Anno: 2014

  • Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Regione Liguria, quando le “spese pazze” sono quelle non effettuate

    Palazzo della RegioneRitornello vuole che le casse degli enti pubblici siano sempre più vuote, eppure quando esistono strumenti finanziari concreti – siano essi fondi comunitari, risorse nazionali, o fonti miste di cofinanziamento – e sarebbe possibile usufuire di significative risorse, immancabilmente lo Stato e le sue articolazioni territoriali si fanno sfuggire l’occasione, soprattutto a causa della carenza di specifiche capacità progettuali e gestionali, sia a livello centrale che locale. È questo il caso della Regione Liguria e del mancato utilizzo del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) 2007-2013: su una disponibilità iniziale di 342 milioni di euro – poi ridottasi a circa 270 milioni, comunque sia un discreto salvadanaio – l’amministrazione ligure, finora, ne ha effettivamente rendicontati ai fini della richiesta di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, soltanto poco più di 53 (in pratica 1/6 del totale).

    «Le responsabilità della Giunta sono enormi – attacca Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti) che ha sollevato, in particolare, la questione del non utilizzo dei finanziamenti dedicati a “Ricerca e Innovazione” (57 milioni di euro compresi nel più ampio contesto del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione), e che presto presenterà una serie di interrogazioni sul tema FSC – l’opportunità di ottenere queste risorse non è ripetibile, e sostenere, come qualcuno sta iniziando a fare, che gli stessi finanziamenti verranno “caricati” sui nuovi programmi di intervento, è fuorviante: quei fondi, una volta persi, sono persi e basta: non li vedremo più».

    Cos’è il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC)

    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) è lo strumento finanziario alimentato con risorse aggiuntive nazionali attraverso cui lo Stato Italiano persegue il principio della coesione territoriale sancito dall’Articolo 119 della Costituzione. Il Fondo è stato istituito con la Legge Finanziaria 2003 come Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS).
    Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e i Fondi Strutturali dell’Unione Europea condividono gli obiettivi generali di policy, la stessa tempistica di programmazione su cicli settennali – allo scopo di garantire l’unitarietà e la complementarietà delle procedure di attivazione delle rispettive risorse – e lo stesso Sistema di Monitoraggio Unitario, gestito dalla Ragioneria Generale dello Stato e alimentato con i dati dei progetti finanziati. Rispetto alle risorse comunitarie, la cui programmazione è strettamente articolata per Programmi Operativi, le risorse FSC vengono assegnate dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) con diverse modalità che nel corso del ciclo 2007-2013 hanno individuato Programmi Attuativi Regionali, Programmi di altra natura o specifici progetti finanziati mediante delibere con destinazione settoriale o territoriale.

    Le risorse totali originariamente assegnate al Fondo FSC per il settennio 2007-2013 ammontavano a circa 64 miliardi di euro, che a fronte della crisi economica degli ultimi anni e dei suoi effetti congiunturali sul bilancio dello Stato, sono stati progressivamente ridotti per la copertura di vari interventi di risanamento.
    Al 31 dicembre 2013, i circa 10 mila progetti finanziati con FSC visualizzati su OpenCoesione – iniziativa del Ministero per la Coesione Territoriale che mette a disposizione i dati delle politiche di coesione a cittadini, amministrazioni italiane ed europee, ricercatori e media (www.opencoesione.gov.it) – assorbono circa 19 miliardi di euro del Fondo, di cui 14,4 disponibili come assegnazioni CIPE e 4,7 come progetti in attuazione.
    Con riferimento ai progetti in attuazione “si evidenzia che rispetto ad un finanziamento FSC di 4,7 miliardi, il loro valore complessivo ammonta a 8,8 miliardi: questo rispecchia la caratteristica della programmazione FSC di attrarre in misura significativa anche ulteriori risorse finanziarie rispetto al Fondo, che si sommano quindi a quelle specificamente destinate alla coesione”.
    La data del 31 dicembre 2013 rappresenta la conclusione del settennio a cui fa riferimento il ciclo di programmazione 2007-2013, tuttavia non coincide con l’effettivo termine dell’attuazione dei progetti del ciclo stesso. In base alla regola dell’ “n+2” – che fissa al 31 dicembre 2015 il termine ultimo di ammissibilità della spesa rendicontabile alla Commissione europeai progetti dei Fondi Strutturali potranno continuare a beneficiare del contributo finanziario dei relativi Programmi per altri due anni, sovrapponendosi all’avvio nei prossimi mesi del ciclo di programmazione 2014-2020.
    Per i progetti della programmazione del Fondo Sviluppo e Coesione, invece, l’attuazione potrà proseguire anche oltre il 2015.

    Programma PAR-FSC 2007-2013 in Liguria

    Consiglio regionale LiguriaLa relazione sullo stato di attuazione del “Programma PAR-FSC (ex FAS) 2007-2013 al 31/12/2013“, redatta nel febbraio scorso al fine di fornire al Consiglio della Regione Liguria il quadro attuale della situazione in vista dell’imminente riprogrammazione 2014, spiega nel dettaglio le scelte regionali alla base del piano finanziario vigente (secondo l’ultima rimodulazione di novembre 2013) che dovrebbe garantire l’accesso alle risorse disponibili.

    La disponibilità iniziale per il programma regionale ligure ammontava a 342,064 milioni di euro (M) ridottasi a 320,562 M (deliberazione cipe 1/2009) e successivamente a 288,507 M (Legge 122/2010); la legge di stabilità 2014 riduce ulteriormente tale disponibilità a 270,548 milioni.
    Anche in presenza di riduzioni della dotazione finanziaria “la Regione ha comunque deciso di avviare un programma pieno – si legge nel documento – definito cioè sulla base della disponibilità iniziale (342,064 M, ndr), fermo restando il recupero delle economie derivanti dai ribassi d’asta, nonché dalla rinuncia di alcuni beneficiari, per ricondurre le somme alle disponibilità reali”.

    Il Par ha subito due modifiche relative rispettivamente: alla riprogrammazione 2012 “con l’adeguamento del programma alle sopravvenute esigenze (fenomeni alluvionali e mutate condizioni del quadro economico nazionale, nonché regionale), modifica che ha comportato l’introduzione dell’Asse E “Sanità” per 30 M e di una linea specifica per gli interventi sulla viabilità e su infrastrutture danneggiate dagli eventi alluvionali dell’ottobre-novembre 2011 per 16 M”; rimodulazione di novembre 2013 “con ulteriore riassestamento degli interventi sulla base delle reali capacità di realizzazione da parte delle stazioni appaltanti. In tal senso sono stati introdotti alcuni interventi (scolmatore del Bisagno, aggiustamenti in merito agli interventi sulle infrastrutture danneggiate dall’alluvione, minori risorse destinate ai vari progetti, sulla base degli importi rideterminati in relazione ai ribassi d’asta)”.

    Nel complesso – al 31/12/2013 – le stazioni appaltanti hanno perfezionato impegni complessivi per 155,970 milioni di euro, ed effettuato pagamenti per un totale di 116,624 M. Su tali importi l’impegno – in termini di quota FSC – ammonta a 79,194 M e la quota di spesa FSC rendicontabile ai fini del rimborso è pari a 53,702 milioni.

    Analizzando il piano finanziario e l’attuale livello di spesa scopriamo così che in diversi ambiti – molti dei quali strategici – le quote FSC effettivamente rendicontate ai fini della richiesta del rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico, sono spesso decisamente modeste.

    L’Asse A “Competitività del sistema economico” è suddiviso in Sub Asse A1 “Ricerca e Innovazione” e Sub Asse A2 “Accessibilità e mobilità sostenibile”. La quota FSC (secondo la rimodulazione di novembre 2013) prevista per il Sub Asse A1 è 57 milioni di euro complessivi (di cui 25 M “Insediamento Facoltà di Ingeneria nel Polo tecnologico degli Erzelli“; 25 M “Distretto ligure per le tecnologie marine”; 6,5 M “Poli universitari decentrati”; 20,5 milioni “Programma triennale per la ricerca e la innovazione”). Ebbene, fino ad oggi, la quota rendicontata è pari a zero euro per tutte e quattro le voci di impegno di spesa.

    Nel Sub Asse A2 (quota FSC prevista 90 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 22,9 M), tra gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, spiccano: “Terzo lotto dell’Aurelia bis di La Spezia (25 M, zero euro rendicontati); “Tunnel stradale Fontanabuona (25 M, quota FSC pagata 1,3 M); “Interventi su viabilità e infrastrutture danneggiate dall’alluvione” (16 M, quota FSC pagata 1,7 M); “Costituzione di un fondo per la diffusione mobilità sostenibile” (563 mila euro, quota FSC rendicontata 6 mila euro).
    Per fortuna nel Sub Asse A2 c’è anche un esempio positivo, per altro l’unico in tutto il piano: “Metropolitana di Genova completamento De Ferrari-Brignole” (17,4 milioni di euro, quota Fsc rendicontata 17,4 M).

    L’Asse B “Competitività del sistema ambiente e territorio” è suddiviso in Sub Asse B1 “Miglioramento qualità ambientale e territoriale” (quota FSC prevista 69,8 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 8 M) e Sub Asse B2 “Tutela e valorizzazione risorse ambientali e culturali” (quota FSC prevista 71,2 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 6,2 M).
    Nel Sub Asse B1 gli impegni di spesa non rendicontati, oppure pagati in misura minima, sono: “Regimazione idraulica tratto terminale Entella” (8 M, quota FSC pagata 229 mila euro); “Regimazione idraulica tratto terminale Nervia” (4 M, quota FSC rendiconta 154 mila euro); “Riqualificazione Comune di Arcola” (8 M, zero euro rendicontati); “Riconversione del parchi ferroviari di Busalla e Ronco” (1,5 M, zero euro rendicontati); “Completamento infrastrutturazione viaria Polcevera” (2,4 M, quota FSC pagata 144 mila euro); “Nuove opere pubbliche completamento lungomare Deiva Marina” (1,6 M, zero euro rendicontati); “Programmi strategici regionali” (27,6 M, quota FSC rendicontata 3,3 M); “Scolmatore torrente Bisagno 1° Lotto (5 M, zero euro rendicontati).
    All’interno del Sub Asse B2 troviamo l’intervento – “Grandi schemi fognari e/o impianti di depurazione” – per cui è stata impegnata la quota FSC più sostanziosa, ovvero 33,5 milioni di euro. Tuttavia, la quota FSC effettivamente rendicontata è pari ad appena 240 mila euro.
    Ma meritano una menzione speciale anche i seguenti casi: “Interventi di valorizzazione del patrimonio culturale” (13,6 M, quota FSC rendicontata 2,1 M); “progetto integrato Sistema Parchi e Alta Via Monti Liguri” (7 M, quota FSC pagata 508 mila euro); “Completamento rete ciclabile ligure, valorizzazione e promozione” (5,5 milioni, zero euro rendicontati).

    Infine, nell’Asse C “Sviluppo capitale umano”, Sub Asse C1 “Modernizzazione sistema istruzione e formazione”(quota FSC prevista 17, 7 milioni di euro, quota FSC rendicontabile 4,9 M) salta evidentemente all’occhio l’intervento “Alta formazione professionale – Istituti Tecnici Superiori” (4,1 M, zero euro pagati).

    Il documento regionale spiega poi nel dettaglio le modalità per ottenere in concreto le risorse allocate per le singole regioni. “A parte la prima erogazione prevista (a titolo di anticipo) all’approvazione del Programma, le successive erogazioni (acconti intermedi e finale) sono legate all’avanzamento del programma”. L’ultima certificazione effettuata dall’organismo di certificazione in data 14-02-2013 “ha consentito di formulare la richiesta relativa al secondo acconto e pertanto, allo stato attuale, risultano accertati in entrata 69,2 milioni di euro di rimborso. Viceversa l’attuale livello di spesa – 53,7 milioni – non è ancora sufficiente a formulare la richiesta per il successivo terzo acconto”, che consentirà di portare il rimborso a quota 92,3 milioni di euro (le soglie di spesa per la richiesta di acconti sono calcolate sull’importo complessivo intermedio di 288,5 M, mentre la disponibilità effettiva, dopo la Legge di Stabilità 2014, si riduce a 270,5 milioni).

    Per quanto riguarda l’imminente prossima riprogrammazione 2014 “il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico, ndr) ha chiesto che venga effettuata una riprogrammazione ritarata sui 290-300 M, con un margine di circa il 10% rispetto alla dotazione ufficiale, onde assorbire le eventuali economie che si dovessero registrare prima della chiusura del programma”. La Regione Liguria “prevede una riprogrammazione con l’incremento delle risorse dedicate: all’Asse E “Sanità”; all’alluvione (estendendo gli interventi anche ai fenomeni del 2012); sulla base del rinvio alla successiva fase (2014-2020) degli interventi non realizzabili, e quindi non rendicontabili, nei tempi previsti dell’attuale ciclo di programmazione, delle rinunce dei beneficiari stessi, delle ulteriori economie derivanti da ribassi d’asta”.

    «Per spendere adeguatamente le risorse nazionali ed europee la Regione Liguria dovrebbe possedere una forte capacità strategica – spiega il consigliere regionale Lorenzo Pellerano – Con un sistema di progettazione, monitoraggio e rendicontazione ben strutturato. E competenze specifiche negli uffici regionali deputati ad occuparsi di queste tematiche. Io, invece, ho l’impressione che gli uffici interni, perlomeno, non siano adeguatamente valorizzati. La Regione, insomma, deve mettersi profondamente in discussione se vuole migliorare la performance di spesa del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e dei Fondi Strutturali comunitari».
    «In corso d’opera la Regione ha introdotto alcuni indirizzi di spesa per accelerare l’utilizzo dei fondi su tematiche particolarmente urgenti, quali la Sanità (Asse E), e ciò può avere un senso – sottolinea Pellerano – Quello che, invece, non ha senso è nominare continuamente simili risorse, comunitarie e non, per ipotizzare gli impegni più svariati. Si tratta di un atteggiamento fuorviante perchè il FSC, ad esempio, è un fondo espressamente destinato a sostenere lo sviluppo e la coesione. Infine, per quanto riguarda la riprogrammazione 2014, non mi sembra ipotizzabile impiegare lo stesso schema che finora ha dimostrato di non funzionare».

    «Man mano che le stazioni appaltanti raggiungono determinate soglie di spesa l’amministrazione regionale può chiedere le contestuali tranche di rimborso al Ministero dello Sviluppo Economico – risponde l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 Regione Liguria – Il termine ultimo del 31 dicembre 2015 si riferisce all’attuazione dei progetti compresi nel programma del ciclo 2007-2013. Per quanto riguarda molti di essi, in effetti, il termine è sancito al 31/12/2015. Per altri progetti, invece, quelli considerati “strategici” che finiranno in accordi di programma quadro, ad esempio tutti gli interventi relativi alla Sanità che inseriremo nella riprogrammazione 2014, il termine conclusivo previsto è la fine del 2018»».
    Dall’Autorità di gestione ostentano sicurezza affermando che gli interventi partiti riusciranno a concludersi entro il dicembre 2015, mentre i progetti ad oggi non ancora avviati, inevitabilmente, non potranno essere portati a termine.
    «Il piano di riprogrammazione 2014 – anticipa l’Autorità di gestione del programma FSC 2007-2013 – sarà tarato su circa 303 milioni. E l’amministrazione conta di accelerare per validare al più presto una soglia di spesa intorno ai 63-64 milioni, in modo tale da ottenere il terzo acconto del rimborso ministeriale».
    «Migliorare la performance di spesa della Regione Liguria è particolarmente difficile – conclude l’Autorità – considerando che le stazioni appaltanti, come i Comuni, si trovano a confrontarsi con il Patto di Stabilità ed altri vincoli stringenti, senza dimenticare i problemi che affliggono le piccole e medie imprese del territorio. Comunque sia, diversi uffici regionali, a seconda delle differente tematiche di interesse, sono attivamente impegnati sull’FSC così come sui Fondi Strutturali europei».

