Tag: migranti

  • Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Liberi tutti. I Comuni liguri che vogliono, potranno associarsi in aree omogenee per dare vita a progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) condivisi e gestire al meglio sul territorio la quota di migranti prevista dal nuovo Piano nazionale di riparto, mentre chi si rifiuterà dovrà sottostare all’imposizione dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) da parte della prefettura senza che i sindaci possano avere troppa voce in capitolo.
    E’ questo, in estrema sintesi, l’esito dell’Assemblea dei sindaci di Anci Liguria che oggi pomeriggio ha licenziato un documento approvato con 64 voti a favore, 11 astenuti e 16 contrari che sancisce la disponibilità dell’associazione a fornire il proprio aiuto ai Comuni a prescindere dalla strada scelta. La mancata condivisione unanime del progetto di distribuzione per aree omogenee, fa venire meno anche l’impegno che Anci Liguria si sarebbe presa nei confronti del governo per non superare la quota prevista di migranti in arrivo, per nessuna ragione. «La scelta di non partecipare agli Sprar – avverte il direttore generale di Anci Liguria, Pierluigi Vinai – espone i Comuni a numeri non ben definiti». Solo chi aderisce allo Sprar, sempre nel rispetto dei numeri previsti dal Viminale, infatti, può far valere la cosiddetta clausola di salvaguardia, già messa in pratica nel Comune di Benevento, che esclude ulteriori forme di accoglienza.
    Il ministero ha previsto per la Liguria una quota di 6.043 migranti. Stando alla lettera del nuovo Piano nazionale, 798 persone saranno accolte, 6 per ciascuna realtà, dai 133 Comuni sotto i mille abitanti, altri 1.216 posti spetteranno a Genova (pari al 2 per mille della popolazione), mentre gli altri 4.029 saranno distribuiti proporzionalmente nei restanti 101 Comuni. Senza un diverso accordo a livello regionale, dunque, il capoluogo ligure potrebbe anche “sgravarsi” di quasi 1.000 migranti, visto che oggi ne accoglie quasi 2.300, che spetterebbero agli altri comuni liguri. «Non aderire allo Sprar – attacca Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, come riportato dall’agenzia Dire vuol dire abdicare alla gestione del territorio. Se decidiamo di non cooperare, liberi tutti. Ma, a questo punto, se mi arrivano più profughi di quelli che mi spettano sono pronto a mettere i camion in strada. Non possiamo continuare in pochi a farci carico del problema di molti».

    La proposta di Genova non passa

    L’amministrazione del capoluogo ligure si era detta disposta a superare la quota del 2 per mille, decisa dal ministero per venire incontro ad altre realtà regionali in sofferenza: «Le altre città metropolitane – aveva dichiarato qualche giorno fa alla “Dire” l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi – sono al centro dei flussi della migrazione irregolare, cosa che in Liguria non succede più di tanto, soprattutto a Genova, ma che interessa invece, fortemente, Ventimiglia. Quindi è corretto pensare una ridistribuzione ligure in cui Genova si possa prendere una quota superiore al 2 per mille”. Per ottenere il via libera da Roma, però, tutti i Comuni avrebbero dovuto trovare una quadra sulla distribuzione, cosa che non è avvenuta, lasciando ogni singola amministrazione in ordine sparso.

    La reazione più dura arriva dal sindaco di Sori, Paolo Pezzana, recentemente dimessosi da coordinatore della commissione immigrazione e welfare di Anci Liguria dopo lo “scontro” con il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sulle dichiarazioni di quest’ultimo riguardo una eventuale “pulizia strada per strada, anche con l’uso delle maniere forti“ degli irregolari: «Il documento votato oggi prende atto che c’è una spaccatura in Liguria rispetto alla gestione del territorio. Il bivio che abbiamo di fronte oggi non riguarda i migranti». Pezzana attacca anche le presunte ingerenze del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti: «Com’è possibile – si chiede – che andiamo avanti con una Regione che non solo non collabora ma si permette di intervenire nelle decisione dei sindaci per sue convenienze politico-elettorali? E’ una cosa inaudita, politicamente inaccettabile. Alle scorrettezze istituzionali della regione non ci voglio stare»
  • Da Génova a Genova, incontro con Angela Balbin tra musica e sapore di caffé

    Da Génova a Genova, incontro con Angela Balbin tra musica e sapore di caffé

    Angela-balbinNei nostri incontri con i nuovi genovesi abbiamo avuto già occasione di conoscere il legame profondo tra Genova e il mondo latino-americano. Pochi sanno, però, che esiste un’altra Génova. Si trova in Colombia, nel dipartimento del Quindio, nel cuore della regione del caffè, la cosiddetta zona cafétera. Fondata nel 1903 da un gruppo di coloni, ha assunto il nome di Génova nel 1937, in omaggio alla città natale di Cristoforo Colombo. L’economia della città è ancora oggi fondata prevalentemente sulla coltivazione del caffè. Ed è proprio il caffè il punto d’incontro tra la città produttrice colombiana e la nostra Genova: il capoluogo ligure, infatti, è da sempre importante porto di approdo del caffè colombiano e latinoamericano, ed è al centro del gemellaggio che Angela Balbin sta organizzando per il prossimo mese di Maggio con l’associazione La Mela di Vetro.

    Angela è arrivata in Italia quando era già una cantante lirica affermata, soprano per la precisione, esperta nei più diversi generi teatrali, ed è approdata a Genova proprio per perfezionare ulteriormente la sua professionalità nel settore del canto lirico frequentando i corsi per cantanti lirici, direttori d’orchestra e pianisti accompagnatori dell’associazione Spazio Musica. Una delle molte eccellenze artistiche e culturali della città, attiva dal 1979 e riconosciuta e patrocinata dalla sua nascita dal Ministero dello Spettacolo. Nel racconto della sua esperienza artistica abbiamo incontrato anche un genere poco conosciuto in Italia: la Zarzuela. E’ un genere musicale che alterna scene cantate, danze e scene parlate, non di rado comiche e interpretate da una coppia. La Zarzuela, come l’opera, raggiunse nell’ottocento il periodo di massimo splendore, ma in Spagna e nei paesi latinoamericani è tutt’oggi molto diffusa e popolare, ed ha rappresentato per molti noti artisti e cantanti lirici la prima esperienza musicale.

    In Colombia avevi già avuto esperienze nel settore del canto e del teatro lirico? Quando hai deciso di trasferirti a Genova?
    «Quando sono arrivata in Italia, 2013, avevo alle spalle una lunga esperienza ventennale come cantante lirica, soprano, in Colombia, soprattutto a Bogotà, la città dove sono nata. Ho lavorato con diverse compagnie liriche di Opera e Zarzuela. Fra le altre, ricordo la compagnia di zarzuela del maestro Jaime Manzur, il teatro Bellas Artes di Bogotà, il Coro Filarmonico di Bogotà, l’Opera de Colombia, la Fundacion Carmiña Gallo, Teatro Lirico de la Habana e Fundacion Arte Lirica de Colombia. Ho deciso di trasferirmi a Genova nell’estate del 2013 per motivi legati alla mia attività artistica, iscrivendomi al corso di Alto Perfezionamento in Canto Lirico dell’Accademia Spazio Musica tenuto dalla maestra Gabriella Ravazzi».

    Mi potresti raccontare le tue esperienze e il tuo lavoro in ambito artistico a Genova?
    «A Genova ho partecipato a diversi concerti con la mia accademia di canto, Spazio Musica, attiva non solo nella didattica, ma anche nell’organizzazione di manifestazioni musicali di alto livello. Inoltre ho cantato in diversi concerti di musica ispano-americana e lirica in diversi eventi sia di rilevanza regionale, sia nell’ambito latinoamericano, come il Festival “RiscopriAmo Latinoamerica”, organizzato nel maggio 2016, al Castello De Albertis, in occasione della Notte dei Musei. Molti eventi sono stati realizzati in collaborazione soprattutto con i consolati di Colombia ed Ecuador».

    Ci potresti descrivere in che cosa consiste il genere teatrale della zarzuela, non molto conosciuto in Italia e quale è la caratteristica che la distingue dall’opera o dall’operetta?
    «La Zarzuela può essere considerata il tipico genere lirico spagnolo. Assomiglia molto all’operetta italiana, perché racconta delle storie “locali” non solo con il canto, ma anche attraverso la recita e il ballo. Si distingue quindi dall’opera non solo per la presenza di scene recitate, ma anche per il forte legame con le tradizioni regionali e popolari. La Zarzuela inoltre è molto più allegra dell’opera, e trasmette il sentire, il tipico atteggiamento spagnolo, il “sentimento” spagnolo verso la vita».

    Oltre all’attività in ambito artistico a Genova sei anche attiva in ambito associativo come responsabile per la Colombia per l’associazione La «Mela di Vetro. Ci puoi parlare degli eventi e delle attività che hai organizzato in ambito associativo?
    Da poco più di un anno, sono referente per la Colombia dell’associazione culturale per il dialogo internazionale La Mela di Vetro. Per il prossimo 27 di Maggio, stiamo organizzando”Un abbraccio al gusto di caffè”, inizialmente previsto per il 14 Ottobre del 2016. Questo evento per me è particolarmente importante, perchè nell’occasione ci sarà un gemellaggio tra Génova nel Quindio (una regione nel cuore della zona “caffettiera” della Colombia) e Genova, il porto dove arriva il caffè colombiano, si trasforma nelle torrefazioni per poi arrivare nei più diversi e importanti caffè storici della città di Genova. Il caffè è oggi la bevanda principale della vita italiana. Accompagna le persone nella vita quotidiana, il gesto di prendere il caffè è legato a significati sociali, culturali, economici che vanno oltre la semplice bevanda Il caffè è il filo conduttore che unisce due città lontane, che condividono due nomi uguali: Genova».

    Andrea Macciò

  • Il Giorno della Memoria e la nostra memoria corta. Decine di foto simbolo dell’emergenza migranti invadono la città

    Il Giorno della Memoria e la nostra memoria corta. Decine di foto simbolo dell’emergenza migranti invadono la città

    manifesti-memoria-migranti-12Decine di manifesti fotografici sono comparsi questa notte in molti luoghi simbolo della città. Le foto riportano le testimonianze delle sofferenze di migliaia di migranti che affollano le frontiere europee: lunghe code per il cibo sotto la neve, bambini affamati, dormitori di fortuna, filo spinato. Sotto le immagini la scritta “Europa 2017”, accompagnata da messaggi come “in memoria della nostra coscienza” o “Giorno della memoria corta”. La firma è quella degli autonomi dell’Aut Aut che, in occasione della Giorno internazionale della Memoria hanno voluto lanciare una “provocazione” finalizzata a far riflettere su quanto sta accadendo intorno a noi, adesso.

    Giorno della Memoria

    Il 27 gennaio, come dicevamo, non è una data casuale: dal 2005, infatti, si celebra in tutto il mondo il giorno in cui, nel 1945, l’Armata Rossa varcò i cancelli di Auschwitz, scoprendo l’inferno nazista. Una ricorrenza che ha come finalità quella, appunto, di ricordare cosa è stato fatto, per evitare che si ripeta. Anche a Genova questa giornata è sentita in maniera particolare, con mostre, cerimonie e concerti, che ricordano i concittadini ebrei, ma non solo, che furono deportati grazie alla complicità del regime fascista. Ricordare, però, ha un significato molto ampio: la sistematicità della macchina della morte organizzata dei campi di sterminio non è arrivata in un giorno, ma dopo un percorso durato anni, durante il quale i semi del razzismo, della ingiustizia e del nazi-fascismo si sono diffusi e hanno messo radici nella cultura, nella politica, nelle persone. Il Giorno della Memoria è inteso anche in questo senso: non dimenticare cosa è successo, e cosa ha fatto sì che questo potesse succedere.

    La memoria corta

    manifesti-memoria-migranti-08Le foto delle persone in fuga da guerra e miseria che hanno invaso le strade di Genova fanno riferimento allo stallo politico in cui l’Europa dei diritti si è venuta a trovare in questi ultimi mesi, di fronte alla cosiddetta “Emergenza Migranti”. Una crisi che sta innescando reazioni pericolose, che vanno dalla riesumazione dei confini tra stati alla ossessione per la sicurezza, dal sospetto diffuso verso lo straniero alla insofferenza di molti di fronte alla crisi economico-valoriale in atto. Sentimenti, questi, spesso cavalcati da populismi spregiudicati, che vogliono trovare un nemico comune su cui far abbattere la rabbia delle persone. Un meccanismo non nuovo, che nel corso della storia ha generato ingiustizie, sofferenze e atrocità.

    Con Era Superba abbiamo provato a raccontare la situazione di Ventimiglia e il sistema di accoglienza genovese, che sono solo una piccola parte di dinamiche mondiali, ma che comunque rappresentano un modello in piccolo delle tensioni politico-sociali oggi presenti e non risolte. E anche questo va ricordato: adesso, ora, ci sono migliaia di persone intorno a noi costrette in un limbo insopportabile, sospese tra guerre e frontiere.

    Alcuni dei manifesti comparsi questa notte sono stati attaccati anche sui new jersey anti terrorismo; una scelta simbolica, che evidenzia quello che stiamo diventando: impauriti e meno liberi, diffidenti, allarmati e chiusi in noi stessi. Anche questa è memoria corta: ricordare dovrebbe servire a riconoscere cosa sta lentamente succedendo, prima che sia troppo tardi.

    Nicola Giordanella

  • Il mondo in un piatto. Cultura e sapori latinoamericani e liguri si intrecciano nella cucina di Anilda

    Il mondo in un piatto. Cultura e sapori latinoamericani e liguri si intrecciano nella cucina di Anilda

    Anilda-vargas-braceGastronomia e partecipazione. Queste sono le parole chiave dell’incontro con la nuova genovese di oggi, Anilda Vargas, arrivata a Genova negli anni Novanta, dopo un breve soggiorno in Francia, da un Perù attanagliato in quel periodo da fenomeni di terrorismo interno.
    La partecipazione alla vita sociale e culturale della città, secondo Anilda, è fondamentale per sentirsi davvero cittadini e non solo ospiti.
    Il progetto che ha orientato tutta la sua attività a Genova è stato quello di valorizzare il cibo e la cultura gastronomica come perno dell’identità culturale delle persone immigrate e occasione di incontro e scambio fra cittadini provenienti da paesi e mondi diversi.
    Mangiare da sempre è un atto non solo alimentare, ma anche sociale: la condivisione della tavola facilita, infatti, lo scambio e la relazione umana. La gastronomia permette, più facilmente della parola, di avvicinarsi ad altre realtà geografiche, sociali e culturali abbattendo le barriere linguistiche.

