Mese: Marzo 2014

  • Festival dell’Eccellenza Femminile, dietro le quinte dell’edizione 2014. L’incontro con la direttrice

    Festival dell’Eccellenza Femminile, dietro le quinte dell’edizione 2014. L’incontro con la direttrice

    sede-festival-eccellenza-femminileQuante sono le iniziative culturali che si impongono nel panorama genovese, ne varcano i confini e si affermano a livello nazionale/internazionale? Qualche tempo durante #EraOnTheRoad siamo stati in Via Ponte Calvi 6, nella sede del Festival dell’Eccellenza Femminile (FEF), dove abbiamo conosciuto gli organizzatori della manifestazione, che si svolge a Genova dal 2005.

    Con loro abbiamo parlato del lavoro di preparazione della IX edizione della manifestazione, che si svolgerà dal 14 al 25 novembre 2014. Tema di quest’anno sarà la “conciliazione”, una scelta da attribuire all’Unione Europea, che per il 2014 l’ha indicata come tematica da valorizzare in ambito lavorativo, famigliare e non solo. La scelta cade ancora più a proposito, se si pensa che nel 2014 ricorre il 20° anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia, iniziativa promossa dalle Nazioni Unite.

    Nel frattempo, abbiamo parlato anche degli eventi “fuori festival”, che sono cominciati durante la prima settimana di marzo (9-10) e che proseguiranno fino ai primi di maggio, per accorciare i tempi fino all’avvio della manifestazione vera e propria.

    Il Festival dell’Eccellenza Femminile

    Quello del FEF è un successo indiscusso, se si pensa che in Italia i festival nel corso degli ultimi anni sono moltiplicati, ma solo pochi riescono a sopravvivere alle edizioni successive. Soprattutto a Genova questa situazione è evidente: dal 2000 ad oggi sono nate molte iniziative, ma se ne sono consolidate poche, e poche sopravvivono, incrementando il numero di spettatori e aumentando l’offerta (oltre a FEF, il Festival della Scienza).

    FEF è una manifestazione culturale nata nove anni fa che ruota attorno alla figura femminile: la donna, vista e interpretata in tutte le sue declinazioni, raccontata da altre donne e rappresentata sulla scena teatrale.

    Il festival, come ci racconta la direttrice Consuelo Barilari, è nato dall’idea di allestire lo spettacolo teatrale “Matilde di Canossa” in giro per le città italiane, affrontando il tema della donna al potere, del segreto e della macchinazione: è la storia di una potente feudataria dell’Alto Medioevo, sostenitrice della Chiesa e del Papato, che ha acquisito un potere inconsueto per l’epoca ed è stata di assoluto primo piano in un momento storico in cui le donne erano considerate inferiori. Tra intrighi, dolori e umiliazioni, ha mostrato forza straordinaria e attitudine al comando, riunendo sotto il suo potere un regno che comprendeva tutti i territori a nord dello stato pontificio e che aveva il suo centro a Canossa. «Fu persino seppellita a San Pietro – racconta Consuelo – e lo stesso logo di FEF, con i melograni e la verga, rende omaggio alla sua figura: i due elementi simboleggiano rispettivamente la fertilità e il potere, finalmente coniugati nella sua figura».

    In breve tempo il festival si è staccato dal progetto iniziale e ha iniziato a proporre già fin dalla prima edizione eventi collaterali rispetto allo spettacolo teatrale, con incontri, conferenze, proiezioni allo scopo di approfondire e attualizzare la tematica principale. Si era parlato, in quella prima edizione, di potere femminile nell’ambito lavorativo, di teologia e di temi cristiani; le tematiche si sono fatte pian piano sempre più specifiche e approfondite.

    FEF 2014, appuntamento a novembre

    Per quanto riguarda il 2014, quest’anno la “conciliazione” verrà trattata in tutti i suoi significati e in tutte le sue sfumature. Ci saranno in totale 7 progetti durante tutto l’anno, da febbraio a settembre, e si ricalcheranno le orme dell’edizione precedente in cui sono stati proposti eventi come: Rassegna Teatrale sul Mito, “Il Mito e i Diritti”, legato agli eventi di Lampedusa; Premio Ipazia all’Eccellenza al Femminile Nazionale ed Internazionale; Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia; mostra Lady Truck, imprese eccellenti al femminile; progetto di Arte Contemporanea Svelamenti; progetto sulla città e la violenza sulle Donne Genius Loci; Show Cooking.

    Si proseguirà sempre sulla scia dell’edizione 2013, con manifestazioni continuative, dal pomeriggio alla sera, dislocati in varie location (tra cui Palazzo Spinola, altri palazzi storici e istituzionali di tutta la città); non mancheranno gli ospiti internazionali, gli incontri, tavole rotonde e spettacoli teatrali, proiezioni in anteprima nazionale di film, presentazioni di libri e varie performance artistiche. Accanto alle donne, non mancano nemmeno gli uomini, presenti nelle iniziative dedicate all’approfondimento dell’evoluzione del ruolo maschile nella nostra società.

    Per quanto riguarda il pubblico, ci si aspetta per questa edizione un incremento e si punta a superare il risultato di 20 mila persone raggiunto nel 2013, anno che ha consolidato nuove fasce di pubblico, non solo genovese ma proveniente anche da altre regioni. Infatti, ormai che si è consolidata, l’esperienza di FEF supera i confini genovesi e assume dimensioni nazionali, con eventi dislocati anche a Roma, alla Biblioteca e Museo teatrale del Burcardo.

    Il premio Ipazia

    All’interno di FEF è stato istituito il Premio Ipazia all’Eccellenza femminile nazionale e internazionale e alla Nuova Drammaturgia, dedicato a Ipazia di Alessandria, intellettuale poliedrica del III secolo d.C., filosofa, matematica e astronoma, considerata l’iniziatrice della scienza moderna. Il premio all’Eccellenza Femminile, istituito nel 2010 in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, è composto da due sezioni: una dalla risonanza internazionale, consegnato nel 2013 alla regista tedesca Margarethe Von Trotta; l’altro di interesse nazionale, assegnato alla giurista Eva Cantarella.

    Il premio, come scrivono gli organizzatori sul sito di FEF, è il “riconoscimento per una donna che si sia notevolmente distinta ed abbia contribuito con il proprio operato al miglioramento culturale, sociale ed economico del proprio Paese e/o tramite le proprie battaglie, al progresso nell’ottenimento dei diritti femminili”. Tra le premiate più illustri delle passate edizioni, Carla Fracci, l’attrice Elisabetta Pozzi, le due blogger Lina Ben Mhenni e Asma Maafoz, rispettivamente di nazionalità tunisina ed egiziana, candidate nel 2011 al Nobel per la Pace, la poetessa Maria Luisa Spaziani.

    Il Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia, invece, è stato istituito solo due anni fa e giunge quest’anno alla sua seconda edizione. Ideato dalla direttrice Consuelo Barilari nell’ambito dell’edizione 2012, lo scopo è mettere in contatto esperti nel settore teatrale con giovani attori e drammaturghi, creando nuove opportunità di lavoro e mettendo in risalto l’eccellenza femminile in campo culturale, economico, etico, scientifico, per contribuire alla lotta per la difesa dei diritti delle donne e della loro immagine del teatro e nello spettacolo.

    Il tema dell’edizione 2014 è “Mi affermo, rinuncio, concilio? Amore, lavoro, società”: autori e autrici partecipanti proporranno testi con tematiche legate al mondo femminile e al tema principale.

    Dopo l’uscita di un bando nei mesi scorsi, la presentazione ufficiale dell’evento quest’anno si è svolta a Roma il 13 marzo scorso, mentre un prossimo incontro si terrà a Genova mercoledì (26 marzo ndr), alla Biblioteca Museo dell’Attore di Via del Seminario. Altri incontri si terranno in tutta Italia da marzo a settembre, e parteciperanno critici, studiosi, docenti universitari, direttori teatrali, e altri addetti ai lavori, allo scopo di promuovere il bando, far conoscere le linee guida della produzione teatrale a livello nazionale e aprire un dibattito tra addetti ai lavori e pubblico sull’attuale situazione del Teatro.

    Elettra Antognetti

  • Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    UnlearningConoscere per disimparare. Unlearning è l’iniziativa di una famiglia genovese – Anna, Lucio e la piccola Gaia – che il prossimo 5 aprile partirà dalla Fiera Primavera di Genova per intraprendere un viaggio molto particolare, un documentario lungo sei mesi alla ricerca di modi diversi di stare al mondo, diversi dalla routine cittadina e dalle tante certezze che immobilizzano la nostra vita. Un’esperienza documentata passo per passo, una “guida” per famiglie e persone curiose alla ricerca di nuove idee per costruire un’economia più a misura d’uomo adatta alle proprie reali esigenze. Si sente ormai sempre più spesso parlare di sharing economy o economia collaborativa, Unlearning vuole provarci sul serio e, soprattutto, vuole coinvolgerci, attirare la nostra attenzione, vuole stimolarci. 

    «L’idea di abbandonare la routine quotidiana è venuta dopo aver visto mia figlia disegnare un pollo a quattro zampe. La bambina, abituata alle confezioni del supermercato che contengono quattro cosce di pollo, dava per scontato che tutt’e quattro appartenessero allo stesso esemplare, non avendo mai avuto modo di vederne uno dal vivo».

    Era Superba è media partner di questa bella iniziativa, seguiremo gli spostamenti dei nostri concittadini e vi aggiorneremo sulle loro attività per tutta la durata dell’esperienza fino alla pubblicazione del documentario.

    La parola d’ordine di Unlearning è il baratto. Le esperienze che verranno documentate avranno proprio il concetto dello scambio come punto di partenza: couchsurfing, woofing, scambio linguistico, banca del tempo, scambio di appartamenti. Proveranno a vivere in fattorie biologiche e in spazi condivisi, metteranno in gioco i propri talenti e le proprie capacità in cambio di ospitalità. Le prime due tappe sono già fissate, il resto del viaggio no. Molto dipenderà dagli eventi, da quello che Lucio, Anna e Gaia incontreranno lungo il cammino. «Sulla nostra pagina Facebook abbiamo pubblicato le richieste di passaggio con Bla Bla Car per raggiungere le prime due destinazioni. Poi tutto sarà in balia degli eventi: magari ci troviamo malissimo e cambiamo itinerario, oppure scopriamo una cosa nuova e cambiamo… Sarà anche questo uno dei temi del documentario Unlearning».

    «La nostra prima tappa è un Ecovillaggio in Sicilia, poi saremo ospitati da una famiglia che accoglie viaggiatori da tutto il mondo grazie al sito Workaway, sarà poi la volta di un artista pugliese che ci mostrerà le realtà alternative della zona, una scuola libertaria, una transition town inglese, e comunità di vario stampo: che siano animate da uno spirito hippie, religioso, sociale o dall’attenzione verso l’ecologia, le famiglie che abbiamo scelto per il nostro itinerario hanno impostato i propri tempi e spazi in modo non convenzionale».

    La preparazione di questa avventura è durata più di un anno, periodo in cui in tanti hanno manifestato curiosità e solidarietà nei confronti dell’iniziativa, a conferma di ciò gli oltre 2000 euro raccolti con la campagna di crowdfunding per la produzione del dvd del documentario. Un’organizzazione che ha richiesto tempo ed energie: «Abbiamo cercato tutti i vari modi di usare il baratto e lo scambio e abbiamo studiato spostamenti che fossero sostenibili per una famiglia. Non dimentichiamo che con noi c’è una bambina di cinque anni…»

    Tanto interesse ha suscitato il vostro bel progetto, una discreta cifra raccolta grazie al crowdfunding… un orgoglio per voi, e sicuramente anche una responsabilità. Come vivete la partenza che si avvicina?

