Categoria: Migranti

  • Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Dal 29 gennaio all’1 febbraio l’europarlamentare spezzino Brando Benifei (capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo) è stato in missione istituzionale al confine tra Croazia e Bosnia, dove da settimane la polizia croata respinge i migranti che dalla Bosnia cercano di entrare in Croazia, e quindi nell’Unione europea. Era Superba l’ha intervistato per farsi raccontare quello che ha visto e per cercare di inquadrare la situazione nel più ampio contesto europeo.

    Se infatti le cronache delle ultime settimane si sono giustamente concentrate sui metodi talvolta violenti degli agenti incaricati dei respingimenti e sulle condizioni disumane in cui vivono i profughi rimasti in Bosnia, almeno altrettanto importanti sono state per esempio l’impotenza (e talvolta la negligenza) della Commissione europea, incapace di imporre una linea europea all’immigrazione o le politiche restrittive di molti Paesi (Italia inclusa) che hanno contribuito a rendere la rotta balcanica il collo di bottiglia che conosciamo oggi.

    Insieme a Benifei hanno partecipato alla missione gli europarlamentari del PD Alessandra Moretti, Pietro Bartolo e Pier Francesco Majorino. Le missioni in uno Stato membro, in Paesi extra-Ue o in conferenze internazionali fanno parte delle normali prerogative del Parlamento europeo, e in particolari delle commissioni parlamentari. «In questo specifico caso – spiega Benifei – vista l’urgenza di comprendere quanto stesse accadendo ed agire di conseguenza, come avviene di prassi in questi casi, la missione è stata organizzata dalla delegazione del PD, e ovviamente concordata e appoggiata dal gruppo dei Socialisti e Democratici (il gruppo del Parlamento europeo che riunisce i partiti dei vari Paesi dell’Unione europea di centrosinistra, ndr)».

    La rotta balcanica è il percorso dei migranti provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan per raggiungere l’Europa. Qual è il contesto che l’ha resa il collo di bottiglia che vediamo oggi? Hanno influito anche le scelte degli ultimi governi italiani (soprattutto con le politiche di Minniti e Salvini) che hanno quasi chiuso la rotta mediterranea?
    La rotta balcanica è una delle principali rotte migratorie insieme a quelle del Mediterraneo. Nel 2015, nel pieno dell’emergenza nei paesi del Medio Oriente, è diventata la principale via di accesso al continente europeo. In quel periodo l’Unione Europea, e in particolare alcuni stati membri come la Germania, adottarono misure di accoglimento dei migranti particolarmente permissive. Tuttavia, a partire dal 2016, anche per via di accordi con la Turchia, il flusso è stato interrotto e il percorso dei migranti si è notevolmente complicato. Campi profughi con condizioni di vita spesso precarie sono stati distribuiti tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia. Venendo alle politiche migratorie italiane, il decreto Minniti-Orlando del 2017 è nato con l’obiettivo di accelerare le procedure di esame dei ricorsi sulle domande di asilo e aumentare il tasso delle espulsioni di migranti irregolari. È chiaro che pesava e pesa la mancanza di norme adeguate alla migrazione economica, avendo noi ancora l’impianto della Legge Bossi-Fini in piedi.  Tuttavia, alcune importanti criticità sul decreto nella sua applicazione pratica sono poi emerse, ma è stato con il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza dell’anno successivo che sono stati fatti gravi e duraturi danni all’intero sistema italiano di accoglienza e gestione dei flussi migratori, in particolare quando si tratta di richiedenti asilo.

    Anche se la crisi va avanti da anni, soprattutto nelle ultime settimane abbiamo visto le condizioni disumane in cui sono costretti i migranti, “ospitati” in centri d’accoglienza a dir poco inadeguati o costretti a vagabondare nei boschi, in un periodo di freddo particolarmente intenso. Quale situazione avete trovato voi?
    L’incendio che ha distrutto il campo profughi di Lipa (città della Bosnia non lontana dal confine con la Croazia, ndr) lo scorso 23 dicembre, e la successiva decisione delle autorità bosniache di chiuderlo senza trovare un’adeguata soluzione, si è rivelato drammatico. Da quel momento un migliaio di persone tra i 19 e i 60 anni arrivati principalmente da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh, sono rimaste senza alloggio, in luoghi in cui di notte le temperature scendono fino ai 20 gradi sottozero. Durante la nostra missione abbiamo visitato il campo di Lipa e ci è stato subito chiaro che le condizioni di vita sono effettivamente disumane. Le tende messe in piedi sono poco riscaldate, l’acqua è scarsa e i servizi igienici limitati. A questa drammatica situazione si aggiunge il comportamento delle autorità croate verso chi tenta di oltrepassare il confine. Respingimenti violenti, sequestro ingiustificato di telefoni cellulari e altri possedimenti dei migranti sembra siano all’ordine del giorno. Non possiamo consentire che si faccia finta di niente.
    Oltre a essere un confine tra due Stati, quello tra Croazia e Bosnia è anche un confine dell’Unione europea. Crede che la Commissione stia ponendo la giusta attenzione al problema o che sia “distratta” dalla gestione della pandemia, la distribuzione dei vaccini e i piani di ripresa economica? Al Parlamento europeo, invece, cosa si muove su questo fronte?
    Le violazioni e le mancanze relative al rispetto dei diritti fondamentali dei migranti e la scarsa capacità di gestione del fenomeno migratorio a livello europeo sono ormai evidenti a tutti, da molti anni. Il Parlamento Europeo, in particolare il gruppo dei Socialisti e Democratici di cui fa parte la delegazione del PD, ha portato avanti molte iniziative nel tempo per sensibilizzare e segnalare alla Commissione europea la drammaticità della situazione, inchiodandola alle sue responsabilità. Ad esempio, è stata recentemente approvata dal Parlamento una risoluzione che denuncia lacune e carenze nella politica UE sui rimpatri. Come in molti altri ambiti, ritengo che il Parlamento europeo sia riuscito a mostrarsi come principale “guardiano” dei diritti dei migranti, mostrando una chiara determinazione a fare luce sulle violazioni e a cercare di impedirle. Penso che la Commissione debba ascoltare con più attenzione le richieste del Parlamento e agire di conseguenza con determinazione, nonostante le oggettive difficoltà di mettere d’accordo i 27 stati membri in sede di Consiglio europeo, soprattutto in materia di migrazione. È chiaro che la pandemia che ci siamo ritrovati ad affrontare, e tutte le complicazioni che sono seguite, ha avuto un impatto negativo sulla questione. Non è tuttavia possibile utilizzarla come scusa per non agire con forza e rapidità in difesa dei diritti umani. Per questo ora lavoreremo dal lato del Parlamento Europeo sul nuovo Patto per le Migrazioni che la Commissione Europea ha presentato e su cui è impegnato in prima persona il mio collega Pietro Bartolo.

    Quanto, nella gestione delle migrazioni, è responsabilità dell’Unione europea e quanto invece dei singoli governi nazionali (in questo caso quello croato) che scelgono di chiudere i propri confini?
    L’Unione europea gode effettivamente di competenze condivise con gli stati membri a riguardo. I Trattati indicano chiaramente che l’Unione deve sviluppare una politica comune in materia di immigrazione, ed elaborare una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi. Tuttavia, negli anni è stato evidente come gli stati membri siano particolarmente restii a cedere anche piccole parti della loro sovranità in ambito di gestione dei flussi migratori. Tutti sappiamo quanti problemi e tentativi di modifica ci sono stati relativamente alla famosa Convenzione di Dublino (il regolamento europeo che fa sì che responsabile dell’esame della richiesta d’asilo sia il primo Paese d’arrivo, spesso criticato dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo, naturali primi Paesi d’arrivo per chi arriva dal nord Africa o dal medio oriente). La verità è che attualmente sono ancora i singoli stati ad avere voce in capitolo e si dovrebbe per questo lavorare, in ogni sede istituzionale UE, per aumentare le competenze a livello di Unione. La Commissione, ad esempio, si è certamente resa colpevole di gravi mancanze e parziale incapacità di azione, ma non bisogna scordare che gli strumenti di cui dispone non sono poi così tanti rispetto alla vastità delle problematiche.

    Quali modifiche legislative, a livello di Unione europea, auspicate per una gestione più comunitaria delle migrazioni?
    Come dicevo, il flusso di migranti e rifugiati verso l’Europa ha dimostrato il bisogno di una politica per l’asilo più giusta ed efficace a livello comunitario. È dal 2017 ormai che il Parlamento Europeo si batte per una seria e sostanziale riforma del regolamento di Dublino. Purtroppo l’opposizione in sede di Consiglio (organo che riunisce i capi di Stato o di governo dei singoli Paesi membri dell’Unione europea, ndr), e in particolare da parte di alcuni stati membri, non ha permesso di raggiungere gli obiettivi sperati. La gestione dei flussi migratori non solo deve essere effettivamente portata a livello comunitario, ma occorre che sia anche fondata su quel principio di solidarietà tra stati membri presente nei Trattati, con ricollocamenti obbligatori e superando il principio del Paese di primo ingresso, che blocca ad esempio in Italia molte persone che vorrebbero andare altrove.

     

    Crede che la Commissione Von der Leyen, rispetto alle precedenti, dal punto di vista della comunicazione voglia dare l’idea di una gestione più muscolare dei confini (cedendo anche qualcosa alla retorica identitaria) e che la Croazia in qualche modo si senta legittimata nella sua azione da questo nuovo corso? Penso per esempio alla polemica sulla volontà iniziale della Commissione di istituire un commissario per la “protezione dello stile di vita europeo” o ai ringraziamenti di Von der Leyen al governo greco per aver fatto da “scudo” all’Europa durante le crisi nei campi di Lesbo dell’estate scorsa, indicando esplicitamente gli immigrati come un pericolo da cui difendersi…
    La Presidente Von der Leyen, e la Commissione in generale, si sono ritrovati a dover affrontare problemi e sfide di enorme portata per l’Unione Europea. Spesso il Parlamento, e in particolare il gruppo S&D, non si trova del tutto d’accordo con l’operato della Commissione, in primo luogo per quanto riguarda alcune scelte nei messaggi da trasmettere. Certamente sul fronte della gestione comune dei migranti ci sono enormi margini di miglioramento, ma occorre ricordare che in questo ambito l’ultima parola spetta purtroppo al Consiglio, dove i punti di vista dei Paesi sono sempre complicati da conciliare. Riguardo alla Croazia, non penso che la Commissione condivida in alcun modo le modalità spesso a dir poco discutibili con cui le autorità stanno gestendo i flussi migratori e infatti la Commissaria Johansson, responsabile per il tema, è intervenuta più volte sulle autorità croate a fronte di episodi emersi nelle cronache giornalistiche e anche giudiziarie.

     

    Anche il Governo italiano, oltre a quello croato, ha la sua quota di responsabilità in questa situazione, dal momento che i migranti riammessi in Slovenia vengono poi spesso respinti a loro volta in Croazia e quindi di nuovo in Bosnia. Avete esposto la situazione anche al governo Conte e la farete presente anche al prossimo?
    È purtroppo vero che anche dall’Italia avvengo molte più espulsioni che in passato, in particolare al confine con la Slovenia. Occorre tuttavia ricordare che la pandemia ha effettivamente complicato la gestione dei flussi migratori, soprattutto in Italia essendo stato uno dei paesi colpi maggiormente e prima degli altri dal COVID-19. La delegazione PD al Parlamento Europeo, e il PD in generale, ha seguito e continuerà a seguire con attenzione quanto accade a livello di Ministero dell’Interno, dove le decisioni riguardo queste espulsioni vengono effettivamente prese. Non appena il nuovo governo si sarà formato, ci assicureremo di stabilire un rinnovato e costante dialogo per assicurare il rispetto dei diritti dei migranti. Riteniamo che l’accordo attualmente vigente tra Italia e Slovenia, che addirittura precede l’ingresso di quest’ultima nell’Unione Europea, debba essere superato.

