Tag: musei

  • Museo Luzzati, incontro con il direttore Sergio Noberini

    Museo Luzzati, incontro con il direttore Sergio Noberini

    museo-luzzati-porta-siberia-porto-anticoDopo il successo della mostra dedicata al fumettista Andrea Pazienza, siamo andati al Porto Antico a fare quattro chiacchiere con il direttore di uno dei musei più attivi e stimolanti della città, nato dal genio dell’artista ligure Emanuele Luzzati.
    Sergio Noberini, direttore del Museo Internazionale Luzzati, ci ha accolti calorosamente, insieme al collega Ing. Andrea Rossi della Porto Antico S.p.A., società che museo-luzzatigestisce e ospita tutte le attività del Porto, dall’Acquario al Museo dell’Antartide allo stesso Luzzati.

    “Andrea Pazienza”, una mostra dedicata al fumetto che porta a Genova le opere di un grande artista di fama internazionale. Iniziata il 25 luglio scorso, si sarebbe dovuta concludere il 7 ottobre, ma è stata prolungata fino al 14. Un bilancio alla fine di questa avventura?

    «Con questa mostra abbiamo portato a Genova le opere (100 tavole originali) di uno degli artisti più amati e controversi del secolo scorso. Pazienza è l’artista che ha ritratto e accompagnato la generazione complicata e appassionata degli anni ’70-‘80. Con la selezione antologica che abbiamo presentato, la più grande nel nord Italia da 15 anni a questa parte, abbiamo voluto rendere omaggio alla sua produzione: le storie in slang di Pentothal, quelle “ribelli” di Zanardi, la poesia di Pompeo, le bellissime illustrazioni di Campofame, senza dimenticare l’ironico Pert, dedicato al Presidente Pertini, in cui la dimensione intimistico-tormentata lascia spazio all’impegno politico. È stata l’occasione per ripercorrere un pezzo di storia recente dal punto di vista di “Paz” e per ammirare la qualità artistica di un disegnatore diventato mito. Pazienza ha stravolto i canoni del fumetto e ha creato un nuovo linguaggio, fatto di cambiamenti continui di registro, di stile, di grafia. “Paz” distrugge la sintassi, le tecniche e la grammatica: dopo 25 anni dalla scomparsa, la sua produzione è ancora attuale, basta pensare a al personaggio di Pert e all’Italia che descriveva con lungimiranza. La scelta di ospitare questa mostra è stata una rottura rispetto ai linguaggi percorsi fino ad oggi (illustrazioni, foto, cinema d’animazione) e si è rivelata una scelta audace ma vincente, che  ha portato tante gente e tanti giovani e che si inserisce nel solco già tracciato con le esposizioni di Mordillo e Altan».

    Progetti per il futuro?

    «Conclusa l’esperienza di Pazienza, ci sono nuovi progetti in serbo: vogliamo che il nostro museo sia un cantiere, un laboratorio, un’officina delle arti. Non un museo in senso tradizionale e statico, ma un’agorà di sperimentazione, come avrebbe voluto Emanuele Luzzati, che si definiva un “artigiano”. Per cominciare, a breve il Museo diventerà una delle sedi del Festival della Scienza. Anche quest’anno continua la consueta collaborazione con la Scuola di Robotica: il Museo ospiterà laboratori, workshop, progetti. Inoltre, sempre nell’ambito del Festival, in collaborazione con Fondazione AMGA e Gruppo Iren, dal 23 ottobre sarà visitabile nel salone centrale del Museo la mostra “Le fonti, la vita, il lavoro. Tecnologia e bellezza nel patrimonio artistico del Gruppo Iren”, in cui verrà valorizzato lo storico patrimonio dell’azienda Olivetti. All’esterno del salone, inoltre, saranno esposti pannelli stampati su fondo rosso scuro con graffiti realizzati da Luzzati e Dario Bernazzoli negli anni ’50 per la storica sede di AMGA di Via delle Gavette. Il tema centrale saranno i mestieri, le tecnologie, l’attenzione dell’azienda per il territorio. Inoltre, anche un’installazione luminosa “La Fenice” sarà visibile all’esterno del Museo per tutta la durata del Festival, e non mancheranno conferenze (“Le stagioni dell’impegno” e “Dal disegno al segno e ritorno: nuovi percorsi d’arte nel Novecento italiano”) e laboratori di creatività per bambini. A tale proposito, abbiamo già dato avvio a programmi di formazione con Cesare Moreno e i Maestri di Strada di Napoli: crediamo che l’arte possa creare un momento di riflessione contro la dispersione scolastica, con iniziative sparse sul territorio. Per Genova è una bella scommessa».

     

    Genova e la cultura: qual è il ruolo del Museo Luzzati nella valorizzazione del patrimonio artistico della città?

    «Il Museo Luzzati prova a combattere la staticità e la scarsa valorizzazione del patrimonio culturale cittadino -e non solo- attraverso un approccio sperimentale e dinamico alle arti applicate. Per questo, nel tempo abbiamo cercato di aprire a esperienze insolite e meno tradizionali, se paragonate ad altri musei più “istituzionali” e tradizionali. Cerchiamo di aprirci a nuovi temi, anche sociali: ad esempio, anni fa la mostra provocatoria di Letizia Battaglia dedicata alla Sicilia, per rendere il territorio più vivo, e oggi stiamo lavorando per portare a Genova un’esposizione sul tema dei diritti umani. Si tratta di un progetto “in itinere” realizzato da vari grafici mondiali basato solo su immagini, senza parole. Vorremmo portare al Museo alcuni di loro e organizzare workshop, aprirci a professionisti nuovi, ma spesso quel che vorremmo fare si scontra con i limiti di sovvenzioni a disposizione di un Museo privato come il nostro. Per fortuna collaboriamo con Porto Antico S.p.A., che ci ospita e che rappresenta un partner privilegiato: grazie a questa collaborazione, siamo riusciti a “fare rete” sia con loro che con altri soggetti come la Triennale di Milano e il MART di Rovereto. In questo momento di tagli alla cultura e mancanza di fondi, noi crediamo che si possa sopravvivere: se un’idea è forte si riesce a trovare il modo per realizzarla. Serve tenacia, servono bei progetti: lavoriamo sulle sfide e pensiamo che, per prima cosa, non si debba mai dimenticare l’elemento fondamentale del “gioco”. Per questo, stiamo pensando a una serie di iniziative sulla strada della commistione tra arti diverse: ad esempio, vorremmo proporre percorsi eno-gastronomici al Museo, per avvicinare più persone e aprirci all’esterno. Inoltre, vogliamo puntare sull’idea di museo dinamico, sul modello francese: perché ancora oggi l’arte fugge da Genova? Le nostre collezioni “scappano” a Firenze, i fondi bibliotecari e i patrimoni archivistici (da quello di Sanguineti a quello dell’agenzia Publifoto) non sono valorizzati. Non è niente di nuovo, ma solo così possiamo guardare avanti».