     

    Matteo Quadrone

  • Il Giacinto, il fiore dei Greci e dei Romani. Coltivazione e caratteristiche

    Il Giacinto, il fiore dei Greci e dei Romani. Coltivazione e caratteristiche

    giacinto-1Il Giacinto è una pianta bulbosa, originaria dei Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo Orientale e di alcune regioni africane. Data la sua valenza estetica, questo bulbo si è nel tempo molto diffuso anche in Asia ed in Europa, dove viene oggi ampiamente coltivato. In Italia sono poi presenti alcune specie endemiche che presentano infiorescenze bianche e molto profumate.

    giacinto-2I Giacinti sono caratterizzati da sottili foglie verdi scure, carnose, nastriformi che spuntano in primavera da un bulbo arrotondato, tunicato, che può produrre nel tempo per suddivisione alcuni bulbilli laterali. Le piante possono raggiungere i trenta centimetri di altezza e sviluppare un folto cespuglio che dura però poco tempo, per il solo periodo dell’accrescimento delle foglie e della successiva fioritura. Terminata quest’ultima le infiorescenze e le foglie appassiscono ed il bulbo torna in riposo vegetativo, sotto terra, fino alla successiva primavera.

     

    giacinto-3

    Nel dettaglio, lo scapo floreale è composto da numerosi fiori a forma di campanella, riuniti in una sorta di “pannocchia”. Le piante che crescono spontanee in natura sono di dimensioni meno sviluppate e producono spighe floreali meno folte e più piccole.
    Si dice che il nome di questa pianta derivi dal personaggio mitologico Giacinto. Un giorno, mentre Apollo e Giacinto sarebbero stati intenti nel lancio del disco, Zefiro avrebbe deviato il vento e Giacinto sarebbe stato colpito alla tempia. Apollo avrebbe quindi trasformato Giacinto, ad imperitura memoria del sangue dell’amico, in una infiorescenza di colore rosso porpora intenso.

    giacinto-4fiori del Giacinto sono molto profumati e i colori variano dal rosa al lilla, all’azzurro fino al bianco puro. Le varietà ibridate possono essere anche arancioni, gialle o di colori estremamente intensi e, a nostro avviso, a volte esteticamente non molto riusciti. Da sempre apprezzati, i Giacinti erano già coltivati dagli antichi Greci e dai Romani sia per i fiori che per il profumo intenso che essi sprigionano. A Sparta erano invece molto impiegati per festeggiare le celebrazioni nuziali.

    Il bulbo cresce facilmente e non richiede cure particolari. Va interrato in autunno sia in piena terra che in vasi e contenitori e spunterà in primavera. Nei Paesi a clima mediterraneo esso può essere lasciato nel terreno anche d’inverno, altrove andrà rimosso dopo la fioritura e conservato in luogo fresco, buio ed asciutto, preferibilmente nella sabbia, fino all’autunno successivo.

    giacinto-5Nella sua collocazione andrà tenuto conto che, dopo lo sviluppo delle foglie e la successiva fioritura, la pianta sparisce nuovamente (come peraltro la stragrande maggioranza delle bulbose) fino all’anno successivo. Il Giacinto può essere anche coltivato con grande successo in casa nella stagione invernale, mediante l’impiego di bulbi appositamente “forzati”. In generale la pianta tende a produrre una prima fioritura molto appariscente che, negli anni successivi, diventa sempre meno rigogliosa. Spesso al posto di una grande spiga centrale si producono, a fronte del suddividersi del bulbo in tanti bulbilli, più infiorescenze di piccole dimensioni. A differenza del Narciso che, così ripartendosi, colonizza ampi spazi, il Giacinto tende invece a perdersi. Se si vorranno quindi piante rigogliose e fiori di grandi dimensioni, sarà necessario rimpiazzare di frequente i bulbi.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Elezioni europee, il vademecum. Dalla Maddalena a Bruxelles, campagna di sensibilizzazione al voto

    Parlamento-europeoNei paesi dell’Unione Europea si vota dal 22 al 25 maggio per l’elezione dei 751 deputati del Parlamento Europeo. Domenica 25 maggio gli italiani saranno chiamati alle urne per votare i 73 deputati che rappresenteranno il Paese.

    Cosa sanno i giovani delle prossime elezioni, cosa pensano e soprattutto chi voteranno? A poche settimane dalle elezioni torna a sentirsi in giro un trito ritornello. I giovani italiani sono lontani dalla politica. Seguono pochissimo, non si interessano alle notizie quotidiane, ignorano nomi, cariche, provvedimenti in discussione in Parlamento così come le dinamiche di partiti e movimenti. E quindi, alla fine, neanche votano. Tutto vero? Non sembra proprio. Infatti, secondo un’indagine di #‎Eurobarometro e dell’Office for National statistics britannico, il quadro non corrisponde a quello che raccontano le tornate elettorali. Anzi: i ragazzi italiani fra i 18 e i 24 anni nel 71% dei casi ci hanno provato almeno una volta, a tracciare quella croce o scrivere quel nome. Per molti, vista l’età, è stata anche l’unica in cui hanno avuto l’opportunità di farlo, dunque si tratta di un patrimonio di partecipazione da tutelare. È un dato che ci mette in vetta a livello europeo davanti a Grecia, (66%), Francia (64%), Spagna (61%), Olanda (60%) e altri vicini come Germania, Polonia, Svezia, Ungheria e Regno Unito. In questi ultimi due Paesi il tasso scende addirittura sotto il 40%.

    Il 9 maggio, venerdì scorso, era la Festa dell’Europa nonché l’anniversario della Dichiarazione Schuman, il discorso che il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman tenne a Parigi nel 1950 per la creazione di una nuova forma di cooperazione politica che avrebbe promosso la pace tra le nazioni europee. La proposta di Schuman è considerata l’atto di nascita dell’integrazione europea. A Genova, e in contemporanea a Milano, Firenze, Perugia, Napoli,  Palermo e Ancona, è stata organizzata la campagna istituzionale Lascia in segno in Europa, una fitta rete di iniziative di informazione e sensibilizzazione al voto, organizzata nell’ambito del programma comunitario “Gioventù in azione” e rivolta a stimolare la partecipazione al voto dei giovani italiani e ad informare i giovani sulle opportunità culturali e formative offerte dall’Unione Europea.

    “Lascia il Segno” alla Maddalena

    L’evento genovese (organizzato da Yeast, associazione di Promozione Sociale Youth Europe Around Sustainability Tables, coadiuvata dall’associazione di quartiere Ama, Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio) si è svolto alla Maddalena, ragazze e ragazzi, famiglie, bambini, persone di tutte le età hanno affollato Piazza Lavagna e il resto del quartiere; hanno mangiato, bevuto (tutto grazie agli esercizi della piazza, convenzionati) e ballato. Non mancava nessuno: erano presenti tutte le realtà attive del quartiere, da A.Ma. al Civ Maddalena. C’eravamo anche noi e grazie ai tweet di #EraOnTheRoad (per i più distratti qui c’è lo storify) abbiamo raccolto le voci dei protagonisti. I soci di Yeast e Ama, e altri giovani volontari, si sono resi disponibili a dare informazioni, naturalmente non legate ad alcuna parte politica (era la Festa dell’Europa, non una campagna elettorale!), con l’allestimento di spazi informativi e la distribuzione di materiale divulgativo (fumetto, cartoline, video, materiale cartaceo del Parlamento europeo). Uno sconto nei bar della zona era previsto solo per coloro che si fossero prima fermati al gazebo informativo di Yeast, avessero preso volantini e materiale e avessero… fatto una foto, in un set molto particolare. Ecco alcuni dei risultati migliori.

    Elezioni europee, il vademecum

    L’importanza

    Le prossime elezioni europee segnano una svolta, perché per la prima volta i partiti hanno espresso in anticipo la preferenza sul futuro presidente della Commissione. La Commissione europea è l’organo esecutivo e di propulsione dell’Unione europea. L’art.1 del Trattato sull’Unione europea rappresenta “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini.” Grazie al voto si può avere voce nel processo di integrazione in continuo divenire.
    Si eleggeranno i 751 deputati del Parlamento europeo, in carica per i prossimi cinque anni a rappresentare gli interessi degli elettori di fronte ai colleghi di tutta Europa. A seguito dell’adesione della Croazia all’UE nel luglio 2013, i deputati al Parlamento europeo sono diventati 766, ma questo numero sarà ridotto a 751 alle elezioni del 2014, in rappresentanza di oltre 500 milioni di cittadini. I seggi sono ripartiti secondo il principio di “proporzionalità decrescente”, per cui più deputati sono assegnati a Paesi più popolosi (in Italia verranno eletti 73 deputati: il numero più alto, dopo Germania con 96, Francia con 74, e a pari merito con UK)  e viceversa quelli con minore consistenza demografica saranno meno rappresentati (solo 6 rappresentanti per Cipro, Malta, Lussemburgo, Estonia, pur avendo più seggi di quanti sarebbero previsti applicando strettamente il principio di proporzionalità).

    In Italia le istituzioni della Ue per decenni sono state considerate secondarie, un ricovero per politici in pensione che non potevano riciclarsi nei rispettivi Parlamenti. Oggi qualcosa sta cambiando, per molti l’Europa è un trampolino di lancio verso una carriera internazionale e il ruolo ricoperto è di grande responsabilità e competenza: scegliere bene i candidati è fondamentale. Ad esempio, meglio preferire quelli che parlano uno o più lingue straniere, hanno competenze comprovate su tematiche di interesse generale e di ampio respiro, e portano avanti battaglie di dominio pubblico. Secondo la normativa dell’UE, diverse cariche sono incompatibili con quella di deputato al Parlamento europeo. Un deputato non può essere membro di un governo nazionale o di un parlamento nazionale, né un funzionario attivo di altre istituzioni europee.

    Quando?

    Le elezioni europee 2014 si svolgono nei 28 Stati membri dell’Unione in 4 giorni, dal 22 al 25 maggio. Ciascun Paese era libero di scegliere una data in cui recarsi alle urne. I risultati di tutti i 28 Stati saranno annunciati la sera di domenica 25 maggio.

    Quali sono i partiti?

    I movimenti politici transnazionali sono 13 (qui la lista), riuniti in vari gruppi confederali. I principali sono il Partito Popolare Europeo PPE e il Partito Socialista Europeo S&D (il Pse al Parlamento europeo fa capo al gruppo parlamentare S&D Socialisti e democratici). Cinque di loro hanno nominato un candidato alla presidenza della Commissione, che andrà a sostituire l’attuale leader Barroso. Il PPE ha nominato Jean-Claude Juncker, ex primo ministro del Lussemburgo ed ex presidente dell’Eurogruppo; il candidato dei socialdemocratici è Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo, sostenuto anche dal premier Renzi e dal PD; Liberali e Democratici hanno indicato Guy Verhofstadt, ex primo ministro del Belgio e attuale leader del gruppo dei Liberali al PE; i Verdi, invece, hanno scelto una coppia di deputati, il francese José Bové e il tedesco Ska Keller; infine, candidato per la Sinistra Europea è Alexis Tsipras, leader del partito greco SYRIZA, in Italia rappresentato dal gruppo L’Altra Europa.

    Le novità di queste elezioni

    Questa è l’unica occasione a livello europeo in cui gli elettori sono chiamati ad esprimere una preferenza, mentre negli altri casi (Commisione europea ed elezione del Presidente) l’elezione non è diretta. Il Parlamento, unica istituzione europea eletta a suffragio diretto, è oggi uno dei cardini del sistema decisionale europeo e contribuisce all’elaborazione di quasi tutte le leggi dell’UE in parità con i governi nazionali.

    Inoltre, sono anche le prime elezioni dopo il 2009, anno di entrata in vigore del trattato di Lisbona, che ha conferito al Parlamento europeo una serie di nuovi poteri. In primis, una delle principali novità è che, quando i rappresentanti degli Stati Membri nomineranno il successore di José Manuel Barroso alla presidenza della Commissione europea (autunno 2014), dovranno tenere conto dei risultati delle elezioni e nominare il leader della maggioranza scelta dai cittadini (tra Juncker, Schulz, Verhofstadt, Bové e Keller, e Tsipras). La nuova maggioranza politica che emergerà dalle elezioni, inoltre, contribuirà a formulare la legislazione europea per i prossimi cinque anni in settori che spaziano dal mercato unico alle libertà civili.

    Come si vota?

    Le elezioni devono essere a suffragio universale diretto, gratuito e riservato. I membri del Parlamento europeo devono essere eletti sulla base della rappresentanza proporzionale, ma ciascuno può scegliere il sistema che preferisce, con liste aperte o chiuse. In ogni Stato si possono costituire circoscrizioni elettorali e suddivisioni territoriali (come avviene in Italia, in cui i voti sono espressi in collegi elettorali separati, anche se alla fine i risultati delle elezioni sono determinati a livello nazionale).

    In Italia

    Nel voto di domenica 25 maggio (urne aperte dalle 8 alle 22) i 73 seggi che spettano all’Italia saranno scelti con il principio proporzionale “tanti voti, tanti seggi”. Unico limite: la soglia di sbarramento al 4%. Quei partiti che a livello nazionale non raggiungeranno almeno quella soglia non entreranno nell’europarlamento.

    Il territorio nazionale è diviso in 5 circoscrizioni: Nord-Est (14 seggi), Nord-Ovest (20), Centro (14), Sud (17) e Isole (8). Possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni e sono eleggibili quelli che hanno compiuto 25 anni. Non sono previste coalizioni, con l’eccezione della possibilità di collegamento per le liste delle minoranze linguistiche con un’altra lista.
    L’elettore dovrà scegliere una delle liste candidate semplicemente facendo un segno sul simbolo relativo. Inoltre può esprimere fino a tre preferenze, scrivendo il nome dei candidati negli spazi accanto al simbolo.
    Il Parlamento ha appena introdotto una norma molto discussa sulle cosiddette quote rosa che entrerà in vigore a pieno nel 2019 ma che avrà parziali effetti anche per il voto del 25 maggio: in caso in cui venissero espresse tre preferenze per candidati dello stesso sesso, la terza preferenza sarà annullata. Quindi nell’esprimere tre preferenze bisogna ricordarsi che almeno una deve essere per un candidato di sesso diverso dagli altri due.

    Chi vincerà?

    Si legge sul portale dell’Europarlamento: “Basandosi sull’opinione pubblica negli Stati membri, il Parlamento europeo e TNS Opinion presentano ogni settimana le proiezioni dei seggi dell’emiciclo. Non si tratta di un sondaggio sulle intenzioni di voto, ma della situazione dell’opinione pubblica negli Stati membri sulle elezioni europee del 2014”. Ecco le proiezioni a inizio maggio (Fonte: collaborazione tra il PE e TNS Opinion).

     

    Elettra Antognetti
    con la collaborazione di Stefania Marongiu di Yeast Genova

  • Genova 2021, Città della Tecnologia: il progetto per lo sviluppo high tech. Cosa è stato fatto?

    Genova 2021, Città della Tecnologia: il progetto per lo sviluppo high tech. Cosa è stato fatto?

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaTre anni fa la presentazione del progetto Genova 2021 Città della tecnologia aveva attirato attenzioni e aspettative non solo fra gli addetti ai lavori. L’obiettivo dichiarato era e rimane quello di giungere entro il decennio al consolidamento e lo sviluppo dell’high tech a GenovaUn progetto che parte quindi da una forte volontà di matrice industriale, la “paternità” è, infatti, di Dixet (distretto dell’Elettronica e delle Tecnologie Avanzate, costituitosi a Genova nel febbraio del 2001, raggruppa oltre 110 aziende) e Confindustria Genova. «L’idea di fondo – racconta Fabrizio Ferrari presidente dell’Associazione Genova 2021 – è cercare di creare un momento condiviso per imprese e imprenditori per fare dei ragionamenti di tipo strategico su quali tipologie di tecnologie investire e puntare, quali competenze mettere in condivisione per poter creare delle eccellenze sul territorio».

