Categoria: Latest News

  • Una casa di bambola, uscire dall’infanzia per diventare persone. Al Teatro della Corte dal 4 al 9 aprile

    Una casa di bambola, uscire dall’infanzia per diventare persone. Al Teatro della Corte dal 4 al 9 aprile

    © Foto di Tommaso Le Pera
    © Foto di Tommaso Le Pera

    Due “ perfetti sconosciuti”, ma lei non ci sta : sventrata la liturgia dell’apparenza. Su questo lavoro di Henrik Ibsen (Skien, Norvegia 1828-1906 ), uno dei più discussi del teatro contemporaneo, molto è stato scritto, fin dalle sue prime rappresentazioni (Copenaghen,1879 ), dove lo stesso autore si costrinse a cambiarne il finale, facendo rientrare in casa la protagonista Nora, dopo che ne era uscita: si piegò ai voleri della mentalità corrente che privilegiava la famiglia e il “bene” dei bambini alla sostanza del rapporto coniugale.

    Chi esalta Nora come fulgido esempio di femminismo, chi la denigra perchè irrispettosa dell’unità familiare di facciata, per la quale varrebbe la pena di vestire per sempre il lindo abitino della sposa-bambola. Chi sostiene che in realtà è lei la furba manipolatrice di un marito rivolto all’esterno: c’è anche chi ha creduto di cogliere il fulcro del dramma nella libertà umana ed anche femminile di scegliere la propria linea di vita e di coppia conformemente alla propria vera indole, “paritaria” o sottomessa che sia. In effetti la questione femminile, da quella mela e quel serpente, è tuttora aperta e forse non ha una soluzione sociale confezionata, ma solo individuale (qualcuno disse che sono più diverse le donne tra di loro che gli uomini dalle donne…).

    © Foto di Tommaso Le Pera
    © Foto di Tommaso Le Pera

    Già, ma qui si parla di coppia. Ibsen, con un implacabile sguardo di nordico osservatore e uno straordinario pensiero oltre gli argini sociali, non offre soluzioni compiacenti, si inchina solo alla libertà ed alla verità, pur avvertendo che così non si va a vincere, anzi, il cammino verso la propria crescita è sempre in salita e può portare alla solitudine. Ciò che l’autore ha voluto dire lo ha scritto nei propri appunti: «Nora… perde la fede nella sua correttezza morale e nella sua capacità di crescere i suoi figli». E ancora ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che uomo e donna sono due mondi completamente diversi ma giudicati dalle stesse leggi, fatte però a misura di uomo/ maschio. Dice Nora : «Io ho falsificato per un atto d’amore verso di te tu non lo hai capito: per te il mio comportamento è giusto o sbagliato a seconda che sostenga o meno la facciata del rispetto sociale. Un rapporto così fondato è un rapporto che non esiste».

    Due coniugi che hanno giocato alle bambole, come i bambini, mentre Nora ora si rende conto, e lo proclama, di volere la cosa meravigliosa, un matrimonio fondato su un rapporto autentico, che cominci dalla conoscenza e dalla consapevolezza del proprio essere, al di là e al di fuori delle lusinghe e del consenso sociale. Dalla consapevolezza, dicevamo: infatti solo ora la protagonista si rende conto della gravità dell’illecito commesso, che mai aveva voluto rivelare al marito, e non si assolve, anzi, ricomincia dalla critica di sé stessa, vuole uscire dall’infanzia e dalla confusione e diventare una persona. Un lavoro reso imperdibile dalla bravura e dal coinvolgimento degli attori, sullo sfondo di una scena elegante e tradizionale, di costumi perfettamente allineati agli arredi, non privo di spunti ironici, che non spezzano, anzi incrementano la profonda riflessione che si propone al pubblico.

    Elisa Prato

    + “Una casa di bambola” di Henrik Ibsen, al Teatro della Corte dal 4 al 9 aprile
    Una produzione Teatro Franco Parenti e Teatro della Toscana, regia di Andrée Ruth Shammah, con Filippo Timi e Marina Rocco

  • Via Bertani, valore immobiliare dimezzato in un anno. Tra mercato, improcrastinabilità amministrativa e urgenza politica

    Via Bertani, valore immobiliare dimezzato in un anno. Tra mercato, improcrastinabilità amministrativa e urgenza politica

    Via Bertani 1
    Via Bertani 1, il Comune vende l’immobile

    Passa in Consiglio comunale il deprezzamento dello stabile di via Bertani che ospitò la Facoltà di Economia dell’Università prima e l’occupazione del Laboratorio Sociale Buridda dopo. La delibera che fissa il nuovo valore di vendita dell’immobile arriva dopo l’offerta di una Società di Gestione del Risparmio, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha proposto un prezzo poco più che dimezzato. La congruità dell’offerta è stata certificata dall’Agenzia delle Entrate. Andamento del mercato e condizioni dell’edificio sono le “cause” ufficiali del ribasso.

    La genesi del prezzo

    Dopo l’impasse delle aste andate deserte in passato, la svolta arriva il maggio scorso quando la Società per la Gestione del Risparmio Invimit fa sapere al Comune di essere interessata all’edificio di via Bertani. Viene presentato anche un ipotetico prezzo di acquisto, frutto di una relazione affidata dalla società ad un esperto: l’ammontare è pari a 3.100.000 euro. A questo punto Comune di Genova, visto che la quantificazione è ben oltre la metà dell’ultima fissata (6.298.500 euro nel 2015) chiede all’Agenzia delle Entrate di fare una valutazione del valore dell’immobile: «è l’ente competente in materia – afferma l’assessore allo sviluppo economico Emanuele Piazzail quale si occupa di valutare gli immobili degli enti pubblici destinati alla vendita». La valutazione restituita dall’agenzia determina un prezzo poco più alto cioè 3.498.000 euro, con la possibilità di un ulteriore ribasso tra 5 al 10% in base a eventuali subentrate esigenze. Gli uffici tecnici del Comune confermano un ribasso del 7,5%; durante la discussione in Sala Rossa, grazie un emendamento della giunta stessa, però lo si elimina, per determinare il prezzo come da precedente valutazione dell’Agenzia delle Entrate

    Deprezzamento

    Nella delibera, tra le premesse, viene evidenziata la necessità, nell’interesse pubblico, di vendere l’immobile, non essendo più “procrastinabile ulteriormente la situazione del mantenimento di un immobile di tali dimensioni nel pieno centro cittadino, inutilizzato ed esposto a possibili occupazioni abusive sia ad un progressivo degrado anche manutentivo”. Ma se nel 2008 il primo prezzo fissato fu di 7,8 milioni di euro, e nel 2015 il ribasso arrivò a 6,2 milioni, come ha fatto, nel giro di pochi mesi, il valore dello stabile a “precipitare” in questo modo? «Probabilmente la prima valutazione fu fatta su una coda di un mercato immobiliare ancora solido – spiega Piazza – oggi quel mercato è molto cambiato, come è noto». Crollato, sarebbe meglio dire, visto che un immobile di pregio, in pieno centro città, ha perso il 50% del suo valore in pochi mesi. Sicuramente le condizioni dello stabile hanno contribuito, ed evidentemente le precedenti aste non andate a buon fine sono un segno evidente di una “proposta” poco appetibile. Va notato però che questa volta la procedura è stata diversa: se prima era l’amministrazione a fissare un valore, in questo caso l’input del prezzo è arrivato dal potenziale acquirente.

    Invimit, (Investimenti Immobiliari Italiani Sgr SpA) è una società di gestione del risparmio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nata nel 2013 per “cogliere le opportunità derivanti dal generale processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, attraverso l’istituzione, l’organizzazione e la gestione di fondi comuni di investimento chiusi immobiliari”. Stando allo statuto della società, l’operatività di Invimit Sgr fa parte di un più ampio processo di “razionalizzazione e valorizzazione del patrimonio dello Stato, degli Enti Pubblici Territoriali e dagli altri Enti pubblici”, al fine di “contribuire alla riduzione dello stock del debito pubblico”. Dopo una prima fase di start up, la società sta iniziando a produrre buoni risultati, gestendo “masse” per 800 milioni l’anno, come dichiarato pochi giorni fa dal presidente Ferrarese.

    La particolarità dell’operazione è che, sia chi a proposto il prezzo, sia chi ha “controllato” il valore dell’immobile in questione, fa capo, seppure con meccanismi e autonomie molto diverse, allo stesso ente, cioè il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Se l’Invimit è controllata al 100% dal MEF, l’Agenzia delle Entrate, da statuto, è sottoposta alla vigilanza del Ministero, che ne detiene l’indirizzo politico, attraverso una convezione triennale che fissa obiettivi e relative risorse, pur essendo dotata di autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria.

    Il voto dell’aula

    Per la cronaca, la delibera che ha stabilità il nuovo prezzo è stata approvata con 17 voti favorevoli (Farello, Canepa, Guerello, Lodi, Pandolfo, Russo, Veardo e Villa del Partito Democratico; Comparini e Gibelli di Lista Doria; Malatesta di Possibile; Caratozzolo, Gozzi e Vassallo di Percorso Comune, Chessa di Sel, De Pietro di Effetto Genova e il sindaco Marco Doria), 7 contrari (Bruno e Pastorino di Fds; Musso Enrico e Musso Vittoria di Lista Musso; Grillo del Pdl; Nicolella e Pederzolli di Lista Doria) e 11 astenuti (Balleari, Baroni, Lauro del Pdl, Boccaccio del M5s, Putti, Burlando, Muscarà di Effetto Genova, Gioia e Repetto dell’Udc, De Benedictis del Gruppo Misto e Salemi di Lista Musso). Una composizione, quindi, molto eterogenea delle posizioni sul provvedimento che oscillavano dalla contrarietà di Guido Grillo motivata da «Un prezzo da svendita», alla opposizione più squisitamente politica di Antonio Bruno, che ha ricordato come questa operazione derivi da una «rottura della amministrazione con una parte della città che aveva allacciato un accordo attraverso un protocollo di intesa, accordo rotto a seguito di uno sgombero dettato da necessità economiche oggi dimezzate».

    Vendita/assist

    L’operazione, se andasse a buon fine, quindi, chiuderebbe un capitolo molto discusso della storia recente della nostra città. L’offerta nei fatti salva l’amministrazione (e anche quella che verrà) dal gestire una “patata bollente” sia dal punto di vista dei costi, sia dal punto di vista politico, dato che la sorte incerta dei ragazzi del Buridda (e della città che, ci piaccia o meno, rappresentano), oggi nuovamente a rischio, è iniziata proprio dallo sgombero di via Bertani. Oggi tutto ciò ha un valore, che è 3,4 milioni di euro; il prezzo è congruo?

