Anno: 2014

  • Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIDopo la pubblicazione, il 31 marzo scorso, delle linee guida per la presentazione dei progetti regionali (redatte dal tavolo tecnico coordinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale e dal Ministero della Salute), si avvicina la data del 30 giugno 2014, termine ultimo entro il quale tutte le Regioni dovranno avere predisposto i rispettivi piani finalizzati alla realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) – ovvero una piattaforma digitale comune, a livello territoriale, per l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari dei cittadini, strumento funzionale ai professionisti per l’assistenza e la cura, in grado di facilitare la trasmissione di informazioni e semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini. Poi, una volta ottenuta l’approvazione dei piani, le amministrazioni regionali avranno tempo fino al 30 giugno 2015 per l’attivazione effettiva del FSE.

    Dunque, la tanto decantata rivoluzione digitale in campo sanitario sembra essere in procinto di trasformarsi da parole in realtà, anche se, a dire il vero, soltanto in poche regioni – come ad esempio Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino, Toscana, Veneto, Sardegna – il Fascicolo sanitario elettronico è già in fase avanzata, mentre in altre – tra cui la Liguria – il percorso è ancora tutto da impostare. Così è veramente arduo ipotizzare il rispetto della tempistica stabilita, e destano preoccupazione le possibili sanzioni previste per gli inadempienti, vale a dire una perdita del 3% nel riparto del Fondo sanitario nazionale, come ha spiegato il Ministero della Salute.

    Medici di famiglia e farmacisti esprimono parecchie perplessità sull’odierno livello di informatizzazione della sanità ligure, così come il sindacato autonomo Fials. D’altra parte è difficile dar loro torto, dato che si registrano diverse problematiche relative all’utilizzo della ricetta elettronica (non ancora diffusa capillarmente sul territorio regionale), mentre quella “dematerializzata” – in pratica la ricetta elettronica online – sarà avviata, a breve, solo in forma sperimentale. La ricetta dematerializzata, se vogliamo, rappresenta il preludio al Fascicolo elettronico, tuttavia manca il tassello fondamentale della tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip che, oltre a contenere la storia medica di ogni singolo paziente, ci permetterà di acquistare i farmaci più rapidamente; peccato, però, che oggi, in Liguria, appena il 20% della popolazione possiede la tessera con microchip. Quindi, prima di parlare della realizzazione del FSE, occorre risolvere questi nodi critici, sennò rischiamo di partire con un progetto privo delle fondamenta necessarie.

    Cos’è il Fascicolo sanitario elettronico (FSE)?

    L’articolo 12 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221), ha istituito il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), inteso come “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito”.

    In altre parole il Fascicolo sanitario elettronico è una cartella virtuale che raccoglie e rende disponibili informazioni e documenti clinici relativi ad una singola persona, la quale può: consultare e stampare i referti delle prestazioni ricevute dal servizio sanitario; inserire documenti (referti di visite ed esami effettuati in strutture private, o di altre regioni, oppure prima dell’attivazione del FSE), ma anche oscurarne alcuni che ritiene non debbano essere visibili dai professionisti sanitari. La consultazione avviene in forma protetta, attraverso credenziali personali e, su consenso dell’interessato, il Fascicolo può esser consultato dal medico, o dal pediatra di famiglia, e dagli specialisti.
    La costruzione del FSE dell’assistito avviene tramite l’inserimento di diverse documentazioni (informazioni certificate), da parte di molteplici soggetti. Asl, ospedali e pronto soccorso: vaccinazioni, certificati, esenzioni, assistenza domiciliare, piani diagnostico-terapeutici, assistenza residenziale e semiresidenziale; prestazioni in ricovero e lettere di dimissioni, cartelle cliniche; verbali di assistenza in PS. Medici di famiglia (o pediatri) e medici specialisti: profilo sanitario sintetico del paziente (storia clinica e situazione corrente, dati clinici utili anche in caso di emergenza), prescrizioni di visite ed esami; prescrizioni; Laboratori e ambulatori (sia pubblici che privati) e farmacie: referti; farmaci e prenotazioni.

    In alcune regioni presso le quali il FSE è già funzionante, il cittadino può anche inserire informazioni facoltative in una sorta di “taccuino personale”. Come riporta il “Corriere della sera” (15/04/2014): “…. il Fascicolo riesce a diffondersi più velocemente e su grandi numeri se contiene strumenti che consentano al cittadino la gestione diretta della propria salute e gli permettano di svolgere un ruolo attivo nel processo di cura… il risultato più sbalorditivo lo ha ottenuto il Trentino dove, grazie al progetto del sito online “TreC – Cartella Clinica del Cittadino” (trec.trentinosalute.net) – in cento giorni (da dicembre scorso a marzo), l’adesione al FSE è schizzata al 93% quando è stata aggiunta una piattaforma di servizi “collaterale”. Si tratta del “Taccuino personale del cittadino”, una sezione del sito a lui riservata per offrire la possibilità di inserire dati ed informazioni personali, documenti sanitari, un diario degli eventi rilevanti e i promemoria per i controlli medici periodici”.

    Dalla ricetta elettronica alla ricetta dematerializzata

    La ricetta dematerializzata – o ricetta elettronica on line – dovrebbe essere il risultato finale di un progetto avviato con l’approvazione dell’art. 50 della L. 326/2003 “Monitoraggio della spesa farmaceutica e specialistica a carico del SSN”che ha introdotto la ricetta (cartacea) standardizzata, la tessera sanitaria e l’obbligo di invio dei dati di tutte le ricette da parte prima delle farmacie (2008) e poi dei medici (2011), allo scopo di realizzare misure di appropriatezza delle prescrizioni, attribuzione e verifica del budget di distretto, farmacovigilanza e sorveglianza epidemiologica. “Attualmente tutte le farmacie e tutti i medici sono tecnologicamente in grado di trasmettere al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con modalità asincrona, i dati dei circa 600 milioni di ricette erogate ogni anno – si legge sul sito web di Federfarma (Federazione nazionale unitaria titolari di farmacia) – Il nuovo ambizioso obiettivo della ricetta dematerializzata è quello di rendere sincrone tutte le attività di prescrizione da parte del medico e di erogazione da parte della farmacia e, progressivamente, di eliminare i supporti cartacei“.

    Il D.L. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012 n. 221 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”) ha definito un percorso per la graduale sostituzione delle prescrizioni mediche in formato cartaceo con le prescrizioni in formato elettronico, stabilendo che le Regioni e le Province Autonome “…provvedono alla graduale sostituzione delle prescrizioni in formato cartaceo con equivalenti in formato elettronico, in percentuali che, in ogni caso, non dovranno risultare inferiori al 60% nel 2013, all’80% nel 2014 e al 90% nel 2015”.

    La situazione in Liguria: la perplessità di medici, farmacisti e sindacati della Funzione pubblica

    «Il Fascicolo sanitario elettronico, in Liguria, semplicemente non esiste – afferma il dott. Angelo Canepa, che sta seguendo la questione per la Fimmg Liguria (Federazione italiana dei medici di medicina generale) – A livello regionale, noi medici di famiglia non abbiamo ancora ricevuto indicazioni unitarie, concrete e nette. A livello locale sono in corso alcune sperimentazioni, ad esempio a Savona (dove, però, abbiamo notizia di problemi legati alla scelta del software unico sia per medici del territorio che ospedalieri) e soprattutto a Chiavari, città in cui tutti i medici, poco più di un centinaio di professionisti, sono stati collegati allo scopo di utilizzare un comune meccanismo di verifica e scambio degli esami e dei referti sanitari che confluiscono in una sorta di fascicolo denominato Conto corrente salute, facoltativamente apribile dai pazienti».

    Le due realtà locali sopracitate «Sono quelle più avanti nella gestione delle reti informatiche chiamate a connettere i diversi attori del sistema sanitario – continua il dott. Canepa – A Genova, Imperia e La Spezia, invece, non c’è nulla di operativo. La stessa Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, seppure in maniera informale, ci ha fatto capire che, al momento, non esistono allo studio progetti con estensione regionale».
    Eppure, un domani tutti i dati dovranno confluire in una sola piattaforma, se davvero vogliamo parlare di Fascicolo sanitario elettronico. «La Regione Liguria, entro il prossimo 30 giugno, al massimo riuscirà a presentare un piano progettuale – sottolinea Canepa – I medici di famiglia non sono stati neppure chiamati per un confronto costruttivo sul da farsi».

    Sulla medesima lunghezza d’onda è il commento di Federfarma Genova, per voce del presidente, il dott. Giuseppe Castello: «In Regione Liguria il Fascicolo sanitario elettronico è un obiettivo lontanissimo. Per ora non ne sappiamo nulla, e con noi non ne hanno ancora parlato».

    Per quanto riguarda la parte pubblica, il discorso non cambia: «La Regione dovrà necessariamente fornire delle precise indicazioni alle strutture ambulatoriali e ospedaliere (nonché ai rispettivi medici e professionisti dipendenti) per poter procedere, ma finora non è arrivato alcunché – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Sono anni che si parla di informatizzazione della Sanità. In Liguria, però, siamo decisamente indietro». Basta pensare che ad oggi, l’unica modalità per ottenere una copia della cartella clinica relativa al ricovero avvenuto presso un presidio sanitario dell’Asl 3, è pagare la stampa della stessa su carta (compreso il costo dei fogli bianchi). «Purtroppo non c’è da stupirsi, il livello nell’azienda genovese è questo», conferma Iannuzzi.

    La realizzazione del Fascicolo elettronico «Comporterà un significativo investimento in termini economici – continua il rappresentante Fials – E vorrei capire con quali soldi si ipotizza di progettare un piano adeguato a fronteggiare potenziali ostacoli di non poco conto, ad esempio la difficoltà di interfacciare le diverse piattaforme informatiche attualmente esistenti. Il 30 giugno 2014 penso che la Regione presenterà un piano molto vago, che in buona sostanza sarà soltanto un cronoprogramma, magari legato ad eventuali finanziamenti dedicati allo scopo».

    Senza dimenticare che «Per mettere in piedi un sistema del genere sarà inevitabile prevedere l’affidamento tramite gara ad una ditta privata – conclude Iannuzzi – E probabilmente il soggetto prescelto sarà l’azienda regionale Datasiel che continua ad agire in una sorta di regime di monopolio. Insomma, attuare il FSE è un’operazione terribilmente complicata, dal punto di vista tecnico e gestionale, dunque prevedo tempi assai lunghi prima di vedere un effettivo cambiamento».

    L’assessore regionale alla Salute e vicepresidente della Giunta, Claudio Montaldo, la pensa esattamente in maniera opposta: «La programmazione regionale prosegue e dovremmo essere quasi a tiro. Il piano esiste già, e le posso dire che è in fase di avanzamento. Rispetteremo i termini previsti dal Ministero».

    A ben guardare, però, la Liguria è rimasta indietro anche sul fronte delle prescrizioni mediche in formato digitale. Eppure, la ricetta dematerializzata è il passo successivo rispetto alla ricetta elettronica, in vista del futuro Fascicolo elettronico. «Siamo stati contattati per iniziare la sperimentazione della ricetta dematerializzata – spiega il dott. Angelo Canepa, Fimmg Liguria – Io sono uno dei medici di famiglia “sperimentatori” (appena 10 in tutta la regione, due per azienda sanitaria locale). La sperimentazione sarebbe dovuta partire a metà maggio, invece, partirà prossimamente. Oggi esiste la ricetta elettronica che i medici inviano al Sir (servizio informativo regionale) e da questo al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma le ultime rilevazioni sull’utilizzo della ricetta in formato elettronico non sono certo incoraggianti: a Genova e Imperia la utilizza l’80% dei medici di famiglia, all’Asl chiavarese l’85%, ma a Savona e a La Spezia siamo intorno al 20%. Forse, prima di fare nuovi passi, bisognerebbe risolvere tale situazione».

    «La ricetta elettronica – continua Canepa – dovrebbe dar luogo alla ricetta dematerializzata (ovvero una serie di codici alfanumerici che indicheranno i nomi di medico, paziente, farmaci prescritti, ecc.), che prossimamente potrà essere inserita nella tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip. Sicuramente non in tempi brevi, visto che in Liguria soltanto il 20% della popolazione possiede questo tipo di tessera, destinata a contenere tutta la storia medica del paziente». Allo stato attuale, dunque «La ricetta dematerializzata è un semplice foglio bianco (promemoria cartaceo) con una serie di codici alfanumerici che saranno decodificati da appositi strumenti informatici di cui si dovranno dotare, in primis le farmacie, ma pure tutte le strutture pubbliche e private del territorio – sottolinea Canepa – Da quanto ne sappiamo, però, tali sistemi, nella maggior parte dei casi, non sono ancora disponibili».

