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  • Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Dal 29 gennaio all’1 febbraio l’europarlamentare spezzino Brando Benifei (capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo) è stato in missione istituzionale al confine tra Croazia e Bosnia, dove da settimane la polizia croata respinge i migranti che dalla Bosnia cercano di entrare in Croazia, e quindi nell’Unione europea. Era Superba l’ha intervistato per farsi raccontare quello che ha visto e per cercare di inquadrare la situazione nel più ampio contesto europeo.

    Se infatti le cronache delle ultime settimane si sono giustamente concentrate sui metodi talvolta violenti degli agenti incaricati dei respingimenti e sulle condizioni disumane in cui vivono i profughi rimasti in Bosnia, almeno altrettanto importanti sono state per esempio l’impotenza (e talvolta la negligenza) della Commissione europea, incapace di imporre una linea europea all’immigrazione o le politiche restrittive di molti Paesi (Italia inclusa) che hanno contribuito a rendere la rotta balcanica il collo di bottiglia che conosciamo oggi.

    Insieme a Benifei hanno partecipato alla missione gli europarlamentari del PD Alessandra Moretti, Pietro Bartolo e Pier Francesco Majorino. Le missioni in uno Stato membro, in Paesi extra-Ue o in conferenze internazionali fanno parte delle normali prerogative del Parlamento europeo, e in particolari delle commissioni parlamentari. «In questo specifico caso – spiega Benifei – vista l’urgenza di comprendere quanto stesse accadendo ed agire di conseguenza, come avviene di prassi in questi casi, la missione è stata organizzata dalla delegazione del PD, e ovviamente concordata e appoggiata dal gruppo dei Socialisti e Democratici (il gruppo del Parlamento europeo che riunisce i partiti dei vari Paesi dell’Unione europea di centrosinistra, ndr)».

    La rotta balcanica è il percorso dei migranti provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan per raggiungere l’Europa. Qual è il contesto che l’ha resa il collo di bottiglia che vediamo oggi? Hanno influito anche le scelte degli ultimi governi italiani (soprattutto con le politiche di Minniti e Salvini) che hanno quasi chiuso la rotta mediterranea?
    La rotta balcanica è una delle principali rotte migratorie insieme a quelle del Mediterraneo. Nel 2015, nel pieno dell’emergenza nei paesi del Medio Oriente, è diventata la principale via di accesso al continente europeo. In quel periodo l’Unione Europea, e in particolare alcuni stati membri come la Germania, adottarono misure di accoglimento dei migranti particolarmente permissive. Tuttavia, a partire dal 2016, anche per via di accordi con la Turchia, il flusso è stato interrotto e il percorso dei migranti si è notevolmente complicato. Campi profughi con condizioni di vita spesso precarie sono stati distribuiti tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia. Venendo alle politiche migratorie italiane, il decreto Minniti-Orlando del 2017 è nato con l’obiettivo di accelerare le procedure di esame dei ricorsi sulle domande di asilo e aumentare il tasso delle espulsioni di migranti irregolari. È chiaro che pesava e pesa la mancanza di norme adeguate alla migrazione economica, avendo noi ancora l’impianto della Legge Bossi-Fini in piedi.  Tuttavia, alcune importanti criticità sul decreto nella sua applicazione pratica sono poi emerse, ma è stato con il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza dell’anno successivo che sono stati fatti gravi e duraturi danni all’intero sistema italiano di accoglienza e gestione dei flussi migratori, in particolare quando si tratta di richiedenti asilo.

    Anche se la crisi va avanti da anni, soprattutto nelle ultime settimane abbiamo visto le condizioni disumane in cui sono costretti i migranti, “ospitati” in centri d’accoglienza a dir poco inadeguati o costretti a vagabondare nei boschi, in un periodo di freddo particolarmente intenso. Quale situazione avete trovato voi?
    L’incendio che ha distrutto il campo profughi di Lipa (città della Bosnia non lontana dal confine con la Croazia, ndr) lo scorso 23 dicembre, e la successiva decisione delle autorità bosniache di chiuderlo senza trovare un’adeguata soluzione, si è rivelato drammatico. Da quel momento un migliaio di persone tra i 19 e i 60 anni arrivati principalmente da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh, sono rimaste senza alloggio, in luoghi in cui di notte le temperature scendono fino ai 20 gradi sottozero. Durante la nostra missione abbiamo visitato il campo di Lipa e ci è stato subito chiaro che le condizioni di vita sono effettivamente disumane. Le tende messe in piedi sono poco riscaldate, l’acqua è scarsa e i servizi igienici limitati. A questa drammatica situazione si aggiunge il comportamento delle autorità croate verso chi tenta di oltrepassare il confine. Respingimenti violenti, sequestro ingiustificato di telefoni cellulari e altri possedimenti dei migranti sembra siano all’ordine del giorno. Non possiamo consentire che si faccia finta di niente.
    Oltre a essere un confine tra due Stati, quello tra Croazia e Bosnia è anche un confine dell’Unione europea. Crede che la Commissione stia ponendo la giusta attenzione al problema o che sia “distratta” dalla gestione della pandemia, la distribuzione dei vaccini e i piani di ripresa economica? Al Parlamento europeo, invece, cosa si muove su questo fronte?
    Le violazioni e le mancanze relative al rispetto dei diritti fondamentali dei migranti e la scarsa capacità di gestione del fenomeno migratorio a livello europeo sono ormai evidenti a tutti, da molti anni. Il Parlamento Europeo, in particolare il gruppo dei Socialisti e Democratici di cui fa parte la delegazione del PD, ha portato avanti molte iniziative nel tempo per sensibilizzare e segnalare alla Commissione europea la drammaticità della situazione, inchiodandola alle sue responsabilità. Ad esempio, è stata recentemente approvata dal Parlamento una risoluzione che denuncia lacune e carenze nella politica UE sui rimpatri. Come in molti altri ambiti, ritengo che il Parlamento europeo sia riuscito a mostrarsi come principale “guardiano” dei diritti dei migranti, mostrando una chiara determinazione a fare luce sulle violazioni e a cercare di impedirle. Penso che la Commissione debba ascoltare con più attenzione le richieste del Parlamento e agire di conseguenza con determinazione, nonostante le oggettive difficoltà di mettere d’accordo i 27 stati membri in sede di Consiglio europeo, soprattutto in materia di migrazione. È chiaro che la pandemia che ci siamo ritrovati ad affrontare, e tutte le complicazioni che sono seguite, ha avuto un impatto negativo sulla questione. Non è tuttavia possibile utilizzarla come scusa per non agire con forza e rapidità in difesa dei diritti umani. Per questo ora lavoreremo dal lato del Parlamento Europeo sul nuovo Patto per le Migrazioni che la Commissione Europea ha presentato e su cui è impegnato in prima persona il mio collega Pietro Bartolo.

    Quanto, nella gestione delle migrazioni, è responsabilità dell’Unione europea e quanto invece dei singoli governi nazionali (in questo caso quello croato) che scelgono di chiudere i propri confini?
    L’Unione europea gode effettivamente di competenze condivise con gli stati membri a riguardo. I Trattati indicano chiaramente che l’Unione deve sviluppare una politica comune in materia di immigrazione, ed elaborare una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi. Tuttavia, negli anni è stato evidente come gli stati membri siano particolarmente restii a cedere anche piccole parti della loro sovranità in ambito di gestione dei flussi migratori. Tutti sappiamo quanti problemi e tentativi di modifica ci sono stati relativamente alla famosa Convenzione di Dublino (il regolamento europeo che fa sì che responsabile dell’esame della richiesta d’asilo sia il primo Paese d’arrivo, spesso criticato dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo, naturali primi Paesi d’arrivo per chi arriva dal nord Africa o dal medio oriente). La verità è che attualmente sono ancora i singoli stati ad avere voce in capitolo e si dovrebbe per questo lavorare, in ogni sede istituzionale UE, per aumentare le competenze a livello di Unione. La Commissione, ad esempio, si è certamente resa colpevole di gravi mancanze e parziale incapacità di azione, ma non bisogna scordare che gli strumenti di cui dispone non sono poi così tanti rispetto alla vastità delle problematiche.

    Quali modifiche legislative, a livello di Unione europea, auspicate per una gestione più comunitaria delle migrazioni?
    Come dicevo, il flusso di migranti e rifugiati verso l’Europa ha dimostrato il bisogno di una politica per l’asilo più giusta ed efficace a livello comunitario. È dal 2017 ormai che il Parlamento Europeo si batte per una seria e sostanziale riforma del regolamento di Dublino. Purtroppo l’opposizione in sede di Consiglio (organo che riunisce i capi di Stato o di governo dei singoli Paesi membri dell’Unione europea, ndr), e in particolare da parte di alcuni stati membri, non ha permesso di raggiungere gli obiettivi sperati. La gestione dei flussi migratori non solo deve essere effettivamente portata a livello comunitario, ma occorre che sia anche fondata su quel principio di solidarietà tra stati membri presente nei Trattati, con ricollocamenti obbligatori e superando il principio del Paese di primo ingresso, che blocca ad esempio in Italia molte persone che vorrebbero andare altrove.

     

    Crede che la Commissione Von der Leyen, rispetto alle precedenti, dal punto di vista della comunicazione voglia dare l’idea di una gestione più muscolare dei confini (cedendo anche qualcosa alla retorica identitaria) e che la Croazia in qualche modo si senta legittimata nella sua azione da questo nuovo corso? Penso per esempio alla polemica sulla volontà iniziale della Commissione di istituire un commissario per la “protezione dello stile di vita europeo” o ai ringraziamenti di Von der Leyen al governo greco per aver fatto da “scudo” all’Europa durante le crisi nei campi di Lesbo dell’estate scorsa, indicando esplicitamente gli immigrati come un pericolo da cui difendersi…
    La Presidente Von der Leyen, e la Commissione in generale, si sono ritrovati a dover affrontare problemi e sfide di enorme portata per l’Unione Europea. Spesso il Parlamento, e in particolare il gruppo S&D, non si trova del tutto d’accordo con l’operato della Commissione, in primo luogo per quanto riguarda alcune scelte nei messaggi da trasmettere. Certamente sul fronte della gestione comune dei migranti ci sono enormi margini di miglioramento, ma occorre ricordare che in questo ambito l’ultima parola spetta purtroppo al Consiglio, dove i punti di vista dei Paesi sono sempre complicati da conciliare. Riguardo alla Croazia, non penso che la Commissione condivida in alcun modo le modalità spesso a dir poco discutibili con cui le autorità stanno gestendo i flussi migratori e infatti la Commissaria Johansson, responsabile per il tema, è intervenuta più volte sulle autorità croate a fronte di episodi emersi nelle cronache giornalistiche e anche giudiziarie.

     

    Anche il Governo italiano, oltre a quello croato, ha la sua quota di responsabilità in questa situazione, dal momento che i migranti riammessi in Slovenia vengono poi spesso respinti a loro volta in Croazia e quindi di nuovo in Bosnia. Avete esposto la situazione anche al governo Conte e la farete presente anche al prossimo?
    È purtroppo vero che anche dall’Italia avvengo molte più espulsioni che in passato, in particolare al confine con la Slovenia. Occorre tuttavia ricordare che la pandemia ha effettivamente complicato la gestione dei flussi migratori, soprattutto in Italia essendo stato uno dei paesi colpi maggiormente e prima degli altri dal COVID-19. La delegazione PD al Parlamento Europeo, e il PD in generale, ha seguito e continuerà a seguire con attenzione quanto accade a livello di Ministero dell’Interno, dove le decisioni riguardo queste espulsioni vengono effettivamente prese. Non appena il nuovo governo si sarà formato, ci assicureremo di stabilire un rinnovato e costante dialogo per assicurare il rispetto dei diritti dei migranti. Riteniamo che l’accordo attualmente vigente tra Italia e Slovenia, che addirittura precede l’ingresso di quest’ultima nell’Unione Europea, debba essere superato.

