Mese: Giugno 2014

  • San Desiderio, molto di più che una squadra di calcio. La favola sportiva e la raccolta fondi

    San Desiderio, molto di più che una squadra di calcio. La favola sportiva e la raccolta fondi

    san-desiderioIl quartiere genovese di San Desiderio vive da ormai 15 anni una favola sportiva unica nel suo genere, a Genova e probabilmente anche in Italia. Una società dilettantistica che può contare su una vera e propria tifoseria organizzata che è allo stesso tempo proprietaria e amministratrice del club. Era Superba non si occupa di sport, ma questa storia va ben oltre la cronaca sportiva e merita senza dubbio di essere raccontata. Qualche settimana fa è arrivato il grande salto nel Campionato regionale di Promozione con il successo sul campo e la grande festa dei tifosi giallo blu, una rincorsa durata un’intera stagione, una vittoria inaspettata e quindi ancora più goduta, ma che significa anche maggiori sforzi economici per l’iscrizione alla prossima stagione sportiva. Da qui l’idea di organizzare una campagna di crowdfunding fra gli abitanti del quartiere (e non solo) per permettere alla società di disputare il campionato regionale 2014/2015. 

    «San Desiderio è un quartiere che mi viene più facile definire paese, a Sande si ferma la strada sotto il Monte Fasce, la passione resta imprigionata nell’Alta Valle Sturla – esordisce così il presidente e primo tifoso del San Desiderio Silvio Frangioni – Qui la gente cresce, parte ma poi torna. Il Sande è elemento di unione per molte generazioni, sopratutto per i ragazzi nati negli anni 80 e 90. Abbiamo rifondato la squadra nel 1999 dopo 18 anni di assenza, il vecchio San Desiderio aveva intrapreso un percorso importante culminato con la promozione in Serie D nei primi anni ’80, ma per farlo si era dovuto fondere prima con il Quarto e poi con il Rapallo Ruentes. Noi, oggi, siamo riusciti ad approdare in un Campionato regionale come la Promozione senza fonderci con nessuno, ma facendo tutto con le nostre forze, e puntando molto sui valori che forse solo in un paese possono essere così tangibili e reali».

    Una campagna crowdfunding (qui il link) per sostenere l’iscrizione alla promozione e un video per promuovere l’iniziativa. I primi giorni di raccolta sembranoessere partiti con il piede giusto… «I costi in Promozione raddopiano rispetto alla prima categoria; con alcuni amici abbiamo avuto l’idea di provare questa iniziativa 2.0 e dopo tanta fatica e sudore versato siamo riusciti a produrre un video che a nostro parere rappresenta davvero l’essenza giallo blu».

    san-desiderio-2Una grande sfida, insomma, quella che Frangioni e i suoi vogliono vincere. Quella del San Desiderio è una tradizione ben consolidata. «Ormai sono 15 anni che abbiamo un seguito importante che ci ha accompagnato in tutta la provincia. Lo zoccolo duro è composto da qualche decina di persone che di anno in anno aumenta in maniera importante. Io faccio il presidente da due anni e sono il primo tifoso della squadra, in Consiglio con me abbiamo tanti miei coetanei che hanno vissuto il Sande dall’inizio e due anni fa quando sono terminate le Presidenze “foreste” si sono impegnati con me per non far sparire il San Desiderio; all’inizio sono stato eletto Presidente Pro-Tempore, ma poi non essendo subentrato nessuno… sono andato avanti sino ad oggi! E tutto sommato siamo andati oltre le più rosee aspettative mettendo a segno due promozioni di fila…»

    Anche i giocatori partecipano attivamente a questa favola di calcio, rinunciando al compenso. Come avete convinto il gruppo di calciatori a sposare la vostra causa senza puntare sul compenso economico? «Quest’anno solo tre ragazzi prendevano un rimborso, un gesto simbolico per alcuni dei giocatori più rappresentativi. La piazza di Sande ci permette di avere con noi dei giocatori che da altre parti potrebbero sicuramente riuscire ad ottenere dei compensi. I tifosi e l’aria che si respira a San Desiderio sono speciali, speriamo di continuare a respirare quest’aria ancora per tanti anni. Servirà la dedizione e la collaborazione di tutti. Forza Sande!».

  • L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    L’Euphorbia, i fiori gialli delle coste mediterranee

    Euphorbia-1La pianta di cui parliamo questa settimana appartiene alla famiglia delle Euphorbaceae ed è assai comune lungo le coste e nelle aree dal clima mediterraneo, in particolare dell’Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia. Il nome trarrebbe origine dal medico Euphorbus che avrebbe utilizzato il succo lattiginoso e biancastro, proveniente dai rami della pianta, nella preparazione delle sue pozioni. A seconda della specie, vi sono tipologie legnose o erbacee, tutte diverse tra loro ma accomunate dalla tipologia della fioritura. La caratteristica principale della pianta consiste proprio nei caratteristici fiori che si formano in tarda primavera o inizio estate e che ricoprono la parte terminale dei rami. Il loro colore è estremamente raro e quasi unico in Natura, sono infatti di un giallo verde accesso, acido, inusuale e quasi fosforescente sotto il sole. Alcune specie presentano caratteristiche campanelle dal cuore marrone brunastro, anch’esse estremamente inusuali.

    Euphorbia characiasL’ Euphorbia è frugalissima, spontanea nell’area mediterranea, non richiede nessuna particolare tecnica colturale: né specifiche concimazioni, né potature e neppure di essere annaffiata. Essa è poi soggetta al fenomeno dell’“estivazione”: la pianta, per sopravvivere alla estrema calura estiva, lascia infatti che tutte le foglie (lanceolate e di un bel verde brillante) cadano e rimane completamente spoglia. La traspirazione dell’Euphorbia viene così ridotta al minimo e le esigenze idriche sono quasi azzerate. La pianta butterà, alle prime piogge e nella successiva primavera, nuove foglie e nuovi fiori, tornando rigogliosissima come se nulla fosse accaduto.

    Euphorbia-4

    Una ulteriore particolarità dell’essenza consiste nelle modalità di diffusione dei suoi semi. Questi ultimi vengono infatti letteralmente gettati, per effetto dell’esplosione -sotto il cocente sole estivo- dei baccelli che li contengono, lontano dalla pianta madre.
    Perfetto è l’utilizzo di questa pianta, specie di quella arbustiva, nei bordi misti di essenze mediterranee. L’Euphorbia presenta infatti una struttura articolata di rami, foglie e fiori dalle colorazioni particolari che completano gli insiemi di piante dalle chiome grigiastre (ad es: Westringia, Ulivo,…) o verdi scuro (ad es. Mirto). Nelle estati più torride quando l’arbusto perde le foglie, l’insieme dei rami rimane comunque molto particolare, di un suggestivo rosso brunastro. Il risultato è il migliore, specie se la pianta viene collocata lungo la costa a strapiombo sul mare, che traspare attraverso lo scheletro contorto dei rami.

    In realtà, tanto l’Euphorbia è diffusa in natura tanto poco lo è in parchi e giardini. Meriterebbe invece maggiore attenzione, da un lato per la fioritura che è assai particolare e dall’aspetto orientaleggiante, e, dall’altro, per le limitatissime esigenze idriche, da tenere sempre in maggiore considerazione nel futuro impianto del verde.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La beffa dei contatori del gas (parte prima): io ti blocco e tu mi paghi lo stesso

    La beffa dei contatori del gas (parte prima): io ti blocco e tu mi paghi lo stesso

    Contatore del GasQuesta settimana dobbiamo tornare a parlare di contatori del gas. Abbiamo più volte ricordato la differenza tra venditori (di gas piuttosto che di energia elettrica) e distributori. In questo paese anomalo, dove i distributori cambiano come gira il vento e, di fatto, dettano legge, il consumatore utente si trova a stipulare i contratti con i venditori.

    Così, ogni qualvolta nasca una problematica, ecco scattare un simpaticissimo scaricabarili tra distributore e venditore. Analizziamo un caso segnalato da una lettrice.

    La signora Calogera mi contatta perché nel 2007 Iren Mercato le piomba il contatore; mi porta idonea documentazione a supporto. Ciò nonostante, nel 2014 le arrivano delle bollette arretrate dal 2007 ad oggi.
    Pazzesco, voi direte.
    Pazzesco, vi rispondo io.

    Innanzitutto, ricordiamo la prescrizione di cui all’art. 2948 del codice civile (cinque anni), per cui una parte delle somme richieste sicuramente non s’hanno da pagare. In secondo luogo – e qui sta il nocciolo della questione – la signora ha fatto reclamo e, udite udite, la risposta è stata: il distributore ha piombato il gas, ma poi vi è stata una richiesta di riallaccio via mail, quindi la somma richiesta è da pagare.

    Ora, con un contatore a tutt’oggi piombato, la cosa è impossibile. Ma il distributore dice così.E allora come risolvere?

    Semplicemente con un esposto alla Magistratura competente e con un’azione civile volta non solo a richiedere l’infondatezza delle richieste, ma pure il risarcimento del danno causato alla signora. Ricordiamo che la signora Calogera aveva un rapporto contrattuale con Iren Mercato e non con il distributore (in questo caso Genova Reti Gas); quindi tirare in ballo il distributore per discolparsi, mi sembra una tattica a dir poco irragionevole.

    Perché non fare ricorso all’A.E.E.G.. ovvero all’Authority? Perché in questo paese le Authority non stanno mai dalla parte dell’utente/consumatore sottomesso, deriso, calpestato, odiato, per dirla con una celebre canzone di Rino Gaetano.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Villa del Principe, gioiello nel cuore di Genova: dimora privata, parco e museo, la nostra visita

    Villa del Principe, gioiello nel cuore di Genova: dimora privata, parco e museo, la nostra visita

    villa-del-principe-salone-dei-giganti-2L’ultimo appuntamento della stagione con #EraOnTheRoad (i sopralluoghi in diretta Twitter tornano a settembre ndr), ci ha portato in una location di eccezione, circondati dai saloni affrescati e dal vasto giardino all’italiana, una loggia risalente al ‘500 nel cuore della nascente Città Metropolitana di Genova, a pochi passi dalla stazione ferroviaria che prende il suo nome e dalla Stazione Marittima. Palazzo del Principe, un gioiello edificato tra il 1528 e 1533 da Andrea Doria, che resta tutt’oggi privato ma coniuga a questa natura quella di museo pubblico, aperto alla cittadinanza e ai visitatori. Fiore all’occhiello delle bellezze genovesi, in una posizione potenzialmente favorevole per richiamare grandi flussi di turisti, in realtà non supera i 10-12 mila visitatori all’anno.

    Siamo andati a visitare le stanze e il giardino, accompagnati da Roberto Bianchi, responsabile della didattica.

    La Villa del Principe e il parco

    villa-del-principe-facciata-sudSi tratta della dimora nobiliare più importante di Genova, la prima costruita secondo la moda della Roma e della Firenze del tempo: era il 1528 quando Andrea Doria, ammiraglio della flotta papale e personaggio controverso, commissionava il complesso a un team di valenti architetti, artisti ed esperti, tra cui Perin Del Vaga, allievo di Raffaello. Doria, i genovesi lo sanno, aveva un temperamento particolare: era un “principe” nel senso più machiavellico del termine, un uomo la cui fama è stata più volte compromessa nel corso dei secoli (per il suo avvicinamento al papato prima e alla monarchia spagnola poi), ma che di recente sembra essere stata riabilitata grazie a studi e libri che raccontano la sua storia. Di lui oggi a Genova resta davvero molto: in primis, proprio questa Villa, da lui voluta per celebrare il suo status di ‘self-made man’, il rango prestigioso acquisito grazie al suo pragmatismo e alla sua ambizione. Rimasto orfano piccolissimo (a soli 12 anni), Andrea Doria è un uomo che oggi diremmo “si è fatto da solo”, prima lavorando come mercenario al servizio del papa, che all’epoca aveva un folto entourage genovese; poi con il cursus honorum al servizio dei principi della penisola. L’inizio della sfortuna dell’Italia coincide con l’inizio della sua fortuna: nel 1494 si converte a mercenario in mare, dotato di flotte di galee messe al servizio prima della Repubblica di Genova, poi del migliore offerente. Così entra in contatto con la Francia prima, e poi – dal Sacco di Roma del 1527 – con il re di Spagna Carlo V, costringendo anche l’oligarchia genovese a spostarsi verso un’alleanza spagnola.