    «La ricetta dematerializzata consentirà al paziente di venire in farmacia con un promemoria cartaceo rilasciato dal medico, grazie al quale noi farmacisti richiameremo, tramite un collegamento al portale centrale, la relativa ricetta elettronica e consegneremo i farmaci richiesti – spiega il dott. Giuseppe Castello di Federfarma Genova – La sperimentazione a livello regionale partirà ufficialmente il prossimo 1 luglio. Per decodificare i promemoria utilizzeremo i nostri computer. Ma per noi il passaggio non sarà indolore, visto che dovremo rivedere in parte sia il software che l’hardware, con il conseguente esborso economico. Inoltre, anche se i medici coinvolti sono soltanto dieci, tutte le farmacie del territorio dal 1 luglio dovranno essere già pronte».

     

    Matteo Quadrone

  • L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    orchidee-1Alcune settimane fa mi è stato chiesto qualche consiglio per riuscire a fare rifiorire una pianta ormai molto diffusa in commercio, l’Orchidea. Le Orchidaceae sono una famiglia numerosissima, principalmente (ma non solo) rappresentata da erbacee perenni. Queste piante provengono in gran parte dalle aree tropicali o sub tropicali dell’Asia, dell’America Centrale e del Sud America. A differenza di quanto immaginano i più, alcune varietà crescono e proliferano però anche in zone a clima freddo e nelle aree temperate o a clima continentale, persino in Patagonia ed in zone prossime al Circolo Polare Artico.

    orchidee-2Pur con qualche semplificazione (esistono infatti varietà “terricole”, dotate di rizotuberi o bulbi), la stragrande maggioranza delle Orchidee cresce sugli alberi o negli anfratti di tronchi e rocce. Queste piante sono dotate di lunghe radici aeree, tramite le quali sono in grado di assorbire l’umidità e le sostanze nutritive presenti nell’ambiente. Non sono quindi fornite di un apparato radicale, inteso nel senso usuale cui siamo abituati, e non necessitano di particolari quantitativi di terreno per proliferare.

    orchidee-3Come noto, le foglie sono poche, lanceolate o rotondeggianti, coriacee e di un verde generalmente scuro. Esse costituiscono un cespuglio di piccole dimensioni, da cui dipartono i rami fioriferi, per cui la pianta è assai apprezzata, dai fiori alati, dall’apparenza esotica e dalle colorazioni brillanti e sgargianti. Caratteristica precipua della pianta è che le fioriture durano assai a lungo, essendo i fiori cerosi e resistenti nel tempo.

     

    orchidee-4La pianta cresce preferibilmente in ambienti umidi, piuttosto luminosi, e non tollera (nelle varietà di tipo tropicale) eccessivi sbalzi di temperatura. A mio parere sono decisamente preferibili tutte le tipologie a fiore piccolo, bianco puro, giallo, giallo verdastro (Orchidea Vanilla) o viola purpureo, meno appariscenti e dall’aspetto decisamente più naturale.

     

    orchidee-5

    Il campo d’indagine sarebbe sconfinato almeno quanto le mille tipologie esistenti, ci limiteremo quindi qualche consiglio per far proliferare e soprattutto rifiorire le Orchidee. Innanzi tutto, sarà necessario mantenere le piante in condizioni di umidità costante, il che non significa però che debbano essere bagnate di continuo… Le radici aeree non devono mai essiccare completamente e, per ottenere tale risultato, si consiglia di posizionare i vasi delle piante su uno strato di sassi o su apposite griglie di umidificazione. Altrettanto importante è poi procedere con concimazioni regolari: una volta al mese se di maggiore consistenza, altrimenti con blande somministrazioni settimanali. Fondamentale è poi l’illuminazione.

     

    orchidee-6Essa deve consistere in luce viva ma non sole diretto, ricordiamoci infatti che le Orchidee di cui stiamo parlando popolano le foreste tropicali. L’irraggiamento cui sono quindi abituate in natura è quello che giunge loro attraverso i rami degli alberi, caldo, indiretto e comunque mai eccessivo. L’ideale sarebbe poi garantire una temperatura (ed umidità) costante nell’arco della giornata (simile a quanto accade ai tropici), contrapposta a notti fresche (come accade nelle zone di origine delle piante). Sebbene attualmente assai diffusa e commercializzata, in realtà l’Orchidea non è una pianta facilissima da coltivare. Per ottenere buoni risultati, richiede cura e dedizione, tanto è vero che nell’Ottocento e nel primo Novecento era appannaggio di collezionisti e di soli appassionati. Serre e giardini invernali erano tenuti (bruciando il carbone!) appositamente a temperatura ed umidità predeterminate per permettere il ripetersi delle esotiche, coloratissime e prolungate fioriture. Nel caso in cui le si dedichino però le giuste cure, l’Orchidea sarà estremamente longeva e, di anno in anno, gli inusuali fiori ricompariranno, dal piccolo ceppo, costanti e sempre più numerosi.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Il Gusto della Memoria, Comeravamo Contest 2014: bando per registi e video maker

    Il Gusto della Memoria, Comeravamo Contest 2014: bando per registi e video maker

    cinema-registi-cortometraggi-filmIl Gusto della Memoria Film Festival, questo il titolo del concorso per registi giunto alla terza edizione e promosso dall’associazione Come Eravamo per la salvaguardia della memoria filmica amatoriale in collaborazione con l’archivio di cinema amatoriale Nosarchives.com e con il portale di cinema Cinemaitaliano.info.

    La terza edizione de Il Gusto Della Memoria Film Festival proporrà anche al suo interno la seconda edizione del contest per registi appassionati di immagini d’archivio denominato Comeravamo Contest 2014 sul tema “Ero… Quello che non sono più”.

    I partecipanti dovranno utilizzare almeno il 60% di immagini di cinema amatoriale tratte nell’archivio nosarchives.com che custodisce in full HD film realizzati tra il 1922 ed il 1984 girati in formato ridotto (8mm, 9,5mm, 16mm, 17,5mm e Super8).
    Il contest sarà articolato in tre categorie
    – Fiction: i corto metraggi dovranno avere una durata massima 12 minuti
    – Documentari: opere di reportage o di docufiction di una durata massima di 30 minuti
    – Advertising: film pubblicitari per prodotti attuali o vintage, durata massima 45 secondi

    Qui maggiori informazioni 

  • Ricicla, Inventa, Vola: il concorso di Yeast e IoRicreo

    Ricicla, Inventa, Vola: il concorso di Yeast e IoRicreo

    lavoro-artigianato-operai-DiRicicla, Inventa, Vola è un concorso per ragazzi dai 18 ai 35 anni organizzato dalle associazioni Yeast (Youth Europe Around Sustainability Tables), realtà fra le più attive sul territorio genovese per quanto riguarda scambi culturali con l’estero e sostenibilità ambientale, e IoRicreo, associazione genovese da anni impegnata per la promozione del valore del riuso creativo attraverso la realizzazione di oggetti riciclati a partire da materiali di scarto.

    L’obiettivo del concorso è la sensibilizzazione sul tema del riuso, lo sviluppo di nuove idee in città, l’incentivo a nuove collaborazioni lavorative e la diffusione del progetto europeo Erasmus+ (qui l’approfondimento di Era Superba). Si partecipa con un articolo, una foto o un video. In palio un viaggio in Europa e la pubblicazione sul blog IoRicreo.org.

    Qui il regolamento del concorso.

  • Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Piazza-Caricamento-palazzi-centro-storico-vicoli-DIl Servizio di leva obbligatorio è stato abolito, le case chiuse sono illegali e comunque servono molto più a distinti padri di famiglia che non a giovani sessualmente inesperti; anche avere l’agognato primo impiego che faccia da spartiacque fra il prima ed il dopo è diventato un sogno impossibile, visto che precario e provvisorio sono i due aggettivi più comunemente accostati al lavoro.

    E allora, quale è il rito rimasto ai ragazzi degli anni ’90 e 2000 per dire di essere diventati grandi? Senza dubbio  il viaggio, il viaggio da soli, ed in particolare, e soprattutto, il Progetto Erasmus. Tutti coloro che sono stati, saranno o sono ospiti di un paese che aderisce a questa iniziativa dividono la propria vita fra il “prima” ed il “dopo” averne vissuto l’esperienza.

    Il progetto è nato nel 1987 ed ha coinvolto, in questi 27 anni, oltre tre milioni di studenti e quindi ben più di una generazione; in estrema sintesi, per i pochissimi che non lo conoscono, consiste nella possibilità di passare un certo periodo (da tre mesi ad un anno) in una città straniera (i 28 paesi dell’Unione più Svizzera, Turchia, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) frequentando la corrispondente facoltà universitaria locale e sostenendo un certo numero di esami in lingua inglese o locale: esami che ovviamente valgono per il proprio percorso di studi in patria. Il costo di questo soggiorno, sia chiaro,  è in gran parte sopportato dalle famiglie: la quota che l’Università mette a disposizione (attraverso una banca convenzionata, che può anticipare le somme) non è certo sufficiente per mantenersi all’estero. Tuttavia è comunque un aiuto, e l’iscrizione alla facoltà, ad un corso di lingua e alle attività sportive sono gratuiti.

    Via Balbi, Università di GenovaMa come vengono selezionati i ragazzi che chiedono di accedere a questo programma, ed in quale modo decidono la città di destinazione? Lo chiediamo al professor Marco Frascio, delegato per l’internazionalizzazione della Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche. «La selezione avviene ovviamente in base al merito, in base alla conoscenza delle lingue ed in base alla motivazione, che verifichiamo in un colloquio una volta soddisfatti gli altri due criteri. I ragazzi scelgono la destinazione in base alla graduatoria, nel senso che il primo sceglie fra tutte le possibilità e l’ultimo si prende quello che è rimasto. Noi di Scienze Mediche stiamo collaborando molto con atenei dell’Europa dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, ma alla fine la destinazione è secondaria, è l’esperienza che, per un giovane, fa la differenza nel proprio bagaglio personale e di studio».

    «Per quanto riguarda il livello di gradimento dell’esperienza genovese, bisognerebbe chiederlo direttamente ai ragazzi, ma posso dirle che, sia in entrata che in uscita, l‘esperienza Erasmus è positiva probabilmente nel 99% dei casi, praticamente non so di problemi reali che non siano stati, in qualche modo, subito risolti. Certo, io parlo per Scienze Mediche, ma se ci fossero delle difficoltà anche altrove penso che ne saremmo a conoscenza. Poi, e voglio dirglielo anche come genitore, a livello personale un ragazzo è assolutamente arricchito da un’esperienza di questo tipo, mio figlio è stato a Lisbona e l’ho visto tornare da questa esperienza decisamente maturato e cresciuto. Non posso che consigliarlo, e non per dovere d’ufficio!»

    Questo  il parere di un addetto ai lavori, ma uno studente, in particolare uno studente dell’Università di Genova, che cosa e come si trova quando deve districarsi fra domande, questionari, dubbi e desideri? Ascoltiamo Chiara Fossa, 24 anni,  genovese, laureata in Lingue e Letteratura straniera ed un Erasmus concluso due anni fa, a Santiago de Compostela. «La mia esperienza è stata estremamente positiva, ma devo dire che mi ha impegnata molto, sia economicamente che dal punto di vista dello studio. L’Università ha sovvenzionato solo sei dei nove mesi in cui sono stata in Spagna, e quindi i genitori hanno contribuito per forza. In ogni caso pensare di trovare un qualche  lavoretto per sostenersi  è veramente complicato. Lo studente Erasmus, e chi ti offre un lavoro lo sa bene, ha poco tempo libero, problemi iniziali di sistemazione e ambientamento,  e comunque può garantire una continuità piuttosto breve. A meno di non arrivare in un paese avendo già dei contatti personali, è ben difficile che un datore di lavoro non preferisca contare su ragazzi del posto. Io al’inizio segnavo ogni minima spesa, avevo il terrore di finire i soldi, e infatti senza l’aiuto della famiglia non avrei potuto farcela». 