    Sulla sua pagina Facebook ha pubblicato un video in cui racconta come la polizia croata vi abbia inizialmente impedito di ispezionare il confine. Quali motivazioni hanno assunto per impedirvi di portare avanti la vostra missione? Anche il ministro croato Bozinivic vi ha accusato di aver agito illegalmente e di aver voluto screditare la Croazia…
    Come è ormai noto, a poche centinaia di metri dal confine fra Croazia e Bosnia, una decina di agenti di poliziotti ben armati ci ha impedito di proseguire formando un posto di blocco improvvisato. Neanche interventi telefonici delle rappresentanze diplomatiche hanno potuto sbloccare la situazione. Gli agenti si sono anzi irrigiditi. Ci siamo poi incamminati pacificamente per tentare di proseguire, rimanendo comunque all’interno dei confini europei e dunque senza infrangere alcuna norma in vigore. Ma gli agenti ci hanno seguiti e fermati nuovamente, formando poi un cordone per impedirci di andare avanti. Nessuna specifica motivazione ci è stata fornita. La nostra libertà di movimento come cittadini europei e rappresentanti eletti ci è dunque stata negata su suolo europeo senza valido motivo. Un fatto gravissimo. Il governo croato ha poi cercato di strumentalizzare la situazione per meri fini politici. Noi non abbiamo mai infranto alcuna norma e abbiamo sempre agito nel rispetto della legge e del programma della visita precedentemente condiviso con le autorità, volendo solo svolgere il nostro lavoro, in quanto siamo decisori sul bilancio dei fondi europei che le stesse autorità croate utilizzano per operare sul proprio confine con un territorio esterno all’Unione Europea.

    Luca Lottero

  • “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    In questi giorni di scontro politico, aspro e a tratti disarmante, sui soccorsi in mare, abbiamo raccolto una storia “di terraferma”, dove la nostra democrazia e la nostra civiltà da tempo “sta facendo naufragio”. Una piccola e breve testimonianza che riporta prepotente la riflessione su un sistema, quello della gestione dello straniero senza diritti e documenti, fuori legge in quanto tale, che prosegue la lunga catena del sangue e della tragedia, che parte da lontano ma che arriva a pochi metri da noi.

     

    E il terzo giorno più uno resuscitò, uscendo con le sue gambe dall’inferno in cui era stato scaraventato. Prese la sua vita, raggiunse la stazione, e dopo più di dieci ore era di nuovo a Genova. Sopravvissuto. Incredulo. “Italiani, non sapete quello che state facendo”.

    Questa storia la raccontiamo partendo dalla fine, dal sedimento indelebile che ha lasciato nella vita difficile di un uomo, in Italia da quindici anni, che per una serie di errori e legali efficienze è stato scaraventato nel fondo melmoso della nostra democrazia. “Quando sono uscito ho dato quello che potevo a chi rimaneva, ma non ho preso contatti, non ho tenuto nomi nella mia testa, l’unica cosa che voglio è dimenticare quello che ho visto”. Ma noi non possiamo permettercelo, perché quello che ha visto è quello che succede ai margini delle nostre città, adesso, in Italia. Anno del Signore 2019. E in qualche modo ne siamo responsabili.

    Povero Cristo, nome di fantasia, è un uomo arrivato dall’altra sponda del Mediterrano ad inizio degli anni duemila, con una laurea breve in tasca, insieme al sogno di una vita migliore. Ma l’integrazione non è facile: “Ho scelto di frequentare il meno possibile i miei conterranei – racconta – certo sarebbe stato più semplice, ma in questo modo si rimane stranieri”. Arriva un corso professionale, arriva il lavoro, ma anche l’alcool e i problemi. E una condanna, per rapina: “Un fatto che non ho commesso – tiene a sottolineare – ma che ho pagato con un anno di carcere”.

    Ma il carcere, in questa storia, è solo un passaggio, un termine di confronto, uno strumento: “Io sono grato all’Italia, perché mi ha dato un’altra possibilità, con dottori e assistenti sociali che mi hanno aiutato”. Sì perché una volta uscito dal carcere arriva anche un decreto di espulsione. “Ho fatto ricorso, ottenendo la sospensiva e mi sono mosso per ottenere i documenti necessari per rimettere a posto la mia vita”. Ha un appuntamento in questura, a quale si presenta puntualmente, senza sapere che quella stessa sera avrebbe visto quello che non dovrebbe esistere.

    In questura, infatti, non risulta il ricorso, le carte dei tribunali, non sono condivise con le questure, anche se il calendario segna 2019: “Ho sbagliato, non mi sono portato il documento dietro – ammette – e i poliziotti hanno fatto quello dovevano fare”. Il tempo di avvertire a casa, e poi l’attesa del trasferimento: “Sono stato accompagnato in aeroporto, e tra due poliziotti in borghese ho volato fino a Roma, e poi Bari, su aerei di linea”. Il tutto a spese nostre. Destinazione finale il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari Palese, situato a poche decine di metri dallo scalo Karol Wojtyla del capoluogo pugliese. “Durante il viaggio mi hanno trattato bene – vuole precisare – e io che mi vergognavo della mia situazione, ho cercato di far vedere ai passeggeri che ero tra amici”.

    [quote]Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”[/quote]

    Un centro, quello del capoluogo pugliese, finito agli onori della cronaca per una recente rivolta dei suoi ospiti, lo scorso dicembre, le cui motivazioni, grazie a questa testimonianza sono chiare e lampanti, come riconosciuto anche da una recente visita del Garante nazionale delle persone private delle libertà, passata praticamente inosservata nel trambusto mediatico sull’argomento. Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”.

    Ma la “gita”, dicevamo, finisce presto, e dietro le porte del Cpr si dischiude un inferno fatto di follia, sangue e chimica. Dopo la registrazione di rito, arriva la visita medica: “Un infermiere, non un dottore, mi ha guardato, ha visto che stavo in piedi, mi ha chiesto se avevo qualche malattia e mi ha fatto andare”. Un minuto, scarso. “E poi mi hanno fatto entrare nel centro vero e proprio”.

    La struttura è composta da capannoni, con dentro stanze, e dei cortili. Le telecamere sono solo fuori, come gli agenti e i militari, che non entrano mai, se non per prelevare chi è di turno per il rimpatrio.

    Nessuno gli ha comunicato dove andare: “Vai e arrangiati, mi hanno detto”. Ma la freddezza dell’accoglienza viene subito dimenticata: “La prima cosa appena entrato che ho visto, praticamente sulla soglia, è stato un ragazzo nigeriano, che nudo si dimenava, sanguinante perché si era appena tagliato con qualcosa”. Questa scena si ripeterà molte volte in quei quattro lunghissimi giorni. “Ci ho messo poco a capirlo: lo dentro non esiste la legge, se non quella del più forte. Fortunatamente sono riuscito a trovare un letto, e qualcheduno mi ha dato una coperta e sono riuscito a sistemarmi”. Mettersi comodo per uno spettacolo che non voleva vedere. “L’igiene non esiste, nessuno pulisce i bagni, nessuno entra nelle stanze. Il cibo è scarso, con un bicchiere di latte al mattino, e un etto di pasta e un pezzo di pollo sia a pranzo che a cena”. Quello che non manca mai sono gli psicofarmaci: “Te li danno a richiesta e in quantità. Forse per calmare le persone, ma spesso il risultato è che la gente esce di testa”.

    La notte fa freddo e il letto senza lenzuola non fa dormire: “Quasi tutti i vetri delle finestre sono rotti – racconta – perché in tanti hanno usano i cocci per tagliare e tagliarsi”. In teoria all’ingresso dovrebbe essere consegnato un kit, con una tuta, biancheria, lenzuola, sapone e asciugamani “ma spesso, quasi sempre, non viene consegnato”. Ma gestito: “Grazie ad un mio compaesano, che sapeva fare la voce più grossa di altri, ho avuto al terzo giorno questo sacco, ma tutto era ovviamente fuori misura”. È previsto un servizio di lavanderia, ma con tempistiche vaghe e “i vestiti te li ridanno ancora bagnati”.

    E così passano i giorni, tre più uno per P.C., ma settimane e mesi per altri: e nelle stanze e nei corridoio sono in molti a tentare la via del ricovero per uscire da lì. Numerose le risse e le violenze tra “ospiti”: “Nessuno interviene, se non quando tutto è finito, per raccogliere i feriti, ma solo se succede nei cortili esterni e nei corridoi, nelle stanze non entra nessuno”. Solo la pietà di chi è altrettanto ospite spesso salva uomini moribondi. Talvolta.

    Ma i momenti più difficili sono quando arriva il giorno del rimpatrio: “Quando arriva il turno, e arriva senza preavviso, entrano i poliziotti, accompagnati dal personale delle cooperativa che gestisce il centro”. Viene chiamato il nome; sono quelli gli attimi più drammatici: “le persone impazziscono e iniziano a tagliarsi, ferirsi per non essere presi, o per sperare in un ricovero”. E le scene a cui assiste P.C. sono indelebili: “Un ragazzo, avrà avuto vent’anni, aveva un pezzo di vetro, e davanti ai poliziotti si è tagliato la gola, da solo”. Sangue misto a terrore. “Non l’ho più visto”.

    Poi per Povero Cristo, arriva un colloquio con un giudice di pace, i documenti che attestano il ricorso sono saltati fuori, può uscire. Per cui le porte del Cpr si riaprono, questa volta nel senso giusto. “Avevo ancora un po’ di soldi con me, e sono riuscito a prendere un treno e a tornare a casa”. A casa, la sua Genova, che gli ha saputo dare una possibilità, doppia, per tirar su una vita difficile ma dignitosa. “Il carcere in confronto a quello che ho visto è un albergo, non potrò mai dimenticare, quei giorni per me sono un incubo, tutti dovrebbero sapere e vedere cosa succede, cambierebbero molte cose“. Forse.

    Spesso si sente dire che i lager in Libia non dovrebbero esistere, si parla di porti e soccorsi – riflette P.C. prima di congedarsi – ma forse gli italiani dovrebbero anche preoccuparsi di quello che succede in Italia”. Perché l’inferno è anche sulla terraferma, a pochi metri dalle nostre case, fuori dai titoli di giornale e dalle tendenze dei social. E ne siamo responsabili.

     

    Nicola Giordanella

    Illustrazioni di Emanuele Giacopetti

     

     

  • Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    20k 01Ventimiglia è una realtà sospesa, in bilico su un baratro che potrebbe rivelarsi più tragico della realtà oramai cristallizzata da anni. La crisi umanitaria legata alla presenza di centinaia di migranti, è sempre più un’emergenza politica. Dopo i fatti di Macerata e Firenze, un’ombra inquietante ha raggiunto il comune frontaliero, sospeso tra l’inadeguatezza istituzionale e legale di un paese in perenne campagna elettorale.

    Il sindaco Ioculano ha ricevuto una lettera minatoria, con all’interno un messaggio inequivocabile: “Basta negri! (…) l’Italia agli italiani! L’eroe di Macerata insegna. Anche Ventimiglia avrà la sua strage con te in testa e una decina di sporchi negri. Contaci!”. Firmato “Eroe Vendicatore”. Chiarissimo. Un sottile filo nero, quindi, che attraversa il paese, dal cuore fino ai suoi confini. E se a Macerata la strage non si è compiuta, a Firenze un “negro” è divenuto bersaglio, tra tanti, della follia.

    Tensione

    Ma qual è oggi la situazione nel capoluogo frontaliero? Ne abbiamo parlato con gli attivisti di Progetto 20K, il collettivo che da alcuni mesi sta provando ad arginare la tragedia umanitaria, attraverso assistenza sanitaria, legale e logistica per le persone in viaggio che attraversano Ventimiglia. “Oggi assistiamo ad una situazione di completo disagio e abbandono da parte delle istituzioni locali – ci raccontano – che è culminato con l’emergenza neve e gelo, che ha spinto molte persone a trovare rifugio ammassati sotto il ponte, visto che il campo della Croce Rossa è in sovraffollamento”.

    Ma il clima che si respira è peggio del freddo: “La tensione post elettorale si sente anche qua”, e coinvolge anche i cittadini italiani, costretti ad una convivenza col disagio cavalcata dalle forze politiche che propongono il pugno duro verso i clandestini, il “prima gli italiani”. Non è un caso che a Ventimiglia la Lega sia il primo partito con quasi il 30% e che Casapound abbia conquistato l’1,22%, tra i risultati migliori su scala nazionale.

    C’è tensione anche tra migranti stessi – ci spiegano – oggi sono circa 150 a vivere nell’alveo del Roja”. Qualche giorno fa una pesante discussione all’interno del gruppo ha esacerbato gli animi, portando in strada una rissa: “Sono volate anche delle pietre, che hanno danneggiato qualche macchina. La reazione delle popolazione è stata immediata: mobilitazioni, incontri con sindaco e richieste di sgombero del campo informale“.

    [quote]La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie[/quote]

    Secondo gli attivisti questo ha giustificato un giro di vite da parte della Questura: “Sono stati fatti diversi arresti, in città come davanti al nostro info-point, plateali. La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie”.