    Sulla sua pagina Facebook ha pubblicato un video in cui racconta come la polizia croata vi abbia inizialmente impedito di ispezionare il confine. Quali motivazioni hanno assunto per impedirvi di portare avanti la vostra missione? Anche il ministro croato Bozinivic vi ha accusato di aver agito illegalmente e di aver voluto screditare la Croazia…
    Come è ormai noto, a poche centinaia di metri dal confine fra Croazia e Bosnia, una decina di agenti di poliziotti ben armati ci ha impedito di proseguire formando un posto di blocco improvvisato. Neanche interventi telefonici delle rappresentanze diplomatiche hanno potuto sbloccare la situazione. Gli agenti si sono anzi irrigiditi. Ci siamo poi incamminati pacificamente per tentare di proseguire, rimanendo comunque all’interno dei confini europei e dunque senza infrangere alcuna norma in vigore. Ma gli agenti ci hanno seguiti e fermati nuovamente, formando poi un cordone per impedirci di andare avanti. Nessuna specifica motivazione ci è stata fornita. La nostra libertà di movimento come cittadini europei e rappresentanti eletti ci è dunque stata negata su suolo europeo senza valido motivo. Un fatto gravissimo. Il governo croato ha poi cercato di strumentalizzare la situazione per meri fini politici. Noi non abbiamo mai infranto alcuna norma e abbiamo sempre agito nel rispetto della legge e del programma della visita precedentemente condiviso con le autorità, volendo solo svolgere il nostro lavoro, in quanto siamo decisori sul bilancio dei fondi europei che le stesse autorità croate utilizzano per operare sul proprio confine con un territorio esterno all’Unione Europea.

    Luca Lottero

  • “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    In questi giorni di scontro politico, aspro e a tratti disarmante, sui soccorsi in mare, abbiamo raccolto una storia “di terraferma”, dove la nostra democrazia e la nostra civiltà da tempo “sta facendo naufragio”. Una piccola e breve testimonianza che riporta prepotente la riflessione su un sistema, quello della gestione dello straniero senza diritti e documenti, fuori legge in quanto tale, che prosegue la lunga catena del sangue e della tragedia, che parte da lontano ma che arriva a pochi metri da noi.

     

    E il terzo giorno più uno resuscitò, uscendo con le sue gambe dall’inferno in cui era stato scaraventato. Prese la sua vita, raggiunse la stazione, e dopo più di dieci ore era di nuovo a Genova. Sopravvissuto. Incredulo. “Italiani, non sapete quello che state facendo”.

    Questa storia la raccontiamo partendo dalla fine, dal sedimento indelebile che ha lasciato nella vita difficile di un uomo, in Italia da quindici anni, che per una serie di errori e legali efficienze è stato scaraventato nel fondo melmoso della nostra democrazia. “Quando sono uscito ho dato quello che potevo a chi rimaneva, ma non ho preso contatti, non ho tenuto nomi nella mia testa, l’unica cosa che voglio è dimenticare quello che ho visto”. Ma noi non possiamo permettercelo, perché quello che ha visto è quello che succede ai margini delle nostre città, adesso, in Italia. Anno del Signore 2019. E in qualche modo ne siamo responsabili.

    Povero Cristo, nome di fantasia, è un uomo arrivato dall’altra sponda del Mediterrano ad inizio degli anni duemila, con una laurea breve in tasca, insieme al sogno di una vita migliore. Ma l’integrazione non è facile: “Ho scelto di frequentare il meno possibile i miei conterranei – racconta – certo sarebbe stato più semplice, ma in questo modo si rimane stranieri”. Arriva un corso professionale, arriva il lavoro, ma anche l’alcool e i problemi. E una condanna, per rapina: “Un fatto che non ho commesso – tiene a sottolineare – ma che ho pagato con un anno di carcere”.

    Ma il carcere, in questa storia, è solo un passaggio, un termine di confronto, uno strumento: “Io sono grato all’Italia, perché mi ha dato un’altra possibilità, con dottori e assistenti sociali che mi hanno aiutato”. Sì perché una volta uscito dal carcere arriva anche un decreto di espulsione. “Ho fatto ricorso, ottenendo la sospensiva e mi sono mosso per ottenere i documenti necessari per rimettere a posto la mia vita”. Ha un appuntamento in questura, a quale si presenta puntualmente, senza sapere che quella stessa sera avrebbe visto quello che non dovrebbe esistere.

    In questura, infatti, non risulta il ricorso, le carte dei tribunali, non sono condivise con le questure, anche se il calendario segna 2019: “Ho sbagliato, non mi sono portato il documento dietro – ammette – e i poliziotti hanno fatto quello dovevano fare”. Il tempo di avvertire a casa, e poi l’attesa del trasferimento: “Sono stato accompagnato in aeroporto, e tra due poliziotti in borghese ho volato fino a Roma, e poi Bari, su aerei di linea”. Il tutto a spese nostre. Destinazione finale il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari Palese, situato a poche decine di metri dallo scalo Karol Wojtyla del capoluogo pugliese. “Durante il viaggio mi hanno trattato bene – vuole precisare – e io che mi vergognavo della mia situazione, ho cercato di far vedere ai passeggeri che ero tra amici”.

    [quote]Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”[/quote]

    Un centro, quello del capoluogo pugliese, finito agli onori della cronaca per una recente rivolta dei suoi ospiti, lo scorso dicembre, le cui motivazioni, grazie a questa testimonianza sono chiare e lampanti, come riconosciuto anche da una recente visita del Garante nazionale delle persone private delle libertà, passata praticamente inosservata nel trambusto mediatico sull’argomento. Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”.

    Ma la “gita”, dicevamo, finisce presto, e dietro le porte del Cpr si dischiude un inferno fatto di follia, sangue e chimica. Dopo la registrazione di rito, arriva la visita medica: “Un infermiere, non un dottore, mi ha guardato, ha visto che stavo in piedi, mi ha chiesto se avevo qualche malattia e mi ha fatto andare”. Un minuto, scarso. “E poi mi hanno fatto entrare nel centro vero e proprio”.

    La struttura è composta da capannoni, con dentro stanze, e dei cortili. Le telecamere sono solo fuori, come gli agenti e i militari, che non entrano mai, se non per prelevare chi è di turno per il rimpatrio.

    Nessuno gli ha comunicato dove andare: “Vai e arrangiati, mi hanno detto”. Ma la freddezza dell’accoglienza viene subito dimenticata: “La prima cosa appena entrato che ho visto, praticamente sulla soglia, è stato un ragazzo nigeriano, che nudo si dimenava, sanguinante perché si era appena tagliato con qualcosa”. Questa scena si ripeterà molte volte in quei quattro lunghissimi giorni. “Ci ho messo poco a capirlo: lo dentro non esiste la legge, se non quella del più forte. Fortunatamente sono riuscito a trovare un letto, e qualcheduno mi ha dato una coperta e sono riuscito a sistemarmi”. Mettersi comodo per uno spettacolo che non voleva vedere. “L’igiene non esiste, nessuno pulisce i bagni, nessuno entra nelle stanze. Il cibo è scarso, con un bicchiere di latte al mattino, e un etto di pasta e un pezzo di pollo sia a pranzo che a cena”. Quello che non manca mai sono gli psicofarmaci: “Te li danno a richiesta e in quantità. Forse per calmare le persone, ma spesso il risultato è che la gente esce di testa”.

    La notte fa freddo e il letto senza lenzuola non fa dormire: “Quasi tutti i vetri delle finestre sono rotti – racconta – perché in tanti hanno usano i cocci per tagliare e tagliarsi”. In teoria all’ingresso dovrebbe essere consegnato un kit, con una tuta, biancheria, lenzuola, sapone e asciugamani “ma spesso, quasi sempre, non viene consegnato”. Ma gestito: “Grazie ad un mio compaesano, che sapeva fare la voce più grossa di altri, ho avuto al terzo giorno questo sacco, ma tutto era ovviamente fuori misura”. È previsto un servizio di lavanderia, ma con tempistiche vaghe e “i vestiti te li ridanno ancora bagnati”.

    E così passano i giorni, tre più uno per P.C., ma settimane e mesi per altri: e nelle stanze e nei corridoio sono in molti a tentare la via del ricovero per uscire da lì. Numerose le risse e le violenze tra “ospiti”: “Nessuno interviene, se non quando tutto è finito, per raccogliere i feriti, ma solo se succede nei cortili esterni e nei corridoi, nelle stanze non entra nessuno”. Solo la pietà di chi è altrettanto ospite spesso salva uomini moribondi. Talvolta.

    Ma i momenti più difficili sono quando arriva il giorno del rimpatrio: “Quando arriva il turno, e arriva senza preavviso, entrano i poliziotti, accompagnati dal personale delle cooperativa che gestisce il centro”. Viene chiamato il nome; sono quelli gli attimi più drammatici: “le persone impazziscono e iniziano a tagliarsi, ferirsi per non essere presi, o per sperare in un ricovero”. E le scene a cui assiste P.C. sono indelebili: “Un ragazzo, avrà avuto vent’anni, aveva un pezzo di vetro, e davanti ai poliziotti si è tagliato la gola, da solo”. Sangue misto a terrore. “Non l’ho più visto”.

    Poi per Povero Cristo, arriva un colloquio con un giudice di pace, i documenti che attestano il ricorso sono saltati fuori, può uscire. Per cui le porte del Cpr si riaprono, questa volta nel senso giusto. “Avevo ancora un po’ di soldi con me, e sono riuscito a prendere un treno e a tornare a casa”. A casa, la sua Genova, che gli ha saputo dare una possibilità, doppia, per tirar su una vita difficile ma dignitosa. “Il carcere in confronto a quello che ho visto è un albergo, non potrò mai dimenticare, quei giorni per me sono un incubo, tutti dovrebbero sapere e vedere cosa succede, cambierebbero molte cose“. Forse.

    Spesso si sente dire che i lager in Libia non dovrebbero esistere, si parla di porti e soccorsi – riflette P.C. prima di congedarsi – ma forse gli italiani dovrebbero anche preoccuparsi di quello che succede in Italia”. Perché l’inferno è anche sulla terraferma, a pochi metri dalle nostre case, fuori dai titoli di giornale e dalle tendenze dei social. E ne siamo responsabili.

     

    Nicola Giordanella

    Illustrazioni di Emanuele Giacopetti

     

     

  • Refugees Welcome, la piattaforma on line per l’accoglienza dei migranti. Quando domanda e offerta si incontrano

    Refugees Welcome, la piattaforma on line per l’accoglienza dei migranti. Quando domanda e offerta si incontrano

    refugees welcomeNei tempi rapidi in cui viviamo, spesso la realtà e le consuetudini anticipano il lento carrozzone degli enti formali e istituzionali. Il discorso vale per le imprese commerciali, per il lavoro, per la creatività e l’arte, per l’informazione, ma non solo: da oggi anche la solidarietà si muove sulle ali della tecnologia. Anche a Genova arriva “Refugees Welcome”, il luogo virtuale dove chi cerca accoglienza può trovare chi gliela offre.


    La piattaforma online dove si incontrano domanda e offerta

    Si tratta di una piattaforma online di origine tedesca, ma che ormai opera in diversi Paesi europei: Austria, Grecia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e anche Italia. L’idea è venuta a una coppia tedesca, che si è chiesta che cosa poteva fare per diminuire la distanza fra “Noi”, i cittadini dei Paesi che accolgono, e “Loro”, i rifugiati. La risposta è sfociata nella creazione di un portaleche funziona da luogo di incontro fra la domanda e l’offerta. L’offerta è composta da quei “soggetti” (individui, famiglie, gruppi di amici conviventi) che hanno del posto libero in casa e vogliono metterlo a disposizione di soggetti svantaggiati. La domanda, invece, è rappresentata da quanti, avendo già ottenuto lo status da rifugiato o il permesso di soggiorno, escono dal “limbo” dell’accoglienza istituzionale e devono camminare sulle sue gambe: trovare un lavoro, una casa… insomma, costruirsi una vita autonoma, anche economicamente. Ma non solo: rientrano nella categoria dei soggetti che possono essere aiutati anche persone che si trovano in uno stato di bisogno economico (disoccupati o ragazze madri, per esempio).

