Mese: Marzo 2014

  • Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Marine Le PenNon sarà passato inosservato che la scorsa settimana Marine Le Pen ha suonato la sveglia. Di sicuro questa volta “il boom” l’ha sentito anche il nostro Presidente della Repubblica, dato che nel commemorare l’eccidio delle Fosse Ardeatine si è messo a declamare: «La pace è una conquista dovuta precisamente a quella unità europea che oggi troppo superficialmente da varie parti si cerca di screditare e attaccare». Questa visione non è affatto minoritaria. Anzi, si può dire che  essa rappresenti la “dichiarazione standard” con cui, sia in Italia che all’estero, si è risposto al clamoroso avanzamento del Front National; una serie molto varia di commenti, che però sostanzialmente poggiano tutti su un semplice assunto: nazionalismi e populismi sono la risposta sbagliata ai problemi di un sistema giusto.

    La diagnosi sarebbe la seguente: “l’Europa” è per la pace e il bene dei popoli, mentre i nazionalismi sono l’anticamera della guerra; la gente normalmente lo sa, ma in tempo di crisi tende a dimenticarsene e a farsi distrarre da chi fa vuote promesse (populismo) o individua facili capri espiatori (razzismo, antisemitismo, xenofobia in genere). Pertanto, seppure con l’attenuante delle circostanze, è evidente che gli elettori si sbagliano: perché – appunto – sappiamo già a priori cosa è bene e cosa è male (“Europa” bene; chi è contro male). Tuttavia, nonostante l’evidente errore, il verdetto delle urne deve comunque essere “ascoltato”: e indirettamente esso ci sta dicendo che il sistema ha dei difetti e va riformato. Morale: siccome il popolo sta diventando razzista, dobbiamo fare “più Europa”.

    È un’ipotesi di lettura del voto. Ma io ve ne suggerisco un’altra, basata su un assunto di segno opposto: il voto anti-euro è la risposta giusta a un sistema sbagliato.

    Questa seconda lettura ovviamente considera la possibilità che gli elettori non necessariamente sbaglino. Ma prima di parlare delle differenze, parliamo dei punti in comune. Entrambe le interpretazioni ammettono che il voto è l’espressione di un disagio reale; e in entrambi i casi si riconosce che le forze politiche premiate dagli elettori hanno in comune spesso e volentieri una sgradevole matrice tradizionalmente ostile all’immigrazione. Ma le analogie si fermano qui.

    Le differenze cominciano proprio dalla valutazione che si fa del peso della componente xenofoba. Questa componente indubbiamente è presente nella tradizione – per fare un esempio – del Front National: ma è davvero da qui che è partita la volata elettorale della Le Pen? Ovviamente no: al contrario tutti ammettono piuttosto tranquillamente che è stata decisiva la critica radicale alla moneta unica e la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria. Ovviamente per i critici questo non fa molta differenza: essere xenofobi, essere nazionalisti o essere contro l’euro è sostanzialmente la stessa cosa: stiamo sempre parlando di soluzioni troppo comode e nel contempo troppo pericolose (che difatti provengono dalle solite persone). Ma questa interpretazione è contraddetta da almeno due dati di fatto.

    Innanzitutto da un punto di vista scientifico è risaputo che l’euro è una pessima soluzione. Fu addirittura il Sole 24 Ore l’anno scorso a fare la conta dei premi nobel per l’economia che si sono dichiarati contrari all’euro: e di questi, nel frattempo, già due hanno rinunciato all’idea di riformare l’eurozona per consigliare apertamente agli Stati di ritornare alle valute nazionali. Pertanto è evidente che chi riduce la questione dell’euro a semplice propaganda populista o è male informato o è in mala fede. Secondariamente, da un punto di vista politico, è altrettanto innegabile che i partiti che si sono espressi contro la moneta unica hanno migliorato la coerenza e la serietà della loro proposta.

    Marine Le Pen fa una campagna elettorale molto diversa da quella che faceva il padre Jean-Marie. Già da anni ha intrapreso un’intelligente opera di dédiabolisation, tesa a riportare il Front National su posizioni più sostenibili e maggiormente in sintonia con l’elettorato moderato. Al confronto la Lega Nord di Matteo Salvini è indietro; ma è anche vero che, da quando ha intuito le potenzialità di una campagna contro l’euro, il neo-segretario leghista ha messo tra parentesi propositi secessionisti e toni anti-meridionali cari alla base per concentrarsi su un insistente batage elettorale che probabilmente gli darà qualche punto percentuale in più (magari a scapito dell’indecisione di Beppe Grillo). Dunque è corretto dire che la critica alla moneta unica, offrendo un spazio di consenso elettorale potenzialmente molto vasto, sta giocando un ruolo importante nell’oscurare i vecchi cavalli di battaglia, al confronto meno redditizi, delle forze estremiste.

    Per contro chi insiste ad accomunare le due cose sta facendo il gioco rischioso di alzare sfrontatamente la posta. Ostinarsi a non volere concepire la possibilità di un’alternativa a “l’Europa”, continuare a confondere “euro” con “Unione Europea”, e dare esplicitamente o implicitamente del nemico della pace e dello xenofobo a chiunque voglia supporre altre forme di cooperazione fuori dalla moneta unica, significa non solo regalare alle destre una comoda battaglia per la verità: significa anche – come ricorda sempre Alberto Bagnai – prendersi la responsabilità di un messaggio estremamente pericoloso. Significa instillare nella gente l’idea che, se l’euro crollerà (periodo ipotetico della realtà), automaticamente saremo costretti ad un futuro di odio reciproco e di guerre civili: un’idea che a quel punto potrebbe tornare utile a forze ben più pericolose e sovversive del Front National.

    A scardinare la lettura semplicistica dell’avanzata di generici populismi dovrebbe contribuire anche un giudizio più equilibrato e meno encomiastico sul ruolo acriticamente positivo dell’Unione Europea. Dire che “la pace è una conquista dell’unità europea” significa dare un giudizio storico francamente poco condivisibile: la pace è stata la condizione grazie alla quale abbiamo costruito la cooperazione europea, e non il contrario. I ricordi del Presidente Napolitano devono essere ormai appannati, se è davvero convinto che la pace sia da attribuire a una fantomatica “unità” e non, più prosaicamente, all’equilibrio militare tra USA e URSS seguito alla seconda guerra mondiale. Questa rivalità tra superpotenze, e il relativo scontro ideologico tra sistemi economici, aveva portato occasionalmente rivolte e disordini in Europa: ma dopo il ’45 non si era più visto un odio fra popoli come quello che si è manifestato quando Angela Merkel ha visitato Atene; a dimostrazione del fatto che un processo di integrazione sbagliato (come questo basato sulla moneta unica) porta dritti verso quelle tensioni che a parole si vorrebbero evitare.

    Allo stesso modo limitarsi a denunciare la minaccia dei “nazionalismi” significa sottintendere la solita subdola reductio ad Hitlerum. Anziché accomunare ogni forza euro-scettica a Alba Dorata, occorrerebbe ammettere che il “nazionalismo” del Front National non è concepito come una contrapposizione tra Stati: è concepito come contrapposizione tra lo Stato, da una parte, e chi è contro lo Stato, dall’altra. La Le Pen, pur ambendo dichiaratamente a riportare la Francia al rango di potenza globale (la mai sopita grandeur dei cugini), ha per lo meno il merito di non porsi in un’ottica imperialista e aggressiva: anzi, si muove accortamente lungo un solco internazionalista, quando chiama a raccolta i vicini europei in un’alleanza contro lo scardinamento delle sovranità nazionali, vista come anticamera allo scardinamento dei diritti civili. Dimostra quindi di aver capito che il nemico è chi ci dice che occorre “superare” i vecchi Stati, perché in realtà ci vuole togliere la tutela delle Costituzioni, che in Europa – guarda un po’ – sono state una conquista della lotta antifascista. Il fatto che a difendere questa preziosa eredità sia oggi una donna che proviene dalla tradizione del governo di Vichy non è solo un paradosso: è la colpa storica delle sinistre europee. E ben presto dovranno renderne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    ChiavariPermiso de Soñar è un film del collettivo Escuelita, nato da un laboratorio video animato da Cristina Oddone, Zelmira Pinazzo, Claudia Sbarboro, Gianluca Seimandi, Simone Spensieri. È l’ultimo progetto video diretto dalla regista genovese Oddone che, dopo il successo del documentario “Loro Dentro” (qui l’approfondimento di Era Superba), si è avvalsa ancora della collaborazione degli operatori del Laboratorio di Sociologia Visuale, del Centro Frantz Fanon di Torino e ASL 4, allargando il cerchio anche all’Escuelita di Chiavari.

    Il film racconta la migrazione di un gruppo di giovani che dall’Ecuador sono arrivati in Italia per ricongiungersi con le loro madri, partite anni prima sperando di trovare un’occupazione nel nostro Paese. Permiso de Soñar affronta i problemi aperti legati all’accoglienza nel nostro Paese e soprattutto in Liguria, alle leggi, agli ambienti “devianti” in cui i migranti spesso si trovano a vivere.

    Il titolo, com’è facilmente intuibile, significa “Permesso di sognare”: una formula che richiama anche fonicamente il concetto di “permesso di soggiorno” ed evoca le difficoltà di ottenere un documento che legittimi la presenza di questi soggetti sul territorio e restituisca loro la speranza di un progetto di vita concreto.

    Nel dicembre 2012, una versione ancora embrionale era stata presentata a Genova in occasione dell’Ecuador Festival. Si trattava di un piccolo premontato di circa 18 minuti. In seguito, questo lavoro è stato integrato con altre immagini e contributi: un docu-film di circa 50 minuti, in formato HD (fotocamera Canon 70D e telecamera SONY HVR Z1), da distribuire in festival, circuiti televisivi, dvd, formazioni sul tema delle migrazioni e della sofferenza sociale. Per questo, dallo scorso 27 gennaio è stato aperto il crowdfunding: chi vuole, può fare una donazione entro il 15 maggio 2014 e aiutare la realizzazione del documentario.

    La Escuelita e i “figli sospesi”

    «Al momento gli incontri all’Escuelita si svolgono una volta a settimana – racconta la regista Cristina Oddone – ma siamo fermi con le riprese perché stiamo cercando finanziatori per poter ideare un progetto organico. Per ora abbiamo optato per il fundraising e ci siamo affidati a Produzioni dal Basso, ma abbiamo in programma anche un incontro con il consolato ecuadoriano per cercare di sbloccare la situazione: anche loro sono sensibili alle tematiche che trattiamo perché negli ultimi anni si sta riscontrando un ritorno dei migranti nel Paese di origine».

    Il progetto nasce grazie all’iniziativa di “La Escuelita”, collettivo di giovani immigrati per lo più ecuadoriani, che da ormai 6 anni opera nel territorio del Tigullio – tra Chiavari e Lavagna – e lavora sulle problematiche di esclusione e marginalizzazione. Si riunisce con la supervisione dello psichiatra Simone Spensieri del Centro Frantz Fanon di Torino e segue il percorso complicato di questi giovani stranieri – molti dei quali frequentano anche il SERT -, occupandosi di cittadinanza e processi di socializzazione. Nel 2013 Escuelita ha deciso di dare avvio alla realizzazione di un documentario sui sogni dei ragazzi che ospita e sulla loro difficoltà nel trovare nuovi orizzonti di vita nell’area del Tigullio, collegando a doppio filo Liguria e Sud America. Chiavari, nello specifico, è uno scenario particolare: è una “provincia ricca”, meno problematica e complessa di Genova. Anche se si tratta di una città di migranti (diretti proprio verso il Sud America), oggi qui la società è conservatrice, i giovani stranieri danno più nell’occhio, sono stigmatizzati e devono fare spesso i conti con una forte sorveglianza.