    Le parole chiave sono due: start up e high tech. Gli ultimi dati aggiornati Dixet-Confindustria Genova (marzo 2014) stimano che l’occupazione nel settore high tech nell’area di Genova sia di 14.200 unità, con 150 imprese e 4 miliardi di fatturato. Il numero di start up registrate alla CCIAA all’inizio di aprile era di 26, numero piccolo che diventa ancor più piccolo se consideriamo che comprende non solo le start up innovative. «Va ricordato – aggiunge Ferrari – che il tessuto industriale di Genova è costituito, soprattutto da piccole e medie imprese, anche per questo motivo si è pensato ad un progetto che riunisse più forze in modo da aiutare e coinvolgere anche i più piccoli».

    Nel 2011 viene pubblicato il documento che descrive le intenzioni del progetto Genova 2021, il documento propone il quadro generale del settore sul territorio metropolitano, quali aziende vi operano, di cosa si occupano e quali sono le intenzioni per il futuro. Fra il 2012 e 2013 si cominciano a prospettare soluzioni che possano includere industria e giovani. Poi, la decisione di dare una forma giuridica agli intenti espressi e così, a maggio 2013, viene fondata l’Associazione Genova 2021 – Città della tecnologia. I soci fondatori sono Confindustria Genova e Dixet e quelli promotori (chi ha messo a disposizione il budget per poter realizzare attività) sono Telecom, Banca Intesa Sanpaolo, Banca Carige e Finmeccanica.

    Ecco come si definisce l’associazione sul proprio statuto: “L’Associazione ha per finalità lo sviluppo, la promozione e il coordinamento delle attività e delle iniziative finalizzate alla crescita dei settori ad alta tecnologia costituiti dalle imprese, manifatturiere e non, ubicate nell’area metropolitana di Genova”.

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    Che cosa ha fatto nel concreto l’associazione da quando esiste?
    Ha lanciato tre progetti, che lo stesso presidente ama definire “pensatoi”;  in qualsiasi modo si voglia chiamarli, si tratta di momenti in cui un gruppo di persone, parte di imprese, ognuno con le proprie competenze specifiche, si incontra per condividere le proprie idee riguardo ad un obiettivo comune. Lo scopo è cercare di fare pianificazione, capire cosa si vuol fare, dove si vuole arrivare e come.
    Si è partiti individuando alcuni ambiti di interesse, in parte perché radicati nel territorio e in parte per creare terreni fertili nei quali condividere le capacità esistenti e quelle da inserire nel tessuto economico. «Il fatto di avere più teste intorno al tavolo permette di intercettare trend a livello mondiale (certo non si tratta di rivelare i propri segreti industriali) che probabilmente una singola azienda non potrebbe fare da sola – aggiunge Ferrari – chiaro è che grandi gruppi come Finmeccanica e Telecom hanno fatto un po’ fatica all’inizio, ma poi hanno capito e sposato l’intenzione».

    Vediamo quali tavoli/pensatoi hanno preso il via. Il percorso comune di tutti i “tavoli” prevede l’individuazione di un coordinatore, una prima riflessione interna diretta degli imprenditori coinvolti a cui segue un’apertura e un coinvolgimento delle istituzioni e dell’università. I primi due tavoli sono fortemente verticali e tecnologici: Fabbrica Intelligente e Porto Intelligente. Il terzo, chiamato Smart up di impresa, è dedicato ad un tema orizzontale che può coinvolgere più ambiti imprenditoriali e industriali. Vediamoli nel dettaglio.

    Fabbrica Intelligente

    «Il territorio metropolitano possiede una tradizione di manifattura di alta qualità e per permettere che questa rimanga parte integrante del territorio è necessario che sia sempre più tecnologicamente avanzata” queste le parole del coordinatore del progetto Giorgio Cuttica.
    Digital manifactury (cioè l’uso di un sistema integrato basato su computer che comprende strumenti di simulazione, visualizzazione 3D, analisi e collaborazione, per il processo produttivo) e 3D Printing (stampa 3D o additive manufacturing è un processo di creazione di un oggetto solido tridimensionale di qualsiasi forma da un modello digitale. Si ottiene tramite un processo in cui vengono aggiunti strati successivi di materiale per creare la forma) sono gli ambiti sui quali si sta lavorando.
    L’approdo sul tavolo della stampa 3D si deve al fatto che abbia grande versatilità, sia cioè applicabile a più ambiti industriali e, in più, rappresenti un trend a livello mondiale.
    Proprio a proposito del 3D Printing è stata fatta una prima analisi a verifica della fattibilità per la realizzazione di una start up che se ne occupi. Ora è necessario che qualcuno prenda in carico l’azione e realizzi un business plan, ma in questo caso la situazione sembra di stallo.  Dovrebbero far parte di questa nuova impresa, per ora ancora solo sulla carta, imprenditori del territorio (grandi imprese) e giovani interessati all’attività.

    «La partenza di questo tavolo è stata vivace – racconta Cuttica – una serie di aziende del territorio hanno aderito all’iniziativa e il gruppo di lavoro si è attivato». Il passo successivo – che ancora non si è concretizzato – è trovare un imprenditore che si prenda la responsabilità di realizzare davvero il business plan per la creazione di una nuova impresa. Sicuramente sono molti gli interessati al progetto 3D Printing, ma la realizzazione è lenta. «Quello che conta è la forte volontà di realizzare, con metodi nuovi, manifactury 2.0 di cui il 3d printing è solo uno degli aspetti – sottolinea Cuttica –  vogliamo far nascere un laboratorio che possa mostrare alle aziende quale è il passaggio che devono compiere per essere al passo con i tempi, cioè con il cambiamento che i processi produttivi stanno affrontando. Fino ad oggi – continua il coordinatore – abbiamo perso, e continuiamo a farlo, i processi manifatturieri in cui ciò che contava era la manodopera a basso costo, ci salviamo invece quando a contare è la capacità delle nostre forze lavoro e tecnologie”.

    In parole più semplici è necessario individuare quali possano essere le difficoltà dell’impresa, trovare una soluzione tecnologica che le risolva e aiutare le PMI a inglobarla al proprio interno in modo da poterla utilizzare per fare profitto, fino ad attirare gli interessi delle multinazionali sull’eccellenza genovese.

    Porto Intelligente

    Genova e il suo porto. Commercio, turismo, sicurezza… La tecnologia quanto potrebbe aiutare le attività dello scalo genovese? A questa domanda cerca di rispondere Genova 2021 con il coordinamento di Fabio Bagnoli. «Lo scopo del tavolo di lavoro è definire un’offerta integrata di nuovi sistemi e servizi, che provenga da una filiera di aziende, sia grandi industrie che piccole e medie imprese, appartenenti al tessuto locale – racconta Bagnoli – vorremmo rinsaldare la collaborazione tra i soggetti industriali e le Autorità Portuali, in particolare quella di Genova, di modo da creare un polo di eccellenza a livello internazionale, anche facendo del Porto di Genova una vetrina della tecnologie e delle soluzioni delle nostre aziende».

    Sicuramente si tratta di un tavolo di non facile gestione perché gli attori coinvolti sono molti, e non va dimenticata la regolamentazione europea che governa tutte le pratiche che si svolgono all’interno di un porto. Ad oggi, da quanto ci ha raccontato l’ing Bagnoli, il tavolo si è occupato di fare una valutazione della situazione attuale e dei possibili sviluppi, legati sia alle esigenze degli operatori in ambito portuale sia agli aspetti normativi in via di definizione. Sulla base di quest’analisi e del confronto con l’Autorità Portuale di Genova, si stanno definendo una serie di possibili percorsi, legati ad aspetti di logistica e gestione processi, sicurezza (safety e security), reti di sensori e monitoraggio, sistemi di automazione ed efficientamento energetico.

    Smart up di Impresa

    Un pensatoio dedicato alle start up innovative, come aiutarle ad emergere e a fare profitto. Ne abbiamo parlato con Aldo Loiaconi coordinatore del tavolo.
    «Inizialmente, tramite interviste, è stata fatta una mappatura delle realtà attive sul territorio in modo da capire di cosa concretamente hanno bisogno. Lo scopo finale è realizzare un incontro fattivo fra il mondo industriale e quello delle start up. Mettere insieme strumenti che possano essere d’aiuto, cercare di aggregare tutto ciò che è presente sul territorio e inerente al tema». Fare sistema, dunque, anche sul tema delle start up evitando il proliferare di iniziative che corrono parallele ma non si incontrano né si confrontano.

    Il gruppo di lavoro che si occupa di questo tema è eterogeneo (membri di CCIAA, Università, Selex… e alcuni startupper stessi).
    La prima fase del tavolo ha portato al coinvolgimento diretto alcuni startupper per comprendere le difficoltà incontrate nella creazione di un’impresa. Il dato emerso è che la prima difficoltà è la mancanza di conoscenza del mercato, non riuscire a mettersi in rete, seguita ovviamente dalla mancanza di fondi.
    «Vogliamo arrivare alla definizione di un’organizzazione, un sistema che faccia da supporto a chi vuole creare un start up – sottolinea il coordinatore – se vogliamo usare una parola ricorrente: un incubatore».
    Il processo che dovrebbe portare alla creazione di questo “incubatore” è stato suddiviso in tre fasi.

    Fase 1: creazione di un punto informativo a cui lo startupper si possa rivolgere e confrontare per dare risposta ai suoi dubbi e trovare soluzioni ai problemi. «Una volta stimolata la nascita di un’idea imprenditoriale bisogna fare in modo che questa venga valutata – aggiunge Loiaconi – e fare in modo che si crei un collegamento on i possibili finanziatori e con i facilitatori».
    In questo senso si sta creando un database di persone (indicativamente over 50) che abbiano esperienza imprenditoriale alle spalle da poter investire per dare una mano ai giovani che hanno difficoltà a muovere i primi passi. Gli aiuti sono impiegati principalmente per confezionare la proposta, analizzare il dettaglio tecnico e per quanto riguarda la parte amministrativa e finanziaria.

    La fase 2 comprende tutte le azioni di formazione, tutoraggioL’obiettivo è fare in modo che si creino dei contatti fra chi vuole aprire una nuova impresa tecnologica e i professionisti in grado di aiutarli: un consulente del lavoro, un esperto sulla gestione del brevetto o marchio, ad esempio, o un esperto in fondi pubblici o finanziamenti e così via. Inoltre è stata individuata come possibilità concreta quella di fornire a queste persone un luogo nel quale lavorare, una sorta di co-working presso un’azienda ospitante che in qualche modo sia coinvolta nell’ambito di interesse, il fine ultimo auspicato è la collaborazione fra le due realtà.

    Infine una fase conclusiva di sostegno allo sviluppo, alla visibilità sul mercato e alla promozione per facilitare l’accesso alla rete d’imprese. «Le start up che sono ancora “vive” il secondo anno sono il 10%. In genere il primo anno si tratta di avvio, investimento, non si è ancora sul mercato, si è preso un brevetto, iniziato a lavorare sul prototipo ma il prodotto non è ancora sul mercato, ecco perché la terza fase è importante» conclude Loiaconi.

    Il più recente incontro dell’Associazione Genova 2021 ha fissato delle deadline riguardanti il progetto Smart up di Impresa. Entro luglio 2014 attivare e presentare un’ipotesi di modello e business plan dell’organizzazione/incubatore, entro novembre 2014 attivare e costituire la struttura.

    Nell’attesa qualcosa si è già mosso. Il gruppo di lavoro Smart up di Impresa ha permesso la nascita della start up Mirabilar (http://www.mirabilar.com/), costituitasi nei primi mesi del 2014 grazie alla messa in contatto degli startupper con consulenti ed esperti.

    Erzelli e Expo 2015

    Impossibile non inserire un commento sul Parco Scientifico e Tecnologico degli Erzelli di Genova che, come leggiamo sul white paper Genova 2021, è “una necessità urgente, per dare avvio ad una fase di sviluppo ordinato e sinergico delle molte potenzialità presenti sul territorio”.

    Come già vi abbiamo raccontato in passato (qui l’approfondimento), il progetto Erzelli è in stallo. «È un progetto ancora in fase embrionale – ha dichiarato Fabrizio Ferrari presidente di Genova 2021 – tutti i progetti di cui abbiamo parlato avrebbero la loro collocazione naturale al suo interno, non è nel potere dell’associazione far altro se non esprimere un suo interesse che questo venga realizzato. Il progetto va portato a termine, l’unica cosa sensata è risolvere le questioni in sospeso con buona volontà da parte di tutti nella ricerca di una soluzione univoca».

    Il presidente racconta che qualcosa si sta muovendo anche per Expo2015 «si sta pensando ad un quarto tavolo legato al mondo dell’ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) con un focus sulla realtà aumentata, tema tecnologico, oltre ad essere un tema su cui Telecom (socio promotore ndr) punta molto per l’Expo, abbiamo la speranza di riuscire ad aggregarci a tutta la tematica dell’esposizione».

    Come da premesse, il progetto è ambizioso e sicuramente importante per Genova, staremo a vedere se le attività in stallo si muoveranno e ci auguriamo che l’esempio di Mirabilar non rimanga il solo.

     

    Claudia Dani
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    economia-soldi-finanza-banche-DIUna volta avevamo una politica certo litigiosa e inconcludente, ma che almeno adempiva il compito minimo di alternarsi. Non che io sia un fan della logica del bipolarismo – sia chiaro. Tuttavia l’esistenza di forze di destra, da un parte, e forze di sinistra, dall’altra, salvaguardava almeno l’apparenza che esistesse una competizione per il potere e che questa competizione si misurasse alle elezioni, nei confronti dei cittadini. Poi tutto è cambiato.

    Vi ricordate che giorno era? Era il 5 agosto del 2011. Il giorno prima lo spread tra i nostri titoli di stato a 10 anni e quelli tedeschi aveva toccato quota 400; la BCE aveva cominciato a preoccuparsi e così ci recapitava la famosa letterina a firma Trichet e Draghi (rispettivamente governatore uscente e governatore entrante), con cui informava il premier Berlusconi che si rendeva «necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori». Insomma, era il momento che cominciassimo a svegliarci, perché l’eurotower, purtroppo, non poteva far nulla; se non (bontà sua) indicarci le priorità da seguire (possibilmente per decreto legge, ossia scavalcando il Parlamento):

    1. Misure per la “crescita”: privatizzazioni a tutto spiano, abolizione della contrattazione salariale collettiva, assunzioni precarie e licenziamenti facili;

    2. Misure per i conti pubblici: riduzione automatica del deficit, pareggio di bilancio (meglio se in Costituzione), alzamento dell’età pensionabile e spesa pubblica sotto stretto controllo;

    3. Misure generali: maggiore efficienza della pubblica amministrazione (introduzione di rigidi parametri di performance in tutti i settori) e abolizione delle provincie.

    Da allora è sempre stata questa la vera agenda di tutti i governi italiani. Berlusconi, che non aveva la forza per imporla, fu sostituito da lì a breve (complice un’impennata clamorosa dello spread fino a quota 575). Dopo di lui Monti varò tutte le misure per ridurre i conti pubblici (dal fiscal compact, al pareggio di bilancio, fino alla riforma Fornero), salvo poi ritrovarsi bocciato alle elezioni insieme con tutta la politica di austerità. Nessun problema, naturalmente: quello che era stato fatto era stato fatto. I nuovi governi avrebbero dovuto solo evitare di smantellare le riforme dell’ex-commissario europeo e dedicarsi al resto del programma. In questo Letta ebbe qualche oggettiva difficoltà; per cui fu necessario passare il testimone a Renzi. Ed in effetti oggi il premier è tutto dedito a fare “riforme” del lavoro, a battagliare con i sindacati, ad annunciare privatizzazioni e abolizioni delle provincie: tutto rigorosamente all’interno del solco tracciato dai governatori di Francoforte.

