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  • Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto? Dalla legge Basaglia, passando per la causa contro Asl, fino ad oggi, tra rivoluzione e normalità

    Che fine hanno fatto i “matti” di Quarto? Dalla legge Basaglia, passando per la causa contro Asl, fino ad oggi, tra rivoluzione e normalità

    manicomio-quarto-D3L’ex Ospedale psichiatrico di Quarto è stato “raccontato” molte volte, e su queste pagine abbiamo più volte documentato le novità che talvolta lo vedevano protagonista della sempre pretesa rinascita cittadina, fino alla resa totale alle leggi del profitto basato sull’urbanizzazione selvaggia. In ogni caso, un luogo caro e fortemente simbolico, da Collina dei matti a Polo di attrazione culturale oltre che sanitaria e sociale.

    Oggi i progetti pubblici, seppur faticosamente, stiano andando avanti: il 23 Marzo, presso la sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, è in programma un pubblico confronto fra il Municipio Levante ed il Coordinamento per Quarto da una parte, e rappresentanti delle istituzioni dall’altra, con l’intento di dar gambe all’accordo di programma da troppo tempo in sospeso.

    Intanto le iniziative all’interno del complesso di Quarto procedono con buon ritmo e sempre più genovesi entrano nell’ex manicomio in cerca di corsi di formazione, seminari, laboratori e molto altro ancora. A volte capita di incontrare qualche ospite di quello che era uno fra gli ospedali psichiatrici più affollati, e sorge spontanea la domanda: ma dove saranno andati tutti gli altri pazienti ?

    Che fine hanno fatto?

    Ne parliamo con il dottore Natale Calderaro, allievo ed amico di Antonio Slavich e Franco Basaglia, che fu psichiatra a Quarto dal 1978 al 1985. «Arrivai in questo ospedale a fine 1978 chiamato proprio dal direttore Slavich e, tranne un breve ed intenso periodo in cui fui al Galliera, nel 1979, rimasi a Quarto fino al 1985». Una tempistica irripetibile, visto la rivoluzione giuridica in atto: «Al mio ingresso trovai nel reparto circa 150 degenti, molto diversi per età e per patologia, e francamente mi resi subito conto che il lavoro da fare era molto, e che non sarebbe stato per nulla facile. I primi tempi furono, infatti, molto duri: la Legge 180 era appena entrata in vigore e c’era grande confusione nei vari Ospedali e anche nell’opinione pubblica, divisa come al solito fra opposte fazioni». In ogni rivoluzione, si sa, ci sono molteplici sfumature. «A parole tutti erano d’accordo nel reclamare condizioni più umane per i pazienti psichiatrici, ma sui giornali si discuteva – e molto – sul metodo. Antonio Slavich era invece ben deciso nel suo programma riformista: ricordo che per prima cosa sequestrò tutte le camicie di forza con la stoffa delle quali fece rivestire le poltrone Frau del suo studio, per ricordare a tutti da dove si stava partendo. Fece segare le sbarre dalle finestre delle camerate, cercò di circondarsi, per quanto possibile, di persone di sua fiducia, che credessero nel progetto di far rientrare ogni paziente nel proprio ambiente, in modo da permettergli di ritrovarsi e ritrovare gli affetti, la famiglia, ma dove fossero anche ben accolti, ovviamente».

    Un nuovo approccio che guardava non solo al presente ma anche al futuro dei pazienti: «Per questo le persone non venivano rispedite a casa come fossero stati degli oggetti, ma cercando prima di riallacciare la relazione con i familiari che erano invitati a venire in ospedale, superando la diffidenza che in certi casi era anche molto evidente». Ogni passaggio non era dato per scontato: «I pazienti erano accompagnati da noi (solitamente un dottore ed un infermiere) in visite “protette” nel loro ambiente – che talvolta sentivano come fortemente angosciante – finché il ritorno a casa non diventava una cosa del tutto naturale e comunque sempre seguita a distanza e in qualche modo monitorata prima da noi e poi dai SPDC». Un acronimo difficile che significava, e significa ancora oggi, perché esistono tuttora, Servizio psichiatrico diagnosi e cura. «Che poi eravamo sempre noi».

    Ecco, ascoltando la narrazione del dottor Calderaro questo sembra essere stato uno snodo assai importante, anzi fondamentale, per tutto quello che è venuto dopo e che ancora vediamo a Quarto.  «In ogni caso era importante non svolgere questo lavoro di reinserimento in maniera ideologica – precisa lo psichiatra – perché quando c’erano forti resistenze da parte delle famiglie era fondamentale procedere gradualmente e senza imporre nulla. Poi nella stragrande maggioranza dei casi che ho seguito ciò che rassicurava maggiormente i familiari era la consapevolezza che noi del Servizio c’eravamo sempre, che saremmo intervenuti in qualsiasi momento fosse stato necessario e che ogni crisi che avessero segnalato sarebbe stata seguita con la massima attenzione».

    Casa dolce casa, oppure no?

    Manicomio di Quarto«Comunque – prosegue – non sempre il poter andare a casa rendeva felici i pazienti, anzi, talvolta li inquietava, perché la libertà come sappiamo è difficile da gestire, quindi per queste persone il lavoro da fare era più lungo e complesso». Un lavoro che partiva dai pazienti stessi: «Nessuno di loro fu forzato ad andare via e parecchi decisero di rimanere all’interno della struttura come ospiti; non uscivano magari da più di dieci anni e la loro casa ormai era il manicomio. In questi casi si cercò di portare dentro quello che loro non volevano o temevano di cercare fuori, dare un’occupazione, risvegliare l’interesse per il mondo esterno attraverso varie forme».

    Una volta a “casa” il lavoro però continua: «Nel tempo abbiamo continuato a vedere questi pazienti ad intervalli regolari attraverso i Centri di Salute Mentale istituiti nel 1979 che hanno svolto, e tuttora svolgono, una funzione importantissima sul territorio, poiché si propongono non solo per l’emergenza ma anche per la prevenzione del disagio psichiatrico».

    Alcuni degenti sono stati dirottati verso strutture private, ma secondo il dottor Calderaro non sono stati un numero significativo: «Credo che forse inizialmente qualche caso ci sia stato, ma non credo siano stati numeri importanti. Alla fine erano circa ottanta le persone rimaste ospiti dell’ex Ospedale Psichiatrico». Nel 2012 arriva la notizia che i pazienti erano stati «messi all’asta», a gruppi di 20, per essere affidati alle strutture che avessero vinto la gara d’appalto: «Scoppiò un putiferio che, paradossalmente, aiutò la rinascita di Quarto stesso. Infatti, attraverso l’Associazione famiglie pazienti psichiatrici (Alfapp), l’Asl fu denunciata e perse la causa, ritirando il provvedimento; da allora hanno ripreso vigore tutte le associazioni attorno a questo complesso portando ai risultati ottenuti lo scorso anno, anche grazie ad una inedita collaborazione fra gli Enti».

    Semplicemente a casa

    Conclude il dottor Calderaro: «Ormai saranno una cinquantina le persone residenti all’interno della struttura, parecchi di loro hanno piccoli incarichi lavorativi, tengono il bar ordinato, puliscono gli spazi sociali, hanno stretto legami molto solidi. Alla fine ci fanno pensare che il lavoro fatto è stato molto, e che certamente non è stato inutile. Ma anche che continua e dovrà continuare».