    Inoltre, il motivo della formazione di una comunità così importante proprio nella nostra regione è dovuta al fatto che, come si sa, l’età media degli abitanti è alta, la popolazione è anziana e bisognosa di cure: per questo molte donne sudamericane hanno scelto di vivere qui, lavorando come badanti. Poco dopo, il ricongiungimento dei coniugi e dei figli, per la ricostruzione del nucleo famigliare. Solo che, mentre le madri hanno trovato impiego presso le famiglie chiavaresi, i figli sono rimasti sospesi «tra un passato sfumato e un futuro che non riesce a configurarsi», come racconta la regista. Sono in Italia da ormai una decina di anni, sono arrivati quando erano adolescenti e frequentavano le scuole superiori; adesso hanno circa 27-28 anni, molti di loro hanno una famiglia, le loro storie sono sfaccettate e complicate. Da un lato non vogliono andarsene dal nostro Paese, ma le dinamiche di inclusione e il contesto sembrano ostili; dall’altro mitizzano la patria lasciata e vorrebbero tornarvi, soprattutto adesso che – complice la crisi dell’occidente – l’Ecuador è un Paese emergente, con più possibilità sotto il profilo professionale e dell’istruzione, e con maggiori incentivi sul piano edilizio.

    In bilico tra restare e tornare, tra inclusione ed esclusione in un contesto ostile, questi migranti hanno anche molti ostacoli legali davanti a sé: ottenere la cittadinanza italiana, avere i documenti in regola e un permesso di soggiorno permetterebbe loro di costruirsi una vita “regolare”, trovare un lavoro che non sia in nero e che non li renda ricattabili, fare progetti per la loro famiglia.

    Permiso de Soñar: il documentario

    Dallo scorso anno si è cominciato a introdurre nei tradizionali incontri dell’Escuelita una riflessione sull’immagine e la narrazione di sé, realizzando interviste e girando scene all’aperto, nei luoghi normalmente frequentati dai ragazzi, cercando di coglierne l’aspetto quotidiano. Si è pensato di trasformare i consueti colloqui individuali in incontri di gruppo tra individui con problemi simili, in cui i soggetti potessero tirare fuori le proprie emozioni, ascoltarsi e  imparare anche a usare la macchina da presa e la strumentazione.

    Il girato si snoda in periferie e spazi urbani in stato di abbandono, e – come succedeva in “Loro dentro”, documentario girato all’interno del carcere di Marassi – l’obiettivo è instaurare un narrato intimistico e creare un livello di confidenza con i personaggi, spingendoli a parlare delle proprie storie perché a loro agio con gli operatori.

    L’approccio è etnopsichiatrico e tratta le problematiche dei vari soggetti non come se fossero separate dallo scenario di riferimento, ma contestualizzandole e facendo riferimento al gruppo etnico di riferimento: cade il giudizio etnocentrico e vengono messe in luce le specificità di certi disturbi non appartenenti a categorie psichiatriche universalmente riconosciute.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    gavoglio de angeli-36Fino al 4 aprile è possibile visitare, presso lo Spazio 46 Rosso di Palazzo Ducale, la mostra fotografica di Federica De Angeli sulla caserma Gavoglio al Lagaccio. L’esposizione fornisce un’eccellente panoramica su quest’enorme area urbana le cui sorti hanno sempre suscitato particolare interesse e preoccupazione nei residenti (qui l’ approfondimento di Era Superba).

    Le associazioni di quartiere, che si sono prestate attivamente alla creazione del comitato “Voglio la Gavoglio” per il recupero della zona e per la sua restituzione alla collettività, hanno finalmente visto un punto di svolta il 20 marzo con la cessione a titolo gratuito, da parte del Demanio al Comune, di un primo lotto degli oltre 60.000 metri quadrati dell’area (qui maggiori informazioni), precisamente della parte più antica, tra l’altro sottoposta a vincolo dalla Soprintendenza in quanto bene culturale.
    A latere si è tenuta, sempre a Palazzo Ducale, una conferenza sul tema, dal momento che l’area – se riconvertita e recuperata – potrebbe essere la chiave di volta per la riqualificazione di un quartiere penalizzato da decenni di edilizia selvaggia, da una viabilità pessima e dalla mancanza di servizi essenziali.

    La Gavoglio è solo un tassello del grande mosaico genovese di luoghi abbandonati da restituire alla comunità: il lavoro fotografico documentario di Federica De Angeli sta progressivamente mettendo insieme le numerose tessere di questo mosaico (la scorsa tappa è stata la mostra fotografica su Valletta Carbonara presso l’Albergo dei Poveri, ndr). Le tappe «sono state tante in questi anni: il mercato di Corso Sardegna, il Parco dell’Acquasola, Ponte Parodi, Calata Gadda, gli Erzelli, ma uno dei più importanti è il progetto che si è concluso dopo tre anni di lavoro sulla bonifica dell’area di Cornigliano dal titolo Ilva Cornigliano 2006-2008 con una mostra a Palazzo Rosso nel marzo 2012 e un catalogo a testimonianza. Il lavoro l’ho condiviso con Ivo Saglietti, grande maestro dell’immagine» racconta Federica.

    A volte il lavoro viene portato avanti a quattro mani dunque, altre volte sono stati messi insieme gruppi di lavoro più numerosi che hanno fornito diversi punti di vista, questa volta invece la fotografa ha lavorato da sola: una macchina fotografica e 60.000 metri quadri da percorrere in lungo e in largo alla ricerca dell’inquadratura giusta. «Sono curiosa, da tanto tempo pensavo a quell’area semiabbandonata, inaccessibile e proibita alla gran parte della popolazione. Per anni ho cercato di avere i permessi per fotografare, finalmente l’anno scorso qualcosa si è mosso e ho ottenuto l’autorizzazione. La motivazione è sempre quella di lasciare traccia documentale di un luogo che non sarà mai più».

    gavoglio de angeli-32Per questo tipo di lavori la fotografa parte sempre «da un progetto personale, dall’individuazione di aree che possano essere di interesse pubblico e faccio una ricerca. Nessuna commissione da parte di enti, di associazioni e comitati. Devo essere libera di testimoniare con il mio punto di vista. Il taglio è rigoroso, lavoro con il cavalletto, in pellicola BN proprio per evidenziare il lavoro documentaristico. Chiaro che racconto come vedo, non faccio cronaca ma racconto attraverso il mio punto di vista».

    L’intenzione di dare un taglio prettamente documentaristico non impedisce comunque a molte di queste immagini di essere anche evocative e poetiche, come per esempio l’istantanea di una stanza abbandonata con tanto di scrivania vuota, telefono impolverato e sedia. A tal proposito impressiona particolarmente l’aspetto di “interruzione” che emerge da questi luoghi abbandonati: nonostante i locali siano per lo più vuoti, alcune stanze è come se fossero state lasciate all’improvviso – invece che per un processo di dismissione – e le loro soglie mai più varcate: «Sì, è vero, ho avuto la sensazione di una fuga più che un abbandono. Infatti speravo ingenuamente di trovare all’interno della caserma tracce “militari”, invece non ho trovato nulla che mi riportasse alla vita di caserma, di officina militare. Tutto ripulito meticolosamente, tranne qualche rara traccia negli alloggi degli ufficiali o come lo chiamo io: “il monumento al proiettile” che spicca appena varcato il primo cancello, a memoria, a perenne ricordo».

    Per eseguire il lavoro Federica ha percorso meticolosamente corpi di fabbrica, cortili, giardini e viali: «Nelle immagini della mostra sono ripresi tutti i luoghi “fotografabili”, ho dovuto lasciare fuori gli edifici dove ancora risiedono la Marina Militare e il deposito della Guardia di Finanza, inaccessibili per divieto militare e un deposito della Croce Rossa Italiana. Alcuni di questi edifici sono ristrutturati (quelli occupati), altri in stato di abbandono e degrado».

    Formato 6×6 e bianco e nero conferiscono all’insieme omogeneità e rigore, a tutto vantaggio della funzione documentale. La fotografa ci spiega il suo modus operandi: «Lavoro anche in digitale ma prediligo la pellicola soprattutto per i lavori di documentazione, è una sorta di valenza in più. Lavoro con l’Hasselblad e il banco ottico (in questo caso con Hasselblad), mi “gusto” l’inquadratura con molta cura, la foto che viene stampata la ri-conosco da subito. In pratica la scelta delle immagini è a monte, in fase di ripresa e non in fase di stampa o di lettura del provino. Le fotografie di questa mostra sono stampate a mano ai sali d’argento su carta baritata, mi sono avvalsa della preziosa professionalità del laboratorio De Stefanis di Milano».

    La mostra permette a tutti perciò di conoscere per immagini una realtà cittadina preziosa e ricca di possibilità per la comunità. Finanziata dall’Ordine degli Architetti di Genova, rimarrà presso la loro sede una volta terminato l’allestimento a Palazzo Ducale ma – aggiunge Federica – potrebbe essere esposta in occasione di altri eventi.

     

    Claudia Baghino

  • #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    botteghe-storiche-genovaNon solo Rolli Days nel weekend genovese. Oltre alle visite guidate ai palazzi che hanno fatto la storia della nostra città e all’ormai consueto appuntamento con il campionato mondiale di pesto al mortaio, un gustoso antipasto delle tipicità della nostra tradizione è stato servito questa mattina con un tour guidato alla scoperta delle botteghe storiche di Genova. Si è trattato di un evento di per sé riservato alla stampa nazionale, pensato soprattutto per far conoscere Genova fuori dai confini liguri, all’interno di una tre giorni “promozionale” molto articolata, ma è un’occasione che Era Superba non si è voluta far scappare per conoscere più da vicino alcune delle piccole, grandi eccellenze della nostra tradizione, che magari incrociamo tutti i giorni sul nostro cammino ma di cui non siamo pienamente consapevoli.

    botteghe-storiche-genova-barbiere-caprettariParliamo di botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro storico, con architetture, arredi, attrezzature e documenti d’epoca, che testimoniano attività dal sapore antico ma sempre apprezzate.
    A Genova, per preservare questo autentico patrimonio, è stato istituito un “Albo regionale delle botteghe storiche” nel quale vengono inseriti gli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano tutta una serie di requisiti richiesti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. «Grazie a un rinnovato accordo con Sovrintendenza e Camera di commercio – ci ha spiegato l’assessore a Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla – il numero delle Botteghe storiche genovesi è potuto salire negli ultimi mesi da 14 a oltre una ventina. Le botteghe fanno domanda e si sottopongono alla valutazione della Sovrintendenza. Solo dopo un riscontro effettivo di tutti i requisiti possono entrare a far parte di un circuito di valorizzazione importante per la città e sostanzialmente unico a livello nazionale».