     

    Perché aderire al progetto: un grande esempio di solidarietà

    A Genova, si sono iscritti già 12 soggetti: 4 famiglie, una donna lavoratrice trasfertista, una ragazza che convive con il fidanzato, alcuni studenti e un gruppo di amiche che ha deciso di convertire un piccolo business di Airbnb. Francesca Martini, una delle fondatrici del progetto in Italia e referente di Genova, che ha presentato il progetto, ha spiegato: «Più che di accoglienza si tratta di ospitalità domestica. Abbiamo deciso di sganciarci dall’idea di famiglia di un certo tipo: l’esperienza è aperta a singoli, anziani, coppie gay o etero, studenti o famiglie mamma papà e bambino». A Genova, il primo a usufruire del servizio è stato Mohamed, accolto da una giovane coppia di Campomorone, Roberto, ingegnere di 33 anni, Simona e la loro piccola figlia, Irene (5 mesi). Simona ha spiegato che, anche se la figlia è troppo piccola e probabilmente da adulta non avrà ricordi dell’esperienza, vedendo le foto avrà dimostrazione di un atto di solidarietà, dal quale non potrà che imparare. Della stessa idea è la giovane donna che, quando si è accorta di aspettare un bambino, ha deciso di aderire alla piattaforma: «Mi sono chiesta che cosa potrò rispondere a mia figlia quando sarà grande e mi chiederà che cosa ho fatto per loro». Fra i beneficiari dell’accoglienza, c’è anche una ragazza madre italiana.

     

    Un altro tipo di accoglienza è possibile

    In Italia, Refugees Welcome esiste, oltre che a Genova, a Milano, Torino, Bologna, Abruzzo, Padova, Marche, Romagna, Firenze, Catania e Cagliari. «L’obiettivo è dimostrare che un altro tipo di accoglienza è possibile, che il fenomeno delle migrazioni è qualcosa che ci riguarda, non vogliamo seguire un modello di accoglienza assistenzialistica o caritatevole o tanto meno come scopo di business, il nostro sistema punta alla condivisione, allo scambio reale». Questo non significa, però, che saranno i soggetti ospitanti a doversi sobbarcare l’intero costo del progetto. Come ha spiegato Germana Lavagna, anche lei promotrice del progetto nella nostra città: «Attivando una rete di amici e familiari che vogliono aiutarti e sentirsi parte di quest’esperienza, raccoglieremo piccole donazioni mensili per aiutare a sostenere le spese. Mandiamo delle richieste via mail ad amici e conoscenti: i contribuiti mensili variano dai 3 ai 50 euro mensili e saranno versati attraverso bonifici bancari o donazioni anticipate».

     

    Al di là delle critiche

    Un progetto che si potrebbe collocare quindi al di fuori delle critiche che vengono fatte al sistema di accoglienza istituzionale e sfuggendo alla logica del “quanto ci costa accogliere un immigrato” e disintegrando i qualunquismi del “se li accogliessero in casa loro”. Si tratta anche di un modo attraverso il quale «I cittadini possono essere attori attivi e non passivi dell’accoglienza, oltre quelle che saranno le decisioni dei Sindaci e dei Prefetti», come ha spiegato Michele Acampora, anche lui promotore dell’iniziativa genovese. Michele, che abbiamo intervistato, ci spiega che il progetto si colloca in un’ottica totalmente apolitica. Il sistema dell’accoglienza “normale”, spiega: «continua a essere essenziale. Fornisce infatti supporto legale e finanziario (per esempio con il pocket money) che è importantissimo». Tuttavia, «dal momento che nell’accoglienza i contatti fra i ragazzi e i cittadini sono praticamente assenti, si tenta con questo progetto di superare questi limiti. La convivenza aiuta a superare questi ostacoli, per esempio quello della lingua», prosegue Acampora. Ci viene anche spiegato in che modo Refugees Welcome garantisca che lo scambio sia davvero paritario, e non un rapporto di subordinazione di chi è ospitato nei confronti dei suoi “benefattori”. «Attraverso una serie di incontri preliminari, che durano circa cinque mesi, si definiscono le caratteristiche del soggetto così bene da creare il match perfetto – spiega Acampora – alla fine del percorso, si crea un progetto di accoglienza, che viene approvato da entrambe le parti». L’intervistato tiene a ribadire che «il progetto è un passo diverso dall’accoglienza istituzionale, alla quale non vuole contrapporsi”, pur riconoscendo che il sistema istituzionale è “affaticato”. Michele non sa dare una soluzione a tale disfunzione: «forse uno snellimento delle procedure, ma non nel modo in cui è stato fatto, cioè creando procedure legali diverse per gli italiani e per gli stranieri».

    Ilaria Bucca

     

  • Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    Villa Ines e Casa Bozzo, il confronto tra i due centri di accoglienza. Come vincere la “paura dello straniero”

    villa-ines-struppa-migrantiL’arrivo di 50 migranti fra i 18 e i 22 anni, provenienti dai paesi del Centro Africa (Gambia, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio) nel nuovo Centro di Accoglienza di Villa Ines, a Struppa, ha causato numerose proteste sia da parte degli abitanti del quartiere, sia da parte degli esponenti di alcuni partiti politici. Alessio Plana, esponente di Lega Nord, ha riassunto con queste parole la sua visione della situazione: «Ci vogliono più CIE per fermare quest’invasione». Anche se nel corso dell’incontro fra la cittadinanza e il Comune, alla presenza degli operatori del Centro, del 14 marzo, i cittadini hanno manifestato le loro preoccupazioni, il Comitato Tutela Futuro Struppa e Salita Canova il 16 marzo è sceso in piazza per protestare contro l’arrivo degli immigrati a Villa Ines. «Gli stranieri possono mettere ansia» è stato uno dei post it attaccati sui semafori a Struppa in occasione della manifestazione, insieme ad altri, se non del tutto contraddittori, almeno di difficile interpretazione: “Non abbiamo paura del diverso, preoccupiamoci del nostro futuro”.

    La presidentessa del Comitato per gli Immigrati e Contro Ogni Forma di Discriminazione, Aleksandra Matikj, che ha organizzato una manifestazione di solidarietà con gli ospiti della struttura, ha commentato: «Lega Nord e destra dovrebbero spiegare la pericolosità di giovani fra i 18 e i 22 anni arrivati nel padiglione D della Fiera di Genova e accolti a Villa Ines». Alla contro-manifestazione hanno partecipato il Pcl, la Federazione di Sinistra, Genova in Comune, Rifondazione Comunista, la Comunità di San Benedetto, Il Cesto, Sinistra Italiana, l’Anpi e il Forum per la Sinistra Europea.

    Casa Bozzo: dopo le proteste del Comitato di quartiere, ecco come è passata la paura

    struppa-migranti-post-it-inesLa vicenda di Villa Ines ricorda quanto è successo l’anno scorso, in occasione dell’apertura di un altro centro di accoglienza, presso Villa Edera, in Via Edera 22, a Quezzi. Casa Bozzo (è questo il nome della struttura) è gestita dalla Cooperativa Sociale Ceis Genova, di cui è presidente Enrico Costa. Nella stessa struttura, dovrebbero essere ospitati anche degli anziani (che non sono ancora arrivati oggi, a causa del ritardo nei lavori di ristrutturazione, dovuto agli alti costi). Anche in quella circostanza, gli abitanti del quartiere manifestarono preoccupazione per l’arrivo dei richiedenti asilo. Queste paure furono alimentate dalla diffusione di informazioni errate e non controllate, come quella che prevedeva l’inserimento di 300 persone, quando in realtà il numero fissato era di 50 (tra cui 25 minori). Enrico Costa ha cercato di gestire il conflitto rispondendo a tutte le domande, anche quelle più critiche, che venivano fatte dagli abitanti del quartiere, ricordando che «in questi casi, si tratta di una sistemazione temporanea, di un insediamento di durata non superiore ai due o tre anni».

    Anche a Quezzi la popolazione si è riunita in un Comitato di Quartiere che ha messo i piedi una vera e propria campagna di comunicazione contro la creazione del Centro. Hanno scritto lettere di protesta al sindaco Doria e al presidente della Regione Giovanni Toti, hanno fatto volantinaggio nel quartiere e hanno pubblicato una petizione sul web. In un’intervista, hanno descritto le loro iniziative con queste parole: «Non siamo razzisti, il quartiere è già ad alto tasso di immigrazione. E non ci fermiamo, siamo molto preoccupati». Marina Vella, membro del Comitato, ha commentato: «Vogliamo rassicurazioni sulla provenienza di questi profughi. Arrivano prima i profughi, per gli anziani ci vogliono più autorizzazioni e tempi più lunghi, abbiamo paura che gli anziani non vengano mai».

    Tuttavia, il Ceis Genova è andato avanti per la sua strada (anche perché aveva il diritto dalla sua) e ha dimostrato di saper gestire il conflitto, tanto che oggi la situazione sembra essersi completamente appianata. Michele Serrano, responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa del Ceis Genova, ha raccontato a Era Superba come la Cooperativa ha gestito con successo la crisi. «Il primo ingrediente del successo – ha spiegato – è stato ascoltare con attenzione le istanze di tutti, comprese le mail di insulti, le critiche di cittadini che spiavano le attività degli ospiti e poi le criticavano». La Ceis è sempre stata disponibile ad accogliere le richieste degli abitanti di Quezzi, al punto di far aprire un’altra strada, chiusa da tempo, riservata agli immigrati, che così non dovevano percorre la stessa dei “bianchi” in risposta ad una delle maggiori preoccupazioni evidenziata dalla popolazione locale che era quella per la sicurezza delle donne, dei bambini e degli anziani.

    L’apertura di una strada apposta per i “neri” è un atto di emarginazione, come Serrano stesso ha ammesso. Tuttavia, racconta «ci è sembrato più importante tutelare i nostri assistiti da calunnie più gravi», come quella, appunto, di poter in qualche modo nuocere all’incolumità di donne e bambini. «E’ chiaro che c’è del razzismo dietro alle richieste che siamo stati costretti ad accogliere – sottolinea Serrano – ma se questo è stato il prezzo da pagare per ottenere che i ragazzi venissero accettati, è andata bene così».

    Oggi, entrambe le strade sono usate sia dagli stranieri sia dagli italiani, ponendo fine a questo “mini Apartheid”, decisamente inaccettabile in un Paese che si definisce civile, la cui carta fondamentale si ispira ai principi antifascisti e ai Diritti dell’Uomo. Gli abitanti del quartiere sono stati “invitati” dentro la struttura, attraverso la costruzione di una Chiesa, aperta a tutti, i cui una volta al mese viene celebrata la messa. E’ stato predisposto un orto, di cui tutto il vicinato può usufruire. Piano piano, la paura del diverso si è dissolta e addirittura c’è chi si è “sbilanciato” in piccoli atti di solidarietà: «Un cittadino ci ha donato qualche libro per i nostri ragazzi”, racconta orgoglioso Serrano.

    Insomma, il sentimento che predomina in questa vicenda è la paura. E la paura se n’è andata quando i cittadini si sono accorti che i profughi sono certo diversi, sicuramente stranieri, ma totalmente innocui. L’esperienza di Casa bozza, con il suo percorso e il suo “successo”, può quindi essere un confronto importante per il territorio di Struppa, attraversato dalle stesse paure

    Come funziona Casa Bozzo: intervista a Federico Clarizio, Responsabile della struttura

    Per capire meglio come mai gli abitanti di Quezzi, spaventati inizialmente dall’arrivo degli ospiti della struttura, si siano in seguito tranquillizzati, parliamo con Federico Clarizio, Responsabile di Casa Bozzo, che ci descrive le attività in cui sono impegnati i ragazzi. «Gli ospiti della struttura, ora, sono 60, perché sono stati previsti 10 posti in più per ragazzi appena sbarcati in Sicilia – spiega – fra questi, ci sono 14 minorenni».

