Mese: Luglio 2016

  • Amiu, il Comune prepara la strada per la proroga del contratto. Richiesta al ministero e delibera “fai-da-te”

    Amiu, il Comune prepara la strada per la proroga del contratto. Richiesta al ministero e delibera “fai-da-te”

    Rifiuti raccolta differenziataSono due i percorsi che il Comune di Genova sta tentando per poter prorogare il contratto di servizio di Amiu, la partecipata che gestisce il ciclo dei rifiuti nel capoluogo ligure, in scadenza nel 2020 e, in questa situazione, non così appetibile agli investimenti dei privati indispensabili per dare attuazione all’ambizioso piano industriale dell’azienda. Secondo quanto raccolto dalla ”Dire”, è questo il frutto di due confronti avvenuti questa mattina: il primo tra Comune di Genova, Città metropolitana, Regione Liguria e rappresentanti sindacali dell’azienda; il secondo solamente tra Comune di Genova e sindacati. Dall’incontro a cui hanno partecipato gli esponenti di tutte le istituzioni locali, è emersa la volontà di avviare un tavolo tecnico che porti alla formalizzazione di una proposta da inoltrare al ministero per ottenere il via libera alla proroga per il contratto di servizio, in deroga alla normativa nazionale, in primis, e regionale, in secundis, che obbligherebbe a effettuare una gara a evidenza europea nel 2020. Si tratterebbe, in pratica, dell’avvio di quel percorso che potrebbe portare a una sorta di “decreto salva Genova” che l”assessore regionale all”Ambiente, Giacomo Giampedrone, aveva lontanamente ipotizzato nelle scorse settimane. A tal proposito, le parti torneranno a incontrarsi venerdì 22 luglio.

    Tuttavia, dal momento che i tempi potrebbero non essere rapidissimi e gli esiti non così certi, più interessante è’ il percorso scaturito dall’incontro ristretto tra Comune di Genova e rappresentanti dei lavoratori. L’amministrazione comunale, infatti, sarebbe pronta a inserire una clausola vincolante per il rinnovo del contratto di servizio, probabilmente al 2035, nella delibera di giunta che darebbe il via libera alla tanto attesa manifestazione di interesse per la ricerca di un partner privato per Amiu. Strada che, secondo l’avvocatura di Palazzo Tursi, sarebbe prevista nelle pieghe del decreto di stabilità del 2015, essendo Amiu società in house del Comune di Genova. Non è ancora detto che la delibera passi attraverso il Consiglio comunale, dove comunque non dovrebbe avere particolari problemi ad essere approvata, dal momento nelle scorse riunioni di commissione la richiesta al Comune di “fare da sé’” sulla proroga del contratto di servizio era stata caldeggiata non solo dalle forze di maggioranza. Una prima bozza di questa delibera, che dovrebbe contenere anche tutte le garanzie richieste sul futuro lavorativo e salariale per gli attuali dipendenti di Amiu, sarà presentata dal Comune ai sindacati martedì 19 luglio.

  • Pegli batte la burocrazia, dopo cinque anni arriva il campo da beach volley

    Pegli batte la burocrazia, dopo cinque anni arriva il campo da beach volley

    beach volleyPegli avrà finalmente il suo campo da beach volley e lo avrà nel luogo più adatto che ci possa essere: la spiaggia. Per ottenere questo risultato, il Municipio Ponente ha dovuto lottare cinque anni. Esatto, cinque anni per quattro pali e una rete, a costo zero. Sì, perché a realizzare il campo da beach volley sarà un imprenditore locale e non la pubblica amministrazione. Si scivola subito nel paradosso, soprattutto se si pensa che nel quartiere opposto, Nervi, il campo da beach volley lo faranno probabilmente dentro la piscina Mario Massa e non costerà certo pochi spiccioli.

    Mentre a levante, in particolare modo all’interno del Consiglio municipale, ci si divide sulla soluzione temporanea del campo di sabbia che probabilmente arriverà dopo la mozione targata Pd, a ponente c’è chi ha il sangue avvelenato da cinque anni di attesa, come il presidente del Municipio, Mauro Avvenente: «Alla fine ce l’abbiamo fatta – ci racconta – ma anche l’imprenditore che realizzerà il campo era arrivato al limite della sopportazione. Aveva minacciato di chiudere l’attività e in ballo c’erano ben quindici posti di lavoro. Sarebbe stata una scelleratezza di proporzioni enormi».

    Loco di Rovegno torneo di beachMa perché tutta questa fatica? Qual è stato l’intoppo? Risposta scontata: la burocrazia. E ce n’è voluta tanta perché si sono dovuti mettere d’accordo ben cinque enti: Comune, Autorità Portuale, Capitaneria di Porto, Beni Paesaggistici e Soprintendenza. Tutto per una quarantina di metri quadrati di sabbia. «Il problema in questo nostro complicato Paese è la normativa di legge che sembra essere costruita apposta per rendere difficile la vita anche sulle cose più semplici – continua Avvenente – non dobbiamo meravigliarci se gli imprenditori si stufano e se ne vanno altrove. Poi siamo tutti pronti a stracciarci le vesti e a gridare alla delocalizzazione. Nessuno dice che le regole non vadano rispettate, ci mancherebbe, ma qui sono talmente intricate che diventa impossibile fare le cose più semplici».

    Ormai è andata, anche se, a dirla, tutta mancherebbe ancora un permesso. Meglio pensare in positivo e immaginare che cosa ne sarà di questo nuovo spazio a disposizione dei cittadini e, soprattutto dei più piccoli, visto che i bambini potranno divertirsi gratuitamente al mattino. «Voltri ha il suo campo, presto lo avranno anche Prà e Pegli – conclude il presidente Avvenente – spero che tutto questo porti ad avere competizioni sportive che uniscano le delegazioni del ponente. Proprio qui, sede storica della pallanuoto che ora non c’è più».

    Michela Serra

  • Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    banca-carigeDopo la presentazione del piano industriale voluto dalla Bce, lo scorso 29 giugno, i titoli Carige non hanno ripreso la quota che si sperava, e, anzi, pochi giorni dopo si è assistito a un vero e proprio crollo, con un valore azionario che ha raggiunto l’abisso dei 0.27 euro, il minimo storico. Una situazione che complica tutto. Secondo il documento sottoscritto dall’amministratore delegato Guido Bastianini, il consolidamento dovrà passare attraverso la vendita del credito sofferente e il ridimensionamento della banca. Un programma cauto e di medio periodo, che non ha convinto i mercati. Nei prossimi giorni, la dirigenza presenterà ai sindacati i primi dettagli concreti per i 500 esuberi annunciati e le 106 filiali in chiusura: un ulteriore passaggio delicato, che vale 20 milioni l’anno, e che sicuramente avrà un impatto importante per il secolare legame con il territorio, l’unica cosa certa, al momento.

    Lo spettro di un aumento di capitale

    Per avere una dimensione di quello che sta succedendo, bisogna guardare ai dati storici. Negli ultimi sei mesi, il titolo ha ceduto circa il 70% del suo valore, il 77% nel corso dell’ultimo anno, il 93% negli ultimi tre anni. Il 99% dal 2002. Una discesa che non sembra arrestarsi e che, anzi, si è aggravata in maniera evidente nonostante il cambio dell’azionista di maggioranza e del Consiglio di amministrazione. La storia recente di Carige è tormentata e il contesto non è d’aiuto; i tassi di interesse vicino allo zero, imposti dalla Bce, infatti, complicano senza dubbio la situazione: il costo del denaro è quasi nullo, il che significa che per chi lo presta, le banche appunto, ci saranno meno ricavi. Per un istituto già in sofferenza, questo rischia di essere un cappio al collo. E poi la Brexit: secondo gli analisti, la scelta di Londra sta condizionando indirettamente il mercato, che in realtà sta aspettando al varco l’Unione Europea e la Bce. L’incertezza e la frenesia dei mercati non va a vantaggio di Banca Carige che, secondo rumors, avrebbe bisogno di 500 milioni di un ulteriore aumento di capitale. Un’operazione già difficile, di cui si fa fatica a parlare e che in questa situazione potrebbe avere esiti incerti se non deleteri.

    Crediti deteriorati e mercato saturo

    Il piano industriale ha il suo fulcro nella vendita dei NPL (non performing loans, prestiti non performanti, cioè a rischio, le cosiddette sofferenze): Carige ne possiede circa 3,9 miliardi ed entro il 2017 vorrebbe dimezzarli per mettersi al riparo da rischi ulteriori. Fare ciò, però, significa non potere più mettere a bilancio il virtuale guadagno dei prestiti, registrando, quindi, una perdita che per l’istituto ligure è stata calcolata del 10%, cioè 180 milioni in due anni. Per procedere, quindi, bisogna trovare altre risorse per tamponare l’operazione. Ma non solo. Bisogna anche trovare un modo per disfarsene. Lo scorso 8 luglio, in occasione dell’assemblea annuale dell’Abi, sia Ignazio Visco (Bankitalia), sia il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno dichiarato che è in corso “dialogo continuo” con le autorità della UE per trovare un modo lecito per assicurare un aiuto statale alle banche in sofferenza, proprio per quanto riguarda l’acquisto di NPL. Carige è in buonissima compagnia: 51 sono i miliardi di crediti deteriorati che è stato calcolato potrebbero finire sul mercato a breve giro, provenienti dalle banche italiane, tra cui 26 di Monte dei Paschi, 8 di Bpm e 2 di Unicredit. In un mercato così saturo, ci sarà spazio per Carige?

    Un’estate torrida

    Ancora una volta, quindi, il futuro della banca dei genovesi è nelle mani dei mercati e delle scelte politiche. La nuova dirigenza ha preso il timone durante bufera di cui non si vede la fine; il mare in tempesta, inoltre, nasconde pericolosi scogli: l’ombra scura della fusione bancaria è sempre lì, che aspetta, immobile e silenziosa.

    Il piano industriale prevede un ridimensionamento territoriale: il gruppo punterà su Liguria e Toscana, dove storicamente è più forte e presente. Messo nero su bianco è sicuramente un dato positivo per Genova, ma i numeri parlano chiaro: una filiale su sei sarà chiusa e sicuramente la cosa riguarderà anche la nostra regione. E poi gli esuberi: l’istituto si sta ridimensionando, cercando di far sgonfiare in maniera “controllata”, o quasi, la bolla creata negli anni precedenti, prima che scoppi. Fragorosamente.