    «La viviamo bene! Stiamo ancora lavorando molto all’organizzazione, ma siamo felici e non vediamo l’ora di partire con questa esperienza, per noi così importante. Sapere che c’è chi ci ammira e ci sostiene ci regala una grande energia».

    Cosa vi aspettate e cosa invece vi augurate di non incontrare…

    «Ci aspettiamo di disimparare un po’ della nostra vita di città e delle nostre certezze accumulate negli anni. Speriamo di incontrare persone che non mettano delle barriere e che capiscano le motivazioni che ci hanno spinto a mettere in piedi questo progetto che nasce proprio dall’esigenza della nostra famiglia di lasciare la vita di routine, abbandonare la nostra “zona comfort” e partire alla scoperta di nuovi mondi. Come si vive in un ecovillaggio? Si può coabitare con altre famiglie? Come funziona una scuola senza aule? E una città senza petrolio? Si può essere energeticamente indipendenti? Tutti parlano di “tornare alla natura” ma come ci si sente con i piedi nel fango? Ci aspettiamo di vivere diveramente per sei mesi e di confrontarci attivamente con persone che sono state più coraggiose di noi. Cosa ci auguriamo di non incontrare? La morte, troppa pioggia e cibi frittissimi».

    Buon viaggio ad Anna, Lucio e Gaia e a risentirci presto su Era Superba per gli aggiornamenti dai “nuovi mondi”…

  • Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    violenza-donnePiù di 750 donne si sono rivolte, nel corso del 2013, ai centri antiviolenza di Genova, 84 quelle che  si sono affidate agli  sportelli d’ascolto dei comuni extra territoriali di Busalla, Campomorone e Mignanego. Infine sono 14 le donne ospitate nelle residenze protette e 17 i minori con loro. I numeri del 2013 relativi alla violenza di genere sul territorio genovese raccontano una crescita: sono di più le donne che utilizzano i servizi pubblici, che si affidano alle associazioni del terzo settore per essere aiutate e sostenute. Cosa significa questo dato in crescita? Che le donne sono più consapevoli? Che il numero dei maltrattanti aumenta?

    Lo abbiamo chiesto a chi queste strutture le gestisce dando supporto alle donne e alle famiglie in difficoltà. «Probabilmente si tratta di maggiore sensibilizzazione circa il fenomeno della violenza sulle donne – commenta Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Centro Antiviolenza Mascherona – Comune di Genovail nostro impegno associativo è cresciuto in termini di presenza sul territorio grazie a convegni, iniziative, incontri nelle scuole e incontri per consolidare una rete efficace tra gli enti che lavorano su questi temi. Le donne arrivano ai centri antiviolenza perché ne hanno sentito parlare da altre donne che si sono rivolte a noi in precedenza».

    «Le donne che si rivolgono al nostro sportello sono in crescitaconferma  Paola Campi della Mignanego Cooperativa Sociale Onlus che gestisce gli sportelli di ascolto di Mignanego e Bolzaneto si parla più del tema».  Sensazione confermata anche da Cosima Aiello del Centro per non subire violenza ex UDI.  Da una parte assistiamo quindi ad una maggiore presa di coscienza della situazione e dall’altra la presenza di ‘luoghi’ di sostegno a libero accesso che favoriscono la crescita del numero di contatti. I dati del territorio genovese trovano conferma a livello mondiale. La violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner e’ la forma piu’ comune (30%), ha dichiarato a giugno 2013 l’OMS.

    Centri antiviolenza, sportelli d’ascolto e residenze protette. Era Superba ha cercato di fare chiarezza su come questa macchina al contempo meravigliosa e complicata funzioni e quali sono le forze in campo (economiche e non) e le prospettive future per l’anno da poco iniziato.
    Il punto dal quale partire è l’impegno già preso nel 2013  – da riconfermare – dalla Conferenza dei Sindaci (costituita  da tutti i sindaci dei Comuni il cui territorio è compreso nell’ambito territoriale dell’ASL 3) nel cercare di individuare un percorso che possa rendere ancora più efficace e semplice il funzionamento di queste strutture tramite il patto di sussidiarietà.

    Cosa è il patto di sussidiarietà e come funziona?

    Pavimentazione nel Centro StoricoI patti di sussidiarietà sono uno strumento finalizzato alla realizzazione di attività, servizi e interventi sociali e socio sanitari in cui è prevista la contemporanea partecipazione dell’Amministrazione Pubblica insieme a enti e associazioni, organizzazioni senza scopo di lucro. La compartecipazione deve essere collaborativa e non competitiva. In parole povere, l’Amministrazione individua  un obbiettivo da raggiungere e chiede agli enti/associazioni del Terzo Settore di aderire al progetto. Si tratta di mettere a rete le forze del pubblico e quelle del sociale. Le risorse messe in campo per la realizzazione del progetto provengono sia dalle casse pubbliche che dagli enti. Si tratta di progettare e gestire insieme un progetto. Gli enti/associazioni/organizzazioni coinvolte nel progetto dovranno poi costituirsi in Associazione temporanea di Scopo.

    La Commissione consiliare che si è riunita  lo scorso 7 marzo a Tursi aveva proprio l’obiettivo di fare il punto della situazione e raccontare come sono state finanziate le diverse strutture nel corso del 2013. Erano presenti le associazioni, oltre agli assessori Emanuela Fracassi ed Elena Fiorini. La Conferenza dei Sindaci dello scorso novembre, infatti, aveva incaricato il Comune di Genova, quale capofila della Conferenza, di effettuare l’analisi e la fattibilità, la definizione dei tempi e delle modalità di costruzione del patto di sussidiarietà fra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore.

    I commenti delle associazioni sulla Commissione consiliare

    «Ho percepito la buona intenzione di fare chiarezza, dopo il silenzio da novembre e chiarire a chi sono stati destinati i fondi – dichiara Elisabetta Corbucci (Centro Antiviolenza Mascherona)   – è un buon punto di partenza per istituzionalizzare il percorso di gestione dei centri antiviolenza sul territorio, sarà un modo per avere uno strumento di qualità contro la violenza di genere, ora aspettiamo le linee guida». Anche Paola Campi (Mignanego Copperativa Sociale Onlus) giudica in modo positivo «il fatto che siano state coinvolte le associazioni direttamente in un percorso che può dare buoni frutti e vuole coinvolgere tutti coloro che si occupano del problema, in modo da poterlo fare in maniera strutturata da poter garantire continuità al servizio». Aggiunge «noi lavoriamo già tramite patti di sussidiarietà per l’assistenza agli anziani, nel progetto ci sono momenti di ascolto con i servizi pubblici, si fa il punto della situazione e i dati vengono discussi a più livelli, noi ci confrontiamo con il nostro referente che poi si interfaccia coi servizi sociali».

    «La mia impressione è che vi sia tutta l’intenzione di costruire una rete che possa rispondere ai vari bisogni territoriali e si sta prendendo un impegno molto preciso, cercare di coinvolgere i centri che fanno attività in questo senso, l’intenzione c’è, bisogna vedere come questo verrà tradotto in azioni», commenta Cosima Aiello (Centro per non subire violenza ex Udi).

    Marilena Chirivì, responsabile Archivio Biblioteca “Margherita Ferri” di UDI, esprime «la speranza che quella del patto di sussidiarietà possa essere una soluzione per istituzionalizzare il percorso di finanziamento ai centri antiviolenza». Insomma un primo passo che era necessario compiere, come confermano le parole della Presidente della Commissione Maddalena Bartolini, consigliere comunale Lista Doria:  «È stato molto importante soprattutto per chiarire il buco informativo dall’ultima commissione di novembre e le scelte di finanziamento fatte per la garanzia della continuità del servizio. Ora è necessario che la giunta dia il via libera, che gli assessori definiscano le linee guida del patto di sussidiarietà così da poter convocare le associazioni del Terzo Settore».

    Innanzitutto va chiarito che, mentre la gestione del Centro Antiviolenza Mascherona, gli sportelli d’ascolto, l’alloggio sociale e la Casa Rifugio hanno un percorso a vari gradi istituzionalizzato e finanziato, le stesse associazioni che gestiscono queste strutture offrono poi, altri servizi contando solo sulle loro forze e sul volontariato. Altri servizi e aiuti che sarebbero tutti da raccontare e che qui possiamo solo elencare. In poche parole: ogni associazione oltre all’impegno “istituzionale” ha una vita propria di servizi e aiuti alle donne che autogestisce con successo.  Si tratta di gruppi di donne che hanno condiviso le singole professionalità e le hanno rese disponibili per chiunque ne avesse bisogno.

    Il Cerchio delle Relazioni gestisce da febbraio 2013 il Centro Antiviolenza Mascherona, l’alloggio sociale di viale Aspromonte e gli sportelli d’ascolto di Busalla e Campomorone. All’interno delle strutture operano volontarie formate appositamente per essere il primo contatto con il centro e professioniste negli ambiti legale, di counseling, psicologico e psicoterapeutico. Nel 2013 le donne che si sono rivolte al centro sono state 381; 53 agli sportelli d’ascolto e 5 sono state inserite nell’alloggio sociale.

    Il centro è stato finanziato con 47.954 euro dalla Regione Liguria. L’alloggio sociale ha percepito 3.630 di fondi regionali e  18.231 euro dal Comune di Genova. Gli sportelli hanno percepito parte dei 6000 euro destinati a tutti i servizi di sportello dei comuni extra territoriali. Oltre a questo l’associazione si occupa di gestire sportelli scuola, ha creato lo spazio dell’uomo maltrattante e offre punti di ascolto donna. Gestisce l’appartamento Artemisia (per accogliere donne in pericolo) a Busalla e la struttura per minori la Chiocciola a Campomorone.

    Il Centro per non subire violenza ex Udi gestisce la Casa Rifugio, all’interno della quale può ospitare, per un massimo di 6 mesi le donne e i bambini che non possono restare nella loro casa perché in situazione di pericolo. Nel 2013 sono state 9 le donne ospitate con 14 minori. Ha ricevuto finanziamenti dalla Regione per 32.416 euro e dal Comune di Genova 64.848. Oltre alla Casa Rifugio, il Centro si occupa di gestire l’appartamento di accoglienza il Melograno, una struttura madre-bambino e due sportelli scuola e può contare esclusivamente sulle forze di tre educatrici e due psicologhe oltre alle volontarie (una pedagogista, un’insegnate, la coordinatrice Aiello e le volontarie formate dal centro stesso che rispondono al telefono).

    Infine, ma senza alcun ordine di priorità, ci sono gli sportelli del Comune di Mignanego e del Municipio Val Polcevera (Bolzaneto) gestiti dalla Mignanego Società Cooperativa Sociale ONLUS tramite lo sportello Pandora che offre consulenza psicologica, supporto legale e mediazione. All’interno dello sportello operano due psicoterapeute, una mediatrice interculturale, un’avvocatessa e la coordinatrice CampiGli sportelli avrebbero dovuto essere finanziati dal contributo della Regione destinato agli sportelli extracomune di Busalla, Mignanego e Campomorone, ma a quanto ci racconta la coordinatrice Campi loro non hanno ricevuto alcun finanziamento. La cooperativa gestisce molti altri servizi di sostegno al cittadino e nell’ambito della violenza si occupa di organizzare alcuni interventi nelle scuole.

    Il chiarimento sulla “questione UDI”

    Per anni il Centro per non subire violenza ex Udi e la sede della Biblioteca Archivio Margherita Ferri dell’UDI sono stati accomunati o meglio si è sempre pensato che in entrambi i casi si facesse riferimento all’associazione Unione Donne in Italia. In realtà si tratta di due realtà diverse. Ognuna con un proprio statuto e regolamento. A far confusione ha contribuito la denominazione del centro per non subire violenza ex Udi che utilizza il logo Udi nazionale, insieme al fatto che entrambe le associazioni abbiano sede nella stessa via cittadina, ma a civici differenti.

