad esempio, punti forte sulla nautica, offrendo accosti sia alla Fiera che lungo il Molo Vecchio, ma anche sul turismo e sull’intrattenimento. Il che vorrebbe dire, da un lato, provare appunto a rilanciare il Salone Nautico, dall’altro allargare gli orizzonti delle proposte culturali del Porto Antico che, forse, negli ultimi anni si sono adagiate un po’ troppo sugli allori e rischiano di anno in anno di ripetersi solo perché previste dal calendario.

    Fiera di Genova

    fiera-genova-kennedy-DILa Fiera (32,46% Comune di Genova, 27,39% Filse-Regione Liguria, 21% Città Metropolitana, 17,24% Camera di Commercio di Genova, 1,91% Autorità Portuale), com’è noto, è finalmente giunta al pareggio di bilancio dopo anni di durissimi tagli e un consistente ridimensionamento degli spazi. Il fardello degli spazi lasciati liberi se lo è accollato il Comune, con la speranza di poterli rivendere, anche a lotti, in vista della riqualificazione di questa porzione di waterfront. «Se non si venderanno – allerta il vicesindaco Stefano Bernini – l’onere ricadrà sui genovesi, dato che per risanare i conti di Fiera e acquisire queste aree il Comune ha acceso un mutuo con la Bnl di una ventina di milioni di euro». In un modo o nell’altro, dunque, i conti dell’ente di piazzale Kennedy andranno definitivamente a posto non appena Comune, Regione e Autorità Portuale firmeranno l’accordo di programma che deciderà il futuro delle aree. «Solo a quel punto sarà possibile l’unione tra Fiera e Porto Antico – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – indipendentemente dal Blue Print, che non verrà mai realizzato perché, com’era già successo con gli Affreschi dello stesso Piano, è un’idea completamente sconnessa dalla possibilità di progettare qualcosa che sia economicamente sostenibile». La società con sede ai Magazzini del Cotone, così, non dovrebbe essere caricata di oneri eccessivi ma, anzi, riceverebbe nuovi spazi da gestire in modo coordinato e con personale commisurato.

    Porto Antico

    [quote]Abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».[/quote]

    Ma se dell’ente di piazzale Kennedy e del suo precario stato di salute economica molto si è parlato sulle pagine di quotidiani genovesi, Era Superba compresa, meno si sa di che cosa succede negli uffici della Porto Antico Spa (51% Comune di Genova, 43,44% Camera di Commercio, 5,56% Autorità Portuale), che navigano almeno apparentemente in acque ben più tranquille.

    porto-antico-sfera-piano-acquario-DIIntanto le note positive: il bilancio 2014, chiuso entro il 30 aprile ma non ancora ufficialmente pubblicato sulle pagine del sito della società, fa tornare il segno + con oltre 500 mila euro di utile. Passata, dunque, la mareggiata dello scorso anno, quando fu registrata una perdita da 1,8 milioni legata soprattutto alla fallimentare operazione di Ponte Parodi, a causa degli infiniti ritardi di Autorità portuale. «Ma il nostro obiettivo – dichiara Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico spa, che circa un suo coinvolgimento in vista di un’eventuale unione con la Fiera di Genova preferisce il silenzio – non è tanto quello di produrre utili, quanto di reinvestire le risorse per migliorare l’area e renderla più attrattiva».

    A proposito di miglioramenti, con l’esplosione di caldo delle ultime settimane non possono non essere apprezzati i miglioramenti alla piscina prospiciente i Magazzini del Cotone. Ma la riqualificazione che più sta a cuore ad Alberto Cappato è quella della Città dei Bambini: «Abbiamo ripreso la gestione diretta dallo scorso dicembre – racconta – e abbiamo completato un grosso intervento di rinnovamento e nuova disposizione dei giochi per fasce d’età. Grazie alla collaborazione con il Cnr, è stata completamente rivista la sezione delle illusioni ottiche ma abbiamo pensato anche alla parte manuale, un aspetto educativo importante nell’era dei nativi digitali».

    C’è poi tutto il settore degli eventi, sia organizzati direttamente sia solo per la concessione degli spazi o altre partnership. «Ogni anno – ammette Cappato – abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».

    porto-antico-notte2-DIBudget che, invece, non dovrebbe essere un problema per un grande sogno di Cappato che potrebbe consentire proprio all’area dell’Arena del Mare di vivere anche in autunno e in inverno. Si tratta della famosa ruota panoramica, una sorta di London Eye sotto, anzi di fronte, alla lanterna. L’installazione era già stata annunciata per lo scorso inverno ma, poi, non se n’è saputo più nulla: «Abbiamo avuto qualche lungaggine con le autorizzazioni soprattutto per quanto riguarda l’Enac per l’occupazione dello spazio aereo ma adesso è tutto a posto. Solo che la ruota che sarebbe dovuta arrivare dall’Olanda (con cabine climatizzate e la possibilità anche di realizzare servizi di catering all’interno, ndr) è stata installata altrove perché l’acquirente non poteva aspettare oltre dato che doveva iniziare a rientrare di un investimento sull’ordine di grande dei 2, 3 milioni di euro. Quindi, ora, aspettiamo la fabbricazione di una nuova ruota con le stesse caratteristiche che consentano di installarla nei mesi invernali e rimuoverla in quelli estivi».

    Altro pallino di Cappato per il futuro è l’incentivazione della mobilità elettrica come strumento di potenziamento turistico: «Abbiamo da poco vinto un bando europeo – ci anticipa Cappato – per l’installazione di colonnine di ricarica veloce ogni 50 chilometri, nelle aree di servizio autostradali: 14 milioni di finanziamento che nel giro di due anni dovrebbe dare vita a un lungo percorso che creerà un corridoio europeo di mobilità elettrica, che si chiamerà Unit-E, tra Genova, Dublino e Bruxelles. La speranza è quella di attirare un nuovo tipo di turismo che risiede non così lontano da noi, visto che a Nizza esiste una flotta di car sharing elettrico con 60 auto».

    Sembrano, invece, essere risolti i problemi di natura economica con Costa Edutainment: «La nuova vasca dei delfini – spiega Cappato – sarebbe dovuta entrare in servizio molto prima e i ritardi hanno fatto andare a rotoli tutti i piani finanziari. La vasca, infatti, la stiamo pagando noi ma l’Acquario sta restituendo nei tempi previsti tutto il dovuto».

    Una nota negativa è rappresentata dalla crisi del Museo Luzzati che ha annunciato il rischio chiusura. «Il grido di allarme purtroppo non stupisce – dice laconicamente Cappato – perché le istituzioni non ce la fanno più a supportare tutte queste realtà: i soldi non bastano ed è necessario fare delle scelte». Difficile pensare che la società Porto Antico possa intervenire direttamente con finanziamenti: «Piuttosto – prosegue il direttore generale – cercheremo di farli entrare più a sistema con il resto dell’area, ad esempio pensando a qualche sinergia con la Città dei bambini».

    Infine, c’è il buco nero dell’ex Wow, nel modulo 1 dei Magazzini del Cotone: inaugurata a marzo 2013, la cittadella della scienza non è mai decollata ed ha chiuso miseramente i battenti dopo neanche un anno di vita. Scaduto il contratto con i concessionari (prima Garrone, poi Ferrero), gli spazi sono stati utilizzati temporaneamente solo per il Myba, importante fiera internazionale per i professionisti di Superyacht e Charter. Al momento il padiglione resta tutto chiuso, in attesa di una nuova destinazione di medio-lungo periodo.

    A proposito di ospitalità congressuale, anche su questo punto non solo la Porto Antico ma tutta la città di Genova dovrebbe investire. «Quando i congressisti arrivano a Genova – sostiene Cappato – restano sempre estasiati dei servizi e delle location per le loro riunioni, anche i tempi di permanenza tengono a ridursi a causa dei costi». Ma nel 2014 sono state solo 110 mila le presenze in zona Expo legate a questo settore: il mercato è ancora eccessivamente stagionale e Genova sconta sicuramente la difficile accessibilità con mezzi pubblici e privati dai grandi centri italiani ed europei.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba

  • Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Prefettura Amministrazione ProvincialePassi avanti verso la Città Metropolitana. Ieri il sindaco Marco Doria e il commissario della Provincia Piero Fossati hanno incontrato in piazzale Mazzini i sindaci del territorio, un punto di partenza per il percorso istituzionale che porterà alla costituzione del nuove ente nel 2015. 

    «Il rispetto dei tempi sarà rigoroso»,  ha sottolineato Doria che dal 1° gennaio 2015 sarà sindaco metropolitano alla guida del nuovo ente.  Come indica la nota diffusa dalla Provincia “il primo traguardo sarà l’elezione della Conferenza statutaria, una piccola “assemblea costituente” che dovrà elaborare la prima bozza di statuto e concludere i lavori entro il 30 settembre prossimo, termine entro il quale dovrà poi essere eletto e insediarsi il Consiglio metropolitano“.