    Nel centro non sono necessari tantissimi operatori: i dipendenti sono tre, coadiuvati da altri che lavorano saltuariamente e vengono pagati in voucher, e che lavorano solitamente di notte. «Casa Bozzo, comunque, è sempre presidiata» precisa Clarizio. Il tentativo intrapreso è quello di dare ai ragazzi l’autonomia che consenta loro di vivere non come in un collegio, ma in una vera e propria abitazione: «Abbiamo fatto la scelta, per esempio, di dare loro la possibilità di fare la spesa e cucinare ciò che vogliono nelle cucine di cui è fornito ogni piano». Le stanze sono ampie (la struttura è molto grande), sono da due o da quattro persone. «La più grande ha tre letti a castello, ma misura 40 metri quadri».

    Il timore che i giovani ospiti rimanessero con le mani in mano tutto il giorno è stato subito allontanato, perché i ragazzi hanno in realtà una giornata piuttosto piena. Nella mattinata e nel pomeriggio fanno due ora di lezione di italiano, in strutture interne o esterne all’edificio. Sono anche impegnati per lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza del terreno, non solo dentro al giardino di Casa Bozzo. Collaborano con l’Associazione Orto Collettivo, sotto la supervisione della quale hanno “sistemato” il terreno che circonda il centro, ma anche quello collinare sovrastante, soggetto spesso a frane che aggravano la già difficile situazione del Ferregiano. Queste attività hanno suscitato l’entusiasmo non solo dei Municipi, ma anche del vicinato: ora succede spesso che qualcuno li chiami in casa per portare via mobili dismessi.

    Clarizio ammette che all’inizio non sono mancati i momenti di tensione: «Quando c’erano le proteste, all’inizio, la situazione era decisamente tosta», ma adesso le cose sono molto migliorate. «Pochi giorni fa un anziano ci ha chiesto di andare a prendere la sua poltrona… combinazione, poi, era una bella poltrona di pelle quasi nuova, e l’abbiamo tenuta», racconta Clarizio, «Anche gli enti privati sono contenti, a volte, di dare una mano: la Biblioteca Berio e la DeAmiciis, per esempio, ci hanno regalato qualche libro».

    Da che mondo e mondo le persone emigrano e le persone hanno paura di quello che non conoscono, soprattutto in periodi di crisi: il rapporto di causa-effetto che spesso lega questi due fenomeni, però, può essere disinnescato con l’esperienza e la “buona volontà”. Sicuramente la Politica dovrebbe occuparsi maggiormente di accompagnare questo percorso, senza cavalcare o alimentare tensioni. Per il bene di tutti.

    Ilaria Bucca

  • Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    san-benigno-incrocio-strade-DIFermare la realizzazione del Centro di accoglienza straordinaria al posto dell’ex bocciodromo di San Benigno, per ospitare 130 migranti che attualmente trovano ospitalità alla Fiera di Genova. Lo chiede a gran voce e all’unanimità la Conferenza dei Capigruppo del Municipio IICentro Ovest che, nel corso di una conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova.

    «Se entro i primi giorni della prossima settimana non arriva questa comunicazione, inizieremo con tutte le forme di protesta pacifiche e democratiche a disposizione di un’istituzione – annuncia il presidente municipale, Franco Marenco, come riportato dall’agenzia Dire – a partire dalla convocazione di un Consiglio di Municipio in piazza, sotto la prefettura, invitando a partecipare tutti i nostri cittadini». E se non dovesse arrivare il dietrofront da parte della Prefettura, per un progetto che dovrebbe essere realizzato entro la fine di maggio con un costo di 450.000 euro, non si escludono anche azioni legali. «Abbiamo chiesto un incontro con il sindaco e il prefetto oltre un mese fa – ricorda Marenco – e siamo ancora in attesa di una data che, a questo punto, pretendiamo. Ribadiamo la nostra contrarietà alle grandi concentrazioni di accoglienza, visto che nel nostro territorio ospitano oltre 300 persone. Inoltre, il luogo scelto dalla prefettura non è adatto: non c’è neanche un collegamento in autobus, c’è prostituzione, microcriminalità, spaccio”.

    Il presidente Marenco ribadisce anche quanto sottoscritto la scorsa settimana dall’assessore comunale alla Politiche sociale, Emanuela Fracassi, ovvero che «a Genova, finché non ci sarà l’applicazione della direttiva nazionale, non ci debbano essere più centri di accoglienza, essendo la città già ampiamente sopra soglia. Perché dobbiamo essere sempre noi responsabili? I municipi Centro est e Centro ovest sono sovraccarichi». E si chiede anche una forte presa di posizione “politica” al Comune di Genova dato che Palazzo Tursi «può concordare con la prefettura le zone di interesse per i centri di accoglienza. Si parla sempre di riqualificazione di periferie, ma quando c’è da mettere una servirà si individuano sempre le stesse zone tradizionalmente popolari e periferiche».

  • Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Fiera di GenovaDopo la scelta di Prefettura sullo ricollocamento parziale dei migranti ospitati nelle strutture della Fiera di Genova, piovono le reazioni politiche, che vedono ancora una volta contrapposti Comune e Regione, anche se uniti nel contestare la scelta prefettizia. Da Tursi arriva la richiesta di far rispettare le quote determinate in sede Anci, senza aprire nuovi Cas sul territorio comunale, mentre da Piazza De Ferrari si alza la protesta contro lo spostamento al padiglione D, che, secondo gli esponenti della Lega, danneggerebbe ancora la riuscita degli eventi in Fiera. Insomma, tutti scontenti.

    Approfondimento: Sistema accoglienza allo sbando?

    «Abbiamo letto con stupore e sconcerto la comunicazione con cui la Prefettura di Genova annuncia lo spostamento di 100 migranti in un nuovo Centro di accoglienza straordinario (Cas) da istituirsi nella zona di San Benigno a Sampierdarena. E’ inaccettabile che l’emergenza legata all’accoglienza migranti sia gestita senza un’interlocuzione ed una condivisione con Comune e Municipio». Lo scrivono in una nota unitaria l’assessore del Comune di Genova alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, e il presidente del Municipio IICentro Ovest, Franco Marenco. «Alla luce del recente fallimento dell’accordo Anci – proseguono i due amministratori genovesi come riportato dall’agenzia Dire – occorre oggi dare piena applicazione al piano nazionale che prevede una riduzione di 1.000 unità nel Comune di Genova. Pur consapevoli che tale attuazione sarà graduale, esprimiamo netta contrarietà all’apertura di nuovi Centri di accoglienza straordinaria nel Comune di Genova». L’assessore Fracassi precisa: «Nessuno prende 1.000 migranti e li sbatte fuori dalla città però, prima di aprire un grosso centro di accoglienza a Genova, alla luce di quanto successo in Anci e dei nuovi numeri del riparto nazionale, vogliamo che la prefettura provveda al più presto a far rispettare gli obblighi di accoglienza in tutti i comuni della regione, almeno fino al raggiungimento della quota prevista di 6.043 migranti». L’ex bocciofila era, infatti, inizialmente stata presa in considerazione per la necessità di trovare una rapida soluzione ai migranti che devono essere spostati dal padiglione D della Fiera. «Ma ora che è stato individuata la disponibilità del padiglione C – prosegue l’assessore – abbiamo tutto il tempo per trovare un’altra soluzione rispetto al Cas».

    Da Regione Liguria arrivano altre critiche, più legate ad un disaccordo politico-gestionale: «Mi auguro che non sia la reazione al diniego al progetto Anci, anche se i rappresentanti dell’Associazione dei Comuni l’avevano messa quasi su un piano di azione e reazione, minacciando sanzioni per chi non avesse aderito», così commenta la vicepresidente e assessore all’Immigrazione della Regione Liguria, Sonia Viale, mentre Edoardo Rixi, segretario regionale della Lega nord e assessore allo Sviluppo economico, alza i toni: «Non possiamo condividere la decisione né a livello istituzionale né a livello politico, perché stiamo facendo una fatica incredibile a tenere aperta la Fiera, a risanarne i conti e a portarla avanti. E, di certo, questo non ci agevola». Per il numero uno del Carroccio ligure, infatti, «il permanere di immigrati clandestini durante le esposizioni in Fiera è tutto a detrimento e a discapito della buona riuscita degli eventi. Ci auguriamo che il senso di responsabilità che deve permeare ogni istituzione, faccia sì che non si collochino più immigrati all’interno del perimetro della Fiera, sia quando ci sono le attività fieristiche sia quando non ci sono». La vicepresidente Viale, invece, richiama ancora le decisione di lunedì scorso dell’Assemblea generale dei sindaci di Anci Liguria. «Il finale era già stato scritto qualche settimana fa nella riunione del tavolo regionale dell’immigrazione – sostiene Viale – quando il prefetto Mario Morcone, capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, aveva detto che non avrebbe potuto rispettare il tetto di 6.043 immigrati previsti per la Liguria dal nuovo Piano di riparto nazionale, anche se tutti i sindaci avessero aderito allo Sprar. Da qui è venuto il patto e l’accordo come presentato da Anci Liguria a tutti i sindaci, anche se in un primo tempo qualcuno l’aveva visto come possibile». Per la vice di Toti, «siamo in una fase in cui persone legittimamente elette sindaci, che hanno delle responsabilità, dicono no, con una presa di posizione anche coraggiosa e motivata, a forme di ricatto». Secondo Viale «non è così che si affronta il tema epocale dell’integrazione. I sacrifici si possono chiedere se c’è un’azione mirata a far terminare l’emergenza, cosa che questo governo non garantisce. Le risposte sono zero perché continuano a esserci gli sbarchi e alcuni accordi bilaterali sono stati fatti solo per dare il primo segnale di insediamento di Minniti, ma tutto qui».

  • Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Greenpeace and MSF - Lesvos, Greece
    Greenpeace and MSF – Lesvos, Greece, foto di Alessandro Penso

    Con la notizia del parziale trasferimento dei migranti ospitati nei padiglioni della Fiera di Genova, notizia che arriva a poche ore dalla bocciatura della proposta di Anci della distribuzione per aree omogenee, torna sotto i riflettori il problema della gestione dell’accoglienza, che anche per i primi mesi di quest’anno, deve fare i conti con un flusso migratorio in aumento. Il sistema italiano si sta muovendo in maniera emergenziale, portando all’esasperazione situazioni precarie, come quella relativa al centro allestito nei padiglioni della Fiera del Mare, e gestito dalla Croce Rossa: scarse condizioni igenico-sanitarie sono denunciate da alcune associazioni umanitarie, mentre decine di persone provenienti da paesi africani e asiatici sono letteralmente “parcheggiate”, in una attesa che sembra senza fine. Da Roma arriva un disegno di legge che potrebbe riformare fortemente il procedimento giuridico per la richiesta di protezione internazionale, velocizzando le pratiche: una “riforma” fortemente contestata dall’Associazione Nazionale Magistrati, che denuncia l’incompatibilità con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.

    La notizia: Parziale trasferimento dei migranti dalla Fiera del Mare

    Fiera del Mare, tra accoglienza e impreparazione

    La situazione presso il centro di accoglienza della Fiera del Mare, centro che dovrebbe essere ridotto nelle prossime ore, con uno spostamento parziale dal padiglione D al padiglione C, per fare spazio alla Fiera Primavera, rende le proporzioni del problema accoglienza su scala nazionale, prima ancora che genovese: «Ci troviamo in questo centro chi da 3 mesi e chi da 2 mesi. Non riceviamo pocket money e quindi molti di noi non sentono i propri cari da tempo – ci raccontano alcuni ospiti della struttura – Ci laviamo con l’acqua fredda e non c’è riscaldamento. Alcuni di noi non hanno abbigliamento adeguato, né scarpe né giacche. Le condizioni di salute di alcuni non sono buone e non riceviamo adeguata assistenza sanitaria. Non abbiamo fatto la domanda d’asilo, non abbiamo informazioni e notizie sul nostro futuro». Con queste parole i migranti denunciano la situazione in cui si trovano. A dar loro voce è l’Associazione 3 Febbraio, in una lettera aperta, firmata da 150 degli ospiti della Fiera, e pubblicata il 13 febbraio scorso. Ma non solo: sempre secondo quanto raccolto dall’associazione, ai migranti sarebbe stato intimato di non allontanarsi dalla struttura, pena l’arresto. Mauro Musa, Presidente del Comitato di Genova dell’Associazione, racconta i momenti di tensione che si sono verificati durante una conferenza stampa organizzata davanti al centro, lo scorso 13 febbraio: «Alcuni operatori della Croce Rossa hanno chiesto alla Polizia di allontanarci. La richiesta, però, non è stata ripetuta davanti alla telecamera della RAI, quando i volontari sono tornati indietro con i giornalisti. Successivamente – continua Musa – un’auto presumibilmente guidata da un dirigente della Croce Rossa, ci ha quasi investito, per poi insultarci. Inoltre, successivamente alcuni ragazzi, che avevano parlato davanti alle telecamere della Rai, sono stati controllati e interrogati».