    Per fare chiarezza una volta per tutte (la situazione non ha mancato di suscitare qualche polemica), abbiamo interpellato oltre alla coordinatrice del Centro Cosima Aiello anche Marilena Chirivì, responsabile dell’archivio e biblioteca Udi, sede di Genova.

    Come detto, entrambe la realtà hanno sede in via Cairoli a Genova – per essere corretti al civico 6 vi sono Archivio e Biblioteca di genere dell’UDI-Genova e al civico 7 il Centro –  e senza dubbio il sito web del Centro complica le cose inserendo il logo dell’Udi nazionale. Ma una semplice verifica sul sito nazionale UDI chiarisce che il ‘Centro per non subire violenza ex UDI’ è un ente separato e indipendente e non appare nelle sedi liguri dell’associazione. Diverse sono le nature proprie dei due enti, uno associazione culturale e politica (UDI) il cui scopo è fare cultura e informazione, azione politica e non offrire servizi , un altro che al contrario nasce proprio dalla ‘pratica’ dalla messa in atto di attività a servizio delle donne che ne abbiano bisogno. Insomma l’obiettivo è il medesimo (sostenere la donna) ma le modalità di azione sono differenti.

    Chiarito che si tratta di due soggetti diversi e che agiscono in modi diversi, resta innegabile il fatto che il Centro abbia le sue radici nell’UDI, presente e impegnato per il sostegno alle donne a Genova già dagli anni 60/70, e che da lì abbia avuto origine.

    Ora che è stato messo un punto sulla situazione finanziamenti e gestione della lotta alla violenza di genere per il 2013, non rimane che attendere i prossimi passi di Giunta, Conferenza dei sindaci e Associazioni verso il patto di sussidiarietà. Era Superba vi terrà aggiornati.

    Claudia Dani

  • Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, CaliforniaL’asfalto era screpolato come la pelle di un elefante al sole,  sudava bitume caldo e oleoso e il vapore saliva alto creando miraggi di antropomorfe figure. I condor tracciavano inquietanti traiettorie nel cielo, con i loro occhi attenti scrutavano il terreno alla ricerca di carcasse di animali e perché no, di esseri umani. Seguivano un coyote magro e affamato che serpeggiava tra cactus e scheletri di macchine dimenticate in quell’oblio arido come la porta dell’inferno.

    Fresno, “la più bella piccola città degli Stati Uniti”, così recava la scritta all’ingresso del paese che campeggiava proprio sopra la Ford stanca e impolverata dalle miglia percorse. Cercavo un officina per controllare un rumore metallico proveniente dal motore, non volevo passare la notte all’addiaccio nel deserto, la strada era ancora lunga e in America le distanze tra le città sono così grandi da non dover tralasciare mai nulla durante il viaggio. Ho parcheggiato vicino ad un cinema probabilmente nato negli anni sessanta e ancora ricco di fascino, una vecchia torretta sovrastava il cartellone con le lettere intercambiabili, la locandina de La guerra dei mondi con Tom Cruise dimostrava che era ancora in funzione anche se in quel momento era chiuso.

    Mi sono avvicinato per curiosare, mi ricordava il cinema dove andavo da bambino, quando, seduto sulle poltroncine rosse i miei piedi non toccavano ancora il pavimento e mia nonna mi comprava il cornetto gelato che si scioglieva a sempre a metà riproduzione. Le pareti tappezzate dai poster di film di ogni epoca formavano un tunnel di visi e nomi impossibili da dimenticare, il profumo dei popcorn faceva parte dell’arredamento così come il carretto dei gelati e la cassa con la doppia entrata, era un pezzo di storia vivente. Seguito dallo sguardo minaccioso di Al Pacino sono uscito e ho iniziato a percorrere la via alberata che conduceva in centro, era movimentata da poche anime e roditori grandi come gatti, le serrande erano chiuse e il traffico inesistente.

    fresno3-DiLa fontana nella piazza principale zampillava acqua torbida, al suo interno un uomo di colore tendeva i suoi grandi muscoli in pose da culturista osservato da alcuni piccioni spettatori curiosi. Forse vittima di un colpo di sole oppure di qualche droga (avevo letto da qualche parte che Fresno era famosa per la produzione di droghe sintetiche particolarmente dannose), qualunque sia stato il motivo quell’uomo non era in sé e ho deciso di fare finta di nulla. Una delle panchine ai lati del viale era occupata da un senzatetto che dormiva profondamente al sole, per un attimo ho pensato potesse essere un cadavere ma quando si alzò di scatto, come quegli zombie dei film horror che improvvisamente prendono vita, ho capito che era meglio guardare avanti. Altre persone dormivano per terra o vagavano senza una meta apparente, quello che sembrava uno scenario apocalittico era la vita di tutti i giorni.

    La voce calda di Johnny Cash arrivò alle mie orecchie, era Jackson, una delle sue canzoni più belle che mi attirava come uno dei bambini del pifferaio magico. Proveniva da un negozio di alimentari, si chiamava  El Mexico, l’insegna era verde con la scritta gialla e un grosso sombrero era appeso alla lettera X come un attaccapanni. Il titolare stava riordinando la frutta all’esterno della vetrina, mi sono avvicinato per chiedere informazioni, era chinato con il sedere che usciva dai pantaloni lisi e lerci. Era basso e tarchiato con i baffi a punta, assomigliava in maniera sorprendente al sergente Garcia di Zorro, indossava una camicia verde pistacchio con degli aloni sotto le ascelle diventati indelebili nel tempo, i capelli erano una fitta trama nera come il fil di ferro tra i quali restavano imprigionate foglie e piccoli insetti.

    Si è alzato a fatica e in modo sgraziato, poi mi ha guardato allungandomi una cassa di banane. “Un momento, amigo”, aspettavo e lo osservavo ordinare le altre casse fino a posizionare la mia in bella vista davanti alle altre. Mi faceva cenno di seguirlo in negozio, io non avevo ancora aperto bocca, ma sono comunque entrato attraversando una tendina rossa da macellaio. “Cosa cerchi amigo?” diceva alzando le folte sopracciglia fissandomi negli occhi da dietro il bancone, da quella posizione si sentiva il re del negozio e mi metteva in soggezione. “Una Coca Cola”, pensavo che acquistare qualcosa fosse il miglior modo per ottenere informazioni. “Solo Pepsi amigo”. Ho allungato sul banco due dollari e mi sono rivolto a lui come se lo avessi pagato per avere informazioni riservate: “Cerco un’officina e credo tu mi possa aiutare”. Il suo sguardo si era illuminato,  sorrideva con una dentatura massiccia ma gialla come l’oro. “Tienes suerte amigo, mi hermano Jorge es meccanico”.

    Sopra un foglio di carta marrone che abitualmente usava per fasciare le uova, tracciava le linee creando una mappa della zona con la strada da percorrere, sapevo di avere il navigatore in macchina ma sarebbe stato maleducato  interromperlo. Come ringraziamento ho acquistato ancora un pacchetto di nachos e due platani, ci siamo salutati con una calorosa stretta di mano e sono ritornato verso la macchina. Era rimasta al sole tutto il tempo, il volante era ustionante e ho usato una t-shirt come presina, l’abitacolo era un forno,  l’aria condizionata faceva fatica a partire ma la radio funzionava bene e passava Oyo como va di Santana.

    Impostato l’indirizzo sul navigatore ho attraversato Fresno, pur essendo al centro della California, in città si respirava un’aria tipicamente sudamericana. Era l’ora più calda della giornata, una signora si riparava con un ombrello dai raggi del sole, camminava sul marciapiede con il passo lento per non sudare troppo. Due bambini che giocavano con un idrante la presero di mira accompagnandola con un getto d’acqua fino alla parte opposta della strada.

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    Arrivato all’indirizzo giusto mi sono guardato intorno, l’officina sembrava un semplice garage e non aveva insegne, forse non ne aveva bisogno, pensai che fosse molto conosciuto o probabilmente era semplicemente l’unico in zona. Jorge era seduto su una sdraio, non aveva molto lavoro in quel momento e sembrava non avesse molta voglia di prendersi in carico la mia auto ma nessuno dei due aveva scelta, così gli ho descritto il problema e lasciato le chiavi, in attesa di ritirare la macchina sono andato a visitare quel poco che rimaneva di Fresno.

    Le strade vuote erano un ambientazione perfetta per la rivisitazione moderna di un film di Sergio Leone, vagavo nel silenzio attraverso folate di vento caldo alla ricerca di qualcosa, non sapevo nemmeno io cosa; decisi di aspettare sotto l’ombra di una palma appoggiato al vaso avvolto da un mosaico bianco e turchese, dallo zaino ho tirato fuori la pepsi e la cartina degli States e pazientemente mi sono seduto.

    Se prima avevo avuto l’idea di dormire a Fresno adesso volevo solo scappare via, il luogo e i personaggi incontrati non mi rendevano tranquillo, dovevo solo pregare che la macchina fosse pronta senza ulteriori intoppi. Jorge era seduto su una sdraio, nella stessa posizione in cui l’avevo trovato, sembrava non si fosse mai alzato e questo certo non mi confortava. Quando mi ha visto arrivare si è acceso una sigaretta e con un gesto svogliato della mano mi ha fatto cenno che era tutto ok, potevo ripartire. Mi ha chiesto cinquanta dollari, non so per cosa ma non aveva importanza, provava a spiegarmelo Jorge, io non capivo e pochi minuti dopo stavo già schiacciando l’acceleratore lungo la statale che taglia l’interno della California.

    Il colore dei campi di grano era tinto dei raggi arancioni di un sole che volgeva al termine la giornata, i camion rilasciavano per strada i contadini assunti per un solo giorno, la mattina seguente sarebbero tornati al punto d’incontro per mettersi in coda e trovare un impiego nei campi. Il sole calava dietro la linea dell’orizzonte sfumando il cielo di rosso e giallo, la luna aspettava paziente l’arrivo delle stelle e l’oscurità avanzava rendendo sempre più buia la salita verso il Sequoia Park.

     

    Diego Arbore
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  • Scarpino, Amiu comunica che si è interrotto lo sversamento di percolato nel rio Cassinelle

    Scarpino, Amiu comunica che si è interrotto lo sversamento di percolato nel rio Cassinelle

    Scarpino, percolato nel torrentePer mesi lo sversamento di percolato dalla discarica di Scarpino 1 direttamente nel rio Cassinelle non si è mai fermato. Prima i frenetici giorni in cui l’emergenza aveva irrotto in Consiglio comunale (qui l’approfondimento) mettendo in imbarazzo l’assessore Garotta, poi le trivellazioni di Amiu e il grido di allarme per la realizzazione di un nuovo impianto di digestione e compostaggio che diventa sempre più urgente (qui l’approfondimento).
    Nelle ultime settimane i dati trasmessi da Arpal in Procura avevano alimentato ulteriormente la preoccupazione degli abitanti per il peggioramento dei miasmi e il colore sempre più innaturale delle acque del rio, oggi, finalmente, arriva una prima buona notizia. Gli sversamenti si sono interrotti, anche se il livello delle vasche rimane al limite e un peggioramento delle condizioni atmosferiche potrebbe far nuovamente tracimare i liquami.

    “Nella giornata di oggi, intorno alle ore 10 – si legge nel comunicato stampa di Amiu – si è interrotto lo sversamento del percolato dalle vasche di stoccaggio. Il fenomeno si è verificato grazie alla costante riduzione della produzione del percolato iniziata nei giorni scorsi quando le precipitazioni meteorologiche si sono interrotte, oltre alla continua raccolta e il successivo invio a smaltimento dello stesso tramite autobotti verso impianti di depurazione esterni: ad oggi, dall’inizio dell’emergenza, le tonnellate smaltite sono arrivate a quota 25.150.”

    Quella attuale si presenta come “Una situazione di equilibrio tra le quantità di percolato in ingresso dalle due discariche (Scarpino 1 e 2) e l’uscita sia con le autocisterne, sia verso il depuratore di Cornigliano dove vengono inviati circa 125 metri cubi/ora corrispondente al livello massimo delle capacità di trattamento dell’impianto”.

