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  • Regione, Trans fanno ricorso contro sportello anti-gender: «Spreco di denaro pubblico per qualcosa che non esiste»

    Regione, Trans fanno ricorso contro sportello anti-gender: «Spreco di denaro pubblico per qualcosa che non esiste»

    corte-dei-conti-sede-romaUn esposto alla Corte dei Conti contro lo sportello antigender della Regione Liguria e della Regione Lombardia, lanciato dal Consultorio TransGenere assieme al Movimento identità trans di Bologna. Ad annunciarlo l’avvocata di Gay Lex, Cathy La Torre, questa mattina a Genova a margine della conferenza stampa di presentazione della giornata “Cambio anagrafico: piu’ diritti meno traumi per le persone transgender‘, con il sostegno della Comunità di San Benedetto.

    «Dopo un anno lo sportello transgenere della Lombardia ha sancito il totale flop di chiamate e di servizi potenziali alla famiglia, così come quello della Liguria che ha giustamente scatenato le proteste nelle settimane scorse – spiega La Torre alla agenzia Dire – è un grande spreco di denaro pubblico offrire un servizio sulla base di un qualcosa che non esiste». L’avvocato, dunque, chiede alla magistratura contabile di «valutare se c’è un danno erariale da parte della Regione Liguria, del presidente Toti che ha lanciato quest’inutile servizio. Se si voleva fare un servizio alle famiglie bisognava potenziare i servizi professionali per la disforia di genere, per l’accompagnamento delle famiglie, anche con minori. Certamente non queste improvvisate terapie riparative». In sostanza, conclude La Torre, «credo che Toti si vedrà chiamato dalla Corte dei Conti a giustificare perché sta spendendo i soldi dei contribuenti liguri per questa sua marchetta politica».

  • Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    san-benigno-incrocio-strade-DIFermare la realizzazione del Centro di accoglienza straordinaria al posto dell’ex bocciodromo di San Benigno, per ospitare 130 migranti che attualmente trovano ospitalità alla Fiera di Genova. Lo chiede a gran voce e all’unanimità la Conferenza dei Capigruppo del Municipio IICentro Ovest che, nel corso di una conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova.

    «Se entro i primi giorni della prossima settimana non arriva questa comunicazione, inizieremo con tutte le forme di protesta pacifiche e democratiche a disposizione di un’istituzione – annuncia il presidente municipale, Franco Marenco, come riportato dall’agenzia Dire – a partire dalla convocazione di un Consiglio di Municipio in piazza, sotto la prefettura, invitando a partecipare tutti i nostri cittadini». E se non dovesse arrivare il dietrofront da parte della Prefettura, per un progetto che dovrebbe essere realizzato entro la fine di maggio con un costo di 450.000 euro, non si escludono anche azioni legali. «Abbiamo chiesto un incontro con il sindaco e il prefetto oltre un mese fa – ricorda Marenco – e siamo ancora in attesa di una data che, a questo punto, pretendiamo. Ribadiamo la nostra contrarietà alle grandi concentrazioni di accoglienza, visto che nel nostro territorio ospitano oltre 300 persone. Inoltre, il luogo scelto dalla prefettura non è adatto: non c’è neanche un collegamento in autobus, c’è prostituzione, microcriminalità, spaccio”.

    Il presidente Marenco ribadisce anche quanto sottoscritto la scorsa settimana dall’assessore comunale alla Politiche sociale, Emanuela Fracassi, ovvero che «a Genova, finché non ci sarà l’applicazione della direttiva nazionale, non ci debbano essere più centri di accoglienza, essendo la città già ampiamente sopra soglia. Perché dobbiamo essere sempre noi responsabili? I municipi Centro est e Centro ovest sono sovraccarichi». E si chiede anche una forte presa di posizione “politica” al Comune di Genova dato che Palazzo Tursi «può concordare con la prefettura le zone di interesse per i centri di accoglienza. Si parla sempre di riqualificazione di periferie, ma quando c’è da mettere una servirà si individuano sempre le stesse zone tradizionalmente popolari e periferiche».

  • Prè, accordo tra Comune e Palazzo Reale per 50 alloggi a canone calmierato per rilanciare i vicoli

    Prè, accordo tra Comune e Palazzo Reale per 50 alloggi a canone calmierato per rilanciare i vicoli

    Palazzo RealeUna cinquantina di alloggi da affittare a canone concordato per i cittadini che si impegneranno a vivere e far rivivere via Prè. E’ il contenuto di un accordo siglato questa mattina tra il Comune di Genova e il Museo autonomo di Palazzo Reale. Affitti da 200 euro al mese per quella che l’assessore comunale, Emanuela Fracassi, definisce la fascia grigia della popolazione «che, seppure accede alle graduatorie per le case popolari, ha un reddito più elevato rispetto alle situazioni di iper criticità e quindi non riuscirà mai a vedersi assegnato un alloggio, ma non riesce neppure a far fronte ai prezzi di mercato», come riportato dall’agenzia Dire.

    In questo caso, invece, chi vorrà affittare l’alloggio dovrà dimostrare di avere un reddito familiare comunque tre volte superiore ai costi della locazione calmierata. «La possibilità di avere alloggi a cifra molto contenuta è utilissima – ribadisce Fracassi – e il tocco di fantasia di Palazzo Reale è richiedere anche un impegno per il quartiere oltre a un certo reddito Isee, un interesse a vivere in via Prè, per esempio iscrivendo i bambini alle scuole di quartiere, instaurando attività lavorative nella zona o impegnandosi in una della molteplici attività di volontariato. Vogliamo che in via Prè vivano persone non necessariamente benestanti ma che abbiano interesse a vivere normalmente il quartiere».

    Al momento gli appartamenti sono quasi tutti occupati e verranno dismessi, risistemati e restituiti alla città in maniera graduale. «Palazzo reale dispone di un buon nucleo di appartamenti affacciati su via Prè e vico Sant’Antonio – spiega la direttrice del Museo autonomo di Palazzo Reale, Serena Bertolucciappartamenti attualmente affittati ma che progressivamente stiamo riorganizzando e rimettendo a disposizione della cittadinanza. Il senso è di dare la possibilità alla persone che vogliono abitare nei vicoli di tornare a farlo in condizioni favorevoli. L’intesa con il Comune è per dare nuova vita a Prè».

    Spetterà all’Agenzia sociale per la casa del Comune di Genova, che ha come obiettivi l’intermediazione sociale per agevolare l’accesso alla locazione e l’aumento delle risposte al problema dell’emergenza abitativa, la valutazione dei nuclei familiari da collocare negli alloggi di Palazzo Reale, in collaborazione con i servizi sociali.

  • Scolmatore Fereggiano, ad aprile lo scavo sotto ospedale San Martino. Crivello: «I lavori stanno seguendo la tabella di marcia»

    Scolmatore Fereggiano, ad aprile lo scavo sotto ospedale San Martino. Crivello: «I lavori stanno seguendo la tabella di marcia»

    scolmatore-fereggiano07Proseguono i lavori di scavo per lo Scolmatore del Fereggiano, parte importante per la messa in sicurezza del bacino del Bisagno; nei primi giorni di aprile il tunnel dovrebbe iniziare il suo passaggio sotto il complesso ospedaliero del San Martino. Data la delicatezza di questo passaggio, Comune di Genova ha predisposto controlli e verifiche rafforzate per le strutture interessate. Crivello: «Se non ci saranno intoppi, il lo Scolmatore sarà terminato a novembre 2018».

    Approfondimento: Scolmatore Fereggiano, i dettagli dell’opera

    L’amministrazione comunale fa sapere che, a partire da aprile, sono state programmate, giornalmente e per quattro mesi, una serie di attività di scavo mediante piccole cariche di esplosivo nel tunnel in corrispondenza dell’attuale fronte, sotto le aree del padiglione Specialità, Pronto soccorso e Monoblocco dell’Ospedale San Martino. I “brillamenti” saranno eseguiti nelle fasce orarie dalle 6 alle 8, dalle 12 alle 14 e dalle 20 alle 22, non dovrebbero interferire con le normali attività dell’ospedale: a questo scopo, nelle settimane scorse sono stati effettuati alcuni incontri tra i tecnici del Comune, dell’Ospedale e della ditta che esegue i lavori per definire in via preventiva sia le modalità di monitoraggio strumentale del livello di vibrazioni sia le modalità di informazione, generale e di preavviso specifico di effettuazione delle singole “volate”, del personale ospedaliero, delle persone ricoverate e di tutti i visitatori dell’Ospedale.