    A Genova, Anilda si è adoperata per realizzare questa sua filosofia in ambito associativo e gastronomico. Lasciato un lavoro nel settore pubblico in Perù, ha trasformato la passione per la cucina in un lavoro, prima come cuoca, sia in Francia sia in Italia e poi, dal 2007 al 2010, come titolare di un negozio di produzione gastronomica da asporto italiana e sudamericana, gestito con la figlia.
    La sua è una nouvelle cuisine latinoamericana, nel pieno rispetto della tradizione, ma con un occhio ai piatti della tradizione genovese e ricca di proposte fusion dove si sposano sapori latinoamericani e liguri.
    Oggi il suo lavoro è rivolto al mondo dell’associazionismo: è responsabile del Laboratorio Gastronomico “Il mondo in cucina” del Coordinamento Ligure Donne Latinoamericane (Colidolat) e organizza per l’associazione Encuentro de 2 Mundos diverse attività legate alla diffusione della cultura gastronomica e alla connessione tra cibo e cultura.
    Come è emerso nei nostri incontri con i “nuovi genovesi”, in molte persone un forte interesse, una passione a volte non vissuta in maniera piena nel paese di origine (l’arte, la cucina, la poesia, il teatro….) ha assunto un posto centrale nella nuova vita italiana e genovese, trasformandosi a volte in un lavoro, a volte in un’esperienza nel mondo della cultura e dell’associazionismo, a volte in uno spazio individuale di espressione della propria personalità.
    Quasi sempre questa passione – per Anilda, la gastronomia – è stata il primo passo per comunicare con altre persone, allacciare relazioni sociali, vivere pienamente la città, superare le difficoltà linguistiche che tutti incontrano nei primi anni della nuova vita in un diverso paese.

    DSCF0168-1BQuando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Perù ho studiato per conseguire il diploma di amministratore d’impresa. Prima di arrivare a Genova, lavoravo come segretaria di un ente pubblico del settore pensionistico, simile all’Inps italiano. Ero già appassionata di cucina e avevo frequentato diversi corsi. La situazione politica del mio paese era molto instabile e c’erano stati diversi attentati terroristici. Avevo 3 figli che erano ancora dei ragazzini ed ero spaventata. Ho deciso di provare a trasferirmi in Europa. Sono stata un periodo in Francia, con visto turistico; qualche tempo dopo, consigliata da un’amica, ho scelto l’Italia e Genova.
    Dopo alcuni anni di fatica e di nostalgia per la mia famiglia, ho regolarizzato la situazione lavorativa, fatto tutti i documenti necessari e sono riuscita a far arrivare qua mio marito e i miei figli, che ora sono tutti sposati. Da subito mi sono impegnata a fondo nel mondo dell’associazionismo.
    Nel 1992 sono stata fra i soci fondatori dell’Associazione culturale Encuentro de 2 Mundos di cui oggi sono referente per i progetti e i laboratori di degustazione gastronomica. Nel 1994 sono stata socia fondatrice del Colidolat (Coordinamento Ligure Donne LatinoAmericane) e oggi sono la referente del Laboratorio gastronomico “Il Mondo in cucina”. Già in Perù ero interessata, oltre alla cucina, al mondo dell’associazionismo: dal 1989 al 1992 ho presieduto un’associazione culturale di Lima, che si proponeva di valorizzare le danze, i balli e le altre forme del folklore peruviano, organizzando scambi culturali con la Francia.
    Credo che un immigrato, per essere davvero un nuovo cittadino, dovrebbe partecipare alla vita sociale e culturale della città in cui vive. Chi lavora, guadagna e basta, senza partecipare alla vita della comunità, non si sente un cittadino, si sente un ospite. Io invece vorrei far parte della vita di questa città. Si parla spesso dei migranti come di un problema, come se fossero persone che non valgono niente. E, invece, il migrante può essere una persona con molto da raccontare, da insegnare. Anche un paese povero può avere molto da dimostrare a livello culturale, sociale, gastronomico. Chiudere la porta a queste persone, secondo me, è totalmente ingiusto».

    cucina-perù-patateQual è stata l’idea guida, il progetto che ha portato alla creazione del “Laboratorio Gastronomico”?
    «Il progetto alla base del mio lavoro è quello di recuperare e valorizzare l’identità delle comunità di immigrati, attraverso la promozione dei loro piatti più caratteristici.
    Per i migranti, l’alimentazione ha un ruolo molto importante, per esprimere se stessi e non perdere contatto con la propria identità, le proprie tradizioni, anche in un paese diverso. Le modalità di preparazione di un piatto sono importanti almeno quanto gli ingredienti. Il cibo, però, oltre che un mezzo per recuperare la propria identità, è anche uno strumento di comunicazione e mediazione fra persone provenienti da mondi diversi. Un buon piatto è il miglior punto di partenza per scoprire luoghi, usi e costumi, somiglianze e differenze tra i popoli. Una ricetta ti può ricordare persone incontrate in luoghi lontani.
    L’idea guida del nostro laboratorio è di far conoscere a più persone possibile i prodotti della tradizione latinoamericana, attraverso piatti gustosi. In questi anni abbiamo sperimentato in cucina e fatto conoscere la quinoa, l’amaranto, molte varietà di riso e tante spezie profumate e colorate.
    Abbiamo contribuito a far conoscere in Italia il pisco, un distillato d’uva tipico del Perù, dove è considerato bevanda nazionale, molto utilizzato soprattutto per i cocktail».

    Come si svolge la vostra attività?
    «Il Laboratorio Gastronomico è un lavoro di squadra, ha rappresentato un’occasione di lavoro per alcune donne e un punto di riferimento per la promozione della pari opportunità sul territorio.
    Io sono la responsabile, ci occupiamo di organizzare aperitivi ed eventi culturali legati al cibo e alla degustazione. E’ specializzato non solo in cucina peruviana: prepariamo piatti dell’Ecuador, del Venezuela e di altri paesi dell’America Latina.
    Tutte noi abbiamo imparato la cucina italiana e ligure: c’è stato uno scambio molto bello. Proponiamo anche piatti fusion, che mettono insieme prodotti della tradizione latinoamericana e prodotti liguri, come la quinoa alla mediterranea. E, poi, con l’associazione “Encuentro de 2 Mundos” da molti anni partecipiamo inoltre al Festival Suq con uno stand di cucina peruviana».

    cucina-perù-uovaQual è la caratteristica principale della cucina peruviana?
    «La cucina peruviana è una cucina “meticcia” nella quale si fondono la tradizione indigena con la tradizione spagnola. In Perù è molto conosciuta anche la cucina italiana, è apprezzata e considerata una delle migliori, anche se tutti credono che la propria cucina sia la migliore. Per la mia esperienza in Francia e in Italia, direi che i francesi sono più propensi a sperimentare cucine diverse, provano di tutto. I genovesi e gli italiani a volte sono più chiusi, più restii, ma oggi vedo che sempre più genovesi apprezzano e chiedono una cena esotica».

    Andrea Macciò

  • Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    benifeiIn occasione dell’incontro organizzato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa e dalla associazione Januaforum, sul tema “Migrazioni in Europa: quali connessioni tra accoglienza e sviluppo?”, abbiamo incontrato Brando Benifei, eurodeputato spezzino del Partito Democratico, relatore lo scorso maggio del rapporto sull’integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro europeo. Un’occasione per capire cosa si sta muovendo a livello comunitario sul tema migrazioni, alle luce delle spaccature politico-diplomatiche di questi mesi, sia a livello nazionale che a livello europeo

    Approfondimento: Ventimiglia e l’emergenza umanitaria dei migranti

    I dati di questi mesi parlano chiaro: l’Europa sulla questione migrazioni si è spaccata, e anche a livello delle singole nazioni, esistono approcci contrastanti alla questione. Qual è il livello di discussione all’interno del Parlamento europeo?
    La questione rifugiati è senza dubbio quella che sta creando più problemi a livello sociale in Europa, sopratutto per il gran numero di richiedenti asilo. Siamo in un sistema per cui migrare legalmente è impossibile. Un problema soprattutto italiano, provocato dalla legge Bossi-Fini, che rende impossibile migrare nel nostro paese in maniera legale. In questo scenario di straordinario afflusso, dovuto ai conflitti dell’area mediterranea, il Parlamento europeo si sta occupando di quali politiche si possano mettere in campo per tutelare chi fugge da situazioni di rischio concreto per la proprio incolumità, distinguendoli da coloro che non hanno questo situazione, che sono migranti economici camuffati. Bisogna accompagnare questa rigidità, che secondo me è giusta, alla creazione di nuovi canali di integrazione legale che oggi non ci sono. A Strasburgo sono al momento in discussione misure per rendere omogeneo e più fluido il sistema della elaborazione della richiesta asilo. Oggi abbiamo persone che rimangono in un limbo per troppo tempo, persone di cui talvolta perdiamo le tracce o vengono assorbite dalla criminalità.

    Durante l’estate, in piena crisi umanitaria a Ventimiglia, molte voci si sono alzate, tra cui quella del vescovo Suetta, per dire che l’Europa dovrebbe anche lavorare per superare la differenza tra migrante economico e rifugiato…
    È una cosa comprensibile, però a livello di stati non possiamo accogliere tutti, sia per una questione di sostenibilità economica che di consenso politico. Dobbiamo però lavorare per velocizzare il sistema di attivazione della protezione internazionale per chi veramente è a rischio vita nel proprio paese. In italia come dicevo la migrazione legale non è possibile, per colpa della legge Bossi-fini, che andrebbe superata.

    Il sistema di accoglienza oggi vigente, inoltre, ha fatto vedere tutti i suoi limiti, soprattutto qui in Liguria…
    A Ventimiglia si sono concentrati diversi problemi; da una parte l’incapacità dell’Europa di arrivare in fondo rispetto al sistema di solidarietà di distribuzione dei richiedenti asilo. In europa siamo capacissimi di fare politiche di coesione sulle autostrade e poi non c’è solidarietà nella gestione di questo fenomeno che non è più un emergenza ma ha dei tratti di strutturalità. Inoltre a Ventimiglia si consuma il problema di una mancata attuazione piena su tutto il territorio nazionale del sistema degli Sprar, che considero una buona pratica, che potrebbe essere esempio anche per altri paesi, dove i progetti di integrazione sono messi in mano ai comuni superando il problema più grosso, cioè quello della distribuzione delle persone in attesa dell’esame della loro richiesta di protezione internazionale. Un sistema che si contrappone al sistema emergenziale prefettizio che ha creato più sprechi e inefficienze che altro. Tenere molte persone concentrate in pochi posti, infatti, crea ghetti e situazioni di pericolo e intolleranza.

    European_Parliament_Strasbourg_Hemicycle_-_DiliffAnche le regole Europee, però, sono un problema, basti pensare a meccanismi del regolamento di Dublino..
    Per il Parlamento Europeo questo è il nodo più importante, cioè quello del superamento di queste regole. È oggi in discussione una proposta di riforma, al momento non ancora del tutto soddisfacente, secondo me, per cambiare questi meccanismi. Ovviamente bisogno che i governi spingano politicamente per far sì che si possa arrivare al risultato. A maggio potrebbe esserci un passaggio importante, da questo punto di vista.

    Quale potrebbe essere una soluzione?
    Noi vogliamo che l’Europa investa nell’integrazione, ma bisogna fare in modo che le risorse utilizzate siano incrementate e che non vengono tolte ad altre problematiche sociali, come la disoccupazione di lungo periodo, le famiglie a basso reddito, la disabilità, l’assistenza degli anziani. La questione dei rifugiati ci può servire per riorganizzare in maniera più efficiente l’utilizzo delle risorse che abbiamo. Se passa il concetto che noi mettiamo soldi per i rifugiati, soldi che però sono tolti ad altre persone che sono in difficoltà, noi rendiamo impossibile l’integrazione dei rifugiati, e alimentiamo il razzismo e la guerra tra poveri. Un altro tema su cui noi siamo stati molti netti è che non si creino dei mercati del lavoro paralleli, con condizioni di lavoro per i migranti al di sotto dei minimi salariali, che oltre a sfruttare le persone, crea una concorrenza sleale.

    Oggi era a Genova per parlare con gli studenti, e non solo…
    È stata una giornata importante, perché queste occasioni permettono di parlare di argomenti specifici, chiarendo certi aspetti che spesso sono raccontati male dai media, facendo anche sapere come funziona, e cosa sta facendo, il Parlamento Europeo e tutti gli organi dell’Unione Europea.

    Nicola Giordanella

  • Questo non è un “luogo comune”. Incontro ai Giardini Luzzati con Maria Luisa Gutierrez Ruiz

    Questo non è un “luogo comune”. Incontro ai Giardini Luzzati con Maria Luisa Gutierrez Ruiz

    maluNell’incontro di oggi con Maria Luisa Gutierrez Ruiz abbiamo una nuova occasione di approfondire la profonda relazione che esiste tra la cultura latinoamericana e la città di Genova. Maria Luisa è stata una delle promotrici del progetto Luoghi Comuni, una sorta di guida sentimentale della città raccontata dal punto di vista dei suoi abitanti. La sua esperienza è anche legata ai Giardini Luzzati, un luogo che si trova in una magnifica posizione nel cuore del centro storico, nato a nuova vita alcuni anni fa e diventato, grazie a un progetto con capofila l’associazione Il Ce.Sto, un punto di riferimento della vita sociale e culturale della città.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata nel 2002 con un visto turistico, assieme al mio gruppo di danza. Per fortuna ho avuto la possibilità di fare tutti i documenti in breve tempo, anche se ho perso un anno all’Università per i ritardi delle traduzioni e legalizzazioni provenienti dal Perù. Avevo frequentato 3 anni di psicologia, che però non mi convinceva più tanto una volta arrivata in Italia. Il primo anno ho fatto anche io i lavori che fanno quasi tutti i migranti, pulizie, assistenza anziani e bambini, ma nello stesso, ho iniziato a lavorare nell’ambito interculturale, prima come volontaria e poi come mediatrice educativa. Ho collaborato anche col Laboratorio Migrazioni del Comune di Genova. Mi sono indirizzata ad approfondire questi argomenti iscrivendomi a Lingue, indirizzo Comunicazione interculturale, e dopo la tesi triennale alla specialistica in Antropologia culturale e etnologia».