     

    Elettra Antognetti

  • Rolli Days: danza contemporanea negli antichi palazzi del centro storico

    Rolli Days: danza contemporanea negli antichi palazzi del centro storico

    Via GaribaldiUn itinerario nel centro storico di Genova, alla scoperta degli antichi palazzi e delle realtà della danza contemporanea: questo e molto altro è Rolli Days, in programma sabato 21 e domenica 22 settembre.

    I palazzi nobiliari genovesi, oggi patrimonio dell’umanità UNESCO,  restano per due giorni aperti al pubblico e sono visitabili gratuitamente; al loro interno sono in programma  le performance di artisti della danza contemporanea a cura di Artu e rete Danzacontempoligure.

    Ecco il programma delle esibizioni, che si svolgono sia sabato 21 che domenica 22 settembre

    Ore 10.30 – 12 / 15 – 18
    Palazzo Ridolfo Maria e Gio Francesci i Brignole Sale (Palazzo Rosso), via Garibaldi 18
    #13 // on HER own – installazione per un corpo solo di e con Olivia Giovannini. Site-specific: Opiemme grazie a D. Francesca e F. Lenzi

    ore 10.30 – 11 – 11.30 – 12
    Palazzo Stefano Balbi (Palazzo reale), via Balbi 10
    PLUG 1 di Davide Frangioni/UBIdanza

    ore 11 (15´)
    Palazzo Giacomo e Lazzaro Spinola, via Garibaldi 10
    “…e come sottofondo il rumore della città”  di e con KoinèGenova

    ore 12 (30´)
    Palazzo gerolamo Grimaldi (palazzo della meridiana), salita San Francesco 4
    Vuoti a rendere per rinnovare la prospettiva di e con Massimiliano Caretta e Piera Pavanello
    musica originale di Massimiliano Caretta; produzione Vera Stasi in collaborazione con ENZ; distribuzione Vera Stasi

    ore 15 (20´)
    Palazzo Giacomo e Pantaleo Balbi (Palazzo Balbi Senarega), via balbi 4
    CLARA FALLS IN LOVE delle ironiche cadute di Stile di e con Erika Di Crescenzo
    coproduzione Cie La Bagarre | Centro Daiva Jyoti

    ore 15.30 (20´)
    Palazzo Durazzo, via del Campo 12
    Inattesa di e con Cristina Failla
    a cura di associazione Arbalete; traccia sonora e vocale di Mariella Sto

    ore 16 (15´)
    Palazzo Bartolomeo Invrea (Palazzo Cardinale Cybo), via del Campo 10
    Il volume com’era di e con Caterina Basso

    ore 16.30 (20´)
    Palazzo Francesco Grimaldi (Galleria di Palazzo Spinola), piazza Pellicceria 1
    T.Zoo / Ne di e con Daniela Biava
    realizzazione video Matteo Ferrari; a cura di associazione Arbalete

    ore 17 (20´)
    Palazzo Gio Vincenzo Imperiale, piazza Campetto 8
    Ternura do nunca succedido  di e con Sara Dal Corso

    ore 18 (20´ ripetibili)
    Palazzo Luca Grimaldi (Palazzo Bianco), via Garibaldi 14
    Improvvise corrispondenze. Secondo capitolo.
    di e con Nicoletta Bernardini e Marina Giardina, con la collaborazione di F. Poggi

    ore 18.30 (90´)
    Palazzo Lomellino, via Garibaldi 7
    I petali caduti- omaggio al Giappone di Davide Francesca. Con Davide Francesca, Francesca Biasetton, Marco Democratico
    calligrafia Francesca Biasetton
    costumi Davide Francesca, Marco Democratico

     

  • Free.Q: il festival del suono e dell’ascolto a Villa Croce

    Free.Q: il festival del suono e dell’ascolto a Villa Croce

    freeqVenerdì 13 settembre 2013 parte al Museo di Villa Croce di Genova la prima edizione di Free.Q, evento dedicato all’esplorazione delle molteplici forme del suono e che prevede workshop, concerti e tavole rotonde con interventi realizzati per l’occasione da numerosi artisti italiani e non. Abbiamo chiesto a due membri dello staff – Guia Del Favero e Francesco Cardarelli, che insieme formano il duo suite-case – di raccontarci qualcosa in più su questa iniziativa.

    Qual è il significato del nome “Free.Q”? Come si è formato il vostro team e quali obiettivi si pone?

    Il nome Free.Q è stato dato per gioco da Guido Affini, che ha contribuito al Festival con un testo visibile al museo e che interverrà al free talk di sabato pomeriggio. Abbiamo sempre pensato che rimandi a un’idea di libere frequenze. Alla base dell’organizzazione del Festival non vi è un vero e proprio collettivo, ma un gruppo di persone che suite-case ha contattato proponendo di realizzare assieme questo progetto. suite-case lavora così dalla sua nascita, nel 2005, collaborando di volta in volta in situazioni differenti con diverse persone, ma non si pone mai obiettivi specifici futuri, siamo sempre aperti alle nuove possibilità che incontriamo.

    Con quali criteri sono stati selezionati gli artisti partecipanti? Alcune anticipazioni sul programma?

    suite-case ha seguito l’intuito nella scelta degli interventi e ha accolto le proposte che man mano sono arrivate, sia dai componenti di Free.Q che dall’esterno. Tra le opere presenti vi saranno proiezioni sonore nella sala solitamente utilizzata per le conferenze di Villa Croce, allestita come un vero e proprio cinema al buio, una performance basata sull’ascolto ispirata alle opere astratte della collezione permanente Cernuschi Ghiringhelli di Villa Croce a cui il pubblico potrà partecipare, live set e ideato per il festival un workshop gratuito per il quale sono già esauriti i 20 posti a disposizione.

    Nell’epoca che stiamo vivendo, in cui web 2.0 e social network offrono una comunicazione prevalentemente visiva e testuale, come si collocano il valore dell’ascolto e della comunicazione verbale?

    Non esiste un collocazione, tutte le cose coesistono e sono preziose. Il punto di partenza di Free.Q e delle sua programmazione non è quello di porre l’ascolto come antitesi della vista e del testo, piuttosto vivere i momenti della programmazione in una dimensione collettiva d’ascolto. Abbiamo infatti definito la radio, medium scelto come simbolo di questo approccio, come “innesco dell’immaginazione”. Il suo valore è l’essere in grado di veicolare input riuscendo al tempo stesso a suggerirne molti altri.