    L’unica cosa che ci sentiamo di aggiungere ad una così completa relazione è che Quarto nell’immaginario collettivo ha il cuore in questa collina, matta per definizione: ed i suoi ospiti che qui vivono sono l’iconica presenza di un quartiere che guarda avanti ma che sempre da qui deve partire, qui dove tutto è cominciato.

    Bruna Taravello

  • Mercato di Corso Sardegna, nessuna demolizione delle strutture storiche. Si lavora al bando per un project financing da 25 milioni

    Mercato di Corso Sardegna, nessuna demolizione delle strutture storiche. Si lavora al bando per un project financing da 25 milioni

    mercato-corso-sardegna-2L’ex mercato di corso Sardegna è finalmente pronto a cambiare volto, ma solo al suo interno perché il piano urbanistico operativo approvato questa mattina dalla giunta del Comune di Genova non prevede alcuna demolizione o costruzione interrata. «Ora – annuncia il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini alla agenzia Dire si può partire con il project financing in piena conformità con la destinazione urbanistica e con i vincoli ambientali della Regione e monumentali della Sovrintendenza».

    Approfondimento: La travagliata storia del Mercato di Corso Sardegna

    Nulla di fatto per le rivendicazioni degli ambientalisti che chiedevano più spazi pubblici e aree verdi. «I quattro volumi che esistono vengono riqualificati e restaurati – spiega Bernini – e conterranno attività commerciali (un supermercato per la media distribuzione ed esercizi di vicinato) e servizi destinati al territorio (tra cui una palestra) in collaborazione con il Municipio». Ma ci sarà spazio anche per gli incassi dei privati. «L’edificio più verso mare, protetto solo negli affacci esterni – prosegue il vicesindaco – verrà svuotato e sarà adibito a posteggio senza costruire nuovi volumi». Adesso toccherà al bando di gara che metterà in concorrenza il progetto presentato dall’associazione temporanea di imprese (Santa Fede, Cosmo Costruzioni Moderne e Sab) con altri eventualmente interessati. Si parla di un progetto complessivo da circa 25 milioni di euro. «E’ importante che finalmente si sia riaperta la porta per la riqualificazione di un’area che – conclude Bernini – vede anche migliorare le sue condizioni di esposizione al rischio idrogeologico grazie ai lavori che si stanno sviluppando sul Bisagno e sul Fereggiano».
  • Sturla, Comune verso acquisizione Casa del Soldato. Il progetto di valorizzazione prevede una “Casa di Quartiere”

    Sturla, Comune verso acquisizione Casa del Soldato. Il progetto di valorizzazione prevede una “Casa di Quartiere”

    casa soldatoLa Giunta comunale, su proposta dell’assessore al patrimonio Emanuele Piazza, ha approvato questa mattina la bozza dell’Accordo di valorizzazione che sarà firmato con l’Agenzia regionale del Demanio e il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo per il trasferimento al Comune della palazzina “Casa del soldato” in piazza Sturla.

    Dopo la ex caserma Gavoglio, i forti Begato, Sperone, Crocetta, Tenaglie, Belvedere, Torre Granara e i Magazzini del Sale, un’altra struttura, quindi, entrerà nelle disponibilità della civica amministrazione.

    Il Municipio Levante e l’Amministrazione comunale, accogliendo le sollecitazioni di alcuni comitati, hanno avviato un percorso di partecipazione con associazioni e cittadini, che ha coinvolto anche istituti universitari, per trasformare la Casa in un centro di attività sociale e culturale per i quartieri. L’obiettivo del programma è il recupero dell’edificio (990 metri quadrati, quattro piani e uno seminterrato), destinandolo a spazi pubblici e ad uso collettivo (formazione, servizi di quartiere, ecc.), con un ruolo di aggregazione sociale a livello locale e di sviluppo culturale a livello cittadino.

    L’edificio di architettura razionalista è opera dell’architetto Luigi Carlo Dameri, analogamente ad altri edifici dell’epoca come la casa del Mutilato e il teatro della Gioventù. Attualmente la struttura è in forte e visibile decadimento: per il suo riutilizzo, quindi, dovranno essere previsti dei lavori di ristrutturazione, cosa che renderà il progetto esecutivo quantomeno delicato, visto anche i vincoli a cui è soggetta.

    «Dopo l’acquisizione dal Demanio degli ex Magazzini del sale a Sampierdarena e dopo le opere realizzate (altre sono in cantiere) all’ex caserma Gavoglio, al Lagaccio, l’Amministrazione comunale – sottolinea l’assessore Emanuele Piazza – avvia un nuovo significativo progetto di recupero nel levante cittadino con la valorizzazione dell’ex Casa del soldato a Sturla. Un ulteriore elemento di vivibilità in un quartiere dove il Comune ha già realizzato, insieme ai privati, un Innovation Hub, recuperando l’edificio di viale Cembrano a poca distanza dalla Casa del soldato».

    La bozza di accordo dovrà adesso passare attraverso il Consiglio comunale. Una volta completate le pratiche di cessione a titolo gratuito da parte del Demanio, si potrà incominciare la fase operativa.

  • Bassa Val Bisagno, cantieri Borgo Incrociati e piazza Martinez in chiusura. Resta nel cassetto il sogno del ponte di Sant’Agata

    Bassa Val Bisagno, cantieri Borgo Incrociati e piazza Martinez in chiusura. Resta nel cassetto il sogno del ponte di Sant’Agata

    Piazza matinez 4Mentre il primo sole dal sapor primaverile illumina Genova, nel Municipio della Bassa Val Bisagno fervono i lavori di riqualificazione. Si va a ritmo sostenuto e alla fine di aprile due cantieri importanti saranno finalmente chiusi: quello di via Borgo Incrociati e quello di piazza Martinez. Con la tornata elettorale alle porte è difficile fare previsioni sui successivi interventi, ma il sogno nel cassetto resta l’allestimento pedonale del Ponte di Sant’Agata.

    Borgo Incrociati

    Proprio nel borgo medievale, che in antichità era appena fuori le mura della città, sono partiti i rifacimenti. Prima la pavimentazione e il riordino di piazza Raggi, appena fuori dalla metropolitana, poi finalmente quelli della via che fino a pochi mesi fa era una colata di asfalto dissestato. Ora una bella pavimentazione sorge nel “gioiellino” della Bassa Valbisagno, ma non solo: «Oltre alle lastre abbiamo rinforzato la rete idrica bianca e nera, abbiamo installato un’illuminazione a led in accordo con la Sovrintendenza e abbiamo chiuso i vicoli che purtroppo erano usati come gabinetti a cielo aperto con inferriate saldate – spiega soddisfatto Massimo Ferrante, presidente del Municipio Bassa Valbisagnoormai manca solo un 20% e il lavoro sarà concluso». L’occhio vuole la sua parte, non ci sono dubbi, ma la riqualificazione di Borgo Incrociati ha due intenti più profondi. Innanzi tutto la sicurezza che, con la nuova rete idrica è migliorata, ma anche la creazione di posti di lavoro che potrebbero arrivare a breve: «Alcune attività commerciali, tra cui una gelateria e una pizzeria, hanno espresso l’interesse ad aprire proprio nella via – continua Ferrante – è una ricaduta a pioggia iniziata con i cantieri e che vede la sua naturale conclusione in economie e indotto». Insomma, la Bassa Valbisagno punta in alto dopo aver rialzato la testa in seguito alle tragedie causate dall’alluvione. Tutti qui hanno ancora negli occhi quei terribili momenti, con il Bisagno esondato, danni ingenti e soprattutto perdita di vite umane. Da quelle ore che adesso sembrano lontane, ma non troppo, molto si è mosso e anche speso: il Municipio ha investito 520mila euro di cui 120 mila provenienti dal bilancio 2015 e 400mila dal bilancio 2016.

