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Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • Tutto pronto per la 78° edizione del “Giro dell’Appennino”. Niente Bocchetta: partenza da Serravalle e arrivo a Chiavari

    Tutto pronto per la 78° edizione del “Giro dell’Appennino”. Niente Bocchetta: partenza da Serravalle e arrivo a Chiavari

    giro-appenninoDomenica 9 Aprile ritorna “Il Giro dell’Appennino”, una delle più antiche e rinomate corse ciclistiche d’Italia che, giunto alla settantottesima edizione, è stato costretto a rinnovarsi abbandonando la parte storica del circuito che prevedeva la scalata del passo della Bocchetta e l’arrivo a Pontedecimo.

    La storia del giro è lunga e avvincente e inizia il 16 settembre 1934 quando prese il via la prima storica edizione del circuito organizzata dall’U.S Pontedecimo. All’epoca la gara si svolgeva lungo un percorso di 140 chilometri, cosparsi di salite più o meno ripide e dal fondo non sempre asfaltato, scelte accuratamente da Luigi Ghiglione, artefice e organizzatore di quella manifestazione che, per la sua originale impostazione, era unica nel suo genere in Liguria.

    La vera importanza della gara appenninica si potè riscontrare soltanto l’anno successivo quando si presentarono ai nastri di partenza alcuni dei maggiori nomi del ciclismo italiano del periodo. Nonostante il successo ottenuto, i primi “ospiti” d’eccezione arrivarono al ‘Giro’ soltanto nel 1938 quando, un giovanissimo Fausto Coppi si presentò a Luigi Ghiglione per chiedergli di essere ammesso alla competizione nonostante la mancanza di alcuni documenti. Ghiglione vide qualcosa di speciale in quel diciannovenne e decise di farlo partecipare ugualmente. Questa decisione cambiò le sorti della corsa che, da quel momento, resterà per sempre legata al nome del ‘Campionissimo’. Infatti, dopo il sesto posto del ‘37, Coppi arrivò terzo all’edizione del ’38; l’edizione del ‘39 non venne mai disputata a causa dell’imminente guerra mondiale che avrebbe visto molti ciclisti partire per il fronte.

    La guerra e la resistenza

    Durante il periodo bellico l’Unione sportiva Pontedecimo chiuse i battenti per cinque anni e l’utilizzo delle due ruote divenne fondamentale per gli spostamenti della popolazione e delle staffette partigiane. Ghiglione, ‘patron’ del Giro, durante questo periodo si rese celebre per aver partecipato alla spedizione che, da Pontedecimo, partì alla volta della Benedicta per recuperare i resti dei partigiani trucidati dai nazi-fascisti. Ghiglione costruì le bare nel suo laboratorio e tornò, con le stesse bare smontate e portate a spalla e a dorso di mulo con gli altri compaesani, alla Benedicta e a Passo Mezzano per dare degna sepoltura ai patrioti.

    Il Campionissimo

    bocchetta-coppiNel periodo del primo dopoguerra, nonostante la situazione drammatica della popolazione, il ‘Giro’ venne organizzato ugualmente anche se, per giungere alla prima edizione ‘epica’, bisognerà aspettare il 1955, quando si presentarono alla partenza alcuni dei principali campioni del panorama ciclistico nazionale come Coppi, Bartali e Magni.

    Fausto Coppi, ormai trentaseienne, vinse quell’edizione e legò per sempre il suo nome a quello del passo della Bocchetta, vera prova di forza all’interno di quel circuito come ci racconta Ivano Carrozzino, Presidente dell’U.S Pontedecimo: «La vittoria di Coppi del 1955 è stata l’ultima in una corsa in linea e per distacco da parte del ‘Campionissimo’ di Novi ed è un’edizione rimasta nella storia di questo sport. Il campionissimo fece una fuga di una settantina di chilometri per arrivare in solitaria al traguardo tra il tripudio della gente».

    Ciclismo epico

    Altra vittoria memorabile fu quella di Gianni Motta del 1968 letteralmente flagellata dalla pioggia. Durante quell’edizione Motta vinse per distacco e «ad un certo punto la corsa si svolse sotto al diluvio ma, nonostante la pioggia, Motta arrivò al traguardo utilizzando un fazzoletto per coprirsi il volto e questo ebbe una risonanza enorme. – prosegue Carrozzino – Durante la salita della Bocchetta Ghiglione seguì i ciclisti con l’auto scoperta per dimostrare ai corridori che lui non ammetteva privilegi, nemmeno nei loro confronti».

    Negli anni successivi vi furono molte altre vittorie epiche come quella di Gimondi che «si involò giù per la discesa del passo dei Giovi e arrivò al traguardo di Pontedecimo in solitaria» oppure quelle «vittorie che hanno avuto inizio grazie agli scatti all’inizio del passo della Bocchetta come quella di Gilberto Simoni nel 2003 che, oltre che a vincere il giro, stabilì anche il record della scalata del passo con 51 minuti e 54 secondi».

    Anni difficili

    Schermata 04-2457851 alle 12.34.20Tuttavia la vita del giro dell’Appennino non è sempre stata facile: a causa di problemi economici l’U.S Pontedecimo ha dovuto più volte modificare il percorso e in varie edizioni si è rischiato di non riuscire a organizzare la corsa. Per esempio le edizioni 1999, 2011, 2012 e 2014 si sono concluse in via XX Settembre mentre l’edizione 2005, anche per festeggiare il cinquantesimo anniversario della vittoria di Fausto Coppi, si è conclusa a Novi Ligure, davanti al Museo del Campionissimo.

    L’edizione 2016 ha visto la partenza a Serravalle Scrivia e l’arrivo, per la prima volta, a Chiavari, con l’eliminazione dal percorso del passo della Castagnola e del passo dei Giovi e la scalata del Passo della Bocchetta dal versante piemontese. «Questa 78° edizione del ‘Giro’ riveste un’importanza particolare – sottolinea Carrozzino – siccome vogliamo ricordare il 110° anniversario della nostra associazione, nata nel 1907, il 70° della vittoria di Alfredo Martini e, inoltre, l’arrivo a Chiavari vuole essere un omaggio a questa città che, insieme alla Regione Liguria, lo scorso anno ci ha ospitato e ha contribuito al salvataggio del Giro e che quest’anno è stata insignita del titolo di ‘Comunità Europea dello Sport».

    Tuttavia lo spostamento della partenza a Serravalle e l’arrivo a Chiavari escludono il piatto forte del ‘Giro’ ovvero la salita del passo della Bocchetta perchè «inserendola nella prima parte della gara avrebbe stancato subito i corridori e avrebbe reso la gara ingestibile dal punto di vista organizzativo – conclude Carrozzino – abbiamo inserito un doppio passaggio da Chiavari con la salita del Monte Domenico e quella di Leivi in rapida successione. Queste due salite, poste al termine della gara, causeranno una forte selezione dei corridori e ci auguriamo l’arrivo solitario di qualche corridore particolarmente in forma oppure un arrivo ristrettissimo con una volata di due o tre corridori».

    In un momento in cui si sta assistendo ad una nuova popolarità dei pedali, la Storia torna a ripetersi: tutto è pronto per nuove epiche battaglie a colpi di sudore e fatica sui monti della nostra Liguria.

    Gianluca Pedemonte

  • Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    palazzo-lercari-cambiaso-costruzione-fondaco-trebisondaIn occasione della nuova edizione delle manifestazioni per la valorizzazione del patrimonio UNESCO – gli ormai noti Rolli days –, il nostro Antonio Musarra ha intervistato chi dei Palazzi dei Rolli s’intende veramente: Giacomo Montanari, dottore di ricerca in Storia dell’Arte, tra le principali anime dell’evento che attira ormai migliaia di persone.

    Caro Giacomo, eccoci nuovamente alle porte d’una nuova edizione dei Rolli days. Questa volta vorrei farti qualche domanda su quella che si annuncia come una delle novità; dunque, su un singolo palazzo (o Rollo? Si può dire Rollo?). Vi passo davanti tutti i giorni, al numero 3 di via Garibaldi. Anzi – scusami – di Strada Nuova! Parlo di palazzo Lercari, di prossima apertura. Ebbene: ogni volta mi sento addosso gli occhi dei due telamoni riccioluti dai nasi mozzati. Presenza inquietante! Il riferimento è alle imprese del ben noto Megollo Lercari. Puoi dirci qualcosa della sua storia?
    «Che sia Storia non ci piove. Un Megollo – forma diminutiva in lingua genovese di Domenegollo (Domenico) – svolse la duplice e in antico non ossimorica professione di pirata e mercante attorno al 1313 nelle colonie genovesi del Medio Oriente, tra Simisso, Caffa e Trebisonda. Dalle tinte ben più fosche è però la storia narrata, alla fine del Quattrocento, dal genovese Bartolomeo Senarega, in una lettera spedita all’amico umanista Giovanni Pontano. Megollo, infatti, in difesa dell’onore della nazione genovese offesa da Andronico, un cortigiano dell’Imperatore Alessio II, avrebbe armato due galee e, senza pietà, amputato nasi e orecchie a tutti i sudditi del medesimo monarca incontrati sul suo cammino. Alessio II, agghiacciato dal ricevere in vasi i membri mozzati dal Lercari, cedette, infine, ai voleri del “nobile” genovese: soddisfazione dell’offesa subita e un Fondaco per condurre la mercatura nel cuore della città di Trebisonda. Sono questi gli episodi celebrati da Taddeo Carlone e Luca Cambiaso nel palazzo Lercari in Strada Nuova: il Carlone accoglie il visitatore con due giganteschi “orientali” scolpiti ai lati del portale d’ingresso e significativamente privati del naso; Cambiaso, invece, effigia il Lercari mentre fa erigere, pro Patria sua, il Fondaco nella città turca. Un Fondaco che assomiglia tanto, però, al suo palazzo in cui troneggia il medesimo affresco: insomma, celebrarsi celebrando».