    Nicola Giordanella

  • Blueprint, la “Competition” finisce nei fondi di Palazzo Rosso. Doria: «Sfruttare i 28,5 mln del Governo entro fine anno»

    Blueprint, la “Competition” finisce nei fondi di Palazzo Rosso. Doria: «Sfruttare i 28,5 mln del Governo entro fine anno»

    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano
    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano

    Il Blueprint finisce nei fondi di Palazzo di Rosso. Dopo il concorso internazionale di idee che si era concluso a febbraio senza designare alcun vincitore, il grande progetto di riqualificazione del waterfront di Genova e, in particolare, delle aree ex proprietà di Fiera, prosegue la fase di stallo in attesa della concretizzazione degli interessi di investitori privati. Come promesso dal sindaco Marco Doria, il Comune ha organizzato un’esposizione di tutti i 76 progetti che hanno partecipato al contest: ci sono anche quelli scartati dal concorso perché non rispondenti a requisiti di anonimato, presentati in rigoroso ordine alfabetico e senza distinguere neppure i primi 10 della graduatoria che hanno ricevuto 12.000 euro ciascuno, con 443 persone coinvolte oltre ai collaboratori che non compaiono tra i firmatari dei progetti.

    Approfondimento: Spim a rischio default dopo il flop della “Competition”

    «Non ci sono santi – dice il primo cittadino all’inaugurazione dell’esposizione – la Fiera di Genova non avrebbe più avuto bisogno di questi spazi, che sono centralissimi: non possono restare un vuoto urbano e queste 76 proposte danno altrettante idee per ritrasformalo in un pezzo di città». L’obiettivo è dare vita a «una ricucitura degli spazi urbani urbani in un quartiere che non potrà più essere fieritistico ma ha enormi potenzialità – ribadisce Doria, come riportato dalla agenzia Dire – è un progetto che deve esserci a prescindere dal colore del prossimo ciclo amministrativo». Ma la mostra a Palazzo Rosso rischia di essere l’ultimo atto di questo ciclo amministrativo, ormai in scadenza, che riguarda il Blueprint. Anche se Doria assicura che gli uffici nel frattempo non stanno con le mani in mano. «Il Comune ha il dovere di iniziare a mettere a frutto i 28,5 milioni concessi dal governo attraverso il ‘Patto per Genova’ (13,5 milioni) e il ministero dei Beni culturali (15 milioni)», ricorda il sindaco. Tra i primi interventi, la bonifica dell’area dall’amianto e l’abbattimento del palazzo ex Nira, la riqualificazione della Batteria Stella vincolata dalla Sovrintendenza, l’abbassamento della sopraelevata nel tratto terminale, la realizzazione del nuovo canale vicino al percorso pedonale che dovrà collegare l’area della Foce a quella del Porto antico, passando all’interno delle zone portuali. Tutti interventi che dovrebbero partire entro la fine dell’anno, nuova amministrazione permettendo, a cui spetterà anche la partita più complicata, ovvero la ricerca di risorse private per riqualificare l’area.
    «Le risorse private – spiega Doria – sarebbero servite a prescindere dall’esito del concorso e, anzi, questa situazione senza nessun vincitore ma con 76 idee potrebbe lasciare più spazio agli investitori potenziali. Abbiamo già una serie di contatti ma dobbiamo aspettare proposte formali». Non proprio della stessa idea l’assessore comunale al Patrimonio, Emanuele Piazza: «Un vincitore avrebbe dato più entusiasmo e un percorso più ordinato».
    Intanto, l’amministrazione sta studiando come poter gestire le aree in maniera più uniforme rispetto all’attuale, con la proprietà suddivisa tra Spim (immobiliare in house dell’amministrazione comunale) che sta già pagando le rete del mutuo per gli spazi acquistati da Palazzo Tursi, e il Comune stesso (padiglione Jean Nouvel, palazzo ex Nira e rispettive aree pertinenziali). «Stiamo ragionando su un nuovo soggetto giuridico che raduni tutte le aree – spiega il presidente e amministratore delegato, Stefano Franciolini – per gestire il compendio immobiliare con un approccio più ordinato. Sarà una società pubblica, magari una società di trasformazione urbana, strumento poco utilizzato in Italia»
  • Scuola, Regione Liguria si apre ai tirocini universitari. Prevista anche alternanza scuola-lavoro per le superiori

    Scuola, Regione Liguria si apre ai tirocini universitari. Prevista anche alternanza scuola-lavoro per le superiori

    toti-comanducciPer la prima volta, oltre 200 studenti delle scuole superiori genovesi varcheranno le porte della Regione, a partire dal 7 aprile, per partecipare a percorsi di alternanza scuola lavoro. Parallelamente, verranno anche attivati tirocini per gli studenti universitari che matureranno crediti necessari all’interno del proprio percorso curricolare. E’ il risultato del Protocollo d’intesa siglato questa mattina dal presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, dal direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Rosaria Pagano, e dal rettore dell’Università di Genova, Paolo Comanducci.
    «E’ un modo per aprire la pubblica amministrazione, renderla ancor più trasparente, verso il mondo dei giovani che troppo spesso non hanno avuto opportunità di conoscere il mondo del lavoro – commenta il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, come riportato dall’agenzia Dire – è un modo per confrontarsi con un mondo che troppo spesso non ascoltiamo fino in fondo. Un buon modo per costruire il futuro della pubblica amministrazione e anche quello di molti giovani, che non trovano sbocchi in questo ramo in assenza di concorsi e di porte aperte agevolmente». Gli istituti scolastici genovesi che hanno aderito al progetto di alternanza scuola-lavoro sono 14.
    Ogni giovane farà una concreta esperienza di 40 ore presso uno dei dipartimenti e delle direzioni regionali, scelti anche sulla base del corso di studi dello studente: l’obiettivo è quello di iniziare dall’Ente Regione per poi estendere il progetto agli altri soggetti del sistema regionale. «E’ un’opportunità anche per la pubblica amministrazione di aprirsi, farsi conoscere, e indirizzare verso questo lavoro talenti e cervelli che troppo spesso vediamo scappare – conclude Toti – il mondo della pubblica amministrazione ha bisogno di essere svecchiato, ha bisogno di nuovi cervelli e talenti, ha bisogno dell’entusiasmo e della freschezza che portano i giovani nelle loro avventure».
    Sul fronte dei tirocini universitari, invece, il protocollo prevede l’attivazione di 20 posti, che dureranno dai 3 ai 12 mesi, per laureandi sia triennali che magistrali. Tra i percorsi di laurea selezionati: Giurista d’Impresa e dell’Amministrazione (triennale), Economia e Commercio (triennale e magistrale), Scienze Politiche (triennale e magistrale), Ingegneria (triennale e magistrale), Scienza delle Comunicazioni (triennale), Editoria e Giornalismo (triennale). «Per gli studenti dell’Università di Genova, la possibilità di fare dei tirocini presso la Regione Liguria amplia ulteriormente il ventaglio delle esperienze a disposizione – sottolinea il rettore – mi auguro che questa, come quelle stipulate con le altre istituzioni, diventi un utile strumento di formazione per i nostri studenti». Per il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, «l’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria dalla legge sulla Buona scuola, si sta inserendo stabilmente nel curriculum dei ragazzi di tutti gli Istituti superiori, con un coinvolgimento che, sul territorio nazionale, ha ormai raggiunto un milione di studenti. Adesso occorre concentrarsi maggiormente sulla qualità dei percorsi di alternanza, facendo sì che scuola e impresa o struttura ospitante non siano più da considerarsi entità separate, ma integrate tra loro»
  • Slot, dopo la proroga da parte di Regione Liguria, Comune di Genova al contrattacco su orari di apertura

    Slot, dopo la proroga da parte di Regione Liguria, Comune di Genova al contrattacco su orari di apertura

    new_slot_doubleRegione Liguria, durante l’ultima seduta di Consiglio, ha approvato l’emendamento che sposta di un anno l’entrata in vigore della legge anti-slot del 2012, promettendo un tavolo per affrontare l’argomento e preparare il territorio. Nel frattempo Comune di Genova continua la sua offensiva, pensando a limitare gli orari, come previsto dal regolamento comunale vigente.

    Approfondimento: il regolamento Comunale anti-slot

    A dirlo in Sala Rossa è l’assessore alla Legalità Elena Fiorini, in risposta ad una interrogazione della consigliera Clizia Nicolella (Lista Doria, presidente dellaConsulta contro il gioco in denaro), che ha chiesto quali siano le intenzioni della giunta a seguito della decisione presa dal Consiglio regionale, ricordando la grande partecipazione alla manifestazione dei giorni scorsi: «La linea di questa amministrazione è chiara e non abbiamo intenzione di recedere – ha dichiarato l’assessore Fiorini – oggi non abbiamo notizia della convocazione del tavolo promesso da Regione Liguria, e nel frattempo stiamo valutando come portare avanti la nostra politica di contenimento dell’offerta di gioco».

    L’amministrazione civica, quindi, porta avanti la sua battaglia contro le slot: nei “piani” del Comune rimane il pressing verso Stato e Regione, anche attraverso Anci, nel perseguire l’obiettivo del contenimento delle patologie legate all’azzardo, con una regolamentazione più rigoroso dell’offerta di gioco. L’arma, però, più “affilata” ad oggi è la regolamentazione degli orari di apertura delle sale da gioco, argomento di competenza diretta del Sindaco, come previsto dal regolamento comunale e confermato dalla sentenza del Tar del Molise che ha respinto una sospensiva di una ordinanza simile del Comune di Campobasso.

    Stando al testo del regolamento comunale, approvato nel 2013, le sale slot dovrebbero attenersi all’orario di apertura previsto dalle 9 alle 19,30, cosa che, come evidente, eliminerebbe il “servizio notturno”. Nei prossimi giorni, quindi, potrebbe arrivare l’ordinanza del Sindaco che impone orari limitati per le sale slot.

    Nicola Giordanella

  • Sturla, presentato il piano di Valorizzazione per la Casa del Soldato: nel 2022 l’apertura. Nel progetto anche un ascensore pubblico

    Sturla, presentato il piano di Valorizzazione per la Casa del Soldato: nel 2022 l’apertura. Nel progetto anche un ascensore pubblico

    casa-soldato-sturla-03Presentato in commissione consiliare il Piano di Valorizzazione dedicato alla struttura conosciuta come Casa del Soldato di Sturla. Il documento, che servirà per perfezionare il passaggio a titolo non oneroso da Demanio a Comune, prevede una serie di ristrutturazioni dell’edificio e dei suoi spazi, con diversi adeguamenti necessari per poter diventare Casa di Quartiere. I lavori dovrebbero concludersi nel 2022, terminati i quali si procederà con l’assegnazione di alcuni spazi.