    Conferenza statuaria e Consiglio metropolitano saranno organi entrambi presieduti dal sindaco di Genova e composti da 18 consiglieri eletti dai sindaci e dai consiglieri comunali in carica di tutto il territorio. “Per l’elezione della Conferenza statutaria – si legge nella nota – si aspetterà l’esito del voto amministrativo che sul territorio coinvolge 45 Comuni su 67.  Se Rapallo dovesse andare al ballottaggio, l’elezione della Conferenza statutaria sarebbe indetta dopo l’8 giugno, mentre i tempi si accorcerebbero in caso di vittoria di un candidato sindaco al primo turno”.

    Come aveva già avuto modo di raccontare ad Era Superba in occasione dell’intervista di qualche mese fa, Marco Doria ha ribadito la sua idea di Città Metropolitana: «Il nuovo ente non sarà un Comune capoluogo che diventa più grande, tutti i Comuni
    continueranno ad esistere e funzionare e quelli che vorranno associarsi o unirsi saranno liberi di farlo. La Città Metropolitana raccoglierà l’eredità della Provincia e potrà svolgere altre funzioni specifiche, da riempire di contenuti in base alla legge, come lo sviluppo strategico, la pianificazione generale, i sistemi coordinati di servizi pubblici, in rapporto allo Stato e alla Regione e al servizio dei Comuni e dei cittadini».

    «In questi mesi dovrò studiare parecchio – ha ammesso il sindaco di Genova – e grazie a Piero Fossati e alla struttura della Provincia potrò fare corsi accelerati. Vorrei anticipare per certi aspetti il funzionamento dei futuri organi, incontrando periodicamente i sindaci e per informarli e sentire le loro opinioni».

  • Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Palazzo della RegioneRitornello vuole che le casse degli enti pubblici siano sempre più vuote, eppure quando esistono strumenti finanziari concreti – siano essi fondi comunitari, risorse nazionali, o fonti miste di cofinanziamento – e sarebbe possibile usufuire di significative risorse, immancabilmente lo Stato e le sue articolazioni territoriali si fanno sfuggire l’occasione, soprattutto a causa della carenza di specifiche capacità progettuali e gestionali, sia a livello centrale che locale. È questo il caso della Regione Liguria e del mancato utilizzo del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) 2007-2013: su una disponibilità iniziale di 342 milioni di euro – poi ridottasi a circa 270 milioni, comunque sia un discreto salvadanaio – l’amministrazione ligure, finora, ne ha effettivamente rendicontati ai fini della richiesta di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, soltanto poco più di 53 (in pratica 1/6 del totale).

    «Le responsabilità della Giunta sono enormi – attacca Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti) che ha sollevato, in particolare, la questione del non utilizzo dei finanziamenti dedicati a “Ricerca e Innovazione” (57 milioni di euro compresi nel più ampio contesto del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione), e che presto presenterà una serie di interrogazioni sul tema FSC – l’opportunità di ottenere queste risorse non è ripetibile, e sostenere, come qualcuno sta iniziando a fare, che gli stessi finanziamenti verranno “caricati” sui nuovi programmi di intervento, è fuorviante: quei fondi, una volta persi, sono persi e basta: non li vedremo più».

    Cos’è il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC)

    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) è lo strumento finanziario alimentato con risorse aggiuntive nazionali attraverso cui lo Stato Italiano persegue il principio della coesione territoriale sancito dall’Articolo 119 della Costituzione. Il Fondo è stato istituito con la Legge Finanziaria 2003 come Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS).
    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e i Fondi Strutturali dell’Unione Europea condividono gli obiettivi generali di policy, la stessa tempistica di programmazione su cicli settennali – allo scopo di garantire l’unitarietà e la complementarietà delle procedure di attivazione delle rispettive risorse – e lo stesso Sistema di Monitoraggio Unitario, gestito dalla Ragioneria Generale dello Stato e alimentato con i dati dei progetti finanziati. Rispetto alle risorse comunitarie, la cui programmazione è strettamente articolata per Programmi Operativi, le risorse FSC vengono assegnate dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) con diverse modalità che nel corso del ciclo 2007-2013 hanno individuato Programmi Attuativi Regionali, Programmi di altra natura o specifici progetti finanziati mediante delibere con destinazione settoriale o territoriale.

    Le risorse totali originariamente assegnate al Fondo FSC per il settennio 2007-2013 ammontavano a circa 64 miliardi di euro, che a fronte della crisi economica degli ultimi anni e dei suoi effetti congiunturali sul bilancio dello Stato, sono stati progressivamente ridotti per la copertura di vari interventi di risanamento.
    Al 31 dicembre 2013, i circa 10 mila progetti finanziati con FSC visualizzati su OpenCoesione – iniziativa del Ministero per la Coesione Territoriale che mette a disposizione i dati delle politiche di coesione a cittadini, amministrazioni italiane ed europee, ricercatori e media (www.opencoesione.gov.it) – assorbono circa 19 miliardi di euro del Fondo, di cui 14,4 disponibili come assegnazioni CIPE e 4,7 come progetti in attuazione.
    Con riferimento ai progetti in attuazione “si evidenzia che rispetto ad un finanziamento FSC di 4,7 miliardi, il loro valore complessivo ammonta a 8,8 miliardi: questo rispecchia la caratteristica della programmazione FSC di attrarre in misura significativa anche ulteriori risorse finanziarie rispetto al Fondo, che si sommano quindi a quelle specificamente destinate alla coesione”.
    La data del 31 dicembre 2013 rappresenta la conclusione del settennio a cui fa riferimento il ciclo di programmazione 2007-2013, tuttavia non coincide con l’effettivo termine dell’attuazione dei progetti del ciclo stesso. In base alla regola dell’ “n+2” – che fissa al 31 dicembre 2015 il termine ultimo di ammissibilità della spesa rendicontabile alla Commissione europeai progetti dei Fondi Strutturali potranno continuare a beneficiare del contributo finanziario dei relativi Programmi per altri due anni, sovrapponendosi all’avvio nei prossimi mesi del ciclo di programmazione 2014-2020.
    Per i progetti della programmazione del Fondo Sviluppo e Coesione, invece, l’attuazione potrà proseguire anche oltre il 2015.

    Programma PAR-FSC 2007-2013 in Liguria

    Consiglio regionale LiguriaLa relazione sullo stato di attuazione del “Programma PAR-FSC (ex FAS) 2007-2013 al 31/12/2013“, redatta nel febbraio scorso al fine di fornire al Consiglio della Regione Liguria il quadro attuale della situazione in vista dell’imminente riprogrammazione 2014, spiega nel dettaglio le scelte regionali alla base del piano finanziario vigente (secondo l’ultima rimodulazione di novembre 2013) che dovrebbe garantire l’accesso alle risorse disponibili.

    La disponibilità iniziale per il programma regionale ligure ammontava a 342,064 milioni di euro (M) ridottasi a 320,562 M (deliberazione cipe 1/2009) e successivamente a 288,507 M (Legge 122/2010); la legge di stabilità 2014 riduce ulteriormente tale disponibilità a 270,548 milioni.
    Anche in presenza di riduzioni della dotazione finanziaria “la Regione ha comunque deciso di avviare un programma pieno – si legge nel documento – definito cioè sulla base della disponibilità iniziale (342,064 M, ndr), fermo restando il recupero delle economie derivanti dai ribassi d’asta, nonché dalla rinuncia di alcuni beneficiari, per ricondurre le somme alle disponibilità reali”.

    Il Par ha subito due modifiche relative rispettivamente: alla riprogrammazione 2012 “con l’adeguamento del programma alle sopravvenute esigenze (fenomeni alluvionali e mutate condizioni del quadro economico nazionale, nonché regionale), modifica che ha comportato l’introduzione dell’Asse E “Sanità” per 30 M e di una linea specifica per gli interventi sulla viabilità e su infrastrutture danneggiate dagli eventi alluvionali dell’ottobre-novembre 2011 per 16 M”; rimodulazione di novembre 2013 “con ulteriore riassestamento degli interventi sulla base delle reali capacità di realizzazione da parte delle stazioni appaltanti. In tal senso sono stati introdotti alcuni interventi (scolmatore del Bisagno, aggiustamenti in merito agli interventi sulle infrastrutture danneggiate dall’alluvione, minori risorse destinate ai vari progetti, sulla base degli importi rideterminati in relazione ai ribassi d’asta)”.

    Nel complesso – al 31/12/2013 – le stazioni appaltanti hanno perfezionato impegni complessivi per 155,970 milioni di euro, ed effettuato pagamenti per un totale di 116,624 M. Su tali importi l’impegno – in termini di quota FSC – ammonta a 79,194 M e la quota di spesa FSC rendicontabile ai fini del rimborso è pari a 53,702 milioni.

    Analizzando il piano finanziario e l’attuale livello di spesa scopriamo così che in diversi ambiti – molti dei quali strategici – le quote FSC effettivamente rendicontate ai fini della richiesta del rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, sono spesso decisamente modeste.