    Un moto celebrativo che troviamo altrove; che è anche, forse, la cifra di quello che possiamo chiamare “il secolo dei Rolli”. Forse un “secolo lungo”, per parafrasare uno famoso. Tuttavia, pare che la figura di Megollo abbia rivestito significati ulteriori per Genova stessa; non solo per i Lercari. È così?
    «La fama derivata al Lercari grazie al suo atto di ferocia, vero o presunto che fosse, fu enorme. Megollo divenne – a partire dal primo Cinquecento – un ideale protettore della città di Genova, il simbolo di quello che poteva capitare a chi avesse avuto la leggerezza di prendere Genova e i genovesi “sotto gamba”. Era un simbolo in una città che doveva riscoprirsi unita e orgogliosa della propria forza, del proprio passato e dei propri uomini, nel momento in cui – finalmente – la conseguita stabilità politica aveva permesso di far germogliare quei semi di Rinascimento che per tutto il Quattrocento erano rimasti quasi del tutto nascosti, attendendo la terra buona della concordia civile per mostrarsi in tutta la loro magnificenza».

    Palazzo-Lercari-ParodiEcco: il Rinascimento. E qui, la domanda sorge spontanea: è davvero possibile parlare di Rinascimento per Genova?
    «Che i genovesi fossero uomini di cultura profondissima è cosa nota. Che Genova fosse tra le città italiane più legate all’Oriente, forse meno. Che tra i genovesi si trovassero alcuni tra i più fini umanisti, collezionisti di scultura e testi greci del Quattrocento è quasi ignorato. Di Genova appare il volto cinquecentesco, che però non avrebbe potuto essere quello che è stato senza l’egemonia marinara e commerciale del Due-Trecento e lo sviluppo d’individualità culturali durante tutto il Quattrocento. Pur nella violenza che connota un “mito” di fondazione di una rinnovata identità cittadina, Megollo Lercari ci insegna oggi, di nuovo, tutto questo».

    Capisco. Come spiegare, tuttavia, la ripresa di un rapporto con l’Oriente in un momento – il Cinquecento – in cui la grande finanza genovese è ormai volta decisamente a Occidente? Verso la Spagna?
    «Rispondo, forse, con una banalità, ma nei secoli Genova ha sempre avuto – come Giano – una faccia rivolta a Est e una a Ovest. Anzi, forse per i secoli precedenti al ‘secolo dei genovesi’ – per citare Braudel –, l’Est fu un riferimento più forte e una fonte più chiara di forza e prestigio. Basti pensare a tutti i “miti fondativi” che i genovesi riscopriranno tra Cinque e Settecento, tutti ambientati nelle colonie: la vicenda di Giacomo Lusignani, la strage dei Giustiniani e il “nostro” Megollo, solo per fare qualche esempio. La presenza genovese a Bisanzio, nell’Egeo, nel Mar Nero e in Medio Oriente è, senza dubbio, una chiave di volta per comprendere una città straordinariamente cosmopolita. Non solo perché sempre legata al suo porto. Genova rappresenta il punto di fusione tra culture diverse: il melting pot ante litteram dell’Occidente con l’Oriente; uno status di cittadinanza mediterranea nato con Roma e mai cessato, neppure dopo le cadute di Acri (1291) e Bisanzio (1453). Nel confondersi con i popoli del Mare Nostrum, però, emerge in contrasto positivo la rivendicazione di un’identità d’appartenenza fortemente difesa (da Megollo e da tutti i genovesi ‘del mondo spersi’), da mantenere a ogni costo: per questo si sottolinea l’incrudelire di Megollo, così emblematico e sopra le righe, per difendere l’onore macchiato della patria».

    Hai parlato d’identità. Ed è inevitabile porsi, a questo proposito, la domanda sull’oggi. Quanto il genovese d’oggi – di nascita o d’adozione – ha coscienza di questa identità? Cosa deve fare per recuperarne qualche tratto?
    «Io credo che, latente, la coscienza d’identità esista e anche forte, soprattutto proprio in quei giovani che tante volte – a malincuore – abbandonano la loro città. Tuttavia, il recupero non può essere solo un moto d’orgoglio dei cittadini; va sostenuto con forza dalle istituzioni, lavorando su tre punti caldi: lavoro, trasporti e società. In tutto questo, il patrimonio culturale – soprattutto quello UNESCO – ha un ruolo cruciale per rendere Genova un polo d’attrazione per chi viene da fuori e una città con le carte in regola per giocare un ruolo importante nell’Italia di domani. Dopotutto, i genovesi del Cinquecento non decoravano i propri palazzi per fare colpo sui dignitari stranieri e “conquistarsi” i migliori accordi commerciali? Ai genovesi di oggi spetta ora di riscoprirsi uniti e decisi nel desiderare il meglio per la propria città: mantenere quella Trebisonda conquistataci (forse) proprio da Megollo e ritornare cittadini del Mediterraneo mozzando i nasi di chi sempre li storce davanti al debole e al diverso e tagliando le orecchie che sembrano fatte solo per ascoltar mugugni».

    A cura di Antonio Musarra

  • Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    «benedicta-028Guarda queste rovine, cittadino d’Italia, sono il dono della tirannide straniera e domestica». Un invito e al contempo, oggi, un monito. Con queste parole sono accolti al Sacrario della Benedicta coloro i quali, con intenzione o per caso, raggiungono uno dei posti simbolo della Resistenza, genovese e non solo. Tutto attorno muri spezzati, rovine, macerie: un fermo immagine che testimonia il massacro sofferto da decine di giovani trucidati dalle truppe nazifasciste nel 1944. Un tricolore scolorito e a brandelli sovrasta tristemente l’area; se si percorrono pochi metri, un altro scempio prende la scena: ecco lo scheletro di cemento del Centro di Documentazione, figlio mai nato di un cantiere aperto da quasi undici anni, oggi in stato di abbandono. Una storia da un milione di euro.

    A pochi giorni dalla consueta commemorazione, che cade il 9 di aprile, abbiamo documentato lo stato dei lavori, provando a ricostruire l’iter burocratico di questo “mostro”, la cui incompiutezza stona con la sacralità del luogo e della storia che avrebbe dovuto presidiare.

    Incastonato tra le montagne dell’Apennino Ligure, all’interno del parco naturale delle Capanne di Marcarolo, sorge il Sacrario della ‘Benedicta’, dedicato a 147 patrioti antifascisti che, in questo antico convento trasformato in cascinale, persero la vita combattendo per la libertà. Un luogo divenuto da subito “sacro” per i cittadini del genovesato, intriso del sangue dei suoi figli: solo nel 1999 viene deciso un processo di valorizzazione e recupero del sito archeologico costituito dai ruderi della struttura fatta brillare dai nazifascisti, articolato in lotti finanziati dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Alessandria, la quale ne ha gestito la progettazione e la realizzazione, in stretta collaborazione con l’Associazione “Memoria della Benedicta”.

    Al termine di questi lavori, che hanno rinnovato i luoghi della strage rendendoli accessibili al pubblico, preservandoli da ulteriori deperimenti, nel 2006 Regione Piemonte autorizza con una legge regionale la spesa complessiva di 750.000 euro per la realizzazione di un centro di documentazionenel quale conservare e valorizzare le testimonianze e il materiale d’archivio relativi alla guerra e alla resistenza nell’Appennino Ligure-Piemontese” come riporta la suddetta legge; ad oggi, nonostante i fondi stanziati, di questo centro ci sono poche tracce. Il prossimo 9 aprile si terrà l’annuale commemorazione per i martiri e, anche per quest’anno, i lavori non saranno conclusi in tempo.

    «Il centro di documentazione è avviato da molti anni – racconta Gian Pietro Armano, Presidente dell’associazione “Memoria della Benedicta” ma a causa di una serie di difficoltà finanziarie e di altro genere i lavori sono stati sospesi. La prima delle due ditte a cui erano stati assegnati i lavori è fallita, mentre la seconda ha avuto dei problemi e così la Regione ha bloccato i lavori. Adesso la Regione Piemonte e la Provincia di Alessandria, che hanno a carico la costruzione del centro, pare abbiano risolto queste difficoltà e quanto prima riprenderanno le operazioni per ultimare il centro. Noi dell’associazione Memoria della Benedicta dovremmo gestire il centro e speriamo che entro un mese gli operai tornino a costruire».

    La situazione però non è chiara in quanto i 750.000 euro stanziati dalla Regione, e integrati con altri 250.000 durante gli anni successivi, sono una cifra “importante”: «In fase di costruzione ci sono stati degli interventi che non erano previsti dal progetto iniziale – prosegue Don Armano – Per esempio per dare solidità alle fondamenta si è dovuto fare un lavoro di palificazione per evitare che fosse danneggiato quello che resta della cascina Benedicta, inoltre sono emersi altri problemi e questo ha fatto lievitare i costi. Adesso la Regione ha stanziato un ulteriore finanziamento e la Provincia coprirà la parte mancante per poter arrivare alla realizzazione finale di quest’opera. Noi speriamo che il prossimo anno sia finito tutto».

    Una speranza che sicuramente è di tutti, anche se le condizioni del cantiere non fanno ben sperare, a partire dalle recinzioni, interrotte in più punti; spariti i cartelli con la gerenza del cantiere, obbligatori per legge, all’esterno sono sparsi accumuli di macerie e materiale da lavori, i locali interni sono in balia delle infiltrazioni e degli allagamenti, alcuni sono interamente occupati da detriti e spazzatura di vario genere; la ruggine e i muschi regnano sovrani; all’esterno le istallazioni artistiche dedicate ai fatti storici sono abbandonate a loro stesse, aggiungendo una nota tetra ad uno scenario desolante. Uno “spettacolo” decisamente poco edificante, che stride con l’atmosfera senza dubbio mistica dell’intera area, che comprende inoltre il muro delle esecuzioni e le fosse comuni dove furono sepolti i cadaveri dei partigiani.

     

    La Storia

    Il santuario della Benedicta è indissolubilmente legato alla città di Genova; in questo luogo era stata posta l’intendenza della 3° Brigata d’assalto Garibaldi “Liguria” e molti dei ragazzi che vennero assassinati e deportati provenivano dalle valli del genovesato e dai quartieri della città. Sfogliando l’elenco dei caduti è facile trovare nomi di giovani provenienti da alcuni dei quartieri come Sampierdarena, Rivarolo, Pegli e Pontedecimo e proprio da qui, nelle ore successive all’eccidio, partirono a piedi molti volontari per raggiungere la Benedicta, recuperare i corpi e dargli degna sepoltura. «Da Pontedecimo partirono in molti per recuperare i corpi – racconta Don Armano – la Croce Verde, ad esempio, fu molto attiva durante questo episodio. Tuttavia anche dalla parte di Alessandria ci furono dei volontari che salirono fino alla Benedicta dopo l’eccidio per ‘igienizzare’ la situazione. Si correva il rischio, infatti, che la decomposizione dei cadaveri gettati nelle fosse dai nazi-fascisti inquinasse il torrente che porta l’acqua ai laghi artificiali del Gorzente, invasi che approvvigionano la città di Genova.