    Il programma di valorizzazione prevede l’utilizzazione delle immobile con destinazione a spazi pubblici ed ad uso collettivo integrandolo nel tessuto sociale ed urbanistico del quartiere con un ruolo di aggregazione riconoscibile a livello locale oltre che di sviluppo culturale a livello cittadino, in quanto esempio di architettura razionalista unico nel suo genere. Il programma di valorizzazione prevede la destinazione degli immobili a Casa di Quartiere, nella quale possono essere individuate destinazioni quali attività di formazione, coworking e servizi connessi akla realizzazione di un polo informativo documentario dedicato l’architettura razionalista ed in particolare al l’opera dell’architetto Luigi Carlo Daneri, dalla cui matita nacque l’edifico.

    Il programma contempla inoltre che gli spazi esterni della palazzina possono costituire sede di un impianto di collegamento non solo fra le sue diverse quote ma anche fra le parti del quartiere a monte della Aurelia e quelle che si sviluppano verso mare: un ascensore pubblico, di gestione comunale, che possa collegare piazza Sturla con via Chighizola.

    Gli interventi e il progetto

    casa-soldato-sturla-01Il Comune di Genova interverrà con opere di messa in sicurezza: impermeabilizzazione e rifacimento alla copertura piana, restauro e sostituzione di tutti gli infissi di facilmente di tutti gli impianti avvalendosi di sistemi di contenimento del risparmio energetico, restauro delle facciate e opere edili finalizzate adeguamento degli spazi interni opere di coloritura interna realizzazione nuovo impianto di collegamento verticale esterno e sistemazione degli spazi esterni per quanto concerne l’impianto di collegamento verticale esterno visto la sua funzione collettiva cognitiva livello cittadino e se dovrà essere gestito con le stesse modalità di questa tipologia di impianto incarico alla pubblica amministrazione

    Il progetto propone ripristino degli ambienti originali della Casa del Soldato, attraverso la demolizione di alcuni tramezzi, l’inserimento di una “sala caffè” ovvero un punto di incontro e di socializzazione. Stando al documento il piano porticato potrà tornare ad essere, come nella sua originale vocazione, un punto di ritrovo e di aggregazione per gli abitanti del quartiere; in una parte del primo livello sottostrada sono previste attività ludiche e di socializzazione riservate la fascia più giovane di cittadini; nella restante parte del piano si sono ipotizzate aule da destinare alla formazione e al co-working. Il locale sala polivalente, la palestra, potrà essere usato come spazio dove organizzare eventi sia pubblici che privati.

    La prima fase delle opere di messa in sicurezza e di recupero del manufatto sarà completata tra l’anno 2017 e il 2018 e prevede le prime opere di messa in sicurezza del bene. La seconda fase prevista tra il 2019 e il 2020 prevede l’impermeabilizzazione e rifacimento della copertura restavo la sostituzione di tutti gli infissi e rifacimento di tutti gli impianti. La terza fase, prevista per il 2020/2021, prevede restauro delle facciate la realizzazione di opere edili finalizzata l’adeguamento degli spazi interni e la messa a norma dei locali e il rifacimento dei servizi igienici oltre alle opere di coloritura interna. La quarta fase, prevista tra il 2021 e il 2022, prevede la realizzazione del nuovo impianto di collegamento verticale esterno e la sistemazione degli spazi esterni. Solo successivamente si potrà passare alla fase di affidamento dell’edificio: la regia sarà del Municipio competente.

    La perizia del Comune

    casa-soldato-sturla-02Secondo la perizia fatta dal Comune di Genova, l’immobile si presenta in discreto stato di conservazione generale; gli elementi che compongono la struttura, pilastri, traversi solai e tamponamenti, si presentano in buone condizioni di conservazione, privi di fessurazioni o di altre evidenti deformazioni. All’interno dell’immobile si rilevano alcune zone interessate da infiltrazioni d’acqua conseguenti alle forti piogge e la mancanza di tenuta degli infissi, che allo stato attuale appaiono fortemente degradati. L’intonaco esterno si presenta in discreto stato di conservazione e apparentemente coeso a supporto murario; si evidenziano invece fenomeni di dilavamento dovuti sia al malfunzionamento dei pluviali che ha l’assenza di cornicioni e sporgenze dalla copertura in grado di preservare le facciate dall’esposizione diretta e fenomeni atmosferici. Il giardino a cui si accede attraverso un cancello di via Chighizola allo stato attuale si presenta incolta e priva di alberatura ad alto fusto di particolare pregio

    La genesi del progetto

    L’idea di valorizzare la palazzina razionalista di Sturla per arrivare a realizzare un casa di quartiere, è nata da alcuni comitati operanti sul territorio in condivisione con Municipio IX Levante, e poi accolta favorevolmente dall’amministrazione civica. Questa strada rappresenta il riconoscimento di un ruolo che la costruzione ha assunto fin dall’origine, cioè come luogo di ritrovo di una comunità, sulla scorta di quanto erano state le case del popolo, viziato, come è noto, dall’utilizzazione al fine di propaganda e controllo del regime fascista.

    La Palazzina si colloca in una posizione strategica all’interno del quartiere che ad oggi lamenta la mancanza di uno spazio pubblico destinato alla socializzazione e all’aggregazione. La continuità con il, centro parrocchiale da un lato e la prossimità col borgo di Vernazzola dall’alto rendono l’edificio un elemento di cerniera in grado di offrire locali per attività associative non profit e un punto di ritrovo per tutti gli abitanti del quartiere.

     

  • Liguria, parte la Gestione Integrata delle Reti Ecologiche. Tutela e potenziamento delle eccellenze eco-sistemiche

    Liguria, parte la Gestione Integrata delle Reti Ecologiche. Tutela e potenziamento delle eccellenze eco-sistemiche

    NerviMigliorare la gestione delle aree marino-costiere protette per uno sviluppo sostenibile che coinvolga gli operatori economici e tuteli la biodiversità all’interno dei Parchi. E’ l’obiettivo a cui punta il progetto Girepam del Programma Interreg Marittimo Italia-Francia 2014-2020. Solo per la Liguria il progetto ha previsto 1,7 milioni di euro sui 5,68 milioni di budget complessivo. Un investimento che arriva da una politica europea di sviluppo “green & blue” che vuole portare cambiamenti nel Mar Mediterraneo, contribuire a bloccare la diminuzione della flora e la fauna marina e frenare il degrado dei servizi ecosistemici.

    Il progetto

    Il progetto Girepam, Gestione Integrata delle Reti Ecologiche attraverso i Parchi e le Aree Marine, è finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale nell’ambito del Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020. Inaugurato il 29 e 30 marzo sull’isola francese di Porquerolles, il progetto ha come capofila la Regione Sardegna, seguita poi da Corsica, Toscana, Liguria, Provence-Alpes-Côte_d’Azur. Il via ufficiale del progetto è stato sancito con la riunione per il primo Comitato di Pilotaggio dei partner italiani e francesi il 30 marzo scorso.

    Il Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020 è un progetto transfrontaliero cofinanziato dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR) nell’ambito della Cooperazione Territoriale Europea (CTE). Gli obiettivi sono quelli della strategia UE 2020 nell’area del Mediterraneo centro-settentrionale, promuovendo una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Il Programma affronta le problematiche delle zone marine, costiere e insulari, e quelle interne

    Nella fase di programmazione precedente (2007-2013), il Programma ha finanziato 87 progetti negli ambiti relativi all’accessibilità, alla competitività e innovazione, alla valorizzazione e protezione delle risorse naturali e culturali, al monitoraggio ambientale e marino.
    Per l’attuale fase di programmazione, il Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020 ha una dotazione finanziaria totale di oltre 199 Milioni di euro di cui 169 milioni finanziati dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale.

    Pianificazione integrata

    Le principali azioni previste dal progetto sono la realizzazione di Piani di Azione per habitat, specie d’interesse e modelli di pianificazione integrata e regolamentazione di aree protette e siti N2000 (Piani di gestione integrati); la mappatura e valutazione dei servizi ecosistemici; l’attuazione dei sistemi di contabilità ambientale, individuazione “green & blue jobs” e l’efficientamento della fruizione sostenibile.

    «Il progetto – spiega l’assessore regionale ai Parchi Stefano Maiha come obiettivo la valorizzazione delle nostre aree protette, mettendo in filiera tutti i soggetti coinvolti, creando opportunità di promozione di turistica, ambientalmente sostenibile, e di sviluppo economico». Per arrivare ai risultati bisogna innanzitutto diffondere le buone pratiche sulle attività sostenibili, migliorare l’efficacia delle azioni pubbliche e conservare, proteggere, favorire e sviluppare il patrimonio naturale e culturale dello spazio di cooperazione. Ma non solo, la strategia sarà condivisa e integrata, le Regioni lavoreranno in sinergia con i parchi e le Aree Marine Protette, per sviluppare soluzioni comuni ai problemi più pressanti. I frutti di questa collaborazione saranno anche il miglioramento dell’efficacia nella gestione delle aree protette dello spazio marino costiero, e la creazione di condizioni favorevoli alla tutela e valorizzazione degli ambiti naturali. Per la Liguria, partner del progetto Girepam, collaboreranno oltre alla Regione il Consorzio di Gestione Area Marina Protetta Portofino, Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre, Area Marina Protetta delle Cinque Terre, Ente Parco Naturale Regionale di MontemarcelloMagraVara Parco.

    «Le risorse – conclude l’assessore Mai – che la Regione Liguria, attraverso l’assessorato del collega Rixi, è riuscita a intercettare dai fondi europei, su questo asse di finanziamento, sono strategiche perché ci daranno la possibilità di intraprendere azioni di sviluppo sostenibile all’interno dei Parchi e delle aree marine protette, che negli ultimi anni si sono visti progressivamente tagliare ingenti stanziamenti statali».

    E.C.

  • Amiu-Iren, delibera ritirata (momentaneamente?) dalla giunta. Tari confermata al 6,9%, conti azienda e Comune a rischio

    Amiu-Iren, delibera ritirata (momentaneamente?) dalla giunta. Tari confermata al 6,9%, conti azienda e Comune a rischio

    IMG_20170330_183138I numeri non ci sono. La giunta del Comune di Genova è costretta a ritirare la delibera sull’aggregazione Amiu-Iren per non andare incontro a una nuova bocciatura dell’aula. Il sindaco Marco Doria da l’annuncio alla ripresa pomeridiana dei lavori dell’aula, interrotti diverse volte durante la mattinata: «Non seguire il percorso di aggregazione comporta un aumento della Tari per coprire i costi necessari». La richiesta è arrivata dal capogruppo del Partito democratico, Simone Farello che in aula ha dichiarato: «Non c’è la maggioranza per approvare questa delibera. E’ un fatto politico di cui dobbiamo prendere atto». Una decisione che cerca di tutelare da una pesante ripercussione “politica” la candidatura di Gianni Crivello, attuale assessore ai Lavori Pubblici, fresco di investitura come candidato del centro sinistra per le amministrative di maggio. Ma l’aggregazione non è cancellata: con ogni probabilità la giunta la riproporrà tra una quindicina di giorni all’interno dei documenti relativi all’approvazione del bilancio previsionale.