    Fin qui niente di strano: tutto sommato ci siamo legati mani e piedi all’Europa proprio perché avevamo bisogno di una “tutela” esterna, essendo noi così pigri, dissoluti e inaffidabili. Resta il fatto, tuttavia, che il segno tangibile della nostra inadeguatezza, con l’aggravante dell’emergenza (che rendeva impossibile discutere ulteriormente), fu proprio la febbre dello spread. L’Europa non ci stava imponendo nulla: stava solo giungendo in nostro soccorso, per aiutarci a fare quello che noi non avevamo saputo fare, mandando in fibrillazione i mercati. Gli investitori non si fidavano più, non compravano il nostro debito e lo spread saliva alle stelle, minacciando la bancarotta dello Stato: era la dimostrazione che eravamo incapaci di gestirci e non avevamo altra scelta se non farci guidare dalla mano severa, ma giusta, della BCE.

    Qualcuno, però, fece notare che l’impennata dello spread era solo speculazione finanziaria, determinata dall’ambigua politica monetaria della BCE, priva di un preciso mandato per l’acquisto di titoli di Stato (per cui gli investitori potevano scommettere sulla bancarotta di un paese membro). In questo contesto – proseguivano i critici – le politiche di austerità chieste dalla BCE non potevano essere realmente efficaci; mentre le misure proposte per la crescita (liberalizzazioni, privatizzazioni e abbattimento delle tutele al lavoro) non avevano alcuna relazione con il problema dello spread. Dunque – concludevano costoro – la governance europea stava usando la crisi del debito solo per imporre assetti penalizzanti per i lavoratori.

    Queste critiche venivano rigettate parlando di “complottismo” e sostenendo che la speculazione avesse un’origine reale: la nostra inaffidabilità, la crescita negativa e l’alto debito pubblico. Bisognava dunque rispettare gli impegni, ridurre il debito e favorire lo sviluppo senza fare ulteriore spesa: in ultima battuta sarebbe arrivata anche l’occupazione. Il successivo calo dello spread, coerentemente, fu attribuito al risanamento intrapreso da Monti; e non alle tre parole dette da Mario Draghi il 26 luglio 2012, quando, lanciando il programma OMT, promise di fare tutto il possibile («whatever it takes») per tenere in piedi l’euro (cioè quello che fanno tutte le banche del mondo senza dettare condizioni). Tutte queste spiegazioni, però, appaiono totalmente smentite.

    Già a fine 2011 il governo Monti prevedeva per l’anno successivo una lieve recesisione pari a un -0,4%: andò a finire che  crollammo al -2,4%. A metà 2012 sempre Monti prevedeva di nuovo un -0,4% per il 2013: finì con un pesante -1,9%. L’anno scorso il governo Letta prevedeva un +1% per quest’anno, subito contrastato dall’ISTAT che si limitava a un più blando +0,7%. L’altro giorno le previsioni dell’OCSE ci hanno dato al +0,5%, in ulteriore calo rispetto al +0,6% delle stime già aggiornate: qualcuno offre di meno? Se a questo quadro aggiungiamo anche il recente rinvio del pareggio di bilancio, si può ben dire che in termini sia di crescita che di affidabilità stiamo facendo pessime figure.

    Pure il debito pubblico non è in migliori condizioni. Le recenti stime della Commissione UE lo danno prossimo al 135,2% del PIL, mentre nel 2011 eravamo “solo” al 120,1%. Le stesse stime danno anche la disoccupazione a livelli mai raggiunti: 12,8%. In tutto questo bel contesto, che teoricamente dovrebbe essere il terreno ideale per la speculazione, cosa combina lo spread? Schizza alle stelle minacciando di riportarci alla bancarotta? Au contraire, mes amis. Lo spread segna il minimo storico degli ultimi tre anni: 150 punti base.

    Ora, nel 2011 io non ero tra quelli che avevano capito. Io avevo appena cominciato a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava. Ma oggi c’è ancora qualcuno disposto a negare che lo spread è stato un imbroglio?

    Andrea Giannini

  • Intrecci Urbani, Genova si copre di lana. Un mese all’insegna dello yarn bombing

    Intrecci Urbani, Genova si copre di lana. Un mese all’insegna dello yarn bombing

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    Lo yarn bombing, letteralmente “bombardamento di filati”, è una nuova forma d’arte che nasce negli Stati Uniti nel 2005. Si tratta di un movimento internazionale che colora le città “vestendo” di lana e cotone statue, alberi, panchine e arredi pubblici. Una street art contemporanea che si esprime attraverso le antiche tecniche del lavoro a maglia e che usa la città come una tela da decorare con originali lavori artigianali

    Il successo della scorsa edizione, culminata in primavera con il grande evento al Porto Antico di Genova, è il biglietto da visita con cui si presenta l’edizione 2014 del progetto Intrecci Urbani. L’azione di yarn bombing (arte di strada che riveste gli arredi urbani e le strutture dei luoghi pubblici con coperture in filato colorato lavorate all’uncinetto o con i ferri) quest’anno coinvolgerà tutta la città. In questa seconda edizione compariranno ben nove installazioni di yarn bombing, nei parchi e nei giardini genovesi.

    Il progetto, promosso anche quest’anno dall’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Genova con la direzione artistica di Emanuela Pischedda dell’Associazione Culturale ColorInscena, si è potuto realizzare anche grazie alla collaborazione dei Municipi che hanno svolto un ruolo attivo nell’organizzazione e nel coordinamento delle attività a livello locale, nella creazione e tenuta delle reti dei partecipanti, nell’organizzazione degli eventi espositivi.

    Rispetto alla scorsa edizione si è passati da 80 a 97 gruppi di lavoro. Hanno aderito al progetto 38 associazioni culturali e della terza età, 12 scuole e istituti di formazione, 7 biblioteche e centri civici, 4 istituti per anziani e 24 strutture di vario genere tra cui asili privati, centri ricreativi e socio-sanitari per anziani e disabili, centri di educazione al lavoro, un gruppo di detenute del Carcere di Pontedecimo, la Banca del Tempo e centri di servizi educativi.

    Il tema sviluppato quest’anno è “Il Bosco Immaginario”. Elementi innovativi del progetto sono l’utilizzo di materiali di recupero e la realizzazione di manufatti tridimensionali. Vedremo quindi piante e animali di fantasia, “mostrilli” colorati e forme astratte realizzate non soltanto con lana ma anche con plastica, bottoni, stoffa, vecchi maglioni riciclati.

    Il programma di Intrecci Urbani 2014

    Il primo allestimento sarà inaugurato a Voltri nei Giardini di Piazza Odicini il 12 maggio alle ore 15. Questo l’elenco delle successive inaugurazioni:

    – Villa Scassi, Via Cantore, Sampierdarena (17 maggio, ore 14.30)
    – Giardini Piazza Manzoni, San Fruttuoso (22 maggio, ore 10)
    – Giardini Villa Bickley, Via Cervetto, Cornigliano (22 maggio, ore 15)
    – Giardini Magnanego, Via C. Reta, Bolzaneto (28 maggio, ore 16.30)
    – Giardini Pubblici della Doria, Struppa (30 maggio, ore 20)
    – Giardini Luzzati – vicino Piazza delle Erbe, Centro (30 maggio, ore 16.30)
    – Giardini G. Lercaro, Piazzale Rusca, Quinto (30 maggio, ore 14.30)
    – Giardino di Piazza Remondini – vicino Scuola Media Boccanegra, San Martino (6 giugno, ore 10.30)

  • La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    agricolturaNel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone (ed in particolare, di quel segmento che chiameremo “canzone d’autore”), occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza – in particolar modo in Italia – alla musica popolare. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni.

    In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo). Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi – penso sia lecito dire “purtroppo” – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale.

    Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia. Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività.

    C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione. I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili…e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

  • Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino

    Finite le grandi piogge, con l’approssimarsi della bella stagione è terminato anche l’allarme percolato a Scarpino che nei mesi scorsi aveva attirato l’attenzione e la preoccupazione di tutta la città. Mentre gli esperti chiamati in causa da Amiu stanno continuando il lavoro che porterà alla messa sicurezza definitiva di Scarpino 1, la parte vecchia della discarica chiusa da una ventina di anni, la partecipata del Comune ha presentato una prima bozza del piano strategico di messa in sicurezza dell’emergenza, sempre relativa a Scarpino 1, e di nuova gestione dei rifiuti per quanto riguarda Scarpino 2, che la stessa Regione ha definito discarica strategica all’interno del piano dei rifiuti liguri.

    «Non si tratta di un vero e proprio piano industriale – precisa il presidente di Amiu, Marco Castagna – che abbiamo temporaneamente congelato e che vedrà la luce nel mese di giugno, quanto piuttosto di una road map per la messa in sicurezza di Scarpino che lunedì pomeriggio presenteremo in sede di conferenza di servizi preliminare». Controllo del percolato, potenziamento della raccolta dell’umido e nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti, oltre naturalmente alla definitiva messa in sicurezza delle discariche di Scarpino 1 e 2, sono i punti cardinali di questo percorso di uscita delle emergenze di cui il sindaco Marco Doria è già stato messo a conoscenza.

    Messa in sicurezza definitiva di Scarpino 1

    «Il presupposto del nostro piano – spiega Castagna – è che Scarpino 1, ovvero la vecchia discarica che ci sta dando i maggiori problemi, venga trattata definitivamente come sito dismesso e segua il percorso sulla messa in sicurezza permanente dei siti industriali dismessi». Di conseguenza, anche i flussi di percolato dovranno essere distinti e dovrà essere potenziata la capacità di convogliamento di percolato. «Per quanto riguarda il percolato – aveva detto martedì l’assessore Garotta in Consiglio comunale,  rispondendo a un articolo 54 posto dal capogruppo di Lista Doria nonché membro storico degli Amici del Chiaravanga, Enrico Pignone – va ricordato che l’emergenza sversamenti è cessata lo scorso 11 aprile e attualmente, la vasca di accumulo presenta un livello inferiore di 3 metri a quello di massimo contenimento».

    Nel breve periodo, per evitare che il prossimo autunno si verifichino nuove situazioni allarmanti, prosegue il lavoro di regimentazione della acque piovane, attraverso la realizzazione di appositi pozzi, e l’impermeabilizzazione delle coperture per evitare la contaminazione del percolato. Ma le novità più importanti riguardano il noleggio di due impianti mobili di trattamento del percolato, che consentiranno di gestire eventuali esuberi di liquami per circa 100 metri cubi l’ora, e la “prenotazione” di una quantità di percolato smaltibile in altri impianti. «Dal momento che le aziende che smaltiscono percolato vendono in anticipo le quote di materiale che possono trattare – specifica il presidente di Amiu – ci siamo dovuti muovere tempestivamente con un’apposita gara che ha fissato la cifra massima intorno ai 7 milioni di euro spendibile nei prossimi due anni. Ma naturalmente pagheremo solo per la quantità di percolato che smaltiremo effettivamente: la speranza è che possa essere pressoché nulla». E se tutto ciò non dovesse ancora bastare sono pronte altre due vasche di accumulo temporaneo in grado di aggiungere ai 15 mila metri cubi già contenibili un’ulteriore capacità complessiva di quasi 3 mila metri cubi.

    In parallelo, sempre per quanto riguarda Scarpino 1, dovrà essere predisposto un piano più articolato di messa in sicurezza definitiva che tenga conto degli studi del pool di esperti che sta prendendo in esame l’opportunità di realizzare un impianto di trattamento di percolato direttamente nella discarica o in una zona più a valle.

    Potenziamento della raccolta dell’umido e nuova gestione di Scarpino 2

    Il secondo punto fondamentale del piano di uscita di Amiu dall’emergenza riguarda, invece, un nuovo sistema di gestione di  Scarpino 2, che dovrà sostanzialmente annullare la produzione di percolato e punterà sul potenziamento spinto della raccolta e del trattamento della frazione organica, indispensabile per ottenere il via libera della Regione all’autorizzazione per continuare a operare a Scarpino ampliando i volumi della superficie utilizzabile.

    «Dobbiamo raccogliere l’umido e smaltirlo separatamente» spiega ancora Castagna. «Partiremo quindi con una campagna intensiva di potenziamento della raccolta dell’organico presso le grandi utenze commerciali (alberghi, ristoranti, fruttivendoli…NdR) passando entro la fine dell’anno dalle attuali 600 a circa 2600. Poi, potenzieremo la raccolta nei quartieri già raggiunti dai cassonetti marroni mentre nel corso del 2015 la estenderemo a tutta la città». L’umido così prelevato verrà conferito a impianti fuori regione, in attesa che a fine 2017 entri in funzione il nuovo biodigestore. Nel frattempo, a luglio 2015 arriveranno due nuovi impianti di separazione secco/umido per quanto riguarda la raccolta indifferenziata che verranno posizionati nella aree Volpara e Rialzo per un importo complessivo di circa 4,5 milioni di euro.

    Il rischio frane

    C’è, tuttavia, ancora un elemento, sollevato dall’edizione genovese di Repubblica, che potrebbe preoccupare e riguarda il pericolo frane del terreno di Scarpino impregnato d’acqua. La questione si riferisce in particolare a due specifiche richieste inoltrate dalla Provincia ad Amiu un paio di mesi fa. La prima riguardava un nuovo piano di gestione dell’emergenza dal punto di vista dei livelli di criticità e relative informazioni agli enti a cui l’azienda ha già ottemperato. La seconda, invece, impegnava la partecipata a una verifica della quantità di acqua contenuta all’interno del corpo della discarica ai fini di una valutazione di stabilità della stessa.

    «Premesso che la discarica è costantemente monitorata sotto questo punto di vista e che anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro – specifica il presidente Castagna – abbiamo consegnato alla Provincia uno studio che noi stessi abbiamo ritenuto parziale. Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione, infatti, non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati in discarica che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     Simone D’Ambrosio

  • Mercati comunali, la riqualificazione passa dai privati: Tursi promuove il nuovo modello di gestione

    Mercati comunali, la riqualificazione passa dai privati: Tursi promuove il nuovo modello di gestione

    mercato-frutta-verdura-sarzanoC’era una volta un mercato comunale alla Foce, all’incrocio tra corso Torino, via Ruspoli e via della Libertà, che contava 28 banchi al coperto. Dopo la mannaia della crisi economica, gli operatori rimasero 4, in una struttura alquanto vetusta e decadente, e decisero di riunirsi in Consorzio e chiedere al Comune di Genova la concessione del diritto di superficie per poter riqualificare e rilanciare l’area. Fu così che il Consiglio comunale, dopo un dibattito piuttosto acceso, si è trovato ieri ad approvare la delibera che ha stabilito la costituzione del diritto di superficie per l’area del Mercato comunale della Foce all’omonimo neo-costituito consorzio. Un provvedimento – passato con 20 voti favorevoli, 10 contrari (Lista Musso, Pdl, Lega e Udc) e 5 astenuti (M5S e Anzalone del Gruppo misto) – che ha suscitato polemiche in aula, soprattutto dal capogruppo Pdl Lilli Lauro che ha puntato il dito sulla mancanza di una gara per l’assegnazione dell’area pubblica oltre ad avanzare dubbi sulla buona fede del progetto: «In secondo luogo, 4 operatori avranno a disposizione 28 banchi: mi sembra chiaro che si tratta di un’operazione speculativa per guadagnare dalla vendita dei posti liberi. Mi stupisco che una giunta di sinistra tuteli il capitale piuttosto che il lavoro».

