Autore: Nicola Giordanella

  • Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    tapullo-piazza-erbeUna delle cose migliori di Genova sono le sorprese; in ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni piazza si possono scovare dettagli incredibili: e incredibile è quello che si può scoprire in piazza delle Erbe. Da qualche giorno, nella piazza fulcro della movida genovese, sono comparsi decine di piccoli adesivi, rotondi, che riportano un QR-code, cioè quella sorta di “codice a barre” che se fotografato con uno smartphone, diventa un collegamento ipertestuale ad una pagina web.

    Detto fatto: conquistati da una “palette” decisamente invitante, ecco che il codice ci apre il mondo di “Tapullo, la rete costruita a brettio”. La pagina che si apre invita a connettersi gratuitamente alla rete wi-fi omonima, attraverso la quale si accede a questa nuova frontiera della socialità condivisa: uno spazio virtuale, un contenitore, fatto da tante stanze tematiche, dove i visitatori possono comunicare tra loro seguendo o creando discussioni. Fin qui nulla di nuovo, forse, ma il bello sta nella “fisicità” del connettersi: la rete Tapullo è fruibile solo stando in loco, creando un circolo virtuoso reale-virtuale-reale, aprendo una via nuova alla socialità condivisa degli spazi “vissuti”.

    Benvenuti in Tapullo

    «Questa rete è un esperimento di socialità condivisa. Funziona solo qui e da nessun’altra parte, vuole mettere in contatto le persone che occupano questo spazio fisico tramite l’uso di uno spazio virtuale locale. Quando vuoi registrarti, usa pure una mail finta, non ci interessano i tuoi dati». Questo il disclaimer che accoglie l’utente in Tapullo, e che dice tutto: un’idea nata in termini sperimentali, puntando a potenziare le condivisione dello spazio reale attraverso una via virtuale anonima, veloce e aperta a tutti.

    Per iscriversi basta un minuto, e poi si può incominciare a comunicare; diverse sono le sezioni, le“stanze”, già impostate, in cui si possono aprire, o seguire, delle discussioni: dalle classiche “mangiare”, “bere”, “eventi”, a quelle più social, come “Giochi” e “Persone”. Quest’ultima prevede delle sotto sezioni dai nomi esplicativi: “jam”, “Chiacchiere” e “ammore”; ed proprio in questa, che si preannuncia come la più gettonata, che troviamo le prime prove di socialità 3.0: una ragazza infatuata si rivolge ad un bel giovane che «beve una birra vicino alla siepe, posso offrirti un altro giro?». Come sarà andata a finire? Su Tapullo, inoltre, possiamo trovare anche le sezioni dedicate al baratto, ai giochi e ai “passaggi”: «sei sobrio e in auto? Sei sbronzo e/o a piedi? Parlatevi». Più chiaro, e utile, di così?

    La rete costruita “a brettio”

    Tra le pagine di discussione, si trova anche una stanza dove si parla tecnicamente della rete, e dove si possono trovare tutte le informazioni per chi volesse contribuire alla “causa”, aumentando la portata della rete, nella logica delle “wireless mesh network” cioè quelle reti “a maglie”, senza fili, cooperative e costituite da nodi (i router) che funzionano contemporaneamente da ricevitori, trasmettitori e ripetitori. Esattamente all’opposto dell’infrastruttura classica, e commerciale, che porta la connessione singolarmente nelle case di ognuno di noi. A pagamento. Forse è da qui che nasce il nome dell’esperimento: lo stringente pragmatismo del dialetto genovese, che restituisce l’idea della rimedio arguto, costruito senza imposizioni, schemi e governance di sorta.

    Non si sa chi sia l’artefice di Tapullo, non si sa chi ci abbia messo il router, e dove questo sia stato collocato: non ci sono credits, contatti, sponsor e patrocini vari. Connettendosi alla rete wi-fi dedicata si può solo accedere alla piattaforma condivisa, senza poter navigare per il web. Sta forse qua la genialità della “pensata”: aver predisposto uno spazio di comunicazione puro, dove i contenuti sono solo quelli di chi la “abita”, e per abitarla bisogna vivere uno spazio reale come quello della piazza.

    Un gioco? Probabilmente molto di più. Sicuramente una voce fuori dal coro, che scommette sulla libera comunicazione tra le persone, e la libera fruizione degli spazi, sia virtuali che reali.

    Nicola Giordanella

  • San Bartolomeo della Certosa, l’urgenza della ristrutturazione del chiostro, dopo abbandono e cedimenti strutturali

    San Bartolomeo della Certosa, l’urgenza della ristrutturazione del chiostro, dopo abbandono e cedimenti strutturali

    Genova_Rivarolo_CertosaQuando si pensa ad un antico monastero del XIII secolo, è facile immaginare un complesso immerso nella natura, dove la pace e la preghiera scandiscono l’avanzare delle ore della giornata. Questo non è proprio quello che si vede arrivando alla Certosa di Rivarolo, dove l’antico complesso monastico è ormai incorporato all’interno del quartiere, costretto dall’urbanizzazione, dalla cementificazione e dall’incuria. Anche con una buona fantasia si fa fatica a ridisegnare i tratti di quello che probabilmente era un piccolo paradiso in terra, in quella verde e rigogliosa valle che fu un tempo la Val Polcevera.

    Da anni il monastero è diviso in due parti, una di proprietà della Chiesa e l’altra del Comune e, se la parrocchia ha mantenuto in buono stato la propria porzione del monastero e ha realizzato un campo da calcio in erba sintetica, utilizzato quotidianamente dai giovani del quartiere, una sorte peggiore è toccata alla seconda porzione, di proprietà del Comune, che giace in stato di totale abbandono da ormai parecchi anni. Recentemente l’area è stata soggetta ad un crollo strutturale, per fortuna limitato, ma che ha messo in luce l’urgenza dei lavori di messa in sicurezza del complesso.

    Tuttavia pare che anche l’Amministrazione abbia aperto gli occhi sulle peculiarità di questo antico monastero e, proprio in virtù del suo valore storico e architettonico, abbia deciso di inserirlo nel bando di progetto di riqualificazione delle periferie, approvato nei mesi scorsi. Il piano finanziario prevede un investimento totale di più di 24 milioni di euro, 18 dei quali dovrebbero arrivare da Roma, mentre la restante parte sarà in parte coperta con un co-finanziamento stanziato dall’Amministrazione comunale. Questi fondi verranno utilizzati per riqualificare alcune zone comprese tra Sampierdarena e Certosa tra cui il chiostro del monastero di San Bartolomeo della Certosa.

    Il progetto di riqualificazione di Certosa dovrebbe essere presentato nei prossimi giorni alla popolazione, nel frattempo proviamo a ricostruire la lunga storia di questo gioiello nascosto della nostra città.