    Piazza Martinez

    Non resta che aspettare poco più di un mese, quasi contemporaneamente alla consegna dei giardini di piazza Martinez. Il 28 aprile si chiuderà il cantiere e il 12 maggio si svolgerà l’inaugurazione ufficiale. Il giorno di San Valentino ha regalato il primo lotto concluso e a primavera inoltrata i giardini torneranno completamente in mano ai cittadini. Migliorato l’aspetto, certo, ma anche in questo caso il valore dei lavori è doppio. «Adesso non ci sono più zone non illuminate e questo è garanzia di maggior sicurezza – dice ancora il presidente del Municipio – ma la vera sorpresa è arrivata da alcuni senza tetto che ci hanno chiesto di poter contribuire a tener pulita l’area. Questo mi ha lasciato senza parole». I giardini saranno “divisi” in tante aree quante sono le stagioni della vita: una dedicata all’infanzia, una dedicata all’adolescenza con la pista per le biciclette, una dedicata alle famiglie e una dedicata agli anziani che avranno panchine nuove e tavolini per giocare a dama o a scacchi. Tutto condensato in un unico spazio ricreativo che all’inizio dei lavori aveva sollevato qualche polemica relativa alla chiusura estiva per inizio cantiere. Anche in questo caso l’investimento è stato ingente: 680mila euro di cui 280mila provenienti dalle casse del municipio e 400 mila da quelle del Comune di Genova.

    Il sogno del Ponte di Sant’Agata

    Il volto della Bassa Val Bisagno dunque lentamente  sta cambiando, tra rifacimenti, piccoli e grandi lavori che ne hanno ridisegnato la fisionomia. Progetti realizzati senza mai dimenticare quel sogno nel cassetto che via via è diventato sempre più concreto, sino a trasformarsi in studio di fattibilità: l’antico ponte di Sant’Agata. Una passerella leggera fatta di materiale trasparente e metallo che renderebbe di nuovo lo storico ponte percorribile a piedi. Una struttura che mischierebbe l’antico al moderno come si usa fare in molti paesi europei, una passerella che avrebbe l’aspirazione di lanciare il ponte medievale verso il futuro e verso la sponda est del Bisagno. Se questo progetto davvero sarà realizzato, si potrebbe trasformare il vicino ponte Castelfidardo in una strada solo carrabile, togliendo il disagio di quei marciapiedi tanto stretti da passare a fatica con un passeggino o con una carrozzina. E però di mezzo ci sono non pochi ostacoli, a partire dalla Sovrintendenza: «Non sono certo gli ostacoli a spaventarmi – dice ancora Ferrante – sono disposto al dialogo e a studiare nei minimi dettagli insieme a tutti gli Enti interessati ogni minimo particolare, soprattutto gli elementi legati alla sicurezza. Ma il ponte si può fare, anche se dal punto di vista estetico sarà necessario superare qualche taboo tipico della nostra cultura». Di certo sarebbe un lavoro lungo; a giugno si svolgeranno le elezioni amministrative che implicheranno una scelta anche per il presidente del Municipio Bassa Val Bisagno: «Se ci sarà una coalizione mi ricandiderò per portare a termine tanti altri progetti, ponte di Sant’Agata compreso» – conclude Ferrante. Ma questa è tutta un’altra storia.

    Nina Genta

  • Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    riciboLo spreco di cibo vale nel mondo circa 2.060 miliardi di euro. Secondo la Fao più di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti ancora consumabili vengono ogni anno buttati via, un quantitativo che potrebbe sfamare per un anno intero 2 miliardi di persone.

    È stata presentata oggi nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi “RICIBO”, una rete di associazioni, imprese e servizi sociali per trasformare lo spreco alimentare in risorsa. Sono intervenuti – tra gli altri il sindaco Marco Doria, l’assessore alle Politiche socio sanitarie Emanuela Fracassi, l’assessore all’Educazione e Stili di Vita del Comune di Udine Raffaella Basana, rappresentanti delle associazioni e operatori dei servizi attivi nel territorio.

    Nel corso dell’incontro è stata presentata la pagina web del sito istituzionale del Comune di Genova, frutto del lavoro delle associazioni, dei Servizi sociali territoriali e della Direzione Politiche Sociali sul tema del contrasto allo spreco di cibo e della distribuzione di alimenti alle persone in difficoltà. La pagina rimanda anche alla fanpage Facebook RICIBO che ha lo scopo di collegare tra loro le associazioni e diffondere le iniziative e gli eventi che si organizzano in città. Nel dettaglio Ricibo è un progetto di rete a regia comunale che si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco alimentare a Genova, implementando le strategie della nuova legge nazionale favorendo la connessione tra enti pubblici, associazioni no profit e aziende donatrici.

    In Italia, infatti, lo spreco costa lo 0,5% del Pil, oltre 8 miliardi di euro. Per una famiglia italiana questo significa una perdita di 1.693 euro l’anno. In Italia ogni anno finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 37 miliardi di euro. Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Dati che dovrebbero sollevare diversi dubbi su come è gestita la filiera alimentare nella nostra civiltà “occidentale”.

    Per questo motivo, la lotta allo spreco è diventata nel 2016 legge dello Stato. Un provvedimento organico sul recupero delle eccedenze nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione di tali prodotti e sulla loro donazione per solidarietà sociale.

    A Genova è presente da anni un’ampia e diffusa rete di punti di distribuzione di alimenti in eccedenza alle famiglie in condizioni economiche difficili, con la regia comunale, gestita da vari soggetti pubblici, ecclesiali, del terzo settore e privati nel quadro di un’azione più ampia, volta al contrasto della povertà, dell’emarginazione e dello spreco di beni primari. Con questo progetto, la speranza è quella di attivare e mettere in comunicazione i diversi soggetti attivi, o attivabili, del territorio genovese, al fine di recuperare e ridistribuire tutto ciò che il mercato considera rifiuto alimentare. L’unione fa la forza: la scatola è stata fatta, ora servono i contenuti.

     

     

  • Modigliani, tutto pronto per la retrospettiva sul pittore livornese, tra ricerca stilistica, ritratti e sensualità

    Modigliani, tutto pronto per la retrospettiva sul pittore livornese, tra ricerca stilistica, ritratti e sensualità

    13. MODIGLIANIUn allestimento sobrio ma intimo, che sviluppa un percorso intenso attraverso la vita e le opere di un artista il cui successo arrivò un minuto dopo la sua morte. Questa è la mostra “Modigliani” allestita a Palazzo Ducale, e visitabile dal 16 marzo al 16 luglio 2016, e che sicuramente farà registrare un altro successo dell’istituzione culturale di Genova.

    Un trentina di opere che ci accompagnano attraverso la vita “traballante” di un artista europeo per eccellenza: nato a Livorno, si trasferisce ventiduenne a Parigi, dove entra in contatto con la crema culturale europea, tra cui Guillaume, Brancusì e Picasso. La sua evoluzione artistica, fatta di raffinatezza e sensibilità, si coglie nella ritrattistica, dove l’empatia e la sensualità guidano la mano di “Modì”. Proprio sui ritratti è incentrata l’esposizione di Palazzo Ducale, che ha il merito di rendere evidente le qualità appunto intime del pittore-scultore, che nel corso della sua breve vita ha saputo “costruire” una «Purezza ed una eleganza formale assolute», come ricorda Rudy Chiappini, curatore della mostra insieme a Dominique Vieville e Stefano Zuffi.