    “La situazione continua ad essere costantemente monitorata dal personale Amiu in discarica e tutti gli enti di controllo (Arpal, Settore Ambiente della polizia municipale, Provincia) con la Prefettura, il Comune di Genova e la Regione Liguria sono stati aggiornati sull’evoluzione della situazione: ogni eventuale variazione sarà tempestivamente comunicata”.

    Aggiornamento 22 marzo ore 16

    “Amiu informa che in data odierna, all’incirca alle ore 04,00, è ripreso -anche se in maniera molto limitata- il debordamento del percolato dalle vasche di stoccaggio della discarica di Scarpino”.

  • Stephen Steinbrink from USA to Maddalena, due mesi in giro per l’Europa con la chitarra

    Stephen Steinbrink from USA to Maddalena, due mesi in giro per l’Europa con la chitarra

    stephen-steinbrink (1)Il suo tour europeo è partito quindici giorni fa da Berlino e quella di Genova al Teatro Altrove è l’ottava data in due settimane. Due mesi in giro per l’Europa con la chitarra a tracolla, di teatro in teatro di club in club. Stephen Steinbrink è giovane, ha 26 anni, ma fa il musicista in tour dal lontano 2001 e ha già pubblicato sei dischi. Non ha tempo da perdere: «No, non ero mai stato a Genova prima di oggi, ma non ho il tempo di visitarla, ho fatto un giro per raggiungere il teatro e nulla più, purtroppo devo subito ripartire, lunedì suono a Roma…». Scambiamo due chiacchiere dopo la performance, neanche il tempo di posare la chitarra e sparisce dietro il tendone nero per fiondarsi al banchetto dei dischi e trasformarsi in venditore. Non se la cava neanche male, tre LP venduti, il pubblico genovese ha gradito la sua performance, nel foyer del teatro i commenti sono molto positivi, anche se Stephen non li coglie perché non parla una sillaba di italiano.

    stephen-steinbrink (3)Canzoni brevi, non seguono la struttura classica strofa e ritornello, in sala il pubblico è curioso, ascolta con attenzione questo giovane americano con gli occhiali grossi e tondi e la camicia rossa. Gioca con l’accordatura della sua chitarra acustica amplificata e segue le dita con una voce sottile e precisa, intonata e piacevole. Sarà l’accento americano molto marcato alle nostre orecchie italiane “poco educate”, ma la mente va subito a Simon & Garfunkel… senza Garfunkel. Le linee melodiche dolci e malinconiche, riportano alle tracce più celebri della canzone d’autore americana. Sensazioni che ascoltando altri brani di Stephen su bandcamp mutano e richiamano maggiormente le sonorità pop, la resa delle canzoni suonate chitarra e voce sul palco dell’Altrove è infatti diversa rispetto a buona parte delle registrazioni in studio.

    stephen-steinbrink (2)Un’esibizione senza fronzoli, “la mia voce non è il mio corpo” canta Steinbrink. Rimane immobile davanti al microfono dalla prima all’ultima canzone e il ponte mobile che per un attimo scivola dal microfono e cade a terra è l’unico strappo che scompone l’atmosfera densa ed avvolgente.  ““, “” e “” sono brani che meglio di altri raccontano il concerto di Stephen Steinbrink alla Maddalena, concerto che si chiude con la bella ““.

     

  • La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    lavoroMentre il premier Matteo Renzi nomina i servizi pubblici per l’impiego (SPI) nel suo “Jobs act“, ovvero il pacchetto di azioni per rilanciare l’asfittico mercato del lavoro italiano – che per molti commentatori è soltanto un libro dei sogni anche se in realtà il Governo, nel corso del Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, ha varato un decreto legge sulle misure più urgenti e un disegno di legge delega al Governo che affronta gli altri temi del Jobs act, ma con tempi di approvazione più lunghi – due nuove indagini rispettivamente dell‘Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per l’ennesima volta, confermano le criticità endemiche dell’attuale sistema imperniato sulla rete dei centri per l’impiego (CPI) che operano a livello provinciale (qui il nostro approfondimento sui CPI della Provincia di Genova) secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni.

    Occorre «Un’agenzia unica federale per l’occupazione che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali», questa la proposta contenuta nel piano di Renzi che punta a rendere più efficiente il sistema – oggi troppo disomogeneo ed incapace di garantire i livelli essenziali di servizio sull’intero territorio – tramite la messa in rete di tutti i protagonisti. Nel frattempo qualcuno già si porta avanti, come la Regione Toscana, che sta ragionando intorno ad un’ipotesi di agenzia regionale per il lavoro. «L’idea di costituire un’agenzia regionale per il lavoro – ha spiegato Gianfranco Simoncini, assessore regionale alle Attività produttive e Lavoro (Adnkronos, 12 marzo 2014) – rappresenta una soluzione organizzativa, sia in vista della revisione della governance dei servizi per l’impiego, a livello nazionale, sia per superare le differenze nella gestione dei servizi che esistono a livello territoriale, sia infine in vista di una diversa attribuzione delle competenze delle Province».

    Secondo Romano Benini, esperto di servizi per l’impiego e consulente del Ministero «Il sistema dei servizi per l’impiego, costituito dai 576 centri provinciali, da numerosi sportelli e da altri servizi costituiti in ambito provinciale, che in tutta Europa costituisce una scelta di fondo come presidio pubblico necessario delle politiche del lavoro, in Italia appare del tutto inadeguato, per le risorse investite ed il personale impegnato, rispetto alla forte domanda sociale. L’attivazione del programma Garanzia giovani (attraverso il quale in Italia arriveranno 1,4 miliardi di fondi per far ripartire l’occupazione) e della strategia di rafforzamento dei SPI prevista dall’Agenda 2014-2020 tra le priorità dei fondi europei rende urgente una scelta sul rafforzamento del sistema dei CPI che sia in grado di appoggiare su una precisa identificazione di competenze e di responsabilità».

    In questo quadro si inserisce il recente studio Isfol “Lo stato dei servizi pubblici per l’impiego in Europa: tendenze conferme e sorprese”, curato da Francesca Bergamante e Manuel Marocco, che affronta il tema partendo da tre elementi indicativi quali costi, organizzazione e risultati.

    Ebbene, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei «La crisi economica, in Italia, si sta traducendo in un depotenziamento del servizio pubblico – spiegano i due ricercatori – Ma invece che soffermarsi sulla contrapposizione tra pubblico (CPI) e privato (cioè le agenzie private per il lavoro, ndr) occorrerebbe puntare l’attenzione sul perché si continui a ricorrere alla mediazione informale piuttosto che a quella professionale, pubblica o privata che sia». Lo studio evidenzia che «L’Italia ha bisogno di potenziare il sistema – sottolineano Bergamante e Marocco – aumentando il numero degli operatori, adeguando qualità e quantità dei servizi offerti, attuando la normativa relativa all’accreditamento dei soggetti privati, impegnando maggiori risorse pubbliche con un monitoraggio da parte dell’amministrazione centrale, per valutarne i risultati e per coglierne i punti di difficoltà».
    Il primo Rapporto sul “Monitoraggio dei servizi per l’impiego”, curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali “Nasce dall’esigenza di conoscere in dettaglio l’organizzazione e le risorse umane disponibili nei servizi per l’impiego, nonché gli utenti degli stessi – si legge nella presentazione – al fine di disegnare strategie di intervento finalizzate a rendere più efficiente il funzionamento degli SPI e ad assicurare standard comuni nella fornitura di servizi agli utenti”.

    Lo studio Isfol: il confronto impietoso con l’Europa

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIVediamo nel dettaglio i numeri che emergono dalla ricerca Isfol. Per quanto riguarda le risorse finanziarie l’Italia dedica ai centri per l’impiego (CPI) lo 0,03% del Pil, contro una media Ue dello 0,25%. Ciò si traduce in un investimento di circa 500 milioni di euro, pari quasi alla metà di quanto spende la Spagna e ben distante dagli 8 miliardi e 872 milioni della Germania o dai 5 miliardi e 47 milioni della Francia.
    Inoltre, tra il 2008 e il 2011, i principali paesi dell’area euro hanno reagito alla crisi finanziando ulteriormente i servizi pubblici per l’impiego, agendo sulla spesa e sugli addetti; l’Italia, al contrario in termini assoluti ha investito quasi 200 milioni di euro in meno rispetto al 2008. Un quadro analogo è quello relativo agli operatori che nel nostro Paese non arrivano a 9.000 contro gli 11.000 della Spagna, i 115.000 della Germania e i 49.000 della Francia.

    Francia e Germania hanno anche incrementato il numero di operatori dei Spi rispettivamente di 22 e di 18 mila unità, il Regno Unito di oltre 11 mila – spiegano i ricercatori dell’Isfol – L’Italia, invece, si distingue per una riduzione di circa 1500 operatori, dagli oltre 10 mila del 2008 agli attuali 8575 (dato del 2011, ndr)”.
    In Italia il 33,7% dei disoccupati contatta un Cpi e solo il 19,6% si rivolge alle Agenzie private per il lavoro (Apl). L’80% mostra comunque una maggiore fiducia nella capacità di intermediazione delle reti informali e il 66,6% nella diretta richiesta di lavoro alle imprese.
    Nel 2011 la quota di persone collocate dalle Apl in Europa è pari all’1,8% di tutti gli occupati dipendenti che hanno trovato lavoro nell’anno di riferimento. I dati per singoli paesi variano da un minimo di 0,3% della Grecia al massimo del 2,9% per l’Olanda. L’Italia si attesta sullo 0,6%. Dalla ricerca Isfol, dunque, emerge chiaramente una maggiore capacità di collocazione dei CPI. “Nel 2011, infatti, la media Ue a 15 raggiunge il 9,4%, con punte del 10,5% per la Germania e 13,2% per la Svezia – si legge nello studio – In Italia gli intermediati sono il 3,1% del totale dei dipendenti occupati nell’anno, valore cinque volte più elevato di quello delle Apl”.
    Infine viene sfatata l’idea che i CPI costino troppo allo Stato: “In realtà non è così: in Italia la spesa media per il collocamento di una persona è pari a 8.673 euro, rispetto ai 51.100 euro dell’Olanda, i 44.202 euro della Danimarca, i 21.593 euro della Francia e i 15.833 euro della Germania”.

    L’indagine del Ministero del Lavoro sul sistema CPI

    cercare-lavoroL’attività di monitoraggio del Ministero – svoltasi nel corso del 2013 – consente di analizzare i dati disponibili più recenti, cioè quelli relativi al 2012. Il corposo documento (92 pagine) fornisce diversi spunti di riflessione in generale sulla situazione italiana ed in particolare sulle singole realtà regionali.

    Partiamo dagli utenti dei servizi pubblici per l’impiego. In Italia nel 2012 gli individui che hanno effettuato la DID (Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro rilasciata al servizio competente: CPI e altro organismo accreditato in conformità alle norme regionali e delle province autonome) sono stati oltre 2 milioni e 215 mila. Nello specifico per la Liguria parliamo di circa 79 mila persone.

    Tuttavia, per comprendere con maggior dettaglio la pressione esercitata dalla platea dei cittadini richiedenti servizi, è possibile calcolare il numero medio di coloro che hanno effettuato la DID nell’anno 2012 per singolo CPI a livello regionale. In Italia si stimano mediamente poco più di 3.900 individui sottoscrittori di DID per singolo CPI. Si collocano al di sopra di tale valore medio buona parte delle regioni del Mezzogiorno, ma non solo. “Il sistema regionale di servizi per l’impiego che presenta il dato stimato più elevato è quello delle Marche con 7.745 individui per CPI, cui segue quello della Puglia (5.816) e della Liguria (5.679) – spiega l’indagine del Ministero – Più contenuto il numero medio di individui per CPI della Valle d’Aosta (1.708), della Provincia Autonoma di Trento (2.012) e della Toscana (2.354)”.