    La storia della Certosa di Rivarolo

    Le origini di questo monastero sono antichissime e risalgono alla fine del XIII secolo quando, il 9 luglio 1297, Bartolino Di Negro fondò il nuovo monastero e donò ai monaci un importo in terre e denaro.  Questi monaci arrivavano dalla Certosa del Casotto, nei pressi di Cuneo, e al momento dell’arrivo erano solo sei, comandati dal padre Bosone della grande Chartreuse di Grenoble.

    Il XIV e il XV secolo furono il periodo d’oro dell’ordine certosino e in tutta Europa sorsero decine di certose. Durante questo periodo i monaci iniziarono la costruzione del cenobio e la colonizzazione agricola del terreno ereditato dai Di Negro. Oltre a questi interventi venne anche edificato un nuovo chiostro in muratura ad arcate ogivali con intorno le celle dei frati. Sul finire del medioevo la Certosa ricevette un notevole impulso dalle famiglie Dinegro, Doria e Spinola che finanziarono la costruzione della nuova chiesa, iniziata nel 1473.

    Con l’inizio dell’età moderna il cenobio della Certosa visse il suo periodo di massimo splendore. Infatti venne completata la Chiesa, che fu regolarmente consacrata nel 1563, costruito il nuovo chiostro, sovrastante quello medievale, ed il monumentale chiostro antistante la Chiesa, attualmente di proprietà della parrocchia. Durante questo periodo Genova cambiava pelle e da città di mercanti si trasformava in città di banchieri con un nuovo gusto per l’arte e questo fenomeno toccò anche la Certosa di Rivarolo dove lavorarono alcuni dei più talentuosi scultori e pittori appartenenti alla scuola genovese.

    Decadenza

    certosa-chiostro-lavori-degradoLa fine del monastero arrivò con le armate francesi, guidate da un giovane generale corso di nome Napoleone Bonaparte che sancì la nascita della Repubblica democratica ligure, abolì i titoli nobiliari e soppresse (con una legge del 4 ottobre 1797) 86 dei 122 conventi liguri  tra cui quello della Certosa di Rivarolo.  Partiti i monaci, nel convento venne installato un ospedale militare francese e, in seguito all’assedio militare di Genova, vi si acquartierarono i soldati austriaci mentre la città era ridotta alla fame.

    Ritornata la pace i monaci esiliati fecero un istanza per la riapertura e, nel 1801, il Ministro dell’Interno e Finanze di Genova diede il nulla osta per l’apertura della parrocchia a cui seguì la canonica costituzione dell’Arcivescovo Giovanni Lercari il 9 settembre 1801. Delle antiche costruzioni era rimasta solo la Chiesa con il grande chiostro antistante e l’oratorio di San Bartolomeo e, dopo il Congresso di Vienna (1815) e la Restaurazione, che sancì la fine della Repubblica di Genova, grazie al clima tornato favorevole alla religione, la nuova parrocchia prosperò e il complesso venne ristrutturato dall’architetto Maurizio Dufour.

    Durante la parte finale del secolo XIX, grazie alla rivoluzione industriale, si iniziò a parlare di questione sociale e, in tale ottica, venne fondata la Società operaia cattolica di mutuo soccorso del 1881 che raccolse ben presto decine di soci. Il Novecento fu un periodo di grandi cambiamenti per la Certosa di Rivarolo infatti il vecchio borgo agricolo dell’800 cessò di esistere per fare spazio all’industrializzazione e, dal 1926, il Comune di Rivarolo venne aggregato a quello di Genova. Con la Seconda guerra mondiale vari bombardamenti attentarono alla vita della Certosa come quello dal mare del 9 febbraio 1941 fino ad arrivare a quello del 1945 quando cinque bombe caddero a poche decine di metri dal monastero causando ingenti danni.

    Riqualificazione urgente

    Oggi, grazie agli investimenti preventivati dal Comune, anche la parte di proprietà pubblica dovrebbe tornare a splendere, nell’ottica di un nuovo inizio all’interno del quartiere. L’intervento progettato dal Comune prevede infatti il recupero di questo spazio attraverso il restauro delle parti crollate e la riqualificazione del sito attraverso l’implementazione di nuove attività. Tra le attività che vengono proposte nel bando particolare rilievo riveste la previsione di uno spazio espositivo da allestirsi nella porzione centrale del Chiostro, recentemente interessata da un evento di crollo, ai fini dell’illustrazione delle origini del complesso, della storia dell’insediamento e dell’Ordine religioso. E forse la Certosa tornerà ad essere un’oasi di pace aperta a tutti, anche se, tra il dire e il fare…

    Gianluca Pedemonte

  • Il Gabbiano di Anton Cechov, un racconto di vite irrealizzate. Al Teatro della Corte fino al 19 marzo.

    Il Gabbiano di Anton Cechov, un racconto di vite irrealizzate. Al Teatro della Corte fino al 19 marzo.

    Foto di Giuseppe Maritati
    Foto di Giuseppe Maritati

    Un racconto di vite irrealizzate. La leggerezza umana, come può impunemente uccidere splendidi animali, così può tranciare la qualità della vita. Anton Cechov (Taganrog, Russia, 1860) fu medico, scrittore, drammaturgo. Spesso incompreso dai contemporanei, almeno nelle prime rappresentazioni sceniche, cercò l’ innovazione proponendo un teatro rivolto a privilegiare l’espressione di stati d’animo,emozioni, contraddizioni; sempre presente l’aspirazione alla realizzazione di una vita qualitativa, comune ad ogni essere umano.

    L’azione è ristretta, accennata, desiderata, i protagonisti si muovono pervasi dalla sottile angoscia di non aver afferrato ciò che davvero volevano raggiungere, anche se la facciata sociale mostrerebbe il contrario. Cechov, ragazzo dalla vita resa difficile dalle ristrettezze economiche e da una insensata severità paterna, seppe affrancarsi dalla famiglia, ma non dalle proprie inquietudini: una volta raggiunta una certa agiatezza, stentò ad accettare una vita sentimentale ufficializzata con la donna che pur amava e uno stabile domicilio.

    Ne “ Il gabbiano”, opera rappresentata per la prima volta nel 1896 con un clamoroso insuccesso, l’autore sembra aver iniettato nei personaggi, sia pur di età e di temperamento diversi, tutte le proprie altalenanti aspirazioni e, al tempo stesso, l’incapacità di essere condottieri della propria vita. Nel giovane animale, stroncato mentre vola elegante e spensierato, da un capriccio umano, si riconosce Nina, rea confessa del fallimento della propria esistenza, ancora amata da Konstantin (forse uomo di talento, certo provvisto di qualità morali e di costanza), che tuttavia non vuole o non sa ricambiare. In realtà, in questo dramma, tutti sono o sono stati “gabbiani”: tutti aspiravano a volare, forti dello scrigno dei propri talenti umani e del capitale affettivo, ma non lo hanno saputo fare, non hanno attivato abbastanza l’ autostima e la capacità di valutazione che serve per dirottare le sirene bugiarde; ora, malcontenti, si lasciano vivere tra le ineluttabili banalità della vita. Il tavolo della noiosa tombola campagnola, ne è uno splendido spaccato, tra discorsi volgari e risaputi, un gabbiano rigido, impagliato.