    E per quanto riguarda lo studio? C’è chi dice che l’Erasmus sia solo un susseguirsi di feste… «Riguardo allo studio me la sono cavata piuttosto bene, senza particolari difficoltà: e la burocrazia relativa alla pratica di richiesta, effettivamente un po’ complessa, è stata facilitata dalle persone che ho incontrato, sia a Genova che in Spagna, molto pazienti e disponibili, che mi hanno sempre aiutato a superare i vari intoppi. Lo so, l’Erasmus spesso viene considerato solo un susseguirsi di feste e incontri: in parte questo potrebbe essere vero, le occasioni per divertirsi sono molte, ma la prova di maturità è anche il saper gestire la tentazione di darsi alla pazza gioia, trasformando un’esperienza di studio in una vacanza totale. Io sono stata bene, mi sono divertita, ma ero comunque concentrata sullo studio. Riguardo alle prospettive professionali, invece, non mi ha aggiunto grandi competenze, a parte l’approfondita conoscenza della lingua spagnola, ma certamente mi ha reso più fiduciosa nella mia capacità di farcela e nel rapportarmi con le persone ai vari livelli».

    Come si trovano invece gli studenti che hanno scelto proprio Genova come sede per l’esperienza in Erasmus?

    L’Italia è il quinto fra i paesi partecipanti al progetto per capacità di attrarre gli studenti, superata da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si tratta di un buon piazzamento, certo migliorabile,  che vede Genova accogliere dai 500 ai 600 studenti all’anno, dato in costante incremento che con qualche “spinta” del mondo esterno all’Università potrebbe anche essere maggiore. La città soffre in maniera pesante gli effetti della profonda crisi dell’industria e della cantieristica, che si riflettono anche su tutto l’indotto, comprese le presenze dei lavoratori trasfertisti, ad oggi  drasticamente ridotti per quantità e per frequenza: non dovrebbe permettersi quindi il lusso di trascurare opportunità di nuovi mercati ed inaspettate occasioni di crescita.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politicheSentiamo allora Mario Fernandez Gomez, 22 anni spagnolo di San Sebastian che ci parla della sua delusione appena arrivato in città, sentimento che ha presto lasciato posto a ben altre sensazioni… «Conoscevo Genova ma l’avevo vista solo dal porto, quindi non certo bene; alcuni amici me ne avevano parlato e appena arrivato l’ho trovata proprio diversa da come me l’aspettavo, perché non è certo una città piccola, ma l’offerta di “ocio” (tempo libero ndr) non era granché; non è che uno vada in Erasmus per le feste, per quelle sarei rimasto in Spagna, ma proprio sembrava aver poco da offrire ad uno studente. In più ero deluso anche dalle persone, non pensavo proprio che gli studenti di una facoltà come la mia, Lettere e Filosofia, potessero essere così chiusi! Proseguendo nel soggiorno, invece, mi sono abituato alla città e ho capito che le persone sono molto diverse l’una dall’altra, non tutti sono diffidenti! In realtà ci sono molte occasioni di divertimento per noi stranieri qui in Erasmus, molte sono organizzate da GEG- ESN ma volendo si trovano anche parecchie iniziative al di fuori dell’Organizzazione».

    «L’unica cosa che non mi piace molto – sottolinea Mario – è la percentuale di spagnoli sul totale degli stranieri, davvero enorme: il 70% . Subito mi sembrava impossibile, anche se ero lontano da casa praticamente vedevo più spagnoli che italiani!»

    «Consiglierei senz’altro ad un amico di fare l’Erasmus a Genova, ora sto molto bene qui, ma davvero vorrei dire che dovrebbero limitare la concentrazione di nazionalità in uno stesso luogo: in questo modo si creerebbe una specie di “Nazionalità Erasmus” e si potrebbe veramente interagire, con maggiori possibilità di scambi e conoscenze fra culture e lingue differenti, sarebbe bellissimo!»

    Geg-Esn, l’organizzazione per gli studenti stranieri

    Mario ha citato un’organizzazione, Geg-Esn (Gruppo Erasmus Genova), proviamo a capire di cosa si tratta: facciamo qualche domanda alla presidente del Gruppo Xhonjela Milloshi, studentessa genovese al secondo anno della Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attivamente impegnata nell’associazione. «È cominciato tutto proprio con l’Erasmus, che ho fatto a Magonza e che mi ha profondamente cambiata. Tornata a casa, sono entrata nel Gruppo Erasmus Genova inizialmente come volontaria e poi di ruolo: ogni Università ha un proprio gruppo, e dipendono tutti da Esn International con sede a Bruxelles, tramite Esn Italia. Noi collaboriamo con l’Ufficio Mobilità Internazionale che fornisce agli studenti in arrivo il depliant con i  nostri contatti e le iniziative di cui ci occupiamo: e spesso ci aiuta anche finanziariamente, perché noi siamo studenti volontari e non abbiamo sovvenzioni».

    Che cosa offre la nostra città agli studenti Erasmus che l’hanno scelta? «Come dicevo, dell’aspetto burocratico si occupa l’ufficio dell’Università, noi di quello pratico. Andiamo in stazione o all’aeroporto ad accogliere i ragazzi, perché la prima difficoltà a Genova sono i trasporti. Non a caso gli studenti del Nord Europa  notano subito la mancanza di un Campus (qui l’approfondimento di Era Superba sul futuro Campus universitario all’Albergo dei Poveri, ndr): da noi le strutture universitarie sono disperse nella città e gli alloggi spesso neanche vicinissimi. Ovviamente il servizio è gratuito, basta farne richiesta on line. Poi ci occupiamo anche di organizzare varie attività per aiutarli ad ambientarsi, sia attività sportive (la sezione basket di Genova ha vinto le Olimpiadi Erasmus che si sono svolte ad aprile ad Ascoli) che gite nelle città più famose, aperitivi, feste. Possono partecipare tutti gli Erasmus, purché abbiano la Esn Card che offre anche sconti per ingressi e altre strutture convenzionate».

    Secondo la vostra percezione, perché gli studenti scelgono Genova? «È una domanda che ovviamente facciamo sempre ai nostri ospiti… Ovviamente le risposte sono le più diverse, comunque Genova ha il grande fascino del mare, che attira molti, oppure con il passaparola vengono a sapere di precedenti esperienze Erasmus nella nostra città che sono state molto positive. Alcuni, specialmente gli spagnoli, scelgono l’Italia per via della lingua e Genova ha in questo uno dei suoi punti di forza: infatti l’Università organizza ottimi corsi per imparare o migliorare l’italiano. Questa è una iniziativa molto gradita dai ragazzi. Poi i metodi di insegnamento universitari genovesi sono molto apprezzati dagli studenti stranieri, dicono che riescono ad abituarsi molto facilmente e questo fa superare lo svantaggio di doversi spostare nella città».

    Quindi non solo mare… ma che problemi riscontrano maggiormente gli studenti stranieri a Genova?

    «Il primo e più importante è sicuramente quello dell’alloggio. I primi giorni a volte hanno proprio paura di non riuscire a trovare una casa, probabilmente i canali sono un po’ diversi a quelli a cui sono abituati: come dicevo, niente Campus da noi. Però l’Università offre le prime quattro notti nell’Ostello della Gioventù, noi di Geg diamo una mano per le cose pratiche e l’Università li aiuta a superare la burocrazia.

    Xhonjela ci racconta che un aspetto in cui la nostra città deve ancora migliorare è l’atteggiamento degli studenti locali, «spesso chiuso nei confronti degli Erasmus, nonostante spesso condividano corsi, sport e passatempi: ma raramente hanno la spinta di voler andare oltre l’incontro “istituzionale” e questo è un peccato, perché vivere un ambiente internazionale servirebbe anche a loro, non solo agli stranieri, che comunque sotto questo aspetto spesso sono un po’ delusi. Ma a parte questa nota non troppo positiva, quando si ambientano in città e con lo studio i  problemi sembrano superati, tanto che molti di loro decidono di ripetere l’esperienza, scegliendo Genova per svolgere dei tirocini, grazie ad Erasmus placement».

    Sia Mario che  Xhonjela, dunque, segnalano come fortemente migliorabile il rapporto fra gli studenti locali rispetto agli studenti Erasmus: un vizio antico verrebbe da dire, data la proverbiale chiusura ligure; ma chi è stato in Erasmus in qualsiasi paese ha sperimentato una sostanziale analogia nell’approccio, le conoscenze si fanno fra studenti e ben più raramente con i ragazzi locali. Chiunque però può testimoniare che ricevere maggiori attenzioni e trovare persone accoglienti anche non coinvolte direttamente nel progetto rappresenta una leva potente nel decidere di far ritorno in quel certo luogo e nel promuoverne la qualità. Insomma la diffidenza verso i “foresti” potrebbe essere un lusso che  non ci possiamo più permettere, e non solo noi liguri.

    Terminare il periodo di Erasmus, sia per quanto ci ha raccontato Chiara, sia per la testimonianza di Xhonjela, è triste perché si abbandona un mondo di relazioni che in qualche modo si vorrebbe mantenere, ma al quale, a ben guardare, in forme diverse in realtà si torna. E proprio sul tornare, sui tirocini, sulle prime esperienze lavorative molto si sta facendo ed ancora di più  si dovrà fare per reperire risorse ed aumentare una mobilità che non sia più una fuga a senso unico ma uno scambio vero tra chi parte, chi torna e chi resta.

     

    Bruna Taravello

  • Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    italia-europa-politicaNel corso degli ultimi anni vi abbiamo presentato nel dettaglio tanti progetti realizzati a Genova finanziati e promossi dall’Unione Europa (da quelli legati alla cultura, come Creative Europe e Creative Cities, al nuovo Erasmus +, o ancora a quelli per lo sviluppo tecnologico come Mediatic, quelli del POR-FESR e del FES, e poi il “caso” Yeast). Cogliendo l’occasione delle vicine elezioni europee (domenica 25 maggio), vogliamo fare il punto, guardando la situazione da un punto di vista complessivo: parliamo del modo in cui tutti questi progetti nascono e, da Bruxelles, arrivano nelle nostre città. Spesso leggiamo che un progetto è “finanziato dalla UE”, ma non sappiamo di preciso cosa vuol dire. Soprattutto molti si chiedono quale sia l’iter che enti pubblici e privati devono affrontare per accedere a fondi comunitari: se io, cittadino, ho un’idea per un’iniziativa/evento, come posso farmi finanziare dalla UE? Ve lo raccontiamo qui.

    Che cosa significa europrogettazione?

    Per fare in modo che un progetto pensato in sede locale sia approvato e finanziato a livello europeo, si va incontro a un percorso di “europrogettazione”. Per prima cosa, i soggetti interessati a proporre un progetto partecipano a un bando europeo, compilano una application spesso con l’aiuto di figure professionali come gli europrogettisti, cercano partner a livello internazionale e poi attendono il responso della UE e gli eventuali finanziamenti. Sembra facile, ma non lo è. Infatti quando si parla di “programmi europei di finanziamento” molti si schermiscono: ai non addetti ai lavori sembra solo una dicitura generica priva di senso, e molti ne parlano senza centrare il punto.

    La dottoressa Lara Piccardo, esperta di europrogettazione, ci aiuta a fare chiarezza: «L’europrogettazione è un settore ancora desueto in Italia, Paese in cui c’è poca lungimiranza nel recepire influssi su scala europea; negli altri Paesi dell’Unione, invece, vive momenti più felici. In realtà, l’europrogettazione è semplicemente il processo con cui enti pubblici o privati rispondono a ‘calls’, bandi lanciati a livello europeo dalla Commissione. Questi bandi sono inseriti all’interno di un programma più generale, dedicato a un particolare settore di interesse comunitario come agricoltura, istruzione, cultura, ambiente, ecc. e con precise linee programmatiche. L’ente partecipante propone un proprio progetto, che ritiene particolarmente meritevole, importante e con ricadute positive per la società anche a lungo termine (creazione di posti di lavoro, aumento del tasso di impiego, ecc.) e, se la sua proposta viene valutata idonea, accede ai fondi».

    Facciamo un passo indietro: come faccio io, normale cittadino, ad entrare in contatto con la UE e venir a conoscenza di bandi e opportunità? «Le informazioni a riguardo ci sono, ma sono scarsamente accessibili per i profani: il sito ufficiale della UE risulta complicato. In genere, tutto si muove tramite marketing e passaparola, ma non solo: Comuni, Camera di Commercio, Provincia, Regione e Università sono tutte istituzioni che forniscono servizi dedicati agli “affari e fondi europei” (per esempio sui loro siti web). Tuttavia, c’è un duplice problema: da un lato, le persone sono abituate a pensare ad esempio alla Camera di Commercio come soggetto cui richiedere visure camerali e niente di più; dall’altro le stesse istituzioni fanno fatica a promuoversi come enti preposti a fornire informazioni a livello comunitario».