    Proprio Carlo V sarà il primo ospite della Villa: è stata ultimata nel 1533, in soli 5 anni, proprio per accogliere il sovrano spagnolo, in visita in città.

    La dimora nobiliare

    Il Palazzo, aperto dal 1995 al pubblico, è articolato in 20 stanze al piano nobile (unico edificato da Doria, con aggiunte del suo successore Giovanni Andrea I), distribuite in due appartamenti completamente simmetrici, riservati uno agli uomini, l’altro alle donne, in stile francese e con il Salone di rappresentanza, per gli ospiti, e le sale private, alle quali si accedeva solo su invito del padrone di casa. Qui, la storia di una delle famiglie più prestigiose di Genova è raccontata mediante ricorso alla rappresentazione della storia romana repubblicana e alla mitologia classica (in particolare le “Metamorfosi” di Ovidio).

    Nel primo salone di rappresentanza, quello dell’ala maschile, troviamo subito gli arazzi originali collezionati dal Doria (originariamente 200), in filo d’oro e d’argento, gli affreschi ai soffitti (che mostrano simbolicamente la caduta dei giganti, i nemici dei Doria), gli ornamenti pregiati e d’epoca; i ritratti di famiglia con il cane, simbolo di fedeltà alla corona spagnola. Proseguendo, il famoso ritratto di Andrea Doria/Poseidone, re del mare con le sue flotte; il busto di Augusto che, come Doria a Genova, è stato un pacificatore dei popoli dell’Impero Romano; i busti dei papi in bronzo e gli arazzi dei mesi dell’anno con le rispettive divinità eponime. Tra tutti, gli arazzi sono di particolare interesse: 40 mq di estensione, sono gli unici presenti all’interno di una reggia in un contesto repubblicano.

    Nella parte femminile, invece, oltre a nuovi arazzi provenienti dalle Fiandre e Bruxelles con le scene della battaglia di Lepanto (cui lo stesso Giovanni Andrea I ha partecipato, suggellando definitivamente la vicinanza alla corona spagnola), una serie di ritratti delle matrone di famiglia, attraversando i secoli di storia.

    Il parco

    Risanato dal 1999 per volere dei proprietari, il parco prima versava nel degrado ed era utilizzato per il cineforum estivo Nettuno. In seguito, sono stati fatti i primi scavi e gli studi sui documenti d’epoca per la scelta delle piante da coltivare e della vegetazione, rigorosamente in linea con lo stile dell’epoca. Oggi qui ci sono dodici sculture in vetro di Murano dell’artista contemporanea Ria Lussi, commissionate dalla famiglia e realizzate appositamente per questo giardino: rappresentano i volti di dodici imperatori romani, in una versione sui generis, con tanto di pannelli solari per la creazione di un meccanismo rotante. Le installazioni, inserite il 30 maggio, resteranno visitabili fino a settembre. Il giardino, ricordiamo, è aperto alla cittadinanza e visitabile gratuitamente, in orario di apertura del museo.

    Museo e residenza, tra pubblico e privato: i visitatori

    Il museo è aperto dal 1995, e il prossimo anno festeggerà i suoi primi 20 anni: una proposta culturale abbastanza recente, e soprattutto sui generis. Infatti, la Villa mantiene il duplice status di dimora privata, tutt’ora utilizzata dai proprietari, e di museo pubblico. Difficile conciliare oggi le due anime (diversamente da quanto accade ad esempio a Villa Croce, anche se si tratta di modelli di gestione diversi ndr), ma è proprio questo che rende l’esperienza particolare, unica. Si pensi che ogni anno, per qualche settimana, alcune stanze vengono chiuse al pubblico perché vi soggiornano i legittimi proprietari, che sono anche i finanziatori e gli unici che hanno effettivo potere decisionale circa le misure di promozione del complesso, le mostre permanenti, le iniziative.

    Il museo oggi dà grandi soddisfazioni alla città, ci racconta il dott. Bianchi, ma non è stato facile allestirlo così come lo vediamo oggi: «Gli oggetti che vediamo oggi e che fanno l’arredamento della Villa sono stati portati a Genova da Roma, dove erano stati trasferiti dopo che la famiglia Doria si imparentò con i Pamphilj, nobili della capitale, e decise di abbandonare il capoluogo ligure. Oggi questo è uno dei pochi esempi di dimora storica allestita e vissuta dai principi, che è casa e museo».

    Non mancano nemmeno le personalità illustri a completare la storia di questo luogo: «Negli anni qui sono arrivati anche molti personaggi famosi grazie ai Doria. Imperatori, papi, nobili, ma soprattutto artisti: uno su tutti Caravaggio, cui Doria voleva commissionare lavori, ma che pare non si sia fermato più di qualche settimana perché la città ligure per lui non era abbastanza attraente paragonata alla Capitale. Qui hanno soggiornato anche Napoleone e Giuseppe Verdi prese in affitto alcune stanze dopo che la famiglia già si era trasferita a Roma: qui compose parti dell’Otello e del Falstaff».

    Villa del Principe – racconta il giovane, preparatissimo ed appassionato Dott. Roberto Bianchi – è un complesso noto in tutto il mondo: tanti i visitatori stranieri informati ed entusiasti, meno i genovesi. In totale, in questi anni le presenze si sono attestate attorno a cifre che vanno dai 10 ai 12 mila visitatori, in linea con il trend di incremento generale del polo museale civico genovese (qui l’approfondimento).
    L’attività del museo si rivolge soprattutto alle scuole e alla didattica, per educare ed informare i bambini, i piccoli genovesi del futuro, ed invogliarli – chissà – a tornare. Le scuole sono prevalentemente elementari, per laboratori in giardino, e medie-superiori, per laboratori all’interno, dedicati allo studio della storia attraverso gli arazzi e i dipinti.
    Tutto, come già detto, è proprietà privata, e i proprietari si occupano di elargire fondi per eventi e mostre temporanee, e tutto ruota attorno alla loro volontà gestionale.

    Naturalmente il museo è escluso dalla rete dei musei civici, e cammina con le sue gambe. Il dialogo c’è, sia con Tursi che con i singoli musei, dice Bianchi, ma soprattutto a titolo privato, di conoscenze personali; una cooperazione vera e propria, invece, manca.

    Perché non sfruttare la posizione favorevole, vicina a terminal traghetti e stazione di Piazza Principe, per attirare nuovi flussi? Ne gioverebbe l’intera città. «Vero, ma sembra una prospettiva lontana. Dovrebbe essere il Comune ad accordarsi con Costa e MSC per far confluire turisti. Ad oggi collaboriamo sia con il Galata Museo del Mare che con la Commenda di Pré, con cui c’è forte connessione per quanto riguarda i temi legati al mare e al parco. Ancora, il Palazzo della Meridiana, anch’esso privato, con cui ci sono convenzioni e collaborazioni in merito alla didattica».

     

    Elettra Antognetti

  • M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    renzi-risataNon si mette bene per il M5S. L’idea di incontrare Renzi per discutere della legge elettorale poteva anche essere buona, perché bisognava scrollarsi di dosso l’etichetta di partito che dice solo no. Il problema è che discutere presuppone l’idea di scendere a patti: e la creatura di Grillo ha qualche difficoltà intrinseca a fare compromessi.

    Come avevo scritto addirittura a novembre 2012: Avere un rigido ricambio, spersonalizzare la politica e chiedere coerenza rispetto ad un programma proposto sono tutte cose giuste e desiderabili; e tuttavia non escludono una certa sfera di autonomia per un dato gruppo dirigente, per quanto serrato il controllo e per quanto ristretto il mandato“.

    Il M5S, invece, per sposare l’assurda idea di democrazia telematica teorizzata da Casaleggio, dapprima, in sede di sviluppo delle iniziative politiche, si è vincolato a un processo buono nelle intenzioni, ma lento e farraginoso (come testimonia il lungo parto della legge elettorale proporzionale, arrivata in colpevole ritardo); poi, in sede di discussione con le altre forze politiche, ha limitato fortemente l’azione dei suoi rappresentanti – cosa che, l’altro giorno, ha messo Renzi in una posizione fin troppo comoda.

    Il premier, infatti, presentatosi a sorpresa all’incontro, ha avuto buon gioco nell’inchiodare gli interlocutori su due punti in particolare: il mantra della “governabilità” e le 5 domande per proseguire la “strada del dialogo”. E in questo modo ha potuto chiudere in attacco. Ciò non significa certo che abbia vinto la partita: ma si può ben dire che Renzi abbia chiuso il primo tempo in vantaggio.

    Quello che avrebbero dovuto fare Di Maio & co. era proprio cercare di spostare la palla sul campo del premier, mettendolo nella posizione di dover rifiutare una richiesta di collaborazione. Perché ovviamente che l’accordo non ci sarà mai è cosa nota. Non se lo può permettere Renzi, che sarebbe costretto a mettere in discussione l’intesa col centro-destra; né se lo può permettere Grillo, che dovrebbe rinnegare completamente tutto quello che aveva cercato di essere fino all’altro giorno. La manfrina dell’incontro in streaming serve ovviamente ad una cosa sola: scaricare sul rivale la responsabilità del mancato accordo. Renzi deve dimostrare che i 5 stelle dicono solo no; i quali, a loro volta, devono dimostrare che Renzi è un piccolo dittatore simile a Berlusconi.

    Su questa battaglia, come era logico, il premier sta avendo la meglio. La mossa di lasciare gli interlocutori con delle domande a cui rispondere è stata azzeccata, perché comporta aver avuto il privilegio di porre delle condizioni: ora i 5 stelle possono rispondere, rischiando così di fare delle concessioni a Renzi (e di venire meno, di fatto, alle loro idee); oppure si possono rifiutare, dando però ragione, in questo modo, a chi li accusa di fare solo protesta. Esattamente la posizione scomoda nella quale avrebbero dovuto infilare il premier.

    Se questo scivolone si può spiegare con la poca scaltrezza e l’inesperienza, diverso è il discorso per l’altro punto su cui il premier ha costruito il suo attacco. Quando Renzi asseriva che bisogna assicurare la governabilità, si doveva evitare di annuire o acconsentire, ma occorreva rispondere pacatamente come il ragionier Fantozzi. Bisognava cioè ricordare a Renzi che l’Italia ha avuto moltissima “governabilità” dal 1928 al 1943: ma le cose non sono andate bene lo stesso.

    Il fatto è che, avendo detto no di principio ad ogni alleanza, avendo escluso a priori la possibilità che un gruppo dirigente abbia l’autonomia per fare accordi e concessioni, i 5 stelle non possono difendere agevolmente il valore di un sistema proporzionale rispetto ad uno maggioritario senza rischiare di contraddirsi da soli. Esattamente il lato debole su cui Renzi ha potuto colpire.

    C’è ancora tempo per rimediare agli errori; e ci si può ancora liberare da questi condizionamenti ideologici. Ma, in attesa di vedere come andrà a finire, bisogna ammettere che le premesse non sono affatto buone.