    Ecco dunque in scena l’instabilità emotiva delle donne dal pianto e il riso simultanei, ecco i consigli tarpanti di buon vivere agli uomini attempati, l’angoscia di essere adulati in vita e minimizzati da morti, l’insicurezza della dipendenza affettiva da uomini altalenanti ed indecisi. Vite trascinate, vite doppiate, proprie dei deboli che non sanno scegliere: così li giudica con corretta e spietata visura il giovane Konstantin. Alla fine è proprio lui quello che rinuncia alla vita. Uno spettacolo da non perdere, con un secondo atto straordinariamente efficace, così come l’interpretazione avvincente e l’idea, sempre d’impatto, di estendere l’azione alla platea.

    Elisa Prato

    + “Il Gabbiano”, di Anton Cechov, al Teatro della Corte fino a 19 marzo
    Una produzione del Teatro Stabile di Genova, regia di Marco Sciaccaluga, con Elisabetta Pozzi, Francesco Sferrazza, Alice Arcuri e Federico Vanni

  • 8 marzo, indetto sciopero generale di 24 ore nel settore pubblico e privato in difesa dei diritti delle donne.

    8 marzo, indetto sciopero generale di 24 ore nel settore pubblico e privato in difesa dei diritti delle donne.

    manifesto-def-con-qr-code-nazionaleContro la violenza sulle donne, contro la discriminazione di genere e contro l’obiezione di coscienza nei servizi sanitari pubblici: queste le principali motivazione alla base dell’astensione lavorativa proclamata per il prossimo 8 marzo. Ma non solo: l’agitazione ha tra le sue finalità anche il contrasto alla precarietà e alla privatizzazione del welfare e il presidio per il diritto di accesso ai servizi pubblici gratuiti ed accessibili, al reddito, alla casa, al lavoro e alla parità salariale, all’educazione scolastica, alla formazione di operatori sociali, sanitari e del diritto, per il riconoscimento e il finanziamento dei centri antiviolenza ed il sostegno economico per le donne che denunciano le violenze.

    A proclamare lo sciopero diverse organizzazioni sindacali tra cui USB, USI, USI AIT, SLAI COBAS, COBAS, SIAL COBAS, SGB, ADL COBAS. La decisione arriva dopo un lungo percorso di inter-formazione portato avanti dalla rete “Non una di Meno“, che unisce decine di associazioni femministe e femminili, e che fa seguito alla iniziativa globale a cui parteciperanno più di 40 paesi in tutto il mondo proprio nel giorno in cui, per tradizione, si festeggia la Donna.

    Lo slogan della giornata, ribattezzata “Lotto Marzo” è “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”: «L’8 marzo sarà, prima di tutto, una giornata senza di noi, senza le donnesi legge nel manifesto della giornata pubblicato sul sito di “Non una di meno”Una giornata di sciopero in cui incroceremo le braccia, interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva, articolando lo sciopero in ogni ambito e nell’arco dell’intera giornata, astenendoci dal lavoro, dalla cura e dal consumo. Lo sciopero è lo strumento che il movimento femminista ha individuato per contrastare le molteplici forme con cui la violenza di genere si abbatte sui corpi delle donne in tutto il mondo: dalla precarizzazione alla subordinazione nel mercato del lavoro, passando per una violenza più sottile ma altrettanto efficace inscritta nelle relazioni sociali e nel modo in cui viene impartito il sapere, che non educa alla valorizzazione delle differenze come motore nevralgico delle relazioni sociali, ma al contrario educa alla loro gerarchizzazione e subordinazione».

    Una battaglia che vuole sottolineare come la violenza di genere non sia un fattore “emergenziale” ma bensì strutturale, che può essere arginato solamente con una trasformazione radicale della società e delle relazioni, passando dalle condizioni di vita e di lavoro, e dal superamento della impostazione patriarcale della società.

    Le modalità dello Sciopero

    L’astensione è stata proclamata nel rispetto della disciplina dei servizi pubblici essenziali e riguarda tutto il personale (aree dirigenza e non dirigenza). Dagli uffici del Comune di Genova fanno sapere che nelle scuole e nidi d’infanzia comunali potrebbero verificarsi disservizi. Ma l’invito a scioperare, come abbiamo visto, è rivolto a tutte, anche in mancanza di tutele sindacali: proprio per questo sono state diffuse anche tutte le informazioni necessarie per permettere una più larga adesione: «Puoi farlo anche tu anche se nel tuo luogo di lavoro non ci sono sindacati che appartengono a uno di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato. La comunicazione dell’astensione arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dalla propria associazione datoriale; è comunque possibile, soprattutto per il comparto privato, fornire al datore di lavoro – che neghi di aver ricevuto l’avviso – eventuale copia dell’indizione e articolazione dello sciopero nel proprio settore». Questo e molto altro si trova nel Vedemecum pubblicato sulla piattaforma web de “Non una di meno”

    A Genova gli appuntamenti per questa giornata sono due: al mattino presidio davanti al Galliera, struttura che secondo le attiviste «Percepisce finanziamenti pubblici senza applicare la legge 194»; nel pomeriggio, invece, dalle 18, partirà un corteo da Porta dei Vacca, che, dopo aver attraversato il Centro Storico, arriverà in piazza De Ferrari. La manifestazione si preannuncia colorata di fucsia, con addobbi, distribuzione di farmaci dedicati e materiale informativo.

    “Lotto Marzo”, quindi, è uno sciopero generale e sociale ma soprattutto politico, che coinvolge il mondo del lavoro per veicolare e presidiare diritti, cultura ed equità sociale: una iniziativa che, a prescindere dai valori femministi dell’appuntamento, mancava da molto nel panorama politico locale e nazionale. Lo stesso Toni Negri, recentemente ospite a Genova per la presentazione del suo ultimo libro, ha definito la lotta femminista fondamentale e imprescindibile per collettività, e per una dialettica “rivoluzionaria” che sappia superare l’orizzonte del lavoro salariato per una più vera e ampia libertà delle persone. Le Donne stanno aprendo la strada, a tutti gli altri il compito di seguirle.