    L’elenco, dunque, è sempre aperto. Certo, l’aggiornamento non è così rapido dal momento che oltre una cinquantina di altre botteghe sono in attesa di valutazione: ma la Sovrintendenza si prende il suo tempo e il fatto di non poter limitarsi a certificazioni sulla carta ma di dover verificare con studi e approfondimenti sul posto l’esistenza dei requisiti necessari, di certo non velocizza le procedure. «Si tratta di uno dei numerosi patrimoni che può promuovere il turismo della nostra città facendo leva su una delle sue eccellenze – sottolinea l’assessore Sibilla – per questo vogliamo valorizzare al massimo la rete delle botteghe storiche e renderla nota sia all’esterno che agli stessi genovesi, che non sempre la conoscono nel dettaglio».

    Ecco lo storify della puntata speciale di #EraOnTheRoad. Siamo partiti dalla storica Farmacia Alvigini, in via Petrarca, a pochi passi da De Ferrari per poi risalire via Roma fino alla camiceria e cravatteria Finollo. A quel punto abbiamo fatto qualche passo indietro per scendere nell’imperdibile tripperia di vico Casana per raggiungere poi la Confetteria Romanengo in piazza Soziglia. Dopodiché siamo risaliti verso via Garibaldi, passando per la polleria Aresu in vico del Ferro per poi raggiungere in via di Fossatello la Pasticceria Cavo Marescotti. Ma non ci siamo fermato al programma ristretto del tour guidato. Ci siamo spinti nei vicoli e vi abbiamo fatto conoscere tante altre botteghe antiche della nostra città.

    Simone D’Ambrosio

     

     

  • Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    Il Narciso: una bulbosa facilissima da coltivare in vasi ed aiuole

    1narcisoQuesta settimana parleremo di una delle bulbose più semplici da coltivare e che, nonostante sia indubbiamente interessante e di facilissima gestione, viene impiegata abbastanza poco nei giardini italiani.
    I narcisi sono piante tipicamente europee, appartenenti alla famiglia delle Amaryllidaceae (che comprende anche i bucaneve). Sono bulbose primaverili, che crescono spontanee in natura, nei boschi e nei prati di molti paesi dell’Europa centrale.

    2narcisoLe infiorescenze, singole o a gruppi di piccoli fiori a trombetta, sono piuttosto vistose, nei toni del bianco puro e delle diverse varietà del giallo, dal più tenue al più intenso. I bulbi producono, nel tardo inverno ed in primavera, foglie lanceolate verdi scuro, dal cui centro dipartiranno gli steli floreali. Partendo da quelli spontanei in natura, sono state create decine di cultivar, assai diversi tra loro, semplici e doppi (ossia con fiori dai petali molto numerosi). Secondo me le varietà originali, dai gialli pallidissimi, e quelle bianco puro sono in assoluto le migliori.

    3narcisoI fiori sono indubbiamente più piccoli, l’effetto cromatico meno vistoso ma i cespugli che questi bulbi creano sono molto più naturali. Debitamente collocati nelle aiuole, nei prati e soprattutto sotto gli alberi nei boschi, questi narcisi avranno poi il vantaggio di sembrare spontanei ed apparire da sempre in quel luogo. I narcisi crescono, infatti, con estrema facilità e rapidità, in quasi tutti i suoli, tanto in vaso che in terra piena. E’ sufficiente collocare i bulbi nel terreno in autunno e “dimenticarsi” di loro. Faranno tutto da soli, fiorendo copiosamente di primavera in primavera, per moltissimi anni. Le piante si naturalizzano poi con grande facilità e si moltiplicano da sole, creando grandi gruppi di foglie verdi intenso, lanceolate. In caso si voglia accelerare il processo ed i bulbi si infoltiscano troppo, si potrà procedere, dopo averli dissotterrati, alla loro divisione ed al loro distanziamento.

    4narcisoIn generale, a differenza di altre bulbose come i tulipani (di origine turca e quindi sensibili al freddo), i narcisi non necessitano di essere annualmente rimossi dalla terra in inverno, cosa che agevola molto la loro coltivazione. Più che in Italia, questi bulbi sono molto utilizzati nei paesi nordici, dove crescono benissimo e sono assai apprezzati. In Gran Bretagna vi era persino, negli anni Trenta, un apposito treno, il “Daffodil Special” gestito dalla Great Western Railway, per portare i londinesi a raccogliere ed acquistare narcisi al confine tra Gloucestershire e Herefordshire, zona ricchissima di cespugli spontanei e di loro coltivazioni.

    5narcisoIl celebre poeta William Wordsworth ha poi dedicato alla pianta una nota poesia “Daffodils”, incentrata sulla campestre “beatitudine della solitudine”. Spettacolari sono, infatti, le distese infinite di questi impalpabili fiori, nella luce del tardo inverno che cede alla primavera e nella foschia a mezz’aria dei boschi del Lake District.
    Infine, si dice che il nome di questo bulbo derivi dal mito greco di Narciso: il capo chino del fiore ricorderebbe il giovane nell’attimo in cui si specchia sopra un laghetto.
    Ai Kew Gardens di Londra utilizzano poi questa pianta persino per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sul Pianeta. Con assoluta precisione si è stimato che, se negli anni Ottanta del Novecento, i narcisi fiorivano intorno al 12 febbraio, nel 2008 a causa dell’aumento della temperatura, circa il 27 gennaio, ben sedici giorni prima…

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoA Trasta, Val Polcevera, nell’ex sottostazione elettrica delle Ferrovie in via Polonio, prosegue la costruzione del villaggio con 400 casette prefabbricate che ospiteranno altrettanti operai “foresti” prossimamente impegnati nei cantieri per la realizzazione del Terzo Valico ferroviario, opera finanziata con soldi pubblici (6,2 miliardi di euro) della quale, tuttavia, è difficile conoscere i dati ufficiali in merito all’effettivo impiego di manodopera locale e non, ma anche i nomi e la provenienza delle ditte alle quali il consorzio di imprese Cociv (Consorzio collegamenti integrati veloci, oggi composto da gruppo Salini-Impregilo al 64%, Società Italiana per Condotte d’Acqua al 31% e Civ S.p.A al 5%) – general contractor, ovvero soggetto unico gestore degli appalti – ha affidato parte dei lavori, in corso di svolgimento, del primo lotto costruttivo (sei lotti complessivi) del Terzo Valico dei Giovi. Un campo base è previsto pure in località Maglietto (nel Comune di Campomorone in Val Verde), dove presumibilmente saranno ospitati circa 200 lavoratori fuori sede, mentre l’area della Biacca a Bolzaneto ha di recente cambiato destinazione trasformandosi da campo base a deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terra di scavo (qui l’approfondimento di Era Superba e il ricorso al Tar presentato dagli abitanti).

    Nonostante diversi tentativi, la società di comunicazione a servizio del Cociv (Chiappe Revello Associati s.r.l.) non ci ha ancora fornito il prospetto con l’elenco delle imprese appaltatrici trincerandosi dietro la mancanza delle autorizzazioni previste (da parte di RFI, società del gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A., committente dell’opera, e dello stesso Cociv) a diffondere informazioni che a rigore di logica dovrebbero essere pubbliche già da un pezzo. Ricordiamo che il general contractor può dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale. Per accorciare i tempi delle operazioni i lavori del primo lotto sono tutti compresi nel 40% di affidamento diretto: in pratica è il general contractor a decidere a chi affidare – tramite procedure negoziate – l’esecuzione dei lavori .

    Le presunte ricadute occupazionali – soprattutto sul territorio ligure e genovese – sono sempre state enfatizzate dai maggiori sponsor istituzionali della grande opera, in primis dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che in questo senso, proprio una settimana fa, ha annunciato «I dipendenti di Metrogenova licenziati dopo l’ultimazione dei lavori della metropolitana (una trentina, ndr) sono stati chiamati dal Cociv per il Terzo Valico. L’attenzione al lavoro locale è doverosa – ha aggiunto Paita – Anche segnali come questo devono essere d’incentivo e di stimolo per continuare. Stiamo parlando di una grande infrastruttura in grado di dare risposte precise in termini di occupazione a un territorio particolarmente provato dalla crisi». A dire il vero, da quel che si riesce a comprendere, almeno finora tale affermazione pare essere smentita dai fatti. Secondo i sindacati, infatti, al momento sarebbero impegnati nei cantieri complessivamente circa 200-250 lavoratori nelle ipotesi più ottimistiche, tra personale amministrativo, tecnici ed operai (circa 50-60 unità), di cui pochissimi residenti a Genova. Le aziende appaltatrici locali dovrebbero contarsi sulle dita di una mano. D’altra parte l’unico intervento importante sul fronte genovese del valico sarebbe quello relativo all’esecuzione delle gallerie Borzoli-Erzelli e delle opere di completamento all’aperto della nuova viabilità tra via Borzoli-via Erzelli e via Chiaravagna, lavori affidati ad un raggruppamento di imprese composto dalla società napoletana Cipa S.p.A. (capogruppo) e dalla società genovese Pamoter s.r.l. Per altri interventi minori, come quello riguardante il cantiere di Fegino, alcune fonti riferiscono dell’avvenuto affidamento ad un paio di imprese genovesi ma, ad oggi, i lavori sarebbero pressoché fermi.

    I numeri sull’occupazione prevista

    terzo valico trasta2Ma inizialmente quali erano i numeri del possibile assorbimento occupazionale legato alla realizzazione della grande opera ferroviaria? Le stime più recenti le troviamo nell’edizione del “Giornale della Giunta” della Regione Liguria del 10 aprile 2013, dove a tal proposito si leggeva: “Il Terzo Valico porterà in dote lavoro per 4000 persone. È quanto emerso dalla riunione tecnica tra le istituzioni locali, il Cociv, e le organizzazioni sindacali e dei costruttori. Ma ci vorrà del tempo, circa tre-quattro anni, per arrivare a queste cifre: intanto si comincerà con circa 200 lavoratori entro fine anno (2013, ndr) per arrivare a 300 nel 2014 e giungere appunto al picco nel 2015 e 2016“. Ma visti i ritardi nei lavori non è detto che il traguardo venga raggiunto nei tempi.

    Sei mesi prima – precisamente l’11 ottobre 2012 – un protocollo d’intesa sottoscritto da Regione Liguria, Cociv e sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, stabiliva di “…prestare particolare attenzione al problema delle infiltrazioni mafiose, grazie all’osservatorio regionale sui contratti pubblici e al protocollo sulla legalità in via di sottoscrizione con la Prefettura di Genova; di assumere in via prioritaria manodopera locale; attivare un presidio sanitario nei pressi del cantiere per garantire la sicurezza sul lavoro; di istituire un servizio mensa ad opera di Cociv per i lavoratori e le imprese affidatarie, coinvolgendo i servizi di ristorazione locali”. Il protocollo – in merito all’occupazione – specificava la necessità di “…privilegiare, nel rispetto di tutte le norme di legge, di contratto e di accordo, aziende e manodopera del territorio attraverso la verifica delle professionalità richieste; le assunzioni saranno rivolte a lavoratori espulsi dal circuito lavorativo anche attraverso percorsi di riqualificazione professionale; prevedere nei contratti di appalto e subappalto l’integrale recepimento del presente protocollo”.

    Il j’accuse del presidente di Ance Genova

    Su circa 480 milioni di euro complessivi del primo lotto costruttivo del Terzo Valico, Cociv finora ha appaltato pochissime decine di milioni, soprattutto sul fronte piemontese. Eppure sono questi gli unici lavori appetibili per le imprese locali. «Ma finora la ricaduta sull’occupazione è stata davvero minima – spiega Federico Garaventa, presidente Ance Genova (Associazione nazionale dei costruttori edili) – Tutti a parole dicono che deve essere favorito l’incremento del lavoro sul territorio ma le procedure guarda caso vanno nella direzione opposta».