    Dopo la laurea hai avuto occasione di collaborare con il mondo dell’Università?
    «In ambito universitario ho collaborato ad alcune ricerche e all’organizzazione di seminari. Con un gruppo di docenti e dottorandi nel settore socio-antropologico abbiamo fondato nel 2011 il laboratorio di studi urbani Incontri in Città. Il laboratorio ha curato il progetto che ha portato alla pubblicazione cartacea e online Luoghi Comuni per il quale abbiamo chiesto ai cittadini genovesi di raccontarci dal loro punto di vista i luoghi amati della città. Una guida in cui ognuno ha raccontato le sensazioni e i ricordi legati a un luogo particolare. Nel mio racconto ho parlato della nuova Genova, quella dell’immigrazione.
    Attualmente per l’Università svolgo qualche piccola collaborazione e negli ultimi anni sono stata docente a contratto di spagnolo. La didattica mi piace molto e ho cercato di occuparmene in questo secondo lavoro, in Perù per un periodo ho fatto anche l’insegnante di danza.
    Oggi lavoro presso l’associazione il Ce.Sto come addetta all’accoglienza dei rifugiati e in particolare delle famiglie».

    Grazie al tuo attuale lavoro hai avuto occasione di vivere da vicino il recupero e la valorizzazione dell’area del centro storico dove attualmente si trovano i Giardini Luzzati.
    «I Giardini Luzzati sono rinati grazie a un bel gruppo specializzato all’interno del Ce.Sto, fortemente caratterizzato dalla presenza straniera (ragazzi arrivati da piccoli o figli di genitori immigrati). È importante che questo luogo, nato anche per risanare un quartiere, sia quello che è anche grazie a loro. È stato un grande investimento di recupero di un’area a lungo abbandonata e vista solo come un luogo di disagio. Ora è aperta alla cittadinanza, è un posto dove i bambini possono giocare tranquilli. Non è stato semplice, ci sono forze contrarie e problemi che emergono costantemente. Ora la zona è diventata più sana, allegra, gioiosa, ma il lavoro da fare è continuo».

    Come nella guida Luoghi Comuni, ti chiedo di raccontarmi una tua esperienza personale significativa legata a questo luogo.
    «Per come li vivo io, i Giardini Luzzati sono un luogo di accoglienza, aperto. Un posto dove si accolgono le proposte della cittadinanza. Io lavoravo da poco qua, quando è mancato Eduardo Galeano, uno scrittore a cui tengo molto. Ho lavorato molto sui suoi racconti e politicamente mi sento vicina al suo pensiero. Quando è successo mi sono detta: dobbiamo fare qualcosa. Mi hanno dato subito carta bianca. Ho presentato la mia proposta e in pochi giorni abbiamo organizzato due eventi. Di giorno abbiamo organizzato dei laboratori per bambini, di sera letture e reading per adulti. Ti potevi fermare qua, magari davanti a un bicchiere di vino, e ascoltare. Non sai quante persone sono passate di qua, a prendersi un aperitivo ascoltando le sue storie e i suoi racconti.
    Il bello di questo posto è che è aperto a tutti, dal teatro ai concerti, dagli eventi culturali ai compleanni per bambini. A settembre, il Ce.Sto, in collaborazione con l’associazione Sarabanda e i Civ, organizza la grande festa di quartiere “Mura”, festival del Movimento Urbano Rete Artisti che anima questa parte di centro storico con musica, spettacoli, performance teatrali, mercatini».

    Dal tuo arrivo in Italia sei sempre stata a Genova? Come ti sei trovata nei luoghi in cui hai vissuto?
    «La prima città italiana in cui sono arrivata è stata Milano. Non mi è piaciuta, sentivo il senso di concorrenza fra la gente, la tensione. Poi un mio amico, che era già qua, mi ha proposto di venire a Genova, e mi sono sentita subito meglio, ho conosciuto più gente.
    Certo anche io ho sentito un po’ la proverbiale “chiusura” dei genovesi, soprattutto all’Università i compagni stavano molto fra di loro e tutte le mie amiche erano di altre città…per fortuna poi ho capito che i genovesi dopo un po’ si “aprono”.
    Ora mi sento soddisfatta di quello che ho fatto, del mio percorso universitario e di aver fatto lavori che mi piacciono. Questa città mi rimarrà nel cuore. Non appartengo più a un solo posto.
    All’inizio sei fragile, impaurita, la migrazione è un momento di grande vulnerabilità. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo stranita, diversa, come quando sul pullman vedevo la signora a fianco che si teneva la borsa vedendo che ero straniera.
    Queste cose mi facevano stare male. Ora le direi: ma come si permette? Che ne sa di come sono io, di chi sono? Ripensandoci ora, certi ricordi di quel periodo mi fanno anche ridere. Ma quando ti senti insicura e fragile, pensi che tutto sia contro di te, che tutti siano pronti a criticarti. L’ho provata anche io la sensazione di uscire e sentirmi osservata perché non conoscevo nessuno. E molte delle sensazioni che ho provato io, le rivedo oggi nelle famiglie di rifugiati con le quali lavoro».

    Sei in Italia ormai da molti anni, hai vissuto di persona l’esperienza migratoria e ora lavori nell’ambito dell’accoglienza ai rifugiati. Secondo la tua esperienza personale, è cambiato in questi anni l’atteggiamento della società locale verso gli immigrati e i nuovi cittadini?
    «C’è sempre di tutto. Oggi come allora sento discorsi anche molto razzisti e discorsi di grande apertura. Con la crisi economica, forse ha prevalso l’atteggiamento negativo verso gli immigrati e gli stranieri. Ma la percezione è davvero molto soggettiva e dipende molto da chi frequenti. Se sei circondato da persone o ambienti negativi, sentirai molto questa ostilità. Se sei circondato da persone positive o da ambienti positivi, la sentirai molto meno anche se magari è un periodo in cui è diffusa a livello più generale».


    Andrea Macciò

  • Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Dopo i racconti dal fronte di Ventimiglia di quest’estate e il quadro su come funziona l’accoglienza a Genova e in Liguria, siamo andati a toccare con mano come scorre la vita ogni giorno all’interno di un alloggio in un CAS (centro di accoglienza straordinaria), il cui numero per volontà della prefettura è sceso ultimamente da 30 a 20 appartamenti in città. Aumentati, invece, gli operatori. «Almeno da questo punto di vista – ci spiega uno di loro – è sostenibile. I CAS non sono composti solo da appartamenti, anche ex palazzi o edifici che ospitavano uffici vengono attrezzati per l’accoglienza, con le brande negli stanzoni. A Campi ci sono due CAS e uno è adibito, per metà, alla prima accoglienza: chi arriva viene identificato e poi smistato negli altri centri».

    Veniamo accolti con stupore dalle persone che si trovano nell’appartamento (in maggioranza ragazzi nigeriani e bangladesi), visto che generalmente non ricevono visite. Oltre ai servizi “standard” che abbiamo descritto altrove, ricevono un pocket money di circa 150 euro al mese, suddiviso in rate settimanali, e un biglietto per l’autobus e il treno valido in tutta la provincia. Vanno a fare la spesa con gli operatori e hanno a disposizione, per il vitto, 30/40 euro settimanali.

    L’alloggio non è in cattivo stato, anche se le pareti avrebbero forse bisogno di una mano di bianco, essendo annerite dalla muffa. «Non esiste un criterio da seguire per la manutenzione di questi alloggi – ci spiega l’operatore – i CAS dipendono dalla prefettura, che però non effettua controlli. Sta a noi decidere che cosa c’è da fare, chiedere i soldi alla cooperativa ed eseguire i lavori necessari». Le stanze da letto non sono molto grosse e ospitano tre o quattro persone al massimo: avere una stanza singola è decisamente impossibile. «Il problema del sovraffollamento nei Centri di accoglienza straordinaria è causato dal fatto che gli alloggi dello SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono pieni. Prima, chi riceveva un permesso di soggiorno veniva spostato negli SPRAR, dopo 6 mesi di permanenza nel CAS, in attesa dell’arrivo dei documenti. Da quando è cambiato il prefetto, invece, negli SPRAR non entra più nessuno, a causa delle troppo presenze…».

    Anche un’altra operatrice, che lavora in un centro di accoglienza per minori, ossia un AB, ci conferma che la situazione è piuttosto confusa. I ragazzi dovrebbero in effetti lasciare i CAS dopo aver ricevuto il permesso di soggiorno, ma dal momento che gli SPRAR sono troppo pieni, rimangono dove sono, perché di certo «non possono essere buttati in strada».

    La storia di M., in fuga dalla Nigeria

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Durante la nostra visita, tra gli altri, incontriamo M. che si ferma volentieri a raccontarci la sua storia. Viene dalla Nigeria, ha 26 anni ed è fuggito perché il padre, di religione musulmana, voleva venderlo per 20 coppie di mucche e 500.000 Nera (la moneta nigeriana) a un gruppo terroristico anti cristiano. Avvisato dalla madre, è partito per la Libia, dove ha lavorato come muratore. Purtroppo, la fuga è dovuta proseguire perché il suo datore di lavoro è stato ucciso dall’esercito dei ribelli. Come tanti, è partito su un barcone, pagando per quel viaggio della speranza 1.000 Dina. È stato fortunato a sopravvivere e ad arrivare, nell’aprile del 2015, in Italia. Ma qui le sue sventure non sono finite, perché la Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale, e quindi dello status di profugo, rifiuta la sua domanda di asilo, ritenendo la sua storia poco veritiera.

    La commissione è un organo di governo composto da un rappresentante della prefettura e uno della polizia di stato, oltre che da una persona nominata dall’ente territoriale e da un rappresentante dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati. Succede spesso che, per accorciare i tempi, l’audizione avvenga in presenza solo di uno dei quattro componenti, previa autorizzazione dello straniero ascoltato. La decisione viene presa da tutti i membri dell’organo, ma il peso del parere di chi era presente all’interrogazione è maggiore. Questo può essere uno svantaggio, nel caso in cui la persona in questione non sia ben preparata sul Paese di provenienza dell’immigrato. Sembra che sia proprio quello che è successo a M., secondo quanto ci racconta.

    Il giovane ci dice che gli è stato chiesto di descrivere l’aeroporto di Kamo, dov’è nato. «Ma io non abitavo a Kamo, di cui non ho mai visto l’aeroporto. Lì è dove sono nato, ma vivevo a Nassarawa. Purtroppo, non conoscevo neanche il nome della strada in cui vivevo, ma quando me l’hanno chiesto, ho detto che si trovava vicino a una chiesa, di cui invece ho saputo fornire il nome. Cercandola in internet, però, il giudice della Commissione non l’ha trovata e ha giudicato falsa la mia storia». Ora a M. resta solo una speranza: che il suo ricorso venga accolto. E che, magari, la sua storia venga verificata con un po’ più di attenzione.


    Ilaria Bucca

  • Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    immigratiLa Liguria ospita 4.400 immigrati, poco meno dei 4.500 previsti dalle quote di distribuzione nazionale. La metà di loro si trova a Genova. La situazione di quest’estate sembrava incontrollabile, con le strutture sovraffollate e un numero di arrivi giornalieri pari, ad agosto, a 70/80 persone. Ancora adesso, nonostante la bella stagione sia terminata, il numero degli arrivi non scende. Al capoluogo ligure è stato chiesto un grande sforzo per accogliere un alto numero di richiedenti asilo. Era Superba ha cercato di “unire i puntini” per capire come funziona il sistema dell’accoglienza nel suo complesso e se è preparato a ricevere un così grande numero di persone.

    Come funziona il sistema dell’accoglienza: in Liguria oltre 3000 posti

    I richiedenti asilo, ossia gli stranieri che vogliono chiedere la protezione internazionale, ricevono accoglienza fino a che le apposite commissioni territoriali stabiliscono se sono idonei a ottenere lo status di rifugiati, o meno. Solo a Genova, ci sono più di 1.000 posti di accoglienza negli Sprar e, se si considera tutta la Liguria, il numero sale a 3.000, come riportato dal sito web del Comune di Genova; in Italia, in totale, ce ne sono 90.000.
    Gli arrivi avvengono nella maggioranza dei casi via mare, nel Sud Italia. La prima accoglienza prevede l’identificazione e la registrazione, oltre a uno screening sanitario: la durata di questa procedura è di 60 giorni. Il sistema di seconda accoglienza, invece, prevede lo smistamento attraverso lo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) oppure nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) di tutta la penisola. A questi centri viene destinato chi fa domanda di asilo e di permesso di soggiorno per richiesta di asilo. I centri di accoglienza offrono diversi servizi tra cui l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale, l’iscrizione all’anagrafe e la possibilità di seguire corsi di italiano per stranieri.

    A Genova ci sono un centro governativo di smistamento adulti, con 84 posti, e uno per minori, con 50 posti. A questi, si aggiungono 1.038 posti nei CAS, che occupano 20 centri e 60 case. Se si considera tutta l’area metropolitana, i numeri crescono ancora: sono 231 i posti nei 40 centri dello SPRAR, più 234 posti nei CAS, divisi in 5 centri e 15 case. I fondi per mantenere queste strutture arrivano dal ministero dell’Interno: per ogni straniero accolto, vengono stanziati 40 euro al giorno. La percentuale più alta di questa cifra, il 42%, pari a 16,20 euro, va a coprire le spese del personale. Il 32%, ossia, 12,80 euro, viene spesa per il vitto, per la scolarizzazione e per la sanità, mentre il 20% (che equivale a 7,80 euro) copre le spese di manutenzione e di pulizia delle strutture. Infine, 3,20 euro al giorno (il rimanente 6%) occupa una voce del bilancio che considera le spese di integrazione, che comprendono la tutela legale e psicologica. Ogni immigrato riceve poi un pocket money di 2,50 euro al giorno.
    Inoltre, la persona in accoglienza ha la possibilità di occupare il proprio tempo con il volontariato, oppure seguendo corsi di formazione professionale o stage, o ancora ricevendo una borsa di lavoro. Dopo 60 giorni dalla domanda di asilo, può trovare un lavoro e ricevere un regolare stipendio.