    Nicola Giordanella

  • Confisca Canfarotta, entro luglio il Comune di Genova richiederà i primi immobili

    Confisca Canfarotta, entro luglio il Comune di Genova richiederà i primi immobili

    canfarottaUn albergo diffuso tra vico Rosa, vico Pepe e vico Portanuova, nel sestiere della Maddalena, con un investimento complessivo di 1,7 milioni di euro. Come riportato dall’agenzia “Dire”, è questa la prima di sette linee di intervento progettata da Ire – Ri.Genova nell’ambito dello studio comminato dal Comune di Genova per la riqualificazione dei beni Canfarotta, confiscati definitivamente nel febbraio 2014 nell’ambito nell’ambito dell’operazione “Terra di Nessuno” della Dia balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009. Si tratta della più grande confisca del nord Italia per un valore di circa 5 milioni di euro, per 115  beni, di cui 96 insistenti sul territorio genovese e attualmente di proprietà dello Stato nell’ambito dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati (ANBSC). Il 78% di questi è situato in centro storico, con punte fino al 100% per negozi e magazzini: a essere interessato è, in particolar modo, il sestiere della Maddalena con il 55% dei beni confiscati presenti nel centro storico, il 43% del totale e ben due terzi delle abitazioni. Ed è proprio sul sestiere che si concentra lo studio presentato oggi dal Comune in Commissione: non sono stati presi in esame tutti gli immobili ma solo 42 unità alla Maddalena e altre 4 in piazza delle Erbe. Cinque le diverse finalità individuate per le riqualificazioni: magazzini, usi temporanei, laboratori, usi per i residenti; commercio, servizi, uso associativo; residenziale sociale o specialistico, soprattutto per studenti; uffici; ricettività diffusa.

    Oltre ai 14 beni che andrebbero a costituire il già presentato albergo diffuso, lo studio prevede: riqualificazione di 7 locali a piano terra, prevalentemente magazzini e fondi commerciali, per 350 mila euro; 3 appartamenti più un magazzino in vico Gattagà 5, per 410 mila euro; 4 appartamenti in vico Angeli 7, per 404 mila euro; 3 appartamenti in vico Chiuso degli Eroi per 215 mila euro; altri due lotti rispettivamente di 8 e 6 alloggi sparsi in centro storico per 1,1 milioni di euro complessivi.

    Secondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.
    «Il processo di restituzione alla collettività dei beni confiscati – sottolinea l’assessore a Legalità e diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – sconta una complessità giuridico-normativa che lo rende lento e farraginoso». Processo reso ancor più ad ostacoli dallo stato di estremo degrado dei beni e degli immobili in cui sono collocati e che, di conseguenza, necessitano di onerosi interventi di ristrutturazione di cui il pubblico non può farsi carico, quantomeno interamente.

    Numerose le associazioni del territorio intervenute in Commissione che, da anni ormai, si interrogano su come poter restituire il prima possibile ai cittadini questi spazi e che denunciano come alcuni immobili siano ancora abusivamente occupati da familiari e persone legate alle famiglie mafiose Canfarotta – Lo Re. «Non ha senso che restino in capo alla comunità i costi di questi beni che non vengono assegnati – accusa Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalitàbisogna rovesciare la logica dei beni confiscati: o sono utilizzati per attività istituzionali e, allora, ci sta che l’ente pubblico intervenga direttamente con la ristrutturazione, oppure l’ente pubblico non deve sovvenzionare né dare contributi alle associazioni e ai privati a questo scopo, altrimenti si creano sacche di interesse perverso che fanno rovesciare anche le realtà più belle dell’antimafia. Stabiliamo che non vengano dati contributi a chi gestisce il bene: l’antimafia sociale si fa senza soldi pubblici». 

    Per rendere concreto un coordinamento tra le associazioni e gli enti pubblici, nelle prossime settimane si riunirà il nucleo di supporto per l’assegnazione dei beni presso la Prefettura, come previsto dalla legge. Intanto, già entro la fine del mese di luglio, annuncia l’assessore Elena Fiorini, potrebbe arrivare «la prima delibera da parte del Comune di Genova per richiedere l’assegnazione di una parte dei beni all’ANBSC nell’ambito di una strategia che tutta la città svolge assieme per l’acquisizione dei beni». Si tratterebbe di una prima decina di immobili, quelli il cui costo di ristrutturazione risulta più contenuto.

  • Porto di Ponente, l’urlo del municipio: “No a nuovi riempimenti”. Avvenente: “Li facciano verso il centro”

    Porto di Ponente, l’urlo del municipio: “No a nuovi riempimenti”. Avvenente: “Li facciano verso il centro”

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Continuano le discussioni sul futuro del Porto del Ponente genovese. Ad aprile, avevamo già testimoniato la forte contrarietà del territorio al prolungamento della diga verso Voltri (con la delegazione preoccupata di perdere la balneabilità del mare di fronte al proprio litorale). La questione è approdata anche in Consiglio regionale dove, a fine giugno, la maggioranza ha votato a favore di due diversi ordini del giorno, uno presentato dal Movimento Cinque Stelle e uno dal Partito Democratico.

    L’odg presentato dalla grillina Alice Salvatore impegna la giunta regionale “ad assumere posizione contraria rispetto ai riempimenti a mare ed alla modifica della diga previsti dallo scenario del nuovo Piano Regolatore Portuale”, ma al tempo stesso considera favorevolmente il nuovo canale di calma, che costituirebbe un “oggettivo miglioramento” per il territorio. Il prolungamento del canale fino alla foce del rio San Giuliano consentirebbe, infatti, di separare definitivamente il porto dal tessuto abitativo. È il punto che, più degli altri, mette d’accordo tutti. Si parla di “porto-isola”, infatti, anche nell’odg presentato da Valter Ferrando (Partito Democratico) che, però, a differenza di quello del Movimento Cinque Stelle, richiede anche la realizzazione di altre opere “già concordate” e “propedeutiche” allo sviluppo portuale.

    Il punto di vista del Municipio

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Diverse visioni per il futuro del porto di ponente, che trovano però un minimo comune denominatore nella tutela di un territorio che, dal punto di vista ambientale, ha dovuto fare molti sacrifici nel nome dello sviluppo economico. Tutti sembrano concordare sulla necessità di preservare la balneabilità del mare di fronte al litorale voltrese e, nella mozione dem, si cita anche l’ambizioso progetto di recuperare la balneabilità a Pegli. «Sono finiti i tempi degli scempi ambientali in nome del lavoro – riassume il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente – lo sviluppo deve essere ragionato e rispettoso del territorio». La delegazione ponentina è ovviamente quella più direttamente interessata agli sviluppi portuali. Lo scorso 28 giugno, l’assemblea municipale ha prodotto un documento in cui si definisce “irricevibile” la nuova proposta avanzata da Autorità portuale, che prevede l’allungamento della diga verso Voltri e l’avvicinamento della stessa diga alla costa e in cui si invita a “ottimizzare gli spazi esistenti” e si ribadisce la contrarietà a “nuovi riempimenti a levante e ponente dell’attuale piattaforma portuale”.

    «Se qualcuno a levante pensa che la nostra sia una posizione contro lo sviluppo del porto – aggiunge Avvenente con una nota polemica – sappia che il porto può espandersi anche nella loro direzione, vediamo allora se sarebbero ancora d’accordo con i riempimenti. Facile fare i ‘soloni’ da lontano, senza vivere le cose sulla propria pelle».

    Il documento del Municipio è stato approvato con 14 voti a favore su 16 (astenuti i due consiglieri del M5S presenti, Assanti Gironda e Rebora) e ha rappresentato una base importante alla riflessione in Consiglio regionale.

    Il tema del “gigantismo navale”

    Se la necessità di tutelare l’ambiente del ponente sembra, almeno a parole, una priorità per tutte le forze politiche, tema di contrasto tra Pd e Movimento Cinque Stelle è, invece, il cosiddetto “gigantismo navale”. Se, infatti, l’ordine del giorno del Pd sottolinea la necessità di potenziamento strutturale per “garantire accessibilità e piena operatività alle navi portacontenitori con capacità superiore a 20.000 TEU”, i pentastellati fanno notare che “non vi è certezza che le navi da 24.000 e 30.000 TEU saranno, in futuro, una realtà consolidata”.

    Il “gigantismo navale” è oggetto di dibattitto anche tra gli addetti ai lavori. Già nel nostro articolo pubblicato ad aprile avevamo riportato perplessità al riguardo da parte degli stessi esperti del Psa-Vte. La scelta, in un senso o nell’altro, sicuramente avrà un impatto decisivo sul futuro del sistema portuale cittadino.

    La posizione della fondazione PRimAvera

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    A vivere più direttamente sulla propria pelle le scelte sul porto saranno però i cittadini. Tra i vari comitati e associazioni che popolano il ponente cittadino, particolarmente attiva sul tema è la fondazione PRimAvera, che opera sul territorio di Prà. «Prà è il territorio che ha subito e continua a subire più direttamente degli altri i disagi dovuti al porto – sottolinea il presidente Guido Barbazza – per questo ci sembra naturale che i cittadini praesi siano interlocutori privilegiati».

    La fondazione ha organizzato incontri e una serie di conferenze dal titolo “Prà futura, porto e città si tendono la mano”, e tramite il proprio sito web invita i cittadini a mandare una mail “per il prolungamento del Canale di calma e Fascia di rispetto e per Porto Isola”. «Abbiamo mandato ad Autorità portuale più di 3 mila mail», rivela con orgoglio Barbazza.

    La fondazione PRimAvera opera con atteggiamento pragmatico, rifiuta la filosofia del “no a tutto”, ma al tempo stesso si mostra inflessibile quando si tratta della tutela del territorio. «Siamo stati tra i primi ad alzare la voce contro lo scenario dannoso prospettato dalla prima versione del nuovo Piano Regolatore» rivendica Barbazza.

    «Chiaramente – aggiunge – lo scenario migliore per noi sarebbe l’allungamento del Canale di calma e della Fascia di Rispetto senza le ulteriori modifiche presenti nel piano, ma visto che non si intravedono soluzioni in questo senso, proviamo a ragionare con quello che abbiamo davanti». Protesta ma anche proposta, dunque, o meglio “Influenza, rappresentanza e identità”, come recita lo slogan della Fondazione.