    L’Asse A “Competitività del sistema economico” è suddiviso in Sub Asse A1 “Ricerca e Innovazione” e Sub Asse A2 “Accessibilità e mobilità sostenibile”. La quota FSC (secondo la rimodulazione di novembre 2013) prevista per il Sub Asse A1 è 57 milioni di euro complessivi (di cui 25 M “Insediamento Facoltà di Ingeneria nel Polo tecnologico degli Erzelli“; 25 M “Distretto ligure per le tecnologie marine”; 6,5 M “Poli universitari decentrati”; 20,5 milioni “Programma triennale per la ricerca e la innovazione”). Ebbene, fino ad oggi, la quota rendicontata è pari a zero euro per tutte e quattro le voci di impegno di spesa.

    Nel Sub Asse A2 (quota FSC prevista 90 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 22,9 M), tra gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, spiccano: “Terzo lotto dell’Aurelia bis di La Spezia (25 M, zero euro rendicontati); “Tunnel stradale Fontanabuona (25 M, quota FSC pagata 1,3 M); “Interventi su viabilità e infrastrutture danneggiate dall’alluvione” (16 M, quota FSC pagata 1,7 M); “Costituzione di un fondo per la diffusione mobilità sostenibile” (563 mila euro, quota FSC rendicontata 6 mila euro).
    Per fortuna nel Sub Asse A2 c’è anche un esempio positivo, per altro l’unico in tutto il piano: “Metropolitana di Genova completamento De Ferrari-Brignole” (17,4 milioni di euro, quota Fsc rendicontata 17,4 M).

    L’Asse B “Competitività del sistema ambiente e territorio” è suddiviso in Sub Asse B1 “Miglioramento qualità ambientale e territoriale” (quota FSC prevista 69,8 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 8 M) e Sub Asse B2 “Tutela e valorizzazione risorse ambientali e culturali” (quota FSC prevista 71,2 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 6,2 M).
    Nel Sub Asse B1 gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, sono: “Regimazione idraulica tratto terminale Entella” (8 M, quota FSC pagata 229 mila euro); “Regimazione idraulica tratto terminale Nervia” (4 M, quota FSC rendiconta 154 mila euro); “Riqualificazione Comune di Arcola” (8 M, zero euro rendicontati); “Riconversione del parchi ferroviari di Busalla e Ronco” (1,5 M, zero euro rendicontati); “Completamento infrastrutturazione viaria Polcevera” (2,4 M, quota FSC pagata 144 mila euro); “Nuove opere pubbliche completamento lungomare Deiva Marina” (1,6 M, zero euro rendicontati); “Programmi strategici regionali” (27,6 M, quota FSC rendicontata 3,3 M); “Scolmatore torrente Bisagno 1° Lotto (5 M, zero euro rendicontati).
    All’interno del Sub Asse B2 troviamo l’intervento – “Grandi schemi fognari e/o impianti di depurazione” – per cui è stata impegnata la quota FSC più sostanziosa, ovvero 33,5 milioni di euro. Tuttavia, la quota FSC effettivamente rendicontata è pari ad appena 240 mila euro.
    Ma meritano una menzione speciale anche i seguenti casi: “Interventi di valorizzazione del patrimonio culturale” (13,6 M, quota FSC rendicontata 2,1 M); “progetto integrato Sistema Parchi e Alta Via Monti Liguri” (7 M, quota FSC pagata 508 mila euro); “Completamento rete ciclabile ligure, valorizzazione e promozione” (5,5 milioni, zero euro rendicontati).

    Infine, nell’Asse C “Sviluppo capitale umano”, Sub Asse C1 “Modernizzazione sistema istruzione e formazione”(quota FSC prevista 17, 7 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 4,9 M) salta evidentemente all’occhio l’intervento “Alta formazione professionale – Istituti Tecnici Superiori” (4,1 M, zero euro pagati).

    Il documento regionale spiega poi nel dettaglio le modalità per ottenere in concreto le risorse allocate per le singole regioni. “A parte la prima erogazione prevista (a titolo di anticipo) all’approvazione del Programma, le successive erogazioni (acconti intermedi e finale) sono legate all’avanzamento del programma”. L’ultima certificazione effettuata dall’organismo di certificazione in data 14-02-2013 “ha consentito di formulare la richiesta relativa al secondo acconto e pertanto, allo stato attuale, risultano accertati in entrata 69,2 milioni di euro di rimborso. Viceversa l’attuale livello di spesa – 53,7 milioni – non è ancora sufficiente a formulare la richiesta per il successivo terzo acconto”, che consentirà di portare il rimborso a quota 92,3 milioni di euro (le soglie di spesa per la richiesta di acconti sono calcolate sull’importo complessivo intermedio di 288,5 M, mentre la disponibilità effettiva, dopo la Legge di Stabilità 2014, si riduce a 270,5 milioni).

    Per quanto riguarda l’imminente prossima riprogrammazione 2014 “il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico, ndr) ha chiesto che venga effettuata una riprogrammazione ritarata sui 290-300 M, con un margine di circa il 10% rispetto alla dotazione ufficiale, onde assorbire le eventuali economie che si dovessero registrare prima della chiusura del programma”. La Regione Liguria “prevede una riprogrammazione con l’incremento delle risorse dedicate: all’Asse E “Sanità”; all’alluvione (estendendo gli interventi anche ai fenomeni del 2012); sulla base del rinvio alla successiva fase (2014-2020) degli interventi non realizzabili, e quindi non rendicontabili, nei tempi previsti dell’attuale ciclo di programmazione, delle rinunce dei beneficiari stessi, delle ulteriori economie derivanti da ribassi d’asta”.

    «Per spendere adeguatamente le risorse nazionali ed europee la Regione Liguria dovrebbe possedere una forte capacità strategica – spiega il consigliere regionale Lorenzo Pellerano – Con un sistema di progettazione, monitoraggio e rendicontazione ben strutturato. E competenze specifiche negli uffici regionali deputati ad occuparsi di queste tematiche. Io, invece, ho l’impressione che gli uffici interni, perlomeno, non siano adeguatamente valorizzati. La Regione, insomma, deve mettersi profondamente in discussione se vuole migliorare la performance di spesa del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e dei Fondi Strutturali comunitari».
    «In corso d’opera la Regione ha introdotto alcuni indirizzi di spesa per accelerare l’utilizzo dei fondi su tematiche particolarmente urgenti, quali la Sanità (Asse E), e ciò può avere un senso – sottolinea Pellerano – Quello che, invece, non ha senso è nominare continuamente simili risorse, comunitarie e non, per ipotizzare gli impegni più svariati. Si tratta di un atteggiamento fuorviante perchè il FSC, ad esempio, è un fondo espressamente destinato a sostenere lo sviluppo e la coesione. Infine, per quanto riguarda la riprogrammazione 2014, non mi sembra ipotizzabile impiegare lo stesso schema che finora ha dimostrato di non funzionare».

    «Man mano che le stazioni appaltanti raggiungono determinate soglie di spesa l’amministrazione regionale può chiedere le contestuali tranche di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico – risponde l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 Regione Liguria – Il termine ultimo del 31 dicembre 2015 si riferisce all’attuazione dei progetti compresi nel programma del ciclo 2007-2013. Per quanto riguarda molti di essi, in effetti, il termine è sancito al 31/12/2015. Per altri progetti, invece, quelli considerati “strategici” che finiranno in accordi di programma quadro, ad esempio tutti gli interventi relativi alla Sanità che inseriremo nella riprogrammazione 2014, il termine conclusivo previsto è la fine del 2018»».
    Dall’Autorità di gestione ostentano sicurezza affermando che gli interventi partiti riusciranno a concludersi entro il dicembre 2015, mentre i progetti ad oggi non ancora avviati, inevitabilmente, non potranno essere portati a termine.
    «Il piano di riprogrammazione 2014 – anticipa l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 – sarà tarato su circa 303 milioni. E l’amministrazione conta di accelerare per validare al più presto una soglia di spesa intorno ai 63-64 milioni, in modo tale da ottenere il terzo acconto del rimborso ministeriale».
    «Migliorare la performance di spesa della Regione Liguria è particolarmente difficile – conclude l’Autorità – considerando che le stazioni appaltanti, come i Comuni, si trovano a confrontarsi con il Patto di Stabilità ed altri vincoli stringenti, senza dimenticare i problemi che affliggono le piccole e medie imprese del territorio. Comunque sia, diversi uffici regionali, a seconda delle differente tematiche di interesse, sono attivamente impegnati sull’FSC così come sui Fondi Strutturali europei».