    Il problema del sovraffollamento e l’impotenza della prefettura

    Non tutti i Comuni accettano di ricevere i migranti. Di conseguenza le realtà più accoglienti come Genova spesso devono farsi carico di un peso eccessivo. Ma la colpa non è da attribuire alla cattiva gestione dell’emergenza parte della prefettura. «La prefettura ha provato a ovviare al problema indicendo un bando, l’8 novembre, destinato esclusivamente ai Comuni che non hanno ancora strutture di accoglienza», ci spiega la consigliera metropolitana delegata all’emergenza migranti, Cristina Lodi. «Si tenta di incentivare il passaggio dai CAS agli SPRAR, ma i Comuni poveri sono già in difficoltà per i loro motivi, non si può attribuire loro alcuna colpa». La consigliera ci spiega anche che nell’entroterra ci sono più Comuni disponibili a fornire locali per gli SPRAR, mentre la zona del Tigullio è più restia, dal momento che ha altre attività economiche, prevalentemente turistiche, che garantiscono delle entrate. «L’accoglienza segue un po’ il mercato – afferma Lodi – anche se non è giusto che alcuni Comuni non accolgano immigrati, il prefetto non può fare nulla di più di un bando come l’ultimo…».

    Lo stesso discorso vale per l’accoglienza nei confronti dei minori, che dovrebbero essere destinati a strutture apposite. «Per i minori si stanno cercando nuovi posti, ma non è facile. Innanzitutto si è deciso di non mandarli nei comuni metropolitani, dove sarebbero più isolati. C’era l’idea di una struttura in via Caffaro, a Genova, ma è saltata. Nuovamente la responsabilità non è del prefetto, ma della mancanza di strutture adeguate».
    Anche Milena Zappon, direttrice del centro di accoglienza della Comunità di San Benedetto al Porto, ci conferma che la situazione dei minori è piuttosto difficile. «Innanzitutto, non è facile capire la loro età reale. Molti ne dichiarano una falsa: recentemente ho avuto a che fare con un ragazzo che diceva di essere nato nel 1997, ma che chiaramente era più giovane». Secondo quanto ci raccontano altri due operatori con cui abbiamo parlato, i minori spesso vengono accolti nei CAS perché nei centri appositi, gli AB, non ci sono più posti. Pratica, comunque, consentita dalla legge.

    Tanto Zappon e gli altri operatori intervistati, quanto Cristina Lodi sono concordi nell’affermare che il problema del sovraffollamento nei centri di accoglienza può essere risolto solo da un cambiamento dell’atteggiamento dell’Europa. «L’arrivo di un così grande numero di stranieri – dice la consigliera comunale e metropolitana del Pd – non è più un’emergenza, ma un dato di fatto. Devono cambiare le politiche internazionali, altrimenti la situazione rimarrà questa e l’accoglienza, in Italia, continuerà a non poter soddisfare le necessità reali».

    migranti-ventimiglia-confineAumentano gli arrivi, ma in Italia ci sono sempre meno stranieri

    Il numero delle persone che arrivano in Italia da Paesi stranieri aumenta, eppure il numero degli immigrati diminuisce. Potrebbe sembrare un ossimoro eppure è la mera verità. Il fenomeno è determinato dall’aumento dell’acquisizione della cittadinanza italiana che si manifesta anche in Liguria. Nella nostra regione, gli stranieri quest’anno sono 136.216, mentre nel 2015 la cifra era di 138.697. Un calo circa di 2.400 unità dovuto in parte al rientro verso i paesi di origine, ma anche perché molti hanno ottenuto la cittadinanza italiana.
    I numeri parlano da sé: è in atto un fenomeno di stabilizzazione. Una tendenza testimoniata anche dal dossier statistico “Immigrazione 2016” realizzato da IDOS, con la cooperativa Com Nuovi Tempi, la rivista Confronti, in collaborazione con l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri.

    Per quanto riguarda la dinamica migratoria in uscita, invece, la congiuntura economica negativa appare la causa principale degli spostamenti all’estero. La migrazione di ritorno è un processo complesso, su cui intervengono diversi fattori. La perdita del lavoro è condizionata dalla situazione economica del paese d’immigrazione, ma la possibilità di tornare a casa dipende anche dalle opportunità che il Paese può offrire alla persona che un tempo è emigrata.

    In percentuale, la componente straniera rappresenta l’8,7% dell’intera popolazione ligure, un numero che non ha subìto una sostanziale variazione rispetto all’anno passato. In termini assoluti, la provincia di Genova resta la residenza scelta dalla maggioranza degli stranieri, circa il 52% del totale con 70.752 registrazioni in anagrafe. Come già nello scorso anno, l’Albania, l’Ecuador, la Romania e il Marocco restano, in ordine decrescente, le collettività più numerose, con valori assoluti attorno alle 20.000 unità per le prime tre e alle 13.000 per l’ultima. Seguono a distanza l’Ucraina, la Cina e il Perù, tutte nell’ordine delle 4.000 unità, la Repubblica Domenicana circa 3.800, il Bangladesh circa 2.800 e la Tunisia circa 2.600.

    Secondo quanto sostenuto da Cristina Lodi, l’aumento degli stranieri che ottengono la cittadinanza è attribuibile soprattutto all’acquisizione di quest’ultima da parte degli extracomunitari di seconda o terza generazione. Mentre la diminuzione del numero degli immigrati che rimangono in Italia è causata principalmente dal fatto che «molti stranieri se ne vanno dopo il rifiuto della Commissione a concedere lo status di profugo o, al massimo, rimangono in Italia clandestinamente».

     

    Ilaria Bucca
    Elisabetta Cantalini

  • Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    Mayela Barragan e il legame profondo tra Liguria e America Latina

    mayela-barraganLa poetessa cilena Gabriela Mistral, prima donna latinoamericana vincitrice di un premio Nobel per la letteratura, ha vissuto molti anni a Rapallo. Uno dei più grandi calciatori dell’Uruguay, Juan Alberto Schiaffino, fra gli “eroi” della leggendaria finale Uruguay-Brasile del campionato mondiale 1950, era originario di Camogli. Nell’isola nota come la più lontana del mondo dalla terraferma, Tristan da Cuñha, (appartenente al territorio britannico d’Oltremare di Sant’Elena, ma scoperta da navigatori portoghesi) alcuni fra i cognomi più diffusi sono di origine ligure. Nella toponomastica delle città liguri non mancano riferimenti all’America Latina, dai giardini Simon Bolivar a Corso Valparaiso. Molti abitanti di oggi hanno almeno un lontano ascendente emigrato in uno dei paesi latinoamericani, ed alcuni dei nuovi genovesi immigrati sono nati in Perù, Argentina, Ecuador, Venezuela…..ma da genitori di origine ligure. Sono solo alcuni degli esempi che ci raccontano come la relazione tra il territorio genovese e molte terre lontane, rafforzata dai flussi migratori degli ultimi decenni, sia in realtà molto più profonda e radicata di quanto comunemente si pensi, in particolare con i paesi latinoamericani.

    Mayela Barragan, giornalista e scrittrice di origine venezuelana laureata in Comunicazione sociale in Italia dal 1989, nei suoi articoli e nelle sue interviste si è specializzata proprio nel racconto approfondito dei legami linguistici e culturali fra la Liguria e l’America Latina. Per farlo ha scelto il periodismo (giornalismo in lingua spagnola) narrativo, un genere di scrittura poco conosciuto in Italia, ma molto apprezzato nei paesi sudamericani dove ad esso sono dedicati corsi universitari, saggi, testi di approfondimento e testate specializzate. Nel periodismo narrativo si raccontano i fatti, ma con l’approccio narrativo e lo stile della scrittura letteraria: è una forma di giornalismo particolarmente adatta all’approfondimento. Applicato al racconto e all’analisi delle migrazioni, il periodismo narrativo appare un’efficace sintesi tra il giornalismo dei media multiculturali rivolti alle comunità linguistiche di origine straniera e la letteratura della migrazione di fiction. Lo stile narrativo potrebbe essere un’occasione per parlare di migrazioni in modo approfondito interessando un pubblico più vasto che non sia semplicemente quello di studiosi e addetti ai lavori. In Italia, molti giornalisti scrivono con uno stile di alta qualità “letteraria”. Alcuni, si pensi ad esempio a Tiziano Terzani, hanno trovato nella loro opera una sintesi felicissima tra la documentazione dei fatti e la qualità del linguaggio e della narrazione. Nel complesso non si può dire però che esista una vera e propria cultura del periodismo narrativo.

    Attraverso lo sguardo di Mayela abbiamo l’occasione di conoscere le relazioni, talora sorprendenti, di Genova e della Liguria con le terre dell’America Latina.

    Ci puoi raccontare come nascono le tue “storie di Liguria” che realizzi per le testate latinoamericane in lingua spagnola?
    «Attualmente sto collaborando con due riviste online Letralia e Fronterad, una latinoamericana, l’altra spagnola. Negli ultimi anni mi sono interessata al periodismo narrativo, un genere di giornalismo di approfondimento molto interessante che racconta la realtà con il linguaggio e lo stile della letteratura, poco noto in Italia, ma molto diffuso in America Latina. Da sempre io sono interessata anche agli aspetti letterari e stilistici della scrittura giornalistica. In questi ultimi anni mi sono documentata, ho studiato i principali testi sul periodismo narrativo e ora sto applicando questo genere nelle mie interviste per Letralia e Fronterad».

    «La Liguria è una terra di mare e, per questo, ha profondi legami con le terre lontane. Nelle mie interviste, voglio cercare le tracce di questi legami che sono rimaste sul territorio ligure. Ogni volta parto da un elemento di attualità, che mi permetta di collegarmi alla storia che voglio raccontare. Qualche anno fa ho intervistato il giardiniere di Italo Calvino, Libereso Gugliemi: nella sua esperienza ho trovato un collegamento con il Messico, perché lui è forse l’unico italiano capace di ricavare l’aguamiel dall’agave (nota: bevanda ricavata dal succo della pianta), una cosa che solo i messicani sanno fare. In un altro articolo recente ho fatto conoscere due borghi della riviera ligure, Recco e Camogli. Chi avrebbe detto che nell’isola più lontana del mondo della terraferma, Tristan da Cuñha, fra i cognomi più diffusi ce ne siano due proprio di Recco e Camogli, Lavarello e Repetto? Per scriverlo ho intervistato Lilia Mariotti, esperta mondiale di fari, gli organizzatori del Festival della Marineria e il direttore del Museo Marinaro…e ho scoperto i legami profondi di Recco e Camogli con i paesi dell’America Latina, in particolare Argentina e Uruguay. Il periodismo narrativo richiede, oltre alle interviste e agli incontri, molto approfondimento e una lunga preparazione per ogni articolo. Per questo mi sono documentata sulla storia locale leggendo vari testi e libri».

    «Un’altra intervista è nata quasi per caso. Visitando una mostra a Rapallo sulla poetessa cilena Gabriela Mistral, allestita per celebrare i settanta anni dal premio Nobel per la letteratura, ho incontrato una signora che era la sua segretaria, Graziella Pendola, ho preso i suoi contatti, la ho intervistata e grazie al suo racconto ho avuto la fortuna di fare conoscere aspetti inediti della vita della famosa scrittrice cilena. Ora sto preparando un articolo sulla sopraelevata…come sempre, parto da un elemento di attualità, come la mostra o il Festival della Marineria, e poi mi metto a cercare e a raccontare le storie. Molte persone mi dicono che potrei propormi anche ai giornali locali, di recente però non posso dire di aver mai tentato».

    Hai invece delle esperienze di scrittura, narrativa o giornalistica, direttamente in lingua italiana?
    «In italiano ho pubblicato un racconto sull’antologia Le Nuove Lettere Persiane (Ediesse, 2011) assieme ad altri scrittori e giornalisti stranieri, diversi articoli sul sito realizzato dall’ong Cospe Prospettive Altre e uno nell’ambito del progetto Luoghi Comuni dell’Università di Genova. Si trattava di realizzare una guida topografica di Genova “alternativa” cercando di scrivere dei luoghi della città che ti ricordavano la tua terra, per gli autori stranieri, o che ti hanno aperto il cuore. Uno dei miei racconti è stato selezionato. E’ dedicato ai giardini di Quarto intitolati a Simon Bolivar (nota: generale e uomo politico considerato eroe nazionale in molti paesi latinoamericani). Questa guida alternativa è molto interessante…io ho letto il racconto di una ragazza che parlava di una piazzetta di Oregina e mi è venuta voglia di andarci. Nel 2008 ho curato il saggio Forma Perfetta, (Mondolibri, 2009) una guida di esercizi di ginnastica e fitness. La casa editrice cercava autori per aggiornare le sue guide sull’esercizio fisico, ho inviato un capitolo ed è stato accettato! Tutto questo l’ho scritto direttamente in italiano. Da alcuni anni collaboro con il Festival della Poesia per il quale mi sono occupata di tradurre in italiano opere di autori latinoamericani e venezuelani. Ho anche altre cose scritte in italiano, per ora sono nel cassetto ma sogno di poter pubblicare in lingua italiana anche un romanzo. Ne ho inviato uno molto corposo a una casa editrice in Venezuela, per ora non è stato pubblicato. Per l’Italia sono positiva, penso che ci siano possibilità: certo non avrà cosi tante pagine».

    Quali sono le altre tue esperienze di lavoro nel settore del giornalismo?
    «Come giornalista ho lavorato in passato per El Carrete, giornale cartaceo della comunità cilena di Milano che si proponeva di raccontare sogni, problemi e diritti degli ispanofoni presenti in Italia. Ho scritto inoltre per la testata spagnola Rebelión, per la quale mi sono occupata in particolare di ecologia e temi relativi alle condizioni delle donne. Viaggiando molto per motivi familiari ho avuto occasione di scrivere per il Corriere di Tunisi, primo giornale della Tunisia fondato da emigranti italiani partiti da Livorno alla fine dell’Ottocento. Attualmente collaboro con il giornale venezuelano La Nacion, che è la principale testata della mia città di origine. Ho sempre cercato di scrivere in modo da fare un po’ di giornalismo e un po’ di letteratura, di andare sempre oltre la notizia».

    Molti giornalisti di origine straniera, per scelta o per necessità, in Italia hanno svolto o svolgono anche attività diverse. Ci puoi raccontare le tue altre esperienze professionali in altri settori?
    «In Liguria, ho lavorato anche nella mediazione culturale e attualmente sono insegnante di spagnolo per adulti nella scuola alberghiera di Lavagna. Dall’anno scorso anch’io faccio parte del progetto Migrantour, nato cinque anni fa a Torino e che si svolge in alcune città italiane e europee. Qua lavoriamo sia con le scuole che con gli adulti. Dobbiamo preparare degli itinerari e io ne ho messo a punto uno che sia chiama Moliendo café. Genova come città di mare e porto è da sempre uno snodo cruciale per il commercio del caffè. Il Venezuela è stato prima di essere superato da Brasile e Colombia, uno dei principali produttori di caffè, grazie anche al lavoro dei migranti italiani e di molti liguri. Preparando questo percorso, in un negozio del centro storico, ho scoperto che una nota marca di caffè spagnolo era prodotta a Manesseno. Genova è sempre stata importantissima per il caffè».