    Per la parte di opere propedeutiche affidate in via diretta con gare negoziate «Noi come Ance ci siamo prodigati a fornire una lista di aziende locali che sono tuttora all’attenzione del Cociv – continua Garaventa – Ad oggi, però, le imprese genovesi appaltatrici secondo le informazioni in nostro possesso sono soltanto 2-3. Ci auguriamo che anche altre realtà locali possano partecipare agli interventi del primo lotto che dovrebbero essere appaltati e poi avviati nei prossimi mesi». Per quanto riguarda, invece, la quota di opere (il 60%) da affidare necessariamente con procedure internazionali, probabilmente quelli relativi al secondo lotto costruttivo «Le imprese liguri e genovesi non sono adeguatamente attrezzate per concorrere – sottolinea Garaventa – Parliamo di lavori complessi in galleria a cui potranno ambire pochissime imprese italiane e nessuna locale».

    Ma il presidente di Ance Genova lancia un vero e proprio j’accuse all’odierna disciplina del general contractor in Italia «Un conto è affidare la gestione di una grande opera al general contractor, altro discorso è se lo Stato abdica completamente alla sua funzione di controllo lasciando mano libera a tale soggetto che così bada esclusivamente al proprio interesse di impresa». Ma non va dimenticato che lo stesso affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico gestore degli appalti (general contractor), ha suscitato le critiche dell’Unione Europea all’Italia perché non ha garantito l’apertura al mercato e alla concorrenza. E sovente tale scelta ha comportato un risultato di non economicità: opere che dovevano essere già terminate sono ancora in corso di realizzazione e nel frattempo i costi sono ampiamente lievitati (vedi la nostra precedente inchiesta del 2012 sul Terzo Valico dei Giovi). Poi Garaventa rincara la dose «Vista l’esperienza di altri colleghi impegnati nella realizzazioni di simili grandi infrastrutture non so neppure quanto sia conveniente aggiudicarsi gli appalti, considerando che spesso le aziende appaltatrici finiscono con le gambe all’aria. La normativa attuale, infatti, prevede un pesante squilibrio a favore del general contractor. Con la scusa che il soggetto unico sta appaltando con soldi pubblici, in buona sostanza può decidere il prezzo che vuole. È evidente che se il general contractor appalta sotto costo le imprese rischiano di non stare dentro a quelle cifre». Quindi, piuttosto che rinunciare al lavoro in un periodo di crisi nera, partecipano lo stesso, cercando di risparmiare magari sulla manodopera e sulla qualità dei materiali, con conseguenze immaginabili quali ritardi nell’esecuzione degli interventi e contenziosi giudiziari, quando va bene, fallimento delle aziende quando va male.

    La posizione dei sindacati

    I sindacati all’unisono denunciano l’andamento troppo lento dei cantieri e chiedono al consorzio Cociv di rispettare il protocollo d’intesa a tutela della manodopera locale, sottoscritto nell’ottobre 2012. «Per il momento le notizie che abbiamo descrivono una realtà che vede, dal punto di vista temporale, i flussi di manodopera previsti traslati di almeno sei mesi – racconta Fabio Marante, segretario generale Cgil Fillea Genova – Non arriviamo neppure a 250 lavoratori attualmente impiegati in tutti i cantieri propedeutici del Terzo Valico. Si tratta di un campione non rappresentativo, per questo motivo ancora non c’è stato un grido d’allarme da parte dei sindacati». I prossimi bandi di gara internazionali ovviamente avranno un ampio respiro aprendo il campo ad imprese provenienti da fuori regione ma pure da fuori Italia. «Noi stiamo provando a sollecitare le istituzioni affinché sia garantita una ricaduta occupazionale anche sul territorio – continua Marante – Ma le imprese locali non sono sufficientemente strutturate per partecipare a questi lavori. Sono imprese mediamente piccole con pochi dipendenti: o si consorziano tra di loro, oppure non potranno competere con realtà aziendali ben più grandi». Se invece, come probabile, ad aggiudicarsi gli appalti saranno imprese foreste (come in gran parte è avvenuto finora) «Solleciteremo l’assunzione di manodopera disponibile in loco – conclude il segretario Cgil Fillea Genova – Ma considerando la crisi dell’edilizia anche queste ditte avranno del personale da ricollocare dunque non sarà per nulla semplice tutelare gli interessi dei lavoratori genovesi e liguri».

    «Noi con il Cociv siamo rimasti al protocollo firmato un anno e mezzo fa – spiega Roberto Botto, segretario provinciale Feneal Uil Genova – Dopo di che il Cociv si è reso invisibile, e non comunica neppure con noi». Allo stato attuale, secondo il rappresentante sindacale, non c’è nessun effetto positivo tangibile sul territorio. «Se parliamo di operai inquadrati con contratto edile oggi nei cantieri sono impegnate soltanto qualche decina di unità – sottolinea Botto – Mentre diversi lavoratori hanno altre tipologie contrattuali. Si prevede che per la tarda primavera, forse inizio estate, dovrebbe verificarsi un maggiore assorbimento occupazionale. Però, ad oggi, non c’è alcuna garanzia da parte di Cociv in merito al rispetto del protocollo d’intesa dell’ottobre 2012. E il consorzio Cociv rifiuta il confronto con le parti sociali».

    «Il discorso con Cociv è aperto – afferma Paola Bavoso, responsabile Filca Cisl Genova – adesso l’obiettivo è attivare un tavolo comune per cercare di trovare la maggior collocazione possibile almeno per determinati profili professionali disponibili sul territorio. Per Genova, se parliamo di lavori specializzati in galleria, dobbiamo ammettere di non avere aziende pronte ad operare in simili contesti. Tuttavia, insieme alle altre sigle sindacali, stiamo creando un elenco locale comprendente singole figure professionali con caratteristiche idonee dal quale attingere per la futura richiesta di manodopera».

      Matteo Quadrone

  • Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    asiloIl giorno della verità. Poco meno di 2 mila famiglie genovesi stanno aspettando di capire quale sarà il destino dei propri figli per i prossimi tre anni. È, infatti, arrivato tanto atteso momento della pubblicazione delle graduatorie definitive per le iscrizioni alle scuole dell’infanzia (i vecchi asili o scuole materne che riguardano sostanzialmente i bimbi dai 3 ai 6 anni) comunali. Sono 1964 le domande ricevute quest’anno dal sistema comunale, a fronte delle 2163 dello scorso anno (mentre la popolazione tra i 3 e 6 anni è calata da 14187 a 13674 bambini). Ogni anno, il sistema integrato comunale-statale-privato offre una disponibilità maggiore rispetto all’intera popolazione in età: per fare un esempio, per l’anno scolastico in corso i posti offerti sono stati 14253 a fronte di una popolazione di 14187 individui, mentre nel 2011/2012 per 14078 bambini tra i 3 e i 6 anni, i posti disponibili erano 14584. Un’offerta più alta della domanda consente ai genitori di scegliere abbastanza liberamente dove mandare a scuola i propri figli ma il sistema di preiscrizione e successiva conferma è alquanto complicato e lascerà famiglie e istituti col fiato sospeso ancora per diverse settimane.

    Proviamo a vedere che cosa succede. Ogni anno i genitori possono richiedere l’iscrizione a una sola scuola dell’infanzia statale mentre possono esprimere una preferenza plurima per le scuole comunali e per le private convenzionate, quello cioè per cui è prevista un’almeno parziale copertura della retta da parte del Comune per le famiglie con Isee basso. Chiuse le preiscrizioni, che potremmo anche definire manifestazioni di interesse, ogni scuola statale stila la propria graduatoria in base ai criteri decisi dal Consiglio d’istituto, che tengono in considerazione il reddito e la condizione socio-economica famigliare, il numero dei figli, lo stato di occupazione dei genitori, eventuali disabilità famigliari o altre particolari criticità. A questo punto, in base ai posti disposizione e alla graduatoria, le segreterie fanno partire le prime telefonate in cerca di conferma delle iscrizioni. Spesso, però, la risposta ricevuta è del tipo: “Grazie, ma preferisco aspettare la pubblicazione della graduatoria delle scuole comunali”. Ciò avviene perché le scuole comunali, che dal punto di vista normativo vengono considerate paritarie, generalmente rappresentano i posti più ambiti grazie soprattutto ad orari più estesi nel corso della giornata e a servizi più ampi lungo tutto il corso dell’anno (venendo, ad esempio, incontro a chi non può occuparsi dei figli per tutti i tre mesi di pausa estiva).

    Ecco, dunque, che il meccanismo si inceppa sostanzialmente fino a oggi, ovvero al giorno di pubblicazione delle graduatorie comunali.

    Queste, naturalmente, vengono stilate con gli stessi criteri su tutto il territorio genovese ma il posizionamento di ogni famiglia varia da scuola a scuola, a seconda di chi ha inoltrato la propria manifestazione di interesse. Una volta ricevute le eventuali disponibilità da scuole comunali e dalla scuola statale prescelta, la famiglia potrà finalmente decidere dove confermare l’iscrizione del bambino. Ecco perché sarebbe auspicabile che le graduatorie statali e comunali diventassero un tutt’uno. Una promessa che circola nell’aria già da qualche anno ma che, nei fatti, non si è ancora concretizzata. In questo bailamme diventa allora molto difficile avere un quadro completo fino a ridosso delle vacanze estive. Senza dimenticare l’opzione delle scuole private, spesso scelte per maggiore vicinanza alla propria abitazione o a quelle dei nonni e per i servizi aggiuntivi.

    Ma anche le scuole pubbliche hanno all’interno della propria offerta formativa peculiarità che meritano di essere quantomeno prese in considerazione dai genitori al momento della fatidica scelta, tenendo ben presente il grado di coinvolgimento della famiglia stessa e la qualità e l’importanza affidata agli spazi e agli ambienti in cui cresceranno i bambini.

    L’asilo, il punto di partenza

    Tra i progetti pedagogici più noti, spicca il cosiddetto metodo Montessori che punta molto sulla libertà del bambino nel suo percorso di apprendimento e sull’importanza della qualità dell’ambiente che lo accompagna nel suo cammino di crescita, rivoluzionando i tradizionali tempi di apprendimento scolastici.  Ci sono poi, naturalmente, le sperimentazioni interculturali, sempre più cruciali per formare i piccoli a ben integrarsi in una realtà così umanamente ricca come quella genovese, e quelle informatiche che introducono l’utilizzo dei computer fin dalle prime basi del cammino didattico. Per chi avesse il pallino della matematica esiste il cosiddetto “Laboratorio zero” che punta a evidenziare l’importanza dei codici naturali da cui siamo circondati, unendo lo stupore della conoscenza del mondo alla razionalità dell’approccio scientifico. C’è anche la possibilità di puntare sulla filosofia fin dai primi passi nel mondo dell’istruzione, attraverso una metodologia didattica che valorizza il dialogo, la partecipazione democratica e lo sviluppo di un pensiero critico all’interno di un contesto relazionale. Non possono naturalmente mancare le sperimentazioni psicomotorie che danno grande importanza al gioco, al movimento, alla relazione e al rispetto interpersonale. Infine, l’educazione ambientale e alimentare con il progetto “Orto in condotta”, promosso a livello nazionale da Slow Food, che stimola i bambini a osservare, conoscere e prendersi cura della natura.