     

    Matteo Quadrone

  • Dal Demanio a Tursi: attesa per la Gavoglio, niente di fatto per Giustiniani

    Dal Demanio a Tursi: attesa per la Gavoglio, niente di fatto per Giustiniani

    via-del-lagaccio-gavoglioUna piccola “gaffe” ha visto nelle ultime settimane protagonista l’ormai famoso civico 19 di via dei Giustiniani. L’edificio del centro storico (già proprietà del disciolto Partito Nazionale Fascista, poi diventato sede di alcune attività sociali, successivamente sgomberato per criticità strutturali, infine occupato da un gruppo di giovani anarchici e nuovamente sgomberato) non passerà dal Demanio al Comune e non sarà interessato nell’immediato da nessun progetto di riqualificazione orchestrato da Tursi. L’immobile è stato infatti oggetto di una cartolarizzazione tra il Demanio e la Cassa Via dei Giustiniani casa occupatadepositi e prestiti che ha così spento sul nascere l’iniziativa dell’amministrazione genovese intenzionata a dare vita a un’esperienza di social housing (qui l’esempio di vico del Dragone, ndr), con possibilità di riscatto e acquisto definitivo degli alloggi affittati.

    È lo stesso vicesindaco Stefano Bernini a smentire la notizia che era stata pubblicata nei primi giorni dell’anno sulla stampa cittadina: «Purtroppo io stesso avevo dato l’informazione che avevamo richiesto il passaggio gratuito di proprietà per via dei Giustiniani ma, in seguito, ho scoperto che il bene non è più a disposizione del Demanio ma è stato venduto a Cassa depositi e prestiti. Di conseguenza, non è più richiedibile».

    Va precisato, tuttavia, che seppure richiesto gratuitamente, il palazzo di via Giustiniani (da non confondere con Palazzo Giustiniani, a pochi metri di distanza, ndr) non sarebbe arrivato al Comune tramite la procedura di vendita di beni demaniali alle amministrazioni locali (leggi l’approfondimento di Era Superba) che abbiamo già descritto nel dettaglio nei mesi scorsi (qui l’ulteriore approfondimento di dicembre). L’edificio, infatti, come ad esempio accade anche per i Forti, appartiene al Demanio storico – artistico, vincolato dalla Sovrintendenza, e viene considerato alla stessa stregua di un vero e proprio monumento nazionale: prima di richiederne il trasferimento di proprietà, Tursi avrebbe dovuto presentare un programma di valorizzazione da sottoporre alla valutazione del Demanio e del Direttore regionale della Sovrintendenza. Solo dopo questo doppio nulla osta si sarebbe potuta effettuare la transazione non onerosa; inoltre, l’immobile ottenuto non sarebbe stato rivendibile a terzi ma si sarebbe solo potuto dare in concessione. E dire che il Comune aveva anche dato mandato a Arred (l’Agenzia regionale per il recupero edilizio) di elaborare il progetto per la richiesta dell’immobile: lavoro, purtroppo, inutile.

     

    Dal Demanio al Comune, 120 beni richiesti: Caserma Gavoglio prima di tutto

    Come detto, sempre gratuita ma differente la seconda strada con cui il Comune di Genova sta cercando di ottenere la proprietà di circa 120 beni attualmente demaniali, questa volta sì alienabili. La procedura, messa in risalto all’interno del “Decreto del Fare”, comprende tutti i beni appartenenti al Demanio statale e militare, a esclusione di quello marittimo (di competenza di Regione e Autorità portuale), idrico (Provincia) e aeroportuale. Entro la fine del mese dovrebbero arrivare le risposte da parte del Demanio su ogni singola manifestazione di interesse inviata da Tursi tra i primi di ottobre e la fine di novembre. Dopodiché gli uffici comunali avranno tempo 4 mesi per studiare nel dettaglio i beni, anche grazie all’apertura degli archivi del demanio, fare i sopralluoghi necessari e decidere se inoltrare formalmente la richiesta definitiva di passaggio di proprietà.

    lagaccio-caserma-gavoglioRientra in questa seconda categoria anche la Caserma Gavoglio, o quanto meno parte di essa, che è stata in assoluto il primo bene richiesto con urgenza dal Comune di Genova. Sembra che la risposta, positiva, sia già pronta per essere inviata da Roma. Ma l’architetto Anna Iole Corsi, dirigente del settore Progetti speciali della Direzione Patrimonio e Demanio, non vuole sbilanciarsi: «Non possiamo prevedere che cosa ci diranno ma sappiamo che ci sono stati diversi contatti positivi con il ministero della Difesa e l’Agenzia del Demanio. L’acquisizione a titolo gratuito è certamente l’opzione più gettonata ma bisognerà vedere che tipo di procedura verrà autorizzata».  È possibile, infatti, che trattandosi di edificio vincolato dalla Sovrintendenza, almeno una parte della Gavoglio debba sottostare ai meccanismi del “federalismo culturale” spiegati in precedenza. «Se così sarà – ricorda Corsi – bisognerà fare un programma di valorizzazione a cui il trasferimento di proprietà sarà subordinato; se, invece, la procedura dovesse essere differente, il passaggio potrebbe essere ancora più veloce».

    È possibile, infine, che nel futuro si aprano importanti spiragli anche per l’acquisizione di edifici e terreni che rientrano nel Demanio marittimo e idrico. «Già da tempo – spiega l’architetto Corsi – si parla di possibili nuovi decreti legge per questi beni che dovrebbero essere richiesti rispettivamente da Regione e Provincia e poi, eventualmente, passati al Comune. Naturalmente anche ora si potrebbe pensare di avanzare una proposta di acquisto ma la procedura sarebbe molto più lunga e la transazione non sarebbe di certo gratuita». Certo, siamo ancora nella sfera del possibile ma in una città che vede nell’acqua il suo elemento naturale potrebbero aprirsi scenari strategici per lo sviluppo urbanistico del futuro e la sicurezza idrogeologica.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Beni del demanio: acquisto gratuito del Comune, via alla seconda fase

    Beni del demanio: acquisto gratuito del Comune, via alla seconda fase

    genova-panorama-vedutaI lettori più attenti si ricorderanno che un paio di mesi fa avevamo parlato della possibilità da parte del Comune di Genova di acquistare gratuitamente dal Demanio una serie di beni strategici per lo sviluppo della città. All’inizio di ottobre, infatti, il Consiglio comunale aveva licenziato una delibera che prevedeva una serie di aree, terreni, immobili, gallerie e forti potenzialmente interessanti in quest’ottica. Si trattava di 248 voci che rappresentavano una sorta di ricognizione del contesto, attraverso un elenco di beni fornito dal Demanio stesso (qui il pdf), a cui erano stati aggiunti altri elementi su cui già da tempo gravitava l’interesse del Comune dal punto di vista della progettazione e della pianificazione urbanistica.

    Una base di partenza su cui gli uffici di Tursi, di concerto con i Municipi, hanno iniziato a lavorare per giungere, attraverso altre quattro delibere di Giunta e una di Consiglio, a un nuovo elenco di 130 beni che rappresentano la manifestazione di interesse concreta, inoltrata al Demanio il 30 novembre.

    «Al momento – ci spiega l’architetto Anna Iole Corsi, dirigente del settore Progetti speciali della Direzione Patrimonio e Demanio, che sta seguendo in prima persona tutte le procedure – è in fase di ultimazione una delibera riassuntiva che verrà presentata al Consiglio comunale, in cui saranno rendicontate le decisioni su ogni singolo elemento. I beni che erano previsti nel primo elenco ma non sono ricompresi tra questi 130, sono stati stralciati perché non riscontravano più un particolare interesse dell’amministrazione, soprattutto dal punto di vista costo-beneficio anche nell’ottica di una necessaria riqualificazione, o perché non rientravano nei parametri previsti dalla legge che determina la procedura per le richieste».

    Le domande, infatti, possono riguardare esclusivamente proprietà del Demanio civile, mentre resta escluso tutto ciò che appartiene al Demanio idrico, marittimo, ferroviario e storico-artistico. È questa la ragione per cui nelle richieste finali non potranno rientrare le Mura di Malapaga, appartenenti al Demanio storico-artistico, o la galleria di collegamento Brignole – Sturla, che aveva suscitato tanto interesse ma che, trattandosi di vecchio percorso dei treni, riguarda il Demanio ferroviario.

    I beni che Tursi ha già in gestione e le aree strategiche da vendere a privati

    Sgombriamo subito il campo dai dubbi. Non è detto che tutti i 130 beni vengano effettivamente richiesti dal Comune, che invece dovrà iniziare un ragionamento concreto legato a progetti di riqualificazione e utilità per il futuro.
    Intanto, il Demanio ha tempo fino alla fine dell’anno per confermare la disponibilità sugli elementi presenti nella lista. Dopodiché, gli uffici di Tursi avranno altri 4 mesi per fare i sopralluoghi necessari, studiare i fascicoli dei beni, analizzandone non solo lo stato dell’arte ma anche l’eventuale presenza di contenziosi, abusivismi, criticità idrogeologiche, e passare poi alla redazione delle istruttorie definitive con tanto di specifiche di finalità dell’utilizzo ed eventuali risorse finanziarie preordinate. Il Comune, insomma, deve darsi una strategia per decidere quali richieste confermare, prima di tornare in Consiglio con la delibera per l’acquisizione definitiva.