    «La nostra Fondazione – ricorda Barbazza – ha elaborato 2 proposte migliorative per l’attuale piano: lo spostamento dello slargo della diga nella zona centrale anziché a ponente (a tutela della spiaggia della vicina Voltri) e leggera riduzione dell’allungamento della banchina verso Voltri, evitando accosti addizionali per navi traghetto».


    Luca Lottero

  • Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

    Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

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    Genova in una litografia del 1400

    E così il Blue Print vacilla. La notizia non mi stupisce, vista la lentezza elefantiaca con cui procede l’ammodernamento del paese e la messa in sicurezza delle nostre città. Genova, naturalmente, non è da meno. Soltanto qualche mese fa, la Commissione europea metteva l’accento su quella che continua a essere una vera e propria emergenza ambientale, con ricadute pesanti su ciascuno di noi in termini di salute e buon vivere. Pare che l’ampliamento della area delle riparazioni navali, proprio di fronte al nostro centro storico, possa portare a un aumento del biossido d’azoto, che proprio in questi giorni ha fatto schizzare le centraline cittadine. Tutto ciò ha fatto rizzare le orecchie a più d’un ambientalista; anche a uno come me, che di mestiere (primario) fa il papà e che ha a cuore il posto dove vive. Intendiamoci, il waterfront è qualcosa di estremamente importante per la nostra città, soprattutto in termini d’appetibilità turistica oltre che di maggiore funzionalità delle strutture portuali, anche se – devo dire – sarebbe forse il caso che i nostri amministratori pensassero prima (o, perché no, anche) a problemi più cogenti: dalla viabilità (quanto ci vuole a mettere qualche rotonda in più anche fuori dal centro?) alla pedonalizzazione di tutti i nostri borghi storici cittadini (questa è una mia proposta, della quale sono pronto a discutere, magari in un prossimo intervento) alle nostre periferie, al nostro mountainfront (si dice così?), ai nostri riverfronts, che definire grizzle è poco. La città avrebbe bisogno di un restyling completo. La spinta del 2004 pare essersi infranta di fronte alla spending review degli ultimi tempi.

    La nascita dei primi moli

    Ciò non toglie che l’area portuale abbia rivestito per secoli il primo e principale biglietto da visita della nostra città. Di questo dobbiamo essere consci; soprattutto, prima di compiere scelte azzardate (non pensate, forse, che scavando il mitico canale del Blue Print non vengano fuori strutture antiche?). Com’è noto, la Genova medievale non possedeva una grande piazza pubblica. Nessuna Piazza del Campo o Piazza della Signoria, per intenderci. Era il porto, con la sua ripa e le sue volte, sede di botteghe artigiane e magazzini, a costituire il luogo delle relazioni: il vero fulcro della vita cittadina; forse, è proprio questo il concetto che una buona architettura deve recuperare. Anche se ciò va incontro a diversi ostacoli.
    Possediamo, infatti, poche notizie sullo sviluppo dell’area portuale. E il motivo è semplice: le strutture antiche sono state smantellate. Conservatesi per secoli nel sottosuolo, hanno subito i pesanti lavori di rifacimento del waterfront (appunto) degli anni Novanta del secolo scorso. Per saperne qualcosa di più, pertanto, è necessario volgerci alle fonti scritte, non sempre esaustive. Secondo Caffaro, nel 1162 i consoli cittadini avrebbero ordinato l’abbattimento di alcune taverne situate sulla riva del mare, nella zona di Pré, in modo da ospitare nuovi scali. È, questa, una delle prime attestazioni di lavori eseguiti nell’area portuale, in particolare laddove sarebbe sorta la darsena, oltre la porta occidentale della cinta «del Barbarossa»: la Porta dei Vacca. Il cuore del porto, a ogni modo, era situato nella parte diametralmente opposta, nell’attuale quartiere del Molo. La costruzione del molo primitivo, lungo una cinquantina di metri e largo dieci, addossato a una penisola naturale degradante in mare, occupò gran parte del XII secolo. Lungo di esso si concentravano gli scali: uno alla radice; altri tre nei pressi della chiesa di San Marco, innalzata a partire dal 1173, dove aveva luogo anche l’attività cantieristica. Scali ulteriori sorgevano nell’area del Mandraccio; a ponente, tra la chiesa del Santo Sepolcro e il monastero di San Tommaso; a levante, nei pressi della marina di Sarzano. Le operazioni commerciali avevano luogo lungo la ripa maris, una spiaggia sabbiosa su cui inizialmente erano alate le imbarcazioni, contornata progressivamente da volte e magazzini; quindi, da case e torri sopraelevate.

    Le navi crescono

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    Il porto di Genova nel XVII secolo

    Il progressivo ingigantimento delle navi avrebbe costretto a modifiche significative già a partire dal Duecento, quando furono eretti dei pontili di legno lunghi una cinquantina di metri, in modo da raggiungere fondali di sei o sette metri. Si trattava ancora di strutture deboli, esposte ai marosi, che non mancavano di causare gravi danni. Nel 1248 il molo, bisognoso di restauri, fu dichiarato opera pia, in modo da beneficiare dei lasciti testamentari. Nei decenni successivi sarebbe stato creato l’ufficio dei Salvatores portus et moduli, deputato a conservarne le infrastrutture – i pontili, l’acquedotto che correva di fronte alla ripa, i due grandi fari che abbracciavano il seno genovese (da rifornire periodicamente d’olio), i fondali, dai quali doveva essere asportato lo zetto (i detriti) – e al controllo, anche fiscale, del movimento navale. Nel 1260, per volere del primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, ebbe inizio, invece, la costruzione del primo palazzo pubblico (sino ad allora s’era fatto uso di palazzi privati o della chiesa cattedrale), progettato dal domenicano Oliverio di Sant’Andrea di Sestri, al quale si deve anche la sistemazione dei portici di Sottoripa. Utilizzato successivamente come sede della dogana e di altre magistrature, l’edificio avrebbe ospitato, al principio del Quattrocento, la Casa di San Giorgio.

    L’arsenale genovese

    L’ampliamento delle strutture portuali sarebbe proceduto lentamente, attraverso la costruzione d’una raiba e d’una raibetta, destinate alla conservazione delle merci (in particolare del grano), situate tra il «ponte del vino» e il «ponte Streiaporco», che prendeva il nome, al pari di altri ponti, dalla famiglia che possedeva delle case al suo limitare. Nel 1276 ebbe inizio la costruzione d’una prima darsena, situata nei pressi della chiesa di San Marco (presso l’attuale Calata Marinetta). Una nuova darsena, più ampia, sarebbe stata allestita a ponente, oltre la Porta dei Vacca, utilizzando – a quanto pare – una parte del bottino della battaglia Meloria (con buona pace dei Pisani). Nel corso del Trecento, l’area sarebbe stata utilizzata per il ricovero invernale delle imbarcazioni; soltanto nel Quattrocento, sotto il governatorato francese, avrebbe acquisito una fisionomia prettamente difensiva, grazie all’erezione di mura poderose e di alte torri, oggi scomparse. A quest’altezza, anche l’arsenale, deputato alla costruzione delle galee, aveva ormai raggiunto un certo grado di sviluppo. Sorta a ridosso della darsena a partire dal 1285, la struttura era costituita da una serie di pilastri, sovrastati da tettoie a spiovente. La parte interna era suddivisa in navate, le quali potevano ospitare sino a quattordici galee, in costruzione o in riparazione: un numero piuttosto modesto, se paragonato alle analoghe strutture di Venezia o Barcellona; del resto, gran parte della produzione cantieristica avveniva fuori città, presso i borghi di Sampierdarena, Sestri e Voltri. Nel 1416 l’arsenale sarebbe stato cinto da una muraglia; tuttavia, l’area sarebbe andata incontro a un progressivo abbandono, necessitando di continui lavori di restauro dei quali è rimasta traccia nelle carte del tempo. Tali lavori saranno affidati all’Ufficio dei Padri del Comune, che, tuttavia, darà la precedenza all’opera di prolungamento del molo, necessaria per permettere l’attracco d’imbarcazioni di grande tonnellaggio, e alla sostituzione dei pontili di legno con moli in muratura. L’arsenale, dunque, cadrà presto in disuso, diventando fatiscente.

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    La spiaggia di Sampierdarena in una cartolina del 1929

    Nel corso dell’età moderna, il waterfront genovese subirà ulteriori modificazioni: il molo sarà ingrandito sino a sfiorare i cinquecento metri di lunghezza; nel Seicento, nei pressi della Lanterna sarà edificato il cosiddetto Molo Nuovo. Dopodiché, le strutture portuali subiranno una fase di stallo, dovuta – per dirla in soldoni – al mutamento d’interessi delle grandi famiglie cittadine, le quali, sino ad allora, avevano animato l’attività commerciale del porto genovese. E’ solo a partire dal XIX secolo che si tornerà a mettere mano sulle strutture portuali, grazie alle quali Genova tornerà a far parle di sé nel mondo.

    Antonio Musarra

  • FuoriFormato, più di 4 mila persone in 3 giorni. Buon viatico per la prosecuzione del progetto

    FuoriFormato, più di 4 mila persone in 3 giorni. Buon viatico per la prosecuzione del progetto

    Foto di Alessandro Romi
    Foto di Alessandro Romi

    Con la serata di proiezioni di Stories We Dance, il contest di videodanza a cura di Augenblick Associazione Culturale, e la proclamazione dei vincitori alla presenza di una Sala del Munizioniere gremita fino all’ultimo posto, si è concluso forse troppo presto FuoriFormato, la tre-giorni sulla danza contemporanea organizzata da Comune di Genova e curata da Teatro Akropolis, Rete Danzacontempoligure e, appunto, Augenblick, in collaborazione con Genova Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura, Associazione Amici di Palazzo della Meridiana e Compagnia DEOS.

    I risultati della rassegna, che del festival Genova Outside(R) Dance(R) ha rappresentato la sezione curata e promossa da queste realtà locali, parlano chiaro e segnano un superamento netto di ogni più rosea aspettativa: in 3 serate, suddivise tra 12 eventi, 10 spettacoli, 7 location in 4 palazzi storici del centro città (Palazzo Bianco, Palazzo Tursi, Palazzo della Meridiana e Palazzo Ducale), con 30 artisti coinvolti e 14 film in proiezione, sono state 4200 le presenze degli spettatori, segno questo non solo dell’esistenza e della buona salute del pubblico genovese della danza, forte di relazioni ed esperienze condivise nel corso degli ultimi anni, ma soprattutto del desiderio crescente, potremmo dire anche da parte di un pubblico non specialistico, di aderire alle iniziative culturali locali che muovono tra ricerca e sperimentazione, rispondendo con fedeltà e sguardo vivace a ogni loro appuntamento.