     

    Andrea Giannini

  • Fiera di Genova, il futuro delle aree che tornano al Comune fra uso commerciale e nuovo waterfront

    Fiera di Genova, il futuro delle aree che tornano al Comune fra uso commerciale e nuovo waterfront

    fiera-genova-kennedy-DISecondo stop in Commissione per la delibera che dovrebbe stabilire le nuove linee di indirizzo per il riassetto delle aree alla Fiera del Mare e dare mandato al sindaco di redigere con Autorità portuale e Regione Liguria un accordo di programma sui cambiamenti di destinazione d’uso del waterfront cittadino di Levante.
    Dopo le accese discussioni della passata settimana (qui l’approfondimento) soprattutto sulla previsione di 15 mila metri quadrati (per avere un’idea circa metà Palasport) destinati ad attività commerciali di cui 2500 ad attività alimentari, il vicesindaco Bernini si era preso l’impegno di scrivere nuovamente la delibera per poter recepire i desiderata di alcuni gruppi consiliari e dei rappresentati di categoria.

    Fiera di Genova >> divisione delle aree dopo le cessioni al Comune

    Il nuovo documento è stato così approvato dalla Giunta nella tardissima mattinata di ieri e presentato in fretta e furia alla Commissione riunita alle 14.30. Un iter che non è certo stato accolto di buon occhio dai Consiglieri che hanno fin da subito manifestato l’intenzione di bloccare la discussione e riprenderla nei prossimi giorni solo dopo gli opportuni approfondimenti. Con tutta probabilità, dunque, la Commissione si riunirà nuovamente lunedì prossimo ma i tempi potrebbero essere ancora una volta troppo stretti per arrivare il giorno dopo all’esame definitivo del Consiglio, come si sarebbe augurato il vicesindaco Bernini. L’aggiornamento della discussione, comunque, non ha tolto la possibilità già ieri pomeriggio di iniziare un primo confronto sugli aspetti macroscopici di questa seconda stesura.

    Dalla Giunta no a riduzione delle aree commerciali, ma…

    [quote]Escludere del tutto o limitare ulteriormente la parte commerciale – come alcune forze politiche si augurerebbero – potrebbe non far trovare alcuna disponibilità di investimento su un’area di grandi dimensioni e che avrà oneri di urbanizzazione piuttosto complessi[/quote]

    Tutti si aspettavano una riduzione delle aree previste a scopo commerciale e alimentare ma l’espediente adottato dagli uffici è stato più sottile: «Nella delibera – ha spiegato il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – è stata inserita una serie di indicazioni che dovranno orientare i criteri di stesura dell’accordo di programma e del conseguente bando per la vendita dell’area ex Fiera seguendo i suggerimenti raccolti durante le precedenti discussioni». Ecco allora comparire alcuni concetti chiave già visti nella versione preliminare del nuovo Piano Urbanistico Comunale: si parla, infatti, di “Genova futura come città sostenibile” in riferimento alla lotta contro il riscaldamento climatico, alla creazione di spazi verdi anche all’interno del costruito, a sistemi di recupero dell’acqua piovana e alla riduzione dell’inquinamento acustico ed elettromagnetico.
    Non mancano anche parole d’ordine come “costruire sul costruito”, “limitare il consumo di suolo”, “recuperare il rapporto della città con il mare” (ricordate la famosa linea blu?), “privilegiare il traporto pubblico rispetto al trasporto privato, considerando che l’area in questione è tra le più direttamente connesse col sistema autostradale (tramite la sopraelevata e, in prospettiva, il tunnel subportuale) ed è sita in prossimità del sistema ferroviario e del trasporto pubblico locale”.

    Ex Ansaldo Nira

    «Inoltre – prosegue Bernini – vengono esplicitati quali dovranno essere gli elementi premianti che porteranno alla scelta di un’offerta piuttosto che di un’altra: tra questi, figura la diminuzione dell’area commerciale e di quella alimentare i cui limiti esplicitati rappresentano soltanto un massimo non superabile anche a tutela di eventuali operazioni future. Ma escludere del tutto o limitare ulteriormente la parte commerciale – come alcune forze politiche si augurerebbero – potrebbe non far trovare alcuna disponibilità di investimento su un’area di grandi dimensioni e che avrà oneri di urbanizzazione piuttosto complessi (come le strade di collegamento a ponente con il Porto Antico e a levante con la Foce e Punta Vagno, grazie ai nuovi spazi ottenuti da Autorità portuale in seguito allo spostamento dell’Istituto idrografico della marina, ndr)».

    Secondo quanto circolato tra i corridoi di Tursi pare che questi valori (15 mila metri quadrati per il commerciale di cui 2500 per attività alimentari) fossero già presenti in un preaccordo di vendita tra Comune e Spim, la partecipata al 100% dell’amministrazione che gestirà la vendita degli immobili non più funzionali all’attività fieristica, e per questo difficilmente potrebbero essere modificati direttamente per iniziativa della Giunta. Se, dunque, i Consiglieri vorranno limitare le aree convertibili ad attività commerciale e alimentare dovranno fare ricorso a un emendamento (già annunciato da Lista Doria e Pd) da presentare in aula al momento della discussione definitiva sul documento. Emendamento che, stanti gli orientamenti emersi fin qui, non dovrebbe trovare particolari difficoltà ad essere approvato con una maggioranza probabilmente bipartisan.

    «Le offerte che arriveranno – spiega ancora il vicesindaco – dovranno essere coerenti col waterfront delle aree circostanti e dovranno avere una capacità attrattiva non tanto per una domanda locale quanto soprattutto per uno sviluppo turistico. Tengo, inoltre, a precisare ancora una volta che questa delibera non riguarda la variante al piano regolatore ma tutti gli elementi contenuti sono semplicemente indicazioni di lavoro che potranno essere riviste quando avremo in mano il testo dell’accordo di programma stipulato dalla conferenza dei servizi e la proposta di bando di gara europea per la vendita». Ma i Consiglieri vogliono mettere in chiaro alcuni paletti fin dall’inizio perché una volta che l’accordo di programma tornerà, come previsto, in Consiglio comunale per l’approvazione definitiva non sarà semplice intervenire in maniera strutturale per modificare nella sostanza il documento.

    Il nuovo waterfront di levante

    vista su corso aurelio saffiLa nuova stesura della delibera specifica meglio quali siano gli intendimenti dell’amministrazione per completare quel waterfront di levante che oggi si ferma a Calata Gadda e non riesce a sormontare “l’ostacolo” delle Riparazioni navali. Nel documento entrano pertanto specifici riferimenti a percorsi già attivati tra Comune e Autorità portuale, che tuttavia ha disertato la Commissione di ieri nonostante l’invito. Si fa, ad esempio, esplicito riferimento al collegamento con il Porto Antico attraverso “il progetto di Ponte Parodi e le prossime decisioni che dovranno essere assunte in relazione alle funzioni da attribuirsi all’Hennebique […] in quanto componenti di un medesimo sistema urbano, che include il riassetto della viabilità che è opportuno sia direttamente connessa con le diramazioni del nuovo nodo di S. Benigno”. Sulla direttrice opposta, invece, la nuova area dovrà fungere da collegamento con il “waterfront del centro città (Piazzale Kennedy) ed il lungomare di Corso Italia” con annessi e connessi servizi sportivi e balneari, senza dimenticare “la connessione con il sistema monumentale di viale Brigate Partigiane sino alla Stazione Brignole, a nord”.

    La posizione del Municipio

    La Commissione di ieri è stata anche l’occasione per ascoltare il parere del Municipio Medio-Levante, sul cui territorio è ospitata l’area (ex) fieristica: «Avremmo voluto essere coinvolti in modo anticipato – dice il presidente Morgante puntando il dito contro l’ex collega Bernini – dal momento che le nostre perplessità sulla realizzazione di una Fiumara bis erano già state espresse quando si paventava la costruzione nella stessa area del nuovo stadio. Non vorremmo, infatti, che si venisse a creare l’ennesimo non-luogo isolato dal resto del tessuto urbano e che potrebbe creare ulteriori problematiche al commercio di prossimità già in crisi».
    Il parere del Municipio sulla nuova destinazione d’uso della aree ex Fiera è pertanto sostanzialmente negativo, come sottolinea anche l’assessore all’assetto del territorio Gianluca Manetta: «Sebbene sia previsto un aumento di superficie del 30% in occasione di avvenimenti fieristici particolarmente importanti, siamo comunque di fronte alla forte riduzione di potenzialità di un sito che rappresenta un unicum nel territorio cittadino. Il nostro parere è negativo come impostazione di indirizzo e, in particolare, riteniamo che non ci sia grande necessità di nuove aree residenziali a Genova e che sul capitolo commerciale si potrebbe quantomeno introdurre qualche vincolo che rimandi alla vocazione nautica e sportiva dell’area».

    Oltre alla discussione sulle iniziative consiliari che possano obbligare la giunta a rivedere in maniera più stringente i vincoli al settore commerciale e alimentare, nella prossima seduta di Commissione si discuterà anche di una proposta già illustrata dal capogruppo del Pd, Simone Farello, di prevedere nell’operazione di vendita delle aree il mantenimento di una funzione del soggetto pubblico pur all’interno dell’iniziativa imprenditoriale privata per evidenziare la strategicità dell’area per la Genova del futuro.

     

    Simone D’Ambrosio

  • #EraOnTheRoad, Villa del Principe: il sopralluogo in diretta Twitter dalle 14.30

    #EraOnTheRoad, Villa del Principe: il sopralluogo in diretta Twitter dalle 14.30

    villa-principeQuesta settimana #EraOnTheRoad andrà a fare visita ad uno dei complessi storici più importanti della città di Genova, la Villa del Principe, la dimora di Andrea Doria edificata intorno al 1530.

    Nel 1994 sono terminati i lavori di restauro (nel 200 quelli relativi all’area esterna) e la splendida “Versailles” della Repubblica di Genova è stata riaperta al pubblico. Andremo a scoprire i segretie le bellezze artistiche e documenteremo lo stato di conservazione del complesso.

    A partire dalle 14:30 potrete seguire il nostro sopralluogo in diretta Twitter. Come sempre, gli spunti più interessanti saranno poi oggetto di approfondimento in redazione sino alla pubblicazione degli articoli su erasuperba.it.

    Per segnalazioni e domande scrivi a redazione@erasuperba.it

    #EraOnTheRoad, cosa ti sei perso? >> Qui le precedenti puntate

     

  • Villa Croce, “dietro le quinte” del Museo d’Arte Contemporanea: gestione combinata pubblico/privato

    Villa Croce, “dietro le quinte” del Museo d’Arte Contemporanea: gestione combinata pubblico/privato

    villa-croce-parchi-DIIl Museo d’Arte Contemporanea di Genova Villa Croce due anni fa ha intrapreso un nuovo corso, una gestione mista pubblico/privato e una curatrice scelta con un bando creato in collaborazione fra il Comune di Genova e alcuni soggetti privati, un modello di gestione combinato. I fondi provenienti dal Comune (indicativamente 500 mila euro l’anno) coprono le spese di gestione della struttura, degli stipendi e della manutenzione della collezione permanente, mentre tutto quello che riguarda organizzazione di mostre ed esibizioni è tenuto in piedi grazie al budget privato, 100 mila euro annui, che tocca alla curatrice gestire e suddividere fra le diverse manifestazioni.
    Con questa struttura Villa Croce riesce ad organizzare 5/6 mostre l’anno, ospita una serie di eventi paralleli organizzati da partner e collaborazioni di vario tipo, raggiungendo (nel 2013) un numero di visitatori poco sopra i 14 mila.

    Dal 2014 il museo ha scelto la strada dell’ingresso libero per avvicinare più persone all’arte contemporanea. Da gennaio a maggio 2014 il numero dei visitatori ha raggiunto circa 6000 presenze, dato che fa ipotizzare una crescita rispetto al 2013 (Musei di Genova, dati visitatori 2012/2013, l’approfondimento). Abbiamo incontrato la curatrice Ilaria Bonacossa, la direttrice Francesca Serrati e  il direttore del settore musei del Comune di Genova, Guido Gandino, per fare il punto sulla gestione di questo importante polo culturale cittadino.