    Asili nido, tutt’altra storia: pochi posti a disposizione

    Questi progetti in alcuni casi propongono sperimentazioni già a partire dagli asili nido. Qui, se possibile, la situazione che riguarda le iscrizioni è ancora più complicata perché le preferenze esprimibili sono pressoché infinite ma i posti a disposizione nel sistema comunale sono assai limitati. La copertura dell’intero servizio, infatti, è di circa il 33% della popolazione in età. Ciò significa che per ogni bambino da 0 a 3 anni che ha la possibilità di andare al nido (comunale o privato che sia) ce ne sono altri due che restano a casa con i genitori, i nonni o i baby-sitter.

    Anche in questo caso, si parla di sistema integrato, come ci spiega il direttore del settore Scuola, Sport e Politiche giovanili del Comune di Genova, Tiziana Carpanelli: «Da anni il Comune di Genova persegue una politica di integrazione tra tutti i soggetti che offrono questo tipo di servizio. I nidi, in particolare, possono essere comunali, accreditati, convenzionati o strettamente privati.  La differenza tra accreditati, il cui rispetto di standard strutturali e pedagogici viene costantemente monitorato dai nostri uffici, e convenzionati sta nel fatto che con questi ultimi il Comune si accorda per un certo numero di posti per cui mette a disposizione una cifra massima a copertura totale o parziale delle rette per agevolare le famiglie con Isee basso».

    A proposito, la retta massima per i nidi comunali è stata finora sempre sotto i 400 euro (398,34 l’anno scorso) per l’orario base 8.30-16.30. Nell’anno scolastico in corso, confermando una quota ormai stabile da diversi anni, i posti a disposizione negli asili nido comunali erano 1901, che salivano a 2287 considerato anche i convenzionati. L’intero sistema integrato, invece, ha messo a disposizione solo 4485 posti a fronte di una popolazione residente tra gli 0 e 3 anni pari a circa 13300 unità. Cifre non particolarmente diverse da quanto accaduto nel passato recente: nell’anno scolastico 2011/2012, ad esempio, i posti a disposizione nel sistema integrato erano 4574, di cui 2469 comunali e convenzionati con una retta massima di 386,36 euro, a fronte di un popolazione di 13910 bambini.

    Volete fare un affare e offrire un servizio alla vostra comunità? Potreste pensare ad aprire un asilo nido a cifre abbordabili e con tanti servizi che possano aiutare i neo-genitori nei loro compiti educativi.

    Simone D’Ambrosio

  • Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    torrente-fereggianoCon un breve comunicato stampa il Comune di Genova ha annunciato l’approvazione del progetto definitivo del mini-scolmatore del Fereggiano. L’opera, presentata lo scorso settembre (qui l’inchiesta di Era Superba), aveva suscitato sin dal primo momento non pochi dubbi legati in particolar alla copertura finanziaria e all’incompatibilità con il progetto dello Scolmatore del Bisagno. A conferma di ciò lo scorso febbraio era arrivata anche la bocciatura dal Consiglio Nazionale dei Lavori Pubblici (con 64 pagine di osservazioni, qui il pdf completo).

    La Giunta ha dunque recepito le osservazioni del Consiglio Nazionale, ha prima predisposto e ora approvato il progetto definitivo per la messa in gara. Un segnale chiaro, che dimostra ancora una volta la ferma volontà di Tursi di andare fino in fondo con il mini-scolmatore.

    “La Giunta comunale, riunita questa mattina, su proposta dell’assessore Giovanni Crivello di concerto con l’assessore Valeria Garotta, ha deliberato l’approvazione del progetto definitivo della galleria scolmatrice dei torrenti Fereggiano, Noce e Rovare, quale primo stralcio funzionale dello scolmatore del torrente Bisagno.
    Il progetto comprende: la galleria scolmatrice a servizio dei torrenti Fereggiano/Noce/Rovare, le opere di sbocco a mare in corrispondenza dei bagni Squash, le opere di captazione sul torrente Fereggiano all’altezza di via Pinetti/salita Ginestrato.
    Come noto, l’intervento comporta un costo complessivo di 45 milioni di euro, di cui 25 milioni finanziati nell’ambito del piano nazionale di riqualificazione urbana, 10 milioni stanziati dall’Amministrazione comunale attraverso un mutuo e 5 milioni provenienti da contributo della Regione.
    L’approvazione del progetto definitivo, avvenuta entro i tempi del cronoprogramma a suo tempo annunciato, rende ora possibile predisporre la gara per l’assegnazione dei lavori”.

  • Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Arte di Strada teatro attoriLi incontriamo tutti giorni, con il sole ma spesso anche sotto la pioggia, andando al lavoro, facendo la spesa, in coda al semaforo o più semplicemente passeggiando tra i caruggi. Ma spesso non ci facciamo più neppure caso. Siano essi eccellenti musicisti, pittori brontoloni, giocolieri colorati, acrobati illusionisti, artigiani creativi, writer “naturalisti” o suonatori fantasiosi e magari un po’ fastidiosi. Non ci facciamo quasi più caso perché, ormai, fanno parte del nostro dna o, almeno, di quello della nostra città. C’è chi qualche anno fa voleva dar loro una sorta di carta d’identità professionale, chi voleva istituire un vero e proprio Registro… stiamo parlando degli artisti di strada, quelli che lo stesso regolamento approvato nel 2004 dal Consiglio comunale di Genova (qui il pdf), definisce “fenomeno culturale” e ne valorizza “le varie forme espressive”.

    Insomma, Genova capitale europea della cultura sapeva bene che cultura non vuol dire solo musei, teatri ed eventi istituzionali. Genova, città creativa e dai mille fermenti, sa ancora oggi che per far nascere i fior dal letame bisogna lasciare che il terreno cresca libero e fertile. È probabilmente per questo che il nostro regolamento per l’arte in strada è uno dei meno restrittivi d’Italia e punta a valorizzare la libertà di espressione artistica piuttosto che imbrigliarla dietro norme burocratiche e soffocanti. O almeno questo vorrebbe provare a fare.

    Certo, le stesse norme comunali fanno rifermento a una fantomatica istituzione di un albo professionale, ma non è così chiaro a che cosa possa servire visto che, per potersi esibire, basta una semplice autocertificazione “attestante lo svolgimento di attività di tipo artistico o, in alternativa, il tesserino di appartenenza alle associazioni di categoria”. A parte gli annunci, dunque, del registro degli artisti di strada non pare che se ne sia mai sentito effettivamente il bisogno. Ed è probabilmente per questo che dal 2009 è sparito sostanzialmente dalla circolazione, complice anche l’avvicendamento amministrativo a Palazzo Tursi.  Ma l’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, assicura che si tratta di un percorso non del tutto abbandonato: «Stiamo lavorando anche assieme a chi si fa in qualche modo portavoce degli artisti di strada per vedere se c’è la possibilità di apportare aggiornamenti e miglioramenti al regolamento che ben si addicano al nostro territorio».

    In quest’ottica, grande attenzione è stata posta anche ad altre realtà nazionali per cercare di capire se fosse stato possibile cogliere qualche suggerimento utile per la normazione delle esibizioni dei cosiddetti artisti “a cappello”: «I tecnici – spiega ancora Sibilla – si sono soffermati soprattutto su Milano ma hanno trovato una modalità onerosa e burocratica, sia per l’amministrazione che per gli artisti stessi. Noi, invece, vorremmo andare nella direzione di apportare eventuali miglioramenti allo status quo».

    Ecco allora un possibile allargamento del raggio d’azione a tutti gli artisti indipendenti, con particolare attenzione ai più giovani che non trovano spazio nei luoghi più istituzionalizzati della Genova artistica e culturale: «Abbiamo ripreso in mano il regolamento, che nel 2004 era stato seguito soprattutto dal settore Commercio del Comune piuttosto che dall’area culturale – prosegue l’assessore – perché vorremmo far rientrare in questo discorso anche la valorizzazione di tutto il mondo dei creativi genovesi e degli artisti indipendenti. Per cui, il regolamento e anche il tema del registro degli artisti di strada, che non aveva avuto più alcun seguito, può diventare un’opportunità per valorizzare l’arte indipendente, come già cerchiamo di fare con il progetto Cresta, e rispondere a un’esigenza piuttosto sentita dal territorio».

    Se anche queste siano destinate a rimanere soltanto promesse sarà il tempo a dirlo. Resta comunque il fatto che Genova vuole, o quantomeno vorrebbe, prestare continuamente attenzione a chi nasce con una particolare abilità artistica e non ha paura di offrirla agli altri, pur non riuscendo magari a farne fonte di reddito primario.

    Ma chi è, in fin dei conti, l’artista di strada? Trovare una definizione non è così semplice. Ci ha provato il già citato regolamento comunale che all’articolo 2 enuncia: “Sono considerati artisti di strada coloro che svolgono attività di tipo artistico, culturale o ludico in forma spontanea, non finalizzata a lucro”.
    Già da questi passaggi si capisce come non siamo di fronte a prescrizioni bacchettone. Ma qualche norma, com’è giusto che sia, c’è. Intanto, l’occupazione del suolo, che viene concessa a titolo gratuito, non può superare nel complesso i 2 metri quadrati e, naturalmente, può essere effettuata solo con strutture facilmente rimuovibili. Le performance, poi, non devono costituire intralcio al traffico veicolare, ai pedoni e all’accesso agli esercizi commerciali e devono ovviamente rispettare il decoro urbano.

    Nelle more del regolamento sono individuati alcuni spazi in città ritenuti idonei per le manifestazioni degli artisti di strada. Ce n’è per tutti i gusti: da un generico Centro storico al Porto Antico, da corso Italia e Boccadasse alla Passeggiata di Nervi e al Lungomare di Pegli, dai parchi e giardini pubblici alle isole pedonali. Il tutto, naturalmente, con la possibilità di ampliamenti o restrizioni temporanee stabilite direttamente dai Municipi (in realtà, l’ormai datato regolamento parla ancora di Circoscrizioni…).

    Inoltre, se è vero che l’artista di strada non può chiedere il pagamento di un biglietto, è invece assolutamente consentito il cosiddetto “passaggio a cappello” con l’invito a una “libera elargizione” da parte del pubblico.

    Soprattutto per quanto riguarda il Centro Storico, non sono mancate negli anni le lamentele di chi vorrebbe vietate le esibizioni canore e musicali. Ma il regolamento non prevede nulla di tutto ciò. Anzi, all’articolo 9 recita: “Le esibizioni musicali e/o canore sono consentite purché non venga arrecato disturbo a terzi e venga osservata la normativa vigente sull’inquinamento acustico. Il suono degli strumenti musicali potrà essere diffuso anche da piccoli impianti di amplificazione purché le emissioni sonore non superino i decibel consentiti dalla normativa vigente”. Un limite, invece, viene imposto alla durata della performance, non solo musicale, che non può superare i 60 minuti continuativi nella stessa postazione, se ci si trova nei pressi di edifici residenziali o esercizi commerciali.

    L’unico divieto perentorio, invece, è riferito all’utilizzo di “uno o più animali di qualsiasi specie”. Niente circhi improvvisati, dunque, salvo concessioni ad hoc. Hanno, invece, via libera i cosiddetti “madonnari”, che devono però avere l’accortezza di utilizzare per i propri quadri su strada materiali non danneggianti i selciati. I ritratti, comunque, non possono essere realizzati sul sagrato di una chiesa, di un luogo di culto o in altre zone cittadine considerate di alto pregio, oltre naturalmente a tutti i muri verticali.

