Tag: sicurezza

  • Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    fegino.iplom3L’oleodotto Iplom, la cui rottura il 17 aprile scorso aveva portato a un ingente sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera e nei suoi affluenti a Genova, può riprendere a funzionare dopo 5 mesi di fermo. Lo riporta l’agenzia Dire informando che l’azienda ha ricevuto il via libera dalla magistratura e la rimessa in esercizio avverrà entro la fine di settembre. Di conseguenza, anche la cassa integrazione che riguardava 240 lavoratori verrà interrotta a breve per riportare l’azienda al regime produttivo.

    “Una nuova radiografia dell’oleodotto, condotta con le più sofisticate ed aggiornate tecniche di indagine, eseguita durante il mese di agosto, ha confermato come le attuali condizioni ne garantiscano l’esercizio in sicurezza – informa l’azienda in una nota – e la permanenza delle condizioni di sicurezza, come oggi accertate, sarà garantita dalla pianificazione triennale di controlli e interventi manutentivi da parte di specialisti del settore. E sarà verificata con l’esecuzione di un nuovo collaudo idraulico nel corso del 2019, come espressamente richiesto dalla Magistratura”.

    In questi mesi, l’azienda comunica di aver realizzato 3 milioni di euro di lavori per la messa in sicurezza e 8 milioni di euro di lavori per la bonifica del territorio. In parallelo alla riapertura, proseguiranno i lavori di ripristino ambientale del territorio e un programma di interventi di miglioramento dell’affidabilità sull’oleodotto.

    Una buona notizia per i lavoratori e, speriamo, anche per il territorio se i lavori di miglioramento dell’oleodotto daranno i frutti sperati.

  • Legittima difesa, il governo impugna la legge regionale che copre le spese legali agli imputati

    Legittima difesa, il governo impugna la legge regionale che copre le spese legali agli imputati

    Sentenza del Tribunale“La norma in tema di patrocinio legale a spese della Regione invade le competenze legislative statali nelle materie dell’ordinamento penale, delle norme processuali, nonché dell’ordine pubblico e della sicurezza, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere h e l della Costituzione”. Così il Consiglio dei ministri, venerdì 9 settembre, ha impugnato la legge sul patrocinio legale gratuito, a spese della Regione Liguria, delle vittime di reato, indagati nell’ambito di procedimenti penali per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa. Il provvedimento, approvato lo scorso 28 giugno, era stato fortemente voluto dalla Lega nord e dalla vicepresidente della Regione Liguria, Sonia Viale che ora attacca duramente il governo: «La legge che abbiamo approvato in Liguria è la stessa della Regione Lombardia, che non è stata oggetto di impugnative e aveva incassato a suo tempo anche il voto favorevole in aula del Pd. La bocciatura da parte del Consiglio dei ministri è pertanto immotivata e denota un fatto gravissimo, quello dell’utilizzo della valutazione politica della Costituzione da parte del governo».

    Anche il presidente Giovanni Toti è intervenuto sull’impugnativa, dicendosi «stupito ed amareggiato per un governo incapace di comprendere le ragioni dei suoi cittadini, anzi di non ascoltarle proprio e che sa solo penalizzare chi, come Regione Liguria, cerca di aiutarli». E punta il dito contro il guardasigilli spezzino Andrea Orlando che, dice, «in perfetto stile Pd è distante dalla gente e questo provvedimento ne è l’ennesima dimostrazione». 

    Terreno fertile per le opposizioni per scagliarsi contro la giunta regionale di centrodestra. Pd e M5S sono concordi nel sottolineare come fosse ampiamente pre-annunciata l’impugnativa. «Si tratta di una decisione ovvia, che dimostra come la Regione Liguria perda tempo, sempre più spesso, in questioni che non le competono, invece di occuparsi dei temi che riguardano direttamente i cittadini del suo territorio» affermano Raffaella Paita e Luca Garibaldi. Per i rappresentati del Pd la legge «contiene anche un messaggio sbagliato in materia di sicurezza: è pura propaganda politica e non fornisce risposte alle vittime dei reati. Misure come queste sono semplici spot elettorali, come avevamo ribadito in aula in sede di discussione». Quella dell’esecutivo viene, dunque, ritenuta una «scelta giusta, non solo perché la Regione ha violato le competenze statali in materia di giustizia, ma anche perché si tratta di una misura culturalmente sbagliata, che non serve a nulla». 

    «Non parliamo mai a caso quando solleviamo in Consiglio regionale vizi di incostituzionalità e oggi ne abbiamo l’ennesima riprova – rivendicano i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle – è ora di smetterla di sprecare tempo e denaro per approvare leggi da far west per pura propaganda elettorale»«Ieri il Piano casa e la legge venatoria, oggi la legittima difesa – proseguono i pentastellati – domani potrebbe toccare ad Alisa. Sordi a ogni critica, Toti e la sua giunta tirano dritti per la propria strada, ignorando i più elementari principi costituzionali e facendo perdere tempo e denaro ai liguri, che ancora oggi attendono invano di vedere i frutti di questo governo regionale pressappochista e impreparato».

    Che cosa prevede la legge regionale impugnata

    La legge regionale prevede un patrocinio da parte della Regione per sostenere le spese legali “nei procedimenti penali per la difesa dei cittadini che, vittime di un delitto contro il patrimonio o contro la persona, siano indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo in legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa”. Nella legge è anche previsto da parte della Regione un intervento di assistenza legale e di contributi utili ad affrontare emergenze economiche per “i familiari degli esercenti un’attività imprenditoriale, commerciale e artigianale o comunque economica, deceduti, vittime della criminalità. Per il 2016 la dotazione finanziaria resta al momento limitata a 20 mila euro. La legge prevede che la giunta definisca con apposita delibera “i criteri e le modalità per l’applicazione” del provvedimento “dando priorità ai soggetti di età superiore ai 65 anni”.

    Ma Era Superba aveva già analizzato il provvedimento nel corso del suo iter consiliare. Qui il nostro approfondimento.

  • Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    AGGIORNAMENTO – 9 agosto 2016 – In risposta alla nostra inchiesta, in data 3 agosto 2016 riceviamo dagli uffici della Prefettura la seguente comunicazione: “In merito a quanto richiesto, si comunica che dal 2 maggio scorso è stato costituito presso questa Prefettura un gruppo tecnico di lavoro incaricato di procedere, ai sensi del d. lgs. 105/2015, alla revisione dei piani di emergenza esterna delle industrie a rischio presenti sul territorio provinciale. Il sito della Prefettura, pertanto, verrà aggiornato all’esito della revisione”. 

    La redazione di Era Superba ringrazia per la collaborazione e la comunicazione. Lasciamo ai lettori il giudizio sulla vicenda, rimanendo in attesa della pubblicazione dei nuovi PEE.


    iplom-petrolio-inquinamentoA cento giorni dal disastro, nulla sembra essere cambiato. Ad aprile, su queste pagine, avevamo denunciato come i Piani di Emergenza Esterna per gli impianti a rischio rilevante della provincia di Genova fossero scaduti, e quindi fuori norma; oggi nessuno di questi documenti risulta essere stato aggiornato. Come se nulla fosse successo.

    I PEE sono tutti irregolari, quando ci sono

    Come avevamo visto, sul territorio provinciale genovese sono collocati dieci impianti industriali, che, in base alla normativa vigente, sono considerati a “rischio rilevante”; secondo la legge, per ogni impianto del genere deve essere redatto e reso pubblico il cosiddetto Piano di Emergenza Esterno (PEE): un documento di evidenza pubblica dove sono affrontati tutti gli scenari di eventuali incidenti, e le probabili ripercussioni sul territorio limitrofo all’impianto. Un documento che secondo le normative comunitarie, assorbite dal nostro ordinamento, deve essere aggiornato ogni qualvolta siano introdotti fattori di novità sostanziale (nuove attrezzature, nuova impiantistica, nuovi depositi ma anche cambiamenti urbanistici e viari correlati di rilievo), o comunque al massimo ogni tre anni.

    Dieci impianti a cui corrispondono dieci PEE; solo in teoria però: nella pratica, infatti, sul sito web della Prefettura di Genova, responsabile della stesura di questi documenti, sono consultabili solo cinque di questi, e tutti sono scaduti, quindi non a norma. Cento giorni fa, quando per la prima volta ci imbattemmo in questa irregolarità, solo uno risultava ancora valido, quello relativo all’impianto di A-Esse s.p.a. di Cravasco: nel frattempo però è “scaduto” pure quello, esattamente il 7 luglio scorso.

    Degli altri cinque PEE non si sa nulla; sappiamo solamente che quello relativo all’impianto Iplom di Busalla risale al 2006 (quindi scaduto dal 2009) ed è in fase di aggiornamento, secondo quanto riferitoci dalla Prefettura, dalla quale siamo in attesa di risposte in merito.

    Il disastro continua

    Nel frattempo a Fegino procede la bonifica, non senza disagi per la popolazione della zona, che continua a documentare affioramenti di liquami contaminati e miasmi insopportabili, accentuati dal caldo estivo. A questa situazione si aggiunge la notizia della proroga per altri tre mesi della cassa integrazione per gli operai degli impianti Iplom, che continuano ad essere fermi: un altro “disatro” che coinvolge 240 lavoratori e le loro famiglie. Poche settimane fa è stato depositato in Procura un esposto, a nome del Comitato Spontaneo di Fegino, per indagare sul disastro; tra le potenziali anomalie sotto accusa anche gli interventi eseguiti subito dopo l’incidente. In questo caso, è lecito pensare che anche l’irregolarità del PEE possa avere un peso.

    Un disastro, quello di aprile, che continua quindi ad essere tale anche oggi, a distanza di oltre tre mesi. Molte cose sono state fatte, ma non tutte; rimaniamo in attesa di capire il perché di certi ritardi, e di vedere regolarizzate certe disposizioni, nella speranza che queste mancanze non debbano ricadere sulla pelle di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    diritto-difesaÈ in discussione in queste settimane al Consiglio regionale una nuova legge, mutuata da interventi normativi simili in altre regioni come la Lombardia, il cui impatto sulla vita civile potrebbe non essere insignificante. Si tratta di un testo breve, il cui obiettivo (come specificato nella relazione che accompagna il disegno di legge 30) è “fornire assistenza e aiuto alle vittime dei reati della criminalità”. E, in effetti, al primo comma dell’articolo 1 è previsto che la Regione Liguria assista i familiari di vittime della criminalità, fornendo contributi economici per il danno causato dalla perdita del proprio parente. Un intendimento chiaro e generalmente encomiabile: si tratta di una norma di welfare tesa al sostegno di famiglie colpite da un grave lutto, in una condizione di difficoltà economica (oltre che naturalmente emotiva), venendo a mancare uno stipendio in casa e contando che non sempre i criminali hanno le risorse finanziarie necessarie a rifondere i danni economici che hanno causato.

    I dubbi sulla priorità agli anziani

    Qualche dubbio in più arriva quando si analizza il principio-guida per l’assistenza economica che indica la priorità alle persone di età superiore ai sessantacinque anni. Come evidenzia il professor Paolo Pisa, docente di Diritto penale alla già facoltà di Giurisprudenza di Genova nonché uno dei giuristi sentiti in commissione regionale per un parere su questa legge, il rischio è che «la vedova al di sotto dei sessantacinque anni e i figli finiscano per essere indebitamente superati dal genitore ultrasessantacinquenne della vittima». Inoltre, il parametro dell’età fa riferimento anche ai successivi privilegi (che tra poco analizzeremo) garantiti dalla legge, rispetto ai quali sono dunque poste in condizione di subordine altre categorie di cittadini esposti a più rischi della media, come ad esempio le donne. Ragiona in questi termini l’avvocato Sara Garaventa dello studio Ispodamia, presidente della sezione genovese delle “Donne giuriste italiane”: «Mi chiedevo se potesse essere uno spunto di riflessione non limitare questo eventuale aiuto solo ai soggetti over sessantacinque ma anche a tutte le donne che vivono da sole, anche giovani, e che sono comunque soggetti deboli, possono essere prese di mira ad esempio nel classico furto notturno in appartamento».

    I dubbi sull’eccesso di legittima difesa

    forte-begato-vandali-telecamereIn effetti, la seconda parte dell’articolo 1 del ddl si rivolge a chi subisce “un delitto contro il patrimonio o la persona” e reagisce. L’obiettivo della legge, nei fatti, è quello di aiutare chi subisce un processo per eccesso di legittima difesa. In particolare, al secondo comma è previsto che vengano pagate dalla Regione le spese legali (avvocati, consulenti tecnici che curino gli interessi della parte nella raccolta delle prove, etc.) per quei cittadini che, vittime di un reato diretto contro di loro o contro le loro ricchezze, siano “indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa.

    Proviamo a “tradurre” dal giuridichese. La seconda parte si riferisce a chi commette un reato, viene posto sotto processo ed è poi assolto perché ha agito nei limiti della legittima difesa. Una scelta politica con cui si vuole dare un sostegno a chi ha tenuto un comportamento considerabile lecito (e tale ritenuto dopo gli accertamenti di un processo) per salvaguardare i propri diritti.

    I dubbi arrivano con la prima parte che, in sostanza, riguarda chi è indagato per aver reagito oltre i limiti della legittima difesa (ad esempio, sparare a un ladro disarmato) in maniera colposa, ossia commettendo un errore di valutazione, non per precisa volontà di tenere quel tipo di condotta.
    Per il nostro sistema penale, questo errore è comunque un reato e va pagato. Il disegno di legge regionale, però, offre aiuto a chi lo commette, almeno nella fase delle indagini (preliminare al processo vero e proprio), a prescindere che poi la persona venga assolta o condannata. Tutti i tecnici da noi intervistati si sono espressi univocamente contro questa norma. Il professor Franco Della Casa, docente di diritto processuale penale all’ex facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, ha evidenziato come sia umanamente concepibile la vicinanza a chi commette un reato perché provocato da un fattore esterno (l’essere vittima di un crimine), ma, come ben sa chiunque studia il diritto, «le leggi vanno al di là delle buone intenzioni». Questa previsione è «l’unico esempio di tutela giudiziaria di un soggetto che viene riconosciuto pienamente colpevole di un reato colposo», sottolinea il professor Pisa. «È legittimo – prosegue – che per una categoria di soggetti che vengono riconosciuti responsabili per colpa di un reato scatti una tutela giudiziaria a spese della collettività?». Già, perché il fondo regionale, che per il primo anno verrebbe coperto con l’esiguo stanziamento di 20 mila euro, è costituito con soldi pubblici, i soldi delle nostre tasse per intenderci. Se è umanamente comprensibile provare un senso di vicinanza verso chi delinque in un momento di panico perché si sente sotto minaccia, è decisamente discutibile dare un simile messaggio di legittimazione della condotta: richiamando le parole dell’avvocato Garaventa, «un conto è aiutare chi è poi assolto e quindi esiste una scriminante, viene meno l’antigiuridicità del fatto, un conto invece è quasi legittimare dei comportamenti che non sono leciti, che vanno al di là dei limiti concessi per difendersi; è un reato colposo, esiste la colpa nel nostro ordinamento». Il rischio è una legge regionale che contrasti con i principi dell’ordinamento: decisamente un controsenso, oltreché un provvedimento facilmente impugnabile.