    Inoltre, nelle strutture coinvolte, è in programma l’installazione di particolari sensori per misurare e registrare eventuali vibrazioni del suolo. I referenti dei blocchi operatori verranno forniti di telefoni cellulari dedicati per ricevere in tempo reale informazioni sui “brillamenti”. Un accelerometro verrà posizionato per monitorare la condotta idrica situata in prossimità del Padiglione Specialità. Saranno effettuati sopralluoghi periodici da parte degli specialisti delle imprese coinvolte, guidati dai responsabili del settore tecnico del San Martino e del Comune di Genova. Inoltre, l’Unità operativa Ingegneria clinica dell’Istituto analizzerà l’impatto delle possibili vibrazioni sullo strumentario dei laboratori e sulle apparecchiature utili per eseguire Tac e risonanza magnetica.

    «Comune di Genova, anche attraverso il Municipio VIII Medio Levante, rimane a disposizione per ogni informazione e precisazione – ha sottolineato l’assessore ai Lavori Pubblici Giovanni Crivello In Corso Italia abbiamo istallato un grand info-poit, aggiornato in tempo reale, per garantire la massima comunicazione sui lavori di questa opera, e da mesi è attivo il sito web dedicato». I lavori, quindi, procedono senza intoppi: «Ovviamente dipende da che tipologia di roccia andremo ad incontrare continuando lo scavo – spiega l’assessore – ma entro novembre 2018 l’opera dovrebbe essere terminata».

  • Attività commerciali, pubblicati i due bandi da 700 mila euro per Centro Storico e Pra’

    Attività commerciali, pubblicati i due bandi da 700 mila euro per Centro Storico e Pra’

    Comune di GenovaCome anticipato nelle settimane scorse, Comune di Genova apre due bandi pubblici del valore complessivo di settecentomila euro per l’erogazione di agevolazioni finanziarie in favore di attività commerciali già esistenti nel Centro Storico (area Giustiniani/San Bernardo) e nel Ponente cittadino (zona di Prà). Sul sito del Comune di Genova, nella apposita sezione, sono consultabili tutti i dettagli e i requisiti per parteciparvi.

    L’obiettivo di questa iniziativa dell’amministrazione comunale è quello di proseguire nelle azioni di riqualificazione delle zone individuate favorendo il rafforzamento delle percorrenze commerciali, al fine di promuovere un ruolo di presidio, di animazione territoriale e di inclusione sociale. Ciascun Bando prevede uno stanziamento di 350 mila euro.

    La perimetrazione relativa al Bando area Giustiniani/San Bernardo è la seguente: Via Turati – Via Mattoni Rossi – Via di San Bernardo – Via di San Donato – Piazza delle Erbe – Via di Canneto il Lungo – Via Caprettari. Ecco i dettagli dal sito web del Comune di Genova

    La perimetrazione relativa al Bando Prà è la seguente: Via Prà e retroarea (dal Rio San Michele – Via Ratto, al Rio San Giuliano – Crosa di San Giovanni di Prà) – compresa la Fascia di Rispetto. Ecco i dettagli dal sito web del Comune di Genova

    Approfondimento: I bandi e i “Patti d’area”

    Sono agevolabili le iniziative per la realizzazione delle quali siano ritenute ammissibili spese non inferiori a 3mila euro, mentre l’agevolazione complessiva riconosciuta non potrà essere superiore a 20mila euro. Sono ammesse alle agevolazioni finanziarie le spese relative all’acquisto di beni, materiali e immateriali, direttamente collegati al ciclo produttivo aziendale come opere murarie o lavori assimilati, studi di fattibilità economico-finanziari, progettazione esecutiva, realizzazione di sistemi e certificazioni di qualità, acquisto di software per le esigenze gestionali e produttive dell’impresa e relative licenze d’uso, acquisto ed installazione di impianti, macchinari e attrezzature, compresi gli arredi, interventi migliorativi dell’estetica esterna, sistemi di videocontrollo e insegne.

    Tra i criteri di valutazione, la coerenza del progetto con la vocazione delle aree, il rispetto del territorio (tipicità del prodotto, acquisti verdi eco-compatibili, DOP), l’innovatività del progetto (tecnologica, del prodotto, del servizio).

    I Bandi escludono alcune tipologie di attività quali ad esempio sexy shop, distributori automatici di cibi e bevande, internet point, lavanderie a gettone, money transfert e money change, compro oro, sale scommesse, vendita di sigarette elettroniche, discoteche, sale da ballo, night club, attività artigianali e/o commerciali che offrono una gamma indistinta e generalizzata di prodotti vari senza alcuna specializzazione.

  • «Fuori il Vaticano dalle nostre mutande». Dal presidio sotto il Galliera si alza il grido per la difesa dei diritti delle donne. E non solo

    «Fuori il Vaticano dalle nostre mutande». Dal presidio sotto il Galliera si alza il grido per la difesa dei diritti delle donne. E non solo

    IMG_20170308_113716“Fuori il Vaticano dalle nostre mutande”. Questo uno dei numerosi manifesti appesi sotto le finestre dell’ospedale Galliera, dove quasi 300 persone questa mattina hanno dato vita al presidio per protestare contro l’ingerenza etica della Chiesa nella sanità pubblica. L’iniziativa è parte dello sciopero indetto nei giorni scorsi per la giornata odierna da “Non una di meno”, la rete nazionale che raccoglie decine di movimenti femministi e sigle sindacali.

    «Il Galliera prende contributi statali per assolvere ad un servizio pubblico, quello sanitario – spiega un’attivista – ma poi pratica una obiezione di coscienza del 100% riguardo alle interruzioni di gravidanza. Non capiamo perché lo Stato, laico, che dovrebbe garantire le libere scelte di tutti, sovvenzioni questo apparato». Questa la motivazione principale alla base del presidio, partecipato da numerosi attivisti, donne e uomini. Ma non solo: l’ospedale “della Curia” è solo un simbolo della «cultura che opprime le libere scelte sessuali delle persone, e la possibilità di autodeterminarsi, anche nell’ambito della maternità assistita». Una cultura che, secondo la rete femminista, è ancora fortemente condizionata dal patriarcato sociale, a quale si è aggiunto in questi ultimi anni anche lo sfruttamento della precarietà lavorativa, che colpisce tutti, ma in maggior modo le donne.

    IMG_20170308_115233L’obiezione di coscienza è un tema molto delicato, su cui l’opinione pubblica nazionale è spesso spaccata: come viene spiegato durante il presidio, questa manifestazione non è in assoluto contro questo pratica, che è riconosciuta come un diritto, estendibile in altri ambiti, da quello che un tempo era il servizio militare di leva allo stesso giornalismo, e come tale deve essere tutelato. Il problema nasce quando questa scelta, all’interno del “sistema sanitario pubblico” si scontra contro un altro diritto, cioè quello di poter scegliere sul proprio corpo e, più nello specifico sulla propria maternità. «Bene ha fatto il servizio pubblico laziale ad indire un concorso, escludendo gli obiettori di coscienza – spiega un’attivista – poiché lo Stato ha il dovere di garantire a tutti l’assistenza medica in ogni situazione, a prescindere dalle singole convinzioni religiose».

    degeneriot-cattedraleLa difesa dei diritti della donna, però, non è il solo “campo di battaglia” di “Non una di Meno”; lo sono, infatti, tutte le questioni legate al genere e alla autodeterminazione delle persone: «Questa rete, che nei prossimi mesi continuerà il proprio percorso, lavora contro tutte le moderne schiavitù legate al genere e alla sessualità». A spiegarcelo un’attivista di Degeneriot, il collettivo genovese capofila delle iniziative della giornata: «I nostri incontri e le nostre iniziative si muovono in questa direzione, e sono rivolti a tutti, per ridefinire la libertà dell’autodeterminazione della sessualità e dei rapporti tra le persone».