    I partner e l’internazionalizzazione

    Una volta trovato un bando che fa al caso nostro, per partecipare devo cercare di creare un partenariato con altri enti, per implementare la cooperazione internazionale. Di norma più sono i partner, più un progetto è apprezzato in Europa e ha possibilità di vincere il bando perché risponde al requisito di internazionalizzazione. In certi casi fare rete con soggetti esteri non è facile: si possono sfruttare le risorse messe a disposizione dalla UE (come database che raccolgono elenchi di possibili partner, che però sono pochi e scarni), o contatti personali. Un caso particolare è quello dei Comuni: questi spesso hanno la strada spianata perché possono sfruttare i famosi gemellaggi creati tra gli anni ’60-’70 con altre città del mondo.

    Si tenga presente che raramente la Comunità Europea reitera finanziamenti allo stesso partenariato: per ogni progetto si devono trovare nuovi partecipanti, con un gioco di alleanze e networking.

    Per ogni progetto, tra i partner viene scelto un capofila, che percepisce una quota maggiore di finanziamenti ma ha anche maggiori oneri burocratici. Di norma è il soggetto che meglio può garantire il successo del progetto, o che ha particolari capacità (gestione finanziaria e storno delle varie quote tra singoli partner, programmazione delle attività per la realizzazione del progetto finale, monitoraggio del lavoro dei partner per evitare fughe in avanti di uno dei soggetti).

    I programmi europei

    Per il cittadino o l’ente che voglia proporre un progetto all’Unione, c’è l’imbarazzo della scelta. I programmi sono molti e toccano tutti gli ambiti di interesse collettivo. Tra quelli lanciati di recente dalla Commissione (a novembre 2013, per coprire il periodo 2014-2020), oltre ai più noti Erasmus + e Jean Monnet per la formazione superiore e universitaria e la mobilità di docenti e alunni/studenti, ci sono anche programmi per la promozione di eventi sportivi, politiche del terzo settore (bandi FES e FESR), sviluppo del settore artistico con Europa Creativa. Inoltre, quelli per l’inserimento lavorativo dei giovani o per il re-inserimento di fasce deboli nel mondo del lavoro (disoccupati oltre i 45 anni, persone con scarso titolo di studio, che non hanno un particolare profilo professionale, ex carcerati ecc.), per l’assistenza agli anziani e per l’infanzia. Infine, il programma Alcotra Italia-Francia in ambito marittimo per la cooperazione tra porti.

    Molte delle nuove linee progettuali illustrate – soprattutto quelle legate a cultura e formazione – vanno a confluire all’interno di Europa 2020, strategia decennale per la crescita nell’ambito di occupazione, istruzione, ricerca, integrazione, riduzione della povertà, clima e energia.

    Vista la varietà dei programmi, è complicato riuscire ad avere un unico database (qui un esempio) che tenga conto delle modifiche biennali o quinquennali. Per ovviare al problema e creare meno confusione, l’UE sta cercando di mantenere immutate le linee progettuali per rendere l’utenza più preparata a rispondere ai bandi.

    Quale è la natura dei finanziamenti comunitari?

    Dopo aver visto come si fa a entrare in contatto con la UE e a fare domanda per un certo bando, parliamo di soldi. Se risulto vincitore, a quali finanziamenti avrò diritto e qual è la loro natura? Lo chiediamo alla dott.ssa Piccardo: «Una domanda non facile, si potrebbe quasi scrivere un libro con gli errori che circolano sull’argomento. Tra i più comuni, tanto per cominciare, l’idea che i finanziamenti siano a fondo perduto: non è così, la UE non è una banca che eroga prestiti. Inoltre, molti pensano ingenuamente che si possa rispondere a un bando e proporre un progetto europeo per avere un guadagno personale, ma non è così: gli attuatori in realtà sono persone che farebbero lo stesso quel progetto, con o senza fondi comunitari, a proprie spese. Un esempio, il caso dell’Università di Genova, che dovrebbe attivarsi in ogni caso per cercare convenzioni comunitarie per mandare i suoi studenti a studiare all’estero, ma approfitta del bando Erasmus + per avere vantaggi economici. Un soggetto interessato partecipa a un bando per spendere un po’ meno di quanto preventivato senza fondi esterni, ma di certo non ci guadagna nulla, anche perché le somme erogate dall’Unione non sono somme secche: coprono solo una parte delle spese e chiede al beneficiario di co-finanziare il resto».

    I fondi erogati (che normalmente coprono il 75% del totale), inoltre, decrescono con l’aumentare del valore del progetto: per un progetto che vale in totale 1 milione di euro, la UE contribuirà con 500 mila, ad esempio, mentre sarà chiesto al beneficiario/promotore di coprire la parte restante. Per questo il promotore dovrà valutare attentamente la sua disponibilità economica prima di lanciarsi in progetti ambiziosi: togliamoci dalla testa l’idea che intanto paga l’Europa! Naturalmente è necessario produrre anche una rendicontazione, schema delle entrate e delle uscite previste: se vengono effettuati controlli e i conti non tornano, interviene la Corte dei Conti a bloccare tutto e può anche decidere di revocare finanziamenti già concessi.

    Controlli e trasparenza

    Inoltre, la UE mette in atto strategie per favorire la trasparenza e limitare gli sprechi. Tanto per cominciare, una volta vinto il bando, i fondi sono stanziati non tutti insieme ma a tranches chiamate installments: gli enti devono redigere vari report (in itinere e finali) per illustrare alla UE come stanno spendendo i soldi e comunicare alla Commissione quando esauriscono la prima parte, in modo che questa possa erogare altre tranches. Viceversa, se i soldi non vengono spesi in toto, da Bruxelles si chiudono i rubinetti.

    Ma quindi, in questo sistema così ben pensato, è davvero difficile far sparire soldi pubblici? Quanti sprechi ci sono? «Quello di spreco è un concetto più generale: si può considerare spreco anche il fatto che vinca il bando un progetto che non lo merita. In genere, la UE fa sempre un monitoraggio incrociato, stringente ma non ossessivo, ma quello che poi manca è la verifica sul campo dell’implementazione del progetto: si controllano gli scontrini e le ricevute, ma non la ricaduta effettiva sul territorio, anche perché spesso questa supera il periodo di durata dei finanziamenti».

    Inoltre, sempre per favorire la trasparenza, la Commissione ha l’obbligo di pubblicare sul proprio sito l’elenco dei progetti finanziati, i beneficiari, l’ammontare dei fondi erogati e i report periodicamente inviati dal partenariato. Oltre a questo, la UE chiede ai beneficiari di aprire un sito internet ad hoc in cui pubblicare i dettagli del progetto. Tuttavia, manca ancora un modo univoco e pratico che permetta al cittadino di monitorare l’andamento dei vari progetti, in un quadro complessivo.

    Genova e l’Italia

    Ci accorgiamo della mancanza di un sistema univoco e completo di monitoraggio quando proviamo a concentrare l’attenzione sul caso del nostro Paese. Non possiamo sapere con sicurezza a quanto ammontano i fondi europei destinati all’Italia per tutti i programmi UE, né a che punto siano i progetti o quali settori interessino. Ad esempio, facendo una breve ricerca troviamo il portale www.opencoesione.gov.it, che si occupa solo dei fondi di coesione, ovvero quelli relativi a FSE e FESR (ovvero Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale). Lo stesso vale per l’articolo apparso sul sito del Sole 24 Ore nel luglio 2013 (in cui si dice che le risorse FSE e FESR destinate all’Italia sono 49,5 miliardi), ma si tratta di informazioni sempre settoriali e ufficiose.

    In generale, il caso dell’Italia è particolarmente problematico: nonostante la forte partecipazione ai bandi UE, la percentuale di successo è una delle più basse, assieme alla Francia. Il rapporto tra progetti presentati e finanziati è circa 60 a 1. La sola Italia, all’interno di Europa 28, copre il 60% dei progetti presentati, ma se ne vede finanziare solo l’1%. Si punta, insomma, sulla quantità: più progetti propongo, più ho possibilità che qualcuno passi. Tuttavia, questa è anche un’arma a doppio taglio: se lo stesso soggetto risponde da solo a 10 bandi, di certo non ne vincerà più di uno.

    Emblematico anche il caso di Genova: come conferma la dottoressa Piccardo, «qui ci sono molti più progetti europei di quel che si pensa. Ad esempio, solo al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova attualmente sono in corso ben 4 progetti finanziati e immagino a quanto possa ammontare il numero complessivo dei progetti attivi per l’intero Ateneo… Tuttavia non è possibile fare un quadro generale, né dell’Università né tanto meno all’esterno. Spesso, inoltre, non si sa che un dato progetto è promosso dalla UE: per esempio, molti pensano che Smart Cities sia un’idea nostra, ma non è così».

     

    Elettra Antognetti

  • Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    od-fulmine-claqueRieccoci di nuovo, dopo qualche settimana, alla Claque: tornare qui è sempre un grande piacere, che ogni volta fornisce un’ulteriore conferma del valore di uno dei palcoscenici migliori della città. Questa volta il palco è calcato da un gruppo made in Greenfog una delle realtà discografiche più vivaci e qualitative del genovese e, dunque, una garanzia per quanto riguarda il prodotto musicale. Se poi si tratta degli Od Fulmine, la garanzia diventa subito certezza matematica. Loro sono una realtà genovese indipendente e autoprodotta, in una città storicamente legata a questa filosofia artistica e musicale.

    Entriamo a bere qualcosa, e nel bar troviamo i musicisti che si intrattengono con fan e amici, creando quel legame saldo con il pubblico che si manifesterà in pieno di lì a poco, durante l’esibizione. Non esiste alcuna routine da camerino, noi ne approfittiamo subito per salutare Stefano Piccardo (chitarra, voce), Fabrizio Gelli (chitarra, voce) Saverio Malaspina (batteria) – quest’ultimo star del genovese soprannominato “l’ortolano” dopo l’apparizione a Unti e Bisunti 2 girata a Genova (qui il video) – e scambiamo due chiacchiere con Mattia Cominotto (chitarra, voce) e Riccardo Armeni (basso).

    >> Ascolta i brani suonati alla Claque su Spotify e Deezer

    La prima domanda riguarda il nome del gruppo e, per quanto banale nella sua intenzione di rompere il ghiaccio, risulta essere la più importante per capire il senso del disco stesso, dato che «Od Fulmine è un’espressione inventata all’interno di un lessico domestico tra di noi»; e rappresenta, inoltre, due elementi essenziali della storia che c’è dietro alle canzoni del concept: «Od è il nome del nostro unico mentore; una notte, in barca, in navigazione dopo ormai più di mese, si scatenò una tempesta e fummo colpiti da un fulmine. La barca fu spezzata e, da allora, noi e Od siamo disgraziatamente separati». Trovare le fonti di ispirazioni dimostra come, «per quanto il veicolo sia quello musicale, il gruppo nasce con il cinema di Hayao Miyazaki, lo steampunk e la letteratura di Kurt Vonnegut, a cui è ispirato il brano Ghiaccio9». E lo dimostra anche la grafica delle locandine e i disegni, realizzate da Andrea Piccardo (direttore di Genoa Comics Academy). La storia, che ha un ruolo così importante all’interno dell’album, «è stata rappresentata dai video dei pezzi, e verrà completata con la trilogia, di cui in realtà manca la seconda parte. Il primo, “Altrove2”, mostra noi 5 insieme a Od, “colui che stavamo seguendo alla ricerca di ciò che più desideriamo”; il terzo è “I preti dormono”, subito dopo il naufragio; e il secondo riguarderà proprio quest’ultimo».

    La serata inizia dall’area bar del locale, intrattenuta dallo sperimentalismo eclettico di Tommaso Rolando, polistrumentista genovese che, nel progetto Stoni, lavora alla modulazione del suono del contrabbasso e della sua voce. Prosegue con la piacevole esibizione di Tomaso Chiarella che canta, come il suo disco “trasparente” ben suggerisce, una quotidianità limpida e schietta, rifacendosi ai poeti e ai cantautori genovesi degli anni ’80. E, infine, salgono sul palco gli Od Fulmine.