    Com’è nata e come si è sviluppata la collaborazione con Villa Croce? Perché la scelta di questa location?

    Da molto tempo come duo artistico realizziamo progetti in diversi luoghi. Per la prima volta, in un momento di grande cambiamento per la gestione rinnovata del Museo di Villa Croce, abbiamo deciso di rapportarci ad un istituzione pubblica, proponendo ad Ilaria Bonacossa il progetto che lo ha accolto e sostento insieme a Francesca Serrati.

    free.Q Attraverso ProduzioniDalBasso avete ottenuto un finanziamento di 1.500 €. Sulla base della vostra esperienza, ritenete che il crowdfunding sia uno strumento che contribuirà sempre più a sostenere l’impresa culturale?

    Il valore di queste piattaforme, ce ne sono moltissime, è evidente: permettere a molte persone attraverso l’acquisto di una quota (10 euro) di divenire produttori del progetto stesso. Le persone hanno la possibilità di visionare l’idea di ciò che deve ancora nascere che ognuno può proporre e scegliere di far crescere, in questo caso il loro stesso museo. Cogliamo l’occasione per ringraziare tutti i produttori dal basso che hanno reso possibile Free.Q, così come le istituzioni che ci hanno sostenuto: il Museo di Villa Croce, la Fondazione cultura Palazzo Ducale e alcuni privati come Mobilia Stockhouse e ZI.EL service.

    Si sente ancora dire che la nostra città offre poco per chi vuole mettere in campo idee innovative che producano valore e lavoro. Qual è la vostra opinione in merito? Secondo voi si può fare cultura a Genova?

    Fare cultura? Gli esseri umani sono cultura.

    A evento concluso, quali sono i progetti futuri del gruppo?

    Un insieme di persone è come un organismo e come tale si sviluppa: è difficile prevederne gli esiti a lungo termine. Sicuramente – dato l’interesse suscitato dal progetto – c’è l’intenzione di renderlo un appuntamento fisso, anche perché la riflessione sul suono e sull’ascolto è un argomento talmente ricco e in continuo sviluppo che gli spunti per nuove edizioni non mancheranno.

    Marta Traverso

  • Musei di Genova: aperture straordinarie a Ferragosto

    Musei di Genova: aperture straordinarie a Ferragosto

    Via GaribaldiGiovedì 15 agosto numerosi musei di Genova restano aperti al pubblico: un’occasione unica per scoprire il patrimonio artistico-culturale della città e per passare un Ferragosto tra mostre e capolavori d’arte.

    Ecco nel dettaglio i musei aperti e i rispettivi orari.

    Musei di Strada Nuova: dalle ore 10 alle 19
    Museo di Storia Naturale “G. Doria: dalle ore 10 alle 19
    Castello D’Albertis: dalle ore 13 alle 22
    Musei di Nervi, Raccolte Frugone: dalle ore 10 alle 19
    Musei di Nervi – Galleria d’Arte Moderna: dalle ore 10 alle 19
    Musei di Nervi – Wolfsoniana: dalle ore 10 alle 18
    Mu.MA – Galata Museo del Mare: dalle ore 10 alle 19.30 (ultimo ingresso ore 18)
    Mu.MA – Museoteatro della Commenda di Prè: dalle ore 10 alle 19
    Emporio-museo Viadelcampo29rosso: ore 10.30-12.30/14-19

    Galleria Nazionale di Palazzo Spinola è aperta al pubblico nei giorni feriali con orario 8.30-19.30 – giovedì 15 e domenica 18 agosto 2013 apertura dalle ore 13.30 alle ore 19.30

    A Palazzo Ducale è invece possibile visitare gratuitamente il Palazzo, la torre Grimaldina, le mostre Cartelami e Roberto Ciaccio Lucematrice

    Per le mostre Stanley Kubrick fotografoGeishe e Samurai è previsto l’ingresso a pagamento con biglietto ridotto.

    Gli altri musei restano chiusi.

     

    Foto Daniele Orlandi

  • Andrea Pazienza: 100 tavole in mostra al Museo Luzzati

    Andrea Pazienza: 100 tavole in mostra al Museo Luzzati

    andrea-pazienzaHa inaugurato lo scorso 26 luglio e rimarrà aperta al pubblico fino a lunedì 7 ottobre 2013 la mostra antologica – ospitata al Museo Luzzati nel Porto Antico – che raccoglie oltre 100 tavole di Andrea Pazienza.

    Le opere seguono il percorso cronologico della carriera dell’artista e spaziano dalle storie in slang di Pentothal a quelle perfide di Zanardi, alla struggente poesia di Pompeo, all’affettuosa ironia di Pert, dedicata a Sandro Pertini. La mostra è curata da Marina Comandini, vedova dell’artista scomparso nel 2002.

    Il museo è aperto ogni giorno con orario 10-13 e 15-19. Ingresso 5 € (gratuito per i bambini fino a 6 anni).

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

  • Cinema all’aperto a Villa Croce: al via Notti vista mare al museo

    Cinema all’aperto a Villa Croce: al via Notti vista mare al museo

    villa-croce-parchi-DIDa martedì 23 luglio a giovedì 1 agosto 2013 al Museo di Villa Croce torna il cinema all’aperto con la rassegna Notti vista mare al museo.

    In programma ogni sera, a partire dalle 19.30, visita guidata gratuita a Villa Croce. Alle 21.30 un “trailer d’artista” precede la proiezione di un film, sempre a ingresso gratuito.

    I film in programma nel museo sono Lost in translation (martedì 23 luglio), I tre caballeros + Saludos amigos (mercoledì 24 luglio), Viaggio in Italia (giovedì 25 luglio), Zabriskie point (lunedì 29 luglio), I diari della motocicletta (martedì 30 luglio), Lisbon story (mercoledì 31 luglio) e Full metal joker (giovedì 1 agosto).

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

  • Colore e Dispositivo, Villa Croce: le opere di Gintaras Didžiapetris

    Colore e Dispositivo, Villa Croce: le opere di Gintaras Didžiapetris

    villa-croce-Photograph-by-Paul-Kuimet-copiaSarà inaugurata domani 9 luglio alle ore 18 nelle sale del Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce la mostra dal titolo Colore e Dispositivo, dell’artista lituano Gintaras Didžiapetris. Visitabile fino all’8 settembre 2013 (martedì-venerdì, dalle 9 alle 19; sabato e domenica 10-19), la mostra porta per la prima volta in Italia -iniziando proprio da Genova- l’intera trilogia di Didžiapetris girata in 16mm: Optical Events (2010), A Byzantine Place (2011) e Transit (2012). Disponibile anche il catalogo della mostra, realizzato grazie ai contributi del Lithuanian Culture Support Foundation e del Programma Culturale dell’Unione Europea.