    Foto di Francesco Trombetti
    Foto di Francesco Trombetti

    Non può non costituire un valore intrinseco il ricco e paziente lavoro di programmazione che Teatro Akropolis, Rete Danzacontempoligure e Augenblick hanno saputo intrecciare nell’arco di pochi mesi dal loro coinvolgimento, suggerendo un atteggiamento di co-progettazione non solo volto alla valorizzazione e riconoscibilità della danza, ma a rafforzare il reciproco dialogo rispetto a ogni possibile direzione futura. Questo fattore che, pur non costituendo una novità assoluta, non era forse altrettanto facilmente rintracciabile in città da alcuni anni a questa parte, costituisce un precedente virtuoso proprio nel tentativo di contaminare le aree di indagine e le direzioni di ricerca, unendo esperienze consolidate nella danza dal vivo a spinte meno canoniche, come nel caso della videodanza, in un binomio capace di offrire al pubblico uno spaccato fortemente rappresentativo di ciò che oggi è la ricerca sulle arti performative.

    In particolare, per la sezione di danza dal vivo, curata da Teatro Akropolis e Rete Danzacontempoligure, l’idea che ha guidato la scelta della programmazione è stata quella di inaugurare FuoriFormato con i lavori di alcuni fra i danzatori del territorio ligure, creando così un focus sulla ricerca che anima le diverse generazioni di artisti della nostra regione, per poi allargare il respiro della manifestazione, nelle future edizioni, alla danza nazionale e internazionale. La sezione di danza dal vivo è stata connessa a un altro progetto di successo, il Progetto Maia, anch’esso nel 2016 alla prima edizione, curato e ideato da Teatro Akropolis, sostenuto dal Comune di Genova e inserito assieme a FuoriFormato in un’unica e più ampia visione dell’assessorato alla Cultura rivolta alla danza e alle arti performative. Il Progetto Maia è un progetto annuale finalizzato al sostegno della danza contemporanea indipendente del territorio ligure. Attraverso un tavolo di lavoro con i danzatori, Teatro Akropolis ha definito una serie di azioni – fra cui seminari, workshop e residenze artistiche – in grado di convogliare l’attenzione sui processi creativi e gli aspetti del lavoro che precedono la messa in scena, diventando occasione di un concreto supporto al lavoro degli artisti. I trenta danzatori liguri coinvolti nel Progetto Maia hanno trovato nella rassegna FuoriFormato una preziosa occasione per presentare il proprio lavoro e per condividere con il pubblico la propria crescita e la propria ricerca.

    Foto di Francesco Trombetti
    Foto di Francesco Trombetti

    Accanto alla sezione di danza dal vivo, Palazzo Ducale ha ospitato il contest internazionale di videodanza Stories We Dance: 14 film in concorso selezionati tramite una call internazionale (a cui hanno risposto più di cento artisti) indetta dal collettivo stesso. Alla presenza di una giuria di esperti appositamente convocata, i film, provenienti dai cinque continenti, hanno mostrato tutti grande qualità e forte impatto visivo e comunicativo. Al termine della proiezione il pubblico ha votato il miglior film (premio assegnato all’olandese She / Her di Sonja Wyss), e così è stato per la giuria di esperti, che ha decretato come film vincitore del contest How are you today, dell’artista Chiu Chih-Hua (Hong Kong). Con la tavola rotonda che ha preceduto di un giorno la serata di proiezioni, è stato possibile istituire un confronto su quelli che oggi sono i diversi approcci alla videodanza. Giuria e pubblico sono stati concordi nel ritenere Stories We Dance una sfida vinta non solo per Genova ma per tutto il territorio nazionale, essendo la videodanza un genere artistico ancora poco seguito e praticato nel nostro Paese, a fronte, invece, di una larga diffusione all’estero.

    La doppia anima del festival, quella orientata alle produzioni locali e quella focalizzata sulle pratiche internazionali tra danza e audiovisivo, è ad oggi il punto di partenza – ci si augura – per una nuova edizione di FuoriFormato, nel desiderio crescente di mettere in contatto Genova con il resto del mondo e valorizzare il dialogo, la crescita, la rinnovata ricerca che potranno conseguirne.

    Marco Longo

  • Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    carabinieri-ventimigliaI primi moduli abitativi hanno fatto il loro ingresso nell’ex parco ferroviario del Roja, a Ventimiglia. Nel giro di pochi giorni, forse, il nuovo campo potrà accogliere circa tra i duecento e i trecento migranti. Voluto dall’amministrazione comunale per arginare una situazione ogni giorno più delicata, l’allestimento del campo, di fatto costringe il governo a riconoscere l’emergenza umanitaria di Ventimiglia; dopo appena due mesi dalla visita del ministro Alfano, quindi, viene sancito il fallimento della linea portata avanti dalle istituzioni e dai partiti politici italiani. La crisi umanitaria è diventata anche crisi politica: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, il mese scorso ha lasciato il Partito democratico mentre il governatore di Regione Liguria, Giovanni Toti, è entrato in rotta di collisione con Roma, per tenere salda l’alleanza con la Lega Nord di Rixi. Tutto questo mentre la Protezione civile, che avrebbe i mezzi per intervenire, rimane immobile, in balìa dell’impasse istituzionale.

    Prassi quotidiana

    Ogni mattina la Caritas serve tra le ottocento e le mille colazioni. Il numero è in crescita e non tiene conto delle molte altre persone sparpagliate sul territorio. Ogni giorno nuovi migranti arrivano, e nuovi migranti vanno: chi prova in qualche modo a passare il confine (c’è chi ci riesce e chi non ci riesce), e chi viene fermato dalla Polizia, che controlla e pattuglia le strade. Ogni giorno la polizia francese porta in Italia decine di irregolari intercettati appena oltre confine e, ogni giorno, le forze dell’ordine trasferiscono decine di migranti da Ventimiglia a Genova, dove saranno ridistribuiti nei vari centri di prima accoglienza sparsi nella penisola. Un sistema che come in molti avevano previsto, sta generando una vera e propria crisi umanitaria, che nei numeri sta replicando quanto già visto l’anno scorso. «Non è ancora chiaro come sarà gestito il nuovo campo – spiega Lia Trombetta, uno dei medici della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, che settimanalmente raggiungono il comune frontaliero per monitorare la situazione e mettere a disposizione le proprie competenze – probabilmente i migranti potranno stare alcuni giorni, anche senza essere identificati, per poi essere costretti ad abbandonare la struttura». Una struttura che, quindi, parte già inadeguata: «Con il caldo tutti i problemi si moltiplicano – ha sottolineato la dottoressa – anche se ad oggi non esistono criticità sanitarie endemiche, ma “solo” casi di malnutrizione e disidratazione». Diverse associazioni per i diritti umani si sono attivate per monitorare la situazione; nei prossimi giorni saranno decisi interventi in loco.

    Crisi Europea e del diritto

    Dopo migliaia di chilometri di viaggio, anni spesi tra deserti e prigioni africane, le persone in fuga da guerre, violenze e miseria rimangono intrappolate nelle maglie dei regolamenti europei, la cui messa in atto è lasciata di fatto all’arbitrarietà dei vari paesi. Come è noto l’identificazione dovrebbe essere fatta nel paese europeo in cui si è arrivati; ma, come è altrettanto noto, l’Italia non vuole reggere da sola l’impatto dei flussi migratori, più per motivi di politica interna che per altro. Tutto questo si gioca sulla pelle di centinaia di persone: gli appelli alla mobilitazione civica non si contano più, ma concretamente l’intervento solidale della cittadinanza è ostacolato e disincentivato dai governi. Questa stasi europea, politica e dei diritti, ha preso forma nella manifestazione del 18 giugno scorso quando un centinaio di attivisti hanno partecipato ad una biciclettata dimostrativa da Breil a Mentone, attraverso la Val Roja. La polizia francese ha seguito la manifestazione, mentre quella italiana ha bloccato la frontiera, impedendo a cittadini europei il passaggio. Schengen, questo sconosciuto. A termine della giornata alcuni attivisti hanno occupato simbolicamente un edificio della vecchia dogana francese, oramai abbandonato. Dopo cinque giorni, lo sgombero: alcuni manifestanti sono stati tenuti in arresto fino al 28 giugno in un Cra (Centro di detenzione amministrativa) a Nizza, dopo essere stati trattenuti per 16 ore in caserma, in attesa della sentenza sui dispositivi di interdizione dal suolo francese, disposti dalla polizia d’oltralpe in virtù dello stato di emergenza in vigore in Francia a seguito dei recenti attentati terroristici, che concede alla polizia di infliggere preventivamente la massima pena. La sentenza, successivamente, ha dichiarato illegittimo il provvedimento, smentendo e contraddicendo la linea politica del governo francese.

    Nervi tesi

    Domenica 3 luglio, centinaia di migranti hanno manifestato, sfilando in corteo verso la frontiera alta. Uno schieramento della polizia italiana li ha bloccati poco prima del confine: la situazione è rimasta in stallo per circa 36 ore, fino a quando sono partite le cariche delle forze dell’ordine che hanno disperso l’assembramento. Durante i tafferugli, diverse persone sono rimaste contuse, tra cui un’osservatrice francese di Amnesty International, Teresa Maffels, che ha riportato ferite a un braccio e alla schiena. Alcuni attivisti italiani presenti sono stati fermati, ricevendo il “foglio di via” da Ventimiglia e dai comuni limitrofi. Pratica ormai sempre più consueta, soprattutto nei confronti di attivisti più o meno organizzati, come gli appartenenti ai cosiddetti “No Borders”. Nelle ultime settimane sono oltre venti i provvedimenti del genere, per i quali sono già stati attivati i ricorsi da parte dei relativi legali.