    La serata è tutta per loro, quindi nessuna sorpresa che il pubblico si faccia sentire per acclamare la band. Tutti conoscono le canzoni a memoria, segno di un affetto già consolidato da parte dei fan. I pezzi sono forti e lo stile impressiona, nella sua dimensione viva, sul palco. Qui il rock indipendente è sprigionato in tutto il suo voltaggio, ma è contrastato, e quindi accentuato ancora di più, dall’anima folk di ogni brano, che ne scava i motivi più profondi e i sogni più lontani. Spiccano brani come i già citati “Altrove2”, “I preti dormono”, “40 giorni”, “5 cose” e il pezzo -forse- migliore del disco: “Ghiaccio9”.

    Ps Mattia Cominotto prima di salire sul palco ci racconta del furto subito recentemente dal Greenfog studio, qui l’appello alla città che contribuiamo a diffondere.

     

    Nicola Damassino

  • Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    elezioniQuello che davvero dovrebbe farci riflettere non è tanto la rivelazione dell’ex segretario al Tesoro USA Tim Geithner, secondo il quale nel 2011 alcuni funzionari europei lo avrebbero contattato per coinvolgere gli Stai Uniti in un ricatto finanziario ai danni del governo Berlusconi; quello che davvero dovrebbe preoccuparci, e indurci a meditare su noi stessi, è l’atteggiamento di supponente indifferenza con cui una buona parte dell’opinione pubblica reagisce alla notizia. Il problema non è un complotto che si presume sia stato tentato: perché si sa per certo che, nel caso, non riuscì. Il problema è che ci stiamo abituando a vivere in un contesto a sovranità limitata; dove quello che decidiamo attraverso le elezioni, i referendum, l’attività parlamentare e, più in generale, la vita politica, non conta più nulla, essendo ormai superato da dinamiche e decisioni che vengono prese sopra le nostre teste in contesti elitari extra-nazionali.

    L’assuefazione a questo stato di cose si percepisce nelle placide ammissioni di molti illustri commentatori, da Stefano Folli del Sole 24 Ore a Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano. Scrive ad esempio quest’ultimo: “L’unica certezza è che di sicuro Washington, Berlino, Londra, Parigi e Bruxelles volevano Berlusconi lontano dal potere. E quando volontà così forti vanno tutte nella stessa direzione non c’è bisogno di un complotto di incappucciati perché certe cose succedano”. Non si accorge Feltri che un conto è ammettere la verità, ossia che dietro le quinte le ingerenze straniere, soprattutto da parte di nazioni potenti, ci sono sempre state; un altro conto è accettarle con una scrollata di spalle, come se non fosse un fatto allarmante che i nostri leader politici vengono scelti dall’esterno (come nei paesi del terzo mondo). Per fare un paragone sarebbe un po’ come filosofeggiare sulla propensione all’omicidio dell’animo umano mentre si viene accoltellati. E c’è di peggio.

    C’è David Parenzo, che addirittura “brama” un’invasione tedesca; e poi c’è Stefano Menichini, che non è molto conosciuto, ma è il direttore di Europa, quotidiano del Partito Democratico. Questo illustre esponente della carta stampata, alla notizia delle rivelazioni di Geithner, ha twittato giulivo: “Dunque c’è stata un’operazione internazionale per far fuori Berlusconi dal governo? Lo davo per scontato e hanno fatto benissimo“. E aggiunge: “Hanno risolto a modo loro un problema che noi (tutti) non riuscivamo a risolvere da soli“.

    Sono convinto che molti, in fondo in fondo, la pensano come questi insigni giornalisti: “La democrazia andrebbe rispettata, non c’è dubbio. Ma tutto sommato non si può sempre essere formalmente corretti: non si può andare sempre per il sottile. A volte ci sono delle emergenze e la democrazia richiede troppo tempo…. Sulla base di questo ragionamento, dunque, tutto sommato ci è andata bene, se nell’UE, nel G20 o nel G7 qualcuno è riuscito a cacciare via Berlusconi. Il Cavaliere non era forse inaffidabile, in rotta di collisione col ministro dell’economia Tremonti, incapace di presentare un piano serio di riforme e azzoppato dagli scandali sessuali? E non è forse vero che il suo successore, Monti, era ben più competente, sobrio e apprezzato da tutti?

    È tutto vero. Anzi, andiamo oltre: ammettiamo pure che Berlusconi sia stato un leader populista interessato esclusivamente ai propri interessi; e che abbia conquistato il potere solo sfruttando la crisi della classe dirigente italiana e avvalendosi di una concentrazione di potere mediatico abnorme. Ciononostante, pur con tutti i suoi difetti, non ho alcuna difficoltà a dire che se dovessi scegliere tra Silvio Berlusconi e Mario Monti, sceglierei il primo; e questo solo per una qualità essenziale che l’ex-commissario europeo non aveva: quella di essere stato eletto.

    Esiste una correlazione diretta tra il modo antidemocratico con cui Monti è andato al potere e i problemi in cui ci troviamo. Il punto è che la democrazia non ha a che fare con la Verità: la democrazia ha a che fare con gli interessi. Chiediamoci: perché in democrazia votano tutti? Non certo perché occorre fare un calcolo statistico; bensì perché si riconosce che ognuno è il miglior giudice di ciò che gli conviene. In altri termini, nessuno può arrogarsi il diritto di dire al posto nostro quello che è nel nostro interesse. E perché è meglio non delegare questa scelta? Perché l’esperienza suggerisce che quando facciamo decidere agli altri, questi tendono a sottovalutare i costi e a sopravvalutare i benefici: ossia, come ci ricorda Enrique Balbontin, “son tutti bulicci col culo degli altri”.

    Da questo punto di vista non c’è molta differenza tra le teocrazie dell’antichità, dove per governare occorreva accreditarsi come autorità religiosa, e la tecnocrazia europea, dove per governare  occorre accreditarsi come autorità tecnico-economica: in entrambi i casi il potere si giustifica col possesso di un sapere e non, come dovrebbe essere, a partire dal riconoscimento reciproco di interessi specifici. Non importa quanto sia “avanzato” o “progredito” un certo sapere: chi ha il potere politico finirà frequentemente per usare ogni sapere a proprio vantaggio; e anzi farà tanti più danni quanto più questo sapere gli riconoscerà un vantaggio oggettivo. Ecco perché il potere, da Montesquieu in avanti, si divide; ed ecco perché al sapere tecnico-scientifico, almeno da Platone in avanti, si demanda al più una funzione di consulenza, ma non la decisione politica.

    Monti, non essendo stato eletto da nessun italiano, e dovendo anzi la sua carica al consenso ottenuto nei palazzi di Bruxelles, ha fatto ovviamente quello che era nell’interesse di Bruxelles (ossia della Germania) e non nel nostro. Berlusconi, che invece era stato eletto, e che dunque per farsi gli affari suoi aveva bisogno di voti, non avrebbe mai potuto presentarsi ai suoi elettori con una lista di tagli e sacrifici che gli italiani non avrebbero capito. E oggi i dati ci dimostrano che gli italiani avrebbero avuto ragione: l’austerità è in effetti incomprensibile e controproducente, tanto che tutti i partiti politici in questo momento la rinnegano.

    Oggi sappiamo anche che il fatto che il Parlamento abbia appoggiato il governo Monti non valse a conferirgli legittimità democratica. Quel Parlamento, infatti, fu eletto con il porcellum, poi bocciato dalla Consulta perché anticostituzionale. E anche questa non è una questione formale: se devo la mia elezione ai vertici del partito che mi hanno inserito in liste bloccate, starò attento a non scontentare questi vertici; mentre se mi avessero eletto i cittadini con le preferenze, mi preoccuperei di più del parere degli elettori.

    Insomma, tout se tient. È l’anti-democraticità del sistema che ha prodotto i danni attuali, non il metodo parlamentare e la concertazione. Ricordiamoci dunque, quando sentiamo trattare la questione democratica con sufficienza, che non si tratta affatto di un problema formale: se c’è scarsa democrazia, vuole dire che qualcuno ci sta facendo fare quello che viene comodo a lui e non a noi.

    P.S.

    Il Partito Democratico, visto che difende metodi antidemocratici, vuole farci almeno la cortesia, in vista delle prossime elezioni, di cambiare il suo nome in quello di “Partito Eurocratico”? Grazie.

     

    Andrea Giannini

  • Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSi chiamano “Patti d’area” e sono un nuovo strumento messo a disposizione di tutti i Comuni liguri dall’ultima programmazione regionale sul commercio che dovrebbe favorire l’insediamento su uno specifico territorio di nuove imprese al fine di fornire allo stesso territorio una precisa identità dal punto di vista del mix merceologico offerto. Una proposta innovativa, soprattutto perché praticamente mai utilizzata prima, che tenta in qualche modo di porre un freno all’eccesso di liberalizzazione nell’universo commerciale.

    Questo specifico territorio commerciale a Genova ha un nome preciso e si chiama Civ, Centro integrato di via, già formalmente riconosciuto e perimetrato in maniera ben definita. E il Comune di Genova ha già in progetto di dare vita a tre Patti d’area che riguarderanno altrettanti Civ.

    Il primo, questione di settimane secondo le previsioni e le speranze strappate all’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, si concentrerà nella zona di Prè. Insieme con il nuovo regolamento della sicurezza che riguarderà il centro storico e che l’assessore Fiorini sta ultimando, dovrebbe rappresentare un efficace e produttivo strumento di riqualificazione. «Da un lato – spiega l’assessore Oddone – cercheremo di favorire l’insediamento di nuove imprese introducendo un calmiere sui canoni d’affitto che non potranno superare il valore di mercato dei locali; dall’altro, stileremo una lista di mix merceologico che andrà a definire e identificare una particolare area della città dal punto di vista commerciale e artigianale. Il tutto in stretta collaborazione non solo con le associazioni di categoria, la Camera di commercio, i Municipi e la Regione, ma anche con la questura, i carabinieri e la guardia di finanza per limitare quelle attività che rappresentano una servitù e un peso eccessivo, soprattutto in termini di sicurezza, per determinati quartieri».

    Inoltre, l’amministrazione conta su un altro strumento che funga da richiamo per l’apertura di nuove attività, sostituendosi in parte al ruolo che dovrebbero interpretare le banche ma che ormai non svolgono più da tempo: l’introduzione di un prestito a tassi molto vantaggiosi per aiutare imprese commerciali e artigiane a tirare su nuove saracinesche. «L’obiettivo – ci racconta Oddone – è quello di innescare un circolo virtuoso per cui nuove attività portino un maggior flusso di persone e un interesse rinnovato per alcune zone della città. Per fare questo utilizzeremo quel poco di risorse residuate da vecchi bandi e difese con le unghie e con i denti da richieste improprie da Roma che, oltre a non dare soldi nuovi, vorrebbe indietro anche gli spiccioli che sono stati risparmiati nel passato con azioni virtuose».

    Lo schema di base, naturalmente, sarà lo stesso per tutti i Patti d’area e per tutti Civ che intendessero muoversi in quest’ambito. Per questo motivo è necessario che il progetto pilota sia disegnato precisamente in tutti i suoi dettagli, in modo che gli altri possano poi seguirne la strada e muoversi in un percorso più agevole e già tracciato. «Anche perché – aggiunge Oddone – il rischio di ricorsi al Tar da parte di chi non vede di buon occhio il Patto e si vede respingere l’autorizzazione per l’apertura di una nuova attività è molto alto. Per cui dobbiamo avere la piena consapevolezza di quello che stiamo facendo per sbaragliare qualsiasi opposizione, un po’ come successo per il regolamento anti slot contro il gioco d’azzardo». Già perché, una volta siglato, il Patto d’area sarà vincolante per tutti i locali del territorio e non basterà più una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) per dare via a un nuovo esercizio commerciale ma si tornerà al sistema delle concessioni di autorizzazione. «All’interno di tutto il perimetro del Civ si dovrà sottostare a quello che si deciderà nel Patto – sottolinea l’assessore allo Sviluppo economico – per cui se decidiamo che alcune attività sono troppo impattanti per un quartiere, certe merci non vi potranno più entrare». O, meglio, non potranno diffondersi più di quanto non lo siano già. «È evidente – prosegue Oddone – che se il proprietario di un locale ricevesse un’offerta sostanziosa da un nuovo possibile esercente, farà di tutto per vendere o affittare i propri muri e guadagnare il più possibile anche se l’attività economica che si andrebbe a insediare fosse nella “lista nera” del Patto d’area».