    Tariffa sui Rifiuti

    Una volta archiviata la pratica sull’aggregazione Amiu-Iren, l’aula affronta la determinazione della tariffa Tari per il 2017, per cui il termine era previsto per la giornata di oggi. Contro il parere della giunta di centrosinistra e contro il parere tecnico degli uffici, il Consiglio comunale approva l’emendamento del Partito democratico che riporta al 6,89% l’aumento della tariffa sui rifiuti, ovvero al valore che sarebbe stato consentito dall’aggregazione Amiu-Iren. Viene così modificata la proposta della giunta di approvare un aumento tariffario del 18%, nonostante il parere negativo della giunta stessa e degli uffici tecnici del Comune. A conti fatti, a consentire l’approvazione dell’emendamento è stata l’uscita dall’aula dei consiglieri di centrodestra, esclusi i tre rappresentanti della Lista Musso. La proposta è stata approvata con 13 voti a favore, 9 contrari (Federazione della Sinistra, Clizia Nicolella di Lista Doria, Effetto Genova e il sindaco Marco Doria), 2 astenuti (Enrico Musso e Pietro Salemi), 5 presenti non votanti (Percorso Comune, M5s, Vittoria Musso). A questo punto, l’ultimo appiglio per evitare il dissesto sembra essere far rientrare l’aggregazione Amiu-Iren all’interno dei documenti collegati al bilancio previsionale o, comunque, prevedere un bilancio con spese notevolmente contratte per i servizi per poter garantire un futuro all’azienda partecipata che gestisce il ciclo dei rifiuti.

    Il prezzo da pagare e l’ipotesi Roma

    IMG_20170330_104823L’emendamento “Farello” costerà almeno 13 milioni di euro alle casse del Comune di Genova. E’ questa, infatti, la differenza tra l’importo della Tari per il 2017 aumentata del 6,89% rispetto all’importo dello scorso anno e quella aumentata al 18% che la giunta Doria aveva proposto in Consiglio comunale. Nel complesso, aggiungendo i 25 milioni di euro di anticipo di cassa che il Comune avrebbe comunque garantito alla sua partecipata in caso di aggregazione, Palazzo Tursi dovrà trovare nel prossimo bilancio almeno 38 milioni di euro per evitare di portare i libri in tribunale. In caso contrario, il consiglio di amministrazione dell’azienda sarà costretto ad avviare le procedure di liquidazione. «Un assurdo – commenta alla “Dire” il presidente di Amiu, Marco Castagnaconsiderato che abbiamo un credito verso il Comune di quasi di 200 milioni di euro». Intanto, lo stesso presidente lunedì chiederà formalmente la trasmissione di tutti gli atti del dibattito odierno in Consiglio comunale per trasmetterli al consiglio di amministrazione che dovrà poi quantificare la richiesta finanziaria all’attualmente unico azionista, ovvero il Comune di Genova. Nei prossimi mesi, quindi, la ricerca del denaro necessario potrebbe costringere operazione da “lacrime e sangue”: qualche aiuto potrebbe arrivare da Roma, come più volte successo in passato (leggi Carlo Felice) ed è una ipotesi che gira sottovoce nei corridoi di Tursi; un assist dal Pd nazionale che potrebbe arrivare in piena campagna elettorale.

    Le dichiarazioni di Marco Doria

    «Che fosse terminata un’esperienza politica ne avevo già preso atto tempo fa – dichiara il sindaco di Genova Marco Doria a margine della giornata di Consiglio – diversi consiglieri che sono stati votati sul mio programma oggi fanno le riunioni con i gruppi di opposizione». Il paragone suggerito dal primo cittadino non lascia dubbi: «Mi sento come Prodi e Berlusconi, quando i loro governi sono stati interrotti da scelte prese all’interno delle loro stesso maggioranze». Rivendica inoltre il lavoro fatto dall’amministrazione: «Avevamo fatto una proposta finalizzata a garantire un equilibrio industriale che consentisse anche la possibilità di fare degli investimenti, lo scenario di oggi invece è preoccupante perché adesso dobbiamo capire come gestire anche solo l’emergenza». Durante la seduta di Consiglio dagli spalti e dai banchi delle opposizioni più volte sono state invocate le dimissioni: «Ci sono molte cose ancora in ballo da gestire e portare a compimento – ha concluso Doria – e chi meglio dell’amministrazione che ci ha lavorato fino ad oggi può portarle a termine?». Sull’aggregazione, però, il discorso non è chiuso: «Il percorso a mio avviso non è ancora tramontato», chiude tranchant il sindaco.

    Insomma, la saga Amiu non è ancora terminata, anzi. Nelle prossime settimane si dovranno trovare i soldi necessari per mettere in salvo l’azienda, soldi che da qualche parte dovranno essere tirati fuori. L’ipotesi aggregative non sono ancora definitivamente tramontate, stando a quanto dichiarato dal Sindaco; e la campagna elettorale è appena incominciata.

  • Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    villa-ines-struppa-migrantiL’arrivo di 50 migranti fra i 18 e i 22 anni, provenienti dai paesi del Centro Africa (Gambia, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio) nel nuovo Centro di Accoglienza di Villa Ines, a Struppa, ha causato numerose proteste sia da parte degli abitanti del quartiere, sia da parte degli esponenti di alcuni partiti politici. Alessio Plana, esponente di Lega Nord, ha riassunto con queste parole la sua visione della situazione: «Ci vogliono più CIE per fermare quest’invasione». Anche se nel corso dell’incontro fra la cittadinanza e il Comune, alla presenza degli operatori del Centro, del 14 marzo, i cittadini hanno manifestato le loro preoccupazioni, il Comitato Tutela Futuro Struppa e Salita Canova il 16 marzo è sceso in piazza per protestare contro l’arrivo degli immigrati a Villa Ines. «Gli stranieri possono mettere ansia» è stato uno dei post it attaccati sui semafori a Struppa in occasione della manifestazione, insieme ad altri, se non del tutto contraddittori, almeno di difficile interpretazione: “Non abbiamo paura del diverso, preoccupiamoci del nostro futuro”.

    La presidentessa del Comitato per gli Immigrati e Contro Ogni Forma di Discriminazione, Aleksandra Matikj, che ha organizzato una manifestazione di solidarietà con gli ospiti della struttura, ha commentato: «Lega Nord e destra dovrebbero spiegare la pericolosità di giovani fra i 18 e i 22 anni arrivati nel padiglione D della Fiera di Genova e accolti a Villa Ines». Alla contro-manifestazione hanno partecipato il Pcl, la Federazione di Sinistra, Genova in Comune, Rifondazione Comunista, la Comunità di San Benedetto, Il Cesto, Sinistra Italiana, l’Anpi e il Forum per la Sinistra Europea.

    Casa Bozzo: dopo le proteste del Comitato di quartiere, ecco come è passata la paura

    struppa-migranti-post-it-inesLa vicenda di Villa Ines ricorda quanto è successo l’anno scorso, in occasione dell’apertura di un altro centro di accoglienza, presso Villa Edera, in Via Edera 22, a Quezzi. Casa Bozzo (è questo il nome della struttura) è gestita dalla Cooperativa Sociale Ceis Genova, di cui è presidente Enrico Costa. Nella stessa struttura, dovrebbero essere ospitati anche degli anziani (che non sono ancora arrivati oggi, a causa del ritardo nei lavori di ristrutturazione, dovuto agli alti costi). Anche in quella circostanza, gli abitanti del quartiere manifestarono preoccupazione per l’arrivo dei richiedenti asilo. Queste paure furono alimentate dalla diffusione di informazioni errate e non controllate, come quella che prevedeva l’inserimento di 300 persone, quando in realtà il numero fissato era di 50 (tra cui 25 minori). Enrico Costa ha cercato di gestire il conflitto rispondendo a tutte le domande, anche quelle più critiche, che venivano fatte dagli abitanti del quartiere, ricordando che «in questi casi, si tratta di una sistemazione temporanea, di un insediamento di durata non superiore ai due o tre anni».

    Anche a Quezzi la popolazione si è riunita in un Comitato di Quartiere che ha messo i piedi una vera e propria campagna di comunicazione contro la creazione del Centro. Hanno scritto lettere di protesta al sindaco Doria e al presidente della Regione Giovanni Toti, hanno fatto volantinaggio nel quartiere e hanno pubblicato una petizione sul web. In un’intervista, hanno descritto le loro iniziative con queste parole: «Non siamo razzisti, il quartiere è già ad alto tasso di immigrazione. E non ci fermiamo, siamo molto preoccupati». Marina Vella, membro del Comitato, ha commentato: «Vogliamo rassicurazioni sulla provenienza di questi profughi. Arrivano prima i profughi, per gli anziani ci vogliono più autorizzazioni e tempi più lunghi, abbiamo paura che gli anziani non vengano mai».

    Tuttavia, il Ceis Genova è andato avanti per la sua strada (anche perché aveva il diritto dalla sua) e ha dimostrato di saper gestire il conflitto, tanto che oggi la situazione sembra essersi completamente appianata. Michele Serrano, responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa del Ceis Genova, ha raccontato a Era Superba come la Cooperativa ha gestito con successo la crisi. «Il primo ingrediente del successo – ha spiegato – è stato ascoltare con attenzione le istanze di tutti, comprese le mail di insulti, le critiche di cittadini che spiavano le attività degli ospiti e poi le criticavano». La Ceis è sempre stata disponibile ad accogliere le richieste degli abitanti di Quezzi, al punto di far aprire un’altra strada, chiusa da tempo, riservata agli immigrati, che così non dovevano percorre la stessa dei “bianchi” in risposta ad una delle maggiori preoccupazioni evidenziata dalla popolazione locale che era quella per la sicurezza delle donne, dei bambini e degli anziani.

    L’apertura di una strada apposta per i “neri” è un atto di emarginazione, come Serrano stesso ha ammesso. Tuttavia, racconta «ci è sembrato più importante tutelare i nostri assistiti da calunnie più gravi», come quella, appunto, di poter in qualche modo nuocere all’incolumità di donne e bambini. «E’ chiaro che c’è del razzismo dietro alle richieste che siamo stati costretti ad accogliere – sottolinea Serrano – ma se questo è stato il prezzo da pagare per ottenere che i ragazzi venissero accettati, è andata bene così».