    E sono proprio le attiviste e gli attivisti di Degeneriot a portare il presidio, una volta sciolto, per le vie della città, dando vita a colorati sit-in per le vie di Genova e in particolare davanti alla cattedrale di San Lorenzo. Nel pomeriggio è previsto il corteo che attraverserà il centro storico, da Porta dei Vacca a piazza De Ferrari, portando negli spazi vissuti la loro iniziativa politica.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

  • Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    slotmachineA pochi giorni dalla scadenza delle licenze, Regione Liguria ha proposto una proroga dei termini previsti dalla legge. Ma da uno studio della stessa regione i dati sulla ludopatia parlano chiaro: sempre più persone cadono nelle dipendenza da gioco, e in pericolo sono soprattutto le fasce di popolazione più “debole”, cioè giovani e anziani.

    Il disturbo da gioco d’azzardo nella quinta ed ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il principale manuale di psichiatria in uso nel mondo) pubblicata nel 2013 è ascritto tra i ”disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”; in altre parole, una patologia direttamente riferibile a quelle legate alla dipendenza.

    La sfida al Gioco d’Azzardo

    Il problema è noto da anni, e, infatti, a più riprese le amministrazioni locali si sono adoperate per provare a limitarne l’impatto sulla popolazione, cercando di tutelare soprattutto le fasce considerate “deboli”: anziani e ragazzi. Con questa “ratio”, la legge regionale 14 del 2012, varata da Regione Liguria, ha imposto che tutti gli esercizi che ospitano slot machine o giochi d’azzardo legali, siano distanti almeno 300 metri da i cosiddetti luoghi sensibili, cioè scuole, luoghi di culto, impianti sportivi, centri giovanili, strutture residenziali o semiresidenziali sociosanitarie, strutture ricettive per categorie protette. La stessa legge ha individuato il 1 maggio 2017 come termine ultimo per adeguarsi a questa normativa, mettendo quindi in scadenza le licenze all’epoca già “operative”. La norma è stata recepita dal Comune di Genova attraverso un regolamento dedicato, approvato nel 2013.

    Secondo le attivita’ di monitoraggio della Polizia municipale, con dati aggiornati a fine novembre scorso, sono 1.015 le attivita’ commerciali sul territorio comunale genovese con strumenti per il gioco lecito: di queste, 927 non sarebbero piu’ utilizzabili tra poco meno di due mesi. Di queste, 48 sono esclusivamente dedicate al gioco lecito (di cui 26 sono sale videolottery e 22 punti lotto o agenzie di scommesse), mentre le altre sono quasi tutte esercizi commerciali: 264 tabaccherie e 611 bar o pubblici esercizi. Secondo i dati riportati da Astro, associazione che rappresenta gli operatori del gioco lecito, dal 2 maggio prossimo il 96,4% del territorio comunale di Genova sara’ off limits per slot e videolottery. 

    Operatori sul piede di guerra e la sponda della Regione

    Per questo motivo, in questi giorni gli operatori del settore hanno alzato la voce. «Dalle stime fatte in questi giorni, il 2 maggio avremo 500 lavoratori che rischiano di perdere il lavoro solo a Genova. Se non si concede una proroga e non si da’ vita a un percorso complessivo per trovare una soluzione a questo problema, si rischia di innescare un disagio sociale di cui l’amministrazione se n’e’ altamente fregata in questi anni. Cosi’ si rischia di cancellare un settore». Uno scenario “ipotizzato” da Paolo Barbieri, presidente di Anva Confesercenti Liguria, durante una recente commissione consigliare a Palazzo Tursi, come riportato dall’agenzia di stampa Dire. Secondo le stime Astro, infatti, sarebbero quasi 3000 i posti di lavoro a rischio in Liguria se la legge diventasse realtà. Secondo i dati diffusi dai Monopoli di Stato, le “newslot” installate nei pubblici esercizi (bar e tabacchi) del territorio regionale sono 12.154, con oltre 2.500 esercizi commerciali coinvolti e relativi servizi di manutenzione per circa 490 posti di lavoro che, senza proroghe, tra meno di due mesi sarebbero a rischio. A questo andrebbero aggiunti anche i circa 550 dipendenti delle 110 sale vlt in tutta la Liguria, con ulteriori magre prospettive per la “sale Bingo” che vedrebbero calare drasticamente gli incassi senza slot. «Bisogna ricordare anche le pesanti ripercussioni per bar e tabacchi – ha sottolineato Barbieri – il taglio degli apparecchi porterebbe a rischio chiusura il 30% di questi esercizi». Un “mostro”, quindi, che è cresciuto a dismisura, e che ora sembra difficile debellare senza lasciare “morti sul campo”.

    L’allarme delle associazione di categoria ha trovato una sponda in Regione Liguria: l’assessore regionale allo Sviluppo Economico Edoardo Rixi (Lega Nord), ha infatti raccolto l’appello, anticipando l’intenzione dell’ente di prorogare di almeno un anno questa scadenza. Ma quali potrebbero essere i costi di questa decisione?

    I costi della proroga

    slotSecondo una ricerca del dipartimento “Salute e Servizi Sociali” della stessa Regione Liguria, però, il fenomeno legato alla dipendenza da gioco d’azzardo è in crescita, soprattutto all’interno della fasce più deboli della popolazione: anziani e giovani. Secondo la “Relazione Gioco d’Azzardo Patologico in Liguria”, presentata dalla ricercatrice Sonia Salvini, infatti, i casi di richiesta di trattamento ricevuti dai Sert liguri sono aumentati del 217% dal 2011 al 2016, passando da 116 a 368. Dalle rilevazione relative al 2016 emerge che la metà dei soggetti in carico appartiene alle classi di età dai 50 anni agli oltre 65 anni. Una fascia d’età «inedita per le dipendenze – sottolinea Sonia Salvini – che rende maggiormente evidente l’esplosività del fenomeno». Il 79% è di genere maschile, il 21% è di genere femminile. «Analizzando questi dati però bisogna tenere conto che derivano da sottostime – sottolinea Clizia Nicoilella, consigliera municpale di Lista Doria, presidente della Consulta Permanente sul gioco con premi in denarovisto che una minima parte dei “giocatori” si rivolge ai servizi, e spesso lo fa per ragioni economiche, cioè quando ha “finito” il denaro». Ma il dato allarmante riguarda i giovani: secondo questo studio il 37,1% degli studenti di 15-19 anni della regione Liguria, corrispondenti a poco più di 20mila giovani, almeno una volta durante l’anno ha giocato somme di denaro; ma non solo: sulla base delle risposte fornite al test da coloro che hanno riferito di aver giocato d’azzardo durante l’anno, per l’84,5% circa degli studenti liguri il comportamento risulta esente da rischio, per il 9% è a rischio e per poco meno del 6% è problematico. Tradotto in cifre dei circa 20.000 studenti liguri che hanno giocato nell’anno precedente alla rilevazione, sono circa 1.900 quelli a rischio e per altri 1.200 il comportamento di gioco può essere definito problematico, ad un passo, cioè, dalla patologia, quella vera.

    Scomettersi il futuro

    Come spesso accade, fatta la norma si trova l’inganno, o, come in questo caso, la proroga. Sono passati cinque anni dalla promulgazione di una legge che non vieta il gioco, ma che prova a limitarlo, allontanandolo da “prede” troppo facili: in questi anni nessuno dei diretti interessati, evidentemente, ha pensato di prepararsi alle nuove regole, invocando oggi una proroga dei termini. Ogni minuto perso, però, ha un prezzo, un prezzo che viene pagato da chi dovrebbe essere “aiutato” dalle istituzioni perché debole, perché patologicamente sconfitto dal “mostro” dell’azzardo. Ancora una volta siamo di fronte all’odioso ricatto che vede contrapposti lavoro e salute, alternativi uno all’altro: «Con Università degli studi di Genova – annuncia Sonia Salvini – stiamo dando il via ad una ricerca, che durerà un paio d’anni, finalizzata a calcolare quali siano i costi sociali del gioco d’azzardo, per confrontarli con i “ricavi” che la comunità riceve attraverso la tassazione di queste attività, per capire di che “colore” sia questo bilancio». Il risultato sarà sorprendente, c’è da scommetterci.