    Simone D’Ambrosio

  • Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    teatro-akropolisGiunge alla V edizione Testimonianze ricerca azioni,  il festival di ricerca teatrale organizzato dal Teatro Akropolis di Sestri Ponente. Dall’1 aprile al 4 maggio la rassegna porterà a Genova alcuni fra gli artisti più rappresentativi nell’ambito del teatro di ricerca e delle arti performative a livello internazionale.

    Per la direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, Testimonianza ricerca azioni 2014 si articola in sette spettacoli, cinque laboratori, quattro seminari e un progetto di residenza, “tutti eventi indirizzati a un pubblico sempre più ampio e variegato – si legge nella nota stampa –  con una particolare attenzione a chi al teatro intende avvicinarsi con strumenti critici sempre più approfonditi”. Oltre ovviamente al teatro di Sestri Ponente, gli eventi si svolgeranno anche a Palazzo Ducale, Villa Bombrini (Cornigliano) e Villa Rossi (Sestri Ponente).

    Con il sostegno di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio VI Medio Ponente e Società per Cornigliano, anche quest’anno la rassegna sarà raccontata attraverso la pubblicazione di un volume edito da AkropolisLibri e Le Mani Editore (Teatro Akropolis – Testimonianze ricerca azioni vol. quinto), “che raccoglie gli interventi di tutti gli artisti e gli studiosi che partecipano all’iniziativa, consentendo di approfondirne la conoscenza e di accedere a materiali utili al confronto con la scena”.

    Inoltre “grazie alla partnership tra Teatro Akropolis e BlaBlaCar sarà possibile usufruire del servizio di ride-sharing per raggiungere il teatro e partecipare alle attività del festival. Chi verrà in teatro offrendo o ricevendo un passaggio in auto tramite il servizio BlaBlaCar.it, avrà diritto al biglietto ridotto per l’ingresso agli spettacoli, a uno sconto del 10% sull’iscrizione ai laboratori e riceverà in omaggio lo shopper di Teatro Akropolis contenente la borraccia di BlaBlaCar”.

    Gli ultimi tre giorni della rassegna (dal 2 al 4 maggio) saranno dedicati ad un interessante iniziativa chiamata Finestre sul giovane teatro che coinvolgerà quattro compagnie (Teatro dei Venti di Modena, TeatrInGestAzione  di Napoli,
 Teatro Ridotto di Bologna e Teatro Akropolis). Si tratta di “un progetto annuale del Teatro Ridotto di Bologna di cui quest’anno viene riproposta da Teatro Akropolis l’edizione del 2013. Quattro gruppi teatrali si incontrano in tre giorni di lavoro e di scambio di pratiche di lavoro attraverso un laboratorio che coinvolge gli artisti dei rispettivi gruppi. A disposizione cinque posti per altrettante persone che vogliano partecipare gratuitamente ai tre giorni di laboratorio insieme ai quattro gruppi.
 Due ulteriori posti sono disponibili per uditori che desiderino solo assistere al lavoro“.

    Gli spettacoli

    Institutet-for-ScenkonstApre la rassegna giovedì 3 aprile lo spettacolo La logica della passione – Opus Genovamesso in scena dal duo svedese Magdalena Pietruska e Roger Rolin (direttori dell’Institutet för Scenkonst – in residenza al Teatro Akropolis – istituto svedese fondato da Ingemar Lindh, allievo di Decroux), con gli artisti del network internazionale X-Project. Domenica 6 a Villa Bombrini in programma L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA a cura della compagnia Instabili Vaganti di Bologna e mercoledì 9 si torna all’Akropolis con Il Fascino dell’Idiozia di Zaches Teatro (Firenze).
    Venerdì 11 Festa a Villa Rossi Martini, una serata di festa durante la quale andranno in scena due spettacoli: Senza Niente a cura di L’Attore di Teatro Magro (Mantova) e Elogio Dell’attesa / La figura del cavolo di Davide Frangioni (UBIdanza, Genova). Il giorno dopo Senso Comune all’Akropolis della compagnia modenese Teatro dei Venti e il 17 aprile sempre all’Akropolis chiude C Credo. L’unico spettacolo al mondo con una sola lettera! di Teatro Belcan (Brescia).

    I laboratori

    In programma 4 (ore 18-22), 5 e 6 aprile (ore 14-20) al Teatro Akropolis Essere del fare curato da Roger Rolin e Magdalena Pietruska, Institutet för Scenkonst. L’ 8-9-10-11 aprile ore 18.30-21.30 presso l’auditorium dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente Laboratorio di ritmica applicata all’azione fisica di Stefano Tè e Igino L. Caselgrandi del Teatro dei Venti. Il 13-14-15-16 aprile ore 18-22, nuovamente al Teatro Akropolis, Il mestiere dell’attore con Massimiliano Civica (tra i principali registi e pedagoghi del teatro italiano) e infine i giorni 28-29-30 aprile ore 18.30-21.30, Teatro Akropolis, Il gesto come (cre)azione curato da Davide Frangioni / UBIdanza e rivolto ad attori, danzatori e performer.

    Gli incontri e i seminari

    Si parte l’1 aprile alle ore 17 in Sala gradinata-Informagiovani (Palazzo Ducale) con Opus Genova, incontro con l’Institutet för Scenkonst / X-Project. Il 9 e 10 aprile ore 9-18.30 presso Villa Bombrini #Comunicateatro, seminario condotto da Simone Pacini/fattiditeatro sulla comunicazione applicata agli eventi culturali nelle sue forme più innovative, low budget, virali e 2.0. L’11 aprile ore 14-18 e il 12 aprile ore 10-14 (luogo da definire) Viaggi teatrali: dalla tournée alla spedizione antropologica tenuto da Marco De Marinis, studioso, storico del teatro e direttore del DAMS di Bologna. Infine, il 4 maggio alle 18.30 Carlo Angelino e Gerardo Guccini chiudono al Teatro Akropolis con La dimensione perduta del teatro, teatro e sapienza nell’opera di Alessandro Fersen.

  • Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    La mostra nella galleria d'arteIn un caso si tratta dello spazio espositivo per eccellenza rivolto ad artisti emergenti genovesi e non, nell’altro dell’ormai ottava edizione dell’evento dedicato alle industrie creative. Il comune denominatore è la ricerca di idee e artisti pronti a mettersi in gioco per far conoscere ed esporre le proprie opere. Stiamo parlando di Sala Dogana e di PechaKucha Night, due occasioni da non perdere per gli artisti e i creativi genovesi.

    Sala Dogana cerca nuove idee

    Aspettiamo i vostri progetti artistici“. Con queste parole l’organizzazione di Sala Dogana apre come di consueto le porte alle idee made in Zena e non solo. Per la programmazione dei prossimi mesi è partita la ricerca di buone idee e progetti da realizzare e presentare la propria candidatura è molto semplice: nominativi e curriculum degli artisti coinvolti, una cartella di descrizione del progetto, l’indicazione del target a cui il progetto si rivolge, necessità tecniche e tempi di realizzazione. La Sala sarà ceduta in comodato d’uso gratuito. A questo indirizzo è possibile scaricare tutta la documentazione necessaria e richiedere maggiori informazioni.

    PechaKucha Night, giovedì 8 maggio via all’ottava edizione

    “Designer, architetti, grafici, fotografi, artisti, stilisti, scrittori, fumettisti, musicisti, videomaker, inventori, scienziati, professionisti che si occupano di comunicazione o editoria, chiunque abbia un’idea, una passione o un progetto creativo e voglia condividerlo e farlo conoscere”, si legge sulla nota stampa diffusa dallo staff di PechaKucha.

    Una parola giapponese che significa chiacchiera e con cui ormai abbiamo preso confidenza, un evento internazionale nato a Tokyo che interessa ormai più di 740 città in tutto il mondo e che a Genova è già arrivato all’ottava edizione.

    I candidati avranno l’oppurtunità di presentare e condividere i propri progetti sul palco della Claque in Agorà giovedì 8 Maggio 2014. Partecipare è molto semplice ed è gratuito; è sufficiente scaricare la scheda di partecipazione e il format di presentazione power point e inviare il tutto entro domenica 20 aprile all’indirizzo pkn.genova@gmail.com (scheda di partecipazione, in italiano e in inglese, 7 slide di presentazione di cui almeno 1 rappresentativa del progetto, foto o logo).

    Ogni creativo avrà a disposizione 6’40’’ e 20 immagini, ogni immagine dura 20’’. Un software gestirà la sequenza delle immagini e dei creativi e non sarà possibile bloccare la sequenza. Quindi è consigliabile strutturare il proprio intervento basandosi su queste indicazioni per evitare di essere interrotti bruscamente. L’orario di avvio delle danze non potrà che essere anche per questa edizione primaverile il doppio 20…

    Per maggiori info o cambi al programma http://www.facebook.com/pages/PechaKucha-Genova/339366006077341

  • Genova vs Forte dei Marmi. Gli ambulanti genovesi al Comune: cacciate i colleghi foresti

    Genova vs Forte dei Marmi. Gli ambulanti genovesi al Comune: cacciate i colleghi foresti

    marina-aeroporto-d3Genova contro Forte dei Marmi. Lo scontro tra gli operatori mercatali ambulanti per l’occupazione delle aree del Porto Antico e della Marina di Sestri ponente è andato in scena anche in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 un po’ sui generis che ha dato spazio per gli interventi non solo ai numerosi consiglieri proponenti l’interrogazione a risposta immediata ma anche a un rappresentate per ogni gruppo consigliare. Il tutto, con una massiccia presenza sugli spalti della Sala Rossa di operatori genovesi chiamati alle armi dall’Aval (Associazione venditori ambulanti liguri), solo una delle rappresentanze sindacali del settore (le altre sono Confesercenti e Ascom), ma sicuramente la più numerosa.

    La richiesta degli ambulanti genovesi è sostanzialmente quella di non concedere più al cosiddetto mercato Forte dei Marmi, gli spazi della Marina di Sestri ponente e del Porto Antico di Genova che periodicamente ospitano i banchetti provenienti da fuori città, e di favorire in cambio appositi appuntamenti riservati agli operatori mercatali residenti tra le mura amiche.

    «A parte il fatto che di operatore di Forte dei Marmi ce n’è realmente uno solo – sostiene Giuseppe Occhiuto, da sempre in prima linea nelle rivendicazioni degli ambulanti genovesi – ci troviamo di fronte a una situazione che doveva essere una tantum e, invece, è diventata una semper. E ogni volta in cui vengono ospitati questi mercatini, il nostro fatturato nel corso degli altri appuntamenti nei giorni antecedenti e successivi cala mediamente del 40/50%».