    Crisi di civiltà

    Da un lato, quindi, la società civile che in qualche modo prova a organizzarsi, mentre dall’altro lato i governi europei che si rimpallano le responsabilità, provando a nascondere un problema, che oltre ad essere umanitario è politico; come è politica la volontà di non riconoscere il fatto che il flusso migratorio non sia un’emergenza ma un dato strutturale, da anni. Ed è altrettanto politica la decisione di non assistere in maniera adeguata queste persone: secondo i recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per Pil, (la Francia è quinta, mentre la Germania è al quarto posto), e ogni anno arrivano nel paese 150 mila persone, lo 0,25% della popolazione italiana; davvero non siamo capaci di gestire ed assicurare la dignità di una quantità di persone pari al pubblico di tre concerti di Vasco Rossi?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Fiocco azzurro all’Acquario di Genova. Ecco il nuovo cucciolo per la foca Tethy

    Fiocco azzurro all’Acquario di Genova. Ecco il nuovo cucciolo per la foca Tethy

    C’è ancora qualche centimetro di cordone ombelicale che sbuca dalla pancia del cucciolo della foca Tethy, nato martedì scorso alle 3.50 del mattino e presentato ufficialmente al mondo questa mattina nella vasca della foche all’Acquario di Genova, che proprio quest’anno celebra il suo 25° anniversario. Maschio, 12,7 kg e un metro di lunghezza, il nome del cucciolo verrà scelto attraverso un concorso presentato nelle prossime settimane. Per non disturbare il piccolo e la mamma, la passerella che consente di osservare la vasca dell’alto è temporaneamente chiusa al pubblico, mentre le evoluzioni del cucciolo potranno essere osservate dal primo piano del percorso. Per Tethy, esemplare di Phoca vitulina di 23 anni, è il sesto cucciolo: nel ’99 toccò al primogenito Giotto, primo esemplare di foca nato all’interno dell’acquario genovese, poi Hope nel 2003, Pallino 2004, Freccia 2007 e Luna 2010. Le foche ospiti dell’Acquario di Genova salgono, dunque, a sei: oltre a Tehty, alla figlia Luna e al piccolo appena nato, ci sono Selchie, femmina di 23 anni, e i maschi Igor e Hannes. La Phoca vitulina raggiunge la maturità sessuale a partire dai 3 anni e il ciclo riproduttivo è annuale e stagionale, all’inizio dell’estate, subito dopo la muta.

    Lo staff dell’Acquario sta seguendo giorno e notte – con videocamera a raggi infrarossi – il cucciolo e la mamma, per controllarne la crescita, l’allattamento, lo sviluppo della relazione madre-piccolo. L’allattamento, che è iniziato dopo circa 24 ore dalla nascita, prosegue quotidianamente ogni due ore circa e continuerà per una trentina di giorni, passati i quali il piccolo avrà raddoppiato il suo peso e potrà iniziare la fase di svezzamento con il primo approccio con il pesce che costituirà la sue dieta adulta. Mamma Tethy per sostenere l’allattamento è passata da una razione giornaliera di 2,5-3 Kg di pesce a 6 Kg.

    In questo primo periodo il rapporto mamma-piccolo è molto importante in quanto la madre trasferisce molte informazioni al neonato. Come lo staff dell’Acquario ha potuto osservare, ha da subito ha trasmesso il suo imprinting, porgendo il suo muso al piccolo, in modo che riconoscesse l’odore. Tethy, con il suo bagaglio di esperienza, è una mamma molto attenta, segue il piccolo e lo aiuta nel nuoto quando necessario.  Il piccolo si è dimostrato fin da subito vivace, curioso, esplora la vasca anche attraverso delle apnee lunghe, vista la sua tenerissima età: quando Tethy ritiene che sia fuori dal suo controllo, gli spruzza acqua addosso aiutandosi con la pinna anteriore e ottenendo l’immediato avvicinamento a lei. Gli sta insegnando a nuotare velocemente, a stare in apnea sempre di più e a dormire sul fondo della vasca, comportamenti che rappresentano strategie di difesa dai predatori.

  • Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    AutobusBus gratis per gli studenti di elementari e medie e forti riduzioni per i ragazzi under 26. Questa la proposta che il Consiglio Comunale ha votato all’unanimità e che impegna la Giunta a predisporre entro settembre un progetto da presentare al Governo, al fine di intercettare i finanziamenti statali dedicati allo sviluppo sostenibile del trasporto pubblico, stanziati dal collegato ambientale dell’ultima Legge di Stabilità.

    La mozione, presentata dal consigliere Guido Grillo, quota Pdl, fonda il suo dispositivo finale principalmente su due intenzioni: provare ad uniformare il contesto genovese con quello di innumerevoli altre città italiane ed europee, dove per gli studenti di ogni ordine e grado, sono previste agevolazioni considerevoli, e al contempo tentare una risposta al problema del traffico urbano e del relativo inquinamento, incentivando l’utilizzo del servizio pubblico di trasporto. Prima della sua approvazione, previo parere favorevole della Giunta, il testo è stato emendato con due proposte firmate dai consiglieri di Rete a Sinistra (che sostengono Marco Doria), che contestualizzano l’iniziativa del Comune nell’ambito degli incentivi promossi dal Governo: nell’ultima legge di stabilità, infatti, sono stati sbloccati 35 milioni, destinati alle realtà territoriali con più di 100 mila abitanti, per finanziare progetti di eco-sostenibilità del trasporto pubblico locale.

    La genericità della Legge di Stabilità

    Ad oggi Amt prevede già delle agevolazioni per gli studenti: se il prezzo pieno per un abbonamento annuale è di 395 euro, per gli under 14 è prevista una tariffa di 240 euro, mentre per i ragazzi fino a 26 anni il costo è di 255 euro, per chi ha un Isee minore o uguale a 20 mila euro. La mozione presentata vorrebbe abbassare ancora queste tariffe, introducendo anche la possibilità, per gli studenti fino alle scuole medie, di accedere gratuitamente al servizio pubblico, come previsto in altre città italiane, tra cui Napoli e Pavia. La Giunta, quindi, proverà ad intercettare i fondi messi a disposizione dal Governo, sfruttando la poca precisione del testo: nel collegato ambientale alla Legge di Stabilità 2016, infatti, si parla di un Programma sperimentale nazionale di eco-mobilità “casa-scuola” e “casa-lavoro”, che rappresentano le criticità principali delle grandi città, con l’obiettivo di favorire una generica progettualità che aumenti la sostenibilità del trasporto pubblico locale, diminuendo il traffico e la sosta, e di conseguenza l’inquinamento, soprattutto nelle zone prossime agli istituti scolastici.

    Il futuro incerto di Amt

    A far da contraltare a questo slancio, la nota situazione di Amt: l’offerta del servizio di trasporto pubblico a Genova da anni si sta riducendo, sia in termini di chilometri, sia in termini di frequenze e di linee; il degradarsi della situazione è sotto gli occhi di tutti: i bus sono in numero non sufficiente, e spesso risultano essere sovraffollati e inavvicinabili. Recentemente abbiamo documentato come il parco autovetture sia oramai inadeguato, con mezzi vetusti ed inquinanti; le notizie quasi quotidiane di guasti, anche importati, completano il quadro, desolante. La mozione approvata dal Consiglio Comunale, quindi, può destare perplessità: se da un lato abbassare il costo del servizio per una fetta importante dell’utenza, forse può riuscire ad incentivarne l’utilizzo, dall’altro lato, se a questo non è accompagnato un adeguamento alle esigenze della stessa utenza, si rischia un prevedibile buco nell’acqua.

    Prossima fermata: elezioni

    Visti i recenti tentativi dell’amministrazione comunale di far fronte al problema dell’inquinamento in città puntando su una rimodulazione del trasporto privato, la “solitudine” di questa mozione, ad oggi l’unica sull’argomento che ha trovato l’accordo bipartisan, potrebbe lasciare sgomenti; ma non solo. Un eventuale “successo” dell’operazione porterebbe a casa un finanziamento una tantum, al momento non accompagnato da un progetto strutturale di riqualificazione di tutto il comparto del trasporto pubblico, vero assett strategico della vivibilità di una città come il capoluogo ligure.

    Del sottotraccia, però, si può fare una lettura più politica: sempre più frequenti, durante le discussioni in Sala Rossa, sono i riferimenti al fine mandato della giunta Doria, oramai entrata nel suo ultimo anno di vita istituzionale. La mozione, con i relativi emendamenti, è stata approvata rapidamente e all’unanimità, senza produrre un benché minimo dibattito di sorta su di una strategia, anche ipotetica, del settore Trasporto Pubblico: se tutta l’operazione andasse a buon fine, i soldi arriverebbero in inverno, giusto in tempo per le urne. Insomma, la campagna elettorale è appena incominciata.

    Nicola Giordanella

  • Nervi, ex piscina “Mario Massa” diventa un campo da beach volley? Forse, ma solo temporaneamente

    Nervi, ex piscina “Mario Massa” diventa un campo da beach volley? Forse, ma solo temporaneamente

    piscina-massa-nerviAlla fine una quadra sulla vicenda della piscina “Mario Massa” di Genova Nervi, si sarebbe trovata: una mozione che prevede la soluzione temporanea d’utilizzo, dopo tutte le verifiche tecniche del caso e l’impegno della giunta a spronare la Regione Liguria nello sblocco di quei fondi europei che sarebbero serviti per rimetterla in sesto. Fin qui tutto bene ma, per capire a fondo la vicenda, bisogna fare un passo indietro.

    Lo scontro politico

    Per arrivare a questo risultato ci sono voluti tanti mal di pancia, abbastanza da lasciare l’amaro in bocca per parecchio tempo. Un accordo trovato dopo una commissione e una riunione capigruppo in Municipio IX Levante, di fuoco. Perché dietro all’inutilizzo della piscina, ormai chiusa da tempo, si è aperto lo scontro dal sapore politico tra Partito democratico e sinistra radicale. «Difficile pensare il contrario» aveva ammesso pochi giorni fa l’assessore municipale del Pd, Michele Raffaelli. Uno scenario che ricorda fin troppo bene quello della Sala rossa di Palazzo Tursi, dove il sindaco arancione, Marco Doria, spesso si trova tra i due fuochi. Lo stesso si può dire del presidente del Municipio, Nerio Farinelli, anche lui “arancione” e di cui, per questa vicenda, sono state addirittura chieste le dimissioni.

    La proposta del Municipio

    Dopo anni di chiusura e dopo tante proteste da parte dei residenti del quartiere, l’assessore Raffaelli aveva proposto di trasformare la Mario Massa in un campo da “beach volley” in attesa del via libera ai lavori di ristrutturazione da parte della Regione Liguria. Niente da fare: proposta bocciata, nonostante ci fosse il sostegno delle associazioni sportive, nonostante i 7 mila euro che il Municipio avrebbe potuto stanziare. A scrivere il necrologio del campo da beach volley, è stato lo stesso assessore, che ha affidato a Facebook e al gruppo di quartiere il proprio disappunto: «È con rammarico che comunico l’esito della commissione municipale odierna, dove si discuteva una mia proposta che riguardava un utilizzo temporaneo della Piscina Massa. La mia proposta prevedeva una partecipazione del Municipio con €. 7.000,00 alla cifra totale richiedendo al Comune l’impiego dei fondi relativi alla parte restante».