    Villa Croce, la gestione pubblico/privato

    museo villa croce genova
    Villa Croce – Una villa neoclassica affacciata sul mare, immersa nel verde. L’edificio è stato donato dalla famiglia Croce nel 1951 al Comune. La sua attività museale è stata inaugurata nel 1985, ha una collezione permanente (Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli) di opere di arte italiana e internazionale fra cui Licini, Reggiani, Radice e Fontana. Oltre alla collezione e alle mostre temporanee può vantare una biblioteca con 25 mila volumi e 205 periodici, alcuni in abbonamento.

    Come funziona la gestione mista pubblico-privato che caratterizza il Museo D’Arte Contemporanea genovese?  Chi sono i soggetti coinvolti? «Il Comune si occupa della gestione della villa, dello spazio e copre il costo del personale assunto, delle utenze e delle altre spese di gestione – racconta Francesca Serrati – mentre tutto quello che riguarda il budget relativo a mostre ed esibizioni quello proviene da sponsor privati.  Restando comunque un museo pubblico abbiamo questa gestione unica nella sua formula».

    Gli sponsor privati sono Palazzo Ducale Fondazione per la cultura, il cui primo fondatore è il Comune, Hofima, Fondazione Garrone, Costa Crociere, Villa Montallegro, Banca Carige, Coeclerici. «Villa Croce è un museo diverso dagli altri – commenta Guida Gandino – ha una collezione permanente di tutto rispetto che però rappresenta solo una parte dell’attività del museo; Villa Croce vive di exhibit, di produzioni e esposizioni temporanee, ed è sempre stato così. Negli anni passati lo stanziamento comunale che veniva dato sulle esibizioni temporanee andava dagli 80 ai 100 mila euro, poi la contrazione delle risorse pubbliche ha portato ad una brusca riduzione. Da due anni a questa parte, per rispondere alle esigenze di un museo senza un ricca dotazione rispetto ad altri tipi di musei presenti sul territorio, si è operato affinché il budget destinato alle esibizioni fosse  messo a disposizione da sponsor privati. La Fondazione Ducale, che è il soggetto fondamentale e di traino, un’emanazione del Comune, un ente formalmente privato ma che collabora attivamente con la città e il Comune stesso, si è fatto capofila nei rapporti sia con Bonacossa (la curatrice) sia per quanto riguarda la definizione del comitato di soggetti privati  e di gallerie creando un legame con il mondo dell’arte contemporanea e del mercato per realizzare i programmi».

    Il Comune utilizza dunque i fondi per Villa Croce esattamente come fa per gli altri musei, ovvero «restauro, conservazione e valorizzazione della collezione propria. Le priorità vengono date al sostegno delle esigenze di sicurezza, di manutenzione, di gestione e il pagamento delle spese fisse (stipendi e bollette)».

    Accanto ai partner privati, il museo può contare anche sul sostegno dell’associazione culturale Amixi di Villa Croce nata per sostenere le mostre , gli eventi e le attività della Villa. «Le quote dell’associazione – sottolinea Francesca Serrati – hanno una destinazione diversa rispetto a quella dei finanziatori/sponsor, danno un contributo in particolar modo fattivo. Si organizzano cene e incontri, tutto in funzione della diffusione della conoscenza dell’arte e del museo». Il sito web della villa (www.villacroce.org), ad esempio, è stato pagato in toto dall’associazione dagli Amixi. Un’esigenza sentita da curatrice e direttrice per aprire nuovi canali in Italia all’estero e conquistare anche un pubblico diverso oltre a quello genovese. Il nuovo sito è direttamente gestito dal museo che, ovviamente, è anche presente su Facebook: «in meno di 2 anni e passata da meno di 300 a 4596 follower» racconta con entusiasmo Bonacossa, lei stessa gestisce la pagina social del museo.

    Chi e quanti sono i visitatori di Villa Croce?

    Il Museo d’Arte Contemporanea di Genova ha ospitato 14527 persone nel 2013 e circa 6000 nei primi cinque mesi del 2014. Non si tratta certo di grandi numeri (200 mila visitatori hanno visitato il MuMa- Musei del Mare Galata e Commenda di Pré – nel 2013), anche se i segnali di crescita fanno ben sperare per l’immediato futuro. «Il visitatore di Villa Croce è una persona che sceglie di visitare il museo e chiede delle collezioni nella maggior parte dei casi. Si tratta di visitatori consapevoli. Spesso purtroppo la Villa è ancora percepita come distante, quasi  periferica – commenta Serrati – attività comunicative ne facciamo molte e mi pare funzionino bene, come ufficio stampa istituzionale abbiamo quello comunale che ovviamente occupandosi dell’intera rete museale cittadina non può essere specifico».

    La segnaletica certo non aiuta, l’unico cartello che abbiamo trovato è situato proprio all’ingresso della villa stessa. Da poco però le informazioni riguardanti il museo sono state inserite fra quelle che si leggono sul pannello che svetta sopra l’ingresso delle biglietterie di Palazzo Ducale. «Indubbiamente i cartelli sono pochi – ammette Gandino – e poco visibili, stiamo realizzando in questo senso una serie di progetti che coinvolgono la tecnologia e l’orientamento delle persone, al momento stiamo lavorando sul centro storico ma arriveremo sicuramente anche a Villa Croce».

    La curatrice ci racconta che vorrebbe poter fare di più, che sicuramente servirebbe budget in più per gli allestimenti;  ma più di ogni altra cosa Bonacossa vorrebbe poter disporre di maggiori risorse da investire su «un dipartimento educativo, avere in sala dei mediatori culturali, qualcuno che sappia comunicare i lavori al visitatore. Quello che davvero manca al museo è un modello che non lasci le opere orfane».

    A questo proposito è stata firmata un convenzione con l’Accademia Ligustica di Belle Arti (qui l’intervista al presidente Giuseppe Pericu) che dovrebbe partire concretamente il prossimo autunno e in parte risolvere la mancanza segnalata dalla curatrice. Spesso è la direttrice stessa a rendersi disponibile per raccontare la collezione o le mostre ai visitatori, ma rimane il problema che questa funzione dovrebbe essere espletata in modo costante da personale dedicato. Intanto, è stata adottata la prassi che impone didascalie alle opere bilingue.

    verde-parchi-villa-croce-DiIn ultimo c’è spazio per il sogno, l’apertura della caffetteria del museo. Si tratta di un progetto realizzabile solo con un programma a lungo termine spalmato su almeno 10 anni di gestione continuata, per attirare a Villa Croce anche chi non frequenta abitualmente gli spazi espositivi dell’arte contemporanea, «soprattutto potendo contare su un parco che è quotidianamente frequentato da mamme e ragazzi» conclude Bonacossa.

    Chiudiamo il nostro racconto con la scure che incombe: i tagli imposti dalla legge che di anno in anno inesorabilmente si abbattono sulla cultura. Ma Gandino, almeno per Villa Croce ci rassicura «non credo che i tagli avranno impatto su Villa Croce, con la buona volontà anche dei privati si potrà garantire alla villa il sostegno economico».  La discussione sul bilancio approderà in Consiglio comunale a fine luglio, la sensazione è che almeno per quanto riguarda il Museo d’Arte Contemporanea tutto rimarrà come nel 2013, con un ammontare di finanziamenti simile, intorno ai 500 mila euro e uno sponsorizzato di 100 mila per le esibizioni.

     

    Claudia Dani

  • Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    Riforma urbanistica nazionale, fra uso pubblico del suolo e proprietà privata

    costruzione-casaFinora si tratta soltanto di un’ipotesi di riforma urbanistica, che tuttavia fa già discutere, visto che parliamo di una bozza di disegno di legge – redatta dal gruppo “rinnovo urbano” della segreteria tecnica del Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, guidato da Maurizio Lupi – riguardante i “Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana“, destinata a ridisegnare le linee guida di governo del territorio, a distanza di 72 anni dall’ultima norma quadro statale, la Legge 1150/1942.
    Nei 21 articoli della bozza – suddivisi in Titolo I (Principi fondamentali in materia di governo del territorio, Proprietà immobiliare, Accordi pubblico-privati; art. 1-16) e Titolo II (Politiche urbane, Edilizia sociale, Semplificazioni in materia edilizia; art. 17-21) – vengono affrontate molteplici questioni alle quali in questi anni hanno provato a dare risposta prassi urbanistiche consolidate a livello locale, emanazione di leggi regionali (qui l’approfondimento sulla Legge ligure) spesso tra loro disimogenee, data la perdurante assenza di un’adeguata copertura legislativa nazionale.

    Lo schema concettuale alla base del nuovo dispositivo, però, è evidentemente caratterizzato da un’impostazione pianificatoria sbilanciata in termini privatistici, come si evince fin dall’articolo 1, nel quale si afferma “Ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà conformemente ai contenuti della programmazione territoriale”, che trova conferma nell’art. 8 “Il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, la sua appartenenza e il suo godimento […] Le limitazioni apposte alla proprietà che non hanno carattere generale e che non riguardano in generale una categoria di beni economici sono compensate”.
    Nel contempo, nel disegno di legge non compare mai la “partecipazione dei cittadini” in merito alle scelte urbanistiche, nè la possibilità di presentare osservazioni ed opposizioni, ad eccezione dell’art. 17 in cui si parla vagamente di “dibattito pubblico” soltanto in occasioni di operazioni di rinnovo urbano “…che comportano abbattimento e ricostruzione di porzioni di città”. Per altro, nello stesso articolo si sottolinea che tali operazioni “…possono essere realizzate anche in assenza di pianificazione operativa o in difformità dalla stessa, previo accordo urbanistico tra Comune e privati interessati”.
    Infine, viene sancito il principio della completa volatilità dei diritti edificatori, quando all’art. 12 si afferma “I diritti edificatori sono trasferibili e utilizzabili, nelle forme consentite dal piano urbanistico, tra aree di proprietà pubblica e privata, e sono liberamente commerciabili […] Ove i diritti edificatori, conferiti sia a titolo di perequazione, compensazione e premialità, siano ridotti o annullati a seguito di varianti del piano urbanistico, non obbligatorie per legge, il Comune deve indennizzare i relativi proprietari sulla base del criterio del valore di mercato”. Secondo alcuni esperti questo è il preludio alla distruzione della visione di città, senza dimenticare che, così facendo, la facoltà di edificare perde la sua natura urbanistica per trasformarsi in mero oggetto di un contratto (vedi l’articolo del professore Mauro Baioni sul sito specializzato Eddyburgh).

    La proposta del Governo è stata accolta con favore dall’Inu (Istituto nazionale di urbanistica), che in un comunicato esprime soddisfazione “Per la definizione di temi quali il ricorso alla semplificazione, alla perequazione, alla compensazione e alla fiscalità immobiliare; il rinnovo urbano; la definizione dei diritti edificatori, sebbene noi riteniamo che, detti diritti, nascono e muoiono con il piano e nel piano. Bene anche la formalizzazione di modalità operative già praticate grazie alle riforme regionali e alle buone pratiche locali: la rilocalizzazione degli insediamenti esposti a rischi naturali, la premialità ai fini della riqualificazione urbanistica, l’individuazione dei tempi di approvazione dei piani operativi comunali, la rimodulazione degli oneri di urbanizzazione in funzione dei contesti, la definizione di un contributo straordinario per le trasformazioni urbane. Sottolineiamo, inoltre, l’istituzione della Direttiva Quadro Territoriale e dei programmi statali di intervento speciali, nei quali si può leggere in controluce l’embrione delle politiche nazionali per le città. Consideriamo fondamentale che il testo si occupi finalmente di pianificazione di area vasta (Unione dei Comuni e Città Metropolitane) e spinga verso la pianificazione intercomunale”. Infine l’Inu ricorda che “Alla riforma nazionale del governo del territorio deve accompagnarsi un’organica e coerente riforma degli assetti istituzionali, con relative attribuzioni di competenze e chiare responsabilità politiche e di governo. Ci vuole, insomma, un raccordo pieno fra la riforma urbanistica nazionale proposta e la riforma del Titolo V della Costituzione, ove è abrogato il governo del territorio come materia concorrente, attribuita, invece, come esclusiva allo Stato”.
    Sull’altro fronte, pure il presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Paolo Buzzetti, dalle pagine del “Sole 24 ore”, sottolinea la bontà dell’iniziativa “Soprattutto per dare copertura legislativa a una serie di innovazioni che si sono diffuse negli anni in leggi regionali e piani regolatori. Noi siamo per fissare regole nazionali uguali per tutti. Se certi strumenti funzionano, come perequazione e compensazione, dobbiamo farli applicare a tutti. Dobbiamo ragionare nel lungo termine, almeno 15 anni. Positiva è anche la parte che punta a spingere il rinnovo con sconti fiscali e premialità urbanistiche. Ma ragioniamo sull’opportunità di stralciarla dalla riforma urbanistica, che ha necessariamente tempi lunghi, per inserirla subito in un decreto legge.