    «Un criterio importante – secondo l’architetto Corsi – è quello della riduzione dei fitti passivi, cercando cioè di acquisire beni che il Comune ha già in gestione ma per cui deve pagare un canone di affitto. Inoltre, si potranno acquisire aree su cui realizzare interventi di riqualificazione per nuovi spazi pubblici o per la vendita a privati. L’ottica di queste leggi che partono dal cosiddetto “Decreto del Fare” è, infatti, proprio quella di dare ai Comuni la possibilità di valorizzare una serie di beni da alienare successivamente utilizzando il ricavato per ridurre il debito pubblico».
    Secondo quanto previsto dalla legge n. 98/2013, che disciplina l’intero processo di acquisizione gratuita, infatti, il 75% dei ricavi da una successiva vendita dei beni ottenuti dal Demanio può essere utilizzato per ripianare il debito del Comune mentre il restante 25% andrà a ridurre quello statale. «Con la razionalizzazione di questi beni – conclude Corsi – si cerca, da un lato, di sistemare le casse pubbliche e, dall’altro, di dare lavoro ai privati che, tramite apposite gare, potranno acquistare alcune aree e successivamente convertirle ad altre finalità».

    Un passaggio, tuttavia, non così scontato e fortemente legato ai progetti e ai vincoli che eventualmente verranno posti in fase di ri-vendita, dato che gli esiti degli ultimi bandi di concessione di spazi strategici come l’Hennebique non hanno avuto – eufemisticamente – molto successo.

    Forti di GenovaTra le richieste che sicuramente verranno portate a termine da parte del Comune, oltre alla Caserma Gavoglio, interesse particolare è rappresentato dal sistema dei Forti. Nei 130 beni fin qui selezionati, però, non rientrano i nuclei centrali dei “custodi della nostra città” per cui esiste, invece, uno specifico programma di valorizzazione, già sottoposto alla valutazione della Soprintendenza, avviato sulla base della legge n. 85/2010 (in futuro approfondiremo il tema, ndr). Le fortificazioni, infatti, sono possedimenti del demanio storico artistico e non possono essere ricompresi negli elenchi del nuovo progetto, in cui tuttavia compare una serie di ex batterie, polveriere e strade militari (ad esempio la rampa di accesso al forte San Martino a partire da via Montallegro) fondamentali per il futuro completamento del passaggio di tutto il sistema alla proprietà comunale.

    Simone D’Ambrosio

  • Riabilitare le Province: proposta dei sindacati, si accende il dibattito

    Riabilitare le Province: proposta dei sindacati, si accende il dibattito

    Prefettura Amministrazione ProvincialeIl nostro Paese, come altri in situazione di crisi economica, negli ultimi anni ha adottato politiche di austerity volte a delimitare il ruolo dell’intervento pubblico in funzione di una forte riduzione della spesa, attraverso tagli lineari. «Questo ha inciso notevolmente sia sulla garanzia dei servizi ai cittadini sia sulle condizioni di lavoro del personale impegnato negli stessi. Queste politiche inevitabilmente hanno aggravato una crisi delle Istituzioni che, a livello territoriale, non riescono a rispondere ai bisogni sempre più complessi dei cittadini», così scrivono i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil (Funzione Pubblica) nella bozza delle “Linee guida per un riordino partecipato del territorio e delle sue istituzioni”. «Chi risente di più di questi tagli è il sistema delle autonomie locali – continua il testo – nel quale aumentano ormai in modo preoccupante i casi di crisi dei Comuni e la paralisi delle Province nell’erogazione dei servizi di propria competenza».

    «Finalmente! – commenta soddisfatto Giuseppe Scarrone, dirigente della Provincia di Genova – La cosa finora è stata bellamente ignorata nel senso che molti decisori, non conoscendo le competenze delle Province, vanno avanti sostenendo provvedimenti devastanti per i servizi ai cittadini».

    Qualsiasi processo di riordino istituzionale «rischia di essere fallimentare se costruito in un’ottica di ulteriore riduzione delle risorse a disposizione – sottolineano Cgil, Cisl e Uil (Funzione Pubblica) – Non di questo si ha bisogno ma di un sistema delle amministrazioni che al contrario valorizzi e accompagni le energie espresse dal territorio e che al livello nazionale le coordini in un modello unitario (ma non unico) di sviluppo». In questo scenario vanno quindi necessariamente avviate le ormai indispensabili riforme strutturali dell’Amministrazione dello Stato e degli Enti Locali. «Negli ultimi anni vi è stato un continuo deterioramento delle relazioni tra Stato centrale ed istituzioni territoriali, a causa di scelte soprattutto economiche che hanno fortemente penalizzato Regioni, Province e Comuni – si legge nelle linee guida redatte dai sindacati confederali – La spesa inutile per eccellenza e quindi da tagliare è stata ritenuta in modo anche demagogico quella relativa alle amministrazioni provinciali, senza una strategia precisa nell’affrontare, in maniera adeguata, il tema del riassetto complessivo del territorio, senza cioè ridisegnare funzioni e competenze dell’intero sistema subregionale e del diverso rapporto da istaurare tra Stato e Regioni per quanto riguarda la competenza legislativa».

    «È il primo documento ragionevole che esca da molto (anzi direi da troppo) tempo dal livello delle organizzazioni centrali – afferma il dirigente della Provincia di Genova, Giuseppe Scarrone – Finora c’erano state prese di posizioni personali, voci isolate, forse richiamate all’ordine. Come sembravano ignorati i numerosi e argomentati interventi di eminenti giuristi, che sembravano quasi scongiurare i politici di recedere dall’inseguire posizioni demagogiche. Fosse stato da subito questo il livello della discussione adesso non saremmo in una simile situazione, quando ormai forse è troppo tardi per rimediare. Vedremo se anche questo documento sarà ignorato o sbeffeggiato come quelli dell’UPI (Unione Province Italiane), che pure qualche breccia hanno cominciato ad aprirla».

    In una fase caratterizzata da una forte crisi economica e dall’esigenza di razionalizzazione dell’assetto istituzionale del territorio «è indispensabile valorizzare le autonomie locali come istituzioni pubbliche in grado di garantire diritti fondamentali dei cittadini – continua il documento di Cgil, Cisl e Uil (Funzione Pubblica) – Esigenze che non riguardano solo le Province ma tutti i livelli di governo: occorre che ogni istituzione faccia i conti con la riduzione degli sprechi e dei costi impropri». Il livello intermedio tra Regione e Comune, sottolineano i sindacati «È un fondamentale livello istituzionale della Repubblica che non si può abolire o svuotare privando i territori di necessarie funzioni non frammentabili senza un percorso condiviso con le parti sociali ed il sistema delle istituzioni. In questo quadro, a nostro giudizio appare indispensabile: una chiara definizione delle funzioni di area vasta comprese quelle derivanti dall’istituzione delle Città Metropolitane; la valorizzazione delle funzioni e delle competenze di regolazione delle istituzioni pubbliche; il riordino dell’amministrazione periferica dello Stato; il riordino di enti strumentali, agenzie, società partecipate e consorzi non strettamente collegati alle funzioni istituzionali; la tutela e la valorizzazione dei lavoratori nei processi di riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni».
    Insomma, è necessario che «la riforma superi la disciplina frammentaria e disorganica dell’ordinamento locale e delinei un processo organico che, partendo da una chiara definizione delle funzioni e dei ruoli, crei un sistema integrato di livelli istituzionali capace di governare e indirizzare i processi sociali ed economici mettendo al centro servizi efficienti, cittadini e territorio». Un sistema integrato che «deve essere disciplinato da una Carta delle Autonomie che definisca, evitando inutili sovrapposizioni e duplicazioni, le attuali funzioni di Province, Città Metropolitane e Comuni, attribuendo alle prime le sole funzioni di area vasta e rendendo obbligatoria (prevedendo incentivi), la gestione associata dei servizi per i Comuni, al fine di promuovere la realizzazione di economie di scala efficaci».

    «Puro buon senso – conclude il dirigente provinciale, Giuseppe Scarrone – Ricordando , però, che alcune Regioni si sono tenute funzioni gestionali di area vasta (disattendendo il D.Lgs. 112 e l’art.118) e ora mirano a riprendersi pezzi interessanti (Formazione, Lavoro e connessi fondi europei). Ancora oggi ci si chiede: perché è stata accantonato il Codice delle Autonomie? Il testo di Cgil Cisl e Uil è da apprezzare. Chissà cosa ne pensano i tre massimi vertici sindacali. Non dimentichiamo che risale a poco più di un mese fa la dichiarazione anti-Province di Confindustria e degli stessi vertici sindacali».