    Andrea Migone, presidente del Comitato Locale della Croce Rossa di Genova non è d’accordo con le proteste: le mancanze della struttura sono dovute al suo carattere di provvisorietà. In un’intervista rilasciata a Era Superba ha sottolineato che si tratta solo di «un centro di transito, un punto di appoggio». Tuttavia, vengono smentite tutte le accuse portate avanti dall’Associazione 3 Febbraio: «Ogni cosa detta è fuoriviata. Anche le testate importanti dicono cose non veritiere: c’è l’acqua calda (anche se i boiler hanno una capienza limitata), ci sono lenzuola, un catering che fornisce tre pasti al giorno e lezioni di italiano impartite dalla Curia. Si cerca di dargli ciò che gli si può dare – conclude – non mi interessa il discorso legale, rimango fuori. Io aiuto chiunque». Una dichiarazione che, però, appare in contrasto con quanto affermato a proposito delle proteste: «Non conosco l’Associazione. Loro non sanno le cose, parlano per fomentare le proteste. Sono tutte illazioni, procederemo per via legale».

    Non è ancora chiaro dove verranno spostati i migranti che si trovano in questo momento alla Fiera: un centinaio troverà sistemazione fino a fine maggio nel paglione C, mentre gli altri saranno smistati in altri centri individuati su base regionale. Una situazione che, visti i recenti “dissapori” tra Comuni sulla gestione dell’accoglienza, rischia di diventare esplosiva, soprattutto a livello politico.

    Il Disegno di legge del Governo

    Il Disegno di legge proposto dal governo Gentiloni, “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale” è la risposta dell’esecutivo al continuo protrarsi di una “emergenza” senza fine. È questo il progetto che il Governo ha proposto per risolvere l’emergenza degli sbarchi sul territorio nazionale e che al momento è al vaglio delle Camere. Secondo il premier Paolo Gentiloni, queste sono «norme che attrezzano il Paese alle nuove sfide».

    Gentiloni ha dichiarato che l’obiettivo del disegno di legge è «trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nel nostro Paese in misura controllata». Tuttavia la pratica dei rimpatri forzati non sembra rispondere a questa esigenza. Anche il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha affermato che si tratta di «un nuovo modello di accoglienza», ma nei fatti la strategia sembra essere quella predisporre un sistema permanente per rimandare indietro chi arriva nel nostro Paese e non riceve lo status di rifugiato.

    La parte più delicata del disegno di legge è quella che prevede il taglio dei tempi di esame per le richieste di asilo. La misura che più delle altre snellisce il procedimento per l’analisi delle richieste di asilo è l’abolizione del secondo grado di giudizio. I dinieghi saranno impugnabili solo in Cassazione. La proposta ha sollevato dure critiche da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, che in un comunicato stampa sottolinea come: «Appare fortemente dubbia la compatibilità con l’articolo 6 Carta Europea dei Diritti dell’Uomo di una disciplina che, contemporaneamente, escluda la pubblicità dell’udienza in primo grado e abolisca il secondo grado di merito». L’eliminazione del secondo grado di giudizio, soprattutto in materia di diritti fondamentali, quale il diritto alla protezione internazionale, secondo l’Anm non è coerente con il nostro quadro processuale «si tratta di una scelta obiettivamente disarmonica, ai limiti dell’irragionevolezza». La critica mossa dall’Associazione Nazionale Magistrati non è solo di carattere teorico, ma anche pratico: «non potrà che scardinare l’intera programmazione del lavoro della Suprema Corte», che sarà caricata di una mole di lavoro maggiore.

    L’avvocato penalista Alessandro Gorla, ha commentato con queste parole il disegno di legge: «E’ sufficiente richiamare quanto acutamente osservato dall’Associazione Nazionale Magistrati, ovvero che, se il testo venisse approvato, avremmo un sistema giudiziario in cui è garantita maggior tutela a un tizio che abbia preso una multa per divieto di sosta che a una persona che stia invocando la protezione internazionale per timore di persecuzione nel proprio paese di origine. E’ pura discriminazione su base etnica».

    I conti non tornano

    Le decisioni prese dalle amministrazioni locali e da Roma, non sembrano essere compatibili con le dimensioni del fenomeno, oramai strutturale: nel 2017 sono già arrivate 9 mila 500 persone, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Con questa legge il Governo prevede l’apertura di 13 Centri per il rimpatrio (Cpr) capaci di “ospitare” ognuno ogni anno 9 mila persone, ma stando ai numeri, se i flussi non si ridimensioneranno, per ogni centro dovrebbero “passare” almeno 13 mila e 500 migranti. Sono queste le dimensioni dell’immenso “Gioco dell’Oca” che ci stiamo preparando a giocare. Ancora una volta.

    Ilaria Bucca

  • Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    fiera-genova-kennedy-DICirca un centinaio di profughi dei 200 attualmente ospitati nel padiglione D della Fiera di Genova saranno spostati nel padiglione C del quartiere fieristico fino a fine maggio, per consentire l’allestimento e lo svolgimento della “Fiera Primavera”, in calendario dal 31 marzo al 9 aprile. Lo rende noto la Prefettura di Genova che specifica che l’attuale struttura impegnata nell’accoglienza sarà liberata entro il 10 marzo. Entro fine maggio, invece, gli stessi profughi dovrebbero trovare accoglienza nel nuovo Cas (Centro di accoglienza straordinaria) che sarà allestito nell’area dell’ex bocciodromo in zona San Benigno. Altri 100 migranti attualmente collocati nel padiglione D della Fiera saranno, invece, nei prossimi giorni spostati in altre strutture di accoglienza in fase di approntamento, secondo alcune indiscrezioni, al di fuori del territorio del Comune di Genova.

    Approfondimento: Salta l’accordo Anci sulla distribuzione su aree omogenee: i numeri a Genova

    Potrebbe, dunque, essere già arrivato il momento della resa dei conti dopo la bocciatura in Anci della proposta di ripartizione per aree omogenee della quota migranti spettanti alla Liguria. Secondo il nuovo piano di riparto del ministero dell’Interno, infatti, a Genova spetterebbero 1.216 posti (pari al 2 per mille della popolazione), ovvero circa mille in meno rispetto ai 2.300 accolti al momento, con naturali riflessi sui restanti Comuni liguri che al momento non hanno dato disponibilità all’accoglienza e su cui le prefetture hanno già detto che interverranno direttamente attraverso l’imposizione di nuovi Cas, secondo le quote decise da Roma.

  • Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Liberi tutti. I Comuni liguri che vogliono, potranno associarsi in aree omogenee per dare vita a progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) condivisi e gestire al meglio sul territorio la quota di migranti prevista dal nuovo Piano nazionale di riparto, mentre chi si rifiuterà dovrà sottostare all’imposizione dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) da parte della prefettura senza che i sindaci possano avere troppa voce in capitolo.
    E’ questo, in estrema sintesi, l’esito dell’Assemblea dei sindaci di Anci Liguria che oggi pomeriggio ha licenziato un documento approvato con 64 voti a favore, 11 astenuti e 16 contrari che sancisce la disponibilità dell’associazione a fornire il proprio aiuto ai Comuni a prescindere dalla strada scelta. La mancata condivisione unanime del progetto di distribuzione per aree omogenee, fa venire meno anche l’impegno che Anci Liguria si sarebbe presa nei confronti del governo per non superare la quota prevista di migranti in arrivo, per nessuna ragione. «La scelta di non partecipare agli Sprar – avverte il direttore generale di Anci Liguria, Pierluigi Vinai – espone i Comuni a numeri non ben definiti». Solo chi aderisce allo Sprar, sempre nel rispetto dei numeri previsti dal Viminale, infatti, può far valere la cosiddetta clausola di salvaguardia, già messa in pratica nel Comune di Benevento, che esclude ulteriori forme di accoglienza.
    Il ministero ha previsto per la Liguria una quota di 6.043 migranti. Stando alla lettera del nuovo Piano nazionale, 798 persone saranno accolte, 6 per ciascuna realtà, dai 133 Comuni sotto i mille abitanti, altri 1.216 posti spetteranno a Genova (pari al 2 per mille della popolazione), mentre gli altri 4.029 saranno distribuiti proporzionalmente nei restanti 101 Comuni. Senza un diverso accordo a livello regionale, dunque, il capoluogo ligure potrebbe anche “sgravarsi” di quasi 1.000 migranti, visto che oggi ne accoglie quasi 2.300, che spetterebbero agli altri comuni liguri. «Non aderire allo Sprar – attacca Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, come riportato dall’agenzia Dire vuol dire abdicare alla gestione del territorio. Se decidiamo di non cooperare, liberi tutti. Ma, a questo punto, se mi arrivano più profughi di quelli che mi spettano sono pronto a mettere i camion in strada. Non possiamo continuare in pochi a farci carico del problema di molti».

    La proposta di Genova non passa

    L’amministrazione del capoluogo ligure si era detta disposta a superare la quota del 2 per mille, decisa dal ministero per venire incontro ad altre realtà regionali in sofferenza: «Le altre città metropolitane – aveva dichiarato qualche giorno fa alla “Dire” l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi – sono al centro dei flussi della migrazione irregolare, cosa che in Liguria non succede più di tanto, soprattutto a Genova, ma che interessa invece, fortemente, Ventimiglia. Quindi è corretto pensare una ridistribuzione ligure in cui Genova si possa prendere una quota superiore al 2 per mille”. Per ottenere il via libera da Roma, però, tutti i Comuni avrebbero dovuto trovare una quadra sulla distribuzione, cosa che non è avvenuta, lasciando ogni singola amministrazione in ordine sparso.

    La reazione più dura arriva dal sindaco di Sori, Paolo Pezzana, recentemente dimessosi da coordinatore della commissione immigrazione e welfare di Anci Liguria dopo lo “scontro” con il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sulle dichiarazioni di quest’ultimo riguardo una eventuale “pulizia strada per strada, anche con l’uso delle maniere forti“ degli irregolari: «Il documento votato oggi prende atto che c’è una spaccatura in Liguria rispetto alla gestione del territorio. Il bivio che abbiamo di fronte oggi non riguarda i migranti». Pezzana attacca anche le presunte ingerenze del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti: «Com’è possibile – si chiede – che andiamo avanti con una Regione che non solo non collabora ma si permette di intervenire nelle decisione dei sindaci per sue convenienze politico-elettorali? E’ una cosa inaudita, politicamente inaccettabile. Alle scorrettezze istituzionali della regione non ci voglio stare»
  • Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    benifeiIn occasione dell’incontro organizzato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa e dalla associazione Januaforum, sul tema “Migrazioni in Europa: quali connessioni tra accoglienza e sviluppo?”, abbiamo incontrato Brando Benifei, eurodeputato spezzino del Partito Democratico, relatore lo scorso maggio del rapporto sull’integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro europeo. Un’occasione per capire cosa si sta muovendo a livello comunitario sul tema migrazioni, alle luce delle spaccature politico-diplomatiche di questi mesi, sia a livello nazionale che a livello europeo

    Approfondimento: Ventimiglia e l’emergenza umanitaria dei migranti

    I dati di questi mesi parlano chiaro: l’Europa sulla questione migrazioni si è spaccata, e anche a livello delle singole nazioni, esistono approcci contrastanti alla questione. Qual è il livello di discussione all’interno del Parlamento europeo?
    La questione rifugiati è senza dubbio quella che sta creando più problemi a livello sociale in Europa, sopratutto per il gran numero di richiedenti asilo. Siamo in un sistema per cui migrare legalmente è impossibile. Un problema soprattutto italiano, provocato dalla legge Bossi-Fini, che rende impossibile migrare nel nostro paese in maniera legale. In questo scenario di straordinario afflusso, dovuto ai conflitti dell’area mediterranea, il Parlamento europeo si sta occupando di quali politiche si possano mettere in campo per tutelare chi fugge da situazioni di rischio concreto per la proprio incolumità, distinguendoli da coloro che non hanno questo situazione, che sono migranti economici camuffati. Bisogna accompagnare questa rigidità, che secondo me è giusta, alla creazione di nuovi canali di integrazione legale che oggi non ci sono. A Strasburgo sono al momento in discussione misure per rendere omogeneo e più fluido il sistema della elaborazione della richiesta asilo. Oggi abbiamo persone che rimangono in un limbo per troppo tempo, persone di cui talvolta perdiamo le tracce o vengono assorbite dalla criminalità.