    Nicola Giordanella

  • Regione, proposta di divieto di burqa per ospedali e uffici pubblici. La risposta dell’imam: «Motivi da campagna elettorale».

    Regione, proposta di divieto di burqa per ospedali e uffici pubblici. La risposta dell’imam: «Motivi da campagna elettorale».

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoFa discutere la proposta dell’assessore alla Sanità di Regione Liguria, Sonia Viale, di vietare l’accesso alle strutture sanitarie della regione per chi indossa il burqa. Sdegnata la reazione dell’imam di Genova, Husein Salah, che ha stigmatizzato l’ipotesi normativa: «Motivo da campagna elettorale». In serata il rilancio del governatore Giovanni Toti: «Applicheremo la norma in tutti gli uffici pubblici regionali»

    «Il burqa è il peggior simbolo della sottomissione della donna all’uomo e la vigilia dell’8 marzo ci sembrava un buon giorno per dire che chi vive in Italia almeno le minime regole di uguaglianza tra uomo e donna le deve saper cogliere e rispettare. Questo regolamento verrà applicato non solo nelle strutture sanitarie ma in tutti gli uffici pubblici regionali della Liguria». Lo afferma il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, cofirmatario assieme alla vicepresidente e assessore alla Sanità, Sonia Viale, della delibera che sarà sottoposta all’approvazione nella prossima riunione di giunta. Una decisione che è destinata a far aumentare le polemiche dopo il coro di no sollevatosi questo pomeriggio in relazione all’annuncio della vicepresidente di vietare l’ingresso alle donne con il velo integrale nelle strutture sanitarie liguri. Per Toti si tratta di «una norma che risponde anche a un elementare principio di sicurezza in un momento in cui il terrorismo minaccia il nostro paese e il mondo». E prova a smarcarsi dalle polemiche. “È ovvio – prosegue il governatore, come riportato dall’agenzia Dire – che le cure verranno sempre garantite, come previsto dalla nostra Costituzione: il diritto alla salute è prioritario e assoluto. Chi afferma che con questa norma si neghino le prestazioni sanitarie dice una grande idiozia e si abbassa alla più vile strumentalizzazione offendendo tutta la categoria degli operatori sanitari”. Per il presidente della Regione Liguria, «si tratta, invece, di stabilire un principio per cui chi vive in una moderna democrazia come l’Italia, dove i diritti degli uomini e delle donne sono uguali per Legge, non può nascondere il proprio viso, rendendosi così non identificabile o riconoscibile, ma si deve adeguare alle nostre regole». La stessa Legge che, sotto forma di normativa comunitaria, prima con l’European Code of Police Ethics, sottoscritto dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nel 2001, ripreso poi da una risoluzione del Parlamento Europeo prima nel 2012 e poi nel 2014 imporrebbe elementi identificativi anche per gli appartenenti alla forze dell’ordine; prescrizione comunitaria ignorata dal legislatore italiano da almeno sedici anni.

    La proposta

    La proposta avanzata dalla vicepresidente Viale, quota Lega Nord, che sarà presentata alla prossima seduta di giunta, è stata anticipata questa mattina in Consiglio regionale in risposta ad un’interrogazione del capogruppo della Lega Nord, Alessandro Piana. «La nostra preoccupazione – spiega Viale – è bloccare ogni tentativo di discriminazione delle donne. Uno dei simboli della discriminazione femminile è il burqa, un abito che copre la testa, il viso, impedisce la vista perché ha una grata che separa la donna dal mondo. E’ il simbolo dei paesi in cui la democrazia non c’è più e impera il fanatismo, in particolare religioso». Questa iniziativa potrebbe, in una seconda fase, essere allargata anche ad altri luoghi con accesso pubblico e non è probabilmente un caso che il tema torni d’attualità alla vigilia dell’8 marzo, festa della donna. L’anno scorso, infatti, la consigliera regionale della Lega Nord, Stefania Pucciarelli, si era presentata in aula vestendo il tradizionale velo islamico e costringendo il presidente dell’Assemblea, Francesco Bruzzone, a rinviare l’inizio della seduta perché l’abito non era considerato consono ai lavori del Consiglio

    La reazione

    «E’ un dispiacere leggere queste notizie perché è da trent’anni che mi impegno a Genova per portare la comunità islamica a sentirsi parte integrante della città, per una reale inclusione sociale e questi sono atti che riescono a demolire molto del lavoro fatto”. Così riponde l’imam di Genova, Husein Salah, commentando per l’agenzia Dire la proposta: «Quello della sicurezza è un falso problema, una fantasia – ribatte il portavoce della comunità islamica del capoluogo ligure – anche perché a Genova ci saranno forse 5 donne che girano con il velo integrale. Non c’è quel senso di insicurezza per cui deve intervenire la Regione: sono pochissime e tutte mamme di famiglia, l’effetto di questa normativa non esiste però l’effetto psicologico non è bello. E’ un motivo da campagna elettorale”. C’è poi una questione di diritti costituzionali alla cura da garantire. «Se una donna si sente male e chiama i soccorsi – chiede l’imam – se indossa il velo non la caricano in ambulanza o non la fanno entrare al pronto soccorso? Come si dovrebbero comportare i militi della croce rossa o i volontari della pubblica assistenza? Chiamare la polizia per obbligare la donna a togliersi il velo?».

    Viene citato perfino papa Francesco. «Invece che costruire i ponti, si stanno erigendo muri. Invece di incentivare la parte che vuole integrarsi e sentirsi cittadina, si rischia di costruire sempre più difficoltà. E’ il secondo provvedimento di questa giunta regionale che investe in maniera negativa il mondo islamico – ricorda Husein Salah – dopo quella che regolamenta i luoghi di culto. Ci sentiamo cittadini di seconda categoria, presi di mira». Rispedite al mittente anche le accuse di discriminazione per chi indossa il velo: «L’atto discriminatorio – dice l’imam – è obbligare la donna a togliere il velo, non il contrario».

     

  • Piani di emergenza esterna, incominciano le consultazioni popolari. Si parte con gli impianti del Municipio II – Centro Ovest

    Piani di emergenza esterna, incominciano le consultazioni popolari. Si parte con gli impianti del Municipio II – Centro Ovest

    silomar-pee-prefettura-portoTerminata la prima fase, con la quale è stata data evidenza pubblica delle tipologie dei vari impianti a rischio d’incidente rilevante, può incominciare il secondo passaggio previsto dalla legge per la revisione dei Piani di Emergenza Esterna, ovvero le consultazioni popolari. In questi incontri le autorità preposte alla sicurezza si confronteranno con la popolazione al fine di acquisire ulteriori elementi per la stesura dei piani. Un altro passo, quindi, verso l’aggiornamento dei PEE, che, come denunciato da Era Superba l’anno scorso, per quanto riguarda la provincia di Genova, sono tutti “scaduti”, obsoleti, in altre parole “fuori legge”. Oramai da più di un anno.

    L’inchiesta: I Piani di Emergenza scaduti

    La comunicazione arriva direttamente dalla Prefettura, ente responsabile della stesura (e dell’aggiornamento) dei piani: il primo incontro è previsto per mercoledì 8 marzo, alle ore 17, presso l’Auditorium del Centro Civico Buranello, a Sampiedarena. Oggetto dell’assemblea pubblica, cinque impianti, collocati nell’area portuale all’interno del municipio di riferimento: Eni S.p.A. Refining & Marketing and Chemicals, Esso Italiana, Silomar s.p.a., Aoc Antipollution Operative Centre s.r.l., Getoil s.r.l. Tutti questi impianti, per lo più di deposito, sono ubicati nell’area portuale tra la Lanterna e Sampierdarena, creando la più grande concentrazione industriale di questo genere del nord Italia. Nel cuore della città.