    Colore e Dipositivo è stata già presentata fuori dall’Italia nel 2007 –in una diversa versione, che prendeva il nome di “From Time to Time”- nella capitale lituana, al CAC – Contemporary Art Center di Vilnius. Presto verrà riproposta all’Objectif Exhibitions di Antwerp (autunno 2013), ma per la prima volta Genova è riuscita ad accaparrarsela grazie alla perizia e all’attenzione verso il panorama culturale internazionale dei curatori del Museo e della Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale. Ma perché visitare questa mostra?

    gintaras-villa-croceInnanzitutto, all’interno dell’esposizione sarà possibile ammirare i lavori del giovane artista Didžiapetris, classe 1985: già in Italia nel 2011, quando ha esposto i suoi lavori alla Biennale di Venezia, nella mostra genovese l’artista esporrà fotografie, film, installazioni, in una continua ricerca anacronistica e fuori dal tempo, in una sospensione astratta e atemporale. Nello specifico, tra tre i film di Didžiapetris, uno –prodotto proprio con il sostegno e l’aiuto del Museo di Villa Croce- è presentato in anteprima assoluta a Genova. I film, originariamente nati in pellicola, sono qui trasformati in versione digitale: si tratta di film muti che raccolgono immagini, ricordi, spezzoni di vita, affiancati l’uno all’altro in una successione all’apparenza causale e incomprensibile. Come se stessimo ritrovando per caso un vecchio filmino di famiglia, girato dal nonno tanti anni fa, con scene di vita quotidiana che possiamo provare a ricostruire, a seconda della nostra personale sensibilità. Questa la strategia di Didžiapetris, che non da linee guida per l’interpretazione delle sue opere ma che invece ci mette davanti a cose, immagini, installazioni che ciascuno di noi dovrà interpretare a suo modo e caricare di diversi significati. Oltre ai film, opere fotografiche, installazioni, sculture, elementi sospesi nel vuoto: immaginarsi delle storie dietro alle immagini, ricostruire percorsi, lasciare libera la fantasia, senza le rigide istruzioni dell’artista, ma piuttosto trasformando in artista ogni spettatore che, guardando le opere, creerà i suoi percorsi interpretativi personali. In un mondo in cui narrazione e memoria si intrecciano, un mondo mentale portatore di un misticismo ipnotico.

    A-Byzantine-Place-villa-croceColore e Dispositivo è una mostra che già nel titolo racchiude l’idea fondamentale che l’astrazione è parte della vita quotidiana, che l’immagine è fatta di dettagli, che i colori non sono altro che macchine che servono per giungere alle emozioni. È il caso della stanza completamente blu creata dall’artista, e di altre opere fortemente caratterizzate dalla presenza di colori intensi: il colore, appunto, come macchina e come dispositivo che permetta di fare un salto dal dato reale al mondo astratto dei sentimenti e della vita interiore.

    Ma chi è questo misterioso, giovane artista, nel nostro paese ancora poco conosciuto ai più? Lituano, nato a Vilnius 28 anni fa, Gintaras Didžiapetris già vanta un curriculum degno di un professionista dall’attività pluri-decennale: il più giovane artista ad essere stato presentato con una personale dal CAC, ha partecipato alla Biennale di Venezia del 2011 ed è presente anche nell’edizione del 2013, apertasi qualche settimana fa. Inoltre, numerose collettive tra cui: A Geographical Expression, per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (2011), Rearview Mirror, Power Plant (Toronto, 2011), Exhibition, al Castello di Rivoli nel 2010, Index Off, al Palais de Tokyo (Parigi, 2010), Paper Exhibition, all’Artists Space di New York nel 2009.

     

    Elettra Antognetti

     

    Gintaras Didžiapetris – Colore e Dispositivo

    Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce

    Dal 9 luglio al 8 settembre 2013

    Mar-ven ore 9-19; sab-dom 10-19

    Inaugurazione: martedì 9 luglio ore 18:30

    Genova Palazzo Ducale 
Fondazione per la Cultura

  • Museo Beni Culturali Cappuccini, Portoria: un gioiello poco conosciuto

    Museo Beni Culturali Cappuccini, Portoria: un gioiello poco conosciuto

    museo-cappucciniA Genova il Museo dei Beni Culturali Cappuccini resta nascosto e poco conosciuto dai più. È raro che -dicono le guide del museo- chi non frequenta il quartiere di Portoria conosca questo piccolo gioiello, edificato tra Viale IV Novembre (in corrispondenza del parco dell’Acquasola) e il Palazzo di Giustizia, sulla sottostante Via Bartolomeo Bosco. In alcuni casi persino chi abita o lavora in zona non conosce il Museo, uno dei tesori di Genova tra i meno noti e più discreti.

    E invece la sua storia è affascinante e tutta da scoprire. Noi lo abbiamo fatto, passando una giornata in compagnia del personale del Museo e ripercorrendo la storia della Genova del XV secolo.

    «Non riusciamo a pubblicizzare il museo, le persone non ci conoscono –ci spiega la nostra guida, una volontaria che per passione aiuta nella gestione del museo- cerchiamo di essere presenti anche sui social network, ma continuiamo a restare isolati. Io stessa, genovese doc, non conoscevo questo luogo: l’ho scoperto solo da pochi anni». Ma forse questo è allo stesso tempo il brutto e il bello: in mezzo alla frenesia, tra business e shopping, i Cappuccini riescono a restare “isolati”, offrendo un approdo –spirituale e culturale- sicuro.