    Oggi, entrambe le strade sono usate sia dagli stranieri sia dagli italiani, ponendo fine a questo “mini Apartheid”, decisamente inaccettabile in un Paese che si definisce civile, la cui carta fondamentale si ispira ai principi antifascisti e ai Diritti dell’Uomo. Gli abitanti del quartiere sono stati “invitati” dentro la struttura, attraverso la costruzione di una Chiesa, aperta a tutti, i cui una volta al mese viene celebrata la messa. E’ stato predisposto un orto, di cui tutto il vicinato può usufruire. Piano piano, la paura del diverso si è dissolta e addirittura c’è chi si è “sbilanciato” in piccoli atti di solidarietà: «Un cittadino ci ha donato qualche libro per i nostri ragazzi”, racconta orgoglioso Serrano.

    Insomma, il sentimento che predomina in questa vicenda è la paura. E la paura se n’è andata quando i cittadini si sono accorti che i profughi sono certo diversi, sicuramente stranieri, ma totalmente innocui. L’esperienza di Casa bozza, con il suo percorso e il suo “successo”, può quindi essere un confronto importante per il territorio di Struppa, attraversato dalle stesse paure

    Come funziona Casa Bozzo: intervista a Federico Clarizio, Responsabile della struttura

    Per capire meglio come mai gli abitanti di Quezzi, spaventati inizialmente dall’arrivo degli ospiti della struttura, si siano in seguito tranquillizzati, parliamo con Federico Clarizio, Responsabile di Casa Bozzo, che ci descrive le attività in cui sono impegnati i ragazzi. «Gli ospiti della struttura, ora, sono 60, perché sono stati previsti 10 posti in più per ragazzi appena sbarcati in Sicilia – spiega – fra questi, ci sono 14 minorenni».

    Nel centro non sono necessari tantissimi operatori: i dipendenti sono tre, coadiuvati da altri che lavorano saltuariamente e vengono pagati in voucher, e che lavorano solitamente di notte. «Casa Bozzo, comunque, è sempre presidiata» precisa Clarizio. Il tentativo intrapreso è quello di dare ai ragazzi l’autonomia che consenta loro di vivere non come in un collegio, ma in una vera e propria abitazione: «Abbiamo fatto la scelta, per esempio, di dare loro la possibilità di fare la spesa e cucinare ciò che vogliono nelle cucine di cui è fornito ogni piano». Le stanze sono ampie (la struttura è molto grande), sono da due o da quattro persone. «La più grande ha tre letti a castello, ma misura 40 metri quadri».

    Il timore che i giovani ospiti rimanessero con le mani in mano tutto il giorno è stato subito allontanato, perché i ragazzi hanno in realtà una giornata piuttosto piena. Nella mattinata e nel pomeriggio fanno due ora di lezione di italiano, in strutture interne o esterne all’edificio. Sono anche impegnati per lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza del terreno, non solo dentro al giardino di Casa Bozzo. Collaborano con l’Associazione Orto Collettivo, sotto la supervisione della quale hanno “sistemato” il terreno che circonda il centro, ma anche quello collinare sovrastante, soggetto spesso a frane che aggravano la già difficile situazione del Ferregiano. Queste attività hanno suscitato l’entusiasmo non solo dei Municipi, ma anche del vicinato: ora succede spesso che qualcuno li chiami in casa per portare via mobili dismessi.

    Clarizio ammette che all’inizio non sono mancati i momenti di tensione: «Quando c’erano le proteste, all’inizio, la situazione era decisamente tosta», ma adesso le cose sono molto migliorate. «Pochi giorni fa un anziano ci ha chiesto di andare a prendere la sua poltrona… combinazione, poi, era una bella poltrona di pelle quasi nuova, e l’abbiamo tenuta», racconta Clarizio, «Anche gli enti privati sono contenti, a volte, di dare una mano: la Biblioteca Berio e la DeAmiciis, per esempio, ci hanno regalato qualche libro».

    Da che mondo e mondo le persone emigrano e le persone hanno paura di quello che non conoscono, soprattutto in periodi di crisi: il rapporto di causa-effetto che spesso lega questi due fenomeni, però, può essere disinnescato con l’esperienza e la “buona volontà”. Sicuramente la Politica dovrebbe occuparsi maggiormente di accompagnare questo percorso, senza cavalcare o alimentare tensioni. Per il bene di tutti.

    Ilaria Bucca

  • Amiu-Iren, voto ancora rimandato, il presidente del Consiglio comunale “salva” delibera e giunta

    Amiu-Iren, voto ancora rimandato, il presidente del Consiglio comunale “salva” delibera e giunta

    palazzo-tursi-presidente-guerello-DLa partita su Iren è solo sospesa di qualche ora, l’esito potrebbe essere ancora incerto. Oggi i numeri per il sì non c’erano, ma domani la giunta potrebbe recuperare. Decisiva la decisione del presidente del Consiglio comunale Giorgio Guerello, che opta per la sospensione della seduta, per permettere un ulteriore passaggio con Iren su emendamenti presentati dal Pd. Se le assenze di oggi sarenno recuperate, probabile il voto positivo per la delibera. Salvo sorprese: le opposizione promettono battaglia fino all’ultimo minuto.

    La giornata è stata intensa e a più velocità. In mattinata la seduta in Sala Rossa si è aperta con la presentazione di 123 emendamenti e 41 ordini del giorno, firmati dai vari consiglieri di opposizione. In via Garibaldi il presidio dei lavoratori Amiu, che hanno dato seguito allo sciopero proclamato da Cisl e Usb: striscioni, cori e fumogeni per ribadire la contrarietà dei dipendenti all’operazione. In molti ricordano come il riproporre al Consiglio comunale una delibera già bocciata una volta sia uno “strappo” poco digeribile, soprattutto in vista delle prossime elezioni.

    In Consiglio la seduta è interrotta diverse volte, fino alla sospensione di un tre ore decisa per permettere ai consiglieri di centro destra di assistere alla conferenza stampa di presentazione del candidato sindaco. Nel frattempo i lavoratori danno vita ad un corteo, che dopo aver raggiunto piazza Corvetto, si attesta sotto la Prefettura. Successivamente il tentativo di raggiungere De Ferrari viene “deviato” nuovamente verso via Garibaldi dalla Digos.

    I lavori riprendono nel pomeriggio: si parte con la illustrazione degli ordini del giorno e degli emendamenti. Si alternano gli interventi di Bruno e Pastorino, firmatari della maggior parte dei documenti; dopo due ore e mezza di “assoli” dei due consiglieri di Federazione delle Sinistra, la giornata “politica” subisce una brusca accelerata. Dopo un breve “summit”, le opposizioni ritirano gli emendamenti, chiedendo di votare: la conta dei voti è favorevole al “No”. Parapiglia: viene chiesta una sospensione da parte delle Segreteria, dopo la quale si torna in aula con dei nuovi emendamenti presentati dal Pd. Uno di questi contiene modifiche agli accordi presi con Iren. A questo punto viene convocata una conferenza capi gruppo, che dopo circa un’ora restituisce all’aula la necessità di richiedere il parere alla stessa Iren. La decisione quindi passa alla presidenza del Consiglio: la maggioranza dei capogruppo vorrebbe continuare la seduta, ma Giorgio Guerello, “nel rispetto della prassi e del regolamento”, si assume la responsabilità di sospendere i lavori dell’assemblea.

    La partita su Amiu, quindi, non è ancora chiusa: il duello politico, “senza esclusione di colpi”, potrebbe riservare ancora delle sorprese. L’unica certezza è che le dinamiche di queste ore potranno avere un diretta conseguenza sul consenso in sede elettorale per le varie parti in gioco. Questa è l’altra faccia della medaglia dell’epopea Amiu.

    Nicola Giordanella

  • Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    palazzo-lercari-cambiaso-costruzione-fondaco-trebisondaIn occasione della nuova edizione delle manifestazioni per la valorizzazione del patrimonio UNESCO – gli ormai noti Rolli days –, il nostro Antonio Musarra ha intervistato chi dei Palazzi dei Rolli s’intende veramente: Giacomo Montanari, dottore di ricerca in Storia dell’Arte, tra le principali anime dell’evento che attira ormai migliaia di persone.

    Caro Giacomo, eccoci nuovamente alle porte d’una nuova edizione dei Rolli days. Questa volta vorrei farti qualche domanda su quella che si annuncia come una delle novità; dunque, su un singolo palazzo (o Rollo? Si può dire Rollo?). Vi passo davanti tutti i giorni, al numero 3 di via Garibaldi. Anzi – scusami – di Strada Nuova! Parlo di palazzo Lercari, di prossima apertura. Ebbene: ogni volta mi sento addosso gli occhi dei due telamoni riccioluti dai nasi mozzati. Presenza inquietante! Il riferimento è alle imprese del ben noto Megollo Lercari. Puoi dirci qualcosa della sua storia?
    «Che sia Storia non ci piove. Un Megollo – forma diminutiva in lingua genovese di Domenegollo (Domenico) – svolse la duplice e in antico non ossimorica professione di pirata e mercante attorno al 1313 nelle colonie genovesi del Medio Oriente, tra Simisso, Caffa e Trebisonda. Dalle tinte ben più fosche è però la storia narrata, alla fine del Quattrocento, dal genovese Bartolomeo Senarega, in una lettera spedita all’amico umanista Giovanni Pontano. Megollo, infatti, in difesa dell’onore della nazione genovese offesa da Andronico, un cortigiano dell’Imperatore Alessio II, avrebbe armato due galee e, senza pietà, amputato nasi e orecchie a tutti i sudditi del medesimo monarca incontrati sul suo cammino. Alessio II, agghiacciato dal ricevere in vasi i membri mozzati dal Lercari, cedette, infine, ai voleri del “nobile” genovese: soddisfazione dell’offesa subita e un Fondaco per condurre la mercatura nel cuore della città di Trebisonda. Sono questi gli episodi celebrati da Taddeo Carlone e Luca Cambiaso nel palazzo Lercari in Strada Nuova: il Carlone accoglie il visitatore con due giganteschi “orientali” scolpiti ai lati del portale d’ingresso e significativamente privati del naso; Cambiaso, invece, effigia il Lercari mentre fa erigere, pro Patria sua, il Fondaco nella città turca. Un Fondaco che assomiglia tanto, però, al suo palazzo in cui troneggia il medesimo affresco: insomma, celebrarsi celebrando».