    Paura

    C’è paura. Ma questa volta è la paura dell’uomo bianco. “Temiamo azioni vere, ispirate a Macerata e Firenze. A Ventimiglia il terreno è fertilissimo per certe dinamiche – continuano i 20Ks – Abbiamo dovuto chiudere lo sportello, addesso andiamo direttamente sul Roja a distribuire vestiti, prestare assistenza sanitaria, supporto legale e logistico”.

    Davanti a questo fallimento sociale e politico non possiamo non sottolineare ancora una volta la necessità di soluzioni ragionate e strutturali – si legge nel comunicato diffuso dal collettivo – la migrazione stessa è un fenomeno strutturale, per cui è necessario dare risposte lungimiranti”.

    [quote]Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà,[/quote]

    E’ nell’aria uno sgombero. Non sarebbe il primo, e non sarebbe l’ultimo, probabilmente. Non esistono numeri ufficiali, ma il flusso delle persone “in attesa” è costante da anni oramai. Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà, che sta barcollando verso una strada politica evidente.

    Ma è il contesto nazionale costellato da episodi inquietanti ad aver aumentato il potenziale di criticità che in questi anni è stato lasciato radicarsi nel comune frontaliero. Ventimiglia è ancora una volta, quindi, confine. Un confine da riconoscere prima di ritrovarsi ad averlo già attraversato.

     

    Nicola Giordanella

    (Foto 20K)

  • Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    migranti-ventimiglia-confineIl regolamento proposto dal Prefetto di Genova, Fiamma Spena, presenta alcune novità. Oltre a ribadire che la titolarità del diritto di rimanere all’interno dei centri di accoglienza è riservata ai richiedenti asilo, o ai titolari del diritto di protezione internazionale, e a stabilire alcune norme basilari di convivenza, riguardanti la pulizia e la gestione degli spazi comuni, impone nuovi doveri e nuovi divieti che non erano contemplati in precedenza. La violazione di queste regole è punita, talvolta, addirittura con la revoca delle misure di accoglienza. Abbiamo chiesto a Federico Rahola, docente di Sociologia all’Università di Genova, di commentare gli articoli del regolamento più significativi.

    Art. 4 Doveri degli ospiti: d’ora in poi vige un rigido coprifuoco

    Uno dei punti del quarto articolo del regolamento, stabilisce che “L’ospite si impegna a rientrare nel centro entro le ore 21.30 durante la stagione autunnale/invernale ed entro le 22.30 durante la stagione primaverile/estiva. L’uscita mattutina dal centro non potrà avvenire prima delle ore 7.00. Deroghe agli orari di rientro e uscita potranno essere ammessi dal gestore del centro per giustificati motivi oggettivi o soggettivi.”

    Bisogna notare che gli ospiti sono persone adulte, a cui dovrebbe essere garantita la libertà individuale di entrare e uscire liberamente da quella che, anche se provvisoriamente, è casa loro. Le strutture sono finanziate dalla Prefettura, che stabilisce con le cooperative che le gestiscono delle convenzioni e che elargisce a queste ultime dei fondi. Secondo l’opinione di Rahola, questa norma, che mira a evitare il fenomeno del “randagismo”, tira in ballo una questione importante: gli ospiti delle struttura, adulti e teoricamente liberi, vengono in realtà tenuti “al guinzaglio”.

    «Gli immigrati che devono rispettare questa norma diventano così diversamente abitanti – dice Rahola – Tutto ciò introduce un nuovo modo di abitare, regolato da misure restrittive che, fra l’altro, violano le norme sull’aiuto internazionale». Infatti quanti godono della protezione internazionale sono solo in teoria individui liberi, come prevederebbe la legge. In realtà, sono posti in una situazione di inferiorità, sottoposti a un controllo che non è giustificabile dal punto di vista legislativo, né rispettoso della loro libertà in quanto individui.

    «Si può anche fare riferimento al Decreto Minniti – continua Rahola – che mira a evitare gli assembramenti urbani: anche questo limita molto le libertà individuali, ma sinceramente non ne vedo il motivo. Non credo, infatti, che i gruppi di immigrati che si riuniscono in gruppetti in mezzo alla strada possano essere pericolosi… Non mi risulta, per esempio, che ci sia una propensione allo spaccio maggiore fra i migranti rispetto ad altri gruppi sociali, come sociologi, antropologi ecc...».

    L’atteggiamento della Prefettura produce un effetto di criminalizzazione nei confronti della figura del richiedente asilo, «che si traduce in una forma di detenzione, in termini pratici – conclude il docente – in modo che queste persone non hanno modo di condurre una vita normale». Non si tratta però dell’unico ordine di problemi. In base a questa imposizione, gli operatori dei centri dovrebbero verificare che tutti siano rientrati nelle strutture negli orari stabiliti, ma questo compito dovrebbe essere svolto al di fuori del loro orario di lavoro. Ecco uno dei motivi per cui la proposta del Prefetto ha suscitato il malcontento anche di molti lavoratori dei centri di accoglienza.

    Art.5 Divieti per gli ospiti: divertirsi poco e attenzione al decoro

    struppa-migranti-post-it-inesFra gli altri divieti, l’articolo successivo impone il “divieto assoluto di: introdurre e consumare alcolici, ospitare amici o parenti senza autorizzazione del responsabile della struttura di accoglienza, svolgere attività di accattonaggio di qualsiasi tipo (ad es. in strada, davanti ai negozi ecc..)”.

    Di nuovo, ci troviamo davanti a limitazioni importanti delle libertà individuali. Il non poter bere sembra davvero ben lontano da una misura atta a tutelare la salute dei richiedenti/titolari del diritto di protezione internazionale. Il non poter avere ospiti, poi, non trova alcuna giustificazione razionale se non quella di voler aumentare il controllo sulle persone presenti nella struttura, ma non solo. Sembra che l’obiettivo sia quello del voler limitare le comunicazioni e i contatti fra gli immigrati, uno strumento che viene usato per indebolire i fronti di opposizione.

    «Non possono avere ospiti, non possono avere una relazione di amicizia normale – riflette Rahola – Questo limite che viene imposto alla loro possibilità di scoprire il territorio e di comunicare con gli abitanti limita fortemente la possibilità di comunicare e quindi di crearsi un’opinione critica sulla realtà che li circonda. Come se fosse un minore, il richiedente asilo o chi ha già ricevuto lo status di rifugiato è completamente governato da strutture che lo prendono in carica in un ambito che è estremamente autoreferenziale. Un ghetto soffocante: ecco come definirei questo sistema di accoglienza, così regolato».

    Sempre secondo il sociologo, si può fare un parallelismo con alcune istanze espresse dalla Giunta che si è recentemente insediata in Comune: «Sono state espresse opinioni contro al mercatino, (quello dei portici di Sottoripa), e addirittura contro quello che è stato definito lo scandalo dei cassonetti della spazzatura… Si è detto che è inammissibile che i cassonetti siano poco sicuri, in quanto c’è sempre qualcuno che ci rovista dentro». Ma che tipo di città può produrre provvedimenti di questo tipo? «Una città che riduce gli spazi informali in cui una quota significativa della popolazione povera ha cercato di sopravvivere – sottolinea RaholaI migranti fanno paura in quanto poveri. Essi producono delle forme di sussistenza al di fuori dell’economia normale, e questo viene ostacolato. Il risultato è la produzione di uno spazio sociale estremamente selettivo». C’è chi sostiene, si potrebbe obiettare, che le norme che limitano la libertà d’azione dei poveri stranieri abbiano l’obiettivo di sostenere i poveri italiani, «ma non c’è alcuna norma a tutela di quest’ultimi, a fronte delle numerose che ostacolano gli stranieri!».

    Art 6 Revoca delle misure di accoglienza: se non sei d’accordo, sei fuori

    manifesti-memoria-migranti-16L’ultimo articolo stabilisce una punizione piuttosto severa per chi infrange alcune delle regole imposte agli ospiti dei centri. “L’accoglienza può essere revocata nei casi di: abbandono anche per un solo giorno del centro di accoglienza senza preventiva autorizzazione del responsabile del centro. L’ospite può essere autorizzato ad assentarsi dal centro per non più di tre giorni consecutivi per motivate ragioni di carattere oggettivo o soggettivo, previa autorizzazione del gestore; mancata frequenza senza giustificato motivo dal corso di formazione linguistica.”

    Quella che viene imposta è un’obbedienza ferrea alle norme della struttura, a prescindere dalla loro sensatezza. Per quanto riguarda l’assenza dalla struttura, la regola sembra avere l’intenzione di produrre un controllo capillare sui movimenti degli ospiti, secondo il principio (più volte ribadito) “dove arrivi, rimani”. I corsi di lingua, infine, sono spesso inutili: incomprensibili per gli analfabeti, troppo semplici per chi, invece, ha studiato. Il risultato è che non solo gli insegnanti fanno una fatica enorme nel relazionarsi con la classe e nel tentare di trasmettere delle nozioni. La conseguenza prodotta da questa disattenzione nei confronti delle disparità della classe, rende le lezioni spesso una perdita di tempo.

    «Ed ecco che torna la metafora del guinzaglio – commenta il professore – perché ciò che viene limitato è la libertà di movimento, osteggiata con ogni mezzo possibile, a ogni livello legislativo. Pensiamo a ciò a cui sono sottoposti in Italia il richiedente asilo e il rifugiato: limitazioni della libertà individuale e di movimento, e addirittura lavoro gratuito. Il lavoro gratuito per antonomasia è lo schiavismo. I soggetti sono vincolati moralmente a un patto di accoglienza. Devono essere grati dell’ospitalità che viene loro concessa. Devono sdebitarsi, ed ecco come: lavorando gratis. E poi, non essendo cittadini normali a tutti gli effetti, non sono liberi: sono in uno stato di subordinazione giuridica, vivono in uno spazio limitato, all’interno del quale è anche ridotta significativamente la loro possibilità di comunicare, di pensare, di farsi un’idea critica della società che li ha accolti e del quadro normativo che li costringe”.

    Viene da chiedersi, a questo punto, come si possa considerare libero, democratico e “basato sul lavoro” un paese che accoglie in questo modo chi fugge dalla guerra e dalla povertà.

    Ilaria Bucca

  • Refugees Welcome, la piattaforma on line per l’accoglienza dei migranti. Quando domanda e offerta si incontrano

    Refugees Welcome, la piattaforma on line per l’accoglienza dei migranti. Quando domanda e offerta si incontrano

    refugees welcomeNei tempi rapidi in cui viviamo, spesso la realtà e le consuetudini anticipano il lento carrozzone degli enti formali e istituzionali. Il discorso vale per le imprese commerciali, per il lavoro, per la creatività e l’arte, per l’informazione, ma non solo: da oggi anche la solidarietà si muove sulle ali della tecnologia. Anche a Genova arriva “Refugees Welcome”, il luogo virtuale dove chi cerca accoglienza può trovare chi gliela offre.


    La piattaforma online dove si incontrano domanda e offerta

    Si tratta di una piattaforma online di origine tedesca, ma che ormai opera in diversi Paesi europei: Austria, Grecia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e anche Italia. L’idea è venuta a una coppia tedesca, che si è chiesta che cosa poteva fare per diminuire la distanza fra “Noi”, i cittadini dei Paesi che accolgono, e “Loro”, i rifugiati. La risposta è sfociata nella creazione di un portaleche funziona da luogo di incontro fra la domanda e l’offerta. L’offerta è composta da quei “soggetti” (individui, famiglie, gruppi di amici conviventi) che hanno del posto libero in casa e vogliono metterlo a disposizione di soggetti svantaggiati. La domanda, invece, è rappresentata da quanti, avendo già ottenuto lo status da rifugiato o il permesso di soggiorno, escono dal “limbo” dell’accoglienza istituzionale e devono camminare sulle sue gambe: trovare un lavoro, una casa… insomma, costruirsi una vita autonoma, anche economicamente. Ma non solo: rientrano nella categoria dei soggetti che possono essere aiutati anche persone che si trovano in uno stato di bisogno economico (disoccupati o ragazze madri, per esempio).