    «Se non ci fosse stata l’iniziativa di questi operatori, il destino del mercato sarebbe stato la chiusura» ha risposto Gianni Vassallo, consigliere Pd ed ex assessore al Commercio. «Se non sosteniamo queste iniziative imprenditoriali di riqualificazione a costo zero per il Comune, cos’altro dovremmo sostenere?».

    L’operazione, comunque, sembra avere tutti i crismi della regolarità, come confermato in aula dal segretario generale del Comune e come ribadito dall’assessore allo Sviluppo economico, Francesco Oddone: «Una delibera di indirizzo del 2009 circa la gestione dei mercati comunali rionali prevede che se almeno il 50% degli operatori si riunisce in consorzio, l’amministrazione possa concedere il diritto di superficie agli stessi». In realtà, il procedimento è un po’ più complesso. La delibera n. 87 del 24/11/2009 prevede, infatti, che il 51% degli esercenti attivi sul mercato possano formulare una comunicazione d’interesse per l’acquisizione del diritto di superficie della struttura; ottenuta dagli uffici comunali la stima per l’operazione, l’amministrazione può vagliare la richiesta secondo l’interesse pubblico qualora la stessa venisse formalizzata dal 75% degli operatori mercatali previa costituzione di un organismo consortile.

    Nessun problema, dunque, per il Consorzio Mercato Foce a cui ha aderito la totalità dei commercianti sopravvissuti. Per cui i 4 operatori, più altri soggetti che prima non operavano nell’area ma hanno aderito al Consorzio in previsione dell’apertura di nuove attività, investiranno complessivamente quasi 1,5 milioni di euro per far rinascere il mercato: 420 mila euro rappresentano il corrispettivo da riconoscere al Comune per l’alienazione del bene e il diritto di superficie di durata venticinquennale, poco meno di un milione di euro invece è la cifra preventivata per la riqualificazione dell’area sia dal punto di vista igienico-sanitario sia da quello strutturale e degli spazi esterni. Una cifra che le casse di Tursi non avrebbero assolutamente potuto sostenere nel breve periodo. «E comunque – prosegue Oddone –  il mercato non viene certo regalato ma ceduto in gestione a privati per 25 anni, con paletti molto precisi. Alla scadenza il bene ritorna al Comune che nel frattempo ha incassato i diritti di superficie e si dovrebbe ritrovare una struttura ristrutturata e riqualificata».

    C’è, poi, un ulteriore aspetto che non va dimenticato, ovvero la tutela del territorio e del commercio di prossimità. «Se si facesse una gara aperta con il trionfo del liberismo selvaggio – sostiene l’assessore – si dovrebbe puntare per forza di cose al massimo ricavo e con tutta probabilità vincerebbe qualcuno che avrebbe poco interesse al mantenimento del mercato quanto piuttosto alla realizzazione di qualcosa di più ampio, come un supermercato». Con questa operazione, invece, si va a “premiare” chi ha mantenuto vivo il mercato in questi anni e ha manifestato la disponibilità a sobbarcarsi un intervento economico non irrilevante per far ripartire la struttura. Una sorta di “second best”, come lo definisce lo stesso Oddone: «Non è il meglio in assoluto ma è un buon secondo perché riteniamo che il commercio di prossimità, contrariamente ai grandi centri commerciali, sia una risorsa che mantiene vivi i nostri quartieri, con un presidio importante per il territorio e la socialità. Certo, se avessimo le risorse pubbliche sufficienti, la nostra scelta prevalente potrebbe essere il modello di Barcellona con mercati pubblici che restano tali grazie all’investimento diretto dell’amministrazione ma all’interno hanno fiorenti operatori privati. Purtroppo, il mondo reale oggi non ci consente questa opzione. Possiamo parlare a lungo del perché non sia stato fatto in passato con una scelta che ritengo colpevole e scellerata ma sta di fatto che non siamo in grado di investire tutti i milioni di euro che servirebbero per i mercati genovesi». Da qui la necessità di affidarsi a strade alternative per evitare quella che altrimenti sarebbe stata inevitabilmente la chiusura di una struttura che ha perso l’85% dei suoi esercenti.

    Una strada non vista di buon occhio da Enrico Musso: «Siamo certamente favorevoli a promuovere l’iniziativa privata in questo settore – ha detto l’ex senatore – ma c’è un neo gigantesco in questa operazione. Bisogna, infatti, verificare con una procedura a evidenza pubblica che quella scelta dall’amministrazione sia per il Comune la migliore offerta possibile ricevuta, altrimenti si vanifica il valore dell’iniziativa stessa».

    Di diverso avviso Luciovalerio Padovani (Lista Doria): «Non è detto che il patrimonio pubblico debba necessariamente essere assegnato con un appalto. Qualora il soggetto proponente persegua finalità pubbliche condivise dall’amministrazione si possono configurare rapporti di tipo concessorio. In questo caso particolare, con una gara pubblica si rischierebbe di non garantire il commercio di prossimità ma di finire col favorire i grandi gruppi commerciali».

    mercato-comunaleSi delinea così sempre più una mappa cittadina di mercati di tipo nuovo, diversificato nella tipologia di gestione e interessante anche dal punto di vista dell’attrattività turistica. «Abbiamo il Mercato del Carmine – ricorda l’assessore Oddone – quello di piazza Sarzano, avremo questo della Foce e quello di Di Negro vorrebbe seguire lo stesso modello: mi piacerebbe che altri mercati entrassero in questo circolo virtuoso. Certo bisogna tenere presente le specificità di tutti: l’Orientale, ad esempio, che è un vero e proprio spettacolo anche dal punto di vista architettonico, ha molte risorse ma anche molti vincoli, vive bene, ha tanti turisti ma potrebbe anche vivere meglio». L’assessore guarda anche verso il futuro, puntando modelli virtuosi non così lontani dal punto di vista territoriale ma distanti anni luce dalle nostre concezioni imprenditoriali. «Dobbiamo superare certe resistenze culturali. A Barcellona, dentro ogni mercato rionale c’è un piccolo supermercato che si integra perfettamente con gli altri prodotti venduti dai banchi più tradizionali». Un sistema che funzionerebbe benissimo anche da noi. «In piazza Sarzano, ad esempio, di fronte al nuovo mercato c’è un supermercato che si aiuta vicendevolmente con gli operatori dei banchi. Se noi riuscissimo ad applicare questo modello, sollecitando gli operatori a riunirsi in consorzio che è la base giuridica da cui tutto deve necessariamente partire, avremmo risolto una buona parte dei problemi di riqualificazione e sostentamento di questo settore».

     

    Simone D’Ambrosio

  • In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    In via del Campo nascono i fiori: la storia di Rossella Bianchi, il ghetto e la comunità trans

    in-via-del-campo-nascono-i-fiori-rossella-bianchiL’abbiamo incontrata al Berio Cafè per la presentazione del suo libro In via del Campo nascono i fiori (edito da Imprimatur), lei è Rossella Bianchi, la trans presidente dell’Associazione Princesa fondata da Don Andrea Gallo. I lettori più attenti ricorderanno lo speciale di Era Superba sul Ghetto, chi scrive aveva già conosciuto Rossella in quell’occasione (qui l’intervista): mi era piaciuta subito, vedevo in lei grande dignità. Di poche parole, ma al contempo aperta e disponibile nei miei confronti, ha suscitato in me dal primo momento simpatia, ammirazione e curiosità. Rossella avrebbe tante storie da raccontare, mi dicevo. Adesso, quelle storie le ho trovate nel suo libro, un libro onesto, sincero e senza censure. E nel locale della biblioteca Berio, ho avuto la possibilità di approfondire con lei quello che all’epoca, per pudore e per rispetto, non le avevo chiesto.

    “Sono nato il 14 novembre 1942 in un paesino delle colline lucchesi da una famiglia contadina. Da piccolo sentivo il desiderio di immedesimarmi in una identità femminile. Fino a quando ho creduto di essere l’unica mente malata sulla faccia della terra, avevo pensato a come aggirare l’ostacolo: farmi prete”. Così scrive nel suol libro Mario Rossella Bianchi. Poi sappiamo già com’è andata: ha deciso di non farsi prete ed è arrivata a Genova, nei vicoli, dove tutt’ora esercita il mestiere più antico del mondo.

    L’arrivo a Genova, città in cui si è dovuta ambientare, le violenze, le amiche perse lungo la strada, la piaga della droga, poi l’arrivo di Don Gallo, come un angelo, come un amico, più di un padre.

    La storia di Rossella e del Ghetto

     «Farvi sorridere, emozionare e riflettere, senza pretese letterarie era lo scopo che mi ero posta e penso di averlo raggiunto». È una storia difficile la sua, come quella di molte altre trans arrivate negli ’60 (e poi nei decenni a seguire fino ad oggi) nel Ghetto, quadrilatero racchiuso tra Via del Campo, Via Lomellini, Via delle Fontane e Via Balbi. È una storia anche orgogliosa: quella di una persona forte e determinata. È la storia di chi ha vinto: ha vinto la sfida più grande, quella con se stessa, non solo con gli altri.

    «Fin dalle scuole elementari avevo capito che qualcosa in me non quadrava: ero attratta dai ragazzini. A 8 anni ho incontrato il mio primo (e unico: da grande mi sono rifatta abbondantemente!) amore platonico, che però non mi corrispondeva. Ho capito subito di essere “diverso” e le mie zie, quando lo hanno saputo, mi hanno mandata a Lourdes per chiedere la grazia alla Madonna e farmi tornare “normale”. Lì ho conosciuto una ragazzina di Milano che si è invaghita di me e mi ha invitata a trovarla nella sua città. Le mie zie mi hanno mandata a pranzo da lei, erano 7 tra fratelli e sorelle, il padre era un maresciallo della buon costume! Primo piatto servito a tavola, un vassoio di finocchi: oh Madonna, ho pensato, qui finisco nel piatto pure io!».

    Una simpatia naturale e intelligente, che coinvolge il pubblico del Berio Cafè  e cela una personalità più complessa e riflessiva «Tra i 15 e i 20 anni, ho scritto una cinquantina di poesie, tutte un po’ cupe: percepivo le difficoltà del futuro. Facevo la “checca pazza” in giro, facevo un vanto del mio essere diverso e mi autos-puttanavo (non esisteva ancora la parola outing), ma alla sera mi guardavo allo specchio e capivo che qualcosa non andava ed ero triste, di una tristezza leopardiana». All’epoca Mario viveva ancora nella provincia lucchese e iniziava a frequentare le prime amicizie gay. In quegli anni il battesimo di Mario come ‘Rossella’, un omaggio alla protagonista di “Via col Vento”: «tutti i miei amici gay avevano un nome femminile, di un’attrice o comunque con riferimento mai casuale. Avevo paura che mi dessero un soprannome brutto: pensate che una di noi la chiamavano “Aiutami a piangere”! Alla fine mi hanno chiamata Rossella perché, in preda a sofferenze amorose, decisi di reagire pronunciando la frase del noto film: “Domani è un altro giorno”. Sono passati 50 anni e sono ancora Rossella, anche se i miei documenti non dicono la stessa cosa».

    Nello stesso periodo le difficoltà a trovare un lavoro: la sua esuberanza non la faceva passare inosservata e, nella provincia toscana degli anni ’50-60, non erano molti quelli disposti a offrirle un lavoro. Da qui la decisione di emigrare a Genova. «Sono arrivata a Principe il 31 dicembre 1964: era la prima volta. Mi sono diretta in Vico delle Cavigliere, nel Ghetto, dove abitavano alcuni amici che mi aspettavano per festeggiare il capodanno: il tassista nemmeno voleva portarmici. Non nego che l’impatto sia stato brutto. Era sporco, pieno di prostitute e brutta gente, ma dopo pochi giorni me ne ero innamorata perdutamente e mi sono trasferita qui. C’era un’atmosfera nuova: qui non ti facevano sentire diversa, ero una come tutti. Così ho deciso di restare, ma non è stato facile, mi sono successe tante cose negative. Alla fine però non mi sono mai arresa».

    rossella-princesa-trans-ghettoLa sua vita privata, da questo momento, si intreccia con la storia del ghetto di Genova, segue le sue trasformazioni sociali e urbane. Il quartiere inizia a trasformasi, arrivano i ragazzi, travestiti, truccati e colorati. Anche Rossella così decide di tagliare i legami con la vita di prima… All’epoca era illegale: vigeva il reato di mascheramento, retaggio fascista (decaduto più tardi con una sentenza della Cassazione), così c’erano frequenti incursioni e arresti da parte delle forze dell’ordine. «Eravamo non transessuali ma travestiti: uscivamo la mattina pronte a tutto, anche ad essere arrestate e passare la notte in cella. Quando ci prendevano, ci rilasciavano la mattina dopo, con la barba che aveva vinto la battaglia con il fondotinta. Una lotta continua con la polizia fino agli anni ’70, ma siamo ancora qui».

    [quote]Molte di noi, nei primi tempi, non erano nemmeno troppo attraenti: sembravamo uscite da un film di Fellini e se il regista avesse fatto una capatina nei vicoli avrebbe trovato del bel materiale![/quote]

    Arrivano gli anni ’70, scompare la polizia ma sopraggiunge la piaga dell’AIDS, la droga, la morte per overdose, i suicidi: una peste. Era il 1975, era arrivata l’eroina e si era portata via l’entusiasmo e la gioia di vivere. «Ci sono caduti quasi tutti e l’ambiente era invivibile. Ci siamo salvate in poche: non le più intelligenti ma le più fortunate, quelle che non hanno incontrato le persone sbagliate nel momento sbagliato». Poi, negli anni ’90, l’immigrazione: arrivavano nel ghetto i diseredati, i “senza futuro”, quelli che erano costretti a delinquere perché non avevano scelta. Oggi la situazione si è normalizzata e chi è rimasto si è integrato.

    Fino alla storia die nostri giorni, l’ordinanza dell’ex sindaco Marta Vincenzi, che imponeva di chiudere i bassi perché un’offesa al pudore. Da qui una battaglia costata molti soldi, e una causa persa. Poi, però, siccome nulla viene per caso, c’è stato anche l’incontro con Suor Teresa, una suora brasiliana che è stata trait d’union tra le trans e Don Gallo: il padre che ha preso a cuore la causa delle Princese e le ha aiutate a restare nel ghetto. Anzi proprio lui le ha chiamate così: sapete da dove viene questo nome? Princesa era una trans brasiliana arrivata in Italia per guadagnare soldi per la madre e i fratellini. Lavorava a Roma e metteva da parte un buon gruzzolo che consegnava in custodia alla proprietaria della pensione in cui alloggiava; al raggiungimento della somma desiderata, scoprì che nel frattempo la padrona aveva speso tutto. Princesa l’ha accoltellata ed è stata condannata per omicidio: dal carcere ha scritto un libro, che ha poi ispirato la celebre canzone di Fabrizio De André.

    Il libro di Rossella si snoda attraverso gli eventi più importanti, quelli che come sliding doors hanno cambiato il corso della sua vita e di tutto il ghetto: «Ho vissuto una vita intensa, nonostante il carcere e le altre disavventure, ma non rimpiango niente. Se fossi stata diversa, non sarebbe stata così speciale. Vorrei che tutti la potessero vivere».