    Il fronte dei no

    Se per qualcuno il “no” è stato determinato da uno scontro politico, per altri non è affatto così. Lo scrive il consigliere Municipale Federico Bogliolo, di Progresso Ligure, che sui social spiega le sue ragioni: nessuna certezza che si tratti di una soluzione temporanea, con il timore di far sparire la pallanuoto da Nervi e i costi troppo elevati sia per realizzare il campo che per smaltire i rifiuti che al momento si trovano nella struttura. Bogliolo risponde anche a chi lo aveva accusato di essere contrario alla riapertura della piscina: «Sono nato a Nervi, sono cresciuto in quella vasca. Le prime ragazze che ti venivano a vedere durante gli allenamenti, i compagni di squadra, le serate ad allenarsi, i corsi nuoto quando non sapevo ancora nuotare, insomma, tutta la mia vita. Datevi delle risposte».

    Verso una soluzione?

    Anche la sinistra più radicale si è opposta al progetto già finanziato, accusando il Pd di non aver condiviso nulla. Dopo un paio di giorni di stallo, in cui si è gridato allo scandalo, la svolta: prima una visita al Matitone per alcune verifiche tecniche, poi una maggioranza in cui si era aperto uno spiraglio e, infine, la capigruppo durante la quale si è finalmente trovata la quadra con l’utilizzo temporaneo dell’area.

    Pace fatta per il bene del quartiere? Non esattamente, perché tra i corridoi del Municipio si dice che dietro alla mozione sulla destinazione temporanea d’uso si nasconderebbe ancora il campo da beach volley, non morto come un vampiro, e che la quadra l’abbia trovata solo il Pd. E, questa volta la mozione potrebbe passare, tra il malumore generale, perché non esistono altri progetti temporanei. D’altra parte, «piuttosto che vedere ancora la storica “Mario Massa” in quelle condizioni avrei preferito farla demolire», dice ancora l’assessore Raffaelli. Insomma, la lite sulla piscina di Nervi è di nuovo dietro le porte e sembra che per questa struttura non ci sia pace.
    E gli abitanti di Nervi? Alla fine sono proprio loro i più affezionati alla piscina e davvero non ne possono più di vederla ridotta a una vasca vuota, melmosa e maleodorante. Altro che antichi fasti. Per questa ragione è stato organizzato un presidio in costume per sabato 16 luglio: “NOI vogliamo questa piscina!”. Alla faccia di qualsiasi lite politica, resta l’amarezza per le promesse fatte in campagna elettorale e siamo già alle porte di quella per le Comunali 2017.


    Michela Serra

  • Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    mariaeugeniaesparragozaLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Eugenia Esparragoza. Nata in Venezuela, è arrivata in Italia a metà degli anni Novanta, con una ricca ed eterogenea esperienza nella comunicazione sociale, nel giornalismo, nel settore audiovisivo, in particolare nell’antropologia filmica, e nella docenza universitaria. A Genova è riuscita ad affermarsi professionalmente a prescindere dal riconoscimento dei titoli di studio precedenti, anche in settori diversi da quelli in cui aveva operato.
    Il concetto chiave che emerge dall’incontro con Maria Eugenia Esparragoza è l’importanza di promuovere uno sguardo diverso sui luoghi attraversati quotidianamente, sul centro storico, sulla città e svegliare l’interesse per l’ambiente e le persone che ci stanno intorno.

    I nuovi cittadini genovesi, persone di origine straniera ma profondamente radicate dal punto di vista personale, professionale e culturale, in Italia e a Genova, possono apportare un contributo fondamentale. Sono portatori di un punto di vista complesso, nel quale si compendia l’esperienza dello sradicamento e della migrazione con quella dei nuovi legami sociali e culturali con il territorio nel quale risiedono.
    Genova ha una peculiarità: la grande presenza di residenti di origine latinoamericana iniziata a crescere negli anni novanta a causa della crisi politica ed economica di alcuni paesi dell’America Meridionale e, poi, consolidata con i ricongiungimenti familiari e l’implementazione di catene migratorie con al centro la nostra città. Un percorso simile è avvenuto nelle regioni adriatiche e in alcune zone del Nord con l’immigrazione albanese, esplosa con la crisi dei regimi filosovietici e oggi generalmente integrata con successo nel tessuto sociale del paese. Ora iniziamo ad assistere, complice la crisi economica in Italia e Europa, al fenomeno della contravuelta, del rimpatrio assistito sostenuto dai governi dei paesi d’origine.
    Queste storie, al di là delle particolarità individuali di ognuna, ci spingono a interrogarci anche sui processi migratori attuali, originati come allora da una catena di crisi politiche ed economiche esplose nella fase delle cosiddette “Primavere Arabe”, e vissuti dai media e dall’opinione pubblica come emergenza permanente. Nel medio periodo non si può escludere che questi fenomeni migratori potrebbero consolidarsi e assumere caratteristiche simili a quelle degli anni Novanta, compresi i ricongiungimenti familiari e la contravuelta, pur riconoscendo che alcune delle questioni geopolitiche che li hanno aumentati siano di difficile risoluzione.

    L’incontro con Maria Eugenia è anche uno stimolo a interrogarsi su quanto di vero e quanto di stereotipico ci sia nella diffusa immagine che ritrae quello di Genova (città che come altre in Italia, e forse più lentamente e riottosamente, sta vivendo il lento abbandono dell’identità urbana di polo industriale) come un ambiente un po’ chiuso, tendenzialmente diffidente e ostile verso l’innovazione, le nuove idee e i nuovi punti di vista.

    Qual è stato il tuo percorso di studi e di lavoro prima di arrivare a Genova nel 1993?
    «In Venezuela, ho iniziato a scrivere a 14 anni su giornali e riviste, prima su un giornale regionale e poi sui media più importanti. Per me scrivere era un divertimento, non c’erano tutti i mezzi di oggi per farsi pubblicare. Avrei voluto studiare antropologia ma, in quel periodo, l’Università centrale è stata chiusa per più di anno a causa di moti studenteschi. Come tanti della mia generazione, ho ripiegato su un’università privata e mi sono laureata in Comunicazione sociale con specializzazione in audiovisivi. Dopo aver lavorato due anni all’Ufficio centrale dell’informazione, ho trovato modo di andare a Parigi a studiare antropologia filmica, collegandola così a quanto avevo studiato fino ad allora. In Venezuela ho anche insegnato 10 anni nella stessa università in cui avevo studiato.
    Il mio progetto era quello di realizzare un film che mettesse in relazione il continente sudamericano e quello africano. Grazie ad alcuni premi di progetti vinti dopo la tesi e varie collaborazioni, ho svolto ricerche socioantropologiche sul campo, in Congo, scoprendo che era proprio da quell’area che provenivano molti degli schiavi portati in Venezuela dal continente africano, mentre tutte le ricerche sugli afrodiscendenti si concentravano sulla costa occidentale.
    Il risultato di queste ricerche è stato il documentario Salto al Atlántico, il primo film a connettere due continenti che non si parlavano, in un periodo in cui non c’erano tutti i mezzi di oggi per connettere le persone attraverso i media. Salto al Atlántico negli anni successivi è stato proiettato in numerose occasioni e festival in Europa e in America Latina, vincendo anche alcuni premi. Nel 1992 il film, che era disponibile all’ambasciata venezuelana, è stato richiesto dall’organizzazione delle Colombiane ed è stato proiettato per la prima volta a Genova. Io sono arrivata in Italia l’anno successivo, ho conosciuto il Laboratorio Migrazioni del Comune che si era occupato della proiezione del film e, grazie anche al film, ho iniziato con loro un percorso di collaborazioni e consulenze». 

    La tua laurea in Comunicazione sociale è stata riconosciuta in Italia?
    «Non ho fatto riconoscere in Italia la mia laurea. Stavo per iniziare il percorso di convalida, quando mi si sono presentate opportunità di lavoro per docenze a contratto in lingua spagnola, per le quali non era richiesta, e dal 2000 svolgo collaborazioni in questo settore. Avevo già un titolo di studio europeo, il dottorato a Parigi.
    In Italia avrei voluto riprendere a occuparmi di giornalismo. Molti me lo hanno sconsigliato e mi hanno detto che il percorso era lungo e difficile. In Venezuela l’albo dei giornalisti accetta direttamente i laureati dell’Università, e può ammettere chi dimostra di aver lavorato nel settore senza essere laureato. Ho rinunciato: è rimasto un sogno nel cassetto. Ogni tanto scrivo qualcosa e lo metto lì dicendomi che almeno online dovrei pubblicare qualcosa prima o poi».

    Hai avuto ostacoli o difficoltà di affermazione professionale legati all’assenza o ai lunghi tempi richiesti per l’acquisizione della cittadinanza italiana?
    «Io ero sposata con un italiano ma all’inizio non ho voluto prendere la cittadinanza italiana per non perdere la mia, in quanto il Venezuela prima della rivoluzione di Chavez non accettava la doppia cittadinanza. Non mi sono precipitata nemmeno quando avrei potuto, vedevo i miei diritti abbastanza riconosciuti e ho perso la possibilità di accedere a un concorso per coordinare il Centro Scuole e Nuove Culture perché non ero italiana. Allora mi sono attivata, fra la richiesta e l’ottenimento sono passati 5 anni».

    Un sistema di accesso al mondo del giornalismo incentrato sul vincolo del titolo universitario, come in Venezuela, potrebbe essere utile a migliorare il livello di approfondimento e qualità nel trattare il tema delle migrazioni?
    «Potrebbe essere. Però io vedo che anche nei miei corsi non c’è un grande interesse a parlare in modo approfondito di migrazioni. Diventa molto difficile, anche per questo, farlo attraverso i media. Una preparazione specifica dei giornalisti che si occupano di migrazioni potrebbe migliorare la qualità linguistica del messaggio…lo strumento linguistico spesso è usato in maniera superficiale».