    IL MUSEO DEI BENI CULTURALI CAPPUCCINI

    Oggi, il Museo dei Beni Culturali Cappuccini di Genova è una struttura che coniuga elementi di modernità alla memoria storica dei religiosi cappuccini. Il Museo, assieme alla sottostante Chiesa di Santa Caterina, mantiene la memoria storica dei Cappuccini, pur avendo subito nel corso degli anni varie modifiche: oggi, ad esempio, la chiesa gestita dai frati cappuccini ecuadoriani dà sostegno e aiuto ai loro connazionali emigrati a Genova, occupandosi della parte spirituale e offrendo supporto anche materiale. L’impostazione più moderna e questo rinnovamento cui si è assistito nel corso del tempo hanno avuto lo scopo di avvicinare la comunità laica. Si è voluto aiutare le persone a capire meglio quale mondo si celi dietro la vita di un frate, attraverso percorsi guidati tra le sale dell’edificio e soprattutto (dal 2005) con l’allestimento di mostre temporanee, circa due all’anno: una in autunno, fino al periodo natalizio, e l’altra dai primi mesi dell’anno fino all’estate, con pausa nei mesi di luglio-agosto. Due mostre, non di più, per dare l’opportunità a un gran numero di persone di visitarle e per avere tempo di organizzare al meglio la mostra successiva, portando a Genova pezzi pregiati e di valore. Ora, già in progress l’allestimento della mostra di Natale 2013. Incentrati su vari momenti della vita cappuccina, le mostre raccontano l’attività che i frati della comunità genovese hanno svolto nel corso dei secoli, e che svolgono tuttora, all’interno dei conventi loro affidati.

    Salendo il grande scalone centrale, percorrendo i corridoi e attraversando le varie sale, non si può fare a meno di essere colpiti ovunque dai quadri di artisti liguri illustri (sì, perché le opere sono perlopiù fatte in Liguria, da artisti nostrani, anche se molti pezzi soprattutto della mostra temporanea provengono anche da fuori). Da Bernardo Strozzi, a Domenico FiasellaLuca CambiasoOrazio De FerrariDomenico PiolaAnton Maria Maragliano. Nonostante questo, il museo resta povero, in stile cappuccino: (pochi) elementi di arredo semplici, rigorosamente in legno; qualche statua di pregio, perlopiù proveniente dalle collezioni private di nobili genovesi, o donata da ex conventi.

    Alla fine della scalinata, la cappella superiore, dove un tempo era custodito il corpo della santa, oggi usato sia come sala espositiva, sia come auditorium per varie manifestazioni culturali: conferenze, concerti, incontri. Davanti alla cappella, affrescata e affacciata direttamente sulla Chiesa adiacente, l’accesso alla sala museale vera e propria: un open space di 250 metri quadrati, aperto solo nel 2005. In questo momento, in corso la mostra “La vita è dono”, per celebrare i 300 anni dalla canonizzazione di San Felice da Cantalice e i 50 da quella del ligure San Francesco Maria da Camporosso: tema centrale, quello della questua, caro alla comunità cappuccina, che vive di elemosina e di carità (lungo il percorso espositivo, infatti, è possibile osservare le antiche gerle cappuccine in cui i frati raccoglievano le donazioni di elemosina e generi alimentari, ma anche olio e vino, contenuti in gerle apposite).

    LA STORIA

    Circondato dalla Chiesa e dal Convento di Santa Caterina e dalle sale a disposizione della comunità cappuccina dell’Ecuador, il museo, fondato dal frate cappuccino Padre Cassiano nel 1978 che ha voluto infondere in questo luogo il suo ideale di vita povera e riservata, celebra la spiritualità di questi religiosi con una raccolta di manufatti, documenti e testimonianze relative al costume, all’arredamento, allo svolgersi della vita quotidiana dei conventi. Anche oggi, i frati che gestiscono il luogo hanno voluto mantenere lo spirito con cui era stato fondato, modernizzando la struttura e avvicinandola di più alla comunità laica.

    Proprio qui dove ora c’è il museo, un tempo sorgeva l’Ospedale Pammatone. Qui i cappuccini della comunità ligure, prima in altre sedi, sono stati chiamati a prestare il loro soccorso agli ammalati già nei primi decenni del 1500. Dell’edificio dell’ospedale (che un tempo era direttamente collegato alla Chiesa di Santa Caterina) solo una parte piuttosto piccola è riuscita a salvarsi ed è stata riconvertita e adibita a museo, ampliandosi nel corso degli anni.

    Tutta la struttura ha però una storia ben più antica: costruita circa a metà del 1400, il complesso è oggi dedicato a Santa Caterina Fieschi Adorno: sposa del nobile genovese Giuliano Adorno, Caterina si è sempre dedicata con il marito alla cura dei malati (appestati, malati di tifo e altre malattie frequenti all’epoca) e ha frequentato assiduamente il Pammatone, facendone la sua seconda casa. Trasferitasi nei locali dell’ospedale per meglio assistere gli ammalati, Caterina è morta tra queste mura, anch’essa contagiata. Il suo corpo è stato conservato a lungo nei locali dell’ex ospedale, restando incorrotto. Da qui, la sua santificazione. Poi, il trasferimento del corpo nella chiesa sottostante (intitolata anch’essa alla santa), per permettere a coloro che volevano visitare il corpo di vedere Caterina senza dover accedere ai locali ospedalieri, con il rischio di venire contagiati dai malati. All’epoca in cui la salma era conservata nei locali dell’ex Pammatone (e attuale museo), era stata costruita la grande scalinata che ancora oggi accoglie i visitatori all’ingresso del museo: le scale conducono direttamente nell’ex cripta, oggi adibita anch’essa a museo, in cui è possibile vedere la bara storica della santa e altri oggetti sacri.

     

    Elettra Antognetti

    [foto dell’autore]

  • Questo è amore: il video anti omofobia al museo di Villa Croce

    Questo è amore: il video anti omofobia al museo di Villa Croce

    video-omofobiaDa venerdì 14 giugno 2013 una nuova installazione permanente al Museo di Villa Croce a Genova: si tratta del video Questo è amore – This is love, presentato a Palazzo Ducale in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia 2013.

    L’evento di inaugurazione vede la presenza dei relatori:
    Francesca Biasetton (Artista e Calligrafa);
    – Ilaria Bonacossa (Curatrice delle Attività Espositive di Villa Croce);
    – Luca Borzani (Presidente di Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura);
    – Carla Sibilla (Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Genova);
    – Nicla Vassallo (Professore Ordinario di Filosofia Teoretica)

    Ingresso libero fino a esaurimento posti.

    Guarda il video.

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

  • Fratelli Grimm: fiabe in mostra all’Accademia di Belle Arti

    Fratelli Grimm: fiabe in mostra all’Accademia di Belle Arti

    grimm archivolto genovaDa martedì 11 a venerdì 28 giugno 2013 è aperta al pubblico presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti la mostra Grimmland: sulle tracce di Hansel e Gretel, realizzata dagli allievi in collaborazione con il Goethe-Institut Genoa.

    La mostra è la tappa del progetto Grimmland, che celebra in tutta Italia con numerosi eventi i duecento anni dalla pubblicazione della prima raccolta di fiabe di Jacob e Wilhelm Grimm.