    In merito alla dotazione di personale dei centri per l’impiego556 CPI sparsi su tutto il territorio – l’Italia può contare su 8713 operatori (7686 con contratto a tempo indeterminato) di cui 6255 impegnati in attività di front office. In Liguria nei 14 CPI provinciali lavorano 189 operatori (154 a tempo indeterminato) di cui 131 in front office e 58 in back office.
    “Disaggregando i dati rilevati per le due macro-funzioni di back office e front office, la quota di operatori dedicata al rapporto con il pubblico, in mancanza di informazioni aggiuntive, può indicare, seppur indirettamente, il livello di burocratizzazione del sistema CPI, dato che le attività di accoglienza, screening del cittadino ed erogazione dei servizi costituiscono alcuni dei compiti centrali che il centro pubblico deve assolvere – sottolinea l’indagine ministeriale – Se a livello nazionale circa 7 operatori su 10 sono dedicati proprio alle attività di front office (6.255 individui), in tre delle più grandi regioni meridionali l’incidenza sul totale del personale impiegato è molto più contenuta: si tratta di Sicilia (49,4%), Calabria (62,5%) e Campania (66,2%). Ma anche altri sistemi regionali si collocano al di sotto del valore dell’Italia: è questo il caso di Marche (67,2%), Valle d’Aosta (68,8%), Liguria (69,3%)”.

    Con riferimento, invece, al rapporto esistente tra personale impiegato e soggetti presi in carico, il numero medio di individui che hanno effettuato la DID per operatore – indice del carico esercitato su ciascuna struttura dalla platea dei cittadini richiedenti servizi – è particolarmente elevato in Lombardia (516 soggetti che hanno effettuato la DID per operatore), Puglia (451), Liguria (421), Provincia Autonoma di Bolzano (416), mentre appare esiguo in Sicilia (103), Molise (138) e Calabria (151).

    Il parere degli esperti

    «Lo Stato italiano deve recuperare anni di ritardo e di disattenzione rispetto al posizionamento ed alla qualità dei servizi pubblici per il lavoro – spiega Romano Benini su “Work Magazine”, testata specializzata da lui diretta – Attualmente manca quasi tutto: sistemi informativi nazionali per le politiche attive e le richieste delle imprese, standard dei servizi condivisi ed esigibili, programmi nazionali finanziati ed efficaci di politiche attive». Per questo motivo, secondo l’esperto, oggi appare del tutto improbabile che lo Stato ed il Ministero del Lavoro possano passare direttamente dall’attuale funzione e capacità del tutto marginale di intervento sul mercato del lavoro alla gestione di tutti i soggetti pubblici che intervengono sullo stesso, in primo luogo i centri per l’impiego. Peraltro, sottolinea Benini «La scelta di un’agenzia nazionale di erogazione dei servizi per l’impiego, presente in molti paesi europei, comporterebbe una rivoluzione totale del quadro delle competenze e funzioni del Titolo V della Costituzione, quindi non è percorribile nel breve periodo. Inoltre va ricordato che, a differenza delle politiche passive erogate dall’INPS, le politiche attive richiedono servizi che rispondano al territorio, alle sue differenze e potenzialità, e che riconoscano le diversità delle persone e delle imprese. In ogni caso l’eventualità di una agenzia nazionale di riferimento che promuova, coordini, verifichi, valuti ed affianchi i territori, è un’ipotesi utile, ma che non può eliminare del tutto le responsabilità dirette dell’ente territoriale più prossimo all’erogazione del servizio».
    Allo stesso modo pure l’ipotesi di costituire delle agenzie regionali è considerata rischiosa «Sono diversi i possibili sprechi e i disservizi che si avrebbero dall’attribuzione alle Regioni dei centri per l’impiego – sottolinea Benini – Le Regioni hanno avuto dal Titolo V l’attribuzione delle competenze sul lavoro e sulla formazione e la relativa programmazione. Attribuire alle Regioni anche la gestione diretta dei centri per l’impiego determinerebbe un sovraccarico di funzioni e responsabilità poco giustificabile per un ente che riesce con fatica a svolgere ovunque, e con la stessa qualità, i compiti attuali».

    «Di formule se ne possono trovare tante ma è evidente che senza investimenti non si risolverà nulla – aggiunge Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche formative e del Lavoro della Provincia di Genova – La Germania, con un mercato del lavoro molto più vivo del nostro, ha investito almeno 6 volte di più rispetto all’Italia, questo la dice lunga». Secondo Scarrone «Nel nostro Paese a livello regionale ci sono le esperienze più disparate: qualcuno ha fatto del suo meglio, ottenendo anche discreti risultati, altri invece no. Così si è generato un problema di disomogeneità dei livelli essenziali di servizio che è necessario affrontare al più presto».
    Relativamente all’indagine del Ministero del Lavoro, in particolare sul numero medio di utenti (421 soggetti in Liguria) per operatore, il direttore Scarrone commenta «Questo è il nodo fondamentale da sciogliere. I CPI svolgono dei servizi pubblici rivolti alla persona quindi devono essere particolarmente attenti alle esigenze di ogni singolo utente, sennò in caso contrario perdono completamente le loro potenzialità. È evidente che un solo operatore non può occuparsi di oltre 400 persone, questa è una sfida impossibile. D’altra parte le statistiche evidenziano come le agenzie private per il lavoro non ottengano risultati migliori rispetto ai CPI (anzi in Italia la quota di persone collocate dalle Apl si attesta appena sullo 0,6%, ndr). Dunque bisogna intervenire sui servizi pubblici potenziandone numericamente il personale, quantomeno attraverso degli spostamenti di lavoratori interni agli enti. Se l’ipotesi di agenzia unica si cala in tale contesto di sistema potrebbe essere una cosa positiva. Non vorrei invece assistere alla creazione dell’ennesimo carrozzone statale, costoso e magari poco utile. Ci sono buone esperienze in Italia ed ottime esperienze in Europa: studiamole e cerchiamo di imitarle».

     

    Matteo Quadrone

  • L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    economia-soldi-D6Mentre la secessione della Crimea continua a creare gravi tensioni in tutta la regione, riprendiamo il discorso fatto la settimana scorsa e chiediamoci quali scenari si aprono per noi una volta preso atto dell’inevitabile fallimento del progetto di un’unione federale europea (il famoso “più Europa”). Ai lettori più affezionati non sarà sfuggito che questo imminente tracollo politico è l’altra faccia della medaglia del preannunciato tracollo dell’euro. È dunque indispensabile, sotto ogni punto di vista, proiettarsi al di là di queste strutture e chiedersi come l’Italia possa affrontare un futuro in cui l’Unione Europea, ammesso che esista ancora, avrà di certo un peso politico ridotto.

    Il fatto che un commentatore “di provincia” come chi scrive possa prendersi il lusso di profetizzare con sicurezza la fine di un “sogno” economico-politico tanto ambizioso, proprio mentre tradizionali indicatori tipo lo spread non danno segnali d’allarme e le élite del nostro continente continuano a lavorare come se questa “Europa” avesse effettivamente un domani, non può più essere una discriminante. Come insegna la favola di Andersen basta un bambino per urlare: «il Re è nudo!».

    Ed in effetti il fallimento del sistema è lampante per chiunque non voglia far finta di niente, visto che, molto banalmente, ad oggi nessuno è in grado di intravvedere una soluzione realistica per l’eurozona. Non è che manchino le proposte tecniche: manca proprio la volontà di perseguirle (il che ci dice molto sui reali motivi per cui siamo entrati nell’euro). Per questo, anche fra i commentatori più qualificati, gli illusi sono rimasti in pochi: tutti gli altri o “auspicano” una soluzione, o sono pessimisti, oppure stanno già consigliando agli Stati di ritornare alle loro vecchie monete. Di certo la soluzione non sarà la tanto osannata lista Tsipras, per motivi ormai noti, ma che prometto di ricapitolare più avanti (magari nell’imminenza del voto di maggio).

    La questione, dunque, è di una notevole rilevanza. Se l’Europa come progetto politico ha fallito, perché dovrebbe farcela l’Italia? Non si rischia di proseguire sullo stesso tipo di errore? Se abbiamo sbagliato a volerci integrare su un piano più ampio, non sarà forse il caso, come sembra suggerire Grillo, di seguire la strada opposta e dunque di disintegrarci verso un piano più ristretto dove “piccolo è bello”?

    In effetti è il momento di andare a discutere un punto rilevante.

    Europa vs Italia

    I critici dell’euro, come il sottoscritto, spesso sottolineano che l’irrazionalità dell’eurozona dipende dal fatto che essa non è una area valutaria ottimale”, dal nome della teoria economica con cui Robert Mundell vinse il premio nobel nel 1961 e su cui Paul Krugman ha fatto il punto qualche anno fa. Ciò significa che la moneta unica è nata in barba alle considerazioni degli economisti, per cui ora stiamo in qualche modo scontando questa sorta di “peccato originale”.

    Questo concetto – vale a dire che esiste una razionalità economica di cui tenere conto quando si  progettano sistemi economici – sembra lanciare un monito forte: “bambini, non fatelo a casa!”. Sembra, cioè, che siamo stati avvertiti: un sistema economicamente prospero è un sistema che rispetta ben precisi requisiti. Dunque non è del tutto sbagliato chiedersi: l’Italia oggi è un’area valutaria ottimale?

    Sembra di si. Secondo Krugman i due fattori che si sono rivelati decisivi sono la mobilità dei lavoratori e l’integrazione fiscale. E l’Italia ha entrambe le cose: ha molti immigrati dal sud che lavorano al nord, e ha molti contribuenti del nord che si lamentano… perché pagano le tasse anche per il sud! Sembrerebbero esserci i requisiti, dunque, perché l’Italia possa essere considerata una realtà politica che rispetta una minima razionalità economica.

    Tuttavia un punto sollevato da quelli che vorrebbero vedere un futuro per l’euro è che nemmeno noi all’inizio eravamo un’area valutaria ottimale. Perché allora, se pure l’Italia della lira è durata 150 anni, l’Europa dell’euro dovrebbe fallire dopo 15? È un’ottima domanda, che merita una risposta diretta. La risposta è che Giuseppe Garibaldi non era un funzionario col Ph.D alla London School of Economics, ma un avventuriero col fucile. E non è affatto una battuta.

    Monumento di QuartoChe cosa era successo nel 1861, proprio a pochi metri dalla redazione di Era Superba? Era partita la spedizione di un manipolo di uomini (mille o giù di lì) che volevano conquistare il Regno delle Due Sicilie per il loro Re. E inaspettatamente ebbero successo. La nostra nazione, insomma, è stata, sul piano storico, il frutto della debolezza dei Borbone di Napoli e della benevolenza della flotta britannica, che non sfruttò la sua enorme superiorità nel Mediterraneo per interferire con le faccende italiane. Sul piano pratico, però, l’Italia è stata semplicemente il frutto di una conquista militare. Ovviamente c’erano gli idealisti che pensavano alle “genti italiche”; ma la realtà è che i confini vennero tracciati sparando.

    Questa soluzione brutale creò un legame semplice, che a sua volta poteva essere spezzato in un modo semplice: il sud avrebbe dovuto insorgere. E questo non accadde. Anzi, il meridione, visto che era semplicemente cambiato il padrone, al netto di tutte le tensioni, nel complesso se ne fece una ragione. Il punto centrale, tuttavia, è quello che accadde dopo la conquista: la classe dirigente piemontese, ispirata dal modello francese e inglese (di cui Cavour era un fervente ammiratore), ebbe la banale accortezza di capire che i territori ottenuti con la forza non sarebbero rimasti, se non si fossero trasformati in uno Stato. E siccome volevano un Regno, fecero quello che si sarebbe dovuto fare sulla base di criteri per l’epoca anche abbastanza moderni: pensarono che la prosperità sarebbe venuta non solo con un territorio esteso e forte, ma anche da una rete di infrastrutture, da un sistema industriale, un complesso di leggi coerenti, un’educazione pubblica, unità di misure standardizzate, forze di polizia, una tradizione comune, una lingua nazionale e certamente anche un’unica moneta. L’idea di «Italia» in quanto nazione era perfettamente funzionale al raggiungimento di questo scopo.