    Durante l’estate, in piena crisi umanitaria a Ventimiglia, molte voci si sono alzate, tra cui quella del vescovo Suetta, per dire che l’Europa dovrebbe anche lavorare per superare la differenza tra migrante economico e rifugiato…
    È una cosa comprensibile, però a livello di stati non possiamo accogliere tutti, sia per una questione di sostenibilità economica che di consenso politico. Dobbiamo però lavorare per velocizzare il sistema di attivazione della protezione internazionale per chi veramente è a rischio vita nel proprio paese. In italia come dicevo la migrazione legale non è possibile, per colpa della legge Bossi-fini, che andrebbe superata.

    Il sistema di accoglienza oggi vigente, inoltre, ha fatto vedere tutti i suoi limiti, soprattutto qui in Liguria…
    A Ventimiglia si sono concentrati diversi problemi; da una parte l’incapacità dell’Europa di arrivare in fondo rispetto al sistema di solidarietà di distribuzione dei richiedenti asilo. In europa siamo capacissimi di fare politiche di coesione sulle autostrade e poi non c’è solidarietà nella gestione di questo fenomeno che non è più un emergenza ma ha dei tratti di strutturalità. Inoltre a Ventimiglia si consuma il problema di una mancata attuazione piena su tutto il territorio nazionale del sistema degli Sprar, che considero una buona pratica, che potrebbe essere esempio anche per altri paesi, dove i progetti di integrazione sono messi in mano ai comuni superando il problema più grosso, cioè quello della distribuzione delle persone in attesa dell’esame della loro richiesta di protezione internazionale. Un sistema che si contrappone al sistema emergenziale prefettizio che ha creato più sprechi e inefficienze che altro. Tenere molte persone concentrate in pochi posti, infatti, crea ghetti e situazioni di pericolo e intolleranza.

    European_Parliament_Strasbourg_Hemicycle_-_DiliffAnche le regole Europee, però, sono un problema, basti pensare a meccanismi del regolamento di Dublino..
    Per il Parlamento Europeo questo è il nodo più importante, cioè quello del superamento di queste regole. È oggi in discussione una proposta di riforma, al momento non ancora del tutto soddisfacente, secondo me, per cambiare questi meccanismi. Ovviamente bisogno che i governi spingano politicamente per far sì che si possa arrivare al risultato. A maggio potrebbe esserci un passaggio importante, da questo punto di vista.

    Quale potrebbe essere una soluzione?
    Noi vogliamo che l’Europa investa nell’integrazione, ma bisogna fare in modo che le risorse utilizzate siano incrementate e che non vengono tolte ad altre problematiche sociali, come la disoccupazione di lungo periodo, le famiglie a basso reddito, la disabilità, l’assistenza degli anziani. La questione dei rifugiati ci può servire per riorganizzare in maniera più efficiente l’utilizzo delle risorse che abbiamo. Se passa il concetto che noi mettiamo soldi per i rifugiati, soldi che però sono tolti ad altre persone che sono in difficoltà, noi rendiamo impossibile l’integrazione dei rifugiati, e alimentiamo il razzismo e la guerra tra poveri. Un altro tema su cui noi siamo stati molti netti è che non si creino dei mercati del lavoro paralleli, con condizioni di lavoro per i migranti al di sotto dei minimi salariali, che oltre a sfruttare le persone, crea una concorrenza sleale.

    Oggi era a Genova per parlare con gli studenti, e non solo…
    È stata una giornata importante, perché queste occasioni permettono di parlare di argomenti specifici, chiarendo certi aspetti che spesso sono raccontati male dai media, facendo anche sapere come funziona, e cosa sta facendo, il Parlamento Europeo e tutti gli organi dell’Unione Europea.

    Nicola Giordanella

  • Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Dopo i racconti dal fronte di Ventimiglia di quest’estate e il quadro su come funziona l’accoglienza a Genova e in Liguria, siamo andati a toccare con mano come scorre la vita ogni giorno all’interno di un alloggio in un CAS (centro di accoglienza straordinaria), il cui numero per volontà della prefettura è sceso ultimamente da 30 a 20 appartamenti in città. Aumentati, invece, gli operatori. «Almeno da questo punto di vista – ci spiega uno di loro – è sostenibile. I CAS non sono composti solo da appartamenti, anche ex palazzi o edifici che ospitavano uffici vengono attrezzati per l’accoglienza, con le brande negli stanzoni. A Campi ci sono due CAS e uno è adibito, per metà, alla prima accoglienza: chi arriva viene identificato e poi smistato negli altri centri».

    Veniamo accolti con stupore dalle persone che si trovano nell’appartamento (in maggioranza ragazzi nigeriani e bangladesi), visto che generalmente non ricevono visite. Oltre ai servizi “standard” che abbiamo descritto altrove, ricevono un pocket money di circa 150 euro al mese, suddiviso in rate settimanali, e un biglietto per l’autobus e il treno valido in tutta la provincia. Vanno a fare la spesa con gli operatori e hanno a disposizione, per il vitto, 30/40 euro settimanali.

    L’alloggio non è in cattivo stato, anche se le pareti avrebbero forse bisogno di una mano di bianco, essendo annerite dalla muffa. «Non esiste un criterio da seguire per la manutenzione di questi alloggi – ci spiega l’operatore – i CAS dipendono dalla prefettura, che però non effettua controlli. Sta a noi decidere che cosa c’è da fare, chiedere i soldi alla cooperativa ed eseguire i lavori necessari». Le stanze da letto non sono molto grosse e ospitano tre o quattro persone al massimo: avere una stanza singola è decisamente impossibile. «Il problema del sovraffollamento nei Centri di accoglienza straordinaria è causato dal fatto che gli alloggi dello SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono pieni. Prima, chi riceveva un permesso di soggiorno veniva spostato negli SPRAR, dopo 6 mesi di permanenza nel CAS, in attesa dell’arrivo dei documenti. Da quando è cambiato il prefetto, invece, negli SPRAR non entra più nessuno, a causa delle troppo presenze…».

    Anche un’altra operatrice, che lavora in un centro di accoglienza per minori, ossia un AB, ci conferma che la situazione è piuttosto confusa. I ragazzi dovrebbero in effetti lasciare i CAS dopo aver ricevuto il permesso di soggiorno, ma dal momento che gli SPRAR sono troppo pieni, rimangono dove sono, perché di certo «non possono essere buttati in strada».

    La storia di M., in fuga dalla Nigeria

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Durante la nostra visita, tra gli altri, incontriamo M. che si ferma volentieri a raccontarci la sua storia. Viene dalla Nigeria, ha 26 anni ed è fuggito perché il padre, di religione musulmana, voleva venderlo per 20 coppie di mucche e 500.000 Nera (la moneta nigeriana) a un gruppo terroristico anti cristiano. Avvisato dalla madre, è partito per la Libia, dove ha lavorato come muratore. Purtroppo, la fuga è dovuta proseguire perché il suo datore di lavoro è stato ucciso dall’esercito dei ribelli. Come tanti, è partito su un barcone, pagando per quel viaggio della speranza 1.000 Dina. È stato fortunato a sopravvivere e ad arrivare, nell’aprile del 2015, in Italia. Ma qui le sue sventure non sono finite, perché la Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale, e quindi dello status di profugo, rifiuta la sua domanda di asilo, ritenendo la sua storia poco veritiera.

    La commissione è un organo di governo composto da un rappresentante della prefettura e uno della polizia di stato, oltre che da una persona nominata dall’ente territoriale e da un rappresentante dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati. Succede spesso che, per accorciare i tempi, l’audizione avvenga in presenza solo di uno dei quattro componenti, previa autorizzazione dello straniero ascoltato. La decisione viene presa da tutti i membri dell’organo, ma il peso del parere di chi era presente all’interrogazione è maggiore. Questo può essere uno svantaggio, nel caso in cui la persona in questione non sia ben preparata sul Paese di provenienza dell’immigrato. Sembra che sia proprio quello che è successo a M., secondo quanto ci racconta.

    Il giovane ci dice che gli è stato chiesto di descrivere l’aeroporto di Kamo, dov’è nato. «Ma io non abitavo a Kamo, di cui non ho mai visto l’aeroporto. Lì è dove sono nato, ma vivevo a Nassarawa. Purtroppo, non conoscevo neanche il nome della strada in cui vivevo, ma quando me l’hanno chiesto, ho detto che si trovava vicino a una chiesa, di cui invece ho saputo fornire il nome. Cercandola in internet, però, il giudice della Commissione non l’ha trovata e ha giudicato falsa la mia storia». Ora a M. resta solo una speranza: che il suo ricorso venga accolto. E che, magari, la sua storia venga verificata con un po’ più di attenzione.


    Ilaria Bucca

  • Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    immigratiLa Liguria ospita 4.400 immigrati, poco meno dei 4.500 previsti dalle quote di distribuzione nazionale. La metà di loro si trova a Genova. La situazione di quest’estate sembrava incontrollabile, con le strutture sovraffollate e un numero di arrivi giornalieri pari, ad agosto, a 70/80 persone. Ancora adesso, nonostante la bella stagione sia terminata, il numero degli arrivi non scende. Al capoluogo ligure è stato chiesto un grande sforzo per accogliere un alto numero di richiedenti asilo. Era Superba ha cercato di “unire i puntini” per capire come funziona il sistema dell’accoglienza nel suo complesso e se è preparato a ricevere un così grande numero di persone.

    Come funziona il sistema dell’accoglienza: in Liguria oltre 3000 posti

    I richiedenti asilo, ossia gli stranieri che vogliono chiedere la protezione internazionale, ricevono accoglienza fino a che le apposite commissioni territoriali stabiliscono se sono idonei a ottenere lo status di rifugiati, o meno. Solo a Genova, ci sono più di 1.000 posti di accoglienza negli Sprar e, se si considera tutta la Liguria, il numero sale a 3.000, come riportato dal sito web del Comune di Genova; in Italia, in totale, ce ne sono 90.000.
    Gli arrivi avvengono nella maggioranza dei casi via mare, nel Sud Italia. La prima accoglienza prevede l’identificazione e la registrazione, oltre a uno screening sanitario: la durata di questa procedura è di 60 giorni. Il sistema di seconda accoglienza, invece, prevede lo smistamento attraverso lo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) oppure nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) di tutta la penisola. A questi centri viene destinato chi fa domanda di asilo e di permesso di soggiorno per richiesta di asilo. I centri di accoglienza offrono diversi servizi tra cui l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale, l’iscrizione all’anagrafe e la possibilità di seguire corsi di italiano per stranieri.