     

    Perché aderire al progetto: un grande esempio di solidarietà

    A Genova, si sono iscritti già 12 soggetti: 4 famiglie, una donna lavoratrice trasfertista, una ragazza che convive con il fidanzato, alcuni studenti e un gruppo di amiche che ha deciso di convertire un piccolo business di Airbnb. Francesca Martini, una delle fondatrici del progetto in Italia e referente di Genova, che ha presentato il progetto, ha spiegato: «Più che di accoglienza si tratta di ospitalità domestica. Abbiamo deciso di sganciarci dall’idea di famiglia di un certo tipo: l’esperienza è aperta a singoli, anziani, coppie gay o etero, studenti o famiglie mamma papà e bambino». A Genova, il primo a usufruire del servizio è stato Mohamed, accolto da una giovane coppia di Campomorone, Roberto, ingegnere di 33 anni, Simona e la loro piccola figlia, Irene (5 mesi). Simona ha spiegato che, anche se la figlia è troppo piccola e probabilmente da adulta non avrà ricordi dell’esperienza, vedendo le foto avrà dimostrazione di un atto di solidarietà, dal quale non potrà che imparare. Della stessa idea è la giovane donna che, quando si è accorta di aspettare un bambino, ha deciso di aderire alla piattaforma: «Mi sono chiesta che cosa potrò rispondere a mia figlia quando sarà grande e mi chiederà che cosa ho fatto per loro». Fra i beneficiari dell’accoglienza, c’è anche una ragazza madre italiana.

     

    Un altro tipo di accoglienza è possibile

    In Italia, Refugees Welcome esiste, oltre che a Genova, a Milano, Torino, Bologna, Abruzzo, Padova, Marche, Romagna, Firenze, Catania e Cagliari. «L’obiettivo è dimostrare che un altro tipo di accoglienza è possibile, che il fenomeno delle migrazioni è qualcosa che ci riguarda, non vogliamo seguire un modello di accoglienza assistenzialistica o caritatevole o tanto meno come scopo di business, il nostro sistema punta alla condivisione, allo scambio reale». Questo non significa, però, che saranno i soggetti ospitanti a doversi sobbarcare l’intero costo del progetto. Come ha spiegato Germana Lavagna, anche lei promotrice del progetto nella nostra città: «Attivando una rete di amici e familiari che vogliono aiutarti e sentirsi parte di quest’esperienza, raccoglieremo piccole donazioni mensili per aiutare a sostenere le spese. Mandiamo delle richieste via mail ad amici e conoscenti: i contribuiti mensili variano dai 3 ai 50 euro mensili e saranno versati attraverso bonifici bancari o donazioni anticipate».

     

    Al di là delle critiche

    Un progetto che si potrebbe collocare quindi al di fuori delle critiche che vengono fatte al sistema di accoglienza istituzionale e sfuggendo alla logica del “quanto ci costa accogliere un immigrato” e disintegrando i qualunquismi del “se li accogliessero in casa loro”. Si tratta anche di un modo attraverso il quale «I cittadini possono essere attori attivi e non passivi dell’accoglienza, oltre quelle che saranno le decisioni dei Sindaci e dei Prefetti», come ha spiegato Michele Acampora, anche lui promotore dell’iniziativa genovese. Michele, che abbiamo intervistato, ci spiega che il progetto si colloca in un’ottica totalmente apolitica. Il sistema dell’accoglienza “normale”, spiega: «continua a essere essenziale. Fornisce infatti supporto legale e finanziario (per esempio con il pocket money) che è importantissimo». Tuttavia, «dal momento che nell’accoglienza i contatti fra i ragazzi e i cittadini sono praticamente assenti, si tenta con questo progetto di superare questi limiti. La convivenza aiuta a superare questi ostacoli, per esempio quello della lingua», prosegue Acampora. Ci viene anche spiegato in che modo Refugees Welcome garantisca che lo scambio sia davvero paritario, e non un rapporto di subordinazione di chi è ospitato nei confronti dei suoi “benefattori”. «Attraverso una serie di incontri preliminari, che durano circa cinque mesi, si definiscono le caratteristiche del soggetto così bene da creare il match perfetto – spiega Acampora – alla fine del percorso, si crea un progetto di accoglienza, che viene approvato da entrambe le parti». L’intervistato tiene a ribadire che «il progetto è un passo diverso dall’accoglienza istituzionale, alla quale non vuole contrapporsi”, pur riconoscendo che il sistema istituzionale è “affaticato”. Michele non sa dare una soluzione a tale disfunzione: «forse uno snellimento delle procedure, ma non nel modo in cui è stato fatto, cioè creando procedure legali diverse per gli italiani e per gli stranieri».

    Ilaria Bucca

     

  • Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Via Coronata 100
    L’ingresso del complesso ex Asl di via Coronata

    Dopo la manifestazione sotto la Prefettura dei giorni scorsi, in mattinata arriva l’annuncio: le porte della struttura che ospita i migranti a Coronata resteranno aperte durante il giorno, per venire incontro alle richieste di chi lì dentro è ospitato. La semplice cronaca dei fatti, però, non restituisce tutte le dinamiche della vicenda, che vanno al di là delle semplici questioni materiali: il sottotraccia parla di cosa significa accoglienza e della percezione che viene veicolata di certi meccanismi, spesso annebbiata dalle retoriche politiche e di gestione amministrativa. Tre ricercatrici, che ringraziamo, hanno “studiato” sul campo questo fenomeno, che parla, incredibilmente, di “noi”.

    Come ricercatrici in scienze sociali, in collaborazione con l’Ambulatorio Città Aperta[1] e la rete Operatori X[2], abbiamo deciso di seguire da vicino la vicenda, non solo per comprendere in profondità le ragioni della rivendicazione e delineare il contesto in cui questa si colloca, ma anche per documentarla, nell’ottica di dar vita ad un percorso partecipato di monitoraggio e d’informazione. Un percorso che attraversi le contraddizioni dell’accoglienza e della riproduzione dei confini dentro ed oltre lo spazio urbano, al fine di decolonizzare lo sguardo sulle pratiche della migrazione. Un’idea nata riflettendo su quanto le comunità, nel contesto cittadino, siano nei fatti poco consapevoli della complessità che ogni giorno migranti ed operatori dell’accoglienza si trovano ad affrontare sul territorio in cui vivono, anche a causa della produzione di un discorso pubblico che, dietro l’apparente neutralità, nasconde, nei fatti, gli effetti di una violenza strutturale, una violenza che quotidianamente riproduce ed amplifica narrative stereotipanti e retoriche razzializzate.

    Il 22 maggio i richiedenti asilo scendono dalle alture di Coronata verso il centro della città, dirigendosi sotto la Prefettura per chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni. La richiesta sembra apparentemente banale, quasi scontata: chiedono di poter aver accesso alle proprie stanze nell’arco della giornata. Risiedono in cinque strutture diverse, tutte gestite dalla Fondazione Migrantes (Casa del Campo in via del Campo, Casa San Francesco da Paola, Casa Camogli – sulla quale, per ora, non abbiamo raccolto informazioni dettagliate -, Villa Ines a Struppa e l’ex ospedale San Raffaele di Coronata): il fiore all’occhiello della “buona accoglienza genovese”. La giornata delle persone ospitate nelle strutture, circa 320 -tutti uomini provenienti in larga parte dall’Africa centro occidentale-, gravita attorno ad un unico centro: il “Campus” situato in via Coronata, 100: un progetto finanziato dalla Chiesa, attraverso l’Ufficio diocesano per la pastorale Migrantes di Genova, che opera mediante la cooperativa “Un’altra storia”. Gli immobili che lo ospitano sono di proprietà del Comune di Genova, che li ha alienati, cioè concessi gratuitamente, a Migrantes, attraverso una convenzione di durata ventennale

    L’“Università di Via Coronata”, così era stata descritta mesi fa da Don Giacomo Martino (responsabile di Migrantes Genova e quindi direttore delle strutture gestite dalla fondazione diocesana. I richiedenti asilo lo chiamano semplicemente Giacomo, nda) sembra proporre un vasto ventaglio di attività, che vanno dai corsi di italiano L2, corsi di cucito, passando per il calcetto e le bocce oltre che uno sportello di assistenza sanitaria e la promessa di svariate borse lavoro.

    Ma i richiedenti asilo che incontriamo sotto la prefettura di Genova ci narrano però un’altra storia, che poco ha a che fare con i discorsi ufficiali. Gli domandiamo, così, come si svolge la loro giornata. Dalle 8h30 del mattino alle 18h00 tutti gli alloggi sono chiusi ed inaccessibili. Anche la parte del San Raffaele in cui sono collocate le camere osserva i medesimi orari. Chi non è già sul posto, perché ospite all’ex ospedale di San Raffaele, ogni giorno si reca a Coronata, dove partecipa ad un’ora di scuola di italiano e riceve il pranzo. Nel pomeriggio ci sono le attività e poi, a fine giornata tutti salgono di nuovo sull’autobus per recarsi verso il centro, alla Casa della Giovane di via delle Fontane e, dopo la cena, ognuno riprende il cammino verso i propri alloggi.

    Le ragioni che li hanno spinti a scendere in piazza, il lunedì e poi il giorno seguente, martedì 23 maggio, hanno a che vedere con l’organizzazione materiale appena descritta, ma, non appena formulate, le istanze rivelano rivendicazioni più generali, legate all’approccio infantilizzante e paternalistico dell’accoglienza che nei fatti diventa un dispositivo totalizzante, che cattura e regola dall’alto ogni aspetto della vita del migrante.

    mappaI richiedenti asilo del Campus di Coronata che abbiamo incontrato davanti alla Prefettura di Genova ci hanno raccontato dei disagi causati dall’organizzazione delle loro strutture: dover restare obbligatoriamente “fuori casa” tutto il giorno è faticoso, specialmente in inverno o in giornate di pioggia, o ancora quando si è malati o non ci si sente bene. Ci raccontano di aver cercato di sollevare il problema alla direzione più di una volta, ma di aver sempre ricevuto scarsa attenzione e risposte negative, motivate dal fatto che, per tenere aperte le strutture nelle ore diurne, si sarebbe dovuto ricorrere ad aumento del personale, che la gestione non può sostenere economicamente. Adesso però, con l’imminente inizio del mese di Ramadan (la sera di venerdì 26 maggio), diventa urgente trovare una soluzione, poiché il regime di digiuno diurno causa debolezza fisica e impone orari ben precisi per i pasti notturni e le preghiere.

    A. (iniziale di fantasia, nda) ci spiega per quale motivo si sono recati per ben due volte sotto la Prefettura e perché hanno preteso di essere ricevuti dal prefetto o da un suo rappresentante: «Noi siamo presi in carico dallo Stato italiano, il quale riceve dei fondi dalla comunità internazionale e da organismi come la Banca Mondiale per organizzare l’accoglienza. Il prefetto è il diretto rappresentante dello Stato sul territorio e quindi, poiché è la Prefettura a distribuire i soldi alle varie strutture, il prefetto è in pratica il datore di lavoro del direttore della nostra struttura. Abbiamo cercato per mesi di avere un dialogo con lui, ma non ci ha mai considerati, adesso veniamo dal suo capo per spiegare le nostre ragioni». Restiamo a lungo a discutere, mentre si aspetta che la delegazione ricevuta dal vice-prefetto faccia ritorno. Le conversazioni, principalmente in francese, sono collettive. In molti hanno voglia di far capire cosa li muove. Oltre ad un cartello con scritto «Siamo stanchi», ne hanno un altro sul quale si legge «We need freedom».

    Le spiegazioni non tardano. Il punto che i richiedenti asilo sollevano non riguarda, come riportato su altri organi di stampa, il fatto di non voler partecipare alle attività formative. Secondo quanto riferito dal responsabile infatti, la chiusura diurna del centro sarebbe finalizzata ad incentivarli a partecipare alle formazioni volontarie del pomeriggio. Molti di coloro con i quali parliamo e quindi coinvolti attivamente nelle proteste, ci mostrano i diplomi che gli sono stati consegnati la mattina stessa, i quali, sotto l’intestazione “Coronata Campus” e “Il Domani, associazione culturale”, attestano la partecipazione ai corsi pomeridiani.

    Per i soggetti in questione il problema principale è quello di ritrovarsi privati di qualsiasi libertà di scelta, rispetto a quali attività ritengano più utili alla loro crescita e inserzione nel mondo del lavoro, ma anche, più in generale, alla loro vita in Italia. B. fa un discorso molto chiaro sul necessario equilibrio che deve intercorrere tra i doveri e i diritti di qualsiasi essere umano: riconoscono il fatto di avere il dovere di svolgere delle attività, di formarsi per potersi integrare, ma credono fermamente che la loro opinione, anche nei confronti della qualità dei corsi che gli sono offerti e le loro volontà debbano essere rispettate e tenute in conto. Ad esempio, parla del fatto che a lui interesserebbe imparare bene l’italiano, perché è quello di cui ha bisogno per costruirsi un futuro, anche lavorativo, ma che il corso estremamente basico di un’ora al giorno che possono seguire a Coronata è frustrante. Gli fa eco C. che dice: «Ci mettono tutti assieme: io che non ho fatto studi e lui (B., n.d.a.) che ha finito l’università… il risultato è che non serve a nessuno dei due!».