    I risultati furono tutt’altro che perfetti: ancor oggi la “questione meridionale” è più che mai attuale, e trova riscontro, sul piano economico, in differenti livelli di inflazione. Eppure dopo 150 anni siamo ancora qui tutti insieme, nonostante le tensioni di due guerre mondiali e vent’anni di dittatura. Questo è stato possibile, per l’appunto, perché l’Italia fu unita con la forza, ma fu tirata su con l’obiettivo di diventare uno Stato a tutti gli effetti, sia in senso pratico che in senso ideale: dunque un forte vincolo occasionale si poté trasformare in un (abbastanza) forte vincolo duraturo.

    E l’Europa? L’Europa si è unita in modo consensuale con l’obiettivo di un benessere più esteso: e questa è tutta un’altra storia. In questo caso a un debole vincolo occasionale non ha fatto seguito alcun vincolo più forte: per cui, senza il benessere, il castello di carte è destinato a crollare. E se ancora vi chiedete perché non è stata sfruttata l’occasione dell’euro per rinsaldare i vincoli comunitari o se siamo ancora in tempo per rimediare, significa che non avete capito niente di questa crisi: eppure ve lo avevo spiegato.

    Abbiamo chiarito che per i Savoia e i loro ministri, l’obiettivo era avere un Regno: e nel 1861 quel regno era tutto da costruire. L’establishment europeo, al contrario, dopo l’euro ha fatto poco o nulla: significa allora che nel 2002 l’obiettivo era già stato raggiunto. Il vero obiettivo, infatti, non è mai stato mettere in pratica le convinzioni di un Altiero Spinelli: l’obiettivo era liberalizzare i movimenti di capitali, eliminare il rischio di cambio nelle transazioni, favorire l’economia finanziaria e scaricare sui salari gli eventuali aggiustamenti.

    Quale “Stato” per la penisola italiana?

    LItalia-sono-anchioÈ dunque pretestuoso domandarsi se l’Italia abbia un senso come spazio giuridico, politico e culturale: ce l’ha perché sono 150 anni che, tra alterne vicende si lavora per questo. È tuttavia possibile pensare che altre strutture più piccole e snelle riescano a fare meglio di quello che ha fatto lo Stato italiano. Il mio parere su questa questione è piuttosto semplice: se ci credete davvero e siete disposti a lavorare in questo senso, allora buona fortuna! Ne avrete davvero bisogno.

    Ormai dovremmo aver capito che tutte le costruzioni umane dipendono essenzialmente dall’uomo stesso, dalla sua fatica e poi certo dalla buona sorte. Se ci sono le condizioni favorevoli, nulla vieta che un domani si formi un autonomo “Stato Lombardo” o un vasto “Stato Pontificio” o – perché no? – che rinasca il Regno delle Due Sicilie: dipenderà appunto dal contesto e dalle motivazioni degli uomini. Ma se così stanno le cose, la vera domanda è: dobbiamo desiderare Stati regionali più piccoli? A mio modesto avviso il gioco non vale la candela.

    Ovviamente, se ragionate nel quadro che ci offrono quotidianamente i media, l’Italia non ha scampo: anzi, sembra un miracolo che siamo arrivati vivi fino a qui. Qualsiasi altra soluzione, pertanto, sarebbe meglio del vecchio sogno di Garibaldi e Cavour. Ma la realtà è che da soli avevamo fatto relativamente bene dal dopoguerra in avanti. La crisi che stiamo vivendo – lo sappiamo – non dipende tanto da noi, quanto dall’euro. Ad esempio, il calo della produttività media che si registra da fine anni ’90 rispetto alla Germania è attribuibile proprio all’adozione di un cambio rigido. Pertanto, fuori dalla moneta unica, chi ci garantisce che sul nostro territorio unioni politiche alternative all’Italia possano ottenere risultati migliori?

    Nessuno ce lo può garantire: anzi, l’enorme lavoro, la fatica e il dispendio di risorse e di uomini necessario a concepire e realizzare nuove comunità politiche è tale, a fronte di una totale incertezza sull’esito finale, da scoraggiare qualsiasi persona di buon senso. Dunque privarci della nostra «Italia» (e di una sua moneta) sarebbe una scelta tanto rischiosa quanto inutile, che penso nessuno in una società non del tutto sclerotizzata vorrebbe perseguire davvero (dunque, ne sono convinto, nemmeno Grillo o la Lega).

    Se poi volete proprio ragionare in astratto, partendo dalla teoria per capire quello che serve per costruire una comunità politica (al netto della forza bruta), ci torna utile quanto avevo detto la scorsa settimana. Il senso del ragionamento era che lo scopo di una comunità è il benessere dei suoi membri: cosa che a sua volta richiede tanto un certo livello di compenetrazione economica che un certo sentimento di appartenenza. Ebbene: sulla base di questi criteri come rifareste l’Italia?

    Il compito non è facile, perché non è chiaro dove questi criteri (su cui già non tutti saranno d’accordo) si manifestino in modo netto. Dividereste l’Italia tra Nord e Sud? E mettendo Roma dove? O forse è meglio dividerla in tre? E cosa dire della “Padania” della Lega o del Regno delle Due Sicilie che Grillo ha tirato fuori dal cilindro? Il folklore del Carroccio sarebbe un’identità padana? E se guardassimo alle regioni? Pensiamo che uno di Ventimiglia abbia più da spartire con un francese o con uno delle Cinque Terre? E se provassimo a fare le macroregioni? Mettereste insieme persone solo perché si scambiano prodotti ma non parlano la stessa lingua? Riprovereste davvero con il mito tecnocratico che sta distruggendo il continente?

    Conclusioni

    Non credo sussistano molti dubbi: nell’immediato l’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. Le ragioni per cui il caro, vecchio Stato italiano spicca come la struttura politica più adatta a perseguire le nostre aspirazioni di benessere dipende semplicemente dal fatto che esso è stato costruito per questo nel corso di decenni lunghi e faticosi: e adesso non ha alcun senso ricominciare da capo a costruire qualcosa di alternativo.

    Il vero problema oggigiorno è l’euro, tolto il quale gli Stati potrebbero recuperare varie forme di coordinamento a livello europeo e globale. E senza la moneta unica, che non serve ad allentare le tensioni ma a crearle, è probabile che molte spinte autonomiste in giro per l’Europa perderebbero di forza. Tuttavia non saprei dire – né spetta a me farlo – se, una volta ripristinate le valute nazionali, per la Scozia o per le Fiandre abbia ancora un senso avanzare pretese di autonomia. In fin dei conti queste sono questioni che riguardano i singoli Stati. Certamente ciò da cui dovremmo guardarci una volta usciti dall’euro è l’ideologia che l’ha sostenuto: un’ideologia che attacca lo Stato per dissacrare ogni forma di autorità pubblica e affermare interessi privati.

    Andrea Giannini

  • Pedibus a Genova: presentazione del progetto alla Carducci di Sestri Ponente

    Pedibus a Genova: presentazione del progetto alla Carducci di Sestri Ponente

    via-sestri-DIIl progetto Pedibus, avviato a Genova nel 2009 con le prime sperimentazioni nelle scuole (qui maggiori informazioni), verrà inaugurato domani alla scuola primaria Giosuè Carducci di Sestri Ponente che entra così a far parte della rete di istituti scolastici genovesi e liguri che operano per ridurre le concentrazioni di automobili davanti alle scuole all’entrata e all’uscita dei bambini. Un’inaugurazione che ha più che altro lo scopo di far parlare dell’iniziativa, trattandosi in realtà di una sperimentazione già attiva nella scuola sestrese di via Rigon dal dicembre scorso.

    Di che cosa si tratta? Pedibus è una fila indiana di bambini che procede verso la scuola accogliendo nuovi bambini ad ogni fermata, proprio come un bus. I bambini si fanno trovare alla fermata per loro più comoda indossando una pettorina gialla. A guidare la fila due adulti/genitori volontari, un “autista” e un “controllore”.

    “Il progetto, attivato alla scuola primaria Giosuè Carducci di Sestri Ponente, si pone l’obiettivo di promuovere la mobilità pedonale nei tragitti casa- scuola, al fine di ridurre il traffico negli orari di ingresso scolastico e diminuire la pericolosità e l’inquinamento nelle aree intorno alle scuole, educare i bambini e sensibilizzare le famiglie verso stili di vita più sostenibili, favorendo la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle famiglie”, si legge nel comunicato diffuso dal Comune.

    Capofila del progetto Pedibus per quanto riguarda il territorio genovese è Asl3 in virtù dell’accordo di collaborazione siglato nel 2009 con il Ministero della Salute. Ma oltre alla collaborazione dell’Azienda Sanitaria, il progetto alla Carducci ha avuto il sostegno del Municipio, della Provincia, del Centro di educazione ambientale e allo sviluppo sostenibile del Comune di Genova e, soprattutto, dei genitori. Soddisfazione dopo i primi mesi di sperimentazione: “Il risultato è stato il coinvolgimento di oltre 70 bambini e la realizzazione di 4 linee “pedibus”, che servono i diversi quartieri attigui alla scuola, con i diversi capolinea di via Merano, piazza Tazzoli, via Briscata e via S.Maria della Costa, con una prima fase sperimentale che ha preso il via nello scorso dicembre e ha dato risultati incoraggianti, misurabili dall’entusiasmo di bimbi e genitori accompagnatori”.

     

  • Caserma Gavoglio, il cortile passa al Comune in attesa del progetto di riqualificazione

    Caserma Gavoglio, il cortile passa al Comune in attesa del progetto di riqualificazione

    lagaccio-caserma-gavoglioDopo anni di attesa e battaglie, oggi è un giorno importante per la Caserma Gavoglio,  oltre 60mila mq nel cuore del Lagaccio in stato di abbandono. Alle 16 di oggi, nella Sala Incontri di Palazzo Ducale, viene formalizzata l’intesa raggiunta tra il Comune di Genova e il ministero della Difesa per il passaggio al Comune, ad uso pubblico, del cortile interno e dell’edificio principale della ex caserma.

    Si tratta solo di un primo passo, come è noto è in corso la procedura per l’acquisizione a titolo gratuito da parte di Tursi dell’intera area demaniale (qui l’approfondimento di Era Superba). A questo proposito, nell’inchiesta pubblicata su queste pagine il 31 gennaio scorso, il vicesindaco Bernini ci aveva anticipato alcuni dettagli:  «Stiamo elaborando con Arred (Agenzia regionale per il recupero edilizio) un progetto di riqualificazione dell’area, già concordato con l’Agenzia del Demanio, per l’acquisizione. Il progetto è stato affidato ad Arred che lavorerà congiuntamente con Rigenova (società, di cui Arred detiene il 25%, avente ad oggetto la promozione e l’attuazione di interventi di recupero edilizio e riqualificazione urbana nel territorio del Comune di Genova, ndr)».

    Nei giorni scorsi il sindaco Marco Doria ha visitato la Caserma Gavoglio con il presidente del Municipio Centro Est Simone Leoncini e la giunta municipale. “Nel comprensorio militare la delegazione è stata accolta dal generale di brigata Francesco Patrone, comandante del Comando militare Esercito “Liguria”, dal Contrammiraglio Andrea Liaci, direttore dell’Istituto idrografico della Marina, dal tenente colonnello Luigi Caforio, comandante del 1° reparto infrastrutture e dal primo maresciallo Guido Saltini, comandante del IV centro di mobilitazione del Comitato regionale della Croce Rossa, in rappresentanza delle diverse amministrazioni militari che attualmente gestiscono o usufruiscono dell’area”, si legge nella nota diffusa dal Comune.