    Le risposte della vicepresidente della Regione

    A tutti questi dubbi e critiche prova a rispondere direttamente la promotrice di questa legge, la vicepresidente e assessore regionale alla Sicurezza, Sonia Viale, in quota Lega Nord. «Questa legge chiaramente non va a incidere sulla prerogativa dello Stato in materia di diritto e procedura penale, va a incidere sul welfare della sicurezza e delle politiche sociali. Ritengo che una persona vittima di un reato contro il patrimonio o la persona viva un momento di fragilità o di bisogno e quando reagisce in eccesso di legittima difesa, se lo stesso ordinamento giuridico lo individua come colposo, penso a come fare per aiutare questa persona, lo sostengo in un momento di sconforto per affrontare le spese legali».

    Ha dichiarato, come riportato dal sito della regione, che è un “gesto di civiltà tutelare chi si difende da un reato”: anche se facendolo commette a sua volta un reato? Facendo un esempio, se un ladruncolo entra in una villa disarmato per impadronirsi di qualche argenteria e il padrone di casa, armato, seppur non assolutamente in pericolo di vita ma che erroneamente ritiene di esserlo, lo crivella di colpi, nella fase delle indagini le sue spese legali sarebbero a spese della Regione, anche se poi venisse condannato…
    «Ritorniamo a quanto detto prima, se il giudice ravvisa un dolo, la Regione non interviene, se uno entra di notte in un’abitazione e il padrone di casa ha la moglie e il figlio e reagisce con un eccesso di legittima difesa ritengo che sia un momento di fragilità, di panico, quindi il sostegno viene in un momento di grande difficoltà, anche se sconterà la sua pena, avrà il risarcimento del danno da pagare, e via dicendo».

    Il fondo annuo messo a disposizione è di 20.000 euro; per tutti i buoni propositi di questa legge (assistenza economica alle famiglie delle vittime e a indagati e assolti) non le sembrano pochi?
    «Intanto è un inizio, non ci risulta ci siano stati casi eclatanti o di richiesta, la procedura di richiesta sarà stabilita con una delibera di giunta che prevedrà un regolamento con delle priorità ma, intanto, una volta che sarà legge, siamo già stati contattati da avvocati che hanno dato la loro disponibilità per un’assistenza legale gratuita. È un segnale politico, di politica legislativa, che avrà anche il conforto del mondo dei professionisti».

    L’impressione è che sia più una mossa politica per portare avanti la battaglia cara alla Lega di tutela della legittima difesa in ambito domestico, più che una risposta a un’effettiva esigenza urgente…
    «Anzitutto la formulazione di questo disegno di legge non ha rallentato in alcun modo l’iter degli altri lavori della Regione. Poi, ormai questo paese sembra sia dalla parte di Caino e mai di Abele, il cittadino si sente indifeso, c’è un dibattito anche a livello parlamentare su questo tema. La Lega ha presentato anche delle proposte di legge, ci deve essere una presunzione: se uno entra in casa per rubare è il cittadino che deve dimostrare di aver agito con proporzione, se uno entra in casa di notte rompendo una finestra è lo Stato che deve dimostrare che il cittadino ha esagerato. È un momento di panico. Non dico che faccia bene, dico che un welfare deve tenerne conto prendendo spunto dall’aumento di furti in abitazione in Liguria. Lo Stato su questo tema non fa abbastanza, c’è un vulnus per la persona e lo Stato non è in grado di agire su questo».

    Tutti i dubbi che restano

    A questo punto, la vicepresidente è stata richiamata dai suoi impegni e non ha avuto il tempo di rispondere ad altre domande che sorgono spontanee, come i dubbi sopra riportati circa l’effettiva opportunità di destinare questo intervento prima di tutto agli ultrasessantacinquenni trascurando altri criteri-guida influenti come il reddito. Avremmo anche voluto capire la reale necessità di una legge così controversa se casi di questo genere, per parole della stessa Viale, non sono poi così diffusi nella Regione. Ci sarebbero poi altre questioni più prettamente tecniche, come il dubbio sollevato dal professor Pisa circa il fatto che sia stata trascurata la fattispecie della supposizione erronea colposa, i cui effetti sarebbero gli stessi dell’eccesso di legittima difesa eppure non vi sarebbe supporto economico per questi casi.

    In definitiva, allineandoci anche al parere dei tre professionisti che ci hanno aiutato ad analizzare questo disegno di legge, sicuramente è un passo avanti la previsione dell’assistenza economica alle vittime, ma altrettanto indubbi sono i profili criticabili della parte in cui si pagherebbe con soldi pubblici la difesa di chi, a conti fatti, è indagato per aver commesso un reato. Su questo punto la sensazione è che ci sia molto di politico e poco di giuridicamente e tecnicamente ragionato.
    La legge è stata più volte posta all’ordine del giorno delle sedute del Consiglio regionale ma non ancora completamente discussa e votata, complice l’ostruzionismo delle opposizioni. Resta, dunque, ancora aperta la porta a eventuali emendamenti ma l’approvazione, salvo clamorosi colpi di scena, non dovrebbe essere messa in discussa. Certo, come accennato dalla stessa Viale, bisognerà poi anche attendere il regolamento attuativo che verrà redatto in seguito dalla giunta per capire quanto questa legge sarà in grado di corrispondere a concrete esigenze dei cittadini o rimarrà una dichiarazione di intenti di facile presa sulla “pancia” ma non realmente in grado di apportare migliorie significative alla nostra Regione.


    Alessandro Magrassi

  • Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    iplom-petrolio-inquinamentoNel territorio metropolitano provinciale di Genova esistono 16 impianti industriali considerati a rischio di incidente rilevante, secondo i parametri del decreto legislativo n. 334/1999, modificato a più riprese fino alla recente integrazione del decreto 105 del luglio scorso. A dirlo è l’ultimo rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ben 13 di questi impianti sono dislocati sul territorio del Comune di Genova, facendone il terzo a livello nazionale per concentrazione, preceduto soltanto da Ravenna (26 impianti) e Venezia (15). La nostra città deve la sua posizione in questa speciale classifica alla presenza di infrastrutture legate al comparto petrolifero: il porto genovese è stato ed è porta geografica importante per il circuito degli idrocarburi del nord Italia, e non solo.

    Per tutti questi impianti sono previste norme di sicurezza molto stringenti, tra cui quella che prevede la realizzazione, da parte dell’azienda, dei Piani di Emergenza Interna (PEI), che devono essere perfezionati attraverso periodiche esercitazioni. Dei 16 impianti provinciali, 10 rientrano anche nelle normative previste dall’articolo 8 della già citata legge in cui vengono prescritti particolari provvedimenti, per via delle quantità di materiale pericoloso trattato e stoccato. Tra queste disposizioni, una delle più caratterizzanti è quella che rende obbligatoria la stesura da parte della Prefettura di competenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).

    Era Superba vi ha già descritto la situazione dei PEE legati agli impianti Iplom di Fegino e Busalla, svelando, prima di altri, ritardi inquietanti nella stesura e nell’aggiornamento di questi documenti fondamentali per la sicurezza dell’ambiente e delle persone.

     Ma non ci siamo fermati qui. Facendo ulteriori verifiche abbiamo “scoperto” che di questi 10 impianti, ad oggi, solo uno è dotato di un PEE aggiornato, pubblico e quindi valido, mentre 4 hanno un PEE pubblico ma scaduto da un anno. Per i rimanenti 5 non vi è traccia della documentazione, che dovrebbe essere pubblica e, anzi, divulgata chiaramente alla popolazione.

    I Piano di Emergenza Esterna scaduti

    IMG_3722Come abbiamo visto nel precedente articolo, ogni PEE deve essere aggiornato ogni qualvolta subentrino modifiche sostanziali nelle infrastrutture dell’impianto e, comunque, con una cadenza che non superi i tre anni.
    L’unico sito che oggi risulta essere adeguatamente “coperto” è A-Esse s.p.a., di Cravasco, che produce ossidi di zinco, il cui PEE, licenziato nel 2013, sarà valido fino al prossimo luglio.

    Risultano invece “scaduti” i restanti 4 PEE pubblicati sul sito web delle Prefettura genovese: oltre agli impianti Iplom di Fegino, quindi, il sito Eni di Pegli (Ex Praoil), che movimenta e stocca prodotti petroliferi, Superba s.r.l, che oltre agli idrocarburi movimenta prodotti chimici, e la Carmagnani s.p.a., attiva nello stesso settore. Questi tre impianti formano quello che i tecnici chiamano “Quadrante Multedo”: vicinissimi tra loro, hanno porzioni delle “zone di danno” che si intersecano, con un potenziale “effetto domino” che in caso di incidenti potrebbe rivelarsi decisamente drammatico. Come tutti sanno, inoltre, nelle immediate vicinanze sussistono zone densamente abitate (Pegli e Sestri Ponente), scuole, impianti sportivi, autostrada e linea ferroviaria. Senza dimenticare il torrente Varenna e il mare a pochissimi metri. In questo contesto particolarmente delicato, quindi, un ritardo nell’aggiornamento dei PEE assume contorni inquietanti: i piani esistono, intendiamoci, ma sono del 2012 e quindi fuori norma.

    I Piani di Emergenza Esterna “fantasma”

    iplom-petrolio-inquinamentoRicapitolando: dei cinque PEE pubblicati sul sito web della Prefettura, solo uno è attualmente valido. Ma qual è la situazione per i rimanenti impianti a rischio incidente rilevante presenti sul territorio metropolitano genovese? Come abbiamo visto, il PEE della raffineria Iplom di Busalla risale al 2006 e non è disponibile al pubblico perché, stando a quanto riferito dalla Prefettura, “in fase di revisione”.

    Per gli altri 4 impianti la situazione è simile: del PEE non c’è traccia sul sito della Prefettura. Stiamo parlando dei depositi chimici Silomar di Ponte Etiopia, a pochi metri dallo snodo di San Benigno e dalla Lanterna; i depositi petrolchimici Petrolig, situati in Calata Stefano Canzio, nel cuore del porto vecchio; i depositi Sigemi di fronte a San Quirico e a due passi dal Polcevera; il Porto Petroli Eni, sempre a Multedo.

    Il Comune: «Non è compito nostro ma vigiliamo». La Regione: «Presto tavolo con prefettura e governo»

    iplom-petrolio-inquinamentoLa questione sembra cogliere di sorpresa anche gli enti locali. L’assessore per la Protezione Civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, che abbiamo rincorso tra la gestione dell’emergenza sul Polcevera e l’allerta meteo, ricorda che «la materia non è di diretta competenza comunale. I nostri uffici tecnici sono al lavoro per approfondire la questione: solo dopo un’attenta verifica della situazione ci muoveremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco, Stefano Bernini: «La competenza dei piani di emergenza non è nostra – ribadisce – durante la stesura del Puc, ovviamente, ci siamo appoggiati ad Arpal e Regione che ci ha fornito le documentazioni tecniche sulle aree limitrofe ai grandi impianti industriali».

    La Regione, invece, attraverso l’assessore all’Ambiente e alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, ci assicura che «finita l’emergenza (sul caso Iplom, ndr) chiederemo urgentemente un tavolo con Prefettura e governo per approfondire questa vicenda che, se fosse confermata, rileverebbe un dato preoccupante» perché un caso come quello di Fegino «non può ripetersi in nessuna maniera e perché non è possibile che i cittadini oggi convivano oltre che con il danno, anche con la paura costante che qualcosa possa succedere».
    A preoccupare non sono, però, solo le procedure di emergenza ma anche tutta la questione legata agli oleodotti che attraversano la città: «Non è immaginabile che tubature con una qualche carenza attraversino la città di Genova – continua Giampedrone – e bisogna affrontare la questione con un piano nazionale».

    Adesso è certamente il momento dell’emergenza, momento in cui bisogna fare in fretta per arginare un danno ambientale che col passare delle ore appare sempre più grave, soprattutto con il maltempo che complica le operazioni di messa in sicurezza. Una volta che l’urgenza sarà terminata e la bonifica definitiva avviata, però, è necessario che gli enti preposti si diano da fare per mettere in sicurezza il territorio: gli strumenti ci sarebbero, basterebbe predisporli nella maniera adeguata, ognuno secondo le proprie competenze. E, possibilmente, anche rapidamente.


    Nicola Giordanella

  • Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    iplom-petrolio-arpal-genovaEmergenza ambientale a Genova, per la rottura di un tubo dell’oleodotto Iplom. Tutti ne parlano da domenica sera. Mentre la magistratura indaga, l’azienda e le istituzioni cercano di accelerare al massimo i tempi di messa definitiva in sicurezza con l’ansia piogge e sversamento in mare, Era Superba ha scovato un elemento che al grave danno aggiungerebbe una altrettanto grave beffa.

    L’intervento per arginare i danni causati dalla rottura della tubatura di Fegino, è stato condotto sulla base di un Piano di Emergenza Esterno che risulta non essere aggiornato dal 2012 e, quindi, secondo quanto previsto dalla legge, “scaduto” nel 2015. Un caso non isolato: la situazione è ancora più grave ed inquietante se si guarda all’altro impianto petrolifero presente sul territorio metropolitano genovese, cioè la raffineria Iplom di Busalla, dove l’ultimo piano risale al 2006. La responsabilità di questo documento è della Prefettura di Genova che, come tutte le prefetture, ha il compito previsto dal legislatore di redigere questo documento, verificarlo e tenerlo aggiornato secondo criteri e scadenze precise.