    Un moto celebrativo che troviamo altrove; che è anche, forse, la cifra di quello che possiamo chiamare “il secolo dei Rolli”. Forse un “secolo lungo”, per parafrasare uno famoso. Tuttavia, pare che la figura di Megollo abbia rivestito significati ulteriori per Genova stessa; non solo per i Lercari. È così?
    «La fama derivata al Lercari grazie al suo atto di ferocia, vero o presunto che fosse, fu enorme. Megollo divenne – a partire dal primo Cinquecento – un ideale protettore della città di Genova, il simbolo di quello che poteva capitare a chi avesse avuto la leggerezza di prendere Genova e i genovesi “sotto gamba”. Era un simbolo in una città che doveva riscoprirsi unita e orgogliosa della propria forza, del proprio passato e dei propri uomini, nel momento in cui – finalmente – la conseguita stabilità politica aveva permesso di far germogliare quei semi di Rinascimento che per tutto il Quattrocento erano rimasti quasi del tutto nascosti, attendendo la terra buona della concordia civile per mostrarsi in tutta la loro magnificenza».

    Palazzo-Lercari-ParodiEcco: il Rinascimento. E qui, la domanda sorge spontanea: è davvero possibile parlare di Rinascimento per Genova?
    «Che i genovesi fossero uomini di cultura profondissima è cosa nota. Che Genova fosse tra le città italiane più legate all’Oriente, forse meno. Che tra i genovesi si trovassero alcuni tra i più fini umanisti, collezionisti di scultura e testi greci del Quattrocento è quasi ignorato. Di Genova appare il volto cinquecentesco, che però non avrebbe potuto essere quello che è stato senza l’egemonia marinara e commerciale del Due-Trecento e lo sviluppo d’individualità culturali durante tutto il Quattrocento. Pur nella violenza che connota un “mito” di fondazione di una rinnovata identità cittadina, Megollo Lercari ci insegna oggi, di nuovo, tutto questo».

    Capisco. Come spiegare, tuttavia, la ripresa di un rapporto con l’Oriente in un momento – il Cinquecento – in cui la grande finanza genovese è ormai volta decisamente a Occidente? Verso la Spagna?
    «Rispondo, forse, con una banalità, ma nei secoli Genova ha sempre avuto – come Giano – una faccia rivolta a Est e una a Ovest. Anzi, forse per i secoli precedenti al ‘secolo dei genovesi’ – per citare Braudel –, l’Est fu un riferimento più forte e una fonte più chiara di forza e prestigio. Basti pensare a tutti i “miti fondativi” che i genovesi riscopriranno tra Cinque e Settecento, tutti ambientati nelle colonie: la vicenda di Giacomo Lusignani, la strage dei Giustiniani e il “nostro” Megollo, solo per fare qualche esempio. La presenza genovese a Bisanzio, nell’Egeo, nel Mar Nero e in Medio Oriente è, senza dubbio, una chiave di volta per comprendere una città straordinariamente cosmopolita. Non solo perché sempre legata al suo porto. Genova rappresenta il punto di fusione tra culture diverse: il melting pot ante litteram dell’Occidente con l’Oriente; uno status di cittadinanza mediterranea nato con Roma e mai cessato, neppure dopo le cadute di Acri (1291) e Bisanzio (1453). Nel confondersi con i popoli del Mare Nostrum, però, emerge in contrasto positivo la rivendicazione di un’identità d’appartenenza fortemente difesa (da Megollo e da tutti i genovesi ‘del mondo spersi’), da mantenere a ogni costo: per questo si sottolinea l’incrudelire di Megollo, così emblematico e sopra le righe, per difendere l’onore macchiato della patria».

    Hai parlato d’identità. Ed è inevitabile porsi, a questo proposito, la domanda sull’oggi. Quanto il genovese d’oggi – di nascita o d’adozione – ha coscienza di questa identità? Cosa deve fare per recuperarne qualche tratto?
    «Io credo che, latente, la coscienza d’identità esista e anche forte, soprattutto proprio in quei giovani che tante volte – a malincuore – abbandonano la loro città. Tuttavia, il recupero non può essere solo un moto d’orgoglio dei cittadini; va sostenuto con forza dalle istituzioni, lavorando su tre punti caldi: lavoro, trasporti e società. In tutto questo, il patrimonio culturale – soprattutto quello UNESCO – ha un ruolo cruciale per rendere Genova un polo d’attrazione per chi viene da fuori e una città con le carte in regola per giocare un ruolo importante nell’Italia di domani. Dopotutto, i genovesi del Cinquecento non decoravano i propri palazzi per fare colpo sui dignitari stranieri e “conquistarsi” i migliori accordi commerciali? Ai genovesi di oggi spetta ora di riscoprirsi uniti e decisi nel desiderare il meglio per la propria città: mantenere quella Trebisonda conquistataci (forse) proprio da Megollo e ritornare cittadini del Mediterraneo mozzando i nasi di chi sempre li storce davanti al debole e al diverso e tagliando le orecchie che sembrano fatte solo per ascoltar mugugni».

    A cura di Antonio Musarra

  • Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    «benedicta-028Guarda queste rovine, cittadino d’Italia, sono il dono della tirannide straniera e domestica». Un invito e al contempo, oggi, un monito. Con queste parole sono accolti al Sacrario della Benedicta coloro i quali, con intenzione o per caso, raggiungono uno dei posti simbolo della Resistenza, genovese e non solo. Tutto attorno muri spezzati, rovine, macerie: un fermo immagine che testimonia il massacro sofferto da decine di giovani trucidati dalle truppe nazifasciste nel 1944. Un tricolore scolorito e a brandelli sovrasta tristemente l’area; se si percorrono pochi metri, un altro scempio prende la scena: ecco lo scheletro di cemento del Centro di Documentazione, figlio mai nato di un cantiere aperto da quasi undici anni, oggi in stato di abbandono. Una storia da un milione di euro.

    A pochi giorni dalla consueta commemorazione, che cade il 9 di aprile, abbiamo documentato lo stato dei lavori, provando a ricostruire l’iter burocratico di questo “mostro”, la cui incompiutezza stona con la sacralità del luogo e della storia che avrebbe dovuto presidiare.

    Incastonato tra le montagne dell’Apennino Ligure, all’interno del parco naturale delle Capanne di Marcarolo, sorge il Sacrario della ‘Benedicta’, dedicato a 147 patrioti antifascisti che, in questo antico convento trasformato in cascinale, persero la vita combattendo per la libertà. Un luogo divenuto da subito “sacro” per i cittadini del genovesato, intriso del sangue dei suoi figli: solo nel 1999 viene deciso un processo di valorizzazione e recupero del sito archeologico costituito dai ruderi della struttura fatta brillare dai nazifascisti, articolato in lotti finanziati dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Alessandria, la quale ne ha gestito la progettazione e la realizzazione, in stretta collaborazione con l’Associazione “Memoria della Benedicta”.

    Al termine di questi lavori, che hanno rinnovato i luoghi della strage rendendoli accessibili al pubblico, preservandoli da ulteriori deperimenti, nel 2006 Regione Piemonte autorizza con una legge regionale la spesa complessiva di 750.000 euro per la realizzazione di un centro di documentazionenel quale conservare e valorizzare le testimonianze e il materiale d’archivio relativi alla guerra e alla resistenza nell’Appennino Ligure-Piemontese” come riporta la suddetta legge; ad oggi, nonostante i fondi stanziati, di questo centro ci sono poche tracce. Il prossimo 9 aprile si terrà l’annuale commemorazione per i martiri e, anche per quest’anno, i lavori non saranno conclusi in tempo.

    «Il centro di documentazione è avviato da molti anni – racconta Gian Pietro Armano, Presidente dell’associazione “Memoria della Benedicta” ma a causa di una serie di difficoltà finanziarie e di altro genere i lavori sono stati sospesi. La prima delle due ditte a cui erano stati assegnati i lavori è fallita, mentre la seconda ha avuto dei problemi e così la Regione ha bloccato i lavori. Adesso la Regione Piemonte e la Provincia di Alessandria, che hanno a carico la costruzione del centro, pare abbiano risolto queste difficoltà e quanto prima riprenderanno le operazioni per ultimare il centro. Noi dell’associazione Memoria della Benedicta dovremmo gestire il centro e speriamo che entro un mese gli operai tornino a costruire».

    La situazione però non è chiara in quanto i 750.000 euro stanziati dalla Regione, e integrati con altri 250.000 durante gli anni successivi, sono una cifra “importante”: «In fase di costruzione ci sono stati degli interventi che non erano previsti dal progetto iniziale – prosegue Don Armano – Per esempio per dare solidità alle fondamenta si è dovuto fare un lavoro di palificazione per evitare che fosse danneggiato quello che resta della cascina Benedicta, inoltre sono emersi altri problemi e questo ha fatto lievitare i costi. Adesso la Regione ha stanziato un ulteriore finanziamento e la Provincia coprirà la parte mancante per poter arrivare alla realizzazione finale di quest’opera. Noi speriamo che il prossimo anno sia finito tutto».

    Una speranza che sicuramente è di tutti, anche se le condizioni del cantiere non fanno ben sperare, a partire dalle recinzioni, interrotte in più punti; spariti i cartelli con la gerenza del cantiere, obbligatori per legge, all’esterno sono sparsi accumuli di macerie e materiale da lavori, i locali interni sono in balia delle infiltrazioni e degli allagamenti, alcuni sono interamente occupati da detriti e spazzatura di vario genere; la ruggine e i muschi regnano sovrani; all’esterno le istallazioni artistiche dedicate ai fatti storici sono abbandonate a loro stesse, aggiungendo una nota tetra ad uno scenario desolante. Uno “spettacolo” decisamente poco edificante, che stride con l’atmosfera senza dubbio mistica dell’intera area, che comprende inoltre il muro delle esecuzioni e le fosse comuni dove furono sepolti i cadaveri dei partigiani.

     

    La Storia

    Il santuario della Benedicta è indissolubilmente legato alla città di Genova; in questo luogo era stata posta l’intendenza della 3° Brigata d’assalto Garibaldi “Liguria” e molti dei ragazzi che vennero assassinati e deportati provenivano dalle valli del genovesato e dai quartieri della città. Sfogliando l’elenco dei caduti è facile trovare nomi di giovani provenienti da alcuni dei quartieri come Sampierdarena, Rivarolo, Pegli e Pontedecimo e proprio da qui, nelle ore successive all’eccidio, partirono a piedi molti volontari per raggiungere la Benedicta, recuperare i corpi e dargli degna sepoltura. «Da Pontedecimo partirono in molti per recuperare i corpi – racconta Don Armano – la Croce Verde, ad esempio, fu molto attiva durante questo episodio. Tuttavia anche dalla parte di Alessandria ci furono dei volontari che salirono fino alla Benedicta dopo l’eccidio per ‘igienizzare’ la situazione. Si correva il rischio, infatti, che la decomposizione dei cadaveri gettati nelle fosse dai nazi-fascisti inquinasse il torrente che porta l’acqua ai laghi artificiali del Gorzente, invasi che approvvigionano la città di Genova.

    Durante la primavera del 1944 le forze partigiane presenti in questa zona contavano circa mille uomini: per questo motivo i tedeschi optarono per un rastrellamento massiccio, mirante a distruggere tutte le formazioni attestate intorno alla Benedicta, al fine di assicurarsi un passaggio per una eventuale ritirata in caso di sbarco alleato. Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani: i giovani antifascisti, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare, non riuscirono a rompere l’accerchiamento. In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani mentre altri caddero in combattimento. Alcune decine finite nelle maglie dei rastrellamenti, in qualità di renitenti alla leva obbligatoria predisposta dalla Repubblica Sociale furono tradotti alla Casa dello Studente, dove furono imprigionati e torturati; molti di loro saranno poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino, mentre altri 400 furono arrestati con l’inganno di un amnistia e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen). Durante il viaggio 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.

    Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla resistenza, non riuscì tuttavia a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano, dopo aver avviato una riflessione sugli errori compiuti, riuscì a riprendere vigore e incominciare l’inesorabile riscossa.

    Rispetto

    Una lapide, eretta dove furono ritrovate le fosse comuni che accolsero i corpi senza vita dei fucilati così recita: «Qui il 7 aprile 1944 caddero trucidati e vennero nascosti giovani partigiani da fascisti d’Italia e nazisti di Germania, fecero loro scavare la fossa poi li uccisero a gruppi di cinque. Volevano un’Italia migliore». Sarebbe necessario maggiore rispetto per questi luoghi, custodi di una memoria che deve essere presidiata, affinché i sacrifici del passato possano essere conosciuti e onorati degnamente.

    Gianluca Pedemonte
    Nicola Giordanella

     

  • Slot, giunta regionale inserisce proroga in legge urbanistica: salta la Commissione. La protesta della Consulta comunale e delle opposizioni

    Slot, giunta regionale inserisce proroga in legge urbanistica: salta la Commissione. La protesta della Consulta comunale e delle opposizioni

    slot-manifestazioneUn “colpo di mano” per inserire la proroga di un anno per l’entrata in vigore della legge regionale di contrasto al gioco d’azzardo in un disegno di legge urbanistico inizialmente pensato per sopprimere il Comitato tecnico regionale e per il territorio. E’ la denuncia delle opposizioni in Consiglio regionale della Liguria contro la decisione della giunta Toti che riguarda un provvedimento che potrebbe essere votato quindi senza il passaggio in Commissione. «Una decisione vergognosa, degna dei peggiori stratagemmi della prima Repubblica. Toti, forza un testo che non c’entra nulla con l’azzardo perché non ha il coraggio di portare un provvedimento specifico in aula, disattendendo, tra l’altro, tutte le promesse di avviare un tavolo con le associazioni di categoria e senza coinvolgere le commissioni competenti», denuncia il Partito democratico. «Un modo ipocrita di affrontare la questione – proseguono i dem – ci chiediamo se anche il candidato alle amministrative genovesi Marco Bucci condivida la stessa linea e accetti l’idea che i passi avanti fatti nei Comuni liguri in questi anni per combattere la piaga della ludopatia, possano diventare improvvisamente carta straccia». L’attacco è rintuzzato anche dal Movimento 5 Stelle che attacca la maggioranza per aver tagliato «alle opposizioni ogni possibilità di discutere, audire i soggetti interessati e approfondire una questione delicatissima e cruciale per la Liguria. Una vera e propria norma taglia-dissenso che mette a nudo la totale mancanza di democrazia e di rispetto per le forze di opposizione in Regione». Infine, Sinistra italiana accusa la giunta Toti di essere «doppiamente colpevole perché non ha fatto niente in questi due anni di legislatura e adesso usa la tecnica derogatoria. La giunta Toti non è stata in grado di confrontarsi e mi auguro che il tavolo che è iniziato con le categorie possa risolvere la questione perché sarebbe inaccettabile che nel maggio 2018 ci trovassimo di fronte a una nuova deroga»

    «La polemica delle opposizioni è puramente strumentale– risponde il governatore – perché è evidente che se non volessimo trovare una soluzione avremo abrogato il testo vigente e non proposto una proroga alla sua entrata in vigore». Toti, assieme all’assessore regionale allo Sviluppo economico, Edoardo Rixi, spiega che la proroga proposta è dettata dalla necessità di «esaminarne meglio l’efficacia e soprattutto mitigare l’impatto verso il tessuto commerciale del nostro territorio. Il tutto mentre il governo, proprio a guida Pd, si dimostra incapace e inadeguato a formulare un simile provvedimento, su base nazionale». Gli esponenti della giunta di centrodestra accusano le opposizione di non voler collaborare «alla riformulazione delle legge per tenere conto delle legittime preoccupazioni espresse dalle associazioni del commercio che valutano unanimemente come drammatico l’impatto di tale provvedimento sulla occupazione senza misure adeguate di sostegno alle attività coinvolte».

    Mondo anti slot in rivolta

    azzardo-slotDura anche la reazione della “Consulta comunale per i giochi a premi in denaro” ed il Coordinamento regionale “Mettiamoci in gioco” che in un comunicato stampa prendono atto «con indignazione» della decisione presa dalla giunta regionale, ricordando come l’escamotage «dell’emendamento che viene proposto al Consiglio regionale nel corso della discussione sul DDL 40/2016 che non tratta in alcuna sua parte il tema dell’azzardo fa si che il provvedimento non sia stato pertanto preventivamente in Commissione». Secondo la Consulta, quindi, la Giunta regionale dimostra «completa insensibilità alle ripercussioni del gioco sulla salute, sull’integrità  delle famiglie, sulla tenuta della legalità, sulla sicurezza e sul decoro dei quartieri, mentre le opinioni di operatori pubblici e privati e delle associazioni che riportavano i gravi costi sociali della piaga del gioco non sono state ascoltate»
    «Durante l’audizione che abbiamo chiesto – afferma Clizia Nicolella, presidente della Consulta contro il gioco in denaro – alla Regione questa mattina abbiamo rappresentato le ragioni delle tante persone che ieri in piazza De Ferrari hanno manifestato il loro sostegno all’ applicazione della Legge regionale 17/2012 ma queste ragioni non verranno ascoltate. Il presidente Tori ha manifestato la sua disponibilità ad aprire un confronto con il mondo “no slot” da domani. Ma domani sarà troppo tardi e la Liguria avrà perso un’occasione affrancarsi dalla morsa dell’azzardo».

  • Amiu-Iren, giunta Doria alla conta dei voti. Pronto il “Piano C” e lo spettro della responsabilità “in solido” per i consiglieri

    Amiu-Iren, giunta Doria alla conta dei voti. Pronto il “Piano C” e lo spettro della responsabilità “in solido” per i consiglieri

    consiglio-comunaleCome trasformare i 19 voti contrari, 6 astenuti e solo 14 a favore della delibera bocciata lo scorso 7 febbraio in 21 voti favorevoli o, quantomeno, in una maggioranza relativa dei consiglieri comunali genovesi che saranno presenti al momento del voto della nuova delibera di aggregazione tra Amiu e Iren prevista tra giovedì e venerdì prossimi? E’ la domanda che si sta ponendo la giunta Doria in questi giorni, per non incorrere in una bocciatura bis che al momento sembra tutt’altro che remota. Sindaco e assessori hanno, di fatto, superato la decisione del Consiglio comunale di febbraio che aveva bocciato il mandato per la negoziazione, proponendo una delibera che è già frutto della negoziazione stessa. Una nuova bocciatura dell’Aula oltre alle implicazioni amministrative già ampiamente illustrate dalla giunta – con la Tari, da approvare per legge entro venerdì sera, che vedrebbe confermato l’importo dello scorso anno aprendo una voragine nei conti di Amiu – sarebbe anche piuttosto clamorosa dal punto di vista politico.

    Approfondimento: Ecco la nuova delibera su aggregazione Amiu-Iren

    A febbraio avevano votato sì solo tutti gli 8 consiglieri del Pd (tra cui il presidente del Consiglio), a cui si erano aggiunti il sindaco, Stefano Anzalone (Progresso ligure), Leonardo Chessa (Sel) e 3 dei 6 consiglieri di Lista Doria (Enrico Pignone, Barbara Comparini, Antonio Gibelli). Tutti voti che dovrebbero essere confermati. A questi potrebbero aggiungersi gli allora assenti Vittoria Musso e Pietro Salemi e, teoricamente, l’ex senatore Enrico Musso che tuttavia, potrebbe essere assente sia giovedì che venerdì: i tre sarebbero intenzionati ad astenersi ma, qualora il loro voto risultasse decisivo, potrebbero anche convergere sul sì. Difficile, invece, trasformare in voti positivi le astensioni dei due consiglieri di maggioranza Lucio Padovani (Lista Doria, area Sinistra italiana) e Gianpaolo Malatesta (Possibile), anche in ottica della prossima campagna elettorale. Così come è ostico il tentativo del sindaco di convincere Clizia Nicolella (Lista Doria) a modificare il proprio no. Qualche apertura in più, invece, dovrebbe arrivare da Marianna Pederzolli (Lista Doria, area “giovani” Rete a sinistra) che a febbraio aveva votato no. Tra color che son sospesi restano i tre consiglieri di Percorso comune, fuoriusciti del Pd, (Gianni Vassallo, Salvatore Caratozzolo, Paolo Gozzi), che si erano astenuti: due su tre potrebbero confermare il tasto bianco, mentre Paolo Gozzi, molto vicino a Effetto Genova, dovrebbe votare contro. Insomma, arriverà all’approvazione della delibera non è così scontato.

    Le strategie dell’opposizione

    L’ultima arma dell’opposizione per far saltare l’aggregazione Amiu-Iren in Consiglio comunale è una sentenza del Consiglio di Stato del 15 marzo 2016, numero 1.034, con cui la giustizia amministrativa dava il via libera al Comune di Rodigo, piccola realtà sulla sponda lombarda del lago di Garda, a procedere in via diretta all’assegnazione del ciclo dei rifiuti, modalità legittimamente riconosciuta dallo Stato al pari dell’affidamento a società in house o attraverso gara pubblica. Secondo l’interpretazione della sentenza fornita dal consigliere di Effetto Genova, Stefano De Pietro, e dai consiglieri di Federazione della Sinistra, Antonio Bruno e Gianpiero Pastorino, i Comuni dunque non sarebbero disposti a procedere a gara per l’assegnazione del servizio e Palazzo Tursi potrebbe autonomamente procedere alla proroga del contratto di servizio senza dover fare ricorso all’aggregazione.