    Nicola Giordanella

  • Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Fiera di GenovaDopo la scelta di Prefettura sullo ricollocamento parziale dei migranti ospitati nelle strutture della Fiera di Genova, piovono le reazioni politiche, che vedono ancora una volta contrapposti Comune e Regione, anche se uniti nel contestare la scelta prefettizia. Da Tursi arriva la richiesta di far rispettare le quote determinate in sede Anci, senza aprire nuovi Cas sul territorio comunale, mentre da Piazza De Ferrari si alza la protesta contro lo spostamento al padiglione D, che, secondo gli esponenti della Lega, danneggerebbe ancora la riuscita degli eventi in Fiera. Insomma, tutti scontenti.

    Approfondimento: Sistema accoglienza allo sbando?

    «Abbiamo letto con stupore e sconcerto la comunicazione con cui la Prefettura di Genova annuncia lo spostamento di 100 migranti in un nuovo Centro di accoglienza straordinario (Cas) da istituirsi nella zona di San Benigno a Sampierdarena. E’ inaccettabile che l’emergenza legata all’accoglienza migranti sia gestita senza un’interlocuzione ed una condivisione con Comune e Municipio». Lo scrivono in una nota unitaria l’assessore del Comune di Genova alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, e il presidente del Municipio IICentro Ovest, Franco Marenco. «Alla luce del recente fallimento dell’accordo Anci – proseguono i due amministratori genovesi come riportato dall’agenzia Dire – occorre oggi dare piena applicazione al piano nazionale che prevede una riduzione di 1.000 unità nel Comune di Genova. Pur consapevoli che tale attuazione sarà graduale, esprimiamo netta contrarietà all’apertura di nuovi Centri di accoglienza straordinaria nel Comune di Genova». L’assessore Fracassi precisa: «Nessuno prende 1.000 migranti e li sbatte fuori dalla città però, prima di aprire un grosso centro di accoglienza a Genova, alla luce di quanto successo in Anci e dei nuovi numeri del riparto nazionale, vogliamo che la prefettura provveda al più presto a far rispettare gli obblighi di accoglienza in tutti i comuni della regione, almeno fino al raggiungimento della quota prevista di 6.043 migranti». L’ex bocciofila era, infatti, inizialmente stata presa in considerazione per la necessità di trovare una rapida soluzione ai migranti che devono essere spostati dal padiglione D della Fiera. «Ma ora che è stato individuata la disponibilità del padiglione C – prosegue l’assessore – abbiamo tutto il tempo per trovare un’altra soluzione rispetto al Cas».

    Da Regione Liguria arrivano altre critiche, più legate ad un disaccordo politico-gestionale: «Mi auguro che non sia la reazione al diniego al progetto Anci, anche se i rappresentanti dell’Associazione dei Comuni l’avevano messa quasi su un piano di azione e reazione, minacciando sanzioni per chi non avesse aderito», così commenta la vicepresidente e assessore all’Immigrazione della Regione Liguria, Sonia Viale, mentre Edoardo Rixi, segretario regionale della Lega nord e assessore allo Sviluppo economico, alza i toni: «Non possiamo condividere la decisione né a livello istituzionale né a livello politico, perché stiamo facendo una fatica incredibile a tenere aperta la Fiera, a risanarne i conti e a portarla avanti. E, di certo, questo non ci agevola». Per il numero uno del Carroccio ligure, infatti, «il permanere di immigrati clandestini durante le esposizioni in Fiera è tutto a detrimento e a discapito della buona riuscita degli eventi. Ci auguriamo che il senso di responsabilità che deve permeare ogni istituzione, faccia sì che non si collochino più immigrati all’interno del perimetro della Fiera, sia quando ci sono le attività fieristiche sia quando non ci sono». La vicepresidente Viale, invece, richiama ancora le decisione di lunedì scorso dell’Assemblea generale dei sindaci di Anci Liguria. «Il finale era già stato scritto qualche settimana fa nella riunione del tavolo regionale dell’immigrazione – sostiene Viale – quando il prefetto Mario Morcone, capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, aveva detto che non avrebbe potuto rispettare il tetto di 6.043 immigrati previsti per la Liguria dal nuovo Piano di riparto nazionale, anche se tutti i sindaci avessero aderito allo Sprar. Da qui è venuto il patto e l’accordo come presentato da Anci Liguria a tutti i sindaci, anche se in un primo tempo qualcuno l’aveva visto come possibile». Per la vice di Toti, «siamo in una fase in cui persone legittimamente elette sindaci, che hanno delle responsabilità, dicono no, con una presa di posizione anche coraggiosa e motivata, a forme di ricatto». Secondo Viale «non è così che si affronta il tema epocale dell’integrazione. I sacrifici si possono chiedere se c’è un’azione mirata a far terminare l’emergenza, cosa che questo governo non garantisce. Le risposte sono zero perché continuano a esserci gli sbarchi e alcuni accordi bilaterali sono stati fatti solo per dare il primo segnale di insediamento di Minniti, ma tutto qui».

  • Bruco, pronto il trasferimento in Piazzale Kennedy

    Bruco, pronto il trasferimento in Piazzale Kennedy

    rifugi-solidi-urbani-brucoPrenderanno il via alle ore 20 di stasera le operazioni per spostare nell’area di cantiere di piazzale Kennedy i quattro conci del Bruco – la passerella pedonale sopraelevata che collegava Corte Lambruschini con i giardini di piazza Verdi –, provvisoriamente sistemati nelle aiuole al centro della carreggiata di viale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta.

    Approfondimento: Il Bruco va giù e la struttura non sarà recuperabile

     

    Dopo i lavori di montaggio delle gru, una nell’aiuola di viale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta e un’altra nell’area logistica di piazzale Kennedy, alle ore 21 inizieranno le operazioni di movimentazione e carico dei conci contemporaneamente alla disalimentazione dei cavi del filobus da parte di Amt. I lavori di trasferimento, inseriti nel 2° lotto 3° stralcio degli interventi di sistemazione idraulica del torrente Bisagno, termineranno entro le ore 1 di domani giovedì 2 marzo.

  • Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Greenpeace and MSF - Lesvos, Greece
    Greenpeace and MSF – Lesvos, Greece, foto di Alessandro Penso

    Con la notizia del parziale trasferimento dei migranti ospitati nei padiglioni della Fiera di Genova, notizia che arriva a poche ore dalla bocciatura della proposta di Anci della distribuzione per aree omogenee, torna sotto i riflettori il problema della gestione dell’accoglienza, che anche per i primi mesi di quest’anno, deve fare i conti con un flusso migratorio in aumento. Il sistema italiano si sta muovendo in maniera emergenziale, portando all’esasperazione situazioni precarie, come quella relativa al centro allestito nei padiglioni della Fiera del Mare, e gestito dalla Croce Rossa: scarse condizioni igenico-sanitarie sono denunciate da alcune associazioni umanitarie, mentre decine di persone provenienti da paesi africani e asiatici sono letteralmente “parcheggiate”, in una attesa che sembra senza fine. Da Roma arriva un disegno di legge che potrebbe riformare fortemente il procedimento giuridico per la richiesta di protezione internazionale, velocizzando le pratiche: una “riforma” fortemente contestata dall’Associazione Nazionale Magistrati, che denuncia l’incompatibilità con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.