    «Gli operatori dei mercati merci varie – ha detto nel suo intervento in Sala Rossa Gianni Vassallo, consigliere Pd ed ex assessore al Commercio del Comune di Genova – pongono un problema vero e lo fanno in maniera seria. La nostra risposta deve essere altrettanto certa e seria, cioè da amministratori. Stiamo parlando di una categoria che non può mettersi sotto mutua, che deve aprire la propria attività con la pioggia o con il sole. Non basta dire che li dobbiamo sostenere e poi dimenticarcene. Non hanno bisogno di solidarietà ma di sentirsi dire “questo si può fare e lo faccio, questo non si può fare”. Pongono un problema che va al cuore della nostra capacità amministrativa. Se è vero che tutti i detentori di licenza possono svolgere attività in tutti i Comuni di Italia, è anche vero che noi come amministratori del Comune di Genova abbiamo doveri diversi nei confronti di chi abita e paga le tasse qui».

    foto porto antico dall'altoQuestione delicata, che secondo le stime circolate oggi potrebbe in qualche modo ripercuotersi su circa 700 ambulanti che normalmente operano sui 36 mercati settimanali o bisettimanali organizzati in città. Da un lato, dunque, l’opportunità di valorizzare il lavoro dei genovesi, dall’altro però la necessità di non chiudere le frontiere seguendo logiche autarchiche medievali. Difficile trovare il giusto mezzo, soprattutto quando è necessario fare i conti anche con contrasti sindacali interni che, ad esempio, non hanno consentito agli operatori che oggi rivendicano gli stessi spazi di rispondere alla disponibilità che in questo senso l’assessore Oddone aveva già mostrato prima di Natale.

    «Porto Antico è sempre stata disponibile a trovare una soluzione – assicura l’assessore allo Sviluppo economico – tanto che a dicembre avevo l’ok per la sostituzione del mercatino di Forte dei Marmi con i banchi degli operatori locali, per 8 domeniche all’anno, a partire già dal 15 dicembre. Sono gli ambulanti genovesi che non sono riusciti a mettersi d’accordo».

    «Ma ora – assicura Occhiuto – siamo pronti a sostituirci al mercatino di Forte dei Marmi in qualsiasi momento».

    A complicare la situazione, il fatto che le aree contese non sono direttamente nella disponibilità del Comune di Genova. Marina di Sestri Ponente è, infatti, proprietà del Demanio marittimo e gestita da Autorità portuale che ha rilasciato le opportune autorizzazioni per iniziative commerciali: i soggetti organizzatori devono solo comunicare i nomi dei partecipanti che, naturalmente, devono essere in possesso di permesso per il commercio in aree pubbliche.  Diversa la situazione per il Porto Antico, che è di Autorità portuale data in concessione alla Società Porto Antico spa, con il Comune come azionista di maggioranza. «In questo caso – sottolinea Guido Grllo, Pdl – non possiamo allargare le braccia ma dobbiamo dare indicazioni dure a Porto Antico per privilegiare l’imprenditorialità genovese. Il problema non è tanto che al Porto Antico non ci vada il mercato di Forte dei Marmi – anche se la richiesta di Asal è proprio questa – quanto che ci possano andare anche i nostri venditori».

    Gli ambulanti genovesi contestano all’amministrazione di non far seguire fatti concreti alla disponibilità mostrata solo a parole: «Non è vero che il Comune non può fare nulla. Per quanto riguarda Sestri – spiega Mauro Lazio, presidente Aval – la legge regionale vieta la realizzazione di mercati in aree di proprietà demaniale salvo specifica autorizzazione del Comune. Per le zone del Porto Antico, invece, il Comune può sfruttare il fatto di essere azionista di maggioranza per favorire da subito il nostro subentro ai banchetti che vengono da fuori Regione».

    Ma la legge dice anche che chiunque sia in possesso di regolare permesso per attività ambulante nella Comunità europea, possa esercitare la professione su tutto il territorio nazionale.

    L’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, che assieme al sindaco ha incontrato i rappresentanti di Asal a margine dei lavori del Consiglio comunale, è parso comunque assolutamente possibilista per il futuro. «Come andiamo proponendo dall’autunno scorso – sottolinea l’assessore – abbiamo nuovamente convenuto che in un futuro prossimo queste attività vengano effettivamente svolte da operatori genovesi. Speriamo che si possano organizzare adeguatamente per sostituire, a livello quantitativo e qualitativo, chi adesso viene da fuori. Porto Antico ha l’esigenza di organizzare eventi che fungano da volano per la propria area ma è sempre stata disponibile ad accogliere le istanze degli operatori locali. Per cui bisogna fare in modo che i nostri operatori siano più bravi e più propositivi rispetto a chi al momento occupa l’area. Questo significa anche organizzarsi in modo unitario e non dare sponda a quelle divisioni che all’interno delle categorie di settore troppo spesso si vedono in questa città».

    A ribadire la disponibilità dell’amministrazione a trovare una soluzione è stato anche il sindaco Marco Doria, costretto a intervenire per sedare gli animi durante la discussione in Sala Rossa: «Non sono in campagna elettorale e non vi racconto delle balle perché voglio prendere l’applauso» ha detto il primo cittadino, perdendo per un istante il suo impeccabile aplomb. «Rispetto alla situazione del Porto Antico siamo disponibili a confrontarci e continueremo a farlo, come d’altronde ha fatto finora l’assessore Oddone che ha tutto il titolo a parlare a nome della Giunta perché le cose che dice sono condivise e concordate. E questa amministrazione non è certo favorevole alla concorrenza selvaggia tra gli operatori».

    Difficile, in ogni caso, che la situazione venga sbloccata già entro domenica prossima, quando è in programma proprio nell’area di Porto Antico un nuovo appuntamento con il mercatino di Forte dei Marmi: «Noi dovremmo fare uno sforzo per sostituirci agli operatori che vengono da fuori – ha dichiarato Mauro Lazio – ma se entro sabato prossimo non cambia la situazione, abbiamo già le autorizzazioni per scendere in piazza domenica mattina a manifestare in modo civile ma determinato». Come dimostra anche un cartello esposto dagli stessi operatori sulle tribune dell’aula consigliare: “O vanno via o scateniamo un conflitto sociale”.

    «È una situazione paradossale – chiosa Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria – perché chi si lamenta degli operatori che arrivano da fuori non dovrebbe allora neppure andare a fare il mercatino ad Arenzano. L’eccesso di leghismo ti porta ad avere paradossi di questo genere, legati comunque alla crisi e alla paura di perdere quei potenziali clienti che in realtà sia al Porto Antico sia alla Marina di Sestri non avresti perché, almeno finora, in quelle zone alla domenica non era stato organizzato nessun altro mercatino. Nessuno mette in discussione che ci siano delle difficoltà ma non credo che sia il caso di mettersi a fare una guerra tra poveri».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    carmagnaniLa notizia era circolata come un uragano per tutta la città a partire, come spesso accade, da un’indiscrezione pubblicata dalla stampa. Le aziende petrolchimiche di Multedo, Carmagnani e Superba, avrebbero l’intenzione di spostare la propria sede in una zona molto più centrale del porto di Genova: più precisamente, nei pressi della centrale a carbone dell’Enel, sotto la Lanterna, in aree di proprietà di Autorità portuale. Notizia accolta con grande soddisfazione dagli abitanti di Multedo, un po’ meno da quelli dei Municipi Centro Est e Centro Ovest su cui si sposterebbero i fumi delle lavorazioni (aree che già soffrono problemi di inquinamento, ndr).

    La questione è stata risollevata ieri in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 (per l’ultima seduta secondo la vecchia formulazione, dato che martedì prossimo entrerà in vigore il nuovo regolamento) da numerosi consiglieri di maggioranza, a cui si è aggiunto il decano del Pdl, Guido Grillo, che puntava a chiedere chiarimenti al vicesindaco su quanto ci fosse di vero circa le notizia trapelate dai giornali. «Siamo tornati a 20 anni fa – ha sottolineato Antonio Bruno, capogruppo Fds – se queste aziende sono incompatibili con il tessuto abitato si deve avviare un processo di dismissione e riconversione produttiva pulita».

    «Il cambio di destinazione del petrolchimico – prosegue Pastorino, capogruppo Sel – non ci troverebbe d’accordo perché incompatibile da anni con la città. Da tempo sono state chieste nuove aree adatte per il petrolchimico all’Autorità portuale che non ha mai risposto ma è invece solerte a lasciare spazi liberi per container vuoti, ad amici di amici che non pagano neppure il canone. Pensare di ricollocare il petrolchimico dove c’era già una servitù di centrale a carbone, che finalmente si dismette, è pura follia». Un concetto ripreso anche da Clizia Nicolella, Lista Doria: «Nell’analisi della collocazione delle attività produttive non possiamo non considerare che questa zona ha già subito l’azione della centrale a carbone. Su Sampierdarena, inoltre, insisteranno molte delle nuove infrastrutture della città: quale risarcimento viene pensato per il territorio? La vicenda evidenzia come il rapporto stretto tra la città e il porto non possa prescindere da una programmazione condivisa degli spazi».

    L’attacco del vicesindaco al presidente Luigi Merlo

    enel-DISul tema della programmazione delle aree portuali è intervenuta anche Monica Russo (Pd) che, ribadendo l’esigenza di spostare Carmagnani e Superba, ha sottolineato come resti il dubbio su che cosa intenda fare Autorità portuale di queste aree, dal momento che manca ancora un piano regolatore. La risposta a quello che lui stesso ha definito «fuoco amico da parte della maggioranza che addita alla giunta responsabilità che in realtà riguardano la pianificazione portuale, che non si vede perché non esiste» è affidata al vicesindaco Stefano Bernini che ha puntato il dito senza mezzi termini contro il presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo. «Di fronte alla provocazione di Autorità portuale che dice un’assurdità del tipo “quelle cose erano sul territorio di Genova e quindi deve essere la città che se le becca” – ha evidenziato con forza Bernini – deve emergere dal Comune l’esigenza di un dialogo sul piano di sviluppo portuale che per ora non c’è. Perché allora, per fare un esempio, non avremmo dovuto farci carico dei sacrifici che i cittadini di Fegino hanno dovuto compiere per porre una soluzione alla situazione Derrick che riguardava interamente un’attività del Porto. Noi non ci siamo mai tirati indietro di fronte a responsabilità complessive della città per l’insieme delle sue attività economiche. Ma non è possibile pensare solo al proprio microcosmo, perché se un presidente di Municipio che guadagna poco può anche qualche volta pensare solo al proprio territorio, un presidente di Autorità portuale che guadagna come tutti i boiardi di Stato deve decidere di pensare a tutta la città e quindi entrare in relazione con noi, magari scegliendo insieme se qualche attività non deve più stare a Genova come il petrolchimico. Solo in questo modo si può pensare alle soluzioni alternative da mettere in campo, che riguardano ad esempio la ricollocazione dei 75 lavoratori del settore che guadagnano molto di più di chi movimenta container vuoti».

    Genova e il porto petrolchimico, quale futuro?

    porto-traghetti-san-teodoroIl vicesindaco, dunque, prende anche in considerazione l’opzione di eliminare definitivamente da Genova le lavorazioni petrolchimiche: «Questo è un percorso antico che risale a oltre vent’anni fa – ha ricordato Bernini in Sala Rossa – e che dice che non possono più esistere depositi costieri (legati quindi alla portualità e non ad attività produttive o manifatturiere) di materiale petrolchimico in mezzo alla città. Si tratta, dunque, di capire come Genova possa restare un porto che movimenti materiale petrolchimico. Possiamo anche decidere come città che non siamo più porto petrolchimico e dirottare tutto su Ravenna o Rotterdam, ma adesso questa funzione esiste ancora».

    E per coniugare le necessità della città con quelle dei lavoratori del settore, sembrava che la proposta di Carmagnani e Superba fosse meritevole quantomeno di essere presa in considerazione: «È successo – ha spiegato il vicesindaco – che di fronte alla proposta di Carmagnani e Superba di un possibile trasferimento della propria attività, la civica amministrazione ha ritenuto opportuno comunicarla in primis al municipio interessato all’eventuale ricezione. Sembrerebbe un passaggio naturale e che è giusto fare ma che ha scatenato stizzite e isteriche reazioni che non capisco. Anche perché il Comune di Genova è ben consapevole di non poter decidere sugli spazi della portualità ma può, semmai, entrare nell’ambito di una discussione e agevolarne lo sviluppo».