     

    Matteo Quadrone

  • Beni del Demanio, acquisto gratuito: il Comune di Genova prepara la lista

    Beni del Demanio, acquisto gratuito: il Comune di Genova prepara la lista

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaCon il parere unanime favorevole del Consiglio comunale – e già qui ci sarebbe la notizia, considerate le scintille delle ultime seduteè iniziato ufficialmente il percorso per l’acquisizione a titolo gratuito dal Demanio di una lunga serie di strutture che potrebbero modificare sensibilmente la viabilità e l’aspetto di Genova nel prossimo futuro, di pari passo con il nuovo Piano Urbanistico. Un elenco di dodici pagine sciorina i beni che entro il 30 novembre potrebbero passare dal Demanio a Palazzo Tursi. Una lista di aree, terreni, immobili, gallerie e forti che non è assolutamente esaustiva e potrà essere implementata a seconda delle segnalazioni, delle esigenze e delle proposte dei municipi e del territorio.

    Si preannuncia, dunque, un tour de force per gli uffici comunali che in una cinquantina di giorni dovranno predisporre un’istruttoria per ciascuno dei beni che Tursi intende acquistare, specificandone la descrizione, le finalità di utilizzo futuro e le risorse finanziarie previste per lo stesso. Toccherà, poi, alla Giunta dare il via libera alla presentazione formale della richiesta, prestando particolare riguardo agli aspetti ambientali, geomorfologici e idrogeologici del territorio, nonché alla fattibilità tecnico-economica degli interventi di ripristino. Dopodiché la palla passerà definitivamente al Demanio che valuterà la bontà delle richieste pervenute dagli Enti Locali.

    Quello di oggi rappresenta certamente un passo importante per la Genova del futuro. Non va dimenticato, però, che in un contesto alquanto tragico per quanto riguarda le casse comunali, non sarà facile reperire le risorse necessarie per la bonifica dei beni acquistati e per la loro riconversione d’uso. Diverso il ragionamento se buona parte di queste aree e strutture venissero rivendute ai privati, dal momento che la legge statale non pone vincoli in merito. Un comportamento, d’altronde, che ben si sposerebbe con la volontà che più volte il premier Letta ha annunciato di dismissione parziale del patrimonio pubblico per risanare le casse dello Stato. «Ma il nostro obiettivo principale non è questo», risponde a precisa domanda l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli. «I beni e le aree che richiederemo saranno soprattutto utili per il patrimonio immobiliare della città. Ogni elemento avrà una sua specifica funzionalità nell’ottica del miglioramento di servizi e viabilità. Questo non è tanto il momento di pensare alle “coperture” economiche, quanto quello di capire quali sono i beni che ci possono essere più utili e in quale prospettiva».

    Un lungo elenco: immobili, terreni, greti dei torrenti, gallerie antiaree, forti…

    righi-forti-DIL’attenzione di tutti si rivolge immediatamente all’ex Caserma Gavoglio, al Lagaccio, per la quale la delibera approvata prevede una norma specifica. Viene, infatti, dato mandato agli uffici competenti di procedere con urgenza su questa pratica e verificare l’eventuale disponibilità del Demanio a consegnare anticipatamente l’area. Se non nella sua interezza, quantomeno per quanto riguarda la zona tra i due cancelli d’ingresso, dove dovrebbe sorgere il nuovo parcheggio per i residenti di Via Ventotene, e i tratti  necessari alla messa in sicurezza del territorio circostante.

    Ma già in questa prima versione dell’elenco compaiono altri beni piuttosto interessanti. Come le Mura di Malapaga nel quartiere del Molo, l’ospedale militare di Sturla, che potrebbe essere oggetto di una significativa trasformazione urbana del quartiere, e le cliniche universitarie di San Martino, che garantirebbero la ricomposizione della proprietà nell’ottica dell’introduzione di una nuova funzione urbana privata della zona, affianco naturalmente a quella universitaria.

    Oltre ad aree, immobili e terreni che potrebbero rivestire in futuro nuove funzioni urbane, ad esempio con la realizzazione di spazi verdi o di servizio; oltre al miglioramento della viabilità cittadina, attraverso l’acquisizione di sedimi stradali come la rampa di accesso alla Sopraelevata o la strada che conduce al forte di San Martino; oltre ai vecchi greti di torrenti che potrebbero consentire la realizzazione di opere funzionali alla messa in sicurezza degli alvei o alla loro riqualificazione anche in ottica della mobilità veicolare e pedonale; vi sono due categorie particolari di immobili che meritano assolutamente di essere citate. Stiamo parlando dei Forti e delle ex gallerie anti-aree. Per quanto riguarda i primi, più volte l’amministrazione ha accennato alla volontà di pensare a nuovi sistemi di attrazione turistica, sperando di non ripetere errori e sprechi economici del passato (su tutti, Forte Begato). Le seconde, invece, sono una risorsa molto preziosa sia nell’ottica della realizzazione di nuovi parcheggi o depositi di mezzi aziendali, che andrebbero così a liberare le strade, sia per l’attuazione di nuovi collegamenti interni alla città.
    A questo proposito, risultano di particolare interesse: la galleria di via Cantore – corso Scassi, per l’accesso tramite ascensore all’area ospedaliera e alle zone collinari di Sampierdarena (un collegamento di questo tipo è già previsto nel piano di riqualificazione di Sampierdarena da 12 milioni di euro ma non ancora realizzato, ndr); la galleria Brignole – Sturla, che potrebbe rappresentare un’eccezionale opportunità per i collegamenti tra centro e Levante, ma soprattutto tra la stazione e l’ospedale Gaslini; la galleria sottostante le Mura di Carignano, che necessita ancora di qualche approfondimento circa le proprie potenzialità in ottica di mobilità.

    Insomma, il parco delle disponibilità e delle opportunità è molto ampio e variegato. Proprio per questo, chiediamo anche a voi lettori di Era Superba: su quali di queste strutture dovrebbe ricadere la scelta del Comune? Dite la vostra, dateci il vostro parere (qui riproponiamo l’elenco completo). Scorrendo l’elenco potreste individuare luoghi e strutture che per voi hanno un significato particolare, raccontateci le vostre idee. Utilizzate le nostre pagine sui social network o la mail di redazione: chissà che qualche rappresentante istituzionale non possa prendere ispirazione dalle proposte dei cittadini.

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto Daniele Orlandi]

  • Parchi Liguri: no definitivo all’ente unico, taglio spese del 20%

    Parchi Liguri: no definitivo all’ente unico, taglio spese del 20%

    Monte AntolaVincono i parchi. Lo avevamo già anticipato nel mese di maggio, ma adesso il no della Regione all’accorpamento dei sei enti parco liguri è diventato definitivo. La decisione è stata ratificata nel corso dell’ultima seduta di giunta, in cui il presidente Burlando e i suoi assessori hanno anche stanziato 2,3 milioni di euro per il sostegno delle aree protette e il rilancio dei parchi e delle loro strutture di eccellenza. I responsabili di Alpi Liguri, Antola, Aveto, Beigua, Monte Marcello-Magra e Portofino possono finalmente tirare un sospiro di sollievo, insieme con l’assessore Renata Briano, che si è dimostrata sempre sensibile alle istanze dei “suoi parchi”, come lei stessa ama definirli.

    Il cambio di rotta da parte della giunta, tuttavia, non è stato così spontaneo, come ci spiega Roberto Costa, presidente del Parco dell’Antola: «Fatto salvo l’encomiabile lavoro dell’assessore Briano che si è spesa in prima persona e ci ha messo la faccia per la nostra sopravvivenza, credo che Burlando e gli altri assessori siano stati quasi costretti a prendere questa decisione, in virtù del disegno di legge approvato dalla commissione che andrebbe ad abrogare proprio le precedenti disposizioni di accorpamento decise dalla giunta». Si tratta di un provvedimento politicamente trasversale su cui la giunta si sarebbe trovata probabilmente nel corso di un’eventuale discussione in sede consiliare. Secondo Costa, presidente e assessori sono dovuti correre ai ripari, cercando di anticipare i tempi e sgonfiando sul nascere una bolla che, altrimenti, sarebbe stata di difficile gestione.

    Lago del Brugneto LiguriaTorna sui suoi passi, dunque, Burlando rispetto alle disposizioni inserite nel secondo decreto legge regionale di revisione della spesa – che da fine settembre avrebbe previsto la trasformazione dei 6 enti parco regionali in 5 sezioni territoriali afferenti a un unico “Ente Parchi Liguri” – e alla sfuriata del mese scorso, in cui non aveva badato a mezzi termini nello scagliarsi contro l’attuale sistema di gestione dei parchi.

    «Al di là dei risvolti politici – commenta Costa – da parte nostra c’è sicuramente la soddisfazione di aver vinto questa battaglia, in cui negli ultimi sei mesi abbiamo profuso tutte le nostre forze. Resta sicuramente un po’ di amaro in bocca per una situazione che si sarebbe potuta evitare con un po’ più di raziocinio e di visione d’insieme delle norme nazionali. Inoltre, mi chiedo: se è stato stabilito che gli enti parco non rientrano nelle disposizioni della spending review, perché dobbiamo comunque prevedere una riduzione di spesa del 20%? Non saranno tagli facilissimi perché la commissione tecnica, che ha lavorato finora proprio su questi temi, raschiando il fondo del barile, è arrivata a una proiezione massima del 18% di risparmi. Temo si tratti dell’ennesimo segno di una predisposizione amministrativa non troppo benevola nei nostri confronti».