    Senza alcuna valutazione di merito, un esempio concreto però potrebbe aiutare a comprendere meglio. Se si decidesse che a Pré ci fosse una concentrazione eccessiva di “kebabbari”, nel Patto d’area ci sarebbe scritto che non potrebbero essere aperti altri esercizi di questo tenore. E l’imposizione non varrebbe solo per un determinato locale piuttosto che per un altro ma per tutto il territorio del Civ.

    «L’avvio dei Patti d’area assieme alle nuove norme di sicurezza per il centro che sono in via di definizione rappresentano due importanti tasselli nel processo di contenimento di una serie di fenomeni poco virtuosi che riguardano da vicino il nostro territorio» commenta Maria Carla Italia, assessore allo Sviluppo economico e alla Coesione sociale del Municipio I – Centro Est.

    La scelta di partire da Pré non è casuale. C’è sicuramente la necessità di riqualificare un quartiere lasciato andare un po’ troppo a se stesso ma non è il solo elemento che ha portato l’amministrazione a propendere per questa porzione del centro storico. In zona, infatti, il Comune è proprietario di diversi locali che potrà mettere a disposizione fin da subito per creare un po’ di massa critica insieme con altri spazi che la Sovrintendenza si è già resa disponibile a impiegare per le finalità del patto. Così, le istituzioni potranno fungere da esempio virtuoso per tutti i privati che vorranno aderire al patto mettendo a disposizione i propri possedimenti, alle condizioni condivise.

    «Avevamo individuato l’utilità dei Patti d’area fin da subito – prosegue Maria Carla Italia – probabilmente ancora prima del Comune, dato che in tempi non sospetti avevamo audito i dirigenti della Regione in un’apposita Commissione municipale. Crediamo siano uno strumento molto utile per individuare una tipologia di attività commerciali meritevoli di essere sfruttate. Attraverso i Patti d’area possiamo, infatti, dare respiro a un vero e proprio progetto di quartiere che ci consenta di puntare su alcune tipologie commerciali e artigianali che riteniamo più funzionali al raggiungimento delle finalità che ci siamo posti per quel particolare territorio».

    Dopo Pré ci si sposterà di pochi metri per lanciare il secondo Patto d’area alla Maddalena: qui è più difficile avere previsioni ufficiali ma il grande attivismo di cittadini e commercianti che vivono il Sestiere aiuterà certamente a bruciare le ultime tappe. La partecipazione di tutti i cittadini, in questo caso, assume un ruolo ancor più fondamentale per coinvolgere fin da subito i privati dal momento che il Comune, a differenza di Pré, non può contare su grandi proprietà. Terzo e, per il momento, ultimo patto dovrebbe riguardare i “voltini” di via Buranello, ovvero gli spazi sottostanti la ferrovia in zona Sampierdarena: il condizionale, però, è ancora d’obbligo perché Rfi, proprietaria degli spazi, non sembra essere particolarmente interessata a una collaborazione.

    Se dovesse funzionare, comunque, lo strumento del Patto d’area potrebbe essere esteso un po’ a qualunque area della città da levante a ponente, dalla costa alle valli. «Ad esempio – conclude Oddone – nulla vieta che nasca un Patto d’area in via XX settembre per salvaguardarne l’identità di centro commerciale urbano di qualità attraverso un progetto ben disegnato che vada incontro alle diverse istanze spesso sollevate dai negozianti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Piazza de Ferrari accademia di belle artiDopo la visita di qualche settimana fa documentata in diretta con #EraOnTheRoad e il focus con Giorgio Devoto (responsabile dei corsi di studio) e Giulio Sommariva (direttore del museo), mancava ancora un tassello per completare il nostro approfondimento sull’Accademia Ligustica di Belle Arti, l’’istituzione cittadina che dal lontano 1751 si occupa della formazione artistica nella nostra regione. Abbiamo intervistato il neo presidente Giuseppe Pericu (sindaco di Genova dal 1997 al 2007, eletto il 25 novembre scorso presidente dell’Accademia e già membro dell’Assemblea), per capire quale sarà il futuro della “Ligustica” soffermandoci sul processo di statizzazione, vera e propria chiave di volta.

    Presidente, innanzitutto come sta l’Accademia?

    «Nonostante la sua semplicità, questa è una domanda complessa. Adesso l’Accademia sta bene perché è organizzata in modo da poter rilasciare titoli di studio di livello universitario legalmente riconosciuti, sia per la laurea breve che per la magistrale. Quindi, da questo punto di vista, siamo perfettamente allineati con le accademie statali. Tra le note positive, poi, c’è il museo che è una struttura fondamentale dell’Accademia ed è stato molto vivacizzato grazie alle attività dell’Associazione Amici dell’Accademia che è molto presente. Contemporaneamente, però, ci sono difficoltà legate al flusso di finanziamenti sempre minore rispetto alle esigenze dell’istituzione».

    Siamo sempre alle solite: i finanziamenti scarseggiano, figurarsi per l’arte e la cultura.

    «Pur essendo ristrette al minimo, il Consiglio d’amministrazione e l’Assemblea dei soci svolgono il proprio ruolo a titolo assolutamente gratuito, le spese di gestione sono sempre superiori ai fondi che abbiamo a disposizione. Questi ultimi arrivano soprattutto dal Comune e, poi, in quantità minore da Regione e Provincia. Ci sono poi le rette degli studenti, del tutto simili a quelle dell’Università degli Studi di Genova, il cui numero negli ultimi anni è andato sensibilmente aumentando, soprattutto grazie al riconoscimento del valore legale dei titoli a livello nazione ed europeo, a dimostrazione del fatto che siamo appetibili. Ma il saldo economico è sempre negativo».

    Da questo punto di vista, le difficoltà potrebbero essere definitivamente risolte con il pieno compimento del processo di statizzazione dell’Accademia.

    «Sono stato eletto proprio per portare a termine questo processo. Esiste, infatti, una legge che prevede che le Accademie private, come siamo noi, che siano le soli presenti in una Regione, possano essere statizzate ovvero inserite nel sistema delle Accademie statali non soltanto attraverso il riconoscimento del titolo di studio ma attraverso un processo di aggregazione più complessiva al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il raggiungimento di questo obiettivo darebbe sicurezza nel tempo all’Accademia».

    Lo Stato, dunque, garantirebbe una maggiore copertura economica?

    «Diciamo, più che altro, che non ci sarebbe più un problema di introiti perché il personale docente e amministrativo sarebbe pagato direttamente dal Ministero».

    E questo accorpamento riguarderebbe solo l’Accademia o comprenderebbe anche il museo?

    «Non possiamo ancora dirlo con certezza perché bisogna aprire il confronto con gli organi statali. Comunque, rispetto al dettato normativa, sembrerebbe che la statalizzazione comprenda solo i profili legati alla parte formativa e non quelli museali. Il museo comunque, che ha una dotazione molto forte che nasce sia come strumento per coadiuvare la formazione che come entità autonoma, ha solo un conservatore e un addetto alla struttura.

    Non resta che capire a che punto siamo all’interno di questo percorso.

    «Abbiamo inoltrato formalmente un’istanza al Ministero e sto seguendo attivamente gli sviluppi ma certamente il confronto con il governo in questo periodo di spending review non è facile. In Italia, nella nostra situazione, c’è solo un’altra realtà che è quella dell’Accademia di Perugia, unica accademia in Umbria che da statale può diventare privata: tutte le altre regioni, invece, hanno già una o più accademie statali».

    E nel frattempo, qualche progetto nel cassetto da realizzare durante il suo mandato?

    «Diciamo che il vero obiettivo è la statizzazione. Per il resto sto ancora prendendo le misure. Cercheremo di fare qualche bella esposizione e di valorizzare al massimo il museo ma i progetti più ambiziosi devono per forza di cose attendere gli sviluppi del rapporto con il Ministero. Ho certamente qualche idea, suggestione più che altro ma non sono ancora comunicabile neppure come ipotesi di progetto».

    Per chiudere, una domanda più personale. Qual è il rapporto di Giuseppe Pericu con l’arte? Sappiamo che da amministratore ha portato Genova alla ribalta internazionale come Capitale europea della cultura nel 2004, e nel privato?

    «Come amministratore pubblico della città di Genova, ho sempre ritenuto la cultura l’unica scommessa possibile da vincere. Per questo, dopo tutta la lotta sostenuta per ottenere nel 2004 il riconoscimento a Capitale europea della cultura, assunsi direttamente io come sindaco il ruolo di assessore alla cultura per preparare al meglio lo svolgersi dell’evento. Come privato cittadino, non può esserci una grande differenza perché la persona resta unica, inscindibile: io sono sempre stato appassionato di fenomeni culturali, fin dalla mia formazione tradizionale fatta al liceo classico. Quindi, l’arte e la cultura fanno parte del mio modo di essere».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    ScuolaAvete mai fatto un giro all’interno delle scuole della città? Probabilmente, se avete più di 18 anni, e se non avete figli in età da scuole dell’obbligo, la risposta è no. Anche perché, direte voi, di anni sui banchi di scuola ne avete trascorsi anche troppi, e che senso avrebbe tornare lì dentro? Tanto non cambia mai niente; tanto si sa che la scuola è a pezzi e non può che peggiorare. Noi già qualche tempo fa, in una nostra inchiesta, vi avevamo dimostrato che le cose non stanno sempre così, e che le scuole di Genova cercano di adattarsi alle nuove esigenze e stare al passo con i tempi. Ora, grazie a #EraOnTheRoad siamo entrati all’interno della scuola media statale dell’ Istituto comprensivo San Fruttuoso e abbiamo parlato con la dirigente scolastica, la Dott.ssa Isabella Benzoni, che ci ha illustrato le novità introdotte all’interno della scuola a partire da settembre 2012, data del suo insediamento nel complesso.

    Arrivati nell’istituto di Via Berghini 1 (scuola media a indirizzo musicale, dieci classi e circa 230 alunni), incontriamo la dott.ssa Benzoni, che arriva subito al dunque: «Assumersi responsabilità, cooperare, riflettere sulle dinamiche di gruppo, socializzare, prendersi cura dei più piccoli, esplorare i propri limiti, mentre noi adulti li accompagniamo nel loro percorso verso il superamento dei limiti stessi: questo quello che vogliamo fare in questa scuola. Da settembre di due anni fa, da quando sono diventata preside qui, abbiamo dato avvio a una serie di progetti nuovi e non comuni. L’idea è nata da una programma già avviato e promosso da Carige, che si chiamava “I giovani migliorano la scuola”, per incentivare il percorso di cittadinanza attiva e cooperazione. Spesso, come sappiamo, nella scuola questo aspetto non è curato come si dovrebbe, e si riduce al poco, pochissimo tempo dedicato alla materia di educazione civica. Qui, invece, abbiamo dato avvio a una serie di progetti, tra cui il progetto accoglienza, che permette ai ragazzi di conoscersi all’inizio del primo anno di scuola media, seguendo un percorso partecipativo volto alla creazione del gruppo classe, per il miglioramento dell’apprendimento. Inoltre, un ciclo di assemblee mensili tra i ragazzi, gestite da rappresentanti di classe eletti dai compagni stessi, in cui i ragazzi sono chiamati a svolgere compiti specifici, con responsabilità crescenti dalla classe prima alla terza secondo il principio della peer education. E poi, i laboratori Matefitness, lo sport, ecc., tutto al fine di migliorare l’apprendimento attraverso la coesione interna al gruppo, che spesso viene trascurata a questo livello di istruzione: non si tiene conto di quanto questa sia un’età difficile, un periodo di passaggio in cui gli alunni sono sì abbastanza grandi, ma ancora troppo piccoli e in un momento troppo delicato per essere lasciati a loro stessi».

    I giovani migliorano la scuola: il progetto

    Assumersi responsabilità e, in questo modo, crescere: il progetto prevede l’istituzione di rappresentanti di classe (pratica di solito comune nelle scuole superiori) già nelle scuole medie, per il coordinamento di assemblee mensili, in cui vengono discusse proposte per il miglioramento della vita nella scuola e lo svolgimento di ‘compiti di realtà’. I rappresentanti, dopo ogni assemblea, si incontrano con docenti e dirigente scolastico per condividere le proposte emerse in classe e cercare una strategia di realizzazione.