    Andrea Macciò

  • Bagnasco: «Accoglienza nel Dna dei cristiani». Pronte due nuove strutture per i senza fissa dimora

    Bagnasco: «Accoglienza nel Dna dei cristiani». Pronte due nuove strutture per i senza fissa dimora

    Cattedrale S.Lorenzo«Non dobbiamo guardare solo alla prima accoglienza nel momento dell’emergenza all’integrazione delle persone che vogliono stare qui e vogliono integrarsi con buona volontà. Cerchiamo delle modalità per una continuità dignitosa per tutti». Parole di Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, rilasciate in un’intervista all’agenzia Dire, a poche ore dall’inizio del Congresso Eucaristico nazionale, organizzato quest’anno a Genova. Per quanto riguarda la propria diocesi, l’arcivescovo ricorda che «Genova sta ospitando da tempo moltissime persone in diversi siti e abbiamo ancora continue richieste. Stiamo cercando nuove possibilità di sistemazione sia in strutture e realtà di dimensioni importanti sia in luoghi più piccoli per poter creare delle piccole presenze diffuse nella nostra diocesi; sappiamo quanto la Chiesa di Genova, come tutta l’Italia, sia stata pronta e continui a operare in questa direzione, facendo proprie le indicazioni del Santo Padre; l’accoglienza è nel Dna dei cristiani».

    Il Congresso e gli atti concreti

    Gioia e atti concreti di misericordia. A detta dell’arcivescovo queste saranno le parole chiave del congresso: nella direzione delle opere concrete di misericordia si colloca “l’opera-segno” che, come da tradizione, viene lasciata in ogni diocesi che ospita il Congresso: «Un ricordo visibile di carità, di amore fraterno – spiega Bagnasco – abbiamo deciso, infatti, di attivare due strutture per ospitare di notte una quarantina di senza fissa dimora, che hanno particolare bisogno specialmente d’inverno, per offrire alla sera un pasto caldo, un luogo di riposo e la prima colazione. Uno nel centro storico di Genova e l’altro nella zona di San Teodoro, prospiciente il porto». Altra opera concreata sarà la colletta straordinaria per i terremotati del centro Italia che è già stata annunciata proprio per il prossimo fine settimana: «Sarà fatta anche a Genova – conferma l”Arcivescovo – durante la messa conclusiva del congresso eucaristico in piazzale Kennedy, come in tutte le parrocchie delle diocesi italiane». Ma c’è ancora un messaggio di “misericordia concreta” che verrà lanciato dal Congresso eucaristico: «Un invito al servizio agli altri che scaturisce dalla vita cristiana, dal Vangelo – anticipa il presidente della Cei – innanzitutto nella propria famiglia e poi agli indigenti. Tanto più come conseguenza del Congresso eucaristico dove dall’Eucarestia, che è l’atto dell’amore di Dio verso il mondo, celebrata nella Messa, nell’adorazione, nelle catechesi, si passerà all’Eucarestia vissuta al servizio degli altri».

    L’assenza del Papa

    Cattedrale S.LorenzoPer Bagnasco, che lo scorso 29 agosto ha festeggiato il decennale del suo episcopato nella diocesi di Genova e che si appresta a terminare il suo secondo mandato da presidente della Conferenza episcopale italiana il prossimo 7 marzo, «è un grande onore poter ospitare questo evento ecclesiale, a cui ci siamo preparati con molto impegno e molta gioia». Come noto, non ci sarà papa Francesco. Qualcuno ha visto in questa assenza un segnale della diversità di vedute tra il progressista Santo Padre e il più conservatore presidente della Conferenza episcopale italiana. «Non c’è mai stato alcun contrasto con il Santo Padre, nel modo più assoluto – sottolinea l’Arcivescovo – tanto è vero che mi ha benevolmente confermato fino alla scadenza naturale del mio secondo mandato da presidente della Cei e mi ha anche nominato come suo delegato per il Congresso eucaristico. Ci incontriamo abbastanza di frequente, anche in occasioni private ed è il segno che va a sfatare e smentire tutte queste voci assolutamente infondate».

    Genova e il lavoro

    Il Congresso Eucaristico cade proprio nei giorni in cui Genova sta tornando a vivere tutte le più intense sofferenze degli ultimi anni: lavoro, sicurezza del territorio e immobilismo politico: «Auspico un miracolo: quello di essere più uniti a tutti i livelli. La situazione genovese dal punto di vista del lavoro è molto seria in questo momento – afferma Bagnasco – e anche noi sacerdoti, vescovi vediamo che la disoccupazione aumenta. Le situazioni sono molo gravi per i giovani che non riescono a entrare nel mondo del lavoro e quindi a farsi una famiglia, un progetto di vita, e per le persone più adulte che, perdendo il lavoro, hanno una famiglia da mantenere e impegni da onorare». Riguardo alle principali vertenze cittadine l’arcivescovo non si meraviglia che siano ancora in piedi. «La situazione è molto grave – conclude il prelato – noi cerchiamo di fare la nostra parte con molta discrezione e rispetto ma anche con molta attenzione: la gente lo sa e noi cerchiamo di camminare insieme». Il legame tra chiesa di Genova e il mondo del lavoro, ricorda il cardinale «è un aspetto storico, grazie anche all’opera dei cappellani del lavoro e dagli arcivescovi, da Boetto e Siri, fino ad oggi». Un rapporto che, secondo Bagnasco, è riconosciuto dagli stessi lavoratori: «Gli operai e i lavoratori lo sanno e il legame continua a prescindere dal rapporto che ciascuno può avere con la fede».

  • Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    viviana-barres-01La storia della nuova genovese di oggi, Viviana Barres, ci racconta una storia di migrazione come naturale inclinazione dell’essere umano al cambiamento, alla ricerca di opportunità per migliorare la propria vita e realizzare le proprie inclinazioni, non determinata da necessità immediate di carattere politico o economico. Nella nostra città Viviana si è fermata quasi per caso, incerta fra l’inseguire il “sogno nel cassetto” di ragazza, a un passo dalla realizzazione – recitare come attrice in una telenovela in onda sull’emittente televisiva Ecuavisa- e le possibilità più incerte offerte dalla vita in Italia. Lei ha scelto, non senza qualche rimpianto, l’incerto e negli anni in cui ha abitato a Genova ha cambiato numerosi lavori, in parte per necessità, in parte per un’inclinazione personale alla ricerca della novità e del cambiamento. Anche nella storia di Viviana troviamo un tema ricorrente: la difficoltà, talora la totale impossibilità, di vedere riconosciuti in Italia titoli scolastici e accademici acquisiti nel paese di origine.

    Il mondo cinematografico e televisivo non è mai scomparso dal suo orizzonte e, oltre alla conduzione del Tg Latinos di TeleGenova alcuni anni fa, Viviana è stata la protagonista di due delle puntate di Radici, una dedicata al suo paese d’origine e una a Genova. Un programma in onda su Rai3 nazionale che racconta appunto l’altra migrazione, quella che non arriva con i barconi e che è inserita con successo nel tessuto sociale e economico italiano, mediaticamente meno notiziabile, ma maggioritaria dal punto di vista numerico. Radici ha offerto al pubblico italiano la possibilità di conoscere i paesi d’origine dei nuovi cittadini attraverso gli occhi dei protagonisti dei documentari.

    Come afferma Viviana, quando la migrazione è ben radicata nel territorio di arrivo, è all’origine di quella che potremmo definire una doppia appartenenza, sentimentale e culturale. Le persone sentono come propria la città in cui risiedono, senza per questo recidere i legami affettivi e linguistici con la terra d’origine. Un aspetto che emerge con decisione dall’antologia poetica “Dove le parole sono sogni. Un viaggio poetico tra Ecuador e Genova”, pubblicata nel 2013 da Liberodiscrivere edizioni e realizzato grazie alla collaborazione tra il Consolato dell’Ecuador, il Festival Internazionale della Poesia e il Comune di Genova.

    Il libro in una delle sue sezioni raccoglie le opere poetiche e narrative dei partecipanti a tre concorsi letterari e artistici, in prevalenza giovani under 30 di origine straniera, arrivati in età prescolare o scolare o nati in Italia da genitori immigrati. Nei testi c’è una forte presenza dei temi legati alla propria esperienza migratoria: il viaggio, la diaspora, la nostalgia per il paese d’origine, il senso di appartenenza, la percezione della nuova città e l’esperienza del dialogo sociale e interculturale. Alcune opere poetiche e testi musicali affrontano in maniera esplicita il sentimento della doppia appartenenza affettiva e culturale. Nelle opere pervenute al concorso c’è però anche una linea personale e intimista e un’altra che affronta i temi sociali in maniera più generale.

    Dove le parole sono sogni è il risultato di una bella iniziativa nata in ambito latinoamericano e che in itinere si è rivelata realmente “interculturale”, raccogliendo l’interesse e la partecipazione di molte altre persone, sia di origine straniera che italiane. Come abbiamo già evidenziato parlando di letteratura della migrazione, le opere artistiche e letterarie degli autori stranieri in Italia possono essere utilissime per comprendere e ricostruire la storia del complesso rapporto fra la società italiana e i suoi nuovi cittadini, per mettere in discussione punti di vista etnocentrici, certezze e stereotipi.

    Tuttavia, la poesia, la letteratura e le altre arti restano prima di tutto un’espressione creativa personale, in fondo irriducibile a qualsiasi categorizzazione legata all’origine degli autori: di fatto non esistono scrittori o poeti migranti, esistono scrittori e poeti la cui opera è influenzata, come avviene per tutti, dalla propria esperienza di vita.

    viviana-barres-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata più di venti anni fa. In Ecuador stavo frequentando la facoltà di economia e nel frattempo avevo cambiato già alcuni lavori temporanei. Credo che cambiare spesso sia nel mio spirito, perché lo sto facendo anche ora. Mia madre, che già abitava in Italia, a Genova, mi diceva: vieni qua, prova cambiare vita, magari guadagnerai di più. E quando mia sorella, che nel frattempo si era innamorata di un ragazzo italiano, ha deciso di sposarsi e mi ha invitata al suo matrimonio, sono venuta in Italia per partecipare alla cerimonia. All’inizio è stato uno shock, soprattutto per la lingua, io non parlavo l’italiano, ma sono stata aiutata dalla presenza di parenti, amici e conoscenti che già da alcuni anni erano in città. Mia madre mi ha detto: prova a fermarti ancora qualche settimana, vedi se ce la fai, c’è una signora che sta cercando una ragazza che le tenga i bambini al mare».

    «È stata un’esperienza utile perché i bambini non ti criticano per gli errori di grammatica e con loro mi sentivo a mio agio. Quando sono arrivata a Genova, era maggio. Vicino al tempo dell’estate, della spiaggia e del mare, delle feste e così mi sono decisa a restare qualche mese. E ora, sono sono qua da più di venti anni».

    Come ti sei trovata nel tuo nuovo ambiente di vita? Ci sono differenze tra i tuoi primi anni in Italia e oggi?
    «All’inizio, quando stai vivendo una situazione nuova, vedi tutto diversamente, vedi tutto più bello. A parte lo shock iniziale della lingua, mi sono trovata molto bene nei primi anni a Genova. Mi sembra che in Italia l’ambiente fosse in generale molto più rilassato, accogliente. Ora i nervi sono tesi ovunque, non solo a Genova. Per uno straniero che arriva oggi, credo che sia tutto più difficile. Oggi è molto più frequente sentire in giro, soprattutto sull’autobus, persone che attaccano gli stranieri e per quello che ha fatto uno, vorrebbero far pagare tutti. A me non è mai capitato personalmente, ma sono situazioni che ho visto spesso negli ultimi anni. La città comunque mi piace, metà della mia vita è qua, metà in Ecuador. A volte penso che, se tornassi in Ecuador, l’Italia mi mancherebbe, degli amici che avevo allora, non so quanti ne ritroverei, forse uno o due. C’è stato solo un periodo in cui stavo molto male e desideravo tornare. Quando ti senti giù di morale e di spirito, ti viene voglia di ritrovare le tue origini».

    Prima di partire, avevi un “sogno nel cassetto” o un’aspirazione particolare?
    «In Ecuador, prima di partire, avevo risposto a un annuncio in cui cercavano attrici per una telenovela. Ho mandato il curriculum, ho fatto il provino e sono stata presa per recitare una parte. Era già tutto pronto, stavo già studiando il copione. Venendo in Italia per partecipare al matrimonio, ho perso la mia possibilità di lavorare nello spettacolo in Ecuador. Praticamente è come se avessi chiuso i miei sogni nel cassetto. Ogni tanto mi faccio delle domande: come sarebbe stata la mia vita se avessi continuato a recitare nella mia telenovela? E, invece, non sono neppure riuscita a sapere come è andata a finire la storia. Un’altra mia passione è la poesia, a me piace molto scrivere e negli ultimi anni ho partecipato ad alcuni concorsi, tutti a livello italiano. Per ora non ho nulla di pubblicato, anche le mie poesie sono tutte nel cassetto».