    La notizia: Parziale trasferimento dei migranti dalla Fiera del Mare

    Fiera del Mare, tra accoglienza e impreparazione

    La situazione presso il centro di accoglienza della Fiera del Mare, centro che dovrebbe essere ridotto nelle prossime ore, con uno spostamento parziale dal padiglione D al padiglione C, per fare spazio alla Fiera Primavera, rende le proporzioni del problema accoglienza su scala nazionale, prima ancora che genovese: «Ci troviamo in questo centro chi da 3 mesi e chi da 2 mesi. Non riceviamo pocket money e quindi molti di noi non sentono i propri cari da tempo – ci raccontano alcuni ospiti della struttura – Ci laviamo con l’acqua fredda e non c’è riscaldamento. Alcuni di noi non hanno abbigliamento adeguato, né scarpe né giacche. Le condizioni di salute di alcuni non sono buone e non riceviamo adeguata assistenza sanitaria. Non abbiamo fatto la domanda d’asilo, non abbiamo informazioni e notizie sul nostro futuro». Con queste parole i migranti denunciano la situazione in cui si trovano. A dar loro voce è l’Associazione 3 Febbraio, in una lettera aperta, firmata da 150 degli ospiti della Fiera, e pubblicata il 13 febbraio scorso. Ma non solo: sempre secondo quanto raccolto dall’associazione, ai migranti sarebbe stato intimato di non allontanarsi dalla struttura, pena l’arresto. Mauro Musa, Presidente del Comitato di Genova dell’Associazione, racconta i momenti di tensione che si sono verificati durante una conferenza stampa organizzata davanti al centro, lo scorso 13 febbraio: «Alcuni operatori della Croce Rossa hanno chiesto alla Polizia di allontanarci. La richiesta, però, non è stata ripetuta davanti alla telecamera della RAI, quando i volontari sono tornati indietro con i giornalisti. Successivamente – continua Musa – un’auto presumibilmente guidata da un dirigente della Croce Rossa, ci ha quasi investito, per poi insultarci. Inoltre, successivamente alcuni ragazzi, che avevano parlato davanti alle telecamere della Rai, sono stati controllati e interrogati».

    Andrea Migone, presidente del Comitato Locale della Croce Rossa di Genova non è d’accordo con le proteste: le mancanze della struttura sono dovute al suo carattere di provvisorietà. In un’intervista rilasciata a Era Superba ha sottolineato che si tratta solo di «un centro di transito, un punto di appoggio». Tuttavia, vengono smentite tutte le accuse portate avanti dall’Associazione 3 Febbraio: «Ogni cosa detta è fuoriviata. Anche le testate importanti dicono cose non veritiere: c’è l’acqua calda (anche se i boiler hanno una capienza limitata), ci sono lenzuola, un catering che fornisce tre pasti al giorno e lezioni di italiano impartite dalla Curia. Si cerca di dargli ciò che gli si può dare – conclude – non mi interessa il discorso legale, rimango fuori. Io aiuto chiunque». Una dichiarazione che, però, appare in contrasto con quanto affermato a proposito delle proteste: «Non conosco l’Associazione. Loro non sanno le cose, parlano per fomentare le proteste. Sono tutte illazioni, procederemo per via legale».

    Non è ancora chiaro dove verranno spostati i migranti che si trovano in questo momento alla Fiera: un centinaio troverà sistemazione fino a fine maggio nel paglione C, mentre gli altri saranno smistati in altri centri individuati su base regionale. Una situazione che, visti i recenti “dissapori” tra Comuni sulla gestione dell’accoglienza, rischia di diventare esplosiva, soprattutto a livello politico.

    Il Disegno di legge del Governo

    Il Disegno di legge proposto dal governo Gentiloni, “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale” è la risposta dell’esecutivo al continuo protrarsi di una “emergenza” senza fine. È questo il progetto che il Governo ha proposto per risolvere l’emergenza degli sbarchi sul territorio nazionale e che al momento è al vaglio delle Camere. Secondo il premier Paolo Gentiloni, queste sono «norme che attrezzano il Paese alle nuove sfide».

    Gentiloni ha dichiarato che l’obiettivo del disegno di legge è «trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nel nostro Paese in misura controllata». Tuttavia la pratica dei rimpatri forzati non sembra rispondere a questa esigenza. Anche il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha affermato che si tratta di «un nuovo modello di accoglienza», ma nei fatti la strategia sembra essere quella predisporre un sistema permanente per rimandare indietro chi arriva nel nostro Paese e non riceve lo status di rifugiato.

    La parte più delicata del disegno di legge è quella che prevede il taglio dei tempi di esame per le richieste di asilo. La misura che più delle altre snellisce il procedimento per l’analisi delle richieste di asilo è l’abolizione del secondo grado di giudizio. I dinieghi saranno impugnabili solo in Cassazione. La proposta ha sollevato dure critiche da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, che in un comunicato stampa sottolinea come: «Appare fortemente dubbia la compatibilità con l’articolo 6 Carta Europea dei Diritti dell’Uomo di una disciplina che, contemporaneamente, escluda la pubblicità dell’udienza in primo grado e abolisca il secondo grado di merito». L’eliminazione del secondo grado di giudizio, soprattutto in materia di diritti fondamentali, quale il diritto alla protezione internazionale, secondo l’Anm non è coerente con il nostro quadro processuale «si tratta di una scelta obiettivamente disarmonica, ai limiti dell’irragionevolezza». La critica mossa dall’Associazione Nazionale Magistrati non è solo di carattere teorico, ma anche pratico: «non potrà che scardinare l’intera programmazione del lavoro della Suprema Corte», che sarà caricata di una mole di lavoro maggiore.

    L’avvocato penalista Alessandro Gorla, ha commentato con queste parole il disegno di legge: «E’ sufficiente richiamare quanto acutamente osservato dall’Associazione Nazionale Magistrati, ovvero che, se il testo venisse approvato, avremmo un sistema giudiziario in cui è garantita maggior tutela a un tizio che abbia preso una multa per divieto di sosta che a una persona che stia invocando la protezione internazionale per timore di persecuzione nel proprio paese di origine. E’ pura discriminazione su base etnica».