    Durante la primavera del 1944 le forze partigiane presenti in questa zona contavano circa mille uomini: per questo motivo i tedeschi optarono per un rastrellamento massiccio, mirante a distruggere tutte le formazioni attestate intorno alla Benedicta, al fine di assicurarsi un passaggio per una eventuale ritirata in caso di sbarco alleato. Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani: i giovani antifascisti, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare, non riuscirono a rompere l’accerchiamento. In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani mentre altri caddero in combattimento. Alcune decine finite nelle maglie dei rastrellamenti, in qualità di renitenti alla leva obbligatoria predisposta dalla Repubblica Sociale furono tradotti alla Casa dello Studente, dove furono imprigionati e torturati; molti di loro saranno poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino, mentre altri 400 furono arrestati con l’inganno di un amnistia e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen). Durante il viaggio 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.

    Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla resistenza, non riuscì tuttavia a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano, dopo aver avviato una riflessione sugli errori compiuti, riuscì a riprendere vigore e incominciare l’inesorabile riscossa.

    Rispetto

    Una lapide, eretta dove furono ritrovate le fosse comuni che accolsero i corpi senza vita dei fucilati così recita: «Qui il 7 aprile 1944 caddero trucidati e vennero nascosti giovani partigiani da fascisti d’Italia e nazisti di Germania, fecero loro scavare la fossa poi li uccisero a gruppi di cinque. Volevano un’Italia migliore». Sarebbe necessario maggiore rispetto per questi luoghi, custodi di una memoria che deve essere presidiata, affinché i sacrifici del passato possano essere conosciuti e onorati degnamente.

    Gianluca Pedemonte
    Nicola Giordanella

     

  • San Donato e i graffittari d’altri tempi, la conoscenza del passato è la chiave per la tutela del patrimonio storico

    San Donato e i graffittari d’altri tempi, la conoscenza del passato è la chiave per la tutela del patrimonio storico

    san-donato-graffiti-02In principio fu Santo Stefano – l’antico monastero incombente mutolo e serioso su via XX Settembre –; poi, uno dei più bei palazzi della centralissima via San Lorenzo, il sei-settecentesco Centurione-Gavotti; ora, i pilastri della facciata della bella San Donato: nonostante i rifacimenti del D’Andrade, uno dei migliori esempi di romanico genovese. Writers, vandali o graffittari che dir si voglia hanno colpito ancora, deturpando il volto storico di Genova. Che fare? Ronde, telecamere e condanne ai lavori forzati? Educazione al bello? La partita è aperta. A lungo mi sono interrogato sul problema. E la mia conclusione è che non possumus. Sì. Non possiamo rinunciare a educare. Non possiamo – in quanto anime pensanti – abdicare a una funzione che è nostra peculiare, che è quella di tentare – per quanto è nelle nostre possibilità – d’allevare giovani consapevoli del fatto d’essere parte d’una storia. Insomma, nati o adottati da questa città, non possiamo ignorarne il passato. Negarne l’esistenza è un tratto caratteristico dei tempi d’oggi: non solo della gioventù, che fa di tutto per divincolarsi da quella gabbia 2X3 in cui si sente stretta (senza sapere bene dove andare), ma anche del cosiddetto mondo adulto. Il crescente individualismo è direttamente proporzionale al taglio d’ogni ponte col passato. Le generazioni che ci hanno preceduto – quelle generazioni che hanno eretto San Donato, per intenderci – hanno ormai poco da dire. Sapete qual è la verità? La verità è che un graffito su una colonna medievale non scandalizza più nessuno. O, meglio, scandalizza solo quei pochi che sentono, fortissimamente sentono il senso di questa tradizione e il dovere morale della sua trasmissione. Che fare, dunque?

    Graffitti medievali

    san-donato-graffiti-03Ebbene: è in queste situazioni che lo studioso – o l’aspirante tale –, il divulgatore ma anche il semplice amante del passato acquisisce un ruolo eminentemente sociale: comprendere, conservare e trasmettere la memoria. Lasciate, dunque, che offra il mio contributo. Ai graffitari d’oggi farà, forse, piacere sapere che il loro gesto non è affatto rivoluzionario. Provate a entrare in San Donato e osservate con attenzione la prima colonna alla vostra sinistra. Noterete due grandi imbarcazioni tracciate probabilmente per grazia ricevuta 7-800 anni fa. Quella più in alto raffigura una navis di XII-XIII secolo. Si tratta d’una nave mercantile a due alberi, probabilmente a vela latina, dotata di timoni laterali a remo, d’un cassero di poppa e d’un rudimentale castello sopraelevato sulla prua. Più sotto è rappresentata un’altra navis, questa volta più tarda – probabilmente una caracca di XV secolo –, dotata di due alberi a vela quadra, cassero e timone centrale, completa di bandiera genovese e – se si osserva bene – perfino d’un paio di marittimi aggrappati al sartiame. Poco più in là, sulla colonna dirimpettaia, si trova, invece, una torre curata nei minimi particolari, e poi figure di animali e teste umane.

    Tutti i graffitti di Genova

    Non è, questo, l’unico caso. Genova è piena di graffiti. Pare, ad esempio, che, tra XVIII e XIX secolo, uno dei passatempi preferiti fosse quello d’incidere il gioco del filetto su marmi e gradini. A ben vedere, è possibile imbattersi in immagini del genere un po’ ovunque: sulla scalinata di San Lorenzo; sui gradini d’ingresso al Battistero; sulle colonne del loggiato interno del palazzo arcivescovile; sugli scalini della chiesa dei santi Cosma e Damiano; lungo le mura delle Grazie e le mura della Marina; sui muretti d’accesso a Campopisano; su un sedile del porticato di Palazzo San Giorgio; presso il loggiato superiore di palazzo Tursi; sulla balaustra di via Prè sottostante Palazzo Reale; su un sedile del sagrato del santuario della Madonnetta… Che la cerca abbia inizio! Ancora più diffusi, d’altra parte, sono i graffiti di carattere devozionale: oltre alle imbarcazioni, che hanno probabilmente il carattere di ex-voto marinareschi, croci – presenti, ad esempio, nel chiostro di San Matteo, sugli stipiti di Palazzo Doria-Quartara, nella piazza antistante, e su quelli dell’abbazia di Santo Stefano – e invocazioni, come nel caso del Dei Gratia inciso sul gradino del portale della Chiesa del Santo Nome di Maria di Piazza delle Scuole Pie. Infine, un terza grande categoria comprende tutti quei graffiti lasciati dai soldati di stanza in città dal Cinquecento in poi, generalmente d’origine teutonica, e dai carcerati, numerosissimi in entrambi i casi nel Palazzetto Criminale di via Tommaso Reggio, dove è possibile trovare nomi, simboli araldici, simboli religiosi, un’altra imbarcazione (verosimilmente un galeone) e perfino la rappresentazione d’un paio di villaggi montani con tanto di chiese bene in vista; ma si pensi anche alla Villa del Principe, e ai graffiti tracciati direttamente sugli affreschi della Loggia degli Eroi – quale affronto! – dalla guardia di palazzo, contemplanti una varietà di soggetti: nomi, date, imbarcazioni, pesci, uccelli… Per non parlare della Villa Centurione-Doria di Pegli, dove è possibile imbattersi perfino in un quadrato magico (SATOR).

    san-donato-graffiti-04Insomma, da che mondo e mondo, i Genovesi – di nascita o d’adozione – si sono divertiti a “deturpare” i propri beni architettonici. E quei graffiti sono ora parte integrante dei nostri monumenti. Quale, dunque, la differenza coi graffittari d’oggi? A pensarci bene, anch’essi sono, in un certo senso, Storia. È così: si tratta soprattutto d’una questione di prospettiva. Il graffito è, in certo qual modo, lo specchio d’una società. Ex-voto, croci, nomi, date, giochi, pesci, uccelli, imprecazioni rappresentano efficacemente lo spirito dei tempi. Il problema, semmai, è un altro: quando, il graffito si tramuta in atto vandalico? Ora, Codice penale a parte, la domanda non può che rimanere aperta. La mia modesta risposta – che propongo come ipotesi di lavoro – è la seguente: quando il gesto è vuoto, depauperato d’ogni significato al di fuori di quello d’ottenere i classici 5 minuti di notorietà: la propria “ora d’aria, di gloria”, ultima àncora cui aggrapparsi in questa società d’anonimi. Così, se ieri si graffittava per ringraziare d’essere scampati da una tempesta, oppure per divertirsi al gioco del filetto, oggi s’inneggia alla rivoluzione senza bene sapere che diavolo significhi fare la Rivoluzione. Sarà che i tempi sono cambiati, e che certe parole non hanno più il significato che possedevano anche solo qualche decennio fa. Fatto sta che i graffittari d’oggi – quelli che hanno deturpato Santo Stefano, San Donato e Centurione-Gavotti – hanno, purtroppo, ben poco da dire. Ma, d’altronde, cosa volete farci: ogni secolo ha i graffittari che si merita. Con questo non voglio certo dire che, qualora veicolassero concetti, graffiti del genere siano del tutto leciti. È l’autoregolamentazione che difetta. Quanto uno più conosce il proprio passato, quanto più lo apprezza e lo ammira perché parte d’una tradizione, tanto più sarà spinto a tutelarlo. È questa, dunque, la sfida. Si tratta d’una sfida eminentemente educativa che non può essere appannaggio soltanto della scuola. È la sfida d’un’intera società. La partita è aperta.

    Antonio Musarra

     

  • Sturla, Comune verso acquisizione Casa del Soldato. Il progetto di valorizzazione prevede una “Casa di Quartiere”

    Sturla, Comune verso acquisizione Casa del Soldato. Il progetto di valorizzazione prevede una “Casa di Quartiere”

    casa soldatoLa Giunta comunale, su proposta dell’assessore al patrimonio Emanuele Piazza, ha approvato questa mattina la bozza dell’Accordo di valorizzazione che sarà firmato con l’Agenzia regionale del Demanio e il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo per il trasferimento al Comune della palazzina “Casa del soldato” in piazza Sturla.