    L’arma, però, sembra perdente in partenza, almeno ad ascoltare le parole dell’avvocato Luca Lanzalone che dal 30 settembre assiste legalmente il Comune di Genova nel percorso di aggregazione Amiu-Iren. «Si fa dire a questa sentenza più di quello che in realtà dice – spiega il legale – perché il dispositivo è frutto della particolare legislazione regionale esistente in Lombardia. Qui in Liguria e a Genova in particolare, da inizio gennaio 2021 le competenze sul ciclo dei rifiuti passano dai Comuni alla Città metropolitana che dovrà procedere a gara. Per questo, un eventuale proroga arbitraria da parte dei Comuni del contratto di servizio oltre il 2020 sarebbe illegittima».

    Per evitare un voto comunque dall’esito molto incerto, dunque, alle opposizioni non restano che le armi politiche. In primis, far mancare il numero legale; ma la presenza massiccia di consiglieri comunali che si annuncia per la doppia seduta del fine settimana, rende piuttosto complicato questo scenario. Altra strada, altrettanto complicata, a cui alcuni consiglieri starebbero pensando è un ostruzionismo monstre per arrivare alla votazione della delibera oltre la mezzanotte di venerdì 31 marzo, quando comunque il Comune sarebbe costretto ad applicare la Tari dello scorso anno e l’aggregazione industriale Amiu-Iren non consentirebbe più la spalmatura dei costi in un arco temporale di maggior respiro.

    Il “Piano C” della giunta

    Se il Consiglio comunale di Genova venerdì prossimo dovesse bocciare nuovamente l’aggregazione Amiu-Iren, la giunta Doria ha già pronto il piano B – o meglio, piano C, vista la prima bocciatura della delibera che avrebbe dovuto dare il via alla negoziazione a febbraio- per evitare di portare in tribunale i libri della partecipata per il ciclo dei rifiuti. Se per qualsiasi ragione il Comune non dovesse approvare la nuova Tari entro la scadenza del 31 marzo prevista dalla legge, infatti, automaticamente scatterebbe per il 2017 la stessa Tari pagata lo scorso anno, Amiu avvierebbe la procedura di liquidazione, come dichiarato dal sindaco Marco Doria, e i consiglieri comunali sarebbero responsabili in solido del quadro di dissesto che si verrebbe a creare.

    Ma a Tursi la giunta si è lasciata un’ultima porta aperta. Nell’ordine dei lavori del Consiglio comunale di giovedì e venerdì, l’approvazione della Tari, già deliberata dalla giunta, segue la votazione sull’aggregazione Amiu-Iren. Il secondo provvedimento, al momento, è stato predisposto in vista di una votazione positiva del primo,  con una bolletta che mediamente dovrebbe crescere del 6,89% nel 2017 e di oltre il 30% nei prossimi 4 anni. Ma se la prima votazione dovesse andare male, un maxi-emendamento di giunta trasformerebbe gli aumenti della Tari in un rincaro del 18% per 4 anni, ovvero fino alla scadenza naturale dell’attuale contratto di servizio non prorogabile senza aggregazione. A quel punto, i consiglieri sarebbero praticamente costretti ad approvare la nuova versione della tariffazione per evitare risvolti giudiziari e consentire ad Amiu, a quel punto rimasta pubblica, di coprire tutti i costi per la messa in sicurezza di Scarpino e lo smaltimento dei rifiuti fuori regione fino alla fine dell’anno.

     

     

  • Sanità, introdotta la fecondazione eterologa nei Lea. 8,9 milioni in più per Regione Liguria, ma servizio ancora tutta da costruire.

    Sanità, introdotta la fecondazione eterologa nei Lea. 8,9 milioni in più per Regione Liguria, ma servizio ancora tutta da costruire.

    donna-incintaI nuovi Lea, in Gazzetta Ufficiale dal 18 marzo scorso, individuano chiaramente tutte le prestazioni di PMA che saranno erogate a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Una delle novità è rappresentata dall’introduzione della Fecondazione Eterologa (di fatto possibile in Italia da aprile 2014) cioè tramite ovulo o seme di donatori esterni alla coppia. Come si traduce questo nei centri genovesi? Abbiamo cercato di mettere insieme una quadro dell’attuale lavoro dei due centri e l’impatto che le novità avranno.

    In Liguria i centri pubblici che si occupano di procreazione medicalmente assistita (PMA) sono cinque. A Genova i due centri di III livello – che sono presso l’Ospedale Evangelico Internazionale e presso l’Ospedale San Martino – rispetto agli altri livelli, applicano procedure impegnative, tecniche complesse e invasive in base al tipo di infertilità da affrontare e che in alcuni casi richiedono un’anestesia generale.

    I due centri genovesi sono attrezzati “tecnicamente” per affrontare l’eterologa ma, come tutto il reparto medico della regione devono “operare” in carenza di risorse e soprattutto di personale. Il problema rimane quello di fornire una prestazione, la cui applicazione presenta alcuni aspetti poco chiari a livello di interpretazione e “coerenza” tra normativa nazionale e comunitaria: un esempio è il divieto tutto italiano di fornire rimborsi ai donatori, nemmeno per giornate di lavoro perse; oppure l’impossibilità di “acquistare” ovociti all’estero.

    I numeri a Genova

    I numeri dei centri della nostra città fotografano una richiesta di PMA in aumento sopratutto da coppie non più in età fertile, mentre rimane costante la richiesta (in età fertile) per coloro che soffrono di menopausa precoce o che devono sottoporsi a terapie che interferiscono sulla fertilità, come la chemioterapia. In complesso i due centri forniscono dai 600 ai 700 cicli di fecondazione omologa in un anno.

    L’ospedale Evangelico, come ci riferisce il Dottor Mauro Costa, responsabile del centro, effettua circa 400 fecondazioni all’anno. Presso l’ospedale San Martino sono circa 350 i cicli erogati durante l’anno, come ci conferma la Dottoressa referente Paola Anserini.

    Cosa cambia con l’introduzione dell’eterologa

    Dal punto di vista medico, tecnico nulla, nel senso che l’organizzazione, nei centri, è già strutturata per applicarla. Ovviamente col crescere della richiesta di prestazioni sarebbe necessario maggior personale. «E’ la procedura che manca – sottolinea il dottor Corsta – ad oggi non sappiamo quali esami saranno gratuiti, o quali ticket dovranno essere pagati. C’è bisogno della tariffazione delle prestazioni, in questo modo la Regione potrà stabilire priorità e distribuire le risorse», afferma il dottor Costa. La ripartizione del fondo sanitario nazionale 2017 ha previsto per la Liguria 3,53 miliardi di euro, 8,9 milioni in più rispetto alla ripartizione precedente.

    Chi ha bisogno dell’eterologa

    L’infertilità maschile e femminile, precisa Costa, hanno un’incidenza simile. Nel caso di infertilità maschile è quasi sempre possibile avere a disposizione almeno uno spermatozoo sano da impiantare: «Gli uomini nei quali questo non si può fare – aggiunge – nella mia esperienza sono in media non più di due all’anno».

    Le donne che hanno bisogno di donazione si dividono in due grandi categorie: chi è nell’età di usare le proprie uova ma per qualche motivo non le ha, come ad esempio la presenza di menopausa precoce, o ha subito terapie oncologiche; e chi non è più fertile per età. Le prime non rappresentano più del 10% di casi secondo il dottor Costa. La dottoressa Paola Anserini conferma la tendenza che vede cresescere sempre più la domanda da parte di richiedenti sempre più anziane.

    I dati dei centri

    Sono 20/25 i casi di infertilità in età feconda in un anno, quelli che registra il Centro dell’ospedale Evangelico. Su 1000 prestazioni chi chiede una prima consulenza sono 30 le donne e 5 gli uomini che scoprono di aver bisogno dell’eterologa. Numeri «Ampiamente copribili – aggiunge Costa – tramite una buona organizzazione dell’egg sharing, cioè la donazione di ovociti ad altri da parte di chi sta facendo già pratiche di PMA». Sono aumentati i cicli da ovociti congelati.

    Il centro dell’ospedale San Martino registra un totale di 350 cicli effettuati, di cui 250 sono i prelievi ovocitari e 100 quelli da scongelamento. Il numero che spicca, nella struttura, sono le 150 consulenze oncologiche annue (chi potrebbe aver bisogno di congelare i propri semi a causa di terapie che agiscono sulla fertilità) sul quale il centro avrebbe bisogno di risorse.

    Le donatrici e i donatori

    Donare il proprio ovocita o sperma significa sottoporsi ad esami, mettere in conto giorni nei quali non è possibile lavorare. Ne consegue, come già raccontavamo nel 2014 , che poter avere i donatori è faccenda complicata. A questo si aggiunga che in Italia non è possibile rimborsare la giornata di lavoro persa. «In un mese si perdono dalle cinque alle sette giornate di lavoro», precisa Costa. Cosa avviene oggi nei centri che forniscono l’eterologa? I centri pubblici o privati, in pratica, “comprano”termine inappropriato anche se traduce meglio ciò che realmente avviene cioè, pagano il servizio a centri stranieri che forniscono gli ovociti. Spetta al centro straniero la gestione e il rapporto con la donatrice. In Liguria, sulla carta è possibile fornire la fecondazione eterologa ma di fatto è impossibile metterla in atto per motivi di mancanza di donatori e per problematiche “burocratiche” di cui abbiamo detto sopra.

    “Egg Sharing”

    Una soluzione praticabile oggi è il cosidetto “Egg sharing”, che tradotto significa che colei che sta facendo un trattamento di PMA permette che le proprie uova possano essere utilizzate da altri nel momento in cui il proprio ciclo va a buon fine. Questa pratica, ovviamente, comporta una serie di procedure “rinforzate”, con ulteriori esami che si aggiungono a quelli sostenuti per il normale percorso di procreazione, e tempistiche più lunghe. Chi fornisce il consenso a questa pratica, se supera il primo ciclo con successo e ha delle uova avanzate, e decide di donarle, quindi lo può fare. «Nei centri pubblici – sottolinea Costa – questo è l’unico modo realmente praticabile oggi per la fecondazione eterologa. Credo sia difficoltoso, quando si farà un ragionamento sui costi, che la Regione possa permettersi di pagare 3000 per 6 ovociti a paziente». In media un centro pubblico o privato paga dai 2000 ai 3600 euro per avere 6 ovociti.

    Pare quindi che la ratio dei nuovi Lea sia quella di ampliare le possibilità, chiedendo un impegno importante alle regioni. Cosa risponde Regione Liguria? Come recepirà il decreto? Rimaniamo in attesa di una risposta dalla Regione sul riparto delle risorse, anche tenendo conto dei tagli alla mutualità inter-regionale, che permette di ottenere prestazioni che la propria regione non offre in altre, e su quali saranno le priorità.

    Claudia Dani