    I ritratti di donne sono il fulcro del percorso: «Dipingere una donna è come possederla», affermava Modigliani, ricordando come «la Bellezza è dovere doloroso». Ed è proprio negli sfondi neutri, nei nasi bidimensionali, nei visi ovali di queste opere che ritroviamo la cifra dello stile dell’artista, che ha saputo stravolgere il mondo della pittura, pur rimanendo ben saldo alle radici della pittura toscana medievale. Amedeo Modigliani morirà trentacinquenne, con il peso di una vita fatta anche di droga, alcool e grandi passioni; e senza sapere di aver cambiato il mondo della pittura, per sempre.

    Durante tutta la durata dell’esposizione, numerose saranno le iniziative legate all’autore, tra incontri, concerti e conferenze. Il programma completo degli eventi è consultabile sul sito dedicato www.modiglianigenova.it

    Nicola Giordanella

     

  • Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

    Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

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    Lucilla Meola

    L’arte di strada è un valore aggiunto per una città che vuole dirsi turistica e, soprattutto, che, come Genova, ambisce a diventare, a livello europeo, un attrattivo polo culturale; ma non solo: quanto “benessere” regala “inciampare” nell’esibizione di un talento artistico durante l’ora d’aria tra il caffè e il ritorno in ufficio? Comune di Genova sembra essersene accorto, ed ha redatto la bozza di un nuovo “Regolamento dell’Arte di Strada”, oggi in discussione in commissione riunita Affari Istituzionali e Generali e Promozione della Città.

    «Dovevamo aggiornare il precedente regolamento – spiega l’assessore alla Legalità e Diritti Elena Fioriniper valorizzare questo fenomeno, cercando di venire incontro ai cittadini e ai commercianti, ma anche aiutare la polizia municipale a svolgere la propria attività di controllo in maniera più chiara».

    La bozza del regolamento, consultabile on-line sul sito del Comune di Genova, presenta diverse novità, e nei fatti inquadra meglio il fenomeno dei cosiddetti “Buskers”, la parola inglese che indica chi in strada esibisce, e condivide, la propria arte.

    Le novità

    Il precedente regolamento, datato 2004, non è mai stato completato in tutte le sue parti, lasciando ampi spazi di discrezionalità, e quindi di potenziale “scontro” tra la ruvida mentalità tipicamente genovese e l’estro artistico, soprattutto dei “foresti”.

    Diverse sono le novità introdotte dal nuovo testo. In primis lo spazio pubblico occupato temporaneamente senza oneri di sorta passa da 2 metri quadrati a 10. Le possibilità di esibirsi spazieranno su tutto il territorio comunale, ampliando quindi la potenziale offerta a tutti quei luoghi non prettamente “turistici”, limite che in precedenza comprendeva “solamente” Porto Antico, Centro Storico, Corso Italia e Boccadasse, Passeggiata Anita Garibaldi, Lungo Mare di Pegli, isole pedonali e parchi pubblici. Introdotto però il limite di 30 metri di distanza da rispettare per le strutture sanitarie, e le scuole e biblioteca durante gli orario di apertura. Limite di trenta metri che deve essere rispettato anche come distanza tra un artista e l’altro durante le loro esibizioni.

    Orari: lo svolgimento dell’attività degli artisti di strada sarà consentita entro due diverse fasce orarie; le performance che non producono emissioni sonore potranno avere luogo in qualsiasi giorno dell’anno dalle ore 09.00 alle ore 23.00, mentre le performance che producono emissioni sonore potranno avere luogo dalle ore 10.00 alle ore 22.00 in qualsiasi giorno dell’anno. L’esibizione non potrà superare i 60 minuti, allestimento escluso, e non potrà essere superiore a 60 minuti intercorrenti fra lo scoccare esatto di un’ora e quella successiva.

    Ovviamente le performance artistiche sono intese senza fini di lucro, e quindi è consentito solamente il passaggio “a cappello” tra il pubblico, senza alcun tipo di richiesta di pagamento. Per gli spettacoli che prevedono l’utilizzo del fuoco, dovranno essere presenti almeno un estintore, teli ignifughi e dovrà essere garantita la distanza di almeno 5 metri dal pubblico. Per i “madonnari” invece è fatto obbligo l’utilizzo di colorazioni lavabili dall’acqua piovana e l’utilizzo di prodotti non inquinanti. Rimane il divieto di utilizzare animali di qualsiasi specie, nemmeno per la mera esibizione.

    Possibili criticità

    Il nuovo regolamento introduce il concetto di aree di particolare interesse: la Giunta potrà individuare, con atto motivato, spazi considerati di particolare interesse; per queste aree, stando al testo, sarà predisposto un sistema di prenotazione on-line dedicato agli artisti, gestito dal Comune stesso. Proprio si questo punto si sono sviluppate le uniche critiche a quanto “pensato” dall’amministrazione: non è ancora chiaro come sarà gestita la prenotazione, le modalità e le “quantità”. Per gli artisti non genovesi, inoltre, questo sistema potrebbe essere penalizzante. «Su questo punto occorre fare chiarezza – afferma Tatyana Zakharova, volto noto dell’arte di strada genovese, presente in aula come rappresentante di Uga, Unione Giovani Artisti, associazione che ha seguito la stesura del testo – perché potrebbe non funzionare o essere motivo di “monopolio” da parte di alcuni».

    Un passo avanti

    Questo testo, comunque, segna senza dubbio un passo avanti: nero su bianco Comune di Genova sancisce l’importanza degli artisti di strada, riconoscendone il valore aggiunto in termini culturali e di attrattiva turistica; «Siamo contenti di questo passaggio – commenta il giovane chitarrista Rodolfo Bignardi, a margine dei lavori in Sala Rossa – un passaggio comunque non scontato»; «Bisogna ancora capire come sarà organizzato il discorso delle prenotazioni – chiarisce Lucilla Meola, cantante e chitarrista – perché è un meccanismo che potrebbe essere poco funzionale, gli artisti di strada ne hanno sempre fatto a meno, in qualche modo». Comunque, le norme previste, in qualche modo allargano le potenzialità di questa modalità espressiva sempre più “esplorata” anche da artisti “di fama” e di talento già riconosciuto. Passato in commissione, il nuovo regolamento dovrà essere approvato dal Consiglio comunale. La primavera è alle porte, e la città si prepara ad accogliere i tutti i germogli che il vento dell’arte generosamente porterà nelle nostre strade.

    Nicola Giordanella

  • Piani di Emergenza Esterna, Comune in pressing per comprendere oleodotti. Piano per predisporre allarmi esterni

    Piani di Emergenza Esterna, Comune in pressing per comprendere oleodotti. Piano per predisporre allarmi esterni

    fegino.iplom2Un Piano di Emergenza per gli oleodotti che attraversano il territorio comunale, e predisporre un sistema di allarme per avvertire la popolazione in caso di incidenti industriali con possibili ricadute sull’esterno. Questo è l’impegno che Comune di Genova ha preso, votando la mozione presentata da Antonio Bruno e Gian Piero Pastorino, di Federazione della Sinistra.