    Il punto di vista di Giovanni Spalla, urbanista e architetto genovese

    vico-malatti-via-del-molo-genovaEra Superba ha chiesto un parere sulla bozza di riforma urbanistica all’architetto e urbanista genovese, Giovanni Spalla, voce critica dell’associazione Legambiente. «Partiamo da una questione di fondo: l’impostazione di questo disegno di legge è legittima dal punto di vista della legislazione europea?». Il professor Spalla si riferisce alla “Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE – detta Direttiva VAS (Valutazione ambientale strategica) – entrata in vigore il 21 luglio 2001. Nell’ordinamento italiano la Direttiva 2001/42/CE è stata recepita con la parte seconda del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, modificata e integrata dal D.Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4 e dal D. Lgs. 29 giugno 2010, n. 128. I principali elementi di innovazione introdotti con la VAS sono: il criterio ampio di partecipazione, tutela degli interessi legittimi e trasparenza del processo decisionale, che si attua attraverso il coinvolgimento e la consultazione dei soggetti competenti in materia ambientale e del pubblico in qualche modo interessato dall’iter decisionale; l’individuazione e la valutazione delle ragionevoli alternative del piano/programma, valutazione che si avvale della costruzione degli scenari previsionali di intervento riguardanti l’evoluzione dello stato dell’ambiente conseguente l’attuazione delle diverse alternative; il monitoraggio che assicura il controllo sugli impatti ambientali significativi derivanti dall’attuazione dei piani, così da individuare tempestivamente gli impatti negativi imprevisti e adottare le opportune misure correttive.

    «Nella bozza non c’è un minimo riferimento alla Vas – spiega Spalla – Si tratta di una mancanza inspiegabile. Seppure con ritardo, la Vas è stata recepita dalla legislazione nazionale e negli ordinamenti regionali. Pensiamo al caso di Genova. La Regione Liguria, giustamente, finora non ha dato il suo via libera al preliminare di PUC del Comune, proprio perchè non rispetta la Valutazione ambientale strategica a cui è sottoposto il piano regolatore, ad esempio sul punto della partecipazione che, secondo la Vas, è elemento strutturale del processo pianificatorio, e deve essere garantita prima ancora di definire gli obiettivi della pianificazione, durante la definizione, e successivamente. Un concetto innovativo completamente bypassato dal disegno di legge». Inoltre, continua Spalla «Ogni volta che si redige un piano/programma che prevede la trasformazione del territorio, prima di intervenire occorre valutare i possibili effetti sull’ambiente (inteso l’insieme di vari elementi come suolo, sottosuolo, corsi d’acqua, ed altri fattori di rischio) diretta conseguenza degli interventi previsti, cercando di eliminare tali rapporti di causa-effetto, e predisponendo misure di attenuazione degli impatti contemplati. La Regione Liguria ha sostanzialmente bocciato il PUC di Genova proprio perchè lo considera reticente in merito a questi aspetti».

    Con deliberazione n. 689 del 6 giugno scorso la Giunta regionale ligure sottolinea di “non ritenere atto di ottemperanza al parere motivato di VAS sul progetto preliminare del PUC di Genova – DGR 1280/2012 -” il documento “verifiche/ottemperanze” del Comune, DCC n. 6/2014, finalizzato alla realizzazione del progetto definitivo di PUC.
    «Le critiche della Regione sono del tutto condivisibili dal punto di vista urbanistico e ambientale – spiega Spalla che recentemente è intervenuto per sostenere la sua contrarietà al progetto di trasformazione del distretto Fiera Piazzale Kennedy – Soprattutto quando imputano al Rapporto Ambientale del Comune di non “descrivere i possibili effetti significativi (compresi quelli secondari), cumulativi, sinergici a breve, medio, lungo termine, permanenti e temporanei, positivi e negativi […] di demandare a pianificazione di settore o a pianificazione attuativa né la descrizione e quantificazione di tali effetti né la soluzione dei possibili impatti da essi generati”».

    Dalla bozza di Ddl emerge, quale esigenza improcrastinabile, rimettere mano – sul piano politico – a tutta la legislazione centrale e locale in materia urbanistica. «L’obiettivo è sicuramente condivisibile – sottolinea Spalla – anche perché finora le Regioni spesso hanno legiferato in maniera difforme una dall’altra, e sovente non hanno lavorato a sufficienza, ad esempio per quanto riguarda la mancata realizzazione dei piani territoriali regionali. Dunque, se lo Stato intende riacquistare delle funzioni programmatorie e di pianificazione, è un fatto positivo, che tuttavia deve trovare migliore spiegazione nelle pieghe della legge».
    L’art. 5 del Ddl, infatti, afferma “Per l’attuazione delle politiche in materia di “governo del territorio” lo Stato adotta una Direttiva Quadro Territoriale (DQT) […] La DQT definisce gli obiettivi strategici di programmazione dell’azione statale e detta indirizzi di coordinamento al fine di garantire il carattere unitario e indivisibile del territorio”.

    L’impostazione della nuova normativa, prettamente a beneficio della proprietà immobiliare, lascia perplesso l’urbanista Spalla. «In effetti sembra una legge funzionale ai privati. Il tema della proprietà va posto a livello nazionale. La bozza di Ddl tocca uno dei vulnus più gravi dell’urbanistica italiana, che non ha mai chiarito il rapporto tra uso pubblico del suolo e diritto della proprietà privata. Se noi facciamo coincidere questi due elementi, significa che tutto il territorio diventa edificabile. Vuol dire, allora, che i piani regolatori stabiliscono un indice di edificabilità su tutto. La perequazione vuol dire questo. Nella pratica reale, però, tale istituto (che trova attuazione tramite l’attribuzione a tutte le aree soggette a trasformazione urbanistica di diritti edificatori senza distinzione tra destinazioni d’uso pubbliche e private, ndr) si è rivelato un fallimento».

    Infine, Spalla mette in evidenza due ulteriori strumenti, citati nell’art. 12 del Ddl, e considerati dall’urbanista estremamente pericolosi, ovvero la trasferibilità e la commercializzazione dei diritti edificatori. «Siamo dinanzi alla completa volatilità dei diritti edificatori. Così il territorio diventa un campo di battaglia dei poteri forti, come purtroppo già avviene, ma la situazione non può che peggiorare. Questo è un modo mafioso di vedere il territorio. Così non esiste più una visione di città, si cancella il rispetto per la storia della città e della sua morfologia, tutto in funzione della speculazione. Io sono un urbanista e, dunque, posso ipotizzare le ricadute di simili scelte nell’operare concreto, insomma nel realizzare i vari piani/programmi urbanistici, quindi le leggi regionali, i piani territoriali regionali, i piani regolatori, ecc. Di conseguenza, il mio giudizio generale sul Ddl è negativo ».

     

    Matteo Quadrone

  • Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    Le Graminacee: rustici ciuffi d’erba dai colori inaspettati

    graminacee-1Nell’articolo di questa settimana ci occuperemo delle Graminacee (nel Regno Unito “Ornamental Grasses” cioè, letteralmente, varietà di erba ornamentale) e del loro impiego nei moderni giardini. Queste piante sono ancora oggi poco conosciute ma erano, solo qualche anno fa, del tutto ignote, almeno in Italia. In generale, esse sviluppano cespugli di medie dimensioni che ricordano l’erba selvatica. Le foglie sono lanceolate, verdi, grigiastre, rossastre, brunastre, bianche e verdi, più o meno lunghe e dalle conformazioni molto variabili.

    graminacee-2Le moderne varietà, impiegate in botanica e nel landscape design, sono estremamente diversificate per forme, colori, dimensioni e possibilità di impiego. Dato il numero incredibile di tipologie esistenti, ricordiamo: Feather Reedgrass, Fountaingrass, Pennisetum Villosum, Cortadeira Selloana “Punila”, Stipa Tenuissima… Moltissime piante producono poi vistose spighe che troneggiano sui cespugli. Queste ultime sono particolarmente interessanti da un punto di vista estetico. Verdi e molli si piegano ai venti primaverili, giallo brunastre spiccano in autunno ed inverno sulla neve candida. Questa famiglia di piante è poi numerosissima e giunta recentemente alla ribalta per validissimi motivi. Le Graminacee sono infatti rusticissime e robustissime. Non richiedono terreni profondi per proliferare, resistono al caldo intenso ed al freddo anche pungente, agli sbalzi di temperatura, non necessitano di concimazioni o terreni particolari di coltura, non abbisognano di potature e non sono neppure soggette a malattie. Si possono abbinare ad altre piante rustiche (ad es: Sedum o piante tipiche della flora mediterranea e dalle simili esigenze colturali) o mescolare tra loro le differenti varietà, creando insiemi sempre diversi ed eterogenei. In quest’ultimo caso si potranno creare vere e proprie “onde” verdi, grigiastre o dei colori più vari che ammantano il terreno ed oscillano al vento, con effetti inaspettati e sempre nuovi.

    Dal punto di vista estetico, le Graminacee sono molto lineari e dalle linee pulite e scultoree. Si prestano quindi benissimo ad essere inserite in contesti ed edifici moderni, dove spiccano a contrasto con cemento, vetro ed acciaio. Sono anche perfette per essere impiegate sui tetti verdi, dove il poco terreno a disposizione ed il notevole irraggiamento solare rendono difficile la sopravvivenza di molte altre piante.

    Esempi celebri di loro recente impiego si possono trovare sia sulla High Line di New York che negli spettacolari giardini di Piet Oudolf. Quest’ultimo è noto proprio per il frequente utilizzo, nei suoi progetti, delle Graminacee. Egli realizza infatti particolari spazi verdi che richiedono poche cure e sono a c.d. “bassa manutenzione”, incentrati su grandi gruppi omogenei di piante. Tutte le essenze da lui impiegate sono poi estremamente frugali e variano, da luogo a luogo, a seconda della loro collocazione, dei gusti e delle diverse esigenze del committente. Si hanno così giardini semplicissimi da mantenere in una varietà potenzialmente infinita di forme, di insiemi e di colori.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Via dei Giustiniani: ex casa occupata, scuola Garaventa e Common-Lab. La nostra visita

    Via dei Giustiniani: ex casa occupata, scuola Garaventa e Common-Lab. La nostra visita

    giustiniani-2Il nostro consueto appuntamento con #EraOnTheRoad si è concentrato ieri su una delle parti del centro storico più lontane dai riflettori: Via dei Giustiniani, spesso zona presa come esempio per la piaga delle serrande abbassate, dello scarso movimento e dalla nascita di poche iniziative di rigenerazione urbana. È davvero così? Siamo andati a far visita ai ragazzi di Common-Lab nuova realtà di coworking e abbiamo affrontato con il presidente del Municipio Simone Leoncini il futuro dell’ex Scuola Garaventa e, infine, constatato la totale immobilità che incombe sul complesso Via Dei Giustiniani 19, reso celebre dall’occapazione e relativo sgombero di due anni fa.