    Sono esposte opere create con le più svariate tecniche artistiche: pittura, video arte, grafica, installazione e così via. Agli studenti sono stati proposti sollecitazioni e spunti lasciando assoluta libertà di interpretazione delle fiabe, sia nelle tecniche che nelle scelte tematiche, anche attraverso forme di attualizzazione delle fiabe nel presente.

    L’orario di apertura della mostra è dal martedì al venerdì 14.30-18.30.

     

  • Bufale, falsi miti e pregiudizi su scienza e medicina: conferenza

    Bufale, falsi miti e pregiudizi su scienza e medicina: conferenza

    MedicinaI vaccini fanno diventare autistici (e in alcuni casi gay). I ricercatori di medicina incentivano la vivisezione. Ci sono persone in grado di prevedere i terremoti senza utilizzare alcuno strumento. Le cellule staminali possono curare ogni malattia.

    Questi sono alcuni dei falsi miti sulla scienza e sulla medicina, spesso difficili da confermare o confutare a causa delle scarse competenze di chi affronta questi temi (a partire dai mezzi di informazione).

    A questo scopo si è deciso di organizzare in diverse città italiane una giornata di eventi e conferenze, in cui studiosi e ricercatori possono confrontarsi con il pubblico su questi argomenti, per “aprire un ponte” tra chi lavora in ambito medico e scientifico e la collettività.

    L’evento genovese si tiene sabato 8 giugno 2013 (ore 14.30) presso il Museo di Storia Naturale Doria: il programma.

  • Viaggio nelle Fiandre: lezione – concerto al Museo dell’Accademia

    Viaggio nelle Fiandre: lezione – concerto al Museo dell’Accademia

    Piazza de Ferrari accademia di belle artiGiovedì 23 maggio 2013 si svolge l’ultimo incontro del corso multidisciplinare Viaggio nelle Fiandre, pensato dall’associazione Amici dell’Accademia per far conoscere le attività del Museo e sostenerne le attività attraverso le donazioni del pubblico.

    L’appuntamento di oggi (inizio ore 18.30) è una lezione – concerto a cura di Fabio Rinaudo che mette a confronto dipinti fiamminghi del ‘500-‘600 e brani musicali della medesima epoca.

    Per partecipare è necessario contattare l’Associazione Amici dell’Accademia.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Notte dei Musei: l’appello dei professionisti della cultura

    Notte dei Musei: l’appello dei professionisti della cultura

    Palazzo Reale«Apriamo alla collaborazione del mondo del volontariato per migliorare la fruizione del patrimonio culturale durante la Notte dei Musei 2013. Per maggiori dettagli potete chiamare il numero di tel. 06….»: così si legge, in un post dello scorso 23 aprile (attualmente rimosso) sulla pagina Facebook del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

    E ancora: «È assolutamente impossibile che lo Stato abbia risorse sufficienti per ampliare l’offerta culturale senza ricorrere anche al sostegno dei volontari». Con queste parole, pubblicate sul suo blog, Ilaria Borletti Buitoni (deputata di Scelta Civica e sottosegretario al MiBAC) risponde alle polemiche legate all’impiego di volontari per tenere aperti molti fra i beni culturali che aderiscono alla Notte dei Musei 2013, svoltasi su tutto il territorio nazionale sabato 18 maggio.

    In risposta al post – una goccia che ha fatto traboccare un vaso aperto da tempo – l’archeologo Gabriele Gattiglia ha creato su Twitter l’hashtag #no18maggio: «Su Internet ho letto diverse voci che in maniera sparsa protestavano contro queste dichiarazioni. Ho creato l’hashtag per dare loro un filo conduttore, a seguire ho contattato diversi operatori culturali per sondare la loro disponibilità a dare voce a un’iniziativa comune. La risposta maggiore è arrivata dagli archeologi. Da lì sono nate altre forme di mobilitazione: #VolontarioAchi in cui molti archeologi si sono fotografati per testimoniare il loro essere professionisti; #generazionepro, allo scopo di trasformare le proteste in proposte; infine il flash mob #nottedeiprofessionisti».

    Come si legge sul sito della Confederazione Italiana Archeologi, che ha organizzato l’evento, la Notte dei Professionisti si è svolta a Roma lo scorso sabato – in concomitanza con la Notte dei Musei – ed è stata «una manifestazione indetta da professionisti e operatori della Cultura per affermare la necessità che il Governo Italiano assuma tra le sue priorità quella di elaborare un piano strutturale di riforma del settore culturale del nostro Paese, che parta dal riconoscimento dei professionisti ed il rilancio delle imprese. Al centro delle politiche per la cultura devono tornare ad essere il lavoro e le persone: i professionisti con il loro straordinario bagaglio di esperienze e conoscenze e le imprese sane che creano occupazione vera».

    Perché proprio gli archeologi hanno portato avanti questa campagna? Come spiega Gattigli «sono due le istanze principali: anzitutto non esiste alcun riconoscimento professionale degli archeologi, Albi o simili. Da qui la seconda istanza, ossia che sono attivi in molte Regioni italiane gruppi archeologici che – privi di specifici titoli o competenze – svolgono lo stesso lavoro dei professionisti in forma volontaria o a prezzi da “concorrenza sleale” (non essendoci un Albo né alcuna forma di tutela giuridica, non esiste neanche un tariffario minimo, ndr). Era già stata fatta una manifestazione, lo scorso 15 dicembre, per chiedere il riconoscimento professionale degli archeologi e il loro inserimento nel Codice Unico dei Beni Culturali, dove la parola “archeologo” non è nemmeno citata. È stata fatta a riguardo una proposta di legge da Marianna Madia (deputata PD) ma la caduta del governo Monti ne ha bloccato l’iter a un passo dall’approvazione in Parlamento. Gli archeologi hanno due associazioni di categoria (Ana e Cia) nate di recente, e che dunque – a differenza delle associazioni di categoria di altri settori della cultura – sono composte da professionisti che non hanno più una visione solo “statalista/ministeriale” dei beni culturali».