    Inchiesta: i Piani di Emergenza Esterna scaduti

    Il documento, votato all’unanimità dal Consiglio comunale, risponde a quelle che sono le principali esigenze di sicurezza emerse dopo l’incidente di Fegino dell’aprile scorso, quando la rottura di una tubazione dell’oleodotto Iplom riverso migliaia di litri di greggio nel Polcevera. Stando al testo, il Comune di Genova dovrà attivarsi affinchè sia emesso un Piano di Emergenza per gli oleodotti, soprattutto nelle zone vicine agli abitati. Ma non solo: il testo prevede che venga predisposto un piano per “far conoscere alla popolazione gli allarmi esterni”.

    L’impianto di Fegino, come evidenziato dai documenti resi pubblici dalla Prefettura, è circondato da case, pre-esistenti all’impianto stesso: molte case sono all’interno della cosiddetta “zona rossa”, cioè quella area potenzialmente ad alto rischio in caso di incidente. La mozione approvata oggi vincola l’amministrazione comunale ad effettuare controlli per verificare le condizioni di sicurezza all’interno di queste abitazioni.

    Il documento arriva mentre Prefettura, enti locali e organi di sicurezza sono al lavoro per predisporre i Piani di Emergenza Esterna aggiornati, colmando quindi una grossa lacuna della sicurezza cittadina.

    Nicola Giordanella

  • Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    palazzo-tursi-D9Il problema della accoglienza torna ad infuocare il dibattito in Sala Rossa. La scelta delle strutture che dovranno ospitare i migranti che entro maggio lasceranno i locali della Fiera di Genova è ancora motivo di scontro tra le varie parti politiche. Da qualche giorno sono incominciati i lavori di adeguamento di Villa Ines, a Struppa, struttura che ospiterà 50 migranti, “gestiti” dalla associazione Migrantes, già attiva a Coronata e San Martino. In serata l’amministrazione incontrerà i cittadini per spiegare i meccanismi e le attività che saranno predisposti per l’accoglienza.

    Ancora una volta l’amministrazione comunale finisce sotto attacco per la gestione dell’accoglienza. Il Consiglio comunale torna a dividersi sulla questione aperta dalla notizia dell’allestimento della struttura, di proprietà della Curia, di Villa Ines, a Struppa, destinata ad accogliere almeno una cinquantina di migranti in “uscita” dai locali di Fiera di Genova, locali che dovranno essere liberati entri maggio.

    La scelta, però, non dipende da Comune di Genova: il sistema dei Cas, infatti, è gestito in maniera autonoma dalla Prefettura, che “sceglie” quali strutture utilizzare in base alle offerte che riceve da enti privati. «L’amministrazione civica – ha spiegato ancora una volta l’assessore alle Politiche Socio-Sanitarie Emanuela Fracassiviene solamente informata a decisione presa». Quello che il Comune può fare è informare e predisporre il “territorio”, cercando di mediare tra esigenze diverse, di cittadini e gli enti preposti. «Possiamo però dire che su questo la giunta è sempre in ritardo – ha attaccato Andrea Boccaccio, M5se che dovrebbe attivarsi con maggior efficacia e tempismo». Proprio per questo, quindi, Comune e Municipio in serata incontreranno la popolazione per spiegare come sarà gestita la struttura. L’incontro, che vedrà al presenza anche dei responsabili della struttura, si terrà presso la Società Democratica 7 novembre, alle ore 18.

    «Ci siamo stufati di sentire parlare di Cas e Sprar, vorremmo sentire parlare anche di Cie, per fermare questa invasione». Così ha risposto ai chiarimenti della giunta Alessio Piana, Lega Nord, dopo aver provato a ricostruire le percentuali di rifugiati effettivi sul numero dei migranti che sono ospitati in città. «Finalmente gettata la maschera di certe formazioni politiche» ha indirettamente risposto Gianpaolo Malatesta, di Possibile. Dai banchi della giunta arrivano però i numeri aggiornati: secondo i dati ministeriali circa il 43% dei richiedenti riceve l’asilo immediatamente, e aggiungendo chi poi l’ottiene dopo il ricorso, si arriva ad un totale di circa due terzi del totale degli arrivi, che viene quindi riconosciuto “rifugiato”. Oggi a Genova sono presenti 2309 migranti, cioè uno ogni 253 genovesi.

  • Slot, Regione diserta commissione comunale. Da Sala Rossa secco no alla proroga ma avanzata ipotesi di una transizione

    Slot, Regione diserta commissione comunale. Da Sala Rossa secco no alla proroga ma avanzata ipotesi di una transizione

    slotmachineDopo la conferma di ieri di voler predisporre una moratoria di un anno all’entrata in vigore della legge regionale del maggio 2012 contro il gioco d’azzardo per giungere rapidamente a una riforma della stessa, Regione Liguria diserta la commissione comunale dedicata al regolamento genovese sulle sale da gioco e i giochi leciti. Durante la discussione in aula coro di no alla proroga, ma avanzata l’ipotesi di un periodo transitorio per permettere agli esercenti di “gestire” l’adeguamento alla normativa.

    La vicepresidente della giunta Sonia Viale e l’assessore allo Sviluppo economico, Edoardo Rixi non hanno risposto alla convocazione della Commissione consigliare convocata oggi per discutere dell’entrata in vigore del regolamento comunale (che si rifà alla norma regionale del 2012) che impone forti limiti territoriali per le slot sul territorio del Comune di Genova. Forti le critiche dei consiglieri: «La Regione non rispetta i rapporti istituzionali» ha tuonato la consigliera del Partito democratico, Cristina Lodi, ricordando come nei due anni di insediamento della attuale amministrazione regionale, nulla sia stato fatto per prevenire questa “crisi”.

    Presenti in commissione, come auditi, diversi rappresentanti degli esercenti, che hanno ribadito come un provvedimento del genere metterebbe a rischio la sopravvivenza di oltre mille esercizi pubblici, con relativi costi in termini di posti di lavoro. Reffaele Curcio, rappresentante Sapar, ha ricordato come «spesso la categoria è sul banco degli imputati, ma dobbiamo tenere conto che operiamo a norma di legge, una legge che ha permesso di far emergere il gioco illegale. La ludopatia è un termine trasversale – ha sottolineato – sarebbe stato più corretto se nel regolamento ci si fosse rivolti a tutti i giochi d’azzardo. Vanno trovate soluzioni equilibrate, che garantiscano i lavoratori e gli esercenti».

    «Non accetto il ricatto del lavoro – ha risposto Paolo Putti, di Effetto Genovariflettiamo sui come dare alternativa a quei posti di lavoro, ma se il gioco è dannoso va combattuto. I dati visti in questi giorni sulle pagine dei giornali e nelle dichiarazioni delle associazioni sono discordanti. Le statistiche ci dicono che però sarebbero 32 mila le persone a rischio patologia in Liguria». Gli fa eco Boccaccio, Movimento 5 Stelle: «Il problema è più grande delle competenze del Comune, però si può dare un segno politico: da qualche cosa si può incominciare e il comune può farlo dal luogo fisico. Bisogna trovare una soluzione che mantenga la frontiera la lotta al gioco d’azzardo, e accompagnare gli esercenti a dismettere, se si può. Ma se non si può preferiamo salvaguardiamo i cittadini dal gioco d’azzardo».

    Mirella Stefanini, responsabile Sert per Asl3 ha riportato la propria esperienza ricordando come sia «Vero che il gioco patologico dipenda dalle persone, ma il fatto di sviluppare una dipendenza davanti al portone di casa, ha aumentato i casi. Bisogna incominciare a pensare il gioco come tutte le altre dipendenze e questa patologia va trattata come tale». Inoltre, i danni che questa porta non sono quantificabili: «La dipendenza arriva anche in famiglia con depressione, violenze domestiche, depauperazione del patrimonio famigliare, assenza della educazione dei figli, disperazione».