    In Italia hai cercato di inserirti nel mondo della televisione e dello spettacolo o ti sei concentrata su altre cose?
    «All’inizio non so neanche io perché, ma non ci ho provato, mi sono concentrata sugli studi e su altre attività. Ora invece sto pensando di riprovarci! Nel 2011 c’è stata la mia prima esperienza televisiva in Italia, il Tg Latinos di TeleGenova, un notiziario in lingua spagnola rivolto ai latinoamericani di Genova. Io mi occupavo degli eventi, di cosa succedeva nella città, e un’altra ragazza delle notizie di cronaca e politica dei paesi latinoamericani. Il Tg Latinos è durato due anni, poi ha chiuso per la crisi dell’emittente televisiva che lo aveva ideato. In seguito, sono stata contattata da Davide De Michelis, giornalista di Torino che stava lavorando a Radici, un programma che vuole far conoscere come uno straniero ha vissuto nel suo paese e come vive in Italia, le differenze che ci sono, come se l’è cavata nel nuovo ambiente. Nella prima parte, sono stata la protagonista di un documentario girato in Ecuador, nel quale racconto la storia della città in cui sono nata, Guayaquil, e la storia dei miei parenti, da Quito alle Isole Galapagos! Infatti, mentre io sono emigrata in Italia, loro si sono spesso spostati all’interno dell’Ecuador in migrazioni interne. Quando c’è stato il terremoto, che ha distrutto intere famiglie e danneggiato pesantemente varie zone dell’Ecuador, è stato molto duro pensare a come sarebbero stati ridotti molti luoghi del mio paese che ho avuto occasione di rivedere o vedere per la prima volta grazie a Radici. Questa primavera è stata girata la seconda puntata, ambientata a Genova, nella quale racconto la mia esperienza in città e in Italia. Lavorando per il Tg, ho conosciuto molte persone nell’ambito del cinema e dello spettacolo, e forse per questo mi hanno contattato per prendere parte a una produzione filmica cinese ambientata nel centro storico di Genova, che andrà in onda sulla televisione nazionale. Sul set ho conosciuto molte persone che mi hanno invitato a riprovare la carriera nell’ambito della televisione e dello spettacolo».

    viviana-barres-03Quali altre esperienze significative di studio e lavoro hai avuto a Genova?
    «Appena arrivata avrei voluto riprendere l’Università, quando ho scoperto che c’era da ricominciare tutto a capo. Per prima cosa ho fatto un corso di alfabetizzazione linguistica per imparare bene l’italiano a livello di grammatica e di sintassi, e in seguito mi sono iscritta alla scuola superiore. Inizialmente ragioneria, che avevo già frequentato in Ecuador. Era davvero pesante riprendere in mano cose già studiate anni prima, e per questo sono passata al corso dell’Istituto Bergese per tecnico di cucina, che era una delle mie passioni. Con il diploma mi sono potuta riscrivere all’Università e ho lavorato due anni come cuoca. Un’esperienza davvero faticosa, ma anche meravigliosa, come tutte le esperienze che ci arricchiscono. Negli anni successivi, grazie a un corso che prevedeva un tirocinio in un ente, sono entrata a lavorare come insegnante nel settore del doposcuola, dove mi occupavo di assistenza per i compiti in varie materie: matematica, spagnolo, italiano. Ho lavorato 5 anni, poi ne sono uscita per la crisi, ero una delle ultime assunte, il mio era il contratto più recente».

    «Un’altra esperienza interessante è stata il corso di Migrantour. Noi non siamo guide turistiche, siamo stranieri che fanno conoscere la parte della città (nel mio caso Genova anche se Migrantour ha sede a Torino ed è attivo in molte altre città) più simile ai nostri paesi!».

    Nel 2013 hai curato un’antologia poetica dedicata agli autori ecuadoriani e a poeti e artisti delle nuove generazioni. Ci puoi raccontare questa esperienza?
    «Nel 2009, tramite il consolato ecuadoriano, è stato organizzato il primo concorso di poesia dedicato agli artisti ecuadoriani, nell’ambito del Festival della Poesia di Genova, intitolato al poeta Jorge Enrique Adoum, aperto sia a opere in lingua italiana che in lingua spagnola.In questo primo concorso, molte delle poesie pervenute erano incentrate proprio sul tema della terra di origine, della mancanza, della nostalgia per il proprio paese. Io mi sono occupata dell’organizzazione della seconda edizione, che a differenza della prima è stata aperta anche a concorrenti non latinoamericani. A questo concorso hanno partecipato anche italiani e autori di altre nazionalità, fra le vincitrici c’è stata anche una ragazza albanese. Molte poesie erano sulle esperienze personali e in generale sul vissuto in Italia, a Genova, alcune sulle donne, sulla condizione femminile, alcune sull’amore o sui sentimenti. Nel 2012 è stato indetto il terzo concorso. A voce alta era un concorso di musica, poesia e danza riservato a giovani artisti under 30, sempre aperto anche ad autori non latinoamericani».

    «Dove le parole sono sogni, il libro che ho curato nel 2013 per le edizioni Liberodiscrivere, è un’antologia poetica che raccoglie i lavori dei vincitori dei tre concorsi letterari, le opere di poeti e artisti ecuadoriani che hanno partecipato alle varie edizioni del Festival della Poesia e alcuni testi di detenuti/e che hanno partecipato ad alcuni laboratori di scrittura tenuti nel periodo del Festival dai poeti ecuadoriani. Io non ho partecipato ai concorso perché ero coinvolta nella giuria…però è un periodo in cui ho scritto io stessa molte poesie! Ricordo che nei primi giorni non arrivava quasi nulla, iniziavo a essere ansiosa per questo, e ho iniziato a scrivere moltissimo. Per fortuna, poco prima della chiusura, sono arrivate moltissime poesie».

    I ragazzi e le ragazze che hanno partecipato al concorso si sono espressi in prevalenza in spagnolo o nella loro lingua madre o in italiano? Quali temi erano affrontati?
    «Alcuni dei ragazzi latinoamericani hanno scritto in spagnolo, altri in italiano. In generale penso che tutti scrivano del loro stato d’animo, di come si sentono nel momento e, come ti dicevo, molte poesie erano legate all’esperienza della migrazione e della nostalgia per il paese di origine. La necessità di scrivere si sente di più quando ti senti stressato, o giù di morale. Se tutto è lineare, è più difficile sentire la spinta alla scrittura. Però molte delle poesie arrivate, soprattutto delle ragazze più giovani, erano legate a questioni più private, al proprio stato d’animo in una storia d’amore, a esperienze e sentimenti personali».

    Andrea Macciò

  • Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    campo-rojaL’ultima settimana a Ventimiglia è stata bollente, senza dubbio, ma la contrapposizione alimentata dai media mainstream tra istituzioni e attivisti No Borders ha messo in qualche modo in secondo piano il vero dramma che continua a consumarsi nel comune frontaliero da più di un anno: il disastro umanitario che coinvolge centinaia di migranti sta peggiorando e sembra non avere fine. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un progressivo, quanto previsto, peggioramento della situazione; oggi l’attenzione pubblica è incentrata sul problema “ordine pubblico”, ma nei fatti siamo di fronte a una crisi politico-umanitaria, nazionale e comunitaria, le cui dimensioni sembrano crescere di giorno in giorno.

    Da gennaio sono arrivate in Italia 88 mila persone: secondo stime Ansa sono 138.312 i migranti presenti nel sistema di accoglienza, 30 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2015. 103 mila sono ospitati in strutture temporanee, tra cui oltre 12 mila minori non accompagnati. Dall’inizio del 2016, sono oltre 3 mila le persone che sono morte in mare, nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Non è solo Ventimiglia che sta scoppiando, ma tutto il “sistema Europa”.

    Il campo del Parco Roja

    L’evento che ha dato il via al “caos” dei giorni scorsi è stata la marcia dei migranti dal campo della Croce Rossa verso il confine. Per capire le ragioni di questa scelta, siamo andati direttamente in loco, verificando qual è la situazione all’interno della struttura che da qualche settimana ospita, in maniera temporanea, oltre 600 persone (stando al numero di colazioni che Caritas ha distribuito il 10 agosto). La prima impressione è che all’interno del campo siano molte le cose a non funzionare. I servizi e il cibo sono insufficienti: nelle docce non c’è acqua per tutti, come ci riporta un uomo sudanese che incontriamo all’interno. «Il cibo è troppo poco – ci racconta – due scatolette di tonno, un pugno di pasta, una mela e due biscotti divisi in due pasti. Spesso la gente è costretta a fare la fila due volte per prendere da mangiare a sufficienza, quando ne rimane». Anche i letti non bastano. Ci fa vedere le brandine all’interno del container dove ci troviamo: i prefabbricati hanno una capienza di quattro posti, ma spesso gli ospiti per ogni singola unità sono il doppio. Decine di persone sono costrette a dormire all’aperto, su delle brandine da campo senza materasso. Non ricevono cure mediche adeguate e spesso sono costretti ad aspettare ore o giorni per essere assistiti. Dopo migliaia di chilometri di fuga da guerre, miseria e morte, si sentono in trappola: vogliono lasciare l’Italia ma non sanno come fare. «Siamo bloccati qui e non sappiamo per quanto» conclude il nostro contatto. Alcuni ragazzi lamentano la mancanza di interpreti, cosa per la quale sono stati costretti a firmare documenti senza averli potuti leggere e tanto meno capire. Le carenze organizzative da parte delle istituzioni italiane sono piuttosto evidenti: una situazione che ricorda più le carceri nostrane che un campo di accoglienza.

    campo 02Le carenze del campo della Croce Rossa

    A peggiorare la situazione, il recente sgombero del campo informale, ricavato da una stalla in disuso presso il fiume Roja. A fine luglio, le utenze di acqua e gas erano state tagliate da personale tecnico accompagnato da funzionari della Digos, a quanto pare nonostante il parere del sindaco Ioculano che in precedenza aveva “garantito” la fornitura essenziale dell’acqua. Dopo pochi giorni, il 31 luglio, lo sgombero. Molti degli oltre trecento migranti che lì avevano trovato rifugio sono stati portati nel campo della Croce Rossa: il livello di sovraffollamento è quindi diventato insostenibile, mettendo in luce tutta l’inadeguatezza della logistica. Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto, due medici dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA), ci riportano la loro esperienza dentro il campo in cerca di strumenti medici per intervenire sul alcune ferite presentate da alcuni ragazzi: «Alla nostra richiesta ci è stato risposto che l’ambulatorio mobile è chiuso e che, comunque, non hanno materiale medico – spiega la dottoressa – perché ad uso esclusivo del personale ASL e loro (il personale della Croce Rossa, ndr) non possono assolutamente accedervi. Ci è stato riferito che per un’analoga situazione di rimozione punti, avevano dovuto aspettare per due giorni l’arrivo di un medico autorizzato».

    Quello che non si dice…

    Fuori dal campo, sono ancora molte le persone prive di ogni assistenza. Numerosi gli accampamenti spontanei che sorgono e scompaiono nel giro di una notte, al fine di evitare i controlli della polizia: continuano, infatti, i trasferimenti coatti da Ventimiglia verso altri centri di accoglienza sparsi per il paese; centri da cui, come abbiamo visto, ripartono puntualmente i viaggi della speranza verso i confini, come in un incessante gioco dell’oca, alimentato da un corto circuito giuridico sempre più imbarazzante tra diritti delle persone, convenienze diplomatiche e strategie politiche. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, nella sua recente visita in Liguria ha dichiarato che i migranti devono essere spostati da Ventimiglia, per alleggerire la tensione nella città: la cosa probabilmente non risolverà il problema, forse posticiperà il precipitare della situazione. Quello che in questi giorni sembra essere diventato un problema di ordine pubblico, pare essere un problema di volontà politica, sia a livello nazionale che a livello europeo: possiamo spostare le persone ma continueranno ad esistere, possiamo arrovellarci sulle cause delle migrazioni ma la realtà è che esistono e continueranno a esistere finché esisteranno guerre, sfruttamenti e sperequazioni. Chiudere le porte e i confini non risolve nulla: ieri Idomeni e Calais, oggi Ventimiglia e Como. E domani?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    maria-del-rosarioLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Del Rosario Morla Crespin, nata in Ecuador nel 1970 e arrivata in Italia dal 1999 con in tasca una laurea in economia e commercio e la qualifica di revisore contabile. Attualmente lavora in un centro di elaborazione dati e ricopre il ruolo di tesoriera del Coordinamento Ligure Donne Latinoamericane (Colidolat).
    Nella sua storia abbiamo trovato alcuni aspetti che la accomunano ad altre persone, la difficoltà per ottenere il riconoscimento dei titoli accademici e professionali acquisiti nel paese di origine, una lunga esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, e un incontro, inaspettato e felice, con la scrittura creativa.
    E’ una storia esemplare di come quella che viene definita “migrazione economica” abbia la possibilità non solo di andare a buon fine, ma anche, in qualche caso, liberare delle potenzialità inespresse delle persone.

    Maria Del Rosario Morla Crespin è l’autrice di un racconto vincitore di un concorso letterario del 2013, il “Premio Città di Cantù Suor Rita Borghi” riservato a persone di origine straniera che scrivono in lingua italiana. Il suo racconto “Per non saper cucinare….” in parte ispirato alla sua esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, è un delicato affresco dello spaesamento di Solidad, una donna immigrata che si trova quotidianamente di fronte a piccole incomprensioni linguistiche e culturali, dagli errori della lista della spesa alla “misteriosa” differenza fra basilico D.O.P. e basilico normale, alla relazione professionale con un uomo relativamente anziano in stato depressivo, una situazione per lei completamente nuova.
    Nel racconto emerge lo scambio reciproco di sensazioni ed esperienze tra Solidad e la persona che è incaricata di assistere, che proprio dall’incapacità di Solidad nella cucina trarrà la forza per intervenire in prima persona nella preparazione dei piatti e cercare in seguito di riprendere in mano la propria vita.