    I conti non tornano

    Le decisioni prese dalle amministrazioni locali e da Roma, non sembrano essere compatibili con le dimensioni del fenomeno, oramai strutturale: nel 2017 sono già arrivate 9 mila 500 persone, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Con questa legge il Governo prevede l’apertura di 13 Centri per il rimpatrio (Cpr) capaci di “ospitare” ognuno ogni anno 9 mila persone, ma stando ai numeri, se i flussi non si ridimensioneranno, per ogni centro dovrebbero “passare” almeno 13 mila e 500 migranti. Sono queste le dimensioni dell’immenso “Gioco dell’Oca” che ci stiamo preparando a giocare. Ancora una volta.

    Ilaria Bucca

  • Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    fiera-genova-kennedy-DICirca un centinaio di profughi dei 200 attualmente ospitati nel padiglione D della Fiera di Genova saranno spostati nel padiglione C del quartiere fieristico fino a fine maggio, per consentire l’allestimento e lo svolgimento della “Fiera Primavera”, in calendario dal 31 marzo al 9 aprile. Lo rende noto la Prefettura di Genova che specifica che l’attuale struttura impegnata nell’accoglienza sarà liberata entro il 10 marzo. Entro fine maggio, invece, gli stessi profughi dovrebbero trovare accoglienza nel nuovo Cas (Centro di accoglienza straordinaria) che sarà allestito nell’area dell’ex bocciodromo in zona San Benigno. Altri 100 migranti attualmente collocati nel padiglione D della Fiera saranno, invece, nei prossimi giorni spostati in altre strutture di accoglienza in fase di approntamento, secondo alcune indiscrezioni, al di fuori del territorio del Comune di Genova.

    Approfondimento: Salta l’accordo Anci sulla distribuzione su aree omogenee: i numeri a Genova

    Potrebbe, dunque, essere già arrivato il momento della resa dei conti dopo la bocciatura in Anci della proposta di ripartizione per aree omogenee della quota migranti spettanti alla Liguria. Secondo il nuovo piano di riparto del ministero dell’Interno, infatti, a Genova spetterebbero 1.216 posti (pari al 2 per mille della popolazione), ovvero circa mille in meno rispetto ai 2.300 accolti al momento, con naturali riflessi sui restanti Comuni liguri che al momento non hanno dato disponibilità all’accoglienza e su cui le prefetture hanno già detto che interverranno direttamente attraverso l’imposizione di nuovi Cas, secondo le quote decise da Roma.

  • Marina di Pra’, il Consiglio comunale approva il Soi per il settore Consorzio Pegli Mare.

    Marina di Pra’, il Consiglio comunale approva il Soi per il settore Consorzio Pegli Mare.

    marina-pra-consorzio-pegli-mare-soiDopo il passaggio in Commissione Territorio, anche il Consiglio comunale approva il “disegno” per la sistemazione del settore Consorzio Pegli Mare, all’interndo della Marina di Pra’.

    Approfondimento: Tutti i paletti per il riordino del settore Consorzio Pegli Mare

    Lo Studio Organico d’Insieme, che prevede anche l’adeguamento del Puc, come anticipato da Era Superba nei giorni scorsi, mette nero su bianco tutta una serie di paletti che vincoleranno la progettazione relativa alla riqualificazione dell’area. Da oggi, quindi, questa seconda fase potrà essere avviata.

  • Ex Verrina, approvata la delibera e relativo Puo, vincoli rafforzati per Pam

    Ex Verrina, approvata la delibera e relativo Puo, vincoli rafforzati per Pam

    verrina-voltri-progetto-016Il provvedimento, dopo l’approvazione i commissione, passa anche l’esame del Consiglio comunale diventando, quindi, ufficiale. Durante il dibattito rafforzati tramite emendamento i vincoli che legano Pam alla chiusura dell’attuale spazio di vendita, contestualmente all’apertura della nuova struttura.

    Approfondimento: Tutti i dettagli per l’area Ex Verrina

    La delibera, come anticipato da Era Superba nei giorni scorsi, prevede l’adeguamento del Puc sotteso al Progetto urbanistico operativo, documento che viene adottato contestualmente con la votazione di oggi. Con questa votazione, quindi, potranno partire le fasi di progettazione specifica e i relativi appalti per la realizzazione di questa vera e propria grande opera per Voltri.

  • Blueprint, Spim a rischio default. Il flop del concorso internazionale mette nei guai la società pubblica

    Blueprint, Spim a rischio default. Il flop del concorso internazionale mette nei guai la società pubblica

    blueprint-fieraCon l’inaspettato esito della Blueprint competition, si affaccia lo spettro del fallimento della società Nuova Foce s.r.l., controllata al 100% da Spim s.p.a. (a sua volta controllata al 100% da Comune di Genova), che per attivare la “macchina” del concorso, ha acceso un mutuo da oltre 18 milioni per acquisire gli spazi dell’area fiera interessata. Ora la patata bollente potrebbe tornare a Tursi, e quindi sulle spalle di tutti i genovesi

    Approfondimento: Il flop della Blueprint Competition

    Dopo le prime ore di sgomento, da Comune di Genova non si è mossa una voce: l’amministrazione, in fase di chiusura del ciclo elettorale, è alle prese con questioni dirompenti come quella legata ad Amiu e il prossimo bilancio. Sul flop della Blueprint Competition, a cui seguiranno sicuramente ulteriori strascichi, tutto tace. A riportare l’argomento in aula è il consigliere Guido Grillo, (P.d.l) che, preannunciando la richiesta di una commissione ad hoc sull’argomento, ha chiesto chiarimenti all’assessore al Bilancio Francesco Miceli: «Abbiamo ricevuto notizie solo attraverso la stampa cittadina – ha ricordato il consigliere – mentre sarebbe stata doverosa una relazione della giunta, vista l’importanza strategica dell’area coinvolta e le risorse messe in campo dalla amministrazione».

    «Il concorso è stato attivato recependo anche i consigli dell’Ordine Nazionale degli Architetti – ha spiegato Micelied ha visto oltre 443 professionisti coinvolti.I ricorsi, come spesso accade, oramai sono cosa quotidiana per iniziative del genere, e siamo preparati a gestirli». Ma i problemi sono altri: «Se non si troveranno investitori, sicuramente Nuova Foce sarebbe esposta ad un rischio default – ha sottolineato l’assessore al Bilancio del Comune di Genova – e conseguentemente anche Spim potrebbe correre lo stesso rischio. L’estrema ratio potrebbe essere l’accollamento del mutuo da parte dell’amministrazione comunale».