    Lo spiraglio

    Un possibile spiraglio per questa crisi, che arriva in piena campagna elettorale per le “comunali” di maggio, arriva dai banchi di Lista Doria: «Dobbiamo dare un contenimento ad un fenomeno che ha un costo sociale, non quantificabile – sottolinea Clizia Nicolellama si può convocare un tavolo per ragionare sul come applicare questo regolamento, che deve essere attivato nei tempi previsti» Per superare le contrapposizioni propone «Un periodo di transizione, con agevolazioni e sanzioni ridotte, per permettere agli esercenti di adeguarsi alla normativa, tamponando il rischio di un dissesto economico».

    Da qua ripartiranno i lavori della Commissione, che è stata aggiornata a giovedì prossimo. Continua, quindi, la contrapposizione tra Comune e Regione, ribadita dallo stesso sindaco Marco Doria che in mattinata aveva dichiarato che “Non si devono fare passi indietro rispetto a un approccio che punta a contrastare quella che giudico una piaga sociale»

     

  • Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    lanterna2-DINel 2018 si celebrerà l’890° anniversario della costruzione della torre della Lanterna di Genova, e per l’occasione ci si prepara predisponendo un nuovo sistema di illuminazione che permetterà di utilizzare varie sfumature di colore. Un “rinnovamento” che permetterà al faro di celebrare con la sua luce le diverse giornate di Unesco e Nazioni Unite, come oggi già viene fatto con la fontana di piazza De Ferrari. Un progetto che aggiungerà un elemento coreografico e pittoresco al monumento simbolo della genovesità.

    Approfondimento: La Lanterna passa al Comune di Genova

    Stando alle indiscrezioni trapelate in queste ore, il nuovo sistema di illuminazione è frutto di un progetto di light design, patrocinato da Unesco Italia, che introdurrà la più avanzata tecnologia led per permettere ai raggi del faro di cambiare colore. Capofila del progetto Slam, il marchio dedicato alla nautica nato proprio “sotto la Lanterna”; tra i partner tecnici anche Philips, che ha dedicato al simbolo cittadino un progetto specifico. L’inaugurazione delle nuove luci è prevista per martedì 14, dalle ore 21. Nella giornata di lunedì, saranno presentati i dettagli di tutti gli appuntamenti dedicati a questa iniziativa.

    Lanterna, storia della città

    La Lanterna di Genova, il cui aspetto attuale risale al 1543, quando fu ricostruita in seguito ai danni subiti dal “fuoco amico” durante l’assedio francese del 1513, da sempre veglia sulla città e sul suo porto. La sua luce, che copre il settore marittimo compreso tra il faro di Capo Mele (Savona) e quello di San Venerio (collocato sull’isola del Tino, di fronte a Porto Venere), è servita per segnalare l’arrivo di navi e guidare i naviganti. Fu prigione, fortezza e porta della città: come consuetudine dell’epoca, era affiancata da una “gemella” (che spunta in qualche raffigurazione storica), chiamata Torre dei Greci, e collocata sotto la Collina di Castello (che fu appunto abitata dai greci, durante i primi insediamenti urbani dell’area), poi demolita per fare spazio alle strutture portuali. Con i suoi settantasei metri è il faro più alto del Mediterraneo ed il secondo in Europa dopo il Faro di Île Vierge, che nel 1902 tolse alla Lanterna il primato mondiale superandola in altezza di circa cinque metri. Risulta attualmente essere il quinto faro più alto del mondo ed il secondo, fra quelli tradizionali, ossia costruiti dalle rispettive autorità portuali con lo scopo primario di supporto alla navigazione. Considerata nella sua monumentalità, che comprende anche lo storico scoglio sul quale si poggia, raggiunge i 117 metri d’altezza.

    Presente e futuro (incerto) della Lanterna

    Dagli anni venti del xx secolo, quando si allargò il porto verso Ponente, la Lanterna è stata lentamente inglobata nelle strutture portuali, che gli levarono il mare da sotto i piedi. Oggi guarda dall’alto la centrale a carbone Enel, oramai in dismissione, ma che potrebbe essere sostituita da altri impianti industriali come i petrol-chimici Carmagnani e Superba, da anni in lista d’attesa per spostarsi da Multedo. La gestione stessa del monumento, nonostante la sua indiscutibile importanza, simbolica e non, è spesso in balia degli eventi, lasciata incredibilmente ai margini dell’offerta culturale-turistica della città. Il cambio di illuminazione potrà dare un nuovo spolvero al simbolo più famoso di Genova, rendendola un apparato scenografico unico al mondo. Ma la Lanterna non può essere solo questo: sono secoli che veglia su noi genovesi, e sarebbe ora di ricambiargli il favore.

    Nicola Giordanella

  • Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    CLOCKIl tassista, un uomo polacco di mezza età visibilmente alticcio, guidava distrattamente lungo la strada che collega l’aeroporto al centro di Amburgo, voltandosi di tanto in tanto per raccontare la storia dei suoi cani da caccia e di come aveva perso il pollice della mano sinistra durante una battuta di cinghiali. Il volto sorridente di Papa Wojytila ciondolava incastonato dentro una sorta di amuleto appeso allo specchietto retrovisore, la radio, interrotta dal gracchiare del centralino, passava una canzone pop tedesca, i sedili di pelle color cammello impregnati di quel fastidioso odore di nicotina e polvere erano macchiati di caffè e rammendati come consuetudine con le maglie sgualcite.

    Il termometro segnava sei gradi sotto lo zero ma il sole incendiava il cielo tramontando dietro agli alberi spogli sui cui rami si distinguevano le sagome nere dei corvi appollaiati per la notte. Il viale che conduceva al mio appartamento era illuminato soltanto dalla luce delle grandi finestre dei salotti che si mostravano in tutta la loro eleganza, quasi a voler gareggiare su quale fosse il più bello. Un bambino, dopo aver appeso gli ultimi addobbi sull’albero di natale davanti a un caminetto scoppiettante e sotto l’occhio vigile del padre, si avvicina al vetro appannato della finestra e con la manina forma un cerchio per guardare fuori. Il buio calava il suo nero mantello sulla città e il freddo coglieva l’occasione per pungere ancora più forte, il bimbo appoggiando il naso sul vetro come la punta di un compasso, ruotava gli occhi alla ricerca di qualcosa fino a quando comincia a saltare e dimenarsi lasciando il segno della bocca sulla finestra. Una bicicletta con una giovane donna bionda in sella con un elegante cappotto marrone si ferma davanti all’uscio posteggiando il mezzo, era arrivata la mamma. L’appartamento si trovava nel mio stesso palazzo, secondo le indicazioni di Jones avrei dovuto trovare le chiavi sotto lo zerbino, proprio come nei fumetti.

    Sono entrato seguendo la donna e sono salito all’ultimo piano, la chiave era nascosta come da accordi, la porta vecchia e screpolata stonava con quelle blindate del condominio e la serratura girava a fatica, accolto da un gelido vento, mi sono accomodato accendendo la luce a tentativi. Jones, un amico fotografo, mi aveva lasciato gentilmente il suo appartamento per qualche giorno, era negli Stati Uniti per lavoro, ma non avendo preso accordi prima della sua partenza aveva spento il riscaldamento e dimenticato una finestra aperta. Ho seguito le istruzioni per accendere il termostato in un brogliaccio lasciato sul tavolo e sono uscito in attesa che si riscaldasse l’ambiente. La temperatura esterna invece era scesa ancora e segnava otto gradi sotto lo zero, le strade deserte e ghiacciate parevano di plastica, i canali riflettevano la luce delle finestre come tante piccole stelle mentre sui tetti il fumo dei camini saliva in alto per poi dissolversi nel vento.