    Dopo la ex caserma Gavoglio, i forti Begato, Sperone, Crocetta, Tenaglie, Belvedere, Torre Granara e i Magazzini del Sale, un’altra struttura, quindi, entrerà nelle disponibilità della civica amministrazione.

    Il Municipio Levante e l’Amministrazione comunale, accogliendo le sollecitazioni di alcuni comitati, hanno avviato un percorso di partecipazione con associazioni e cittadini, che ha coinvolto anche istituti universitari, per trasformare la Casa in un centro di attività sociale e culturale per i quartieri. L’obiettivo del programma è il recupero dell’edificio (990 metri quadrati, quattro piani e uno seminterrato), destinandolo a spazi pubblici e ad uso collettivo (formazione, servizi di quartiere, ecc.), con un ruolo di aggregazione sociale a livello locale e di sviluppo culturale a livello cittadino.

    L’edificio di architettura razionalista è opera dell’architetto Luigi Carlo Dameri, analogamente ad altri edifici dell’epoca come la casa del Mutilato e il teatro della Gioventù. Attualmente la struttura è in forte e visibile decadimento: per il suo riutilizzo, quindi, dovranno essere previsti dei lavori di ristrutturazione, cosa che renderà il progetto esecutivo quantomeno delicato, visto anche i vincoli a cui è soggetta.

    «Dopo l’acquisizione dal Demanio degli ex Magazzini del sale a Sampierdarena e dopo le opere realizzate (altre sono in cantiere) all’ex caserma Gavoglio, al Lagaccio, l’Amministrazione comunale – sottolinea l’assessore Emanuele Piazza – avvia un nuovo significativo progetto di recupero nel levante cittadino con la valorizzazione dell’ex Casa del soldato a Sturla. Un ulteriore elemento di vivibilità in un quartiere dove il Comune ha già realizzato, insieme ai privati, un Innovation Hub, recuperando l’edificio di viale Cembrano a poca distanza dalla Casa del soldato».

    La bozza di accordo dovrà adesso passare attraverso il Consiglio comunale. Una volta completate le pratiche di cessione a titolo gratuito da parte del Demanio, si potrà incominciare la fase operativa.

  • Bassa Val Bisagno, cantieri Borgo Incrociati e piazza Martinez in chiusura. Resta nel cassetto il sogno del ponte di Sant’Agata

    Bassa Val Bisagno, cantieri Borgo Incrociati e piazza Martinez in chiusura. Resta nel cassetto il sogno del ponte di Sant’Agata

    Piazza matinez 4Mentre il primo sole dal sapor primaverile illumina Genova, nel Municipio della Bassa Val Bisagno fervono i lavori di riqualificazione. Si va a ritmo sostenuto e alla fine di aprile due cantieri importanti saranno finalmente chiusi: quello di via Borgo Incrociati e quello di piazza Martinez. Con la tornata elettorale alle porte è difficile fare previsioni sui successivi interventi, ma il sogno nel cassetto resta l’allestimento pedonale del Ponte di Sant’Agata.

    Borgo Incrociati

    Proprio nel borgo medievale, che in antichità era appena fuori le mura della città, sono partiti i rifacimenti. Prima la pavimentazione e il riordino di piazza Raggi, appena fuori dalla metropolitana, poi finalmente quelli della via che fino a pochi mesi fa era una colata di asfalto dissestato. Ora una bella pavimentazione sorge nel “gioiellino” della Bassa Valbisagno, ma non solo: «Oltre alle lastre abbiamo rinforzato la rete idrica bianca e nera, abbiamo installato un’illuminazione a led in accordo con la Sovrintendenza e abbiamo chiuso i vicoli che purtroppo erano usati come gabinetti a cielo aperto con inferriate saldate – spiega soddisfatto Massimo Ferrante, presidente del Municipio Bassa Valbisagnoormai manca solo un 20% e il lavoro sarà concluso». L’occhio vuole la sua parte, non ci sono dubbi, ma la riqualificazione di Borgo Incrociati ha due intenti più profondi. Innanzi tutto la sicurezza che, con la nuova rete idrica è migliorata, ma anche la creazione di posti di lavoro che potrebbero arrivare a breve: «Alcune attività commerciali, tra cui una gelateria e una pizzeria, hanno espresso l’interesse ad aprire proprio nella via – continua Ferrante – è una ricaduta a pioggia iniziata con i cantieri e che vede la sua naturale conclusione in economie e indotto». Insomma, la Bassa Valbisagno punta in alto dopo aver rialzato la testa in seguito alle tragedie causate dall’alluvione. Tutti qui hanno ancora negli occhi quei terribili momenti, con il Bisagno esondato, danni ingenti e soprattutto perdita di vite umane. Da quelle ore che adesso sembrano lontane, ma non troppo, molto si è mosso e anche speso: il Municipio ha investito 520mila euro di cui 120 mila provenienti dal bilancio 2015 e 400mila dal bilancio 2016.

    Piazza Martinez

    Non resta che aspettare poco più di un mese, quasi contemporaneamente alla consegna dei giardini di piazza Martinez. Il 28 aprile si chiuderà il cantiere e il 12 maggio si svolgerà l’inaugurazione ufficiale. Il giorno di San Valentino ha regalato il primo lotto concluso e a primavera inoltrata i giardini torneranno completamente in mano ai cittadini. Migliorato l’aspetto, certo, ma anche in questo caso il valore dei lavori è doppio. «Adesso non ci sono più zone non illuminate e questo è garanzia di maggior sicurezza – dice ancora il presidente del Municipio – ma la vera sorpresa è arrivata da alcuni senza tetto che ci hanno chiesto di poter contribuire a tener pulita l’area. Questo mi ha lasciato senza parole». I giardini saranno “divisi” in tante aree quante sono le stagioni della vita: una dedicata all’infanzia, una dedicata all’adolescenza con la pista per le biciclette, una dedicata alle famiglie e una dedicata agli anziani che avranno panchine nuove e tavolini per giocare a dama o a scacchi. Tutto condensato in un unico spazio ricreativo che all’inizio dei lavori aveva sollevato qualche polemica relativa alla chiusura estiva per inizio cantiere. Anche in questo caso l’investimento è stato ingente: 680mila euro di cui 280mila provenienti dalle casse del municipio e 400 mila da quelle del Comune di Genova.

    Il sogno del Ponte di Sant’Agata

    Il volto della Bassa Val Bisagno dunque lentamente  sta cambiando, tra rifacimenti, piccoli e grandi lavori che ne hanno ridisegnato la fisionomia. Progetti realizzati senza mai dimenticare quel sogno nel cassetto che via via è diventato sempre più concreto, sino a trasformarsi in studio di fattibilità: l’antico ponte di Sant’Agata. Una passerella leggera fatta di materiale trasparente e metallo che renderebbe di nuovo lo storico ponte percorribile a piedi. Una struttura che mischierebbe l’antico al moderno come si usa fare in molti paesi europei, una passerella che avrebbe l’aspirazione di lanciare il ponte medievale verso il futuro e verso la sponda est del Bisagno. Se questo progetto davvero sarà realizzato, si potrebbe trasformare il vicino ponte Castelfidardo in una strada solo carrabile, togliendo il disagio di quei marciapiedi tanto stretti da passare a fatica con un passeggino o con una carrozzina. E però di mezzo ci sono non pochi ostacoli, a partire dalla Sovrintendenza: «Non sono certo gli ostacoli a spaventarmi – dice ancora Ferrante – sono disposto al dialogo e a studiare nei minimi dettagli insieme a tutti gli Enti interessati ogni minimo particolare, soprattutto gli elementi legati alla sicurezza. Ma il ponte si può fare, anche se dal punto di vista estetico sarà necessario superare qualche taboo tipico della nostra cultura». Di certo sarebbe un lavoro lungo; a giugno si svolgeranno le elezioni amministrative che implicheranno una scelta anche per il presidente del Municipio Bassa Val Bisagno: «Se ci sarà una coalizione mi ricandiderò per portare a termine tanti altri progetti, ponte di Sant’Agata compreso» – conclude Ferrante. Ma questa è tutta un’altra storia.

    Nina Genta

  • Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    lanterna2-DINel 2018 si celebrerà l’890° anniversario della costruzione della torre della Lanterna di Genova, e per l’occasione ci si prepara predisponendo un nuovo sistema di illuminazione che permetterà di utilizzare varie sfumature di colore. Un “rinnovamento” che permetterà al faro di celebrare con la sua luce le diverse giornate di Unesco e Nazioni Unite, come oggi già viene fatto con la fontana di piazza De Ferrari. Un progetto che aggiungerà un elemento coreografico e pittoresco al monumento simbolo della genovesità.

    Approfondimento: La Lanterna passa al Comune di Genova

    Stando alle indiscrezioni trapelate in queste ore, il nuovo sistema di illuminazione è frutto di un progetto di light design, patrocinato da Unesco Italia, che introdurrà la più avanzata tecnologia led per permettere ai raggi del faro di cambiare colore. Capofila del progetto Slam, il marchio dedicato alla nautica nato proprio “sotto la Lanterna”; tra i partner tecnici anche Philips, che ha dedicato al simbolo cittadino un progetto specifico. L’inaugurazione delle nuove luci è prevista per martedì 14, dalle ore 21. Nella giornata di lunedì, saranno presentati i dettagli di tutti gli appuntamenti dedicati a questa iniziativa.

    Lanterna, storia della città

    La Lanterna di Genova, il cui aspetto attuale risale al 1543, quando fu ricostruita in seguito ai danni subiti dal “fuoco amico” durante l’assedio francese del 1513, da sempre veglia sulla città e sul suo porto. La sua luce, che copre il settore marittimo compreso tra il faro di Capo Mele (Savona) e quello di San Venerio (collocato sull’isola del Tino, di fronte a Porto Venere), è servita per segnalare l’arrivo di navi e guidare i naviganti. Fu prigione, fortezza e porta della città: come consuetudine dell’epoca, era affiancata da una “gemella” (che spunta in qualche raffigurazione storica), chiamata Torre dei Greci, e collocata sotto la Collina di Castello (che fu appunto abitata dai greci, durante i primi insediamenti urbani dell’area), poi demolita per fare spazio alle strutture portuali. Con i suoi settantasei metri è il faro più alto del Mediterraneo ed il secondo in Europa dopo il Faro di Île Vierge, che nel 1902 tolse alla Lanterna il primato mondiale superandola in altezza di circa cinque metri. Risulta attualmente essere il quinto faro più alto del mondo ed il secondo, fra quelli tradizionali, ossia costruiti dalle rispettive autorità portuali con lo scopo primario di supporto alla navigazione. Considerata nella sua monumentalità, che comprende anche lo storico scoglio sul quale si poggia, raggiunge i 117 metri d’altezza.

    Presente e futuro (incerto) della Lanterna

    Dagli anni venti del xx secolo, quando si allargò il porto verso Ponente, la Lanterna è stata lentamente inglobata nelle strutture portuali, che gli levarono il mare da sotto i piedi. Oggi guarda dall’alto la centrale a carbone Enel, oramai in dismissione, ma che potrebbe essere sostituita da altri impianti industriali come i petrol-chimici Carmagnani e Superba, da anni in lista d’attesa per spostarsi da Multedo. La gestione stessa del monumento, nonostante la sua indiscutibile importanza, simbolica e non, è spesso in balia degli eventi, lasciata incredibilmente ai margini dell’offerta culturale-turistica della città. Il cambio di illuminazione potrà dare un nuovo spolvero al simbolo più famoso di Genova, rendendola un apparato scenografico unico al mondo. Ma la Lanterna non può essere solo questo: sono secoli che veglia su noi genovesi, e sarebbe ora di ricambiargli il favore.

    Nicola Giordanella

  • Pra’, la storia dell’area ex gasometro Ireti, dalla resistenza alla privatizzazione, passando per l’area verde mancata

    Pra’, la storia dell’area ex gasometro Ireti, dalla resistenza alla privatizzazione, passando per l’area verde mancata

    prova-ireti-gasometro-mappaL’area ex-Ireti di Prà ha fatto parlare di sé nelle ultime settimane per un piano di vendita che ha messo sul piede di guerra i lavoratori, preoccupati dalla prospettiva di un trasferimento dell’attività in zona Campi. Ma quella dell’ex gasometro è una storia che affonda le proprie radici nel secolo scorso, con risvolti degni di essere ricordati. Nel quartiere nessuno si è dimenticato che negli anni della seconda guerra mondiale in questi stessi edifici crebbe e si formò una delle anime dell’antifascismo prima e della Resistenza poi del Ponente genovese; tanto che non più di tre mesi fa proprio qui l’ANPI di Pra’ ha ricordato con la deposizione di una targa la nascita della sezione praese del Comitato di Liberazione Nazionale

    Sin dai primi anni del ‘900, l’area è la base operativa di Amga, la municipalizzata di gas e acqua, ed è interamente di proprietà comunale. È a partire dagli anni ’90, con la privatizzazione dell’azienda, che la storia di quei circa 10mila metri quadrati di terreno si fa decisamente meno lineare. Nei decenni successivi, giunte comunali, piani urbanistici, intenzioni di vendita e battaglie sindacali ne scriveranno e riscriveranno più volte il destino. Fino alle polemiche dei giorni nostri.

    Approfondimento: Un supermercato al posto del gasometro

    Una privatizzazione pasticciata

    Siamo a cavallo tra i due secoli, quando il Comune di Genova decide di privatizzare Amga. Prima della vendita, però, l’amministrazione di allora vuole aumentare il valore dell’azienda anche attraverso il conferimento di beni immobili, tra cui anche il terreno di Prà. Lo stesso terreno, tuttavia, viene ceduto pochissimo tempo dopo anche ad Amiu, in un evidente e grossolano errore amministrativo. «Fu un pasticcetto – sintetizza l’attuale assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Berninisu cui qualcuno discute ancora oggi, ma che fortunatamente non ha provocato grosse conseguenze». Legge e consuetudine, infatti, vuole che in casi del genere a valere sia la prima firma. Amga divenne proprietaria a tutti gli effetti della zona, che passò poi di mano nel corso dell’evoluzione dell’azienda, prima in Iride (che univa la genovese Amga e la torinese Aem) e poi in Iren, il colosso della distribuzione di servizi nato dalla fusione di Iride ed Enia (che a sua volta aveva precedentemente unito aziende di Reggio Emilia, Parma e Piacenza). Tra una sigla e l’altra, siamo arrivati nel 2010. Iren, insieme ai beni delle municipalizzate che ha unito sotto il proprio ombrello, ne eredita anche i debiti e le cifre attuali parlano di un buco di circa 3 miliardi di euro. Quasi naturale, dunque, che parti del patrimonio dell’azienda vengano cedute per fare cassa. Nella lista delle cessioni entra ben presto anche il gasometro di Prà, che negli ultimi giorni del 2016 viene ceduto a Coop per una cifra che si aggirerebbe intorno al milione di euro.

    gasometro-pra-ireti-irenOra, si potrebbe discutere a lungo del perché un terreno che offre un servizio al territorio sia passato nel giro di un decennio dal pubblico a mani private, per poi arrivare alla completa cessione. Quello delle privatizzazioni, del resto, è un tema che divide: c’è chi le vede come il male assoluto perché privano le amministrazioni pubbliche del controllo dei propri asset strategici, e c’è chi invece li ritiene un modo per dare fiato alle striminzite casse degli enti locali e per migliorare l’efficienza dei servizi. Il vicesindaco Bernini non è ideologicamente contrario alla cessione di aree pubbliche a privati, ma esprime alcune critiche riguardo la gestione del caso particolare: «La cessione di Ireti – spiega – era già stata decisa e concordata nel corso del precedente ciclo amministrativo. Tuttavia, non ho gradito il modo in cui è arrivata, senza un piano di ammortamento per Aster e Amiu. Appena sono venuto a conoscenza delle intenzioni dell’azienda, e dell’effettiva presenza di un acquirente, ho allertato i miei colleghi competenti in materia (gli assessori Porcile e Crivello) e fatto valere tutti i paletti possibili dell’urbanistica, ovvero l’impossibilità di costruire o di ampliare il costruito esistente in zone più vicine di 200 metri al cimitero o i limiti posti dalla vicinanza a un corso d’acqua e al centro storico».

    Bernini non ha mai fatto mistero di aver agito mosso dalla preoccupazione per i destini a ponente dei presidi di Amiu e Aster, ben più che per quelli di Ireti. Una posizione rivendicata anche in occasione dell’incontro con i lavoratori dello scorso 6 febbraio. «Innanzitutto la segnalazione mi è arrivata da operatori Amiu, e non da quelli di Ireti – chiarisce – inoltre la perdita del presidio di Amiu sarebbe un danno ingente per il ponente, visto l’ampio bacino già coperto dai presidi a Sestri Ponente e la necessità di muovere anche mezzi pesanti per la raccolta di rifiuti. Aster, invece, svolge funzione di pronto intervento, cosa che Ireti a Prà non fa perché questa funzione è svolta dal presidio alle Gavette». Quest’ultima posizione è molto distante da quella dei lavoratori che, interpellati da Era Superba, hanno più volte affermato di svolgere un servizio di pronto intervento anche se questo non rientrerebbe tra le sue competenze formali, spesso a sostegno dei Vigili del Fuoco per riparare le perdite di gas. «Può darsi che, per comodità, sia successo – riconosce Bernini – che per risolvere un’emergenza a Ponente venisse chiesto l’intervento del centro di Prà, ma è vero che solo il centro alle Gavette ha gli strumenti adeguati per intervenire nelle situazioni più pericolose». La soluzione per Amiu e Aster auspicata dal vicesindaco è quella dell’acquisizione dell’area ex San Giorgio tra Prà e Pegli da parte delle due aziende («un’opzione che riqualificherebbe un’altra area a Ponente sulla scia di altri interventi di riqualificazione della zona come quello dell’ex Verrina»), ma al momento uno scenario del genere sarebbe lontano.

    Un verde mai realizzato

    Nelle numerose pieghe della storia, per un certo periodo sembrava che l’area del gasometro di Prà fosse destinata a diventare un parco pubblico. Così era scritto nel piano urbanistico del 2000, ma con la giunta guidata da Marta Vincenzi e un nuovo Puc, la qualificazione dell’area passò da “verde” a “urbana”. «All’epoca non ero assessore e nemmeno consigliere comunale – chiarisce Bernini – ma a naso direi che la modifica in questo senso del Puc era coerente con il passo successivo per la riorganizzazione di Iren, a cui quell’area non serviva più». La cessione dell’area da parte dell’amministrazione, insomma, aveva fatto cambiare i piani intorno al gasometro di Prà, la cui vendita è discussa ormai da anni. Il quartiere di Prà, d’altronde, aveva già avuto la propria razione di verde pubblico con l’implementazione della fascia di rispetto e (in anni più recenti) con i cantieri per il Puc, che in primavera si avviano a concludere i lavori di riqualificazione della delegazione ponentina.

    Luca Lottero

  • San Bartolomeo della Certosa, l’urgenza della ristrutturazione del chiostro, dopo abbandono e cedimenti strutturali

    San Bartolomeo della Certosa, l’urgenza della ristrutturazione del chiostro, dopo abbandono e cedimenti strutturali

    Genova_Rivarolo_CertosaQuando si pensa ad un antico monastero del XIII secolo, è facile immaginare un complesso immerso nella natura, dove la pace e la preghiera scandiscono l’avanzare delle ore della giornata. Questo non è proprio quello che si vede arrivando alla Certosa di Rivarolo, dove l’antico complesso monastico è ormai incorporato all’interno del quartiere, costretto dall’urbanizzazione, dalla cementificazione e dall’incuria. Anche con una buona fantasia si fa fatica a ridisegnare i tratti di quello che probabilmente era un piccolo paradiso in terra, in quella verde e rigogliosa valle che fu un tempo la Val Polcevera.

    Da anni il monastero è diviso in due parti, una di proprietà della Chiesa e l’altra del Comune e, se la parrocchia ha mantenuto in buono stato la propria porzione del monastero e ha realizzato un campo da calcio in erba sintetica, utilizzato quotidianamente dai giovani del quartiere, una sorte peggiore è toccata alla seconda porzione, di proprietà del Comune, che giace in stato di totale abbandono da ormai parecchi anni. Recentemente l’area è stata soggetta ad un crollo strutturale, per fortuna limitato, ma che ha messo in luce l’urgenza dei lavori di messa in sicurezza del complesso.

    Tuttavia pare che anche l’Amministrazione abbia aperto gli occhi sulle peculiarità di questo antico monastero e, proprio in virtù del suo valore storico e architettonico, abbia deciso di inserirlo nel bando di progetto di riqualificazione delle periferie, approvato nei mesi scorsi. Il piano finanziario prevede un investimento totale di più di 24 milioni di euro, 18 dei quali dovrebbero arrivare da Roma, mentre la restante parte sarà in parte coperta con un co-finanziamento stanziato dall’Amministrazione comunale. Questi fondi verranno utilizzati per riqualificare alcune zone comprese tra Sampierdarena e Certosa tra cui il chiostro del monastero di San Bartolomeo della Certosa.

    Il progetto di riqualificazione di Certosa dovrebbe essere presentato nei prossimi giorni alla popolazione, nel frattempo proviamo a ricostruire la lunga storia di questo gioiello nascosto della nostra città.

    La storia della Certosa di Rivarolo

    Le origini di questo monastero sono antichissime e risalgono alla fine del XIII secolo quando, il 9 luglio 1297, Bartolino Di Negro fondò il nuovo monastero e donò ai monaci un importo in terre e denaro.  Questi monaci arrivavano dalla Certosa del Casotto, nei pressi di Cuneo, e al momento dell’arrivo erano solo sei, comandati dal padre Bosone della grande Chartreuse di Grenoble.

    Il XIV e il XV secolo furono il periodo d’oro dell’ordine certosino e in tutta Europa sorsero decine di certose. Durante questo periodo i monaci iniziarono la costruzione del cenobio e la colonizzazione agricola del terreno ereditato dai Di Negro. Oltre a questi interventi venne anche edificato un nuovo chiostro in muratura ad arcate ogivali con intorno le celle dei frati. Sul finire del medioevo la Certosa ricevette un notevole impulso dalle famiglie Dinegro, Doria e Spinola che finanziarono la costruzione della nuova chiesa, iniziata nel 1473.

    Con l’inizio dell’età moderna il cenobio della Certosa visse il suo periodo di massimo splendore. Infatti venne completata la Chiesa, che fu regolarmente consacrata nel 1563, costruito il nuovo chiostro, sovrastante quello medievale, ed il monumentale chiostro antistante la Chiesa, attualmente di proprietà della parrocchia. Durante questo periodo Genova cambiava pelle e da città di mercanti si trasformava in città di banchieri con un nuovo gusto per l’arte e questo fenomeno toccò anche la Certosa di Rivarolo dove lavorarono alcuni dei più talentuosi scultori e pittori appartenenti alla scuola genovese.

    Decadenza

    certosa-chiostro-lavori-degradoLa fine del monastero arrivò con le armate francesi, guidate da un giovane generale corso di nome Napoleone Bonaparte che sancì la nascita della Repubblica democratica ligure, abolì i titoli nobiliari e soppresse (con una legge del 4 ottobre 1797) 86 dei 122 conventi liguri  tra cui quello della Certosa di Rivarolo.  Partiti i monaci, nel convento venne installato un ospedale militare francese e, in seguito all’assedio militare di Genova, vi si acquartierarono i soldati austriaci mentre la città era ridotta alla fame.

    Ritornata la pace i monaci esiliati fecero un istanza per la riapertura e, nel 1801, il Ministro dell’Interno e Finanze di Genova diede il nulla osta per l’apertura della parrocchia a cui seguì la canonica costituzione dell’Arcivescovo Giovanni Lercari il 9 settembre 1801. Delle antiche costruzioni era rimasta solo la Chiesa con il grande chiostro antistante e l’oratorio di San Bartolomeo e, dopo il Congresso di Vienna (1815) e la Restaurazione, che sancì la fine della Repubblica di Genova, grazie al clima tornato favorevole alla religione, la nuova parrocchia prosperò e il complesso venne ristrutturato dall’architetto Maurizio Dufour.

    Durante la parte finale del secolo XIX, grazie alla rivoluzione industriale, si iniziò a parlare di questione sociale e, in tale ottica, venne fondata la Società operaia cattolica di mutuo soccorso del 1881 che raccolse ben presto decine di soci. Il Novecento fu un periodo di grandi cambiamenti per la Certosa di Rivarolo infatti il vecchio borgo agricolo dell’800 cessò di esistere per fare spazio all’industrializzazione e, dal 1926, il Comune di Rivarolo venne aggregato a quello di Genova. Con la Seconda guerra mondiale vari bombardamenti attentarono alla vita della Certosa come quello dal mare del 9 febbraio 1941 fino ad arrivare a quello del 1945 quando cinque bombe caddero a poche decine di metri dal monastero causando ingenti danni.

    Riqualificazione urgente

    Oggi, grazie agli investimenti preventivati dal Comune, anche la parte di proprietà pubblica dovrebbe tornare a splendere, nell’ottica di un nuovo inizio all’interno del quartiere. L’intervento progettato dal Comune prevede infatti il recupero di questo spazio attraverso il restauro delle parti crollate e la riqualificazione del sito attraverso l’implementazione di nuove attività. Tra le attività che vengono proposte nel bando particolare rilievo riveste la previsione di uno spazio espositivo da allestirsi nella porzione centrale del Chiostro, recentemente interessata da un evento di crollo, ai fini dell’illustrazione delle origini del complesso, della storia dell’insediamento e dell’Ordine religioso. E forse la Certosa tornerà ad essere un’oasi di pace aperta a tutti, anche se, tra il dire e il fare…

    Gianluca Pedemonte

  • Eccidio de la Squazza, commemorazione nel 72° anniversario della strage fascista a Borzonasca

    Eccidio de la Squazza, commemorazione nel 72° anniversario della strage fascista a Borzonasca

    Partigiani_mortiroloSabato 18 febbraio, alle ore 10.30, in località La Squazza a Borzonasca, si terrà la commemorazione dell’eccidio avvenuto in quel luogo il 15 febbraio 1945, nonché del sacrificio del partigiano Antonio Cabane “Nino”, caduto al passo della Forcella il 10 aprile 1945. Il programma prevede, dopo la deposizione di corone, l’orazione commemorativa di Laura Repetto, consigliera della Città Metropolitana di Genova.

    Reportage: Il racconto del Convegno nazionalista 

    Gli archivi dell’Anpi riportano l’accaduto e le motivazioni dell’ eccidio: «In risposta all’uccisione di un alpino della Divisione Monterosa della Repubblica di Salò, il 15 febbraio 1945, in località La Squazza, furono prelevati dal carcere di Chiavari e fucilati senza processo dalle brigate nere 10 partigiani della divisione garibaldina “Coduri”: Fortunato Acquario “Ercole”, Vittorio Annuti “Califfo”, Otello Beorchia “Venti”, Armando Berretti “Quattordici”, Augusto Betti “Titti”, Renato Colombo “Pesce”, Giovanni De Ambrosis “Cian”, Erminio Labbrati “Spalla”, Domenico Mori “Lanzi”, Ubaldo Noceti “Kobah”».

  • Piazza Matteotti, dagli scavi spuntano resti attigui ad una domus romana già scoperta negli anni ’70

    Piazza Matteotti, dagli scavi spuntano resti attigui ad una domus romana già scoperta negli anni ’70

    scavi-matteotti-domus-romana-01Nessuna sorpresa emerge dal selciato di piazza Matteotti: i resti murari che in queste ore sono “sotto indagine” da parte degli specialisti della Soprintendenza Archeologica della Liguria, sono connessi planimetricamente a strutture di epoca romana già conosciute. I lavori di manutenzione straordinaria delle tubature del gas, quindi, hanno permesso un aggiornamento di studio, senza però portare, per il momento, nessuna nuova scoperta di rilievo.

    L’archeologo Ferdinando Bonora, oggi uno dei responsabili del sito dell’Anfiteatro romano “custodito” sotto i Giardini Luzzati, ricorda quella scoperta: «Nell’area di piazza Matteotti nel 1975 avevo segnalato l’esistenza di resti di epoca romana, “centrati” da una ruspa intervenuta per la posa di cavi telefonici. I successivi scavi avrebbero permesso di trovare i resti di una grande domus romana»

    Si tratta di una costruzione risalente al periodo tardo-repubblicano con pavimenti musivi e decorazioni parietali, posta ai margini dell’area urbana romana: come è noto, infatti, in zona San Lorenzo esisteva una necropoli, mentre le zone limitrofe erano occupate da ville e abitazioni. Il nucleo romano è probabile che si articolasse tra via San Bernardo (il decumano del classico schema urbano romano) e Canneto il Curto (il cardo), proprio ai piedi della Collina di Castello, l’antichissimo primo insediamento urbano della Genova pre-romana.

    Quello di Piazza Matteotti, quindi, è uno scavo «che non ha portato alla luce nessuna strada, bensì strutture murarie romane, connesse planimetricamete a quelle precedentemente individuate – conferma Simon Luca Trigona, funzionario archeologo responsabile del Comune di Genova per la Soprintendenza – e una serie di strati di distruzione delle stesse che ci testimoniano l’abbandono in età medio-tardo imperiale della domus. Le altre murature visibili invece sono fondazioni prive di livelli d’uso comnnessi che si inseriscono in età tardo-medievale».

    Melli 1990-scavi-matteotti
    Foto dal volume Archeologia in Liguria III.2 – Scavi e scoperte 1982-1986. A cura della dott.ssa Piera Melli. Per gentile concessione della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio della Liguria

    Ovviamente questo non ha impedito agli archeologi di portar avanti la ricerca: «L’archeologia urbana soprattutto a Genova è un colligere disiecta membra – ha sottolineato Trigona – solo in una successiva fase di analisi e comparazione dei dati di scavo sarà possibile spingersi a ricostruzioni più dettagliate». Rimane il fatto che il passato romano della città, spesso non troppo considerato dalla letteratura anche istituzionale sulla archeologia genovese, riaffiora sempre con maggior frequenza, aumentando il fascino di una città dalla storia millenaria come la nostra Genova.

    Nicola Giordanella
    Foto di Andrea Carozzi

  • San Valentino, dalla celebrazione pagana alla ricorrenza globale, tra storia, santi e prove d’amore

    San Valentino, dalla celebrazione pagana alla ricorrenza globale, tra storia, santi e prove d’amore

    Les Oreades di W.A. Bouguereau
    Les Oreades di W.A. Bouguereau

    Il 14 febbraio si celebra la ricorrenza più dolce di tutto l’anno, dalle origini antichissime. Il primo San Valentino fu istituito nel 496 d.C., da papa Gelasio I, per porre fine ai Lupercali: gli antichi riti pagani dedicati al dio della fertilità. Il 15 febbraio, in onore di Lupercus (il fauno cacciatore di ninfe, da cui la festa prende il nome), i giovani si riunivano ai piedi del Palatino, nella grotta in cui la lupa trovò e allattò i gemelli Romolo e Remo. I nomi delle donne e degli uomini presenti erano messi in un’urna e mescolati. Un bambino li estraeva a caso e formava così delle coppie che, per un intero anno, s’impegnavano a vivere insieme in intimità, per mettere alla prova la propria fertilità.

    Quando la religione cattolica si diffuse a Roma e nell’Impero, come sostituto cristiano del dio Luperco, fu scelto Valentino da Terni (176 d.C. -273 d.C.). Il vescovo, decapitato il 14 febbraio, a novantasette anni, per il suo rifiuto di convertirsi al paganesimo, divenne così il Santo protettore degli innamorati. Era un candidato ideale perché fu il primo religioso a celebrare un matrimonio misto, tra Serapia, una giovane cristiana, gravemente malata, e Sabino, un centurione romano. Anche l’abitudine di donare fiori all’amata in questa ricorrenza risale a San Valentino. Si narra, infatti, che il vescovo cristiano riconciliò due fidanzati che stavano litigando, offrendo loro una rosa. In seguito, per tutto l’Alto Medioevo, anche grazie all’amor cortese, si diffuse e consolidò la pratica, ancora in auge, di organizzare appuntamenti romantici e scambiarsi regali.

    San Valentino nel mondo

    Ma vi siete mai chiesti come si celebra San Valentino nelle varie parti del globo? Il nostro viaggio parte dalla città dell’amore e del romanticismo: Parigi. I francesi ricordano questa giornata, ricoprendo gli alberi di messaggi e proposte di matrimonio. Per i Rumeni, invece, il giorno dell’amore è il 24 febbraio, ed è chiamato Dragobete. Nella mitologia rumena, Dragobete è il figlio di Baba Dochia e rappresenta l’impazienza degli uomini per l’arrivo della primavera. È uso raccogliere fiori (in Ungheria bucaneve) e lavare il viso con la neve, come buon auspicio. I Gallesi anticipano la festa dell’amore al 25 gennaio, giorno di San Dwynwen. In base ad una consuetudine del 1500, i giovani si regalano a vicenda cucchiaini di legno decorati.

    Gli innamorati dei paesi anglosassoni preferiscono le “ Valentine”: bigliettini d’amore anonimi, a forma di cuore o di colomba, siglati From Your Valentine. Il nome deriva dal miracolo più famoso del Santo. Durante la prigionia ridiede la vista alla figlia del suo carceriere, Asterius, di cui secondo alcuni si era innamorato. Prima di morire le scrisse una lettera d’addio firmata “Il vostro Valentino”. Gli Stati Uniti hanno il primato nell’invio di valentine. I bigliettini sono realizzati in classe dai bambini, ed hanno tra le maestre le principali fortunate. I festeggiamenti coinvolgono tutta la famiglia, perché San Valentino non è solo riservato ai fidanzati ma a tutti quelli che si vogliono bene.

    In alcune parti del Mondo, infatti, il 14 febbraio è solo il giorno dell’amore ma anche dell’amicizia, ad esempio in quasi tutto il Sud dell’America (dia del amor y de la amistad), in Finlandia, ed Estonia.

    I Danesi sono i più poetici. I maschi inviano alle amate i gaekkebrev, poemi in rima e, se la destinataria riuscirà a capire il mittente, avrà come premio un uovo di Pasqua.

    Usi e costumi che non ti aspetti

    Addentrandoci nelle diverse tradizioni scopriamo anche usi molto particolari, come in Kenya, dove gli sposi bevono insieme dalla “coppa dell’amore” una zucca colma di vino di palma, ricevendo in cambio una focaccia di tiglio. Il vino è protagonista anche in Bulgaria, dove si celebra St Trison Zarezan, conosciuto anche come giorno dei vinicoltori. In Cina, invece, il festeggiamento s’ispira alla triste storia di due amanti, che a causa del diverso status sociale, potevano stare insieme soltanto in questo giorno. Una delle tradizioni più particolari è quella seguita nei paesi asiatici, dove l’uomo regala alla donna un abito. Se lei accetterà di indossarlo, significherà che ha intenzione di sposare il suo spasimante. I giapponesi sono la popolazione con le tradizioni più simili alle nostre. Il 14 febbraio le donne regalano cioccolatini fatti a mano agli innamorati. La particolarità è che possono essere donati anche ad amici, o colleghi di lavoro. I fortunati dovranno ricambiare il gesto un mese dopo, nel White Day, con cioccolato o regali di vario genere, ma, come suggerisce il nome, rigorosamente bianchi. In Corea del Sud esiste anche il Black Day: il nostro San Faustino! Chi non ha ricevuto nulla (a San Valentino e al White Day), si riunisce nel giorno nero, il 14 aprile, per mangiare noodles ai fagioli neri (Jajangmyeon).

    Questa ricorrenza così sentita in Italia, viene quindi in realtà celebrata in tutto il mondo, con diversi usi, che non prevedono solo cene e bigliettini romantici, ma anche dimostrazioni di lealtà, forza, abilità.

    In Brasile le persone che si amano festeggiano il 12 giugno, giorno che precede la celebrazione di sant’Antonio, patrono dei matrimoni. In questa ricorrenza i ragazzi si sfidano nella “prova del tronco”: una gara di corsa di sei chilometri con un tronco di barauna; il vincitore conquista il diritto di ballare con la propria bella.

    Nel mondo islamico il promesso sposo deve dimostrare il suo amore fornendo prova di resistenza al dolore. Alla donna sarà regalato, come prova di coraggio, un fazzoletto bagnato di sangue. Anche il gentil sesso è messo alla prova: in Cina, le ragazze devono esibire le proprie abilità domestiche; in Africa meridionale, invece, ispirandosi a un antico costume romano, le innamorate cuciono il nome dell’amato sulla maglietta, come simbolo del loro amore.

    Ci sono anche Paesi, come la Russia e altri stati dell’Ex Urss, dove questo festeggiamento è vietato, perché non presente nel calendario religioso.

    San Valentino oggi

    Terminiamo il nostro viaggio con alcuni suggerimenti per stupire la vostra amata. In rete potete trovare addirittura piattaforme online che offrono servizi di pulizia a domicilio, a prezzi scontatissimi. Ai più tradizionali e romantici si propone come sussurrare le magiche parole dell’amore nelle diverse lingue del mondo: “Ti amo”. In Arabo habibi; in Greco s’agapo; in Albanese te dua; in Filippino mahal kita; in Spagnolo te amo o te quiero; in Africano mena tanda wena; in Rumeno te iubesc; in Svizzero, i lieb di; in Tedesco, ich liebe dich.

    Il mio ultimo pensiero va ai single. Non disperate se il 14 febbraio non troverete l’amore. Come dice il noto proverbio “La primavera è vicina” pronta a riscaldare il vostro corpo, laddove il canto degli uccellini non è riuscito con il vostro cuore! Feliz dia dos namorados

    Emilia Fortunato
    Antropologa, esperta di Tradizioni Popolari.

  • Centro Storico: la storia di un rilancio ancora sospeso tra riqualificazioni, movida e mercato immobiliare

    Centro Storico: la storia di un rilancio ancora sospeso tra riqualificazioni, movida e mercato immobiliare

    centro-storico-vicoli-piazza-delle-erbe-d2Il Centro Storico, croce e delizia della Genova post industriale, è spesso al centro dell’attenzione mediatica. Movida, movida fracassona e ordinanze, turismo, patrimonio artistico da proteggere e valorizzare, micro criminalità, degrado e rilancio. Questi sono alcuni dei temi che ruotano intorno a quello che viene definito (non proprio a ragione) il Centro Storico più grande d’Europa.

    Nel corso dei decenni il centro storico genovese ha attraversato fasi alterne, dalla sua centralità negli anni antecedenti alla prima Guerra Mondiale, alla sua progressiva periferizzazione cominciata negli anni 30 con il Piano Regolatore delle Zone Centrali della Città (1932) che ha visto la demolizione dell’antico quartiere di Ponticello in favore della costruzione dell’odierna Piazza Dante. E successivamente – tra la seconda metà degli anni sessanta e i primi anni 70 – la demolizione di un altri quartieri storici del centro genovese, come quello che prendeva il nome dalla sua strada principale: via Madre di Dio, oggi occupato dai Giardini Baltimora, e la zona di Piccapietra.

    Già nella seconda fase di rimodernamento la zona scivola in una spirale di degrado destinata a durare a lungo. L’assenza prolungata di opere di manutenzione edilizia e riqualificazione urbana contribuirono a rendere il Centro Storico un quartiere caratterizzato da una forte marginalità sociale. Con il passare degli anni questa condizione si andò cristallizzando dando vita a un’immagine negativa dell’area storica di Genova, che ha raggiunto il suo picco tra gli anni settanta e ottanta, quando al degrado sociale e igienico sanitario si sono aggiunsero ulteriori problematiche legate all’immigrazione extraeuropea, allo spaccio/consumo di droghe pesanti, e allo sfruttamento della prostituzione.

    Proprio In questa fase oscura della storia genovese i prezzi del mercato immobiliare subirono un crollo, e complice le cattive condizioni igienico-sanitarie del patrimonio edilizio, il centro storico perse definitivamente il suo ruolo di quartiere residenziale misto entrando effettivamente nel tunnel di un degrado che appariva irreversibile.

    Il rilancio e la stratificazione sociale degli edifici

    I primi segnali di ripresa si registrano a inizio anni 90, grazie ad alcune scelte politiche mirate: l’ubicazione nel centro storico della Facoltà di Architettura, e l’idea di organizzare le Colombiaidi nell’area oggi conosciuta come Porto Antico, all’epoca una zona dismessa del Porto di Genova. A queste due grandi operazioni, le amministrazioni comunali degli anni 90 affiancarono altre iniziative di prestigio recuperando e trasformando in contenitori culturali di rilievo il Teatro Carlo Felice, Palazzo Ducale, il complesso museale di Sant’Agostino e la Commenda di Pre.

    È in questo clima di rilancio e novità, che le aree limitrofe al nuovo Porto Antico attirano l’attenzione e soprattutto gli investimenti del settore immobiliare che da il via a vere e proprie opere di riqualificazione urbana. Comincia così un processo di ripopolamento da parte di giovani coppie, di intellettuali e in modo molto timido di studenti. Questi nuovi soggetti si vanno ad affiancare e a integrare alle frange sociali emarginate e ghettizzate del centro storico, riportando vitalità e dinamicità nel quartiere.

    Questo fenomeno di ripopolamento, complice un costo ancora basso degli appartamenti del centro storico, ha determinato un fenomeno particolare che in diverse zone del quartiere sussiste ancora oggi: la stratificazione sociale in verticale degli edifici.

    Gli edifici dell’area storica di Genova si sviluppano per ovvie ragioni in altezza e arrivano ad essere alti anche fino a dieci piani. Le condizioni igienico-edilizie cambiano notevolmente dai piani bassi, che si presentano bui e poco areati, ai piani alti, spesso dotati di vista sul mare e sul centro storico e di terrazzi caratteristici. Questo ha determinato negli anni una sensibile differenziazione sociale per strati che vede ai piani bassi degli edifici una popolazione economicamente più debole e in certi casi marginalizzata (prostitute, extracomunitari); ai piani intermedi i residenti storici che hanno resistito ai cambiamenti demografici nel corso dei decenni, gli studenti, le giovani coppie, mentre gli ultimi piani ospitano professionisti, o intellettuali che spesso hanno restaurano gli appartamenti con notevoli investimenti economici.

    Movida e crescita dei valori immobiliari

    Grazie a questo processo di ripopolamento, il centro storico comincia a mutare sia a livello demografico che economico, e a metà anni 90 si sviluppano le attività economiche e commerciali che conosciamo oggi, compresi i locali di intrattenimento che diventano in un breve periodo la meta prediletta delle giovani generazioni, che in maniera inconsapevole danno vita a quella che oggi è conosciuta come la Movida. Il grande afflusso di giovani all’interno del centro storico, soprattutto nelle aree di Piazza delle Erbe, piazza Banchi, piazza Lavagna va a risanare ulteriormente molte aree ancora in mano al degrado e alla microcriminalità, dando vita a un circolo virtuoso che ha cambiato i connotati di un quartiere allora sospeso tra stagnazione e rilancio, compreso il prezzo delle abitazioni che oggi ha una quotazione media di 2.390 euro a metro quadro.

    Movida oggi, è giusto demonizzarla?

    Ad oggi la riqualificazione del centro storico cittadino non risulta completa, proprio per via della sua storia e della sua normale connotazione multiculturale e multi sociale, che rende questo quartiere una città nella città con zone centrali e zone periferiche. L’iter intrapreso negli ultimi decenni sembra quello da seguire per evitare che il circolo virtuoso capace di risollevare le sorti del centro storico negli ultimi vent’anni si fermi. Le opere portate aventi dalle istituzioni genovesi, che hanno portato negli anni 90 alla riqualificazione di spazi oggi ben consolidati nel panorama socio culturale genovese sono andate di pari passo con un ripopolamento del centro storico da parte delle giovani generazioni, che hanno reso il quartiere più vivo, e meno incline ad essere ostaggio della microcriminalità. La cosiddetta “movida fracassona” è stata quindi negli anni un tassello nel piccolo grande mosaico di azioni che hanno portato il centro storico fuori da una stagnazione dalla quale sembrava non uscirne più. Siamo sicuri che un suo ridimensionamento porti sul lungo periodo dei benefici al tessuto economico sociale della città vecchia?

    Andrea Carozzi

  • Musica, torna il Premio Paganini. Il concorso internazionale di violino si svolgerà dal 5 al 14 aprile 2018

    Musica, torna il Premio Paganini. Il concorso internazionale di violino si svolgerà dal 5 al 14 aprile 2018

    Violino manoPronta la 55° edizione del contest internazionale più prestigioso della nostra città: torna il “Premio Paganini”, il concorso internazionale di violino tra più famosi al mondo, uno dei fiori all’occhiello della produzione culturale genovese. L’annuncio arriva attraverso una nota stampa del Comune di Genova, che rende pubbliche le prime date delle preselezioni, che si svolgeranno dal prossimo settembre a New York, Vienna, Mosca, Guangzhou (Cina) e Genova. Entro fine mese sarà pubblicato il bando sul sito www.premiopaganini.it

    Il Premio Paganini

    Il Premio, arrivato alla 55° edizione, diventato a cadenza triennale, è una delle più importanti competizioni violinistiche mondiali, fu fondato nel 1954 con l’obiettivo di scoprire giovani talenti e ha nel tempo laureato artisti importanti come, tra gli altri, Salvatore Accardo, Gidon Kremer e Leonidas Kavakos. «Il Comune di Genova ha rilanciato il Premio Paganini dopo uno stop di ben cinque anni – spiega nella nota stampa l’assessore alla Cultura Carla Sibillaconsapevole che sia un potente promotore dell’immagine della città nel mondo. Teniamo molto al carattere internazionale del Premio e in questi anni abbiamo intessuto collaborazioni con le istituzioni culturali di paesi per così dire “strategici” per il Concorso, tenendo conto della provenienza degli artisti e dei contatti “storici” che il Comune ha in essere attraverso gemellaggi e rapporti di cooperazione. All’interno di questa cornice si inseriscono tutti gli eventi collaterali che, come il Paganini Genova Festival, confermano l’apertura dell’Amministrazione nei confronti di idee e proposte in grado di arricchire il Premio. Ciò sempre nel rispetto dello spirito e del livello di alta qualità che caratterizza, fin dalla sua origine, la tradizionale manifestazione».

    Il “Paganini” è da sempre uno dei biglietti da visita di Genova nel mondo, connotandola – oltre che come patria del celebre violinista – anche come città della musica. Il suo carattere internazionale è stato esaltato con la decisione di far svolgere le fasi di preselezione in piazze europee e mondiali. Moltissimi partecipanti al Premio provengono infatti da paesi asiatici, dagli Stati Uniti e da ogni parte d’Europa. L’ultima edizione, la 54°, risale al 2015, ed arrivò dopo cinque anni di stop, dovuto a mancanza dei fondi necessari.

    Le “gare” che porteranno alla scelta dei concorrenti che parteciperanno alla fase finale dell’aprile 2018 si svolgeranno infatti a New York, Vienna, Mosca, Guangzhou (Cina) e – naturalmente – Genova.

    Il Comune di Genova accompagnerà l’attesa per la prossima edizione con un ricco calendario di appuntamenti dedicati alla figura di Nicolò Paganini, a partire dal primo Paganini Genova Festival, una tre giorni per far conoscere a tutti il grande musicista, che prenderà il via il 27 ottobre nella ricorrenza della sua data di nascita.

     

  • Il Giorno della Memoria e la nostra memoria corta. Decine di foto simbolo dell’emergenza migranti invadono la città

    Il Giorno della Memoria e la nostra memoria corta. Decine di foto simbolo dell’emergenza migranti invadono la città

    manifesti-memoria-migranti-12Decine di manifesti fotografici sono comparsi questa notte in molti luoghi simbolo della città. Le foto riportano le testimonianze delle sofferenze di migliaia di migranti che affollano le frontiere europee: lunghe code per il cibo sotto la neve, bambini affamati, dormitori di fortuna, filo spinato. Sotto le immagini la scritta “Europa 2017”, accompagnata da messaggi come “in memoria della nostra coscienza” o “Giorno della memoria corta”. La firma è quella degli autonomi dell’Aut Aut che, in occasione della Giorno internazionale della Memoria hanno voluto lanciare una “provocazione” finalizzata a far riflettere su quanto sta accadendo intorno a noi, adesso.

    Giorno della Memoria

    Il 27 gennaio, come dicevamo, non è una data casuale: dal 2005, infatti, si celebra in tutto il mondo il giorno in cui, nel 1945, l’Armata Rossa varcò i cancelli di Auschwitz, scoprendo l’inferno nazista. Una ricorrenza che ha come finalità quella, appunto, di ricordare cosa è stato fatto, per evitare che si ripeta. Anche a Genova questa giornata è sentita in maniera particolare, con mostre, cerimonie e concerti, che ricordano i concittadini ebrei, ma non solo, che furono deportati grazie alla complicità del regime fascista. Ricordare, però, ha un significato molto ampio: la sistematicità della macchina della morte organizzata dei campi di sterminio non è arrivata in un giorno, ma dopo un percorso durato anni, durante il quale i semi del razzismo, della ingiustizia e del nazi-fascismo si sono diffusi e hanno messo radici nella cultura, nella politica, nelle persone. Il Giorno della Memoria è inteso anche in questo senso: non dimenticare cosa è successo, e cosa ha fatto sì che questo potesse succedere.

    La memoria corta

    manifesti-memoria-migranti-08Le foto delle persone in fuga da guerra e miseria che hanno invaso le strade di Genova fanno riferimento allo stallo politico in cui l’Europa dei diritti si è venuta a trovare in questi ultimi mesi, di fronte alla cosiddetta “Emergenza Migranti”. Una crisi che sta innescando reazioni pericolose, che vanno dalla riesumazione dei confini tra stati alla ossessione per la sicurezza, dal sospetto diffuso verso lo straniero alla insofferenza di molti di fronte alla crisi economico-valoriale in atto. Sentimenti, questi, spesso cavalcati da populismi spregiudicati, che vogliono trovare un nemico comune su cui far abbattere la rabbia delle persone. Un meccanismo non nuovo, che nel corso della storia ha generato ingiustizie, sofferenze e atrocità.

    Con Era Superba abbiamo provato a raccontare la situazione di Ventimiglia e il sistema di accoglienza genovese, che sono solo una piccola parte di dinamiche mondiali, ma che comunque rappresentano un modello in piccolo delle tensioni politico-sociali oggi presenti e non risolte. E anche questo va ricordato: adesso, ora, ci sono migliaia di persone intorno a noi costrette in un limbo insopportabile, sospese tra guerre e frontiere.

    Alcuni dei manifesti comparsi questa notte sono stati attaccati anche sui new jersey anti terrorismo; una scelta simbolica, che evidenzia quello che stiamo diventando: impauriti e meno liberi, diffidenti, allarmati e chiusi in noi stessi. Anche questa è memoria corta: ricordare dovrebbe servire a riconoscere cosa sta lentamente succedendo, prima che sia troppo tardi.

    Nicola Giordanella