    Chi fa arte e cultura è anzitutto una persona che vuole lavorare: un mantra che a Era Superba abbiamo sentito spesso, da cosiddetti “giovani artisti” a cosiddetti “addetti ai lavori” che interpelliamo quotidianamente nel nostro lavoro. Ad approfondire questo concetto è la geoarcheologa Caterina Ottomano, che sui social network gestisce gli account Sos Via Garibaldi: «In Italia esistono diverse Facoltà universitarie di Beni Culturali, che formano persone e che ricevono fondi dallo Stato, ma quale collocazione professionale è offerta ai laureati? Non ci sono concorsi pubblici né assunzioni e l’assenza, né tantomeno un riconoscimento della figura professionale dell’archeologo che porti una tutela giuridica a questa figura. Un tema che porta anche contraddizioni. Mi spiego meglio: quando si inizia un opera pubblica è obbligatorio redigere uno studio di rischio archeologico preventivo, ossia una perizia che deve essere firmata da un professionista con una specializzazione o un dottorato in archeologia. La contraddizione emerge in due casi: da un lato perché, ad esempio, un geologo o altri professionisti hanno facoltà di firmare perizie se sono iscritti a un albo; la seconda è l’obbligo di specializzazione o dottorato, titoli accademici che gli archeologi nati negli anni Sessanta (ossia che operano da prima che la legge in merito fosse approvata) non possiedono, e che hanno dovuto conseguire re-iscrivendosi all’Università».

    Senza nulla togliere al prezioso contributo che le associazioni di volontariato forniscono in numerosi ambiti, incluso quello culturale, è importante ricordare che moltissimi operatori della cultura – con titoli quali laurea, master e iscrizione a Ordini professionali – sono disoccupati o ingabbiati in partite Iva che li portano a dividersi fra due, tre o più lavori sottopagati, spesso senza alcun riconoscimento ufficiale dalle stesse istituzioni in cui operano.

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Julieta Aranda a Villa Croce: intervista alla curatrice Ilaria Bonacossa

    Julieta Aranda a Villa Croce: intervista alla curatrice Ilaria Bonacossa

    ifabodyNei locali del Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova è arrivata la mostra di Julieta Aranda. Dallo scorso 9 maggio, fino al prossimo 30 giugno sarà possibile visitare (da martedì a venerdì, con orario 9-18.30, e sabato e domenica dalle 10 alle 18.30) i lavori dell’artista messicana: un’indagine aperta sull’idea di tempo e sulle costruzioni sociali che articolano la nostra vita quotidiana. Proprio il 9 maggio si sarebbe dovuta tenere una cerimonia di inaugurazione e una conferenza stampa alla presenza dell’artista.

    Tuttavia, i festeggiamenti sono stati sospesi a causa dei tragici eventi che hanno colpito il Porto di Genova. La mostra è stata quindi aperta, ma senza clamore: così ha preferito sia l’artista che il team del museo. Per la prima volta in Italia con una personale, Julieta Aranda –artista contemporanea di fama internazionale- parte proprio da Genova la sua avventura nel nostro paese, con una mostra ad hoc costituita da opere create appositamente per la prima personale dell’artista in un museo italiano. Organizzata dal Settore Musei del Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce, l’esposizione è stata fortemente voluta da Ilaria Bonacossa, curatrice del Museo di Villa Croce. Siamo andati a fare due chiacchiere proprio con lei e ci siamo fatti raccontare un po’ di retroscena sull’esposizione.

    Due parole sull’artista. Chi è Julieta Aranda?

    «Difficile riassumere in due parole il percorso di un’artista della sua portata. Sono davvero tante le cose da dire su una figura dalla personalità poliedrica e interessante come quella di Julieta. Ci legano un’amicizia e una conoscenza profonda, che hanno portato Julieta a Genova, proprio a Villa Croce. Nata a Città del Messico, Julieta Aranda vive fra Berlino e New York. Classe 1975, ancora giovane, ha già girato mezzo mondo, affermandosi come nome indiscusso nel panorama artistico contemporaneo e partecipando a numerose collettive e importanti manifestazioni internazionali d’arte contemporanea: dalla Biennale di Mosca nel 2007, a quella di Venezia nel 2011, passando per dOCUMENTA13, del 2012. Interessante in particolare un suo progetto, cui ha dato avvio assieme all’amico Anton Vidokle: i due dirigono dal 1999 e-flux, un progetto di network internazionale per la divulgazione artistica, un grande portale online che svolge funzione di informazione in campo artistico e che, partito in via sperimentale e più rudimentale, muove oggi flussi di 90 mila persone al giorno. e-flux ha attivato anche una newsletter che invia due comunicazioni al giorno ai suoi iscritti, informandoli su eventi e nuove tendenze in campo artistico. A e-flux hanno aderito negli anni anche altri artisti della cerchia di Aranda e Vidokle, che ora scrivono sul portale e permettono di gestire un flusso informativo costante e più che cospicuo. Si pensi che un annuncio su e-flux arriva a costare anche 800 euro: questo a dimostrazione dell’importanza assunta dal portale! Gran parte delle entrate degli annunci sono reinvestiti dagli artisti in altri progetti: ad esempio, è stato creato uno spazio espositivo a New York, una sorta di “banco dei pegni” (“pawn shop”) in cui gli artisti possono scambiare i loro lavori, e uno spazio per l’affitto e l´archivio di video tramite e-flux, che funziona anche come portale autogestito per la condivisione di progetti d´arte contemporanea. Si tratta dei progetti Time/Bank, Pawnshop ed e-flux video rental che, avviati nell’ e-flux storefront di New York, hanno fatto poi il giro del mondo. Nonostante i suoi impegni in giro per il mondo, Julieta è riuscita a essere a Genova in occasione dell’inaugurazione di If a Body Meet a Body, restando nella nostra città una settimana. Purtroppo adesso è tornata ai suoi impegni, ma le sue opere restano per fortuna qui, e sono visitabili ancora per tutto il mese di maggio e giugno».

    infinite monkeys ifabody5

    Quali sono i temi affrontati dall’artista? C’è un “filo rosso” nella sua produzione?

    «Sicuramente, l’idea di tempo e le costruzioni sociali che articolano la nostra vita quotidiana. I suoi progetti spesso aspirano a riconfigurare i rapporti economici che regolano il mondo dell’arte, offrendo agli artisti la possibilità di diventare agenti attivi e non soggetti passivi di un’economia post-capitalista. Inoltre, tra i tanti lavori, significativo soprattutto il progetto You had no ninth of May! (Non avete avuto il nove maggio!), in cui analizza l’artificiale costruzione dell’idea di tempo, attraverso un archivio di mappe e fotografie scattata sulle isole di Kiribati, nel mezzo del Pacifico, il luogo geografico in cui nel 1995 si decise di spostare la posizione della linea internazionale della data, creando uno sfasamento temporale e passando da oggi a dopodomani». E nella personale di Genova? «Anche nella mostra genovese l’artista ripropone questi temi: dalla riflessione sulla trasformazione della dicotomia lavoro manuale-lavoro intellettuale nell’era della new economy, dei new media e dello strapotere tecnologico, con la formazione di un nuovo “semiocapitalismo” in cui sono le facoltà cognitive –e non più il lavoro fisico- ad essere asservite agli interessi del capitale. Da qui, il costante richiamo nelle opere esposte al rapporto e dicotomia testa-corpo».