    La luce di un pub brillava attraverso una leggera foschia, avevo fame e quella era la soluzione più comoda e veloce per evitare l’ipotermia. Sulle pareti del locale, sopra una vecchia e ammuffita tappezzeria, erano appese le fotografie dei gruppi rock più famosi, mentre in un angolo tra due poltrone, c’era un vero e proprio santuario sui Beatles, è stato facile scegliere dove sedermi. Le persone si contavano sulle dita di una mano, oltre al barista e qualche faccia poco interessante, due anziani signori battevano il piede sulle note di “Lokomotive Breathe” dei Jethro Tull, avevano tutta l’aria di chi la sapeva lunga in fatto di musica.

    Finito gli ultimi bocconi di salmone gratinato, buttato giù con un ultimo sorso di birra, ho cominciato a curiosare tra le foto e i gadget sulle pareti. Con il permesso del barman, ho preso la chitarra, cominciando a strimpellare tanto per passare il tempo nel locale semideserto, in quell’angolo non avrei dato fastidio a nessuno. Senza accorgermi ero riuscito a risvegliare i due signori anziani che sedevano al banco tanto da farli avvicinare e accomodare al tavolo con tre birre, cantavamo “Hey Jude” dei Beatles e altri pezzi tra i più famosi. Toni, uno dei due signori, dopo essersi alzato per chiedere l’ennesima pinta, era tornato con un’altra chitarra in mano presa chissà dove, abbiamo cominciato a cantare e suonare, coinvolgendo anche le poche persone presenti nel locale.

    Dopo aver salutato i miei nuovi amici, con la promessa di ritrovarci per la mia ultima sera, mi sono avviato verso casa lasciando Toni e gli altri a cantare sotto gli effluvi dell’alcol. La temperatura era scesa ancora di un grado, l’aria ghiacciava nei polmoni e camminare anche per un isolato diventava estenuante e faticoso. La notte, passata senza che me ne accorgessi, sembrava non voler lasciare il posto alle prime luci del mattino, dicembre è un mese buio e freddo al nord, non adatto ai meteoropatici.

     

    Il porto di Amburgo è una dei luoghi più visitati della città, si estende sul fiume Elba, subito dopo il controverso quartiere di St.Pauli dove tutto o quasi è concesso. Intorno agli alberi delle navi mercantili, stormi di gabbiani volano in cerchio in attesa di una preda per colazione, il rumore dei container come spari di fucile li fa volare per poi tornare al loro posto svanita la paura. Un manto di nuvole bianche e geometriche come una trapunta invernale copriva il cielo e bloccava la neve che sembrava non voler scendere mai.

    Il centro era reso ancora più elegante dagli addobbi e mercatini natalizi, nascosti dietro ogni angolo, i canali ricordano lo stile olandese mentre i palazzi costruiti con i classici mattoni rossi inglesi traspirano il carattere british dei suoi abitanti. Amburgo è una città risorta dalle ceneri dell’operazione Gomorrah, il grande bombardamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale che rase al suolo uno dei centri più industrializzati della Germania nel ‘900. Dal dopoguerra in avanti la popolazione si è saputa reinventare ricostruendo, non solo la parte architettonica della città, ma soprattutto la cultura e la mentalità di un popolo che si ritiene diverso e indipendente dal resto della nazione.

    treeL’ultima sera, dopo aver fatto i bagagli per il mattino seguente, tornato al pub, vuoto come tutte le sere ma ricco di umanità e musica, ho chiesto di Toni al barman che, sconsolato mi dice che era ricoverato in ospedale per alcuni problemi sopraggiunti la sera prima. Con grande dispiacere nel cuore ho salutato tutti, ero già sulla porta quando il barman mi chiede di tornare indietro afferrandomi il braccio indica una cornice sulla mensola dietro al bancone, con un sorriso mi chiede se riconoscevo i due personaggi raffigurati nella fotografia.

    Era un bianco e nero dei primi anni 60, su un palco di un pub stracolmo di gente riconoscevo un giovanissimo Paul McCartney imbracciare un basso con la mitica impugnatura mancina, al suo fianco un ragazzo con i capelli biondi impugnava un chitarra acustica con un inconfondibile stile rimasto intatto cinquant’anni dopo, era Toni, che accompagnava uno dei mostri sacri della musica mondiale.

    Diego Arbore

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Gavoglio, cittadini e comitati battono il tempo al Comune. «Incontro pubblico per proseguire il percorso di partecipazione»

    Gavoglio, cittadini e comitati battono il tempo al Comune. «Incontro pubblico per proseguire il percorso di partecipazione»

    gavoglioIl tempo passa, e dopo tre mesi dal passaggio da Demanio a Comune di Genova tutto tace. Con le elezioni alle porte, però, la paura dei cittadini, e dei comitati, è quella che i tempi si allunghino ulteriormente, fermando il percorso di partecipazione che dovrebbe portare al Puo dell’area dell’ex caserma Gavoglio. Chiesto, quindi, un incontro pubblico per fare il punto su quanto fatto e quanto ancora da fare.

    Approfondimento: La Gavoglio passa al Comune di Genova

    Capofila della richiesta il gruppo “Progettare la città”, che dal 2008 sta “seguendo la pratica” e che nelle prossime settimane darà vita ad una Associazione di promozione sociale: «Con la contemporaneità delle elezioni Amministrative e dell’insediamento della successiva giunta – si legge nel comunicato diffuso dal gruppo – valutiamo e temiamo, che ci saranno molti mesi di poca attività oltre quelli già trascorsi». Le richieste sono molto semplici: un incontro pubblico per fare il punto su quello che è stato fatto, e quello che ancora rimane da fare. Tra i primi firmatari della richiesta Enrico Testino, da anni in prima linea per la riqualificazione della Gavoglio, fulcro della riqualificazione del Lagaccio e di Oregina: «Il Comune si era impegnato a proseguire il percorso partecipato per la stesura del Puo, e per questo vogliamo oggi un impegno scritto per concretizzarlo».

    Un percorso interrotto

    Il percorso di partecipazione, nei fatti, si è interrotto nel 2015, portando alla definizione del Programma di Valorizzazione che ha permesso all’amministrazione di vedersi consegnare dal Demanio l’area della Gavoglio. Al documento è stato allegato un cronoprogramma in cui è indicato il 2017 come anno di “redazione PUO”, “della “stesura del piano degli interventi di bonifica” (per suoli ex industriali), dei “primi lavori di bonifica ” (per suoli ex industriali) e “primi lavori di messa in sicurezza nelle more della stesura del PUO” (per assetto idrogeologico del bacino del rio Lagaccio). Nel 2016, per quanto riguarda l’assetto idrogeologico del bacino del rio Lagaccio, sarebbe già dovuto essere completata la “verifica idraulica del bacino del rio Lagaccio e dei suoi affluenti”, oltre che la “stesura del piano degli interventi idraulici”, “progetti delle sistemazioni idrauliche per la messa in sicurezza delle aree” e, per quanto riguarda il Piano di caratterizzazione dei suoli ex industriali, della “stesura piano di caratterizzazione”.