    Le altre attività cui hanno accesso, e alle quali hanno partecipato le persone con le quali abbiamo parlato, riguardano principalmente lavori di muratura e imbiancatura, pulitura del verde e agricoltura. Tutti eseguiti all’interno del Campus, il cui edificio principale e le adiacenze, essendo state abbandonate per decenni, necessitano di consistenti interventi di manutenzione e recupero. Per alcuni è inaccettabile che gli si chieda di lavorare per mesi (a quanto abbiamo capito, il ciclo di ogni attività ne dura tre), senza nessuna garanzia che quel lavoro possa trasformarsi in un’attività remunerata, che tra l’altro gli era stato promesso nella forma di borse lavoro. D. dice: «So già che a Genova non ci sono grandi opportunità lavorative, allora, per faticare a fare il muratore o spaccarmi le mani a fare agricoltura, era meglio restare al Sud dove si lavora duro nei campi, ma almeno qualcosa si guadagna». Parole forti, come schiavismo, vengono pronunciate più volte.

    Dignità

    attestaoCi sembra importante sottolineare quanto sia ampio lo scarto rispetto alla maniera in cui la complessità delle vertenze dei migranti vengono banalizzate, appiattite e ricondotte a rivendicazioni di tipo materiale, come se si stesse sempre parlando di qualità del cibo, di condizioni igieniche o di alloggio. Come se la permanenza del migrante sul territorio sia sempre connotata dalla temporalità dell’ “emergenza”, oggettivata nella transitorietà di un perenne attraversamento del confine. Una mera questione di sopravvivenza, nei fatti. Queste rivendicazioni esistono, ma non sono mai fini a sé stesse, non si esauriscono soltanto nella richiesta di condizioni di vita migliori.

    A. ne parla in questi termini: «Il problema non è la sofferenza materiale, quando siamo partiti sapevamo che sarebbe stata dura. E poi, abbiamo vissuto il carcere il Libia … non sono un così grande problema il cibo scadente, le camerate e i pochi bagni. Queste cose, al limite, possiamo accettarle e d’altronde capiamo che non sia facile organizzare l’accoglienza per così tante persone. Ma la libertà di poter scegliere cosa riteniamo giusto fare non possiamo cederla. Pensa che se uno un giorno è malato non può neanche decidere di restare a riposare». Costituiscono un problema, però, quando sono tali da ledere alla dignità delle persone, quando queste stesse condizioni diventano un freno per la creazione di relazioni al di fuori delle strutture. In questo senso, in molti ci hanno raccontato di come l’assenza di acqua calda o, come al San Raffaele, il fatto che un solo bagno ne sia dotato (sono in 85 a dormire nella struttura), faccia sì che raramente riescano a mantenere il livello di cura e igiene personale che vorrebbero, sentendosi anche additati sui mezzi pubblici o dagli stessi formatori, che aprono le finestre delle stanze in cui si trovano lamentandosi dell’odore. O ancora, l’organizzazione della distribuzione dei pasti comporta che quasi sempre mangino tutti assieme, in quasi 300 persone, con conseguenti code, spintoni e tensioni particolarmente umilianti. Ci dicono, inoltre, che in tutti questi mesi hanno utilizzato il proprio pocket money (che ammonta a 75 euro al mese) per l’acquisto delle medicine direttamente in farmacia. A nessuno è a stato parlato del diritto/dovere di iscrizione al servizio sanitario nazionale per i richiedenti asilo, né della possibilità di accedere alle cure gratuite grazie alla dichiarazione di indigenza effettuabile presso le ASL cittadine.

    Obblighi

    Lo scarto più stridente ci appare, comunque, quello che intercorre tra la visione che un certo tipo di accoglienza pare avere, ed alimentare e quelle che sono invece la volontà dimostrate dagli stessi soggetti. Come detto più sopra, dalle parole dei nostri interlocutori traspare un’analisi molto cosciente della situazione e delle possibilità. Quella che propongono non è una critica ad un sistema che li vuole attivi fisicamente. E’ piuttosto una critica ad un sistema che li obbliga ad un’ipercinesi che non lascia alcuno spazio alla loro capacità di autodeterminarsi e alle loro necessità, sia materiali che personali e formative.

    La risposta di Don Giacomo al secondo giorno di proteste, ha la forma di una lettera, diffusa mezzo stampa, nella quale si ripropongono i medesimi argomenti riguardo la necessità di impedire l’inattività, articolandoli ad una percezione degli ospiti delle strutture da lui dirette come esseri in balia degli eventi, demotivati e con una particolare tendenza ad abbandonarsi all’inedia. Alcune frasi di questa lettera non potrebbero essere più chiare: «Purtroppo molti non hanno un pensiero costruttivo per la propria vita e senza un’offerta formativa si ritrovano per strada a chiedere l’elemosina, come si può notare agli angoli della nostra città». E ancora: «Chi ha accesso tutto il giorno alle stanze vive di notte e dorme di giorno, favorendo la spinta a una inoperosità che va contro ogni progetto di integrazione».

    Chi protesta è perfettamente cosciente della distorsione in atto e lamenta il fatto di essere considerati incapaci di collocarsi e determinarsi, per di più sottostimati in quelle che sono le loro competenze e possibilità. F. dice: «ci credono degli illetrés», traducibile come analfabeti, ma con un’accezione più precisamente legata alla formazione scolastica e alla capacità di comprendere, che va ben oltre alla padronanza della scrittura e della lettura.

    «Il nostro timore, visto che durante le proteste a contestare non sono solo ospiti stranieri ma anche giovani italiani, è che i ragazzi possano essere strumentalizzati da persone che pensano di far loro del bene e in realtà fanno compiere loro scelte sbagliate» chiosa Martino in un’intervista, esplicitando bene la ratio che connota il regime dell’umanitario (cfr, Fassin 2010, Mezzadra, Neilson 2013, nda) e rifrange gli effetti di una retorica vittimizzante e colonialista, che continua a guardare il migrante, nei fatti, come soggetto necessariamente subalterno«Nelle strutture ci sono molti intellettuali, molti politici e svariati politologi, molti che hanno terminato l’università: certo che abbiamo organizzato tutto tra noi» risponde F. quando nel corso della protesta gli viene domandato se qualcuno li ha aiutati nella mobilitazione. E lo stupore nel suo sguardo risuona più forte di ogni smentita.

    Marta Menghi (dottoranda in studi sociali, DISFOR Unige),
    Cecilia Paradiso (dottoranda in scienze sociali CNE/CNRS, EHESS Marseille),
    Amelia Chiara Trombetta (medico)

     

    P.s.: Mercoledì 24 maggio i richiedenti asilo si sono dati appuntamento al Campus tra le 7 e le 8 del mattino. Il loro obiettivo era quello di impedire l’accesso alle strutture agli operatori e ai numerosi impiegati che lavorano per la fondazione, in uffici interni alle strutture: «fino a quando le porte non saranno lasciate aperte, nessuno lavora». Così hanno fatto e, in maniera deliberatamente non violenta, hanno barricato gli ingressi, costringendo operatori ed impiegati ad attendere sul piazzale per circa un’ora. Abbiamo assistito allo svolgersi dei fatti e abbiamo lasciato il luogo quando, con mediazione della Digos, si è stabilito di attendere venerdì, concedendo due giorni alla direzione per organizzare dei cambiamenti. Nel caso tali cambiamenti non fossero arrivati, è stato chiarito che avrebbero avuto luogo ulteriori proteste.

    Oggi (venerdì 26 maggio) la mattinata è iniziata nell’incertezza: sembrava che nessuna richiesta fosse stata accettata e le ore si sono dilatate in un lunghissimo incontro tra dirigenza e ospiti. All’uscita dall’incontro, però, ci hanno fatto sapere di essere riusciti ad ottenere ascolto: le porte resteranno aperte.

  • L’eredità collettiva e il dialogo con la “Città di Sotto”. Il ricordo di Don Andrea Gallo a quattro anni dalla scomparsa

    L’eredità collettiva e il dialogo con la “Città di Sotto”. Il ricordo di Don Andrea Gallo a quattro anni dalla scomparsa

    don-gallo-sulla-cattiva-stradaIl 22 maggio 2013 si spegneva uno dei più discussi personaggi della nostra città, il prete di strada Don Andrea Gallo. A quattro anni da quella data il mondo è molto cambiato, e Genova di conseguenza. Abbiamo chiesto a Domenico “Megu” Chionetti, storico portavoce del don, e oggi figura di riferimento della Comunità di San Benedetto al Porto

    Come è cambiata in questi anni la città senza il Gallo?
    «Credo che la città, le città, oggi sono un po’ lo specchio del paese alle prese con una dimensione più globale: la città cambia nel suo essere attraversata da molti flussi che la rendono sempre più meticcia. Sicuramente Genova è una città che deve saper dare nuove nazionalità e nuove cittadinanze: questo elemento, quello demografico, è sicuramente l’elemento più grande. Oggi mancano molti punti di riferimento come Don gallo ha saputo essere. Sempre più vedo una sorta di frammentazione e di disgregazione sociale: quando si ha la pancia vuota, si rischia di essere meno ragionevoli e solidali, e il rischio è quello di intraprendere “guerre tra poveri”, quando invece l’integrazione è la migliore risposta alla paura, ai terrorismi. Il Don ha fatto sempre appelli a essere uomini di pace, sempre.

    La risposta delle istituzioni, però, sembra andare in un’altra direzione, basti pensare ai nuovi potere di controllo previsti dal decreto Minniti…
    «Il problema è ancora quello di superare la Bossi-Fini, non dimentichiamolo: questa legge, che produce a tavolino illegalità, è una legge che non ha risolto il problema, anzi. Il decreto Minniti mi ricorda la Fini-Giovanardi sulla droga: tentativi di creare consenso, attraverso una percezione di sicurezza, che poi non sussiste. Ma non è solo colpa dell’Italia: il nostro paese rappresenta le frontiere meridionali dell’Europa e l’accoglienza deve essere un problema europeo. Le accuse alle Ong di questi giorni sono discussioni distorte che creano imbestialimento civile. Una persona come Don Gallo certo oggi manca, perché riusciva a scuotere le coscenze e a muovere riflessioni, su temi concreti e pratici».

    Tornando a Genova, Don Gallo è stato per anni il garante di un accordo tra Comune e Centri sociali, e da quando è mancato ci sono stati diversi sgomberi. Al di là del suo ruolo, come si può riaprire questo dialogo con la “città di sotto”, particolarmente minacciata in questi giorni di campagna elettorale?
    «Spetterà all’intelligenza della Politica di capire la forza delle generazioni che si avvicendano e che vengono dal basso; se lo capiranno e lo metteranno a valore, sapendo riportare un dialogo, allora bene, altrimenti, con il mancato riconoscimento del lavoro che viene fatto dagli spazi sociali e dei movimenti nei luoghi e negli spazi della nostra città, e non solo, ne subiranno i conflitti e il dissenso».

    Nel 2014 è stata dedicata una piazza Don Gallo, può bastare?
    «Lui diceva sempre “non mi interessano i monumenti”.Credo che l’eredità di Don Gallo non sia solo nostra, la piazza ha avuto un valore simbolico, perché era una piazza senza nome al centro di un quartiere difficile; un po’ come il Don che ha dato nome a persone senza voce. Un gesto sicuramente simbolico, ma non è solo una questione di luoghi: l’eredità deve essere collettiva, non può essere solo della Comunità di San Benedetto, ma di tutta la società. Oggi ci sono molti testimoni, ognuno nel suo campo, da Gino Strada a Maurizio Landini, da Moni Ovadia a Vladimir Luxuria, da Don Vito Alvarez, che porta la testimonianza dell’accoglienza a Ventimiglia, ma anche a Carlin Petrini, che è stato capace di creare una rete di culture e saperi che si intrecciano».

    Come sta la Comunità di San Benedetto a quattro anni senza il Don?
    «La Comunità è in piedi, cammina, non senza fatica, senza dubbio, ma è viva. Ovvio che lo sforzo è grande, ma dobbiamo ringraziare tutte le persone che ci sostengono, dai media alle istituzioni, e le persone comuni. San Benedetto in questi anni ha saputo aprire l’accoglienza a 360 gradi, non solo per le dipendenze, e ha bisogno del 5 per mille per sopravvivere, ma della precarietà ne facciamo un valore. Cerchiamo di andare avanti, giorno per giorno».

     

    Nicola Giordanella

     

     

  • Università, 300 posti letto in ex Clinica Chirurgica. Demanio concede edificio a Regione Liguria, 90 migranti da “ricollocare”

    Università, 300 posti letto in ex Clinica Chirurgica. Demanio concede edificio a Regione Liguria, 90 migranti da “ricollocare”

    universitaL’ex Clinica chirurgica di San Martino si trasformerà in una nuova residenza universitaria con oltre 300 posti letto, in grado di completare il soddisfacimento del fabbisogno degli studenti dell’ateneo genovese, che ogni anno inoltrano circa 1.500 richieste. E’ questo il risultato dell’accordo firmato questa mattina tra l’Agenzia nazionale del Demanio e il Comune di Genova, proprietario dell’edifico, l’Università, precedente destinataria d’uso, e la Regione Liguria, nuova beneficiaria degli spazi attraverso l’agenzia Alfa. L’edificio sarà concesso per 19 anni gratuitamente dallo Stato all’ente di piazza De Ferrari, che potrà partecipare al bando del ministero dell’Istruzione per ottenere il finanziamento di 12 milioni di euro necessario alla riqualificazione.
    Oltre all’ottenimento dei fondi, altro problema riguarda il futuro dei circa 90 migranti che al momento vengono ospitati nella struttura, anche se la prefettura ha già fatto sapere che verranno collocati altrove. Al Comune toccherà, invece, cercare un’altra soluzione per accogliere i senza fissa dimora nelle fredde notti di inverno, che negli ultimi anni trovavano riparo proprio nell’ex clinica. «Questo è un accordo che riguarda quattro enti che stabiliscono di trasformare l’immobile in residenze universitarie – afferma l’assessore regionale all’Istruzione e Formazione, Ilaria Cavo – il problema dei migranti sarà gestito dalla prefettura con opportune intese da prendere con il Demanio. Per quanto ci riguarda, con questa intesa realizzeremo, su due lotti, i 300 posti letto che mancano per coprire il fabbisogno annuale degli studenti, grazie a un’operazione coerente con quella parte di territorio».
    Il protocollo ridefinisce l’assetto giuridico dell’immobile con la rinuncia, da parte dell’Università, all’attuale diritto d’uso, ad eccezione dell’Aula magna, e la concessione alla Regione in comodato d’uso gratuito. L’edificio, di proprietà dell’Agenzia del Demanio e del Comune di Genova era stato consegnato in uso all’Università nel 1947 e dismesso negli ultimi anni, con il trasferimento di tutte le attività universitarie all’interno della cinta ospedaliera.
  • Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    villa-ines-struppa-migrantiL’arrivo di 50 migranti fra i 18 e i 22 anni, provenienti dai paesi del Centro Africa (Gambia, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio) nel nuovo Centro di Accoglienza di Villa Ines, a Struppa, ha causato numerose proteste sia da parte degli abitanti del quartiere, sia da parte degli esponenti di alcuni partiti politici. Alessio Plana, esponente di Lega Nord, ha riassunto con queste parole la sua visione della situazione: «Ci vogliono più CIE per fermare quest’invasione». Anche se nel corso dell’incontro fra la cittadinanza e il Comune, alla presenza degli operatori del Centro, del 14 marzo, i cittadini hanno manifestato le loro preoccupazioni, il Comitato Tutela Futuro Struppa e Salita Canova il 16 marzo è sceso in piazza per protestare contro l’arrivo degli immigrati a Villa Ines. «Gli stranieri possono mettere ansia» è stato uno dei post it attaccati sui semafori a Struppa in occasione della manifestazione, insieme ad altri, se non del tutto contraddittori, almeno di difficile interpretazione: “Non abbiamo paura del diverso, preoccupiamoci del nostro futuro”.

    La presidentessa del Comitato per gli Immigrati e Contro Ogni Forma di Discriminazione, Aleksandra Matikj, che ha organizzato una manifestazione di solidarietà con gli ospiti della struttura, ha commentato: «Lega Nord e destra dovrebbero spiegare la pericolosità di giovani fra i 18 e i 22 anni arrivati nel padiglione D della Fiera di Genova e accolti a Villa Ines». Alla contro-manifestazione hanno partecipato il Pcl, la Federazione di Sinistra, Genova in Comune, Rifondazione Comunista, la Comunità di San Benedetto, Il Cesto, Sinistra Italiana, l’Anpi e il Forum per la Sinistra Europea.

    Casa Bozzo: dopo le proteste del Comitato di quartiere, ecco come è passata la paura

    struppa-migranti-post-it-inesLa vicenda di Villa Ines ricorda quanto è successo l’anno scorso, in occasione dell’apertura di un altro centro di accoglienza, presso Villa Edera, in Via Edera 22, a Quezzi. Casa Bozzo (è questo il nome della struttura) è gestita dalla Cooperativa Sociale Ceis Genova, di cui è presidente Enrico Costa. Nella stessa struttura, dovrebbero essere ospitati anche degli anziani (che non sono ancora arrivati oggi, a causa del ritardo nei lavori di ristrutturazione, dovuto agli alti costi). Anche in quella circostanza, gli abitanti del quartiere manifestarono preoccupazione per l’arrivo dei richiedenti asilo. Queste paure furono alimentate dalla diffusione di informazioni errate e non controllate, come quella che prevedeva l’inserimento di 300 persone, quando in realtà il numero fissato era di 50 (tra cui 25 minori). Enrico Costa ha cercato di gestire il conflitto rispondendo a tutte le domande, anche quelle più critiche, che venivano fatte dagli abitanti del quartiere, ricordando che «in questi casi, si tratta di una sistemazione temporanea, di un insediamento di durata non superiore ai due o tre anni».

    Anche a Quezzi la popolazione si è riunita in un Comitato di Quartiere che ha messo i piedi una vera e propria campagna di comunicazione contro la creazione del Centro. Hanno scritto lettere di protesta al sindaco Doria e al presidente della Regione Giovanni Toti, hanno fatto volantinaggio nel quartiere e hanno pubblicato una petizione sul web. In un’intervista, hanno descritto le loro iniziative con queste parole: «Non siamo razzisti, il quartiere è già ad alto tasso di immigrazione. E non ci fermiamo, siamo molto preoccupati». Marina Vella, membro del Comitato, ha commentato: «Vogliamo rassicurazioni sulla provenienza di questi profughi. Arrivano prima i profughi, per gli anziani ci vogliono più autorizzazioni e tempi più lunghi, abbiamo paura che gli anziani non vengano mai».

    Tuttavia, il Ceis Genova è andato avanti per la sua strada (anche perché aveva il diritto dalla sua) e ha dimostrato di saper gestire il conflitto, tanto che oggi la situazione sembra essersi completamente appianata. Michele Serrano, responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa del Ceis Genova, ha raccontato a Era Superba come la Cooperativa ha gestito con successo la crisi. «Il primo ingrediente del successo – ha spiegato – è stato ascoltare con attenzione le istanze di tutti, comprese le mail di insulti, le critiche di cittadini che spiavano le attività degli ospiti e poi le criticavano». La Ceis è sempre stata disponibile ad accogliere le richieste degli abitanti di Quezzi, al punto di far aprire un’altra strada, chiusa da tempo, riservata agli immigrati, che così non dovevano percorre la stessa dei “bianchi” in risposta ad una delle maggiori preoccupazioni evidenziata dalla popolazione locale che era quella per la sicurezza delle donne, dei bambini e degli anziani.

    L’apertura di una strada apposta per i “neri” è un atto di emarginazione, come Serrano stesso ha ammesso. Tuttavia, racconta «ci è sembrato più importante tutelare i nostri assistiti da calunnie più gravi», come quella, appunto, di poter in qualche modo nuocere all’incolumità di donne e bambini. «E’ chiaro che c’è del razzismo dietro alle richieste che siamo stati costretti ad accogliere – sottolinea Serrano – ma se questo è stato il prezzo da pagare per ottenere che i ragazzi venissero accettati, è andata bene così».

    Oggi, entrambe le strade sono usate sia dagli stranieri sia dagli italiani, ponendo fine a questo “mini Apartheid”, decisamente inaccettabile in un Paese che si definisce civile, la cui carta fondamentale si ispira ai principi antifascisti e ai Diritti dell’Uomo. Gli abitanti del quartiere sono stati “invitati” dentro la struttura, attraverso la costruzione di una Chiesa, aperta a tutti, i cui una volta al mese viene celebrata la messa. E’ stato predisposto un orto, di cui tutto il vicinato può usufruire. Piano piano, la paura del diverso si è dissolta e addirittura c’è chi si è “sbilanciato” in piccoli atti di solidarietà: «Un cittadino ci ha donato qualche libro per i nostri ragazzi”, racconta orgoglioso Serrano.

    Insomma, il sentimento che predomina in questa vicenda è la paura. E la paura se n’è andata quando i cittadini si sono accorti che i profughi sono certo diversi, sicuramente stranieri, ma totalmente innocui. L’esperienza di Casa bozza, con il suo percorso e il suo “successo”, può quindi essere un confronto importante per il territorio di Struppa, attraversato dalle stesse paure

    Come funziona Casa Bozzo: intervista a Federico Clarizio, Responsabile della struttura

    Per capire meglio come mai gli abitanti di Quezzi, spaventati inizialmente dall’arrivo degli ospiti della struttura, si siano in seguito tranquillizzati, parliamo con Federico Clarizio, Responsabile di Casa Bozzo, che ci descrive le attività in cui sono impegnati i ragazzi. «Gli ospiti della struttura, ora, sono 60, perché sono stati previsti 10 posti in più per ragazzi appena sbarcati in Sicilia – spiega – fra questi, ci sono 14 minorenni».

    Nel centro non sono necessari tantissimi operatori: i dipendenti sono tre, coadiuvati da altri che lavorano saltuariamente e vengono pagati in voucher, e che lavorano solitamente di notte. «Casa Bozzo, comunque, è sempre presidiata» precisa Clarizio. Il tentativo intrapreso è quello di dare ai ragazzi l’autonomia che consenta loro di vivere non come in un collegio, ma in una vera e propria abitazione: «Abbiamo fatto la scelta, per esempio, di dare loro la possibilità di fare la spesa e cucinare ciò che vogliono nelle cucine di cui è fornito ogni piano». Le stanze sono ampie (la struttura è molto grande), sono da due o da quattro persone. «La più grande ha tre letti a castello, ma misura 40 metri quadri».

    Il timore che i giovani ospiti rimanessero con le mani in mano tutto il giorno è stato subito allontanato, perché i ragazzi hanno in realtà una giornata piuttosto piena. Nella mattinata e nel pomeriggio fanno due ora di lezione di italiano, in strutture interne o esterne all’edificio. Sono anche impegnati per lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza del terreno, non solo dentro al giardino di Casa Bozzo. Collaborano con l’Associazione Orto Collettivo, sotto la supervisione della quale hanno “sistemato” il terreno che circonda il centro, ma anche quello collinare sovrastante, soggetto spesso a frane che aggravano la già difficile situazione del Ferregiano. Queste attività hanno suscitato l’entusiasmo non solo dei Municipi, ma anche del vicinato: ora succede spesso che qualcuno li chiami in casa per portare via mobili dismessi.

    Clarizio ammette che all’inizio non sono mancati i momenti di tensione: «Quando c’erano le proteste, all’inizio, la situazione era decisamente tosta», ma adesso le cose sono molto migliorate. «Pochi giorni fa un anziano ci ha chiesto di andare a prendere la sua poltrona… combinazione, poi, era una bella poltrona di pelle quasi nuova, e l’abbiamo tenuta», racconta Clarizio, «Anche gli enti privati sono contenti, a volte, di dare una mano: la Biblioteca Berio e la DeAmiciis, per esempio, ci hanno regalato qualche libro».

    Da che mondo e mondo le persone emigrano e le persone hanno paura di quello che non conoscono, soprattutto in periodi di crisi: il rapporto di causa-effetto che spesso lega questi due fenomeni, però, può essere disinnescato con l’esperienza e la “buona volontà”. Sicuramente la Politica dovrebbe occuparsi maggiormente di accompagnare questo percorso, senza cavalcare o alimentare tensioni. Per il bene di tutti.

    Ilaria Bucca

  • Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    palazzo-tursi-D9Il problema della accoglienza torna ad infuocare il dibattito in Sala Rossa. La scelta delle strutture che dovranno ospitare i migranti che entro maggio lasceranno i locali della Fiera di Genova è ancora motivo di scontro tra le varie parti politiche. Da qualche giorno sono incominciati i lavori di adeguamento di Villa Ines, a Struppa, struttura che ospiterà 50 migranti, “gestiti” dalla associazione Migrantes, già attiva a Coronata e San Martino. In serata l’amministrazione incontrerà i cittadini per spiegare i meccanismi e le attività che saranno predisposti per l’accoglienza.

    Ancora una volta l’amministrazione comunale finisce sotto attacco per la gestione dell’accoglienza. Il Consiglio comunale torna a dividersi sulla questione aperta dalla notizia dell’allestimento della struttura, di proprietà della Curia, di Villa Ines, a Struppa, destinata ad accogliere almeno una cinquantina di migranti in “uscita” dai locali di Fiera di Genova, locali che dovranno essere liberati entri maggio.

    La scelta, però, non dipende da Comune di Genova: il sistema dei Cas, infatti, è gestito in maniera autonoma dalla Prefettura, che “sceglie” quali strutture utilizzare in base alle offerte che riceve da enti privati. «L’amministrazione civica – ha spiegato ancora una volta l’assessore alle Politiche Socio-Sanitarie Emanuela Fracassiviene solamente informata a decisione presa». Quello che il Comune può fare è informare e predisporre il “territorio”, cercando di mediare tra esigenze diverse, di cittadini e gli enti preposti. «Possiamo però dire che su questo la giunta è sempre in ritardo – ha attaccato Andrea Boccaccio, M5se che dovrebbe attivarsi con maggior efficacia e tempismo». Proprio per questo, quindi, Comune e Municipio in serata incontreranno la popolazione per spiegare come sarà gestita la struttura. L’incontro, che vedrà al presenza anche dei responsabili della struttura, si terrà presso la Società Democratica 7 novembre, alle ore 18.

    «Ci siamo stufati di sentire parlare di Cas e Sprar, vorremmo sentire parlare anche di Cie, per fermare questa invasione». Così ha risposto ai chiarimenti della giunta Alessio Piana, Lega Nord, dopo aver provato a ricostruire le percentuali di rifugiati effettivi sul numero dei migranti che sono ospitati in città. «Finalmente gettata la maschera di certe formazioni politiche» ha indirettamente risposto Gianpaolo Malatesta, di Possibile. Dai banchi della giunta arrivano però i numeri aggiornati: secondo i dati ministeriali circa il 43% dei richiedenti riceve l’asilo immediatamente, e aggiungendo chi poi l’ottiene dopo il ricorso, si arriva ad un totale di circa due terzi del totale degli arrivi, che viene quindi riconosciuto “rifugiato”. Oggi a Genova sono presenti 2309 migranti, cioè uno ogni 253 genovesi.

  • Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    san-benigno-incrocio-strade-DIFermare la realizzazione del Centro di accoglienza straordinaria al posto dell’ex bocciodromo di San Benigno, per ospitare 130 migranti che attualmente trovano ospitalità alla Fiera di Genova. Lo chiede a gran voce e all’unanimità la Conferenza dei Capigruppo del Municipio IICentro Ovest che, nel corso di una conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova.

    «Se entro i primi giorni della prossima settimana non arriva questa comunicazione, inizieremo con tutte le forme di protesta pacifiche e democratiche a disposizione di un’istituzione – annuncia il presidente municipale, Franco Marenco, come riportato dall’agenzia Dire – a partire dalla convocazione di un Consiglio di Municipio in piazza, sotto la prefettura, invitando a partecipare tutti i nostri cittadini». E se non dovesse arrivare il dietrofront da parte della Prefettura, per un progetto che dovrebbe essere realizzato entro la fine di maggio con un costo di 450.000 euro, non si escludono anche azioni legali. «Abbiamo chiesto un incontro con il sindaco e il prefetto oltre un mese fa – ricorda Marenco – e siamo ancora in attesa di una data che, a questo punto, pretendiamo. Ribadiamo la nostra contrarietà alle grandi concentrazioni di accoglienza, visto che nel nostro territorio ospitano oltre 300 persone. Inoltre, il luogo scelto dalla prefettura non è adatto: non c’è neanche un collegamento in autobus, c’è prostituzione, microcriminalità, spaccio”.

    Il presidente Marenco ribadisce anche quanto sottoscritto la scorsa settimana dall’assessore comunale alla Politiche sociale, Emanuela Fracassi, ovvero che «a Genova, finché non ci sarà l’applicazione della direttiva nazionale, non ci debbano essere più centri di accoglienza, essendo la città già ampiamente sopra soglia. Perché dobbiamo essere sempre noi responsabili? I municipi Centro est e Centro ovest sono sovraccarichi». E si chiede anche una forte presa di posizione “politica” al Comune di Genova dato che Palazzo Tursi «può concordare con la prefettura le zone di interesse per i centri di accoglienza. Si parla sempre di riqualificazione di periferie, ma quando c’è da mettere una servirà si individuano sempre le stesse zone tradizionalmente popolari e periferiche».

  • «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    Anahita Tcheragali 1Per le persone cresciute fra due culture, come Anahita, il sentimento di non appartenere a nessun luogo, che in età giovanile crea disagio, è in realtà una fonte di maggiore libertà e apertura mentale. Le danze orientali che pratica e insegna sono il risultato della felice contaminazione tra le tradizioni popolari dei paesi mediorientali e le regole sceniche della danza classica occidentale. Negli ultimi anni in molte città italiane l’interesse per le danze orientali e antiche è cresciuto in maniera significativa. Ad oggi sono molte le scuole non solo di danze orientali, nelle sue diverse forme, ma anche di danze rinascimentali e barocche della tradizione occidentale. Attività che permettono di ricercare la connessione tra benessere fisico e spirituale che lo stile di vita contemporaneo rende sempre più difficile.

    Sei nata in Italia o sei arrivata con la tua famiglia?
    «Sono nata in Italia, a Milano, da genitori iraniani che vivevano già all’estero per motivi di studio, prima in Austria, dove è nato mio fratello, e poi in diverse città italiane. Sei mesi dopo la mia nascita, in Iran c’è stata la rivoluzione islamica e i miei genitori hanno deciso di tornare a vivere là, sperando in un cambiamento positivo. Siamo rimasti là due anni, ma, vedendo che tutto era molto diverso da come speravamo, la mia famiglia ha deciso di tornare a vivere in Europa, quando avevo quattro anni. Ci siamo stabiliti a Genova; mio padre in seguito ha aperto un’attività in Austria. La mia famiglia si è sparpagliata, è rimasta vagabonda; io a un certo punto ho sentito il bisogno di mettere radici e le ho messe qua, a Genova. Con i genitori entrambi persiani, nell’adolescenza ho sempre sentito una forte dualità culturale, non è stato facile. In Iran i parenti mi chiamavano “Anahita la straniera”. Il mio persiano è parlato, non lo leggo né lo scrivo, ma la mia famiglia in Italia ha sempre festeggiato il Capodanno persiano. Questa dualità non mi faceva appartenere a nessun luogo, ero straniera ovunque io fossi».

    Quando hai iniziato ad appassionarti alla danza?
    «Ho cominciato a far danza prestissimo, a 10-11 anni, classica, jazz, contemporanea. Mi sono appassionata alla danza e all’idea di cercare dei ritmi più consoni alla mia cultura di origine. Intorno ai 20 anni ho trovato un corso di danza orientale, l’unico allora a Genova, mi sentivo portata per quello, sentivo di “averlo nel sangue”. Mi sono appassionata sempre di più e, facendo un po’ di ricerche in internet, ho cominciato a frequentare nei weekend corsi formativi in danza orientale a Torino e a Milano, pur studiando Conservazione dei Beni Culturali e lavorando in un bar. E senza neanche averlo programmato, è diventato il mio mestiere: mentre il bar stava chiudendo è scoppiata la moda della danza orientale. Di recente ho organizzato a Genova, assieme a un’amica, un Festival Internazionale. Abbiamo fatto 10 workshop in 2 giorni, con maestri da tutto il mondo».

    Qual è la motivazione che spinge le persone ad avvicinarsi alla danza orientale?
    La passione per la danza in generale e per le culture orientali. Le allieve sono quasi tutte donne, alcune arrivano già dal mondo della danza, con il desiderio di cambiare, e si appassionano alla danza orientale. Alcune si sono avvicinate al Festival Suq, scoprendo che non è, come credevano, una forma di intrattenimento destinata a un pubblico maschile. Quella che si pratica oggi è una forma occidentalizzata di intrattenimento scenico, con molti elementi mutuati dal teatro e regole che non appartengono alla danza orientale, dove tutto è improvvisazione. Come accade per molte danze antiche, non sappiamo in realtà di preciso come fosse in origine quella orientale. Sappiamo che tutte le danze del Mediterraneo sono state contaminate dalle danze gitane dell’India e che esistevano danze sacre legate alla maternità. Quella che facciamo oggi si rifà alle danze popolari di vari paesi, principalmente a quelle egiziane; allo stile Baladi in particolare, contaminato con la danza accademica occidentale. Le ballerine classiche praticano un passo, l’arabesque, derivato dalle danze orientali.

    L’insegnamento della danza orientale è la tua attività principale?
    «Si, vivo di questi corsi, che tengo io, in una palestra di Via Cairoli, e collaboro con altre scuole di danza e con altri Festival».

    Senti ancora oggi il disagio per la “dualità culturale” che hai percepito nel periodo adolescenziale?
    «Direi che è stata superata, in un periodo di crisi della mia vita personale, che è stato un’opportunità per scoprire che la casa non era un luogo, non era il luogo in cui ero, e che sentirsi straniera non è che un’illusione. Prima ho dovuto risolvere i miei problemi burocratici, sono diventata cittadina italiana con il matrimonio, ma ora non mi sento di appartenere a nessun luogo. Crescere tra due culture ti permette di essere molto più espansa.

    Hai mai vissuto personalmente il pregiudizio verso le persone di origine straniera?
    «L’immigrazione in genere è vista come qualcosa di invasivo. L’immigrato è visto come portatore di problemi, delinquenza o quantomeno “sfiga”. Per gli iraniani forse è un po’ diverso, non stanno fuggendo dalla guerra, là c’è una brutta situazione, ma chi viene qua di solito viene per studiare, sono medici e professionisti percepiti in maniera più benevola. Certo il pregiudizio c’è. Conosco persone che mi dicono: “non è giusto che in Iran le donne occidentali si debbano velare!” Ma obbligare le persone a velarsi non è giusto, a prescindere. Molte persone non si rendono conto che nelle elezioni iraniane si candidano solo religiosi, non è possibile votare i laici, e che chi lascia il paese nella maggioranza dei casi dissente con il regime politico in vigore!»

    Andrea Macciò

  • Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Fiera di GenovaDopo la scelta di Prefettura sullo ricollocamento parziale dei migranti ospitati nelle strutture della Fiera di Genova, piovono le reazioni politiche, che vedono ancora una volta contrapposti Comune e Regione, anche se uniti nel contestare la scelta prefettizia. Da Tursi arriva la richiesta di far rispettare le quote determinate in sede Anci, senza aprire nuovi Cas sul territorio comunale, mentre da Piazza De Ferrari si alza la protesta contro lo spostamento al padiglione D, che, secondo gli esponenti della Lega, danneggerebbe ancora la riuscita degli eventi in Fiera. Insomma, tutti scontenti.

    Approfondimento: Sistema accoglienza allo sbando?

    «Abbiamo letto con stupore e sconcerto la comunicazione con cui la Prefettura di Genova annuncia lo spostamento di 100 migranti in un nuovo Centro di accoglienza straordinario (Cas) da istituirsi nella zona di San Benigno a Sampierdarena. E’ inaccettabile che l’emergenza legata all’accoglienza migranti sia gestita senza un’interlocuzione ed una condivisione con Comune e Municipio». Lo scrivono in una nota unitaria l’assessore del Comune di Genova alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, e il presidente del Municipio IICentro Ovest, Franco Marenco. «Alla luce del recente fallimento dell’accordo Anci – proseguono i due amministratori genovesi come riportato dall’agenzia Dire – occorre oggi dare piena applicazione al piano nazionale che prevede una riduzione di 1.000 unità nel Comune di Genova. Pur consapevoli che tale attuazione sarà graduale, esprimiamo netta contrarietà all’apertura di nuovi Centri di accoglienza straordinaria nel Comune di Genova». L’assessore Fracassi precisa: «Nessuno prende 1.000 migranti e li sbatte fuori dalla città però, prima di aprire un grosso centro di accoglienza a Genova, alla luce di quanto successo in Anci e dei nuovi numeri del riparto nazionale, vogliamo che la prefettura provveda al più presto a far rispettare gli obblighi di accoglienza in tutti i comuni della regione, almeno fino al raggiungimento della quota prevista di 6.043 migranti». L’ex bocciofila era, infatti, inizialmente stata presa in considerazione per la necessità di trovare una rapida soluzione ai migranti che devono essere spostati dal padiglione D della Fiera. «Ma ora che è stato individuata la disponibilità del padiglione C – prosegue l’assessore – abbiamo tutto il tempo per trovare un’altra soluzione rispetto al Cas».