    Racconta la direttrice: «Il ruolo dei rappresentanti di classe è di responsabilità: anche se c’è sempre la supervisione di un docente, i ragazzi sono gli attori del processo decisionale e gestionale. L’obiettivo delle assemblee è fare proposte per il miglioramento della scuola: ad esempio, l’anno scorso grazie all’idea dei ragazzi e alla disponibilità anche dei loro genitori (con finanziamenti del Comune di Genova), abbiamo ridipinto la scuola e realizzato murales al piano terra. I ragazzi devono affrontare ogni anno tre compiti di realtà nel corso delle assemblee, ovvero situazioni concrete, con caratteristiche e condizioni particolari, che devono gestire insieme, prendendo decisioni e cooperando verso una soluzione. I compiti variano per ogni classe: le prime e le seconde hanno organizzato il mercatino di Natale; le terze l’Open Day per l’orientamento aperto alle classi delle elementari, con laboratori di arte, danza, inglese, per dare assaggi delle attività svolte qui durante l’anno. I ragazzi, in questi contesti, curano tutti gli aspetti e prendono decisioni, assumendosi le responsabilità delle scelte. Alla fine, si rendono conto di essere in grado di fare molte più cose di quel che pensavano: esplorano le loro capacità, mettono in discussione i loro limiti. Inoltre, queste situazioni permettono anche ai docenti di esplorare le dinamiche del gruppo classe e di tenere a bada eventuali conflitti e prevaricazioni di un gruppo sull’altro».

    Inoltre, in ogni classe vengono nominati anche “incaricati“, ovvero, come spiega la direttrice: «soggetti di due tipi: i primi sono figure a rotazione, per la gestione dei ruoli all’interno della classe, come contattare i compagni assenti per dargli i compiti, ecc.; gli altri sono annuali, e si occupano di gestire temi importanti, partecipando a incontri con esterni, secondo il metodo della peer education».

    Questi ultimi, in particolare, sono persone preposte allo svolgimento di compiti stabiliti: ad esempio, vi sarà chi sarà incaricato di gestire la sicurezza in classe, oppure chi si occuperà della raccolta differenziata, e così via. Questi soggetti dovranno sottoporsi periodicamente a incontri e seminari con esperti, e poi dovranno informare e rendere edotti i compagni, trasmettendo loro le nozioni apprese, secondo un metodo piramidale. Come detto, il principio alla base è quello della peer education, per cui i ragazzi incaricati svolgono  il ruolo di guida per i compagni di classe, per la condivisione di conoscenze attinenti all’incarico. Il metodo, sperimentato ormai frequentemente e accreditato come efficace, fa in modo che gli incaricati, dovendo spiegare poi ai compagni, siano più stimolati ad apprendere e memorizzare nozioni, con una padronanza più profonda data dalla responsabilità dell’incarico. Dall’altra parte, i compagni di classe cui la spiegazione è rivolta sono più aperti e predisposti a fare domande e continuare la discussione.

    A questo proposito, sono andati a costituirsi due gruppi principali per ogni classe (cui di volta in volta, a seconda delle necessità, se ne possono aggiungere altri). Il primo si occupa della sicurezza, in cui gli “aprifila” e “chiudifila” di ogni classe si occupano di tematiche relative alla sicurezza dentro e fuori la scuole (evacuazione in caso di pericolo, primo soccorso). Gli incaricati incontrano rappresentanti dei vigili del fuoco, protezione civile, ecc. e poi trasferiscono ai compagni quanto emerso negli incontri. Allo stesso modo, l’altro gruppo si occupa della raccolta differenziata: qui gli incaricati approfondiscono tematiche di scientifico-ecologiche e legate al ciclo dei rifiuti, grazie ad esperti.

    È presente anche un comitato dei ragazzi, per concretizzare la partecipazione a forme di rappresentanza democratica e assunzione di responsabilità nelle decisioni.

    Il progetto “Accoglienza”

    Un progetto pensato per inserire gli alunni nel nuovo ambiente scolastico, creando un contesto emotivo coinvolgente dal quale scaturisca la motivazione ad apprendere. L’obiettivo è creare senso di appartenenza alla scuola: dalla reciproca conoscenza nasce una clima di fiducia. Il progetto prevede percorsi che coinvolgono ragazzi, docenti e anche i genitori degli alunni, che sono chiamati a rendersi disponibili e cooperativi in vari modi.

    «Il progetto coinvolge i genitori e gli alunni di prima per i primi dieci giorni di scuola, in cui vengono esposte le proposte progettuali e didattiche, e si svolgono attività ludiche per consolidare il gruppo classe. Poi ancora, nel corso dell’anno, ci sono altre attività, come uscite in barca a vela, trekking e settimana bianca, per studiare le dinamiche del gruppo fuori dal contesto strutturato e limitato della classe. L’accoglienza continua anche nelle seconde e terze classi, naturalmente in misura minore: in particolare, le terze svolgono attività di accoglienza delle future prime e fanno orientamento per i bambini delle elementari».

    Il progetto “Continuità”

    Un itinerario che, grazie alla cooperazione e disponibilità degli alunni delle medie, accompagna i bambini delle classi quinte delle scuole elementari alla scoperta della scuola secondaria. Per presentare le proposte formative e potenziare la collaborazione tra alunni delle due scuole, per rendere l’ingresso dei più piccoli nella nuova scuola meno traumatico. Gli alunni delle elementari hanno la possibilità di partecipare a laboratori didatti ed esperienze gestite da quelli delle medie, in cui hanno la possibilità di rivolgere domande a ragazzi e docenti.

     Cyber bullismo

    Un altro progetto cui la scuola aderisce, ministeriale, riguarda la problematica del cyber bullismo e dei problemi in cui possono incappare i più giovani nella rete. L’iniziativa nasce da “Safe Internet“, progetto che ha coinvolto un gruppo di alunni scelti per partecipare a corsi e seminari, sempre nell’ottica della peer-education. Lo scorso 30 aprile è stato presentato dalle classi un resoconto di quanto appreso nell’ambito di questa esperienza: non si può impedire ai ragazzi di avvicinarsi alla rete, si può in compenso monitorare ed educare.

    Progetto “Orientamento”

    Un percorso trasversale e interdisciplinare che si sviluppa nel corso del primo ciclo di istruzione, attraverso esperienze curriculari ed extra-curriculari per la conoscenza extrascolastica e del mondo delle professioni: un percorso per sollecitare nei ragazzi una riflessione sulle proprie attitudini e interessi. Il lavoro viene portato a termine nelle classi terze, tra settembre e febbraio (deadline per l’iscrizione alla scuola superiore) e comprende attività che coinvolgono ragazzi, docenti, genitori, Provincia e Regione. Oltre alla consuete visite al Salone dell’Orientamento e all’Open Day, anche il progetto PARI per un gruppo di alunni che potrà frequentare per 7 giorni un centro di formazione professionale della Provincia.

    Progetto “Sport e Ambiente”

    Attività di vela (in convenzione con Assonautica), scuola in montagna, trekking (in convenzione con CAI), con esperienza dedicata all’astronomia: un’iniziativa a tappe, che accompagna gli alunni in un percorso integrato di esplorazione diretta dei territori, della morfologia, storia e professioni, della natura animale e vegetale, in contesi meno familiari ai ragazzi.

    I laboratori

    Non mancano anche i laboratori: scientifico, Matefitness, di recupero linguistico e matematico, di conversazione in lingua straniera, di informatica, infine, di storia. Nel primo caso, i ragazzi sperimentano e scoprono le leggi della natura utilizzando un laboratorio attrezzato. Con Matefitness, invece, partecipano per tre mesi a incontri curati dal CNR di Genova, per sviluppare competenze logiche: inoltre, i trainer di Matefitness hanno formato 40 ragazzi della scuola media, che hanno poi trasferito le loro conoscenze ai bambini delle elementari, autonomamente e non coadiuvati dai loro docenti. Il laboratorio di conversazione in lingua straniera, inoltre, si svolge attraverso role play, simulazioni ambientate in un’aula appositamente attrezzata per stimolare situazioni di dialogo quotidiano«I risultati emersi sono interessanti: i ragazzi nell’ambito della peer education con Matefitness – racconta la direttrice – si sono mostrati preparati e disinvolti. Serve attenzione alle relazioni, vogliamo stimolare il senso di cura del grande nei confronti del piccolo, che spesso si perde nella società di oggi. È un modo per dare continuità».

    Attività gratuite e pomeridiane

    Oltre alle consuete attività pomeridiane a pagamento (per il conseguimento del patentino per il ciclomotore o per l’esame Trinity per la lingua inglese), non mancano poi anche attività gratuite in cui i ragazzi possono dedicarsi al giornalismo e alla redazione del giornalino di istituto, oppure alla creazione di murales (sì, avete capito bene), al latino e alla lingua inglese, ma anche a cose più strane come l’arrampicata sportiva, il cineforum e, visto che si tratta di una scuola a indirizzo musicale, è previsto anche tempo da dedicare alla nascita della band di istituto.

    Curiosità

    La direttrice e i docenti lavorano per introdurre un sistema di sanzioni rieducative: no alle sospensioni e punizioni fini a se stesse, che finiscono solo per allontanare i ragazzi; sì a sanzioni mirate, secondo il principio “chi sporca, pulisce”. Coinvolto già un team di psicologi e avvocati che, a titolo gratuito, offrono consulenze per fare un lavoro tarato sul tipo di comportamento scorretto messo in atto dal ragazzo. «Per fortuna non incontro grandi problemi nell’istituto – conferma la dott.ssa Benzoni – anche se un tempo la scuola aveva una cattiva nomea, e questo probabilmente influisce ancora oggi e limita il numero delle iscrizioni. Oggi invece la tendenza si è totalmente invertita e mi ritengo molto fortunata».

     

    Elettra Antognetti

  • Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Fabio Gremo, il giovane musicista genovese e la sua chitarra classica

    Nel 2012 l’occasione che non ti aspetti. Scrivere due brani per chitarra classica da inserire in un progetto didattico per le scuole elementari: dopo quella esperienza Fabio Gremo decide che è arrivato il momento di tornare al vecchio amore, dopo anni come bassista nel mondo del rock e del prog e le tournée internazionali con la band genovese Il Tempio delle Clessidre.

    Dopo oltre un anno ecco il disco “La mia voce“, il primo da solista, brani strumentali per chitarra classica, ognuno accompagnato da una fotografia e una descrizione testuale.

    Passare da un ruolo di bassista in un gruppo già molto attivo a un progetto solista. È un po’ come rimettersi in gioco?

    «Suonavo la chitarra classica già prima di entrare nel Tempio delle Clessidre (e in tutti gli altri progetti in cui ho suonato il basso, ad esempio i Daedalus), pertanto è stato più che altro un tornare al mio primo strumento. Sin dai tempi del conservatorio sognavo di realizzare un album tutto mio con la chitarra ed ho sempre tenuto viva questa idea, nonostante le vicende successive mi avessero allontanato da quell’ambito. Effettivamente posso dire di essermi messo in gioco sotto molti punti di vista… È stato un lavoro denso ed impegnativo, più volte ho temuto di non farcela e solo quando ho avuto il disco finito tra le mani ho potuto tirare un colossale sospiro di sollievo!».

    Sei compositore, arrangiatore, orchestratore, autore di testi, nonché bassista; come cambia l’approccio a queste diverse attività e quale ti stimola maggiormente?

    «Ogni settore ha le sue peculiarità ed il suo fascino, in ciascuno di essi riesco sempre a trovare qualche stimolo ed ispirazione. Sicuramente la differenza maggiore si pone tra le attività che posso svolgere da solo, per le quali sono libero di seguire il mio istinto fino in fondo, e quelle che necessitano della partecipazione di altre persone, con cui occorre necessariamente raggiungere un equilibrio. Vivo con molto trasporto il momento in cui un’idea melodica si affaccia alla mente dandomi la possibilità di costruirvi sopra un brano, si innesca qualcosa di magico… Lo stesso accade quando mi trovo da solo ad improvvisare sulla chitarra, ma d’altro canto è così trascinante ed intenso poter calcare il palco con un gruppo! La condivisione delle esperienze ha un sapore dolce».

    Quali sono state le reazioni del pubblico al tuo ultimo lavoro?

    «Il disco è stato accolto con entusiasmo da chi lo ha ascoltato, forse perché i pezzi che contiene sono molto melodici ed offrono spunti per viaggiare con la fantasia. Ho ottenuto alcune belle recensioni in Italia e all’estero. Purtroppo la diffusione non è ampia, ora come ora mi sto occupando personalmente della distribuzione, forse le cose migliorerebbero se avessi il supporto di una etichetta discografica».