    Il sindaco nell’occasione ha visitato tutti gli edifici, sia quelli in uso, sia quelli attualmente abbandonati. La riqualificazione della Gavoglio è un passaggio da non sbagliare, il primo cittadino e la Giunta lo sanno bene. «Visto che non dobbiamo più pagare al Demanio 4,5 milioni di euro per acquisire la Gavoglio, nel nuovo PUC possiamo davvero ridurre l’indice di edificabilità nell’area dell’ex caserma e lasciare più spazio a verde e servizi per i cittadini», aveva sottolineato Bernini. Dello stesso parere il presidente Leoncini:

     

    Questo pomeriggio, dopo la firma dell’atto, sempre a Palazzo Ducale, viene inaugurata la mostra fotografica “La caserma Gavoglio” e presentato il workshop “Trasformare il Lagaccio, progetti e idee per la Gavoglio”, nella sala del Maggior Consiglio.

  • Intrecci Urbani, yarn bombing: flash mob a De Ferrari per appassionati di ferri e uncinetto

    Intrecci Urbani, yarn bombing: flash mob a De Ferrari per appassionati di ferri e uncinetto

    yarn-bombing-lana-porto-anticoVenerdì 21 marzo è la Giornata Europea della Creatività Artistica e alle ore 16 in piazza De Ferrari avrà luogo il flash mob di presentazione della seconda edizione del progetto “Intrecci Urbani – yarn bombing a Genova” che, dopo aver rivestito il Porto Antico di lana lo scorso anno con il più grande evento di yarn bombing mai realizzato in Italia, nel 2014 si espande nel territorio genovese con l’ambizioso obiettivo di colorare tutta la città.

    “Gli appassionati dell’uncinetto e dei ferri sono invitati a lavorare a maglia in piazza. Un modo originale per valorizzare la creatività manuale e promuovere il progetto”, si legge nella nota diffusa dagli organizzatori.

    Lo yarn bombing è anche conosciuto come urban knitting, una street art proveniente dagli Stati Uniti che veste con lavori a maglia e filati intrecciati gli arredi urbani. 

    Intrecci Urbani 2014 è promosso anche quest’anno dall’Ufficio Cultura e Città dell’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Genova e la direzione artistica è stata nuovamente affidata alla scenografa Emanuela Pischedda dell’Associazione Artistica Culturale ColorInscena. L’edizione di quest’anno è caratterizzata dalla collaborazione più ficcante con i Municipi e dal tema centrale che sarà “Il bosco immaginario”, verranno utilizzati materiali di recupero (non solo lana ma anche tessuti, plastica, bottoni, filo elettrico, bulloni, vecchi maglioni… e tutto quello che si può riciclare e intrecciare) e verranno realizzati manufatti tridimensionali. Il tutto culminerà nel mese di maggio con nove installazioni nei parchi e giardini genovesi.

    “Al termine delle esposizioni i manufatti verranno utilizzati per la realizzazione di un’asta benefica per la raccolta di fondi che gli stessi partecipanti decideranno a chi destinare”.

    “Le associazioni, le scuole, le case di riposo, i centri sociali e le singole persone che vogliono partecipare al progetto o contribuire alla raccolta dei materiali necessari alla realizzazione del nuovo e spettacolare evento possono rivolgersi al proprio Municipio di appartenenza”.

  • Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    under-the-mapAvete mai sentito parlare di Under the Map? In un momento in cui si parla molto di start-up e iniziative creative, durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo andati a conoscere i fondatori di questo progetto “made in Zena”. Una bella giornata, un caffè insieme, una conversazione stimolante in cui ci hanno illustrato, con entusiasmo e competenza, i punti principali della loro iniziativa.

    In sostanza, Under the Map è una web tv che nasce a Genova nel febbraio 2013 dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi under 30 – quasi tutti dottorandi all’Università di Genova – e si occupa di politica internazionale, cultura e società. Il progetto nasce con l’intento di parlare di questioni complesse (come quelle relative a diritti umani, mediazione culturale, Medio Oriente, diritti dei popoli) in modo semplice e alla portata di tutti. La situazione si complica se pensiamo che, per riuscire in questa ambiziosa missione, i ragazzi sono armati soltanto di uno smartphone: con il telefonino intervistano esperti, ricercatori e docenti universitari di fama internazionale che arrivano a Genova per partecipare a eventi, incontri, conferenze.

    Nuovo, veloce, “giovane”, indipendente, social: il progetto è efficace e praticamente a costo zero, per questo ci piace. Abbiamo posto alcune domande ai ragazzi. Ecco cosa ci hanno risposto.

    Come è nata l’idea di dar vita a Under the Map?

    «Il progetto è stato elaborato in via sperimentale ormai un anno fa, nel febbraio 2013, e si può dire che l’idea è nata all’interno del DISPO, il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova in Largo Zecca: siamo un gruppo di amici dottorandi in Scienze Politiche che ha deciso di unire le proprie forze e mettere a disposizione le diverse competenze per far partire questa sperimentazione».

    Come funziona il progetto e come si svolgono le interviste?

    «Abbiamo deciso di partire proprio da Genova e di approfittare degli eventi culturali che si svolgono in città per interagire con esperti e studiosi, e far loro domande su alcuni temi di interesse generale. Partecipiamo spesso agli incontri a Palazzo Ducale (prossimamente parteciperemo a “La Storia in Piazza”, ad esempio) e in Università e intervistiamo i nostri interlocutori usando il telefonino. Poi tagliamo il video per renderlo più chiaro ed efficace: non più di 2 minuti per ogni risposta. Sono incontri a cui avremmo partecipato in ogni caso, per interesse personale: abbiamo colto l’occasione per approfondire tematiche di attualità per le persone che non possono partecipare o che magari non abitano in città: siamo partiti da Genova per rivolgerci anche altrove, a un bacino di utenti più ampio. Abbiamo voluto dire che non è vero che nella nostra città non succede niente ma che anzi gli eventi sono tanti: basta informarsi, essere motivati, avere degli interessi. Chi vuole vedere le nostre interviste e ascoltare i contributi, può seguirci su vari social media. Per prima cosa abbiamo aperto un canale YouTube sul quale caricare le interviste, poi una pagina Facebook, e infine è arrivato Twitter: ci teniamo a essere presenti su vari media per raggiungere target diversi».

    Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono il progetto?

    «Per prima cosa, abbiamo scelto di essere indipendenti. Non riceviamo finanziamenti o sovvenzioni da nessuno, e il progetto è nato per cause contingenti all’interno dell’Università ma non è stato promosso o proposto dall’Ateneo: certo, capita di cercare un confronto con i professori, ma niente di più, non c’è alcuna partnership né niente del genere. Da soli, abbiamo dato vita a una redazione vera e propria: ci riuniamo una volta al mese per decidere il calendario di eventi cui partecipare e le interviste da svolgere. Gli incontri si svolgono di volta in volta in luoghi diversi: evitiamo l’Università e preferiamo altri luoghi come abitazioni private, bar e altri spazi pubblici. Ad esempio, a breve ci piacerebbe riunirci all’interno della nuova sede dell’associazione di quartiere A.Ma. in Via della Maddalena, visto che alcuni di noi ne fanno parte: sarebbe un modo per renderci utili e contribuire tenere alzate le saracinesche in una zona in cui ancora troppe serrande sono abbassate. In redazione, ognuno di noi sa cosa deve fare: i compiti sono ben ripartiti, ciascuno è autonomo e il lavoro procede senza intoppi. Lo “zoccolo duro” è costituito da sei persone, poi ci sono altri collaboratori occasionali: ci siamo allargando e stiamo imparando pian piano a gestire sia il gruppo, sia il progetto in crescita. Non l’abbiamo mai fatto prima e per noi è uno “work in progress”, impariamo strada facendo. Non ci sono gerarchie all’interno del gruppo, ma vige una logica orizzontale. Inoltre, ci teniamo molto a dire che non siamo una testata giornalistica e le nostre interviste non si sovrappongono a quelle che escono sui giornali, ma sono piuttosto approfondimenti specialistici, con domande di dottorandi a studiosi».

    Un bilancio a un anno dall’inizio: il riscontro è positivo?

    «Siamo soddisfatti, abbiamo un buon seguito e il nostro pubblico è eterogeneo: soprattutto giovani, studenti e addetti ai lavori, ma anche istituzioni culturali in senso lato, persone interessate per “cultura generale” e giornalisti che cominciano a seguirci su Twitter. Il progetto è stato apprezzato e per il futuro vogliamo ancora crescere e cercare nuove collaborazioni».

     

    Elettra Antognetti

  • Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo MalvezziLorenzo Malvezzi, cantautore genovese nato negli anni ’70, ha vagabondato per lo stivale sino al ritorno in patria e alla pubblicazione del primo disco solista “Canzoni di una certa utilità sociale“.  Giovedì 27 marzo Malvezzi sarà in scena alla Claque con uno spettacolo di teatro-canzone, monologhi recitati intervalleranno le canzoni del disco. Un disco pop, sia come sound che come intenzione, dove la parola “pop” non vuole certo essere una parolaccia… Una struttura semplice, un sound pulito caratterizzato da tanti motivi orecchiabili che ben si sposano con l’ironia dei testi che raccontano le tante contraddizioni del nostro “essere italiani”. Abbiamo fatto qualche domanda a Lorenzo, ecco l’intervista.

    Ormai già diversi anni vissuti di e con la musica… come va il vostro “rapporto”? Come sei riuscito a mantenere sempre alto il livello di guardia? Seguendoti sui social capita ogni tanto di imbattersi in tue “dichiarazioni d’amore” per il lavoro che fai…

    «Io amo profondamente quello che faccio. Mi sento fratello di tutti quelli come me, che nonostante i tanti chilometri, gli orari impossibili, i mille sbattimenti per stare nelle spese, continuano a credere nei loro sogni e tengono duro. Senza queste persone, il mondo sarebbe in bianco e nero».

    lorenzo_malvezzi_canzoni_di_una_certa_utilita_socialeDopo tanto girovagare sei tornato a Genova in pianta stabile, riesci a convivere serenamente con la tua città o anche tu fai parte di quella schiera di artisti genovesi che amano definirsi non profeti in patria?

    «Genova mi fa venire in mente il film 300. Sai quando Leonida calcia giù dal pozzo il messaggero di Serse e dice “Questa è Sparta”? Beh… è stata una errata traduzione in realtà lui dice “Questa è Genova”. Però non è vero che a Genova non succede niente, è che molti genovesi sono pigri e poco curiosi. Un esempio?! Ha appena aperto un posto fichissimo il TigerSpot in via San Vincenzo, dove fanno cose veramente interessanti. Quando parlo del Tiger la maggior parte della gente mi dice “ma non è un negozio?”. Il tiger non è solo un negozio, basta fare una rampa di scale e ti si apre un mondo: mostre, corsi, concerti , caffetteria, giochi da tavolo, ping pong, cocktail e divanetti. Gratisss!! Basta fare una rampa di scale».

    Riesci a vivere di musica in un periodo come questo dove i cachet per gli artisti che si esibiscono sono bassi e il mercato del disco non è più una risorsa a cui attingere?

    «Vivere di musica diventa sempre più difficile. Tra musicisti, a Genova, si dovrebbe fare più squadra, più spogliatoio. Come hanno fatto i cabarettisti. Sono un fronte unito e questo impone che sul mercato abbiano una forza maggiore a livello di contrattazione e prezzo. I musicisti invece si fan la lotta tra loro, c’è quello che fa il furbetto, quello che vuole gestire e secondo me è un’immensa stronzata; si dovrebbe condividere il locale che ti fa suonare, e non prenderlo come baluardo, mettendoci una bandierina. Io e Bobby Soul, ad esempio, tra noi ci siamo sempre scambiati i locali, risultato abbiamo suonato di più.
    Si dovrebbe parlare tra musicisti. Scegliere che sotto un certo cachet non si va, se siamo tutti d’accordo e un locale vuole fare musica, paga il giusto; perché non è lui a fare il prezzo, ma il professionista (i camerieri prendono un tot all’ora indipendentemente se il locale ha gente o meno). A me questa storia della crisi fa girare il cavolo, i gestori ti vogliono pagare meno perché c’è la crisi,
    però il loro menù aumenta il prezzo, non diminuisce».

    Infine parlaci del disco, della traccia che consigli ai lettori di Era Superba di ascoltare per prima…

    «Il disco è un concept album. Trattando di temi seri in modo ironico e satirico potremmo definirlo una vignetta in musica. È questa la sua caratteristica. Non volevo fare un disco poetico. Volevo un disco concreto, in cui alla fine di ogni brano sai cosa hai ascoltato
    e non ti chiedi: “ma che cazzo ha detto?”. Ho volutamente fatto un lavoro hemigwayano, ho tolto i fronzoli per dare azione… il disco è diventato in modo naturale uno spettacolo di teatro canzone con monologhi che, a volte in modo cinico, a volte in modo incantato, parlano delle contraddizioni di ognuno di noi. I singoli dell’album sono “test psicoattitudinale” e “Manifesto popolare” che sono molto identificative per un primo ascolto, però io amo tantissimo “Come la Santanchè”,”Abbestia”, “Escort Progressista”
    ed “Educazione civica”… ogni volta che le suono me le godo proprio. Al lettore curioso di Era Superba che vuole capire di che cosa parla il disco in un ascolto, beh gli consiglio “Canzoni di una certa utilità sociale” che è la title track, e spiega meglio di qualunque altra la mission dell’album».

  • Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    genova-more-than-this-permalosa-apertaAvete fatto caso nelle ultime settimane a quei cartelloni pubblicitari difficilmente interpretabili a sfondo rosso con la scritta “more than this”? Alcuni di questi manifesti riportavano anche delle parole enigmatiche, “permalosa e aperta”.
    Bene, il soggetto è la città di Genova e quei manifesti sono il risultato della campagna promozionale adottata dal Comune per destare curiosità fra i genovesi in vista della presentazione ufficiale, avvenuta questa mattina a Tursi, del nuovo logo di Genova.

    “Abbiamo pensato di non identificare la città con un logo che riprendesse un monumento o un aspetto soltanto, rivelando dunque il già noto o visibile, ma abbiamo semplicemente scritto il suo nome senza rivelarlo completamente, lasciando alcune parti nascoste, invisibili, che solo lo sguardo sensibile di chi guarda può completare. Perché Genova si rivela a piccoli passi, e quando lo fa è sempre di più di quanto lasci immaginare. Genova è MORE THAN THIS.” Sono le parole di Valeria Morando e Anna Giudice, le due autrici che hanno vinto il Concorso Internazionale di idee per il nuovo logo di promozione della città, bandito dal Comune nell’ambito del progetto europeo Urbact – City Logo.

    Genova more than this

     

    Al bando di concorso hanno partecipato 373 proposte; la vincitrice è stata selezionata da una Commissione internazionale tecnica e professionale, composta da Sinead Mullins (Responsabile Comunicazione Eurocities), Giuseppe Lamarca (Formula Adv, per TP – Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti), Mario Piazza (Politecnico di Milano, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva), Andrea Rauch (Rauch Design, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva); oltre che da Cesare Torre (Direttore Comunicaizone e Promozione della Città – Comune di Genova).

    Il progetto europeo Urbact – City Logo ha coinvolto Genova ed altre 10 città europee (capofila Utrecht), i costi sono stati coperti dall’Unione Europea.

  • Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    terzo valico trasta4Non è stato il primo e non sarà nemmeno l’ultimo. L’esproprio dei terreni del signor Vittorio Calvini per far spazio ai lavori del Terzo Valico in via Ceresole, a Trasta, ha occupato le pagine dei quotidiani locali la scorsa settimana ma è tornato a far parlare di sé ieri pomeriggio in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 del Movimento 5 Stelle che mirava a fare chiarezza sulle modalità con cui il Cociv si è introdotto con i propri mezzi su quello che fino alla sera prima era un terreno coltivato.

    «Ci sono quantomeno dei dubbi sulle modalità e la tempistica della consegna dell’atto espropriativo» ha detto il capogruppo grillino in Sala Rossa, Paolo Putti. «Non è possibile che l’esproprio avvenga il giorno successivo al recepimento della notifica, facendo sbaraccare i contadini senza neppure avvertirli. Immaginatevi un uomo di 70/75 anni con la moglie che si vede arrivare ruspe e quant’altro in un terreno in cui il giorno prima era lì a zappare. Sapete che cosa ha detto? “Potevate almeno lasciarmi raccogliere le fave”. Questa è la distanza che c’è tra la vita degli uomini e quella di chi sta nelle posizioni di comando e se ne frega».

    Dura la replica del vicesindaco Bernini che ha ricordato come dopo una prima fase non proprio ortodossa degli espropri, l’amministrazione comunale abbia avviato un percorso fruttuoso tra gli interferiti e il Cociv offrendo compensi per gli espropri di molto superiori al valore di mercato dei terreni. «Il Cociv– sostiene il vicensindaco – pagherebbe anche un indennizzo all’affittuario, come nel caso del signor Calvini e dell’usufruttuario del suo terreno, se il rapporto fosse dimostrato almeno da un comodato gratuito. Ma il signor Calvini – prosegue Bernini – ci ha scritto che non aveva nessuna intenzione di essere aiutato nel rapporto con Cociv e che avremmo dovuto cambiare mestiere perché il Terzo Valico è un’opera inutile. Invece, avrebbe forse avuto il tempo utile per avvisare l’affittuario di non piantare le fave»

    «La colpa è del Cociv è che non mi ha dato i dieci giorni di tempo prima dell’esproprio come previsto dalla legge» risponde indirettamente il proprietario del terreno. «Certo forse il giorno stesso avrei potuto avvertire il contadino ma per me, in quel momento, l’esproprio era un’operazione illegittima. Quello del Cociv è stato un atteggiamento molto arrogante: se uno si oppone non deve per forza essere trattato male».

    «La parte terribile di questa storia – prosegue il signor Calvini – è che loro si fanno forti di poter comprare la disperazione della gente sfruttando le enormi disponibilità economiche che queste grandi opere hanno dietro. Ma in realtà non esiste una cifra che potete darmi per ripagarmi di quello che vado a perdere».

    Il signor Calvini sembra avere ragione anche dal punto di vista legale, come ci spiega l’avvocato Alessandro Gorla che, seppur penalista, è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il movimento no Tav, grazie a quella che lui stesso definisce “vicinanza politica e affettiva e anche perché se no non se ne sarebbe occupato nessuno”: «Formalmente – spiega l’avvocato – l’avviso è stato inviato da Cociv a febbraio, quindi nei termini corretti. Il problema riguarda però la notifica che è avvenuta il giorno prima della presa in possesso quando di legge dovrebbe esserci una settimana di tempo. L’altra mattina avevamo una rivendicazione giusta e legale. Tra l’altro il giorno prima avevamo diffidato il Cociv via fax dicendo che non c’erano i termini legali per l’esproprio ma non siamo stati ascoltati. Quando mi sono rivolto alle forze dell’ordine chiedendo spiegazioni, mi sarei aspettato che dicessero : “ok, impacchettiamo tutto e andiamo a casa”.  Invece, hanno risposto che non avevano competenza per decidere e che se mai avremmo potuto fare ricorso. Piccolo particolare: il ricorso costa solo che di bolli 2 mila euro. Avrebbero potuto sospendere in attesa di chiarimenti. Per carità uno il ricorso lo fa anche ma il terreno ormai è stato dissodato».

    Nei giorni scorsi lo stesso Calvini ci racconta di aver scritto una mail alle caselle istituzionali di sindaco e vicesindaco ma di non aver ricevuto ancora nessuna risposta: «Nel messaggio – spiega il proprietario del terreno espropriato – chiedevo al vicesindaco una spiegazione concreta sul perché si debba realizzare un’opera che consenta di potare su un treno dei camion che a loro volta trasportano container.  Non voglio una risposta generica tipo “l’ha deciso l’Europa” o “quando ci sarà l’opera senz’altro servirà”.  Voglio una valutazione costi benefici. Al sindaco, poi, ricordavo come lo stesso don Gallo  – che ha sostenuto la sua candidatura – avesse esplicitamente richiesto la presenza della No Tav sulla sua bara».

    Alla valutazione costi benefici fa riferimento anche il capogruppo del Movimento 5 stelle in Consiglio comunale, Paolo Putti: «È chiaro che più vanno avanti i giochi più è difficile che accada qualcosa di clamoroso, anche se siamo in Italia e abbiamo visto che tanti lavori partono giusto per far avviare i cantieri. Il problema è che nel frattempo il contesto è completamente mutato, con lo stesso Moretti (a.d. di Trenitalia, n.d.r.)  che ha più volte  ribadito come quest’opera non sia rilevante e che ci si renderà conto solo dopo di quanto in realtà non serva. Una situazione, peraltro, che si sta verificando a Genova su tutte le grandi opere che si vogliono “fare tanto per fare”. Ma questo “fare” non porta neppure lavoro in città, salvo qualche pasto in trattoria nelle zone di cantiere».

    È vero che probabilmente lo stesso Calvini, pur non avendo aderito alla trattativa privata con il Cociv attraverso la mediazione del Comune, riceverà l’indennizzo base previsto per la realizzazione dell’infrastruttura, ma la sua è più che altro un’opposizione all’opera in sé. «Io non sono di per sé contrario agli espropri per opere pubbliche che sono una cosa legale e sacrosanta. Ma sacrosanta è anche l’opposizione a scelte politiche sbagliate. Se mi viene dimostrato che l’opera è indispensabili allora non dovrebbe neanche esserci bisogno della mediazione del Comune per avere più soldi, a meno che non si presupponga che quelli del Cociv vogliano fregare la gente. Io rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata».

    C’è un altro elemento che nelle ultime ore va ad intricare la situazione di questo terreno espropriato e conteso. Secondo alcune testimonianze provenienti direttamente da Trasta, ma non confermate dal Cociv che nella serata di ieri si è negato al telefono, i cantieri sarebbero stati bloccati per il ritrovamento di un tubo dell’Iplom. «Il progettista della Cociv lo sapeva benissimo» sostiene Calvini. «Tra l’altro ce n’è pure un altro dell’Eni».

    «Non mi è ancora giunta questa notizia – diceva ieri pomeriggio in aula il vicesindaco Bernini – ma posso dire che la presenza di oleodotti o gasdotti nel sottosuolo deve essere appositamente segnalata da paletti. Se ciò non è avvenuto, la responsabilità è del proprietario della tubatura».

    Fin qui il problema degli espropriati. Ma c’è anche chi, durante i lavori e ad opera realizzata, resterà a vivere in queste zone interferite dal Terzo Valico. «Di fatto – spiega il proprietario dei terreni di Trasta – chi cede la proprietà esce da questa situazione. Alcuni vicini sono stati anche ben contenti di dare il terreno perché hanno case senza accesso diretto alla strada e hanno ottenuto in cambio la promessa di poter sfruttare in futuro quella costruita per il cantiere. Vedremo, per ora restano solo promesse».

    «D’altronde – chiosa l’avvocato Gorla – questi hanno pagato fantastiliardi per case diroccate solo per non avere problemi di opposizione e quant’altro». Ma c’è chi, come il signor Calvini, non è disposto ad ammainare la propria bandiera, seppure qualche euro in più farebbe molto comodo.

    Simone D’Ambrosio