    A Genova ci sono un centro governativo di smistamento adulti, con 84 posti, e uno per minori, con 50 posti. A questi, si aggiungono 1.038 posti nei CAS, che occupano 20 centri e 60 case. Se si considera tutta l’area metropolitana, i numeri crescono ancora: sono 231 i posti nei 40 centri dello SPRAR, più 234 posti nei CAS, divisi in 5 centri e 15 case. I fondi per mantenere queste strutture arrivano dal ministero dell’Interno: per ogni straniero accolto, vengono stanziati 40 euro al giorno. La percentuale più alta di questa cifra, il 42%, pari a 16,20 euro, va a coprire le spese del personale. Il 32%, ossia, 12,80 euro, viene spesa per il vitto, per la scolarizzazione e per la sanità, mentre il 20% (che equivale a 7,80 euro) copre le spese di manutenzione e di pulizia delle strutture. Infine, 3,20 euro al giorno (il rimanente 6%) occupa una voce del bilancio che considera le spese di integrazione, che comprendono la tutela legale e psicologica. Ogni immigrato riceve poi un pocket money di 2,50 euro al giorno.
    Inoltre, la persona in accoglienza ha la possibilità di occupare il proprio tempo con il volontariato, oppure seguendo corsi di formazione professionale o stage, o ancora ricevendo una borsa di lavoro. Dopo 60 giorni dalla domanda di asilo, può trovare un lavoro e ricevere un regolare stipendio.

    Il problema del sovraffollamento e l’impotenza della prefettura

    Non tutti i Comuni accettano di ricevere i migranti. Di conseguenza le realtà più accoglienti come Genova spesso devono farsi carico di un peso eccessivo. Ma la colpa non è da attribuire alla cattiva gestione dell’emergenza parte della prefettura. «La prefettura ha provato a ovviare al problema indicendo un bando, l’8 novembre, destinato esclusivamente ai Comuni che non hanno ancora strutture di accoglienza», ci spiega la consigliera metropolitana delegata all’emergenza migranti, Cristina Lodi. «Si tenta di incentivare il passaggio dai CAS agli SPRAR, ma i Comuni poveri sono già in difficoltà per i loro motivi, non si può attribuire loro alcuna colpa». La consigliera ci spiega anche che nell’entroterra ci sono più Comuni disponibili a fornire locali per gli SPRAR, mentre la zona del Tigullio è più restia, dal momento che ha altre attività economiche, prevalentemente turistiche, che garantiscono delle entrate. «L’accoglienza segue un po’ il mercato – afferma Lodi – anche se non è giusto che alcuni Comuni non accolgano immigrati, il prefetto non può fare nulla di più di un bando come l’ultimo…».

    Lo stesso discorso vale per l’accoglienza nei confronti dei minori, che dovrebbero essere destinati a strutture apposite. «Per i minori si stanno cercando nuovi posti, ma non è facile. Innanzitutto si è deciso di non mandarli nei comuni metropolitani, dove sarebbero più isolati. C’era l’idea di una struttura in via Caffaro, a Genova, ma è saltata. Nuovamente la responsabilità non è del prefetto, ma della mancanza di strutture adeguate».
    Anche Milena Zappon, direttrice del centro di accoglienza della Comunità di San Benedetto al Porto, ci conferma che la situazione dei minori è piuttosto difficile. «Innanzitutto, non è facile capire la loro età reale. Molti ne dichiarano una falsa: recentemente ho avuto a che fare con un ragazzo che diceva di essere nato nel 1997, ma che chiaramente era più giovane». Secondo quanto ci raccontano altri due operatori con cui abbiamo parlato, i minori spesso vengono accolti nei CAS perché nei centri appositi, gli AB, non ci sono più posti. Pratica, comunque, consentita dalla legge.

    Tanto Zappon e gli altri operatori intervistati, quanto Cristina Lodi sono concordi nell’affermare che il problema del sovraffollamento nei centri di accoglienza può essere risolto solo da un cambiamento dell’atteggiamento dell’Europa. «L’arrivo di un così grande numero di stranieri – dice la consigliera comunale e metropolitana del Pd – non è più un’emergenza, ma un dato di fatto. Devono cambiare le politiche internazionali, altrimenti la situazione rimarrà questa e l’accoglienza, in Italia, continuerà a non poter soddisfare le necessità reali».

    migranti-ventimiglia-confineAumentano gli arrivi, ma in Italia ci sono sempre meno stranieri

    Il numero delle persone che arrivano in Italia da Paesi stranieri aumenta, eppure il numero degli immigrati diminuisce. Potrebbe sembrare un ossimoro eppure è la mera verità. Il fenomeno è determinato dall’aumento dell’acquisizione della cittadinanza italiana che si manifesta anche in Liguria. Nella nostra regione, gli stranieri quest’anno sono 136.216, mentre nel 2015 la cifra era di 138.697. Un calo circa di 2.400 unità dovuto in parte al rientro verso i paesi di origine, ma anche perché molti hanno ottenuto la cittadinanza italiana.
    I numeri parlano da sé: è in atto un fenomeno di stabilizzazione. Una tendenza testimoniata anche dal dossier statistico “Immigrazione 2016” realizzato da IDOS, con la cooperativa Com Nuovi Tempi, la rivista Confronti, in collaborazione con l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri.

    Per quanto riguarda la dinamica migratoria in uscita, invece, la congiuntura economica negativa appare la causa principale degli spostamenti all’estero. La migrazione di ritorno è un processo complesso, su cui intervengono diversi fattori. La perdita del lavoro è condizionata dalla situazione economica del paese d’immigrazione, ma la possibilità di tornare a casa dipende anche dalle opportunità che il Paese può offrire alla persona che un tempo è emigrata.

    In percentuale, la componente straniera rappresenta l’8,7% dell’intera popolazione ligure, un numero che non ha subìto una sostanziale variazione rispetto all’anno passato. In termini assoluti, la provincia di Genova resta la residenza scelta dalla maggioranza degli stranieri, circa il 52% del totale con 70.752 registrazioni in anagrafe. Come già nello scorso anno, l’Albania, l’Ecuador, la Romania e il Marocco restano, in ordine decrescente, le collettività più numerose, con valori assoluti attorno alle 20.000 unità per le prime tre e alle 13.000 per l’ultima. Seguono a distanza l’Ucraina, la Cina e il Perù, tutte nell’ordine delle 4.000 unità, la Repubblica Domenicana circa 3.800, il Bangladesh circa 2.800 e la Tunisia circa 2.600.

    Secondo quanto sostenuto da Cristina Lodi, l’aumento degli stranieri che ottengono la cittadinanza è attribuibile soprattutto all’acquisizione di quest’ultima da parte degli extracomunitari di seconda o terza generazione. Mentre la diminuzione del numero degli immigrati che rimangono in Italia è causata principalmente dal fatto che «molti stranieri se ne vanno dopo il rifiuto della Commissione a concedere lo status di profugo o, al massimo, rimangono in Italia clandestinamente».

     

    Ilaria Bucca
    Elisabetta Cantalini

  • Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    campo-rojaL’ultima settimana a Ventimiglia è stata bollente, senza dubbio, ma la contrapposizione alimentata dai media mainstream tra istituzioni e attivisti No Borders ha messo in qualche modo in secondo piano il vero dramma che continua a consumarsi nel comune frontaliero da più di un anno: il disastro umanitario che coinvolge centinaia di migranti sta peggiorando e sembra non avere fine. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un progressivo, quanto previsto, peggioramento della situazione; oggi l’attenzione pubblica è incentrata sul problema “ordine pubblico”, ma nei fatti siamo di fronte a una crisi politico-umanitaria, nazionale e comunitaria, le cui dimensioni sembrano crescere di giorno in giorno.

    Da gennaio sono arrivate in Italia 88 mila persone: secondo stime Ansa sono 138.312 i migranti presenti nel sistema di accoglienza, 30 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2015. 103 mila sono ospitati in strutture temporanee, tra cui oltre 12 mila minori non accompagnati. Dall’inizio del 2016, sono oltre 3 mila le persone che sono morte in mare, nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Non è solo Ventimiglia che sta scoppiando, ma tutto il “sistema Europa”.

    Il campo del Parco Roja

    L’evento che ha dato il via al “caos” dei giorni scorsi è stata la marcia dei migranti dal campo della Croce Rossa verso il confine. Per capire le ragioni di questa scelta, siamo andati direttamente in loco, verificando qual è la situazione all’interno della struttura che da qualche settimana ospita, in maniera temporanea, oltre 600 persone (stando al numero di colazioni che Caritas ha distribuito il 10 agosto). La prima impressione è che all’interno del campo siano molte le cose a non funzionare. I servizi e il cibo sono insufficienti: nelle docce non c’è acqua per tutti, come ci riporta un uomo sudanese che incontriamo all’interno. «Il cibo è troppo poco – ci racconta – due scatolette di tonno, un pugno di pasta, una mela e due biscotti divisi in due pasti. Spesso la gente è costretta a fare la fila due volte per prendere da mangiare a sufficienza, quando ne rimane». Anche i letti non bastano. Ci fa vedere le brandine all’interno del container dove ci troviamo: i prefabbricati hanno una capienza di quattro posti, ma spesso gli ospiti per ogni singola unità sono il doppio. Decine di persone sono costrette a dormire all’aperto, su delle brandine da campo senza materasso. Non ricevono cure mediche adeguate e spesso sono costretti ad aspettare ore o giorni per essere assistiti. Dopo migliaia di chilometri di fuga da guerre, miseria e morte, si sentono in trappola: vogliono lasciare l’Italia ma non sanno come fare. «Siamo bloccati qui e non sappiamo per quanto» conclude il nostro contatto. Alcuni ragazzi lamentano la mancanza di interpreti, cosa per la quale sono stati costretti a firmare documenti senza averli potuti leggere e tanto meno capire. Le carenze organizzative da parte delle istituzioni italiane sono piuttosto evidenti: una situazione che ricorda più le carceri nostrane che un campo di accoglienza.

    campo 02Le carenze del campo della Croce Rossa

    A peggiorare la situazione, il recente sgombero del campo informale, ricavato da una stalla in disuso presso il fiume Roja. A fine luglio, le utenze di acqua e gas erano state tagliate da personale tecnico accompagnato da funzionari della Digos, a quanto pare nonostante il parere del sindaco Ioculano che in precedenza aveva “garantito” la fornitura essenziale dell’acqua. Dopo pochi giorni, il 31 luglio, lo sgombero. Molti degli oltre trecento migranti che lì avevano trovato rifugio sono stati portati nel campo della Croce Rossa: il livello di sovraffollamento è quindi diventato insostenibile, mettendo in luce tutta l’inadeguatezza della logistica. Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto, due medici dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA), ci riportano la loro esperienza dentro il campo in cerca di strumenti medici per intervenire sul alcune ferite presentate da alcuni ragazzi: «Alla nostra richiesta ci è stato risposto che l’ambulatorio mobile è chiuso e che, comunque, non hanno materiale medico – spiega la dottoressa – perché ad uso esclusivo del personale ASL e loro (il personale della Croce Rossa, ndr) non possono assolutamente accedervi. Ci è stato riferito che per un’analoga situazione di rimozione punti, avevano dovuto aspettare per due giorni l’arrivo di un medico autorizzato».