    Quando sei arrivata a Genova hai tentato di inserirti professionalmente nel settore dell’audiovisivo e dell’industria creativa?
    «Ho provato un paio d’anni ma, non vedendo a Genova grosse prospettive nell’audiovisivo e nell’industria filmica, ho deciso di dedicarmi ad altro. Non credo che ci siano grossi investimenti. Nel 2007 ho deciso di riprovarci e ho presentato il documentario Rifare i Bagagli al Genova Film Festival. Trattava il tema dell’impatto delle migrazioni sugli adolescenti. Mi piacerebbe riprendere in mano il tema e rifarlo ora, 10 anni dopo, e vedere che cosa è cambiato. Negli anni successivi sono entrata a far parte della giuria del Genova Film Festival».

    Ci sono spazi a Genova per l’affermazione professionale di cittadini stranieri con competenze audiovisive e filmiche? Ci sono giovani e persone della cosiddetta “seconda generazione” attivi nel settore?
    «Credo che per loro sia molto difficile, qua c’è un ambiente in generale piuttosto bloccato. Sono con il Genova Film Festival da quando è nato e di prodotti fatti da migranti, o figli di, ne ho visti veramente pochissimi. Non è che non ci siano, solo non vedono molti canali per esprimersi. La situazione in tutto il Nord e nell’Italia in generale non la vedo in grandissima espansione. Il settore è difficile per tutti, anche per gli italiani.
    A Genova ci sono personalità eccellenti nel settore cinematografico con collaborazioni a livello nazionale o internazionale, ma si tratta di profili specializzati in settori e riprese particolari. In generale per fare grandi cose devi andare almeno a Milano, Torino o Roma».

    La città di Genova, anche se relativamente propensa a una buona accoglienza verso i nuovi cittadini, è molto spesso dipinta come tendenzialmente conservatrice e poco propensa all’innovazione. Pensi che sia uno stereotipo o ci sono elementi di verità in questo punto di vista?
    «Mi sembra che la “piazza” sia difficile in generale. Da 2 anni assieme ad altre persone collaboro con il progetto Migrantour attivo anche in altre città italiane. Migrantour organizza passeggiate culturali per promuovere uno sguardo diverso sulla città e sul centro storico genovese: la città vecchia con gli occhi dei nuovi cittadini.
    E’ questo che io penso debba essere fatto: parlare a tutti! E’ come nel giornalismo: l’obiettivo non deve essere solo fare la stampa per i migranti, bisogna parlare a tutti, proporre un punto di vista diverso sui luoghi delle città, sui temi che interessano la cittadinanza. Svegliare l’interesse delle persone per quello che ci sta accanto.
    Con Migrantour abbiamo organizzato diverse passeggiate tematiche per interessare la cittadinanza su diversi temi: una sul caffé, una in occasione della giornata mondiale dell’acqua, una in occasione della Pasqua Ortodossa, un’altra sulle piante medicinali. Per quest’ultima, la persona si era preparata moltissimo e abbiamo dovuto rinunciare per mancanza di quorum. Se faccio un confronto con i numeri di Migrantour in altre città, mi chiedo se sia la piazza stessa a essere poco ricettiva. Ho partecipato a una di queste passeggiate a Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, e c’erano più di 150 persone. È vero che là i numeri sia degli stranieri residenti che della popolazione in generale sono superiori, ma credo che qua ci sia un problema di ricettività. Occupandomi da molti anni di migrazioni e intercultura, mi sono resa conto che in città le voci e le sensibilità che si muovono su certi temi sono sempre le stesse. Il punto è come fare per arrivare a parlare anche ad altri? Forse un impulso potrebbero darlo le istituzioni, ma la vedo difficile, viviamo un’epoca di restrizioni. Ho la sensazione che oggi molti degli spazi che si erano aperti 10/15 anni fa su questi temi si stiano chiudendo».

    Andrea Macciò

  • Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaIl Consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento di “Assegnazione e gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica ubicati nel Comune di Genova”, dopo un iter complesso che ha visto coinvolti, tra gli altri, Municipi e sindacati di categoria, oltre ai responsabili di Arte e Asl. Alla base della nuova normativa, la necessità di agevolare l’accesso alla casa, stante un’emergenza abitativa in crescita, come Era Superba ha documentato più volte. La giunta, quindi, prova a smuovere le acque in un ambito critico per l’amministrazione e per la società civile, che spesso non riesce a stare al passo con gli andamenti del mercato immobiliare, legato a doppio giro con il mercato della finanza speculativa. Lo spirito di questa “piccola riforma genovese” è quello di velocizzare gli accessi alle case, provando ad allargare in qualche modo il bacino dei possibili beneficiari. Vediamo nel dettaglio che cosa cambia nelle modalità di assegnazione e gestione degli alloggi Erp (Edilizia Residenziale Pubblica).

    Le novità

    Il testo approvato introduce alcune innovazioni, già anticipate nei mesi scorsi ma leggermente limate dal dibattito consigliare. Tra le prime novità c’è la creazione di una nuova graduatoria per le assegnazioni, con validità quadriennale, ma aggiornamento semestrale. Le modalità di accesso alla graduatoria e i requisiti richiesti non sono stati modificati. Il testo, inoltre, introduce la creazione di una “Commisione Erp”, composta da personale dipendente di Comune, Arte Genova e da rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria: questo nuovo organo, che sarà tenuto a riferire di fronte al Consiglio comunale, avrà il compito di monitorare il territorio, cercando di “leggere” le eventuali situazioni di criticità legate alle assegnazioni, per favorire il miglior inserimento possibile all’interno del contesto civico degli assegnatari. La costituzione di questa commissione non aggiungerà costi al bilancio comunale, utilizzando risorse interne all’amministrazione.

    Manutenzioni ordinarie a cura degli assegnatari

    Uno dei colli di bottiglia che da sempre rallenta le pratiche di assegnazione è il livello di fatiscenza in cui spesso sono ridotti gli alloggi Erp: il requisito sine qua non per lo sblocco di una abitazione è, infatti, il rispetto delle norme igieniche e di sicurezza. Con il nuovo regolamento, se i lavori necessari al raggiungimento della messa in sicurezza non superano i 5 mila euro, l’ente proprietario può proporre al cittadino in graduatoria di farsi carico dei lavori, scalando successivamente le spese documentate dal canone di locazione. Il meccanismo sarà vincolato da una perizia che stabilisce quali lavori debbano essere fatti e da un termine temporale, che non può superare i sessanta giorni; prima del completamento delle opere, la casa non potrà essere abitata. Prevista anche la possibilità di procedere con lavori “fai da te”, previa la stipula di una polizza assicurativa. Questo novità punta ad abbreviare i tempi per le assegnazioni, anche se, al momento, non esiste una quantificazione puntuale degli alloggi che rientrerebbero in questa categoria.

    Coabitazione sociale

    Un’ulteriore novità del nuovo regolamento è l’introduzione della coabitazione sociale: l’ente, infatti, individuerà alloggi compatibili a progetti di condivisione da parte di soggetti in carico ai servizi sociali e socio-sanitari locali. Questa pratica, già in uso in altri comuni italiani, contribuirebbe a far fronte a diversi problemi: da un lato, si verrebbe incontro a persone sicuramente in difficoltà economiche e, nel contempo, si produrrebbe una riabilitazione sociale (seguita e supervisionata dai servizi) senza dover ricorrere a inserimenti in strutture dedicate, abbattendo di conseguenza i costi sanitari pubblici.

    Un regolamento più “femminile”

    L’assessore alle Politiche della casa e housing sociale, Emanuela Fracassi, ha definito questo regolamento più “femminile” rispetto al precedente: «Nonostante una legislazione molto rigida, siamo riusciti a introdurre elementi veramente innovativi – spiega – riuscendo a ottenere un quadro normativo più flessibile e adattabile alle diverse situazioni». L’ordinaria manutenzione a carico degli assegnatari e i progetti di coabitazione sociale «permettono di sbloccare più alloggi e, al contempo, di intercettare situazioni di disagio conclamate».
    Non tutti, però, gridano al miracolo. Antonio Bruno, consigliere comunale di Federazione della Sinistra, ricorda come, anche in questo regolamento, restino delle sperequazioni sociali evidenti: «Rimane previsto lo sfratto per chi non riesce a pagare comunque l’affitto, anche perché il fondo per la morosità incolpevole previsto da Regione Liguria e Comune di Genova – continua il consigliere – ad oggi non è mai stato finanziato». La discussione in Sala Rossa, però, ha portato a mettere nero su bianco l’impegno, da parte della giunta, ad istituire in tempi brevi questo fondo e a far pressione affinché si riveda la legge regionale 10/2014, che appunto prevede la decadenza dall’alloggio per chi non riesce a pagare tre mensilità, anche non consecutive.

    Questa riforma del regolamento Erp, sicuramente, è un passo avanti, ma i conti non sono ancora chiari: «Partiremo con una decina di coabitazioni – sottolinea Fracassi – mentre dobbiamo lavorare con Arte per individuare quali e quanti potrebbero essere gli alloggi la cui manutenzione sta sotto la soglia dei 5 mila euro». Al momento, quindi, non è facile capire quale impatto reale potrebbe avere questa nuova normativa: nel frattempo, l’emergenza abitativa non dà segni di arretramento e c’è il rischio che, nei fatti, la montagna abbia partorito il topolino.

    Nicola Giordanella

  • FuoriFormato: tra ricerca e sperimentazione, la rassegna si è conclusa con la finale del videocontest Stories We Dance

    FuoriFormato: tra ricerca e sperimentazione, la rassegna si è conclusa con la finale del videocontest Stories We Dance

    storieswedance-lucaalbertiTursi, ore 19.00. Guardare dal basso verso l’alto continua a essere una delle possibilità che la danza fuori dai teatri riesce a donare al pubblico. Alziamo lo sguardo e troviamo Francesca Guerra in cima alle scale del palazzo. Pare un direttore d’orchestra con l’archetto del violino pronto all’uso e, come se fossimo noi l’ensemble da guidare, pare dirigerci in un territorio musicale che progressivamente sarà il suo stesso corpo ad assecondare. Una sinfonia. Una Sinfonia per un corpo solo. Si muove con l’archetto in mano, quasi in un combattimento da scherma, poi raggiunge lo strumento che ha deciso di indossare, il violino. Le scale divengono scale musicali, ritmi che la porteranno a scendere fino al pubblico per intonare con la voce un canto tradizionale e ammaliatore. In conclusione sembra il suono di una nave che salpa, mentre risale quelle scale per scomparire lassù nel cortile. Breve, efficace, una storia. Che, toccando anche le nostre corde, lascia addosso il desiderio di un seguito.