    Scongiurato il male peggiore, i parchi dovranno quindi confrontarsi con la scure della revisione di spesa, attuando un’opera di razionalizzazione dei costi amministrativi per raggiungere l’obiettivo del 20% di risparmio.

    Nervi Promontorio Portofino mareMonte Antola

     

     

     

     

     

    D’altronde, erano stati gli stessi enti a rendersi assolutamente disponibili per attivarsi in questo senso: «Una razionalizzazione a livello amministrativo può senza dubbio essere fatta», ci raccontava già ad aprile Girani, anticipando le disposizioni previste dalla giunta pochi giorni fa. «Ad esempio, è inutile avere cinque enti parco con cinque persone diverse che si occupano degli stipendi, cinque organismi di valutazione dei dirigenti ecc…. Altre spese possono essere accorpate, come quelle per le consulenze faunistiche universitarie, e non solo per i parchi: così sì che si giungerebbe a un effettivo risparmio dal punto di vista finanziario».

    Diversi gli ambiti in cui si interverrà. Riduzione del collegio dei revisori dei conti da tre membri a uno, taglio dei gettoni ai membri dei consigli degli enti parco che non potranno superare i 30 euro, avvio di un servizio centralizzato regionale per paghe, formazione, avvocatura, predisposizione di concerto con il governo di una razionalizzazione del sistema regionale delle aree protette con l’inclusione del territorio del parco regionale di Porto Venere nel parco nazionale delle Cinque Terre. Queste le prime proposte messe a punto dal gruppo di lavoro congiunto Regione – Parchi che è riuscito a evitare il tanto temuto accorpamento.

    Era stato buon profeta il presidente nazionale di Federparchi, Giampiero Sammuri, che il mese scorso sulle nostre pagine parlava di interpretazione forzata del dettato normativo, in merito alla decisione della Regione Liguria di procedere all’accorpamento degli enti parco: «Da quando c’è la spending review – diceva Sammuri – nessuna Regione italiana ha attuato una riduzione degli Enti di gestione dei Parchi. Non metto in dubbio la necessità di ridurre le spese ma da qui ad annullare l’esistenza degli Enti Parco ne passa di strada. Il fatto che nessun’altra Regione si sia mossa in questo senso dovrebbe far nascere quantomeno il sospetto che non sia necessario operare l’unificazione».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto Daniele Orlandi]

  • Turismo in Liguria: una Wikipedia per raccontare borghi e paesaggi

    Turismo in Liguria: una Wikipedia per raccontare borghi e paesaggi

    GenovaIL PRECEDENTE

    Febbraio 2012: l’Agenzia Regionale di promozione turistica In Liguria lancia un portale web denominato Il turismo che vorrei, con lo scopo di valorizzare questo importante ambito della nostra economia attraverso la collaborazione con operatori del settore, cittadini e turisti. Il sito è presentato ufficialmente alla Borsa Internazionale del Turismo, che si tiene ogni anno a Milano.

    Chiunque può accedere al sito ed esprimere opinioni e idee, che verranno raccolte ed elaborate come base per il piano turistico triennale della Liguria, che per la prima volta verrà redatto non tanto sulla base di “riunioni fra pochi addetti”, ma tenendo conto delle proposte reali che verranno presentate sul sito.

    Il sito è realizzato con il supporto dello Studio Giaccardi & Associati di Ravenna, che ha coordinato il progetto Liguria Turismo Bottom-up (dove l’espressione bottom-up significa alla lettera “dal basso verso l’alto”): in primo luogo è stata fatta un’analisi dei dati relativi al turismo in Liguria negli ultimi anni e a come le persone utilizzano Internet per avere informazioni sulle località turistiche, effettuare prenotazioni e così via.

    Si è in particolare analizzato quali sono le parole più cercate su Google dai turisti (al primo posto hotel, mentre mare è al 17° posto), confrontando queste parole con località turistiche della Liguria e delle regioni confinanti. Per esempio, se la parola più ricercata è hotel – seguita dalle varianti b&b, agriturismo, etc – un portale turistico deve dare ampia rilevanza anzitutto a questo aspetto e nel lungo periodo cercare suggerimenti su come migliorare l’offerta del settore hotelerie.

    Giugno 2012: il sito Il turismo che vorrei ha prodotto 115 articoli e 185 commenti, conta 257 iscritti fra istituzioni, operatori di settore e cittadini, ed è stato visitato complessivamente da 4.860 persone (per un totale di 34.370 pagine visualizzate). La durata media di una visita sul sito è 4′ 10”, segno che chi ha consultato Il turismo che vorrei ha dedicato molto tempo a leggere i diversi articoli ed esprimere la propria opinione.

    10 ottobre 2012: si svolge a Genova la Conferenza Regionale del Turismo, durante la quale viene redatto il Manifesto dei valori e delle finalità del turismo. Dodici punti per invitare le istituzioni centrali a valorizzare il turismo come parte integrante dell’economia nazionale ed europea (il Pil turistico europeo è il 10% del totale e genera il 12% dell’occupazione), come creazione di opportunità di lavoro, valorizzazione del patrimonio culturale e artistico. Nel corso della giornata viene dato ampio spazio all’analisi dei dati relativi al turismo in Liguria e alla presentazione del progetti online che riguardano la promozione turistica. In particolare, si cerca di rispondere alla domanda “Che cosa pensano, cercano e desiderano trovare i turisti che frequentano il web?“.

    27 novembre 2012: il Consiglio Regionale approva all’unanimità il Piano turistico 2013-2015, realizzato sulla base dei dati raccolti sul portale tra gennaio e giugno 2012.

    IL PRESENTE

    4 marzo 2013: la Regione presenta a Milano il piano turistico triennale, che ha come punto di partenza il proseguimento delle azioni di promozione del brand Liguria grazie a un budget di 5 milioni di euro.

    L’evoluzione de Il turismo che vorrei è una vera e propria Wikipedia del turismo: una piattaforma che prende a modello le caratteristiche del wiki, ovvero un documento web i cui contenuti sono scritti, sviluppati e modificabili da tutti coloro che vi hanno accesso. «”Il turismo che vorrei” si è rivelato un efficace canale di ascolto per dialogare con associazioni di categoria, operatori del turismo e cittadini, che hanno l’opportunità di dialogare fra loro e con la Regione, poiché l’Assessore Berlangieri e gli addetti del Dipartimento Turismo della Regione partecipano in prima persona al sito», spiega Francesca Montaldo di In Liguria.

    Potenziare il wifi gratuito per cittadini e visitatori, creare offerta turistica vincolata non solo alla stagione balneare (quello che in gergo tecnico si definisce turismo all-season), sostenere le aziende che lavorano nel settore e ridare valore al patrimonio culturale e paesaggistico della Liguria. Questi sono gli obiettivi principali del progetto, che vede impegnato in prima linea l’Assessore Angelo Berlangieri in collaborazione con l’Agenzia In Liguria e lo studio Giaccardi & Associati.

    «Per la prima volta un documento programmatico (il piano turistico triennale 2013/2015, ndr) è stato approvato all’unanimità dal Consiglio di una Regione – spiega Giuseppe Giaccardi – Si tratta di un segnale molto importante, perché questo progetto ha ricreato la frattura che si era generata nel tempo fra istituzioni e operatori del turismo: ognuno aveva la possibilità di scrivere liberamente sul sito le proprie idee e opinioni, da questo coinvolgimento sono emerse informazioni genuine che hanno permesso alla Regione di proporre un piano realmente aderente alle necessità delle persone».

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Internet in Liguria: la Regione promette wifi e banda larga

    Internet in Liguria: la Regione promette wifi e banda larga

    IL PRECEDENTE

    2006: la Regione promuove un Piano operativo triennale di informatizzazione, per estendere la connessione a Internet tramite banda larga a tutti i Comuni dell’entroterra ligure.

    Se i capoluoghi di provincia e le cittadine costiere beneficiano da tempo di questo servizio, non è stata ancora raggiunta la piena copertura delle zone più piccole, soprattutto montane e collinari. Il primo passo che la Regione effettuerà, per comprendere quali risorse e finanziamenti sono necessari al progetto, sarà contattare i singoli Comuni per avere una mappatura delle connessioni a banda larga già presenti sul territorio ligure.

    14 febbraio 2008: la Regione Liguria e il Ministero delle Telecomunicazioni siglano un accordo per portare l’accesso all’Adsl ai Comuni dell’entroterra ligure, dove le linee telefoniche fisse sono ancora associate a una connessione “lenta” a 56 kbs. Il progetto prevede un finanziamento complessivo di 16 milioni di euro, di cui 10 pagati dal Ministero e 6 dalla Regione.

    22 aprile 2008: la Regione Liguria firma un protocollo d’intesa con Telecom Italia per estendere la copertura della rete Internet a banda larga a un totale di 208 Comuni (su un totale di 235) entro la fine del 2009: scopo del protocollo è associare la connessione Adsl al 96% delle linee telefoniche fisse attive sul territorio ligure.