    Quello che non si dice…

    Fuori dal campo, sono ancora molte le persone prive di ogni assistenza. Numerosi gli accampamenti spontanei che sorgono e scompaiono nel giro di una notte, al fine di evitare i controlli della polizia: continuano, infatti, i trasferimenti coatti da Ventimiglia verso altri centri di accoglienza sparsi per il paese; centri da cui, come abbiamo visto, ripartono puntualmente i viaggi della speranza verso i confini, come in un incessante gioco dell’oca, alimentato da un corto circuito giuridico sempre più imbarazzante tra diritti delle persone, convenienze diplomatiche e strategie politiche. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, nella sua recente visita in Liguria ha dichiarato che i migranti devono essere spostati da Ventimiglia, per alleggerire la tensione nella città: la cosa probabilmente non risolverà il problema, forse posticiperà il precipitare della situazione. Quello che in questi giorni sembra essere diventato un problema di ordine pubblico, pare essere un problema di volontà politica, sia a livello nazionale che a livello europeo: possiamo spostare le persone ma continueranno ad esistere, possiamo arrovellarci sulle cause delle migrazioni ma la realtà è che esistono e continueranno a esistere finché esisteranno guerre, sfruttamenti e sperequazioni. Chiudere le porte e i confini non risolve nulla: ieri Idomeni e Calais, oggi Ventimiglia e Como. E domani?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    carabinieri-ventimigliaI primi moduli abitativi hanno fatto il loro ingresso nell’ex parco ferroviario del Roja, a Ventimiglia. Nel giro di pochi giorni, forse, il nuovo campo potrà accogliere circa tra i duecento e i trecento migranti. Voluto dall’amministrazione comunale per arginare una situazione ogni giorno più delicata, l’allestimento del campo, di fatto costringe il governo a riconoscere l’emergenza umanitaria di Ventimiglia; dopo appena due mesi dalla visita del ministro Alfano, quindi, viene sancito il fallimento della linea portata avanti dalle istituzioni e dai partiti politici italiani. La crisi umanitaria è diventata anche crisi politica: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, il mese scorso ha lasciato il Partito democratico mentre il governatore di Regione Liguria, Giovanni Toti, è entrato in rotta di collisione con Roma, per tenere salda l’alleanza con la Lega Nord di Rixi. Tutto questo mentre la Protezione civile, che avrebbe i mezzi per intervenire, rimane immobile, in balìa dell’impasse istituzionale.

    Prassi quotidiana

    Ogni mattina la Caritas serve tra le ottocento e le mille colazioni. Il numero è in crescita e non tiene conto delle molte altre persone sparpagliate sul territorio. Ogni giorno nuovi migranti arrivano, e nuovi migranti vanno: chi prova in qualche modo a passare il confine (c’è chi ci riesce e chi non ci riesce), e chi viene fermato dalla Polizia, che controlla e pattuglia le strade. Ogni giorno la polizia francese porta in Italia decine di irregolari intercettati appena oltre confine e, ogni giorno, le forze dell’ordine trasferiscono decine di migranti da Ventimiglia a Genova, dove saranno ridistribuiti nei vari centri di prima accoglienza sparsi nella penisola. Un sistema che come in molti avevano previsto, sta generando una vera e propria crisi umanitaria, che nei numeri sta replicando quanto già visto l’anno scorso. «Non è ancora chiaro come sarà gestito il nuovo campo – spiega Lia Trombetta, uno dei medici della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, che settimanalmente raggiungono il comune frontaliero per monitorare la situazione e mettere a disposizione le proprie competenze – probabilmente i migranti potranno stare alcuni giorni, anche senza essere identificati, per poi essere costretti ad abbandonare la struttura». Una struttura che, quindi, parte già inadeguata: «Con il caldo tutti i problemi si moltiplicano – ha sottolineato la dottoressa – anche se ad oggi non esistono criticità sanitarie endemiche, ma “solo” casi di malnutrizione e disidratazione». Diverse associazioni per i diritti umani si sono attivate per monitorare la situazione; nei prossimi giorni saranno decisi interventi in loco.

    Crisi Europea e del diritto

    Dopo migliaia di chilometri di viaggio, anni spesi tra deserti e prigioni africane, le persone in fuga da guerre, violenze e miseria rimangono intrappolate nelle maglie dei regolamenti europei, la cui messa in atto è lasciata di fatto all’arbitrarietà dei vari paesi. Come è noto l’identificazione dovrebbe essere fatta nel paese europeo in cui si è arrivati; ma, come è altrettanto noto, l’Italia non vuole reggere da sola l’impatto dei flussi migratori, più per motivi di politica interna che per altro. Tutto questo si gioca sulla pelle di centinaia di persone: gli appelli alla mobilitazione civica non si contano più, ma concretamente l’intervento solidale della cittadinanza è ostacolato e disincentivato dai governi. Questa stasi europea, politica e dei diritti, ha preso forma nella manifestazione del 18 giugno scorso quando un centinaio di attivisti hanno partecipato ad una biciclettata dimostrativa da Breil a Mentone, attraverso la Val Roja. La polizia francese ha seguito la manifestazione, mentre quella italiana ha bloccato la frontiera, impedendo a cittadini europei il passaggio. Schengen, questo sconosciuto. A termine della giornata alcuni attivisti hanno occupato simbolicamente un edificio della vecchia dogana francese, oramai abbandonato. Dopo cinque giorni, lo sgombero: alcuni manifestanti sono stati tenuti in arresto fino al 28 giugno in un Cra (Centro di detenzione amministrativa) a Nizza, dopo essere stati trattenuti per 16 ore in caserma, in attesa della sentenza sui dispositivi di interdizione dal suolo francese, disposti dalla polizia d’oltralpe in virtù dello stato di emergenza in vigore in Francia a seguito dei recenti attentati terroristici, che concede alla polizia di infliggere preventivamente la massima pena. La sentenza, successivamente, ha dichiarato illegittimo il provvedimento, smentendo e contraddicendo la linea politica del governo francese.

    Nervi tesi

    Domenica 3 luglio, centinaia di migranti hanno manifestato, sfilando in corteo verso la frontiera alta. Uno schieramento della polizia italiana li ha bloccati poco prima del confine: la situazione è rimasta in stallo per circa 36 ore, fino a quando sono partite le cariche delle forze dell’ordine che hanno disperso l’assembramento. Durante i tafferugli, diverse persone sono rimaste contuse, tra cui un’osservatrice francese di Amnesty International, Teresa Maffels, che ha riportato ferite a un braccio e alla schiena. Alcuni attivisti italiani presenti sono stati fermati, ricevendo il “foglio di via” da Ventimiglia e dai comuni limitrofi. Pratica ormai sempre più consueta, soprattutto nei confronti di attivisti più o meno organizzati, come gli appartenenti ai cosiddetti “No Borders”. Nelle ultime settimane sono oltre venti i provvedimenti del genere, per i quali sono già stati attivati i ricorsi da parte dei relativi legali.

    Crisi di civiltà

    Da un lato, quindi, la società civile che in qualche modo prova a organizzarsi, mentre dall’altro lato i governi europei che si rimpallano le responsabilità, provando a nascondere un problema, che oltre ad essere umanitario è politico; come è politica la volontà di non riconoscere il fatto che il flusso migratorio non sia un’emergenza ma un dato strutturale, da anni. Ed è altrettanto politica la decisione di non assistere in maniera adeguata queste persone: secondo i recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per Pil, (la Francia è quinta, mentre la Germania è al quarto posto), e ogni anno arrivano nel paese 150 mila persone, lo 0,25% della popolazione italiana; davvero non siamo capaci di gestire ed assicurare la dignità di una quantità di persone pari al pubblico di tre concerti di Vasco Rossi?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Bourbon Argos Rescue August 2015Il 20 giugno l’Onu ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato. E mentre le istituzioni si fermano e si interrogano, da inizio anno, quindici persone al giorno muoiono per raggiungere l’Italia. Da questo dato parte il nostro colloquio con Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, in città come ospite del Suq: «Da gennaio abbiamo contato 2.856 morti nel Mediterraneo ed è un dato incredibile, che dovrebbe far riflettere, parecchio». Di pochi giorni la decisione dell’ong di interrompere e rifiutare ogni finanziamento da parte dell’Unione Europea, per protestare contro le recenti scelte comunitarie sul “problema immigrazione”, e per marcare le differenze sostanziali nelle scelte e nelle modalità di approccio alla questione. «Una scelta quasi d’obbligo – spiega De Filippi – che è conseguenza diretta dell’aver criticato in maniera molto dura il trattato Ue-Turchia, un accordo sbagliato e cinico, e che non risolve la situazione relativa ai migranti, provando a esternalizzare il problema». Un documento che dovrebbe entrare effettivamente a regime nelle prossime settimane e che potrebbe addirittura essere usato come modello per altre aree di criticità «Questo assetto si riflette anche nel cosiddetto “Migration Compact”, in cui si fa riferimento all’accordo con Ankara come fosse un cosa che funziona e come se fosse cosa buona, da seguire e riproporre. Noi crediamo che sia profondamente sbagliato e per questo motivo non prenderemo più fondi dalla Ue e dai paesi membri». Una scelta di coerenza che farà scomparire dal bilancio dell’organizzazione circa 63 milioni di euro, fino a ieri arrivati per interventi di Msf in collaborazione con l’Unione Europea; il ramo italiano della ong, in realtà, non prende finanziamenti istituzionali già dagli anni novanta: «Ovviamente da oggi dovremo dare più energia alla campagna di raccolta fondi – sottolinea il presidente – ma lo facciamo con piacere, perché crediamo che la coerenza non abbia prezzo. Speriamo che altre organizzazioni riflettano sull’opportunità di criticare l’Europa, prendendone poi i soldi». Europa insignita del Nobel per la Pace nel 2012: «Come noi, nel 1999 e il presidente Obama nel 2009, lo stesso che, lo scorso dicembre, ha bombardato il nostro ospedale a Kunduz, in Afghanistan». Un bombardamento che provocò la morte di 50 persone, compresi 14 medici volontari di Msf.

    L’intervento a Ventimiglia

    Nelle prossime ore l’organizzazione internazionale potrebbe decidere di intervenire anche a Ventimiglia, dove la situazione dei migranti appare ogni giorni più critica, come Era Superba sta documentando da settimane: «Abbiamo monitorato la situazione fin dall’inizio, cioè da quando i No Borders hanno suonato il campanello d’allarme – racconta Loris De Filippi – abbiamo fatto valutazioni e siamo pronti a intervenire. Nei prossimi giorni verrà presa la decisione definitiva: potrebbe essere pensata inizialmente una missione di supporto psicologico, come già facciamo in altri siti critici del territorio nazionale, per poi eventualmente allargare con altre tipologie di supporto medico, a seconda delle reali necessità». L’analisi non può prescindere da una visione di contesto più larga e complicata: «In questo momento non ci sono forze politiche istituzionalizzate che stanno dalla parte dei più deboli e c’è forte confusione su che cosa dovrebbe fare l’associazionismo e quello che deve fare uno stato di diritto come il nostro. Ma finché continuerà questa situazione è giusto che la società civile si organizzi in qualche modo. È assurdo che le persone debbano stare in certe condizioni – continua l’attivista, presidente di Msf Italia – ma per quanto sia rifiutabile la sostituzione allo stato, che dovrebbe fare quello che fanno le associazioni, delegando per convenienza politica mascherata da impossibilità economica, noi dobbiamo agire; agire, perché è necessario e doveroso, ma anche protestare ogni giorno…».

    Secondo le stime di Msf la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente nella seconda metà dell’anno, quando migliaia di migranti dovranno lasciare gli hotspot e che non potranno essere rimpatriati perché provenienti da paesi con cui il governo italiano non ha accordi in materia: il rischio è che vadano a cercare rifugio nei sempre più numerosi e disumazzanti accampamenti spontanei, come già raccontato dalla ricerca “Fuori Campo” presentata a Genova qualche settimana fa.

    Un vuoto collettivo di memoria

    L’occasione della Giornata Mondiale Onu del Rifugiato è anche spunto per una riflessione più larga sullo stato della consapevolezza collettiva a proposito dei flussi migratori: «Diciamo spesso cose inesatte – sottolinea De Filippi – come ad esempio il fatto che l’Europa abbia chiuso i muri negli ultimi due anni; nei fatti però siamo di fronte a un politica che dura da almeno 15 anni, tra respingimenti e varie politiche di deterrenza». Una serie di scelte che, non da oggi, sta creando una crisi umanitaria senza precedenti: «Per questo credo che oggi ci sia il bisogno di prendere decisioni molto coraggiose e coerenti, come noi abbiamo fatto sui fondi UE, perché qualcosa deve cambiare in maniera viscerale. Tutte le associazioni e tutti i singoli devono prendere una posizione, forte, inequivocabile, e “stare da una parte” in maniera anche radicale». Prima che sia troppo tardi.


    Nicola Giordanella