    A livello contabile, Nuova Foce non è in salute: i bilanci 2014 e 2015 si sono chiusi in perdita (rispettivamente di 206.229 e 378.077 euro) e con un mutuo sulle spalle di 18,6 lo spettro del fallimento è molto concreto. L’ipotesi di salvataggio tramite intervento di Comune di Genova è molto probabile, se a breve non ci sarà una svolta nel destino della “visione” di Renzo Piano. Un affaire sempre più complicato e “pesante”, il cui fallimento rischia di essere pagato da tutti i genovesi. Oltre al danno, la beffa.

    Nicola Giordanella

  • Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Liberi tutti. I Comuni liguri che vogliono, potranno associarsi in aree omogenee per dare vita a progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) condivisi e gestire al meglio sul territorio la quota di migranti prevista dal nuovo Piano nazionale di riparto, mentre chi si rifiuterà dovrà sottostare all’imposizione dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) da parte della prefettura senza che i sindaci possano avere troppa voce in capitolo.
    E’ questo, in estrema sintesi, l’esito dell’Assemblea dei sindaci di Anci Liguria che oggi pomeriggio ha licenziato un documento approvato con 64 voti a favore, 11 astenuti e 16 contrari che sancisce la disponibilità dell’associazione a fornire il proprio aiuto ai Comuni a prescindere dalla strada scelta. La mancata condivisione unanime del progetto di distribuzione per aree omogenee, fa venire meno anche l’impegno che Anci Liguria si sarebbe presa nei confronti del governo per non superare la quota prevista di migranti in arrivo, per nessuna ragione. «La scelta di non partecipare agli Sprar – avverte il direttore generale di Anci Liguria, Pierluigi Vinai – espone i Comuni a numeri non ben definiti». Solo chi aderisce allo Sprar, sempre nel rispetto dei numeri previsti dal Viminale, infatti, può far valere la cosiddetta clausola di salvaguardia, già messa in pratica nel Comune di Benevento, che esclude ulteriori forme di accoglienza.
    Il ministero ha previsto per la Liguria una quota di 6.043 migranti. Stando alla lettera del nuovo Piano nazionale, 798 persone saranno accolte, 6 per ciascuna realtà, dai 133 Comuni sotto i mille abitanti, altri 1.216 posti spetteranno a Genova (pari al 2 per mille della popolazione), mentre gli altri 4.029 saranno distribuiti proporzionalmente nei restanti 101 Comuni. Senza un diverso accordo a livello regionale, dunque, il capoluogo ligure potrebbe anche “sgravarsi” di quasi 1.000 migranti, visto che oggi ne accoglie quasi 2.300, che spetterebbero agli altri comuni liguri. «Non aderire allo Sprar – attacca Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, come riportato dall’agenzia Dire vuol dire abdicare alla gestione del territorio. Se decidiamo di non cooperare, liberi tutti. Ma, a questo punto, se mi arrivano più profughi di quelli che mi spettano sono pronto a mettere i camion in strada. Non possiamo continuare in pochi a farci carico del problema di molti».

    La proposta di Genova non passa

    L’amministrazione del capoluogo ligure si era detta disposta a superare la quota del 2 per mille, decisa dal ministero per venire incontro ad altre realtà regionali in sofferenza: «Le altre città metropolitane – aveva dichiarato qualche giorno fa alla “Dire” l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi – sono al centro dei flussi della migrazione irregolare, cosa che in Liguria non succede più di tanto, soprattutto a Genova, ma che interessa invece, fortemente, Ventimiglia. Quindi è corretto pensare una ridistribuzione ligure in cui Genova si possa prendere una quota superiore al 2 per mille”. Per ottenere il via libera da Roma, però, tutti i Comuni avrebbero dovuto trovare una quadra sulla distribuzione, cosa che non è avvenuta, lasciando ogni singola amministrazione in ordine sparso.

    La reazione più dura arriva dal sindaco di Sori, Paolo Pezzana, recentemente dimessosi da coordinatore della commissione immigrazione e welfare di Anci Liguria dopo lo “scontro” con il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sulle dichiarazioni di quest’ultimo riguardo una eventuale “pulizia strada per strada, anche con l’uso delle maniere forti“ degli irregolari: «Il documento votato oggi prende atto che c’è una spaccatura in Liguria rispetto alla gestione del territorio. Il bivio che abbiamo di fronte oggi non riguarda i migranti». Pezzana attacca anche le presunte ingerenze del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti: «Com’è possibile – si chiede – che andiamo avanti con una Regione che non solo non collabora ma si permette di intervenire nelle decisione dei sindaci per sue convenienze politico-elettorali? E’ una cosa inaudita, politicamente inaccettabile. Alle scorrettezze istituzionali della regione non ci voglio stare»
  • Confindustria, «Fermi e preoccupati». A Genova segnali positivi da porto e turismo, ma fatturato complessivo in calo

    Confindustria, «Fermi e preoccupati». A Genova segnali positivi da porto e turismo, ma fatturato complessivo in calo

    camera-lavoro-120-anniFermi e preoccupati. E’ l’evocativo titolo che il Centro studi di Confindustria Genova dà agli indicatori economici del secondo semestre del 2016. «E’ una situazione che lascia ancora parecchie perplessità, perché ci sono segni positivi e negativi, anche se i primissimi dati del 2017 sono un po’ più positivi. Ma il secondo semestre del 2016 lascia dati difformi in senso negativo rispetto al resto del Paese, a causa soprattutto della flessione del sistema industriale nel suo complesso», commenta il presidente uscente di Confindustria Genova, Giuseppe Zampini. «I numeri – spiega Zampini – non sono più da crisi, da deflazione ma siamo ancora nelle marginalità che possono portare molto facilmente a variazioni negative».

    Inchiesta: La fine dell’età industriale di Genova?

    Il fatturato complessivamente diminuisce dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2015, con la stessa contrazione già registrata nei primi sei mesi dello scorso anno. A incidere in maniera sensibile è il calo delle esportazioni (gli ordini calano dell’1,8% dopo un aumento del 4% del primo semestre 2016): cresce, infatti, dello 0,6% il fatturato interno mentre diminuisce del 3,5% quello estero, prima flessione dal 2009. Un segnale che preoccupata secondo Confindustria perché il futuro dell’economia genovese «ha come unica prospettiva reale lo sviluppo dei mercati internazionali». All’interno dei vari settori, segno positivo per il fatturato del comparto dei servizi mentre le contrazioni riguardano sopratutto il manifatturiero, esattamente l’opposto invece di quanto avviene per gli ordini.

    Le buone notizie per Genova arrivano dal porto, dal turismo e da un lieve aumento dell’occupazione. Su base semestrale cresce dell’1% il tonnellaggio totale mentre rispetto allo stesso periodo del 2015, l’aumento è del 4,1%. Molto positivo il giro d’affari sul turismo: aumentano del 3,3% i prezzi rispetto agli ultimi sei mesi del 2015; cresce del 3,5% il numero dei turisti (+2,3% su base annua) e le presenze del 2,5% (+4,6% su base annua). L’occupazione, infine, fa segnare un balzo in avanti dello 0,4% tra le aziende associate a Confindustria Genova, secondo semestre positivo consecutivo, cosa che non accadeva dal 2007.