    Il quadro normativo

    La legge parla chiaro: per ogni impianto industriale considerato a rischio rilevante, la Prefettura di competenza ha l’obbligo di redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), renderlo di evidenza pubblica e aggiornarlo al massimo ogni tre anni. Il quadro normativo di riferimento è il Decreto Legislativo 105, del 26 giugno 2015, che recepisce (sforando di un mese sulla scadenza ultima) l’aggiornamento apportato dalla direttiva comunitaria del 4 luglio 2012 alla precedente “Direttiva Seveso” del 1982 (recepita dal legislatore italiano nel 1988), già aggiornata in precedenza durante lo stesso 1982 (in Italia solo nel 1999) e poi nel 2003 (nel nostro ordinamento dal 2005). Una storia, quindi, costellata di ritardi.

    La norma prevede tutta una serie di obblighi atti a prevenire gravi incidenti industriali, con le relative conseguenze su persone e ambiente, come appunto accadde il 10 luglio del 1976 a Seveso, quando un’enorme nube tossica fuoriuscì dagli impianti chimici della ICMESA, investendo terreni e abitazioni.
    Da quel disastro, quindi, nacque l’esigenza a livello europeo di avere regole precise e rigorose per evitare nuove sciagure. Tra gli elementi chiave della direttiva, l’obbligo di studiare e rendere operativi piani di emergenza esterni: organizzare, cioè, strategie di azione in tutte quelle ipotetiche situazioni di crisi che coinvolgono l’ambiente esterno all’impianto in questione.

    Che cos’è il Piano di Emergenza Esterno

    iplom-petrolio-genova-polceveraNel dettaglio, il PEE elenca tutte le sostanze pericolose presenti nel sito e i luoghi dove sono stoccate, prevede una casistica di incidenti potenziali secondo i diversi livelli di gravità, cataloga le aree attigue differenziandole in zone di danno potenziale, e stila una serie di interventi possibili, mappando criticità, l’assetto idrogeologico, ulteriori aree a rischio limitrofe, gli accessi agli impianti e le vie di fuga per la popolazione, e coordinando Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Polizia ed enti territoriali.

    In altre parole, con il PEE, in caso di incidente, si sa cosa c’è, si sa dove è, si sa cosa può succedere, e soprattutto si sa subito come intervenire il più efficacemente possibile.

    Proprio per questo, il suo aggiornamento è fondamentale. Ogni modifica sostanziale degli impianti, infatti, deve essere catalogata e verificata, ma non solo: anche semplici cambiamenti viari e delle infrastrutture limitrofe a un determinato impianto possono costituire un fattore di novità importante, che è meglio non appurare ad emergenza in corso.

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Fegino

    Foto da profilo Facebook EnpaRitardi, dicevamo. Per quanto riguarda gli impianti di Fegino, sul sito web della Prefettura è pubblicato integralmente un PEE, datato 2012. Sullo stesso documento, però, viene predisposto un aggiornamento su base triennale, la cui prima scadenza, quindi risulta essere il 2015. In altre parole, quello vigente è un piano scaduto, non aggiornato, vecchio. L’intervento che ha seguito lo sversamento di petrolio nel rio Fegino, e poi nel Polcevera, quindi, potrebbe essere stato inficiato da questo dato.

    Abbiamo chiesto chiarimenti alla Prefettura, le cui uniche risposte sono state una serie di rimbalzi interni, unita a un «non possiamo rispondere né in senso né nell’altro».

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Busalla

    Torniamo a Busalla. Il PEE relativo alla raffineria Iplom non si trova sul sito della Prefettura e, in base alle nostre ricerche, non ne esiste copia pubblica. Abbiamo contattato, quindi, il sindaco di Busalla, Loris Maieron, che ci ha confermato che l’ultima versione disponibile risale al 2006, quindi scaduta dal 2009: «Appena mi sono insediato, nel 2014, ho appurato questa situazione – precisa il primo cittadino – e ho fatto diverse richieste al Prefetto in merito, l’ultima volta ufficialmente l’agosto scorso».

    iplom-petrolio-mareAnche Iplom, da parte sua, ci ha confermato questo dato, mettendo la propria copia a disposizione per una consultazione in quanto «documento pubblico», come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda.
    Anche in questo caso abbiamo chiesto chiarimenti ai funzionari degli uffici prefettizi di Genova che, dopo una serie di ricerche interne, hanno confermato la situazione: il PEE relativo alla raffineria di Busalla risale al 2006 e non è pubblico perché in fase di aggiornamento. Alla domanda sul perché di un tale ritardo la risposta è stata un secco «no comment».

    Alla luce di questi dati, quindi, è legittimo pensare che l’emergenza successiva all’incidente di domenica 17 aprile, che in queste ore sta tenendo con il fiato sospeso tutta la città, e non solo, potesse essere affrontata in maniera più efficace se il PEE fosse stato aggiornato, come prescritto dalla legge. Un dubbio che rimarrà tale. Per quanto riguarda Busalla, invece, la speranza è quella di non doversi porre mai questa domanda.


    Nicola Giordanella

  • Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    bisagno-alluvione-DIGiallo, arancione e rosso. Com’è noto, tra qualche mese saranno questi i livelli di allerta progressiva con cui la Regione Liguria sostituirà l’allerta 1 e 2 – a cui, purtroppo, siamo stati a lungo abituati negli ultimi anni – per omologarsi al quadro nazionale.  Come cambieranno le cose per i cittadini? Difficile dirlo al momento, anche perché prima di entrare in vigore sull’intero suolo regionale, il nuovo sistema di allerta meteo deve essere recepito da tutti i comuni liguri e relative prefetture.

    Per non farsi cogliere impreparato, il Comune di Genova nel frattempo ha presentato il nuovo Piano comunale di emergenza, con cui tra l’altro si prova a rispondere ad alcune carenze evidenziate dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale di Genova in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011 (qui l’approfondimento). La revisione del piano vigente, in realtà, era già pronta da qualche mese tanto il sindaco Marco Doria avrebbe dovuto ricevere le nuove linee guida proprio a ridosso delle tragiche alluvioni dello scorso ottobre. Adesso, finalmente, la delibera è stata approvata in giunta giovedì scorso e può iniziare il suo inter in Commissione e Consiglio comunale prima di entrare in vigore.

    In attesa di capire come si muoverà la Regione, le novità introdotte nel piano, la cui elaborazione è iniziata nel 2013 grazie alla stretta collaborazione con la Fondazione Cima, riguardano soprattutto l’organizzazione tecnica dell’amministrazione per il monitoraggio del territorio e la gestione della protezione civile, non solo in stato di attenzione o allerta.

    «Si tratta – sintetizza l’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello – di una riorganizzazione ed efficientamento di tutto il sistema, attraverso l’inserimento nel piano di emergenza di una serie di ordinanze emanate ad hoc negli ultimi anni e la revisione e potenziamento di alcune strutture di protezione civile e di gestione delle allerte».

    Entrano, dunque, a far parte del piano comunale di emergenza l’immediata chiusura delle scuole in caso di allerta 2 e l’imposizione di tenere gli alunni nell’edificio se, con allerta 1 e quindi a scuole aperte, l’evento dovesse peggiorare. Stessa sorte per le ordinanze sulle zone esondabili, anch’esse non più singoli provvedimenti ma ricomprese in maniera più organica nel piano, ad eccezione di quelle che verranno sistemate nel breve periodo con interventi di ingegneria idraulica (ad esempio, via Shelley).

    Al momento il nuovo piano di emergenza prevede i comportamenti della macchina comunale in funzione del sistema di allerta vigente (1 e 2) ma, almeno secondo quanto assicurato dai tecnici, sarà anche in grado di declinare le nuove azioni che scatteranno quando la Regione darà via alle “allerte colorate”. Eppure i tecnici stessi sono incerti nel rispondere a una semplice domanda: quando scatterà il nuovo piano regionale, con quale colore di allerta si chiuderanno le scuole? Con tutta probabilità, la chiusura automatica arriverà con l’allerta rossa ma non è detto che non possa avvenire anche con l’arancione.

    La difficoltà nella risposta non è tanto dovuta alla fase di transizione dal sistema di allertamento numerico a quello colorato, quanto al fatto che il modello di intervento per gli enti pubblici è organizzato secondo tre fasi operative (attenzione – preallarme – allarme) che non sempre si integrano bene con il sistema di allertamento per la popolazione (a proposito, il Comune sta sviluppando anche un’app per smartphone che andrà ad integrare i canali già esistenti).

    «Non si tratta certamente di un lavoro che finisce qui – ammette Crivello – e nel medio e lungo termine sarà soggetto a modifiche perché oltre 91 mila genovesi abitano attualmente in aree esondabili ma la mappatura – si spera – cambierà con i grandi interventi di ingegneria idraulica a cui assisteremo nei prossimi anni, come gli scolmatori del Fereggiano e del Bisagno».

    Coc, il tavolo per gestire l’emergenza: «nessuno potrà più bussare ed entrare…»

    Le vere innovazioni introdotte dal piano comunale, tuttavia, riguardano soprattutto la messa in moto e il funzionamento della struttura amministrativa, in caso di necessità e non solo. Intanto, viene snellito il Centro operativo comunale (Coc), struttura tecnica a supporto del sindaco per la gestione delle criticità meteorologiche: si tratta sostanzialmente di un tavolone nel cuore del Matitone, attorno a cui vengono prese le decisioni più delicate. Dalle 9 unità attuali (quasi mai rispettate in passato, soprattutto nel 2011 quando attorno al tavolo del Coc gravitavano decine e decine di persone con compiti non sempre chiarissimi) si passa a 6 («e nessuno potrà bussare alla porta ed entrare» assicura Crivello), oltre al sindaco coadiuvato dall’assessore alla protezione civile, per permettere una maggiore rapidità d’azione. Il comitato sarà composto da: direttore generale del Comune, rappresentante dell’area tecnica, rappresentante dell’area servizi, comandante di Polizia Municipale, direttore di Protezione civile e rappresentante dell’area staff e Municipi. Amiu, Aster e Amt siederanno a un altro tavolo, poco distante, assieme ai rappresentati di tutti gli altri servizi e settori del Comune di Genova che dovranno rendere operative le decisioni del Coc.

    Confermate anche le Unità di Crisi dei singoli Municipi che entrano in vigore per la gestione dell’emergenza, la struttura del Coc che monitora 24h su 24 e 365 giorni l’anno il territorio, il presidio permanente di Protezione civile e le 4 pattuglie di polizia municipale come primo strumento di presidio territoriale attivato anche solo in stato di attenzione.

    Qualche nuovo accorgimento riguarderà anche il cosiddetto “stato di pace”, ovvero in situazione ordinaria senza attenzioni, allarmi o allerte. Viene, infatti, individuato un rappresentante di protezione civile per ogni direzione del Comune: «Non si tratta soltanto di una questione di partecipazione alle riunioni e comunicazione con i vertici del settore – spiega Crivello – ma anche della necessità di una maggiore sensibilizzazione sul tema all’interno della struttura amministrativa».

    Tursi, in sostanza, cerca di aprirsi sempre più la strada verso l’autonomia gestionale dalla Regione, nei limiti del possibile e del legalmente consentito, per evitare il ripetersi di critiche impasse come quella dello scorso ottobre quando l’Amministrazione fu costretta a convocare, un po’ fuori dai canoni, il Centro operativo comunale nonostante la mancata emanazione dello stato di allerta da parte di via Fieschi. «La macchina comunale – spiega la neo responsabile di Protezione Civile del Comune di Genova, Francesca Bellenzier – non si attiverà solo su input della Regione ma anche, se necessario, dall’osservazione diretta degli effetti al suolo». Anche perché, in un contesto idrografico come il nostro, caratterizzato da corsi d’acqua ripidi e con breve distanza tra la fonte e linea del mare, aspettare l’evoluzione dell’evento può essere un errore irreparabile.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

    Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

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    Lo Scolmatore Fereggiano è solo una parte del progetto complessivo per la messa in sicurezza del Bisagno che comprende:  1° lotto, 1° stralcio: scolmatore torrente Fereggiano / 45 milioni, già finanziati, inizio aprile 2015, fine maggio 2018 – 1° lotto, 2° stralcio: prese sui rivi Noce e Rovare / 10 milioni previsti in Sblocca Italia, durata un anno e mezzo – 2° lotto: scolmatore torrente Bisagno e bypass torrente Noce / 184 milioni previsti in Sblocca Italia, durata 9 anni

    Con la consegna del cantiere alla ditta P.A.C. avvenuta martedì 7 aprile, sono ufficialmente partiti i lavori (più precisamente le opere di cantierizzazione mentre per gli scavi si dovrà attendere il progetto esecutivo previsto ai primi di maggio) per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano. L’occasione è stata colta dall’amministrazione comunale per fare il punto su una delle opere più attese riguardo la messa in sicurezza idrogeologica della nostra città.

    «Secondo stime piuttosto accurate – ha ricordato il sindaco Marco Doria – servirebbero 400 milioni di euro per mettere in sicurezza la città dal punto di vista idraulico. Considerato che, pure accentuando la nostra capacità di contrarre mutui, nel 2015 alla voce lavori pubblici verranno spesi 105 milioni, significherebbe che se il Comune dovesse far fronte solo con forze proprie a queste esigenze, per 4 anni non potrebbe spendere un euro per scuole, case comunali, asfaltature, parchi pubblici: una cosa insostenibile». Per questo motivo, come vedremo, è indispensabile fare ricorso ai trasferimenti statali e sperare che le promesse del governo vengano mantenute in tempi rapidi.

    Quello appena avviato tecnicamente è il primo stralcio del primo lotto di un intervento molto più complesso per la realizzazione dello scolmatore sul Bisagno e la messa in sicurezza del torrente e di tutti i suoi affluenti. Ma è molto importante non confondere le due opere, benché l’obiettivo sia sostanzialmente lo stesso, soprattutto per una questione di finanziamenti e quindi di realizzabilità dei lavori.