    Ottobre 2011: il Ministero dello Sviluppo Economico approva il Piano Nazionale Banda Larga, che prevede entro la fine del 2013 il completamento della copertura con banda larga di Comuni e frazioni su tutto il territorio nazionale. Secondo i contenuti del piano, questo lo stato delle connessioni private e aziendali a Internet in Liguria: il 63,8% delle connessioni beneficia di una velocità tra i 7 e i 20 Mb al secondo; il 26,5% di una connessione tra i 2 e i 7 Mb al secondo; il 5,4% di una copertura Lite, ossia intorno ai 640 Kb al secondo; il 4,3% risiede in zone non coperte da Adsl; il 9,7% risiede in aree con digital divide, ossia l’assenza totale di ogni forma di connessione.

    Novembre 2012: l’Assessorato al Turismo invia un questionario a tutti i Sindaci dei Comuni liguri, per conoscere lo stato della copertura banda larga e wi-fi e capire se – dove esse mancano – c’è intenzione di svilupparle. Scopo del questionario è progettare la totale copertura della regione, una volta comprese le infrastrutture già esistenti e le necessità specifiche dei Comuni.

    L’obiettivo del progetto non è solo consentire ai cittadini l’accesso a Internet, ma arricchire l’offerta turistica con la possibilità di navigare gratuitamente per chi è in vacanza nel territorio ligure.

    IL PRESENTE

    Sono due i nodi da sciogliere quando si parla di connessione a Internet: da un lato la banda larga, ossia l’accesso all’Adsl nelle case private e negli uffici; dall’altro il Wi-fi, ovvero la possibilità di navigare gratuitamente in spazi pubblici dal proprio computer, tablet o cellulare.

    Subito dopo le vacanze natalizie, lunedì 7 gennaio 2013, il presidente Claudio Burlando ha visitato le server farm di Datasiel – l’azienda informatica regionale – e ha illustrato un progetto definitivo per completare entro la fine di quest’anno la copertura a banda larga della Regione. Così ha dichiarato Burlando in occasione dell’incontro: «Il lavoro sulla banda larga della Regione Liguria è partito nel 2006 con la sperimentazione, avvenuta sulle 4 province, a cui sono seguiti due bandi; entro il 2013 verranno coperti tutti i comuni nelle zone a fallimento di mercato. Chiedo la collaborazione dei sindaci e dei singoli cittadini per farci conoscere anche piccole frazioni scoperte perché proveremo ad arrivare ovunque, anche nei nuclei molto piccoli».

    Dal 2006 a oggi la Regione ha investito complessivamente oltre 21 milioni di euro e allo stato attuale è giunta, attraverso due bandi di gara, a una copertura complessiva di 149 Comuni e 779 frazioni, così suddivisi: 49 Comuni e 354 frazioni in Provincia di Genova; 23 Comuni e 68 frazioni in Provincia di La Spezia; 37 Comuni e 234 frazioni in Provincia di Savona; 38 Comuni e 123 frazioni in Provincia di Imperia.

    I problemi di copertura riguardano dunque le due Province di Ponente, che non hanno aderito alla sperimentazione del 2008 provvedendo in autonomia alla dotazione della banda larga.

    La copertura avverrà tramite una dorsale di fibra ottica che attraverserà tutta la Regione, ossia che a partire dalla zona costiera raggiungerà l’entroterra attraverso segnali radio (wifi o Wimax). Un tracciato che non tocca le aree già coperte dagli operatori di telefonia e che va dunque a coprire le zone “a fallimento di mercato”, ossia quelle in cui le aziende private non hanno trovato conveniente attuare un investimento.

    Il progetto della Regione Liguria fa parte del Piano Nazionale Banda Larga e sarà pertanto finanziato dal Ministero per lo Sviluppo Economico: il completamento della copertura con banda larga dei Comuni liguri, iniziato nel 2006, sarà dunque possibile nell’ambito di un piano che copre tutto il territorio nazionale.

    A ciò si associa inoltre il progetto Liguria Wifi, che prevede entro il 2014 la possibilità di collegarsi a Internet in tutti i Comuni della Regione con un unico nome utente e password. Un progetto che si accompagna a iniziative analoghe per la copertura wifi del territorio ligure, dal progetto Free Wifi Genova gestito dal Comune di Genova fino a Rete Gratuita dell’azienda genovese Vallicom.

    L’indirizzo mail per le segnalazioni sulle zone scoperte è: bandalarga@regione.liguria.it.

    Marta Traverso

  • Genova Città metropolitana: parte la discussione

    Genova Città metropolitana: parte la discussione

    LanternaPrende il via domani, presso la sede della Provincia di Genova, la discussione che porterà alla nascita della Città metropolitana, il nuovo ente che a Genova, dal 1 gennaio 2014, succederà alla Provincia. Si tratta del  primo atto istituzionale «nel segno della partecipazione, di un dialogo costante – e del più aperto confronto sulle nuove norme con tutti gli enti del territorio” verso la Città Metropolitana», spiega Piero Fossati, commissario straordinario della Provincia.

    Giovedì 13 settembre alle ore 15 nella sala del Consiglio a Palazzo Doria Spinola, si svolgerà la prima seduta della Conferenza metropolitana, composta da tutti i sindaci dei Comuni del territorio e dallo stesso commissario Fossati, che avrà il compito di elaborare e deliberare entro la fine di ottobre 2013 lo statuto della nuova Città Metropolitana.

    «In virtù della coincidenza del territorio della Città metropolitana con quello dell’’attuale Provincia, la cui soppressione è contestuale all’’istituzione del nuovo ente metropolitano (che oltre a competenze proprie conserverà quelle delle province – all’’esito del loro riordino) – scrive Piero Fossati nell’’invito rivolto a tutti i sindaci dei Comuni della Provincia – ho ritenuto di assumere l’’iniziativa di convocare la prima riunione di insediamento della Conferenza metropolitana, istituita con l’’entrata in vigore delle norme sulla Città metropolitana introdotte dalla legge 135 (spending review)»”.

    Visto che il provvedimento è vigente dal 15 agosto scorso “«era necessario procedere quanto prima alla convocazione della Conferenza metropolitana, tenuto conto che si tratta del primo atto di un processo che deve necessariamente svilupparsi in un clima di costruttiva e responsabile condivisione” per elaborare e approvare lo statuto della Città metropolitana – scrive il commissario – ossia per affrontare, in prima istanza, il difficile e delicato compito di scrivere le regole fondamentali che disciplinano l’’organizzazione interna del nuovo ente, le modalità di funzionamento dei suoi organi, i rapporti fra i Comuni che ne fanno parte, l’’organizzazione delle sue funzioni e le modalità di elezione di chi ne assumerà la guida: Sindaco e Consiglio metropolitano»”.

    All’’incontro – al quale sono stati invitati i 67 sindaci, da Marco Doria per Genova a tutti quelli dei Comuni delle riviere, dal Ponente al Golfo Paradiso al Tigullio e delle vallate – parteciperà anche il presidente della Regione Claudio Burlando.

    Lo statuto della Città Metropolitana – che definirà anche le modalità di elezione del sindaco metropolitano fra tre opzioni: di diritto il sindaco del capoluogo; elezione di secondo livello da parte dei sindaci e dei consiglieri dei Comuni del territorio; a suffragio universale e diretto – dovrà essere approvato entro il 31 ottobre 2013 dalla Conferenza metropolitana con una maggioranza dei due terzi e comunque con il voto favorevole del sindaco di Genova e del commissario della Provincia.

    Ma quali saranno le competenze della Città Metropolitana? Il nuovo ente, che succederà “a titolo universale” alla Provincia, avrà competenza sulla pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali, viabilità e mobilità, promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, strutturerà sistemi coordinati per la gestione dei servizi pubblici, organizzerà quelli di ambito metropolitano e assumerà le funzioni fondamentali previste dalle nuove norme per le Province: pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, tutela e valorizzazione dell’’ambiente, costruzione e gestione delle strade provinciali, programmazione provinciale della rete scolastica e gestione dell’’edilizia scolastica delle scuole superiori, pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazioni e controlli sul trasporto privato secondo la programmazione regionale.

    Sicuramento permangono ancora numerosi dubbi nelle amministrazioni comunali coinvolte dal processo di riorganizzazione istituzionale. Per provare a dipanarli l’Anci Liguria (l’associazione dei Comuni liguri) ha organizzato diversi incontri con i Sindaci del territorio. “«In merito alla Città metropolitana si è aperto un acceso dibattito su tutto il territorio regionale – sottolinea Pierluigi Vinai, segretario ligure dell’Anci – Adesso occorre ricondurre i dubbi e le proposte legittime delle singole amministrazioni in un quadro più generale. È necessario superare le divisioni e dimostrare che è possibile trasformare questa sfida in un’occasione per offrire ai cittadini liguri un sistema meno costoso e più efficiente di amministrare la cosa pubblica».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore