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  • Nulla sarà più come prima

    Nulla sarà più come prima

    La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”. Così si apriva un articolo di Milano Finanza firmato il 18 marzo 2020[1], appena due mesi dopo lo scoppio ufficiale della pandemia, che riportava un’analisi di Gordon Lichfield, direttore della “MIT Techonology Rewiew”, il magazine della prestigiosa università americana. Analizzando le varie ipotesi di contenimento del virus, Lichfield ipotizzava esattamente quanto abbiamo visto realizzarsi nei mesi successivi e suggeriva che tutto ciò non avrebbe rappresentato un’interruzione temporanea della normalità ma “l’inizio di uno stile di vita completamente diverso”. In un momento in cui i vaccini erano una pura ipotesi e di green pass ovviamente non parlava nessuno, l’autore profetizzava che “verrà ripristinata la capacità di socializzare in sicurezza, sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no, e discriminando legalmente chi lo è” e che “in futuro potrebbero chiedere una prova di immunità, una carta d’identità o una sorta di verifica digitale tramite il vostro telefono, che dimostri che siete già guariti o che siete stati vaccinati contro gli ultimi ceppi del virus”. Queste previsioni venivano accompagnate dalla cinica considerazione che “ci si adatterà anche a queste misure, così come ci si è adattati ai sempre più severi controlli di sicurezza aeroportuale in seguito agli attacchi terroristici. La sorveglianza invasiva sarà considerata un piccolo prezzo da pagare per la libertà fondamentale di stare con altre persone”. La chiusura dell’articolo metteva in guardia dai processi di esclusione che questo modello di società avrebbe ampliato nei confronti delle fasce deboli della popolazione e dal pericolo che essa avrebbe potuto prendere la direzione del credito sociale, un sistema presentato come distopia nella serie tv Black Mirror (nell’episodio Caduta libera del 2016) ma già concretamente operativo in Cina da alcuni anni. Basandosi su tecnologie per l’analisi algoritmica dei big data relative alle informazioni possedute riguardanti la condizione economica e sociale di tutti i cittadini, il governo cinese assegna a ciascuno di essi un punteggio rappresentante il suo “credito sociale”, una sorta di classificazione della reputazione personale, sulla base del quale stabilisce la relativa possibilità di accedere o meno ad alcuni servizi essenziali.

    La sorprendente capacità di previsione del futuro mostrata da Lichfield si spiega con la conoscenza delle nuove tendenze economiche a livello globale. Due sono i testi di riferimento che permettono di tracciare con sufficiente precisione questa cornice: La quarta rivoluzione industriale di Klaus Schwab e Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff[2].

    La quarta rivoluzione industriale, teorizzata dal fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum, consiste in una accelerazione tecnologica e digitale già in atto, destinata a modificare radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. Flussi di big data, intelligenza artificiale, automazione, smart cities, cyborg, internet delle cose, sanità digitale, 5G: il transumanesimo, che rappresenta il sostrato politico e filosofico della quarta rivoluzione industriale, mette in discussione il significato stesso di “essere umano” attraverso una nuova configurazione del rapporto tra le sfere fisica, biologica e digitale. Schwab individua e analizza nel dettaglio ventiquattro innovazioni tecnologiche che si dovrebbero plausibilmente verificare entro il 2025 e che creeranno questo nuovo ordine economico e sociale, secondo un processo ineluttabile di fronte al quale egli paventa un unico grande pericolo:

    L’altro lato oscuro di questa rivoluzione è la paura che genera nelle persone. Soprattutto contro i leader e contro le élite, che sono ritenute le prime responsabili di questi cambiamenti. Se nel mondo stanno crescendo tante forze di opposizione che demonizzano le élite, sia politiche che economiche, è perché il timore aumenta. È una reazione simile a quello che fu il luddismo nella prima rivoluzione industriale, ovvero la risposta violenta all’introduzione delle macchine. Tuttavia, questa rivoluzione c’è e non si può fermare. Si può solo indirizzare nel modo migliore possibile[3].

    Il capitalismo della sorveglianza descritto dalla Zuboff si presenta come il complemento economico reso possibile dalla quarta rivoluzione industriale. Il capitalismo della sorveglianza – scrive la Zuboff – si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti. Alcuni di questi dati vengono usati per migliorare prodotti o servizi, ma il resto diviene un surplus comportamentale privato, sottoposto a un processo di lavorazione avanzato noto come “intelligenza artificiale” per essere trasformato in prodotti predittivi in grado di vaticinare cosa faremo immediatamente, tra poco e tra molto tempo. Infine, questi prodotti predittivi vengono scambiati in un nuovo tipo di mercato per le previsioni comportamentali, che io chiamo mercato dei comportamenti futuri. Grazie a tale commercio i capitalisti della sorveglianza si sono arricchiti straordinariamente.

    Attraverso l’utilizzo delle informazioni che le persone ricercano e riversano nella rete in modo compulsivo, elaborate dai calcoli potentissimi dell’intelligenza artificiale e sviluppate attraverso la teoria di finanza comportamentale del nudge – la “spinta gentile” che induce determinati comportamenti attraverso una serie di stimoli informativi e che è valsa al suo creatore, Thaler, il premio nobel dell’economia del 2017[4]il capitalismo della sorveglianza mette a profitto ogni aspetto della vita umana (“le nostre voci, le nostre personalità, le nostre emozioni”) con lo scopo di creare quel “mercato dei comportamenti futuri” che, in termini di margini di profitto, è il corrispettivo del petrolio del XX secolo.

    Già nel 1956, Philip K. Dick, nel racconto Rapporto di minoranza (da cui il famoso film Minority Report), aveva immaginato un futuro in cui la polizia Precrimine sarebbe stata in grado di sventare crimini prima che potessero essere commessi grazie a un sistema di predizione dei comportamenti. Ma lo scopo del capitalismo della sorveglianza non è il controllo sociale. Totalmente integrato nella quarta rivoluzione industriale – gli algoritmi dell’Intelligenza artificiale sono il corrispettivo dei “precognitivi” dell’universo di Dick – il capitalismo della sorveglianza è totalmente impersonale, autoreferenziale, indifferente alla persona che sorveglia ed interessato esclusivamente ai flussi di dati che genera: “tramite l’automazione e un’architettura computazionale sempre più presente, fatta di dispositivi, oggetti e spazi smart interconnessi”, esso si prefigge lo scopo di “automatizzarci”, prefigurando una rivoluzione economica, sociale e antropologica di cui la Zuboff denuncia la pericolosità “per il futuro dell’umanità”.

    Se questo era a grandi linee lo scenario economico in cui ci stavamo muovendo al momento dell’esplosione della pandemia, come quest’ultima si è inserita in esso?
    La prima risposta ce l’ha data lo stesso Klaus Schwab pubblicando, nel luglio 2020, The Great Reset[5], un testo in cui ci viene spiegato perché la gestione della pandemia rappresenti un’occasione imperdibile per dare uno slancio decisivo alla quarta rivoluzione industriale: approfittare dell’emergenza per resettare il mondo, come si resetta un computer. Contemporaneamente altri analisti hanno notato come sia ragionevole interpretare alcuni strumenti introdotti in questi mesi possano fungere da acceleratori delle logiche e delle infrastrutture del capitalismo della sorveglianza:

     

    Per valutare il senso di una misura come il green pass – si nota per esempio in una interessantissima analisi di un filosofo del diritto -, occorre allora capire il tipo di tecnologia di potere all’interno della quale essa funzionerà, sarà innestata. Da questo punto di vista, temo che il green pass, più che come dispositivo di esclusione di determinati cittadini dalla vita sociale, finirà per funzionare come uno dei tanti dispositivi che, oggi, sono funzionali ad assicurare un “sapere” – sotto forma di flusso di dati – che consenta di anticipare i comportamenti dei cittadini, in modo da determinarne il futuro[6].

     

    La stucchevole discussione che imperversa da ormai due anni su dove cominci e finisca la libertà personale e di scelta in una situazione di emergenza frana di fronte all’evidenza che gli unici bisogni che dettano ogni scelta nella gestione della pandemia sono di ordine economico. Oggi come ieri sono sempre le esigenze della megamacchina capitalista a dettare le regole e stabilire le strategie all’interno delle quali le libertà individuali e i diritti sono variabili accessorie, erogabili, modulabili e sospendibili a seconda della criticità di una situazione. La prima evidenza di ciò è che, dopo due anni di pandemia, qualsiasi riflessione iniziale sulle criticità del modello di sviluppo economico mondiale è stata abbandonata nel nome della necessità del mantra del “ritorno alla normalità”. Che il virus sia nato da uno spillover o da un laboratorio di Wuhan (come in realtà pare ormai certo) cambia poco in questa prospettiva. È universalmente acclarato, ma opportunamente taciuto, che la pericolosità sanitaria del covid e la diffusione della pandemia derivino dall’intero apparato delle nocività strutturali della società mercantile e industriale: stili di vita dannosi, urbanizzazione selvaggia, inquinamento, distruzione dell’ecosistema e dei sistemi sanitari pubblici. Così come è stato rapidamente oscurato il fatto, sottolineato viceversa già da Lichfield nel suo articolo sulla “MIT Techology Rewiew”, che quella in corso sia non una pandemia ma una sindemia, ovvero una malattia che colpisce gli strati più deboli delle popolazioni.

    Cosa è stato messo in campo per porre rimedio a queste nocività strutturali ed endemiche? Nulla, nessun investimento cospicuo è stato previsto per questioni strategiche essenziali riguardanti sanità, scuola e trasporti, mentre la soluzione per tornare alla normalità della produzione e del consumo è stata demandata ad una tecnologica sperimentale pagata profumatamente alle multinazionali di Big Pharma e scaricando la responsabilità di un eventuale fallimento sui comportamenti delle persone, cittadini trattati da sudditi sempre potenzialmente irresponsabili e, per questo motivo, meritevoli di un bombardamento continuo di propaganda a senso unico, fatta di varie forme di colpevolizzazione prima e ricatti sociali e lavorativi sempre più restrittivi poi.

    L’aspetto della gestione della pandemia che ne ha svelato la logica intrinseca in un’ottica di ristrutturazione sistemica del futuro economico, sociale e politico è stato l’introduzione del green pass. Mentre perfino autorevoli voci mediche filo-governative hanno sottolineato come questa misura non abbia alcun valore di prevenzione sanitaria, ma semplicemente di incentivo a convincere i riluttanti a vaccinarsi, le autorità governativo hanno affermato di essersi ispirati nella sua elaborazione alla teoria del nudge, la stessa spinta gentile che abbiamo già visto essere tra le strategie fondamentali del capitalismo della sorveglianza. Al di là dell’evidenza che in un mondo che ruota intorno ai bisogni dell’economia il fatto che le scelte politiche derivino dalle teorie di marketing non può stupire, va detto che, fuori dalle belle parole del mondo accademico e della rassicurante neolingua anglofona, la logica del green pass sia riassumibile in quella molto più volgare del ricatto: ti consiglio vivamente di fare una cosa, sei libero di non farla, ma se non la fai ne paghi le conseguenze. Quindi la libertà di scelta di non vaccinarsi è soltanto apparente; il green pass la trasforma da diritto, quale allo stato legislativo attuale ancora è, in un dovere morale[7] (come ha recentemente ricordato perfino il presidente della Repubblica Mattarella) il cui non assolvimento comporta pesanti penalizzazioni.

    Il 20 luglio scorso l’autorevole economista Tito Boeri, sulle pagine di Repubblica[8], spiegava perché, in termini economici e di diritto, sarebbe giusto che chi decide di non vaccinarsi dovrebbe “pagare i danni che provoca alla società”. Sul principio economicistico delle “esternalità negative” il soggetto in questione si configura infatti come un peso insostenibile per la sanità pubblica e per la comunità. Questo ragionamento, sempre più sostenuto da un coro variegato di voci autorevoli e di governo, sottende il fatto che, una volta sfondata questa linea gotica del diritto riguardante la salute, quello che vale oggi per il vaccino potrà valere per qualsiasi altro aspetto sanitario che il legislatore stabilirà domani. Questa rivoluzione copernicana in atto dell’esternalizzazione delle responsabilità sull’individuo apre potenzialmente alla futura ricattabilità di stili di vita considerati non consoni che è già insita nei discorsi di alcuni politici e che prelude ad un ulteriore smantellamento della sanità pubblica in stile neoliberista americano o, peggio ancora, all’approdo al credito sociale cinese. D’altronde quest’ultimo è basato sulla semplice estensione delle regole che regolano l’accesso al credito finanziario nel mondo bancario (mutui e prestiti) allargato all’intera sfera sociale. Nel suo articolo Boeri, da economista, fa una serie di affermazioni utilissime a capire le connessioni tra l’attuale gestione della questione sanitaria e le sue implicazioni strutturali future. Egli afferma che il principio per cui la libertà individuale finisce dove iniziano i diritti degli altri “non è una questione costituzionale o etica, ma pragmatica”, laddove il pragmatismo è rappresentato dalle necessità dell’economia neoliberista. In nome dello stesso pragmatismo, egli mette in discussione il diritto alla privacy, che, come ricorda la Zuboff, è non a caso anche il più grande ostacolo da rimuovere per lo sviluppo dei profitti del capitalismo della sorveglianza.

    Se ricordare che la storia insegna che gli strumenti introdotti nei periodi di emergenza non vengono mai abbandonati (vedi le leggi antiterrorismo post 11 settembre) può far storcere il naso a qualcuno, il fatto che l’introduzione del green pass non abbia nessun carattere transitorio ma che anzi esso verrà implementato per la gestione dei dati sanitari delle persone come una sorta di passaporto digitale viene confermato da voci autorevoli del mondo medico:

     

    Cosa succederà una volta finita l’emergenza? Sicuramente ci si attende che non si torni più indietro e che le tecnologie digitali di cui stiamo usufruendo in questo momento rimangano tali… Anche il “Green pass”, lo strumento che la Comunità europea ha deciso di adottare per consentire la mobilità cross frontaliera dei cittadini per concedere le autorizzazioni a una serie di eventi, rappresenta uno strumento molto semplice a supporto delle persone e che ci consente di gestire lo scambio di informazioni in modo trasparente e sicuro. IBM ha supportato lo sviluppo di questo strumento che è già in uso negli Stati uniti, in Israele, in Cina e in Islanda. Il Green pass rappresenta sicuramente un esempio di come le tecnologie digitali continueranno a supportarci in futuro[9].

    D’altronde lo stesso Schwab affermava con certezza già nel 2015:

    Un’altra innovazione che nel 2025 prevedo diventi comune riguarda il modo in cui ci prendiamo cura della nostra salute. Molti di noi indosseranno dispositivi in grado di misurare immediatamente ogni deviazione dai nostri normali parametri di salute e ci faranno capire in tempo reale che azioni intraprendere per non stare male. Sarà un modo di vivere completamente nuovo… E ancora, gli impianti sottopelle: sarà molto più frequente vedere persone che si fanno inserire nel corpo dei chip che sostituiranno alcune funzioni che adesso abbiamo nei nostri smartphone o computer[10].

    Per cogliere poi la connessione coerente tra le previsioni di Schwab e ciò che sta accadendo oggi, è sufficiente leggere un articolo di una rivista mainstream che si occupa di faccende economiche, pubblicato anch’esso in tempi non sospetti – nell’aprile 2020, quando il vaccino non esisteva ancora – per avere una breve sintesi del progetto ID2020 (Identità digitale 2020). Lanciato nel 2015 (notare la coincidenza di date con le tempistiche date da Schwab) dall’Allenza per l’Identità digitale – una corporation che collabora con varie agenzie delle Nazioni Unite, i Governi e le maggiori imprese di tutto il mondo – esso poneva la necessità di fornire un’identità digitale alla maggior parte possibile della popolazione mondiale e il ruolo all’interno di questo progetto di una vaccinazione di massa. L’articolo stesso delinea in modo chiaro la connessione di questo progetto con la gestione della pandemia da covid, ovvero con l’idea che i “certificati digitali” che sarebbero stati emessi per certificare chi si sarebbe vaccinato una volta che un vaccino fosse stato trovato (quello che è divenuto il green pass) costituissero il passaggio decisivo dell’identità digitale di massa, una forma primitiva del futuro passaporto biometrico necessario a dimostrare chi sei… in maniera affidabile sia nel mondo fisico che online” in un mondo prossimo venturo in cui “avere un ID potrebbe essere fondamentale per la ricerca di un lavoro, per l’accesso al credito, ma anche per andare a scuola”[11]. È stato lo stesso ministro Speranza a definire, nel luglio scorso, il green pass come “la più grande opera di digitalizzazione di massa mai fatta” e sono sempre più le autorità che chiamano il green pass stesso “passaporto vaccinale”.

    Nel frattempo la Zuboff ci ricorda che l’accesso ai dati sanitari di miliardi di persone è il più grande business futuro del capitalismo della sorveglianza, essendo l’industria farmaceutica la più potente lobby al mondo, insieme a quella militare. Disease Mongering è il nome tecnico che designa la pratica commerciale di inventare letteralmente nuove malattie, perseguita da decenni dalle industrie farmaceutiche secondo una legge elementare del mercato: creare un bisogno, una domanda e un mercato a cui rispondere con i propri prodotti[12]. Attraverso una strategia di manipolazione dei dati, comunicazione e marketing, implementata dalle incredibili possibilità offerte dallo sviluppo digitale e algoritmico, la creazione di malattie e dei relativi rimedi possono portare nel prossimo futuro a margini di profitto finora impensabili. Se la Zuboff avvertiva che l’espansione delle logiche del capitalismo della sorveglianza all’interno delle istituzioni pubbliche abbia già sollevato molte preoccupazioni circa il pericolo che le democrazie nei paesi occidentali possano andare verso il modello di credito sociale cinese, è evidente che il green pass nella sua logica intrinseca è già un sistema di credito sociale e che la sua istituzionalizzazione come passaporto sanitario digitale potrebbe rafforzare questa deriva.

     

    Molti altri sono gli aspetti della gestione della pandemia che meriterebbero essere approfonditi per cogliere quanto sta accadendo in una prospettiva che non è quella di una semplice emergenza sanitaria. La sospensione della normalità giuridico-legislativa, che da stato di emergenza sta slittando verso uno stato di eccezione, per cui da due anni un governo tecnico come quello italiano governa tramite decreti da un lato; e la recente degenerazione della propaganda mediatica nella retorica bellica nella creazione di un nemico pubblico e di un capro espiatorio, con la conseguente criminalizzazione del dubbio e pensiero divergente, dall’altro, sono manifestazioni concrete di una situazione che solleva un parallelismo inquietante con i regimi totalitari, come alcune voci autorevoli hanno fatto recentemente notare. Si può davvero giustificare tutto ciò con la pericolosità effettiva del covid?

    Ci sono pochi dubbi che siamo davanti a una svolta storica. D’altronde la quarta rivoluzione industriale, come indica il suo stesso nome, rivendica la sua filiazione dalle prime tre, ovvero dagli ultimi due secoli e mezzo di capitalismo, e, più nello specifico, dalla civiltà tecnocratica delle macchine impostasi nel Novecento.

     

    Se ora sentiamo che organizzare la società in modo socialista e con un’economia pianificata è plasmarla scientificamente, questo significa: vitamine, microscopi, logaritmi, regoli calcolatori, fissione atomica, psicoanalisi, fisiologia, statistiche matematiche, ormoni. In questa concezione del mondo gli uomini occupano un posto non più alto dei cani su cui il fisiologo russo Pavlov condusse i suoi esprimenti sui “riflessi condizionati”, e la questione sociale ora diventa una specie di bacillo che deve essere solo scoperto usando gli “esatti” metodi di statistiche matematiche – i metodi di “correlazione multipla”, dei coefficienti di elasticità della domanda e dell’offerta e così via, e quindi, in un congresso scientifico mondiale – più numerosi partecipanti, meglio è – viene trovata l’appropriata panacea. Gli umani sono catalogati e diretti in ogni situazione e in ogni fase del loro sviluppo per mezzo di verifiche e contro-verifiche eseguite secondo procedure di controllo altamente elaborate; la predicibilità delle loro opinioni è accuratamente investigata per dedurne previsioni sul loro comportamento futuro, e infine metodi “scientifici” sono elaborati per formare e plasmare l’uomo in accordo con un’immagine che è a sua volta prescritta dalla “scienza”.

     

    Così scriveva il liberale Wilhelm Röpke nel 1944 (Civitas Humana) a proposito del collettivismo sovietico. Citata da Marco D’Eramo nel suo recente Dominio[13] come un’incredibile anticipazione temporale dei meccanismi ipertecnologici del capitalismo della sorveglianza di oggi, questa analisi dimostra come il mondo attualmente in ricostruzione sia soltanto l’estrema propaggine del processo secolare della civiltà delle macchine nata con la prima guerra mondiale, il taylorismo e la società-fabbrica. Di questa civiltà i totalitarismi hanno rappresentato una sperimentazione accelerazionista, ma alcuni dei loro fondamenti vengono oggi ripresi dal capitalismo nella fase di una ristrutturazione avvertita come sempre più necessaria. Non è un caso che il modello da seguire scelto oggi dal blocco occidentale liberale grazie al volano della pandemia sia quello dell’autoritarismo statale e tecnocratico della Cina. Un modello nato dalla fusione tra il controllo totalitario della popolazione di matrice sovietica con il turbocapitalismo economico digitale postmoderno. Dove l’Unione sovietica fallì, la Cina contemporanea sembra vincere nello scacchiere mondiale, come confermano le lodi generalizzate del sistema cinese nel contenere la pandemia e i tratti pseudo-socialisti e collettivisti della quarta rivoluzione industriale e del great reset propugnati dal World Economic Forum[14].

    Non a caso nell’ultimo World Economic Forum, tenutosi nel gennaio 2021 e dedicato proprio al great reset, il premier francese Macron ha esplicitamente affermato: “Questo capitalismo non funziona più”. Le oligarchie al vertice del capitalismo sono consapevoli dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della necessità di una ristrutturazione tecnocratica che ne garantisca la sopravvivenza e l’implementazione di fronte alle crisi ambientali, economiche e sociali da esso stesso provocato. Esse sanno di essere entrate in una fase nuova storica in cui dovranno gestire crisi e catastrofi sempre più frequenti e sapere trasformarle in opportunità. D’altro canto queste crisi e catastrofi ci vengono presentate come delle semplici merci – ineluttabili, variabili e obsolescenti – e il potere si fonda sulla capacità di mantenere la percezione che non esista un’alternativa al di fuori di esse. La nostra libertà è, ormai da tempo, ridotta a quella di un consumatore di fronte agli scaffali di un supermercato; il problema è che quest’ultimo assomiglia sempre più ad un discount. All’incrocio tra le esigenze del capitalismo della sorveglianza e della quarta rivoluzione industriale, che ci attenda un “ritorno alla normalità” del ciclo produzione-consumo aumentato di un nuovo apparato iper-tecnologico o, più brutalmente, l’instaurazione di un nuovo paradigma politico-sociale autoritario simile a quello cinese, quel che è certo è che, come ricordava Lichfield, nulla tornerà più come prima. La sperimentazione di questi due anni ci prospetta una vita più virtuale e surrogata, sorvegliata e socialmente distanziata. Gli indizi del cambiamento in atto sono molteplici. È casuale il fatto che a pandemia appena iniziata si sia scelto di chiamare “sociale” un distanziamento la cui ratio sanitaria avrebbe dovuto battezzarlo “fisico”? È casuale che nell’agenda politica internazionale si discuta alacremente di introdurre un reddito di cittadinanza universale che copra la futura disoccupazione di massa introdotta dall’automazione? Se la produzione del mondo sarà sempre più robotizzata, il consumo rimarrà una necessità essenziale in un mondo in cui la garanzia della tutela di alcuni diritti da parte dello Stato comporterà il prezzo di rinunciare a sempre maggiori margini di libertà, democrazia e autonomia. Scegliere se questa idea di felicità ci piace è la posta politica in ballo e l’unica certezza è che senza una spinta dal basso che rompa l’incantesimo illusionistico che non esistano alternative possibili non c’è nulla di buono da aspettarsi.

     

    Leonardo Lippolis

     

    [1] https://www.milanofinanza.it/news/non-torneremo-piu-alla-normalita-ecco-come-sara-la-vita-dopo-la-pandemia-202003181729195935?fbclid=IwAR040N5v-cfZsWh71KMRh9ROq5vZVc1IysJfY-woPQwBravn71Bt9lTt-gs

    [2] K.Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna 2016; S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss, Roma 2019.

    [3] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [4] R. Thaler, C. R. Sunstein, La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano 2014.

    [5] K. Schwab, T. Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing, Cologny/Geneva 2020

    [6] https://www.iisf.it/index.php/progetti/diario-della-crisi/green-pass-discriminazione-e-controllo-tommaso-gazzolo.html?fbclid=IwAR33WI9FHJfZAIVu9GA5Sh2pHzJU3hnYLpqTwol5FP-foFp1zb6H9A5Cac0

    [7] https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/08/31/covid-la-vaccinazione-non-e-un-dovere-ma-un-diritto-basta-col-clima-da-caccia-alle-streghe/6305860/

    [8] https://www.repubblica.it/economia/2021/07/20/news/chi_non_si_immunizza_deve_almeno_pagare_i_danni_che_provoca-310929241/?ref=RHTP-BH-I304495303-P2-S1-T1&fbclid=IwAR3bcAJ7XnkHueleg6wETFkbb94nFkzLfNHnnTOOZFygozjc8e2LA0uCUO0

    [9] https://www.pharmastar.it/news/digital-medicine/tecnologie-digitali-applicate-alla-salute-quale-sar-il-futuro-36046

    [10] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [11] https://www.money.it/ID2020-identita-digitale-cosa-e-legami-COVID19?fbclid=IwAR2ZCdTHhEmdLdA_Of-0A1hYYrPRu8EyzktUfLLCwG-ii1dVKpUtmOOmfdE

    [12] Si veda al proposito il bel documentario Inventori di malattie, inchiesta puntuale e molto interessante realizzata da Silvestro Montanari nel 2007 per il programma “C’era una volta” di Raitre e reperibile in rete

    [13] M. D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano 2020.

    [14] Si veda al proposito https://www.weforum.org/agenda/2016/11/how-life-could-change-2030/

  • Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Bciciletta in cittàNei mesi del primo lockdown imposto per contenere l’epidemia di coronavirus, diverse città italiane ed europee si sono dotate di piani d’emergenza, spesso provvisori, per cercare di facilitare la mobilità dolce, cioè incentivare l’uso di biciclette e monopattini al posto di automobili e moto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e di rendere più scorrevole il traffico. Ma se disegnare degli ipotetici percorsi di vernice in settimane in cui la mobilità era fortemente ridotta è stato abbastanza facile, non appena le persone hanno ripreso a circolare per lavorare o per vivere sono cominciati i problemi.

    Gli automobilisti si sono ritrovati con le corsie ridotte e in molte delle città interessate da questo tipo di interventi hanno iniziato a protestare a voce sempre più alta, soprattutto per un presunto aumento del traffico e per un’eccessiva vicinanza con i ciclisti, che può generare situazioni di pericolo. In effetti le “corsie ciclabili” come quelle che attualmente sono state tracciate in Corso Italia a differenza delle “piste” vere e proprie non sono separate fisicamente da auto e moto e quindi sono percepite da molti come poco sicure, sia per chi rischia di investire sia per chi rischia di essere investito. Per questo sono state presentate come soluzioni provvisorie, in attesa di modifiche alla viabilità più strutturate e definitive.

    A Genova, a quasi di un anno di distanza dalle prime corsie, al momento siamo ancora alle soluzioni provvisorie. «Mentre città come Milano o Parigi si sono mosse per creare dei nuovi sistemi di spazio pubblico, con piazze periferiche recuperate da parcheggi e collegate a ciclovie installate nelle corsie di vie ampie, Genova ha cercato un ‘quick fix’ creando tre percorsi per le bici frammentate e poco sicure – ci racconta Marco Picardi, animatore del blog Fuori Flora e osservatore delle questioni legate alla mobilità e all’uso degli spazi urbani – Questi interventi non hanno creato un vero sistema a scala cittadina e quindi non rendono la mobilità dolce più agevole. Non sono solo le ‘grandi metropoli’ ad aver pensato al loro spazio pubblico come un sistema da ripensare, città simili come Bordeaux o Valencia si sono mosse in questa direzione».

    Nei giorni scorsi, per la verità, il Comune di Genova ha presentato i suoi piani per realizzare una pista ciclabile in Corso Italia (la zona dove le corsie degli scorsi mesi hanno generato più polemiche) entro il 2022, usando 3 milioni di fondi europei. «Siamo vicini alla progettazione definitiva – ha detto l’assessore alla mobilità Matteo Campora in un’intervista a Primocanale – restituirà da Levante verso il centro città una corsia, per cui a monte avremo di nuovo due corsie. La corsia che oggi è occupata lato mare dalla pista ciclabile in parte verrà trasformata in nuovi parcheggi, mentre dove ora ci sono i posti auto sorgerà la nuova ciclabile».

    La lotta per lo spazio

    Quello che dopo un anno è ormai chiaro a tutti è che modificare la mobilità di una città complessa non è un’operazione semplice, né neutrale. Obiettivi a parole condivisi da quasi tutti come la sostenibilità ambientale o la qualità dell’aria non bastano, da soli, a far evaporare resistenze e disagi effettivi che queste soluzioni comportano, a scardinare anni di abitudini. E la lotta per lo spazio tra gli entusiasti di bici e monopattini e gli automobilisti per necessità o per abitudine sta diventando terreno di scontro anche politico.

    A Bruxelles, per esempio, città che nell’ultimo anno ha adottato misure importanti a favore della mobilità dolce, la protesta degli automobilisti (cavalcata anche dal partito nazionalista fiammingo) ha generato un clima di tensione e fortemente intimidatorio, nei gruppi Facebook (dove si è arrivati alle minacce di morte) ma anche nella vita reale. A Milano, nella battaglia elettorale per le comunali di quest’anno, il centrodestra sostiene le proteste degli automobilisti contro i piani del sindaco Beppe Sala, che di recente ha aderito ai verdi europei e sarà il candidato del centrosinistra.

    A Genova, la situazione è un po’ più sfumata. I partiti che altrove sostengono la causa dell’automobile qui sono quelli che tracciano le corsie ciclabili e che come coordinatore della mobilità urbana scelgono un noto sostenitore della bicicletta come il professor Enrico Musso. Ogni tanto qualcuno svia dalla linea ufficiale, come quando lo scorso dicembre la Lega ha fatto approvare dal Municipio della Bassa Valbisagno un ordine del giorno contro la realizzazione delle corsie ciclabili in Val Polcevera volute dal sindaco Bucci. Ma al momento, con le elezioni comunali del 2022 ancora lontane, nessuno sembra aver ancora ceduto alla tentazione di cercare di capitalizzare il malcontento degli automobilisti in consenso politico.

    Lo scontro, anche aspro, si sposta sui gruppi e sulle pagine Facebook, come “#genovaciclabile” e il “Circolo Fiab Amici della bicicletta – Genova” o, dall’altra parte, il gruppo “No alle piste ciclabili a Genova d’intralcio alla mobilità ordinaria”. Al di là di qualche eccesso verbale, soprattutto nei commenti, lo scontro anche se aspro si mantiene nei limiti della civiltà. Fiab e il gruppo “No alle piste ciclabili” hanno avuto recentemente uno scambio di lettere aperte sui temi della sicurezza e del rispetto delle norme stradali dai toni piuttosto pacati (qui la lettera di “No alle ciclabili” in risposta a una richiesta di Fiab di maggior severità contro la sosta selvaggia delle auto, qui la replica di Fiab).

    Una città per le bici?

    Rimane, sullo sfondo, l’eterna questione se Genova, con tutti i suoi saliscendi, sia una città adatta a un traffico cittadino prevalentemente su bicicletta. I critici dicono di no, ma i gruppi a favore si stanno sforzando molto per convincere quante più persone possibile che la bicicletta è in realtà un mezzo adatto anche per muoversi a Genova: «Anche se Genova sembra di essere tutta in salita, in realtà i 23 chilometri da Voltri fino a Nervi sono pianeggianti – ci dice Picardi – lo stesso vale per Valpolcevera e Val Bisagno. Come primo passo questi tratti dovrebbero essere collegati con una pista ciclabile continua che regali sicurezza dal traffico automobilistico e diventi un nuovo asse di mobilità dolce per la città».

    La trasformazione non dovrebbe però fermarsi qui: «Destinazioni chiave che si trovano su questo asse, come supermercati, stazioni, o luoghi di lavoro, devono avere più parcheggi per le bici – spiega Picardi – e dovremmo cercare di riaprire ai pedoni piazze dormienti lungo questi percorsi. Collegare le piste frammentate lungo questo asse iniziale può diventare il punto di partenza per poi costruire delle nuove ciclovie in diversi quartieri».

    Come ci hanno insegnato gli ultimi mesi, però, misure come queste non sarebbero a costo zero, ma comporterebbero una rinuncia di spazio da parte di chi è abituato a muoversi con le automobili: «Dobbiamo cercare di resistere alla nostra fobia a togliere spazio alle macchine – riflette infatti Picardi – solo a Genova la proposta del nuovo tram si trova nello ‘sky’ e non in una corsia esistente. Tantissimi studi confermano che il traffico automobilistico continuerà a crescere se gli si da’ spazio».

    «La volontà di creare nuove infrastrutture non manca in città, ad esempio il progetto per una nuova diga foranea – conclude Picardi – però dovremmo chiederci se vogliamo che la città funzioni per i tir o per gli esseri umani. Esiste un’enorme passione per la bicicletta a Genova, e se non consideriamo la bici come un vero mezzo di mobilità per attraversare tutta la citta, rimarrà sempre confinata ad escursionisti di MTB o ciclismo competitivo».

    Luca Lottero

  • Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    “I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull’alienazione. Basta guardare l’arte, l’architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo”

    (J.G.Ballard, Regno a venire)

    Tra le tante mutazioni urbanistiche genovesi degli ultimi anni, il 2020 appena concluso passerà alla storia cittadina non solo per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sulle macerie di Ponte Morandi ma anche, seppur con meno clamore, per l’inizio dell’abbattimento della Diga di Begato, divenuta un simbolo della peggiore architettura e urbanistica del secondo Novecento genovese e italiano. Per comprendere il significato storico di questo luogo e il suo monito per il presente ed il futuro, è opportuno allargare gli orizzonti spaziali, temporali e mentali oltre gli angusti confini cittadini e del dibattito puramente specialistico.

    Due eventi ed un architetto hanno segnato indelebilmente la storia e l’immaginario urbani dell’ultimo quarto del XX secolo. Il 15 luglio 1972 i tre edifici centrali dell’enorme complesso residenziale di Pruitt-Igoe, alla periferia di Saint-Louis, vennero fatti saltare in aria con la dinamite dalle autorità comunali su richiesta esplicita e unanime degli abitanti. Costruiti appena diciassette anni prima per ospitare la popolazione immigrata dalle campagne intorno alla grande città del Missouri, questi formicai urbani concepiti dall’architetto Minoru Yamasaki sul modello della “città radiosa” di Le Corbusier avevano letteralmente fatto infuriare i suoi abitanti, divenendo in poco tempo un ricettacolo di degrado, alienazione e violenza. La demolizione di quel complesso fu eclatante e divenne rapidamente il simbolo del fallimento di un modello urbano che imperversava dalla fine della seconda guerra mondiale. Come ricorda Tom Wolfe, fu “un avvenimento storico per due motivi. Uno: per la prima volta, nella storia cinquantennale degli alloggi operai, si chiedeva un parere ai clienti. Due: la vox populi. La vox populi attaccò subito a intonare in coro: “Blow it… up! Blow it… up! Fatelo saltare in aria! Buttatelo giù!” (T.Wolfe, Architetti maledetti, Bompiani 1997, p.78). Caso vuole che proprio nel momento in cui quei tre blocchi venivano fatto brillare con la dinamite (molto materiale informativo si trova in rete sulla storia e sulla demolizione di Pruitt-Igoe, materiale all’interno del quale spicca ancora per capacità evocativa un bel capitolo del poema visivo Koyaanisqatsy di Godfrey Reggio), Yamasaki stesse portando a termine il secondo grande progetto della sua carriera, le Twin Towers, cuore del World Trade Center di New York, all’epoca i due grattacieli più alti del mondo. Inaugurati il 4 aprile 1973, essi, come noto, vennero abbattuti l’11 settembre 2001: un altro crollo, non voluto in questo caso dall’esasperazione degli abitanti, ma programmato da un commando di terroristi islamici che scelse quei grattacieli per il loro valore simbolico di summa del potere dell’Occidente (il capo attentatore Mohammed Atta era tra l’altro un architetto, laureatosi in Germania con una tesi contro la modernizzazione occidentale della sua città, Aleppo). Solo diciassette anni visse il complesso di Pruitt-Igoe, solo ventotto le Twin Towers; difficile trovare un architetto del XX secolo divenuto più celebre di Yamasaki per il fallimento e la sfortuna delle sue creazioni.

    Casermoni popolari modellati sul modello della casa per abitare di Le Corbusier e grattacieli in acciaio e vetro come simboli del potere sono due architetture archetipiche del capitalismo del Novecento e diffusesi in tutti gli angoli del globo. Anche Genova, nel suo piccolo e con i suoi tempi dilatati, ha il suo Yamasaki locale e una storia che riflette questi cambiamenti epocali. Anche Genova ha infatti un sede locale della World Trade Centers Association (l’Associazione mondiale dedicata alla promozione e alla facilitazione del commercio mondiale), il World Trade Center Genoa, un grattacielo di 25 piani alto 102 metri costruito negli anni Ottanta nella zona di San Benigno dall’architetto Piero Gambacciani. Anche Genova ha la sua Pruitt-Igoe, la Diga di Begato, costruita anch’essa negli anni Ottanta come parte di un più ampio progetto urbanistico e oggi in via di demolizione, ancorché non con la dinamite, ma smontata pezzo per pezzo. L’architetto progettista di Begato è sempre Piero Gambacciani. Lo stesso architetto per due luoghi simbolo della Genova contemporanea e lo stesso destino nel secondo caso sono due similitudini cariche di significato in quanto specchio di trasformazioni internazionali epocali, ma le date non sono un dettaglio. Se Pruitt-Igoe segnò uno spartiacque all’interno della modernità funzionalista già nel 1972, la costruzione di Begato a distanza di un decennio ne fa infatti un fallimento decisamente fuori tempo massimo.

    Piero Gambacciani era nato a Prato nel 1923. Il padre Tullio era un anarchico e morì giovane lasciando la famiglia in difficoltà. Il giovane Piero si iscrisse alla Facoltà di Architettura a Firenze nel 1941, sotto il magistero dell’architetto razionalista Giovanni Michelucci. L’8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mussolini ed il 25 aprile 1945, a Novara, si ritrovò davanti ad un plotone di esecuzione di partigiani. Fucilato e creduto morto, fu portato in ospedale da un prete e sopravvisse, ma con una condanna a morte sulla testa; il fratello, che invece era un ufficiale dell’esercito di Liberazione, lo prelevò dal carcere, sottraendolo a possibili vendette e riportandolo in Toscana. Ripresi gli studi e laureatosi nel 1948, Gambacciani giunse a Genova al seguito di Michelucci, e da allora non lasciò più la città, morendovi nel 2008. A Genova Gambacciani raggiunse nel corso degli anni una posizione professionale di gran rilievo, realizzando, oltre ad una una serie di edifici privati, numerose opere di grande impatto architettonico e urbanistico per la città, in un lungo arco di tempo che va dal grattacielo della SIP di Brignole costruito negli anni Sessanta per finire con il complesso residenziale-turistico di Ponte Morosini e Ponte Calvi nell’area del Porto Antico realizzato negli anni Novanta. Prosecutore della lezione corbusiana del genovese Daneri, Gambacciani ha notevolmente contribuito a definire l’identità urbana di fine Novecento di Genova nel segno della modernità tardofunzionalista che celebra se stessa sulle macerie dell’eredità storica della città. In questo senso, oltre a Begato e al WTC che ne fanno lo Yamasaki genovese, va ricordata almeno Corte Lambruschini. Fino al 1982 lì, nel cuore del quartiere di Borgo Pila, sorgeva, unico caso a Genova, un caseggiato ottocentesco a corte; più che un enorme palazzo era un piccolo quartiere a sé che, all’interno di un vasto perimetro di abitazioni popolari e operaie, racchiudeva la grande corte, sede di un mercato interno. Nel 1982 venne decisa la sua demolizione e, sulle sue macerie, Gambacciani vi costruì il nuovo centro direzionale in acciaio e vetro culminante nelle due torri principali, alte cento metri e suddivise in venti piani, che incombono all’angolo di Corso Buenos Aires.

    Ma torniamo alla storia di Begato. La costruzione della Diga avvenne a compimento di un progetto urbanistico ben più articolato e complesso che merita di essere brevemente ricordato. Questo progetto – nominato ufficialmente quartiere Diamante, dal nome del forte che sovrasta la vallata, mentre Begato è il nome storico della località e della frazione di paese che sorge a qualche chilometro di distanza – parte da lontano. Nel 1965 la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto di insediare sui rilievi collinari che circondavano le alture comprese tra la Valpolcevera e il centro di Genova una popolazione di circa 70.000 persone. Era il momento del massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la quale, secondo progettisti e statistici, avrebbe presto superato il milione di abitanti (alcuni di essi vaneggiavano addirittura cinque milioni), e quel progetto prevedeva di urbanizzare tutte le colline genovesi fino al limite rappresentato dalla cinta dei forti.

    [quote]i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere[/quote]

    Quel sogno di “progresso” durò poco, colpito e affondato dalla crisi industriale dei primi anni Settanta; conseguentemente la popolazione di Genova si stabilizzò prima di cominciare a decrescere costantemente fino ad oggi, rendendo obsoleta quella idea di urbanizzazione massiva. Così il Piano Regolatore Generale del 1976 limitò l’applicazione di quel progetto a poche aree, la principale delle quali fu proprio Begato, che fino a quel momento era stata una collina boscosa della Valpolcevera punteggiate di case contadine con annessi orti, che storicamente vantava una produzione di pregio di prodotti della campagna (cfr E.Poleggi, P.Cevini, Genova, Laterza 1981, p. 211) e che era stata per lungo tempo un luogo di villeggiatura. L’insediamento della nuova zona 167 di Begato – anche Scampia a Napoli è noto come il quartiere 167, figlio della stessa legge – avrebbe dovuto dare alloggio a 21.000 persone, il quaranta per cento della popolazione della Valpolcevera di allora. La realizzazione dell’area fu rapida; nel 1980 gran parte degli edifici erano completati. Il modello era quello solito della “città radiosa” formulato da Le Corbusier; grandi unità di abitazione modulari, teoricamente dotate di negozi e servizi interni e immerse in spazi verdi, con strade che servissero da collegamento sia interno che con il resto della città. La realtà si mostrò da subito ben diversa dalle tavole intrise di ottimismo del progetto: gli edifici, realizzati con “sistemi edilizi industrializzati e prefabbricati” a basso costo, si dimostrarono di pessima qualità; i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere. Insomma, detto in parole povere, Begato è diventata la variante collinare, caratteristica della particolare orografia genovese, di uno degli infiniti, anonimi, ghetti-dormitorio che si posso vedere ai margini di qualsiasi territorio urbano dell’Occidente, dalle banlieues francesi alle nuove periferie che, da nord a sud – Rozzal Melara a Trieste, il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, i casi più celebri a cui la Begato ha avuto “l’onore” di essere stata accostata –, hanno riempito le nostre città di megastrutture allucinate in uno scenario distopico. “Sono quartieri per molti versi cresciuti in parallelo, edificati a distanza di qualche anno, ultime espressioni dell’edilizia pubblica tra anni Settanta e Ottanta. Si tratta di modelli insediativi completamente avulsi dal tessuto urbano, di un’urbanistica collinare fuori scala e fuori luogo, nata in un’epoca in cui la città aveva disperata fame di case e poco denaro da spendere, realizzazioni già anacronistiche e tristemente superate rispetto ai modelli dell’edilizia popolare europea coeva. Quartieri segnati da numerose debolezze, che si manifestano non solo nel livello di reddito e nella composizione demografica dei residenti, ma sono evidenti anche sul piano territoriale e infrastrutturale. Zone ‘amorfe’ della città che hanno a lungo funzionato come strumento di confinamento sociale” (A.Petrillo, La periferia elevata a potenza? Il caso del CEP a Genova, in Indagine sulle periferie, “Limes”, n°4, 2016, pp. 81-82). D’altronde che un quartiere concepito così, a distanza di dieci anni dal fallimento proclamato da Pruitt-Igoe e nel contesto specifico di Genova, fosse un’idea funesta in partenza fu evidente già da subito a più di un addetto ai lavori. Nel 1983, nel corso di un Congresso che si tenne in città, Bruno Gabrielli affermava: “A me sembra incredibile che si mandi avanti una iniziativa del tipo appunto di Begato, senza valutare minimamente quali possano essere le conseguenze a livello urbanistico, a livello sociale, a livello economico” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi 2015, p. 103).

    A coronamento del piano di Begato arrivò da ultima la costruzione della famigerata Diga. Le due imponenti costruzioni, comunemente denominate “Dighe Rossa e Bianca” per il colore dei rivestimenti, proprio come una diga idrica tagliavano la vallata da Est a Ovest, dando la possibilità, grazie ad alcune passerelle pedonali sospese a mezz’aria e colleganti i due blocchi, di passare da un versante all’altro senza mai uscire dall’edificio. Inutile sottolineare come il complesso ebbe un forte impatto ambientale e paesaggistico, ostruendo completamente l’orizzonte.

    Lo scopo iniziale della Diga doveva essere quello di ospitare per un periodo limitato di tempo un alto numero di famiglie per lo più sfrattate dal centro storico. Pochi anni prima era stata completata la scellerata distruzione del quartiere di via Madre di Dio e si scelse di spostare gli sfollati in questi casermoni posti all’interno della Valpolcevera, lontani e isolati dai caruggi e dal centro in cui erano abituati a vivere. Costituiti da oltre 500 alloggi, i due complessi della Diga hanno ospitato oltre 1200 persone (rimasti poco meno di 800 al momento della demolizione), il corrispettivo degli abitanti di un piccolo comune concentrati all’interno di un unico edificio. A dispetto delle intenzioni dichiarate e col passare degli anni, la Diga è rimasta a tutti gli effetti una residenza stabile per la maggior parte delle persone lì deportate, mentre solo una minima percentuale di esse ha trovato una sistemazione diversa. A fianco dei primi abitanti la titolarità a vedersi assegnato un alloggio nella Diga – con canoni di affitto bassissimi – è stata per decenni riservata alle liste che danno diritto ad una casa popolare: persone e nuclei famigliari con difficoltà socio-economiche e altri tipi di indigenza. Questa concentrazione di disagio sociale unita al fallimento da subito evidente del modello architettonico-urbanistico ha rapidamente trasformato Begato intera e la Diga in particolare in un vero e proprio ghetto. E’ facile fare una breve ricerca in rete o sui giornali per trovare molte descrizioni e testimonianze delle condizioni di vita vissute dai suoi abitanti. Mutatis mutandis esse riecheggiano la descrizione fatta da Tom Wolfe a proposito di Pruitt-Igoe parlando di una situazione vissuta quasi mezzo secolo prima: “Questi campagnoli inurbati provenivano da zone assai poco densamente popolate … dove raramente si saliva a più di tre metri sul livello del mare ammenoché non ci si arrampicasse su un albero: ed eccoli alloggiati in casermoni di 14 piani, a Pruitt-Igoe. A ciascun piano c’erano ballatoi coperti, in obbedienza al concetto di Corbu delle “strade per aria”. Siccome non v’era nell’agglomerato, alcun altro luogo ove peccare in pubblico, tutto ciò che d’ordinario sarebbe avvenuto nelle bettole, nei bordelli, nei caffè, nelle sale da biliardo, al lunapark, all’emporio, nei campi di granturco, nei pagliai, nelle stalle o nei granai, aveva luogo in quelle “strade per aria”. In confronto a quei boulevards di Corbu, la Gin Lane (o Vico dei Beoni) di Hogarth sarebbe sembrata una strada tranquilla” (T.Wolfe, op.cit., p.78).

    Come a Pruitt-Igoe, gli abitanti della Diga sono stati costretti a districarsi all’improvviso tra ascensori, ballatoi, scale interne prive di luce naturale e spazi labirintici, percepiti rapidamente come luoghi alienanti e insicuri. Si è subito imposta ad essi la sensazione di vivere asserragliati. Di conseguenza i pianerottoli sono stati rapidamente chiusi con inferriate, isolando così i singoli appartamenti, e gli spazi comuni dei ballatoi sono stati divisi verticalmente, per limitare la circolazione di figure estranee. Molti appartamenti vuoti sono stati occupati ma non attraverso forme di lotta organizzata di “diritto alla casa”, come in altre città e situazioni (per esempio alle Vele di Scampia), ma quasi sempre in una logica di marginalità e disperazione. Nel frattempo i box, mai terminati, sono divenuti una “zona franca” per ogni sorta di attività illecita. All’esterno l’assenza di negozi e botteghe, bar e qualsivoglia luogo di cultura e socialità ha alimentato lo stesso senso di insicurezza e gli spazi pubblici, le piazze e i presunti luoghi di aggregazione sono stati ben presto divorati dall’incuria e dal degrado. E’ lo stesso scenario che era già stato vissuto dagli abitanti di Pruitt-Igoe, al punto che proprio l’analisi di quel clamoroso fallimento spinse – nel 1973, appena un anno dopo la distruzione di Pruitt-Igoe stessa – Oscar Newman, allora professore alla Washington University di Saint Louis, a scrivere il saggio Defensible Space. Crime and Prevention Through Urban Design, divenuto subito un classico della microsicurezza urbana, la risposta tecnica ad una visione securitaria dell’ambiente metropolitano. Osservando come gli spazi pubblici di Pruitt-Igoe fossero divenuti oggetti di abbandono e, conseguentemente, ricettacoli di un alto tasso di criminalità, Newman ne fece un caso studio per proporre soluzioni “riparatorie” che andavano dal design deterrente alla promozione di attività di sorveglianza informale da parte degli abitanti. La teoria dello “spazio difendibile” di Newman – che ha ottenuto grande successo nei piani dei dipartimenti di urbanistica e nelle retoriche politiche sulla sicurezza imperanti da decenni – aveva come sottotesto il principio che la tutela della sicurezza degli abitanti di luoghi anonimi e marginali debba passare non per la messa in discussione radicale dell’idea di città alla loro base, ma per pratiche concrete di sopravvivenza in un territorio ostile, pratiche fondate sul sospetto e sulla diffidenza che, di fatto, implicano la rinuncia definitiva alla dimensione sociale e pubblica della città e l’abitudine a considerare strade e piazze come territori naturalmente pericolosi da cui difendersi.

     

    Alcuni storici dell’architettura locali, ammiratori del funzionalismo di Gambacciani, lamentano come la sua fama sia rimasta ancorata alla dimensione cittadina genovese. Questa constatazione si potrebbe spiegare con il semplice fatto che egli si è mostrato un epigono limitatosi a declinare localmente una tendenza internazionale, facendolo, soprattutto a Begato, particolarmente male e fuori tempo massimo. Ma per comprendere il significato più profondo di ciò che hanno rappresentato Begato e tutti i ghetti realizzati ben oltre la dead line rappresentata dall’abbattimento di Pruitt-Igoe, occorre andare alla radice della sua idea architettonica e urbanistica, alla sua matrice ideologica e pragmatica primigenia, ovvero all’opera e al pensiero di Le Corbusier.

    Negli ultimi anni in Francia sono uscite diverse monografie che hanno ricostruito i legami profondi di Le Corbusier con l’estrema destra francese degli anni Venti e Trenta, sia in campo culturale che politico, legami spintisi fino all’ammirazione esplicita per Hitler e al collaborazionismo attivo con il regime di Vichy, e per altro ben occultati da Le Corbusier stesso nel secondo dopoguerra e trascurati dalla critica per decenni. Sarebbe facile fare un parallelismo con la militanza fascista del giovane Gambacciani, ma non è questo il punto interessante della questione che ci interessa.

    Ciò che emerge di più interessante da questi saggi è il riduzionismo freddo e totalitario del suo pensiero. L’uomo, diceva Le Corbusier, è come un’ape costruttrice di cellule geometriche, o come una formica, «con delle abitudini precise, un comportamento unanime» (citato in X. Jarcy de, Le Corbusier, un fascisme français, Albin Michel 2015, p. 175). La vita dell’uomo moderno si riduce a quattro bisogni fondamentali: lavorare, riposare, abitare, circolare, e la città contemporanea deve rispondere nel modo più funzionale ad essi. La risposta architettonico-urbanistica naturale al loro soddisfacimento è la standardizzazione: in primis la standardizzazione della casa, una “macchina per abitare” che va organizzata nelle “unità di abitazione”, concepite ognuna come una piccola città verticale racchiusa in un unico edificio, capace di ospitare 1500 persone; contemporaneamente la standardizzazione della città, una macchina ortogonale, fredda e impersonale, votata al puro funzionamento della produzione economica; infine – e come conseguenza delle prime due – la standardizzazione della vita dei suoi abitanti, organizzati come masse laboriose e disciplinate che, come negli alveari e nei formicai, devono seguire percorsi obbligati e sempre uguali a se stessi. La fabbrica fordista, la catena di montaggio, “l’organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor erano un modello assoluto di efficienza utilitaristica per Le Corbusier e per l’urbanistica funzionalista di quegli anni; lo erano ovviamente per il capitalismo, ma lo erano anche per i regimi totalitari. Questi ultimi non ressero, il capitalismo sì e si sarebbe aggiornato ed evoluto.

    [quote]Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.[/quote]

    Il capitalismo ha infatti fatto tesoro se non del modello integrale di città ideale di Le Corbusier, sicuramente del suo spirito ordinatore, modulando l’organizzazione urbana della vita sociale in funzione delle proprie esigenze economiche. Di radere completamente al suolo interi centri storici per sostituirli con griglie di grattacieli destinati ai luoghi del potere e dell’amministrazione – la soluzione pensata da Le Corbusier per tutti i centri urbani – se la sono sentita in pochi, anche se la tendenza a conservarli è stata dettata quasi unicamente dalle ragioni del profitto incarnate dal turismo e dalla gentrification; oppure lo si è fatto solo parzialmente, come avvenuto in modo clamoroso a Genova a Piccapietra e nel quartiere di via Madre di Dio. Di ammassare i poveri nei ghetti di periferia modellati sul principio delle “città radiose” nessuno si è fatto invece scrupolo. Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «la gerarchia è la legge del mondo organizzato nella natura come tra gli uomini» (Le Corbusier, Arte decorativa e design, Laterza 1973, p. 16) e che fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.

    Le Corbusier amava definirsi un tecnico che risolve problemi e non un politico: «Tenevo molto a non uscire dal piano tecnico. Sono un architetto, non sono disposto a fare della politica. Che ciascuno nel proprio campo, secondo la più rigorosa specializzazione, conduca la propria soluzione alle estreme conseguenze» (Le Corbusier, Urbanistica, Il Saggiatore 2017, p. 290). Questa presunta neutralità è il tratto fondamentale del pensiero totalitario; in una vita sociale organizzata dall’alto in modo così capillare, gerarchica e razionale, dove nessuno può mettere in discussione l’ordine generale (ovvero fare politica), ognuno deve limitarsi a svolgere il proprio compito come un tecnico. La categoria fondamentale del pensiero di Le Corbusier non era dunque il nazifascismo – tant’è vero che egli si rivolse con altrettanto entusiasmo anche a Stalin – ma il totalitarismo economico-produttivista, l’ordine razionale e l’efficienza di un mondo industriale, tecnico e utilitarista: “una visione fredda del mondo”, per dirla con Marc Perelman, della quale le forme urbane delle “città radiose” sorte tutte uguali ai quattro angoli del globo, da Pruitt-Igoe fino a Begato (passando per le periferie delle città del socialismo reale, non a caso perfettamente speculari a quelli dell’Occidente capitalistico), hanno rappresentato una manifestazione tanto orribile nei risultati quanto coerente negli scopi. «L’opera-sistema di Le Corbusier è fermamente associata ad una visualizzazione totalitaria della vita, ad una compulsione ripetitiva dell’idea di macchina (umana, architettonica, urbana), all’inquietante progetto di un urbanismo della rarefazione visiva, al freddo allineamento di blocchi di edifici e unidimensionali. […] Poiché Le Corbusier non fu solo lo specchio della società dei suoi tempi, egli certamente fu l’espressione vivente e dunque pericolosa di quei tempi, l’individuo-soggetto, ma soprattutto il soggetto-progetto che ha cristallizzato nella propria persona il cupo divenire della città, l’anticipatore che ha proiettato, con un saper fare sicuramente inedito, un’esistenza sottomessa ad un behemoth urbano mostruoso» (M.Perelman, Une froide visione du monde, Michalon 2015, pp. 70-71).

     

    L’organizzazione totalitaria delle forme di vita dell’uomo all’interno della città alveare è dunque la cifra urbana del Novecento inventata da Le Corbusier e pedissequamente ripresa da mille suoi seguaci, tra cui Gambacciani. In uno degli altri suoi progetti della metà degli anni Ottanta, modellando il nuovo quartiere di Quarto Alto secondo gli stessi schemi architettonici e urbanistici di una ennesima piccola “città radiosa” – e, non a caso, molti dei “profughi” della Diga di Begato vengono oggi ricollocati proprio a Quarto Alto -, Gambacciani ha definito il grattacielo più alto del complesso “il supercondominio” (citato in A.Vergano, op.cit., p.119). Non so se Gambacciani avesse letto e conoscesse Il condominio scritto da Ballard nel 1975 e volesse così fare del citazionismo autoironico. Non lo credo, visto che quel romanzo è una denuncia spietata della psicopatologia indotta dalle forme della macchina per abitare corbusiana, ancorché in una versione “borghese”, e che quasi tutti gli altri suoi romanzi dagli anni Settanta in poi sono incentrati sulla descrizione di una cupa distopia sociale incentrata sui non-luoghi caratteristici del tardocapitalismo. Nel suo ultimo grande romanzo prima di morire, Regno a venire, Ballard è arrivato a definire il consumismo indotto dai grandi centri commerciali come una nuova forma di totalitarismo, la cui veridicità profetica l’abbiamo potuta verificare recentemente osservando le code che si sono create fuori dai grandi centri commerciali nel periodo del lockdown e delle restrizioni, quando, non potendo muoversi liberamente o andare fare delle scampagnate, le masse delle metropoli si sono accalcate alle loro porte: “La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfati solo dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva… Questa è una nuova forma di totalitarismo che opera nei pressi dei registratori di cassa” (J.G.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli 2006, p.114).

     

    “Nel quadro delle campagne di politica sociale di questi ultimi anni, per rimediare alla crisi degli alloggi, prosegue febbrilmente la costruzione di topaie. Di fronte all’ingegnosità dei nostri ministri e dei nostri architetti urbanisti non si può che restare ammirati. Per evitare ogni disarmonia, costoro hanno messo a punto alcune topaie tipo, i cui progetti vengono impiegati ai quattro angoli della Francia. Il cemento armato è il loro materiale preferito. Questo materiale, che si presta alle forme più elastiche, viene adoperato soltanto per fare case quadrate. Il più bel risultato del genere sembra essere la “Città Radiosa” del generale Corbusier, benché le realizzazioni del brillante Perret gli contendano la palma. Nelle loro opere si sviluppa uno stile che fissa le norme del pensiero e della civiltà occidentale del ventesimo secolo e mezzo. E’ lo stile “caserma” e la casa del 1950 è una scatola. Lo scenario determina i gesti: noi costruiremo case appassionanti” (Internazionale lettrista, Costruzione di topaie, “Potlatch” n.3, 6 luglio 1954). Questo scrivevano i più radicali nemici del progetto politico di Le Corbusier – l’Internazionale lettrista è il gruppo parigino di Guy Debord antecedente alla creazione dell’Internazionale situazionista – un anno prima che Yamasaki completasse il complesso di Pruitt-Igoe e trenta prima che Gambacciani, ignorando quella lezione storica, ripetesse lo stesso modello a Begato. Per i situazionisti, lo stile di vita che si incarnava nelle città ristrutturate secondo il dettato funzionalista corbusiano era il campo sul quale il dominio totalitario del capitalismo moderno – quello che Debord avrebbe definito “la società dello spettacolo” – si espandeva in modo subdolo e pervasivo, aggiornandosi ai bisogni imposti dalla ristrutturazione della società dei consumi degli anni Cinquanta, la stessa che si sarebbe evoluta nella distopia descritta da Ballard. D’altronde, vedendo sorgere alla periferia di Parigi le banlieues, già nel 1961, i situazionisti furono facili profeti delle sommosse che le avrebbero attraversate decenni dopo: “Se i nazisti avessero conosciuto gli urbanisti di oggi, avrebbero trasformato i campi di concentramento in case popolari… i privilegiati delle città dormitorio non potranno che distruggere” (R.Vaneigem, Commenti contro l’urbanistica, “Internationale situationniste”, n°6, 1961, pp. 33-37, Nautilus 1994). L’Italia non è la Francia, Genova non è Parigi, Begato non è Sarcelles; la composizione sociale delle banlieues ne fa un caso unico nel contesto europeo. Begato non è mai stata caratterizzata da rivolte e oggi viene smantellata sommessamente, senza la volontà popolare espressa attraverso assemblee pubbliche né l’atto spettacolare della dinamite di Pruitt-Igoe.

    Neanche il WTC di San Benigno, ben difficilmente e per fortuna, sarà bersaglio di attacchi terroristici come il suo fratello maggiore di New York. Egli rimane lì dov’è, una gelida lastra di vetro e acciaio sulla spianata che ha livellato il colle di San Benigno che per secoli divideva Genova dal ponente cittadino. Su questa piana il WTC è giocoforza diventato il vicino e il contraltare postmoderno della Lanterna di Genova che da novecento anni guida la navigazione al largo delle coste liguri del Mediterraneo. A questo proposito è buffo e significativo il fatto che Hitler fosse convinto che il Reich nazista sarebbe stato millenario e che, a fronte di questo delirio, Le Corbusier nel 1933 scrivesse alla madre che “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa. […] Questa è la fine dei discorsi da tribuna o da assemblea, dell’eloquenza e della sterilità parlamentare. La rivoluzione si farà nel senso dell’ordine» (cit. in M.Perelman, op.cit., p. 39). Quel regno millenario durò fortunatamente soltanto dodici anni, meno ancora di Pruitt-Igoe e delle Twin Towers. E’ facile immaginare che anche le forme e lo spirito dell’architettura genovese di Gambacciani non si avvicineranno minimamente alla vita della ben più gloriosa Lanterna. Lo smantellamento di Begato dopo meno di quarant’anni di esistenza s’inserisce in questo processo; e sarebbe bello che esso fosse l’alba di una presa di coscienza collettiva del voler farla finita per sempre con questa “visione fredda del mondo” incarnata dall’urbanistica totalitaria degli architetti del Novecento e del volerne ricostruire uno nuovo, di mondo, popolato di case davvero “appassionanti”.

     

    Eppure le forme di vita imposte dalle “città radiose” di Le Corbusier, da Pruitt-Igoe a Begato, al di là delle loro vetuste forme architettoniche, sembrano incarnare una profezia nefasta proprio alla luce di quanto abbiamo vissuto in questo 2020: il distanziamento sociale, la vita quotidiana reclusa in cellule abitative segregate dal mondo esterno, il tramonto della vita sociale e pubblica surrogata dalla realtà virtuale, la mobilità esterna ridotta al lavoro e agli spostamenti per necessità. Tutto ciò che era stato pensato da Le Corbusier come struttura della vita ridotta ad ingranaggio di una megamacchina produttiva lo abbiamo sperimentato in prima persona con l’emergenza della pandemia. Il problema è che molti di coloro che, stando ai vertici del comando economico planetario, hanno il potere di decidere delle nostre vite non esitano a predire che questo modello, opportunamente edulcorato, dovrebbe essere in qualche modo mantenuto anche una volta sconfitto il virus e cessata l’emergenza. Secondo i loro piani lo stato di eccezione temporanea dettato dalla pandemia potrebbe diventare preludio di una rivoluzione permanente. Per i capi del World Economic Forum la pandemia dovrebbe infatti essere esplicitamente l’opportunità da non perdere per il grande reset (cfr. K. Schwab, T.Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020), l’avvio di quella quarta rivoluzione industriale (K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019) che, grazie alle mirabolanti conquiste dell’era digitale, dovrebbe rendere strutturali alcune di queste sperimentazioni. In questa visione di futuro prossimo, il trionfo della virtualità, lo smart working e la didattica a distanza, l’innovazione tecnologico-digitale, le prospettive transumaniste e cyborg che arrivano a mettere in discussione persino il significato stesso di “essere umano”, si innestano su una organizzazione sociale nella quale il distanziamento, la separazione netta tra la “libertà” interna alle mura domestiche e limiti sempre più necessari alla vita sociale e pubblica, sistemi pervasivi di sorveglianza che aggiornano tecnologicamente la teoria dello spazio difendibile di Newman, dovrebbero diventare la norma, aggiornando in senso autoritario il tardocapitalismo alle crisi (ambientali, economiche e sociali) da esso stesso provocato. Meno libertà, più sicurezza; di questo i capi dell’economia mondiale parleranno al prossimo incontro del World Economic Forum di Davos. L’obiettivo esplicito di questa operazione è rendere l’Occidente liberale competitivo con la Cina, la potenza economica più forte al mondo ed un modello di autoritarismo statale capitalistico che, se fosse ancora vivo, Le Corbusier apprezzerebbe sicuramente molto, sia da un punto di vista politico-sociale che urbanistico. Non a caso una delle immagini più forti e simboliche di questo 2020, l’inizio della rivoluzione indotta dalla pandemia, è racchiusa nel video impressionante degli abitanti di Wuhan costretti dal lockdown a stare chiusi negli enormi “supercondomini” di quella megalopoli-alveare di undici milioni di abitanti che cantano all’unisono dalle finestre delle proprie cellule abitative per farsi coraggio. Una visione che sembrava tratta da un mix distopico di Metropolis di Fritz Lang e un romanzo di Ballard e che si è invece rivelata la profezia di una trasformazione globale forse appena agli esordi.

    In questo scenario la “visione fredda del mondo” non si incarnerebbe più, forse, nelle forme obsolete e ostili di Pruitt-Igoe e Begato ma potrebbe propagarsi come un virus silenzioso degno di quello de Il demone sotto la pelle di Cronenberg, coltivato proprio nelle viscere di una macchina per abitare corbusiana (significativamente ribattezzata L’arca di Noè) e da lì pronto a propagarsi per il mondo. Quel film del 1975, concepito come una distopia ballardiana (il film è dello stesso anno de Il condominio) sulle relazioni tra una certa architettura moderna e l’avvertito pericoloso disfacimento della società occidentale, assume oggi i connotati di una metafora ancora più densa di significato. Là, nella finzione cinematografica del 1975, l’isolamento salvifico dalla crisi della civiltà su quella sorta di arca allegorica che era la “città radiosa” si trasformava, proprio grazie ad un virus, nella creazione di un nuovo modo di essere figlio dell’ambiente insostenibile in cui veniva generato. Qua, nella realtà presente, un virus nato e propagatosi per l’invadenza dell’uomo urbanizzato nei confronti degli equilibri di un ecosistema pianeta che abbiamo trasformato in una specie di supercondominio-alveare ci costringe a rimettere in discussione l’idea che si possa continuare a concepire la nostra vita come funzione della megamacchina economica e produttiva.

    Di ben altre dighe avremo bisogno in quel caso, ma, nel frattempo, visto che il futuro resta ancora una incognita e la storia una pagina da scrivere collettivamente, limitiamoci, dal nostro piccolo punto di vista locale, a rivolgere uno sguardo benevolo che le luci della Lanterna possano idealmente ricongiungersi con quelle provenienti dalle colline di Begato non più ostruite da una colata di cemento, esclusione ed alienazione.

    Leonardo Lippolis

  • Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Il coronavirus non ha colpito con uguale intensità i quartieri genovesi. Lo ha accertato la recente instaurazione di zone rosse nei quartieri di Certosa, Rivarolo, Cornigliano in parte di Sampierdarena e sul 95% del centro storico, e poi la definizione delle zone di “coprifuoco”, dove dalle 21 della sera di giovedì 22 ottobre entreranno in vigore regole più stringenti per il contenimento del contagio.

    Ma che la pandemia abbia diviso i territori e le città di tutto il mondo è un fatto ormai accertato. In ogni città, metropoli o megalopoli ci sono confini invisibili, ma netti e chiari, tra i quartieri che reggono meglio l’urto e quelli che invece pagano un prezzo salato in termini di contagi e vite umane. E i confini possono diventare fossati nei centri abitati caratterizzati da disuguaglianze più marcate. Tutte le ricerche e le analisi condotte negli ultimi mesi arrivano infatti alla conclusione che chi vive in quartieri poveri e socialmente disagiati ha più probabilità di ammalarsi e di morire di covid 19.

    Un fenomeno globale

    Prendiamo il caso di New York City, una delle città colpite più duramente dalla pandemia. Lì la diffusione della malattia e la distribuzione tra i diversi quartieri è mappata con precisione chirurgica e i numeri diffusi con una trasparenza ben maggiore rispetto a quella a cui siamo abituati. Nel momento in cui scriviamo questo articolo (sera del 21 ottobre 2020) «Molti dei quartieri con il numero più alto di casi pro capite – scrive il New York Times  – sono aree con reddito mediano più basso e famiglie più numerose della media. Tra le zone più colpite ci sono comunità del South Bronx, nord e sudest del Queens e la gran parte di Staten Island. Se l’età è un fattore molto legato alla fatalità del covid-19, anche quartieri con alte concentrazioni di afroamericani e latinoamericani, così come quelli con residenti dal basso reddito, soffrono i più alti tassi di morti da covid 19».

    Anche analisi e ricerche effettuate su città come Birmingham (Regno Unito), Mumbai (India), Nairobi (Kenya), Milwaukee (Stati Uniti), Montreal (Canada), Londra (Regno Unito) e Barcellona (Spagna) mostrano la stessa tendenza. Si tratta di città e contesti molto diversi tra loro, ma le aree più colpite dalla pandemia hanno caratteristiche ricorrenti: nuclei familiari numerosi che condividono spazi abitativi ridotti, presenza di lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa come fattorini, addetti alle pulizie, conducenti di mezzi pubblici, infermieri, badanti. O alti livelli di disoccupazione, povertà e disagio sociale in genere. Tutti fattori che anche in tempi normali portano a condizioni di salute peggiori, alla presenza di un numero più elevato che altrove di malattie croniche, che come ormai sappiamo spianano la strada al contagio e al Covid 19, che ha conseguenze più serie – persino fatali – più facilmente sui soggetti con patologie pregresse.

    Zone sempre rosse

    Paragonare le zone rosse genovesi con quelle di New York e delle altre città citate può essere azzardato. Troppo diversi i contesti, forse troppo piccola e “compatta” Genova per poter distinguere in modo netto i quartieri interni. Tant’è, in un quadro di emergenza sanitaria generale, le autorità hanno ritenuto di alzare ulteriormente il livello di guardia in un numero limitato di aree cittadine. In assenza di dati pubblici più precisi sulla distribuzione del contagio tra i quartieri (a parte qualche occasionale report dell’agenzia sanitaria regionale Alisa, il più recente dei quali risale a inizio mese) questa grave decisione amministrativa è al momento l’indicatore più chiaro delle disuguaglianze territoriali interne alla città di Genova di fronte alla pandemia. Decisione che ha interessato territori dove si ritrovano alcune delle caratteristiche che rendono i quartieri più fragili dal punto di vista sanitario.

    Nel centro storico si concentrano alcune delle caratteristiche che ormai sappiamo contribuire alla diffusione del contagio: densità abitativa elevata ma anche appartamenti sovraffollati e talvolta occupati da più di un nucleo familiare, disoccupazione e povertà diffusa. Genova sotto molti aspetti ribalta il classico rapporto centro-periferie, con quest’ultime in molti casi più vivibili di un centro storico in molte sue aree degradato, povero, socialmente in difficoltà. E fragile davanti a un fenomeno come il coronavirus, che penetra più a fondo tra le pieghe del disagio.

    Periferie in senso lato sono però Certosa, Rivarolo, Cornigliano e Sampierdarena, le altre aree rosse forse non a caso tutte e tre nella parte occidentale della città o in Val Polcevera, aree dal passato industriale e negli anni gravate di più servitù di altre. Aree che si trascinano dietro annose questioni sociali e che in tempi più recenti hanno visto suonare diversi campanelli d’allarme dal punto di vista sanitario. Nel 2016, il consigliere regionale Gianni Pastorino segnalava un aumento della mortalità femminile del 30% in Val Polcevera. Il dato era stato fornito dal dottor Valerio Gennaro dei Medici per l’Ambiente, che negli ultimi anni si è dedicato allo studio dei tassi di mortalità nei vari quartieri genovesi. Il metodo utilizzato dall’associazione consente nel calcolare la differenza tra il numero di morti attese per cause naturali nei diversi quartieri e quelle che invece effettivamente si registrano. Secondo i risultati più recenti dell’associazione, ad avere più morti del previsto sono in genere proprio i quartieri ponentini e quelli della Val Polcevera, in particolare aree come Pra’ e Cornigliano, quest’ultima confinante o prossima alle attuali zone rosse.

    Chi paga?

    “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia” diceva il premier Giuseppe Conte all’inizio del lockdown di marzo, ma sembra che in quel tutti qualcuno debba e abbia rinunciato a qualcosa più di altri. A partire dalla salute e proseguendo dalla possibilità di accedere ad una vita sana e dignitosa, e in un ambiente urbano salubre. Questi pochi mesi tra la prima e la seconda ondata, già messa in conto e largamente attesa da tutta la comunità scientifica, hanno però dato l’impressione che nonostante queste evidenze, non ci sia stato un cambio di prospettiva o un intenzione di cesura con il passato. Niente è stato fatto per potenziare il servizio di trasporto pubblico mentre l’assistenza socio sanitaria alle persone in difficoltà è ancora saldamente incardinata nel centralismo delle strutture sanitarie, con tutti i problemi di accessibilità che si porta dietro. Le tutele per i lavoratori non hanno segnato svolte e l’istruzione pubblica non è stata messa in sicurezza, lasciando alla “facoltà di connessione” il discrimine per l’accesso al sapere.

    Ma non solo: nelle scelte ambientali e urbanistiche sono stati riproposti gli schemi di un passato responsabile delle criticità di oggi: lo si evince dalla vicenda dei depositi chimici di Multedo, che con buona probabilità saranno spostati nella solita Val Polcevera, mentre per il centro storico si sta aspettando il progetto di riqualificazione dell’amministrazione comunale e che, secondo le prime anticipazioni, sembra essere incardinato sui parametri del “benessere commerciale” più che del benessere di chi ci abita. Se ci abiterà ancora. E chi oggi è in zona rossa, lo sarà anche domani, ovunque essa sia.

     

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    “Continua l’assurda politica di chiusura dei vicoli da parte dell’Amministrazione Comunale di Genova con sinistri cancelli di ferro. Non si passa più. La strada pubblica diventa uno spazio privato. Per entrare nella “Zona” – che è demanio pubblico – si deve avere la chiave. Gli amici degli auto-galeotti devono aspettare che vengano ad aprirgli la strada! La motivazione di questo delirio non ha niente di pubblico: i cancelli servono per allontanare i tossicodipendenti, ed aumentare il prezzo degli appartamenti. Domanda: ma hanno smesso di drogarsi costoro? Ovviamente no, si sono solo spostati. Dobbiamo aspettarci altre chiusure di strade? Perché per questa zona si possono tener fuori gli “odiati” tossici e per altri quartieri no? Se non ci sono figli e figliastri, con questo metodo avremo una bella città blindata, come nel terrificante film “La zona”. È stato creato un ghetto, che rende impossibile un’attività sociale”. Questo è quanto denunciava l’Osservatorio del Centro Storico nel 2009: oggi in centro storico ci sono più cancelli di 11 anni fa, e quali sono stati i risultati?

    Nel corso degli anni, in maniera del tutto illegittima, vicoli, piazzette e giardini del cuore della città sono stati chiusi con conseguenti non poche polemiche e proteste. La chiusura avveniva con provvedimenti in teoria provvisori ma che in pratica sono diventati definitivi e le ‘zone morte’, sbarrate con delle cancellate, sarebbero circa una quarantina. La procedura era sempre la stessa, spiegavano gli animatori dell’Osservatorio anni fa: “Qualche vicolo viene lasciato nel degrado, la strada non viene riparata per anni, il vicolo diventa sgradevole, a volte mal frequentato. A questo punto il Comune “accontenta” i cittadini che chiedono “sicurezza” e mette i cancelli, regalando lo spazio pubblico a pochi e garantendosi voti di scambio. Chiudere le strade equivale a violare il diritto civico e costituzionale di transitare e di vivere liberamente nelle strade pubbliche. I vicoli vanno aggiustati, ripuliti e illuminati, non chiusi”.

    Cancelli contro il degrado: davvero non esiste soluzione migliore di questa?

    In risposta all’allarme degrado nel centro storico, residenti e commercianti nel corso degli anni hanno chiesto – e ottenuto – il via all’installazione di cancellate per ‘proteggere’ alcuni dei vicoli più malfamati della città vecchia. In sostanza, secondo le ordinanze, quando cala il sole numerosi vicoli del centro storico dovrebbero blindarsi, per poi riaprire la mattina seguente. Alcune cancellate sono ‘finte’, non necessitano cioè di alcuna chiave e rappresentano semplicemente un deterrente per chi è habitué a infilarsi nei vicoli per spacciare o consumare droghe, bere, mangiare o bivaccare sugli scalini in prossimità dei portoni. Altre, dotate di chiave e lucchetto, sottraggono letteralmente angoli di suolo pubblico e possono rappresentare un ostacolo in caso di soccorso urgente degli inquilini dei palazzi interessati. Molte di queste gabbie con il tempo sono diventate dei depositi di merce varia, utilizzate dai negozianti per accatastare qualunque tipo di cosa, mentre altre dei parcheggi abusivi per moto.

    Il trend delle cancellate è iniziato intorno agli anni Ottanta, per poi intensificarsi dal 2008 al 2013. Il fenomeno ha visto sempre più vicoli e piazzette ‘ingabbiati’ per tentare di eliminare fisicamente presenze indesiderate come clochard e tossicodipendenti. L’Osservatorio del Centro Storico è stata la prima associazione a insorgere contro questi furti di pezzi di città: tramite un blog l’Osservatorio si è occupato per anni di informare i cittadini con articoli, fotografie e mappe in merito a quanto stava succedendo nel quartiere. Il rosicchiamento illegittimo di luoghi pubblici, avvenuto ‘in via provvisoria’, persiste da quasi mezzo secolo. “Tutti gli anni facevamo il giro dei cancelli chiusi – ci racconta Roberto Faure, avvocato ed ex attivista dell’Osservatorio. Organizzavamo un gruppo di persone che andava a visitare, come una specie di funerale, tutti i vicoli e le piazze chiuse. Poi non ne abbiamo più fatti perché abbiamo perso le speranze”.

    Al fine di contrastare le varie forme di degrado per gran parte dei residenti e dei commercianti del centro storico la realizzazione delle inferriate è stata la soluzione migliore. La chiusura ha spesso rappresentato un’amara vittoria per coloro che si sono battuti per ottenerla: da una parte c’era la consapevolezza che chiudere un vicolo fosse un peccato mortale e che vivere in gabbia non era ciò che desideravano, dall’altra parte però non avrebbero avuto scelta. Sono stati ‘costretti’, a seguito di   operazioni di pulizia, di sorveglianza e di allontanamento che hanno portato solo esiti parziali e circoscritti nel tempo. Gli interventi effettuati, palesemente inefficienti, oltre a incoraggiare la blindatura di una città che si spaccia per turistica, non hanno eliminato affatto il problema del degrado ma al massimo l’hanno spostato e aggravato. La chiusura tramite cancellate non può essere l’unica soluzione: la più semplice e immediata forse, ma non di certo l’unica. È il paradosso di una città che punta sul turismo ma che possiede angoli off-limits a chi non possiede la chiave d’accesso.

    Il contraddittorio caso di Piazzetta dell’Amico

    Nel novembre del 2013 la Direzione Urbanistica del Comune di Genova chiariva in merito alla cancellata la cui installazione è stata voluta da un commerciante di Piazzetta dell’Amico: “Come da accordi intercorsi la cancellata dovrà essere posata esclusivamente nelle ore notturne (ore 23) e smontata al mattino (ore 7) non dovrà quindi essere presente durante tutto l’arco della giornata compresi i giorni festivi e nelle date di chiusura dell’esercizio commerciale. Il mancato rispetto di tale prescrizione prevede la rimozione della stessa”. Bene, a distanza di sette anni la cancellata si trova ancora lì, in un via vai di gente e vigilanti che sembrano aver accettato la ‘gabbia’ come se quello fosse sempre stato il suo posto. Le proteste ‘anti-cancelli’ ci sono state, fino a un certo punto, e poi, stanchi, ci si è arresi. “La soluzione? Emigrare, andare in un altro paese. Qua non c’è nessuna speranza”, ha sbottato Faure, ex attivista dell’Osservatorio.

    A due passi dal Porto Antico e dall’Acquario – l’attrazione principe della città che porta milioni di visitatori ogni anno – troviamo una città blindata da cancelli arrugginiti, a cui manca soltanto il filo spinato. Una vera e propria fregatura se ci mettiamo nei panni di un turista in visita ai celebri ‘caruggi di Genova’, che si trova costretto a fare dietrofront in continuazione. Quella dei cancelli non è una soluzione che ha adottato unicamente il Comune di Genova, poiché di esempi simili ne possiamo trovare a bizzeffe in tutta Italia. Milano, Roma, Ferrara, Rimini e molte altre città italiane si sono viste ‘costrette’ a piantare delle cancellate per limitare il degrado urbano. Eppure, pare assurdo che questa sia l’unica soluzione attuabile. Forse si dovrebbe ragionare un modus operandi diverso, mirato ad estirpare il problema, se il problema esiste, alla radice e non a metterci una pezza e spostarlo un po’ più in la in modo che diventi il tormento di qualche altro quartiere. 

    La nascita di A.Ma per la vivibilità della Maddalena

    Nel 2012 nasce A.Ma – Associazione abitanti Maddalena – con lo scopo di ragionare insieme una serie di regole condivise per la vivibilità degli spazi pubblici del quartiere. Un movimento dal basso che punta alla concretizzazione di idee in azioni che possano migliorare davvero la qualità della vita. Secondo A.Ma la privatizzazione dei vicoli per ragioni di ordine pubblico non può essere la soluzione, quanto piuttosto produrre cultura, organizzare eventi, ritrovi e momenti di condivisione per riqualificare quei quartieri ad alto tasso di criticità. Se l’intero centro storico si impegnasse in questa direzione, invece di chiedere l’installazione di ferrame, forse la vivibilità sarebbe maggiore. La chiusura non è certo la risposta, anzi una contraddizione, nel momento in cui la città si fa portatrice di una sempre più vasta dimensione turistica.

    “Tendenzialmente siamo per la libera circolazione – ci ha spiegato Luca Curtaz, segretario A.Ma e consigliere Municipio centro-est. Crediamo che i cancelli non siano la soluzione adatta. A nostro avviso, è sempre l’ultima spiaggia chiudere dei vicoli con i cancelli. In alcune zone è arrivata forte questa richiesta dai residenti e l’Amministrazione – sia l’attuale e sia quelle precedenti – ha cercato di assecondare istanze di questo tipo. È chiaro che chiudere con i cancelli risolve un aspetto più diretto, a livello di frequentazione, ma mette in moto tutta un’altra serie di problemi: ad esempio Amiu non passa, o fa molti meno passaggi”. Gli attivisti di A.Ma nel 2014 hanno studiato il primo bicibox della città, convinti che un andirivieni di grandi e piccini in sella avrebbe creato un flusso positivo per il quartiere: “In vico Fasciuole abbiamo creato un bicibox condiviso. Il fatto che ci sia un luogo dove tutti i giorni decine di persone vanno a prendere la bici e la riportano per le loro attività, crea un viavai favorevole. Quello che pensiamo è che se i luoghi vengono attraversati e vissuti non ci sia bisogno di chiuderli con dei cancelli”.

    Ancora oggi ci sono richieste da parte di condomini per chiudere alcuni vicoli per le solite questioni riguardanti lo spaccio e il degrado, anche se al momento non sono deliberate altre chiusure. Nel corso degli anni ciò che è rimasto una costante e, anzi, ha visto un peggioramento è la pulizia dei vicoli stessi: “Oggi quello che si nota è che aumentata la carenza di igiene. Le spazzature a mano son sempre più rare e i vicoli più piccoli in cui i mezzi non passano sono in condizioni igienico-sanitarie precarie. Gli Ecopunti di nuova generazione hanno arginato un problema – quello degli spazi utilizzati per svariati motivi di illegalità – ma ne hanno fatto sorgere un altro. I cosiddetti ‘invisibili’ non hanno il badge per accedervi, dunque succede spesso che davanti agli Ecopunti ci siano montagne di spazzatura e questo genera di nuovo sporco e degrado”.

    Il post Covid e i cancelli ‘anti-fuga’ per i pusher

    L’11 maggio 2020 in un post su Facebook la presidente A.Ma Marzia Giorgi ha comunicato: “La situazione in via della Maddalena è al limite del vivibile e il pericolo per i commercianti e abitanti è reale. La nostra speranza è che la giunta comunale di adoperi a risolvere questo problema di sicurezza pubblica anche esponendosi in prima persona con chi ha la competenza in questo ambito. La Maddalena non è all’anno zero, molte cose sono state fatte e appena possibile torneremo ad animare il quartiere con iniziative perché noi continuiamo a credere in questo luogo e qui vogliamo restare a vivere”. Con l’emergenza legata al Covid-19 la situazione nel centro storico è peggiorata e oggi il trend delle cancellate potrebbe subire una nuova impennata. La presenza di strade deserte, secondo i residenti, ha incentivato pusher e malviventi a prenderne il controllo. Quei quartieri che di lotte ne hanno combattute parecchie per ottenere la maggior vivibilità possibile per le famiglie del luogo, sono rapidamente regrediti al punto di partenza.

    Com’è immaginabile, la pandemia ha lasciato un segno soprattutto sui più fragili, fomentando una solitudine che ha portato a una richiesta maggiore di droghe rispetto a prima. La Maddalena è di nuovo zona di spaccio a cielo aperto e si parla – ancora – di cancelli, ma questa  Di nuovo cancelli, di nuovo chiusure. Abbiamo chiesto ad A.Ma se questa fosse una soluzione attuabile: “Assolutamente no. Sono proposte demagogiche, elettorali. Chi ha partorito quest’idea dovrebbe chiudere tutti i vicoli di Genova e sappiamo già cosa vuol dire vivere con cancellate tutte intorno alle nostre case. Sanno benissimo chi sono i pusher, cosa fanno e dove. Se volessero, potrebbero agire ben prima. Esiste un sistema di videosorveglianza con cui, se fosse utilizzato come dicono di voler fare, potrebbero avere un controllo ‘in diretta’ su quello che avviene senza il bisogno di dover chiudere i vicoli con dei cancelli”, ci ha risposto Curtaz.

    “Quel tipo di attività repressiva che va a colpire solo gli spacciatori non serve a niente – ha aggiunto. Arrestati quelli – a patto che succeda e che vengano condannati – ce ne sono molti altri pronti a sostituirli, perché dietro a quelle persone c’è un’organizzazione che trova sempre manodopera per azioni d’illegalità. Primo non vogliamo chiuderci dentro e secondo sono altri gli strumenti per contrastare l’illegalità. Ad esempio, meditare azioni che vadano a colpire i vertici, perché continuando ad arrestare i piccoli spacciatori non si smuoverà mai niente. Ci vorrebbe la volontà politica e istituzionale di proiettare delle risorse economiche di un certo livello per elevare la quantità e la qualità delle indagini, andando così a scardinare le organizzazioni criminali. Lo soluzione è colpire i vertici, che alla fine sono sempre gli stessi. Storicamente, chi muove le fila dello spaccio e della prostituzione nel centro storico di Genova, sono famiglie italiane. Il controllo continua ad essere nelle loro mani”.

    Conclusioni

    Creare istintivamente delle ‘protezioni’ alla propria ‘zona personale’ non risolverà alcun problema, ma lo sposterà di qualche metro. L’idea della cancellate a difesa del decoro urbano è un’illusione. I cittadini si sentono al sicuro, dietro ai cancelli, ma si tratta di una sicurezza fittizia che svanisce nel momento stesso in cui si mette il piede fuori da quel confine. Il degrado va combattuto diversamente, promuovendo occasioni di incontro, coinvolgendo le persone e non confinandole, e alimentando uno spirito di comunità. Il problema va senz’altro affrontato alla radice: un migliore sistema di controllo non può bastare, però. Ad un grande flusso di persone che attraversa le strade andrà proposta una vasta gamma di servizi per consentire di diluire questi flussi. Dunque servono attrezzature, panchine, aree verdi e aree coperte in cui rifocillarsi, ad esempio. E, non per ultimo, la riqualificazione degli spazi fatiscenti con pulizia, arredo urbano, operazioni di restauro e recupero di locali dismessi da tempo. Il centro storico deve respirare, e per farlo i cancelli devono essere aperti.

    Paola Alemmano

     

  • Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    La retorica dovrebbe essere un ponte, una strada, ma in genere è una muraglia, un ostacolo.
    (Jorge Louis Borges)

    La zona urbana della Valpolcevera coinvolta dal crollo di Ponte Morandi ha una storia paradigmatica delle trasformazioni economiche di Genova. Come testimonia il nome stesso, fino alla fine dell’Ottocento, Campi era una zona agricola, punteggiata di orti e frutteti, nonché dalle residenze estive di famiglie patrizie genovesi. Nel 1898, per implementare gli stabilimenti di Sampierdarena e Cornigliano, venne aperta una grande officina siderurgica dell’Ansaldo, motore dello sviluppo economico cittadino al punto da far diventare Genova uno dei vertici del triangolo industriale italiano. Da allora le fabbriche a Campi si sono diffuse a macchia d’olio, facendo della bassa Val Polcevera, insieme al resto della valle e a tutto il ponente cittadino, uno dei poli produttivi della città. Questo processo ha reso Genova, morfologicamente priva di spazi e fragile, una metropoli industriale che, nelle fantasie dei progettisti degli anni Cinquanta e Sessanta, avrebbe dovuto superare il milione di abitanti. Nel 1967, per supplire alle rinnovate esigenze di questo spazio urbano congestionato, venne costruito il Ponte Morandi, un’infrastruttura salutata come un capolavoro ingegneristico e simbolo di uno sviluppo che si credeva infinito. Le cose andarono diversamente; il boom industriale cessò poco dopo, e con esso quello economico e demografico. A Campi, come in altri poli cittadini, le fabbriche vennero chiuse e i capannoni convertiti dalle grandi catene internazionali del commercio e della logistica. Negli ultimi trent’anni Campi è stata un’area destinata a far viaggiare, accatastare e vendere le merci, o da attraversare velocemente per raggiungere l’alta Valpolcevera, periferia sacrificata da decenni di sfruttamento produttivo.

    I quartieri residenziali che insistono su questa zona sono stati socialmente disgregati da queste trasformazioni e sopravvivevano come aree economicamente e socialmente depauperizzate già da decenni. Non è un caso che le case in via Porro o al Campasso avessero tra i più bassi valori commerciali dell’intera città già ben prima della tragedia del 14 agosto 2018.

    “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” è il progetto vincitore del concorso internazionale, indetto dal Comune di Genova e dal Consiglio nazionale Architetti PPC, per il masterplan dell’area attorno al nuovo viadotto che sostituirà Ponte Morandi, viadotto disegnato da Renzo Piano e in via di costruzione ed ultimazione ad opera di Fincantieri e Impregilo-Salini. Il progetto, elaborato dalla Stefano Boeri Architetti in collaborazione con gli studi Metrogramma e Inside Outside, occupa l’area dell’ex parco ferroviario del Campasso, quella che sottende il viadotto, e copre una zona urbana corrispondente ai quartieri di Campi e del Campasso stesso. Suo nucleo centrale è il Cerchio Rosso, una pista circolare sopraelevata, pedonale e ciclabile, lunga un chilometro e mezzo che dovrebbe fare da collante tra i due versanti collinari della valle e da raccordo per i vari spazi sottostanti, culminante in una Torre del Vento alta 120 metri e produttrice di energia eolica. Sotto e attorno ad esso si dovrebbero sviluppare gli altri elementi del progetto: il Parco botanico del Polcevera, una serie di attività espositive e ricreative (un Parco dell’acqua, un Fun Park, tre giardini del Mediterraneo, delle Esposizioni e del Polcevera), l’installazione “Genova nel bosco”, un Parco dello sport con vari campi sportivi e palestre, la riconversione di una vasta rete di edifici e capannoni ad uso commerciale e produttivo ed una nuova stazione ferroviaria.

    La retorica del passato e del futuro

    Il progetto elaborato da Boeri è molto ambizioso nel proporsi come spazio pubblico ed ecologico che riqualifichi una zona difficile e, contemporaneamente, come nuovo luogo simbolico della città, memoria del suo passato industriale e omaggio alle vittime del crollo di Ponte Morandi. Evocando “infrastrutture per una mobilità sostenibile ed edifici intelligenti per la ricerca e la produzione”, esso si pone “l’obiettivo di capovolgere l’immagine attuale della valle del Polcevera, da luogo complesso e tragicamente disastrato a territorio dell’innovazione sostenibile per il rilancio di Genova stessa”.

    Il primo elemento del progetto che salta all’occhio è il tentativo di mobilitare l’orgoglio cittadino attraverso un richiamo romanticizzato all’immaginario dei suoi abitanti:

    La Torre del Vento e il Cerchio Rosso, il Parco del Polcevera e la sua varietà vitale cromatica e botanica, sono il saluto di Genova ai passanti del futuro. Il saluto al mondo da parte di una città di infrastrutture e parchi verticali, di camalli e nobildonne, di cantanti e ingegneri navali. Una Città Superba seppure affranta da una struggente Malinconia; bellissima seppur nell’asprezza delle sue irriducibili contraddizioni. Una Città di acciaio e mare, scolpita dal vento e dalle tragedie, ma sempre capace di rialzare la testa”.

    Al di là del buffo accostamento di camalli e nobildonne, cantanti e infrastrutture, ciò che lascia più perplessi in questa operazione di immagine è il voler far convivere l’inconciliabile, ovvero la natura con ciò che da sempre l’ha negata e distrutta, l’industria, il verde e il mare con l’acciaio e il cemento, l’ecologia con la produzione:

    “Il Cerchio Rosso, il Parco e le nuove Architetture attraverseranno e legheranno tra loro un territorio rigenerato composto di diversi suoli, colori e nature. Un nuovo ambiente caratterizzato da un’altissima biodiversità di specie viventi si tesserà con l’urbanizzato esistente, fatto di ferro e asfalto. Il Parco del Ponte, in questo modo, diventerà un sistema urbano allargato e radicato nel territorio e alternerà nuovi paesaggi resilienti, sistemi interstiziali, e dispositivi di connessione e energetici”.

    Il progetto vorrebbe dunque sposare l’acciaio e l’asfalto che hanno reso moderna la città con “i colori ed i profumi caratteristici della mediterraneità di cui Genova è simbolo nel mondo”, celebrando questo improbabile matrimonio proprio in una delle zone più martoriate dal cosiddetto “progresso” industriale.

    La retorica è nata nel V secolo avanti Cristo in Magna Grecia come arte del discorso e della capacità di persuadere l’uditorio ed è divenuta una delle arti più nobili del mondo classico. Cicerone affermava che un buon oratore deve saper docere, ovvero dare le informazioni sul fatto oggetto del discorso, delectare, ovvero esporre gli argomenti con vivacità evitando l’effetto noia, e movere, ovvero mobilitare i sentimenti dell’uditorio per coinvolgerlo e far sì che esso aderisca alle tesi esposte. Fin dalle origini, i fini della retorica prescindevano da un giudizio etico: “La retorica”, fa dire Platone a Socrate, “a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all’ingiusto” (Platone, Gorgia). Come tale la retorica si è evoluta nel corso dei secoli ed è a tutt’oggi una disciplina assai viva. Nel corso del Novecento i suoi principi sono stati assorbiti nella teoria generale della comunicazione, in particolare della cosiddetta comunicazione persuasiva, e sono stati abbondantemente utilizzati di volta in volta dalla propaganda politica e dalla pubblicità commerciale.

    La maggior parte dei grandi progetti d’architettura contemporanei si fondano su un immaginario progressista, ecologico, sostenibile, smart, in linea con quanto l’epoca richiede. Come sostiene il sociologo urbano Garnier:

    “Per rispondere alle critiche contro il carattere troppo tecnicista della smart city, si parla anche di “città inclusiva” (ovvero, includere gli esclusi dai presunti benefici della mondializzazione capitalista), di “città frugale” (ridurre non il consumo e la produzione, ma lo spreco),”città giusta” (lottare conto le diseguaglianze spaziali, sociali e ambientali), “città sostenibile” (tenere in conto gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, tra cui la diminuzione dell’impatto ecologico), “città verde” (preservare o introdurre la natura in un contesto artificiale) o “città resiliente” (affrontare con successo qualunque forma di vulnerabilità, in particolare quella legata al cambiamento climatico). Tra tutte queste, però, la più apprezzata continua ad essere la “città intelligente” (smart city), poiché materializza e simboleggia l’ingresso glorioso dell’urbanismo nella cosiddetta economia della conoscenza” (J-P. Garnier, Smart City. La “città radiosa” nell’era digitale, Nautilus 2018, pp. 11-12).

    Nel caso del progetto di Boeri e associati, che rientra appieno in questa descrizione, le contraddizioni reali che soggiaciono alla sua retorica risultano particolarmente stridenti.

    Il progetto s’incastra in un’area urbana iper sfruttata e congestionata, limitandosi ad occuparne gli interstizi senza prevedere una vera e profonda ristrutturazione fisica. Nel dettaglio, dalle tavole del progetto si può constatare come, sul versante ovest, il Parco dell’acqua, il Fun Park, il Giardino del Mediterraneo e quello delle Esposizioni sarebbero tutti compressi tra Corso Perrone, il Gasometro riconvertito in parcheggio multipiano, i capannoni dell’Ansaldo, un altro enorme parcheggio e tutto l’insieme insistente sotto il nuovo viadotto dell’autostrada. Allo stesso tempo, il Parco e le altre zone ricreative previste si innesterebbero su una striscia di territorio molto stretta, ritagliata tra le numerose vie a rapido scorrimento che servono a collegare la fascia a mare con l’interno valpolceverasco (Corso Perrone, Via Perlasca, Via 30 Giugno, Via Fillak) e la linea ferroviaria. A valle del Parco la destinazione d’uso dell’area rimarrebbe quella dei capannoni dell’area commerciale, a monte quella industriale dell’Ansaldo.

    Il progetto di Boeri incarna un immaginario urbanistico preciso che ha come referente naturale quella middle class benestante, istruita e salutista che nel tempo libero va in bicicletta, fa jogging o legge un libro in parchi urbani verdi e ariosi, ma questo non è né il caso geografico dell’area in questione né tantomeno il corpo sociale degli abitanti delle aree di Campi e Campasso. Gli indicatori sociali che individuano situazioni urbane di difficoltà – alta percentuale di famiglie composte di anziani soli, concentrazione di immigrati in difficoltà, tassi di scolarizzazione e disoccupazione, indice di povertà – riscontrano valori molto alti nelle aree di Campi e del Campasso, facendone uno tra i quartieri più depressi della città.

    “Trasformando l’area in un insieme attivo e diversificato, il paesaggio in pendenza creerà punti di vista sorprendenti e condizioni interessanti invitando le persone a divertirsi e a farne esperienza in molti modi ogni giorno. Utilizzato per la ricreazione, l’istruzione, lo sport, la meditazione o come luogo di incontro sociale e culturale, il parco, da est-ovest, collegherà persone di entrambi i lati del Torrente e attirerà tutti coloro che provengono da Genova, e non solo”.

    Potrà un parco incastrato sotto l’autostrada, tra la ferrovia, quattro strade trafficate ed enormi aree commerciali, industriali e logistiche, modificare davvero la mentalità, la socialità e la vita quotidiana degli abitanti di quest’area?

    La storia dell’architettura e dell’urbanistica è tristemente costellata di progetti che, avendo applicato un modello teorico sganciato dalla realtà dei luoghi concreti – ovvero non integrato da processi sociali, educativi e culturali che sanassero in modo incisivo situazioni incancrenite di abbandono e marginalizzazione urbani – si sono rivelati dei fallimenti quando non dei veri e propri boomerang, ovvero spazi ben presto muti che hanno finito per alimentare quel senso di tristezza e abbandono che avrebbero voluto combattere.

    Inoltre, suscita più di una perplessità l’ipotesi che il resto della popolazione cittadina che ama godersi il verde e gli spazi aperti – in una città che possiede uno dei più grandi parchi urbani d’Italia (il Parco delle Mura, 617 ettari di colline e natura a ridosso del centrocittà), l’infinità di crêuze che s’inerpicano in collina nel silenzio, i numerosi parchi disseminati in molti quartieri o i lunghi tratti di costa e di mare accessibili – prenderà la macchina per andare a respirare un po’ di aria buona, “a riempirsi i polmoni”, sotto il ponte dell’autostrada a Campi. La presentazione del progetto, simile a quella di un’agenzia immobiliare, sembra voler presentare una facciata linda e invitante dietro alla quale si nasconde un appartamento non così diverso da quello abitato dai condomini precedenti.

    Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi

    In questo immaginario di propaganda la prevista trasformazione di Via Fillak in Boulevard Fillak risulta emblematica. I boulevards furono aperti da Haussmann nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento come parte di un intervento urbanistico, economico e politico di un certo tipo. Prescindendo un giudizio di merito su quell’operazione, i boulevards erano il cuore fisico e simbolico di quella che Napoleone III voleva essere la prima metropoli del nuovo Occidente capitalista, la “capitale del XIX secolo” come la definì Walter Benjamin. I boulevards furono il risultato della demolizione fisica di un tessuto sociale popolare funzionale a costruire una Parigi borghese e turistica, fatta di ristoranti, locali, grandi magazzini, snodo di una ristrutturazione imposta dalle nuove necessità del capitalismo avanzato. Ma qui siamo a Campi nel 2020, in una delle mille periferie abbandonate da quello stesso capitalismo a distanza di oltre un secolo e mezzo di tempo. La demolizione di via Porro, imposta dal crollo del Ponte, non farà di via Fillak un boulevard. La gentrificazione che sottende la retorica dei nuovi boulevards postmoderni e che viene implicitamente evocata dal progetto è un fenomeno urbano contemporaneo che insiste sui centri storici o sui quartieri a ridosso di essi, mai sulle sue periferie post-industriali, assediate dai capannoni commerciali, dal traffico e dagli hub della logistica. Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi, e non il boulevard di una capitale del XXI secolo che Genova non sarà mai, nonostante la retorica dei camalli e delle nobildonne genovesi. 

    La retorica sociale

     “Il tessuto urbano in cui si inserisce il progetto prevalentemente residenziale presenta una mancanza di luoghi pubblici per le attività della comunità. La ricostruzione viene quindi intesa tanto dal punto di vista architettonico quanto da quello sociale. L’obbiettivo infatti è quello di ricostruire un sistema urbano coeso, socialmente attivo e vivace, innovativo tanto da rivitalizzare non solo il quadrante stesso ma diventando attrattore per le zone limitrofe. A partire dalle richieste del bando pertanto, il programma funzionale all’interno del quartiere viene definito attraverso una serie di poli attrattori che spaziano dal mercato alla residenza fino ad arrivare a piccole realtà sportive, ricettive e commerciali mirate all’integrazione e alla generazione di un attrattività rispetto agli utenti delle fasce limitrofe”.

    Se la presentazione del progetto è incentrata sulla volontà di ricostruire un tessuto sociale e pubblico, i dati concreti relativi alle architetture da costruire o convertire parlano di una realtà ben diversa: gli spazi previsti da dedicare alla cultura sono il 6 % (5 830 mq), al settore residenziale-ricettivo il 5,8% (5 612 mq), allo sport il il 9,4% (9 095 mq), mentre al commercio sarà destinato il 36,2% (35 172 mq) e a quello produttivo il 42,6% (41 368 mq). Il benessere e la qualità della vita degli abitanti promessi continueranno dunque a dipendere soprattutto dalla produzione e dal commercio, gli stessi ai quali da decenni quella parte di città è stata sacrificata.

    In alcuni passaggi del progetto si legge in modo esplicito la gerarchia delle priorità stabilite: “I capannoni industriali esistenti vengono riconfigurati mantenendo le stesse funzioni, come l’incubatore d’imprese BIC, e inserendo funzioni produttive innovative (dalle nuove startup ambientali alla dislocazione di dipartimenti dell’IIT), anche ripensando la mobilità pedonale e carrabile di questa porzione di valle”.

    Nello specifico, solleva particolari dubbi l’opportunità di inserire 35000 mq di funzioni commerciali in un’area già satura per la presenza dei vari Ikea, Leroy Merlin, Decathlon, Euronics ecc. e, poche centinaia di metri più a valle, dell’ex area industriale Ansaldo recuperata da decenni a principale centro commerciale di Genova, la Fiumara. A fronte di una necessità non reale in un’area già congestionata di attività di questo tipo, il pericolo è che questi nuovi spazi rimangano vuoti, aumentando quella mancanza di vita che inficerebbe la fruibilità dell’intero progetto da parte della popolazione. Più in generale, non si comprende come il previsto e augurabile “sistema urbano coevo, socialmente attivo e vivace” potrebbe svilupparsi se l’80 per cento dell’area del progetto dovrebbe essere dedicato all’estrazione di profitto, quando la storia urbana capitalistica degli ultimi 150 anni dimostra che laddove si innesca il ciclo produttivo-consumistico le comunità umane e le forme di vita sociali vengono irrimediabilmente erose e degradate.

    La rinnovata polis evocata nel progetto sembra dunque sovrascrivere e coprire con una blanda verniciata di verde, sostenibilità e cultura l’ulteriore rafforzamento della metropoli produttiva. Ma come potrebbe essere diversamente, quando nessuno mette in discussione – e la gestione dell’emergenza attuale dettata dalla pandemia del coronavirus ne è la dimostrazione più clamorosa – la dittatura del profitto e del PIL? Il capitalismo continua ad essere una religione, come diceva Walter Benjamin già nel 1921, e gli architetti continuano a concepirsi come dei tecnici e non dei politici, come insegnava Le Corbusier negli stessi anni.

    La retorica ecologica

    Elemento centrale del progetto è il Parco botanico del Polcevera, “un nuovo paesaggio che raccoglie la varietà delle piante e delle essenze del Mediterraneo”, che dovrebbe misurare 13 ettari e ospitare 2895 alberi. Per presentarlo Boeri fa appello al pezzo forte della sua poetica architettonica recente, il tema del bosco:

    “Radici, tronco, rami, foglie. Stare in un bosco è come stare in una pinacoteca, tutto quel colore stimola l’immaginazione. Un albero col suo silenzio ci racconta il trascorrere del tempo con la stessa forza di un dipinto. Sta a noi leggerne la storia. Ogni radice, nervatura del tronco, ramo, foglia sono particolari che diventano metafore, simboli del nostro vivere. Ogni dettaglio ha racconti da narrare come una lancia di Uccello, una stele di Poussin, una schiena di Friedrich. Ogni pianta ha la sua personalità: incanta e stupisce, tranquillizza o inquieta, a seconda della forma, dei colori, della luce che la irradia. Di fronte alle sue fronde chiudiamo gli occhi, respiriamo a pieni polmoni e cerchiamo di assimilarne intensamente il profumo. Ogni persona si può identificare in un albero per atteggiamento, costituzione, ideale; ma nessuno potrà mai esserne padrone. Potrà solo, a sua volta, voler essere albero”.

    innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico

    Tralasciando l’effetto un po’ stridente di immaginare che un pur bel albero ombreggiato dal sovrastante viadotto autostradale potrà evocare la ricerca del dettaglio di un quadro di Paolo Uccello, Poussin o Friedrich, è l’intera impostazione di Boeri sulla funzionalità ecologica dei suoi boschi urbani che suscita molte perplessità, come dimostrano le numerose critiche rivoltegli, a partire dalla natura classista e spettacolare del celebre Bosco Verticale costruito nel Quartiere Isola di Milano. Scrive al proposito Fabrizio Bellomo:

    “Questa forestazione urbana mi suona un po’ come la vernice utilizzata da certi street artist, la quale sarebbe capace di assorbire l’inquinamento e migliorare così l’aria circostante, bah… Va ribadito (e ha senso farlo!): questa teoria relativa al “…combatte(re) efficacemente il cambiamento climatico…” attraverso la piantumazione di alberi sui balconi di grandi grattacieli di cemento armato rimane un’abile operazione comunicativa. La forestazione di cui si parla altro non è che un escamotage di tipo visivo con cui rivestire grandi cubature di cemento, attraverso delle altrettanto grandi fioriere – sempre in cemento – le quali andranno a contenere gli alberelli rigorosamente selezionati dal paesaggista di turno.Tale genere di forestazione – solo per usare le stesse parole, poiché in realtà si tratta più di un pattern, di un rivestimento appunto –, finisce così per generare una patina di verde verticale che non farà altro che produrre (per la comunità) dei soli paesaggi, fotografabili e condivisibili, paesaggi dunque pregni di un alto livello di likeability. Piacenti e ruffiani. Il Bosco Verticale (già quello milanese) genera sicuramente un paesaggio ma non genera per questo anche un ambiente (pubblico). Per spiegarsi meglio: il paesaggio generato dal Bosco Verticale viene disatteso dall’ambiente cittadino che ci circonda mentre usufruiamo della veduta di questa struttura: asfalto e palazzi. Questa è un’architettura dissociata – e forse in un’epoca in cui la dissociazione fra quello che si è e quello che si fa è diventato un paradigma fondamentale per la sopravvivenza – vi è anche la motivazione dell’enorme successo di questi edifici”.(F.Bellomo, Le foreste sono orizzontali , https://www.artribune.com/arti-visive/2019/11/boeri-bosco-verticale-tirana-editoriale-fabrizio-bellomo/).

    Le contraddizioni verticali del grattacielo ecologico milanese sono le stesse, riprodotte su un piano orizzontale, del Parco del Polcevera; innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico.

    L’evocazione da parte di Boeri del sentimento romantico della natura, riscontrabile nel riferimento specifico a Friedrich, è particolarmente significativa. In un bel capitolo del suo libro L’arte del viaggiare, Alain de Botton, recatosi nel Lake District sulle orme del grande poeta romantico Wordsworth, ci ricorda come quest’ultimo, nel suo amore sconfinato per la natura inglese ancora per larghi tratti incontaminata della prima metà del 1800, notasse come città e natura fossero incompatibili: “Parte del suo biasimo era rivolto contro l’inquinamento, la congestione, la miseria e la bruttezza delle città, ma provvedimenti antitraffico e sgombro degli slum non sarebbero valsi a revocare la bocciatura di Wordsworth. A preoccuparlo non era tanto la salute degli abitanti, quanto l’effetto della vita urbana sulla loro anima” (A. De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002, p. 138). La natura, diceva Wordsworth, è un cosmo, un sistema complesso che ha tanto da dare e insegnare agli uomini ma solo quando conserva la sua integrità e autonomia; essa, al contrario del conciliarci con l’asfalto e il cemento, ci dovrebbe indurre “a cercare nella vita e nel prossimo ‘quanto vi è desiderabile e buono’. Essa era una ‘immagine della giusta ragione’ capace di correggere gli impulsi sviati della vita urbana” (ivi, p. 146).

    La retorica della memoria

    Nel cuore del Parco del Polcevera verrà realizzata un’istallazione concepita dall’artista Luca Vitone, “Genova nel Bosco”, che prevede la piantumazione di 43 piante di specie diverse in memoria delle vittime della tragedia del Ponte Morandi, “a perenne ricordo del dolore e delle debolezze degli uomini” e come simbolo “dell’indomita forza di una città”. Spiega Vitone stesso:

    “Ogni albero sarà dedicato a un personaggio ligure di ogni epoca dell’ambito culturale, da Montale a Pivano, da Germi a Villaggio, da Strozzi a Scanavino, da Alberti al Coppedé. Personalità nate nella regione o che nella regione hanno trovato linfa per la propria crescita, figure che con la propria immaginazione hanno contribuito a esportare nel mondo l’immagine di Genova e della Liguria. Ogni nome dell’autore sarà celato dal suo anagramma che darà il titolo alla pianta e sarà cura del visitatore, come in ogni gioco enigmistico, scoprire la persona a cui l’albero è dedicato. Un percorso libero che ognuno potrà intraprendere all’interno del Bosco e dove troverà diverse sedute caratterizzate da un disegno particolare a forma di ruota o di croce su cui potrà sedersi, leggere e riposarsi all’ombra delle fronde. La curiosità del visitatore sarà soddisfatta da delle schede botanico‐simbolico‐biografiche che per ogni albero/autore ne racconterà affinità, accostamenti e relazioni. Queste informazioni, con la relativa soluzione dell’anagramma, saranno disponibili con un’applicazione pensata apposta per il progetto”.

    Ponte Morandi, così com’era e così come sarà nella sua nuova veste, è una necessità, l’infrastruttura di un sistema economico-politico – il capitalismo industriale – che ha portato benessere materiale ad alcune generazioni, ma che ha rappresentato anche un abbrutimento nocivo della qualità della vita quotidiana collettiva e che, come è sempre più evidente, sta portando il pianeta al collasso. Proprio la morfologia e la storia recente di Genova – dal crollo di via Digione nel 1969 a quello di Ponte Morandi, passando per le numerose alluvioni (di cui il Polcevera è stato spesso un pericoloso protagonista) che hanno provocato morti e disastri – dimostrano come la natura e i suoi fragili equilibri non siano più compatibili con un certo modello produttivo.

    A fronte di tutto ciò, il voler celebrare il passato della grandezza industriale della città ricordando le vittime del collasso di uno dei suoi simboli con degli alberi non suona un po’ stonato? E non suona stonato anche il voler insistere nel celebrare il passato della città come un tutto indistinto, associando al crollo di Ponte Morandi poeti e letterati, quasi a voler santificare il modello di progresso produttivista come il migliore dei mondi possibili, anche quando i suddetti esponenti dell’arte e della cultura evocati nulla centravano con esso o addirittura palesemente lo criticavano (basti pensare alle biografie e ai contenuti artistici di un Pietro Germi e di un Emilio Scanavino)?

    Quali sono “il dolore e le debolezze degli uomini” che dovrebbero essere ricordati? Le quarantatré persone inghiottite da quella voragine del 14 agosto 2018 sono morte per le responsabilità precise di un sistema economico-politico. Identificarle con altrettanti personaggi celebri che dimostrerebbero la nobiltà di Genova, la quale a sua volta si sovrapporrebbe al simbolo del vecchio Ponte Morandi, le disincarna e ne sfrutta l’orribile fine per celebrare un presunto spirito del progresso di cui esse sarebbero state vittime in un senso quasi hegeliano (“tutto il reale è razionale, tutto il razionale è reale”). In questo senso “Genova nel bosco” appare un’operazione triplamente subdola di spersonalizzazione di chi è scomparso quel giorno, assoluzione morale dei responsabili della tragedia, depoliticizzazione di un sistema. Operazione non soltanto retorica in questo caso, ma di sfacciata propaganda funzionale a suggellare nell’immaginario collettivo l’idea che quella tragedia sia stata un destino soggettivo e non una precisa colpa di chi gestiva quel tratto autostradale e quel viadotto, traendone lauti profitti e senza curarne la sicurezza.

    Un sobria targa come quelle che sono sempre state utilizzate per ricordare i nomi delle vittime delle guerre, o ancora meglio una colonna infame come quella murata in piazza Sarzano dagli ex abitanti della zona di Via Madre di Dio dopo il suo abbattimento per ricordare le responsabilità politiche di un disastro urbano o sociale conclamato, parrebbero soluzioni più degne e appropriate per ricordare le vittime del crollo di Ponte Morandi, senza anagrammi, giochi enigmistici e presunte suggestioni bucoliche. 

    La retorica della neolingua

    “Un Cerchio di acciaio, Rosso. Un anello che abbraccia – passando sotto il nuovo Ponte – un territorio di ferro, acqua, cemento e asfalto. Il Cerchio Rosso di acciaio, memoria di una potente tradizione di altoforni, gru, carroponti, corre attorno ai luoghi più vicini alla tragedia del 14 agosto 2018. Li abbraccia senza separarli dal loro contesto, ma anzi legandoli tra loro”.

    Elemento centrale, cuore simbolico e raccordo materiale dell’intero progetto, è il Cerchio Rosso, progettato in prima persona da Stefano Boeri con l’intento di legare “concettualmente e fisicamente le diversità di un quartiere che ha sempre tenuto insieme industria, infrastrutture e case”. La storia, come già detto, è oltremodo ricca di progetti urbanistici nati con le più roboanti dichiarazioni e intenzioni progressiste e rivelatesi dei fallimenti sociali e ambientali. A Genova è fin banale citare i Giardini Baltimora – più noti come Giardini di Plastica – costruiti sulle sopra citate macerie della zona di Via Madre di Dio.

    L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti

    Ma un altro esempio sovviene alla mente pensando ai percorsi sopraelevati del Cerchio Rosso: il quartiere periferico di Thameshead, nella zona sud-est di Londra, costruito alla fine degli anni Sessanta, contemporaneamente a Ponte Morandi e figlio dello stesso positivismo economico-sociale, per affrontare la carenza di alloggi della capitale britannica. Salutato come un progetto di avanguardia per il suo design sperimentale e brutalista (lo stesso dei palazzi dei Giardini di Plastica), Thameshead venne caratterizzato da un insieme di terrazze e da una fitta rete passerelle costruiti attorno a un sistema di laghi e canali. L’entusiasmo iniziale si scontrò con la realtà dei fatti e Thameshead divenne rapidamente un agglomerato insicuro e degradato, al punto che già nel 1971 Stanley Kubrick lo scelse per girarci alcune delle scene più celebri di Arancia Meccanica.

    Una popolazione che non trovò risposte nel progetto degli architetti trasformò quello spazio in una zona insicura e degradata, tanto che ben presto le passerelle vennero chiuse. Se la scommessa architettonica del Cerchio Rosso si rivelasse un azzardo non è difficile immaginare un destino simile. Una comunità la fanno i cittadini quando si sentono protagonisti attivi del cambiamento e quando un progetto risponde con realismo e intelligenza alle loro esigenze. In questo senso “Il Parco del Polcevera” lo vivranno davvero gli abitanti del quartiere per “fare sport, giocare, raccogliere fiori e frutti, usufruire di aree dedicate sia agli animali sia agli aspetti ludici, educativi e di socializzazione”, come auspicato, o diventerà l’ennesima terra di nessuno per i novelli drughi della società occidentale post-coronavirus, opportunamente e ulteriormente distanziati socialmente?

    Quale che sarà lo sviluppo reale di questo progetto, ci sono motivi per pensare che l’immagine progressista di rilancio della Valpolcevera incontrerà delle difficoltà concrete a realizzarsi. L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti.

    Una caratteristica fondamentale di questa propaganda è l’utilizzo abbondante, da parte di Boeri e associati, della neolingua tipica degli architetti contemporanei. Abbiamo visto come la cornice linguistica e ideologica generale del progetto si materializzi nell’affastellamento stridente che associa il passato industriale di Genova ai colori e ai sapori del Mediterraneo, la gloria trecentesca della Superba di Petrarca agli esiti catastrofici della speculazione edilizia e di infrastrutture obsolescenti come Ponte Morandi. Allo stesso tempo il linguaggio tecnico che descrive gli interventi concreti del progetto stesso sembra volersi legittimare alla comunità internazionale degli architetti d’avanguardia più che rivolgersi agli abitanti di Campi e del Campasso. Al di là dell’abuso snobistico di termini inglesi per esporre concetti che avrebbero un loro semplice equivalente italiano – shared surfaces, smart mobility, mixite funzionali, sheds, wayfinders, clusters, strips –, ci sono interi brani della presentazione del progetto che traducono l’impressione di tecnici che pianificano dall’alto la vita quotidiana delle persone comuni:

    “Così come il programma funzionale, anche gli stessi involucri architettonici di progetto vengono ripensati trasversalmente alle fasce del quadrante, con l’obiettivo di sviluppare una semantica condivisa a micro e macro scala, alla base di un’identità comune e riconoscibile per il Quadrante”.

    L’uso di questo linguaggio per una disciplina, l’architettura, che modella la vita quotidiana delle persone, e, nello specifico, per un progetto che modificherà la vita di una popolazione di condizione sociale ed estrazione culturale di un certo tipo, richiama la neolingua, termine inventato da George Orwell nel suo celebre 1984 per definire un linguaggio innovatore che, proponendosi come incomprensibile per i sudditi, proibisce loro ogni pensiero critico nei confronti dell’autorità costituita. Come la neolingua degli architetti contemporanei si inscriva nella tradizione della retorica piegata ai fini della propaganda e della pubblicità ce lo ricordano ancora le parole di Socrate riportate da Platone oltre 2400 anni fa: “Dunque, il retore e la retorica si trovano in questa posizione rispetto a tutte le altre arti: non c’è alcun bisogno che sappia come stiano le cose in sé, ma occorre solo che trovi qualche congegno di persuasione, in modo da dare l’impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno” (Platone, Gorgia).

    Nello specifico la neolingua della smart city, vero e proprio feticcio urbanistico della contemporaneità, ha degli obiettivi chiari all’interno dell’arte della retorica che ne deve promuovere la bontà e l’approvazione pubblica:

    “Per portare a termine una politica urbana che dia la priorità agli interessi privati senza provocare opposizioni popolari, è necessario formattare l’opinione pubblica. Per questo le parole adoperate non sono soltanto descrittive ma anche stimolanti: devono provocare il sostegno e perfino l’entusiasmo della gente. Tuttavia, a differenza della propaganda dei regimi definiti totalitari […], la propaganda della smart city seleziona il proprio vocabolario adoperando la tecnica o, meglio, la tecnologia come referente ultimo o come garante di efficienza e obiettività. Presentato come una seconda natura, l’ambito tecno-scientifico imprime un marchio di ineluttabilità sulle decisioni che si pendono. Ormai non si tratta tanto di governare, quanto di gestire. Motivo per cui ai gestori e ideologi della smart city piace così tanto la parola “governance”, importata – come tante altre – dagli USA e presa dal mondo “apolitico” dell’impresa” (J-P. Garnier, Smart City, cit., p. 11).

    Allo stato attuale, le politiche urbane cittadine indicate dal progetto del Parco del Polcevera non sembrano dunque prefigurare un vero cambiamento di rotta nella gestione dello spazio pubblico e di una strategia di reale coinvolgimento, partecipazione e miglioramento delle condizioni di vita di chi abita aree periferiche come quella della bassa Val Polcevera. Un progetto ridondante di ottimismo, verde, socialità e cultura verrà messo alla dura prova delle contraddizioni e dei limiti che emergono dal contesto reale di quella zona. Cosa si materializzerà nella vita reale dei cittadini di quelle aree, al di là della retorica e della propaganda, lo vedremo all’atto pratico. Speriamo di sbagliarci, perché Genova non ha più spazio per ulteriori buchi neri urbanistici.

     

    Leonardo Lippolis

     

    * tutte le citazioni riportate riguardanti il progetto “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” sono tratte dalle tavole del progetto stesso e dalla sua presentazione da parte del Comune, consultabili entrambe sul sito https://smart.comune.genova.it/contenuti/il-parco-del-polcevera-e-il-cerchio-rosso

  • Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    In una manciata d’anni, il vecchio fabbricato dell’ex stazione di Pra’ ha visto trasformarsi tutto ciò che gli stava intorno. A lato mare, dove prima c’erano i binari della ferrovia, ora c’è l’Aurelia. A monte, la strada dove passavano le automobili è stata a sua volta sostituita da una zona pedonale su cui affacciano case e negozi. Una trasformazione cominciata nel 2006, con la costruzione più a sud della nuova stazione, e proseguita in anni più recenti con i Por, finanziamenti dal valore di 20 milioni di euro targati Unione europea e Comune di Genova, che hanno cambiato in modo consistente il volto del quartiere.

    A rimanere sempre uguale, in mezzo a tutto questo cambiamento, è stata proprio la ex stazione. Solo recentemente liberata dalle transenne che la circondavano ormai da tempo, la struttura oggi espone le sue pareti esterne ripitturate di fresco al centro della strada. Vuota. Perché cosa ce ne faremo, di questa palazzina che cominciò la sua carriera di stazione ferroviaria nel 1856, ancora non è chiaro. E dire che le idee, negli ultimi mesi e negli ultimi anni, non sono mancate. Solo che le idee del Comune di Genova, che ci mette i soldi, sono diversi da quelle del Municipio 7 Ponente, che accusa Tursi di non tenere abbastanza in considerazione le esigenze della cittadinanza e di voler imporre dall’alto il proprio progetto. L’idea originale del Municipio, approvata all’unanimità, era quella di dividere il prima piano della struttura tra un mercato per prodotti alimentari a chilometro zero e un museo del pesto mentre al piano superiore l’idea era realizzare una biblioteca multimediale che fosse anche uno spazio aperto per mostre e incontri. «Una piccola città dei bambini – la definisce Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio, che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico e sta seguendo il progetto – richiesta anche dal civ, dall’associazione La giostra della fantasia e dalla comunità praese». Lo scorso aprile, invece, il Comune di Genova ha approvato una mozione perché negli spazi venga realizzato un centro per la prevenzione dei disturbi alimentari.

    Lo scontro tra Municipio e Comune

    Lo scorso 23 settembre, la commissione che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico del Municipio 7 ha votato contro il progetto presentato in quell’occasione dalla direzione progettazione del Comune, rappresentata dagli architetti Tartaglino e Bartolini e dall’ingegnere Piro. «Il progetto presentato si riferiva solo al primo piano della struttura, ma noi avremmo dovuto votarlo in toto – spiega Ferrando – come si fa a votare un progetto se non ci sono ancora i fondi e senza sapere in cosa consiste? Al momento ci sono i 400 mila euro per il piano di sotto che potrebbero diventare 600 mila per il progetto complessivo, ma ad oggi, di certo, per il piano di sopra non è stato stanziato un soldo». Il consigliere municipale di A Sinistra Filippo Bruzzone ha invece giustificato il suo no con un post su Facebook, in cui ha lamentato soprattutto uno scarso ascolto del territorio: «Ho votato no perché il Comune ha redatto un progetto senza coinvolgere la cittadinanza ma nelle stanze del matitone – ha scritto – Come Municipio abbiamo “costretto” a presentare un progetto a marzo (bocciato già quello): dopo 6 mesi hanno presentato lo stesso identico progetto, una presa in giro».

    Solo che a tirar troppo per le lunghe il dialogo tra sordi tra Comune e Municipio rischiano di venir meno i 400 mila euro messi a disposizione da Tursi. «Se ci troviamo in questa situazione – commenta Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio – è a causa della presa di posizione dell’ex assessore ai lavori pubblici, che aveva imposto una destinazione d’uso dei locali senza curarsi della decisione presa all’unanimità dal Consiglio Municipale e della volontà della delegazione». Il riferimento, neanche troppo velato, è all’ex assessore Paolo Fanghella, di recente uscito dalla giunta Bucci. I rapporti tra Fanghella (che del municipio ponente è stato consigliere e ha provato a diventare presidente alle elezioni del 2017) e la maggioranza di centrosinistra che appoggia il presidente del Municipio 7 Chiarotti, del resto, non sono mai stati semplici. Per tutta l’estate tra le due parti sono volate accuse – via social o interviste sui media – sul ripascimento della spiaggia di Voltri e i lavori di sistemazione della passeggiata, con l’assessore che rivendicava di aver rispettato i tempi e la maggioranza del 7° che invece oltre a criticare i tempi lunghi per i lavori di riparazione della passeggiata (non ancora conclusi) e avanzava dubbi sulla qualità dei materiali usati per il ripascimento della spiaggia (una polemica che va avanti ancora adesso). Visto l’orientamento opposto, poi, entrambi accusavano la controparte di agire per calcolo politico.

    La ricerca di un compromesso

    Con Pietro Piciocchi, che dallo scorso 7 settembre ha preso il posto di Fanghella, il settimo municipio spera di avere rapporti meno tempestosi: «Il nuovo assessore sembrerebbe di idee più aperte – chiosa Ferrando – speriamo sia più disponibile a venire incontro alle esigenze del territorio». La riprova delle parole di Ferrando arriverà molto presto. La riunione di commissione del 23 settembre, infatti, si è chiusa con l’incarico al presidente Chiarotti di trovare in tempi rapidi una quadra insieme al nuovo responsabile ai lavori pubblici: «Se Chiarotti riesce a bloccare il discorso del mutuo e possiamo allungare i tempi – spiega Ferrando – possiamo definire un progetto nuovo e nel caso votarlo, possibilmente già nel giro di due o tre settimane». L’idea sarebbe insomma quella di trovare un compromesso tra il piano del Municipio e quello del Comune, nella speranza che il nuovo assessore abbia un approccio meno rigido. Compromesso per cui Ferrando vede spazi, visto che l’idea della “città dei bambini” al piano superiore è già di fatto stata abbandonata per caratteristiche tecniche della struttura, che al piano superiore è poco adatta perché si è rilevato non fattibile abbattere i muri per creare lo spazio necessario: «Se invece la mettessimo al piano di sotto, lato ponente – ragiona il consigliere – avremmo comunque uno spazio di nove metri per quattro, quindi un buon spazio. Sul lato levante ci sarebbe invece spazio per il mercato a chilometro zero. Al piano di sopra potremmo avere tre stanze più piccole a disposizione, in cui fare anche la stanza per i disturbi alimentari voluta dal Comune e le altre assegnarle a rotazione alle associazioni del territorio». Sull’idea del centro per i disturbi alimentari, però, mantiene molte riserve Bruzzone, che da consigliere ha seguito da vicino l’evoluzione del progetto e su Facebook elenca così i motivi del dissenso: «a) non è stato concordato col territorio; b) il territorio non lo vuole ; c) il servizio è garantito da asl3 sia al martinez sia a Voltri; d) non ho documentazione che attesti chiaramente che il suddetto servizio sia totalmente pubblico e gratuito; e) un centro per i disturbi alimentari sopra ad un mercato (?); f) immagino che chi affronta questa difficile battaglia voglia più discrezione possibile, e questo lo garantisce la struttura asl3 non certo il secondo piano della vecchia stazione di Pra dove tutti sanno chi va a fare cosa».

    Luca Lottero

  • Ne demolissero altri cento

    Ne demolissero altri cento

    Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione “ad alta voce”, che partendo da un personale punto di vista pone sul tavolo interessanti e forse inevitabili spunti di riflessione sul vaso di Pandora scoperchiato dalla tragedia del Morandi. Quanti “ponti” sono stati costruiti seguendo un progetto di progresso rivelatosi fallimentare nella restituzione allargata del benessere? Qual è il prezzo che Genova sta pagando? Era possibile fare diversamente e meglio? Ma soprattutto è possibile oggi fare diversamente e meglio? Tra “il comando dei mediocri” e “l’abitudine al brutto” quanti futuri abbiamo perso e stiamo ancora oggi perdendo?

    di Giacomo D’Alessandro *

    In vista dell’anniversario della tragedia di Ponte Morandi farò una riflessione che a molti suonerà provocatoria se non irrispettosa. Pace. Fermo restando il cordoglio sentito e necessario, penso sia importante richiamare l’attenzione anche su alcuni aspetti più scomodi che la realtà ci porta addosso, e che ci riguardano tutti.

    Il Ponte Morandi, quel che ne restava, è stato disintegrato in 6 secondi ormai un mese fa. Chi vi ha assistito da vicino si è reso forse conto di cosa deve provare chi subisce oggi una guerra. Deve aver intuito lo sgomento di quando un’esplosione come quella, che pure era prevedibile e concentrata in un punto a distanza di sicurezza, ti incombe addosso ogni minuto del giorno e della notte. Quale dev’essere il trauma psicologico di bambini, donne, uomini, anziani costretti a vivere per mesi in un posto dove quello squarcio devastante può accadere senza alcun controllo, piombare sulla tua impotenza.

    Pausa. Cosa c’entra questo con noi, Genova? Apparentemente niente. Suggestione. E invece, anche se non ci pensiamo mai, siamo tra i primi paesi al mondo ad esportare armi e bombe. Potremmo boicottare da anni questa industria di morte, col nostro voto politico, col consumo critico, abbandonando le banche armate a favore di banche etiche. Non lo abbiamo fatto. Non ci pensiamo. Che la nostra città abbia intrapreso una lotta contro le navi armate saudite è novità degli ultimi mesi, e si deve al collettivo dei portuali e a quelle associazioni di nicchia da sempre impegnate sul tema, con scarsa eco mediatica.

    Riflettiamo. Non fermiamo lo sguardo al nostro cortile e al nostro ponte. Perché dice molto di più, questa esperienza anche emotiva, fisica, simbolica che le circostanze ci fanno subire.

    A scomparire da Genova non è solo una via di comunicazione. È un “mostro” della cosiddetta civiltà moderna. Abbiamo l’onestà di dire che il Ponte Morandi era un “pugno nell’occhio” di cemento e metallo, che ha tranciato via l’orizzonte (e che orizzonte: il mar ligure rinomato in tutto il mondo) a decine di migliaia di persone per decenni? O siamo talmente assuefatti alle “necessità del progresso” da aver assunto come normale persino un’estetica – che è stata tutto fuorché a misura d’uomo? Ho ascoltato rispettosamente quegli abitanti scossi dai singhiozzi per un travolgimento emotivo, per un simbolo che ha accompagnato la loro rappresentazione della realtà quotidiana, e che adesso tragicamente è andato giù. Sia chiaro: non mi sfiora neanche l’idea di giudicare quel dolore. Non lo posso capire e non ho la pretesa di giudicarlo. Ho passato tanto tempo ospite di amici che vivono a Certosa, col ponte in faccia. Ho sperimentato quella quotidianità. Ma se ci fermiamo attoniti a quel dolore istintivo, alla retorica della città ferita, rinunciamo a chiederci che umanità siamo diventati.

    Perché percepiamo bellezza, rassicurazione e famigliarità davanti ad un mostro? Peppino Impastato spese una bellissima riflessione sull’urgenza di insegnare la bellezza alla gente. Noi a che idea di bellezza ci siamo abituati? Come è successo? Cosa ha a che fare questa estetica pesante e violenta con la Genova dei caruggi, dei forti, dei palazzi mercantili e delle creuze? Del mare e dei monti, del vento e delle valli?

    Almeno in questo, dovrebbe esserci un certo sollievo nell’aver “rimosso” un emblema della cementificazione selvaggia che ha aggredito il nostro territorio. Al di là del dolore umano e sociale che non si tocca (giova ripeterlo, perché già me li vedo i commenti di accusa), oggi potremmo avere la maturità di riflettere che un ponte del genere non avrebbe mai dovuto essere costruito. Si potevano studiare ben altre alternative, più umili, meno ambiziose, per rispondere alle necessità di un popolo. È lo stesso ragionamento che vale per tutti i palazzi-mostro delle nostre periferie, tirati su come carnai disumanizzanti sull’onda della necessità, e di cui oggi a livello sociale paghiamo lo scotto.

    Abbruttire una valle e una parte di città – che nascerebbe per favorire la vita e la serena crescita delle persone – è qualcosa di cui abbiamo ancora necessità? Va bene, è stato considerato necessario e avanguardista in un certo momento storico; ma possiamo dirci oggi che il Ponte Morandi ha svolto una funzione sbagliata? Ovvero unire la città di ponente con il centro. Consentire di bypassare ad alta velocità la città, passandoci in mezzo. Ma che idea è? Come è possibile – ce ne siamo resi conto solo con questa tragedia – che una intera città si percepisca unità grazie ad un ponte autostradale? È normale? Che umanità siamo diventati? Che ne è stato delle naturali vie di collegamento costiero?

    [quote]Scopriamo solo oggi che si potevano aprire strade alternative lato porto? Scopriamo solo oggi che si poteva tenere aperta la metro anche di notte? [/quote]

    Nessuno nega le esigenze e i compromessi del realismo; ma perché guardare ancora col para-occhi e come soluzione ripetere gli errori fatti? Scopriamo solo oggi che si potevano aprire strade alternative lato porto? Scopriamo solo oggi che si poteva tenere aperta la metro anche di notte? Sicuramente scopriamo solo oggi possibilità aggiuntive, come le biciclette elettriche e il monopattino elettrico, ai quali basterebbe una pista protetta che percorresse tutta la città costiera e le direttrici delle valli (più uno sharing efficace) per consentire la mobilità sostenibile “traffic-free” che in tante città europee è ormai il presente evoluto, e che sgraverebbe anche Genova di tanti problemi e tanto stress. Va bene, non è una soluzione per tutti. Certo che non lo è: non esistono soluzioni per tutti, è finita l’epoca del generalismo, delle realtà di massa. Le esigenze sono frammentate, la popolazione è frammentata, il territorio è spaccato. Per questo aggrapparsi ad un ponte non ha senso né verso il passato né verso il futuro: perché abbiamo da investire in micro-soluzioni molto più efficaci, umane e differenziate. Treni urbani, metro di superficie, piste ciclabili, bike e car sharing, impianti di risalita, zone di interscambio, navibus, sentieri urbani… E non state tutti lì a dire: “certo, certo, ma come si fa…” Si fa se si vuole. Se si investe lì e non altrove. Decenni fa si doveva fare.

    Pensiamo al rumore, allo smog e alla bruttura che quel ponte ha imposto per decenni a decine di migliaia di persone residenti. Era necessario farlo così? Era impensabile costruire un tunnel di superficie molto più basso (come i ponti ferroviari vicini), dove possibile addirittura interrato, anche a costo di smontare un paio di palazzi? Sarebbe stato silenzioso, quasi invisibile, e col contenimento degli scarichi. Perché le cose brutte, se proprio necessarie, non le nascondiamo alla vita quotidiana di una città? Di questo progresso mi piacerebbe si parlasse.

    [quote]l’inerzia dei vecchi e di personaggi mediocri al comando sempre e comunque, che tappano spazi e visioni, assecondando invece che guidando la popolazione[/quote]

    Di cominciare a demolire quegli eccessi di sovrastrutture pachidermiche, inefficaci, insicure, tristi e brutte con cui abbiamo soffocato la nostra vita quotidiana. E c’è poco da dare colpe alla politica, che è nostra espressione (o espressione del caso, visti gli ultimi dati di astensione). Genova non cresce, non cresce nel senso autentico di qualità, non di quantità, perché la sua gente non vuole vedere, non vuole capire, non vuole cambiare. E su questo c’è poco da fare, se non sbattere la faccia sulle continue tragedie e frustrazioni che in questi anni si susseguono. Ma c’è una tragedia più silenziosa che diventerà assordante: la fuga dei giovani e degli adulti più talentuosi, in cerca di spazi espressivi; l’inerzia dei vecchi e di personaggi mediocri al comando sempre e comunque, che tappano spazi e visioni, assecondando invece che guidando la popolazione. La sproporzione tra le due correnti è tale e tanta che parecchi giovani vivono e lavorano già da “vecchi dentro”, per potersi inserire nei gangli genovesi, e ritagliarsi un ruolo.

    Ecco, non so se ho condiviso qualcosa di utile, probabilmente no. Ma la sensazione ad un anno da quel ponte che crolla, davanti a chi si ferma soltanto al dolore dell’imprevedibile, è un po’ questa. Di chi non sa più distinguere ad alta voce tra un ponte che non doveva cadere (e non doveva uccidere), ed una città che non doveva affidarsi ad un affare del genere, lasciandosi ferire e deturpare ben prima nella sua socialità, facendosi incapace persino oggi di immaginare alternative per una vita più umana, una vita più bella.

    *Coordinatore Centro Banchi – Genova

  • Piccapietra, la zona morta. Pianificazione urbana e significato politico di un non luogo

    Piccapietra, la zona morta. Pianificazione urbana e significato politico di un non luogo

    di Leonardo Lippolis

     

    Le recenti chiusure de “la Rinascente” di via XII Ottobre, dopo 58 anni di attività, e successivamente di alcuni bar e locali, ha sollevato un dibattito cittadino sulla scarsa vitalità dell’area di Piccapietra, divenuta l’emblema di una Genova in crisi, vecchia ed immobile. Pare strano, ad amministratori e commentatori, che una zona così centrale e moderna non attragga investimenti e non sia il cuore dinamico della città, sul modello delle grandi metropoli occidentali.

    Oggi Piccapietra, concepita all’epoca dai progettisti per diventare il centro direzionale finanziario di una metropoli che avrebbe dovuto superare i due milioni di abitanti, è vissuta come un’enclave, uno scheletro muto e freddo privo di forme di vita, da attraversare frettolosamente. Insomma, il prototipo di quelli che l’antropologo francese Marc Augè ha definito i non luoghi: spazi, tipici dell’urbanesimo contemporaneo, in cui le persone transitano ma nessuno vi abita, respingenti qualsiasi dimensione sociale, privi di identità e rapporto con la storia, talmente uguali gli uni agli altri da risultare interscambiabili. Se la nuova Piccapietra non è mai diventata la city finanziaria, e questo per la miopia di chi ha idealizzato un futuro rivelatosi impossibile per Genova, ha tuttavia vissuto un paio di decenni di relativa vitalità commerciale, a partire proprio dall’apertura della Rinascente nel 1960, come salotto della borghesia cittadina. Ora che le sue principali attrazioni commerciali hanno chiuso, ci si accorge di come essa stia diventando una zona morta e di come l’intero progetto della città moderna concepita in quegli anni stia mostrando una vecchiaia prematura.

    Le radici lontane di un fallimento

    Eppure questo fallimento ha delle radici lontane. Sebbene oggi la distruzione dell’antica Piccapietra venga unanimemente considerata come un errore, quello che si omette di dire è che essa fu una scelta voluta e pianificata per decenni, perfettamente inserita nello spirito dell’epoca e, come tale, rappresenta un paradigma ed un crocevia della storia urbana, sociale e politica del Novecento. A Piccapietra, sia simbolicamente che materialmente, “la città è nuda”.

    Portoria era uno dei sei sestieri che formavano l’antica città medievale, periferico in senso geografico ma vitale nel suo tessuto sociale. La porta che sorgeva al suo margine faceva parte della cinta di mura del Barbarossa; per quanto meno monumentale di Porta Soprana e Porta dei Vacca, essa vantava due solide torri e, oltreché Aurea, era anche detta Porta D’Oria, perché sorgeva sui terreni della nobile famiglia, e la sua contrazione in “Port’Oria” portò alla sua denominazione. All’interno del sestiere, che si estese nel corso dei secoli fino a coprire una parte molto ampia del centro città, Piccapietra era una porzione di territorio che prendeva il nome dalla principale attività artigianale che vi si svolgeva, la lavorazione della pietra. A Piccapietra tenevano bottega infatti numerosi scalpellini, scultori e artigiani che lavoravano i marmi nonché l’ardesia che veniva cavata in Val Fontanabuona.

    [quote]Nel nuovo contesto urbano la zona di Piccapietra venne a trovarsi incastrata come un residuo medievale circondato dai nuovi assi viari e, già nel 1885, l’ingegnere e architetto Cesare Gamba, il progettista di via XX Settembre, auspicò la necessità di uniformarla al tessuto circostante[/quote]

    La storia plurisecolare del sestiere subì il primo scossone con la rivoluzione urbanistica di fine Ottocento. Genova era all’epoca una delle città economicamente più importanti della nuova Italia unita e voleva rappresentarsi con un’immagine degna del suo crescente prestigio. Tra gli anni settanta e la fine del secolo nacque così il centro borghese e monumentale delle varie via XX Settembre, piazza De Ferrari e via Roma con allargamenti, sbancamenti, sfratti. Le celebrazioni colombiane del 1892 furono un ottimo pretesto ideologico e un’occasione economica per quest’opera di modernizzazione e l’inaugurazione, proprio nel 1900, di via XX Settembre, segnò simbolicamente il suo compimento. Nel nuovo contesto urbano la zona di Piccapietra venne a trovarsi incastrata come un residuo medievale circondato dai nuovi assi viari e, già nel 1885, l’ingegnere e architetto Cesare Gamba, il progettista di via XX Settembre, auspicò la necessità di uniformarla al tessuto circostante. Così il primo sbancamento di una parte della collina che costituiva la peculiarità fisica di Piccapietra venne realizzato tra il 1874 e il 1876 per realizzare Galleria Mazzini, andando a distruggere, tra altre strade, la famigerata Crosa del Diavolo, così chiamata in ricordo del “bosco del diavolo”, una zona di vegetazione intorno a Corvetto considerata per molto tempo pericolosa a causa di strani rumori e apparizioni, dovuti in realtà a stratagemmi che contrabbandieri e malfattori vari mettevano in atto per evitare di essere disturbati nei loro traffici, e per questo motivo fatta radere al suolo dal Senato genovese già nel Seicento.

    Il dibattito ed i progetti di Gamba proseguirono per lunghi anni senza nessun riscontro pratico fino al Piano Regolatore del 1932, che organizzò una trasformazione razionalista del centro città culminata nella distruzione dell’antico quartiere di Ponticello e nella costruzione dell’attuale piazza Dante e del grattacielo di Piacentini. Dopo quest’ulteriore operazione, Piccapietra e la zona di via Madre di Dio rimanevano due resistenze medievali ancora più isolate e assediate dalla modernità e si posero quindi come urgenze da risolvere.

    La resa dei conti

    La questione venne finalmente affrontata nell’immediato secondo dopoguerra. Due furono i fattori decisivi che intervennero tra i progetti non realizzati dal Piano Regolatore del 1932 e l’effettiva distruzione di Piccapietra negli anni cinquanta. Innanzitutto gli ingenti danni provocati dalla seconda guerra mondiale, che colpì pesantemente il centro città, distruggendo numerosi palazzi e lasciando imponenti rovine. La necessità di ricostruire fu un ottimo pretesto per organizzare la resa dei conti con le vestigia della città vecchia. Ma soprattutto, a dare forma e contenuto al nuovo che avanzava, era sopraggiunta la redazione del manifesto dell’urbanistica moderna: la Carta d’Atene, scritta da Le Corbusier, a capo del pool di architetti internazionali del CIAM, nel 1933 e pubblicata nel 1938.

    [quote]Le Corbusier si ispirava esplicitamente alla fabbrica di Henry Ford rivoluzionata dall’introduzione della catena di montaggio[/quote]

    La Carta d’Atene sosteneva che, nella nuova civiltà urbana, la vita dell’uomo moderno si riducesse a quattro bisogni fondamentali: abitare in alloggi salubri, lavorare, ricrearsi nel tempo libero e circolare rapidamente. La città doveva organizzarsi ex novo intorno alle necessità della produzione industriale e della circolazione delle merci e, non a caso, Le Corbusier si ispirava esplicitamente alla fabbrica di Henry Ford rivoluzionata dall’introduzione della catena di montaggio. In questo senso i suddetti quattro bisogni dell’uomo diventavano funzioni utilitaristiche dell’economia capitalistica. Il sistema concettuale di Le Corbusier era lineare e geometrico come i suoi progetti: il motore che muove tutto è la produzione industriale; la città, in quanto luogo privilegiato della sua organizzazione, va modernizzata come una macchina efficiente; le persone, inquadrate come una massa anonima, laboriosa e obbediente, devono essere integrate come ingranaggi di questa macchina.

    Tradotto in pratica, questo modello di un formicaio umano automatizzato prevedeva innanzitutto lo sventramento dei centri storici, i quali dovevano divenire poli direzionali fatti di grattacieli, uffici e servizi. Il cuore pulsante della città pubblica doveva trasformarsi nel cervello organizzativo della città fabbrica. Soltanto alcuni monumenti di valore storico artistico dovevano essere salvati dalla distruzione, ma completamente isolati dal loro contesto urbano di origine. La popolazione sfollata dal centro andava redistribuita a corona in zone periferiche, organizzate in agglomerati di edifici di nuova concezione, le cosiddette Città radiose. Unità di abitazione concepite ognuna come una piccola città verticale, esse dovevano ospitare oltre 1500 persone l’una e tutti i servizi del vecchio quartiere (negozi, scuole, attività varie) compresi al proprio interno. Le Corbusier – teorizzando che la casa sarebbe una “macchina per abitare” – realizzò il prototipo della Città radiosa a Marsiglia tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta, prototipo che sarebbe stato clonato (quasi sempre privo dei servizi previsti al suo interno) nei decenni successivi nelle periferie di tutto il globo. Il resto della città doveva essere strutturato attraverso un reticolato perfettamente ortogonale di spazi verdi per rigenerare il corpo dalle fatiche del lavoro e grandi arterie di traffico che permettessero la circolazione veloce delle automobili. Sostanzialmente incurante delle specificità storiche, geografiche e climatiche, questa città geometrica di cemento, vetro e viali infiniti avrebbe dovuto essere riprodotta pressoché uguale a se stessa ovunque.

    Alla base della teoria di Le Corbusier c’era sicuramente una visione prometeica della nuova civiltà delle macchine e dell’ “uomo nuovo”, condivisa con il resto della comunità architettonica e urbanistica dell’epoca. L’ideologia funzionalista era infatti prettamente funzionale ai bisogni della ristrutturazione capitalistica postbellica e la Carta d’Atene offriva ottimi principi per la modernizzazione delle città, tanto che venne accolta nelle sue concezioni di fondo. Ma, a differenza di altri urbanisti e architetti sinceramente progressisti, Le Corbusier aveva un più preciso progetto politico reazionario che è riuscito a far passare attraverso la sua retorica modernista.

    Che Le Corbusier avesse simpatie per il fascismo e il nazismo non è ormai più un mistero; ben tre biografie uscite recentemente in Francia lo documentano. Pieno di entusiasmo e probabilmente speranzoso di rientrare in quel piano, egli scriveva in una lettera alla madre: «Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa». Ma già nel tumulto sociale degli anni venti Le Corbusier, dichiarando esplicitamente “architettura o rivoluzione, si può evitare la rivoluzione”, aveva fatto intendere che una certa pianificazione architettonica e urbanistica sarebbe stato un ottimo strumento per reprimere le lotte e gli slanci rivoluzionari dell’epoca. Così, trent’anni dopo, la sua Città radiosa permetteva finalmente di raggiungere il conseguente obiettivo urbanistico di quel programma politico: “sopprimere la strada”, considerata una vestigia di barbarie, un insopportabile anacronismo.

    [quote]attraverso un’equazione urbanisticamente lombrosiana, il popolo che si annidava tra le sue pieghe non poteva che essere moralmente corrotto[/quote]

    La strada, da sempre scenografia della vita collettiva della città, sua anima sociale e politica, andava sostituita con il corridoio interno all’unità di abitazione, da usare per transitare da casa a scuola, dalla lavanderia al negozi. Nei suoi testi urbanistici, Le Corbusier associava esplicitamente l’insalubrità dei vecchi quartieri, principale pretesto per la loro demolizione, con un giudizio morale negativo sui suoi abitanti. Come i crocicchi di strade tortuose della città medievale erano brutti e malsani rispetto all’ordine perfetto della linea retta, così, attraverso un’equazione urbanisticamente lombrosiana, il popolo che si annidava tra le sue pieghe non poteva che essere moralmente corrotto.

    La Carta d’Atene venne redatta al termine di una crociera-laboratorio compiuta dal pool di architetti del CIAM nell’estate del 1933 tra Marsiglia ad Atene, durante la quale vennero visitate e studiate una serie di città da cui trarre indicazioni per un’idea di rinnovamento urbanistico generale. Tra di esse vi fu Genova, di cui Le Corbusier discusse con i colleghi, ed è facile immaginare in quali termini progettuali. La Carta d’Atene divenne dunque il manifesto incontrastato dell’ideologia urbanistica del secondo dopoguerra ed alla sua stretta osservanza si attenne anche la Commissione Urbanistica incaricata dal Comune di Genova, alla fine del 1945, di studiare la redazione di un Piano di Ricostruzione delle zone bombardate, nonché quella delle linee guida di un nuovo Piano Regolatore Generale cittadino. Varie vicende portarono allo slittamento dell’approvazione e a varie modifiche del Piano Regolatore fino al 1959, ma l’urgenza spinse il Comune ad elaborare nel 1950 un Piano Particolareggiato di Esecuzione, reso operativo dal 1953, per la sola zona di Piccapietra.

    Fedele interprete di Le Corbusier, Eugenio Fuselli, uno dei responsabili del piano, dopo averla già in un’altra occasione definita “inaccessibile e squallida”, affermava: “Piccapietra è porzione centralissima della città rimasta esclusa dalla vita moderna ed è un tipico esempio del “baracchismo” insediatosi nelle aree necrotiche centrali, residuate dai bombardamenti dove tipiche isole etniche di immigrati in breve tempo si ambientano e vengono raggiunti dai familiari” (E.Fuselli, La città e il piano, 1954).

    [quote]“Va notato – si legge nella relazione del Piano Regolatore – che mediante la realizzazione di questi piani e di quello generale scompariranno completamente i seguenti vecchi quartieri: Piccapietra, San Vincenzo, Madre di Dio, San Donato, il Molo e Prè”[/quote]

    In tutti i testi degli architetti preposti allo studio della trasformazione di Genova la contrapposizione tra città “vecchia” e città “moderna” veniva esplicitamente usata nei termini di un giudizio inappellabile di condanna della prima ed esaltazione della seconda. Il progetto formulato dalla Commissione urbanistica prevedeva lo sventramento dell’intero centro storico: “Va notato – si legge nella relazione del Piano Regolatore – che mediante la realizzazione di questi piani e di quello generale scompariranno completamente i seguenti vecchi quartieri: Piccapietra, San Vincenzo, Madre di Dio, San Donato, il Molo e Prè” (B.Giontoni, L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni Sessanta, Erga, 2017, p.183). Per capire la portata dell’intervento sul centro storico (comprese Piccapietra e Madre di Dio), si pensi che i tecnici avevano previsto la necessità di sloggiare e deportare complessivamente 68 mila genovesi (ivi, p.165). Mario Labò, infine, spiegava come la popolazione espulsa dal centro città dovesse essere ricollocata in “borghi satellite”, ovvero in zone periferiche lontane dal centro e che, a tal fine, fosse necessario “vincere la diffusa ostinazione ad abitare nel centro” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi, 2015, pp.41-42).

    Tutto ciò si materializzò nell’espansione urbana collinare che caratterizzò Genova per i successivi vent’anni. Nuovi edifici e quartieri sorsero sulle alture di una città già satura di spazi, avviando quel meccanismo di speculazione edilizia diffusa e incontrollata, i cui risultati abbiamo ancora oggi sotto gli occhi. D’altronde, lo stesso Labò, mettendone in guardia dal “pervertimento”, affermava che la speculazione fosse la “leva dell’industria” da incoraggiare e finanziare, osservando cinicamente che l’espropriazione degli edifici della città vecchia, visti i loro modesti valori economici, sarebbe stata poco gravosa e che fosse quindi urgente “metterla a disposizione dei costruttori” (B.Giontoni, op.cit, p.96).

    Anche l’ondata costruttiva seguita al dibattito teorico si ispirò al dettato corbusiano. Nello specifico, la prima area identificata per ricollocare gli sfollati del centro storico fu la collina circostante Mura degli Angeli. Il fotomontaggio del nuovo borgo satellite realizzato dai progettisti nel 1949 e pubblicata sulla rivista “Genova” rende l’idea: una quindicina di unità di abitazioni che avrebbero occupato tutto lo sviluppo verticale della collina. Di fatto ne venne materializzato soltanto un frammento, il complesso delle due “macchine per abitare” (quella orizzontale identica al prototipo di Marsiglia) realizzate da Carlo Daneri a Mura degli Angeli tra il 1954 e il 1956. Stesso destino ebbe il borgo satellite previsto a Quezzi. Anche in questo caso venne realizzato meno della metà del progetto originario; ispirati dal modello mai realizzato del Plan Obus, pensato da Le Corbusier per Algeri, Daneri e Fuselli idearono questa volta una città radiosa sinuosa che seguisse il profilo della collina di Forte Quezzi: il celebre Biscione, costruito tra il 1956 e il 1968. A questo proposito merita di essere ricordato un piano, concepito nel 1965 per il ponente genovese come revisione del Piano Regolatore del 1959, che testimonia in modo inequivocabile ed impressionante quale fosse l’utilizzo che si voleva fare di complessi simili e l’intero immaginario della città fabbrica dell’epoca. Il piano, elaborato dalla commissione Astengo (comprendente anche il già citato Fuselli) prevedeva che l’intera costa venisse occupata da un’area portuale ed affiancata da una ripida successione di costruzioni a intasare la collina che, in successione, comprendeva: la ferrovia, una linea di edifici di scalo al porto, una strada sopraelevata a scorrimento veloce, l’Aurelia, un centro direzionale di edifici destinati alla gestione dei traffici portuali, l’autostrada ed, infine, in cima alle alture, un’area residenziale costituita da una serie continua di supercondomini ispirati al Biscione.

    Il Piano di Piccapietra, adottato dal Consiglio Comunale nel luglio del 1950 e regolamentato attuativamente nel 1953, prevedeva lo sbancamento totale dell’area per ottenere una superficie urbanistica di 63.700 mq e l’allontanamento e il ricollocamento delle 808 famiglie (circa 2200 persone) residenti negli edifici da demolire, 705 delle quali, appartenendo alla fascia dei meno abbienti, avrebbero dovuto accedere ad alloggi a canone sociale previsti dal piano nazionale Ina-Casa. I lavori cominciarono nel 1951 per realizzare via XII Ottobre, il collegamento tra piazza Corvetto e via XX Settembre previsto già dalla fine dell’Ottocento. La distruzione proseguì per tutti gli anni cinquanta. Insieme alla Porta Aurea e agli ospedali degli Incurabili e del Pammatone (di quest’ultimo, seriamente danneggiato dai bombardamenti della guerra, venne conservato solo il colonnato di base, inglobato nella struttura moderna del nuovo Tribunale), scomparve l’intero reticolato di vicoli compresi tra via Cebà, salita di Piccapietra e piano di Piccapietra, vico Pelle, vico Tintori, scalinata Casacce, vico delle Fucine, vico dei Santi, vico Pellissoni, vico Agogliotti, vico Zuccarello, via Balilla, vico Pevere, via Bartolomeo Bosco, salita Cannoni, via di Portoria, e con esso il fitto e vivo tessuto popolare di attività artigianali e di una comunità plurisecolare. Nel 1957 i lavori erano già così avanzati che Ottavio De Santis e Gino Pesce potevano comporre la struggente Piccon dagghe cianin, canzone immediatamente entrata nel repertorio tradizionale genovese. A partire dal palazzo de “la Rinascente”, inaugurata nel 1960, la ricostruzione proseguì per tutto il decennio, coinvolgendo numerosi ed affermati architetti.

    [quote]E’ facile immaginare cosa sarebbe oggi Genova e quale sarebbe stata la responsabilità politica dei progettisti dell’epoca se il loro piano fosse stato realizzato integralmente: l’intero centro storico raso al suolo e sostituito da un’enorme colata di cemento[/quote]

    E’ facile immaginare cosa sarebbe oggi Genova e quale sarebbe stata la responsabilità politica dei progettisti dell’epoca se il loro piano fosse stato realizzato integralmente: l’intero centro storico raso al suolo e sostituito da un’enorme colata di cemento, fatta di non luoghi anonimi, grattacieli, qualche palazzo storico isolato in mezzo al nulla e larghe strade di attraversamento per collegare il levante al ponente (necessità quest’ultima a cui avrebbe sopperito la Sopraelevata, cominciata nel 1961). Le paludi della politica e gli eccessivi investimenti economici richiesti impedirono la concretizzazione di questo scempio. Vanno ricordati, a tal proposito, i nobili interventi di personaggi come Caterina Marcenaro e Ludovico Quaroni che, chiamati a dare una consulenza sul tema specifico del centro storico, ne difesero l’integrità, rivendicando “il senso poetico della vita” come un valore sociale e ricordando che “la città è come l’uomo. Non può vivere senza memorie” (citato in B.Giontoni, op.cit, p.182).

    La guerra mondiale contro la “feccia dei quartieri poveri”

    Ma torniamo a Le Corbusier, per approfondire le appena accennate implicazioni politiche della sua progettazione urbanistica. Egli affermava di ispirarsi al “genio” del barone Haussmann, il prefetto della Senna che, nella Francia di Napoleone III, tra il 1853 e il 1870, aveva disegnato il volto moderno di Parigi radendo al suolo i suoi quartieri medievali per costruire la città monumentale con i suoi grandi viali, meglio noti come boulevards.

    Anche le motivazioni ufficiali della ristrutturazione voluta da Haussmann erano stati la modernità, l’igiene, il decoro, la grandeur. Ma un’altra ragione fondamentale del suo piano fu esplicitamente il disperdere quel popolo che, negli ultimi decenni della storia della città, era insorto troppe volte. In una arringa del 1864 contro la “feccia” dei quartieri poveri, Haussmann aveva fatto intendere come la nuova organizzazione urbana dovesse materialmente togliere il terreno da sotto i piedi ai rivoltosi. Costruendo viali enormi, come ci ricorda Walter Benjamin, “egli voleva rendere impossibile per sempre l’erezione di barricate a Parigi” (W.Benjamin, Angel novus, 2014, p.158). Purtuttavia il progetto di Haussmann non ottenne subito i risultati previsti; costretto a dimettersi nel 1870, egli fu costretto l’anno dopo ad assistere alla più clamorosa e radicale insurrezione proletaria del XIX secolo, la Comune. «Secondo Haussmann i parigini non esistevano, e la città era soltanto un immenso albergo di ricchi e di lavoratori […]. L’assedio ha dato ad Haussmann la risposta che meritava. Stranieri, notabili, burocrati, gente a caccia di piaceri, nomadi, tutti sono fuggiti. I veri abitanti di Parigi sono rimasti soli. Erano stati isolati, separati, cacciati di quartiere in quartiere e privati di ogni diritto per vent’anni. Ma la vita municipale non era finita, e alla prova del fuoco è tornata a fluire come il vino dal torchio». Così commentò a caldo il politico e pubblicista Augustin Cochin, riportato dallo storico Louis Chevalier in un capolavoro della storia sociale ottocentesca, Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivoluzione industriale, scritto nel 1958. In questo saggio Chevalier analizzava la nascita, sull’onda della grande industrializzazione, della Parigi moderna come luogo affollato di masse sradicate dal mondo contadino e ancora prive di un’identità operaia; masse che il capitalismo voleva per l’appunto laboriose ma che invece ondeggiavano ancora pericolosamente sui margini di una minaccia incontrollabile all’ordine costituito. Questa divisione, tra classi pericolose e laboriose, si era riproposta, aggiornata ai tempi, al centro della riflessione di Le Corbusier; il suo “architettura o rivoluzione” degli anni venti del Novecento si muoveva esattamente nel senso della necessità di dare l’accelerata definitiva al processo di disciplinamento delle masse e, mutatis mutandis, echeggiava ancora nella lotta tra la città “vecchia” e quella “moderna” delineata dagli architetti e urbanisti alle prese con la trasformazione di Genova nell’immediato secondo dopoguerra.

    Se il celebre Plan Voisin, progettato e mai realizzato da Le Corbusier nel 1925, era stato esplicitamente concepito “per distruggere i quartieri più malfamati” di Parigi (Le Corbusier, Urbanistica, Garzanti, Milano, 1974, p.234), il piano di ricostruzione della Genova postbellica si muoveva di fatto sulla stessa direttrice. Negli ambienti ravvicinati della città vecchia, come Le Corbusier ben sapeva, il popolo viveva a stretto contatto, maturando forme di vita proprie, legami di solidarietà e mutuo appoggio, ovvero una propria esperienza sociale autonoma, spesso in conflitto con la disciplina richiesta dalla ristrutturazione capitalista. In una città concepita come una fabbrica, l’elemento comunitario diveniva un intralcio, un ostacolo da rimuovere, e l’urbanistica e la zonizzazione funzionaliste intervennero in questo senso. Disintegrando comunità, invadendo le strade con le automobili, isolando e separando le persone, segregando la socialità negli spazi chiusi dell’edilizia residenziale, esse riuscirono nell’intento di uccidere quello che Vasco Pratolini chiamava “il sentimento di quartiere, e quel sapersi inventare la vita nella misura dei nostri corpi, vicini e solidali” (Pratolini, Il quartiere, 1945).

    Una suggestiva sintesi della collisione tra questi due mondi è ben rappresentata in Mon Oncle, un film di Jacques Tati del 1956 che descriveva ironicamente la caotica, disordinata ed allegra vita di un quartiere popolare della vecchia Parigi, minacciata dall’avanzare dell’alienante e asettica modernizzazione razionalista. La comodità offerta dal frigorifero, dalla lavatrice, dalla televisione e dall’automobile – che proprio in quegli anni si imponevano come beni del consumo di massa – veniva pagata ad un caro prezzo, quello che, negli stessi anni, i situazionisti riassumevano nel baratto tra “la garanzia di non morire più di fame con la certezza di crepare di noia”. Proprio le trasformazioni urbanistiche pensate da Le Corbusier erano, secondo i situazionisti, strumenti fondamentali per imporre questa “idea borghese di felicità”. Nella prospettiva innovativa della “critica della vita quotidiana”, essi identificavano infatti nell’alienazione dello stile di vita organizzato dalla modernizzazione delle città – che i sociologi francesi avevano ribattezzato metrò-boulot-dodo (metrò-lavoro-nanna) – un’arma formidabile con cui il capitalismo, insieme al suo corollario consumistico, si stava trasformando in un sistema di mercificazione totalitaria (“la “società dello spettacolo”) della vita individuale e sociale, colonizzandone ogni momento dello spazio-tempo e l’immaginario, e rendendo di fatto impossibile sperimentare un altro modo di vivere che non fosse il solo funzionamento produttivistico della mega macchina.

    Piccapietra tra speculazione e “scenografica politica”

    In questo senso la storia di Genova assomiglia a quella delle altri grandi città europee. Nel 1977 in Francia usciva un altro libro di Louis Chevalier, intitolato L’Assassinat di Paris, che denunciava gli esiti catastrofici della politica urbanistica che, sulle orme di Haussmann e Le Corbusier, aveva completamente sventrato la Parigi storica e popolare. Chevalier faceva nomi e cognomi della speculazione, citava atti ufficiali di quel delitto urbanistico. Un libro sull’assassinio di Genova avrebbe sicuramente un ampio capitolo da dedicare a Piccapietra.

    Sebbene nelle intenzioni del progetto elaborato in quegli anni di demolizione dell’intero centro storico non ci fosse sicuramente più un’urgenza “poliziesca” di controllo e sradicamento delle “classi pericolose”, il caso volle che anche la distruzione di Piccapietra anticipò di poco l’ultima insurrezione del popolo genovese. Nella gara tra gli speculatori che nel 1950 Mario Labò incoraggiava a mettere le mani sulla ricostruzione di Piccapietra, tra i vincitori ci fu Fausto Gadolla, un self made man arricchitosi nel campo delle costruzioni già dalla fine degli anni venti e che, nel periodo postbellico, seppe sfruttare l’onda favorevole della ricostruzione. Con la complicità di alcune connivenze politiche, fece circolare la voce che il Comune volesse espropriare la zona e convinse i proprietari a vendere per cifre modestissime, arrivando a impossessarsi di buona parte dell’area da ricostruire (Cfr. P.Zerbini, Dalle sabbie del Bisagno ai grattacieli di Piccapietra, “Il Lavoro nuovo”, 7 ottobre 1970). Gadolla, in particolare, fece erigere la Torre San Camillo, in onore dell’attigua chiesa dedicata al santo, unica architettura superstite della vecchia Piccapietra. Iniziato nel 1960 e terminato nel 1966, questo banale grattacielo completava, fisicamente e simbolicamente, la ricostruzione della nuova Piccapietra.

    Fausto Gadolla era anche di dichiarata fede fascista e nel 1960, proprio mentre apriva i battenti la Rinascente di via XII Ottobre, decise di concedere il Teatro Margherita, di sua proprietà e sito in via XX Settembre a pochi metri dai cantieri della demolizione, come sede del congresso del MSI che avrebbe dovuto tenersi il 2 luglio. Com’è noto, questo fatto venne considerato come una provocazione intollerabile da una città che, appena quindici anni prima, tramite l’azione militare dei partigiani e la complicità dell’intera popolazione, si era liberata da sola dei nazisti, senza dover attendere l’aiuto degli Alleati. Il 30 giugno 1960 scesero in piazza decine di migliaia di genovesi e la rivolta che ne seguì travalicò pure il tentativo da parte del PCI e dei sindacati di contenerne la rabbia. Le cronache di quel giorno insistono molto sulla protezione che i vicoli a ridosso da De Ferrari diedero ai rivoltosi nell’alternarsi delle cariche e dei caroselli dei blindati; su come il popolo del centro storico partecipò attivamente agli scontri e come, dalle sue finestre, volassero vasi sulle teste dei poliziotti. Risulta facile immaginare che la composizione proletaria di Piccapietra, se non fosse stata appena sloggiata, avrebbe probabilmente partecipato alla sommossa, offrendole una porzione di territorio amico in più.

    Va anche detto che il 30 giugno 1960 non può essere spiegato soltanto con l’orgoglio antifascista della città. I famosi giovani con le magliette a strisce – che affiancarono numerosi gli ex partigiani, i camalli e gli operai – erano troppo giovani per aver partecipato alla Resistenza ed esprimevano una nuova componente sociale. C’era in ballo qualcosa in più, un disagio che cominciava a manifestarsi nei confronti del benessere consumistico che, se da un lato innalzava innegabilmente il livello materiale della vita delle persone, dall’altro lato spingeva sensibilità acute come quella di Luciano Bianciardi a parlare di nuove “vite agre”. Non a caso Danilo Montaldi, acuto osservatore della nuova urbanizzazione di quegli anni (si veda il suo Milano Corea del 1960), scrisse, a nome del gruppo militante antistalinista di Unità proletaria di cui faceva parte e con cui partecipò agli scontri, che quella rivolta dimostrava che “quando cessa la fame e la miseria non cessano i motivi per mettersi contro l’attuale società, le classi che la governano, e la polizia che la difende” (Il significato dei fatti di luglio, “Quaderni di Unità proletaria”, luglio 1960).

    Questo intreccio tra storia della forma urbana e storia politica di Genova, generatasi intorno ai protagonisti della distruzione di Piccapietra, avrebbe riservato altre suggestioni interessanti.

    Il 5 ottobre 1970 Sergio Gadolla, il figlio secondogenito di Fausto, venne rapito attraverso un’azione clamorosa e inedita, e rilasciato soltanto dopo quasi tre mesi di prigionia dietro il pagamento di un riscatto di 200 milioni di lire. Il rapimento era opera della banda 22 ottobre, il primo gruppo di lotta armata d’Italia, apparso sulla scena genovese nel 1969. I membri della 22 ottobre erano proletari della Val Bisagno che si ispiravano alla teoria della Resistenza “tradita”, avevano partecipato alla rivolta del 30 giugno ed erano decisi a combattere, in una prospettiva neoresistenziale, contro un capitalismo in cui percepivano che il fascismo fosse sopravvissuto e si stesse riciclando. Essi scelsero Sergio Gadolla proprio per la responsabilità politica del padre nell’aver concesso il Teatro Margherita per il convegno del MSI, ma anche per una certa coscienza del significato politico dei luoghi urbani, dal momento che provenivano tutti dalle case popolari di piazzale Adriatico, un quartiere che si era appena sviluppato proprio a partire dalla ricollocazione e deportazione di una parte consistente degli sfollati di via Madre di Dio, il cui sventramento aveva seguito di pochi anni quello di Piccapietra. Non fu dunque un caso che la 22 ottobre, l’anno dopo il rapimento Gadolla, scelse l’Istituto Autonomo Case Popolari per una rapina di autofinanziamento. Lo IACP fu individuato infatti come responsabile delle politiche di speculazione edilizia che erano state all’origine della recente strage di via Digione, quando il 21 marzo 1968 una delle palazzine costruite sulle alture della collina degli Angeli crollò seppellendo sotto le macerie 19 persone. La rapina andò male; il fattorino Floris provò a resistere all’esproprio e rimase ferito a morte da un colpo di pistola sparato da Mario Rossi. I membri della banda vennero arrestati e la sua storia finì lì, mentre la speculazione edilizia continuò a colonizzare le alture genovesi per anni (basti pensare a Begato, alle lavatrici di Prà, al CEP di Voltri o all’insediamento di Quarto alta), rispondendo non più ad un’espansione della città che si era fermata ma allo sfollamento di altri abitanti del centro città che invece proseguì a lungo.

    [quote]Portman dichiarò all’epoca che a Genova non ci fosse nulla che restasse impresso nella mente di chi la visitava e che il suo grattacielo avrebbe fatto la fortuna della città[/quote]

    Se di Sergio Gadolla si ricorda solo questo episodio legato alla cronaca, il primo rapimento politico d’Italia, l’altro figlio Gianfranco ha proseguito la strada del padre e ha tentato un colpo di mano speculativo che, se si fosse realizzato, avrebbe segnato ancor di più la storia recente della città. In vista dell’ondata di soldi in arrivo su Genova per i Mondiali di calcio del 1990 e le Colombiane del 1992, a Genova si scatenò una nuova ondata speculativa da parte dei palazzinari che portò, tra l’altro, al disegno della zona di San Benigno con il nuovo centro direzionale (WTC e il Matitone) e alla discutibile realizzazione di Corte Lambruschini, uno storico caseggiato a corte con annesso mercato dei fiori rimpiazzato dal solito complesso di grattacieli di cemento e vetro. Gianfranco Gadolla, per l’occasione, si fece sponsor e promotore, nel 1988, di un impressionante progetto di cementificazione dell’intero Porto Antico, il Cono Portman, dal nome dell’architetto americano John Portman. Esso prevedeva la distruzione di tutta l’area compresa tra la Stazione marittima e il Molo vecchio, mediante la costruzione di un’isola di cemento alta sei piani e culminante in una torre alta 262 metri a forma per l’appunto di cono, che sarebbe stato il più alto grattacielo d’ Europa. L’isola avrebbe avuto forma di triangolo equilatero di trecento metri per lato, per una superficie corrispondente a otto campi di calcio, e avrebbe dovuto ospitare garage, negozi, uffici, spazi per attività commerciali, ristoranti tra colonnati, loggiati, giardini pensili. Il grattacielo avrebbe avuto trenta piani dedicati ad albergo e uffici e ristoranti, culminanti in una terrazza panoramica. Portman dichiarò all’epoca che a Genova non ci fosse nulla che restasse impresso nella mente di chi la visitava e che il suo grattacielo avrebbe fatto la fortuna della città, facendone un’attrazione turistica al pari di Roma, Firenze e Venezia. Il progetto venne preso decisamente sul serio, tanto da vedere schierarsi favorevolmente il sindaco e il presidente della Regione e divenire oggetto di un aspro dibattito cittadino che si protrasse per mesi, prima di essere soppiantato da quello poi realizzato da Renzo Piano. Gadolla, con un sinistro millenarismo hitleriano, affermava: “Noi abbiamo un progetto mentre Piano non l’ha: la sua è soltanto un’ idea. Oltretutto l’Expo ’92 è limitata nel tempo: la torre di Portman invece può durare cento, mille anni. Noi garantiamo 1600 posti macchina e 300 mila metri quadri di pedonalizzazione” (G.Pepe, La città dimentica l’acciaio e insegue il boom dell’edilizia, “Repubblica”, 28 ottobre 1988).

    Ma la storia di Piccapietra non può chiudersi senza un riferimento ad una delle pagine più celebri della storia cittadina. Portoria, come detto, era un cuore pulsante della vecchia Genova popolare, e da lì, non a caso, partì l’insurrezione del 1746, con la quale la città si sollevò contro l’esercito austriaco che la occupava. La scintilla che fece esplodere la rabbia di una popolazione esasperata dalle angherie delle truppe straniere avvenne il 5 dicembre, allorché, proprio nella zona di Piccapietra, un pesante cannone, trascinato da un drappello di soldati austriaci, sfondò il manto stradale rimanendo incastrato; i soldati intimarono ai passanti di fornire il proprio aiuto, e di fronte alla loro indifferenza, li aggredirono a colpi di bastone. La tradizione orale narra che fu l’undicenne Giovan Battista Perasso, il Balilla (ballin, balletta, in genovese per indicare un ragazzino), urlando «che l’inse?» (ossia: «la comincio?»), a scagliare la prima pietra contro gli austriaci, dando il là ad una rivolta che durò tre giorni e si concluse il 9 dicembre, quando gli austriaci furono costretti alla tregua e ad andarsene, mentre il popolo insorto si era già organizzato in un Quartier generale, una sorta di governo parallelo pronto a prendere decisioni militari e diplomatiche in modo indipendente dal governo ufficiale, rinchiusosi imbelle e timoroso a Palazzo Ducale.

    Oggi, a memoria di questo episodio, rimane la statua bronzea del Balilla, opera realizzata nel 1863 dallo scultore Vincenzo Giani, allievo del più celebre Vincenzo Vela, dopo che una statua in gesso dello scultore genovese Cevasco era già stata collocata su un arco trionfale effimero eretto nel 1847 per il centenario della cacciata degli austriaci. Il Balilla del Giani, subito posizionato nel cuore di Piccapietra, fu uno dei primi monumenti pubblici della città, preceduto di un solo anno dal Cristoforo Colombo di Piazza Acquaverde, a testimoniare l’attaccamento dei genovesi a questa figura di eroe divenuto un’icona dell’orgoglio di un popolo refrattario all’oppressione. Il valore simbolico della statua era tale che essa non conobbe una vera e propria inaugurazione ufficiale, poiché le autorità cittadine temevano che l’evento sarebbe potuto servire da pretesto per manifestazioni anti piemontesi e venne rimandata addirittura al 1881, in occasione del presunto centenario della morte del Perasso. Con i lavori di demolizione e ricostruzione di Piccapietra la statua fu smontata, custodita e restaurata a Palazzo Tursi per tornare nella sua collocazione originaria, quella che si dice fosse il luogo in cui avvenne il fatto, soltanto nel 2001. Quel quartiere non esisteva più e la collocazione della statua oggi, nell’attuale contesto totalmente stravolto, la rende oggi una presenza dallo scarso impatto emotivo.

    Fantasmi e coincidenze di una Piccapietra inoffensiva

    Tuttavia la lettura delle trasformazioni storiche della città affida alla sua ubicazione, e al momento del suo ritorno nella sede originaria, un valore contemporaneamente beffardo e simbolico. Intanto – il che, nella sua surrealtà, ci dice già molto di quanto il potere consideri innocui i messaggi di un’arte sempre meno pregna di significato comunicativo nel mondo odierno – il Balilla oggi punta il suo braccio teso con la pietra in mano contro il nuovo Tribunale, un edificio in cemento e vetro inaugurato nel 1974, mentre la statua era ancora in esilio a Palazzo Tursi. Il Palazzo di Giustizia inglobava i resti dell’ospedale del Pammatone, la cui funzione era già da tempo stata trasferita a San Martino dove, proprio in quegli stessi anni, Daneri e Fuselli, gli architetti del Biscione, costruirono il Monoblocco, facendoci ulteriormente riflettere sul fatto che le fattezze architettoniche di un reparto ospedaliero fossero concepite identiche a quelle delle abitazioni che venivano contemporaneamente costruite per ammassarvi migliaia di persone. Secondariamente, il ricollocamento della statua del Balilla avvenne pochi mesi prima dell’ultima grande sommossa che ha attraversato Genova, quella del G8 del luglio 2001.

    Tra le molte analisi spese su quanto avvenne in giorni si è andata via via perdendo nel tempo una delle più interessanti e meno piegabili a interpretazioni sul suo dibattuto e complesso significato politico. La città venne allora letteralmente presa in ostaggio dall’organizzazione del summit. La creazione della enorme zona rossa, che per giorni vietò l’ingresso al centro storico a chi non vi fosse residente, fu diffusamente percepita come un palese sopruso da parte dei genovesi. Cancelli alti diversi metri, grate, checkpoint operanti ventiquattr’ore al giorno, costruirono un’enorme gabbia a protezione degli otto grandi e a sfacciato spregio degli abitanti della città, dando un paradigmatico esempio della creazione di uno stato d’eccezione, il vero stigma di cui ogni forma di governo, ancorché democratica, fa l’essenza del proprio potere nel momento del bisogno.

    [quote]consapevoli che il labirinto medievale dei vicoli sarebbe stata un’utile alleata dei contestatori, non poterono far altro che renderlo inaccessibile[/quote]

    Quella zona rossa paradossalmente incarnò il sogno dei progettisti del secondo dopoguerra, svuotando la città vecchia della sua vita, ma con l’effetto decisamente più straniante che le sue architetture storiche erano ancora in piedi. Se, come ci ricorda Benjamin, Haussmann costruì i boulevards parigini anche per farci passare più comodamente i cannoni pronti a reprimere le insurrezioni del popolo, gli urbanisti del G8 di Genova chiusero i vicoli per renderli gestibili alle forze che dovevano garantire la serenità di chi doveva discutere del nuovo ordine mondiale nei saloni di Palazzo Ducale. Ancora una volta, nel luglio 2001, l’urbanistica si è dimostrata scienza di polizia. Poco importa che la rivolta, ignorando la fortezza inespugnabile, abbia scelto di disperdersi nel resto della città. Gli strateghi predisposti all’organizzazione del summit si confermarono degli attenti conoscitori di Haussmann; consapevoli che il labirinto medievale dei vicoli sarebbe stata un’utile alleata dei contestatori, non poterono far altro che renderlo inaccessibile.

    Il fatto che Piccapietra rimase tagliata fuori, immediatamente a ridosso della zona rossa, è la conferma che essa non faceva più parte di quel tessuto urbano e che, nel suo freddo rigore di non luogo asettico, era considerata del tutto inoffensiva. Ciononostante, la suggestione della storia e dei suoi rimandi non può non far pensare al tempismo con cui quel Balilla di bronzo sia stato ricollocato nel suo luogo originario subito prima del vertice. Libero per pochi metri dalle grate della zona rossa, custode dello spirito ribelle della città, forse ci teneva ad essere lì in tempo, pronto a lanciare il suo “che l’inse?” e la sua prima pietra contro l’ennesimo sopruso di un potere invasore così sfacciato nei confronti della città. Eppure, a distanza di anni, l’ultima parola su quelle giornate del 2001 uscì dal Tribunale che si erge cupo ed opprimente a pochi metri davanti a lui. L’ironia della storia delle trasformazioni urbane fa sì che la lettura di una delle pagine più controverse della recente storia della città si possa intravedere nel confronto muto tra questo piccolo Davide, monumento eretto a memoria dell’orgoglio resistente di un passato remoto del popolo genovese, e un Golia postmoderno di cemento e vetro sorto durante la sua assenza, ultimo tassello del mosaico della nuova Piccapietra. Potere materiale e simbolico dei luoghi urbani, si potrebbe dire, oppure, forse più correttamente in questo caso, dei fantasmi che abitano certi non luoghi.

  • Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Albaro, la “città gentile” che divenne isola. Il quartiere che ha salvato se stesso

    Autore Bbruno

    Le isole hanno innegabilmente un fascino speciale, ed i loro abitanti godono da sempre di una sorta di immunità, quasi fossero perennemente incolpevoli per un mondo che non hanno contribuito a cambiare, e del quale non si sentono responsabili.

    A Genova non ci sono isole, ma il quartiere di Albaro fin dai tempi più remoti è sempre stato una sorta di separato in casa per una città un tempo stretta fra porto e mura ed ora allungata sulle due riviere, dove ha superato insenature e colline mantenendo però enormi differenze fra una zona e l’altra, quasi ci fosse un arcipelago sparso casualmente sul territorio.

    Le radici dell’isola

    Per cercare di comprendere il dorato isolamento di Albaro occorre però fare un salto, anzi farne parecchi indietro nel tempo, fino alla cosiddetta “quarta repubblica” con il primo doge eletto a vita, Simon Boccanegra. A quel tempo il nucleo di Genova era molto più piccolo di quello che oggi noi chiamiamo centro, poiché ad est il fiume Bisagno tagliava in due la pianura agricola mentre la collina di San Benigno chiudeva la città a ponente, separandola nettamente dalla Val Polcevera.

    I genovesi, per quanto conosciuti come mercanti e naviganti, vivevano anche, e forse soprattutto, di agricoltura. Alcuni testi riportano come, nel 1243 e nel 1284, pur nell’imperversare di battaglie sui mari, i comandanti in occasione della vendemmia riconducessero flotta ed esercito a casa per partecipare alla raccolta dell’uva.

    Città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura”, scriveva Petrarca nel 1358, non parlava certo della collina di Albaro, ma neanche un secolo dopo una raccolta di scritture notarili quattrocentesche, conservate presso l’Archivio vescovile di Piacenza, citano “Tra Capo di Faro ed Albaro si erge una Civitas Opulentissima” (che prevedono distrutta da un drago, ndr) ciò significa che la collina, per quanto fosse al confine, in qualche modo stava diventando parte di Genova.

    La zona non rimase marginale a lungo poiché, oltre ad essere disseminata di monasteri e di campagne coltivate, era affascinante per la posizione. Secondo alcuni studi il toponimo “arba” cioè alba, proviene dall’esposizione a “oriente” della collina sospesa fra terra e mare.

    La collina delle ville

    Nonostante qualche monaco del tempo si lamentasse di un clima poco favorevole per gli ulivi, tormentati dai venti di scirocco, verso la metà del ‘500 quasi tutte le famiglie ricche e nobili possedevano terreni agricoli al di fuori delle mura. La zona di Albaro era il contesto perfetto per garantire reddito e piacevolezza della vita. Ben presto per soggiornare nei casali vennero costruite altre residenze, poi abbellite ed ampliate per portare la famiglia ed invitare ospiti di rango, tanto che la costruzione di ville nelle proprietà divenne anche un modo per rimarcare la propria solidità finanziaria e la propria posizione sociale.

    Lo spazio a disposizione, raro per gli standard liguri, permise di adibire parte di terreni a parco, “asset” al tempo considerato parte essenziale della villa; ma se ancora possiamo ammirare molte di queste costruzioni, giunte quasi intatte fino a noi, spesso sono proprio gli spazi verdi che nel tempo sono stati in tutto o in parte sacrificati, vuoi per esigenze di infrastruttura urbanistica vuoi per la successiva lottizzazione.

    Possiamo citare l’esempio di Villa Giustiniani Cambiaso, del 1548, oggi sede della Facoltà di Ingegneria, il cui parco fu rimpicciolito negli anni del primo dopoguerra; di poco successiva è Villa Saluzzo Bombrini detta “Paradiso”, posta sulla sommità di una collinetta in posizione meravigliosa e visibile a tutta la città, mantiene un ampio parco che fu comunque modificato per permettere la costruzione di Via Pozzo.

    Queste, come numerose altre, erano disposte “a pettine” rispetto agli spartiacque delle basse colline; le facciate, infatti, dietro alti ed ampi muri, non guardano mai l’una all’altra ma verso le proprie corti, anche quando la stessa famiglia ne costruisce in serie più di un lotto, come appunto i Saluzzo, o i Brignole in Via Parini. In una città che della scarsità di piazze ha fatto la propria specificità, questo particolare ne chiarisce i motivi meglio di lunghe analisi: lo spazio è concepito entro le mura, e non fuori.

    La moda di costruire residenze nobili non si fermò neanche nel secolo successivo, lungo i sentieri di campagna che da Sturla attraversavano San Martino per giungere ad Albaro, e nei poderi tagliati da stradine che risalivano dal lungo Bisagno. La collina era in pratica attraversata da una sola strada, che risaliva da Via Tommaseo e univa Via Pozzo (allora Via Olimpo) con Via Pisa a Sturla.

    Albaro reazionaria

    Nel 1797 la linea della storia della Repubblica di Genova fu sconquassata con la nascita della Repubblica Democratica Ligure, a seguito del dilagare delle idee rivoluzionarie “esportate” dall’esercito di Bonaparte.

    [quote]Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie.[/quote]

    Le famiglie avezze al potere della già da tempo indebolita Superba, schiacciata dai giganti degli stati-nazione e corrosa dalle rivalità oligarchiche, lottarono per mantenere le proprie prerogative, aizzando rivolte reazionarie. Famosa l’insurrezione invocata dal parroco di Albaro, che mobilitò anche i contadini della Val Bisagno: feroce la reazione dalle truppe franco-liguri, che occuparono Villa Bombrini Saluzzo e Villa Carrega, arrivando a posizionare due cannoni sulla collina di Albaro (mentre il parroco, non proprio un cuor di leone, fuggiva a Livorno via mare).

    In pochi giorni l’insurrezione fu soffocata: il paese fu saccheggiato e furono bruciati locali pubblici e case. Nei decenni successive le rivolte contro i dominatori, francesi o piemontesi che fossero, non finirono qui, né per Genova né per Albaro ma questa, come si dice, è un’altra storia.

    Organizazzione

    Pubblicata su Wikipedia dall’utente Bbruno

    Il malvisto dominio francese ebbe anche alcuni meriti, poiché iniziò subito un accurato censimento dei terreni e delle costruzioni: certamente per controllarne le rendite, allo scopo di imporre nuove tasse ai proprietari, ma anche per motivi tecnici, in quanto era sicuramente un primo passo verso quell’idea di organizzazione urbana che finora era mancata.

    La città in effetti era priva di una strada carrabile che l’attraversasse tutta, ma non vi fu il tempo per progettarla poiché il congresso di Vienna nel 1814 sancì la definitiva annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna, che certo non apprezzavano particolarmente questa parte di territorio, come già in passato avevano dimostrato.

    Il passaggio di Genova dall’indipendenza alla sudditanza di fatto significò anche profonde trasformazioni nella struttura economica, finanziaria e politica della città, aggravate dalla politica protezionistica adottata, che limitò ulteriormente i traffici portuali causando stagnazione nel commercio.

    Albaro non risentì particolarmente, almeno all’inizio, di questo periodo di crisi: ai primi dell’800 era ancora “un’amenissima collina”, e la meta prediletta di numerosi ed illustri viaggiatori dai gusti ben più raffinati dei Sabaudi, provenienti soprattutto dalla Germania e dall’Inghilterra. I soggiorni ad Albaro dei visitatori più famosi (Byron, Mary Shelley, e dopo di loro Dickens) incantati dalla scogliera di Forte San Giuliano, dal borgo di Boccadasse, dalle passeggiate fra i vigneti sono ormai letteratura, come le pagine che hanno dedicato a questa parte di città. Le guide turistiche si dilungavano sulle bellezze delle colline disposte ad anfiteatro e dei superbi palazzi, magnifiche ville e giardini.

    In seguito però i cambiamenti inevitabilmente iniziano a farsi sentire: i fondi agricoli non fruttavano più come in precedenza, a causa dell’ampliamento dei mercati e delle nuove possibilità di conservazione degli alimenti. Alcune famiglie di antichi possidenti cercando di aumentare i guadagni provvedono ad accorpare i terreni, ingrandendosi nel tentativo di migliorare le infrastrutture ammortizzandone meglio i costi; in questo modo numerose ville agricole passano di mano, introducendo personaggi emergenti della nuova borghesia imprenditoriale.

    Con lo strutturarsi del Regno di Sardegna e la ripartenza degli scambi commerciali viene incrementata l’edificazione in tutta la città, in contemporanea con l’inizio di attività più prettamente industriali e la ripresa demografica: l‘architetto Barabino nel 1825 redige un “Progetto per aumentare le abitazioni nella città di Genova” dove appare chiaro quello che verrà da lì a poco, ossia l’espansione oltre le mura, e dove per la prima volta l’edilizia diventa uno strumento per attivare l’iniziativa privata e renderla funzionale allo sviluppo, ormai non più rinviabile, di infrastrutture e di servizi urbani.

    Fino a questo momento, infatti, l’intervento pubblico in materia edilizia era interamente asservito agli interessi dei privati, che di volta in volta si rivolgevano all’ente chiedendo minuziosamente e contrattando ogni piccolo mutamento di costruzioni ed infrastrutture per renderle funzionali ai propri interessi: il processo per arrivare ad un’urbanistica progettuale, con un’idea di città e di espansione funzionale all’interesse della comunità sarebbe stato ancora lungo, ma le basi erano poste.

    Nel 1873, accorpando i comuni di San Fruttuoso, Marassi, Staglieno, Foce e San Francesco d’Albaro si vengono componendo i progetti degli anni precedenti ed è un’epoca di grande euforia immobiliare: di quel periodo sono Via Assarotti, Via Caffaro e Via Serra, Via Roma e Galleria Mazzini. Anche Circonvallazione a Monte e Piazza Manin si aprono sulle pendici delle colline, e lungo la Val Bisagno magazzini, fabbriche e capannoni si alternano ai vecchi orti tenacemente mantenuti.

    Piano regolatore

    E la nostra collina di Albaro? Sempre a bassa densità di popolazione, sempre con le ville disposte a pettine lungo le crose e con solo l’Aurelia a collegare Sturla e Quarto; lungo la costa il borgo di Boccadasse ad un capo e quello della Foce dall’altra sono ancora abitati da pescatori e marinai, tutto apparentemente è sempre uguale. Ma alla vigilia del nuovo secolo c’è un primo “progetto di passeggiata a mare da Piazza del Popolo a Sturla”: con il pretesto di collegare meglio il quartiere con il centro città, si inizia a parlare di una strada fra la Foce e Boccadasse.

    Si apre alla fine un concorso di idee per realizzare un adeguato accesso ad Albaro, ma nessuno dei tre progetti sarà accettato, poiché a questo punto diventa indispensabile la correlazione fra la strada ed un piano regolatore specifico per la zona che, in quanto residenza di grande pregio ambientale può “far servire quella regione per un agglomerato di persone facoltose, escluso qualsiasi concetto industriale” (dalla seduta del 16 dicembre 1896 della Giunta municipale).

    Fra il 1900 ed il 1905, mentre si apriva un secondo concorso di progettazione per Albaro, i privati approfittando della richiesta di nuove case in zona si affrettavano a costruire, fiutando un prossimo cambiamento sia di valori che di regole. Di quel periodo si possono distinguere essenzialmente tre categorie di manufatti, uno di tipo “banale” medio-economico, nelle zone di Via Lavinia e Via Trieste; uno di livello superiore nella zona centrale di Via Albaro e Via San Luca d’Albaro ed infine la costruzione o la ristrutturazione di palazzine e ville, fra le quali Villa Canali Gaslini, in Corso Italia, ed il Castello Turke di Capo santa Chiara, dell’architetto Gino Coppedé.

    [quote]Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente[/quote]

    Le attese sul quartiere intanto si stanno facendo sempre più pressanti, da Albaro sembra passare la rappresentazione di una nuova città, da chi pretende che risponda a canoni di armonia urbanistica sul tipo dei colli fiorentini, a chi vuole adibire le nuove arterie viarie a pubblica passeggiata a chi infine la vede riservata al riposo ed al rilassamento delle classi elette. Fu definita infine, con una sintesi quasi poetica, “una gentile città moderna” in grado di tener conto degli abitanti del futuro attirando contemporaneamente i migliori cittadini del presente, tramite viali grandi ed ombreggiati, stabilimenti sportivi e risolvendo l’annosa questione dell’accesso al mare dei genovesi.

    Quando finalmente viene approvato il Piano, nel 1906 (che diventerà legge nel 1914) si stava già ultimando la “città lusoria” tra Via Casaregis e Boccadasse, cioè Corso Italia, e i Bagni Lido. Questi, inaugurati nel 1908, si proponevano come valida alternativa ai più conosciuti stabilimenti balneari del Ponente Ligure (Sanremo, Ospedaletti, Bordighera) ed al fascino del Levante (Santa Margherita, Rapallo) offrendo anche sale concerto, ristoranti, teatri. Albaro riconquistava così, se mai l’avesse perduta, una dimensione ludica e turistica forse unica in città, che avrebbe mantenuto fino al secondo dopoguerra.

    Durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti non risparmiarono certo il quartiere: nel 1942 venne colpita la già citata Villa Saluzzo Bombrini così come altre residenze storiche; anche il Conservatorio Paganini riportò seri danni e numerose chiese subirono la stessa sorte, tra queste Santa Maria al Prato, quasi distrutta. Ad Albaro come nel resto della città si combatté duramente fra il 24 ed il 25 aprile del ’45, e proprio Via Pozzo e Via Giordano Bruno furono fra gli ultimi presidi abbandonati dai tedeschi prima della resa, unica in Italia, ottenuta da un esercito di popolo, quello genovese.

    Questa è dunque la storia, abbreviata e sintetizzata, del quartiere che oggi noi conosciamo; per il suo aspetto relativamente preservato ed intatto deve molto ad uomini che, animati dalle più svariate intenzioni e dai diversi interessi e scopi, comunque in qualche modo arrivarono a blindare un progetto di città davvero “gentile” che negli anni è stata integrata, in qualche angolo forse violata, ma mai radicalmente rimaneggiata.

    Nel dopoguerra si decise che il piano urbanistico di Albaro poteva mantenere validità fino al 1952: in quegli anni come sappiamo riprese vigore la febbre edilizia e la città, come abbiamo detto qui, cambiò aspetto: mentre a nord, sulle colline di San Martino e Borgoratti, soffiò una pesante speculazione che sembrava non voler mai terminare, Albaro, ebbe sorte migliore. Poche le palazzine modeste, ma tante le costruzioni derivanti dalla parcellizzazione e lottizzazione dei grandi parchi e delle grandi rendite terriere che erano sopravvissute nei secoli. Passeggiando tra le vie che si intrecciano nel quartiere è facile, infatti, imbattersi in muraglioni che racchiudono serie di palazzi, rimasti a memoria di potere “patrizio” che fu, diventato poi potere immobiliare.

    Grazie ai vincoli posti e ad un credito di immagine ormai consolidato, e grazie al fatto di essere casa della classe dirigente della “Genova che conta” continuò ad essere “quell’amenissima collina, residenza degli strati più favoriti della popolazione” che ancora adesso sembra appartenere ad un altro mondo. Un’isola, forse.

    Bruna Taravello

  • Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    corte-lambruschini-uffici-siaeUna città non è il luogo dove abitano tante persone, ma è il posto dove una comunità organizzata  ha deciso di mettere casa. Questa distinzione è molto importante se vogliamo provare a spiegare (rapidamente) in che modo Genova ha assunto l’aspetto che ora  conosciamo, e per raccontare, come faremo nelle prossime puntate di questa panoramica, la storia di alcuni quartieri e di alcune parti della città.

    Nel giro di una sessantina d’anni Genova è infatti passata, nell’opinione comune degli italiani, dall’immagine di elegante città ricca di storia e monumenti a ingrigita metropoli dalle periferie indefinite e inquinate, per poi tornare ad essere, nell’ultimo decennio, una meta turistica di viaggiatori curiosi e spesso stupiti.

    Non è successo per caso

    Nel dopoguerra una Genova stremata, che usciva da cinque anni di bombardamenti costanti a causa sia della presenza strategica del porto sia delle numerose industrie essenziali per la produzione bellica, aveva necessità di ricostruire un patrimonio abitativo distrutto. Si calcola che almeno 11.000 case fossero state abbattute o gravemente danneggiate durante gli attacchi: le strade erano un cumulo di macerie, edifici storici ed ospedali apparivano in gran parte compromessi e solo in città si contavano oltre 50.000 persone senza più una casa abitabile.

    Anche dal punto di vista lavorativo il capoluogo era in gravissima difficoltà poiché né le industrie né i cantieri navali riuscivano a mantenere i ritmi produttivi e gli organici del periodo bellico, così che i militari di ritorno dal fronte si ritrovavano spesso senza lavoro e con la casa distrutta.


    Il Governo italiano per porre rimedio  a questo dramma comune a tutto il paese varò nel 1950 i “Piani di Ricostruzione” proprio per facilitare le licenze edilizie e la stesura dei vari Piani Regolatori, che a Genova fu emanato nel 1959.

    Il Piano teoricamente voleva dare una sorta di continuità ai municipi che erano stati riuniti nella Grande Genova nel 1926, migliorando le vie di collegamento e razionalizzando i servizi di zona: in realtà per 15 anni fu inteso come un vero lasciapassare, in nome del progresso e della rinascita.

    La manodopera in eccesso venne rapidamente assorbita dai cantieri edilizi che in breve occuparono tutto lo spazio sino al margine dei boschi che circondavano la città, e nel giro di pochi anni anche le zone verdi furono inglobate nell’area urbana.

    [quote]Fu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo.[/quote]


    prestito genova cementoFu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo. Una sorta di  “urban sprawl”  al sapore di pesto, ma che comunque si manifestò attraverso consumo di suolo, lottizzazione selvaggia,  progettazioni dissennate e dispersione urbana.

    In realtà nel momento di maggiore espansione Genova raggiunse al massimo circa 800.000 abitanti, e finalmente nel 1976 (ma diventerà legge solo nel 1980) venne emanato un nuovo Piano Regolatore, che pose un limite ridimensionando le pretese espansive, sia sociali che economiche, quindi anche edilizie, di Genova. Ma ormai il danno era stato fatto.  Mentre la città cresceva in termini di metri cubi si perdevano  migliaia di posti di lavoro nell’industria: era solo l’inizio, ma ancora non lo si sapeva.

    Al termine degli anni ’70 il patrimonio residenziale si calcolò aumentato del 77% rispetto al dopoguerra, con insediamenti in gran parte nelle zone collinari: Sampierdarena, Lagaccio, Oregina, San Teodoro, Quezzi, Borgoratti e Sestri Ponente. In molti casi l’autostrada in costruzione passava di fianco ai caseggiati, spesso di edilizia popolare, ma questo apparentemente non rappresentava un problema per i nuovi residenti.

    L’impulso a costruire andò comunque avanti ancora nel decennio successivo, quando sorsero i quartieri più “residenziali” dedicati ad una classe media che stava rapidamente crescendo, ed acquistava gli appartamenti ancora in fase di progettazione. Voltri, Pegli, Quarto, S.Eusebio avrebbero dovuto essere quartieri autosufficienti dotati di servizi ed arredo urbano di qualità.

    I Centri direzionali in città si moltiplicarono, oltre a Piccapietra che fu la prima (sulle macerie dell’antico quartiere) ecco il Centro dei Liguri (quartieri Molo e Portoria) e poi San Benigno, nell’area della Lanterna, Corte Lambruschini a Brignole, costruita praticamente in riva al Bisagno, dove prima era il vecchio mercato dei fiori. Un totale di 800.000 metri cubi di acciaio, cemento e vetro di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno, poiché il declino era ormai sotto gli occhi di tutti.

    Molti profeti, pochi padri e nessun colpevole

    Gli effetti di una cementificazione così rapida ed estesa non tardarono purtroppo a farsi sentire, dall’alluvione che dal 1970 ciclicamente si ripropone, e di cui abbiamo più volte diffusamente parlato (ma non è argomento tale da essere esaurito una volta per tutte, purtroppo) ad un’emergenza ambientale divenuta continua. Emergenza che adesso ha molti profeti, pochi padri e nessun colpevole, pur essendo chiaro a tutti che un territorio così fragile e complesso avrebbe dovuto essere trattato con maggiore cautela ed attenzione; solo in questo modo, forse, si sarebbero evitati gran parte degli episodi drammatici che tutti ricordiamo.

    [quote]Il risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa.[/quote]

    bassa-valbisagno-marassi-via-montaldo-burlandoIl risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa. Il quartiere di Begato, le costruzioni a ridosso dei Forti, il palazzo nel letto del torrente Chiaravagna o la palazzina in cemento armato in Via Sottoripa accanto alle facciate rinascimentali e medievali sono solo alcuni esempi, da completare a piacere.

    In realtà, saldandosi con quanto preesistente (poco), e grazie all’attaccamento tipicamente ligure alla proprietà, molti quartieri costruiti negli anni dello scempio hanno mostrato caratteristiche ed unicità proprie, e fra i residenti, comunque fossero capitati lì, si è andato creando un senso di appartenenza che sembra essere peculiare rispetto ad analoghi agglomerati di altre zone d’Italia. In effetti molti urbanisti, parlando di Genova, la vedono come una città composta da molti paesi con la periferia al centro, che rimane decisamente diverso da qualsiasi altro; né salotto buono né covo di delinquenza, o forse sì ma con molto altro ancora.

    Una città comunque indefinibile, come molte volte è già stato detto, ma con la caratteristica di muoversi e cambiare apparendo sempre immobile; immobilità che sembra essere la critica più frequentemente mossa al nostro capoluogo.

    Genova è cambiata

    Invece “a poco a poco e poi improvvisamente” anche Genova cambia,  e all’inizio degli anni ’90 con 200mila abitanti in meno rispetto al 1970 e con le aziende siderurgiche ormai decimate, con la cantieristica in crisi profonda ed il ridimensionamento inevitabile dell’indotto, si trova a doversi reinventare un ruolo e un’identità. Dimostrando uno spirito combattivo ed intraprendente che mal si sposa con la filosofia del “maniman” riesce ad organizzare l’Expo del 1992, il G8 nel 2001 e ad essere Capitale della Cultura nel 2004.

    Certamente non si trattò di una passeggiata: fra convegni, progetti, accordi e disaccordi furono anni pieni di polemiche ma anche di creatività ed entusiasmo, sempre mescolato con il nostro solito, inguaribile mugugno. Al netto di aspettative eccessive e progetti lasciati a metà molto resta ancora da fare, molte buone proposte sono rimaste lettera morta ma ci furono anche geniali intuizioni e risultati di cui la città continua tuttora a beneficiare.

    IMG-20180129-WA0000Risanare il centro storico, ridipingere le facciate di Sottoripa: sembrava banale dirlo ma costò molto, in termini sia di denaro sia di perdita di attività, poiché molti piccoli operatori furono allontanati per aprire i cantieri e alla fine non tornarono più nel medesimo luogo.

    Anche riportare il mare alla città, cosa che può apparire ovvia a chi abbia meno di trent’anni, fu invece una delle conquiste più ardue dati i non sempre facili rapporti fra Autorità Portuale ed Enti locali, tanto che inizialmente consentirono solo l’apertura ad orari stabiliti; oggi sembra impossibile pensare Genova senza l’Area Expo.

    Sempre nel 1992 si inaugura il rinnovato teatro Carlo Felice e si apre l’Acquario con il timore, a pochi giorni dall’evento, che non arrivino in tempo tutti i pesci o che manchino attrezzature e servizi; ad oggi sono fiori all’occhiello della città, insieme al Museo del Mare e della Navigazione inaugurato nel 2004.

    I Palazzi dei Rolli e una consistente parte del Centro Storico diventano, nel 2006, Patrimonio Unesco mentre i turisti in città continuano ad aumentare pur non diventando mai le folle scomposte e ciabattone di altre mete storiche, e gli stessi genovesi sono tornati a passeggiare nei vicoli e al Porto Antico come nelle stampe di fine ottocento.  

    Nel frattempo nelle aree dismesse ex industriali sono nati centri commerciali, come a Campi o a Bolzaneto o spazi di attrazione e shopping center, come alla Fiumara. In alcuni casi hanno disatteso quelli che erano i progetti sulla carta, rimanendo poli puramente economici; in altri, come in ValBisagno, la costruzione o il recupero di infrastrutture sportive e sociali hanno invece fatto da collante ad insediamenti altrimenti sparsi.

    Certo sono aumentati quelli che gli urbanisti chiamano “i luoghi del rifiuto”, cioè quelle parti di città che gli abitanti non riescono a vivere e che non si inseriscono nei programmi di sviluppo. Aree industriali dismesse e degradate, quartieri abitati in gran parte da immigrati che diventano off limits per etnie differenti, costruzioni di edilizia popolare abbandonate e parti di terreni fra le lottizzazioni: sono questi i luoghi dove nasce e cresce l’isolamento, dove si sviluppa la criminalità per bande o dove, semplicemente, si ammucchiano detriti.

    I Genovesi cambiano?

    La sfida del futuro si giocherà qui: dare vita a queste parti del territorio potrebbe, nei prossimi anni, fare davvero la differenza: non solo Blueprint, stadio sul mare o funicolari ma periferie attraenti, vivibili, partecipate.

    [quote]Ma non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.[/quote]

     

    Lavatrici di PràMa non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.  A dicembre, presentando la nuova “Agenzia per la Famiglia” ha parzialmente corretto l’impegno, limitandolo  a “40-50mila abitanti in più da qui a fine mandato”. Ovviamente agendo sul fronte del lavoro, quindi difendendo i posti di lavoro che già ci sono (i lavoratori Ericsson sono quindi al sicuro?) ed attirando nuovi investimenti, in che modo però non lo ha spiegato.

    Anzi, spulciando il programma elettorale vediamo quantificati in 30.000 i posti di lavoro in più, 15.000 i nuovi alberi che sarebbero stati messi a dimora nelle aree verdi, 15 i chilometri di pista ciclabile (dalla Lanterna a Capolungo) con l’aggiunta della Valletta dello Sport al Lagaccio e l’inevitabile lucidatura delle strade.

    Il paesaggio  genovese reggerebbe? Forse, chissà. Per ora è Inevitabile chiedersi dove abiterebbero, questi 40, 50, 100mila genovesi in più: dovrebbe forse ripartire l’edilizia con il consumo di suolo? Neanche questo è stato spiegato dal Sindaco, che ovviamente conoscerà benissimo gli errori sciagurati del passato e non vorrà, speriamo, replicarli. Forse il Sindaco pensa  a riempire le numerose case che risultano essere vuote (le statistiche dicono il 21,98%) ma prima sarebbe interessante capirne le ragioni, sia delle case vuote, sia del bisogno di annunciare sempre numeri sensazionali come se solo su questo a Genova  si giocasse la partita elettorale.

    Certo che immaginare una città capace di assorbire in pochi anni un tale aumento di abitanti riesce difficile, soprattutto pensando ai quartieri che abbiamo appena raccontato, alle difficoltà di chi tutti i giorni deve inventarsi un parcheggio, oppure farsi posto su un autobus sgangherato o su di un treno affollato.

    La consapevolezza della nostra storia ci ricorda che gli obiettivi si possono raggiungere anche quando assomigliano ai sogni, e ci è utile per valutare i progetti di quello che potrà essere Genova domani: ma per gli incubi abbiamo già dato.

    Bruna Taravello

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    Fonti:
    L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni sessanta, di Bruno Giontoni – Ed. Ideaxs 2017
    La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova , di Andrea Vergano – Ed. Gangemi 2015
    Progetti di paesaggio per i luoghi rifiutati, a cura di Annalisa Calcagno Maniglio – Ed. Gangemi 2010
    Genova e il suo urban sprawl, di Rinaldo Luccardini  – Ed Sagep 2008
    Conferenza strategica 1997 – Comune di Genova 
    La biografia progettuale della città,  di Luca Salvetti – www.urbanisticainformazioni.it 
    La Republica, articoli vari