    Scolmatore Bisagno >> L’approfondimento da Era Superba #57

    Lo scolmatore del Fereggiano

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    Il tracciato dello Scolmatore Fereggiano. In viola la parte di galleria già esistente, in blu le opere di presa e collegamento dei rii Noce e Rovare che non rientrano nel primo stralcio di lavori (clicca sull’immagine per ingrandire)

    Lo scolmatore del Fereggiano, un canale in copertura che consentirà di svuotare direttamente a mare il torrente in caso di piene elevate, è già stato finanziato con risorse sostanzialmente disponibili: si tratta di 45 milioni di euro, provenienti in parte dal Piano nazionale per le città del governo Monti (25 milioni per il finanziamento più alto concesso dal programma su una base nazionale di 250 milioni), in parte da un mutuo contratto ad hoc dal Comune (15 milioni) e dalla Regione (5 milioni). I lavori dureranno nel complesso 3 anni e 1 mese, abbassando decisamente il periodo inizialmente previsto di 5 anni, grazie a tre turni al giorno per 7 giorni su 7, quantomeno nella fase clou che coinvolgerà circa 150 persone. Si inizierà dallo sbocco a mare, in corso Italia nella zona tra i bagni Squash e la Marinetta, per proseguire i 900 metri di galleria (a sezione circolare e diametro di 5,2 metri) iniziati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, costati circa 20 miliardi di lire e bloccati all’altezza di Villa Cambiaso. Qui, sottoterra, sarà installata la centrale operativa del cantiere, con un’area dedicata alla frantumazione e vaglio dei residui da scavo che per almeno il 50% (circa 70 mila metri cubi) saranno utilizzati per i ripascimenti delle spiagge di corso Italia, Voltri, Vesima e verranno movimentati esclusivamente via mare, attraverso l’approdo di apposite bettoline.

    Gli scavi (tradizionali, non con talpa) daranno vita complessivamente a una galleria di 3,7 chilometri che passerà sotto il forte San Martino, il monoblocco dell’Ospedale, per arrivare alla presa sul Fereggiano nella zona di via Pinetti, salita del Ginestrato «senza attraversare zone particolarmente sensibili e con grande attenzione per la fase critica sottostante la linea ferroviaria del nodo di Brignole-Terralba» come assicurato dal Responsabile unico del procedimento per il Comune, l’ing. Pinasco.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno.

    Nello stesso progetto già previsti e approvati sono anche i lavori delle prese sui rivi Noce (per cui sarà necessario anche un bypass) e Rovare, che sboccheranno nella galleria principale del Fereggiano. In un primo tempo si era parlato di una realizzazione contestuale, sfruttando gli eventuali ribassi d’asta. In realtà, queste opere sono state stralciate per mancanza di fondi e dovranno attende i finanziamenti dello Sblocca Italia (vedi in seguito). Con il completamento delle due prese, la portata dello scolmatore a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).

    La galleria funzionerà a pressione e per questo motivo sono stati pensati 4 aerofori da 70 cm di diametro (che sorgeranno nelle zone di Villa Cambiaso, Forte San Martino, incrocio via Mosso/corso Europa, via Berghini) che avranno la funzione di sfiatatoi, qualora l’impianto dovesse entrare in pressione (statisticamente una volta ogni 35 anni), e spunteranno dal piano strada per un’altezza di circa 2,5 metri.

    A parte la fase di allestimento di cantiere, i lavori via terra saranno quasi invisibili. All’altezza dello sbocco sul mare, infatti, già dal prossimo autunno sarà installato un prefabbricato complanare a corso Italia, allestito con verde, solarium e campo sportivo e attraversato dal canale prima di approdo delle bettoline e poi di sbocco dello scolmatore. Quest’ultimo, che  sarà coperto da una scogliera e vedrà realizzata una nuova spiaggia, sarà sfruttato anche per lo scolmatore del Bisagno, quando e se partiranno mai i lavori, in modo tale che i due cantieri possano eventualmente procedere in maniera contestuale. I disagi per i cittadini, considerata l’importanza dell’opera, dovrebbero dunque essere relativamente limitati e poi, stando a quello che dice il sindaco, «il cantiere che non si vede e non si sente è il cantiere che non esiste».

    Qualche problema in più per le attività che insistono su questa zona di litorale ma non è detto che in futuro non possano rifarsi con la gestione della nuova piattaforma rialzata. Intanto, per tutto il periodo del cantiere, in corso Italia sarà attivato un info-point a disposizione della cittadinanza.

    I rivi Noce e Rovare e lo Scolmatore del Bisagno

    «Al termine di questi lavori, il Fereggiano sarà assolutamente in sicurezza e contribuirà ad attenuare le criticità del bacino del Bisagno». Partiamo dalle parole del sindaco per sottolineare come i restanti interventi di messa in sicurezza del Bisagno (scolmatore e rifacimento della coperatura) siano un altro capitolo ben distinto della storia. La differenza, come anticipato, la fanno in primis i finanziamenti.

    Si tratta sostanzialmente di una cifra attorno ai 300 milioni di euro (destinati non solo al Bisagno ma anche alla messa in sicurezza di altri rivi cittadini come il Chiaravagna e lo Sturla) che rientrano nel cosiddetto programma Italia Sicura. Soldi promessi ma non ancora messi a disposizione. In questa partita rientrano anche i 10 milioni del secondo stralcio del primo lotto, ovvero le prese sui torrenti Noce e Rovare (data inizio lavori, della durata di un anno e mezzo, inizialmente prevista a giugno 2015 ma sicuramente posticipata perché la gara non è ancora stata bandita), e gli altrettanti 10 milioni del bypass per il Noce all’interno dei complessivi 184 milioni del secondo lotto dello scolmatore del Bisagno, comprendente anche la galleria scolmatrice dello stesso torrente.

    Sempre dallo stesso programma governativo dipendono i fondi per completare il rifacimento della copertura sul Bisagno. Ripartiti da poco i lavori del secondo stralcio del secondo lotto, poco dopo la Questura in direzione Brignole, finanziati con poco meno di 36 milioni, è in fase di progettazione il terzo lotto (95 milioni) che da Corte Lambruschini arriverà fino al ponte di Brignole. «Solo terminati tutti questi lavori (stime molto ottimistiche parlano di dicembre 2020 per la copertura e giugno 2023 per lo scolmatore del Bisagno, ndr), la sicurezza del Bisagno potrà risultare soddisfacente» commenta il sindaco Doria. Nel frattempo, però, in bassa Val Bisagno continuerà ad abitare un genovese su 7, con un occhio al cielo e uno al torrente appena vedrà cadere qualche goccia di pioggia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

    Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

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    Foto di Diego Arbore

    Mentre in Italia l’occupazione continua a calare e gli impieghi sono sempre più precari, neppure ai margini del dibattito politico compare un aspetto fondamentale, a maggior ragione in tempi di crisi e di attacco alle residue tutele dei lavoratori: la sicurezza sul lavoro.
    I controlli in materia di sicurezza del lavoro, prevenzione infortuni ed igiene sono attribuiti in via generale alle Aziende Sanitarie Locali (ASL), che li esercitano attraverso i servizi Psal – Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro. Di alcune specifiche attribuzioni sono invece titolari i servizi ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro (controllo e verifica del rispetto delle normative che regolano i rapporti di lavoro) e le rappresentanze sindacali. Per la tutela della salute dei lavoratori, le ASL sono dotate di particolari poteri, tra i quali rientrano la prescrizione ad adempiere in caso di accertamento di contravvenzioni, ed il potere di accesso e di disposizione, cioè il potere, rispettivamente, di visitare in ogni parte ed in qualunque ora del giorno aziende, cantieri, opifici, laboratori, ecc., nonché i dormitori e refettori annessi agli stabilimenti, e di imporre al datore di lavoro un determinato comportamento, al fine di colmare eventuali vuoti normativi. Anche i lavoratori, attraverso le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.
    In tutta Italia sono meno di 2000 i tecnici della prevenzione dei servizi Psal – operatori della sicurezza sul lavoro, così come definito dal D.Lgs 758/94 (Organo di Vigilanza con qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria) – che dovrebbero garantire i controlli per la sicurezza sul lavoro nei confronti di una platea complessiva di circa 3-4 milioni di aziende. Troppo pochi per svolgere adeguatamente un compito così delicato, mentre l’importanza del loro ruolo spesso non viene riconosciuta sia all’interno delle Aziende Sanitarie Locali sia nella pianificazione regionale, come vedremo nel dettaglio per quanto concerne la Regione Liguria.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    L’unico vero organo di vigilanza in tema di sicurezza negli ambienti/luoghi di lavoro, come detto, sono i tecnici della prevenzione delle Asl, deputati a controllare aziende e cantieri tramite visite ispettive, comminare sanzioni in caso di inadempienze, comunque agendo sempre in via prioritaria a fini preventivi, piuttosto che repressivi. Agli operatori Psal è attribuita la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria.

    Il servizio Psal dell’Asl genovese denota gravi carenze di personale e di organizzazione del lavoro. «Quest’anno siamo arrivati addirittura allo sciopero del 3 aprile scorso (ma la vertenza sindacale va avanti da almeno 7 anni, nda) – spiega Vincenzo Cenzuales, tecnico della prevenzione Psal-Asl 3 di Genova, delegato del sindacato autonomo Fials) – penso che il nostro sia l’unico caso in Italia». Nel 2008 l’organico Psal contava 35 tecnici e 13 dirigenti. All’inizio del 2014 il numero dei tecnici è sceso a 29, quello dei dirigenti a 9. La Regione Liguria tra 2008 e 2009 aveva sottoscritto degli accordi con le organizzazioni sindacali (Protocollo 4 Luglio 2008, recepito dalla Delibera di Giunta 97/08; Protocollo 6 Maggio 2009, recepito dalla delibera di Giunta 722/09), assumendo dei precisi impegni in direzione del “…rafforzamento delle strutture regionali deputate allo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo sia con l’incremento degli organici, sia con iniziative continue di aggiornamento e formazione, sia con la valorizzazione delle figure professionali…”, impegni rimasti tuttora disattesi. Nel frattempo l’Asl 3 genovese ha chiesto alla Regione delle “deroghe” al blocco assunzioni, una delle quali è stata finalmente concessa nel corso del 2014 (dopo lo sciopero e l’arrivo della Costa Concordia per le operazioni di demolizione), mentre nel prossimo futuro i tecnici della prevenzione Psal dovrebbero raggiungere nuovamente quota 35 (rispetto alla richiesta dei sindacati di una dotazione organica minima pari a 40 operatori).

    Il LEA (Livello Assistenziale di Assistenza stabilito quale obiettivo dalla Regione) prevede per il servizio Psal l’obbligo di visitare almeno il 5% delle aziende presenti su territorio (parliamo di un accesso per ogni azienda). «Se da una parte il numero di infortuni e di ditte da visitare sono diminuiti a causa della crisi economica – spiega Cenzuales – dall’altra sono aumentati i cantieri da ispezionare (secondo indicazioni regionali), e ci sono state attribuite nuove competenze sulla vigilanza delle cave e sul Reach (regolamento sulle sostanze chimiche). A ciò si aggiunge la mole di lavoro per la trattazione delle comunicazioni sugli infortuni gravi che ci arrivano direttamente dall’Inail, a seguito della sottoscrizione del Protocollo Infortuni per iniziativa della Procura della Repubblica».

    La Liguria, terra di industrie pesanti, cantieri navali, porti, edilizia e agricoltura (tutte attività considerate ad alto rischio), compare in testa alle classifiche nazionali relative agli indici infortunistici sui luoghi di lavoro. Secondo i dati che siamo riusciti a visionare – numeri non ufficiali, va detto, ma risultato di comunicazioni pervenute al servizio Psal-Asl 3 da vari enti, di conseguenza sottostimati – a Genova nel 2012 gli infortuni sul lavoro denunciati sarebbero stati circa 7.000, di cui circa 2.000 gravi (ovvero con più di 40 giorni di prognosi e perciò procedibili d’ufficio). Nel 2013 il servizio Psal genovese avrebbe ispezionato circa 700 cantieri temporanei mobili (edilizia), e visitato circa 2.000 aziende, poco più del 5% di quelle presenti. La Legge prevede che, in caso di infortuni con prognosi superiore ai 40 giorni, il procedimento parta d’ufficio. Considerando come abbastanza indicativo il rapporto 2000 infortuni gravi su 7000 complessivi in un anno – dai quali vanno sottratti gli infortuni avvenuti in itinere (tragitto casa-lavoro), quelli stradali, gli infortuni che riguardano i titolari, ed altri casi limitati, in pratica poco meno del 50% – gli appena trenta tecnici della prevenzione Psal-Asl 3 dovrebbero eseguire indagini per accertare l’esistenza di eventuali responsabilità relative a circa un migliaio di casi procedibili all’anno. È del tutto evidente come ciò sia impossibile.

    I fondi provenienti dalla sanzioni non investiti per migliorare l’attività di prevenzione

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7I servizi che si occupano di sicurezza sul lavoro comminano sanzioni amministrative secondo il meccanismo previsto dal D.Lgs 758/94. Gli introiti di tali sanzioni sono rimasti a disposizione delle varie ASL – senza chiari e definiti vincoli di spesa – fino all’entrata in vigore del D.Lgs 81/08. Il comma 6 dell’articolo 13 del Decreto 81, infatti, recita: “L’importo delle somme che l’ASL, in qualità di organo di vigilanza, ammette a pagare, integra l’apposito capitolo regionale per finanziare l’attività di prevenzione nei luoghi di lavoro svolta dai Dipartimenti di Prevenzione delle ASL”.
    In Liguria fino al 2010 la norma è stata ignorata, e le somme sono state totalmente incamerate dalle Asl. Eppure la Regione con la già citata delibera di Giunta 722/2009 aveva dato alcune indicazioni per promuovere l’utilizzo delle risorse da sanzioni irrogate dagli Psal quali fonti incentivanti agli operatori per svolgere attività preventive.  La delibera, secondo il sindacato Fials, contiene numerosi elementi di criticità, in primis l’indicazione: “…è altresì possibile destinare parte delle risorse al personale interno dell’ente, purché ciò… non costituisca frazione rilevante dell’ammontare del progetto”. I progetti della Asl 3, inoltre, sono criticabili perché non contengono, se non in misura modesta, indicatori di risultato. L’unico obbligo previsto è quello di effettuare le attività come prestazioni aggiuntive. «Nel concreto i progetti si riducono ad un finanziamento sostitutivo dello straordinario – sottolinea Cenzuales – Altro aspetto critico riguarda il fatto che il resto dei soldi viene investito in attrezzature (software, automobili, hardware, fonometri, ecc.) per lo più non “integranti” ma “fondanti” le normali attività. Le risorse economiche vengono così usate per comprare arredi (sedie, armadi e scrivanie) e persino indumenti e DPI (dispositivi di protezione individuale!)». In parole povere, gli addetti ai controlli se non fosse per i proventi delle multe entrerebbero loro per primi nei cantieri senza protezione…

    Per capire di quali cifre stiamo parlando ecco alcuni dati relativi all’azienda sanitaria locale genovese: nel 2011 l’Asl 3 ha versato 436.127 € e ottenuto 372.000 (di cui 144.000 per il personale interno); nel 2012 ha versato 281.882 € ottenendo 140.000 (di cui max 70.000 per il personale); nel 2013 ha versato 338.134 € e la Regione esprime la volontà di trattenere per altre incombenze le somme nel frattempo versate per l’anno 2012, mentre a novembre ai lavoratori viene addirittura ventilata la possibilità di un blocco per quattro annualità dello stanziamento dei fondi.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #57

  • Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    bisagno-fereggiano-marassi-monticelliDal dopoguerra e fino al 2011 il Bisagno aveva rotto gli argini ogni ventennio, ora lo ha già fatto due volte in tre anni. Il primo torrente cittadino è una bomba ad orologeria, così come i suoi affluenti e come gli altri principali corsi d’acqua genovesi, per non parlare delle condizioni dei rii minori che scendono dalle alture, spesso terreni abbandonati e quindi maggiormente esposti al rischio frane. La situazione genovese è un’emergenza nazionale.
    Da Roma sono arrivate le prime promesse ufficiali, per ora solo parole, ma quantomeno confortanti. Nei prossimi cinque anni lo Stato, nell’ambito del Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico, si impegnerebbe a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese. E, tra le opere da finanziare, ecco comparire quello che fino a poco tempo fa era considerato un progetto “irrealizzabile”: lo scolmatore del Bisagno.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Il progetto risale al 2007 e si basa sulle stime del Piano di bacino che indicano in 1300 mc/s (metri cubi al secondo) la portata massima del torrente con tempo di ritorno di duecento anni (la stima ai tempi del fascismo che portò ai lavori di copertura fu di 500 mc/s, ndr). Attualmente il Bisagno è in grado di “resistere” fino a 700 mc/s, portata elevabile tra gli 800 e i 900 mc/s con i lavori di adeguamento idraulico dell’attuale copertura di via Brigate Partigiane.

    Lo Scolmatore del Bisagno è un canale sotterraneo di 9,5 m di diametro in grado di “sottrarre” acqua al torrente in caso di piena alzando la portata di 417 mc/s rispetto ai livelli attuali (mettendo quindi il corso d’acqua in sicurezza). La galleria, lunga quasi 7 km dal ponte Ugo Gallo (altezza Sciorba) sino ai bagni Squash in corso Italia, andrebbe anche ad intercettare le portate dei torrenti Fereggiano, Rovare e Noce (ognuno dei rii con relativa galleria di collegamento a quella principale). Costo totale 230 milioni (qui il Quadro Economico) , di cui 153 di lavori, i restanti 80 circa fra Iva, spese tecniche, indagini, collaudi ecc. «In questi giorni, avendo il Comune bandito l’appalto per la costruzione dello scolmatore del Fereggiano – spiega Simone Venturini, ingegnere idraulico, dirigente di Technital S.p.A e co-firmatario del progetto – abbiamo rivisto il computo del progetto del 2007 dal quale abbiamo stralciato le opere già inserite nel progetto definitivo dello scolmatore Fereggiano (il cui primo stralcio è in via di aggiudicazione) e abbiamo aggiornato i prezzi unitari.
    Ne deriva che l’importo residuale dei lavori (ovvero quello che resterebbe da fare, mantenendo l’opera già progettata nel 2007 senza modifiche né “alleggerimenti”) che serve per realizzare lo scolmatore del Bisagno è pari a circa 145 milioni e il finanziamento lordo si può aggirare sui 165-182 milioni circa (a seconda che lo Stato voglia applicare l’Iva al 10%, come per lo scolmatore Fereggiano andato in gara, o al 22%)».

    Come è noto, dopo gli eventi alluvionali del 2011, il Comune ha deciso di stanziare le risorse a disposizione (45 milioni) per realizzare una parte del progetto del 2007, ovvero il cosiddetto “mini-scolmatore”, la galleria di scolmo del Fereggiano (che capta le acque dell’affluente, ma non incide sulle piene del Bisagno). Una scelta che aveva attirato non poche critiche (il progetto è stato “rimandato” in un primo momento dal Consiglio nazionale dei Lavori Pubblici) principalmente per l’incertezza sulla copertura economica (i 45 milioni coprono solo il primo stralcio e lasciano fuori le opere di presa e collegamento per Rovare e Noce) e la necessità di aggiornare studi, stime e rilevazioni. Tuttavia, se davvero dovessimo assistere ad improvvise accelerazioni dell’iter per la realizzazione dello Scolmatore del Bisagno, sia la galleria che lo sbocco a mare del mini–scolmatore sarebbero perfettamente integrabili con la galleria principale. E se l’avvio dei lavori per il grande scolmatore dovesse arrivare prima di aver terminato il mini – scolmatore (dicembre 2020) «i due cantieri si integrerebbero molto bene ed anzi si ridurrebbe il disturbo all’area di spiaggia».
    La durata dei lavori per lo scolmatore Fereggiano è stimata in cinque anni, sono invece sei gli anni previsti per la realizzazione di quello del Bisagno.

     

    Gabriele Serpe

    L’articolo integrale su Era Superba #57

  • L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    Un saldatore a lavoro, di Roberto Manzoli
    Fotografia di Roberto Manzoli

    Di sicurezza sul lavoro ci occuperemo anche nel numero 57 della nostra rivista in uscita l’1 dicembre. Ma se in quell’occasione ci concentreremo maggiormente sul tema dei controlli e dei fondi investiti per le attività di controllo soprattutto a Genova e in Liguria, in questa sede intendiamo fare il punto sull’attività di InailIstituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro– e sui dati relativi agli infortuni e ai morti sul lavoro.

    Secondo il monitoraggio dell’Inail, infatti, la serie storica del numero degli infortuni sul lavoro in Italia prosegue con andamento decrescente: “Sono state registrate poco meno di 695 mila denunce di infortuni accaduti nel 2013 – si legge nella relazione annuale 2013 dell’Inail – Rispetto al 2012 si ha una diminuzione di circa il 7%; sono il 21% in meno rispetto al 2009. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono poco meno di 460 mila, di cui più del 18% “fuori dell’azienda” (cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere”). Delle 1.175 denunce di infortunio mortale (sono state 1.331 nel 2012) gli infortuni accertati “sul lavoro” sono 660 (di cui 376, quasi il 57%, “fuori dell’azienda”): anche se i 36 casi ancora in istruttoria fossero tutti riconosciuti “sul lavoro” si avrebbe una riduzione del 17% rispetto al 2012 e del 32% rispetto al 2009″.

    Dati assai diversi, però, sono quelli puntualmente raccolti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro – fondato dal metalmeccanico in pensione e pittore Carlo Soricelli, attivo dal 1 gennaio 2008 in ricordo di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demani, i sette giovani operai della ThyssenKrupp di Torino, morti nella notte del 5/6 dicembre 2007 – che denuncia a gran voce: “I morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati da quando è stato aperto l’Osservatorio Indipendente. Anzi, addirittura sono aumentati del 5,9% rispetto al 24 settembre del 2008 e dell’8,6% rispetto al 24 settembre del 2013“. Per Soricelli «L’Inail deve dire chiaramente che monitora le morti esclusivamente tra i propri assicurati, e non tra quei milioni di lavoratori che non risultano iscritti a tale istituto. Le partite Iva individuali sono diventate milioni e non sono assicurate all’Inail, tanto per fare un esempio. Come scrivo da anni i morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati, bensì si sono solo “trasferiti” tra i precari, le partite Iva, i lavoratori in nero».
    L’Osservatorio – che dall’inizio dell’anno 2014 ha già censito 549 morti sui luoghi di lavoro (oltre 1100 con i morti sulle strade e “in itinere”) – chiuderà i battenti il 31 dicembre 2014, a sei anni dall’apertura «Chiuderà per indifferenza – chiosa Soricelli – l’indifferenza di questo Governo e della politica tutta, oltre che della classe dirigente di questo Paese».

    Il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, nel luglio scorso – in occasione della presentazione dei risultati del 2013 – per la prima volta ha pubblicamente ammesso: «Il problema della “completezza” dei dati è ben noto, e non può essere risolto in via autonoma. I dati dell’Inail si riferiscono ai suoi assicurati, non coprono l’intero perimetro del mondo del lavoro (non comprendono, in particolare, le forze armate e di polizia, il corpo nazionale dei Vigili del fuoco, i volontari della protezione civile). L’Inail è disponibile a ricevere ed elaborare altri dati per completare il perimetro, e assolvere il compito di “authority delle conoscenze per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”, così come è stato auspicato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza nella “Relazione programmatica 2014-2016”».

    «Uno degli obiettivi della strategia di Inail è appunto ampliare la platea degli assicurati – aggiunge il Direttore regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti – Il fenomeno infortunistico è trasversale, e non esistono categorie immuni. In effetti, ci sono alcuni settori di non assicurati: ad esempio i lavoratori autonomi non artigiani, i liberi professionisti, ecc., che se conteggiati potrebbero avere un’incidenza sulla rilevazione statistica complessiva».

    Che cos’è Inail e quali sono le sue funzioni?

    lavoro-ingegnere-geometra-appaltoL’Inail, ente pubblico non economico che gestisce l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, ha come obiettivi principali: ridurre il fenomeno infortunistico e le cosiddette morti bianche, assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio, garantire il reinserimento nella vita lavorativa e sociale degli infortunati sul lavoro. Parliamo di un istituto che, anche a seguito di recenti innovazioni normative, ha assunto il ruolo di sistema integrato di tutela che spazia dal monitoraggio continuo sull’andamento degli infortuni, agli interventi di prevenzione nei luoghi di lavoro, fino all’erogazione di prestazioni sanitarie ed economiche.
    L’assicurazione, obbligatoria per tutti i datori di lavoro che occupano lavoratori dipendenti e parasubordinati nelle attività che la Legge individua come rischiose, tutela il lavoratore contro i danni derivanti da infortuni e malattie professionali causati dalla attività lavorativa, ed esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile conseguente ai danni subiti dai propri dipendenti.
    “Nel 2013 sono state censite dall’Inail circa 3 milioni e 800 mila posizioni assicurative (territoriali) – si legge nella relazione  – C’è stata una moderata riduzione rispetto al 2012 (-1,11%); analoga situazione si registra sul conteggio delle aziende (-1,04%)”. Il valore dei premi accertati, relativi alla gestione industria e servizi, è di circa 7 miliardi e 933 milioni di euro con un decremento del 3,46% sul 2012. La gestione agricoltura ha segnato un decremento dell’importo dei premi, dell’8,70% (604 milioni contro 662). Sostanzialmente stabile, rispetto al 2012, l’importo dei premi per l’assicurazione in ambito domestico. Anche i “premi dovuti” del settore navigazione hanno segnato una diminuzione (-2%) rispetto al 2012, persistendo nel trend decrescente registrato tra il 2012 e il 2011 (-1,68%)”.

    L’Inail da un lato riceve i premi dai datori di lavoro – premi basati sul totale delle retribuzioni annuali di ogni impresa (importo economico determinato dal rischio infortunistico, a seconda della tipologia di lavoro, delle mansioni ricoperte dai lavoratori, dal numero di questi ultimi, ecc.) – e dall’altro reinveste le risorse che detiene in eccedenza, il cosiddetto “tesoretto” Inail, al fine di promuovere campagne informative di sensibilizzazione alla sicurezza sul lavoro, sviluppare iniziative di formazione e consulenza rivolte alle piccole e medie imprese in materia di prevenzione, finanziare le aziende che investono in sicurezza.
    Negli ultimi tempi, però, l’istituto ha dovuto attuare un processo di revisione dei premi e delle prestazioni – in ottemperanza al dettato della “legge di stabilità” – e dunque dovrà prestare una maggiore attenzione al bilancio. Tuttavia, l’Inail rimane un ente economicamente solido, come sottolinea la relazione: “I dati del preconsuntivo 2013 mostrano che si sono avute entrate di competenza per 10 miliardi e 111 milioni di euro (con un decremento di quasi il 5% delle entrate contributive rispetto al 2012); le uscite di competenza si sono attestate a poco meno di 9 miliardi e mezzo (con prestazioni istituzionali in lievissima diminuzione, rispetto all’anno precedente): il risultato finanziario è quindi positivo (719 milioni). L’eccedenza delle entrate contributive sulle uscite istituzionali si è mantenuta intorno ai 2 miliardi e mezzo, con valori stabili rispetto al 2012; il risultato economico si è stabilizzato vicino al miliardo, e ciò ha migliorato il risultato patrimoniale (giunto a 5.017 milioni di euro)”.

    In Liguria la Direzione regionale dell’Inail conta tre sedi territoriali – Genova (comprende Genova e Chiavari), La Spezia, Savona (comprende Imperia, Albenga, Carcare) – per un totale di 265 dipendenti e, nonostante la riorganizzazione necessaria in ottica di spending review, nel prossimo futuro intende continuare a garantire il servizio con gli standard di qualità odierni.
    «All’Inail il legislatore affida una funzione di facilitatore rispetto allo sviluppo di azioni finalizzate a migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro – spiega il direttore della Direzione regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti La nostra ragione di esistere non è quella di incamerare gli indennizzi economici relativi agli infortuni sul lavoro, bensì di promuovere la cultura della prevenzione, affinchè il numero degli infortunati diminuisca. Tramite campagne informative, attività di sensibilizzazione, erogazione di incentivi economici alle imprese che investono in questo campo. Noi abbiamo un rapporto assicurativo basato su un tasso medio di norma applicato all’azienda. Questo tasso può oscillare, generando di conseguenza una riduzione del premio legata alla realizzazione di ulteriori misure di prevenzione e sicurezza rispetto a quelle standard previste dalla legge. Ogni anno le imprese possono presentare domanda con la quale comunicare gli interventi da loro attivati, e ottenere così la riduzione del premio da versare ad Inail».

    Il numero di imprese riconosciute virtuose a seguito dell’istanza per l’agevolazione tariffaria (per meriti di prevenzione), si legge nella relazione, continua a crescere: “…sono state 29.000 nel 2010, 34.000 nel 2011, 41.000 nel 2012; le istanze presentate nel 2013 per interventi effettuati nel 2012 sono circa 71.000. La riduzione complessiva dei premi è stata nel 2012 di oltre 300 milioni (era stata di 155 milioni nel 2010 e di 274 milioni nel 2011)”.

    Inail in Liguria, finanziamenti alle imprese e prestazioni sanitarie

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7Per quanto riguarda i finanziamenti economici alle imprese, lo strumento principale sono i bandi di finanziamento per incentivi alla sicurezza (ISI). Nel 2013 l’intervento di Inail è stato più consistente in confronto ai bandi precedenti sia a livello nazionale, con 307 milioni di euro stanziati, sia a livello regionale, con 9.098.608 di euro destinati alla nostra regione. A seguito del click-day, svoltosi il 29 maggio 2014 in Liguria, le imprese collocatesi in posizione utile per conseguire il finanziamento sono state 160, a fronte di un numero complessivo di 310 aziende che hanno inviato la domanda telematicamente.

    Dunque, non tutti i possibili destinatari riescono ad usufruire del bando ISI, per diversi motivi. Innanzitutto bisogna premettere che, in generale l’Italia ed in particolare la Liguria, si caratterizzano per l’assenza di una sufficiente cultura ricettiva rispetto a tali opportunità di finanziamento. Tuttoggi, infatti, la prevenzione spesso assume i connotati soltanto di un costo. La responsabilita è anche delle istituzioni, chiamate ad implementare le fonti di accesso a questo tipo di informazioni.
    «Da 2-3 anni le procedure sono online, e nella prima fase ciò ha comportato alcuni problemi, poi risolti – sottolinea il responsabile regionale Sidoti – Comunque, il primo passo è il click-day. La richiesta è notevole, ma non tutte le risorse sono state erogate. Inail deve verificare le domande e la rispondenza dei progetti a requisiti amministrativi e tecnici, inoltre i finanziamenti vengono erogati in base alla rendicontazione degli interventi effettivamente realizzati. La finalità dei bandi ISI è il miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio tramite la sostituzione e/o l’adeguamento di macchinari, materiali, ecc.».
    Per favorire gli investimenti in prevenzione delle piccole e medie imprese – le realtà produttive più presenti in Liguria – da quest’anno Inail mette a disposizione il bando di finanziamento FIPIT (per progetti di innovazione tecnologica), a livello nazionale circa 30 milioni di euro, per la Liguria 775 mila euro. Agricoltura, edilizia, e lapidei (settore estrattivo), sono i tre settori a cui devono appartenere le aziende (piccole e micro, anche individuali purchè iscritte all’Inail) per poter beneficiare del finanziamento. Dal 3 novembre 2014 e fino alle ore 18.00 del 3 dicembre 2014 le imprese hanno a disposizione, nella sezione Servizi online del sito web di Inail, una procedura informatica per inserire la domanda di partecipazione, secondo le modalità previste dal bando.

    L’Inail fino alla riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nel 1978, erogava anche molteplici prestazioni sanitarie ai propri assicurati, a partire da cure mediche e chirurgiche per tutta la durata dell’inabilità temporanea ed anche dopo la guarigione clinica. La L. 833/78, però, ha sancito che tutti i compiti in materia di promozione, mantenimento, e recupero della salute di tutta la popolazione fossero trasferiti al SSN, ivi compresa l’attività di assistenza ospedaliera degli Enti previdenziali. Di conseguenza Inail ha ceduto alle Regioni i propri Centri traumatologici ospedalieri (CTO), e ha conservato le competenze relative alla sola fornitura di apparecchi protesici e di presidi sanitari (realizzati al Centro protesi di Vigorso di Budrio, in provincia di Bologna), alla concessione di cure idrofangotermali ed elioterapiche, oltre che le funzioni concernenti le attività medico-legali ed i relativi accertamenti e certificazioni.
    «Con la Regione Liguria da tanti anni esiste una convenzione che presso gli ambulatori di tutte le sedi Asl consente l’erogazione delle prime cure agli infortunati Inail – spiega il direttore Sidoti – Inoltre, nell’ambito della medesima convenzione, Inail eroga, presso alcuni suoi ambulatori, prestazioni di riabilitazione fisiochinesi terapiche. Recentemente abbiamo firmato con la Regione un nuovo accordo (protocollo d’intesa del 26 marzo 2013) per l’erogazione di prestazioni riabilitative integrative. I Lea (livelli essenziali di assistenza) restano a carico del Servizio Sanitario Nazionale, mentre i Lia (livelli integrativi di assistenza), per quanto riguarda gli infortunati sul lavoro, nel prossimo futuro saranno a carico dell’Inail. Oggi abbiamo già contattato diverse strutture accreditate per stipulare apposite convenzioni».
    A livello nazionale “Nel 2013 sono state effettuate circa 7 milioni e mezzo di “prestazioni sanitarie” – leggiamo nella relazione – le prestazioni per “prime cure” effettuate presso i 131 ambulatori dell’Inail sono state circa 683 mila, 70.000 in più dello scorso anno, di cui il 95% richieste a seguito di infortuni (la quota residua per malattia professionale). Sono state fornite a 2.800 pazienti circa 95.000 prestazioni riabilitative e 7.040 visite fisiatriche negli 11 centri di fisioterapia attivi in 5 Regioni; il Centro protesi di Vigorso di Budrio ha registrato l’afflusso di 11.000 assistiti”.

     

    Matteo Quadrone

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  • Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNelle periferie italiane sale la tensione, e tra insicurezza e abusivismo il risultato è una guerra tra poveri. I casi di Roma e Milano sono sulle pagine di tutti i giornali, simbolo di una disperazione alle stelle nei quartieri popolari delle grandi città, dove anno dopo anno si è accumulato un disagio sociale crescente, in zone già prive di servizi essenziali. Anche Genova non è esente da questo processo, ma qui per fortuna la conflittualità non ha ancora raggiunto il livello di guardia. Tuttavia, alcuni segnali indicano un pericolo concreto, se come sembra, l’intervento delle istituzioni si limiterà soltanto al fattore repressivo. Ci riferiamo in particolare al nuovo piano sgomberi del Comune di Genova, volto a stroncare il fenomeno delle occupazioni abusive delle case popolari. Parliamo ufficialmente di una trentina di occupanti abusivi segnalati al Comune e all’Azienda regionale territoriale per l’edilizia (Arte), anche se le occupazioni effettive sarebbero un numero più elevato – circa un centinaio – e presumibilmente in aumento.

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaI comitati di residenti, infatti, denunciano il dilagare di tale pratica, mentre il movimento di lotta per il diritto alla casa – che a Genova, va detto, si è concentrato soprattutto sull’occupazione di appartamenti sfitti proprietà di enti pubblici e privati, ad esempio talune fondazioni religiose – rivendica la legittimità di ogni azione finalizzata a dare risposta alla cosiddetta emergenza abitativa. Onde evitare manifestazioni di protesta «Il Comune, a partire da novembre, non darà più alcuna comunicazione agli occupanti abusivi in merito alla data e all’ora dello sgombero, il quale potrà avvenire in qualsiasi momento», hanno recentemente annunciato in commissione consiliare Welfare i responsabili dell’Ufficio Casa. «Appena la Polizia Municipale accerta l’occupazione abusiva gli occupanti vengono denunciati. In seguito del verbale dei vigili l’Ufficio Casa emette un provvedimento di rilascio dando 30 giorni per la riconsegna bonaria, ma spesso gli occupanti abusivi presentano ricorso. Dopo 30 giorni scatta lo sgombero. Fino a poche settimane fa veniva data comunicazione dello sgombero agli occupanti, adesso non più perchè sovente i nostri addetti si sono ritrovati di fronte a trenta persone dei centri sociali, rischiando anche per la propria incolumità fisica».

    Da qualsiasi punto si guarda la questione, però, sono dati di fatto l’aumento dell‘insicurezza generalizzata nei quartieri popolari, la cronica carenza di risorse destinate alla manutenzione dell’edilizia residenziale pubblica, il numero insufficiente di case rispetto ad una domanda sempre maggiore. Dunque, oltre al ripristino della legalità, occorre la messa in atto di strumenti concreti, in primis per velocizzare l’assegnazione agli aventi diritto di centinaia di alloggi popolari che tuttora rimagano sfitti per lunghi mesi, come ha spiegato a Era Superba l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti «Ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte); solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione; l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi di ristrutturazione che ne impediscono l’assegnazione in tempi brevi».

    Il percorso di confronto comitati – sindacati inquilini – istituzioni: sicurezza e vivibilità le prime preoccupazioni

    [quote]Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo[/quote]

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1«Le condizioni di vivibilità dei nostri quartieri continuano a peggiorare – spiega Peppino Miletta presidente del coordinamento comitati quartieri collinari – Stiamo facendo diverse assemblee sul territorio, a Cà Nova (Prà) il 19 ottobre, a San Piero (Prà) il 12 novembre, al Diamante (Begato) il prossimo 23 novembre, per promuovere un percorso di confronto tra cittadini, sindacati inquilini (Sunia-Cgil, Sicet-Cisl, Uniat-Uil) e rappresentanti istituzionali di Comune e Regione. Oggi all’ordine del giorno c’è la questione sicurezza e l’aumento dell’abusivismo, conseguenza dei troppi appartamenti sfitti che, in assenza di una rapida assegnazione, vengono occupati abusivamente. A Genova non abbiamo raggiunto livelli preoccupanti come a Milano, dove le persone hanno paura di uscire perchè temono di ritrovare la loro abitazione occupata. Tuttavia, bisogna intervenire prima che anche qui la situazione degeneri. Il piano sgomberi, però, risolve solo il problema contingente, che subito dopo si ripresenterà puntualmente».

    In città, infatti, gli alloggi sfitti sono circa 800 «E nei quartieri stanno entrando personaggi, per così dire, preoccupanti aggiunge Francesco Corso, portavoce del coordinamento comitati quartiere Diamante – Non mi riferisco a famiglie disperate, bensì ad individui che nulla hanno a che vedere con le regolari assegnazioni degli alloggi popolari. Detto ciò, sappiamo benissimo che il bisogno abitativo è fortissimo. Il problema è che di questo passo rischiamo di innescare una guerra tra poveri».
    Stefano Salvetti, segretario del sindacato inquilini Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, sottolinea «Il fenomeno delle occupazioni abusive nei quartieri popolari genovesi non ha ancora assunto una rilevanza emergenziale. Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo. In audizione presso la commissione consiliare Welfare del Comune io l’ho affermato chiaramente: la situazione non si risolve solo con un sistema repressivo. Il rispetto della legalità è un aspetto importante, ma insieme ci vogliono politiche abitative degne di questo nome, assenti da lungo tempo sia sul piano nazionale che locale».

    Il consigliere comunale di maggioranza Cristina Lodi (Pd), presidente della commissione Welfare, spiega «Quello che davvero esaspera gli abitanti, come è emerso nelle assemblee a cui ho partecipato, sono i fenomeni delinquenziali che si sviluppano intorno alle sacche di abusivismo. Mi riferisco a gruppi di persone, ben circoscritti e definiti, che presidiano il territorio con sopraffazioni e minacce. Gli anziani residenti, insomma, percepiscono un clima di insicurezza generalizzata e crescente, anche a causa dell’abusivismo. Il Comune ha risposto con il nuovo Piano sgomberi, ma il problema è più ampio, e richiede l’intervento congiunto di istituzioni e forze dell’ordine. Per questo a breve faremo una commissione sul tema con l’assessore alla Legalità, Elena Fiorini».

    Velocizzare l’assegnazione di alloggi sfitti tramite un sistema di monitoraggio e pre-affidamento

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteI comitati di quartiere rivendicano l’efficace azione svolta per convincere la Regione Liguria a modificare la Legge 10 (Legge Regionale 29 giugno 2004, n. 10. “Norme per l’assegnazione e la gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica”, modificata con la Legge Regionale 11 marzo 2014, n. 3 “Modifiche ed integrazioni alla L.R. 29 giugno 2004, n. 10”), e adesso chiedono al Comune di Genova di fare la sua parte, modificando i criteri di assegnazione degli alloggi comunali e di Arte. «Gli appartamenti prima di essere assegnati devono essere messi a posto – spiega Peppino Miletta – Ma, vista la carenza di risorse, sarebbe ragionevole ipotizzare un affidamento agli aventi diritto che potrebbero intervenire con la messa in opera, a spese loro, successivamente scalabili dall’affitto. Così l’assegnazione sarebbe più rapida, eliminando nel contempo il motivo dell’abusivismo. Noi abbiamo proposto la creazione di una commissione ad hoc, comprendente oltre alle istituzioni anche il sindacato inquilini e i comitati, deputata ad esaminare periodicamente la situazione, individuando in tempo reale gli alloggi vuoti da ristrutturare e/o affidare. Queste cose le abbiamo ripetute in tutte le salse, presso tutti gli ambiti istituzionali, registriamo una disponibilità all’ascolto ma finora nulla di più». Francesco Corso, del coordinamento comitati Diamante, aggiunge «La Regione ha dato ai Comuni le linee guida per la redazione dei regolamenti di assegnazione, ora l’amministrazione ci lavorerà sopra. Fatto sta che le case non si possono tenere vuote per 10 mesi, bensì vanno assegnate immediatamente. Si tratta di circa 800 alloggi sfitti sul territorio. Bisogna trovare il modo di finanziare gli interventi di ristrutturazione. Attendiamo delle risposte, sennò non escludiamo di mettere in pratica iniziative di protesta eclatanti, come non pagare più gli affitti fin quando le cose non cambieranno».

    Secondo Stefano Salvetti, sindacato inquilini Sicet, pure l’Azienda regionale territoriale per l’edilizia ha delle precise responsabilità nella mal gestione degli alloggi pubblici (leggi la nostra inchiesta sugli enti case popolari) «Arte dovrebbe essere più presente e prendere subito in carico gli appartamenti che si liberano, è questo il suo ruolo, invece dispone soltantanto di due ispettori che, evidentemente, non possono tenere sotto controllo l’intero patrimonio immobiliare. La vigilanza potrebbe essere esercitata tramite un monitoraggio che si avvalga delle conoscenze dirette dei comitati e del sindacato, in modo tale da sapere quartiere per quartiere dove sono gli appartamenti sfitti. Oggi esiste già una mappa informale, ma il monitoraggio va reso organico e costante, magari sfruttando le potenzialità dei mezzi informatici».

    Per quanto concerne i meccanismi di assegnazione «Una proposta è quella dei pre-affidamenti – continua Salvetti – Quando un appartamento si libera, anche se è da ristrutturare, va subito pre-affidato al soggetto che ne ha diritto in base alla graduatoria. Intanto l’assegnatario diventa una sorta di angelo custode della casa: può andare a vederla, può controllarla, avendola ricevuta in pre-affido. E volendo, come stabiliscono le linee guida regionali, può anticipare le spese per la ristrutturazione, che poi saranno scalate dal calcolo dell’affitto. Questo sistema, però, deve essere affiancato da un sistema di fidi bancari che garantisca comunque una copertura economica, anche rispetto all’eventualità di incidenti nell’esecuzione dei lavori. Sarebbe già una buona cosa se l’amministrazione comunale di Genova si muovesse in questa direzione».
    «Allo stato attuale norma vuole che gli alloggi siano assegnati una volta ultimati i lavori – risponde il presidente della commissione Welfare Cristina Lodi – Ora stiamo avviando una procedura Comune-Arte per fare sì che, già in fase di chiusura dei lavori, l’alloggio venga affidato a chi ne ha diritto. In prospettiva futura si potrebbe parlare di pre-affidi, ovvero di assegnazione prima dell’esecuzione degli interventi, con possibilità di ridurre il canone all’assegnatario in base al riconoscimento dei lavori eseguiti. Il Comune adesso deve lavorarci. Inoltre, stiamo pensando di portare avanti un progetto che prevede un processo di analisi su alcuni condomini afflitti da problematiche di vario genere, scelti in base alle segnalazioni di criticità provenienti dai quartieri, e la sperimentazione di modalità operative che potranno essere replicate in altri contesti».

     

    Matteo Quadrone

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  • Alluvione di Genova, analisi a sangue freddo: “non facciamoci prendere in giro”

    Alluvione di Genova, analisi a sangue freddo: “non facciamoci prendere in giro”

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (15)Quest’alluvione non è come tutte le altre. Questa volta è diverso. Dal dopoguerra fino alla settimana scorsa le esondazioni del torrente Bisagno hanno avuto questa scadenza: 19 settembre 1953 (insieme al Trebbia); 7 e 8 ottobre 1970 (insieme a Polcevera, Leira e Chiaravagna); 27 settembre 1992 (insieme allo Sturla); 4 novembre 2011 (insieme a Fereggiano, Sturla e Scrivia).

    È evidente che rovesci talmente abbondanti da far esondare il torrente raramente avevano luogo: e comunque mai più di una volta ogni ventennio. Ma questo tragico “appuntamento fisso” con i drammi umani e i danni economici è stato anticipato giovedì scorso, a distanza di soli tre anni dall’ultima rottura degli argini. Inoltre, in questo stesso arco di tempo, altri fenomeni distruttivi si erano già abbattuti su zone della costa più o meno vicine: 4 ottobre 2010, Sestri Ponente e territorio spezzino; 25 ottobre 2011, Cinque Terre e Lunigiana; 11 novembre 2012, Massa e Carrara.

    Una simile frequenza non sembra trovare riscontro nel ventennio precedente (di cui si ricordano solo l’alluvione del 1993 sul ponente genovese, quella del 2000 su Imperia e Savona e quella del 2003 nelle provincie di Massa e Carrara). Sembra confermata, inoltre, anche la diversa natura dei fenomeni: tant’è che per la repentina e inattesa violenza sono già entrate nel linguaggio comune espressioni quali “bomba d’acqua” o “temporale auto-rigenerante”.

    L’altro punto che segna un deciso “salto di qualità” nel rapporto tra l’uomo e la calamità naturale è il fallimento della prevenzione. Da un lato, infatti, la scienza non ha saputo lanciare un allarme nemmeno quando il disastroso rovescio era in corso; dall’altro la politica, accusata spesso di muoversi solo a “disgrazia avvenuta”, stavolta non si è mossa nemmeno dopo che la disgrazia era avvenuta per davvero, non potendo mostrare alla cittadinanza, a tre anni dai morti del Fereggiano, nemmeno una singola misura concreta presa a riduzione del rischio (ed è da considerarsi una “fortuna” che la tarda ora notturna della piena abbia contenuto il numero delle vittime).

    C’è di peggio. Anche se i lavori per l’allargamento del tratto sotterraneo del Bisagno nel tratto che va dalla Questura al tunnel di via Canevari fossero stati completati, l’esondazione del torrente non sarebbe stata comunque evitata, ma solo ridotta in portata: segno che la presunta “soluzione” di tutti i problemi non sarebbe in realtà che l’ennesimo “tapullo”, di cui si fa gran parlare solo per non ammettere l’enorme dissesto idrogeologico che coinvolge non solo la zona del Bisagno, ma tutta la regione. Discorso simile per il mini-scolmatore del Fereggiano (qui l’approfondimento) da non confondere con l’unico intervento che davvero sarebbe in grado di mettere in sicurezza la Val Bisagno e il centro città, ovvero il famoso scolmatore del Bisagno, opera da oltre 260 milioni di euro che, a causa del suo costo, rientrerebbe nella categoria “opere impossibili”.

    La lezione che questa alluvione nel suo insieme ci consegna è dunque spaventosa: non siamo al sicuro e non sappiamo cosa fare. Il quadro non è semplicemente quello della “calamità naturale complicata dai ritardi burocratici”: è molto peggio. È un mix di più fattori, quali appunto: progressiva tropicalizzazione del clima, fallimento dei modelli meteorologici predittivi, crisi della  rappresentanza politica e una tradizione radicata di sfruttamento edilizio del territorio.

    Quello che non bisogna fare in un simile frangente è negare la realtà, solo perché essa appare talmente disperata da non lasciare intravedere soluzioni realistiche. Per quanto complicato, al contrario, il problema deve essere preso di petto: non solo per la memoria di quelli che sono morti e per scongiurare nuove stragi, ma proprio perché altrimenti Genova rischia di morire.

    Se non ci si può fidare del meteo, dell’amministrazione pubblica e delle allerte degli esperti, allora è meglio mettersi al riparo da soli. Il rischio concreto, insomma, è che tutta la zona del Bisagno, da Molassana fino alla Foce, da Quezzi a Brignole, subisca un progressivo abbandono, con conseguente deprezzamento degli immobili residenziali e commerciali: cosa che comporterebbe la trasfigurazione del cuore pulsante della città in un malfamato ghetto fantasma.

    Come se ne esce? Bisogna essenzialmente che la cittadinanza capisca cosa chiedere e come fare pressione. Le immediate reazioni di chi è stato colpito nella casa o nel lavoro, per un’elementare forma di rispetto, non si possono e non si devono sindacare. Ora però, passata una settimana, dovrebbe essere tornato il sangue freddo almeno per capire dove occorre incanalare la rabbia.

    Dovrebbe essere il momento di dire che nessuno nega che la giustizia debba seguire il suo corso: ma certo non è portando alla sbarra un’altra Marta Vincenzi che le cose cambieranno. Purtroppo l’abbiamo già sperimentato. Allo stesso modo non è invitando Grillo o Renzi a spalare il fango che il rischio di una nuova esondazione sarà scongiurato. Bisogna, al contrario, che ognuno faccia la sua parte: compresa la cittadinanza e l’opinione pubblica.

    Quest’ultima, in particolar modo, dovrebbe smettere di cavalcare proteste magari anche sacrosante, ma sostanzialmente inutili, contro quel “burocrate” o quel “politico”, senza spiegare alla gente la complessità del problema da affrontare. Semplificando le cose, infatti, si ottiene l’unico risultato di fornire alibi all’inattività di questa classe politica, che è ben contenta di cavarsela solo con il reperimento, da parte del governo, dei fondi necessari a ultimare l’allargamento del tratto sotterraneo del Bisagno.

    Bisogna dire, invece, come le cose vanno fatte: mentre si accertano le responsabilità individuali, parallelamente si procede a un piano per la messa in sicurezza della zona. Si trovano esperti che, sulla base di modelli aggiornati, si assumano la responsabilità di definire pubblicamente la piena massima del torrente; dopodiché interviene l’amministrazione pubblica, stabilendo la necessità di un ulteriore margine di sicurezza, per scongiurare le conseguenze di fenomeni anche più violenti di quelli della settimana scorsa. E così via anche per gli altri torrenti a rischio. A quel punto si potranno programmare le necessarie opere pubbliche.

    L’ampiezza della zona interessata e i costi del piano non devono spaventare. Dobbiamo ritornare a ragionare sulla base dell’idea che è la pubblica utilità a definire la spesa, non la capacità di spesa a definire gli interventi utili. Questa logica contabile ragionieristica, per cui si fa solo quello che si ha in tasca in quel determinato momento, è contraria al principio stesso del capitalismo, che invece si basa sul prestito e sul debito, con l’idea che una spesa non sia solo un costo, ma possa essere anche un investimento.

    Altrimenti non si capisce come possano essere stati realizzati nel passato interventi imponenti che oggi paiono quasi impossibili. Parigi nel pieno del XIX secolo è stata sventrata dai boulevards di Hausmann: un’operazione che allora arricchì gli speculatori (come ci ricorda un famoso romanzo di Émile Zola), ma che ha regalato alla Parigi di oggi un’attrazione unica. Nel dopoguerra anche Genova ha conosciuto imponenti demolizioni: se è stato possibile abbattere una zona storica, seppure martoriata, come Via Madre di Dio solo per realizzare un vero e proprio obbrobrio socio-urbanistico, a maggior ragione si possono ampliare e riqualificare gli argini dei torrenti. A Valencia, in tempi più recenti, il rio cittadino, che esondava come il Bisagno, è stato deviato: al suo posto sorgono oggi i Giardini del Parco Turia.

    Tutto questo per dire che le cose si possono fare: basta volerlo. È per questo che su questa rubrica ho insistito tanto sull’idea che lo Stato recuperi la sua autonoma capacità di collezionare e di allocare le risorse non sulla base delle regole contabili di Bruxelles, ma sul rispetto dell’interesse dei suoi cittadini. Perché si arrivi a questo, però, è importante che la cittadinanza sappia che non è sbagliato, anzi, è doveroso mettere la sicurezza davanti al pareggio del bilancio. Quando si ragionava così, non è vero che si sperperavano risorse: al contrario l’economia cresceva e il debito si ripagava.

    È anche importante esigere di non essere presi in giro: siamo adulti e dobbiamo pretendere che ci vengano dette le cose come stanno. L’ARPAL, il Comune e la Regione devono prendersi la responsabilità di dire in pubblico se le opere da realizzarsi metteranno in totale sicurezza le zone a rischio rispetto all’intensità degli eventi atmosferici ai quali abbiamo assistito; in caso negativo, devono spiegare come mai non vengono progettati interventi più incisivi.

    Non limitiamoci a scagliarci contro il primo che passa, perché facciamo solo il gioco dei nostri politici. Tutto dipenderà, piuttosto, da come sapremo tenere il fiato sul collo della pubblica amministrazione e della stampa; da come sapremo pretendere, senza compromessi, che Genova torni ad essere una città sicura e prospera. Se vogliamo farci chiamare davvero “superbi”, questo è il momento di dimostrarlo.

     

    Andrea Giannini

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  • Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (48)Al di là della mancata emanazione dello stato di “allerta” da parte della Regione Liguria, e di conseguenza dell’inevitabile ritardo nel lesto avvio del sistema di Protezione civile comunale, delle opere infrastrutturali sul torrente Bisagno non realizzate anche a causa della lentezza della giustizia amministrativa, non va dimenticato, però, il ruolo che le amministrazioni locali dovrebbero giocare nella pianificazione delle strategie di emergenza.
    Innanzitutto va puntualizzato che i previsori del centro meteo-idrologico di Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, sotto accusa per non aver previsto la drammatica escalation degli eventi che ha portato ai disastri della serata di giovedì 9 ottobre) in questa occasione avevano prodotto un messaggio di “avviso” per temporali forti, evidenziando quindi un livello di criticità, seppure il meno grave, che avrebbe comunque potuto far scattare – a discrezione di ogni singolo Comune – opportune contromisure di protezione, a maggior ragione nella città di Genova, notoriamente soggetta ad episodi alluvionali spesso di notevole gravità, e dove da lungo tempo sono palesi le forti problematiche che affliggono determinate aree a rischio del territorio.

    Tuttavia, trincerandosi dietro l’impossibilità di agire in assenza dell’allerta, l’amministrazione comunale sembra voler nascondere le carenze di un piano di emergenza comunale approvato nel 2009, e giudicato inadeguato sia dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale genovese in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011, sia dall’apposita Commissione consiliare incaricata di fare luce sui medesimi episodi del 2011. Destino vuole che le linee guida del nuovo piano – come aveva anticipato ad Era Superba l’assessore alla Protezione civile Gianni Crivello – dovevano essere illustrate al Sindaco Marco Doria proprio nel fine settimana appena trascorso, per proseguire il proprio iter prima in commissione e poi in Consiglio comunale, ma i tragici eventi hanno avuto il sopravvento.
    Infine, non va dimenticato il ruolo della Regione Liguria che dovrebbe vigilare sulla realizzazione dei piani di emergenza comunale e sulla conformità alla normativa di quelli realizzati. Ebbene, in una terra considerata tra le più fragili d’Italia soltanto 172 Comuni liguri (su 235 complessivi) sono dotati di tali piani.

    «Il vigente piano di emergenza, approvato del 2009, è troppo generico – afferma Alfonso Bellini, consulente della Procura della Repubblica del Tribunale di Genova – È evidente la mancanza di una serie di azioni pre-determinate, dunque di un’attenta pianificazione eseguita a “bocce ferme”. Inoltre, il piano non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Pur avendo dato prova, più volte, della sua pericolosità, non è previsto alcun piano di emergenza di dettaglio per l’area del Bisagno. Eppure, esiste un preciso impegno in questo senso, fin dal lontano 1998, con la firma di un protocollo di intesa tra Regione, Provincia e Comune di Genova. Impegno finora disatteso. Pianificare strategie di prevenzione e protezione è l’unico modo per convivere con il rischio».

    [quote]La nostra città ha accumulato un pesante debito sul fronte idrogeologico, quindi dovremo scontare un simile handicap per almeno altri venti o trent’anni, prima che siano effettivamente realizzate le opere infrastrutturali necessarie a mitigare la pericolosità dei corsi d’acqua genovesi».[/quote]

    Le carenze del piano comunale di Genova

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (43)Il piano di emergenza (o di protezione civile) rappresenta il progetto di tutte le attività coordinate e di tutte le procedure che dovranno essere adottate per fronteggiare un evento calamitoso in modo da garantire l’effettivo ed immediato impiego delle risorse necessarie al superamento dell’emergenza.
    Per quanto riguarda le emergenze meteo-idrologiche, le zone di Genova soggette ad eventi potenzialmente dannosi sono contenute nella “Carta di criticità ad uso di Protezione civile” contenuta nel D.G.R. 746 del 09/07/2007, comprendente le varie situazioni di potenziale dissesto idrogeologico derivate dai Piani di bacino. “Carta che ben segnala le aree di esondazione su tutto il territorio comunale”, sottolineano i consulenti del Tribunale nella relazione tecnica relativa al processo per l’alluvione del 2011.
    I piani comunali devono definire gli scenari di rischio “Evidenziando e descrivendo le aree caratterizzate da importanti livelli di pericolosità (legata ai fenomeni attesi) e contestualmente dalla presenza di elementi vulnerabili e/o strategici – continua la relazione – Solo in questo modo risulta possibile pianificare le azioni da intraprendere nelle situazioni di emergenza. Azioni che devono essere specifiche per ogni area a rischio, affinchè siano efficaci”. Ad esempio indicando esattamente dove devono essere chiuse le strade potenzialmente allagabili, come verrano chiuse, chi se ne occuperà, ecc. Ma lo “Schema operativo per la gestione delle emergenze meteo-idrologiche”, documento che fa parte del “Piano comunale di emergenza” del Comune di Genova (approvato con delibera consiliare n. 13 del 19-02-09) “Non contiene nessun riferimento di pianificazione degli interventi specifici per le aree del territorio comunale riconosciute come zone potenzialmente a pericolo di esondazione“, sanciscono i periti del Tribunale.

    Insomma, sono completamente assenti i piani di dettaglio, come spiega il geologo Alfonso Bellini «Il documento non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Dopo l’alluvione di Sestri Ponente del 2010 l’amministrazione si è improvvisamente accorta della fragilità idraulica di tale area, quindi nel 2011 ha redatto un piano di dettaglio che prevede determinate azioni. Dopo l’alluvione del 2011 hanno fatto lo stesso con un’ordinanza specifica sulla zona di via Ferregiano».
    A integrazione del “Piano di emergenza di dettaglio per la zona di Sestri Ponente”, il 4 agosto 2011 la Giunta comunale ha adottato una delibera riguardante la procedura operativa. Quest’ultima prevede che, in seguito ad un messaggio di attenzione o avviso di temporali “vengano attivate procedure di pronta reperibilità di personale e mezzi per la rimozione di ristagni di acqua superficiale, segnalazioni di aree allagate, interdizioni e/o deviazioni di traffico”. Delibera che identifica con precisione sia la zona oggetto di intervento, sia il numero e la tipologia di persone e mezzi di pronta reperibilità messi a disposizione dai diversi enti coinvolti (Protezione civile, Amiu, Aster, Polizia municipale, Municipio, ecc.).
    Il 2 marzo 2012 il Sindaco Doria ha emesso l’ordinanza n. 33/2012 riguardante “Misure di sicurezza a tutela della pubblica incomunità della popolazione per la zona di via Fereggiano e vie limitrofe, interessate dall’evento alluvionale del 4 novembre 2011, da attivare in caso di emergenza idrogeologica”, che prevede, nel caso di avviso di temporali o della dichiarazione di stato di allerta 1 e 2, la messa in atto di una serie di prescizioni cautelative. “Tale documento, seppur sotto forma giuridica diversa, rappresenta di fatto un’integrazione al piano comunale di emergenza, così come lo è stata quella fatta per Sestri Ponente dopo l’alluvione del 2010“, scrivono i consulenti del Tribunale. Integrazioni che certificano la scarsa affidabilità dello stesso piano comunale.

    «Il Bisagno, quando si trova di fronte a coperture insufficienti, esce costantemente in sponda destra o sinistra – spiega Bellini – Questa situazione di rischio è stata pesantemente evidenziata fin dall’alluvione del 1970. La pianificazione di dettaglio, però, è stata fatta solo per Sestri e la zona di via Fereggiano, sempre in seguito a tragici eventi alluvionali. I piani di dettaglio prendono come riferimento il livello di allerta massima (allerta 2), ma prevedono una serie di specifici adempimenti in qualsiasi caso di emergenza».
    Già nel Piano di bacino del Bisagno (fascicolo 2, volume 2), si riporta che “Spetta al Comune elaborare un piano operativo di protezione civile per il bacino da attivarsi con urgenza”. Attività considerata talmente strategica da essere inserita nel protocollo di intesa Regione, Provincia e Comune di Genova, firmato il 5 ottobre 1998.

    Il piano di Genova risulta alquanto generico o totalmente mancante sulla parte più importante: gli scenari di rischio che riportano le informazioni sulla tipologia del rischio specifico e sulla vulnerabilità a persone, cose, servizi, edifici strategici, viabilità; e poi manca la carta del modello di intervento (presente nel piano per Sestri Ponente), che specifica l’ubicazione di centri operativi, aree di emergenza, l’indicazione di vie di fuga, presidi di forze dell’ordine e volontari, ecc. Queste mancanze rendono molto difficile affrontare con efficacia l’emergenza”, conclude la relazione tecnica del Tribunale.
    Carenze individuate non solo dal Tribunale, ma anche dalla Commissione consiliare (istituita con delibera di Consiglio n. 81 del 22/11/2011) incaricata di fare luce sugli eventi del 2011. «I Venti consiglieri comunali hanno concluso anch’essi che il piano era inadeguato», chiosa Bellini.

    Realizzazione e conformità alla normativa dei piani di emergenza: la Regione non controlla

    Palazzo della RegioneAffinché i piani siano realmente efficaci “Risulta strategico che vi sia un organo di controllo superiore di validazione che ne possa giudicare i contenuti in termini di qualità e conformità alla normativa vigente – scrivono i consulenti del Tribunale – Va rilevato che tale organo di controllo in Liguria non esiste. Pertanto ogni Comune si dota del proprio piano autoapprovandolo”.
    Organismo di controllo che, secondo logica, dovrebbe essere rappresentato dalla Regione stessa. La normativa vigente in questo contesto, infatti, è opera dell’amministrazione regionale, la quale ha stabilito regole e modalità di esecuzione dei piani con la D.G.R. 746 del 09-07-2007, senza poi preoccuparsi della valutazione di tali documenti. Eppure, già l’articolo 3 della L.R. n. 9/2000 riporta che alla Regione “spetta di raccordare a livello regionale le risultanze dei piani locali (comunali e provinciali)”.
    Questa mancanza di controllo “Ha portato come ulteriore grave conseguenza che in Liguria esistano ancora molti Comuni che non hanno un piano di protezione civile – sottolineano i periti del Tribunale – Va osservato che la Legge regionale di riferimento per la protezione civile è del 2000 e che la delibera di Giunta regionale che ha pubblicato le linee guida per l’esecuzione dei piani di emergenza, con le annesse Carte di criticità, è del 2001, con aggiornamento nel 2007″.
    Tutto ciò porta squilibri che si ripercuotono sulla stesura dei piani, per i quali “I singoli comuni (almeno quelli che fanno il piano), in mancanza di controlli qualitativi, si possono dotare di piani incompleti, contenenti procedure generali che lasciano ampio margine alla soggettività dei comportamenti personali, salvo poi modificare e migliorare le cose quando vengono colpiti da eventi calamitosi“, concludono i consulenti. In tal senso il caso del piano comunale di Genova è esemplare.

     

    Matteo Quadrone

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  • Centro storico: corteo di Associazioni e Comitati contro il degrado

    Centro storico: corteo di Associazioni e Comitati contro il degrado

    Via San Lorenzo, GenovaQuali sono i “mali” del centro storico genovese? Nonostante la ventennale operazione di riqualificazione di Piazza delle Erbe, Sarzano, Sant’Agostino, San Bernardo e limitrofe, e mentre sono in corso vari progetti per il recupero di Pré e della Maddalena, un gruppo di abitanti del centro storico lamenta il fatto che, nonostante le misure intraprese, le problematiche siano rimaste le stesse del passato, e che anzi in molti casi si siano aggravate col passare del tempo. Solito “mugugno” o situazione reale? Le opinioni centro-storico-vicoli-piazza-delle-erbe-d2sono certo contrastanti, ma di fatto il disagio vissuto dai cittadini li ha spinti a prendere l’iniziativa: è prevista per domani martedì 12 novembre, la manifestazione organizzata dalle Assemblee dei Cittadini e dalla FACCS – Federazione Associazioni Comitati Centro Storico (Ass. Centro Storico Est, Osservatorio Prè-Gramsci, Assoutenti, Ass. Naz. Centri Storici ed Artistici) per protestare contro il degrado del centro storico. Si parte da Piazza Caricamento, con appuntamento per le 17.30 davanti al Galeone, e si attraverserà tutto il centro storico, nelle sue arterie principali e più critiche: Sottoripa e Portici Turati (bombardati di attenzione mediatica e istituzionale, a causa delle recenti proteste contro il mercatino abusivo, prima smantellato, poi ricomparso); Canneto il Curto, San Luca e Maddalena. Il corteo si concluderà a Tursi, dove i rappresentanti delle Associazioni hanno in programma un incontro con gli Amministratori per discutere dei temi salienti.

    Cosa chiedono i manifestanti? Sfilano nel centro storico per chiedere (“esigere”, come si legge nel programma) il rispetto della legalità, “strumento né di destra, né di sinistra, ma difesa dei più deboli contro i più forti”, e maggior ordine. Dicono no alle risse, diventate da anni sempre più frequenti per le strade del centro, e ai mercatini illegali e al commercio abusivo, polo di attrazione della malavita “che ci rendono la vita impossibile”. Quest’ultimo punto, in particolare, riprende la questione attuale posta da Confcommercio, che ha organizzato proprio per oggi, 11 novembre 2013, la Giornata di mobilitazione nazionale sul tema “Legalità, mi piace”, allo scopo di  analizzare le conseguenze sull’economia reale di fenomeni illegali e concorrenza sleale che alterano il mercato e alimentano l’economia sommersa. Proprio l’11 novembre alle ore 10, a Palazzo della Borsa di Via XX Settembre, i Giovani Imprenditori di Ascom Genova presentano la manifestazione a livello locale, dopo la diretta streaming da Roma. Il tema a Genova è molto popolare, una vera piaga sociale dei giorni nostri, che sottrae circa 11.000 posti di lavoro, fa aumentare le tasse, blocca i consumi.

    La manifestazione di domani delle Associazioni del centro storico, inoltre, non risparmia nemmeno la “movida” giovanile (indicata come “malamovida”, qui il documento oggetto dell’interrogazione comunale): non accanimento indiscriminato, dicono, ma denuncia del divertimento senza regole, che priva del “diritto alla salute-riposo notturno i residenti, divenuta ormai solitudine, ubriacatura sopratutto di minori, coagulo di reati predatori, danneggiamenti e droga”. Tra i temi caldi, anche quello dell’ormai imminente Expo di Milano 2015: si vuole rompere la separazione Genova-Milano e favorire l’afflusso di visitatori dal capoluogo lombardo a quello ligure, nella speranza di incrementare i visitatori (stimati oltre 1 milione annui). Questo, soprattutto in considerazione della firma nel febbraio 2013 di un patto di collaborazione tra Regione Lombardia e Regione Liguria (con programma pluriennale di progetti e attività di interscambio tra le due città), e della recente proposta di creare un nuovo treno di lusso ad alta velocità che permetta di viaggiare da Genova a Milano in un’ora, sette giorni su sette, con rincaro del prezzo del biglietto e limitatamente al periodo dell’Expo. E ancora, la diffusione e fruibilità della rete wi-fi, il ripristino della pavimentazione in Via Luccoli e Via Garibaldi, in cui visitatori, commercianti e residenti da anni vivono il problema dei cantieri aperti, con i conseguenti disagi.

    Ma non solo proteste in negativo: anche varie proposte “positive” per la rinascita del centro, con l’incremento dei percorsi culturali alla scoperta dei tesori artistici, dei mercatini di specialità liguri e non, la creazione di un portale multimediale, con incentivi alle realtà che si occupano di cultura, sport, spettacolo, arte. Tema tirato in ballo, anche quello dei parcheggi: pochi in centro quelli per i residenti (emblematico il caso di Piazza Sarzano, che già in vista dell’inaugurazione del mercato rionale aveva suscitato perplessità).

    Abbandono, immobilismo, noncuranza, mancanza di progettualità: queste le colpe che le associazioni imputano all’attuale Giunta Comunale, e proprio di questo chiederanno risposta ai diretti interessanti, al termine del corteo. “Specifici incontri sono stati richiesti con Prefetto e Questore per ottenere un presidio anche notturno del territorio, maggiore efficacia e continuità agli interventi in atto”, dicono i rappresentanti, lamentando la latitanza dell’Amministrazione e auspicando che domani sarà inevitabile trovare ascolto.

     

    Elettra Antognetti

    [foto di Daniele Orlandi]