    Il racconto di Maria ci introduce quindi nell’interessante mondo della cosiddetta letteratura della migrazione.
    Per letteratura della migrazione si intende la produzione degli autori stranieri che scelgono la lingua del paese di arrivo come canale di espressione letteraria, caratterizzata in genere da numerosi spunti autobiografici legati all’esperienza migratoria. Le prime opere sono comparse in Italia nel 1990 con l’uscita di libri e racconti scritti a volte a quattro mani da immigrati e giornalisti o scrittori italiani: Immigrato di Mario Fortunato e Salah Methnani e Io venditore di elefanti di Pap Khouma. La letteratura della migrazione nel corso degli anni si è ritagliata un’interessante nicchia di mercato, con le sue case editrici e i suoi festival, e ha raccontato con grazia, fantasia e autoironia i temi del viaggio, della partenza e del distacco, lo spaesamento del migrante, le grandi e piccole forme di conflittualità “interculturale”, la dimensione quotidiana della vita delle persone di origine straniera che vivono nelle nostre città.
    Molti dei contenuti caratteristici di queste opere, in realtà sono temi e archetipi da sempre presenti nella produzione letteraria.
    Alcuni degli autori, infatti, criticano la definizione di letteratura della migrazione (e scrittore migrante) ritenendo che sia ghettizzante, che comporti un’attenzione prevalente sulla biografia dell’autore piuttosto che sui contenuti e lo stile del testo e che la sua diffusione sia attualmente determinata soprattutto da ragioni di marketing.
    L’obiezione non è infondata: è così scontato che uno scrittore di origine straniera debba produrre per forza “letteratura della migrazione”? La sua opera non può essere considerata letteratura tout court? In realtà si può individuare una differenza tra una produzione iniziale, dove prevalevano gli elementi autobiografici, di denuncia o testimonianza e una attuale dove prevalgono gli aspetti creativi e personali della scrittura. Il genere letterario di per sé è una costrizione, come ogni classificazione, ma in realtà molte opere considerate di genere pur rispettandone i canoni formali lo trascendono esprimendo estetiche, idee e contenuti più personali. Un caso da manuale è l’utilizzo che molti autori fanno del genere giallo o poliziesco, uno dei più fortunati sul mercato letterario, nel quale delitti e indagini possono facilmente diventare metafore per raccontare anche altro. Lo stesso fenomeno può accadere con la letteratura della migrazione, nella quale gli autori possono scompaginare le carte e raccontare la nostra società, quella del paese di arrivo, con uno sguardo nuovo, con uno salutare straniamento che ci può aiutare a metterne in luce le contraddizioni interne senza per questo fare necessariamente autobiografia. Gli scrittori di origine straniera che scrivono in lingua italiana non necessariamente quindi devono essere definiti “scrittori migranti” o parlare solo della propria esperienza. E’ però innegabile che quasi tutte queste opere, oltre ad avere in sé valenze squisitamente letterarie ed estetiche, risultino preziose per leggere le trasformazioni della società italiana negli ultimi 20-25 anni e il suo controverso rapporto con i nuovi cittadini. La produzione in una lingua diversa dalla lingua madre determina inoltre la scrittura in un italiano non standard, vitale e creativo, contaminato con altre esperienze linguistiche.
    Gli autori di origine straniera che scrivono in italiano hanno raggiunto oggi un numero apprezzabile, in particolare in alcune regioni come Lazio, Piemonte e Lombardia. In Liguria, invece, le esperienze di autori stranieri attivi nella letteratura sono molto rare.
    Dall’intervista con Maria, che è anche una forte lettrice e apprezza alcune autrici la cui opera è generalmente inscritta in questo genere, abbiamo avuto l’occasione di conoscere l’opinione di una persona che si è avvicinata alla letteratura della migrazione sia come lettrice che, per ora incidentalmente, come autrice. Il suo racconto, ricco di venature autobiografiche e incentrato sull’esperienza del lavoro nelle case, affronta diversi argomenti che si ritrovano in molti libri di scrittori italiani di madrelingua straniera.

    MMNG3In che anno sei arrivata in Italia? Hai iniziato subito a lavorare nel settore per il quale hai studiato in Ecuador?
    «Sono nata in Ecuador, a Guayaquil. In Italia ho deciso di venire nel 1999 per la particolare situazione economica in cui versava la mia famiglia: siamo otto sorelle più molti nipoti e allora io ero una delle sorelle non sposate, anche per per questo ho deciso di emigrare in Italia, non dovevo lasciare un marito o dei figli. La prima città in cui sono stata è Torino, ero assieme a un’amica. Là non ho trovato nessun lavoro né nessuna persona che conoscevo, e così, dopo un periodo a Milano, sono venuta a Genova, dove già abitavano alcune persone conosciute in Ecuador. Per diversi anni ho lavorato nelle case, come addetta alle pulizie. In Ecuador ero laureata in Economia e Commercio (con la qualifica di revisore contabile) ed avevo anche il titolo di insegnante per bambini. Dopo qualche anno ho iniziato a frequentare corsi finanziati dall’Ue e a interessarmi per il riconoscimento della laurea». 

    In Italia hai dovuto riprendere anche parzialmente gli studi universitari? Com’è stato il percorso per il riconoscimento degli studi?
    «Non ho dovuto rifare l’Università, ma è stata una cosa lunghissima, con fortissime difficoltà. Credo di essere stata la prima straniera – di sicuro la prima ecuadoriana – a farmi riconoscere la laurea in economia e commercio a Genova, allora non si sapeva a chi rivolgersi, quali fossero i requisiti. Mi è costato 5 anni e quasi 5000 euro! Per il riconoscimento era necessario tradurre tutti i programmi dei 5 anni del corso di studi, dovevano essere tradotti dall’ambasciata italiana in Ecuador, a Quito, che è molto lontana dalla mia città di origine. Se ne è dovuta occupare la mia famiglia, io ero qua, e ci sono stati diversi problemi per il reperimento e la spedizione dei documenti. Una volta avuto il riconoscimento, ho studiato per superare l’esame di abilitazione a Roma ed avere i requisiti per aprire uno studio da commercialista. A Genova, dove ho fatto domanda, non c’era nessun precedente di richiesta da parte di cittadini ecuadoriani».

    Hai avuto delle difficoltà o delle restrizioni legate al fatto di non avere ancora la cittadinanza italiana?
    «Non mi risulta che ci sia questo impedimento, almeno a me nessuno lo ha fatto presente. Io ho la cittadinanza italiana da circa un mese, quando ho fatto richiesta ero cittadina ecuadoriana. Per adesso ho rinunciato all’iscrizione, c’erano delle nuove spese e io, che già lavoravo in un centro di elaborazione dati, in quel momento non avevo idea di aprire uno studio mio».

    Ci racconti il tuo incontro con la letteratura e la scrittura creativa?
    «Quello con la letteratura è stato un incontro casuale. Una delle mie amiche, un’insegnante appassionata di letteratura e poesia, nel 2013 ha trovato un concorso letterario solo per stranieri che scrivevano in italiano, il premio letterario “Città di Cantù – Suor Rita Borghi”. A me piaceva molto leggere, sono associata a quasi tutte le biblioteche, ma questa era la mia prima esperienza di scrittura! Grazie anche al supporto della mia amica ho deciso di provare. In Ecuador avevo fatto alcune esperienze di scrittura di racconti brevi durante il mio percorso universitario. Il racconto che ho inviato a Cantù, in una busta chiusa e anonima, come richiedeva il concorso, si intitolava “Per non saper cucinare….” ed era liberamente ispirato al periodo in cui ho lavorato nelle case. Mi sembrava venuto bene, sapevo di essere brava a parlare e a raccontare, ma pensavo che mi mancasse un po’ di dimestichezza per scrivere in italiano. Qualche settimana dopo l’invio, la mia amica mi ha chiamato: erano usciti i nomi dei vincitori, e avevo vinto io. Per errore, la comunicazione dei risultati era stata inviata a un altro indirizzo…e così non ho potuto ritirare il premio il giorno della premiazione, l’ho ritirato in seguito».

    Dopo quell’esperienza hai mai provato a ritentare a scrivere altri racconti o a partecipare ad altri premi letterari?
    «Molte persone che hanno letto il racconto mi hanno detto che sono molto brava a scrivere, a costruire la situazione, anche la mia amica mi ha proposto di ritentare. Per ora non sono riuscita a riprovarci, anche perché in questo periodo sto lavorando molto e il tempo è limitato. So che sarei in grado di farlo. E’ che, quando scrivi, lasci sempre vedere una parte di te, qualcosa che è reale. Dopo aver letto questo racconto è capitato che molte persone mi fermassero per chiedermi se i personaggi descritti erano reali, o che fine aveva fatto il personaggio principale, quasi tutte lo interpretavano in senso autobiografico. Di natura io sono molto riservata e, forse, non ho ancora scritto altre cose del genere perché non volevo svelare altro di me stessa. La mia famiglia in Ecuador, tramite i molti mezzi di internet, è venuta a sapere del racconto e del premio…e così, ho tradotto per loro in spagnolo Per non saper cucinare…».

    Per la tua esperienza sia di lettrice che di autrice, una persona di origine straniera che scrive in italiano in qualche modo si ispira sempre ad elementi autobiografici? La prevalenza degli aspetti autobiografici secondo te è caratteristica dei cosiddetti “scrittori migranti”?
    «Credo che in ogni cosa che fa, uno scrittore metta qualcosa di suo, che sia straniero o italiano. Se scrive un’opera autobiografica, ci sarà qualcosa di più, ma credo che qualcosa ci sia anche nei personaggi di fantasia.
    Il primo libro italiano che ho letto è stato “L’odore della notte” di Andrea Camilleri. Io penso che nel suo personaggio, il commissario Montalbano, lui avrà messo qualcosa di suo, anche se di certo quei libri non sono testi autobiografici. La lingua letteraria, a metà tra italiano e siciliano, che ha inventato, mi piace molto.
    Fra gli autori di origine straniera che scrivono in italiano, mi hanno colpito in particolare i libri della scrittrice Silvia Campaña. Nella sua scrittura, sono riuscita a immedesimarmi, a trovare qualcosa di autobiografico. E’ come se avessi visto come sarebbe potuto diventare il mio racconto trasformato in libro. Si parla, ad esempio, dei problemi di comprensione della lingua che abbiamo noi sudamericani in Italia, con alcune parole, con le vocali doppie. Tutte queste cose, tutte le esperienze che molti di noi hanno vissuto arrivando in un paese nuovo, si ritrovano nei libri. E, in particolare, si ritrovano nei libri degli scrittori stranieri di origine che scrivono in italiano, proprio perché, scrivendo, ognuno non può fare a meno di mettere in quello che scrive qualcosa di suo, qualcosa di autobiografico».

    Andrea Macciò

  • Per non saper cucinare…il racconto

    Per non saper cucinare…il racconto

    Il martedì era il giorno della spesa “grossa”. Lui scriveva tutto a caratteri minuscoli in un foglietto con una scrittura fitta fitta e dettagliava ogni articolo da comprare con suoi commenti personali -Fai togliere il grasso- oppure –Taglia via i ciuffi del sedano prima di pesarli!-. Il problema per me, oltre a decifrare la sua scrittura, era capire cosa volesse!

    Ero arrivata da poco in Italia, qualche parola la conoscevo, capivo abbastanza quel che mi veniva detto, ma interpretare la lista della spesa del Sig. Egidio era veramente un… rebus! Un esempio? Continuava a scrivermi: -Basilico D.O.P. per il pesto- Ma cosa vuol dire?! La prima volta al supermercato mi aggiravo tra gli scaffali, nei vari reparti, ma niente, non trovavo niente con su scritto -Basilico D.O.P.-, allora feci vedere il foglietto ad una commessa e lei mi disse: “Ahhh il basilico! Se vuoi c’è in mazzetti… ma non è D.O.P!”. Io la guardai sorridendo perché non avevo capito nulla, nella speranza che mi mettesse in mano qualcosa con su scritto “Basilico D.O.P”. Lei invece si rimise a riordinare i biscotti che stava inserendo in uno scaffale, poi, vedendomi ancora lì impalata, mi indicò dei vasetti dietro di me dicendo: “Guarda, fai prima se prendi quello in vasetto, è già pronto!” . Seguendo il suo dito afferrai velocemente un vasetto verde. Sospirai sollevata, convinta di aver finalmente trovato il fatidico “Basilico D.O.P”. Arrivata a casa, dalle occhiate sornione e dal borbottio sommesso di Egidio, capii che quello basilico proprio non era: avevo preso un vasetto di crema alle olive!

    Ma fosse stato solo per il basilico! Metà della spesa era sempre errata, temevo sempre il rientro a casa perché lui, togliendo gli articoli dai sacchetti, quasi sempre esclamava frasi del tipo: “Ma nooooo…. E questo cos’è??” “E questo?? Ma Solidad, perché hai comprato i fagioli azuki? Che ci devi fare?”

    Io sgranavo gli occhi e ripetevo come un ebete: “Fagioli azuki? Mah… io veramente…”.
    Non sapevo proprio fare la spesa! Ma da quando ho iniziato a stare a servizio dal Signor Egidio, sono tante le cose che prima non sapevo e poi ho imparato a fare: stare dietro ad un anziano depresso in un paese straniero è una cosa che non avrei mai immaginato di fare, e invece… L’Italia mi ha accolta senza batter ciglio, senza entusiasmi e senza festeggiamenti. Arrivata qui dall’Ecuador senza conoscere nessuno, ho imparato pian piano come ci si comporta; in silenzio, senza disturbare, senza chiedere troppo ma anche senza smettere di cercare, senza togliermi mai dalla testa il mio obiettivo: trovare un lavoro dignitoso che mi permetta di mantenermi e di mandare i soldi alla mia famiglia che quieta e silenziosa come me, mi ha salutato da Guayaquil in una caldissima giornata di dicembre, del nostro clima tropicale.
    Egidio era la seconda persona anziana a cui badavo e, stando nella sua enorme e ricca casa sul mare, ho capito che più che lucidare e smerigliare, le immense stanze andavano riempite di calore umano. Egidio parlava poco, molto poco; a volte mi rivolgeva sguardi carichi di così tanta tristezza che mi veniva voglia di dirgli: “Guardi che sono io quella clandestina che è dovuta uscire dal suo paese, lasciando la famiglia e tutto quello che aveva di più importante al mondo, quindi su con la vita che tutto si può risolvere!”
    Altre volte, invece, quando bruciavo la cena o gli spaccavo l’ennesimo bicchiere, maldestra come ero e completamente incapace di cucinare anche un uovo, mi guardava con gli occhi buoni e mi diceva: “Poco male Solidad, sono solo bicchieri, vai su nella mansarda e porta giù quelli belli che sono nella scatola bianca, così possiamo usarli adesso, perché… se non ora quando? E già che ci sei porta anche un po’ di stracchino e prosciutto che oggi facciamo dieta!”. Molte volte se la rideva quando gli servivo una brodaglia insipida dicendo: “Escusame! Escusame!” ripetendo le scuse come una litania. Lui rideva, muoveva appena i suoi lunghi baffi grigi ma rideva, lo si vedeva dagli occhi. E io scoppiavo a ridere con lui.
    Poi, magari, per tre giorni non mi parlava, non apriva la porta della sua stanza quando bussavo e, sordo alle mie richieste: “Perché non mangia?” “Perché non si alza?”, lasciava che io entrassi nella sua stanza, che gli posassi qualcosa da mangiare sul comodino senza fiatare. La sera riaprivo la porta e niente, non aveva toccato cibo e se tentavo di parlargli mi diceva “Non ti preoccupare, mangerò domani…” e, in quei momenti, avevo imparato che l’unica cosa che potevo fare era lasciarlo tranquillo cercando di non farlo sentire tanto solo e triste.
    In queste giornate io mi rifugiavo a leggere i libri in italiano che mi aveva imprestato. Mi è sempre piaciuto leggere e piano piano attraverso la lettura si faceva sempre più chiara dentro di me la comprensione di questa nuova lingua. I mesi passavano, io leggevo, leggevo, lucidavo, compravo, stiravo, leggevo, telefonavo a casa, tentavo di cucinare seguendo una cuoca che in televisione mescolava allegramente ingredienti e canzoncine, leggevo, pulivo, lavavo finché un giorno… Me lo ricordo bene: ero lì in cucina (il mio incubo!) cercavo di mettere

    insieme qualcosa per la cena ed Egidio entra. Mi guarda, sorride, prende un coltello dal cassetto (“che vuol fare…” pensavo dentro di me) e mi dice: “Ora ti faccio vedere come si prepara un minestrone degno di questo nome!”
    Ed io, felice come una bambina, mi son messa a battere le mani saltando “Sì! Sì!”. Egidio maneggiava con cura e con abilità coltello e verdure: lavava, pelava, tagliava a cubetti, soffriggeva, aggiustava di sale, mescolava, insomma: lui sì che sapeva cucinare! Ed io lo seguivo passo passo lodandolo: “Egidio, finalmente in questa casa si mangerà come si deve!”

    E lui ridendo: “Eh sì cara Solidad, ci voleva la tua pessima cucina a farmi alzare dal letto!”.
    Da quel giorno Egidio era sempre più presente in cucina, io cercavo di imparare ma ero completamente negata! Fu così che fu lui, da quel momento in poi, a prendersi cura della cucina e per assicurarsi che anche gli ingredienti fossero quelli giusti, iniziò ad accompagnarmi a fare la spesa. Dopo anni si rimise al volante della sua auto e mi accompagnava al supermercato facendomi vedere come si sceglie frutta e verdura, come si leggono e interpretano etichette e ingredienti.
    Partendo dal cucinare e dal fare la spesa, giorno dopo giorno Egidio riprese in mano la sua vita: piano, senza fretta un passo alla volta lo vedevo uscire per andare nella sua ditta, dove da anni non metteva piede: andava a parlare con i suoi dipendenti, andava a sentire come andavano le cose, andava a controllare gli affari. Egidio era stato un abile imprenditore e nel giro di poco tempo non aveva faticato a rindossare quegli abiti cuciti addosso sulla sua persona, ma che l’oscuro “male di vivere” aveva ridotto a brandelli. La famiglia di Egidio non prese bene questa “rinascita” imprenditoriale: i figli, abituati da anni ad avere la delega su tutto il patrimonio e le aziende del padre, giudicato interdetto per la sua depressione e manie schizoidi, attendevano la revisione della commissione sanitaria che avrebbe prolungato o annullato l’interdizione.
    Arrivarono a minacciarmi che mi avrebbero tolto il lavoro se, all’incontro con la commissione sanitaria, non avessi dato testimonianza delle stranezze e della malattia del padre. Io, semplicemente, davanti a quei dottori che mi chiedevano come si comportava il signor Egidio dissi quanto vedevo e quanto corrispondeva a verità: Egidio usciva di casa, guidava l’auto, si recava in ufficio, usciva a passeggiare. In poche parole Egidio si era ripreso in mano la sua vita. I medici gli tolsero l’interdizione e lui poté nuovamente gestire la sua ditta e i suoi interessi. Io rimasi come colf presso la sua casa anche se part time perché, nel frattempo, aveva assunto una cuoca: “Cara Solidad” mi disse una sera “Io almeno una volta al giorno vorrei mangiare un pasto decente! La tua cucina non è migliorata di una virgola!” E così arrivò Irma che preparava i pasti della sera al signor Egidio e gli lasciava sempre qualcosa di pronto e “commestibile” nel frigo.
    Mi ritrovai ad avere i pomeriggi liberi e così iniziai a frequentare dei corsi gratuiti per disoccupati: soprattutto corsi di contabilità e amministrazione del personale, in modo da poter poi cercare un lavoro in campo impiegatizio. Mi resi conto che tutto sommato era stata una fortuna il non saper cucinare perché così era stata assunta un’altra persona e io potevo studiare meglio l’Italiano e impratichirmi con la contabilità.
    Passavano i mesi e gli anni. Egidio era contento che facessi i corsi, ma allo stesso tempo temeva il giorno in cui mi sarei licenziata per andare a lavorare come impiegata.
    Il giorno arrivò. Dopo tanti colloqui e periodi di praticantato senza retribuzione, una ditta mi offrì un lavoro full time come impiegata amministrativa. Pensai e ripensai a come dirlo a Egidio: dopo sei anni avrei lasciato quella casa.
    Una sera dopo cena gli sorrisi e gli dissi: “C’è una novità!”.
    Lui mi guardò dalla sua poltrona dove si rintanava a leggere i giornali: “Hai trovato un lavoro” “Sì, inizierò tra due mesi Signor Egidio!”
    “E’ giusto, sono contento per te.”
    Non disse altro e sprofondò dietro una pagina di cronaca.
    Due mesi dopo feci i bagagli, sgombrai la mia stanza e con un silenzioso abbraccio mi congedai da lui. Era Settembre.
    Un mese dopo la schizofrenia entrò nuovamente nella sua testa rinchiudendo lui in un ospedale e me in una profonda angoscia per i sensi di colpa che non mi davano pace.

  • Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    santa-maria-vittoria-mura-angeliIl quartiere di Mura Angeli, nella Sampierdarena arroccata sulle colline, poco prima del cimitero della Castagna, è una sorta di piccolo borgo a sé stante. Il nome stesso in realtà non è ufficiale ma è stato dato dagli abitanti, dato che la “via principale” di questa sorta di paese nella città è via Mura degli Angeli.

    In questa realtà circoscritta, uno dei punti di riferimento, assieme ai bar e ai giardinetti, è la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un edificio dalle forme oggettivamente sgraziate ma molto caro ai residenti, che probabilmente già da questa sera, ospiterà 6 migranti.

    Don Gianni Grondona, parroco di Santa Maria della Vittoria, ex missionario e assistente spirituale della comunità “San Benedetto al Porto” di Don Gallo, ha accettato di rispondere all’appello lanciato dall’associazione diocesana Migrantes e di rendere questa casa di Dio, un rifugio per chi scappa da guerra e povertà. «I ragazzi avranno l’impegno di formare comunità tra loro e di inserirsi nell’ambiente del nostro quartiere» ci dice nella luminosa sagrestia in cui ci riceve, «ognuno di loro avrà poi un impegno specifico che stiamo ancora definendo, sotto forma di borsa lavoro e anche questo servirà a rendersi più autonomi, per imparare a gestirsi e anche per dare più dignità ai servizi che faranno». Non mero assistenzialismo dunque, ma un processo di integrazione ragionato e serio.

    Processo che riguarda tutte le parrocchie genovesi che siano disponibili ad aprire i cancelli del proprio sagrato, con il coordinamento dell’ufficio diocesano Migrante, il cui responsabile è don Giacomo Martino. E’ lo stesso sacerdote che ci aiuta a capire come è organizzata l’accoglienza ecclesiale.

    bagnasco-migranti-profughiQuante parrocchie in Genova portano avanti progetti di accoglienza come quello che tra poco ospiterà Santa Maria della Vittoria?
    «Al momento questa è la terza parrocchia (le altre due sono Nostra Signora delle Vigne, in centro storico, e San Giacomo, a Cornigliano, ndr), però ci sono già altre cinque parrocchie che entro la fine dell’estate sono pronte a fare questo bel gesto concreto di accoglienza». 

    Quanto e perché nasce Migrantes?
    «Nasce oltre 28 anni fa a livello nazionale insieme con quello che è il vero inizio della migrazione come fenomeno. Parte come fondazione nazionale, poi si sviluppano le sue ramificazioni all’interno delle varie diocesi per dare un’accoglienza a quelle che sono le comunità religiose di migranti residenti nel nostro territorio, in particolare quelle comunità cattoliche per le quali si vuole dare un’accoglienza anche di Chiesa; persone che vengono da posti diversi, che pregano in modo diverso e che, giustamente, devono trovare un po’ del loro modo di essere Chiesa anche qui da noi».

    Si rivolge solo agli immigrati cattolici o è di portata più generica?
    «Beh in realtà il punto di partenza è quello, un’attenzione dedicata alle comunità religiose; poi naturalmente, di fronte a un Dio che non fa differenza tra le persone, cerchiamo di essere davvero aperti a tutti e, soprattutto, di aiutare per quanto possibile tutti coloro che in qualche modo si sentono ancora stranieri nelle nostre città».

    Qual è la tendenza verso questa accoglienza in Liguria, estendendo un po’ il campo di analisi? È crescente, in diminuzione, vorrebbe di più, temeva di meno…?
    «Diciamo che la Liguria, contrariamente a quello che è un po’ il pensiero comune anche di noi liguri verso noi stessi, è estremamente accogliente. È giusto quindi, credo, per la gente dare una progettazione e un significato a questa accoglienza, strutturandola per renderla efficace. Questo vivere in perenne emergenza fa male a tutti».

    Migrantes opera sotto direttive della curia o è una realtà a parte?
    «È una realtà ecclesiale. Questo progetto di accoglienza concreta, in particolare, nasce in un supporto al di fuori di quelle che sono le nostre originarie missioni che ci vengono affidate. Recentemente, a livello ligure ci siamo incontrati con i responsabili dell’ufficio missionario della Caritas e di Migrantes proprio per tentare di fare un lavoro insieme».

    Domanda provocatoria: se uno dei doveri di un sacerdote è l’obbedienza e il papa poco tempo fa ha proprio chiesto di accogliere, perché non lo fanno tutti i preti?
    «Beh indubbiamente l’accoglienza può essere espressa in tanti modi. Lo dico sinceramente: ci sono effettivamente a volte impossibilità ad accogliere date dalla mancanza di spazi o incapacità personali a essere direttamente coinvolti sul campo; ci sono persone che in un qualche modo possono per sensibilità essere diversamente accoglienti. Credo che, però, la parola del papa circa la necessità di accogliere non sia stato un ordine quanto un invito; ma un invito molto, molto, molto dettagliato».

    Ai rifugiati Migrantes dà delle mansioni, degli indirizzi, li coinvolge in attività…?
    «Noi cerchiamo di eliminare ogni assistenzialismo, di creare un popolo nuovo che abbia sempre maggiori opportunità di interazione col territorio, con le altre persone. Cerchiamo di non generare solo grandi “case” ma di scendere attraverso le parrocchie nella particolarità di una realtà piccola, in una relazione che è fondamentale. Dico un popolo nuovo perché, proprio come diceva il papa durante la giornata del rifugiato a gennaio, l’accogliere l’altro indubbiamente fa sì che noi accogliamo e l’altro si adegui un po’ al luogo dov’è accolto, ma è altrettanto vero che anche noi dobbiamo cambiare perché accogliere l’altro vuol dire cambiare, diventare un po’ come l’altro».

    Il Comune e gli enti pubblici in generale collaborano con voi nella gestione di questa delicata questione, oppure vi lasciano a “briglia sciolta” e, diciamolo, anche un po’ da soli?
    «L’iniziativa è a livello europeo, le opportunità sono date anche da una sorta di progettazione europea che purtroppo, secondo me, ancora oggi è troppo emergenziale e troppo poco strutturata, per cui davvero in ogni anno ci si trova, in questo periodo in modo particolare, con situazioni difficili da affrontare. L’altra sera ero a vedere la partita di pallone al palasport con oltre 150 ragazzi ospitati lì che attendono di trovare una collocazione e questo credo che debba essere completamente rovesciato. Recentemente in un incontro col Comune, che ci sta concedendo degli spazi dove vorremmo fare una sorta di campus formativo per i nostri ragazzi, si stava dicendo che si dovrebbe passare dai centri di accoglienza in emergenza, che si chiamano CAS, a quelli invece che hanno una progettazione di maggiore inserimento nel territorio, che si chiamano SPRAR. Oggi le parti sono invertite rispetto a quanto sarebbe ottimale, più del 90% è ai CAS e meno del 10% è agli SPRAR, dovrebbe essere il contrario».

    L’accoglienza delle parrocchie è unicamente legata a quelle che sono le scelte, i suggerimenti, le richieste di Migrantes o può anche essere un’iniziativa spontanea del parroco?
    «La Cei per queste iniziative ha prodotto un vademecum interessante. Si tratta comunque di progetti che prevedono un iter che ha un altissimo controllo da parte della prefettura. È necessario non solo avere un’importante esperienza ma anche darsi una struttura che, forse, una singola parrocchia non riuscirebbe a fare o rischierebbe di fare con un modo così particolare che non sarebbe poi effettivamente utile per chi viene accolto».

    A denti stretti: lei crede nella possibilità che l’integrazione davvero in Italia possa diventare effettiva e che non si finisca invece come in America, dove dopo 150 anni di coabitazione etnica ancora adesso hanno luogo violenti scontri razziali?
    «Ci sono mille numeri, mille statistiche. Sentivo un economista che diceva che le forti migrazioni poi bilanciano l’andamento economico del paese, oppure altri che evidenziano il problema demografico in Italia per cui ogni anno la differenza fra nati e morti è di 450.000 persone, ma francamente non mi aiutano molto i numeri. Forse sono un po’ idealista, ma credo che gli italiani abbiano delle belle risorse di accoglienza e culturali che, sicuramente a fatica, sicuramente con qualche incidente, potranno dare buoni frutti. Credo e spero che, in questo, davvero l’Italia possa essere ancora una volta un esempio di accoglienza, così come a nostra volta siamo stati, forse non sempre benevolmente ma, accolti».

    Sorge spontaneo il timore, in un periodo di rischio continuo di scontri etnici e di tristissimi fatti di razzismo che colpiscono anche il nostro paese (l’ultimo e il più vicino a noi è l’aggressione, pochi giorni fa, per motivi unicamente razzisti di sei italiani ai danni di un senegalese diciannovenne a Imperia mentre rincasava dal lavoro), che possa verificarsi un qualche incidente in grado di rendere un bel esempio di accoglienza (e coerenza ideologica) un pretesto per aumentare il tono di voce per chi vive di slogan xenofobi. Don Gianni, parroco di Santa Maria della Vittoria, ci risponde con un sorriso: «Con la paura non si va da nessuna parte» replica sereno. Non si scompone nemmeno quando lo provochiamo sottolineando che qualcuno potrebbe urlare indignato “prima gli italiani”. Il sacerdote ricorda, infatti, che le parrocchie già pongono in essere numerosi servizi di assistenza agli indigenti, di qualunque etnia, sul territorio, come la distribuzione di pacchi viveri e indumenti. «Poi, se vuoi la risposta da prete – conclude – il vangelo di domenica scorsa diceva che un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…non diceva che era un uomo straniero, che era un uomo italiano, che era un uomo povero o che era un uomo ricco, che era bravo o che era cattivo; era un uomo, e quindi un uomo ha bisogno, un uomo si accoglie».

    Alessandro Magrassi