    Sono le storie le protagoniste di questa serata. Storie che si appropriano degli elementi per tornare ad essere quello che si è dimenticato. Come in Ecce puer, titolo che rimanda a un enfant con un desiderio di purezza in un mondo banale (la vision de purité dans un monde banal così ben rappresentata nell’opera di Medardo Rosso). La versione di Nicola Marrapodi ha a che fare con la resilienza, con la capacità di assorbire un urto senza rompersi. Trasformandosi. Marrapodi si bagna di acqua, se ne cosparge, torna terra, torna sasso, sfiorando, come una radice, una condizione primordiale liquida e dinamica. Manca il fiato quando l’acqua ci arriva forte in volto. Si blocca il respiro. Eppure la danza continua.

    Un urlo muto. Siamo a Palazzo della Meridiana. Ribellarsi senza farsi sentire. Non ci si aspetta che si concluda così un lavoro che potrebbe avere la dolcezza come prima caratteristica. Ma lo zucchero non è sempre dolcezza e ciò che a prima vista appare decorazione non sempre evoca un canone scontato. BodyCaking®[Belladonna] è parte da un’idea perfettamente attuale: usare il cibo, così importante per ognuno, come un simbolo. Usare la pasticceria come una tavolozza e, al contempo, decontestualizzare lo zucchero dal suo ambiente naturale per farne materia e strumento nuovi, performativi. Davide Francesca e Marco Democratico creano con i loro materiali sul corpo della performer Olivia Giovannini, qualcosa che potrebbe avere a che fare con la femminilità, un abito da sposa quasi, un corpetto, un bustino XVI secolo. Ma quell’abito diviene gabbia ed è solo nella costrizione che si scopre l’animalità repressa. Nelle zampette che si liberano, nel leccarsi le ferite, dolci e non ancora incrostate, ancora fresche. Lasciandola sola. Ma bella. Una bella donna in un grido silenzioso.

    Siamo pronti per spostarci a Palazzo Ducale dove alle 21 in Sala del Munizioniere inizia la serata finale di Stories We Dance, il contest internazionale di videodanza promosso, organizzato e presentato da Augenblick. Davanti a un pubblico puntuale e da subito attento, alla presenza dei 5 membri della giuria presentati il giorno prima, inizia la proiezione integrale dei 14 dancefilm finalisti, selezionati tra i 98 lavori ricevuti da tutto il mondo. Sono pronte le menzioni e il premio in denaro al Miglior Film, che saranno assegnati al termine della serata. Ma anche il pubblico presente è chiamato a esprimere la propria personale preferenza, che porterà all’assegnazione di una menzione dedicata.

    I film scorrono senza interruzione, con una rapida pausa intermedia, in un silenzio da sala cinematografica. Situazione che pare paradossale e al tempo stesso felicemente sorprendente. Da una parte, infatti, una proposta di visione che non può che essere concentrata e eterogenea, per durate, tematiche, ambientazioni, soluzioni audiovisive: una varietà di percorsi che è stata posta in primo piano già in fase di preselezione, per offrire, del genere in questione, un’esperienza diversificata. Dall’altra, come si diceva, un’ottima risposta del folto pubblico presente, catturato dalle molteplici forme e modalità narrative della videodanza europea, americana, asiatica – in anteprima non solo genovese ma quasi sempre anche italiana, talvolta europea – e capace di partecipare fino al termine della proiezione con curiosità e talvolta stupore. Con il coinvolgimento emotivo che affiora vedendo un film atteso o che, inaspettatamente, cattura già dalle prime scene.

    Mentre si raccolgono i voti del pubblico è la volta di Echo, performance dal vivo di e con Luca Alberti (Compagnia DEOS) che, sempre in Sala del Munizioniere, presenta il proprio studio coreografico tratto da MM Microcosmo Mozart. Alberti è un vortice, il suo corpo, accompagnato da un montaggio musicale imprevedibile, raggiunge vette di ipnotica astrazione, la performance dura pochi minuti ma potrebbe continuare a lungo, incollando anche il pubblico non specialistico a un’immagine in continuo aggiornamento, dove ricerca e immediatezza di esecuzione si sovrappongono e confondono magneticamente.

    La serata è in chiusura e il pubblico si raccoglie intorno allo schermo per assistere all’assegnazione dei premi. Ogni membro della giuria legge le motivazioni delle scelte fatte, dimostrando il desiderio di dare ai verdetti una direzione forte, non convenzionale, aperta, come aperta dovrebbe essere la riflessione sulla videodanza. Molti gli ex aequo nelle menzioni, in dettaglio: la menzione al Miglior Concept è assegnata per voce di Emilia Marasco a Marine Girls di Megan Wright (USA) e a Disruptions di Felipe Frozza e Ulrike Flämig (Germania). Simone Magnani assegna la menzione al Miglior Performer sia al gruppo di bambini di Kid Birds For Camera di David Daurier e Eric Minh Cuong Castaing (Francia) sia, nuovamente, a Ulrike Flämig di Disruptions. Gaia Clotilde Chernetich è chiamata ad assegnare la menzione per la Miglior Coreografia, che va a Lay Me Low di Marlene Millar (Canada) e a Let’s Say di Fuk Pak Jim (Hong Kong). È la volta della Miglior Regia, assegnata da Gaia Formenti a Vecinas di Natalia Sardi (Belgio). Il pubblico scopre in tempo reale il proprio verdetto: a conteggi avvenuti, il Premio del Pubblico va a grande maggioranza a She / Her di Sonja Wyss (Olanda). E siamo al Primo Premio della Giuria, cui corrisponderà un riconoscimento in denaro, e che in questa prima edizione di Stories We Dance è assegnato, per voce di Lucia Carolina De Rienzo, a How are you today di Chiu Chih-Hua (Hong Kong).

    Molti gli applausi, palpabile la soddisfazione di Augenblick e di tutti gli organizzatori di FuoriFormato.

    Marina Giardina
    Fabio Poggi

  • Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    palazzo-tursi-D9Tre delibere comunali di iniziativa popolare sono state questa mattina depositate presso Tursi da un gruppo di cittadini che aderisce a 9 tra associazioni e comitati locali di partecipazione attiva. Misurabilità degli standard minimi dei diritti civici e potenziamento della trasparenza e della partecipazione alla vita amministrativa della città, salvaguardia dei servizi pubblici locali e avvio del processo di ripubblicizzazione del servizio idrico sono gli obiettivi principali delle proposte di deliberazione per cui nei mesi scorsi sono state raccolte oltre due mila firme, che è la soglia minima prevista dalla legge comunale. E’ la prima volta che sotto la Lanterna è utilizzato questo strumento di partecipazione dal basso, previsto dall’art. 21 comma 8 dello Statuto del Comune. «Si tratta di una possibilità prevista dal Testo unico sull’ordinamento degli enti locali – spiega uno dei promotori, Dino Orlandini – che è stata recepita a Genova senza però alcun regolamento attuativo per cui ci siamo un po’ inventati la strada. Il nostro unico obiettivo è quello di migliorare la vita nei quartieri attraverso un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle scelte politiche comunali: insomma, meno deleghe e più partecipazione».

    La prima proposta: diritti, trasparenza e partecipazione

    Il percorso di queste tre delibere nasce nel 2013 da una petizione in 6 punti intitolata “No a privatizzazione dei servizi pubblici, sì a trasparenza e partecipazione” ma trova ancor prima le sue radici nel movimento referendario per la difesa dell’acqua pubblica. Entrando più nel dettaglio dei documenti che sono stati presentati, il più innovativo risulta essere quello dedicato a “Diritti, trasparenza e partecipazione”. Oltre alla richiesta di un controllo puntuale e trasparente di come vengono spesi i soldi dei cittadini, la delibera prevede infatti una «formulazione concreta degli standard minimi di diritti civici che il Comune intende garantire ai residenti» (ad esempio, quantità pro capite di verde pubblico, di aree pedonali e piste ciclabili, di attrezzature sportive, di mezzi pubblici di trasporto, di spiagge libere, farmacie, scuole dell’infanzia ecc.) e una serie di strumenti di verifica di quest’offerta con l’indicazione di eventuali azioni risarcitorie che i cittadini possono intraprendere in caso di inadempienza. «Si tratta – spiega Orlandini – di un modo eversivo di concepire il sistema con cui opera il Comune e il rapporto che esso ha con i cittadini. Vorremmo che ci si orientasse maggiormente alla logica nessuna tassazione senza rendicontazione».

    Il testo integrale della prima delibera

    La seconda proposta: no alla privatizzazione dei servizi pubblici

    La seconda proposta di delibera è un no secco e senza replica alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. «Ne risentirebbe la qualità della convivenza – sostengono i promotori – perché i servizi pubblici locali rappresentano un importante fattore di coesione sociale e svolgono una funzione chiave per la salvaguardia del bene comune rispetto agli egoismi individuali». In quest’ottica, viene richiesto all’amministrazione di non prendere decisioni strategiche in ottica di privatizzazione se non prima di averne verificato il sostegno popolare attraverso il referendum consultivo, previsto dallo Statuto del Comune di Genova.

    Il testo integrale della seconda delibera

    La terza proposta: servizio idrico integrato

    L’ultima delibera riguarda il cosiddetto Servizio idrico integrato (SII) e punta sostanzialmente a bloccare ogni fine di lucro sulla gestione dell’acqua: «La proposta non richiede l’immediato ritorno del servizio idrico alla gestione pubblica perché sarebbe irrealizzabile in virtù dei contratti in essere con Iren e le sue controllate – è la tesi dei proponenti – ma punta a far rispettare quanto emerso dai referendum del giugno 2011 e cioè che ogni utile derivato da questo settore sia accantonato per investimenti o utilizzato per ridurre le tariffe e non distribuito tra gli azionisti privati». Oltre a ciò, viene proposto il divieto di distacco dell’acqua alle utenze domestiche per qualsiasi motivo, nel limite del rispetto di un utilizzo ragionevole di 100 litri al giorno a persona.

    Il testo integrale della terza delibera

    A questo punto la palla passa alla apposita commissione comunale, presieduta dal segretario generale e composta da due dirigenti di sua nomina, per la valutazione dell’ammissibilità delle proposte. Passaggio che dovrà avvenire entro trenta giorni. Se le tre proposte saranno giudicate ammissibili, toccherà al Consiglio comunale calendarizzare la discussione e il passaggio in Sala Rossa.


    Nicola Giordanella