    Common-Lab in via dei Giustiniani, la nostra visita

    Come prima tappa, abbiamo visitato il neo-nato Common-Lab, nuova realtà (inaugurata solo lo scorso 6 giugno) creata allo scopo di portare il coworking nei caruggi del centro. Abbiamo parlato con il fondatore, Danilo Schiara, e con Monica Poggi, una del team dei nove soci che hanno creduto in questa scommessa.

    Si tratta di una associazione di promozione sociale, uno spazio di coworking adatto ad nuovo modo di lavorare, spiegano i fondatori: “più confortevole, più accogliente, più economico, più attento alla persona e ai suoi bisogni… Mettete una via in centro città, aggiungete un acquario, un buon caffè, wifi, una poltrona rilassante, ed è fatta. Common-lab è un’idea semplice con la prerogativa di essere alla portata di tutti”.

    common-labUna community, un incubatore di idee per l’impresa e per il singolo, un centro per lo sviluppo delle competenze singole e collettive: comunque la si voglia vedere, la missione di Common-lab è quella di promuovere una nuova cultura imprenditoriale all’insegna di eticità, socialità e rispetto dell’ambiente. L‘attenzione all’essere umano, oltre che al lavoro: questa è infatti la particolarità che caratterizza l’esperienza di questo coworking che si unisce ai tanti che sono nati in città o stanno nascendo (da quello al Porto Antico, al TAG agli Erzelli, a Boccaccio-Passoni in Salita Santa Caterina, e altri ancora). «Non ci sarà rivalità con le altre realtà analoghe – racconta Monica – naturalmente collaboreremo, visto che per il momento siamo tutti soggetti con identità diverse: c’è chi punta più su editoria e new media, chi si concentra sulle nuove tecnologie, e ci siamo noi che puntiamo sulla dimensione sociale. Il fulcro di tutto, l’iniziatore dell’esperienza, è Danilo (poi ci siamo accodati noi altri soci), che è un commercialista “anomalo”, specializzato nel no profit e nel mondo dell’associazionismo, nonché gestore di circoli Arci; poi c’è Gabriella, esperta di grafica ma con trascorsi nell’associazione Italia-Cuba; poi ancora Luana, che fa parte di Eticologiche, io che ho all’attivo l’esperienza di Yeast e dell’orientamento al lavoro, e tanti altri. Puntiamo sulla sostenibilità ambientale e sul sociale, sul supporto e sul fare rete tra imprese e soggetti. C’è chi pensa che il coworking sia solo l’affitto di una scrivania a prezzi vantaggiosi, ma non è tutto qui. Certo, in senso stretto è così, e ciò ha anche grossi vantaggi, ma la cosa importante è la possibilità di lavorare fianco fianco ad altri professionisti con competenze diverse, incrementare le conoscenze, perfezionare le competenze, offrire ai propri clienti un plus, un valore aggiunto nella prestazione lavorativa».

    Al coworking di Via dei Giustiniani, insomma, troviamo davvero tanto fermento: «L’idea – continua Monica – è quella di organizzare anche eventi esterni qui, e eventi interni, in cui ciascuno di noi soci metterà a disposizione le proprie competenze. Ad esempio, pensavamo già a un evento informativo curato da Danilo in cui spiegare ai cittadini interessati come funziona la partita iva: non solo come e perché aprirla, ma come gestirla e quali vantaggi/svantaggi ne derivano».

    Il tessuto sociale

    giustiniani-vicoli-centro-storicoCi confermano i fondatori che secondo loro Common-Lab ha grandi potenzialità nell’aiutare la ripresa del tessuto sociale del centro: lo spazio dedicato al coworking è nato grazie alla collaborazione della ditta Ri.geNova srl, che si occupa di interventi di riqualificazione nel centro storico genovese. Danilo ci racconta tutta la storia: «Siamo una zona in cui ultimamente si vedono molte serrande chiuse. Oggi siamo un presidio su strada, con il locale aperto, l’accesso libero e l’accoglienza con desk informativo sempre attivo. La zona all’inizio ci sembrava più ‘morta’, poi stando qui abbiamo visto che in realtà c’è fermento e c’è passaggio, ma mancano stimoli. Noi speriamo di portare qui intanto lavoratori e imprese, poi anche persone semplicemente interessate al coworking, studenti, ecc. Vogliamo diventare un polo attrattivo, dare avvio a una nuova partenza, fungere da sportello informativo. Speriamo di lanciare molte nuove realtà e business, e di ingrandirci: abbiamo già aperto un canale con Ri.Genova e un domani potremmo collaborare con loro e chiedere in affitto altri locali in zona, per noi o per i nostri clienti. Abbiamo già instaurato un buon rapporto con gli altri esercizi del quartiere, in particolare il ristorante Jamila, altro presidio: il proprietario, Mamadou, ci ha detto che per lui questa via si dovrebbe chiamare “Via di Mamadou”, non dei Giustiniani, perché lui è l’unico aperto, l’unico che la vive e la ravviva. Noi vogliamo fare squadra con lui».

    La struttura

    Commenta ancora Danilo: «Prima qui c’era una pasticceria. Noi siamo arrivati dopo tre anni di chiusura del locale e l’abbiamo trovato in uno stato indecente: animali, umidità, trascuratezza e degrado. L’amministrazione non dovrebbe permettere questo degrado. Ad esempio, sapevate che qui vicino c’è uno dei vicoli più stretti di Genova, Vico Basadonne? I turisti vengono a fotografarlo, ma lo stato della strada è impresentabile: perché non si punta sulla promozione turistica e non si incentivano i visitatori a  spingersi fin qui?».

    Danilo e compagni hanno le chiavi dallo scorso dicembre, e  in soli 6 mesi hanno fatto un miracolo. Lo spazio qui è organizzato su 3 piani, quello interrato ospita la cucina che sarà data in gestione a terzi. Diventerà uno spazio utilizzabile da chi ha uffici qui in zona e vuole venire qui in pausa pranzo, sia per comprare il cibo, che per cucinare. Lo stesso per chi affitta, naturalmente, la scrivania qui, e anche per gli abitanti del quartiere. A breve arriverà anche un’altra socia, una nutrizionista e life coach che, in linea con la proposta di attenzione all’individuo e alla vita sana, darà consigli a chi è interessato su alimentazione sana e stile di vita equilibrato. «Vogliamo un posto di lavoro a misura di individuo, dove produrre rilassandosi. Saranno a disposizione prodotti vari, come caffè napoletano prodotto in una torrefazione a legna del 1800, una delle poche ancora attive. Offriremo prodotti particolari, etici, per uscire dalla banalità».

    La città di Genova è pronta per il coworking? In un panorama nazionale già piuttosto indietro rispetto al resto d’Europa, ma in molti casi più avanti della Liguria nel recepire le nuove tendenze, quella di Common-Lab è una scommessa difficile. «Genova non ha ancora capito le potenzialità del coworking – dice Monica – Se ne parla perché c’è crisi, e si fa di necessità virtù: si cerca di fare squadra e unire le forze e condividere l’ufficio. Ma le potenzialità reali vanno oltre. C’è un risparmio oggettivo e concreto (su bollette e affitto), e un guadagno simbolico ma ancora più importante: quello che deriva dalla condivisione delle conoscenze. È un arricchimento indiretto».

    Ex Scuola Garaventa in via San Giorgio 1

    Seconda tappa, la ex scuola Garaventa di Via San Giorgio, di recente balzata agli onori della cronaca dopo l’occupazione estemporanea dei giovani del LSOA Buridda, costretti a lasciare lo scorso 4 giugno i locali di Via Bertani. La scuola elementare è rimasta in funzione fino al gennaio 2014, quando è diventata operativa la nuova, discussa scuola di Piazza delle Erbe, in cui si sono trasferiti gli alunni di Garaventa e Baliano.

    Quale futuro per la Garaventa? Lo sgombero si è ufficialmente concluso questa mattina, i ragazzi del Buridda hanno trovato un’altra sede in Corso Montegrappa (ex Magistero ed ex Facoltà di Scienze Sociali), e per l’edificio di Via San Giorgio si continua a parlare del progetto di trasferimento degli uffici del Municipio Centro-Est. Ne parliamo con il vicesindaco Stefano Bernini «Confermo il progetto di insediamento di uffici pubblici, ma dobbiamo attendere l’avvio di alcuni lavori di ristrutturazione che rendano agibile tutto il complesso. Avevamo fatto richiesta al fondo della Cassa Depositi e Prestiti e Ri.Genova srl per finanziare gli interventi, ma non abbiamo avuto notizie».

    Insomma, è tutto fermo? Chiediamo lumi direttamente a Simone Leoncini, Presidente del Municipio I, che ci espone la situazione più nel dettaglio: «Al momento all’interno della scuola c’è ancora materiale scolastico, e l’ipotesi di un nostro trasferimento resta, ma non si tratta di una cosa immediata. In questi mesi, oltre allo spostamento del Municipio dall’attuale sede di Piazza Santa Fede, si è fatta avanti anche l’idea del trasferimento di Aster, oggi in Via XX Settembre, in una sede da alienare. Lo spostamento è sicuramente da fare: dalle prime stime pare che inserendo qui il Municipio, si potrebbe eliminare il passivo e ci sarebbe un risparmio di circa 200 mila euro all’anno. Inoltre, spostando il Municipio, sarebbero liberati altri spazi per uffici comunali: si pensa all’ATS (Ambiti Territoriali Sociali, n.d.r.), oggi diviso tra le due sedi di Villa Piaggio (in cui a breve partiranno i lavori del POR) e Piazza della Posta Vecchia, che andrebbe a trasferirsi tutto a Santa Fede. Sarebbe opportuno avere una sede unica, anche per ridurre i costi, visto che ATS ha sempre meno risorse. Portare il Municipio qui ha un valore anche sociale: sarà un presidio sociale e della legalità, in una zona come quella di Via/Piazza San Giorgio ancora problematica. Portare qui ogni giorno almeno 200 persone sarebbe una bella scommessa e un bel segnale di ripresa».

     Via dei Giustiniani 19, ex casa occupata

    Infine, non poteva mancare la ex casa occupata di Via dei Giustiniani 19. Svuotata definitivamente dal 2012 (dopo anni di incertezza: prima utilizzata dalla associazioni sociali del centro, poi sgomberata nel 2006 e rioccupata dai ragazzi nell’ottobre 2011 fino all’agosto 2012, leggi la nostra inchiesta), qual è la situazione attuale? Ci sono progetti di riqualificazione o la struttura è nuovamente caduta nel dimenticatoio? «Per il momento non sono in previsione interventi di ristrutturazione», comunica telegrafico il vicesindaco Bernini. Dall’Ufficio Patrimonio del Comune di Genova ci informano che, in base alla legge sul federalismo demaniale, il Comune potrebbe richiederlo al Demanio e farlo diventare di sua proprietà (qui il recente approfondimento sullo stato delle richieste da parte di Tursi), anche se a noi non risulta. L’immobile non sarebbe più di proprietà del Demanio, bensì oggetto di cartolarizzazione con la Cassa Depositi e Prestiti e quindi non potrebbe rientrare nella lista degli immobili da acquisire. Una situazione emblematica, che non porta certo ad immaginare una nuova destinazione d’uso in tempi brevi, anzi, sembrerebbe proprio che sull’ex sede del Partito Nazionale Fascista regni il più totale immobilismo, oltre che una preoccupante confusione di informazioni. Un peccato che un immobile del genere, così spazioso e centrale, rimanga abbandonato.