    Di tutto ciò, oggi, i cittadini chiedono una verifica, attraverso un incontro pubblico da svolgersi nel quartiere nei primi giorni di aprile: «per avere informazioni sulle conclusioni delle analisi effettuate su rio Lagaccio e sulla verifica idraulica del bacino del rio Lagaccio e dei suoi affluenti – si legge nel comunicato – e sulla stesura del piano degli interventi idraulici, sui progetti delle sistemazioni idrauliche per la messa in sicurezza delle aree e, per quanto riguarda il Piano di caratterizzazione dei suoli ex industriali, sulla stesura del piano di caratterizzazione».

    Inoltre il gruppo “Progettare la città” chiede che venga elaborato e comunicato al più presto il regolamento delle forme di partecipazione dei cittadini e la bozza di “carta dei Diritti Civici”, sul quale la civica amministrazione, attraverso delibera, si è impegnata a realizzare entro 4 mesi dall’approvazione e che può essere ulteriore strumento utile per determinare al meglio il relativo Puo.

    La palla ora ripassa all’amministrazione comunale e al Municipio, nella speranza che l’appuntamento elettorale alle porte non infici tanti anni di lavoro e progettazione. Il cammino per la rinascita della Gavoglio è ancora lungo.

    Nicola Giordanella

  • Cinghiali, protocollo tra Comune di Genova e Regione Liguria. Assessore Porcile: «Chiarite le rispettive competenze»

    Cinghiali, protocollo tra Comune di Genova e Regione Liguria. Assessore Porcile: «Chiarite le rispettive competenze»

    cinghialiContenimento e controllo della presenza di ungulati nelle aree urbane. È questo l’obiettivo del Protocollo che verrà firmato da Comune di Genova e Regione Liguria per adottare misure adeguate ad affrontare la diffusione di cinghiali in zone ad alta intensità abitativa. La Giunta comunale ha approvato nella seduta di ieri lo schema del documento di intesa, su proposta dell’assessore all’Ambiente Italo Porcile, di concerto con l’assessora alla Legalità e Diritti Elena Fiorini e dell’assessore ai Lavori pubblici e Manutenzioni Giovanni Crivello.

    Le azioni previste dal Protocollo sono molte e articolate. Si va da misure di prevenzione, quali la realizzazione di recinzioni metalliche o elettriche, al monitoraggio sistematico della gestione dei rifiuti soprattutto nelle aree in prossimità di zone boschive, fino a interventi per allontanare gli animali da zone ad alta densità abitativa.

    Il documento impegna la Regione – cui compete la gestione della fauna selvatica – a programmare, coordinare e curare l’organizzazione degli interventi di contenimento e rimozione. Compito della Regione – si legge nello schema di Protocollo – è anche assicurare consulenza e assistenza tecnica al Comune per l’impiego degli strumenti di prevenzione, quali appunto recinzioni, gabbie e dissuasori. Verrà istituito inoltre un apposito numero telefonico regionale che raccoglierà tutte le segnalazioni relative alla presenza di cinghiali negli ambiti urbani.

    Tra gli impegni del Comune c’è la realizzazione delle misure di prevenzione, d’intesa con gli agenti incaricati dalla Regione, nei punti critici dove si è riscontrato più frequentemente il passaggio dei cinghiali. Palazzo Tursi dovrà assicurare, attraverso Amiu, la rimozione dei rifiuti che rappresentano un facile richiamo per la presenza dei cinghiali. Sempre al Comune compete il compito di sanzionare tutti coloro che daranno cibo agli animali.

    Regione e Comune inoltre promuoveranno congiuntamente campagne periodiche di sensibilizzazione della cittadinanza relative sia al divieto di foraggiare i cinghiali sul territorio comunale, che alla necessità di provvedere alla pulizia delle aree incolte di proprietà privata nelle zone di confine tra bosco e territorio urbano.

    «Con l’istituzione della Città metropolitana – sottolinea l’assessore all’ambiente Italo Porcilela Regione ha avocato a sé la competenza per il controllo della fauna selvatica che prima veniva assicurato dalla ex Provincia e ha assorbito sette agenti specializzati della Polizia provinciale di Genova per svolgere tale compito. Il fenomeno della presenza di cinghiali in aree urbane ha assunto nel frattempo dimensioni preoccupanti e quella che doveva essere una normale attività di contenimento ha assunto veri e propri caratteri d’urgenza. La Regione si è sottratta negli ultimi mesi a compiti e attività che le competono. L’Amministrazione comunale ha fronteggiato la situazione evitando danni a persone e cose. Con questo protocollo si chiariscono finalmente i rispettivi ruoli».

  • Diritti, nuovi documenti per trans che cambiano sesso. Parte la campagna di sensibilizzazione sulla sentenza della Cassazione

    Diritti, nuovi documenti per trans che cambiano sesso. Parte la campagna di sensibilizzazione sulla sentenza della Cassazione

    San_Benedetto_Genova_01«Andare a ritirare una raccomandata con l’impiegata delle poste che vuole la delega perché non le basta il documento o andare a chiedere lo spostamento di un contatore con un codice fiscale che non corrisponde alla persona che sei non è per niente piacevole e non è assolutamente giusto». E’ la storia di Clara, una delle trans che oggi a Genova avvieranno la pratica per il cambio anagrafico senza necessità dell’operazione chirurgica di mutamento del sesso, sfruttando la possibilità fornita da una sentenza della Corte di Cassazione del 2015. L’associazione Consultorio TransGenere di Lucca, il Movimento di indentità transessuale di Bologna, l’associazione Princesa e la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, fondata da don Andrea Gallo, promuovo infatti una giornata informativa di un diritto ancora troppo poco conosciuto.
    «Un passo molto importante – spiega il portavoce della Comunità di San Benedetto, Domenico “Megu” Chionetti all’agenzia Dire  perché dal nome di ognuno di noi parte la dignità della persona, parte l’uscita da una categoria che -sia essa trans, clandestino o migrante- si infrange di fronte all’affermazione della propria identità non solo in maniera informale ma anche in maniera formale in tutti gli uffici pubblici». Grazie al coordinamento della Comunità fondata da don Gallo e dal Consultorio TransGenere, un piccolo pool di avvocati e psicologi accompagnerà i trans che vorranno affrontare questo percorso. «Abbattere le discriminazioni significa anche togliere quella discrepanza tra documento anagrafico e aspetto fisico che genera molto spesso risolini piuttosto che piccole e quotidiane discriminazioni – racconta l’avvocata di Gay Lex, Cathy La Torre – parliamo di persone che vivono nella condizione femminile anche da 40, 50 anni e sul punto della irreversibilità della scelta, ad di là dell’operazione, il giudice non può che prenderne atto. Un atto dovuto, il riconoscimento di un documento conferma alla vita e alla dignità delle persone che ne fanno richiesta». E il Tribunale di Genova è uno dei più aperti a questo percorso.
    Formalmente, il processo che si conclude generalmente nell’arco di un anno, consiste nel cambiamento dell’atto di nascita in Tribunale: una nuova carta d’identità, un nuovo codice fiscale e un nuovo genere con la “M” che diventa “F”. E’ l’applicazione di «un diritto sacrosanto – conclude il suo racconto Clara – perché non è che mi chiamo Clara solo per due ore, mi chiamo sempre Clara, i miei affetti più vicini mi chiamano tutti Clara. Perché sul documento dovrebbero chiamarci Mario o Roberto? E’ ingiusto perché abbiamo dei documenti che non corrispondono a quello che voi vedete. E’ penalizzante, imbarazzante e può creare anche problemi per quanto riguarda l’impiego lavorativo»