    Come  nasce l’idea della mostra a Villa Croce?

    «Quando arrivò, tempo fa, a Villa Croce per fare una visita, Julieta rimase molto incuriosita dal fatto che in una stanza c’era una collezione di sole teste scultoree, opere appartenenti al museo e create da alcuni importanti artisti liguri (Guido Galletti, autore del Cristo degli Abissi di Portofino, Guido Micheletti e Savina Morra) nella metà del secolo scorso. Questo ha molto suggestionato Julieta, che già si interrogava sui rapporti testa-corpo, pensiero-forza fisica, lavoro manuale-attività intellettuale, e lo spettacolo che ha trovato a Villa Croce le ha dato l’input di cui necessitava per mettere a punto i suoi lavori e organizzarli in un tutto organico. L’artista, tra inquietudine e fascinazione, ha iniziato a interrogarsi su cosa pensassero quelle teste e cosa ci fosse dentro di esse, cosa nascondessero. Ma non solo questo: sempre presente il riferimento –peraltro molto attuale- ai nuovi percorsi economici che si sono venuti a delineare nel momento storico dello strapotere tecnologico e al crollo della consueta divisione testa-corpo. Crollata questa scissione, siamo giunti nell’era del web, in cui tutti lavoriamo con la testa e spesso non riconosciamo il nostro corpo. Colletti bianchi e tute blu non esistono più, o forse sono diventati la stessa cosa: anche i vestiti non sono più fattore di discrimine tra classi sociali e magari l’operaio sotto la tuta blu cela vestiti griffati, mentre Marchionne va in giro in maglioncino. Inoltre, qui a Genova è nata anche la riflessione sull’idea di commemorazione: le teste scultoree hanno richiamato in lei quest’idea, che poco dopo ritrovò in Giappone. Qui, Julieta ebbe la possibilità di visitare un museo di calligrafia, in cui vide statue rappresentanti calligrafi rappresentati con le mani mozzate e trovò suggestive somiglianze-contrasti con la collezione genovese».

    Ci racconti come si struttura l’esposizione.

    «La mostra è multimediale: sculture, video, foto, disegni, installazioni. Per cominciare, Aranda ha reinstallato le teste delle collezione di Villa Croce, incrementandole e creando quella che si può definire “una collettività eterogenea fatta di sole teste”. In un’altra stanza, invece, ha inserito una serie di sole mani (dalle suggestioni ricevute dall’esposizione visitata in Giappone), che vogliono essere le mani di operai e, in contrasto con le teste, rappresentare il lavoro manuale, opposto a quello intellettuale. Poi, ha inserito anche video che esplorano il tema del pensiero: cosa pensano queste teste, quali meccanismi interiori celano, quali idee condividono? C’è anche un lavoro precedente, che Julieta ha pensato si inserisse bene nel contesto: “Tools for Infinte Monkeys”, una stanza intera le cui pareti sono coperte da una sorta di carta da parati dattiloscritta. Il titolo rimanda alla storia di cui si era parlato in Gran Bretagna, di alcune scimmie che, chiuse in una stanza e dotate di matita e macchina da scrivere, avrebbe mangiucchiato la matita e optato per la dattilografia. Le scimmie sarebbero riuscite a comporre circa 4, 4 pagine e mezzo, le stesse riprese da Aranda, ingrandite e usate per ricoprire le pareti. Nella stanza, anche una macchina da scrivere modificata, con la sola lettera f, che sembra essere quella più utilizzata dalle scimmie. Si era arrivati al paradosso di sostenere che le scimmie sarebbero state in grado di riscrivere le opere di Shakespeare, ma in realtà senza cognizione di causa gli animali premevano sempre i soliti tasti giusto per sentire il rumore prodotto dalla macchina. Julieta esplora anche questo territorio e osserva questi alter-ego umani, nel loro rapporto corpo-testa. Infine, dei disegni a parete fatti a vinile rappresentanti popolazioni acefale del ‘700, considerate selvagge e “senza testa”. Aranda, nella sua personale, comunica l’immagine violenta di una individualità contemporanea decapitata, smembrata e disarticolata nelle sue componenti essenziali».

    If a Body Meet a Body: da dove questo titolo?

    «Un titolo che incuriosisce e che, a ben guardare, è carico di rimandi colti. A partire dalla canzone scozzese scritta nel 1782 da Robert Burns, “Comin Thro’ the Rye” (ovvero all’incirca “Attraversando la Segale”), che dice proprio così: “Gin a body meet a body/Coming through the rye/Gin a body kiss a body/Need a body cry?”, se una persona incontra un’altra persona attraversando la segale; se una persona bacia un’altra persona, ha bisogno di piangere? La canzone è tanto comune e tanto conosciuta, da essere stata riprese nel celebre romanzo “Il Giovane Holden” di Salinger. Ma perché questa scelta? L’artista ha rivelato che il titolo fa riferimento soprattutto al testo di Salinger, in cui il protagonista, interrogandosi sul suo futuro, modifica inavvertitamente la strofa di una poesia ottocentesca trasformando il verso “if a body meet a body” in “if a body catch a body” (da cui il titolo originale del romanzo “The Catcher in the Rye”). Se il giovane Holden immagina che il suo destino sia quello di afferrare i corpi “prima che cadano nel burrone”, Julieta recupera l’importanza dell’incontro fra corpi, lasciando intendere che da esso possano scaturire infinite possibilità».

    Elettra Antognetti

  • Fai, Fondo Ambiente Italiano: nasce a Genova il gruppo giovani

    Fai, Fondo Ambiente Italiano: nasce a Genova il gruppo giovani

    via-garibaldi-D1Venerdì 10 maggio 2013 (ore 19) si svolge a Palazzo Lomellino in via Garibaldi l’evento di presentazione del gruppo giovani FAI, una nuova squadra di volontari nella sezione locale del Fondo Ambiente Italiano, associazione che da oltre trent’anni si occupa di promuovere e tutelare l’eccezionalità del patrimonio ambientale e storico-artistico in Italia.

    In programma visite guidate al Palazzo, con mostra fotografica di Lidia Giusto e Stefano Ricco. A seguire, presentazione del gruppo e aperitivo musicale con Mnemosyne Ensemble.

    Saranno presenti Sonia Cevasco Asaro – capo delegazione FAI Genova – e Andrea Fustinoni – Presidente regionale FAI Liguria.

    [foto di Daniele Orlandi]