    La stesura del manoscritto è iniziata 4-5 anni fa: all’epoca era solo una bozza, un’idea che sembrava un sogno anche alla stessa autrice. Oggi il sogno è diventato realtà: l’appuntamento di martedì era il primo di una serie di incontri per la promozione del testo, che andrà oltre i consueti tre mesi. Lo conferma Domenico Chionetti, portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto: «Partiamo dal basso in tutti i sensi, perciò il libro avrà una lunga promozione, cercheremo di portarlo in tanti territori e sarà presentato in estate anche all’interno del Gay Village romano. La storia di Rossella si legge tutta d’un fiato: la storia di una straordinaria emancipazione collettiva e della più grande comunità transessuale d’Italia».

     

    Elettra Antognetti

  • Lascia il Segno in Europa: alla Maddalena una giornata dedicata alle elezioni europee

    Lascia il Segno in Europa: alla Maddalena una giornata dedicata alle elezioni europee

    Piazza-lavagna-vicoli-centro-storico-D2Ci siamo, fervono i preparativi. È previsto per venerdì 9 maggio in Piazza Lavagna, nel quartiere della Maddalena, l’evento “Lascia il Segno in Europa”, organizzato da Yeast, associazione di Promozione Sociale Youth Europe Around Sustainability Tables, coadiuvata dall’attiva associazione di quartiere Ama, Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio. Un evento che si rivolge soprattutto ai più giovani e vuole sensibilizzare la cittadinanza sul tema delle prossime elezioni europee in programma in tutti i paesi membri dal 22 al 25 maggio, e per le quali si vorrebbe ottenere un buon grado di partecipazione.

    Si tratta di istituzioni, quelle europee, spesso (almeno così insegna la storia passata) trascurate e relegate al rango di “politica di serie B”: adesso, a Genova come in altre città italiane, alcuni giovani di varie associazioni si sono coordinati e hanno unito le forze per cercare un’inversione di tendenza, verso una maggiore responsabilizzazione a livello europeo. Non si può negare che, comunque, negli ultimi anni un cambiamento ci sia stato: la crisi finanziaria, così come quella interna ai singoli Stati, ha fatto sì che si guardasse sempre più ‘fuori’, verso l’Unione Europea: in alcuni casi, questa strategia è stata usata dai politici per scaricare le tensioni interne e riversale all’esterno, su un organismo ancora non bene conosciuto e definito; in altri casi si è trattato di esplorare realmente le potenzialità che questa Europa, a 60 anni dalla sua fondazione può darci, in termini di incentivi sociali, aiuti economici, mobilità.

    Da qui prende avvio il lavoro alla Maddalena. Non legata ad alcuna parte politica, l’iniziativa mira a far comprendere ai giovani in età di voto, con linguaggio semplice e metodi non formali, il ruolo del Parlamento Europeo come rappresentante dei cittadini perché, come dice Stefania Marongiu, organizzatrice, «queste elezioni sono decisive! E vorremmo la Maddalena brulicante e danzante».

    Progetto LIS, Lascia il segno

    L’evento si inserisce in un progetto europeo più ampio, il Progetto LIS – Lascia il segno (Azione 4.5 Programma “Gioventù in Azione”), di cui Yeast è partner. LIS nasce con l’obiettivo non soltanto di informare sulle elezioni europee, ma di fare in modo che il momento elettorale e la sua preparazione diventino uno strumento per favorire la partecipazione attiva e diretta di un gruppo di giovani alla vita sociale.

    A questo scopo LIS realizza una campagna informativa e di sensibilizzazione al voto, organizzata nell’ambito del Programma Comunitario “Youth in Action”: la campagna è iniziata nel mese di aprile e continua fino al 20 maggio, in collaborazione con i Servizi Sociali di Palermo e Milano e del Dipartimento della Giustizia Minorile di Palermo e Ancona. I protagonisti saranno circa 60 giovani (di cui 30 con disagio) in varie regioni d’Italia, ovvero Sicilia, Toscana, Marche, Lombardia, Liguria. Proprio i ragazzi saranno gli ideatori e i protagonisti della campagna e si rivolgeranno direttamente ai loro coetanei con un messaggio informale, giovane nel linguaggio e negli strumenti. Per questo motivo, è stato attivato un sito, www.lasciailsegnoineuropa.eu,  un canale YouTube www.youtube.com/lasciailsegnoineurop e un account Facebook www.facebook.com/lasciailsegnoineuropa, che contano oltre 500 mila visualizzazioni a settimana. Il progetto ha avuto anche il riconoscimento da parte della Presidenza della Repubblica e della Camera.

    Il momento clou delle attività sarà proprio fra il 9 e l’11 maggio, in concomitanza con la giornata dell’Europa, quando eventi ad alta visibilità saranno organizzati a Milano, Firenze, Palermo, Ancona e Genova con l’allestimento di spazi informativi e la distribuzione di materiale divulgativo (fumetto, cartoline, video, materiale cartaceo del Parlamento europeo).

    LIS a Genova

    L’evento genovese è in programma il 9 maggio in Piazza Lavagna dalle 16 alle 23.
    Yeast e le associazioni di quartiere organizzeranno, con il patrocinio di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio Centro Est e Informagiovani, una manifestazione con musica, cibo, bibite. Oltre ad Ama, infatti, sarà presente anche il Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio. «Per arrivare ai giovani si deve essere seri ma usare i canali di comunicazione giusti – commenta Stefania Marongiu, fra gli organizzatori dell’evento – per questo ritengo importante a Genova il ruolo di Yeast, “luogo” di incontro per i giovani della provincia, e intermediario tra i giovani e le istituzioni europee e locali. Inoltre, la Maddalena è un quartiere da vivere. Ricco di vita e cultura. Il nostro Civ è motore attivo della cultura del quartiere e della città. Crediamo molto in questo evento e pensiamo possa essere di giovamento a tutto il quartiere».

    Chi vorrà potrà prendere informazioni sulle elezioni presso un gazebo informativo, presieduto dai soci di Yeast, a disposizione per spiegazioni e delucidazioni. Ci sarà anche un buffet, si potrà ascoltare musica e vivere il quartiere sorseggiando e pasteggiando nei bar della piazza, con uno sconto riservato a chi passerà al gazebo, ascolterà le informazioni, prenderà il materiale e… si farà fotografare con la documentazione!

     «Non è vero che i giovani sono lontani dalla politica e non sono cittadini attivi – continua Stefania –Yeast stesso e la sua rete locale e internazionale sono composti da associazioni in cui l’età media si aggira tra i 20 e i 30 anni. Da Scienziato Politico quale sono (ribadendo che ne sono fiera e che la Politica è una Scienza!), credo che il problema reale sia non valorizzare al meglio i giovani che sono cittadini attivi, soprattutto a Genova. Per noi è importante portare l’Ue a Genova e Genova in Ue attraverso i giovani! Il vero cuore del futuro».

    Saranno coinvolti anche gli alunni delle scuole Byron, Deledda, Emiliani, Pertini, e gli studenti dell’Università degli Studi di Genova. Era Superba è media partner dell’iniziativa, vi racconteremo tutto su Twitter, con una puntata speciale di #EraOnTheRoad, per trasmettere lo spirito della giornata a chi non potrà essere fisicamente con noi. Per tutti gli altri, invece, ci auguriamo che vogliate partecipare direttamente, raggiungerci in Piazza Lavagna e diventare soggetti attivi della manifestazione e della nostra diretta on the road.

    Elettra Antognetti 

     

    Il partenariato del progetto è costituito da: Associazione InformaGiovani (Palermo, ente capofila), USSM – Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni (Palermo e Ancona), SEAD – Servizio Educativo Adolescenti in Difficoltà (Milano), Associazione Rete 100 passi (Palermo), Radio Incredibile (Ancona), Graphimated (Palermo) Comune di Palermo.

    Il progetto può inoltre contare sulla collaborazione con l’ENS – Ente Nazionale Sordi ed ulteriori contatti sono stati avviati per formalizzare ulteriori collaborazioni con enti pubblici (Regioni Lombardia, Marche e Sicilia, Comune di Terni) e privati (Agenzia Ansa, Quotidiani).

  • Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    quarto ex osp psichiatrico. accordo di programma. planimetria.002L’accordo di programma tra Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 ed Arte, siglato nel novembre scorso (29/11/2013), oltre a sancire la salvaguardia delle funzioni pubbliche in 2/3 della parte ottocentesca dellex Ospedale Psichiatrico di Quarto (l’altra porzione dell’ex manicomio, invece, è già stata venduta dalla Regione a Valcomp II, società partecipata da Fintecna Immobiliare), prevede in essere anche l’adeguamento strutturale degli stessi padiglioni – 1, 2, 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23, 24 – di cui l’azienda sanitaria genovese ha riacquistato la disponibilità, nell’ottica di accogliere funzioni sanitarie differenziate.
    A distanza di poco più di cinque mesi dalla firma dell’intesa, salutata positivamente sia dalle istituzioni sia dall’opinione pubblica – nonostante permangano comunque alcuni nodi critici come la viabilità di accesso al complesso e la carenza di parcheggi a supporto dei servizi pubblici (nuova piastra sanitaria o “Casa della Salute” del Levante, che dir si voglia, e centro servizi) – facciamo il punto della situazione analizzando nel dettaglio quali interventi, e relativi costi a carico della collettività, sono necessari affinché il complesso di Quarto possa trasformarsi in luogo idoneo per la fruizione delle future attività.

    Scorrendo gli atti ufficiali dell’azienda sanitaria scopriamo così che la spesa stimata per ristrutturare l’area supera i 9 milioni e 600 mila euro, dei quali 8 milioni saranno reperibili tramite l’accensione di un mutuo. In allegato alla Delibera n. 115 del 27 febbraio 2014 (Manovra patrimoniale di cui alla L.R. n. 22/2010, provvedimenti necessari all’attuazione dell’accordo di programma di cui alla deliberazione 673/2013), l’Asl 3 ha predisposto un aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione dell’ex OP di Quarto” che prevede “un costo complessivo per l’adeguamento delle sedi Asl 3 interessate dalla ricollocazione delle funzioni pari ad euro 9.610.000.00, di cui 7.550.000.00 per la sola sede di via Maggio 6 (ex OP Quarto)”.
    Parziale copertura potrebbe essere garantita dalla valorizzazione tramite vendita dell’immobile di via Bainsizza 42 (attuale polo sanitario del Levante), come previsto dal sopracitato accordo di programma. Tuttavia, il documento sottolinea “nelle more dell’avvio delle procedure di valorizzazione dell’immobile sito in via Bainsizza 42, ed al fine di poter dare corso immediato agli interventi necessari, si rende opportuno prevedere l’accensione di un mutuo per l’importo residuo pari ad almeno euro 8.000.000”.
    Scelta confermata nella Delibera n. 207 del 10 aprile 2014, con la quale si avanza la richiesta formale di autorizzazione a contrarre un mutuo decennale per complessivi 13 milioni e 950 mila euro (con rate annuali di 1.650.000) finalizzato a realizzare: opere di ristrutturazione nell’area ex OP Quarto (8 milioni); nuovo Laboratorio di Patologia Clinica dell’Asl 3 presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo (3 milioni e 850 mila euro); ristrutturazione e adeguamento funzionale del Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale Villa Scassi (2 milioni).

    La riorganizzazione di Quarto e lo spostamento di alcune funzioni in altre sedi

    Manicomio di QuartoL’aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione” contempla l’utilizzo delle seguenti strutture di proprietà dell’Asl 3, ottimizzando l’occupazione degli spazi in base alle funzioni svolte all’interno di ciascuna di esse: ex OP di Quarto; ex Ospedale Celesia, padiglione a valle; palazzina via Maggio 3 c/o sede Provincia; viale Bracelli 237R – 243R; viale Frugoni; ex Ospedale di Recco. Inoltre è in fase di trattativa la possibilità di locazione da altri enti pubblici, o scambio di proprietà con altri enti pubblici, di spazi da destinarsi a SC Formazione e SC Psal Levante (per entrambe le strutture complesse l’azienda sta valutando l’ipotesi di spazi esistenti all’interno del Celesia).

    Come spiega il documento dell’Asl 3, presso l’ex OP di Quartosarà trasferita tutta l’attività sanitaria svolta presso la sede di via Bainsizza, realizzando la cosiddetta “Casa della Salute” e potenziandola, tra l’altro, con attività di distribuzione diretta dei farmaci”. Si prevede poi di “Mantenere il Centro Disturbi Alimentari; mantenere tutte le funzioni degenziali legate ai pazienti psichiatrici, accorpando le attuali due strutture in un unica sede e realizzando in essa livelli differenziati di assistenza; mantenere presso l’attuale sistemazione la parte residenziale e semiresidenziale dei disabili gravi; mantenere il Centro di Educazione Motoria; ampliare la sede del Sert; mantenere la Direzione del Distretto di Levante, la Direzione del Dipartimento delle Cure Primarie e delle Attività Distrettuali e l’attività delle SC Cure Primarie”. Inoltre verranno realizzati ex novo “tutti gli impianti di alimentazione elettrica e termica. Gli impianti attualmente in uso, infatti, sono collocati in spazi oggetto di cartolarizzazione”.
    Infine, si evidenzia che “dovrà essere affrontato all’interno del PUO (progetto unitario operativo che l’accordo di programma prevede a carico di Arte) il nodo dell’accessibilità e dei parcheggi per la struttura. L’accessibilità attuale è garantita attraverso proprietà private (aree Fintecna), così come le aree individuabili, in oggi, come parcheggio da destinarsi alla struttura sanitaria, insistono anch’esse su proprietà di Fintecna”. Un recente incontro, promosso dall’assessore all’Urbanistica e Vicesindaco di Genova, Stefano Bernini, ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico tra Asl 3, Fintecna e Arte per affrontare in maniera congiunta tale problematica.

    Nell’attigua sede di via Maggio 3, invece, saranno trasferite “la Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, ristrutturando inoltre il Centro Salute Mentale lì già operante ma in locali fatiscenti, l’attività dell’Assistenza Domiciliare Integrata e della Guardia Medica”.

    Il programma triennale delle opere pubbliche 2014 – 2016, approvato dall’Asl 3 con Delibera n. 230 del 15 aprile, specifica nel dettaglio i costi. In particolare, per via Maggio 3: “ristrutturazione Centro Salute Mentale, nuova sede Dipartimento Salute Mentale e nuovi locali Guardia Medica e Assistenza Domiciliare Integrata (stima 535 mila euro, in progettazione)”; per l’ex OP Quarto: “nuova Casa della Salute (2 milioni e 400 mila euro, in progettazione), ampliamento Sert presso padiglione 24 (548 mila euro, in progettazione), nuova residenza psichiatrica il Camino presso padiglione 20 (1 milione e 40 mila euro, in progettazione), ristrutturazione padiglione di ingresso compreso restauro facciata (2 milioni e 100 mila, pianificato), nuova centrale termica e cabina MT e BT e sistemazione fondi, spogliatoi e camera mortuaria (1 milione e 600 mila, pianificato), nuova sede Centro Educazione Motoria (800 mila euro, pianificato), nuova sede Centro Disturbi Alimentari (300 mila, pianificato)”.

    Per quanto riguarda gli altri spostamenti: l’attività interdistrettuale di Medicina dello sport, attualmente svolta in via Bainsizza, sarà ubicata presso la sede di via Bracelli, la centrale di sterilizzazione destinata al territorio troverà posto all’interno dell’ex Ospedale di Recco, mentre gli uffici della SC Bilancio e Contabilità saranno ospitati in via Frugoni. Resta, infine, da trovare una nuova sede dove accentrare i magazzini economali aziendali. E si procederà ad esternalizzare i servizi di cucina (è in corso procedura di gara a tal fine, vedi la nostra inchiesta) e la gestione degli archivi (procedura di gara da avviare).