    Da Regione Liguria arrivano altre critiche, più legate ad un disaccordo politico-gestionale: «Mi auguro che non sia la reazione al diniego al progetto Anci, anche se i rappresentanti dell’Associazione dei Comuni l’avevano messa quasi su un piano di azione e reazione, minacciando sanzioni per chi non avesse aderito», così commenta la vicepresidente e assessore all’Immigrazione della Regione Liguria, Sonia Viale, mentre Edoardo Rixi, segretario regionale della Lega nord e assessore allo Sviluppo economico, alza i toni: «Non possiamo condividere la decisione né a livello istituzionale né a livello politico, perché stiamo facendo una fatica incredibile a tenere aperta la Fiera, a risanarne i conti e a portarla avanti. E, di certo, questo non ci agevola». Per il numero uno del Carroccio ligure, infatti, «il permanere di immigrati clandestini durante le esposizioni in Fiera è tutto a detrimento e a discapito della buona riuscita degli eventi. Ci auguriamo che il senso di responsabilità che deve permeare ogni istituzione, faccia sì che non si collochino più immigrati all’interno del perimetro della Fiera, sia quando ci sono le attività fieristiche sia quando non ci sono». La vicepresidente Viale, invece, richiama ancora le decisione di lunedì scorso dell’Assemblea generale dei sindaci di Anci Liguria. «Il finale era già stato scritto qualche settimana fa nella riunione del tavolo regionale dell’immigrazione – sostiene Viale – quando il prefetto Mario Morcone, capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, aveva detto che non avrebbe potuto rispettare il tetto di 6.043 immigrati previsti per la Liguria dal nuovo Piano di riparto nazionale, anche se tutti i sindaci avessero aderito allo Sprar. Da qui è venuto il patto e l’accordo come presentato da Anci Liguria a tutti i sindaci, anche se in un primo tempo qualcuno l’aveva visto come possibile». Per la vice di Toti, «siamo in una fase in cui persone legittimamente elette sindaci, che hanno delle responsabilità, dicono no, con una presa di posizione anche coraggiosa e motivata, a forme di ricatto». Secondo Viale «non è così che si affronta il tema epocale dell’integrazione. I sacrifici si possono chiedere se c’è un’azione mirata a far terminare l’emergenza, cosa che questo governo non garantisce. Le risposte sono zero perché continuano a esserci gli sbarchi e alcuni accordi bilaterali sono stati fatti solo per dare il primo segnale di insediamento di Minniti, ma tutto qui».

  • Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Greenpeace and MSF - Lesvos, Greece
    Greenpeace and MSF – Lesvos, Greece, foto di Alessandro Penso

    Con la notizia del parziale trasferimento dei migranti ospitati nei padiglioni della Fiera di Genova, notizia che arriva a poche ore dalla bocciatura della proposta di Anci della distribuzione per aree omogenee, torna sotto i riflettori il problema della gestione dell’accoglienza, che anche per i primi mesi di quest’anno, deve fare i conti con un flusso migratorio in aumento. Il sistema italiano si sta muovendo in maniera emergenziale, portando all’esasperazione situazioni precarie, come quella relativa al centro allestito nei padiglioni della Fiera del Mare, e gestito dalla Croce Rossa: scarse condizioni igenico-sanitarie sono denunciate da alcune associazioni umanitarie, mentre decine di persone provenienti da paesi africani e asiatici sono letteralmente “parcheggiate”, in una attesa che sembra senza fine. Da Roma arriva un disegno di legge che potrebbe riformare fortemente il procedimento giuridico per la richiesta di protezione internazionale, velocizzando le pratiche: una “riforma” fortemente contestata dall’Associazione Nazionale Magistrati, che denuncia l’incompatibilità con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.

    La notizia: Parziale trasferimento dei migranti dalla Fiera del Mare

    Fiera del Mare, tra accoglienza e impreparazione

    La situazione presso il centro di accoglienza della Fiera del Mare, centro che dovrebbe essere ridotto nelle prossime ore, con uno spostamento parziale dal padiglione D al padiglione C, per fare spazio alla Fiera Primavera, rende le proporzioni del problema accoglienza su scala nazionale, prima ancora che genovese: «Ci troviamo in questo centro chi da 3 mesi e chi da 2 mesi. Non riceviamo pocket money e quindi molti di noi non sentono i propri cari da tempo – ci raccontano alcuni ospiti della struttura – Ci laviamo con l’acqua fredda e non c’è riscaldamento. Alcuni di noi non hanno abbigliamento adeguato, né scarpe né giacche. Le condizioni di salute di alcuni non sono buone e non riceviamo adeguata assistenza sanitaria. Non abbiamo fatto la domanda d’asilo, non abbiamo informazioni e notizie sul nostro futuro». Con queste parole i migranti denunciano la situazione in cui si trovano. A dar loro voce è l’Associazione 3 Febbraio, in una lettera aperta, firmata da 150 degli ospiti della Fiera, e pubblicata il 13 febbraio scorso. Ma non solo: sempre secondo quanto raccolto dall’associazione, ai migranti sarebbe stato intimato di non allontanarsi dalla struttura, pena l’arresto. Mauro Musa, Presidente del Comitato di Genova dell’Associazione, racconta i momenti di tensione che si sono verificati durante una conferenza stampa organizzata davanti al centro, lo scorso 13 febbraio: «Alcuni operatori della Croce Rossa hanno chiesto alla Polizia di allontanarci. La richiesta, però, non è stata ripetuta davanti alla telecamera della RAI, quando i volontari sono tornati indietro con i giornalisti. Successivamente – continua Musa – un’auto presumibilmente guidata da un dirigente della Croce Rossa, ci ha quasi investito, per poi insultarci. Inoltre, successivamente alcuni ragazzi, che avevano parlato davanti alle telecamere della Rai, sono stati controllati e interrogati».

    Andrea Migone, presidente del Comitato Locale della Croce Rossa di Genova non è d’accordo con le proteste: le mancanze della struttura sono dovute al suo carattere di provvisorietà. In un’intervista rilasciata a Era Superba ha sottolineato che si tratta solo di «un centro di transito, un punto di appoggio». Tuttavia, vengono smentite tutte le accuse portate avanti dall’Associazione 3 Febbraio: «Ogni cosa detta è fuoriviata. Anche le testate importanti dicono cose non veritiere: c’è l’acqua calda (anche se i boiler hanno una capienza limitata), ci sono lenzuola, un catering che fornisce tre pasti al giorno e lezioni di italiano impartite dalla Curia. Si cerca di dargli ciò che gli si può dare – conclude – non mi interessa il discorso legale, rimango fuori. Io aiuto chiunque». Una dichiarazione che, però, appare in contrasto con quanto affermato a proposito delle proteste: «Non conosco l’Associazione. Loro non sanno le cose, parlano per fomentare le proteste. Sono tutte illazioni, procederemo per via legale».

    Non è ancora chiaro dove verranno spostati i migranti che si trovano in questo momento alla Fiera: un centinaio troverà sistemazione fino a fine maggio nel paglione C, mentre gli altri saranno smistati in altri centri individuati su base regionale. Una situazione che, visti i recenti “dissapori” tra Comuni sulla gestione dell’accoglienza, rischia di diventare esplosiva, soprattutto a livello politico.

    Il Disegno di legge del Governo

    Il Disegno di legge proposto dal governo Gentiloni, “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale” è la risposta dell’esecutivo al continuo protrarsi di una “emergenza” senza fine. È questo il progetto che il Governo ha proposto per risolvere l’emergenza degli sbarchi sul territorio nazionale e che al momento è al vaglio delle Camere. Secondo il premier Paolo Gentiloni, queste sono «norme che attrezzano il Paese alle nuove sfide».

    Gentiloni ha dichiarato che l’obiettivo del disegno di legge è «trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nel nostro Paese in misura controllata». Tuttavia la pratica dei rimpatri forzati non sembra rispondere a questa esigenza. Anche il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha affermato che si tratta di «un nuovo modello di accoglienza», ma nei fatti la strategia sembra essere quella predisporre un sistema permanente per rimandare indietro chi arriva nel nostro Paese e non riceve lo status di rifugiato.

    La parte più delicata del disegno di legge è quella che prevede il taglio dei tempi di esame per le richieste di asilo. La misura che più delle altre snellisce il procedimento per l’analisi delle richieste di asilo è l’abolizione del secondo grado di giudizio. I dinieghi saranno impugnabili solo in Cassazione. La proposta ha sollevato dure critiche da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, che in un comunicato stampa sottolinea come: «Appare fortemente dubbia la compatibilità con l’articolo 6 Carta Europea dei Diritti dell’Uomo di una disciplina che, contemporaneamente, escluda la pubblicità dell’udienza in primo grado e abolisca il secondo grado di merito». L’eliminazione del secondo grado di giudizio, soprattutto in materia di diritti fondamentali, quale il diritto alla protezione internazionale, secondo l’Anm non è coerente con il nostro quadro processuale «si tratta di una scelta obiettivamente disarmonica, ai limiti dell’irragionevolezza». La critica mossa dall’Associazione Nazionale Magistrati non è solo di carattere teorico, ma anche pratico: «non potrà che scardinare l’intera programmazione del lavoro della Suprema Corte», che sarà caricata di una mole di lavoro maggiore.

    L’avvocato penalista Alessandro Gorla, ha commentato con queste parole il disegno di legge: «E’ sufficiente richiamare quanto acutamente osservato dall’Associazione Nazionale Magistrati, ovvero che, se il testo venisse approvato, avremmo un sistema giudiziario in cui è garantita maggior tutela a un tizio che abbia preso una multa per divieto di sosta che a una persona che stia invocando la protezione internazionale per timore di persecuzione nel proprio paese di origine. E’ pura discriminazione su base etnica».

    I conti non tornano

    Le decisioni prese dalle amministrazioni locali e da Roma, non sembrano essere compatibili con le dimensioni del fenomeno, oramai strutturale: nel 2017 sono già arrivate 9 mila 500 persone, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Con questa legge il Governo prevede l’apertura di 13 Centri per il rimpatrio (Cpr) capaci di “ospitare” ognuno ogni anno 9 mila persone, ma stando ai numeri, se i flussi non si ridimensioneranno, per ogni centro dovrebbero “passare” almeno 13 mila e 500 migranti. Sono queste le dimensioni dell’immenso “Gioco dell’Oca” che ci stiamo preparando a giocare. Ancora una volta.

    Ilaria Bucca

  • Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    fiera-genova-kennedy-DICirca un centinaio di profughi dei 200 attualmente ospitati nel padiglione D della Fiera di Genova saranno spostati nel padiglione C del quartiere fieristico fino a fine maggio, per consentire l’allestimento e lo svolgimento della “Fiera Primavera”, in calendario dal 31 marzo al 9 aprile. Lo rende noto la Prefettura di Genova che specifica che l’attuale struttura impegnata nell’accoglienza sarà liberata entro il 10 marzo. Entro fine maggio, invece, gli stessi profughi dovrebbero trovare accoglienza nel nuovo Cas (Centro di accoglienza straordinaria) che sarà allestito nell’area dell’ex bocciodromo in zona San Benigno. Altri 100 migranti attualmente collocati nel padiglione D della Fiera saranno, invece, nei prossimi giorni spostati in altre strutture di accoglienza in fase di approntamento, secondo alcune indiscrezioni, al di fuori del territorio del Comune di Genova.

    Approfondimento: Salta l’accordo Anci sulla distribuzione su aree omogenee: i numeri a Genova

    Potrebbe, dunque, essere già arrivato il momento della resa dei conti dopo la bocciatura in Anci della proposta di ripartizione per aree omogenee della quota migranti spettanti alla Liguria. Secondo il nuovo piano di riparto del ministero dell’Interno, infatti, a Genova spetterebbero 1.216 posti (pari al 2 per mille della popolazione), ovvero circa mille in meno rispetto ai 2.300 accolti al momento, con naturali riflessi sui restanti Comuni liguri che al momento non hanno dato disponibilità all’accoglienza e su cui le prefetture hanno già detto che interverranno direttamente attraverso l’imposizione di nuovi Cas, secondo le quote decise da Roma.