    Alla assemblea parteciperanno i responsabili di Prefettura, Regione Liguria, Comune di Genova, Forze dell’Ordine, Vigili del Fuoco, Arpal, Asl3, Servizio Emergenza Sanitaria, Capitaneria di Porto, Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale. Durante l’incontro verranno illustrati i dettagli tecnici degli impianti e delle normative a riguardo, per poi dare spazio agli interventi dei cittadini. Un’occasione per capire meglio la materia e discutere di un tema che riguarda tutti, cioè la sicurezza della città.

    Nelle prossime settimane saranno calendarizzati gli altri incontri relativi ai rimanenti impianti: dopo questa fase è prevista una prima stesura delle dei PEE, bozze che saranno poi esaminate dagli enti locali interessati e dal CTR (Comitato Tecnico Regionale) ed eventualmente modificate. Successivamente è prevista una nuova fase di consultazione della popolazione con relativa eventuale rielaborazione della bozza con enti locali, per arrivare, infine, all’ approvazione finale. I PEE, una volta “perfetti”, saranno resi pubblici. Nella speranza di non dover essere mai utilizzati.

     

     

  • Periferie, sindaco Marco Doria firma accordo con Gentiloni. In arrivo altri 40 milioni per viabilità e edilizia scolastica

    Periferie, sindaco Marco Doria firma accordo con Gentiloni. In arrivo altri 40 milioni per viabilità e edilizia scolastica

    Doria-gentiloni-accordo-periferieIl sindaco Marco Doria ha sottoscritto l’accordo con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che mette nero su bianco il finanziamento dei 18 milioni previsti per il “Bando Periferie”. Il Cipe, inoltre, ha deliberato lo stanziamento di una seconda trance, questa volta di 40 milioni, destinata all’edilizia scolastica e alla viabilità.

    «Valorizziamo strutture storiche e spazi pubblici per ridare identità e qualità ai quartieri», così il sindaco di Genova a margine della cerimonia ufficiale tenutasi a Palazzo Chigi questa mattina, alla presenza di 24 sindaci di città capoluogo e città metropolitane. I 18 milioni già promessi da Renzi con il “Patto per Genova” diventano quindi realtà: l’amministrazione comunale aggiungerà altri 6 milioni per completare gli undici progetti di riqualificazione che coinvolgeranno Sampierdarena, Campasso e Certosa. «Sono realtà che hanno risentito fortemente della de-industrializzazione – ho sottolineato Doria – anche sotto il profilo della identità urbana e dei bisogni sociali. In questi quartieri vivono molti anziani (26 per cento) e il 20 per cento della popolazione è composta di “nuovi genovesi” provenienti da diverse parti del mondo. Abbiamo deciso di concentrare le risorse del bando, per accrescerne gli effetti, in questa parte della città, così come avevano fatto in questo e in altri quartieri attraverso i precedenti Por». Come avevamo anticipato, tra le opere previste anche il recupero del chiostro di San Bartolomeo della Certosa.

    Approfondimento: San Bartolomeo della Certosa, tra crolli e interventi

    La firma arriva dopo la conferma arrivata dal Cipe venerdì scorso dello stanziamento di ulteriori 40 milioni di euro, destinati alla città metropolitana di Genova. In questo caso gli interventi riguarderanno soprattutto la viabilità e l’edilizia scolastica per le scuole secondarie delle periferie genovesi e delle Valli Polcevera, Stura e Scrivia.

    Marco Doria ha espresso poi un giudizio molto positivo sul bando periferie varato dal governo. «Innanzi tutto – ha detto – perché l’ammontare degli investimenti è cospicuo ed è importante in un Paese che ha un drammatico bisogno di investimenti. La scelta è ancora più significativa per il fatto che queste risorse andranno a vantaggio delle cosiddette periferie, un termine col quale in realtà devono essere individuate tutte le aree urbane che soffrono disagio. Infine – ha aggiunto il sindaco – è apprezzabile il metodo applicato in questa occasione: ai comuni è stato chiesto di trovarsi con i progetti pronti o comunque di approntarli in poco tempo. Ma si è lasciato agli enti locali il compito di protagonisti nel decidere liberamente quali interventi realizzare».

  • Pra’, la storia dell’area ex gasometro Ireti, dalla resistenza alla privatizzazione, passando per l’area verde mancata

    Pra’, la storia dell’area ex gasometro Ireti, dalla resistenza alla privatizzazione, passando per l’area verde mancata

    prova-ireti-gasometro-mappaL’area ex-Ireti di Prà ha fatto parlare di sé nelle ultime settimane per un piano di vendita che ha messo sul piede di guerra i lavoratori, preoccupati dalla prospettiva di un trasferimento dell’attività in zona Campi. Ma quella dell’ex gasometro è una storia che affonda le proprie radici nel secolo scorso, con risvolti degni di essere ricordati. Nel quartiere nessuno si è dimenticato che negli anni della seconda guerra mondiale in questi stessi edifici crebbe e si formò una delle anime dell’antifascismo prima e della Resistenza poi del Ponente genovese; tanto che non più di tre mesi fa proprio qui l’ANPI di Pra’ ha ricordato con la deposizione di una targa la nascita della sezione praese del Comitato di Liberazione Nazionale

    Sin dai primi anni del ‘900, l’area è la base operativa di Amga, la municipalizzata di gas e acqua, ed è interamente di proprietà comunale. È a partire dagli anni ’90, con la privatizzazione dell’azienda, che la storia di quei circa 10mila metri quadrati di terreno si fa decisamente meno lineare. Nei decenni successivi, giunte comunali, piani urbanistici, intenzioni di vendita e battaglie sindacali ne scriveranno e riscriveranno più volte il destino. Fino alle polemiche dei giorni nostri.

    Approfondimento: Un supermercato al posto del gasometro

    Una privatizzazione pasticciata

    Siamo a cavallo tra i due secoli, quando il Comune di Genova decide di privatizzare Amga. Prima della vendita, però, l’amministrazione di allora vuole aumentare il valore dell’azienda anche attraverso il conferimento di beni immobili, tra cui anche il terreno di Prà. Lo stesso terreno, tuttavia, viene ceduto pochissimo tempo dopo anche ad Amiu, in un evidente e grossolano errore amministrativo. «Fu un pasticcetto – sintetizza l’attuale assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Berninisu cui qualcuno discute ancora oggi, ma che fortunatamente non ha provocato grosse conseguenze». Legge e consuetudine, infatti, vuole che in casi del genere a valere sia la prima firma. Amga divenne proprietaria a tutti gli effetti della zona, che passò poi di mano nel corso dell’evoluzione dell’azienda, prima in Iride (che univa la genovese Amga e la torinese Aem) e poi in Iren, il colosso della distribuzione di servizi nato dalla fusione di Iride ed Enia (che a sua volta aveva precedentemente unito aziende di Reggio Emilia, Parma e Piacenza). Tra una sigla e l’altra, siamo arrivati nel 2010. Iren, insieme ai beni delle municipalizzate che ha unito sotto il proprio ombrello, ne eredita anche i debiti e le cifre attuali parlano di un buco di circa 3 miliardi di euro. Quasi naturale, dunque, che parti del patrimonio dell’azienda vengano cedute per fare cassa. Nella lista delle cessioni entra ben presto anche il gasometro di Prà, che negli ultimi giorni del 2016 viene ceduto a Coop per una cifra che si aggirerebbe intorno al milione di euro.

    gasometro-pra-ireti-irenOra, si potrebbe discutere a lungo del perché un terreno che offre un servizio al territorio sia passato nel giro di un decennio dal pubblico a mani private, per poi arrivare alla completa cessione. Quello delle privatizzazioni, del resto, è un tema che divide: c’è chi le vede come il male assoluto perché privano le amministrazioni pubbliche del controllo dei propri asset strategici, e c’è chi invece li ritiene un modo per dare fiato alle striminzite casse degli enti locali e per migliorare l’efficienza dei servizi. Il vicesindaco Bernini non è ideologicamente contrario alla cessione di aree pubbliche a privati, ma esprime alcune critiche riguardo la gestione del caso particolare: «La cessione di Ireti – spiega – era già stata decisa e concordata nel corso del precedente ciclo amministrativo. Tuttavia, non ho gradito il modo in cui è arrivata, senza un piano di ammortamento per Aster e Amiu. Appena sono venuto a conoscenza delle intenzioni dell’azienda, e dell’effettiva presenza di un acquirente, ho allertato i miei colleghi competenti in materia (gli assessori Porcile e Crivello) e fatto valere tutti i paletti possibili dell’urbanistica, ovvero l’impossibilità di costruire o di ampliare il costruito esistente in zone più vicine di 200 metri al cimitero o i limiti posti dalla vicinanza a un corso d’acqua e al centro storico».

    Bernini non ha mai fatto mistero di aver agito mosso dalla preoccupazione per i destini a ponente dei presidi di Amiu e Aster, ben più che per quelli di Ireti. Una posizione rivendicata anche in occasione dell’incontro con i lavoratori dello scorso 6 febbraio. «Innanzitutto la segnalazione mi è arrivata da operatori Amiu, e non da quelli di Ireti – chiarisce – inoltre la perdita del presidio di Amiu sarebbe un danno ingente per il ponente, visto l’ampio bacino già coperto dai presidi a Sestri Ponente e la necessità di muovere anche mezzi pesanti per la raccolta di rifiuti. Aster, invece, svolge funzione di pronto intervento, cosa che Ireti a Prà non fa perché questa funzione è svolta dal presidio alle Gavette». Quest’ultima posizione è molto distante da quella dei lavoratori che, interpellati da Era Superba, hanno più volte affermato di svolgere un servizio di pronto intervento anche se questo non rientrerebbe tra le sue competenze formali, spesso a sostegno dei Vigili del Fuoco per riparare le perdite di gas. «Può darsi che, per comodità, sia successo – riconosce Bernini – che per risolvere un’emergenza a Ponente venisse chiesto l’intervento del centro di Prà, ma è vero che solo il centro alle Gavette ha gli strumenti adeguati per intervenire nelle situazioni più pericolose». La soluzione per Amiu e Aster auspicata dal vicesindaco è quella dell’acquisizione dell’area ex San Giorgio tra Prà e Pegli da parte delle due aziende («un’opzione che riqualificherebbe un’altra area a Ponente sulla scia di altri interventi di riqualificazione della zona come quello dell’ex Verrina»), ma al momento uno scenario del genere sarebbe lontano.

    Un verde mai realizzato

    Nelle numerose pieghe della storia, per un certo periodo sembrava che l’area del gasometro di Prà fosse destinata a diventare un parco pubblico. Così era scritto nel piano urbanistico del 2000, ma con la giunta guidata da Marta Vincenzi e un nuovo Puc, la qualificazione dell’area passò da “verde” a “urbana”. «All’epoca non ero assessore e nemmeno consigliere comunale – chiarisce Bernini – ma a naso direi che la modifica in questo senso del Puc era coerente con il passo successivo per la riorganizzazione di Iren, a cui quell’area non serviva più». La cessione dell’area da parte dell’amministrazione, insomma, aveva fatto cambiare i piani intorno al gasometro di Prà, la cui vendita è discussa ormai da anni. Il quartiere di Prà, d’altronde, aveva già avuto la propria razione di verde pubblico con l’implementazione della fascia di rispetto e (in anni più recenti) con i cantieri per il Puc, che in primavera si avviano a concludere i lavori di riqualificazione della delegazione ponentina.

    Luca Lottero

  • «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    Anahita Tcheragali 1Per le persone cresciute fra due culture, come Anahita, il sentimento di non appartenere a nessun luogo, che in età giovanile crea disagio, è in realtà una fonte di maggiore libertà e apertura mentale. Le danze orientali che pratica e insegna sono il risultato della felice contaminazione tra le tradizioni popolari dei paesi mediorientali e le regole sceniche della danza classica occidentale. Negli ultimi anni in molte città italiane l’interesse per le danze orientali e antiche è cresciuto in maniera significativa. Ad oggi sono molte le scuole non solo di danze orientali, nelle sue diverse forme, ma anche di danze rinascimentali e barocche della tradizione occidentale. Attività che permettono di ricercare la connessione tra benessere fisico e spirituale che lo stile di vita contemporaneo rende sempre più difficile.

    Sei nata in Italia o sei arrivata con la tua famiglia?
    «Sono nata in Italia, a Milano, da genitori iraniani che vivevano già all’estero per motivi di studio, prima in Austria, dove è nato mio fratello, e poi in diverse città italiane. Sei mesi dopo la mia nascita, in Iran c’è stata la rivoluzione islamica e i miei genitori hanno deciso di tornare a vivere là, sperando in un cambiamento positivo. Siamo rimasti là due anni, ma, vedendo che tutto era molto diverso da come speravamo, la mia famiglia ha deciso di tornare a vivere in Europa, quando avevo quattro anni. Ci siamo stabiliti a Genova; mio padre in seguito ha aperto un’attività in Austria. La mia famiglia si è sparpagliata, è rimasta vagabonda; io a un certo punto ho sentito il bisogno di mettere radici e le ho messe qua, a Genova. Con i genitori entrambi persiani, nell’adolescenza ho sempre sentito una forte dualità culturale, non è stato facile. In Iran i parenti mi chiamavano “Anahita la straniera”. Il mio persiano è parlato, non lo leggo né lo scrivo, ma la mia famiglia in Italia ha sempre festeggiato il Capodanno persiano. Questa dualità non mi faceva appartenere a nessun luogo, ero straniera ovunque io fossi».

    Quando hai iniziato ad appassionarti alla danza?
    «Ho cominciato a far danza prestissimo, a 10-11 anni, classica, jazz, contemporanea. Mi sono appassionata alla danza e all’idea di cercare dei ritmi più consoni alla mia cultura di origine. Intorno ai 20 anni ho trovato un corso di danza orientale, l’unico allora a Genova, mi sentivo portata per quello, sentivo di “averlo nel sangue”. Mi sono appassionata sempre di più e, facendo un po’ di ricerche in internet, ho cominciato a frequentare nei weekend corsi formativi in danza orientale a Torino e a Milano, pur studiando Conservazione dei Beni Culturali e lavorando in un bar. E senza neanche averlo programmato, è diventato il mio mestiere: mentre il bar stava chiudendo è scoppiata la moda della danza orientale. Di recente ho organizzato a Genova, assieme a un’amica, un Festival Internazionale. Abbiamo fatto 10 workshop in 2 giorni, con maestri da tutto il mondo».

    Qual è la motivazione che spinge le persone ad avvicinarsi alla danza orientale?
    La passione per la danza in generale e per le culture orientali. Le allieve sono quasi tutte donne, alcune arrivano già dal mondo della danza, con il desiderio di cambiare, e si appassionano alla danza orientale. Alcune si sono avvicinate al Festival Suq, scoprendo che non è, come credevano, una forma di intrattenimento destinata a un pubblico maschile. Quella che si pratica oggi è una forma occidentalizzata di intrattenimento scenico, con molti elementi mutuati dal teatro e regole che non appartengono alla danza orientale, dove tutto è improvvisazione. Come accade per molte danze antiche, non sappiamo in realtà di preciso come fosse in origine quella orientale. Sappiamo che tutte le danze del Mediterraneo sono state contaminate dalle danze gitane dell’India e che esistevano danze sacre legate alla maternità. Quella che facciamo oggi si rifà alle danze popolari di vari paesi, principalmente a quelle egiziane; allo stile Baladi in particolare, contaminato con la danza accademica occidentale. Le ballerine classiche praticano un passo, l’arabesque, derivato dalle danze orientali.

    L’insegnamento della danza orientale è la tua attività principale?
    «Si, vivo di questi corsi, che tengo io, in una palestra di Via Cairoli, e collaboro con altre scuole di danza e con altri Festival».

    Senti ancora oggi il disagio per la “dualità culturale” che hai percepito nel periodo adolescenziale?
    «Direi che è stata superata, in un periodo di crisi della mia vita personale, che è stato un’opportunità per scoprire che la casa non era un luogo, non era il luogo in cui ero, e che sentirsi straniera non è che un’illusione. Prima ho dovuto risolvere i miei problemi burocratici, sono diventata cittadina italiana con il matrimonio, ma ora non mi sento di appartenere a nessun luogo. Crescere tra due culture ti permette di essere molto più espansa.

    Hai mai vissuto personalmente il pregiudizio verso le persone di origine straniera?
    «L’immigrazione in genere è vista come qualcosa di invasivo. L’immigrato è visto come portatore di problemi, delinquenza o quantomeno “sfiga”. Per gli iraniani forse è un po’ diverso, non stanno fuggendo dalla guerra, là c’è una brutta situazione, ma chi viene qua di solito viene per studiare, sono medici e professionisti percepiti in maniera più benevola. Certo il pregiudizio c’è. Conosco persone che mi dicono: “non è giusto che in Iran le donne occidentali si debbano velare!” Ma obbligare le persone a velarsi non è giusto, a prescindere. Molte persone non si rendono conto che nelle elezioni iraniane si candidano solo religiosi, non è possibile votare i laici, e che chi lascia il paese nella maggioranza dei casi dissente con il regime politico in vigore!»

    Andrea Macciò

  • Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    tapullo-piazza-erbeUna delle cose migliori di Genova sono le sorprese; in ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni piazza si possono scovare dettagli incredibili: e incredibile è quello che si può scoprire in piazza delle Erbe. Da qualche giorno, nella piazza fulcro della movida genovese, sono comparsi decine di piccoli adesivi, rotondi, che riportano un QR-code, cioè quella sorta di “codice a barre” che se fotografato con uno smartphone, diventa un collegamento ipertestuale ad una pagina web.

    Detto fatto: conquistati da una “palette” decisamente invitante, ecco che il codice ci apre il mondo di “Tapullo, la rete costruita a brettio”. La pagina che si apre invita a connettersi gratuitamente alla rete wi-fi omonima, attraverso la quale si accede a questa nuova frontiera della socialità condivisa: uno spazio virtuale, un contenitore, fatto da tante stanze tematiche, dove i visitatori possono comunicare tra loro seguendo o creando discussioni. Fin qui nulla di nuovo, forse, ma il bello sta nella “fisicità” del connettersi: la rete Tapullo è fruibile solo stando in loco, creando un circolo virtuoso reale-virtuale-reale, aprendo una via nuova alla socialità condivisa degli spazi “vissuti”.

    Benvenuti in Tapullo

    «Questa rete è un esperimento di socialità condivisa. Funziona solo qui e da nessun’altra parte, vuole mettere in contatto le persone che occupano questo spazio fisico tramite l’uso di uno spazio virtuale locale. Quando vuoi registrarti, usa pure una mail finta, non ci interessano i tuoi dati». Questo il disclaimer che accoglie l’utente in Tapullo, e che dice tutto: un’idea nata in termini sperimentali, puntando a potenziare le condivisione dello spazio reale attraverso una via virtuale anonima, veloce e aperta a tutti.

    Per iscriversi basta un minuto, e poi si può incominciare a comunicare; diverse sono le sezioni, le“stanze”, già impostate, in cui si possono aprire, o seguire, delle discussioni: dalle classiche “mangiare”, “bere”, “eventi”, a quelle più social, come “Giochi” e “Persone”. Quest’ultima prevede delle sotto sezioni dai nomi esplicativi: “jam”, “Chiacchiere” e “ammore”; ed proprio in questa, che si preannuncia come la più gettonata, che troviamo le prime prove di socialità 3.0: una ragazza infatuata si rivolge ad un bel giovane che «beve una birra vicino alla siepe, posso offrirti un altro giro?». Come sarà andata a finire? Su Tapullo, inoltre, possiamo trovare anche le sezioni dedicate al baratto, ai giochi e ai “passaggi”: «sei sobrio e in auto? Sei sbronzo e/o a piedi? Parlatevi». Più chiaro, e utile, di così?

    La rete costruita “a brettio”

    Tra le pagine di discussione, si trova anche una stanza dove si parla tecnicamente della rete, e dove si possono trovare tutte le informazioni per chi volesse contribuire alla “causa”, aumentando la portata della rete, nella logica delle “wireless mesh network” cioè quelle reti “a maglie”, senza fili, cooperative e costituite da nodi (i router) che funzionano contemporaneamente da ricevitori, trasmettitori e ripetitori. Esattamente all’opposto dell’infrastruttura classica, e commerciale, che porta la connessione singolarmente nelle case di ognuno di noi. A pagamento. Forse è da qui che nasce il nome dell’esperimento: lo stringente pragmatismo del dialetto genovese, che restituisce l’idea della rimedio arguto, costruito senza imposizioni, schemi e governance di sorta.

    Non si sa chi sia l’artefice di Tapullo, non si sa chi ci abbia messo il router, e dove questo sia stato collocato: non ci sono credits, contatti, sponsor e patrocini vari. Connettendosi alla rete wi-fi dedicata si può solo accedere alla piattaforma condivisa, senza poter navigare per il web. Sta forse qua la genialità della “pensata”: aver predisposto uno spazio di comunicazione puro, dove i contenuti sono solo quelli di chi la “abita”, e per abitarla bisogna vivere uno spazio reale come quello della piazza.

    Un gioco? Probabilmente molto di più. Sicuramente una voce fuori dal coro, che scommette sulla libera comunicazione tra le persone, e la libera fruizione degli spazi, sia virtuali che reali.

    Nicola Giordanella

  • San Bartolomeo della Certosa, l’urgenza della ristrutturazione del chiostro, dopo abbandono e cedimenti strutturali

    San Bartolomeo della Certosa, l’urgenza della ristrutturazione del chiostro, dopo abbandono e cedimenti strutturali

    Genova_Rivarolo_CertosaQuando si pensa ad un antico monastero del XIII secolo, è facile immaginare un complesso immerso nella natura, dove la pace e la preghiera scandiscono l’avanzare delle ore della giornata. Questo non è proprio quello che si vede arrivando alla Certosa di Rivarolo, dove l’antico complesso monastico è ormai incorporato all’interno del quartiere, costretto dall’urbanizzazione, dalla cementificazione e dall’incuria. Anche con una buona fantasia si fa fatica a ridisegnare i tratti di quello che probabilmente era un piccolo paradiso in terra, in quella verde e rigogliosa valle che fu un tempo la Val Polcevera.

    Da anni il monastero è diviso in due parti, una di proprietà della Chiesa e l’altra del Comune e, se la parrocchia ha mantenuto in buono stato la propria porzione del monastero e ha realizzato un campo da calcio in erba sintetica, utilizzato quotidianamente dai giovani del quartiere, una sorte peggiore è toccata alla seconda porzione, di proprietà del Comune, che giace in stato di totale abbandono da ormai parecchi anni. Recentemente l’area è stata soggetta ad un crollo strutturale, per fortuna limitato, ma che ha messo in luce l’urgenza dei lavori di messa in sicurezza del complesso.

    Tuttavia pare che anche l’Amministrazione abbia aperto gli occhi sulle peculiarità di questo antico monastero e, proprio in virtù del suo valore storico e architettonico, abbia deciso di inserirlo nel bando di progetto di riqualificazione delle periferie, approvato nei mesi scorsi. Il piano finanziario prevede un investimento totale di più di 24 milioni di euro, 18 dei quali dovrebbero arrivare da Roma, mentre la restante parte sarà in parte coperta con un co-finanziamento stanziato dall’Amministrazione comunale. Questi fondi verranno utilizzati per riqualificare alcune zone comprese tra Sampierdarena e Certosa tra cui il chiostro del monastero di San Bartolomeo della Certosa.

    Il progetto di riqualificazione di Certosa dovrebbe essere presentato nei prossimi giorni alla popolazione, nel frattempo proviamo a ricostruire la lunga storia di questo gioiello nascosto della nostra città.

    La storia della Certosa di Rivarolo

    Le origini di questo monastero sono antichissime e risalgono alla fine del XIII secolo quando, il 9 luglio 1297, Bartolino Di Negro fondò il nuovo monastero e donò ai monaci un importo in terre e denaro.  Questi monaci arrivavano dalla Certosa del Casotto, nei pressi di Cuneo, e al momento dell’arrivo erano solo sei, comandati dal padre Bosone della grande Chartreuse di Grenoble.

    Il XIV e il XV secolo furono il periodo d’oro dell’ordine certosino e in tutta Europa sorsero decine di certose. Durante questo periodo i monaci iniziarono la costruzione del cenobio e la colonizzazione agricola del terreno ereditato dai Di Negro. Oltre a questi interventi venne anche edificato un nuovo chiostro in muratura ad arcate ogivali con intorno le celle dei frati. Sul finire del medioevo la Certosa ricevette un notevole impulso dalle famiglie Dinegro, Doria e Spinola che finanziarono la costruzione della nuova chiesa, iniziata nel 1473.

    Con l’inizio dell’età moderna il cenobio della Certosa visse il suo periodo di massimo splendore. Infatti venne completata la Chiesa, che fu regolarmente consacrata nel 1563, costruito il nuovo chiostro, sovrastante quello medievale, ed il monumentale chiostro antistante la Chiesa, attualmente di proprietà della parrocchia. Durante questo periodo Genova cambiava pelle e da città di mercanti si trasformava in città di banchieri con un nuovo gusto per l’arte e questo fenomeno toccò anche la Certosa di Rivarolo dove lavorarono alcuni dei più talentuosi scultori e pittori appartenenti alla scuola genovese.

    Decadenza

    certosa-chiostro-lavori-degradoLa fine del monastero arrivò con le armate francesi, guidate da un giovane generale corso di nome Napoleone Bonaparte che sancì la nascita della Repubblica democratica ligure, abolì i titoli nobiliari e soppresse (con una legge del 4 ottobre 1797) 86 dei 122 conventi liguri  tra cui quello della Certosa di Rivarolo.  Partiti i monaci, nel convento venne installato un ospedale militare francese e, in seguito all’assedio militare di Genova, vi si acquartierarono i soldati austriaci mentre la città era ridotta alla fame.

    Ritornata la pace i monaci esiliati fecero un istanza per la riapertura e, nel 1801, il Ministro dell’Interno e Finanze di Genova diede il nulla osta per l’apertura della parrocchia a cui seguì la canonica costituzione dell’Arcivescovo Giovanni Lercari il 9 settembre 1801. Delle antiche costruzioni era rimasta solo la Chiesa con il grande chiostro antistante e l’oratorio di San Bartolomeo e, dopo il Congresso di Vienna (1815) e la Restaurazione, che sancì la fine della Repubblica di Genova, grazie al clima tornato favorevole alla religione, la nuova parrocchia prosperò e il complesso venne ristrutturato dall’architetto Maurizio Dufour.

    Durante la parte finale del secolo XIX, grazie alla rivoluzione industriale, si iniziò a parlare di questione sociale e, in tale ottica, venne fondata la Società operaia cattolica di mutuo soccorso del 1881 che raccolse ben presto decine di soci. Il Novecento fu un periodo di grandi cambiamenti per la Certosa di Rivarolo infatti il vecchio borgo agricolo dell’800 cessò di esistere per fare spazio all’industrializzazione e, dal 1926, il Comune di Rivarolo venne aggregato a quello di Genova. Con la Seconda guerra mondiale vari bombardamenti attentarono alla vita della Certosa come quello dal mare del 9 febbraio 1941 fino ad arrivare a quello del 1945 quando cinque bombe caddero a poche decine di metri dal monastero causando ingenti danni.

    Riqualificazione urgente

    Oggi, grazie agli investimenti preventivati dal Comune, anche la parte di proprietà pubblica dovrebbe tornare a splendere, nell’ottica di un nuovo inizio all’interno del quartiere. L’intervento progettato dal Comune prevede infatti il recupero di questo spazio attraverso il restauro delle parti crollate e la riqualificazione del sito attraverso l’implementazione di nuove attività. Tra le attività che vengono proposte nel bando particolare rilievo riveste la previsione di uno spazio espositivo da allestirsi nella porzione centrale del Chiostro, recentemente interessata da un evento di crollo, ai fini dell’illustrazione delle origini del complesso, della storia dell’insediamento e dell’Ordine religioso. E forse la Certosa tornerà ad essere un’oasi di pace aperta a tutti, anche se, tra il dire e il fare…

    Gianluca Pedemonte

  • Il Gabbiano di Anton Cechov, un racconto di vite irrealizzate. Al Teatro della Corte fino al 19 marzo.

    Il Gabbiano di Anton Cechov, un racconto di vite irrealizzate. Al Teatro della Corte fino al 19 marzo.

    Foto di Giuseppe Maritati
    Foto di Giuseppe Maritati

    Un racconto di vite irrealizzate. La leggerezza umana, come può impunemente uccidere splendidi animali, così può tranciare la qualità della vita. Anton Cechov (Taganrog, Russia, 1860) fu medico, scrittore, drammaturgo. Spesso incompreso dai contemporanei, almeno nelle prime rappresentazioni sceniche, cercò l’ innovazione proponendo un teatro rivolto a privilegiare l’espressione di stati d’animo,emozioni, contraddizioni; sempre presente l’aspirazione alla realizzazione di una vita qualitativa, comune ad ogni essere umano.

    L’azione è ristretta, accennata, desiderata, i protagonisti si muovono pervasi dalla sottile angoscia di non aver afferrato ciò che davvero volevano raggiungere, anche se la facciata sociale mostrerebbe il contrario. Cechov, ragazzo dalla vita resa difficile dalle ristrettezze economiche e da una insensata severità paterna, seppe affrancarsi dalla famiglia, ma non dalle proprie inquietudini: una volta raggiunta una certa agiatezza, stentò ad accettare una vita sentimentale ufficializzata con la donna che pur amava e uno stabile domicilio.

    Ne “ Il gabbiano”, opera rappresentata per la prima volta nel 1896 con un clamoroso insuccesso, l’autore sembra aver iniettato nei personaggi, sia pur di età e di temperamento diversi, tutte le proprie altalenanti aspirazioni e, al tempo stesso, l’incapacità di essere condottieri della propria vita. Nel giovane animale, stroncato mentre vola elegante e spensierato, da un capriccio umano, si riconosce Nina, rea confessa del fallimento della propria esistenza, ancora amata da Konstantin (forse uomo di talento, certo provvisto di qualità morali e di costanza), che tuttavia non vuole o non sa ricambiare. In realtà, in questo dramma, tutti sono o sono stati “gabbiani”: tutti aspiravano a volare, forti dello scrigno dei propri talenti umani e del capitale affettivo, ma non lo hanno saputo fare, non hanno attivato abbastanza l’ autostima e la capacità di valutazione che serve per dirottare le sirene bugiarde; ora, malcontenti, si lasciano vivere tra le ineluttabili banalità della vita. Il tavolo della noiosa tombola campagnola, ne è uno splendido spaccato, tra discorsi volgari e risaputi, un gabbiano rigido, impagliato.

    Ecco dunque in scena l’instabilità emotiva delle donne dal pianto e il riso simultanei, ecco i consigli tarpanti di buon vivere agli uomini attempati, l’angoscia di essere adulati in vita e minimizzati da morti, l’insicurezza della dipendenza affettiva da uomini altalenanti ed indecisi. Vite trascinate, vite doppiate, proprie dei deboli che non sanno scegliere: così li giudica con corretta e spietata visura il giovane Konstantin. Alla fine è proprio lui quello che rinuncia alla vita. Uno spettacolo da non perdere, con un secondo atto straordinariamente efficace, così come l’interpretazione avvincente e l’idea, sempre d’impatto, di estendere l’azione alla platea.

    Elisa Prato

    + “Il Gabbiano”, di Anton Cechov, al Teatro della Corte fino a 19 marzo
    Una produzione del Teatro Stabile di Genova, regia di Marco Sciaccaluga, con Elisabetta Pozzi, Francesco Sferrazza, Alice Arcuri e Federico Vanni