    Nell’area metropolitana aumenta del 46,8% l’utilizzo complessivo della cassa integrazione, a causa soprattutto del +55% di quella straordinaria, mentre cala di 7 punti quella ordinaria e di 20,4 quella in deroga. Migliorano, infine, i tempi di pagamento della pubblica amministrazione: si passa da 172 giorni a 146. Tutti questi dati, secondo Confindustria, non dovrebbero subire grossi scossoni nel primo semestre del 2017: si attendono comunque una ripresa del fatturato e delle esportazioni ma nell’ordine dei decimi di punto. «All’inizio del 2017 – spiega Zampini – si nota un incremento della fiducia degli imprenditori e un decremento della fiducia delle famiglie, con una tendenza al maggior risparmio che potrebbe essere superata a fronte di una maggiore stabilità del sistema politico»

  • Ireti, slitta all’8 marzo incontro tra assessore Porcile e lavoratori. Trasferimento del gasometro entro Aprile

    Ireti, slitta all’8 marzo incontro tra assessore Porcile e lavoratori. Trasferimento del gasometro entro Aprile

    gasometro-praL’incontro previsto per oggi alle ore 16,30 tra l’assessore all’ambiente del Comune di Genova Italo Porcile e i lavoratori dello stabilimento Ireti di Pra’ è stato rinviato al prossimo 8 marzo. Le motivazione alla base del cambio di data non sono al momento note: Porcile si è assunto il compito di mediare tra il gruppo Iren e i lavoratori dopo che l’azienda ha deciso di spostare il gasometro in zona campi, incontrando però la forte opposizione del lavoratori, che vorrebbero mantenere il presidio a ponente, avendo presentando soluzioni alternative.

    Approfondimento: Pra’, un supermercato al posto del gasometro Ireti

    Come documentato da Era Superba, le proteste sono poi sfociate lo scorso 9 febbraio in una mobilitazione per le vie di Pra’, a cui aveva partecipato, insieme al presidente del Municipio VII Mauro Avvenente anche la consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle Alice Salvatore. Alla manifestazione ha fatto seguito il presidio presso Palazzo Tursi e l’incontro con l’assessore Porcile prima, e la conferenza dei capigruppo del Consiglio comunale genovese poi. In quell’occasione i rappresentati delle principali sigle sindacali avevano sottolineato l’urgenza di trovare una soluzione in tempi rapidi, visto che lo sgombero dell’area (già venduta) comincerà in primavera, probabilmente entro aprile.

    Luca Lottero

  • Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Jakub Schikaneder, "Murder in the House"
    Jakub Schikaneder, “Murder in the House”

    A causa dei frequenti (purtroppo) fenomeni di violenza sulle donne, si è  nostro malgrado reso sempre più necessario l’intervento del legislatore,  che tramite lo strumento della decretazione d’urgenza, ha apportato una serie di doverose e sostanziali modifiche al codice penale. In particolare mi riferisco al decreto legge del 14 agosto 2013 nr.92 convertito in legge 10 ottobre 2013 nr. 119, conosciuto comunemente come legge sul femminicidio.

    Questa spinta alla modifica legislativa è avvenuta non solo in risposta alle vicende di cronaca e di allarme sociale, ma altresì grazie alla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011 sulla prevenzione e la lotta contro le violenze nei confronti delle donne e violenza domestica (legge nr.77 del 2013).

    Prima di analizzare nel dettaglio le modifiche della legge sostanziale, appare opportuno capire che cosa sia il femminicidio, non solo sotto il profilo giuridico ma altresì come fenomeno sociologico partendo da un dato di non poco momento: non esiste, anche in seguito alla modifica legislativa, alcuna definizione giuridica per questa tipologia di crimine. Detto termine invero, è stato prima mutuato dalla letteratura criminologica, per divenire poi utilizzata nel linguaggio comune.

    Svolta questa premessa, volta a chiarire fin da subito che nel nostro sistema penale non esista il delitto di femminicidio (così come, a dire il vero, non esiste in nessun altro paese del civil law), analizziamo questa fattispecie. Per femminicidio deve intendersi non solo la donna vittima di omicidio, ma soprattutto, e sono le situazioni più comuni, le vicende sociali genericamente intese che vedono coinvolte le donne come vittima di violenza. Si parla di femminicidio nella letteratura criminologica ogni qual volta vi sia una forma di aggressione, fisica o verbale, di discriminazione, nei confronti della donna, ovvero nel contesto famigliare lavorativo, nonché in ogni ambito della vita di relazione.

    Alcuni dati nazionali (fonte Istat aggiornata a giugno 2015) dai quali si comprende la portata del fenomeno e le forme in cui si manifesta:

    • 6 milioni e 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale di cui il 12,3% attraverso minaccia di violenza fisica, 11,5% aggressioni come spinte tirate per i capelli, 15,6% molestie fisiche e sessuali;
    • 31,5% delle donne che hanno subito violenza tra i 16 e i 60 anni;
    • 12% di queste donne non ha denunciato la violenza subita.

    Questi dati hanno inevitabilmente portato, unitamente alle spinte di derivazione comunitaria e internazionale, alle modifiche del codice penale da prima con la legge del 2013 e da ultimo con il d.lgs. 19 gennaio 2017 nr.6.

    Il codice penale ad oggi prevede delle aggravanti all’omicidio tout court ex art 575 c.p. e in particolare :

    • art 576  n. 5:  se il delitto di omicidio è uno commesso in occasione dei reati quali i maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale (art 572 e 609 bis ss)
    • art. 576 n. 5.1 se il delitto di omicidio è stato commesso dall’autore del delitto di atti persecutori ex art 612 bis c.p.

    Questa scelta politico-criminale, di aver previsto delle mere aggravanti e non uno specifico delitto nella legge sostanziale, è condivisibile alla luce dei principi costituzionali vigenti nel nostro sistema giuridico. Mi riferisco specificatamente al principio di uguaglianza e ragionevolezza ex art 3 Cost: non sarebbe infatti corretto, non solo sotto il  profilo sostanziale ma altresì sanzionatorio dare dignità giuridica al solo omicidio di un essere umano di sesso femminile e non di sesso maschile.

    I primi effetti delle modifiche legislative si possono già cogliere da un primo dato importante: il femminicidio è in calo. Certo è che dovrebbero essere solo casi isolati, ma non è ancora così. La strada è ancora lunga.

    Sara Garaventa