    Cosa significa secondo te essere un artista/musicista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti? È ancora possibile vivere di musica?

    «L’attività di musicista oggi si inserisce in un panorama decisamente saturo: viviamo in un’epoca che ha già visto numerose rivoluzioni in ambito musicale, pertanto è assai difficile proporre qualcosa di veramente originale. Credo che la cosa più importante, tuttavia, sia riuscire a comunicare attraverso la musica, definendo un personale linguaggio che permetta di esprimere agli altri i propri sentimenti. Per quanto mi riguarda non c’è nulla di più entusiasmante del riconoscere in chi ascolta le stesse emozioni che mi hanno permesso di creare la musica che suono. Ciò non toglie che vivere di musica sia comunque un’impresa eroica: gestire in autonomia un lavoro complesso, con molteplici aspetti da tenere sotto controllo, richiede parecchie risorse economiche, fisiche e mentali, perciò si può essere tentati a scendere a compromessi ad esempio suonando cover, sottostando ai dettami di una direzione artistica o ricoprendo il ruolo di turnista/orchestrale. È la ben nota diatriba tra il vivere di musica o della propria musica: il primo caso ha una valenza quasi impiegatizia, seppur rispettabilissima, il secondo permette a mio avviso una completa espressione artistica, ma è drammaticamente più arduo».

    Con la band Il Tempio delle Clessidre hai girato molti palcoscenici mondiali, dalla Corea agli Stati Uniti. Come cambia l’approccio al mestiere del musicista, pensi ci sia più propensione all’ascolto rispetto al nostro paese?

    «Per quel che ho potuto constatare, l’unica vera differenza rispetto all’Italia è nel modo in cui il musicista viene considerato: all’estero l’attività musicale è semplicemente trattata come un qualunque altro impiego, con la sua dignità ed il rispetto che merita. Non c’è alcun pregiudizio, né ci si sente in imbarazzo affermando di lavorare nel settore, qualunque sia l’interlocutore. In Oriente in particolare questa sensazione diviene quasi viscerale, per il profondo senso di devozione e riguardo che si respira. Per quanto concerne gli appassionati di musica c’è molta curiosità, ma non mi sento di recriminare su quanto accade nel nostro Paese; forse in altre nazioni è più diffusa la consuetudine di frequentare concerti con regolarità, ma devo ammettere che in ogni nostra esibizione abbiamo sempre riscontrato un calore ed una amicizia veramente forti da parte del nostro pubblico».

     

    video a cura di Daniele Orlandi e Claudia Baghino

  • Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino, discarica di GenovaAnticipato da un quotidiano locale, confermato dalla Regione: Scarpino rischia davvero la chiusura se entro 20 giorni Amiu non darà risposte concrete sul rischio frane e, soprattutto, su alcuni dati anomali riguardanti la quantità d’acqua presente in discarica, quello che tecnicamente si definisce “battente idraulico”. L’ultimatum arriva dalla Provincia che ha già provveduto a sospendere l’autorizzazione al conferimento di rifiuti a Scarpino 2, la parte di discarica attualmente in funzione: un provvedimento che diventerà operativo, appunto, nel giro di meno di tre settimane.

    Nel frattempo, la partecipata del Comune dovrà portare a compimento tutti gli studi e le verifiche tecniche per evitare che la “rumenta” di Genova e provincia debba essere smaltita fuori regione, con costi esorbitanti che non potrebbero far altro che ricadere sui cittadini attraverso un aumento delle bollette della spazzatura a partire dal 2015.

    L’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta, è apparsa comunque piuttosto tranquilla: «Amiu sta valutando con l’ausilio di tecnici esperti la stabilità della discarica sotto tanti gli aspetti che devono essere presi in considerazione. Gli strumenti topografici che monitorano gli eventuali spostamenti di terreno in discarica danno tutte le rassicurazioni del caso, nel senso che non ci sono spostamenti del corpo dei rifiuti neppure di un millimetro».

    Ma su questo punto ci aveva già rassicurato la scorsa settimana il presidente di Amiu (qui l’approfondimento), affermando che «anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro».

    Lo stesso Castagna, però, aveva ammesso che le verifiche di stabilità chieste dalla Provincia in merito alla quantità di acqua contenuta all’interno della discarica fossero ancora incomplete: «Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione – ricordava Castagna – non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     A questo punto, però, settembre è troppo tardi. Il futuro di Scarpino deve giocarsi su questo campo entro i prossimi 20 giorni. «Gli strumenti che rilevano il livello idrico della falda all’interno della discarica – spiega l’assessore Garotta – dicono che la situazione al piede di Scarpino è nella norma mentre sembra esserci un punto della discarica in cui il livello della falda è più elevato probabilmente a causa della presenza d’acqua. È qui che Amiu sta concentrando le proprie verifiche per capire che origine abbia quest’acqua. Siamo i primi ad essere interessati che la discarica sia sicura e stabile, per cui contiamo in questi giorni di avere tutti gli elementi necessari per capire se i rifiuti non solo del Comune ma anche della provincia di Genova potranno continuare ad essere abbancati a Scarpino».

    Intanto, però, una nota della Regione fa sapere che sono stati avviati i primi contatti informali con altre Regioni per la stipula di eventuali accordi di programma che consentano di trovare una soluzione immediata nel caso in cui dovesse essere confermata la chiusura del sito genovese.

    Simone D’Ambrosio

  • “Lottare fino alla morte perché quel poco non sia uguale a niente”

    “Lottare fino alla morte perché quel poco non sia uguale a niente”

    letteredallaluna-quaderno-sfocatoPremessa inutile, non ho la verità in bocca. Lungi da me come la più fioca delle stelle.
    Pensavo, che cosa fai nella vita? A domanda viene ovviamente da rispondere con il proprio lavoro, ergo quello che facciamo per racimolare il denaro che ci serve per avere una casa e tutto il corredo; che poi, è anche logica come risposta, ché il tempo impiegato nella propria attività remunerata è la fetta più grossa della torta insieme a quella occupata dal sonno o sogno che dir si voglia. Che fregatura. Fin qui, siamo sicuramente tutti d’accordo.

    Bisogna accontentarsi di poco, di quel che resta. Gli spietati se ne fregano e ci lasciano qui a riflettere, loro tagliano il filo e tu non ne sai più niente, salgono sul treno e non ritornano (citazione pop). Noi, invece, ci accontentiamo di poco. La chiave sta tutta in quel “poco”. Se uno chiedesse: che cosa fai quando non lavori? Mmm. Ho paura che le risposte sarebbero ancora più noiose e banali di quelle legate al lavoro. Si è stanchi, è fisiologico, la sera si è stanchi. Ma la sera è quel “poco”. E nelle giornate di festa? In quelle comandate mangiamo tutti le stesse cose, che teneri.

    Aldilà del lavoro, delle tradizioni culinarie, aldilà delle ricorrenze, delle usanze… Pensavo, che cosa fai nella vita? Lottare fino alla morte perché quel “poco” non sia uguale a niente è la sola guerra che meriti di essere combattuta.

    Gabriele Serpe

  • La bufala è servita: ciclo di conferenze per la corretta informazione scientifica

    La bufala è servita: ciclo di conferenze per la corretta informazione scientifica

    scienzaUn’iniziativa che nasce dalla necessità di far fronte al problema della disinformazione scientifica che, a detta degli stessi organizzatori, è motivo di degrado sociale e culturale. Chi è senza peccato scagli la prima pietra: a quanti di noi è successo di trovarsi a parlare con amici e conoscenti e confrontarci su posizioni errate, sentite in tv o lette da qualche parte, senza ricordare dove? Il bombardamento informativo da parte dei media non specializzati genera ‘mostri’, false credenze, insomma ‘bufale’ cui crediamo e che adottiamo.

    Per far fronte a questa tendenza e fornire una corretta informazione avvalorata da dati scientifici, in oltre 30 città italiane nel mese di maggio (nella settimana dal 19 al 24) si svolgeranno eventi in forma di conferenze, caffè scientifici, incontri in libreria o in piazza. Ogni città sceglierà 1-2 approfondimenti tematici (ad esempio sperimentazione animale, OGM, vaccini), e cercherà di spiegare ai partecipanti come stanno realmente le cose. A Genova si parte il 14 maggio, con un evento di anteprima, un aperitivo di raccolta fondi e presentazione del programma, al Beriocafè in Via del Seminario.

    La sfida sarà cercare di rendere gli incontri non semplici lezioni frontali ma momenti di confronto stimolanti, coinvolgenti e alla portata di un pubblico di non esperti, spesso scettici. I dibattiti devono diventare, nell’ottica degli organizzatori, luoghi di discussione, proposta di diverse posizioni e crescita.

    La Bufala è Servita, l’evento

    Questa del 2014 è la seconda edizione di un’iniziativa per la promozione della corretta informazione scientifica: lo scorso anno l’evento ha preso il nome di “Italia Unita per la Corretta Informazione Scientifica” e si è svolto l’8 giugno in sedici città italiane. È nato tutto dalla rete di soci dell’associazione Pro-Test Italia e, seguito della manifestazione, visto il successo, è stato fondato proprio il gruppo Italia Unita Per La Scienza, che organizza la manifestazione di quest’anno. Nel nostro Paese ci sono realtà in fermento anche sotto il profilo scientifico, che continuano a crescere e a battersi non solo per la ricerca ma anche contro la disinformazione.

    «L’obiettivo è far sorgere nei cittadini uno spirito critico, grazie al quale poter riconoscere notizie vere e false, specie per i temi scientifici più delicati – è il commento degli organizzatori – fornire gli strumenti per usare la razionalità, senza farsi abbagliare dall’emotività di ogni questione, è il modo più efficace di difendersi da truffe e imbrogli. Avere spirito critico non significa non considerare gli aspetti umani ed etici delle questioni, ma permette di compiere scelte oculate su temi fondamentali per il futuro del Paese che riguardano ricerca e scienza, e dunque anche salute, alimentazione e ambiente».

    Italia Unita per la Scienza

    Il gruppo “Italia Unita per la Scienza” è nato a fine Aprile 2013, specificamente dopo che un gruppo di ragazzi decisi a liberare cavie in gabbia, aveva preso d’assalto lo stabulario della Facoltà di Farmacologia di Milano danneggiando alcune attrezzature e vanificando ricerche, frutto degli investimenti di soldi pubblici e privati. Da qui, l’idea di ricercatori e studiosi di riunirsi e fondare questo gruppo: in meno di 24 ore è stata messa in piedi una manifestazione per il diritto degli scienziati di lavorare nella ricerca: «Pensiamo che quanto accaduto sia il frutto di una società nella quale si parla poco di scienza e di metodo scientifico; non solo nella vita quotidiana ma anche a scuola, nei giornali e nella politica», raccontano.

    Il gruppo aveva organizzato una giornata per la corretta informazione scientifica su territorio nazionale l’8 Giugno 2013, che consisteva in una serie di conferenze e flash mob in varie città italiane. Nel tempo il progetto è cresciuto e, grazie ai social network, sono nate sezioni locali molto attive e distribuite capillarmente. A distanza di un anno dalla prima manifestazione, il gruppo ha organizzato l’evento del 2014, passando da una manifestazione di un giorno, a eventi distribuiti nell’arco di una settimana.

    L’argomento è assolutamente attuale ed è facile trovare collegamenti con fatti avvenuti di recente: «Nell’ultimo anno il divieto da parte del Parlamento di coltivare mais810 (e quindi un rifiuto idiosincratico a usare la tecnologia OGM nel campo alimentare), le restrizioni del Parlamento italiano alla Direttiva 2010/63/UE che regola l’uso di animali di laboratorio e gli allevamenti, le pressioni causate da “specialisti” in omeopatia per far si che questa cura, senza alcuna base scientifica, sia finanziata anche dallo Stato, l’inganno del metodo Vannoni nell’uso terapeutico di cellule staminali e le proposte antivacciniste presentate in parecchie regioni d’Italia. La situazione è davvero preoccupante. Non si parla di semplice “disinformazione” della società, ma anche disinformazione da parte di chi deve prendere decisioni importanti nel nostro Paese. La cattiva informazione va a colpire in due modi il lavoro del ricercatore: prima di tutto screditandolo agli occhi del pubblico, poi danneggiandolo economicamente. La politica decide quali sono i settori strategici che devono essere finanziati e crea il terreno fertile necessario per attirare investimenti da privati e di altre istituzioni».

    La Bufala è Servita a Genova >> il programma

     

    Elettra Antognetti