    Trasferimento malati Alzheimer

    manicomio-quarto-D3Il trasferimento che suscita maggiore preoccupazione è quello dei malati ancora oggi ospitati nel Centro Alzheimer dell’ex manicomio di Quarto, destinati a traslocare presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo, in locali di nuova realizzazione recentemente ristrutturati. I famigliari dei pazienti, però, sono fortemente contrari ed hanno scritto una lettera aperta indirizzata al Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, al Sindaco di Genova, Marco Doria, al Direttore Generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni.
    Nonostante le ripetute sollecitazioni e i colloqui rassicuranti avuti con il Direttore dell’Asl 3, Bedogni, resta la previsione dello spostamento al Celesia, unico trasferimento previsto di malati (gli altri restano al loro posto, comprese le Direzioni, il Centro Disturbi Alimentari, ecc.) – si legge nella missiva – Se così fosse, la situazione, già di per sè problematica, si aggraverebbe ulteriormente da molti punti di vista. Innanzitutto, i nostri malati sarebbero costretti ad instaurare nuovi rapporti con il personale di cura e di assistenza, perdendo il riferimento sicuro di relazioni consolidate e conquistate nel tempo, spesso con grande fatica. Ma vi sono anche altri fattori che sconsigliano vivamente di allontanare i pazienti da questo luogo ormai familiare, come il rapporto con gli altri malati Alzheimer, curato particolarmente dal personale, tenendo presente che, per qualcuno, il periodo di familiarità con l’ambiente, con gli operatori e con gli altri degenti, dura da diversi anni. Infine, e non certo per ultimo, la vicinanza con i familiari”.
    La lettera è stata scritta dopo l’incontro del 17 marzo scorso, quando l’Assessore Regionale alla Salute, Claudio Montaldo, ha prospettato la possibilità di inserire il settore dei malati di Alzheimer di Quarto sopra la collina di S. Martino, al Centro “Galliera” in via Minoretti, anziché al Celesia di Rivarolo. “Ma anche questa soluzione, per quanto preferibile rispetto al Celesia, non riduce la nostra preoccupazione per il necessario riadattamento da parte dei malati ad una nuova collocazione, a luoghi e persone sconosciute che causerebbero nuovo disorientamento – continuano i familiari – Il complesso di Quarto è sorto sulla spinta di una nuova cultura socio-sanitaria, di promozione della salute attraverso ambienti protetti e condizioni di vita che riproducono al massimo la quotidianità. Se Quarto è un modello di edilizia socio-sanitaria che giustamente viene conservato per le altre fasce deboli della popolazione, ancora di più dovrebbe essere messo al servizio delle persone con Alzheimer. E, quindi, perché dover spostare questi malati? Ma la città di Genova e la stessa Regione è possibile che non abbiano un riguardo per i pazienti, tra i più indifesi, come sono quelli afflitti dal morbo di Alzheimer? A chi si deve fare posto a Quarto? Si parla di costruire palazzi e box per gli inquilini, realizzare attrezzature sportive, trovare spazi per uffici, e quant’altro. E tutto questo passa davanti a malati così gravi!“.

    La risposta dell’assessore Montaldo non si è fatta attendere: «Nell’incontro del 17 marzo abbiamo spiegato ai famigliari che si tratta di un trasferimento di funzioni, non di persone. Le situazioni delle persone verranno esaminate caso per caso, individuando di volta in volta la soluzione migliore per i pazienti e per le famiglie. Finora non c’è nessuna decisione imminente. Sappiamo, però, che prima o poi il centro dovrà chiudere».

    Reazioni e commenti

    Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti), da sempre attivo sul tema ex OP di Quarto, commenta così gli ultimi sviluppi della vicenda: «L’azione sinergica di diversi soggetti quali Municipio Levante, Comune di Genova, Coordinamento per Quarto, ha consentito di salvaguardare, almeno parzialmente, la funzione pubblica del complesso, ma allo stesso tempo rende inevitabile l’esecuzione di determinati interventi per adeguare gli spazi alle nuove funzioni».
    Secondo Pellerano «Nel corso del tempo la partita di Quarto è stata portata avanti senza una strategia precisa, ed oggi ne paghiamo le conseguenze. Sulla parte ottocentesca dell’ex manicomio, probabilmente perché si ipotizzava la vendita totale, negli ultimi anni non è stata compiuta una manutenzione puntuale. Quindi, oggi è necessario spendere cifre significative per metterla a posto. Io personalmente assicuro il mio impegno nel vigilare affinchè le risorse vengano impiegate correttamente. In consiglio regionale chiederò l’esatta tempistica dei lavori, visto che i cittadini hanno il diritto di sapere quando sarà pronta la nuova Casa della Salute. Con il senno di poi, se da parte della Regione e dell’Azienda sanitaria ci fosse stata una progettazione più attenta, forse, il costo finale della riorganizzazione dei servizi sanitari a Quarto poteva essere più contenuto. Ma ormai dobbiamo pensare a limitare i danni, come per altro abbiamo fatto scongiurando la vendita totale dell’ex OP».

    Il sindacato autonomo Fials, fin da subito scettico in merito alla bontà dell’operazione Quarto, ha gioco facile nel domandarsi retoricamente: «Ma la vendita dell’ex OP non doveva servire a ripianare il disavanzo sanitario? Adesso, invece, sul bilancio regionale peserà un notevole esborso (mutuo di 8 milioni, più affitto di 1 milione all’anno che Asl 3 paga ad Arte per i locali già ceduti ma ancora utilizzati dall’azienda sanitaria). Dunque, come avevamo facilmente previsto, la vendita dell’area è stata funzionale esclusivamente a manovre di “bilancio”».

    «Sicuramente Quarto non è stata un’operazione lungimirante dal punto di vista economico – sottolinea Antonella Bombarda, segretaria della Cgil Funzione Pubblica LiguriaAllo stato attuale, però, non esistono alternative. Se davvero si vogliono mantenere in quell’area delle funzioni sanitarie, la ristrutturazione dei padiglioni storici di proprietà dell’Asl 3 è improcrastinabile».

    Matteo Quadrone

  • Fiera Internazionale della Musica a Genova, la presentazione e le voci dei protagonisti

    Fiera Internazionale della Musica a Genova, la presentazione e le voci dei protagonisti

    imageCi siamo. Tutto pronto per la Fiera Internazionale della Musica in programma dal 16 al 18 maggio alla Fiera del Mare di Genova. Lo hanno annunciato questa mattina gli organizzatori durante la presentazione alla stampa nella sala conferenze del padiglione B. La giovane struttura affacciata sul mare e progettata dall’archistar Nouvel, sarà il fulcro della manifestazione, ma non l’unica location. Verranno allestiti cinque palcoscenici di 10 metri per otto, postazioni dedicate a dj, un palco dedicato alla libera espressione musicale, l’area incontri e jam session, uno studio televisivo in streaming e molto altro. Trecento eventi in programma nei tre giorni di fiera più altri trecento eventi estemporanei.
    Numeri importanti per una tre giorni di eventi arricchita da tante sorprese, come ad esempio la presentazione in anteprima internazionale del pianoforte più leggero del mondo (parliamo di uno strumento la cui struttura non veniva modificata dal lontano 1825).
    «Grazie a Verdiano Vera, grazie a questi matti pieni di passione che in questi giorni invadono la nostra Fiera – ha commentato Sara Armella, presidente Fiera di Genova – un’occasione per puntare i riflettori su questo “padiglione blu”, una struttura stupenda che ha caratteristiche architettoniche uniche».

    Proprio Verdiano Vera, direttore del FIM, racconta le fatiche per arrivare a questo punto: «In otto mesi di lavoro siamo riusciti a organizzare questo evento nonostante la mancanza di sostegno delle istituzioni. Questo grazie ad uno staff sempre più numeroso e all’appoggio di importanti partner privati, un binomio che ha permesso di arrivare sino a qui, alla presentazione di un evento importante per Genova sia dal punto di vista culturale che turistico. Abbiamo coinvolto sedici istituti alberghieri e arriveranno pullman da tutta Italia e non solo. Avremo visitatori dalla Francia, dalla Spagna e anche dal Giappone e della Corea».

    La passione e la sana pazzia, dunque, non sono gli unici ingredienti. L’obiettivo principe del FIM è quello di offrire un momento di incontro, unire elementi distanti fra loro, ponendosi come contenitore e interlocutore di tutte le componenti del mondo musicale, rivolgendosi ad un pubblico più ampio e toccare tutte le rappresentanze della musica.

    La serata di inaugurazione di venerdì 16 sarà dedicata al chitarrista leggenda Jimi Hendrix, saliranno sul palco diversi artisti uniti nel nome di Bambi Fossati, grande chitarrista genovese oggi alle prese con una brutta malattia. Una dedica speciale, nel giorno in cui tanti compagni di viaggio saliranno sul palco per eseguire i brani di Hendrix, da Marco Zuccheddu ad Andrea Cervetto.

    Grande risalto verrà dato non solo ai tantissimi artisti presenti, sia sul palco che nell’area incontri, ma anche ai tecnici della musica. Su tutti Eddie Kramer, il produttore dei Kiss, l’uomo che ha registrato i Beatles, i Rolling Stones, David Bowie ed Eric Clapton.

    Durante il FIM verranno consegnati anche i FIM awards 2014. Kramer sarà uno dei premiati per la categoria leggende del rock, con lui Bobby Kimball (storica voce e frontman dei Toto), Colin Norfield (tecnico dei Pink Floyd) e il grande batterista internazionale Michael Baker. Per la categoria premio Italia premiati Omar Pedrini, i Gem Boy, il comico Fabrizio Casalino, il cantautore Alan Sorrenti e il chitarrista Andrea Braido. Premio alla carriera per i Camaleonti, Ivan Cattaneo, Don Backy, Mal dei Primitives e i Delirium, oltre al premio speciale legato alla danza per Nicolò Noto. Non è finita, per gli awards saliranno sul palco per la categoria regionale i Buio Pesto, Roberto Tiranti, l’Orchestra Bailam, i Tuamadre e Claudia Pastorino.

    Proprio il leader dei Buio Pesto Massimo Morini e il cantante-bassista Roberto Tiranti hanno voluto intervenire alla presentazione dell’evento per sottolinearne la grande portata e il valore della manifestazione.
    «Il mugugno non serve piu a un belino – ha sentenziato Morini – il FIM è un esempio di sinergia importante e tutta la città deve remare dalla stessa parte. A memoria Genova non ha mai ospitato un evento simile. Deve essere solo l’inizio di un percorso che Verdiano Vera ha condotto fino a qui con grande coraggio, queste realtà creano occupazione e ricchezza».

    Tiranti ha voluto invece porre l’accento sulle polemiche riguardanti il contributo economico richiesto agli artisti emergenti per esibirsi: «Una polemica che proprio non riesco a comprendere, in altnativa si può benissimo restare a casa, a suonare in cantina. Questa è un’occasione unica per esibirsi in una situazione che probabilmente molti artisti emergenti non vivranno più. Non capisco perché criticare il contributo degli artisti, quando il piu delle volte la realtà quotidiana è fatta di esibizioni nei locali che raramente pagano, e se pagano lo fanno poco e male».

    Tutti gli spettacoli e il programma dei tre giorni sul sito ufficiale del FIM.

  • Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    silvia-robertelliViaggiare e cercare di cogliere il senso del luogo in cui ci si trova. Coglierlo per immagini, e farlo attraverso un sottile segno di matita che su un quaderno delinea, a tratti snelli e veloci, l’impressione che quel luogo, con le sue evocazioni e i suoi particolari irripetibili, ha generato dentro di noi. Questo è ciò che più di tutto viene fuori dal lavoro di Silvia Robertelli.
    Immagini di luoghi consegnati allo sguardo dello spettatore, che si immedesima ma rimane in qualche modo “insoddisfatto”, perché i disegni di Silvia mostrano solo un frammento, un angolo, e il resto sta all’immaginazione, tanto da far venir voglia di andare a vedere di persona i posti rievocati sulla carta: «Scegliendo che cosa esporre (per la mostra presso Cibi&Libri, ndr), in modo molto spontaneo è emerso dai miei lavori il tema del viaggio, e soprattutto delle città. Mi sono accorta quasi per caso che questo tema ritornava spesso nelle mie rappresentazioni e ho pensato che potesse assumere un significato accostare questi lavori che appartengono a momenti di vita molto diversi – dal 2011 ad oggi. Per me il viaggio è un movimento solitario verso e attraverso realtà nuove; non importa la lontananza, essere dall’altra parte del mondo o nella tua stessa città: è intraprendere strade nuove, sentieri mai percorsi e stupirsi voltando l’angolo. In questo senso ci sono molte affinità con la creazione artistica: necessariamente a confronto con se stessi, si percorrono strade nuove e si sorride con stupore».

    silvia-robertelli-3A vent’anni Silvia ha iniziato a viaggiare: «Il mio primo viaggio da sola è stato in Spagna nel 2009, per andare a trovare mia sorella in Erasmus ad Alicante, approfittandone poi per passare qualche giorno da sola a Valencia. In allegra compagnia di un’australiana, di un messicano e di un newyorkese, incrociati casualmente e spontaneamente, mi son lasciata trasportare nella vita della città e mi sono innamorata del viaggiare da sola».
    Poi, il trasferimento a Urbino per perfezionare i propri studi, e l’inevitabile scoperta che anche questa occasione stava generando nuove riflessioni, finite tutte in un taccuino che poi è stato stampato e rilegato, diventando una sorta di racconto breve per immagini accompagnate da frasi concise: «Questo librino, poco più che un quaderno di schizzi, è nato raccogliendo disegni di vari moleskine durante il primo anno a Urbino, dove mi ero trasferita per frequentare l’Isia, i brevi ritorni a Genova, e i lunghi tragitti in treno». Così si spiega la bellissima visuale soggettiva con cui Silvia sembra mostrare allo spettatore ciò che lei vedeva, attraverso i suoi stessi occhi: «Erano tutti disegni fatti per esercizio, dal vero, senza un intento preciso. Erano ritratti rubati di passeggeri addormentati in treno, le colline fuori dalle finestre durante le lezioni, momenti in città seduta al sole, la nuova casa e la casa di sempre. Rimescolando le immagini, il racconto è venuto da sé, le parole sono uscite fuori dai disegni stessi, per guidare e suggerire un percorso nella quotidianità. Questo mio lavoro parla delle emozioni contrastanti dell’iniziare a vivere in un posto nuovo: la ricerca di un’intimità con il luogo, trovare i propri “posti segreti” dove rifugiarsi, la meraviglia e la scoperta, il piacere delle piccole cose, ma anche la malinconia e la lontananza. Un lungo viaggio, insomma».

    da "Ritorno a Genova", Silvia Robertelli
    da “Ritorno a Genova”, Silvia Robertelli

    Così da queste immagini esce qualcosa che suggerisce un indefinito senso di riflessiva e malinconica intimità. Viaggiando, guardando, incontrando, ti allontani da ciò che è noto, diventi permeabile e ti lasci attraversare dall’ignoto, forse fuggi, in parte, per perdere e ritrovare te stesso alla fine del viaggio. Tornando al punto di partenza, come nella grande stampa “Ritorno a Genova”. Sul noto tema della fuga e ritorno alla nostra città, spesso madre ostile, racconta: «Genova è difficile, attrae e respinge al tempo stesso. E’ facile cercare (e soprattutto trovare) molto altro altrove, lamentarsi di quanto manchi alla città e quindi andar via; ma al tornare si percepisce quanto sia mancata, unica e bellissima in tutte le sue contraddizioni, quanti “giardini segreti”, quanti tesori nasconda nei suoi vicoli».