    In aggiunta a quanto circolato finora, la proposta però non riguarda esclusivamente il trasferimento del polo petrolchimico di Multedo nelle aree dove attualmente si trovano in depositi del carbone che alimentava la centrale Enel. «Nello specifico – ha aggiunto Bernini – il progetto comprendeva anche la rifunzionalizzazione della centrale per dare vita a un nuovo centro di commercializzazione (deposito, stoccaggio e ridistribuzione) di cementi provenienti via nave, che andrebbe a incrementare la biodiversità del commercio portuale. Una proposta anch’essa interessante perché la possibilità di trasferire l’attracco di “chimichiere” dentro il porto, secondo il codice della navigazione, si può fare solo dove esiste una Darsena protetta per far sì che chi scarica non sia a contatto con altri navi di passaggio, per motivi di sicurezza».

    «La scelta che come città abbiamo fatto da sempre – ha ricordato il vicesindaco – era quella di mettere insediamenti industriali di questo tipo alla maggiore distanza possibile rispetto alla parte abitata. Per cui, anche altre possibile collocazioni ritenute migliori dall’Autorità portuale andrebbero vagliate con attenzione: ad esempio, per quanto riguarda la zona Ilva bisognerebbe vedere quanto questa andrebbe a intersecare l’area abitativa della Fiumara. Non è che un Municipio si può sentire tranquillo perché una cosa viene collocata al di là del proprio confine: bisogna vedere quanto questo tipo di scelta vada a influenzare l’interno del territorio. Ma spesso si sposano convinzioni indipendentemente dalla ragione».

    Ma le polemiche non si fermano all’Autorità e al Municipio Centro Ovest. «Che poi un sedicente responsabile internazionale dell’ordine degli architetti – prosegue Bernini come un fiume in piena – mi venga a dire che quella zona deve essere riservata a spazio portuale mi fa solo venire da piangere: non stiamo parlando di aree da utilizzare per il circo equestre o di sfruttare la centrale Enel per altre attività utili alla città, ma stiamo parlando di traffici portuali di cemento e petrolchimico. Poi siamo perfettamente coscienti che non abbiamo voce in capitolo rispetto a quanto succede tra le banchine ma ci piacerebbe che la scelta venisse presa in modo trasparente, con gara e mettendo a confronto tra loro posizioni diverse, il peso economico, occupazionale e l’eventuale pericolosità».

    Quindi il Comune non può fare sostanzialmente nulla di fronte al muro innalzato da Autorità portuale? «Il nostro ruolo – sostiene Bernini –  per ora è solo di stimolo e di controllo che la situazione venga presa in considerazione nel suo complesso, nell’ambito di una programmazione portuale che deve tenere presente il dialogo magari anche in altre situazioni». L’ovvio riferimento è alla gestione delle aree della Fiera, la cui programmazione studiata dal Comune nell’ambito del Puc ha trovato una ferma contrarietà da parte di Autorità portuale e Regione: «Questi enti – sottolinea il vicesindaco – lo stesso giorno in cui hanno sollevato la polemica sulla questione del petrolchimico, hanno anche discusso sulle nostre scelte urbanistiche nella città che, tra l’altro, erano state comunicate un mese prima per iscritto, in modo da poter raccogliere eventuali osservazioni. Queste isterie vanno lasciate da parte anche se i periodi elettorali portano gli amministratori ad essere un pochino più sensibili: ma se fai un lavoro di questo genere, anche sotto elezioni devi farlo con la correttezza che è dovuta».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    londra-musicista-covent-gardenDILa canzone come traccia/ testimonianza/ segno/ simbolo/ icona sonora di un determinato periodo storico è un tema che abbiamo trattato a lungo lo scorso anno. Ma, nell’avvicendarsi delle trasformazioni storiche, c’è anche qualcos’altro che ha subito profonde modificazioni. Certo, da un lato c’è – chiamiamola – la “spontanea creatività popolare”, ossia il fatto che da sempre c’è chi crea canzoni e musica spontaneamente. Basti pensare alle filastrocche o alle ninna nanne che vengono tramandate oralmente da centinaia e centinaia di anni: chi le ha composte? Nessuno lo sa. Sono il frutto di un’attitudine creativa che si riscontra in tutte le società umane e ne costituisce un comportamento antropologicamente rilevante. Da un altro lato c’è chi ha composto anonimamente musiche destinate ad accompagnare i più diversi culti religiosi. Basti pensare ai flauti, sonagli e cembali che nell’antica Grecia omerica accompagnavano i cortei degli invasati epopti del tiaso di Dioniso, piuttosto che i salmi e gli inni nella religione ebraica e nelle religioni cristiane,unitamente ai canti gregoriani. Chi ha composto queste musiche? Nella quasi totalità dei casi non si sa. Tuttavia questi sono aspetti che potremmo ritenere costanti, comportamenti che, pur nella varietà dei singoli casi, possiamo facilmente rilevare anche oggi.

    Ciò che invece più ci interessa e che progressivamente si è profondamente trasformato è l’insieme delle relazioni sociali che, nel tempo, hanno costituito il contesto in cui hanno vissuto e creato i musicisti “professionisti” che componevano musiche varie e ballate (le antenate delle canzoni). Muoviamo quindi le nostre considerazioni partendo dal medioevo. In quel periodo, un futuro musicista quasi sempre apprendeva le regole della disciplina musicale – ancora bambino – presso gli oratori delle varie parrocchie oppure presso la cappella di corte o nei conventi. Diventato musicista a tutti gli effetti – se non prendeva i voti – come laico poteva riuscire a vivere solo grazie all’ala protettiva dei nobili che, assumendolo a corte si facevano carico del suo mantenimento, a volte corrispondendogli anche una qualche forma di salario e inquadrandolo come facente parte della servitù.

    Solo musicisti straordinari (ad esempio Mozart) potevano godere di una certa autonomia e libertà. Pensiamo però che Haydn (1732-1809, considerato il “padre” della sinfonia e del quartetto d’archi), ad esempio, era tenuto ad indossare in pubblico la livrea come i domestici e che nel periodo in cui ha vissuto, il musicista di corte poteva essere tenuto ad onorare eventuali debiti contratti dal suo predecessore. Haendel (1685-1859) fu uno dei primi musicisti a comporre per un pubblico borghese e pagante, dato che l’Inghilterra si trovava nel pieno di una grande espansione economica con annessi tutti i radicali cambiamenti che le rivoluzioni economiche comportano. In generale possiamo sostenere che per tutto il Rinascimento, e in piccola parte fino a tutto l’ottocento, i musicisti campavano grazie alla protezione di mecenati – nobili e successivamente alto borghesi- che, mantenendoli, gli permettevano di comporre le loro opere.

    Lo stesso Verdi, per un certo periodo, poté continuare a comporre grazie al sostegno di un magnate. Nel ventesimo secolo l’industrializzazione ha imposto nuovi rapporti sociali e la nascita dell’industria discografica, unitamente alla diffusione di strumenti di comunicazione di massa impensabili fino a pochi anni prima (e sviluppati secondo criteri industriali), ha favorito la nascita di nuove forme di espressione, inedite modalità compositive, nuovi stili e quindi nuovi percorsi artistici e profili professionali.

    Una figura professionale comparsa recentemente ed “esplosa” nell’immediato dopoguerra è proprio l’autore di canzoni, espressione dell’industria culturale. La canzone moderna e tutta la cosiddetta musica leggera non avrebbero raggiunto l’invasività che conosciamo se non ci fosse stata l’invenzione del disco – soprattutto del 45 giri – e della radio. Ma questo tipo di prodotto musicale può esistere solamente nella città: nasce e si sviluppa nelle metropoli, ne porta l’impronta, segue i suoi ritmi e, come si diceva all’inizio, ne costituisce un segno avvertibile… anzi, udibile! Il mondo contadino e le sue tradizioni musicali millenarie avrebbero potuto benissimo continuare ad esistere senza le città. La storia ci ha mostrato come proprio i fenomeni di inurbanizzazione e industrializzazione selvaggia, espressione di un capitalismo criminale e predatorio (tutt’ora attivo e in splendida forma), abbiano fortemente compromesso tutta la cultura contadina nel suo insieme.

    La musica popolare

    aran-natura-verde-ambiente-green-DIMa nel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone, occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza alla musica popolare,  in particolar modo in Italia. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni. In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo).

    Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi –  penso sia lecito dire: purtroppo – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale. Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia.

    Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività. C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione.

    I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili… e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

    [foto di Diego Arbore]

  • Genova per voi, al via le iscrizioni alla seconda edizione del talent per autori di canzoni

    Genova per voi, al via le iscrizioni alla seconda edizione del talent per autori di canzoni

    ChitarraTorna Genova per voi (qui l’edizione 2013), il talent dedicato agli autori di canzoni è alla seconda edizione. Organizzato da A.T.I.D. in collaborazione con Comune di Genova, SIAE, Universal Music Publishing Ricordi, e ideato e diretto dal cantautore e drammaturgo Gian Piero Alloisio e dal giornalista musicale Franco Zanetti, il talent prevede la partecipazione di undici artisti per la categoria “Canzone” e undici per la categoria “Rap-Hip Hop”, che parteciperanno ai laboratori-stage che si terranno nel mese di settembre.

    I due vincitori – che saranno proclamati a fine settembre 2014 – firmeranno un contratto con Universal Music Publishing Ricordi e riceveranno il Premio SIAE.

    Come partecipare

    Leggiamo sul comunicato inviato dal Comune: “Per partecipare alla categoria “Canzone” è necessario presentare entro il 13 giugno due brani inediti. Come per la trascorsa edizione, tutti gli artisti dovranno presentare le proprie opere attraverso un redattore di una testata giornalistica (quotidiano o emittente radiofonica). Una Commissione selezionerà poi tra tutti i candidati una prima rosa di 30 concorrenti che verranno invitati a un colloquio presso la sede di Universal Music Publishing. Al termine dei colloqui verranno scelti gli 11 finalisti. Tra i finalisti un autore dovrà essere ligure e sarà selezionato da Radio 19, partner esclusivo per la Liguria.
    Mentre per la categoria “Rap – Hip Hop”, i semifinalisti saranno selezionati dalla redazione del sito specializzato hotmc.rockit.it. Una Commissione sceglierà, infine, gli 11 finalisti. L’iscrizione è gratuita. Il regolamento è pubblicato sul sito www.genovapervoi.com”.

    Le candidature dovranno essere inviate entro il 13 giugno 2014 seguendo le modalità di partecipazione indicate dal Regolamento (qui il link) all’indirizzo seguente:

    Genova per Voi – Talent per autori di canzoni
    Comune di Genova – Direzione Cultura e Turismo – Ufficio Cultura e Città
    c/o Archivio Generale Piazza Dante 10, 1° piano 16123 Genova

    Le domande per la categoria “Canzone” degli autori residenti in Liguria devono invece essere inviate a Radio 19 all’indirizzo mail:
    genovapervoi@radio19.it.

    Le domande per la categoria “Rap / Hip Hop” devono essere inviate all’indirizzo mail genovapervoi@rockit.it.