     

    Elettra Antognetti

  • Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    economia-soldi-D1È talmente raro che le trasmissioni di approfondimento facciano davvero “approfondimento” che, quando capita l’occasione di citarne una, non c’è altra notizia che tenga: bisogna dare spazio a chi compie l’atto rivoluzionario, per questi tempi, di un minimo riequilibrio informativo. È accaduto infatti questa settimana che venisse affrontata, anche se solo a livello divulgativo, la grande questione della politica economica: quali tipi di intervento o quale tipo di atteggiamento deve tenere il governo nei confronti dell’economia? In che modo si può operare per creare più occupazione, più sviluppo e più benessere?

    Si tratta, come è evidente, di un tema assolutamente prioritario, tanto più nel corso di una crisi economica ancora molto dura. Eppure non se ne sentiva parlare affatto. Anzi, nel corso dell’ultimo ventennio si è come rimosso l’argomento dal dibattito pubblico; quasi che la risposta fosse scontata, quasi che alla gente non dovesse interessare avere diversi punti di vista sul modo di incentivare l’economia o di individuare i settori settori strategici per lo sviluppo del paese. Infine tre anni fa, come è ormai noto, lo Stato italiano abdicava formalmente a questo ruolo, rimettendolo nelle mani sapienti della Commissione Europea e della BCE che da allora lo interpretano predicando incontrastate rigore contabile e liberalizzazioni.

    Questo muro dell’ortodossia è stato timidamente graffiato per la prima volta un paio di sere fa, nel corso di una puntata di Otto e Mezzo dal titolo: «Renzi, liberista o socialdemocratico?». Ospiti di Lilli Gruber erano, da una parte, il professor Francesco Giavazzi, editorialista di punta del Corriere della Sera e vecchia “conoscenza” di questa rubrica (per via di alcuni fondi su euro e stato sociale scritti insieme ad Alberto Alesina) e, dall’altra, la professoressa Mariana Mazzucato, economista dell’Università del Sussex.

    I due ospiti rappresentavano ovviamente, come è nello stile del giornalismo italiano, i due diversi punti di vista sul modo di intendere la politica economica. Da qui – immagino – la prima sorpresa dello spettatore, che per la prima volta dopo anni viene posto a conoscenza del fatto che non esiste una sola verità sull’argomento: cioè le “ricette” a cui da anni ci stiamo sottoponendo, senza alcuna discussione pubblica, non sono le uniche possibili. Non solo. Scopriamo addirittura che non un nazionalista di estrema destra o un teorico delle scie chimiche, ma proprio una di quelle figure che piacciono tanti ai “liberals”, una donna che insegna economia in Inghilterra (cosa che fa tanto “minoranze” e tanto “successo italiano all’estero”) sostiene tranquillamente una tesi del tutto opposta a quella della “Europa”, dei partiti “moderati” e dei giornali “seri”.

    E chi lo avrebbe mai detto che era possibile una visione economica alternativa? Beh, ad esempio il sottoscritto. Già a settembre del 2013, infatti, avevo provato a spiegare, entrando in temi che non mi competono come un elefante in cristalleria, che nel dibattito economico attuale più che in passato si danno almeno due visioni contrapposte: visioni che però non trovano corrispondenza nell’offerta politica, dato che i partiti, da destra a sinistra, in Italia come in Europa, sono tutti sbilanciati verso un solo polo del dibattito.

    Questo polo è incarnato discretamente dalle idee del professor Giavazzi, il quale, interrogato dalla collega su quali fossero i problemi delle imprese italiane (visto che si parla sempre dei problemi dello Stato, ma mai di quelle delle imprese…), rispondeva eloquentemente: “i problemi delle imprese sono le tasse alte e le rigidità del mercato del lavoro”. Al che la professoressa Mazzucato aveva buon gioco a dimostrare come questi siano in realtà problemi dello Stato, essendo quel soggetto che solo può elevare la pressione fiscale e stabilire le regole nei rapporti di lavoro: e dunque dare questo tipo di risposta equivale a dire che il privato non ha colpe.

    Nel corso del dibattito tra i due economisti questa differenza di vedute emergeva in modo sempre più evidente, anche per il profano: da una parte la Mazzucato vuole definire compiti e punti di forza sia del pubblico che del privato; dall’altra invece Giavazzi propende nettamente per il privato. Questa contrapposizione ha evidentemente radici ideologiche, o comunque risponde a un orientamento generale del pensiero: perché naturalmente non può esistere una rigorosa dimostrazione empirica che stabilisca, una volta e per sempre, chi abbia ragione in questa diatriba tra pubblico e privato. Ciò detto, però, se guardiamo a chi offre la risposta più radicale, allora non c’è partita.

    Secondo Giavazzi la politica economica si fa solo con l’antitrust e le detrazioni fiscali: compito dello Stato è dunque quello di fare il “guardiano dell’economia”, evitando che si instaurino regimi di monopolio e premiando con sempre minori tasse quelle imprese che investono; per il resto deve assistere da spettatore al magnifico dispiegamento del libero mercato e all’operare chirurgico della famosa “mano invisibile” di Adam Smith, la quale, mentre ognuno è impegnato ad arricchirsi privatamente, dispone le cose perché si realizzi magicamente la società migliore possibile.

    Secondo la Mazzucato, invece, lo Stato può esercitare un ruolo positivo: la spesa pubblica non è sempre e solo “improduttiva”. Di qui evidentemente l’ennesima sorpresa dello spettatore: c’è ancora qualcuno oggi che va in giro a dire che lo Stato non dovrebbe tagliare la spesa, bensì spendere? Questo Stato italiano “corrotto” e “sprecone”? Non solo.

    Mentre Giavazzi con grave sprezzo del ridicolo vagheggiava di un’austerità “buona”, con tagli di spesa, e un’austerità “cattiva”, con aumenti di tasse, la Mazzucato spiegava che internet è il risultato di investimenti strategici del governo americano nel settore della difesa; sosteneva che la FIAT in Italia avesse smesso di fare investimenti perché lasciata libera dal governo (mentre negli Stati Uniti Obama sta mettendo sotto pressione Marchionne perché la Chrysler sviluppi nuovi motori ecologici); argomentava che la corruzione di questi giorni non va usata per demonizzare il pubblico, perché “la corruzione c’è in tutti i paesi”; e addirittura ricordava il ruolo importante di aziende statali come l’IRI, al cui solo sentir pronunciare il nome, mancava poco che Giavazzi non cadesse dalla sedia.

    Ovviamente la discussione non si è risolta: la Mazzucato ha testimoniato con la sua persona che  un orientamento keynesiano o “socialdemocratico”, dato per spacciato tra gli anni ’90 e gli anni 2000, sta prendendo di nuovo piede tra gli economisti, per chiedere allo Stato di intervenire direttamente nell’economia e farsi carico di grossi progetti di investimento; Giavazzi, dal canto suo, ha probabilmente continuato a pensare che queste sono cose più adatte a Stalin e ai suoi piani quinquennali e che l’economia la fanno i bravi imprenditori, che poi sono “quelli che esportano” (e vai di mercantilismo).

    P.S.

    E Renzi? Alla fine il premier è liberista o socialdemocratico? La Mazzucato sospendeva il giudizio, in attesa di capire se dal Presidente del Consiglio potesse venir fuori qualcosa di più concreto degli 80 euro. Per Giavazzi, invece, Renzi merita un bel 7+, perché ha cambiato qualche burocrate, ha tolto qualche tassa e ha rimosso qualche funzionario pubblico in odore di corruzione: è poco, ma è partito con il piede giusto. Dunque Renzi, un premier “di sinistra”, piace tanto ai liberisti: e chi l’avrebbe mai detto?

    Andrea Giannini

     

  • Forte Begato, il Comune apre le porte ai cittadini. Il primo passo verso la riqualificazione

    Forte Begato, il Comune apre le porte ai cittadini. Il primo passo verso la riqualificazione

    forte-begato33Come anticipato nelle scorse settimane da Era Superba, sabato 28 giugno il Comune aprirà alla città le porte di Forte Begato per dare vita a una giornata di festa ma, soprattutto, per muovere il primo passo ufficiale verso l’ambizioso progetto-chimera elaborato dagli uffici comunali per il recupero e la riqualificazione dell’intero sistema fortificato genovese (qui l’approfondimento).

    Riqualificazione Forte Begato >> l’approfondimento e le immagini

    In programma escursioni, passeggiate, incontri e presentazioni, ma anche un contest fotografico aperto a tutti.
    “Il Comune ha chiesto all’Agenzia del Demanio l’acquisizione dei forti genovesi sulla base delle nuove disposizioni previste dal Federalismo Demaniale – si legge sulla nota stampa del Comune – ed ha predisposto un programma di valorizzazione del sistema difensivo che è in corso di definizione. La fase di avvio del programma prevede il trasferimento di un primo lotto di beni, costituito dai forti Tenaglie, Crocetta, Begato, Sperone, Puin e di parte del Castellaccio. Per rendere la cittadinanza partecipe di questa iniziativa il Comune sta organizzando una grande festa che si terrà a Forte Begato il 28 giugno. Nell’occasione il Forte sarà aperto ai cittadini, che potranno accedere a tutti gli spazi a sud dell’edifico principale, compresi i manufatti minori. La giornata sarà animata da diverse iniziative, come passeggiate guidate a carattere storico o naturalistico, incontri con esperti, un concorso di fotografia, disegni per i bambini, spettacoli di artisti di strada, ecc. Sarà organizzato un servizio di prestito giornaliero di libri dedicati alla storia della città e dei suoi forti. Si potrà osservare il sole grazie al telescopio messo a disposizione dall’Osservatorio Astronomico, effettuare escursioni in mountain-bike e altro ancora. Chi arriverà da Granarolo con la cremagliera lungo il viaggio potrà ascoltare le sue storie ed i suoi segreti”.

  • Val Bisagno, riqualificazione ex Guglielmetti: modifiche al progetto, si va verso l’approvazione

    Val Bisagno, riqualificazione ex Guglielmetti: modifiche al progetto, si va verso l’approvazione

    progetto-coop-ex-guglielmettiIl processo di riconversione del Centro Coop Bisagno e la riqualificazione dell’ex officina Guglielmetti sembrano essere giunti agli ultimi passaggi prima dell’approvazione definitiva. L’area è stata acquistata interamente da Talea per una cifra attorno ai 26 milioni di euro allo scopo di realizzare un complesso alberghiero con torre alta 35 metri e un centro commerciale con annesso parcheggio sulla copertura, tra via Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi (a pochi metri di distanza dal cantiere per la costruzione di un altro centro commerciale nell’area ex Italcementi, ndr).

    Era Superba aveva già illustrato nel dettaglio il progetto iniziale (qui l’approfondimento): un albergo a 3 stelle, con una struttura a torre per una superficie di 7.441 mq che dovrebbe occupare l’area tra l’ex Officina Guglielmetti e le concessionarie di automobili; un centro commerciale, con superficie di vendita pari 7.434 mq che dovrebbe essere sormontato da un parcheggio accessibile attraverso una vistosa rampa d’accesso elicoidale; una piastra di connessione tra il Centro Acquisti Val Bisagno e l’area Guglielmetti sulla cui superficie potrebbero trovare spazio un piccolo parco giochi e una piccola arena per circa 4.000 mq.

    ex-guglielmetti-progetto-amici-ponte-carregaI residenti della valle, con capofila gli Amici di Ponte Carrega, hanno fin da subito manifestato la propria contrarietà al progetto ritenuto troppo impattante sul territorio circostante soprattutto nella delineazione della torre alberghiera e del parcheggio. «A settembre abbiamo incontrato i vertici Coop per manifestare le nostre obiezioni – racconta Fabrizio Spiniello, portavoce del comitato – ma ci è stato risposto che il progetto presentato era l’unico realizzabile: l’albergo poteva avere solo quella forma e poteva essere messo solo in quel posto così come il parcheggio». Ma i cittadini non si sono arresi e hanno concretizzato la propria opposizione attraverso la presentazione di alcune osservazioni in Conferenza dei Servizi. E i rilievi non si sono rivelati così strampalati, tanto che la stessa Talea ha prodotto una variante al progetto accogliendo alcune delle istanze prevenute.

    Adesso la parola spetta nuovamente alla Conferenza dei Servizi. «Credo che dopo alcuni incontri in Municipio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – la variante progettuale vada incontro alle richieste del territorio. Non l’ho ancora vista nel dettaglio ma credo che fosse corretto e opportuno accogliere tutte le modifiche in meglio che possano rendere meno impattante l’albergo e il parcheggio».

    Ma i cittadini non sono ancora soddisfatti, in particolare per i volumi che si dovrebbero collocare davanti alla Chiesa di San Michele, a Ponte Carrega e al suo borgo. «Va detto chiaramente – ammette Spiniello – che nell’ultima revisione del progetto sono state recepite alcune delle nostre osservazioni ma secondo noi questo non può bastare. Va tracciato un solco tra passato e futuro. È come se si fosse dimenticata la storia del quartiere».

    Nonostante le migliorie proposte e messe nero su bianco (eliminazione della rampa elicoidale di accesso al parcheggio, abbassamento della torre alberghiera e presenza di una sala in cui insediare il teatro dell’Ortica) il progetto prevede ancora volumi piuttosto alti e grandi parcheggi in copertura: «Secondo noi – racconta il portavoce degli Amici di Ponte Carrega – si tratta di un utilizzo assai poco pregevole per un luogo così interessante e affacciato verso le colline del parco delle mura e dell’acquedotto storico».

    guglielmetti-molassanaEcco, allora, che gli stessi cittadini si sono fatti promotori di un progetto architettonico alternativo e sostenibile realizzato gratuitamente dallo Studio Gallarati Architetti. «Siamo riusciti a produrre un progetto alternativo che risponda alle stesse esigenze commerciali e di sviluppo edilizio di Coop – prosegue Spiniello – ma allo stesso tempo rispetti il tessuto urbano della Valbisagno. Concordiamo sul fatto che Coop debba rientrare di un investimento su un’area privata pagata 26 milioni di euro contro un valore reale di 8 ma chiediamo di rispettare anche i diritti dei cittadini e i principi etici di Coop stessa affinché il progetto non deturpi ulteriormente la vallata. Noi prendiamo il quartiere come centro del progetto mentre Coop è come se facesse atterrare un’astronave senza prendere in minima considerazione il contesto urbano».

    Nel “progetto popolare” vengono abbassate le volumetrie e mantenuto lo stesso numero di stanze per l’albergo (circa 150) ma vengono spostati gli ingombri, compresi quelli del parcheggio: viene, infatti, eliminata la copertura che potrebbe, invece, essere sfruttata per la nascita di un piccolo centro sportivo.  “A parte i casi limite di scelte urbanistiche completamente sbagliate  – spiegano le note dell’architetto Giacomo Gallarati, redattore della proposta alternativa – esiste sempre una soluzione alternativa, sostenibile e condivisa, rispetto ad un progetto architettonico di dubbia bontà. L’intervento è concepito come un grande oggetto fuori scala. La nostra proposta progettuale ribalta perciò l’impostazione di fondo del progetto Talea e assume il percorso storico come asse principale dell’intero intervento”.

    Si parte perciò dallo spazio principale di aggregazione: una piazza con un teatro, che con gli oneri di urbanizzazione richiesti a Talea (5 milioni di euro nel complesso, dei quali la metà in opere e l’altra metà in denaro) dovrebbe rappresentare la nuova sede del Teatro dell’Ortica. Da qui poi si accederà agli spazi pubblici e al centro commerciale. L’albergo viene spostato sull’asse del ponte Guglielmetti, ruotato perpendicolarmente al Bisagno e suddiviso in più edifici in modo da non costituire più una barriera alla percezione del paesaggio retrostante evitando così l’effetto “fuori scala”. Inoltre, grande centralità viene data al verde e agli spazi di socializzazione: “Il progetto Talea – si legge ancora nelle note – prevede solo un piccolo spazio verde all’aperto in copertura, accessibile quasi unicamente tramite le scale mobili del contro commerciale e perciò a servizio dei clienti e non dei cittadini. Come in un mall, l’intero complesso è strutturato sulla base di un accesso quasi esclusivo tramite automobile privata. Per non modificare superfici e destinazioni del progetto Talea, abbiamo mantenuto l’unitarietà del piano terra, a parcheggi, e del piano intermedio, con destinazione a centro commerciale, fruibile tramite percorsi coperti: il centro commerciale non costituisce più però l’elemento centrale dell’edificio, in quanto la nostra proposta prevede di realizzare in copertura un grande spazio pubblico urbano sopraelevato, collegato direttamente con il tessuto edilizio circostante tramite percorsi pedonali, scalinate aperte e ascensori pubblici e organizzato in vie, piazzette, giardini. Su di esso sono previste strutture leggere da destinare a piccoli esercizi commerciali, pubblici esercizi e spazi per società sportive, con l’intento di stimolare e rafforzare una vita di quartiere”.

    A dire il vero una piazza è presente anche nei disegni di Coop ma di concezione forse “un po’ troppo moderna”, come sostengono gli Amici di Ponte Carrega: «La piazza da loro ipotizzata si trova in mezzo al centro commerciale, lontano dalle case e dai percorsi pedonali utilizzati da tutti noi, lontano dal cuore pulsante del quartiere. Si tratterebbe di uno spazio raggiungibile solo in automobile che otterrebbe il solo risultato di svuotare ulteriormente i nostri veri spazi urbani che invece andrebbero riqualificati, come piazza Adriatico, o costruiti ex novo, come via Terpi».

    Il progetto promosso dagli abitanti del quartieri è fresco di realizzazione e non è ancora stato mostrato ai vertici Coop e all’amministrazione civica. Ma il vicesindaco Bernini punta a fare chiarezza fin da subito: «Coop ha accolto le giuste osservazioni dei cittadini e proposto una variante, ora però bisogna anche tenere presente i principi di sostenibilità economica del progetto per chi ha compiuto un importante investimento economico».

    «La cosa bella del nostro progetto – ribatte Fabrizio Spiniello – è che è nato tutto dal basso. Siamo stati noi cittadini che abbiamo detto che cosa avremmo voluto da questa riqualificazione e lo studio l’ha messo nero su bianco, gratuitamente. Si tratta di una proposta che muove da una filosofia più consona al terzo millennio, più europea e che concretizza il concetto di Smart City invece di farne solo tante parole come finora è stato fatto a Genova».

    Insomma, la Conferenza dei servizi, che deve ancora discutere la variante proposta da Talea, è chiamata a esprimere l’ultima parola, ma ascoltando la riflessione di Bernini la sensazione è che il progetto stia per imboccare la strada dell’approvazione definitiva e che per le rivendicazioni dei cittadini non ci sia ormai più molto spazio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    quezzi ex onpi edificio particolare 006«Rispetto al complesso ex Onpi (qui l’approfondimento di Era Superba) stiamo studiando, nell’ottica di una politica generale di riduzione dei costi, un’ipotesi di permuta con Arte, in cambio di tre edifici scolastici sui quali paghiamo il fitto passivo. Qualora l’operazione non andasse a buon fine, l’idea è quella di cercare di vendere l’immobile perché un diverso utilizzo da parte del Comune richiederebbe altissimi costi di ristrutturazione che in questo momento non possiamo prevedere». Era il maggio 2013 quando l’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli, così rispondeva in Consiglio comunale a un’interrogazione a risposta immediata del democratico Claudio Villa. Ieri, 17 giugno 2014, l’assessore per sua stessa ammissione ha usato più o meno le stesse parole per spiegare all’alfaniano Matteo Campora che in, buona sostanza, in 13 mesi non è stato fatto nessun passo avanti sul futuro degli oltre 5300 metri quadrati di via Donati n. 5, a Quezzi.

    L’edificio ha sempre avuto destinazione socio-sanitaria inizialmente attraverso l’Opera nazionale pensionati d’Italia, poi con l’Istituto Doria e, infine, con l’Asp Brignole, prima di essere definitivamente abbandonato al degrado, a incursioni vandaliche e alla devastazione degli agenti atmosferici come l’alluvione del 2011, che colpì con le ben note tragiche conseguenze in modo particolare l’attigua zona di via Fereggiano.

    quezzi ex onpi edificio 005Dal 1988, ovvero dalla cessazione dell’attività dell’Onpi, l’immobile è diventato di proprietà comunale. Nel 2010 Tursi ne commutò un terzo con Arte (L’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) per ottenere un porzione di Villa de’ Mari e destinarla ad attività sociali legate alla Fascia di Rispetto di Prà. Da tempo, ormai, l’intenzione della civica amministrazione sarebbe quello di liberarsi anche della restante quota di proprietà dell’immobile per ottenere, sempre in permuta da Arte, un edificio in via Fea dove sono allocati due asili nido e uno spazio per servizi sociali e un altro immobile ad usi associativi sul lungomare di Pegli. «L’obiettivo – ha ribadito ieri Miceli – è quello di produrre un risparmio per le casse comunali dato che per quegli spazi attualmente incorriamo in fitti passivi. Starà poi ad Arte decidere come utilizzare la struttura di via Donati».

    «La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni – ha replicato Campora – e mi auguro che a breve si possa giungere ad azioni concrete. Non si può più sopportare che molti beni pubblici vengano lasciati al degrado più totale. Mi auguro che almeno in quest’ultima fase di attesa si predisponga un’adeguata custodia dell’immobile».

    Le trattative tra il Comune e Arte, società partecipata della Regione, che potrebbe trasformare l’edificio in una nuova sede per residenze popolari, sono ormai da troppo tempo in fase di stallo. «Gli unici a essersi mossi in questo periodo – ci racconta il presidente del Municipio III  Bassa Val Bisagno, Massimo Ferrante – siamo stati noi che il 25 ottobre scorso abbiamo deliberato 25 mila euro per la riqualificazione dei giardini esterni, su un bilancio municipale che ammonta a 300 mila euro». A dimostrazione che il Municipio tiene molto a questi spazi, il presidente ricorda anche che da tempo esiste un comitato di cittadini che vorrebbe prendersi cura della zona esterna dell’edificio che, in ogni caso, sembra destinata a restare di proprietà comunale. «Attenzione però che se il Comune e la Regione non si chiariscono sulle pertinenze della struttura – allerta Ferrante – io non posso certo far partire nessun intervento di riqualificazione. Anche perché se il fabbricato continua a essere vandalizzato, siccome di notte non ci metto le vedette o le sentinelle alpine, chi mi costudisce l’area verde che vado a recuperare, al di là del servizio gratuito che i cittadini sono disposti a fare?».

    Per mettere fine al rimpallo tra Tursi e De Ferrari, a cui ormai siamo ampiamente abitati anche su ben altri fronti, il Municipio aveva provato a fare da intermediario in un tavolo convocato dalla Regione, a cui presero parte Arte, il presidente Burlando e l’assessore Boitano. Incontro a cui la stessa Regione si “dimenticò” di convocare l’assessore comunale Crivello, delegato dal sindaco per chiudere definitivamente la questione da parte di Tursi.

    «Burlando – spiega il presidente del Municipio – voleva attivare un fondo Fas per il 90% della struttura, lasciando il restante 10% corrispondente al piano terra al Comune per creare un laboratorio, un asilo o, comunque, uno spazio per i cittadini. Arte si è resa disponibile ed eravamo rimasti d’accordo che la Regione ne avrebbe parlato con il Comune. Da allora non ne ho saputo più nulla». Intanto oggi il presidente Ferrante incontrerà i cittadini che da mesi ormai vorrebbero riappropriarsi del giardino. Ma, ancora una volta, non avrà buone nuove da offrire.

     

    Simone D’Ambrosio