    Che si tratti di Urbino o di Parigi, il luogo determina lo stile e il risultato e in ogni caso quel che conta è sperimentare il più possibile: «Cambio molto stile e tecniche nei miei lavori; da un lato sicuramente perché sto ancora scoprendo tante cose e non ho ancora trovato il mio stile “definitivo”. D’altra parte vorrei sempre continuare a sperimentare e confrontarmi con tecniche e modi differenti e non fossilizzarmi su un solo modo di fare illustrazione. Del resto, le proprie creazioni riflettono quel che siamo e io sento di cambiare costantemente. La serie di illustrazioni di Parigi è del 2011, e credo che il momento che stavo vivendo spieghi sia la tecnica utilizzata che il tipo di atmosfera. Stavo frequentando l’ultimo anno della triennale in Disegno Industriale e mi trovavo in Erasmus. E’ stato in quel momento che ho scoperto che potevo usare in modo creativo gli strumenti digitali che mi avevano insegnato per la progettazione grafica, che ho scoperto qualcosa di più dell’illustrazione e che ho iniziato a immaginare di poter percorrere questa strada. Facevo uno stage in un’agenzia di comunicazione e tra un lavoretto di grafica e l’altro (per lo più noiosa manovalanza) avevo iniziato, per divertimento, a illustrare Parigi: tutti i suoi colori e la miriade di piccole sorprese che di giorno in giorno scoprivo in quei mesi. Un modo per portare la vita frizzante che c’era fuori all’interno di quell’ufficio un po’ noioso».

    Tra una sperimentazione e l’altra, inoltre, Silvia ha avuto l’opportunità di essere illustratrice per Garante Infanzia e Città Amica, esperienza cui è giunta «grazie a due buoni amici: Massimiliano Salvo, giornalista per Repubblica, è curatore del sito Garanteinfanzia.it, un portale di informazione legato all’Unicef dedicato sia ai ragazzi sia a genitori che insegnanti, dove si parla di attualità, diritti dei bambini e dei ragazzi, scuola. Daniele Salvo, suo fratello, è laureando in Urbanistica e sta seguendo il progetto Genova Città Amica dell’Infanzia e dell’Adolescenza, promosso dal Comitato Unicef Genova. Si tratta di un’indagine condotta in tutte le scuole della provincia sulla percezione dello spazio urbano da parte dei ragazzi, con l’obiettivo di coinvolgerli nella definizione degli spazi. Il progetto nazionale Città Amica ha un logo ufficiale ma il Comitato Unicef Genova mi ha chiesto di realizzare questo logo per l’iniziativa genovese proprio per caratterizzarla maggiormente. Spero che anche questo piccolo contributo possa servire a darle rilievo e che il progetto venga ben recepito dalle istituzioni e che si possa davvero tradurre in reali interventi di riqualificazione urbana a vantaggio dei ragazzi. Sono entrambe bellissime iniziative e sono felice di esser stata coinvolta».

    Scegliere di fare l’illustratrice come lavoro: è possibile farlo qui o no? Paure e speranze? «Mi piacerebbe provare a lavorare come illustratrice da Genova… sono molto ottimista per le possibilità che offre internet e quindi credo che con una buona conoscenza delle lingue, qualche viaggio di esplorazione e un po’ d’intraprendenza si possa lavorare anche per qualche cliente straniero dal proprio atelier genovese, dopo una soleggiata pausa pranzo in terrazzo. Almeno, questo è il mio sogno! Purtroppo è vero che la quantità di possibilità che ci sono all’estero (ma anche solo in altre città italiane, Bologna per dirne una) e soprattutto il livello di considerazione nei confronti dell’illustrazione (e del visivo e della cultura in generale) non sono paragonabili alla realtà genovese. Ma sto scoprendo e conoscendo tanti altri ottimi illustratori e fumettisti genovesi, silenziosamente qualcosina si muove e io da inguaribile ottimista credo che possiamo insegnare a Genova ad apprezzare e valorizzare questa bellezza». L’importante è metterci sempre tantissimo spirito d’iniziativa. Per esempio, visto l’amore per l’estero e per i viaggi, «insieme a Lisa Fruehbeis, un’amica di Augsburg (Germania) abbiamo creato il progetto comune lively-lines.com specializzandoci soprattutto nell’illustrazione esplicativa di idee, spesso in grande formato. In questo momento, ad esempio, siamo a Parigi e disegneremo durante OuiShare Fest, interessantissimo festival di economia collaborativa. Grandi idee meritano grandi disegni!».

     

    Claudia Baghino

  • Piscine genovesi, il caso di Nervi e il punto sugli impianti cittadini. Genova non investe sullo sport

    Piscine genovesi, il caso di Nervi e il punto sugli impianti cittadini. Genova non investe sullo sport

    NerviLa piscina Massa di Nervi aprirà i battenti il primo di giugno. Lo ha assicurato l’assessore allo Sport Pino Boero a margine del Consiglio comunale di martedì scorso spiegando che la gara per la concessione dell’impianto ha subito una piccola proroga perché i termini del bando sono stati ritenuti troppo stretti e perché si era resa necessaria una revisione dei punteggi per le graduatorie in conformità a quanto previsto dalla legge regionale. Gli interessati, dunque, avranno tempo fino al 15 maggio per far pervenire la propria candidatura. Stando a quanto sostenuto dall’assessore dovrebbe essere scongiurata una replica di quanto accaduto lo scorso anno con il bando andato deserto e la necessità di procedere a un affido diretto alla società My Sport che ha fatto un vero e proprio favore all’amministrazione rimettendoci 5 mila euro e aprendo i battenti solo ad agosto. Ma le diverse manifestazioni di interesse già pervenute, anche in virtù del fatto che il Comune si farà carico della coperture delle utenze per un massimo di 36 mila euro a fronte di un canone praticamente nullo pari a 400 euro iva compresa per la durata di tutta la concessione fino all’11 ottobre, fanno ben sperare per i prossimi mesi. A queste condizioni, che i consiglieri Caratozzolo (Pd) e Gioia (Udc) promotori di un art. 54 sul tema ritengono assolutamente antieconomiche e non eque rispetto al restante panorama dell’impiantistica sportiva genovese, sembra infatti impossibile non raggiungere quantomeno il pareggio di bilancio seppure per un periodo di attività molto conciso.

    Il futuro a lungo termine, invece, resta ancora incerto. «Il municipio sta lavorando a un progetto a più ampio respiro che comprenda anche una parte di spiaggia, posti barca e spazi per i pescatori oltre alla piscina Groppallo attualmente in capo ad Amiu e Bagni Marina» spiega Andrea Mariani dell’assessorato allo Sport del Comune di Genova. «Resta comunque evidente che non sarà più economicamente sostenibile pensare a un pallone che copra la Massa per renderla fruibile anche nei mesi freddi. La struttura – prosegue Mariani – deve essere considerata una vasca da 7-8 mesi all’anno mentre per il periodo invernale sarebbe opportuno dirottare tutti gli sforzi verso le piscine di Albaro, dove la copertura di una vasca da 33 metri va sostenuta anche economicamente». Già perché una piscina invernale di tali dimensioni richiede dai 15 ai 20 mila euro al mese per funzionare al meglio. «Benché le piscine di Albero facciano parte di un project financing trentennale un po’ sui generis rispetto alle altre concessioni comunali e più simile nella gestione a un impianto privato – spiega ancora Mariani – gli investimenti infrastrutturali per un’operazione di copertura devono essere appoggiati dalle società sportive, dalle federazioni ma anche dall’amministrazione, se non direttamente dal punto di vista economico quantomeno con una serie di agevolazioni».

    Un esempio potrebbe essere dato dalla riduzione degli “obblighi sociali” a cui ogni concessionario deve sottostare riservando alcune vasche o corsie a scuole, disabili o fasce di popolazione più sfortunate: «Il Comune – commenta l’assessore Boero – nella storia ha saputo tutelare molto bene gli obblighi sociali ma è chiaro che se ho corsie impegnate non posso metterle a reddito. È giusto difendere la socialità ma dobbiamo anche cercare di non soffocare eccessivamente gli imprenditori».

     Non solo Nervi: il punto sugli impianti cittadini

    Piscina SciorbaMa è l’intero sistema piscine che necessita di una sistemazione e di una ricalibratura su tutto il territorio cittadino. «Non possiamo certo dire che le piscine, come tutti i nostri impianti sportivi (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), siano in piena salute – confessa Boero – sia per l’aumento dei costi di gestione sia per il fatto che a molte società il Comune ha tolto i corrispettivi diretti». Nei fatti, a godere dei contributi pubblici sono solo 5 piscine: su tutte, Lago Figoi e Sciorba che possono contare sui contratti stipulati ancora con Sportingenova e ricevono globalmente 770 mila euro all’anno. La Sciorba, in particolare, può essere considerata una vera e propria “Ferrari” degli impianti natatori genovesi, con una vasca sempre riservata all’agonismo, a prezzi relativamente modici; ma anche in questo caso saranno necessari importanti interventi di manutenzione perché i beni sono stati parecchio “consumati” dai genovesi. A questi due impianti si aggiungono la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi che vedranno la copertura dei costi delle utenze da parte delle casse comunali, oltre alla piscina di Pontedecimo che almeno fino all’anno prossimo potrà contare sull’annullamento delle spese per il gas.

    «Genova – sostiene con forza l’assessore Boero, riprendendo i concetti già esposti nella Commissione comunale dedicata – è una della poche se non l’unica grande città in cui tutti gli impianti sportivi sono stati dati in concessione. Questo ha comportato indubbiamente grossi risparmi negli anni per l’amministrazione: basti pensare a quanto costerebbe oggi al Comune gestire una piscina, personale compreso. Ma non possiamo pensare che le strutture sportive siano solo da mettere a risparmio, in quanto la manutenzione ordinaria e straordinaria viene ricaricata sui concessionari, e a reddito, in quanto seppure in forme diverse chiediamo la corresponsione di un canone. La differenza tra entrate e uscite è un rosso di 300 mila euro all’anno: questo è tutto ciò che il Comune spende per lo sport, all’incirca 50 centesimi a cittadino. Quale altro comune spende così poco?».

    piscina-sciorba

    Benché i numeri riportati dall’assessore siano leggermente diversi dai conti riportati su Era Superba in un articolo precedente, la sostanza non cambia: Genova non investe sullo sport. E i risultati, purtroppo, si vedono anche dalle sempre più rare eccellenze agonistiche nel panorama nazionale e internazionale. Secondo Mariani, Genova e la Liguria «non sfornano più giovani, o quantomeno non in proporzione agli impianti che hanno, perché i giovani lo sport non lo fanno più. Le attività agonistiche dei ragazzi vengono relegate a orari impossibili perché negli orari più appetibili i gestori devono pensare agli ingressi dei privati che consentono di mantenere l’impianto in equilibrio economico. Ma non è possibile che, ad esempio, i ragazzini che giocano pallanuoto entrino in vasca alle 10 di sera e siano costretti a cenare a mezzanotte quando il giorno devono andare a scuola».

    La soluzione? Troppo ovvio parlare solo di stanziamento di risorse. «Dobbiamo fare un ragionamento politico più ampio – spiega Boero – andando a rivedere il regolamento degli impianti sportivi del 2010 e soprattutto prevedendo una serie di investimenti strutturali sullo sport a partire dal bilancio preventivo del 2014: non significa buttare milioni di euro e tornare a una situazione anarchica che fino al 2008 vedeva diversi sperperi fuori controllo. Bisogna piuttosto ritracciare una linea politica che non pensi agi impianti sportivi solo come un costo arrembato a qualcuno. Dobbiamo, insomma, essere almeno in grado di partecipare a bandi regionali ed europei che ci chiedono di impegnarci economicamente per il 30% dei finanziamenti a disposizione. Questa è la scommessa politica che la Giunta deve fare propria: potrò anche perdere ma spero che si riesca a vincere tutti insieme perché piscine e impianti sportivi a Genova ne abbiamo e ne abbiamo tanti».

    Addio alla Nico Sapio di Multedo?

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-2A fare le spese di questa necessaria razionalizzazione delle risorse e del conseguente riordino degli impianti sul territorio genovese potrebbe essere, ad esempio, la piscina Nico Sapio di Multedo, di cui tanto abbiamo parlato in passato. La struttura, che attualmente vede aperti solo i campetti circostanti in dotazione al Municipio, potrebbe infatti essere trasformata in una palestra: «Sappiamo che si tratterebbe di una scelta dolorosa per i cittadini della zona – ammette l’assessore Boero – ma va anche detto che il Ponente non è né sprovvisto né in carenza di piscine. Anzi, con i tempi di crisi che corrono non tutti hanno la possibilità di andare a fare sport e più impianti apriamo più abbiamo difficoltà a mantenerne perché è più probabile che il pubblico si divida piuttosto che aumenti».
    D’altronde in zona ci sono altre due strutture con un futuro decisamente più roseo. Una è l’Acquacenter di Prà, sede del gruppo sportivo Aragno e all’intero del consorzio “Utri Mare” che raggiunge un suo equilibrio economico grazie ai diversi spazi su cui può contare nello stesso Municipio. L’altra è la Mameli di Voltri che, dopo lunghe tribolazioni, è stata anch’essa assegnata al medesimo consorzio insieme con una porzione di spiaggia demaniale: non si tratta di una vera e propria concessione ma di un affido del bene a “Utri Mare” che opera come una sorta di partecipata anomala del Comune di Genova. Come già detto, anche per questa piscina Tursi coprirà i costi delle utenze e metterà un piccolo contributo di avvio: terminati gli ultimi passaggi in giunta, l’amministrazione conta di mettere in condizione i gestori di aprire piscina e spiaggia attrezzata con l’arrivo della bella stagione.

    Le altre piscine: da Sampierdarena alla Foltzer di Rivarolo

    Spostandoci verso il centro cittadino, troviamo la “Tea Benedetti” di Sestri Ponente, una vasca da 25 metri che gode di uno suo equilibrio economico, come succede anche per altri impianti di dimensioni contenute e più facili da mantenere come l’Andrea Doria e la piscina di San Fruttuoso.
    Qualche piccolo problema di forza lavoro, invece, per la Foltzer di Rivarolo: qui la questione è tutta economica dopo che la società ha deciso di non utilizzare più i cosiddetti “contratti sportivi” per i propri dipendenti che consentivano una gestione molto più agevole dal punto di vista contributivo e di affidarsi a un rapporto più tradizionale e corretto.

    Già accennata, invece, la situazione di Pontedecimo, una piscina da 25 metri ma molto profonda, che ha pesanti oneri di socialità a causa della vicinanza con l’istituto comprensivo scolastico della delegazione: grazie a un project financing in via di ottimizzazione che consentirà un’importante riqualificazione dell’impianto, i gestori vedranno ridotto l’obbligo di riservare mezza vasca alla scuola ma non riceveranno più i contributi del Comune per il pagamento del gas.

    Resta da citare ancora un grosso impianto, l’unico di queste dimensioni a non usufruire di contributi pubblici diretti, e che nell’immediato futuro potrebbe avere parecchi problemi di sopravvivenza, nonostante la solidità del gruppo sportivo che ha alle spalle. Stiamo parlando della Crocera, in via Eridania a Sampierdarena, gestita dal Don Bosco. L’impianto è costituito da due palestre, un palazzetto dello sport e una piscina di 33×25 metri profonda 2,5 metri. «Gli ultimi due bilanci – spiega Mariani – sono stati disastrosi perché nonostante si tratti di impianti ordinati e ben tenuti, la società non riceve mezzo centesimo di contributo pubblico per una spesa che si aggira intorno ai 300 mila euro all’anno. Così il passivo ha raggiunto i 40 mila euro due anni fa e i 100 mila l’anno scorso. Se non interveniamo in qualche modo, ad esempio con una riduzione dei 15 mila euro annui di canone o con il riconoscimento di investimenti per il futuro, il rischio è che presto siano costretti a chiudere soprattutto ora che la concorrenza del Lago Figoi non è più limitata al settore agonistico ma anche al pubblico dei semplici appassionati». E il Lago Figoi contributi pubblici ne prende e neppure pochi.

     

    Simone D’Ambrosio